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La Peacewalk to Jerusalem entra in Svizzera
 Il 27 maggio i camminatori provenienti dal sud della Francia sono stati accolti a Ginevra davanti alla Broken Chair, presso il Palazzo  delle Nazioni Unite, in un incontro simbolico che ha inaugurato il tratto svizzero del cammino. La scelta di Ginevra non è casuale. Città della diplomazia internazionale e sede europea delle Nazioni Unite, rappresenta uno dei luoghi più significativi al mondo per un’iniziativa che promuove il dialogo, la nonviolenza e la fraternità tra i popoli. Il benvenuto riservato ai partecipanti ha sottolineato il valore umano e simbolico di un percorso che attraversa Paesi, culture e religioni nel segno della pace. Il prossimo appuntamento sarà il 1° giugno a Losanna, dove convergeranno le due rotte francesi della Peacewalk: quella partita da Parigi e quella proveniente dal sud della Francia, collegata al percorso che risale da Finisterre. L’incontro segnerà l’inizio della traversata della Svizzera da ovest a est. Nel cuore dell’Europa, la Confederazione Svizzera offre uno scenario particolarmente coerente con i valori del progetto. Le sue quattro lingue nazionali, la tradizione di neutralità e mediazione internazionale, la presenza del Comitato Olimpico Internazionale a Losanna e il legame con Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, fanno della Svizzera un ponte naturale tra culture e popoli. Il 1° giugno i partecipanti delle due rotte condivideranno un pasto comune e alle 20.00 si svolgerà una cerimonia pubblica con canti e benedizioni presso il Padiglione Thailandese del Parc Denantou di Losanna, organizzata da Flame of Hope e dal team Peacewalk Switzerland. Nelle settimane successive il cammino attraverserà Friburgo, Berna, Schwarzenburg, Flüeli-Ranft, Lucerna, Beckenried, Einsiedeln, Rapperswil, Appenzell e Oberriet. Il 25 giugno il testimone sarà consegnato agli amici austriaci sulle rive del Reno. Alla cerimonia parteciperà Johannes Aschauer, fondatore della Jerusalem Way, che celebrerà il quattordicesimo anniversario del percorso. Da lì la Peacewalk continuerà verso Linz, Budapest, Sarajevo, Istanbul, Amman e Gerico, fino a raggiungere Al-Quds/Gerusalemme. Un lungo cammino che attraversa frontiere e differenze culturali per affermare, passo dopo passo, la possibilità di una convivenza pacifica tra gli esseri umani. Tiziana Volta
May 30, 2026
Pressenza
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May 29, 2026
nomortilavoro
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May 29, 2026
nomortilavoro
Non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme (dichiarazione di Daniela Klette al tribunale di Verden)
Pubblichiamo la dichiarazione che Daniela Klette ha pronunciato davanti al tribunale di Verden il 12 maggio scorso (il titolo, che riprende un passaggio della sua arringa, è nostro). Nelle sue parole, la coerenza di una vita intera dedicata alla lotta, in cui l’impegno internazionalista della “generazione Vietnam” risuona con grande forza (e con un’esemplare modestia) nei compiti a cui si trova confrontata la “generazione Gaza”. Daniela libera! Qui in pdf: Dichiarazione Klette Non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme (dichiarazione di Daniela Klette al tribunale di Verden) La presunta ex militante della RAF Daniela Klette ha tenuto il 12 maggio 2026 davanti al Tribunale di Verden la sua arringa finale nel processo per 13 rapine a furgoni portavalori e uffici cassa di supermercati, che avrebbe commesso durante la sua vita nella clandestinità insieme ai suoi coimputati ancora ricercati Burkhard Garweg ed Ernst-Volker Staub. L’arringa, originariamente scritta a mano, viene qui pubblicata integralmente in una versione editorialmente leggermente rivista. (junge Welt) Ora questo primo lungo processo contro di me volge al termine. Nel corso del procedimento si è confermata la valutazione che c’è stata fin dall’inizio. Ed è diventato fin troppo chiaro: l’indagine e il processo sono determinati politicamente. Si tratta di imporre a tutti i costi il dominio e la sottomissione. La procura lo ha sottolineato ancora una volta con la sua requisitoria. Non si tratta di singoli atti né tanto meno di me, ma di delegittimare una storia di resistenza radicale di sinistra e punirla in modo esemplare. Ringrazio tutti coloro che mi sono stati solidali, qui nell’aula, dall’esterno, davanti alle mura del carcere, con lettere, cartoline e pensieri. E anche il mio avvocato Ulrich von Klinggräff, che purtroppo si è ammalato gravemente e quindi non può più essere qui. A tutti loro e alla parte del pubblico che se ne interessa, è rivolto ciò che dirò oggi. Vorrei dire qualcosa in breve sulla mia storia, che è anche la storia di tante altre compagne e compagni. Molti di coloro che mi hanno scritto sono così giovani che non hanno vissuto il periodo dai primi anni Settanta fino agli anni Novanta nella Germania Ovest. Oppure sono cresciuti nella Germania Est o in altre parti del mondo. Ho scritto questo senza pretesa di completezza, ma spero che da quanto detto diventi chiaro perché difendo la ricerca di un mondo migliore, in cui capitalismo, razzismo e patriarcato siano superati, e la lotta per esso. E perché difendo anche il diritto di costruirsi e mantenere una vita nella clandestinità, anche quando si tratta “solo” di sottrarsi alla repressione dello Stato. Questo è del tutto indipendente dal fatto che per me quest’ultima situazione è finita da più di due anni. Per questo è compito mio fare tutto ciò, per quanto possibile, da qui. Da adolescente sentivo che una vita secondo le regole capitalistiche è distruttiva. Gli esseri umani sono esseri sociali e orientati alla cooperazione. Ma la sottomissione alle costrizioni prodotte dal capitalismo, dell’isolamento attraverso la competizione, attacca questo aspetto e crea estraneità e distanza reciproca. Doversi far funzionare senza chiedersi per cosa, e l’inseguire per corrispondere a immagini e norme prodotte da questo sistema, crea distanza da se stessi. Naturalmente non avevo ancora un concetto né una spiegazione precisa per questo. Ma mi sentivo logorata dalla pressione e dallo sconforto che tutto ciò generava, e la mia opposizione cresceva. Per questo fui presto turbata da domande su un’altra vita, che doveva pur essere possibile. Questo accadeva anche se a casa ebbi grande fortuna. I miei genitori erano persone aperte. Mia madre lo è sempre stata, credo. Mio padre, che da ragazzo entrò nella Gioventù hitleriana e da adolescente combatté nella guerra dalla parte dei nazisti, dopo il 1945 si confrontò intensamente con i crimini del nazionalsocialismo e ne trasse le conseguenze per sé. Entrambi volevano trasmettere ai loro figli valori umani. Così potevo avere amiche e amici da ogni dove, sia per quanto riguarda i paesi, il colore della pelle, sia la posizione sociale. All’inizio del periodo della migrazione per lavoro, alcuni di loro venivano da Spagna, Italia, Portogallo. Attraverso il contatto con queste amiche e amici ebbi la possibilità di conoscere diversi modi di vivere. Era qualcosa di speciale. Solo una delle mie compagne e compagni di scuola poteva uscire con noi per strada. Come ovunque, anche nel nostro quartiere erano diffuse posizioni razziste nei confronti dei migranti. Così i miei genitori dovettero resistere alle critiche di insegnanti che osservavano preoccupati le mie “relazioni”. Notai anche quanto fosse respingente ed escludente il comportamento verso i lavoratori immigrati. Vidi container in cui lavoratori edili turchi dovevano vivere ammassati in molti, per poi spezzarsi le ossa nel duro lavoro. Dovevano farsi sfruttare al massimo al lavoro, ma non dovevano assolutamente diventare una parte paritaria di questa società. Anche queste ingiustizie mi facevano arrabbiare. A scuola non si trattava di stare insieme, no, ci volevano inculcare che si trattava sempre di “essere migliori”, migliori della migliore amica. E di stare al passo per poter raggiungere una carriera che permettesse di partecipare al consumo ritenuto desiderabile. Un consumo che non è orientato ai bisogni reali, ma per il quale i bisogni vengono artificialmente creati per aumentare i profitti delle aziende. Ancora oggi è così che ti viene fatto credere che non conta come sei, ma cosa hai, come appari e cosa realizzi. Per il profitto crescente del capitale, che determina qui il tuo valore. Allora mi chiedevo spesso cosa ci fosse di sbagliato in me, perché non sentivo alcuna attrazione nel tenere il passo. Al contrario, ogni tentativo di sottomettermi a questo mi toglieva ogni energia da tutte le fibre. L’essere abbattuta da questo si risolse solo quando mi riunii con amiche della sinistra spontaneista e non dogmatica. Ci confrontammo con testi del Collettivo Socialista dei Pazienti, come ad esempio il libro Trasformare la malattia in un’arma, che mi impressionò molto. Attraverso questi confronti imparai che alla base del mio smarrimento non c’era un problema individuale, ma era dovuto alle condizioni sociali. Capire questo aprì ancora di più gli occhi sull’ingiustizia che ci circondava. Lo sfruttamento e l’oppressione imperialista brutale in molte parti del mondo e le guerre che partivano dai ricchi paesi capitalisti. Non volevo assolutamente diventare complice. Divenni convinta che nel superamento di queste condizioni risieda la speranza di una vita libera e dignitosa per tutti, che è necessario conquistare. Questa convinzione non mi ha mai più abbandonato. Perché ogni decennio, ogni singolo anno e ogni giorno portano nuove prove che all’interno del capitalismo i problemi dell’umanità non sono risolvibili. Anzi: si aggravano sempre di più. Insieme a molti altri, non volevo sottomettermi a questo sistema che aliena le persone da se stesse. Volevamo essere visti per quello che siamo, senza dover corrispondere a bugie e immagini imposte dalla società dei consumi e della prestazione. Non volevamo rimanere prigionieri di ciò e volevamo cambiare noi stessi e la società determinata dal capitalismo. Era verso la metà degli anni Settanta. Aleggiava ancora un soffio del movimento di ribellione del Sessantotto contro le istituzioni e le posizioni politiche ancora, o di nuovo, infiltrate da nazisti e contro le mentalità plasmate dal fascismo nella società. C’era stato l’inizio di una sinistra rivoluzionaria internazionalista, con enormi manifestazioni di solidarietà