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LAVORO: SUDD COBAS VINCE IN TRIBUNALE. GIP NON CONVALIDA SEQUESTO MERCE LOGISTICA ACCA DI SEANO
Il sindacato di classe Sudd Cobas incassa una nuova vittoria nei tribunali in merito alla vertenza sulla logistica presso la Acca di Seano (Prato), dove sono a rischio 95 posti di lavoro. Il gip di Prato – hanno spiegato oggi i sindacalisti – non ha infatti convalidato il sequestro della merce di 21 pronto moda cinesi che aveva portato allo sgombero del picchetto dei lavoratori del 3 luglio. La Procura ha fatto ricorso e l’udienza è fissata per il 27 luglio. Intanto, il sindacato contesta anche il provvedimento del Tribunale di Pisa che ha disposto la restituzione della merce a 14 aziende, sostenendo che il giudice non fosse a conoscenza della mancata convalida del sequestro. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto è intervenuto Arturo, del sindacato Sudd Cobas. Ascolta o scarica.
July 21, 2026
Radio Onda d`Urto
L’industria della narrazione e le persone invisibili: perché il mondo vede l’Iran, ma non gli iraniani – 1
L’Iran è uno dei paesi più ampiamente raccontati e analizzati al mondo. Dalla Rivoluzione del 1979 a oggi, sono stati scritti migliaia di articoli, libri, servizi giornalistici e analisi politiche sull’Iran. Il dossier nucleare, le sanzioni, le tensioni con l’Occidente, le politiche regionali della Repubblica Islamica e le proteste sociali hanno fatto sì che l’Iran sia rimasto quasi costantemente al centro dell’attenzione dei media, del mondo accademico e dei circoli politici all’estero. Tuttavia, rimane una domanda fondamentale: vedere l’Iran significa anche vedere gli iraniani? Questo saggio parte dal presupposto che il problema centrale non sia la mancanza di attenzione verso l’Iran. Al contrario, l’Iran è stato oggetto di discussioni e analisi più di molti altri paesi. Il problema è che l’Iran viene spesso osservato attraverso filtri che privilegiano lo Stato, la crisi, l’ideologia e la geopolitica rispetto all’esperienza vissuta della sua gente. Il risultato è che si può parlare per ore dell’Iran senza capire nulla della vita quotidiana degli iraniani. Una parte significativa di questa situazione non può essere spiegata esclusivamente con la censura statale. Questo divario viene riprodotto anche nel processo stesso di produzione della narrazione. Accademici, giornalisti e attivisti politici si avvicinano all’Iran da angolazioni diverse. Ognuno ha la propria logica e la propria missione, evidenziando alcuni aspetti della realtà e oscurandone altri. Di conseguenza, ciò che si vede spesso dell’Iran non è la vita delle sue persone, bensì lo Stato iraniano, la crisi iraniana o la questione iraniana. L’ACCADEMIA E L’IRAN: QUANDO LA TEORIA SOSTITUISCE L’ESPERIENZA Gli accademici hanno il compito di spiegare il mondo. Per farlo, si affidano a teorie, modelli e concetti astratti; questo è sia necessario sia indispensabile. Senza la teoria, è impossibile comprendere le strutture di potere, i processi storici o le complesse relazioni politiche. Eppure, questa stessa caratteristica può creare una distanza tra la teoria e l’esperienza vissuta. In gran parte della letteratura accademica sull’Iran, lo Stato occupa il centro dell’analisi. L’Iran viene esaminato come attore regionale, regime ideologico o problema di sicurezza, mentre la società rimane spesso ai margini. Asef Bayatètra è tra i pochi studiosi che hanno cercato di reindirizzare l’attenzione dallo Stato e dalle élite politiche alla vita quotidiana delle persone comuni. Egli dimostra che la politica non si manifesta solo a livello statale; è presente anche nelle pratiche quotidiane, nei piccoli atti di resistenza e negli sforzi delle persone per espandere il proprio spazio vitale. Ciononostante, una parte considerevole degli studi sull’Iran rimane incentrata sullo Stato. In particolare all’interno di alcuni approcci antimperialisti, la Repubblica Islamica riceve maggiore attenzione rispetto alla società iraniana stessa. I pericoli della guerra, delle sanzioni e dell’intervento straniero vengono giustamente sottolineati; eppure, la repressione interna, i prigionieri politici, la discriminazione di genere e le restrizioni alle libertà civili vengono talvolta spinti in secondo piano. Ciò che emerge qui è una forma di “orientalismo al contrario” all’interno di alcuni circoli accademici occidentali: un contesto in cui la società iraniana viene privata della propria azione (agency), e qualsiasi movimento endogeno di trasformazione viene attribuito ai think tank di Washington, sotto lo schermo di una pur legittima critica all’egemonia occidentale. Contemporaneamente, il predominio del “riduzionismo culturale” riduce le complessità materiali e di classe dell’Iran a rigide astrazioni come il binomio “tradizione contro modernità”. Il problema non è semplicemente che lo Stato si veda più della società. Piuttosto, nel caso dell’Iran, molte discussioni sono impostate fin dall’inizio in modo tale da rendere secondaria l’esperienza vissuta dalle persone. Negli ultimi decenni, gran parte degli studi sull’Iran si è concentrata sulla Rivoluzione del 1979, sull’Islam politico, sulla politica estera della Repubblica Islamica, sul programma nucleare e sulla rivalità dell’Iran con l’Occidente. Si tratta indubbiamente di argomenti importanti; tuttavia, una conseguenza involontaria di questa focalizzazione è stata che la stessa società iraniana è stata frequentemente trattata come un mero sfondo di questi sviluppi. Ad esempio, negli anni che hanno preceduto l’accordo sul nucleare, gran parte della letteratura accademica e politica ruotava attorno alla questione se l’accordo avrebbe modificato o meno il comportamento della Repubblica Islamica. Centinaia di articoli hanno esaminato le conseguenze regionali del JCPOA, il ruolo dell’Iran nel Medio Oriente e l’impatto dell’accordo sull’ordine internazionale. Eppure, rispetto a questa vasta mole di ricerche, molta meno attenzione è stata dedicata a comprendere come gli iraniani comuni vivessero le sanzioni, la corruzione strutturale, le restrizioni politiche e le crisi economiche, e come i loro mezzi di sussistenza venissero costantemente erosi sotto gli ingranaggi dell’alta diplomazia. Una tendenza simile si può osservare in alcune risposte accademiche al movimento “Donna, Vita, Libertà”. Molte analisi sono state preziose, affrontando le dimensioni di genere, sociali e culturali del movimento. Tuttavia, alcune si sono concentrate meno sull’esperienza dei manifestanti stessi e più su questioni quali la possibilità che il movimento portasse a un cambio di regime, il sostegno dell’Occidente o l’impatto sull’equilibrio di potere regionale. In tali narrazioni, i manifestanti stessi sono talvolta diventati attori secondari in un più ampio dramma geopolitico. È proprio qui che diventa evidente l’importanza del lavoro di Asef Bayat. Il suo significato non risiede semplicemente nel fatto di aver scritto sull’Iran o sul Medio Oriente, ma nella sua decisione di spostare il punto di partenza dell’analisi dallo Stato alla società. Nelle sue opere, le persone non sono semplici vittime o spettatori; sono agenti che trovano il modo di rimodellare le proprie vite nonostante i gravi limiti. Forse la lezione più importante di questa prospettiva è che comprendere l’Iran richiede di partire dalla sua gente e dalla loro vita quotidiana, piuttosto che dallo Stato. MEDIA E IRAN: QUANDO LA NARRAZIONE SOSTITUISCE LA COMPLESSITÀ Se gli accademici spiegano il mondo, i giornalisti lo raccontano. E raccontare richiede inevitabilmente una selezione. Nessun servizio giornalistico può trasmettere la piena complessità di una società. Di conseguenza, i media gravitano attorno a storie chiare, immagini simboliche e narrazioni facilmente comprensibili. Nel caso dell’Iran, questa logica ha portato a ripetere all’infinito alcune immagini: negoziati sul nucleare, donne senza velo, proteste di piazza, repressione politica e tensioni regionali. Queste immagini sono reali, ma non costituiscono l’intera realtà. Ciò che i media mainstream riproducono ripetutamente all’interno della cornice dell’“industria della narrazione” è l’immagine dell’Iran come una società unidimensionale in perenne stato di esplosione. All’interno di questa logica commerciale, la resistenza civile—come gli sforzi per istituire sindacati indipendenti o l’attivismo ambientale—manca di un immediato valore di “notizia dell’ultima ora” (breaking news) e diventa quindi censurata attraverso l’invisibilità. La copertura mediatica dell’Iran illustra chiaramente la tensione tra realtà e narrazione. Ai giornalisti è richiesto di spiegare fenomeni complessi a un pubblico vasto entro tempi limitati. Questa necessità evidenzia inevitabilmente alcuni elementi, spingendone altri oltre il campo visivo. Il Movimento Verde del 2009 ne offre un chiaro esempio. Gran parte della copertura internazionale si è concentrata principalmente sulle elezioni contestate e sulle divisioni tra le fazioni all’interno della Repubblica Islamica. Sebbene ciò fosse indubbiamente importante, non rappresentava l’intera realtà. Per molti manifestanti, la questione andava ben oltre i risultati elettorali. Sentimenti di esclusione politica, richieste di libertà civili e uno scontento accumulato nei confronti della struttura del potere costituivano dimensioni essenziali delle proteste. Eppure, le narrazioni mediatiche dominanti hanno spesso ridotto gli eventi a una rivalità tra Ahmadinejad, Mousavi e le élite politiche, lasciando ampiamente invisibile l’esperienza di umiliazione politica vissuta dal pubblico. Un modello diverso è emerso durante le proteste di novembre 2019. Questa volta, la copertura mediatica si è concentrata prevalentemente sulla violenza della repressione statale. I rapporti sul numero delle vittime, il blocco di internet e le reazioni delle organizzazioni per i diritti umani erano del tutto necessari. Ciononostante, è stata dedicata molta meno attenzione alla composizione sociale dei manifestanti o alle condizioni materiali ed economiche che avevano dato origine alla rivolta. In molte narrazioni, i manifestanti stessi erano visibili, ma la vita sociale e le radici di classe della loro rivolta sono rimaste in gran parte unseen (invisibili). Il movimento “Donna, Vita, Libertà” ha assistito a un’ulteriore forma di semplificazione. Le immagini di donne che si toglievano o bruciavano il velo sono diventate il simbolo globale delle proteste. Si è trattato di un’immagine potente che ha avuto un enorme impatto sull’opinione pubblica internazionale. Al tempo stesso, tuttavia, vi era il pericolo che l’intero movimento venisse ridotto a quella singola immagine. In realtà, il movimento non ha mai riguardato esclusivamente il velo obbligatorio. Riguardava anche le libertà politiche, i diritti delle donne, la crisi di legittimità del regime, le rivendicazioni generazionali, le disuguaglianze economiche strutturali e molte altre questioni. Nel frattempo, la solidarietà di insegnanti, studenti espulsi, lavoratori in sciopero e famiglie in cerca di giustizia è stata oscurata da questa rappresentazione mediatica compressa. Per questo motivo, si può consumare un’enorme quantità di notizie sull’Iran pur possedendo solo una comprensione limitata della società iraniana. I media presentano l’Iran, ma spesso solo attraverso momenti eccezionali, mentre la vita reale della sua gente continua, con tutta la sua complessità , negli intervalli tra quei momenti. – Continua – Redazione Torino
July 21, 2026
Pressenza
Diplomazia scientifica: 24 esperti di 13 nazioni al XIII Corso AAAS–TWAS
L’Accademia Mondiale delle Scienze per il progresso scientifico nei Paesi in via di sviluppo (TWAS) e l’American Association for the Advancement of Science (AAAS) hanno riunito dodici coppie di scienziati e decisori politici provenienti da tredici paesi del mondo, tra cui Malawi, Paraguay e Tagikistan, convenuti a Trieste per la 13esima edizione del Corso AAAS–TWAS sulla Diplomazia Scientifica. Dandone notizia, TWAS spiega: “L’iniziativa mira a rafforzare il dialogo tra scienza e diplomazia per favorire soluzioni fondate su evidenze scientifiche, capaci di affrontare sfide globali complesse quali i cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare e la perdita di biodiversità”. “La scienza è un motore di progresso condiviso, non una ‘moneta di scambio geopolitica’ – ha dichiarato Lamberto Moruzzi, direttore principale per la Diplomazia Scientifica, Spaziale e Sportiva presso la Direzione Generale per la Cooperazione Economica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), che ha sostenuto la TWAS fin dalla sua fondazione – L’Italia promuove la diplomazia scientifica attraverso la cooperazione internazionale, una competizione equa e partnership basate sulla fiducia, grazie alla nostra rete estesa di centri di ricerca, università e addetti scientifici presso le Ambasciate italiane. Sosteniamo la mobilità e le collaborazioni come strumenti di crescita comune; promuoviamo un accesso equo alla conoscenza, alle infrastrutture di ricerca e alle tecnologie emergenti; e sosteniamo organizzazioni multilaterali come la TWAS e l’ICTP, che ospitiamo con orgoglio a Trieste. La diplomazia scientifica deve costituire il fondamento per affrontare sfide complesse con prove scientifiche, trasparenza, responsabilità condivisa, e standard e meccanismi di governance globali comuni”. “In un contesto segnato da conflitti, emergenza climatica e crescente diffusione della disinformazione, la diplomazia scientifica è diventata indispensabile – ha dichiarato Marcelo Knobel, Direttore Esecutivo della TWAS – È uno strumento fondamentale per costruire fiducia, superare le divisioni e garantire che la cooperazione scientifica rimanga inclusiva ed equa. Attraverso questo programma di formazione contribuiamo a sviluppare la nuova generazione di diplomatici della scienza di cui i Paesi in via di sviluppo hanno urgente bisogno per rafforzare la propria voce nei processi decisionali globali”. Il corso è cominciato oggi, 21 luglio, con la TWAS Budinich Science Diplomacy Lecture tenuta da Ko Barrett, vice segretaria generale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), sul ruolo della diplomazia scientifica nell’affrontare le grandi sfide globali. La sua conferenza ha reso omaggio al fisico italiano Paolo Budinich, la cui visione, sviluppata insieme al premio Nobel Abdus Salam, ha portato alla nascita di importanti istituzioni scientifiche internazionali, tra cui la TWAS, contribuendo a fare di Trieste uno dei principali poli della cooperazione scientifica. “Stiamo vivendo in un’epoca di profonde trasformazioni, in cui il contesto geopolitico cambia rapidamente e le società sono ridefinite dai progressi scientifici e tecnologici – ha osservato Kim Montgomery, direttrice degli affari internazionali e della diplomazia scientifica dell’AAAS – La diplomazia scientifica rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare le sfide e cogliere le opportunità di questo momento storico. Questo corso fa conoscere questo strumento sia a chi si occupa di decisioni politiche sia a chi si occupa di scienza, offrendo l’opportunità di stringere relazioni reciproche e con la più vasta rete della diplomazia scientifica”. “Per garantire che il quadro rimanga applicabile al contesto attuale, nel febbraio 2025 la AAAS e la Royal Society hanno pubblicato un aggiornamento del quadro di riferimento sulla diplomazia scientifica che passa da una prospettiva teorica a una pratica, focalizzandosi sul modo in cui scienza e diplomazia si influenzano a vicenda – è precisato nel comunicato di TWAS – Il documento afferma che la diplomazia scientifica è uno strumento per promuovere obiettivi diplomatici, che possono essere percepiti come positivi o negativi. E riconosce che esiste un panorama più ampio di attori coinvolti nella diplomazia scientifica, incluse aziende sovranazionali e “giganti della tecnologia” che esercitano proprie forme di governance. Nel 2010 AAAS e la Royal Society di Londra hanno tracciato un quadro di riferimento per la diplomazia scientifica che ha stimolato un dibattito internazionale sui legami tra scienza e diplomazia. Da allora, il mondo è diventato più diviso e complesso, e la necessità di disporre di una diplomazia scientifica scientifica efficace è cresciuta”. Il Corso AAAS–TWAS sulla diplomazia scientifica coinvolge coppie di partecipanti provenienti dallo stesso Paese: ciascuna è composta da un giovane ricercatore, il cui lavoro scientifico e impegno pubblico sono rilevanti per le politiche internazionali, e da un decisore politico o funzionario impegnato in ambiti legati alla scienza, per esempio un funzionario governativo, un diplomatico o un rappresentante di un’istituzione che finanzia la ricerca. “Nei suoi oltre dieci anni il corso ha formato oltre 400 partecipanti, i quali oggi influenzano le politiche pubbliche e diffondono competenze su un settore in continua espansione come la diplomazia scientifica nei Paesi in via di sviluppo – spiega il comunicato di TWAS – Nelle tre giornate della sua XII edizione i partecipanti approfondiranno temi di interesse comune per i diversi Paesi, tra cui il ruolo della diplomazia scientifica nell’attuale scenario geopolitico, le strategie per incidere sui processi decisionali, il ruolo degli scienziati in un contesto di trasformazione del multilateralismo, e la cooperazione internazionale nella realizzazione di progetti su vasta-scala”.   Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
NO TAV: SABATO 25 LUGLIO IN MARCIA VERSO I CANTIERI DELLA DEVASTAZIONE CON PARTENZE DA SUSA E VENAUS
Si è svolto il fine settimana scorso il Campeggio di Lotta No Tav, appuntamento estivo che ogni anno anima la Valle di Susa e desta sempre grande preoccupazione per la controparte. I primi ad agitarsi, ovviamente, sono state Questura e Prefettura, che hanno emanato la solita ordinanza prefettizia in fretta e furia, che avrebbe voluto limitare la libertà di circolazione nei territori valsusini, imponendo un “divieto di accesso appiedato organizzato” nelle zone limitrofe ai cantieri, anche in giorni in cui non erano previste iniziative . A seguirli, probabilmente costretti dal clima di terrore che la polizia è solita instillare attorno a qualsiasi forma di dissenso, anche i Sindaci di alcuni Comuni che ingenuamente hanno pubblicato delle ordinanze, probabilmente scritte dalla Questura stessa, per divieto di vendita di bevande in “contenitori di vetro, lattine o altri contenitori atti a offendere”. Ovviamente le intimidazione non hanno minimamente interferito con la volontà dei No Tav di attraversare liberamente il proprio territorio e le iniziative del campeggio si sono regolarmente svolte come da programma. Assai partecipate e combattive le azioni dirette contro i cantieri dell’alta velocita’. L’ultimo giorno del campeggio è stato dedicato ai lavori di allestimento in vista del Festival Alta Felicità, che tornerà il prossimo fine settimana a Venaus per celebrare la sua decima edizione. Appuntamento clou sara’ la Marcia No Tav di sabato 25 luglio. “In occasione dei 10 anni del Festival Alta Felicità e dei 15 anni dalla Libera Repubblica della Maddalena, sabato 25 luglio torneremo a marciare e, quest’anno, saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da Venaus, con carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della devastazione, simboli di tutto ciò contro cui combattiamo. Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura”. Il racconto di Franco del Comitato di lotta popolare No Tav della Val di Susa Ascolta o scarica 
July 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Newsletter del 21.07.26 – E…State ancora con mini-mercatobio, biblioArena, Biblioteca, i corti del Dams, BioOsteria.
Casale Podere Rosa Biblioteca sociale Passepartout Newsletter del 21.luglio.2026 Appuntamenti della settimana: Nuovi orari estivi: dal 23 giugno al 1 agosto martedì e mercoledì h.9,30-19 giovedì h.15-19 venerdì e sabato h.15-23 (NB biblioteca fino alle 21,30) . mini-MercatoBIO estate 2026: venerdì 24 luglio dalle 17,30 alle 19,30, sarà presente l’azienda: “Coop. Barikamà” (yogurt e ortofrutta) … Leggi tutto "Newsletter del 21.07.26 – E…State ancora con mini-mercatobio, biblioArena, Biblioteca, i corti del Dams, BioOsteria."