con la lotta di liberazione vietnamita contro l’aggressione statunitense e con la lotta contro il regime fascista dello scià in Iran, allora fortemente sostenuta dalla sinistra rivoluzionaria iraniana. Ma c’era stato anche il primo manifestante ucciso dalla polizia in questo inizio. Il 2 giugno 1967, lo studente Benno Ohnesorg fu ucciso da un poliziotto durante una manifestazione contro la complicità della RFT con il regime fascista dello scià. Erano già avvenuti gli attacchi della RAF contro i quartieri generali statunitensi a Francoforte e Heidelberg, da dove venivano coordinati i bombardamenti dell’esercito statunitense in Vietnam. Anche il Movimento 2 Giugno e le Cellule Rivoluzionarie si erano costituiti allora. E più tardi si aggiunse la Rote Zora, organizzata da donne. A scuola si sentivano ancora i resti della rivolta del ’68. Nonostante i divieti di professione, c’erano alcuni insegnanti che praticavano con noi altre forme di insegnamento, orientate all’apprendimento insieme e non alla competizione. Leggevamo libri come quelli di B. Traven sulle storie di resistenza in America Latina o L’onore perduto di Katharina Blum di Heinrich Böll. In religione apprendemmo della teologia della liberazione in America Latina e dei preti che lì si erano uniti alla lotta per la liberazione. Come Dom Hélder Câmara in Brasile e Camilo Torres in Colombia. Tutto questo, ma anche il fatto che questi insegnanti venivano disciplinati e trasferiti davanti ai nostri occhi, mi ha fatto imparare di più sulle condizioni mondiali e sul ruolo e la realtà della RFT. Ci indignava anche che a quel tempo non faceva parte del curriculum scolastico confrontarsi in modo approfondito con il nazifascismo. Figurarsi sulle conseguenze che se ne dovevano trarre. Col senno di poi, non c’è da stupirsi, perché non erano previste conseguenze fondamentali. Le nostre conoscenze in merito le acquisivamo al di fuori della scuola. Ricordo un raccoglitore ad anelli compilato da studentesse di sinistra. Si chiamava Imparare dal basso, credo. Da esso apprendemmo la responsabilità del capitale per la presa del potere da parte del fascismo e l’intera dimensione della catastrofe umana, la brutale persecuzione del movimento operaio di sinistra e degli intellettuali di sinistra, la crudele politica di sterminio contro la popolazione ebraica, contro i rom e i sinti, i campi di concentramento e l’eutanasia, lo sterminio di ogni opposizione, la guerra di sterminio persa contro l’Unione Sovietica, che costò la vita a più di 25 milioni di cittadini sovietici, gli attacchi e l’occupazione nell’Europa orientale e occidentale, ma anche la resistenza antifascista e comunista contro di essa in tutta Europa. In quel periodo, studenti e studentesse più grandi invitavano anche a proiezioni di film e discussioni sulla lotta di liberazione vietnamita. Formammo un collettivo scolastico per poter imporre richieste nella vita scolastica quotidiana. Fino all’età di 15 anni mi ero opposta all’idea che le persone che vogliono lottare per un mondo migliore dovrebbero imporlo e difenderlo con la violenza. Il mio sogno era un cambiamento non violento. Guardare alla storia e al mondo rendeva sempre più chiara la consapevolezza che i potenti beneficiari, i più coinvolti nel sistema capitalistico, avrebbero combattuto qualsiasi cambiamento fondamentale con la violenza più brutale. L’esempio del colpo di Stato militare fascista sostenuto dagli USA e l’omicidio di Salvador Allende in Cile nel 1973 avevano mostrato che le possibilità e l’esistenza di qualsiasi governo socialista eletto sarebbero state schiacciate se non avessero potuto difendersi armate. “Che tu debba difenderti se non vuoi soccombere, lo capirai” era allora uno slogan su molti volantini e molti muri. Negli anni della mia politicizzazione a Karlsruhe, ho sempre saputo qualcosa della RAF attraverso slogan o manifesti sui muri. Anche della lotta dei prigionieri politici contro la tortura dell’isolamento e della solidarietà con loro. Presto seguii consapevolmente tutto questo, anche i loro scioperi della fame. Aveva su di me una grande attrazione che ci fosse qualcuno che lottava così risolutamente contro questo sistema, dal quale anch’io, come molti altri, mi sentivo oppressa. Avevo 16 anni quando seppi che un uomo era stato ucciso in custodia mentre lottava con lo sciopero della fame contro la tortura della detenzione in isolamento. Era Holger Meins, che si era ribellato alle condizioni ed era stato ucciso in prigione dalla malnutrizione mirata durante l’alimentazione forzata statale e dal rifiuto di assistenza medica. Avevo 17 anni quando la lotta di liberazione vietnamita sconfisse l’imperialismo guidato dagli USA. L’incredibile vittoria fu conquistata anche con la solidarietà mondiale. Nonostante il napalm, nonostante l’enorme macchina militare che si opponeva al movimento di liberazione, e nonostante i massacri della popolazione vietnamita commessi dai militari statunitensi con l’aiuto e la complicità dell’Occidente, prima di tutto della Germania. Fu in molti paesi un periodo di tentativi di liberazione e lotte anticoloniali: ad esempio le Pantere Nere contro l’oppressione razzista e per la rivoluzione negli USA, la lotta contro l’apartheid in Sudafrica o l’FSLN in Nicaragua contro la dittatura. Iniziai a capire cosa l’umanità ha da aspettarsi dal capitalismo e dall’imperialismo. Sì, mi consideravo parte dei movimenti mondiali che lottavano per la liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, contro il capitalismo e il patriarcato e contro la guerra e il militarismo. Nel 1976/77 iniziai a visitare prigionieri politici. Il primo fu Johannes Thimme, che era in prigione per presunto sostegno alla RAF e fu messo immediatamente in isolamento. Volevo esprimere la mia solidarietà contro questo e oppormi all’isolamento. In risposta, iniziarono a terrorizzarmi con osservazioni. Nel 1977, agenti di polizia in borghese in auto erano davanti alla mia porta di casa già al mattino presto e mi seguivano a passo d’uomo fino a scuola. Dopo il 1977, quando il tentativo di liberare undici prigionieri della RAF fallì e dei prigionieri di Stammheim solo Irmgard Möller sopravvisse gravemente ferita alla notte del 18 ottobre 1977, decisi di trasferirmi a Wiesbaden. Lì avevo conosciuto compagne e compagni con i quali volevo continuare la solidarietà con i prigionieri politici. Lo consideravamo una parte importante e urgentemente necessaria della lotta antimperialista e antifascista. Divenne una vita piena di attività di resistenza contro l’isolamento e per il riunire i prigionieri, di solidarietà con le lotte di liberazione in Palestina, Sudafrica, Nicaragua ed El Salvador, con compagne e compagni turchi contro il colpo di stato della NATO in Turchia. Attraverso la lotta in solidarietà con i prigionieri politici si svilupparono discussioni e amicizie che andavano oltre con altre compagne e compagni dall’Irlanda, dai Paesi Baschi, dall’Italia, dalla Spagna e dalla Francia. E c’erano contatti con la resistenza iraniana di sinistra. I movimenti di liberazione internazionali rappresentavano per noi anche la lotta per la liberazione delle donne in tutto il mondo. Leila Khaled del FPLP in Palestina, Assata Shakur e Angela Davis del movimento di liberazione nera negli USA e anche le compagne dei gruppi armati dell’Europa occidentale erano per noi esempi. Rappresentavano milioni di donne in tutto il mondo. Negli ultimi decenni, l’esempio del movimento di liberazione curdo, specialmente in Rojava, ha mostrato quanta forza nasca per tutti quando la liberazione delle donne è una parte determinante della lotta. Vivevamo e organizzavamo la nostra vita quotidiana insieme. Ci furono occupazioni di case e la lotta contro la pista Ovest, contro il disboscamento della foresta e contro l’ampliamento della capacità dell’aeroporto di Francoforte e quindi della base aerea statunitense. Andavamo lì per le passeggiate domenicali, in parte pacifiche, in parte militanti, verso il muro della pista, facevamo teatro politico, molti incontri di resistenza ed eventi che si opponevano alla politica imperialista degli USA e della NATO. Eravamo insieme a manifestazioni di solidarietà con i movimenti di liberazione in Nicaragua ed El Salvador, contro le visite di Stato di Reagan, allora presidente USA, e Haig, allora comandante supremo US-NATO, e in solidarietà con i prigionieri politici. Gli attacchi della RAF contro Haig e Kroesen, così come contro l’aeroporto militare statunitense di Ramstein come base per le loro guerre in tutto il mondo e il tentativo a Oberammergau, li consideravamo all’epoca delle grandi mobilitazioni contro lo stazionamento di missili a raggio intermedio statunitensi e le guerre di contro-insurrezione statunitensi contro i movimenti di liberazione come un rafforzamento della nostra resistenza e viceversa. In questo periodo arrivò anche la proposta della RAF e di Action Directe di formare un fronte di resistenza comune nella lotta contro la formazione dell’Europa occidentale come blocco imperialista e in solidarietà con i movimenti di liberazione. La polizia di Stato colpì duramente con una repressione rafforzata. Diverse compagne e compagni antimperialisti noti alla polizia di Stato furono arrestati. La Procura Generale Federale si dotò, con la costruzione di una presunta “RAF legale“, dello strumento che rese possibile portare in prigione i compagni per molti anni con condanne senza prove della loro presunta partecipazione ad azioni militanti. Fin dalle visite ai prigionieri politici, noi – e questo “noi” lo riferisco a molte compagne e compagni – eravamo sorvegliati quasi ad ogni passo. Ci terrorizzavano con pedinamenti palesi, con controlli anche più volte al giorno, in cui venivamo chiamati per nome e dovevamo esibire i documenti. Nella strada in cui vivevamo, allestivano spesso posti di blocco, in modo che nessun visitatore potesse arrivare da noi senza essere registrato. L’altra variante erano i pedinamenti nascosti, che non dovevamo notare. Queste pratiche di sorveglianza erano come malattie contagiose che si trasmettevano da persona a persona. In ogni caso dovevamo sempre presumere che i “signori del crepuscolo mattutino” fossero in agguato da qualche parte. Ci voleva un grande sforzo per potersi sottrarre a questa sorveglianza almeno per qualche ora, fosse per poter parlare senza la paura di essere ascoltati, fosse per scrivere qualche slogan o attaccare manifesti. È evidente che la resistenza non avrebbe mai potuto lasciarsi mettere in catene come queste, che significano far controllare ogni attività dalla polizia di Stato. E naturalmente non volevamo nemmeno spiattellare la nostra vita sentimentale davanti alle guardie. Già negli anni ’70 e ’80, c’erano sempre compagn* che notavano come la rete intorno a loro si stringesse sempre di più, e che sparivano per paura e per arresto, scomparivano dalla scena e – alcuni, anche per anni – vivevano all’estero. Alla fine degli anni ’80, all’inizio degli anni ’90, era evidente che doveva esserci una ridefinizione e una riflessione fondamentale della politica rivoluzionaria. Perché da un lato le condizioni quadro internazionali erano profondamente cambiate, dall’altro si trattava di elaborare le esperienze passate. Allora ero una dei tanti a cui non venne in mente di ritirarsi di fronte alla svolta epocale. Non volevamo accettare il crollo dell’Unione Sovietica come una vittoria definitiva del capitalismo. Era chiaro che questo indebolimento del movimento socialista mondiale avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. Nella RFT portò al ritorno della Bundeswehr come esercito apertamente belligerante e subito nella guerra contro la Jugoslavia, contraria al diritto internazionale. Portò all’annessione della DDR da parte della RFT, imposta anche contro la volontà di coloro che avevano iniziato la loro ascesa nella DDR con l’obiettivo di un cambiamento positivo lì e al di là del sistema capitalistico e della realtà della Germania Ovest, e portò con sé l’attacco neoliberale alle conquiste sociali faticosamente ottenute. E una mobilitazione razzista alimentata dalla CDU come deviazione della rabbia eventualmente scatenata e della resistenza nascente. Allo stesso tempo, veniva celebrata un’ebbrezza giubilante nazionalista. Questo fu prontamente raccolto dalla destra e portò, nella Germania unita, a ovest e a est, a mortali attentati incendiari come a Solingen e Mölln e ad attacchi contro migranti, rifugiati e persone di sinistra e le loro strutture. Ricordo solo Rostock-Lichtenhagen e Hoyerswerda e le notizie di antifascisti che si trovano attualmente davanti ai tribunali e che da giovani sono stati esposti a quest’atmosfera nella Germania dell’Est. Naturalmente ci rendemmo conto di questa dolorosa debolezza della sinistra in tutto il mondo, e anche per questo eravamo in giro con la sensazione di voler fare tutti gli sforzi possibili per trovare risposte alle domande che ci attendevano e per continuare ad esistere come forza radicale di sinistra. Le discussioni su questo avvenivano insieme a persone in clandestinità. A lungo andare era troppo pericoloso sottrarsi più e più volte alla sorveglianza per poi tornare. Decisi di non continuare a guardare questa situazione e quindi rimasi via. Fu la decisione di fare della resistenza il centro della mia vita, e i contatti e le discussioni con altre compagne e compagni che si facevano le stesse domande su “Come continuare?” e sulla ridefinizione della politica rivoluzionaria erano diventati per me una priorità. La RAF non esiste più da 28 anni. Che la RAF abbia avuto un ruolo importante nella mia vita deriva da ciò che ho scritto qui. Queste compagne e compagni rappresentavano per me la possibilità di rompere con questo sistema e lottare nella resistenza fondamentale per la liberazione. Attraverso la discussione sulle prime azioni della RAF durante la guerra del Vietnam, capimmo di più sul ruolo della RFT e sugli equilibri di potere mondiali e su come le lotte possano sostenersi a livello internazionale. Anche dalle carceri, la lotta dei prigionieri contro la tortura dell’isolamento e per la collettività, per poter stare insieme e agire, con coloro che lo volevano per sé, ha trasmesso un’idea di ciò che realmente conta nella lotta per la liberazione. Vale a dire una società in cui il “per tutti” è al centro e non il profitto, il denaro, il potere – non l’avere, ma l’essere, e insieme. Questo è rimasto a lungo così per me, indipendentemente dalle critiche che avevo già allora su alcune azioni e sulle determinazioni alla base. Anche indipendentemente dalla consapevolezza della necessità di confrontarsi con gli errori della storia della sinistra radicale e militante, quindi anche nella RAF. Nacque l’idea che la lotta armata dovesse essere politicamente vincolante e integrata in un contropotere dal basso. Ma l’intera situazione politica non lo permetteva. Trovai completamente giusto lo scioglimento della RAF e le sue motivazioni. Noi come sinistra radicale o militante abbiamo sicuramente commesso molti errori, ma sicuramente non quello di accettare con indifferenza la miseria del nostro tempo. Naturalmente mi piacerebbe partecipare a una discussione e, soprattutto, a colloqui su quest’epoca della resistenza. Burkhard Garweg aveva assolutamente ragione quando scrisse questo alla fine della sua lettera a Caroline Braunmühl. Una discussione con coloro che a un certo punto hanno fatto parte di questa storia di resistenza e con tutti coloro che vogliono appropriarsi delle esperienze per il futuro della resistenza. Non trovo che l’aula di tribunale sia il luogo giusto per un contributo approfondito alla discussione. Così, per me, una discussione è già ostacolata in partenza. Le visite di ex prigionieri della RAF e del Movimento 2 Giugno sono state respinte con le motivazioni più strampalate. Inoltre, durante le visite, ogni frase viene registrata per la polizia di Stato, ancor prima che io possa scambiare un pensiero con i visitatori. La Procura Generale Federale fa sequestrare ogni mia affermazione, anche la più generale, sulla storia della resistenza come “prove” di partecipazione alla RAF, e queste a loro volta le valutano come prova della mia partecipazione alle azioni che mi attribuiscono. Vedo in questo, così come nelle citazioni a comparire esagerate con cui sempre più compagne e compagni degli anni ’70 e ’80 vengono molestati, una minaccia non solo per me. Naturalmente, all’epoca i gruppi armati della sinistra non si muovevano nel vuoto. Come me, hanno toccato, influenzato e sfidato la solidarietà, il sostegno politico e/o pratico e le critiche di molte compagne e compagni che avevano le loro pratiche di resistenza. Ma ora, dopo 40/50 anni, colpire le persone con multe elevate e minacciarle con la carcerazione preventiva se non sono disposte a raccontare la propria vita all’Ufficio Criminale Federale e alla Procura Generale Federale e a fare altri nomi che poi verranno anch’essi citati a comparire, ignorando completamente lo stato di salute delle singole compagne e compagni durante le citazioni, mostra l’intenzione di punire ancora oggi i compagni, come capri espiatori per la storia della resistenza, a scopo deterrente. All’inizio degli anni ’90, il 10 aprile 1992, la RAF dichiarò che avrebbe cessato gli attacchi letali contro rappresentanti dello Stato e dell’economia per il necessario processo di discussione e che avrebbe ritirato l’escalation da parte sua. Allo stesso tempo, crebbe la solidarietà con la lotta dei prigionieri politici e il desiderio di averli con sé nelle discussioni della sinistra radicale. Sembrava che lo Stato si stesse muovendo in una direzione positiva per quanto riguarda le richieste di miglioramento delle condizioni di detenzione e di rilascio dei prigionieri malati. Ma non appena la polizia di Stato ai massimi livelli venne a sapere che l’Ufficio per la Protezione della Costituzione aveva con Klaus Steinmetz una spia in contatto con persone in clandestinità, riprese subito l’escalation. Rispetto alle richieste dei prigionieri, si tornò a chiudersi. Nel marzo 1993, la RAF fece saltare il nuovo edificio carcerario in costruzione a Weiterstadt. Lo Stato preparava contemporaneamente una grande ondata di arresti. Poi colpirono a Bad Kleinen. Wolfgang Grams fu ucciso e Birgit Hogefeld arrestata. I prigionieri della RAF e della resistenza furono sommersi da nuovi processi e lunghe pene detentive. Nel 1998, la RAF si sciolse di propria iniziativa. Sia la polizia di Stato che i suoi tanto citati esperti come Butz Peters o Alexander Strassner parlarono di un massimo di 30 persone che potevano costituire la RAF negli ultimi anni della sua esistenza. Dissero più volte molto apertamente che in fondo non ne avevano idea. E così deve rimanere. In un serio esame e confronto sociale sulla storia, non si tratta di singole persone, ma del contenuto politico della discussione. Dopo il 1998, solo Burkhard Garweg, Volker Staub e io venimmo ricercati pubblicamente. Per nessuno, che fosse o meno cacciato con liste di ricercati, era possibile costituirsi. Dallo Stato erano stati posti fatti chiari su ciò che ci avrebbe aspettato se avessero messo le mani su uno di noi. Avrebbero voluto celebrare su di noi la loro marcia trionfale contro la RAF e con essa una parte importante della resistenza fondamentale nella storia della RFT. Questo si è mostrato ancora quasi 30 anni dopo, dopo il mio arresto, sia nel mio trattamento, nella mia presentazione, sia nell’accompagnamento mediatico dell’intera vicenda. Non volevamo esporci a questo. Quindi era quasi ovvio non farsi prendere in nessun caso. Non volevamo esporci a rituali di condanna che erano già in pratica da anni. Né subire lunghe pene detentive per tutte le possibili azioni della RAF e della resistenza non ancora condannate. Né correre il rischio di essere uccisi durante un arresto. Nella clandestinità avevamo la possibilità, come sinistra radicale, seppur entro limiti e ritirati, di continuare a vivere in libertà. Qui potevamo vivere in relazioni autonome e solidali con compagne e compagni, amiche e amici e decidere della nostra strada futura. Questo Stato non è amico delle soluzioni politiche, ma amico del capitale. Tutti devono sottomettersi ad esso. Una vita così lunga nella clandestinità è nata da questa storia. Non da spirito d’avventura e tanto meno per arricchirsi. Negli ultimi decenni ed oggi è una posizione difensiva della resistenza. Anche se la vita a cui sono stata strappata significava molto per me, non c’era alcun piano di tentare di liberarsi dalla situazione con violenza e sparando. Ecco perché nulla di simile è accaduto. Quando ho ascoltato la requisitoria della Procura, ho pensato a quante piroette abbia dovuto fare per mentire su tutto questo. Nel processo, infatti, si continua a sostenere una presunta volontà di uccidere per colpirmi con un martello. Qui vengono eseguite intenzioni in parte vendicative, ma soprattutto tecniche di dominio. Questa contraddizione mostra di che si tratta: di una demonizzazione che dovrebbe continuare a legittimare la caccia a presunti criminali pericolosi per la collettività e creare un esempio. A questo contrappongo la richiesta: basta con la caccia a Burkhard Garweg e Volker Staub! Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche per alcune delle persone colpite dalle rapine, discusse qui nel processo, mi associo completamente alla dichiarazione di Burkhard Garweg nei suoi saluti dalla clandestinità dell’ottobre 2024: “Le traumatizzazioni di cassiere e addetti al trasporto di denaro sono da deplorare“. Dopo aver saputo nel processo quanto ancora stiano male alcune persone colpite, ad esempio l’autista Mirko Kramer di Wolfsburg o la signora Ulmer di Bochum, un’impiegata di cassa, devo dire che mi dispiace molto per loro a causa di tali gravi ferite psicologiche menzionate nel processo. Prima di aver letto gli atti del processo, avrei potuto immaginare traumatizzazioni a seguito di rapine più facilmente per il personale di cassa che per un addetto al trasporto di denaro armato. È sorprendente che gli addetti al trasporto di denaro non ricevano una formazione che li abiliti ad agire in modo calcolatore e freddo in una situazione del genere, invece di rimanere totalmente scioccati. Soprattutto perché il lavoro esiste proprio a causa del reale pericolo di rapine. Ed è notevole che in caso di rapina debbano prima restare in attesa per ore da soli o in due in auto. Sempre per proteggere il denaro, anche se è già tutto pieno di polizia, invece di ricevere un primo soccorso psicologico. Solo in relazione a questo processo sono stata messa a confronto per la prima volta con il fatto che gli autisti di furgoni portavalori e gli addetti al trasporto di denaro parlano di “traumatizzazioni”. Quando insieme ai miei avvocati ho deciso di non mettere in discussione le conseguenze psicologiche per i testimoni nel processo, c’erano due ragioni. La ragione principale era che non si doveva fare nulla che potesse contribuire a una ritraumatizzazione o a un peggioramento. Si tratta anche di questioni molto personali, soprattutto per quanto riguarda i carichi pregressi della storia di vita dei singoli colpiti. Non abbiamo ritenuto corretto indagare pubblicamente su questo. La seconda ragione era che ritengo possibile e generalmente giustificato che le persone colpite, dopo una tale rapina o tentativo di rapina, si siano prese il diritto a una vacanza pagata più lunga in questo modo. Che ciò accada è stato dimostrato dalla dichiarazione dell’autista Whitley, il cui capo intervenne immediatamente dopo la rapina a Duisburg per impedire una cosa del genere. Non lo menziono qui per insinuarlo a qualcuna delle persone qui colpite. Voglio solo chiarire un rapporto: sia il personale di cassa che gli addetti al trasporto di denaro e valori sono proletari, non nemici. È noto che le condizioni di lavoro nel settore del trasporto di denaro e valori sono scarse e il lavoro non è ben pagato. A questo si adatta la dichiarazione dell’autista Immes, che la direzione aziendale dopo la rapina a Stuhr si informò prima subito dello stato dell’auto, ma non dello stato delle persone. È sorprendente che alcuni equipaggi di trasporto di denaro e valori rischino comunque così tanto per “la loro” azienda. Tanto più che c’è la direttiva di non dover rischiare la propria vita per il denaro. L’ex soldato e autista Whitley dichiarò che forse avrebbe persino iniziato una sparatoria se avesse avuto la sua arma con sé. Che esista la direttiva di servizio di lasciare il corriere con i rapinatori se l’autista può andarsene, l’avevo già letto in un articolo dopo il fatto di Wolfsburg. Tuttavia, non l’avevo preso sul serio, ma solo come un’affermazione del capo dell’azienda per proteggere pubblicamente il suo autista, che dopo tutto aveva salvato un mucchio di soldi per l’azienda. Il fatto che avesse abbandonato il suo collega fu inizialmente messo in dubbio moralmente dalla stampa locale. Solo quando fu espresso il sospetto che la tentata rapina fosse stata commessa dalla ex RAF tanto evocata, la stampa aumentò i toni e scrisse di rapinatori spietati e brutali. Quando lessi negli atti del disturbo da stress post-traumatico dell’autista Immes di Stuhr, mi sembrò plausibile fin dall’inizio. Sebbene i miei avvocati abbiano chiarito più volte che non si mirava a lui e che faceva persino parte della sua terapia realizzare che nessuno voleva ucciderlo, rimane il fatto che lui lo ha percepito così ed è stato gravemente scioccato, tanto più che si trovava in una situazione che, per qualcuno che aveva problemi in spazi piccoli e chiusi, doveva essere un orrore già solo per il fatto di essere rinchiuso. Di Mirko Kramer, l’autista di Wolfsburg, inizialmente, leggendo gli atti, non ho creduto a una parola. Era stato direttamente coinvolto nella situazione della rapina solo per secondi. Aveva persino messo in difficoltà i rapinatori e si era rapidamente allontanato dalla zona di pericolo concreta. Solo poco prima della sua testimonianza in tribunale ho capito che qualcosa lo aveva effettivamente sconvolto completamente. Il fattore scatenante è stata la rapina, perché solo così si è trovato in questa situazione, a dover prendere una decisione. Per mettere al sicuro i soldi dei capi, ha scelto di seguire la direttiva aziendale, abbandonando il suo collega con i rapinatori. Quest’ultimo ha dichiarato che il signor Kramer aveva agito correttamente secondo la direttiva, ma ha anche detto, in sostanza, che questa direttiva non è umanamente corretta. È esattamente ciò che penso anch’io. È puro capitalismo. Lui stesso ha dichiarato al riguardo: “Ho dovuto sentirmi dire che il denaro è più importante della persona”. Questo coglie nel segno. Dalle dichiarazioni dell’autista di Cremlingen, Michael Sohn, ho dedotto che nell’ambiente dei colleghi dopo la rapina non ci si è avvicinati a Kramer. Persino sulla stampa il suo comportamento è stato messo in dubbio. Penso che lui stesso ne avesse dubbi. Dopo aver visto allontanarsi l’auto dei rapinatori, è tornato indietro per cercare il suo collega. È facile immaginare quanto deve essere stato preso dal panico quando inizialmente non riusciva a trovarlo da nessuna parte. Come ho già detto prima, mi è dispiaciuto molto quando ho visto e sentito quanto stesse male da allora. Spero che presto si sentirà meglio. Anche per l’autista Immes di Stuhr mi è dispiaciuto molto. Perché ha percepito la sua vita come minacciata e ha sofferto a lungo sotto questo shock. Nel capitalismo, la proprietà e il denaro dei ricchi sono protetti dalla popolazione con grande sforzo. Viceversa, nei casi di “criminalità dei colletti bianchi“, come ad esempio nell’affare Cum-Ex, in cui è stato fatto un bottino di 30 miliardi di euro per arricchire ulteriormente i ricchi, lo Stato e la struttura giudiziaria proteggono i criminali ostacolando le indagini effettive. Certamente ci saranno sempre situazioni in cui le persone, a causa della persecuzione o della mancanza di altre possibilità di sopravvivenza, saranno costrette, in quanto non possidenti, a dover rubare denaro. Nella storia della sinistra c’è stata spesso questa necessità. Non ha nulla a che fare con la leggerezza o l’avventura. In ogni caso, sono da preferire tutte le possibilità di procurarsi il denaro in cui il pericolo per le persone può essere mantenuto il più basso possibile. In definitiva, però, si tratta di creare condizioni in cui per le persone non ci sia più bisogno di dover procurarsi il denaro in qualche modo per sopravvivere. Sia facendosi sfruttare nel lavoro salariato, attraverso lavoro illegale, auto-sfruttamento o attraverso rapine e furti. Piuttosto che occuparci di garantire la sopravvivenza come non possidenti, avremmo in ogni momento preferito investire le nostre energie in cose più significative, in cose costruttive, in confronti politici, nell’imparare cose utili insieme nelle amicizie. Abbiamo tutti molti interessi e capacità che possono avere a che fare, tra l’altro, con la ricerca di risposte alle domande del nostro tempo, su come fermare la furia della distruzione e delle guerre e costruire una realtà diversa. Qualche tempo dopo che questa rapina a Stuhr era avvenuta, Volker, Burkhard ed io fummo perseguiti pubblicamente per tentato omicidio. Per diversi anni, la procura e l’Ufficio Criminale della Bassa Sassonia non trovarono apparentemente tracce utilizzabili, motivo per cui, accanitamente, dopo il 2023 tornarono alla carica con forza. Con interrogatori di chissà quante vecchie amiche, amici e conoscenti, perquisizioni dai genitori e altri parenti, appelli in “Aktenzeichen XY” e altri servizi, e mandando le loro squadre dietro a ogni indizio. Purtroppo, così si sono imbattuti in me. Da allora, la Procura ha portato il terrore nella vita di amiche e amici e ancora sorelle, fratelli, genitori, nei vicinati, al piazzale delle roulotte con vere e proprie marce, senza alcun riguardo per la causazione di traumi. Ma queste sono rapine legali, volute dalla giustizia di classe e che ovviamente non vengono perseguite. Con questo gli accusatori non hanno problemi morali. La Procura ha chiarito nel corso del processo che non le interessa affatto il benessere dei testimoni o delle persone colpite dalle rapine. Per quale altro motivo avrebbe insistito così tanto durante gli interrogatori quando i testimoni dichiaravano che dopo le rispettive rapine non stavano così male? Che le avevano superate abbastanza in fretta, e a volte diventava anche brusca quando qualcuno diceva: “era chiaro, non era contro di me”. La Procura avrebbe voluto sentire qualcosa di diverso in ogni caso. Quanto grande deve essere stata la delusione che il posto riservato a molti querelanti accessori non fosse tutto occupato? Perché per loro le persone colpite sono solo un mezzo per raggiungere un fine, per ottenere una condanna il più alta possibile contro di me e per continuare a spingere la caccia a Burkhard e Volker. Per questo, a quanto pare, avrebbero preferito di gran lunga diversi colpiti ritraumatizzati e gravemente danneggiati. A questo si adatta anche il fatto che in questo processo, da parte dell’accusa, si faccia finta che sia completamente irrilevante come si comportano i rapinatori. Sembra anche infastidirli quando