July 21, 2026
Casale Podere Rosa
Domanda di asilo successiva al decreto di espulsione: il Giudice di Pace deve verificarne lo stato prima di decidere
Con l’ordinanza n. 21379/2026 la Prima Sezione civile della Corte di Cassazione torna su un tema di notevole rilievo pratico: gli effetti della domanda di protezione internazionale proposta o manifestata dopo l’adozione di un decreto di espulsione. La decisione si colloca nel solco dell’orientamento secondo cui tale domanda non determina l’invalidità sopravvenuta del provvedimento, ma ne sospende l’eseguibilità e impone al Giudice di Pace di verificare lo stato del procedimento di protezione prima di decidere sull’opposizione. Nel caso esaminato il cittadino straniero aveva impugnato il decreto di espulsione adottato dalla Prefettura di Chieti. Nel giudizio di merito erano stati prodotti documenti attestanti la manifestazione della volontà di richiedere protezione internazionale, l’accesso alla Questura di Milano e la fissazione dell’appuntamento per la formalizzazione della domanda mediante compilazione del modello C3. Il Giudice di Pace aveva comunque rigettato l’opposizione, valorizzando il fatto che la manifestazione di volontà fosse intervenuta dopo l’adozione del decreto e ritenendo, in sostanza, che l’espulsione costituisse atto dovuto. Aveva inoltre escluso la rilevanza della documentazione relativa all’integrazione socio-lavorativa e tratto un giudizio di pericolosità sociale dalla mera pendenza di un rinvio a giudizio. La Cassazione ha accolto i primi quattro motivi di ricorso. La domanda di protezione internazionale non può essere ignorata La Corte ribadisce anzitutto che, quando la domanda di protezione internazionale sia avanzata dopo l’adozione del decreto di espulsione, il decreto non è colpito da invalidità sopravvenuta, ma resta sospesa la sua eseguibilità. Grava allora sul Giudice di Pace l’obbligo di verificare, prima di decidere sul ricorso, quale provvedimento sia stato assunto dalla Commissione territoriale e quale sia l’eventuale esito dell’impugnazione proposta davanti al Tribunale. Il giudice non può dunque limitarsi ad affermare che la domanda è successiva al decreto: deve verificare in concreto lo stato della procedura, l’eventuale pendenza del giudizio e l’eventuale adozione di provvedimenti sospensivi. Sul punto la Cassazione richiama il principio già affermato da Cass. n. 34155/2025, secondo cui la pendenza della domanda impone un accertamento effettivo e non meramente formale. Il divieto di refoulement è norma generale di protezione Un secondo profilo di rilievo riguarda l’art. 19, comma 1.1, del Testo Unico Immigrazione. La Corte afferma che tale disposizione ha natura di norma protettiva generale: anche nel giudizio di opposizione all’espulsione disposta ai sensi dell’art. 14, comma 5-ter, TUI, il Giudice di Pace deve tenere conto del rischio che l’allontanamento comporti una violazione del diritto alla vita privata e familiare. Il giudice è quindi tenuto a valutare la natura e l’effettività dei legami familiari, la durata del soggiorno in Italia, l’esistenza di legami sociali, culturali e familiari con il Paese d’origine, nonché le condizioni oggettive del Paese di rimpatrio. Nel caso concreto, osserva la Cassazione, l’esame delle ragioni poste a fondamento della domanda di protezione internazionale avrebbe consentito di verificare anche le condizioni oggettive del Marocco. L’integrazione sociale e lavorativa deve essere esaminata La Corte accoglie anche le censure relative all’omessa valutazione del radicamento sociale e lavorativo. Nel giudizio di merito erano stati prodotti documenti relativi alla procedura di emersione ex art. 103 d.l. n. 34/2020, al nulla osta provvisorio per lavoro subordinato rilasciato nel 2022, alla stabilità della permanenza in Italia e ai collegamenti con il territorio. Il radicamento, rileva la Cassazione, non può essere liquidato con formule generiche: va valutato in concreto, anche ai fini dell’applicazione dell’art. 19 TUI e del bilanciamento imposto dall’art. 8 CEDU. Nessun automatismo tra rinvio a giudizio e pericolosità sociale Particolarmente significativo è il passaggio sulla pericolosità sociale. Il Giudice di Pace aveva escluso l’integrazione dell’interessato valorizzando la pendenza di un rinvio a giudizio: impostazione che la Cassazione censura espressamente, affermando che il rinvio a giudizio non può essere considerato, di per sé, espressione di pericolosità sociale. La Corte richiama il principio secondo cui, nella disciplina dell’immigrazione, a fronte di diritti fondamentali di rilievo costituzionale e convenzionale non opera alcun automatismo ostativo: la pericolosità sociale deve essere accertata in concreto e all’attualità, attraverso una valutazione proporzionata e individualizzata. Nel caso esaminato non risultava alcuna condanna a carico del ricorrente, e il giudizio di pericolosità era stato tratto dal solo rinvio a giudizio, senza esaminare la natura del reato contestato né valutare le allegazioni difensive. La decisione La Corte di Cassazione ha quindi accolto i primi quattro motivi di ricorso, rigettato il quinto, cassato la sentenza impugnata e rinviato al Giudice di Pace di Chieti, in diversa composizione, anche per la liquidazione delle spese del giudizio di legittimità. L’ordinanza è rilevante perché ribadisce che l’espulsione non può essere trattata come automatismo amministrativo quando emergano elementi relativi alla protezione internazionale, al divieto di refoulement, alla vita privata e familiare, all’integrazione sociale e all’assenza di una pericolosità concretamente accertata. Il Giudice di Pace investito dell’opposizione è tenuto a una verifica effettiva, individualizzata e attuale, senza potersi limitare alla constatazione dell’irregolarità del soggiorno o della pendenza di un procedimento penale. Corte di Cassazione, ordinanza n. 21379 del 23 giugno 2026 Si ringrazia l’Avv. Gaetano Litterio per la segnalazione e il commento. * Consulta altre decisioni della Corte di Cassazione
Azione Contro la Fame: “La realtà attuale è molto preoccupante”
«Con 645 milioni di persone che soffrono la fame, il diritto al cibo resta ancora uno dei diritti umani più violati, soprattutto in Africa – ha dichiarato oggi Simone Garroni, direttore generale di Azione Contro la Fame – La leggera flessione registrata, a 4 anni dal 2030, ci lascia in realtà lontani anni luce dall’Obiettivo Fame Zero. E i recenti tagli di molti governi occidentali agli aiuti umanitari, combinati con gli aumenti delle spese militari, fanno chiaramente capire che l’agenda politica deve cambiare e rimettere al centro il diritto al cibo”. Osservando i dati rilevati dal rapporto SOFI (Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo) pubblicato questa mattina da cinque agenzie delle Nazioni Unite, Azione Contro la Fame ha riscontrato che nel 2025: * le persone che hanno sofferto la fame sono 645 milioni (il 7,8% della popolazione mondiale); * se la fame sta diminuendo a livello globale (14 milioni di persone in meno rispetto al 2024), la disparità tra i continenti si allarga e il nuovo epicentro globale della fame è l’Africa, dove per la prima volta il numero di persone colpite dalla fame, 309 milioni di persone – pari a 1 su 5 – supera quello in Asia; * in condizione di insicurezza alimentare moderata o grave vivono 2,1 miliardi di persone (25,8% della popolazione mondiale); * quasi un terzo della popolazione mondiale (32,7%) e in Africa il 66,6% degli abitanti non potevano ancora permettersi una dieta sana. In specifico, Azione Contro la Fame osserva che: > Il rapporto nel 2025 sono 645 milioni le persone (in un intervallo compreso > tra 608 e 696 milioni), pari al 7,8% della popolazione mondiale, a soffrire la > fame. A queste si aggiungono le oltre 2,1 miliardi di persone che si trovano > in una condizione di insicurezza alimentare moderata o grave. > Nonostante un leggera riduzione rispetto all’anno precedente, pari a 14 > milioni di persone in meno, il numero di persone che soffre la fame resta più > alto rispetto al periodo pre-pandemico e nasconde una frattura significativa. > La flessione globale è dovuta ai progressi in America Latina, nei Caraibi e in > Asia. > Invece cresce in Africa, dove il numero di persone colpite dalla fame è > arrivato 309 milioni, pari a 1 africano su 5, e per la prima volta supera > quello in Asia (292 milioni). In appena 15 anni la cifra africana è quasi > raddoppiata, a seguito di conflitti, sfollamenti, crisi climatiche e shock > economici che rendono il continente africano il nuovo epicentro della fame nel > mondo. Anche altri numeri confermano la maggiore gravità della situazione in > Africa: il 56,6% della popolazione vive in insicurezza alimentare moderata o > grave e il 66,6% non può permettersi una dieta sana (contro il 28,9% in Asia e > il 25,7% nei Caraibi). Sulla diversificazione minima della dieta, l’Africa > tocca i livelli più bassi al mondo: 20,5% nei bambini tra 6 e 23 mesi (media > globale 30,8%) e 43% nelle donne tra 15 e 49 anni (media globale 62,7%). > L’approfondimento tematico dell’edizione 2026 del Report SOFI, relativo alle > sfide dell’elevato costo di una dieta sana, impone un’ulteriore riflessione. > Nel 2025 quasi un terzo della popolazione mondiale (32,7%) non poteva ancora > permettersi una dieta sana, il cui costo è continuato a salire e ha raggiunto > i 4,28 dollari (a parità di poter di acquisto) mostrando gli effetti > dell’inflazione alimentare. > Rispetto all’obiettivo dichiarato nel rapporto di abbassare i prezzi > alimentari, Azione Contro la Fame rileva come il costo di un’alimentazione > sana sia un indicatore importante, ma non può da solo guidare le politiche > pubbliche; è necessario anche analizzare tutte le cause delle dinamiche dei > prezzi e comprendere le implicazioni sui redditi dei piccoli produttori > alimentari. È quindi fondamentale affrontare le disuguaglianze e gli squilibri > di potere lungo l’intera filiera alimentare, dalla produzione al consumo. > La lotta alla fame deve quindi passare attraverso la trasformazione dei > sistemi alimentari ponendo l’agroecologia contadina e l’agricoltura locale al > centro di questo processo. È il diritto al cibo che deve essere messo in cima > alle priorità politiche. “Siamo specialisti da 47 anni, preveniamo fame e malnutrizione, ne curiamo gli effetti e ne prevediamo le cause – specifica il comunicato di Azione Contro la Fame | www.azionecontrolafame.it, un’organizzazione umanitaria internazionale impegnata a garantire a ogni persona il diritto a una vita libera dalla fame – Siamo in prima linea in 52 Paesi del mondo per salvare la vita dei bambini malnutriti e rafforzare la resilienza delle famiglie con cibo, acqua, salute e formazione. Guidiamo con determinazione la lotta globale contro la fame, introducendo innovazioni che promuovono il progresso, lavorando in collaborazione con le comunità locali e mobilitando persone e governi per realizzare un cambiamento sostenibile. Ogni anno aiutiamo 21,2 milioni di persone”. Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
BRESCIA: GIUSTIZIA PER ABDERRAHIM FAKIR. MARTEDI 21 LUGLIO PRESIDIO ORE 19.30 PIAZZA ROVETTA
Per la giornata di oggi (ma anche nelle prossime) sono state lanciate manifestazioni di piazza per Abderrahim Fakir in tante città italiane. A Milano appuntamento stasera alle 18 davanti alla Prefettura. A Brescia è stato lanciato un presidio, sempre oggi, alle 19.30, in piazza Rovetta/Largo Formentone. Organizzano Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca. Sentiamo Umberto Gobbi, dell’Associazione Diritti per tutti. Ascolta o scarica  Dal presidio di Milano sentiamo Luciano Muhlbauer nostro collaboratore Ascolta o scarica  Elenco presidi in aggiornamento (per segnalazioni Radio Whatsapp 335-1220759) PRESIDI MARTEDI 21 LUGLIO  Brescia- Piazza Rovetta ore 19.30 Milano- Presidio in Prefettura- ore 18 Verona- Presidio in Prefettura ore 19 Piazza dei Signori Napoli- Largo Berlinguer ore 19 Livorno – Piazza Grande ore 17.30 Schio(VI)- Palazzo Fogazzaro ore 19 Firenze – Prefettura in via Cavour 1- ore 18.30 Pisa – Piazza della Stazione ore 19 Pistoia – ex Piazza Gavinava ore 19 MERCOLEDI 22 LUGLIO  Bologna- Assemblea cittadina ore 19 Piazza Lucio Dalla Udine Prefettura in via Pracchiuso- 18.30 Prato Piazza Buonamici ore 19.30 Catania Prefettura ore 18 GIOVEDI 23 LUGLIO Reggio Emilia- Piazzale Marconi Stazione- ore 19
July 21, 2026
Radio Onda d`Urto
GENOVA 2001-2026: “AVEVAMO RAGIONE NOI”, IL PODCAST CHE RACCONTA PRIMA E DOPO IL MOVIMENTO CONTRO IL G8
Si intitola “Avevamo ragione noi. Il movimento No Global e un altro mondo possibile” il podcast realizzato dal direttore di Radio Città Fujiko, Alessandro Canella, a 25 anni dal G8 di Genova. I sette episodi che compongono il lavoro non si concentrano sui tragici fatti del luglio 2001, l’uccisione di Carlo Giuliani, i pestaggi per le strade del capoluogo ligure, la mattanza alla Diaz o la tortura a Bolzaneto. “Il podcast è un tentativo di andare oltre, sia avanti che indietro rispetto all’evento genovese. L’obiettivo, infatti, è raccontare le ragioni della nascita di quello che si autodefiniva “movimento dei movimenti” o “movimento altermondialista”, le contestazioni attuate, le rivendicazioni e le proposte elaborate e le sue forme organizzative innovative”, fa sapere Città Fujiko. Nei sette episodi del podcast la voce di Canella fa da cucitura alle 13 interviste originali ai protagonisti e ai testimoni dell’epoca. Buon ascolto. Puntata 1 – Il mondo negli anni ’90. Ascolta o scarica. Puntata 2 – La rivolta di Seattle e la lunga scia di contestazioni. Ascolta o scarica. Puntata 3 – L’alternativa possibile. Ascolta o scarica. Puntata 4 – Hack or die. Ascolta o scarica. Puntata 5 – Nuovi modi per estrarre valore. Ascolta o scarica. Puntata 6 – Frontiere, ambiente e guerre. Ascolta o scarica. Puntata 7 – Avevamo ragione noi. E ora? Ascolta o scarica.
July 21, 2026
Radio Onda d`Urto
Il d.lgs. 115/2026 recepisce la direttiva antitratta: il coordinamento con le nuove procedure di frontiera del Patto UE Immigrazione e Asilo
FEDERICA REMIDDI, SALVATORE FACHILE E GIULIA CRESCINI Il contributo esamina il decreto legislativo 12 giugno 2026, n. 115, di attuazione della direttiva (UE) 2024/1712, che modifica la direttiva 2011/36/UE in materia di prevenzione e repressione della tratta di esseri umani e di protezione delle vittime. Il punto centrale del commento è costituito dal nuovo periodo di recupero e riflessione, introdotto nei commi 3-ter e 3-quater dell’art. 18 del d.lgs. n. 286/1998, e dal suo rapporto con le procedure di screening, di frontiera e accelerate disciplinate dal Patto UE su migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno 2026: si tratta di verificare se, e in quale misura, il nuovo istituto sia in grado di sottrarre la potenziale vittima di tratta alla logica acceleratoria e contenitiva propria di tali procedure. Il commento ricostruisce inoltre le altre modifiche apportate dal decreto, distinguendo quelle che intersecano la posizione del richiedente protezione internazionale da quelle relative alle vittime di tratta a prescindere da tale condizione – tra cui le novelle al codice penale (artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1), la disciplina dell’indennizzo e il nuovo Coordinatore nazionale anti-tratta. Un approfondimento specifico è dedicato al diritto della vittima di tratta di svolgere attività lavorativa già in forza della semplice ricevuta attestante la presentazione della domanda di permesso di soggiorno ex art. 18, prima ancora del suo rilascio. SOMMARIO 1. Premessa 2. Il periodo di recupero e riflessione: un nuovo istituto per le vittime di tratta 2.1 I diversi contesti applicativi del periodo di riflessione 2.1.1 La preidentificazione in frontiera e il rapporto con lo screening 2.1.2 La procedura di frontiera e l’inconciliabilità con il periodo di riflessione 2.1.3 Le conseguenze al termine del periodo di riflessione 2.2 Il rintraccio sul territorio 2.3 Il periodo di riflessione fuori dai casi di screening 3. I minori stranieri non accompagnati 4. Le procedure operative standard, il Meccanismo Nazionale di Referral e il sostegno transfrontaliero Parte II. Le modifiche relative alle vittime di tratta, a prescindere dalla condizione di richiedente protezione internazionale 5. Le modifiche al codice penale: gli artt. 600, 601 e il nuovo art. 601.1 6. Il diritto di indennizzo delle vittime di tratta 7. Il coordinatore nazionale anti-tratta e il servizio nazionale di pronta assistenza 8. Il Piano nazionale d’azione contro la tratta 9. Il diritto al lavoro nelle more del rilascio del permesso di soggiorno: il nuovo comma 3-quinquies dell’art. 18 Scarica l’articolo completo
La mia esperienza di volontario al Rifugio Massi di Oulx. Intervista a Corrado Alberti
A marzo l’intervista a Silvia Massara aveva descritto le attività del Rifugio Massi di Oulx, vicino al confine tra Italia e Francia in supporto ai migranti che decidono di attraversarlo. Da allora per il taglio di fondi pubblici l’apertura è stata ridotta alle ore notturne, dalle 20 di sera alle 8 di mattina e la presenza dei volontari è diventata più importante per coprire le ore diurne. Ne parliamo con Corrado Alberti, che è già stato varie volte al rifugio, l’ultima ai primi di luglio. Che situazione hai trovato rispetto alle visite precedenti? Nelle mie prime visite gli operatori pagati erano nove, ma i problemi economici hanno costretto a ridurre il loro numero. Il loro compito rimane quello della pulizia delle stanze dove alloggiano i migranti, la preparazione della colazione e della cena e la presenza notturna per accogliere chi arriva tardi. I problemi logistici sono aumentati: attività che si svolgevano quando il rifugio era aperto dalle 17 alle 10 del mattino dopo si sono anticipate dalle 6 alle 8 del mattino (per esempio fare le lavatrici, stendere e ritirare il bucato, rifornire il magazzino di vestiti e scarpe). Data la stagione, ora c’è meno bisogno di abiti invernali; l’attesa dei migranti per ricevere l’abbigliamento necessario al passaggio della frontiera in montagna ora avviene nella piazzetta dietro il rifugio e non più al suo interno. La distribuzione di vestiti e scarpe si svolge come prima in una saletta adibita a questo scopo. C’è però un aspetto positivo: i due container procurati da Rainbow for Africa, arrivati da poco e posizionati nel piazzale della stazione, dove arrivano pullman e treni, sono adibiti uno a visite mediche e consulenza legale e l’altro a magazzino per tavoli e gazebo che vengono usati per il pranzo. Quando il rifugio apre alle 20 si ripetono le attività mattutine (lavatrici, ecc), svolte da volontari fino alle 22, alternandosi con quelli della mattina. Ci sono persone che vengono da Torino e dalla Val Susa tutte le settimane, in giorni fissi. Cosa fanno i migranti per tutto il giorno, visto che alle 8 di mattina devono uscire dal rifugio? Quelli che sono arrivati la sera prima, hanno dormito al rifugio e sono vestiti in modo adeguato, sono pronti a prendere il pullman per Claviere, al confine dalla parte italiana; ai minori viene spiegato che hanno il diritto di essere accolti in Francia e in effetti, dopo i controlli dei documenti, in genere riescono a passare la frontiera. Chi di loro ha un po’ di soldi una volta in Francia prende il pullman per Briançon, dove viene accolto dall’associazione Terrasses Solidaires. Gli altri a Claviere prendono il sentiero di montagna che, se non vengono fermati dai gendarmi francesi, li porterà a Briançon e all’accoglienza dei volontari con cui il rifugio Massi ha un rapporto di collaborazione. Chi arriva durante il giorno viene accolto alla stazione da due o tre volontari e riceve le indicazioni per mangiare, bere e riposarsi in un gazebo. Se ha problemi sanitari può essere visitato da medici, anche loro volontari, mentre l’assistenza legale viene fornita quattro volte alla settimana. In questo caso i migranti si fermano fino a poter parlare con l’avvocato, messo a disposizione dalla comunità valdese. E’ un momento di ascolto e accoglienza, per capire cosa vogliono fare, che esigenze hanno, qual è la loro storia, eccetera. A volte c’è qualche problema linguistico, facilitato in alcuni casi dalla presenza di interpreti. In genere questi volontari sono giovani, parlano più lingue (come minimo l’inglese) e fanno parte di associazioni come Mediterranea Saving Humans, No Name Kitchen e Rainbow for Africa, mentre i volontari più anziani, come me, si dedicano alle lavatrici e al bucato. I volontari si occupano del pranzo, che viene servito sui tavoli e sotto il gazebo. I migranti restano nel piazzale della stazione fino a quando il rifugio non apre alle 20. A volte li coinvolgiamo in giochi da tavolo (carte, puzzles ecc) e questo crea momenti di condivisione e allegria. Ci sono problemi con la popolazione? I bagni della stazione chiudono alle 17 e questo crea un problema pratico evidente, oggetto a volte di lamentele. Devo dire che il comandante della locale stazione dei carabinieri ha un buon rapporto con il rifugio e ci ha offerto di usare il loro bagno. Il Comune di Oulx, di destra, invece, non è affatto disponibile a venire incontro alle esigenze dei migranti, nemmeno quando si tratta di donne incinta e bambini piccoli. Tra i volontari però c’è anche gente di Oulx, o della zona, che coordinano per esempio la raccolta dei vestiti e i turni. Che cosa ti ha dato e ti sta dando questa esperienza? Il primo impatto è stato forte: entrare in contatto diretto con persone che raccontano il loro viaggio e le loro sofferenze mi ha messo davanti una realtà molto crudele e provocata da scelte politiche precise (respingimenti, accordi con la Libia e la Tunisia eccetera). Mi ha aiutato sentirmi parte di una comunità solidale costituita da gente della mia età e da giovani molto attivi, di diverse parti d’Italia e di altri Paesi, soprattutto europei, che mi hanno dato speranza nel futuro per il loro atteggiamento aperto e positivo nonostante il mondo vada in una direzione violenta e distruttiva. Mi sento utile e vedo subito i risultati del mio impegno e questo mi dà la carica e l’energia per continuare la mia presenza al rifugio. Sentire l’umanità che ci lega al di là delle differenze è un’esperienza arricchente, che consiglio anche come percorso educativo per mettersi nei panni di chi è meno fortunato di noi. Per maggiori informazioni visitare il sito della Fondazione Talità Kum.               Anna Polo
July 21, 2026
Pressenza
BiblioSocialArena (settima e ottava settimana) 24-25-31 luglio-1 agosto 2026
Settima e ottava settimana di programmazione estiva per la 33esima estate re-esistente, cultura – socialità – ambiente. BiblioSocialArena (03 luglio – 01 agosto) nell’ambito del progetto “La biblioteca sociale …oltre il giardino !” con una rassegna di film e libri tematici. Da questa settimana sospendiamo le proiezioni pomeridiane, perchè il proiettore della saletta non è … Leggi tutto "BiblioSocialArena (settima e ottava settimana) 24-25-31 luglio-1 agosto 2026"
July 21, 2026
Casale Podere Rosa
Bologna: migliaia di persone partono in corteo dal presidio per Abderrahim Fakir. Cariche e scontri sotto la Prefettura
Per i due agenti di polizia che hanno ucciso Abderrahim Fakir, domenica a Bologna, è scattato lo scudo penale introdotto dal pacchetto sicurezza del governo Meloni. La Procura del capoluogo emiliano ha attivato verifiche sui due poliziotti e sui quattro operatori del 118 che hanno assistito all’ammanettamento e al soffocamento del 42enne: anziché nel “registro degli indagati”, il fascicolo è stato aperto con il “modello 45 bis”, quindi i nomi dei due poliziotti e i quattro sanitari sono nel percorso accelerato che entro trenta giorni (prorogabili a 120 perché ci saranno le richieste di perizie tecniche) potrebbe portare all’archiviazione del caso. Da Radio Onda d’Urto Ieri sera a Bologna sono scese in piazza migliaia di persone per chiedere verità e giustizia, contro le violenze e gli abusi in divisa. Dal presidio in piazza Nettuno (lanciato anche dalle istituzioni) alle ore 19, migliaia di persone sono partite in un corteo spontaneo verso la Prefettura, che era blindata da reparti celere: ci sono stati numerosi cori e slogan. Nel corso della serata poi ci sono state barricate e scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni sui manifestanti. Anche dopo il corteo la polizia, secondo le testimonianze raccolte, ha inseguito le persone per le vie di Bologna ed effettuato diversi fermi: nelle prime ore della mattina di martedì non è ancora chiaro quante persone sono state fermate, se e quanti sono gli arresti, né il numero delle persone ferite dalle manganellate della polizia. Alle 22 è iniziato lo sciopero  di 24 ore all’Interporto di Bologna convocato da Si Cobas, nel luogo dove Abderrahim lavorava. Stasera, martedì 21 luglio, a Brescia appuntamento alle ore 19.30 in piazza Rovetta/Largo Formentone lanciato da Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca. Anche a Milano è stato lanciato un presidio, appuntamento alle ore 18 davanti alla Prefettura. Il racconto della serata da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna. Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex  Garante nazionale delle persone private della libertà personale. 