si dice che il loro comportamento nei confronti delle persone colpite era educato e rassicurante. Trovo che sia abissale, perché naturalmente non è così, né per i rapinatori né per i rapinati, il modo in cui ci si comporta. Sulla scia dell’accusa, il tribunale si è inserito poche settimane fa respingendo una richiesta della mia difesa, sostenendo che chi fa rapine include nella sua valutazione una grave ritraumatizzazione, perché è noto che si incontrano persone traumatizzate ovunque, dagli addetti al trasporto di denaro, ai furgoni portavalori, alle cassiere, fino alle squadre speciali e a tutti i presenti casuali comunque. Anche tra soldati e poliziotti è noto che si sono verificate traumatizzazioni. Quest’ultima cosa mi era effettivamente già nota, e cioè quando si erano trovati in situazioni in cui persone, anche colleghi, erano morte in missione, quando erano stati coinvolti in massacri o ne erano stati testimoni. Tali persone traumatizzate non me le aspetterei né in servizio di polizia né come addette al trasporto di denaro armate, bensì in trattamento psicologico o in posizioni adatte alla guarigione. Ma cosa si vuole dire con questo? Anche qui riecheggia questa fatale affermazione che sia irrilevante se le persone in tali rapine si presentino in modo brutalmente violento e aggressivo o meno, perché se incontrano persone traumatizzate, è comunque lo stesso? Quanto sono irresponsabili e false tali affermazioni! Ma inoltre: cosa dice questo sullo stato di questa società, se oggi incontriamo persone traumatizzate e psicologicamente ferite ad ogni passo, quindi non come rara eccezione, ma come regola sempre più frequente? È vero che con la continua propaganda per il riarmo e la militarizzazione, con il sostegno al diritto del più forte militarmente nei conflitti internazionali per il potere e l’accesso a risorse e terra, si accompagna il rafforzamento della destra e la diffusione del pensiero fascistoide. Le concezioni violente e patriarcali vengono rafforzate. Dalla “svolta epocale” (Zeitenwende), i femminicidi, gli stupri, la violenza sessualizzata – anche negli interventi di polizia – sono onnipresenti. Nell’isolamento durante il periodo del COVID, gli scoppi di violenza patriarcale nelle famiglie sono aumentati. Queste sono fonti ovvie di traumatizzazioni. Per il resto, accadono così tante cose che riempiono sempre più persone di una grande insicurezza e di una crescente paura per il futuro. Ogni giorno, attraverso i media borghesi e sicuramente anche massicciamente su internet, viene diffuso che i soldi che sarebbero effettivamente necessari per il sociale e l’ecologico, per la salute, l’istruzione e la cultura, vengono ora investiti nel riarmo. La fredda scrematura diventa sempre più dominante nelle discussioni dei media mainstream – il diritto all’aiuto e all’assistenza non dovrebbe più esistere per parti sempre più grandi della società. Coloro che non hanno soldi per assicurazioni private sono minacciati di ricevere cure mediche sempre più ridotte, e una terapia costosa per il nonno, non vale più la pena! I rifugiati dovrebbero essere deportati altrove o tenuti fuori anche con violenza, ma vengono comunque utilizzati da qualche parte nell’economia. Nella crisi, gli Stati capitalisti occidentali puntano all’esterno sull’aggressione e all’interno sulla manipolazione delle società, su una crescente brutalizzazione sociale. A tal fine, viene propagato il disprezzo per una parte crescente della popolazione, diffamata come inutile. Le richieste sociali, un modo di agire sociale, l’inclusione e la cura sono attaccati come pericolosi per l’economia, e questo significa in realtà pericolosi per la crescita dei profitti. La parola “riforma” oggi sta per passi statali verso l’abolizione dello stato sociale. Oggi lo Stato opprime attraverso la divisione, la repressione, la paura. Questo funziona in un’epoca in cui migliaia di persone sono minacciate dalla perdita del loro relativo benessere, quindi devono temere di ritrovarsi presto anch’esse dalla parte di coloro che vengono insultati come “parassiti” e di dover dipendere da un sostegno che è già stato ridotto. La domanda è se per molti questo porti a farsi ricattare o adescare per produrre ogni schifezza per la macchina bellica, o se nelle discussioni al riguardo vengano finalmente riconosciuti coloro che hanno già da tempo elaborato proposte per un’altra produzione civile ed ecologica, e se su questa base si possa organizzare e imporre insieme. I giovani dovrebbero accettare una prospettiva futura come carne da cannone. Sebbene i ricercatori per la pace abbiano già più volte confutato l’intenzione bellica o la capacità della Russia nei confronti della NATO, queste continuano a essere usate come giustificazione per la concentrazione sulla militarizzazione e sulle spese enormemente aumentate per l’esercito e l’industria bellica e per il continuo alimento della guerra in Ucraina attraverso le immense forniture di armi della NATO. La sensazione di non avere possibilità di scelta si diffonde. Quando l’unica prospettiva è il sì alla guerra e all’impoverimento, a un “continuare così” con la distruzione della natura e la catastrofe climatica, questo genera disperazione. Da due anni e mezzo viene dimostrato in tutta la sua brutalità a livello mondiale come i rappresentanti dei governi occidentali, che fino a poco tempo fa si definivano ancora “comunità di valori“, trattano le persone che si frappongono agli interessi imperialisti e capitalisti – vale a dire nel genocidio permanentemente portato avanti contro la popolazione palestinese a Gaza – nonché la pulizia etnica attraverso il terrore puro in Cisgiordania e ora anche in Libano e Iran con la distruzione più brutale da parte della guerra di Israele e degli USA. È il governo tedesco che, come noto, sostiene tutto ciò attraverso forniture di armi, relazioni commerciali e inchini politici, e perseguita coloro che si oppongono a ciò. Con un cancelliere che, riguardo alla condotta aggressiva della guerra da parte di Israele, già prima della nuova espansione della guerra contraria al diritto internazionale, osservò che si tratta di “un lavoro sporco che Israele fa per noi“. Quindi è vero quando il tribunale constata che le strade sono piene di traumatizzati, lo sono a causa della povertà, del razzismo, del patriarcato, della violenza poliziesca e delle guerre imperialiste. Attribuirlo a me strumentalizza la miseria e dovrebbe giustificare una lunga pena detentiva. Il superamento dei traumi di massa richiede cambiamenti immediati, ma anche profondi, e a livello internazionale. Perché è evidente che l’entità dei traumi nei Paesi che sono già da anni investiti dalla guerra, come Sudan, Palestina, Siria, Libano, Iran, Ucraina o che sono sottoposti a soffocamento tramite sanzioni come Cuba, deve essere inimmaginabilmente più drastica. Tutti possono davvero vederlo e capirlo! In fondo, la maggior parte lo sa. Ma purtroppo molti hanno più paura dei passi verso un’altra organizzazione sociale, che sarebbe sconosciuta, che della chiara e imminente distruzione totale delle condizioni di vita con un “continuare così!” C’è urgente bisogno di un “cambiamento di sistema” (System Change), perché il capitalismo racchiude, oltre alla concorrenza, allo sfruttamento e all’oppressione, anche il fascismo, il razzismo, la guerra, il comportamento violento di potere nel sistema politico e tra le persone, la violenza patriarcale contro donne e queer, contro le persone con disabilità e la distruzione della natura. Tutto ciò, a seconda dello stato della crisi capitalista, passa più in secondo piano o più in primo piano. Per questo lasceremo questa storia di sofferenza alle nostre spalle solo quando avremo superato questo sistema. In questo momento ci troviamo in un punto estremamente distruttivo di questa crisi. Il vecchio e sbagliato ordine mondiale sta perdendo la sua egemonia, finalmente, perché è assolutamente ingiusto verso la grande maggioranza dell’umanità. Ma proprio per questo si agita selvaggiamente. Per noi, molto immediatamente, deve trattarsi di invertire la rotta, lontano dal riarmo e dalla militarizzazione, lontano dall’aggressione verso l’esterno e dalla repressione e dalle umiliazioni all’interno, dal freddo sociale, dalla complicità nei crimini capitalisti e imperialisti mondiali. Fermate le guerre contrarie al diritto internazionale e la violenza imperiale! Fermate le sanzioni oppressive che hanno come risultato fame, devastazione e milioni di morti! Invece, si deve concentrarsi su una produzione ecologicamente sensata, che non è orientata al profitto per pochi, ma al benessere di tutti e alla trasformazione della società in un modo tale che le persone possano vivere socialmente protette e in sicurezza a livello internazionale. “L’alternativa è mondiale ed è un socialismo che potrebbe essere ricco di esperienze storiche e anche attraverso il superamento dei grandi e dei piccoli errori della storia dei grandi e dei piccoli tentativi rivoluzionari, delle guerriglie urbane, degli anarchici, dei comunisti, dei socialrivoluzionari e delle lotte e movimenti antipatriarcali e anticoloniali. Raggiungere questo obiettivo decide in ultima analisi se la vita su questo pianeta sarà ulteriormente possibile e a quali condizioni. Ci troviamo a livello globale in un punto critico. La domanda a tutti noi in tutto il mondo sull’alternativa al capitalismo e sui processi sistemici e anche sui nostri processi per arrivarci è esistenziale e non rinviabile.” Burkhard Garweg nel messaggio di saluto alla Conferenza Rosa Luxemburg del gennaio 2026. La traccia di ciò vive in tutte le diverse attività di resistenza di coloro che: • sanno che i giovani, i non ricchi e i non potenti nella popolazione sono coloro che nella guerra per il potere e le risorse devono servire come carne da cannone e quindi si oppongono alla militarizzazione, alla leva obbligatoria e al riarmo, quindi alla guerra, • rifiutano di dare la propria vita o di prendere quella altrui per gli interessi del capitale e non accettano che le risorse, invece che per la popolazione, servano per armi, esercito, polizia e profitto delle multinazionali, • non accettano la militarizzazione perché sono consapevoli che in una società militarizzata la violenza contro donne, queer, transgender e persone con disabilità aumenterà inevitabilmente ulteriormente, • come studenti e studentesse si oppongono direttamente con scioperi