FAO: il rapporto SOFI 2026
A dimostrazione che i progressi sono possibili, nel 2025 la fame nel mondo è diminuita per il terzo anno consecutivo. Tuttavia, i miglioramenti restano fragili, distribuiti in modo disomogeneo e insufficienti per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030. L’edizione 2026 del rapporto pubblicato da cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite esamina anche il costo di una dieta sana. Il secondo il rapporto Lo stato della sicurezza alimentare e della nutrizione nel mondo (SOFI) 2026 evidenzia che, a conferma di un miglioramento costante, seppur lento, l’anno scorso ha sofferto la fame il 7,8 % della popolazione mondiale, in calo rispetto all’8,1 % del 2024 e all’8,6 % del 2022. Ciò significa che nel 2025 hanno sofferto la fame circa 645 milioni di persone, quasi 14 milioni in meno rispetto al 2024 e 43 milioni in meno rispetto al 2022. Nonostante i progressi globali, rimane disomogenea la situazione tra le regioni. L’Asia, insieme all’America Latina e ai Caraibi, ha registrato miglioramenti costanti negli ultimi anni. L’Africa, al contrario, conta oggi circa 309 milioni di persone che soffrono la fame, rispetto ai 292 milioni dell’Asia. Sebbene la precedente tendenza al rialzo registrata in Africa stia iniziando a stabilizzarsi – con la quota della popolazione che soffre la fame scesa dal 20,3 % del 2024 al 20,0 % del 2025 – il continente conta ora il numero più elevato di persone affamate in termini assoluti, in un contesto di rapida crescita demografica. Le misure più ampie dell’accesso al cibo delineano un quadro analogo. Nel 2025, circa il 25,8 % della popolazione mondiale (circa 2,1 miliardi di persone) ha vissuto in condizioni di insicurezza alimentare moderata o grave, il che significa che in alcuni casi è stata costretta a scendere a compromessi sulla qualità o sulla quantità del cibo consumato. Si tratta di un calo rispetto al 27,1 % del 2024 e al 28,7 % del 2020 – pari a quasi 86 milioni di persone in meno rispetto al 2024 e a 135 milioni in meno rispetto al 2020 – anche se il dato resta superiore ai livelli pre-pandemia. Le disparità regionali restano marcate. Nel 2025 oltre la metà della popolazione africana (56,6 %) ha affrontato un’insicurezza alimentare moderata o grave, rispetto al 20,3 percento in Asia, al 22,9 percento in America Latina e nei Caraibi e all’8,7 percento in America settentrionale e in Europa. L’insicurezza alimentare continua inoltre a essere più diffusa nelle aree rurali rispetto alle aree periurbane e urbane, mentre le donne restano colpite in misura sproporzionata, sebbene il divario di genere si sia leggermente ridotto nel 2025. Le proiezioni sulla fame nel contesto del conflitto in Medio Oriente Il rapporto annuale offre inoltre proiezioni aggiornate sulla fame per i prossimi cinque anni alla luce del conflitto in Medio Oriente. A seconda della durata dell’impatto della crisi sull’inflazione alimentare – alimentata dall’aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti – circa 510-520 milioni di persone potrebbero ancora soffrire la fame nel 2030 (rispetto alla proiezione più bassa di 503 milioni nello scenario pre-conflitto), con una riduzione prevista del 20 % del numero globale di persone denutrite. Tuttavia, altri potenziali fattori di perturbazione, tra cui gli effetti di eventi meteorologici estremi come El Niño nel 2026 e nel 2027, non sono considerati in queste proiezioni e potrebbero aggravarne ulteriormente gli effetti. Gli autori congiunti del rapporto – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) – avvertono che il conflitto in Medio Oriente del 2026, insieme agli eventi meteorologici estremi e alle riduzioni dell’aiuto pubblico allo sviluppo e dei finanziamenti umanitari, rischia di compromettere i progressi compiuti verso l’eliminazione della fame nel mondo. Progressi lenti sugli obiettivi nutrizionali globali Il rapporto evidenzia che anche i progressi globali in materia di nutrizione materna e infantile restano insufficienti per rispettare gli impegni internazionali, compresi gli obiettivi nutrizionali al 2030. Indicatori quali l’arresto della crescita, il deperimento e il sovrappeso infantili, il basso peso alla nascita e l’allattamento esclusivo al seno mostrano solo miglioramenti marginali e i progressi sono troppo lenti per raggiungere i target. Allo stesso tempo, tra le donne di età compresa tra i 15 e i 49 anni è in peggioramento l’anemia, mentre la prevalenza dell’obesità tra gli adulti mostra un aumento costante – dal 12,1 % del 2012 al 16,2 % del 2024 – in contrasto con l’obiettivo di arrestarne la crescita entro il 2025. A livello mondiale, solo il 30,8 % dei bambini tra i 6 e i 23 mesi consuma una dieta minimamente diversificata, e  ancora 150 milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di arresto della crescita. Anche in questo caso i progressi variano notevolmente tra le regioni. La prevalenza dell’arresto della crescita infantile è in calo in Africa e in Asia è in linea con l’obiettivo del 2030, mentre i tassi di allattamento esclusivo al seno migliorano in tutte le regioni per le quali sono disponibili dati. Tuttavia, in quasi tutte le regioni si registrano divari crescenti nella lotta contro l’anemia tra le donne, mentre il sovrappeso infantile è in rapido aumento in Oceania. Il costo di una dieta sana L’edizione di quest’anno del rapporto SOFI approfondisce il costo di una dieta sana, ovvero la spesa minima media necessaria per procurarsi alimenti disponibili a livello locale in grado di soddisfare il fabbisogno energetico e la maggior parte dei fabbisogni di nutrienti. Secondo la FAO e l’OMS, una dieta sana è una dieta adeguata, equilibrata, varia e moderata. Il rapporto sottolinea che i costi restano un ostacolo importante al raggiungimento dell’OSS 2 (Fame Zero), sebbene la sola riduzione di tali costi non sia sufficiente a migliorare la qualità dell’alimentazione e i risultati nutrizionali. Nel 2025 il costo medio globale di una dieta sana è salito a 4,28 dollari a parità di potere d’acquisto (PPA) a persona al giorno, rispetto ai 3,44 dollari PPA del 2021 e ai 2,94 dollari PPA del 2017, con i livelli più elevati registrati in America Latina e nei Caraibi (4,91 dollari PPA). Allo stesso tempo, il numero di persone che non possono permettersi una dieta sana è diminuito, passando da 2,97 miliardi (37,4 % della popolazione mondiale) nel 2021 a 2,69 miliardi (32,7 %) nel 2025. Questa tendenza nasconde tuttavia notevoli disparità regionali. In Africa l’accessibilità economica è peggiorata in modo marcato: nel 2025 il 66,6 % della popolazione non poteva permettersi una dieta sana, oltre il doppio dei livelli osservati in Asia e in America Latina e nei Caraibi. I costi di una dieta sana variano ampiamente tra le regioni a causa delle differenze strutturali dei sistemi agroalimentari. Gli alimenti di origine animale, la frutta e la verdura rappresentano la quota maggiore dei costi, mentre gli alimenti amidacei di base incidono in misura relativamente modesta. Gli alimenti di origine animale costituiscono la principale voce di costo di una dieta sana in Africa, mentre in America Latina e nei Caraibi la quota maggiore è rappresentata dalle verdure. Le filiere alimentari sono un fattore determinante dei prezzi. Le attività a valle della produzione agricola rappresentano dal 70 al 75 % di quanto pagato dai consumatori, e fino al 40 % dei costi totali deriva da trasformazione, logistica e commercio all’ingrosso. Migliorare l’efficienza di questi segmenti è quindi fondamentale, in particolare per ridurre il costo degli alimenti deperibili e ricchi di nutrienti. Ridurre il costo di una dieta sana richiede risposte politiche specifiche per ciascun contesto, in grado di ampliare l’offerta di alimenti nutrienti e ridurre al contempo i costi strutturali lungo le filiere agroalimentari. Ciò comprende investimenti in infrastrutture, ricerca e sviluppo, irrigazione e catene del freddo, insieme a riforme dei sussidi, alla facilitazione del commercio e all’adeguamento dei quadri normativi. Interventi mirati che aumentino la produttività, riducano le perdite e promuovano pratiche sostenibili possono al tempo stesso migliorare i risultati nutrizionali, rafforzare la resilienza e sostenere gli obiettivi climatici. “Il lavoro che ci attende da qui al 2030 è immenso. Tuttavia, un mondo in cui una dieta sana non sia più fuori dalla portata di quasi una persona su tre è un mondo che vale la pena costruire”, afferma il rapporto. «Il rapporto dimostra che i progressi sono possibili, ma dobbiamo accelerare – ha commentato il Direttore Generale della FAO, Qu Dongyu – Porre fine alla fame e rendere le diete sane accessibili richiede impegno politico, investimenti costanti e politiche abilitanti. Le crisi recenti, dalle calamità naturali come la pandemia di COVID-19 ai disastri causati dall’uomo, come i focolai di conflitto, la guerra in Ucraina, la crisi di Gaza e l’interruzione del traffico nello Stretto di Hormuz, hanno dimostrato sia la resilienza dei sistemi agroalimentari, sia la necessità di rafforzarli ulteriormente per servire al meglio le persone, gli agricoltori e i consumatori più vulnerabili al mondo». «Il SOFI ci dice che il costo di una dieta sana continua a crescere e che quasi 2,7 miliardi di persone potrebbero ancora non poterselo permettere – ha osservato il Presidente dell’IFAD, Alvaro Lario – Filiere resilienti devono essere parte centrale della risposta. Il nostro compito ora è trasformare in investimenti le evidenze fornite dal SOFI, e farlo attraverso il partenariato. Insieme, possiamo costruire le filiere, i sistemi di mercato e le economie rurali che rendono il cibo sano accessibile a tutti». «Ogni bambino merita la possibilità di crescere e sviluppare appieno il proprio potenziale, e tutto questo comincia con l’accesso a un’alimentazione nutriente e accessibile – ha dichiarato la Direttrice Esecutiva dell’UNICEF, Catherine Russell – Questo rapporto è un severo promemoria del fatto che i sistemi alimentari non riescono a proteggere milioni di bambini e famiglie. Alimentazione, salute, istruzione e protezione sociale devono procedere insieme per proteggere i bambini e le donne più vulnerabili dagli shock globali». «Dietro ogni numero di questo rapporto c’è una famiglia che fa i conti con il costo del cibo – ha dichiarato il Direttore Esecutivo ad interim del PAM, Carl Skau – I conflitti e gli shock climatici li allontanano ulteriormente dalle loro possibilità. Dobbiamo continuare a lavorare con le agenzie partner, i governi e le comunità per costruire sistemi alimentari capaci di resistere agli shock, affinché le famiglie possano permettersi diete nutrienti anche in tempi di crisi. Servono ora investimenti costanti, all’altezza della portata della sfida». «Pur accogliendo con favore i chiari progressi compiuti nella riduzione della fame, una dieta sana resta ancora fuori dalla portata di una persona su tre nel mondo – ha concluso il Direttore Generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus – L’obesità è in aumento e i progressi in materia di nutrizione materno-infantile stanno rallentando. Ma sappiamo cosa funziona: politiche che rendano il cibo sano la scelta più semplice, la promozione dell’allattamento al seno, l’etichettatura sulA fronte della confezione, la tassazione dei prodotti dannosi per la salute e la protezione dei bambini dal marketing nocivo. Le diete sane non sono un lusso: sono il fondamento della salute e devono essere alla portata di tutti». https://openknowledge.fao.org/items/7eb22402-860f-4212-922f-55941aed4a27 Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Diffida con richiesta di rettifica di ENI e chiarimenti di ReCommon in merito alle affermazioni relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG diffuse tramite canali social e il report “Fiamme nascoste”
In data 14 luglio 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida e messa in mora” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.p.A., con “richiesta di rettifica di affermazioni non veritiere e/o fuorvianti relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG (Mozambico) diffuse tramite i canali social e il report ‘Fiamme nascoste’”. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): 1. PREMESSA IN FATTO+ [ENI] 1.1. In data 01 Luglio 2026, sui profili social ufficiali (Instagram e altri canali) di ReCommon (di seguito “ReCommon” o “l’Associazione”) sono stati pubblicati una serie di contenuti, nell’ambito di una campagna di comunicazione, recanti tra l’altro le seguenti affermazioni: «ENI in Mozambico distribuisce fornelli mentre ‘brucia’ gas»; «ENI brucia il gas del Mozambico, mentre distribuisce fornelli»; nonché l’affermazione secondo cui, tra giugno e dicembre 2022, le operazioni di flaring avrebbero comportato lo spreco di 435.000 metri cubi di gas, pari a circa il 40% del fabbisogno annuo del Mozambico, e l’affermazione secondo cui, del gas prodotto e liquefatto presso l’impianto Coral South FLNG, nessuna quota sarebbe utilizzata in Mozambico (di seguito, congiuntamente, i “Contenuti”). 1.2. I Contenuti richiamano espressamente il report pubblicato da ReCommon nel marzo 2025, dal titolo “Fiamme nascoste – Il flaring di Eni in Mozambico” (di seguito il “Report”), e sono stati diffusi in stretta connessione temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone. 1.3. Nei Contenuti si lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di cleancooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Il report ‘Fiamme nascoste: Gli impatti del flaring legato al progetto Coral South FLNG di ENI in Mozambico’ – come affermato anche nella premessa in fatto della diffida e messa in mora pervenuta da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A. – è uscito a marzo 2025, più precisamente in data 26 marzo. I suoi contenuti hanno quindi destato l’attenzione della società 475 giorni, o, in maniera più didascalica, 1 anno, 3 mesi e 18 giorni dopo la pubblicazione. Da allora, il tema del flaring derivante dall’operatività dell’impianto Coral South FLNG, nonché quello delle associate emissioni, è stato pubblicamente affrontato da ReCommon in numerose altre occasioni senza destare l’interesse di ENI S.p.A.[1]. Dal testo della diffida e messa in mora si evince che i contenuti avrebbero destato l’attenzione della società solo dopo un tale lasso di tempo perché condivisi nuovamente in concomitanza “temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone”, iniziativa per cui la stessa ReCommon ha riconosciuto che “riducono le emissioni” e “fanno risparmiare emissioni”. Nella diffida e messa in mora di ENI si afferma che ReCommon “lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di clean cooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti”.  Partendo dal contesto, diversamente da quanto sostenuto da ENI, le iniziative, o, per meglio dire, gli interventi in esame (l’iniziativa di clean cooking e le operazioni di flaring), sono entrambi ubicati in Mozambico. Come si può leggere dal sito istituzionale di ENI, la società opera “in Mozambico principalmente nel settore del gas naturale, dell’esplorazione offshore e di progetti legati ai biocarburanti e alla sostenibilità. Con il progetto per l’estrazione di gas Coral South, avviato dopo soli cinque anni dall’approvazione, il Paese assume un ruolo di primo piano a livello globale nella liquefazione del gas naturale (GNL). In linea con la nostra strategia, stiamo sviluppando anche Rovuma LNG e Coral North, iniziative chiave che valorizzano le ingenti risorse di gas del Mozambico e rafforzano il suo ruolo di attore globale nel GNL, contribuendo alla sicurezza energetica. La produzione di olio vegetale nel Paese integra le attività agricole locali nella filiera dei biocarburanti, contribuendo allo sviluppo economico e alla sostenibilità. Alle attività operative, affianchiamo iniziative per la crescita sostenibile, promuovendof ormazione e occupazione locale, progetti agricoli e interventi in infrastrutture, salute e istruzione, che contribuiscono a coniugare sicurezza energetica e sviluppo socio-economico. In particolare, con il Programma Clean Cooking promuoviamo l’accesso a soluzioni di cottura più efficienti, contribuendo alla transizione energetica”[2]. Nello stesso contesto, quello mozambicano, si affiancano quindi operazioni di esplorazione, trasformazione ed esportazione di gas a iniziative di “crescita sostenibile”, tra cui il Programma Clean Cooking. ENI S.p.A. inserisce quest’ultimo Programma Clean Cooking tra le “Carbon offset solutions”[3], e “permette ad Eni di generare crediti di carbonio utilizzati in linea con la strategia Net-Zero aziendale, che prevede il raggiungimento della neutralità carbonica al 2050 attraverso la riduzione delle emissioni (scope 1, 2 e 3) e la compensazione delle emissioni residue tramite iniziative di carbon offset di alta qualità”[4]. A differenza del report ‘Fiamme nascoste’ a cura di ReCommon, la cui accuratezza dei dati in materia di emissioni associate alle operazioni di flaring, quantità degli episodi e rilevanza di questi non è stata finora contestata da ENI S.p.A., nei report di sostenibilità di ENI non è quantificata la riduzione delle “emissioni associate alla combustione”[5] derivante dal Programma Clean Cooking, ancor meno la quota riguardante il Mozambico. Ciò nonostante, la società afferma che “il programma “Eni for Clean Cooking” rientra tra le soluzioni tecnologiche applicate come leva di compensazione delle emissioni residue”[6]. Al contrario, i dati riguardanti le emissioni associate al progetto Coral South FLNG, e in particolare quelle associate alle operazioni di flaring, sono verificabili su fonti aperte – come si vedrà più avanti. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.recommon.org/assemblea-degli-azionisti-di-eni-il-gas-mozambicano-non-serve-per-la-sicurezza-energetica-italiana/; https://www.recommon.org/perche-gli-istituti-finanziari-dovrebbero-lasciar-perdere-il-progetto-coral-north-flng-di-eni/; https://www.recommon.org/mozambico-gas-ed-eni-tutte-le-incognite-di-coral-north-flng/; https://www.recommon.org/il-nuovo-progetto-di-eni-in-mozambico-fortemente-criticato-dagli-esperti-delle-nazioni-unite-sui-diritti-umani/. [2]https://www.eni.com/it-IT/azioni/attivita-mondo/mozambico.html [3]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/sustainability/2024/Eni-in-Mozambique-2024.pdf (pag. 16) [4]https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2024/05/eni-rilancia-impegno-promozione-sistemi-cottura-migliorati.html [5]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/sostenibilita/2025/eni-for-2025-just-transition-ita.pdf [6]Ibidem -------------------------------------------------------------------------------- 2. LA POSIZIONE DI ENI: INESATTEZZA E CARATTERE FUORVIANTE DEI CONTENUTI+ [ENI] Eni contesta radicalmente la ricostruzione dei fatti offerta nei Contenuti, per le ragioni che seguono. 2.1. Sulla natura del flaring. Il flaring costituisce una prassi industriale necessaria per la sicurezza delle attività di estrazione e produzione di idrocarburi, riconosciuta e disciplinata dagli standard internazionali di settore, e non un’anomalia gestionale né, tantomeno, una condotta deliberatamente lesiva dell’ambiente. Gli standard internazionali distinguono infatti tra: (a) routine flaring, ossia la combustione controllata e continuativa del gas associato all’estrazione, effettuata in assenza di infrastrutture idonee al suo sfruttamento – tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG; (b) non-routine flaring, riconducibile a eventi operativi straordinari quali l’avviamento (commissioning) o il riavvio dell’impianto, di carattere occasionale, temporaneo e non pianificato; (c) safetyflaring, misura di sicurezza volta a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenzadi eventi imprevisti. Presentando, come ha fatto ReCommon nel suo Report, indistintamente ogni episodio di flaring quale “spreco” ovvero quale prassi ordinaria e deliberata, i Contenuti ingenerano nel pubblico una rappresentazione errata e fuorviante della realtà tecnica e operativa dell’impianto. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Innanzitutto ReCommon tiene a precisare che in nessun testo prodotto dall’associazione è presente l’affermazione che l’attività di flaring di ENI S.p.A. sarebbe condotta in maniera “deliberatamente lesiva dell’ambiente”. L’attività di flaring, qualsiasi azienda la pratichi, deliberatamente o meno, è intrinsecamente lesiva dell’ambiente e del clima, come riportato anche dal Global Gas Flaring Tracker Report[1], iniziativa della Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR) a cura della Banca Mondiale, di cui ENI S.p.A. è partner, donor e supporter[2]. ENI S.p.A. afferma che la sua attività di flaring non sarebbe associabile al routine flaring – affermazione anche questa mai riportata da ReCommon –, “tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG”. Se ne può quindi desumere che la sua attività di flaring associata all’impianto Coral South FLNG sia associabile al non-routine flaring e al safety flaring. Come riportato nel report ‘Fiamme Nascoste’, gli investitori coreani chiesero conto del calo del 22% della produzione di Coral South FLNG avvenuto a gennaio 2024. «Due guasti agli impianti hanno intaccato la produzione di gennaio, le cause sono ancora da identificare», avevano affermano i manager di ENI S.p.A. Il 13 gennaio 2024, infatti, il flaring a bordo della piattaforma Coral South FLNG aveva raggiunto un picco significativo. Tanto premesso, ENI S.p.A. intende affermare che, almeno fino al 13 gennaio 2024, oltre agli episodi di non-routine flaring, ci siano stati anche episodi di safety flaring volti “a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenza di eventi imprevisti”, trovandoci quindi dinanzi a un malfunzionamento di Coral South FLNG? ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a quest’ultima domanda ed ogni altra informazione relativa all’operatività dell’impianto Coral South FLNG, comprensiva dei dettagli su ogni episodio di flaring dall’entrata in funzione del progetto fino a oggi. -------------------------------------------------------------------------------- [1]“[…] emissions of carbon dioxide, unburned methane, and other air quality pollutants that are harmful to local communities and the global climate”. https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/original/Global-Gas-FlaringTracker-June-23-2026.pdf(pag. 28) [2]https://www.worldbank.org/en/programs/gasflaringreduction/Partners -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.2. Sulla conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale. Le emissioni dell’impianto Coral South FLNG sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle competenti Autorità mozambicane. L’impianto presenta performance produttive stabili e rappresenta un benchmark di settore in termini di “zero operational flaring” a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta  di ReCommon Per quanto concerne la presunta “conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale”, preme ricordare che la VIA del progetto considerava le emissioni come “trascurabili” in comparazione a quelle complessive del Mozambico, con una stima di 150.000 tonnellate di CO2e all’anno[1]. Tuttavia, secondo il dataset 2012-2025 sui volumi di flaring prodotto dalla già menzionata Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR)[2], tra il 2022 – anno della sua entrata in funzione – e il 2025, Coral South FLNG ha bruciato in torcia 1.350.000 metri cubi di gas, equivalenti a circa 3.103.000 tCO2e[3]. Scorporando il dato complessivo per ogni singolo anno si ricavano i seguenti dati emissivi: * 2022 → 789.000 m3 di gas = 1.815.080 tCO2e ca. * 2023 → 381.000 m3 di gas = 876.540 tCO2e ca. * 2024 → 125.000 m3 di gas = 287.500 tCO2e ca. * 2025 →   54.000 m3 di gas = 124.300 tCO2e ca. ENI S.p.A. riporta inoltre che le emissioni scope 1 e scope 2 associate all’operatività dell’impianto Coral South FLNG per l’anno 2025 – comprensive quindi di quelle derivanti dalle operazioni di flaring – corrispondono a 1.052.000 tCO2e[4].  Alla luce dei nostri calcoli (ma siamo disponibili a pubblicare le eventuali differenti informazioni della società sul punto), si può quindi affermare che non ci sia conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale dell’impianto Coral South FLNG.  Preme inoltre ricordare che in data 19 marzo 2026 esperti delle Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno di Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico[5]. Il progetto è, di fatto, la replica di Coral South FLNG. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno commentato gli esperti delle Nazioni Unite.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web ogni informazione che ENI vorrà comunicare sul tema e, in particolare, i documenti prodotti tra il 2022 e il 2024 da ENI S.p.A. contenenti le informazioni relative alle emissioni scope 1 e scope 2 dell’impianto Coral South FLNG, che andrebbero a completare la serie storica conclusa con il documento del 31 marzo 2026[6]. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://stopmozgas.org/wp-content/uploads/2022/04/Assessment_EIA-ENI-CORAL-FLNG-2016.03.31_EIS_Volume_II_Final_Report.pdf [2]https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/related/Flare-Volume-Estimates-by-individual-Flare-Location-2012-2025.xlsx [3]La metodologia di stima delle emissioni da gas flaring e monitoraggio dei volumi si basa sui criteri tecnici definiti in: World Bank, Monitoring & Reporting Guidelines for Flare Reduction CDM Project Activities (https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/830941468149112351). [4]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf [5]https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/03/mozambique-un-experts-concerned-african-development-bank-funding-floating [6]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.3. Sugli episodi di flaring documentati nel Report. Gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono, per la quota preponderante, alla fase di avviamento (commissioning) dell’impianto Coral South, verificatasi nel corso del 2022, e non riflettono pertanto le performance operative attuali dell’impianto. Nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale. La rappresentazione fotografica e i dati riportati nel Report di ReCommon, riferiti a specifici e limitati episodi, non sono rappresentativi del funzionamento dell’impianto nella restante parte dell’anno, né distinguono adeguatamente tra la fase di messa in servizio dell’impianto e la fase di funzionamento a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon In risposta alle domande poste da ReCommon prima dell’assemblea degli azionisti del 2025 di ENI S.p.A. in merito agli episodi di flaring dell’impianto Coral South FLNG, la società rispose che “dal 24 gennaio 2024 al 4 maggio 2025, sono avvenuti solo 9 episodi di riavvio dell’impianto”[1]. In occasione dell’assemblea degli azionisti di ENI S.p.A. tenutasi il 6 maggio 2026, alla medesima domanda posta da ReCommon la società ha risposto che “dal 24 gennaio 2024 ad oggi, sono avvenuti meno di 9 episodi all’anno di riavvio dell’impianto”[2]. Nel testo della “diffida e messa in mora” inviata da ENI S.p.A. a ReCommon in data 14 luglio 2026, la società asserisce che “nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale”. Tenendo conto di tutte le informazioni fornite, sorge spontanea una domanda di chiarimento: ENI S.p.A. sta quindi asserendo che dal 24 gennaio al 31 dicembre 2024 sono avvenuti solo due (2) episodi di flaring, gli altri sette (7) nel corso del 2025, e nessuno (0) nel 2026? Inoltre, se la risposta pre-assembleare del 2025 attestava 9 episodi di flaring, cosa significa la risposta dell’anno successivo “meno di 9”, riferita a un lasso temporale la cui data iniziale rimane sempre il 24 gennaio 2024? Anche in questo caso ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a queste precise domande. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2025/QA-Assemblea-2025.pdf [2]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2026/qa-assemblea-2026.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.4. Sull’affermazione relativa alla destinazione del gas prodotto. L’affermazione presente nei Contenuti, secondo cui “di tutto il gas prodotto e liquefatto presso Coral South FLNG, neanche un metro cubo viene usato in Mozambico”, appare fuorviante in quanto sovrappone impropriamente due piani distinti: quello della destinazione fisica del gas esportato sotto forma di GNL, e quello del beneficio economico che il progetto genera per il Mozambico. Sotto il primo profilo, il progetto Coral South FLNG nasce, per sua stessa natura progettuale, come impianto di liquefazione offshore destinato all’esportazione verso i mercati internazionali, in assenza – allo stato – di un’infrastruttura di rigassificazione e di una rete di distribuzione del gas naturale sul territorio mozambicano idonee ad assorbire e utilizzare internamente il GNL prodotto. Tale caratteristica è comune alla generalità dei progetti FLNG realizzati in contesti analoghi e riflette vincoli infrastrutturali del Mozambico preesistenti allo sviluppo del progetto stesso, piuttosto che una scelta della Società volta a sottrarre risorse al Paese. Sotto il secondo profilo, il progetto genera per il Mozambico un beneficio economico rilevante e documentabile, che l’affermazione contestata omette integralmente di considerare: i benefici economici diretti per il paese (Royalties e Profit Gas) derivanti dal contratto per lo sfruttamento delle risorse di gas (ad oggi circa 320 milioni di dollari) hanno contribuito ad alimentare il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023; il progetto Coral South è stato inoltre indicato, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, come fattore che ha concorso in modo sostanziale alla crescita del Prodotto Interno Lordo del Mozambico nel 2023. A ciò si aggiungono le ricadute occupazionali e di sviluppo del tessuto imprenditoriale locale (oltre 100 contratti assegnati ad aziende mozambicane, oltre 120 PMI formate, oltre 700 borse di studio erogate, creazione di oltre 1400 posti di lavoro diretti e indiretti), nonché le iniziative di sviluppo sociale realizzate nelle aree di operatività, che nel loro complesso restituiscono un quadro del tutto diverso da quello, parziale e decontestualizzato, offerto dall’affermazione contestata. Anche a prescindere da tali elementi, l’affermazione secondo cui “neanche un metro cubo” di gas sarebbe utilizzato in Mozambico è presentata nei Contenuti come dato assoluto, privo di qualificazioni e senza alcun richiamo al contesto sopra descritto, così da ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che il progetto non offra alcun beneficio, diretto o indiretto, al Paese ospitante.   -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon ReCommon tiene a precisare di non aver sovrapposto impropriamente alcun piano distinto, attenendosi – come facilmente riscontrabile nei cosiddetti “Contenuti” del report ‘Fiamme nascoste – alla dimensione della produzione ed esportazione/importazione di gas, senza menzionare la più ampia dimensione economica associata alla presenza di ENI S.p.A. in Mozambico.  Avendo ENI S.p.A. menzionato “il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023”, ReCommon coglie l’occasione per chiedere alla società se possa condividere gli sviluppi giudiziari relativi alla presunta sparizione e/o utilizzo improprio di 33,65 milioni di dollari del Fondo Sovrano, denunciati da varie organizzazioni della società civile mozambicana, a partire dal Centro de Integridade Pùblica[1]. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.5. Sull’accostamento tra il Report e l’iniziativa di clean cooking L’accostamento operato nei Contenuti tra episodi di flaring risalenti in gran parte al 2022 e un’iniziativa avente, tra gli altri, risvolti di carattere sociale e ambientale di recente comunicazione appare privo di reale attinenza cronologica e argomentativa, ed è idoneo a ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che si tratti di fenomeni contestuali e reciprocamente compensativi, gettando discredito su un’iniziativa di cui ha effettivamente beneficiato circa un milione di persone in Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Si veda la risposta alle Premesse e al punto 2.2.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web le informazioni prodotte da ENI S.p.A. relative alla riduzione delle “emissioni associate alla combustione” derivanti dal Programma Clean Cooking, in particolare la quota riguardante il Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.cipmoz.org/wp-content/uploads/2025/10/UMA-CRONOLOGIA-DO-DESVIO-ANUNCIADO-DO-FUNDO-SOBERANO-DE-MOCAMBIQUE-1.pdf -------------------------------------------------------------------------------- 3. QUALIFICAZIONE GIURIDICA DELLA CONDOTTA+ [ENI] 3.1. Le condotte sopra descritte, per le modalità con cui sono state poste in essere – diffusione pubblica, tramite canali social a larga diffusione, di affermazioni non veritiere, decontestualizzate e/o fuorvianti, idonee ad essere percepite dal pubblico come dati di fatto oggettivi e attuali, in assenza delle necessarie precisazioni tecniche e temporali – sono suscettibili di arrecare pregiudizio alla reputazione commerciale e all’immagine di Eni, come peraltro dimostrato dalle richieste di chiarimento pervenute da diversi stakeholder a seguito della pubblicazione del Report. 3.2. Tali condotte, ove reiterate o non tempestivamente rettificate, sono suscettibili di integrare gli estremi dell’illecito aquiliano ex art. 2043 c.c., per lesione del diritto all’immagine e alla reputazione economica della Società, oltre a poter rilevare, a seconda delle circostanze, sotto ulteriori profili di responsabilità che la Società si riserva sin d’ora di valutare e di far valere nelle competenti sedi. Tutto ciò premesso, con la presente Eni, senza alcuna rinuncia rispetto a ogni diritto e azione ulteriore che riterrà di esercitare a tutela dei propri interessi, diffida (vedi sotto contenuto della diffida) -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Alla luce di quanto sopra precisato ReCommon respinge motivatamente le accuse formulate nella diffida e dichiara di essere disponibile ad offrire ai propri lettori ulteriori precisazioni tecniche e temporali sui temi in esame alla luce degli ulteriori chiarimenti ed informazioni che la società vorrà fornire. Nel contempo, ReCommon auspica che le affermazioni contenute nella diffida di ENI S.p.A. non siano ostative al dialogo tra ReCommon e gli stakeholder della società, rientrando nel normale confronto democratico e, come tale, non suscettibile di essere soppresso ovvero di subire limitazioni. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ codesta spett.le Associazione ReCommon a: 1) cessare immediatamente la diffusione, tramite i propri canali social e ogni altro mezzo di comunicazione, dei Contenuti, nella parte in cui presentano gli episodi di flaring relativi all’impianto Coral South FLNG quale fenomeno attuale, ordinario e deliberato, senza le doverose e corrette precisazioni circa la loro natura tecnica, la loro collocazione temporale (segnatamente, la fase di commissioning del 2022) e la loro conformità alla normativa e alla Valutazione di Impatto Ambientale applicabile; 2) pubblicare, sui medesimi canali social sui quali sono stati diffusi i Contenuti e con analoga evidenza e durata, entro e non oltre 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, una rettifica/precisazione che dia atto: (i) della distinzione tra routine, non-routine e safetyflaring, e del fatto che l’impianto Coral South FLNG non pratica routine flaring; (ii) del fatto che gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono principalmente alla fase di avviamento dell’impianto (2022) e non riflettono le performance operative attuali dell’impianto, il quale presenta “zero operationalflaring” a regime; (iii) del fatto che le emissioni dell’impianto sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle Autorità competenti;  3) astenersi, in futuro, dal diffondere affermazioni prive di adeguato riscontro fattuale e non correttamente contestualizzate in merito alle attività di Eni in Mozambico. Si precisa che, in un’ottica di leale e trasparente confronto sul merito delle questioni ambientali sollevate – che Eni non intende in alcun modo sottrarre al dibattito pubblico – la presente diffida non contiene alcuna richiesta di risarcimento del danno, fermo restando che la Società si riserva ogni più ampia facoltà ivi, comprese le iniziative giudiziarie a tutela dei propri diritti, ove le condotte sopra descritte dovessero proseguire o essere reiterate. Si resta in attesa di cortese riscontro entro il medesimo termine di 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, decorso inutilmente il quale la Società si riterrà libera di agire atutela dei propri diritti e interessi nelle sedi opportune, senza ulteriore preavviso. La presente vale quale messa in mora e atto interruttivo di ogni termine di prescrizione e/o decadenza a tutti gli effetti di legge. -------------------------------------------------------------------------------- ReCommon esprime preoccupazione per il ricorso alla diffida – l’ennesima in pochi mesi ricevuta da ENI- come strumento volto a scoraggiare la pubblicazione di informazioni di pubblico interesse. Tale pratica, nota a livello internazionale come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), è oggetto di specifica attenzione da parte delle istituzioni europee, che con la Direttiva (UE) 2024/1069 hanno introdotto misure di protezione per i soggetti — giornalisti, ricercatori, organizzazioni della società civile — esposti ad azioni legali abusive finalizzate a silenziarne l’attività. ReCommon si riserva di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente, inclusi quelli introdotti dalla suddetta Direttiva, qualora la società dovesse proseguire con azioni prive di fondamento. In ogni caso ReCommon considera l’atteggiamento tenuto dall’azienda negli ultimi due anni come lesivo del ruolo, dell’attività e della reputazione dell’associazione e si riserva il diritto di agire nelle sedi competenti. Per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, si ribadisce la disponibilità a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
July 21, 2026
ReCommon
A volte dal Parlamento arriva anche qualche buona notizia