scolastici a un futuro come carne da cannone, • contrappongono la loro solidarietà e il loro internazionalismo alla politica e ai crimini imperiali e non accettano la violenza statale di cui la lotta per il potere e le risorse nel capitalismo ha bisogno e che viene rappresentata sempre più apertamente e usata senza scrupoli dai potenti, • non si piegano, sebbene come ebrei ed ebree siano i primi ad essere massicciamente attaccati dallo Stato tedesco e dai media come presunti antisemiti, perché in tempi di resistenza internazionale contro la violenza estrema contro i palestinesi e le palestinesi, dovrebbe essere loro tolto il diritto di rifiutare o anche solo mettere in discussione il colonialismo israeliano di insediamento e la politica di apartheid contro la popolazione palestinese, il sionismo, nonché di nominare la complicità della Germania nei crimini di guerra e nel genocidio, • come attiviste/attivisti, manifestanti, giornaliste/giornalisti, artiste/artisti e scienziate/scienziati insistono sulla loro opposizione a ciò, sebbene come ragion di Stato tedesca sia stata stabilita la solidarietà incondizionata con qualsiasi politica, per quanto terroristica, di Israele, e a tutti coloro che si oppongono a ciò minacciano emarginazione e criminalizzazione, • combattono l’antisemitismo e naturalmente presumono che ciò sia in generale collegato alla lotta contro il razzismo, • mettono in discussione il sistema capitalistico di fronte all’aggravarsi di disuguaglianza, povertà, sfruttamento, affitti sempre più inaccessibili, senzatetto di massa e disoccupazione, e chiedono immediatamente l’abolizione del sistema dell’economia di profitto con la proprietà abitativa, • contrappongono alla politica del continuo razzismo spinto, nazionalismo ed esclusione delle persone già tagliate fuori dalla sicurezza sociale una politica di solidarietà e la lotta contro il taglio del sociale; perché l’unica possibilità per impedire che parti sempre più grandi della popolazione si spostino a destra e per fermare la fascistizzazione dei vecchi Stati coloniali in declino e degli USA è contrapporre all’istigazione razzista e a una politica che si basa generalmente sulla divisione e sull’invito a salvarsi da soli prendendo a calci quelli che stanno più in basso nella scala sociale, invece di ribellarsi verso l’alto contro il potere, una prospettiva radicale di sinistra che porti cambiamenti positivi concreti nella vita dei molti, • si organizzano per fermare la graduale distruzione e militarizzazione dell’assistenza sanitaria, • si oppongono direttamente ai nazisti e organizzano protezione e allo stesso tempo dicono che non basta, perché il fascismo è radicato nel capitalismo, • si oppongono alla distruzione ecologica del mondo inevitabilmente causata dal capitalismo e si impegnano per un’organizzazione dell’umanità che voglia permettere una produzione ecologica sostenibile e quindi la sopravvivenza dell’umanità e della natura, • di fronte a sistemi di repressione e prigioni stanno dalla nostra parte, dalla parte dei prigionieri, e chiedono con noi una prospettiva di libertà e infine l’abolizione delle prigioni, • non si arrendono dopo decenni di lotta per proteggere la vita di Mumia Abu-Jamal, che è prigioniero politico negli USA da 48 anni, e con piena solidarietà fanno di tutto per conquistare la sua libertà. Queste non sono affatto tutte le diverse attività di resistenza che si sono sviluppate oggi e negli ultimi anni su così tante contraddizioni o che esistono in parte da molto tempo, come l’organizzazione femminista e oggi queerfemminista contro la violenza patriarcale, le molte iniziative contro il sistema repressivo di isolamento sempre più perfetto alle frontiere per respingere i rifugiati che hanno urgentemente bisogno di aiuto, le flottiglie per Gaza e Cuba per rompere l’affamamento e l’isolamento, i blocchi portuali contro le forniture di armi a Gaza e contro la militarizzazione e gli scioperi di solidarietà dei lavoratori e delle lavoratrici italiani e greci con la popolazione palestinese e la loro lotta contro l’occupazione e lo sfollamento, le proteste contro il crescente numero di sparatorie mortali della polizia contro persone nere, persone che sembrano non tedesche o non conformi. Anche se, per fortuna, non posso elencare tutto ciò che viene fatto, ho voluto nominare almeno una parte, perché è così importante ricordarlo, rimanere fedeli agli obiettivi e ai pensieri di liberazione e non lasciarsi abbattere dalla brutalità apertamente ostentata dei dominanti riducendoli all’impotenza verbale. Così come in tutte le diverse iniziative si tratta dell’effetto concreto contro i rispettivi crimini e della difesa di “oasi di cooperazione umana” e allo stesso tempo della loro espansione e sviluppo anche all’interno delle proprie iniziative, così è molto importante come tutti insieme diventeranno una forza comune che possa fermare lo sviluppo verso la terza guerra mondiale e ciò che essa comporta già nella fase preliminare. Perché questa guerra minaccia essenzialmente a livello internazionale tutti gli approcci e le idee positive. Anche se questa forza non esiste ancora, sono tutte queste lotte che almeno ne permettono lo sviluppo e che mi danno speranza. Questa è una speranza per la mia e la nostra libertà e infine anche la libertà di tutti e per un mondo che si lascia alle spalle ogni forma di oppressione. Un mondo in cui non esistano più prigioni, né nella forma di molteplici e intrecciate relazioni di violenza, né nella forma di cemento, pietra e acciaio, in cui le persone vengono semplicemente rinchiuse dietro muri e filo spinato. Un mondo in cui le persone possano vivere rivolte le une verso le altre e in armonia con tutti gli altri esseri viventi della natura. Potremo essere veramente liberi solo quando tutti saranno liberi.
May 29, 2026
il Rovescio
Tecnoguerra (o la guerra mondializzata)
Pubblichiamo questo prezioso contributo del Gruppo Grothendieck di Grenoble. Parte di un’ampia disamina sulle varie forme storiche di guerra (Bienvenue dans la technoguerre. Quelques analyses sur la guerre de « haute intensité » à notre époque technocapitaliste), abbiamo tradotto solo l’ultimo capitolo, relativo alle guerre contemporanee. Allo stesso collettivo si deve un eccellente approfondimento in cinque episodi sulle biotecnologie e sulla guerra generalizzata al vivente (https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/). Due ci paiono gli aspetti più interessanti del testo che pubblichiamo: la distinzione tra guerra mondializzata e guerra mondiale; e il fatto di vedere la guerra già presente nei massicci finanziamenti alle tecnologie “duali” (cioè quelle militarizzate e quelle militarizzabili). «Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa “fase preparatoria” che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico». Qui in pdf: Tecnoguerra(1)   Tecnoguerra (o la guerra mondializzata) da: ggrothendieck.wordpress.com Oggi le guerre sono molteplici e variegate. Ciò che qui ci interessa, sono le guerre «convenzionali», vale a dire le guerre ufficiali dei paesi bellicisti, non le operazioni segrete e le «scaramucce» tra bande armate. Esse sono di due tipi: le «operazioni speciali» o OPEX e la guerra industriale totale. Le OPEX s’inscrivono nel «continuum sicurezza-difesa» [1], in cui l’obiettivo è l’egemonia di uno Stato-nazione o il suo mantenimento in una regione del mondo spesso per molteplici fattori (politici, ideologici, legati alle risorse ecc.). L’operazione Barkhane della Francia nel Sahel è una OPEX, che mira a dominare una regione e mantenere un equilibrio capitalista politico-economico contrastando l’influenza jihadista. La guerra Ucraina-Russia o Iran-Israele-USA sono delle guerre industriali totali (gli Stati Maggiori degli eserciti parlano eufemisticamente di «guerre ad alta intensità»). Queste guerre tendono allora a diventare mondiali quando non sono già mondializzate, in quanto mobilitano umani, risorse, infrastrutture civili e militari nonché diplomazie di numerosi Paesi interconnessi. Questo «mondialismo» della guerra è dovuto al fatto che questa si dispiega su campi d’azione (aria, terra, mare, spazio, cyber, propaganda ecc.) che un singolo esercito non padroneggia totalmente. La tecnoguerra fa appello a molteplici risorse esterne in un opportunismo internazionale legato alla facilità delle logistiche e delle comunicazioni. Il ricorso all’aiuto esterno, come il fatto che la Francia, grazie ai propri satelliti militari, fornisca i due terzi delle informazioni all’Ucraina [2], è quasi-obbligatorio nelle tecnoguerre moderne pena una rapida sconfitta. Inoltre, questo «mondialismo» è una riconfigurazione permanente di fronte agli embarghi della controparte: i Russi riorientano la vendita del loro petrolio alla Cina dopo l’embargo europeo del 2022 e ricevono i componenti elettronici dall’Europa per il tramite di Paesi terzi come Singapore, Hong-Kong o Kazakistan. Questo ridispiegamento è permanente e dipende dai «ponti di trasmissione», spesso paradisi fiscali e regimi autocratici le cui politiche sono indifferenti o addirittura inclini a servire da intermediari per le zone di guerra. Oltre all’Estremo Oriente (Singapore, Taiwan, Hong-Kong o Cina), la penisola arabica (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Barhein) e alcuni Paesi che giocano sui due fronti (specialmente India e Turchia) servono da intermediari per fornire armamenti, petrolio e riciclare capitali di guerra. Con buona pace del «commercio tranquillo», il quale, qualunque cosa accada, non sarà mai colpito da embargo. Citiamo come esempio il settore nucleare russo, indispensabile a tutti i regimi nucleari e in particolari alla Francia, la quale continua ad importare un terzo del proprio uranio dalla Russia e stringe accordi con Rosatom e lo Stato russo (nello specifico ITER e la stazione spaziale internazionale) [3]. Questo tipo di guerra mobilita una economia di guerra, dal momento che una gran parte dell’industria e dei capitali è messa al servizio della guerra [4]. Grazie al loro complesso scientifico-militar-industriale, le grandi potenze (in concreto quelle che possiedono la bomba atomica: Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia, Israele, India e qualche altra) hanno un’economia in cui lo Stato, attraverso leggi e sovvenzioni, promuove un riorientamento dei piani: le imprese d’armi producono di più e realizzano degli