Non sono frequenti le buone notizie dal Parlamento. Eppure, in questi ultimi giorni i nostri eletti approvando la legge “Liberi di scegliere” e un emendamento alla legge elettorale ci hanno meravigliato per ben due volte. Mercoledì 15 luglio il Senato ha approvato all’unanimità il disegno di legge chiamato “Liberi di scegliere”, che garantisce assistenza e protezione a minori e madri in fuga da ambienti mafiosi. La Camera lo aveva approvato il 1° luglio scorso e, quindi, con la delibera finale, la legge estende a tutto il territorio nazionale il protocollo Liberi di scegliere, avviato nel 2012 su iniziativa del magistrato Roberto Di Bella, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ora a Catania. Alla buona riuscita del progetto hanno contribuito anche Libera e la Conferenza episcopale italiana (Cei), che hanno favorito il trasferimento e il reinserimento delle donne e dei minori che hanno scelto di allontanarsi dai contesti mafiosi. “La legge approvata – ha sottolineato Luigi Ciotti in occasione del voto – è motivo di enorme gioia, per chi come noi da anni sperimenta i problemi di donne, bambini e ragazzi che cercano la propria libertà e dignità lontano dai contesti mafiosi di origine, a costo di affrontare minacce e rischi concreti”. Il testo prevede misure di tutela, come il trasferimento in luoghi protetti e il cambio dei documenti, forme di supporto economico, psicologico e sociale e strumenti per favorire l’inserimento lavorativo e la prosecuzione degli studi. I beneficiari del programma Liberi di scegliere sono: i figli di persone indagate, imputate o condannate per associazione mafiosa oppure finalizzata al narcotraffico, o ancora per delitti commessi con l’aggravante del metodo mafioso, ma la platea è stata allargata anche ai minori di persone coinvolte in procedimenti per associazione a delinquere semplice (un’apertura che ha fatto discutere); i minori coinvolti nella commissione di questi reati che manifestino la volontà di allontanarsi dal contesto criminale; minorenni vittime di violenza o intimidazione da parte delle organizzazioni criminali; i giovani fino ai 25 anni che erano già beneficiari da minorenni e confermano la volontà di allontanarsi dalle famiglie; i genitori, o chi esercita la responsabilità genitoriale, che scelgono di allontanarsi insieme ai figli. La legge si applica solo quando non ricorrono i presupposti per l’ammissione ai programmi già previsti per i collaboratori di giustizia o i testimoni di giustizia. Il Procuratore per i minorenni può muoversi a seguito di denunce, segnalazioni di servizi sociali o scuole, su istanza diretta della persona interessata, oppure dopo aver ricevuto informazioni emerse nel corso di indagini della procura su mafia e traffici di droga che coinvolgano minori a rischio. La nuova legge prevede che i vertici della Procura ordinaria informino i colleghi della Procura per i minorenni sui procedimenti penali che coinvolgono genitori accusati o condannati per mafia, in modo da far scattare tempestivamente le verifiche sulle condizioni di vita dei figli minori, per verificare se la loro crescita e la loro integrità sia a rischio. In attesa della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, il testo approvato è disponibile sul sito del Senato e il dossier parlamentare è pubblicato sul sito della Camera dei deputati. Per consentire ai cittadini di vota in un Comune diverso da quello di residenza, la Camera dei deputati nei giorni scorsi ha approvato all’unanimità anche un emendamento alla discutibilissima legge elettorale da tanti ritenuta palesemente incostituzionale. L’ISTAT stima che nel nostro Paese siano circa 4.9 milioni le persone alle quali viene sistematicamente preclusa la possibilità di esercitare il diritto di voto. Si tratta soprattutto di giovani tra i 18 e i 35 anni che si spostano per motivi di studio o alla ricerca del primo impiego. Moltissimi di loro provengono dalle regioni del Sud, dalle quali sono costretti a emigrare verso il Nord Italia a causa delle scarse opportunità offerte nei loro territori. Come evidenziato nel rapporto “Fuori sede al voto: realtà in Europa, miraggio in Italia” elaborato da The Good Lobby e Comitato Iovotofuorisede, con l’eccezione di Cipro e Malta, piccole isole che non necessitano di sistemi per votare da remoto, l’Italia è l’unico Paese europeo a non permettere il voto ai fuori sede. La norma introdotta nella legge elettorale prevede la possibilità che, attraverso l’iscrizione in un apposito albo, chi per motivi di studio, lavoro o cure mediche abita lontano dal proprio Comune di residenza, eserciti il diritto di votare dove è temporaneamente domiciliato. “In questi anni di campagna – ha sottolineato l’organizzazione non profit The Good Lobby – insieme a Will Media e tutta la Rete Voto Fuorisede siamo riusciti a compattare la maggioranza su un tema inizialmente divisivo, rendendolo così trasversale che anche le opposizioni hanno votato a favore dell’emendamento. Fino all’ultimo abbiamo lavorato, in stretto dialogo con i decisori politici, per proporre riformulazioni che migliorassero il testo. Il requisito per chi si sposta per motivi di cura, per esempio, è stato ridotto a tre mesi ed è stata introdotta una seconda finestra di registrazione per chi acquisisce lo status di fuorisede fino a quarantacinque giorni prima delle elezioni. Si tratta di un risultato significativo, ma il percorso non è concluso. Per diventare legge dello Stato ed essere applicata alle prossime elezioni Politiche, alle Europee e ai Referendum, la riforma deve completare il suo percorso istituzionale. Restano ancora alcuni punti che, per le organizzazioni che da anni si battono per questo risultato, a partire dalla Rete Voto Fuorisede, sarebbero da modificare, come la soglia temporale di 9 mesi per rientrare nella categoria dei fuori sede e, quindi, avere diritto a votare nel nuovo domicilio. Un requisito da abbassare perché escluderebbe numerose categorie di persone. Per chi si trova invece lontano da casa per motivi documentati di cura, il requisito minimo è di tre mesi. Giovanni Caprio
July 21, 2026
Pressenza
Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza
I MOVIMENTI CONTRO LA GUERRA, IN TUTTE LE LORO SFUMATURE, HANNO OGGI UN PROBLEMA ENORME. GLI ARGOMENTI RAZIONALI USATI PER DIMOSTRARE L’INSENSATEZZA DELLA RISPOSTA MILITARE NON SEMBRANO IN GRADO DI CONVINCERE PERSONE SMARRITE E IMPAURITE. NON BASTA DIMOSTRARE CHE OGNI DENARO SPESO IN ARMI È SOTTRATTO AD ALTRE SPESE FONDAMENTALI. NON BASTA RICORDARE CHE LA DETERRENZA DIFENSIVISTA È UNA TRAGICA FALSITÀ. NON BASTA PIÙ NEMMENO FARE APPELLO AL DIRITTO INTERNAZIONALE. SE VOGLIAMO LA PACE DOBBIAMO QUINDI RIMOTIVARE IL NO ALLA GUERRA NELLA SUA ESSENZA E INTEREZZA, SCRIVE PAOLO CACCIARI. LA PACE È DISARMATA E DISARMANTE O NON È. LA GUERRA VA SCONFITTA INNANZITUTTO SUL PIANO DELLA LEGITTIMITÀ MORALE. L’IDEA CHE POSSA ESISTERE UNA “GUERRA GIUSTA” HA APERTO LE PORTE ALLA ODIERNA BARBARIE Foto Donne In Nero Parma -------------------------------------------------------------------------------- Tanto più i capi di governo presentano lo stato di guerra permanente da loro creato come normale e inevitabile, tanto più sarebbe necessario sviluppare una critica radicale alla guerra, contestandone l’essenza: la violenza come logica di regolazione delle relazioni tra le persone, le comunità, gli stati. Di fronte alle campagne in corso di mobilitazione patriottica delle masse contro nemici pronti a mettere in pericolo i nostri confini, la nostra identità culturale, persino religiosa, e, soprattutto, il nostro benessere economico, gli argomenti “razionali” a nostra disposizione fin qui usati per dimostrare l’insensatezza della risposta militare non sembrano in grado di convincere persone smarrite, impaurite da una prolungata stagnazione economica, culturalmente destabilizzante e precarizzante. Per sottrarre consenso all’escalation militare non basta dimostrare che ogni denaro speso in armi è sottratto al welfare (il keynesismo militare è una bufala, lo hanno scritto gli stessi economisti nei rapporti delle Nazioni Unite). Non basta nemmeno ricordare che la deterrenza difensivista (secondo la vulgata “se vuoi la pace prepara la guerra”) è una tragica falsità: se ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, tutti saranno sempre meno sicuri. Non solo: con l’aumento della potenza (e diffusione) dei sistemi d’arma “ibridi” aumenta anche la probabilità di uno scontro armato “fuori controllo”. Non basta più nemmeno fare appello al diritto internazionale, ai patti e ai trattati in una fase storica in cui ogni singolo stato nazionale si sente sovrano in punta di diritto nello stabilire per proprio conto come e quando (anche preventivamente e oltre i suoi confini) usare la potenza bellica. Giuste argomentazioni economiche, geopolitiche e giuridiche contro le guerre hanno (in parte) retto le diplomazie delle cancellerie degli stati fino a quando è rimasta memoria delle due guerre mondiali. Oggi, per molti motivi, non è più così. Crollato il precario (oltre che iniquo) equilibrio dei rapporti di forza tra nord e sud del mondo, tra le aree di influenza geopolitiche e tra le classi sociali, siamo tornati al Leviatano puro: ciò che conta è la volontà di potere e la logica di potenza degli stati e dei gruppi sociali che se ne sono impadroniti. La guerra non è un evento eccezionale, imprevisto e indesiderato. È l’espressione massima e coerente della violenza organizzata, pianificata, finanziata e strutturata in un sistema di relazioni sociali basate sul predominio, la coercizione, la predazione delle risorse naturali, l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza. Il neoliberismo è un’ideologia che ha avvelenato il sentire comune anche delle vittime, se è vero che un commerciante pluriassassino è diventato l’emblema della difesa della libertà, un generale misogino e xenofobo leder politico, il presidente psicopatico degli US il capo dell’internazionale delle destre. Ciò di cui ci dobbiamo preoccupare è che sono riusciti a far cadere il tabù della guerra e a sdoganare la sicurezza armata, la repressione del dissenso e delle giuste rivendicazioni degli esclusi, degli impoveriti. Peggio, i nuovi miliardari tecnoligarchi delle Big Tech si sono reinventati teologi e foraggiano sette religiose (cristiane e/o giudaiche, fa lo stesso) per arringare le masse in vista di una nuova Armageddon, la battaglia finale tra il bene e il male. Loro, intanto, si prendono avanti sul Giudizio universale assicurandosi gli appalti del Pentagono e sperimentandoli a Gaza. Se vogliamo la pace dobbiamo quindi rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza. La formulazione sintetica più giusta mi pare sia quella fornita dal papa Prevost: un’idea di “pace disarmata e disarmante” (Leone VIX, 1° gennaio 2026). Una politica di pace efficace risponde alla guerra con il disarmo, la smilitarizzazione, la descalation della violenza. La guerra va sconfitta innanzitutto sul piano della legittimità morale. Sempre Leone XIX ha scritto: “L’abisso del male [è] racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza” (Magnifica Humanitas, §217). È la dimensione etica della politica che è andata perduta in un malinteso realismo che ha coinvolto anche moderati e progressisti. L’idea che possa esistere una “guerra giusta” (umanitaria, risolutiva, a fin di bene…) ha aperto le porte alla odierna barbarie. Se il tema è come imparare a convivere in pace risanando le relazioni umane tra le persone, allora la politica dovrebbe mettere al primo posto la dimensione mentale, psicologica e spirituale che è alla base del vivere in comune. -------------------------------------------------------------------------------- Paolo Cacciari ha aderito alla campagna Un tetto Comune. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENRICO EULI: > Mettere in gioco la nonviolenza. Adesso -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza proviene da Comune-info.
July 21, 2026
Comune-info
«Pensavo questa fosse la Francia». Le rotte dall’Africa continentale e il campo di Tsoundzou
RASSA GHAFFARI 1 Tsoundzou, periferia di Mamoudzou, una caldissima mattina di fine maggio. Lo spettro dell’Ebola inizia ad aggirarsi sull’isola sotto forma di un panico morale che, a poche ore dalla conferma da parte dell’OMS dei primi casi nella Repubblica Democratica del Congo, ha già investito il dibattito pubblico e politico maorese, alimentato da settimane di mobilitazioni xenofobe e dall’insediamento del nuovo prefetto. È proprio in attesa della sua prima visita ufficiale al campo di Tsoundzou, dove vivono oltre mille richiedenti asilo provenienti soprattutto dall’Africa continentale, che assistiamo all’arrivo di una famiglia congolese appena sbarcata sull’isola.  Sono una donna e due uomini, hanno attraversato direttamente il tratto di oceano che separa il Congo da Mayotte a bordo di un kwassa-kwassa, una delle piccole imbarcazioni utilizzate sia per la pesca sia per l’attraversamento irregolare del Canale di Mozambico 2. Appena arrivati, hanno chiesto ad un connazionale incontrato per caso indicazioni per raggiungere il campo, dove alcuni conoscenti hanno promesso loro un posto dove trascorrere le prime notti. Il clima di securitizzazione e militarizzazione che avvolge Mayotte da diversi mesi trova un’ennesima attuazione con l’arrivo della scorta che accompagna il prefetto al campo e che, sotto i nostri occhi impotenti, prende in carico la famiglia e il connazionale che li ha guidati. «Noi non gli abbiamo dato un soldo, ma pensano che sia il nostro trafficante perché ci ha condotti qui», commenta la donna congolese prima di salire su un’auto della polizia. L’episodio restituisce bene il clima che oggi attraversa Mayotte, dove la mobilità proveniente dall’Africa continentale è ormai letta quasi esclusivamente attraverso il prisma della sicurezza (intesa anche come salute pubblica) in un contesto nel quale ogni nuovo arrivo sembra confermare un’emergenza percepita come permanente e ormai pienamente istituzionalizzata. Se per lungo tempo i movimenti migratori verso Mayotte hanno riguardato soprattutto le altre isole dell’arcipelago delle Comore, in particolare la più vicina Anjouan, negli ultimi anni è andata gradualmente consolidandosi una rotta diversa, ancora relativamente poco studiata ma sempre più visibile, che collega la regione dei Grandi Laghi e il Corno d’Africa con l’isola francese nell’Oceano Indiano. Congolesi, somali, sudanesi, burundesi, ruandesi e yemeniti raggiungono la Tanzania – descritta nelle testimonianze come una sorta di Turchia dell’Africa orientale, paese di transito più o meno prolungato – attraversano il mare fino alle Comore e da lì vengono trasferiti a Mayotte. La quota più consistente di questi flussi è composta da cittadini congolesi, che costituiscono difatti la prima nazionalità tra i richiedenti asilo; chi vuole abbandonare il Congo ha a disposizione due rotte diverse: una occidentale, che sbocca sull’Oceano Atlantico, ma che viene descritta come più impervia e ostica a causa dei numerosi conflitti armati che interessano le zone circostanti; ed una orientale, più recente, che vede nel minuscolo dipartimento francese la sua più recente destinazione. I racconti collezionati durante la ricerca hanno evidenziato un dato parzialmente inatteso quanto interessante: a differenza di quanto si potrebbe supporre, una parte consistente delle persone in movimento dichiara di non aver partecipato attivamente alla scelta di Mayotte come propria meta, affidandosi a smugglers che negli ultimi anni hanno costruito reti collaudate di passaggio tra la Tanzania e le Comore.  «Non avevo mai sentito parlare di Mayotte», racconta un giovane congolese incontrato nel campo. «Il trafficante ci aveva promesso solo un posto tranquillo, in pace. Quando siamo arrivati mi hanno detto che eravamo in Francia. Mi sono guardato intorno e mi sono chiesto: dov’è la Torre Eiffel?». Alcuni giovani somali raccontano invece di essere partito da Bosasso, nel Puntland, in gruppo composto da ventiquattro persone, impiegano tredici giorni per giungere a destinazione, cambiando imbarcazione e capitano direttamente in mare aperto. «Non sapevamo dove stavamo andando», commentano in modo analogo ai compagni congolesi. «Ci dicevano soltanto che lì c’era la pace». Mayotte si configura così nelle traiettorie migratorie come una Francia immaginata prima ancora che realmente conosciuta; l’isola rappresenta sì l’Europa, ma appare più come una sua appendice periferica, sconosciuta all’opinione pubblica internazionale e persino a molti francesi della métropole. In mancanza di un sistema di accoglienza istituzionale adeguato e sufficiente, per questi richiedenti asilo, l’approdo a Mayotte coincide quasi sempre con l’ingresso nel campo informale di Tsoundzou, situato alla periferia del più grande agglomerato urbano di Mamoudzou e caratterizzato da una situazione socio-economica di generale difficoltà. Sorto nell’autunno del 2025 dopo lo sgombero del precedente insediamento, il campo ospita oggi oltre un migliaio di richiedenti asilo – tra cui circa un centinaio di minori – provenienti da contesti molto diversi tra loro, ma accomunati dall’essere definiti localmente come les Africaines. La storia del campo degli Africaines è soprattutto una storia di espulsioni e spostamenti. Negli ultimi anni gli insediamenti in cui i richiedenti asilo trovano rifugio sono stati progressivamente allontanati dagli spazi più centrali dell’isola, transitando dal vecchio stadio di Kavani, nel cuore di Mamoudzou, fino all’attuale accampamento, arroccato tra le mangrovie e il mare e costantemente minacciato dalle maree: ogni sgombero coincide con un ulteriore arretramento verso luoghi meno visibili ed accessibili. Il suo ingresso, compresso tra un cantiere edile e alcuni alloggi gestiti da una NGO locale, appare difatti quasi invisibile dalla strada, segnalato solamente dalla presenza fissa di uomini e donne seduti all’ombra ad aspettare un passaggio o un incontro. Soltanto una volta superato uno stretto accesso si scopre che dietro e dentro la vegetazione vive una popolazione numericamente paragonabile a quella di un piccolo villaggio. Il presidente del campo, un giovane congolese eletto dagli stessi abitanti dopo l’ultimo trasferimento coatto, conferma questa impressione: «Prima il campo era ben evidente dalla strada. Adesso hanno fatto di tutto per metterlo dove nessuno possa vederlo: i maoresi non ci vogliono visibili». Da diversi mesi, inoltre, le autorità maoresi portano avanti un progetto di demolizione del campo al fine di costruirne uno formale gestito da NGO francesi direttamente dipendenti dallo Stato; proposta, questa, ostacolata dalla ferma opposizione dei sindaci dei diversi villaggi, contrari a vedere le proprie municipalità coinvolte, e da parte della popolazione locale, rappresentata dal Collectif des citoyens de Mayotte, attivo in iniziative di stampo sovranista e xenofobo 3. L’invisibilità non è soltanto una caratteristica geografica, ma una precisa modalità di gestione politica dello spazio e dei corpi che lo abitano. Sebbene rappresenti sempre più un argomento politico di primo piano, il campo di Tsoundzou rimane ai margini del paesaggio urbano e del discorso pubblico; come spesso accade nei contesti di frontiera, lo spazio diventa in questo caso uno strumento di governo, secondo cui allontanare e marginalizzare significa anche sottrarre allo sguardo. La quotidianità del campo è segnata soprattutto dall’attesa: attesa del primo appuntamento in Prefettura per formalizzare la domanda di asilo, per cui spesso è necessario attendere anche sei mesi, sebbene il diritto europeo preveda tempi molto più rapidi; attesa che la domanda venga analizzata; attesa di poter lasciare l’isola, una possibilità che rimane preclusa fino all’ottenimento dello status di rifugiato e dei documenti necessari, ma concretamente ostacolata anche dalla mancanza di risorse economiche in un contesto in cui le possibilità di costruire una vita autonoma sono estremamente limitate. L’accesso al mercato del lavoro formale, per les africaines, è quasi impossibile e il sostegno economico previsto dalle autorità consiste in un contributo minimo totalmente insufficiente. Una giovane ragazza somala conosciuta dentro al campo, ad esempio, racconta come la gioia di aver trovato impiego informalmente come estetista sia minata dalle discriminazioni subite da parte della clientela locale, decisa a «non farsi servire da una africaine come me».  A dispetto di un relativo fermento interno al campo, dove proliferano micro-business informali, organizzazioni di mutuo aiuto dal basso e gruppi di parola e attività religiose, la maggioranza degli abitanti di Tsoundzou sembra vivere una quotidianità sospesa in una condizione nella quale il tempo sembra perdere qualsiasi prospettiva e si configura come un dispositivo politico di controllo e repressione estremamente efficace. Più che una semplice lentezza burocratica, l’attesa, in questo caso, appare come una modalità di governo della mobilità, capace di trasformare la precarietà in una situazione permanente. Le poche associazioni che forniscono assistenza all’interno del campo sono giudicate insufficienti a gestire l’incessante condizione di bisogno di una comunità in continua espansione.  Sebbene la denominazione les Africaines possa sembrare, di primo acchito, meramente descrittiva, la ricerca etnografica condotta fa emergere al contrario la costruzione di una categoria identitaria profondamente stigmatizzante. «Mi chiamano africano, nero, per distinguermi», osserva un giovane congolese con un sorriso ironico. «Ma anche loro sono africani. Siamo tutti neri». Questa osservazione mette chiaramente in luce un paradosso emblematico del caso maorese, isola africana ma amministrativamente e politicamente francese, in cui il termine “africano” non indica tanto una provenienza geografica ma concorre a costruire discorsivamente un processo di distanziamento morale e sociale. Les Africaines, in quest’ambito, diventano dunque gli “altri” per eccellenza, corpi estranei e capri espiatori ai quali vengono attribuiti l’aumento dell’insicurezza, il degrado urbano ed ecologico, la pressione sui servizi pubblici e ultimamente la stessa emergenza sanitaria legata al virus Ebola. Tale distanza si concretizza anche negli aspetti più minuti della vita quotidiana del campo, soggetto a incursioni frequenti da parte della polizia e di gruppi di giovani locali che vi entrano per intimidirne gli abitanti o danneggiare beni e possedimenti. Durante la nostra permanenza ci vengono mostrate numerose testimonianze di queste aggressioni: un piede gravemente ferito, un braccio immobilizzato, una tenda distrutta. L’accesso alle cure è difficile e molti rinunciano a rivolgersi alle strutture sanitarie se la situazione non viene considerata sufficientemente grave, «perché tanto l’ambulanza non arriva».  Queste condizioni di precarietà sono rese ancora più problematiche dal particolare regime giuridico di Mayotte che, nonostante diverse segnalazioni da parte di associazioni e istituzioni europee, continua a rappresentare un’eccezione rispetto al diritto comune in materia di asilo. I richiedenti asilo, infatti, incontrano enormi difficoltà nel beneficiare del sistema nazionale di accoglienza formalmente previsto e sono costretti ad affrontare tempi amministrativi molto più lunghi rispetto alla Francia metropolitana. La distanza geografica dal continente europeo si traduce così anche in una distanza giuridica in cui gli stessi diritti formalmente garantiti sul territorio trovano un’applicazione profondamente differenziata.  Osservata da Tsoundzou, Mayotte appare come una frontiera che continua a operare anche dopo lo sbarco sulle sue coste cristalline. Un confine che non si esaurisce con il mare attraversato dai kwassa-kwassa, ma prosegue nella lentezza esasperante delle procedure burocratiche, nelle marginalità degli spazi, e nelle categorie identitarie con cui le persone vengono nominate, escluse e rese estranee.  «Pensavo questa fosse la Francia» è un leit motiv che ha accompagnato le nostre interazioni con gli abitanti di Tsoundzou e che ha agito, anche, come dispositivo di riflessività dato che a lungo, nelle nostre analisi preliminari, la scelta di Mayotte come destinazione in qualità di dipartimento francese è stata data per scontata. La sorpresa – nostra e loro – non origina soltanto dall’assenza di una Torre Eiffel di riferimento, ma esprime, forse inconsapevolmente, il paradosso di un territorio pienamente francese dove l’esperienza concreta dei richiedenti asilo rimane segnata da forme di esclusione che sembrano collocarlo ai margini dello spazio politico e giuridico europeo. È proprio in questa tensione tra appartenenza formale ed esclusione sostanziale che Tsoundzou diventa un osservatorio privilegiato per comprendere come i confini europei contemporanei non si limitino a impedire l’ingresso, ma continuino a produrre distanza anche ben dopo l’approdo. Attraverso tecnologie di controllo mirate a minimizzare l’empatia, la solidarietà e le possibilità di resistenza dal basso, i confini europei ri-emergono così come sistemi coercizione ubiqui, multimodali e traslazionali, capaci di diffondersi ben oltre la linea territoriale – nei corpi, negli spazi quotidiani, nelle gerarchie morali – creando una distanza al contempo fisica ed etica.  Mentre questo reportage viene scritto, le mille persone che abitano il campo di Tsoundzou si ritrovano ad affrontare un nuovo assalto frontale senza che vengano forniti loro un preavviso congruo o alternative fattibili. Da diversi giorni, difatti, le autorità maoresi hanno cominciato a smantellare la porzione di insediamento più prossima alla strada principale; la motivazione ufficiale è la necessità di ampliare il cantiere attiguo che prevede la costruzione di un impianto di desalinizzazione 4. Come avviene periodicamente in circostanze analoghe, l’evento è divenuto oggetto di narrazioni e discorsi contrastanti, sintomatici del clima di estrema polarizzazione che permea il dipartimento francese. Invocata di volta in volta come misura definitiva contro “il degrado ecologico” e l’insicurezza di cui les africaines sono additati come principali responsabili, l’iniziativa si colloca perfettamente nel solco delle politiche di esclusione ed espulsione che distinguono la gestione tutta francese della questione migratoria a Mayotte.  Reportage e inchieste MAYOTTE, FRANCIA, OCEANO INDIANO, FORTEZZA EUROPA L'introduzione al reportage 7 Luglio 2026 Reportage e inchieste IL SISTEMA MAYOTTE E IL DIRITTO DELL’ECCEZIONE Il 1° articolo del reportage "Mayotte, Francia, Oceano Indiano, Fortezza Europa" Luna Selimovic' 14 Luglio 2026 1. Insegna Sociologia dei processi culturali all’Università di Genova ed è assegnista di ricerca all’interno del progetto ERC SolRoutes. Si interessa di migrazioni non autorizzate, specialmente provenienti da Iran e Afghanistan, lungo la Rotta Balcanica, tematiche di genere e studi dell’area mediorientale. ↩︎ 2. French border police accused of causing shipwrecks and deaths of migrants from Comoros, Le Monde – 16.09.2025 ↩︎ 3. Immigration : le collectif des citoyens de Mayotte 2018 manifeste contre le projet de création d’un nouveau camp pour les migrants d’Afrique continentale, franceinfo: -11.05.2026 ↩︎ 4. Tsoundzou II : évacuation d’une partie du camp située près du chantier de la future STEP, franceinfo: – 17.07.2026 ↩︎
Anche da Pisa Partiamo per Cuba, nel centenario della nascita di Fidel Castro!
Venerdì 24 luglio Presidio in piazza Gaza (XX settembre) h. 18 Raccolta fondi e farmaci prima della partenza Da mesi siamo impegnati a dare vita a progetti di aiuto materiale a Cuba con differenti raccolte che stanno continuando, siamo stati presenti in varie delegazioni solidali all’interno di esperienze più ampie […] L'articolo Anche da Pisa Partiamo per Cuba, nel centenario della nascita di Fidel Castro! su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
BOLOGNA: MIGLIAIA DI PERSONE PARTONO IN CORTEO DAL PRESIDIO PER ABDERRAHIM FAKIR. CARICHE E SCONTRI SOTTO LA PREFETTURA. MERCOLEDI 22 ASSEMBLEA CITTADINA
Per i due agenti di polizia che hanno ucciso Abderrahim Fakir, domenica a Bologna, è scattato lo scudo penale introdotto dal pacchetto sicurezza del governo Meloni. La Procura del capoluogo emiliano ha attivato verifiche sui due poliziotti e sui quattro operatori del 118 che hanno assistito all’ammanettamento e al soffocamento del 42enne: anziché nel “registro degli indagati”, il fascicolo è stato aperto con il “modello 45 bis”, quindi i nomi dei due poliziotti e i quattro sanitari sono nel percorso accelerato che entro trenta giorni (prorogabili a 120 perché ci saranno le richieste di perizie tecniche) potrebbe portare all’archiviazione del caso. Ieri sera a Bologna sono scese in piazza migliaia di persone per chiedere verità e giustizia, contro le violenze e gli abusi in divisa. Dal presidio in piazza Nettuno (lanciato anche dalle istituzioni) alle ore 19, migliaia di persone sono partite in un corteo spontaneo verso la Prefettura, che era blindata da reparti celere: ci sono stati numerosi cori e slogan. Nel corso della serata poi ci sono state barricate e scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni sui manifestanti. Anche dopo il corteo la polizia, secondo le testimonianze raccolte, ha inseguito le persone per le vie di Bologna ed effettuato diversi fermi: nelle prime ore della mattina di martedì non è ancora chiaro quante persone sono state fermate, se e quanti sono gli arresti, né il numero delle persone ferite dalle manganellate della polizia. Alle 22 è iniziato lo sciopero  di 24 ore all’Interporto di Bologna convocato da Si Cobas, nel luogo dove Abderrahim lavorava. Stasera, martedì 21 luglio, a Brescia appuntamento alle ore 19.30 in piazza Rovetta/Largo Formentone lanciato da Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca. Anche a Milano è stato lanciato un presidio, appuntamento alle ore 18 davanti alla Prefettura. Ci siamo collegati con Luciano Muhlbauer nostro collaboratore Ascolta o scarica  Il racconto della serata a Bologna da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna.  Ascolta o scarica Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex  Garante nazionale delle persone private della libertà personale.  Ascolta o scarica Il commento di Luca Masera, docente di diritto penale all’Università di Brescia, sullo “scudo penale” e l’iscrizione dei poliziotti e dei sanitari nel registro speciale anziché nel registro degli indagati Ascolta o scarica Conferenza Stampa oggi in Senato dal titolo  “Verità e giustizia per Abderrahim Fakir” su iniziativa della senatrice di AVS Ilaria Cucchi. Conferenza stampa iniziata con la messa in onda dei casi di George Floyd e Riccardo Magherini deceduti in circostanze simili a quella di Fakir. Sentiamo l’introduzione della stessa Ilaria Cucchi e gli interventi  della nipote Yossra Fakir e dell’Avv. Fabio Anselmo Ascolta o scarica  Sentiamo anche l’intervento di Ilaria Masinara di Amnesty International Ascolta o scarica  A Bologna mercoledi 22 assemblea cittadina con appuntamento alle 19 in piazza Lucio Dalla. Che aria si respira oggi al Pilastro? Sentiamo Francesca del Comitato popolare Pilastro di Bologna Ascolta o scarica 
July 21, 2026
Radio Onda d`Urto
In Marocco la libertà d’espressione è ancora sotto attacco del governo
(disegno di ottoeffe) Sono tempi bui per la libertà d’espressione, da questo e quel lato del Mediterraneo. Lunedi 13 luglio Mehdi Blackwind, all’anagrafe El Mahdi Lyoubi, classe 1992, rapper e video-maker marocchino residente in Francia – a Marsiglia – dal 2017, è stato stato messo in stato di fermo a Casablanca, con comparizione immediata prevista per mercoledi 15 luglio al Tribunal Correctionnel di Aïn Sebâa, a est di Casablanca. Lo stato di fermo è stato convalidato in arresto, con processo per direttissima fissato al 22 luglio. L’accusa non è stata formalmente precisata, in attesa della presenza di un avvocato (il sistema è attualmente paralizzato a causa dello sciopero degli avvocati che prosegue da cinque settimane), ma é stata poi diffusa da organi di stampa locali: si tratterebbe del reato di “oltraggio a organo costituzionale” in relazione ai suoi testi fortemente critici e al sostegno dimostrato al movimento della GenZ 212. Eppure la libertà di pensiero, opinione e espressione sarebbe tutelata dalla Costituzione marocchina all’art. 25. Blackwind é il quarto rapper, dopo Pause Flow, Hamza Raid e Souhaib Qabli a essere stato arrestato da novembre a oggi. Questi ultimi hanno ricevuto condanne tra i tre e gli otto mesi, con le stesse accuse di “oltraggio a organo costituzionale”. L’informazione era stata diffusa dall’entourage dell’artista: venerdì 10 luglio all’aeroporto di Rabat-Salé gli era stato vietato di lasciare il Marocco ed era stato convocato presso la Brigata nazionale della polizia giudiziaria di Casablanca per il lunedì successivo, durante il quale è stato poi interrogato e messo in stato di fermo. Un comitato in suo sostegno si è immediatamente costituito a Marsiglia, in comunicazione costante con familiari e amici in Marocco. L’obiettivo è quello di lanciare una campagna mediatica e di fare pressione sulle autorità marocchine per favorire il suo rilascio immediato. Stessa sorte è toccata al giornalista Ali Mrabet, bloccato il 12 luglio al suo arrivo in Marocco all’aeroporto di Tangeri, chiamato a comparire il 15 luglio davanti al procuratoire del tribunale di Aïn Sebâa a Casablanca e rilasciato nella mattinata dello stesso giorno. Lo abbiamo incontrato al caffé Doria nei pressi del tribunale, subito dopo essere stato rilasciato. Ci ha raccontato di essere stato messo a conoscenza di un dossier di una cinquantina di pagine sul suo conto; niente di schiacciante, però, per trattenerlo ulteriormente. L’accusa maggiore sarebbe quella di aver diffuso informazioni diffamatorie, recanti pregiudizio alle istituzioni marocchine e di avere relazioni con esponenti algerini non ben identificati. La sua difesa, in assenza del suo avvocato, è stata quella di affermare il diritto alla critica, la quale non ha nulla a che vedere con presunte diffamazioni rivolte a personalità del governo. Per quanto riguarda l’accusa di avere relazioni con l’Algeria, essa appare come un ritornello vuoto di significato che torna in voga in svariati processi contro i giornalisti; la stessa sorte era toccata a Omar Radi qualche anno fa. Secondo lo stesso Mrabet, le accuse mosse contro di lui appaiono molto deboli; nessuna formalizzazione in “oltraggio alla monarchia” o “tradimento della patria”; quest’ultimo prevederebbe pene molto severe e sarebbe più complesso da scardinare. Non è la prima volta che Mrabet finisce nel mirino della polizia giudiziaria. Già nel 2003 era stato arrestato e condannato a quattro anni di reclusione per “oltraggio alla monarchia” a seguito della pubblicazione di alcuni articoli che avrebbero criticato aspramente il sistema di potere. Fu graziato dallo stesso re del Marocco l’anno successivo, ma dal 2005 è formalmente impossibilitato a esercitare la sua professione in Marocco. A seguito di ciò, presa la nazionalità francese, ha continuato a scrivere da esiliato in Europa e da diversi anni ormai ha la residenza in Spagna. È forse questo suo “scudo internazionale” che fa muovere cautamente la macchina repressiva contro di lui. A ogni modo non ci è parso affatto inquieto e preoccupato, sicuramente non intenzionato a farsi intimorire. Purtroppo non è una novità che il sistema giudiziario marocchino si scagli contro giornalisti, artisti e attivisti, in una tendenza che ha visto picchi di repressione violenta dagli anni Settanta ai Novanta col precedente sovrano. Durante quelli che sono passti alla storia come “gli anni di piombo”, secondo l’associazione marocchina dei diritti dell’uomo, qualche decina di migliaia di persone sono state arrestate più o meno arbitrariamente, numerosissime detenute in prigioni segrete e qualche migliaio fatte misteriosamente sparire. La stagione di proteste del 2011 è stata soffocata con la riforma costituzionale che prometteeva importanti cambiamenti in ambito sociale. Poi nel 2016-17 la persecuzione del movimento nel Rif ha riacceso i riflettori sul pugno di ferro del potere. Nasser Zefzafi, presunto leader del movimento, è stato condannato nel 2019 a venti anni di reclusione. Da allora il paese è stato attraversato da diverse ondate di proteste, contro il rincaro dei prezzi delle utenze e dei beni di prima necessità, contro sgomberi violenti ed espropri incrementati negli ultimi tempi anche in vista degli eventi internazionali previsti nei prossimi anni. Allora la politica dei bulldozer si accompagna a quella del bavaglio, soprattutto dopo le proteste della GenZ 212, che hanno movimentato il paese nell’autunno scorso al grido di “più ospedali, meno stadi!”. La risposta governativa si è tradotta in quasi duemilacinquecento arresti, anche di minori, con pene detentive che hanno raggiunto in alcuni casi i quindici anni. Non bisogna poi dimenticare i tre manifestanti morti durante gli scontri con le forze di polizia nelle notte del 2 ottobre 2025 nella cittadina di Lqliaâ nei pressi di Agadir. In una dichiarazione rilasciata durante il festival di musica indipendente L’Boulevard di Casablanca del 2025 e diffusa sul profilo Instagram #free.el.mahdi, lo stesso Mehdi Blackwind dichiarava che la libertà d’espressione non si misura sul numero di persone a cui non succede niente di spiacevole, ma “su quelle alle quali è successo qualcosa” dopo aver espresso le loro opinioni. Lo scorso febbraio Zineb Kharroubi, giovane marocchina residente in Francia e impegnata nella distribuzione cinematografica, è stata arrestata appena atterrata sul suolo marocchino. L’accusa: “incitazione a commettere dei reati”, a causa di una sua iniziativa di solidarietà al movimento della GenZ 212 promossa in Francia: si tratta nello specifico di una chiamata a manifestare davanti all’ambasciata del Marocco a Parigi diffusa via Instagram. Il reato imputato a Zineb sarebbe di aver appoggiato le proteste scatenatesi a seguito della morte, in un breve lasso di tempo, di ben otto donne nell’ospedale Hassan II di Agadir per complicanze e/o mancanza di cure legate al parto. Il movimento denunciava lo stato di abbandono di scuole e ospedali pubblici, nonché il regime di corruzione vigente nel paese (già al centro delle proteste nel 2011). Ha stupito il verdetto emesso dal tribunale di prima istanza di Casablanca lo scorso 29 giugno, che prevede per Zineb Kharroubi la reclusione di sei mesi e il pagamento di una multa di 460 euro per un ipotetico reato commesso, tra l’altro, al di fuori del territorio marocchino. Ingerenze giudiziarie tra giurisdizione marocchina e suolo francese che quasi non si vedevano dal triste affare Mehdi Ben Barka! Eppure il diritto a manifestare non è formalmente reato in Marocco, punibile secondo la sua legge penale, in quanto sancito dall’art. 29 della Costituzione del 2011, nei limiti previsti dalla legge (obbligo di dichiarazione preventiva agli organi competenti; possibilità di organizzazione in capo esclusivamente ad associazioni, sindacati e organizzazioni legalmente costituite; potere di scioglimento da parte delle autorità amministrative locali). Più forte del diritto a manifestare appare allora il divieto di critica esplicita e pubblica al governo, fatto passare sotto l’etichetta di “oltraggio alla monarchia e agli organi governativi”, le cui condanne sono inasprite in caso di diffusione delle proprie opinioni via social network. Passeggiando per i quartieri delle principali città del Regno si ha l’impressione di trovarsi in un boom economico senza precedenti: aumento dei consumi ma anche dei prezzi al consumo, cantieri mastodontici di nuovi quartieri residenziali, complessi turistici e poli finanzairi, senza contare tutte le nuove costruzioni destinate a ospitare i prossimi mondiali di calcio del 2030. Ma i villaggi dell’entroterra piangono ancora le perdite causate dal mortifero terremoto del 2023, insieme alla mancanza di politiche di welfare e di infrastrutture per i servizi pubblici di educazione, sanità e trasporti – la rete ferroviaria piuttosto sviluppata nel nord del paese, a sud non supera la città di Marrakech – che si accompagnao a sconvolgimenti ambientali quali siccità e desertificazione. Allora forse il Marocco non dovrebbe solo rammaricarsi dell’essere stato eliminato dagli attuali mondiali di calcio, ma piuttosto di non riuscire a raggiungere quegli standard di civiltà ai quali uno stato di diritto dovrebbe attenersi, al rispetto di fondamentali diritti quali la libertà di espressione e il lecito dissenso verso le politiche e gli organi istituzionali. (laura guarino)
July 21, 2026
Napoli MONiTOR
La lettera di 13 esponenti del PD al campo largo: sì al riarmo e via il veto in UE
Tredici esponenti dell’area cosiddetta “riformista” del Partito Democratico hanno firmato una lettera aperta in cui mettono in chiaro che non c’è spazio nel campo largo per posizioni che non si appiatiscano sul riarmo e sulla costruzione di una difesa comune per rendere la UE un attore a pieno titolo della […] L'articolo La lettera di 13 esponenti del PD al campo largo: sì al riarmo e via il veto in UE su Contropiano.
July 21, 2026
Contropiano
A 103 anni dal codardo assassinio di Francisco Villa la lotta non si ferma: manterremo acceso il fuoco rivoluzionario
Compagni, compagne, ragazzi e ragazze dell’Organización Popular Francisco Villa de Izquierda Independiente, diamo il benvenuto a tutti e tutte all’omaggio della nostra organizzazione al generale Francisco Villa, in occasione del 113° anniversario del codardo assassinio di cui fu vittima e dalla lotta intrapresa da quel giorno. Oggi siamo prigionieri della storia e come allora abbiamo … Continua la lettura di A 103 anni dal codardo assassinio di Francisco Villa la lotta non si ferma: manterremo acceso il fuoco rivoluzionario →
July 21, 2026
Nodo Solidale
[TuttaScenaTeatro] La Rivolta di Piazza Statuto + Timira - romanzo meticcio ● martedì 21 luglio 2026 ore 14
TUTTA SCENA TEATRO martedì 21 luglio 2026 ● LA RIVOLTA DI PIAZZA STATUTO Torino, luglio 1962 dall'omonimo libro di Dario Lanzardo "ReadReading" di e con Tamara Bartolini (voce, drammaturgia) e Michele Baronio (voce, canzoni, sonorizzazioni) Vengono ricostruiti gli eventi del 1962 a Torino relativi alla protesta operaia per l’accordo separato FIAT con un corteo che esce dalla fabbrica e di dirige alla sede del sindacato UIL in piazza Statuto e sfocia nello scontro con un battaglione di polizia molto violento. Emerge un quadro contraddittorio dato dalle interviste dei protagonisti, operai e semplici cittadini accorsi nei tre giorni di scontri a sostegno della protesta, e dato dai quotidiani, dalle dichiarazioni dei sindacalisti e politici e osservatori esterni: un quadro che fa emergere le diverse posizioni e anche le manipolazioni delle informazioni. Questa manifestazione di piazza, che ha portato ad arresti e incarcerazioni e processi, si situa tra quella di Genova del ’60 e prefigura il futuro '68. http://archive.org/details/Radioteatro.LaRivoltaDiPiazzaStatuto (41') ore 14:45 ● TIMIRA romanzo meticcio di Wu Ming 2 e Antar Mohamed “RedReading” musicale di e con Wu Ming 2 (voce), Tamara Bartolini (voce, drammaturgia), Michele Baronio (voce, canzoni, sonorizzazioni) Un romanzo meticcio scritto da tre persone, la protagonista si racconta e viene raccontata dal figlio, lo scrittore di origini somale Antar Mohamed, e da uno dei membri del collettivo di scrittori bolognesi Wu Ming, i "senza nome" che rifiutano la celebrità individuale e che si schierano dalla parte della democrazia e della condivisione delle opere artistiche e creative. Timira è il nome con cui la protagonista è conosciuta nella sua patria di origine, la Somalia. Lei è Isabella Marincola, nata a Mogadiscio nel 1925 da madre somala e padre italiano. Isabella-Timira ha passato la sua vita tra Africa ed Europa, continuando a lottare per i suoi diritti di cittadina italiana, riuscendo a reagire alle difficoltà e arrivando persino a recitare nel film 'Riso amaro' di De Santis, dove faceva la parte di una mondina nera. Tra le pagine di Timira si mescolano documenti di archivio e invenzione narrativa, si passa da un continente all'altro, attraversando diversi periodi storici. Antar Mohamed è il figlio di Timira, e dopo la morte della madre ha continuato a raccontarne la storia prendendo il suo posto nell'affiancare lo scrittore del collettivo Wu Ming durante la stesura di Timira, il romanzo che racconta settant'anni di storia visti con gli occhi un'italiana dalla pelle scura. http://archive.org/details/Radioteatro.Timira (55') info https://www.wumingfoundation.com/giap/2012/02/timira-un-romanzo-meticcio-e-nove-anni-di-parto-preludio-n-1/ ---------- ore 15:40 ospiti: ● Fabio Galadini, direttore artistico, presenta la 14^ edizione del ROMA FRINGE FESTIVAL Teatro Vascello, 13>24 luglio 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/13/roma-fringe-festival-14-edizione/ ● Giorgia Conteduca, della direzione artistica, presenta la 10^ edizione del festival TEATRI D’ARREMBAGGIO - piraterie, incanti e castelli di sabbia Teatro del Lido di Ostia, 03>26 luglio 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/06/28/teatri-darrembaggio-10-edizione-2/ ● Vittorio Agnoletto presenta il suo libro IL G8 DI GENOVA - ieri, oggi, domani (2026) in libreria da martedì 07 luglio 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/19/vittorio-agnoletto-il-g8-di-genova/ ● Stefano Pasquini del Teatro delle Ariette presenta la 12^ edizione di TERRITORI DA CUCIRE - EdiPop Re Piazze di Valsamoggia (Bo), 01>29 luglio 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/06/26/territori-da-cucire-12-edizione/ -------------- segnalazioni: ● Omerita Ranalli, una delle organizzatrici, presenta la 6^ edizione del FESTIVAL DELLE CULTURE POPOLARI Collelongo (Aq), 24>26 luglio 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/21/festival-delle-culture-popolari-6-edizione/ ● Loris Seghizzi, direttore artistico, presenta la 28^ edizione di COLLINAREA FESTIVAL - beyond technology Lari e Pontedera (Pi), 16 luglio > 01 agosto 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/07/11/collinarea-festival-28-edizione/ ● Gloria Sapio, direttrice artistica, presenta la 9^ edizione del festival PORTRAITS ON STAGE 9 comuni della Valle dell’Aniene, 06 giugno > 02 agosto 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/06/05/portraits-on-stage-9-edizione/ ● Alessandra Muschella, direttrice artistica, presenta la 2^ edizione del ROMA BORGATA FESTIVAL 09 maggio > 13 settembre 2026 https://tuttascena1.wordpress.com/2026/05/04/roma-borgata-festival-2-edizione/ ----------------------------------- TUTTA SCENA TEATRO (già RadioTeatro) trasmissione settimanale, il martedì ore 14, sigla di David Schacherl via dei Volsci 56 - 00185 Roma streaming https://www.ondarossa.info/player-ror.html facebook http://www.facebook.com/pages/RadioTeatro/312426765448394 e-mail visionari@ondarossa.info l'Archivio completo di TuttaScenaTeatro e RadioTeatro in podcast: 2026 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2026/01/archivio-tutta-scena-teatro-2026 2025 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2025/01/archivio-tutta-scena-teatro-2025 2024 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2024/01/archivio-tutta-scena-teatro-2024 2023 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2023/01/archivio-tutta-scena-teatro-2023 2022 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2022/01/archivio-tutta-scena-teatro-2022 2021 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/tuttascenateatro/2021/01/archivio-tutta-scena-teatro-2021 2020 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/01/archivio-tutta-scena-teatro-2020 2019 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-tutta-scena-teatro-2019 2018 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2018/07/archivio-tutta-scena-teatro-2018 2018 http://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2018/01/archivio-radioteatro-2018 2017 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/archivio-radioteatro-2017 2016 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-radioteatro-2016 2015 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2015 2014 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2014 2013 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2013 2012 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/04/archivio-radioteatro-2012 2011 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2011 2010 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2020/03/archivio-radioteatro-2010 2008/9 https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/2019/01/archivio-radioteatro-2008-9 ------------------------ buon ascolto!  
July 21, 2026
Radio Onda Rossa
Culianu e Eliade, segreti e bugie
Culianu e Eliade, segreti e bugie Enrico Manera Anita Romanello Mar, 21/07/2026 - 03:00 Il 21 maggio 1991, a quarantun anni, moriva Ioan Petru Culianu, titolare di una prestigiosa cattedra di storia delle religioni presso la Divinity School di Chicago, assassinato nei bagni dell'università, in circostanze che fanno pensare a una esecuzione condotta da professionisti. È una storia dolorosa e nota che ha travalicato i confini degli ambienti culturali e universitari internazionali: Culianu era uno studioso fuoriuscito dalla Romania, passato dall'Italia e arrivato agli Stati Uniti; geniale e brillante nel suo campo, affascinato da simbolismo, mistero, magia, eros, occultismo, era allievo di Mircea Eliade – celebre storico delle religioni, scrittore prolifico e icona intellettuale –, a cui lo univano la comune origine romena, la condizione di esule e un rapporto di vicinanza ed eredità elettiva. La morte di Culianu nel 1991, che segue la scomparsa di Eliade (nel 1986 a settantanove anni), è stato un evento scioccante e traumatizzante, che è stato messo in relazione con la tumultuosa caduta del comunismo romeno, su cui Culianu aveva scritto con sferzante ironia o, in modo più tortuoso, alla vexata questio dei trascorsi politici di Eliade: negli anni Trenta questi era stato ideologicamente vicino alla Legione dell'arcangelo Michele (nota come Guardia di ferro), movimento romeno di estrema destra caratterizzato da ultranazionalismo violento, ispirazione mistico-religiosa ordodossa, odio antimoderno, antiborghese e antisemita; tra il 1940 e il 1945 Eliade era stato addetto culturale della diplomazia romena, al servizio del regime di Antonescu (alleato con la Germania nazista), a Londra e poi a Lisbona. Bruce Lincoln ha scritto un memoir che si aggiunge alla vasta produzione sull'argomento e che, con acribia documentaria e partecipazione emotiva, cerca di mettere ordine in un quadro intricato e di storicizzare un dibattito storico-antropologico attorno a cui è cresciuta una controversia polarizzante contrassegnata da contestazioni e apologie, conformismi e ostracismi. Studioso di settore che è stato allievo di Eliade e collega di Culianu, Lincoln ha sviluppato una critica all'analisi fenomenologica delle religioni sul piano storiografico e metodologico e figura tra gli innovatori del campo che hanno focalizzato l'attenzione sullo studio dei rapporti tra religione, potere e ideologia.  Il titolo editoriale della traduzione italiana del libro, Omicidio all'università. Mircea Eliade e il suo passato nascosto (Il mulino 2025) non restituisce pienamente quello originale Secrets, Lies, and Consequences. A Great Scholar's Hidden Past and His Protégé's Unsolved Murder, (Oxford U.P. 2024). Lincoln infatti non intende sciogliere un giallo dagli aspetti inquietanti ma raccogliere con rigore dati, documenti e testimonianze in cinque capitoli periodizzanti (1927-1937; 1938-1979; 1972-1985; 1986-91; 1991-…) dedicati alle traiettorie intrecciate di Eliade e di Culianu, evidenziando difficoltà, vuoti e avanzamenti di una ricerca segnata da reticenze, menzogne, rettifiche, ammissioni, opacità degli attori in campo; permette così al lettore di ripercorrere la fatica della conoscenza dei fatti e di una ricerca di verità che si estende nei decenni. Per affrontare un mistero in cui non mancano false piste e dicerie, nel libro più pagine sono dedicate alle diverse congetture formulate sui possibili moventi dell'omicidio di Culianu, in un arco che si estende dall'intrigo internazionale e all'attivismo politico alle ricadute nei rapporti personali; al centro del discorso si trova l'ipotesi che tra le ragioni del delitto possa esserci il lavoro di ricerca che l'allievo stava conducendo sugli articoli del periodo “legionario” di Eliade, attorno ai quali era nata la questione della adesione del maestro al fascismo. Se il caso di omicidio rimane irrisolto e avvolto da una fitta oscurità, l'indagine più estesa nel volume riguarda infatti la figura di Eliade e le fasi della sua vita di intellettuale. Il lettore si trova così di fronte una indagine multipla e ramificata che parte da lontano. Nel tempo Eliade ha parlato «con circospezione e in maniera obliqua, rendendo difficile capire quali fossero le sue convinzioni e i suoi coinvolgimenti, vuoi nel profondo vuoi in quel momento» (p. 50), mantenendo un profilo tale da consentirgli di rimanere il più possibile indenne da conseguenze sia per quanto riguarda autorità, nemici politici e opinione pubblica, sia per l'eventualità di poter essere considerato un “traditore” del suo passato. Il testo mostra lo sconcerto di allievi e allieve che non riescono a conciliare l'immagine dell'amato maestro carismatico, geniale e affabile del periodo statunitense con quella del sostenitore di un movimento ultranazionalista, antisemita e violento e del fascismo in Europa durante la giovinezza; ed esprime la confusione di chi, dedito alla ricerca storica e alla comprensione dei contesti, vive con disagio le posture ermetiche e ambiguità di persone e ambienti. Non fornisce una risposta ultimativa ma continua a porre domande, animato dalla sofferta volontà di portare più luce possibile sul «vortice innescato dal segreto» dello studioso dalle cui conseguenze nella comunità di ricerca, seppur in modi diversi, «nessuno è stato risparmiato» (p. 162). «Esaminando il materiale da cima a fondo ­– scrive Lincoln – sono giunto alla conclusione che la mia principale responsabilità fosse quella di rendere facilmente e completamente accessibili tutti i vari documenti che lo costituivano» (p. 13). L'autore esercita il metodo storico-ricostruttivo sulle fonti e rintraccia, anche con tabelle e schemi, le differente versioni su questioni problematiche che riguardano la biografia di Eliade, raccontate nel tempo e riprese da Culianu in scritti, interviste e scambi epistolari; dalla sua posizione di studioso insigne e coinvolto nella ricerca ripercorre contributi e interventi di importanti colleghi in più lingue su uno dei più controversi dibattiti politico-culturali riguardanti la storia delle religioni nel secondo dopoguerra (con 48 pagine di note e un affollato indice dei nomi). La documentazione esposta, che si estende in un ampio arco di tempo, parla di questioni legate al fascismo, all'esoterismo e alla storia delle religioni come di scrittura di libri, ricerche universitarie e imprese editoriali: mette a disposizione materiali utili per lo studio degli intellettuali e delle loro relazioni, in cui rientrano interessi, ambizione, ideologia, credenze e convinzioni personali ma anche carriera, fama, fedeltà, divergenze, dissenso e critica. Culianu, in tal senso, appare diviso tra lealtà personale e integrità intellettuale, tra riconoscenza e indipendenza. Tale indagine riflette inoltre il percorso intellettuale dell'autore: Lincoln ha infatti studiato le religioni antiche come sistemi di classificazione e di legittimazione, che spiegano il mondo e giustificano assetti sociali, secondo una dinamica che si riproduce anche nelle istituzioni moderne e secolari, sostanziandosi in forme mitiche, rituali, autoritative e memoriali che le riguardano. Il testo procede come un’inchiesta che ha molti tratti di coinvolgimento personale ma funziona anche come sguardo sulle strutture di potere e autorità che innervano le istituzioni culturali, e può essere letto anche come una meditazione sull’università in quanto organizzazione attraversata da interessi, rivalità e rapporti di forza, calata nella storia e nei suoi conflitti che riflettono quelli più ampi della società. L'analisi degli aspetti teorici e scientifici specifici dell'opera di Eliade rimane sullo sfondo (e non può che venir rinviata alla densa bibliografia), anche se in alcuni punti Lincoln espone in sintesi le conclusioni a cui è giunto. Scrive infatti che «1) Eliade alla fine degli anni Trenta fu un fautore entusiasta della Legione, per la quale, in seguito, conservò comunque una certa simpatia; 2) dopo la guerra nascose sistematicamente il suo coinvolgimento; 3) molti degli stessi valori che lo portarono a sostenere il movimento influenzarono anche i suoi studi» (p. 118). A proposito di quest'ultimo aspetto, Carlo Ginzburg – di cui sentiremo la mancanza anche per il rigore analitico, la finezza nel metodo e l'ampiezza delle connessioni – nel saggio L'ambigua eredità di Mircea Eliade pubblicato nel recente in Il vincolo della vergogna (Adelphi 2026, pp. ) ha proposto di considerare le opere dello studioso (come il Trattato di storia della religioni e Il mito dell'eterno ritorno) nel contesto storico della sconfitta del fascismo e di leggere il rapporto tra politica ed ermeneutica che lo riguarda nel segno di una «saldatura tra società, sacro e retorica politica i cui effetti devastanti sono ancora attivi e presenti nella nostra faticosa contemporaneità» (A. Vanoli, qui). In un’epoca in cui la verità è un terreno di conflitto e l'interpretazione della storia è ambito di scontro, il libro si inserisce in un più ampio discorso sulle lotte memoriali e sulle modalità di costruzione dei saperi. Scritto per dipanare le ombre di dolorose vicende del passato che hanno investito la dimensione pubblica e il piano culturale, si legge nel presente come un invito alla vigilanza epistemologica, alla distanza per la comprensione dei fenomeni storici, a tenere aperti gli spazi di interrogazione critica. Libri TAGGED: Mircea Eliade
July 21, 2026
Doppiozero
Le basi genocidarie e stupratrici seriali dell’entità malvagia difesa dai valvassini italiani
Asia Occidentale. Queste sono le “basi” dell’entità coloniale chiamata Israele. L’Ingiustizia italiana dovrebbe documentarsi a fondo, storicamente, su cosa rappresenti questa cosa in Medio Oriente Diamo un piccolo assaggio storico, facilmente verificabile. Poi, l’Ingiustizia si può arrampicare sui vetri come vuole, tenendo in galera patrioti palestinesi accusati di “terrorismo” per il solo fatto di portare aiuti umanitari e per denunciare lo sterminio dei nativi di Palestina. Ma tant’è: ciò che si affanna a difendere in tutti i modi è un’entità coloniale genocida e stupratrice di donne e uomini, piccoli e grandi. 12 agosto 1949. Nirim, deserto del Negev, Palestina. I militari israeliani ricevono un ordine scritto dal comando: “Dovete sparare per uccidere ogni arabo nel vostro settore”. La zona è inospitale, vivono solo due tribù beduine palestinesi, i militari dell’IDF scorgono un uomo e una ragazzina, mirano all’uomo e lo uccidono. La ragazzina viene rapita, portata nell’avamposto militare e rinchiusa in una baracca. Lungo la strada incontrano una mandria di cammelli al pascolo. Il convoglio si ferma, i militari scendono dai mezzi, estraggono le armi e aprono il fuoco. Sessanta cammelli vengono uccisi a colpi di mitra. È sera. I militari sono a cena, tre lunghe tavolate. Entra il comandante dell’avamposto, il sottotenente Moshe, ha una proposta per i soldati: “Abbiamo un’araba nella baracca, lascio a voi la scelta, volete che diventi la nostra cuoca o la nostra schiava sessuale?” Scrive Haaretz “I militari rispondono entusiasti, sco-pa-re, sco-pa-re”. Stabiliscono i turni: prima gli ufficiali, poi i soldati. Gli autisti degli ufficiali protestano “vogliamo partecipare anche noi!” “Calma” dice il comandante “verrà anche il vostro turno, come anche per il cuoco, l’infermiere e il medico” Il comandante ordina di prelevare la ragazzina e di tagliarle i capelli. La conduce nella doccia, la lava con le sue mani e la stupra davanti ai soldati che osservano. L’idea piace a un altro ufficiale che decide di stuprarla allo stesso modo. La ragazzina viene stuprata per tre lunghi giorni da 20 militari dell’IDF. La storia della ragazzina palestinese stuprata a turno la conoscono in tanti, troppi, la voce arriva a Ben-Gurion, che ordina di riportarla nel villaggio da dove era stata rapita. Ma le condizioni di salute della ragazzina sono gravissime, ha perso conoscenza, ha bisogno di cure urgenti. Alcuni militari, su ordine del comandante dell’avamposto, contraddicendo agli ordini di Ben-Gurion, la caricano su una jeep, la portano nel deserto e la uccidono con un colpo al cuore. Scavano una buca, scoppia una lite tra i militari, nessuno vuole più scavare, la buca è di soli 30 cm, la gettano dentro, la cospargono di benzina e la ricoprono con la sabbia del deserto. Ben-Gurion va su tutte le furie, un sottotenente non ha eseguito un suo ordine. Decide di dargli una lezione. Pretende che venga processato in segreto da una corte marziale per stupro e omicidio e che gli atti del processo vengano secretati. Il comandante dell’avamposto viene condannato a 16 anni, gli altri militari stupratori, compreso gli esecutori dell’omicidio, a pene simboliche. Gli atti processuali verranno desecretati solo nel 2003, visionati da alcuni storici e pubblicati da Haaretz, poi dal Guardian. Cito due episodi agghiaccianti emersi dagli atti processuali: • viene rilevata l’impossibilità di dare un nome alla ragazza poiché “nessuno dei soggetti con cui ha avuto contatto ha chiesto il suo nome”; • L’età della ragazza è incerta in quanto “alcuni militari riferiscono che avesse 18-19 anni, altri 13-15, altri ancora, 10 anni” (!) Lo storico israeliano Benny Morris, intervistato da Haaretz su questa vicenda, ha affermato che, durante le sue ricerche negli archivi militari israeliani è rimasto “sorpreso dalla quantità di casi di stupro” “molti dei quali si concludono con l’omicidio della vittima” * Fonti: vari articoli di Haaretz (consultabili in un unico link), Al-Arabiya, Diario di Ben Gurion.
July 21, 2026
InfoPal
Marjane Satrapi, Persepolis Kore’eda Hirokazu, After Life #18
QUALE STRISCIA DI PERSEPOLIS NEL LIMBO DI KORE’EDA? Bildungsroman a fumetti Un tuffo nel passato per questa che è l’anteprima dell’ultima puntata della stagione di “Delicatessen” (ci sarà forse un’appendice giovedì 23 luglio). Una triste “Camera verde” per Marjane Satrapi, morta a 56 anni di crepacuore 14 mesi dopo la scomparsa del suo compagno, Mattias Ripa, con cui aveva condiviso lavoro e vita. E il successo di Persepolis, un film che fu una rivelazione per la carica dirompente del racconto storico dall’interno dell’Iran (pur realizzato in Francia dalla ormai francese Satrapi), per il linguaggio e il tratto del disegno e perché “svelò” il rigurgito femminile di ripudio del regime degli ayatollah, ma anche lo sguardo storico sulla rivoluzione, sul sacrificio dei rivoluzionari progressisti e laici, un anodino sguardo sugli studi in Austria della giovane Marjane, per sfuggire all’indottrinamento del regime. Il film era uscito nel 2007, ma il fumetto scritto in francese era precedente e descriveva l’infanzia persiana dell’autrice, la ribellione e la vita in strada a Vienna; i periodici rientri in patria documentati nel lavoro della regista danno la possibilità di mostrare le trasformazioni della repubblica islamica nei suoi primi 15 anni… e della giovane Marjane nel suo primo quarto di secolo. L’autobiografia della regista si intreccia agli eventi del paese… i suoi lutti e le sue scelte di libertà derivano direttamente dalla situazione politica, consentendo allo spettatore di fabbricarsi un giudizio non documentaristico, ma preciso dello spirito del tempo persiano dopo la rivoluzione, fatto di sensazioni personali come il profumo di gelsomino della nonna o gli insegnamenti dello zio comunista incarcerato con i Pahlavi e poi dai pasdaran che lo uccidono; le loro tombe saranno le due visitazioni prima di emigrare, l’essenza dei valori della Persia da trattenere con sé per Marjane. Una crescita profondamente femminile e femminista attraverso il quotidiano della bambina, poi ragazza e donna ribelle iraniana – e forse proprio la donna in rivolta (camusianamaente), con il suo corpo che rifiuta di sopravvivere al suo amore, in questo momento di retorica militarista va riproposto in alternativa a erotizzate donne in divisa nelle varie guerre patriarcali. L’archivio della memoria dei morti Dopo un paio di altri riferimenti al cinema iraniano (I gatti persiani, Il mio giardino persiano) a completamento dell’omaggio a Marjane Satrapi, la seconda parte della trasmissione ha riguardato un altro film di ispirazione, cultura e realizzazione molto diversi: se si vuole trovare un flebile filo rosso si può rintracciare nella morte, trattandosi di After Life (Wandafuru raifu, in originale – dunque nell’alfabeto katakana, usato per le parole straniere, ワンダフルライフ, ovvero Wonderful Life) di Kore’eda Hirokazu. Anche questo di qualche decennio fa (1998), da leggere nei suoi innumerevoli registri. Innanzitutto è una precisa rimeditazione su quale sia la funzione del cinema, ovvero come diceva Jean Cocteau: «La morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo»: il fatto che la squadra di addetti all’accoglienza sia anche una troupe incaricata di corredare i morti in transito del loro unico ricordo consentito dopo questo lavacro in una sorta di Lete orientale, che va ricostruito, ripreso e proiettato in un unico spettacolo al termine del quale l’estinto scompare nell’aldilà, lasciato a ricordare quell’unico momento che avrebbe dato motivo alla sua esistenza. Il senso del film è affastellare i molti ricordi di ciascuno dei nuovi morti, tutti a carico di chi non ha saputo (o voluto) indicare quale ricordo continuare a “vivere” per l’eternità: dunque si evidenzia la responsabilità di custodire il peso della memoria e questo è attribuito unicamente alla capacità del cinema di congelare una sensazione in un fotogramma che è per sempre invariabile, insostituibile; e non invecchia. Ma l’occasione di dare un reale intreccio a quello che fin dall’inizio della realizzazione del film traeva spunto da una serie di interviste casuali su quale sarebbe stato il ricordo unico che gli interpellati si sarebbero portati nell’aldilà è la straordinaria congiunzione tra la vita di uno degli ospiti temporanei e uno degli addetti, morto nel 1943 in guerra. Il morto recente sposò la fidanzata del giovane militare nipponico mai più tornato dopo l’addio su una panchina, scelta dalla fidanzata come unico ricordo, la stessa che a quel punto il “giovane”, che non aveva trovato altro appiglio alla passata esistenza immolata all’imperatore in una battaglia nel Pacifico meridionale, sceglie come proprio ricordo, legandosi per l’eternità alla vita di una amata con cui non ha mai realmente vissuto se non su quella panchina comune, perché le location dei set rimangono, così come gli archivi dei ricordi a disposizione dello staff. Questo è il sintomatico momento della magia degli intrecci cinematografici, che corrispondono nell’artificio ai legami esistenziali, evidenziati dal conturbante lavoro di Kore’eda; ma attorno a questo climax il regista suggerisce le molte diverse forme di memoria indotta, insufflata, raccontata, autoconvincente, a volte aggiustata o completamente fasulla e costruita su un desiderio… e questo elenco è stato ottenuto attraverso una sequela di tipaz che provengono da quel repertorio desunto dalle interviste reali e documentaristiche che stanno a monte dell’operazione di purissima fiction. Chissà quale sarà stato il “ricordo più bello” scelto da Marjane Satrapi, giunta nel limbo per gli appena trapassati?
July 21, 2026
Radio Blackout
Marjane Satrapi, Persepolis Kore’eda Hirokazu, After Life #18
QUALE STRISCIA DI PERSEPOLIS NEL LIMBO DI KORE’EDA? Bildungsroman a fumetti Un tuffo nel passato per questa che è l’anteprima dell’ultima puntata della stagione di “Delicatessen” (ci sarà forse un’appendice giovedì 23 luglio). Una triste “Camera verde” per Marjane Satrapi, morta a 56 anni di crepacuore 14 mesi dopo la scomparsa del suo compagno, Mattias Ripa, con cui aveva condiviso lavoro e vita. E il successo di Persepolis, un film che fu una rivelazione per la carica dirompente del racconto storico dall’interno dell’Iran (pur realizzato in Francia dalla ormai francese Satrapi), per il linguaggio e il tratto del disegno e perché “svelò” il rigurgito femminile di ripudio del regime degli ayatollah, ma anche lo sguardo storico sulla rivoluzione, sul sacrificio dei rivoluzionari progressisti e laici, un anodino sguardo sugli studi in Austria della giovane Marjane, per sfuggire all’indottrinamento del regime. Il film era uscito nel 2007, ma il fumetto scritto in francese era precedente e descriveva l’infanzia persiana dell’autrice, la ribellione e la vita in strada a Vienna; i periodici rientri in patria documentati nel lavoro della regista danno la possibilità di mostrare le trasformazioni della repubblica islamica nei suoi primi 15 anni… e della giovane Marjane nel suo primo quarto di secolo. L’autobiografia della regista si intreccia agli eventi del paese… i suoi lutti e le sue scelte di libertà derivano direttamente dalla situazione politica, consentendo allo spettatore di fabbricarsi un giudizio non documentaristico, ma preciso dello spirito del tempo persiano dopo la rivoluzione, fatto di sensazioni personali come il profumo di gelsomino della nonna o gli insegnamenti dello zio comunista incarcerato con i Pahlavi e poi dai pasdaran che lo uccidono; le loro tombe saranno le due visitazioni prima di emigrare, l’essenza dei valori della Persia da trattenere con sé per Marjane. Una crescita profondamente femminile e femminista attraverso il quotidiano della bambina, poi ragazza e donna ribelle iraniana – e forse proprio la donna in rivolta (camusianamaente), con il suo corpo che rifiuta di sopravvivere al suo amore, in questo momento di retorica militarista va riproposto in alternativa a erotizzate donne in divisa nelle varie guerre patriarcali. L’archivio della memoria dei morti Dopo un paio di altri riferimenti al cinema iraniano (I gatti persiani, Il mio giardino persiano) a completamento dell’omaggio a Marjane Satrapi, la seconda parte della trasmissione ha riguardato un altro film di ispirazione, cultura e realizzazione molto diversi: se si vuole trovare un flebile filo rosso si può rintracciare nella morte, trattandosi di After Life (Wandafuru raifu, in originale – dunque nell’alfabeto katakana, usato per le parole straniere, ワンダフルライフ, ovvero Wonderful Life) di Kore’eda Hirokazu. Anche questo di qualche decennio fa (1998), da leggere nei suoi innumerevoli registri. Innanzitutto è una precisa rimeditazione su quale sia la funzione del cinema, ovvero come diceva Jean Cocteau: «La morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo»: il fatto che la squadra di addetti all’accoglienza sia anche una troupe incaricata di corredare i morti in transito del loro unico ricordo consentito dopo questo lavacro in una sorta di Lete orientale, che va ricostruito, ripreso e proiettato in un unico spettacolo al termine del quale l’estinto scompare nell’aldilà, lasciato a ricordare quell’unico momento che avrebbe dato motivo alla sua esistenza. Il senso del film è affastellare i molti ricordi di ciascuno dei nuovi morti, tutti a carico di chi non ha saputo (o voluto) indicare quale ricordo continuare a “vivere” per l’eternità: dunque si evidenzia la responsabilità di custodire il peso della memoria e questo è attribuito unicamente alla capacità del cinema di congelare una sensazione in un fotogramma che è per sempre invariabile, insostituibile; e non invecchia. Ma l’occasione di dare un reale intreccio a quello che fin dall’inizio della realizzazione del film traeva spunto da una serie di interviste casuali su quale sarebbe stato il ricordo unico che gli interpellati si sarebbero portati nell’aldilà è la straordinaria congiunzione tra la vita di uno degli ospiti temporanei e uno degli addetti, morto nel 1943 in guerra. Il morto recente sposò la fidanzata del giovane militare nipponico mai più tornato dopo l’addio su una panchina, scelta dalla fidanzata come unico ricordo, la stessa che a quel punto il “giovane”, che non aveva trovato altro appiglio alla passata esistenza immolata all’imperatore in una battaglia nel Pacifico meridionale, sceglie come proprio ricordo, legandosi per l’eternità alla vita di una amata con cui non ha mai realmente vissuto se non su quella panchina comune, perché le location dei set rimangono, così come gli archivi dei ricordi a disposizione dello staff. Questo è il sintomatico momento della magia degli intrecci cinematografici, che corrispondono nell’artificio ai legami esistenziali, evidenziati dal conturbante lavoro di Kore’eda; ma attorno a questo climax il regista suggerisce le molte diverse forme di memoria indotta, insufflata, raccontata, autoconvincente, a volte aggiustata o completamente fasulla e costruita su un desiderio… e questo elenco è stato ottenuto attraverso una sequela di tipaz che provengono da quel repertorio desunto dalle interviste reali e documentaristiche che stanno a monte dell’operazione di purissima fiction. Chissà quale sarà stato il “ricordo più bello” scelto da Marjane Satrapi, giunta nel limbo per gli appena trapassati?
Marjane Satrapi, Persepolis Kore’eda Hirokazu, After Life #18
QUALE STRISCIA DI PERSEPOLIS NEL LIMBO DI KORE’EDA? Bildungsroman a fumetti Un tuffo nel passato per questa che è l’anteprima dell’ultima puntata della stagione di “Delicatessen” (ci sarà forse un’appendice giovedì 23 luglio). Una triste “Camera verde” per Marjane Satrapi, morta a 56 anni di crepacuore 14 mesi dopo la scomparsa del suo compagno, Mattias Ripa, con cui aveva condiviso lavoro e vita. E il successo di Persepolis, un film che fu una rivelazione per la carica dirompente del racconto storico dall’interno dell’Iran (pur realizzato in Francia dalla ormai francese Satrapi), per il linguaggio e il tratto del disegno e perché “svelò” il rigurgito femminile di ripudio del regime degli ayatollah, ma anche lo sguardo storico sulla rivoluzione, sul sacrificio dei rivoluzionari progressisti e laici, un anodino sguardo sugli studi in Austria della giovane Marjane, per sfuggire all’indottrinamento del regime. Il film era uscito nel 2007, ma il fumetto scritto in francese era precedente e descriveva l’infanzia persiana dell’autrice, la ribellione e la vita in strada a Vienna; i periodici rientri in patria documentati nel lavoro della regista danno la possibilità di mostrare le trasformazioni della repubblica islamica nei suoi primi 15 anni… e della giovane Marjane nel suo primo quarto di secolo. L’autobiografia della regista si intreccia agli eventi del paese… i suoi lutti e le sue scelte di libertà derivano direttamente dalla situazione politica, consentendo allo spettatore di fabbricarsi un giudizio non documentaristico, ma preciso dello spirito del tempo persiano dopo la rivoluzione, fatto di sensazioni personali come il profumo di gelsomino della nonna o gli insegnamenti dello zio comunista incarcerato con i Pahlavi e poi dai pasdaran che lo uccidono; le loro tombe saranno le due visitazioni prima di emigrare, l’essenza dei valori della Persia da trattenere con sé per Marjane. Una crescita profondamente femminile e femminista attraverso il quotidiano della bambina, poi ragazza e donna ribelle iraniana – e forse proprio la donna in rivolta (camusianamaente), con il suo corpo che rifiuta di sopravvivere al suo amore, in questo momento di retorica militarista va riproposto in alternativa a erotizzate donne in divisa nelle varie guerre patriarcali. L’archivio della memoria dei morti Dopo un paio di altri riferimenti al cinema iraniano (I gatti persiani, Il mio giardino persiano) a completamento dell’omaggio a Marjane Satrapi, la seconda parte della trasmissione ha riguardato un altro film di ispirazione, cultura e realizzazione molto diversi: se si vuole trovare un flebile filo rosso si può rintracciare nella morte, trattandosi di After Life (Wandafuru raifu, in originale – dunque nell’alfabeto katakana, usato per le parole straniere, ワンダフルライフ, ovvero Wonderful Life) di Kore’eda Hirokazu. Anche questo di qualche decennio fa (1998), da leggere nei suoi innumerevoli registri. Innanzitutto è una precisa rimeditazione su quale sia la funzione del cinema, ovvero come diceva Jean Cocteau: «La morte al lavoro 24 fotogrammi al secondo»: il fatto che la squadra di addetti all’accoglienza sia anche una troupe incaricata di corredare i morti in transito del loro unico ricordo consentito dopo questo lavacro in una sorta di Lete orientale, che va ricostruito, ripreso e proiettato in un unico spettacolo al termine del quale l’estinto scompare nell’aldilà, lasciato a ricordare quell’unico momento che avrebbe dato motivo alla sua esistenza. Il senso del film è affastellare i molti ricordi di ciascuno dei nuovi morti, tutti a carico di chi non ha saputo (o voluto) indicare quale ricordo continuare a “vivere” per l’eternità: dunque si evidenzia la responsabilità di custodire il peso della memoria e questo è attribuito unicamente alla capacità del cinema di congelare una sensazione in un fotogramma che è per sempre invariabile, insostituibile; e non invecchia. Ma l’occasione di dare un reale intreccio a quello che fin dall’inizio della realizzazione del film traeva spunto da una serie di interviste casuali su quale sarebbe stato il ricordo unico che gli interpellati si sarebbero portati nell’aldilà è la straordinaria congiunzione tra la vita di uno degli ospiti temporanei e uno degli addetti, morto nel 1943 in guerra. Il morto recente sposò la fidanzata del giovane militare nipponico mai più tornato dopo l’addio su una panchina, scelta dalla fidanzata come unico ricordo, la stessa che a quel punto il “giovane”, che non aveva trovato altro appiglio alla passata esistenza immolata all’imperatore in una battaglia nel Pacifico meridionale, sceglie come proprio ricordo, legandosi per l’eternità alla vita di una amata con cui non ha mai realmente vissuto se non su quella panchina comune, perché le location dei set rimangono, così come gli archivi dei ricordi a disposizione dello staff. Questo è il sintomatico momento della magia degli intrecci cinematografici, che corrispondono nell’artificio ai legami esistenziali, evidenziati dal conturbante lavoro di Kore’eda; ma attorno a questo climax il regista suggerisce le molte diverse forme di memoria indotta, insufflata, raccontata, autoconvincente, a volte aggiustata o completamente fasulla e costruita su un desiderio… e questo elenco è stato ottenuto attraverso una sequela di tipaz che provengono da quel repertorio desunto dalle interviste reali e documentaristiche che stanno a monte dell’operazione di purissima fiction. Chissà quale sarà stato il “ricordo più bello” scelto da Marjane Satrapi, giunta nel limbo per gli appena trapassati?
Rovereto, sabato 25 luglio: Contestiamo la nazionale israeliana al campionato di Eurobasket!
Riceviamo e diffondiamo: Come mai un campionato sportivo europeo viene inaugurato da una partita in cui gioca la nazionale israeliana? E soprattutto, perché si permette ancora a Israele – uno Stato guerrafondaio e genocida – di partecipare alle competizioni sportive? Ci riferiamo ovviamente alla partita Israele-Grecia che inaugurerà il campionato europeo di basket under 18 il prossimo 25 luglio (Rovereto, Palamarchetti ore 13), e a quelle che seguiranno nei prossimi giorni a Trento e Rovereto. Mentre la Russia è esclusa da ogni competizione internazionale e negli USA la squadra iraniana è stata vessata in ogni modo alla Coppa del Mondo, a Israele si aprono tutte le porte, comprese quelle della “città della pace”. Si sa d’altronde che le vite non sono tutte uguali, e c’è chi può e chi non può. Israele può demolire case e prendersi terre in Cisgiordania, occupare e bombardare il Libano, avanzare e massacrare nella striscia di Gaza, arrestare, torturare e ammazzare uomini, donne e bambini in tutta la Palestina. Quanto agli israeliani, possono venire a fare vacanze in ogni angolo d’Italia, magari arrampicando ad Arco o giocando a pallacanestro a Rovereto e Trento. I palestinesi, invece, possono al massimo resistere pacificamente lasciandosi divorare come un’anguria. I giovani under 18 invitati a giocare a Rovereto sono membri di un popolo-esercito che massacra da un secolo i palestinesi, e saranno presto chiamati a “servire la patria” come i loro genitori. Sta a noi mostrare loro la possibilità di un esempio diverso, come quello dei loro quasi-coetanei che disertano l’arruolamento. Il che non significa farli giocare in nome della «convivenza civile», ma invitarli a non essere complici, rifiutando noi per primi ogni connivenza con il loro Stato. Per questi ragazzi abbiamo un messaggio: se volete chiedere asilo politico in Italia non per fuggire da crimini di guerra ma per rifiuto di commetterli, per noi siete i benvenuti. Per i roveretani ne abbiamo un altro: boicottare la partita, il Comune che la accoglie e la sua pelosa “solidarietà”. Mentre, in questi giorni, Israele sta cominciando a internare i palestinesi di Gaza in riserve-lager, dobbiamo dare ancora più voce alla solidarietà reale. Contestiamo la partita! Assemblea di solidarietà con la resistenza palestinese Rovereto, 25 luglio Contestiamo rumorosamente la partita di basket under 18 Israele-Grecia al Palamarchetti Appuntamento ai Giardini “Perlasca” (Giardini Milano) dalle ore 12 Qui la chiamata in pdf: rovereto eurobasket 25 luglio Qui le locandine scaricabili:
July 21, 2026
il Rovescio