stock, quelle duali (civili e militari) aumentano la loro partecipazione all’armamento e i laboratori di ricerca ridisegnano i loro obiettivi verso il militare. Oltre a predisporre degli stock (per esempio Macron nel 2024 chiedeva al produttore di missili MBDA di fare importanti scorte [5]), l’industria bellica esporta massicciamente verso zone di guerra. Per esempio, l’economia di guerra a livello di vertice del capitalismo si traduce nel fatto che l’Europa è diventata nel 2024 il principale continente d’importazione di materiale militare al mondo, e allo stesso tempo nel fatto ch’essa è diventata il continente in cui le spese militari hanno avuto l’aumento più netto dal 2015 al 2024 (+ 83%) e dove nel 2024 si sono contate più vittime militari [6]. Questo dimostra che l’Europa ridiventa dopo decenni di pausa il continente in cui la guerra assoluta è in corso. La guerra mondializzata non tende per forza alla guerra mondiale, poiché le interdipendenze economiche (per esempio con la Cina per i metalli rari e con la Russia per le competenze nucleari) impediscono nella maggior parte dei casi di assumere alleanze esplicite in un conflitto ad alta intensità. Per esempio, benché aiuti in modo massiccio l’Ucraina fornendo artiglieria e competenze militari, ufficialmente la Francia non è in guerra con la Russia e non partecipa direttamente alle battaglie. Il mondo è cambiato dal 1945. Non ci sono più due poli tecnocapitalisti, bensì 5 o 6 (polo statunitense, polo russo-cinese, polo indiano, polo turco, polo sud-coreano ecc.) in cui si concentrano i flussi di capitale, le conoscenze tecnologiche e le materie prime e le cui alleanze sono multipolari. Per esempio, esistono la NATO e il suo avversario, l’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva OTSC (Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan), i Brics+ [7], al cui interno certe nazioni possono seguire politiche contraddittorie. Per esempio, la Turchia fa parte della NATO, ha basi militari americane sul suo territorio, vende petrolio a Israele, ma è anche alleata dell’Iran, acquista il suo gas, fa parte della Via della Seta cinese ed è un partner privilegiato della Russia pur considerando Israele il «Grande Satana» [8]. Tutto è faccenda di opportunismo e di propaganda per allargare la propria sfera d’influenza. Altro esempio: l’Armenia, benché membro dell’OTSC, sviluppa partenariati militari avanzati con la Francia che è membro della NATO. Bisogna riconoscerlo: queste multiple alleanze economiche, militari e strategiche non hanno impedito le guerre «ad alta intensità». Con la guerra russo-ucraina, la guerra Iran-USA-Israele, ma anche Israele-Palestina-Libano, ne abbiamo tre contemporaneamente! Su molteplici fronti con molteplici attori. Per esempio, la Francia aiuta l’Arabia Saudita, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati a difendere i loro territori dagli attacchi iraniani e allo stesso tempo dovrebbe essere partner del Libano nel quadro degli accordi CEDRE [9]. Prendiamo la morte dei Caschi Blu indonesiani di UNIFIL (ONU) in Libano sotto i colpi israeliani nonché gli attacchi israeliani contro dei Caschi Blu francesi e la non-risposta della Francia: tutto questo è dovuto al fatto che la Francia, come altre grandi potenze militari, a livello geopolitico è firmataria di molteplici accordi di cooperazione contraddittori. Tanto più che non bisogna indispettire i cugini americani e israeliani i quali cominciano già a rivedere la loro politica di importazione nei nostri confronti, specialmente per il materiale bellico [10]. Alla fine, è chiaro che ogni Paese non entrerà in guerra a meno che i propri interessi non vengano gravemente minacciati (per esempio, nel caso francese, un massiccio attacco iraniano contro le sue basi militari distribuite un po’ ovunque sul globo) e a condizione che i propri arsenali siano ben riempiti (il che non è ancora il caso della Francia, il cui Stato Maggiore annuncia la data del 2030 per un dispositivo completo d’ingaggio ad alta intensità [11]). Tutto ciò fa sì che le tre zone di guerra totale formino una continuità nella guerra mondializzata con numerosi fronti, numerose coalizioni e misure contraddittorie, ma con una logica simile in cui l’impegno dei più forti (Stati Uniti, Russia) spinge tutti gli altri a muoversi, per il momento nelle retrovie, in attesa di poter essi stessi «ingaggiare» una guerra… Possiamo formulare qualche ipotesi per il seguito degli eventi: 1° La guerra mondializzata si amplifica (scenario più probabile): con l’implicazione degli alleati europei a sostegno delle guerre condotte dagli USA e da altri attraverso dei colpi di mano sotterranei da parte di alleati dell’Iran o della Russia (per esempio la Cina) e magari l’apertura di una quarta guerra ad alta intensità che coinvolga Stati Uniti e Europa (Cuba, Turchia, Taiwan ecc.) 2° La guerra diventa mondiale con due blocchi che si scontrano per esempio sul continente europeo: le cifre delle massicce importazioni di materiale di guerra in Europa, le esercitazioni su grande scala sempre più frequenti sul Vecchio Continente possono farci pensare a una futura guerra mondiale. Questo può concludersi con quell’Apocalisse nucleare su cui ironizzava Einstein: «Non so come sarà combattuta la Terza Guerra mondiale. Ma so come sarà combattuta la Quarta: con i bastoni e con le pietre». Tale scenario non è probabile nell’immediato, poiché i giochi di alleanze, le dipendenze reciproche delle grandi potenze in materia di petrolio, gas e risorse primarie, nonché gli intrecci finanziari, fanno sì che la guerra mondiale sia l’ultima iniziativa prima di una grande crisi capitalistica (ma anche antropologica). Tuttavia la guerra non è solo una faccenda di economia: elementi imponderabili, incidenti, cause ideologiche potrebbero innescarla e la spirale tecnologica potrebbe «schiacciare» la logica capitalista. 3° Il decremento della mondializzazione della guerra e la fine delle tre guerre ad alta intensità: questo scenario appare attualmente poco probabile viste la velleità di tutti Paesi del vertice capitalista, l’aumento spettacolare di tutti i budget militari, i piani di arruolamento e gli stock di armi che costano caro. Prima della de-escalation, bisogna fare la guerra per liquidare gli stock e confermare determinate egemonie. Ci troviamo dentro una spirale in cui la guerra chiama la guerra, dal momento che troppe grandi potenze acquistano una certa fiducia nella propria capacità bellica. Lo spazio dei generali e degli esperti militari si fa preponderante, il tabù della guerra in Europa è saltato, gli antimilitaristi e i pacifisti non sono una forza politica. No, tale scenario non sembra concepibile a breve e a medio termine. La tecnoguerra: sangue e droni «I campi di battaglia d’Ucraina, di Siria e dello Yemen, ma anche le regioni di scontri geopolitici come il Golfo Persico o il mare della Cina, sono sempre più intasati di droni dalle dimensioni e dalle caratteristiche differenti. Che siano impiegati per la raccolta delle informazioni, i bombardamenti aerei, il puntamento dell’artiglieria o la guerra elettronica, i droni sono un fattore centrale nell’evoluzione della guerra moderna» [12]. Conviene ora guardare più da vicino le guerre ad alta intensità in corso, per osservare le evoluzioni già all’opera e comprendere verso che tipo di guerra ci si dirige. Diciamo innanzitutto e in modo chiaro che la dottrina statunitense del zero kill con le sue «operazioni chirurgiche», sorta durante prima la prima guerra d’Iraq, è molto semplicemente un fantasma o una trovata pubblicitaria degli Stati Maggiori. Può dichiararsi «high-tech» quanto vuole, ma la guerra provoca un numero enorme di morti tra i militari e soprattutto tra i civili [13]. L’aspetto più rilevante da osservare in queste tecnoguerre, è il fatto che il fronte si trova ora ovunque in un Paese in guerra e che non esiste più un luogo dove nascondersi. L’enorme sviluppo delle tecnologie dei sensori, in particolari a infrarossi, permette a un drone (chiamato anche UAV [14]) che vola a diverse centinaia di chilometri d’altezza di vedere più o meno ovunque, di giorno come di notte [15]. Se all’utilizzo dei droni armati che possono intervenire in tutto lo spettro dello spazio aereo (fin dentro gli edifici) si aggiunge il controllo delle comunicazioni, la discrezione ne risulta fortemente compromessa e i jammer sono diventati uno strumento essenziale per non perdere gli uomini in massa. La grande lezione della guerra Ucraina-Russia è proprio l’impiego massiccio dei droni, in tutti i campi operativi e a tutte le altitudini. Questo non sostituisce né i cacciabombardieri né le truppe sul terreno, ma funge da complemento, soprattutto in un Paese come l’Ucraina dove il numero di umani da mobilitare non è infinito [16]. Potendo sia eseguire bombardamenti a diverse centinaia di chilometri dal fronte e diffondere così il terrore nelle città (e distruggerne le infrastrutture importanti), sia colpire obiettivi a breve distanza, l’utilizzo dei droni è a buon mercato se paragonato ai missili trasportati da aerei o da sistemi di terra estremamente costosi [17]. L’Ucraina è diventata il primo produttore di droni al mondo con circa 2 milioni di unità all’anno e 500 imprese coinvolte, al punto che lo Stato si vanta di essere la «Silicon Valley delle tecnologie di difesa» [18]. I Paesi attaccati dall’Iran come l’Arabia Saudita, il Qatar e gli Emirati chiamano in aiuto degli esperti ucraini di droni [19]. Intreccio di guerra high tech e di esperimenti sul terreno, la guerra d’Ucraina utilizza tutte le possibilità offerte: la filiera corta delle start-up e delle competenze do it yourself dei geek e dei laboratori informali [20], come le tecnologie pesanti provenienti dalle industrie belliche e che necessitano lunghi addestramenti in Europa occidentale (per esempio i sistemi anti-missile Patriot o i caccia F-35 [21]). Questa mescolanza di soldato low tech e high tech fa sì che malgrado abbia un esercito decisamente più ridotto l’Ucraina regga il fronte e «sprechi» molti meno uomini della Russia. Tutti gli Stati Maggiori studiano senza sosta questa guerra, poiché essa mette alla prova un certo numero di ipotesi sulla «resilienza delle forze» o sulla «asimmetria» e mostra all’opera una vera e propria ibridazione (soprattutto dal lato ucraino) tra civili e militari [22], al punto che la Ministra francese delle Forze armate parla anch’ella di «esercito ibrido» per la Francia [23]. In questa mondializzazione dei flussi di guerra, molte industrie di armi europee hanno compreso quanto l’Ucraina fosse diventata l’Eldorado e vi impiantano ora le loro fabbriche [24]. Come Renault, che, con la start-up di droni EOS di Grenoble, prevede di costruire uno stabilimento a Kiev [25]. Oltre che hotspot di produzione, queste tecnoguerre sono anche dei laboratori di sperimentazione di materiali e di nuove competenze: drone cablato, robot killer, robot umanoide [26], guerra dei satelliti, intelligenza artificiale [27], il campo di battaglia permette di testare in campo aperto tutta una nuova chincaglieria e altri prototipi non ancora perfezionati, nonostante le dichiarazioni mirabolanti di Zelensky o di Putin sull’efficacia dei robot killer [28]. Ciò detto, si tratta quanto meno di una vera e propria opportunità per gli industriali dell’armamento che ne ricavano il loro RETEX o «ritorno d’esperienza» al fine di migliorare i loro prodotti a basso costo e in condizioni reali. In ultimo, le tecnoguerre sono anche delle vetrine per il commercio di morte. Per esempio hanno permesso all’impresa francese Nexter di mostrare l’efficacia del suo cannone mobile CEASAR e così di venderne a profusione a una pletora di eserciti (Croazia, Estonia, Armenia, Bulgaria i nuovi acquirenti post-guerra), essendo l’Ucraina il primo parco per cannoni CEASAR al mondo. È stata lanciata persino una canzoncina per ringraziare la Francia sulle arie di Je t’aime… moi non plus di Gainsbourg et Birkin [29]. Le tecnoguerre, le attuali guerre totali, malgrado la loro facciata zero kill, «senza fanteria senza perdite» (Zelensky in riferimento al suo battaglione di robot killer), restano e resteranno prima di tutto degli anonimi mattatoi di milioni di morti, di feriti e di traumatizzati (circa 2 milioni di morti e feriti per la guerra russo-ucraina), in cui sono le popolazioni civili a pagare il prezzo più alto. Esse sono in continuità con le guerre mondiali in cui la ricerca scientifica è messa altamente al servizio per uccidere nel modo più massiccio e più intenso. Esse sono guerre di annientamento nel loro dispiegarsi attraverso l’uso potenziale di armi e di strategie di combattimento in cui il controllo del campo di battaglia è gestito e generato dal computer e dai suoi algoritmi, anche quando questo non sempre avviene sul terreno effettivo. L’ultima tappa di questo tipo di guerra è raggiunta attraverso l’impiego totale della potenza di fuoco e di annichilimento in una parte del globo o nella sua interezza. «L’ipotesi Terminator», dall’omonimo film di fantascienza in cui l’annientamento atomico è scatenato da un’IA, è la risultante di questo tipo di guerre se ne svolgiamo fino in fondo le conclusioni. Senza giocare ai pessimisti, non dobbiamo bendarci gli occhi, bensì avere realmente, visceralmente paura di questo genere di guerre il cui ampliamento sarà, al di là dei campi e dei cappelli politici, 100% kill. Conclusione «L’innovazione e lo sviluppo delle tecnologie dirompenti strategiche potrà realizzarsi solo alla condizione di investire a sufficienza e di coordinare le nostre azioni per trovare il giusto equilibrio tra innovazione e regolamentazione. Gli Europei, per conservare il proprio rango nel mondo e promuovere il proprio modello, devono unirsi anche in questo e lanciare insieme un vero e proprio shock competitivo» (Tesi 15 della Revue nationale stratégique des armées 2025, diretta da Macron). Con questo testo abbiamo cercato di uscire dai fantasmi sulla guerra per studiare concretamente le forme che potrebbero condurci in Europa a dei sacrifici mortiferi se un vasto movimento di resistenza non vi si oppone [30]. Carni martoriate e droni, amputazioni e IA, stupri e missili ipersonici, ecco cos’è la tecnoguerra! «Furia Epica», «Leone ruggente», «Piombo fuso», «Giorni di penitenza» sono i suoi nuovi nomi, barbari appelli a uccidere, a uccidere ancora, a uccidere sempre e schiacciare chiunque. Il dominio degli Stati e il rafforzamento dei loro fronti e delle loro frontiere passano oggi attraverso questo «Tempo di guerre» in cui saremo nostro malgrado costretti a scegliere un campo. Possiamo affermare che ciò che accade oggi in Europa è già l’inizio della guerra totale chiamata «ad alta intensità»: programma di 800 miliardi per ReArm Europe, forte aumento delle spese militari (come negli auspici del primo ministro Lecornu di aggiungere altri 36 miliardi alla Legge di Programmazione Militare che ne prevede già 413) [31], incremento degli stock di armi e non solo per l’Ucraina, progetti dello Stato Maggiore francese di collocare missili atomici nelle basi in Germania, Olanda, Polonia, Grecia, Belgio, Svizzera, Danimarca, o ancora iniziative militari europee come la forza d’intervento rapido EUNAM o il programma di missile balistico europeo ELSA [32]. Tutti i Paesi europei si preparano alla «guerra ad alta intensità» da qui al 2030, e segnatamente la Francia secondo la Revue nationale stratégique 2025 [33], la quale è il giornale di bordo dell’esercito francese. La tecnoguerra non comincia con le cannonate, ma attraverso l’accaparramento militare della ricerca scientifica e lo sviluppo delle tecnologie «duali» verso la loro militarizzazione (microelettronica, informatica, robotica, aerospazio). È quello che vediamo attualmente: oltre alle speranze di una riserva ben nutrita di umani per fare la guerra (ciò che lo Stato francese si accinge a creare), a dominare questo periodo sono i finanziamenti massicci verso i settori tecnoscientifici militarizzabili e il finanziamento a oltranza di ricerche civili e start-up. L’ultimo e istruttivo esempio in ordine di tempo è quello della start-up Harmattan IA. In seguito a un bando di base della DGA, la start-up civile, in meno di un anno ha realizzato il prototipo di un drone militare a basso costo, lo ha messo in produzione, ne ha venduto 300 esemplari all’esercito francese e 1000 a quello britannico [34]. Nel gennaio del 2026, Dassault Aviation ha sottoscritto con la start-up un partenariato di sviluppo per il proprio Rafale F5 (atteso per il 2030) e il drone da combattimento associato, UCAS. Eccoci qui, umani e macchine, al servizio della barbarie in questa «fase preparatoria» che assomiglia al 1910 e al 1930, ma con una potenza di fuoco e di calcolo moltiplicata per mille (senza contare la bomba atomica) e dei giochi di alleanze commerciali più complessi. Tuttavia, davanti a questo stato di fatto dobbiamo restare calmi e produrre delle analisi accurate della situazione per sapere cosa contestare, trovare obiettivi precisi e inscrivere questo militarismo nel rapporto sociale capitalistico. Contro la ben nota essenzializzazione «le guerre sono sempre esistite», diciamo che ciò che oggi si chiama «guerra» e in particolare «guerra ad alta intensità» è una forma apparsa dopo la Prima Guerra mondiale e non prima. Essa non ha nulla da spartire con le battaglie del Medio Evo o dell’Antichità. Queste guerre moderne sono altamente tecnologizzate e sono diventate più mortifere per i civili [35]. Sono guerre industriali inscritte nella logica tecnocapitalista della guerra generalizzata al vivente [36]. Queste guerre hanno la tendenza a mondializzarsi anche in assenza di blocchi strategici offensivi. Non sappiamo se la guerra mondializzata si trasformerà in guerra mondiale, ma la questione stessa è mal posta, dal momento che è proprio adesso che tale bellicismo e tale militarismo si stanno tremendamente ampliando con milioni di morti in Palestina, in Ucraina, in Russia, in Libano, in Iraq. E più l’Europa si prepara sul proprio suolo, più questo velo d’obbedienza copre le nostre possibilità di azione storica. Spetta a noi, «la gente che sta in basso», lottare nei Paesi in cui la guerra già presente non è ancora effettiva. Il tempo stringe. Dopo… dopo sarà un’altra storia. Groupe Grothendieck, Grenoble, aprile 2026. groupe-grothendieck@riseup.net ggrothendieck.wordpress.com     [1] « Protéger le territoire. Le continuum sécurité défense », Institut national des hautes études de la sécurité et de la justice, Giugno 2019. https://www.ihemi.fr/publications/cahiers-de-la-securite-et-de-la-justice/proteger-le-territoire-le-continuum-securite-defense [2] https://www.france24.com/fr/info-en-continu/20260115-budget-groenland-ukraine-macron-a-rendez-vous-avec-les-arm%C3%A9es-%C3%A0-istres [3] « Le commerce d’uranium entre la France et la Russie se poursuit, près de quatre ans après l’invasion de l’Ukraine », Le Monde, 28 gennaio 2026. [4] Nel suo discorso alle Forze armate di gennaio 2026 presso la base d’Istres, Macron mette pressione agli industriali affermando che non siamo ancora in «economia di guerra»: «Siamo onesti con noi stessi, se la domanda è se siamo in economia di guerra in senso stretto, la risposta è no. Perché se fossimo in guerra, oso sperare che non produrremmo in questo modo. Guardo cosa hanno saputo fare gli Ucraini, il che è ben diverso». Ora, il budget militare francese è aumentato di 100 miliardi rispetto a quello precedente, con ancora delle aggiunte previste. Siamo evidentemente in «economia di guerra» e questa si realizza lentamente. Macron vorrebbe certo accelerare i ritmi, da buon capo impresa della Francia. Cfr: https://www.huffingtonpost.fr/politique/article/le-double-coup-de-pression-de-macron-dans-son-discours-martial-devant-les-armees_259250.html [5] Il più grande produttore europeo di missili, MBDA, ha un giro di affari letteralmente esploso negli ultimi anni con la maggior parte delle vendite in Europa (Uraina compresa), dove le commesse raggiungono i 44 miliardi di euro nel 2026; vendite definite «bisogni operativi urgenti» (UOR) per l’Ucraina e per i Rafale francesi in Arabia Saudita nel contrasto ai droni iraniani. https://www.forcesoperations.com/2026-lannee-du-changement-de-dimension-pour-mbda/ [6] SIPRI Yearbook 2025. Per dati affidabili e internazionali sulle guerre in corso e sugli armamenti, si possono leggere i Rapporti dell’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma (SIPRI). [7] Paesi membri: Brasile, Russia, India, Cina, Iran, Egitto, Etiopia, Emirati Arabi Uniti ecc. Messico, Corea del Sud e Turchia valutano di entrarvi. [8] « La position délicate de la Turquie par rapport à l’Iran », The Conversation, https://theconversation.com/la-position-delicate-de-la-turquie-face-a-la-guerre-en-iran-278226 [9] «Nelle corte dell’Eliseo è stata affrontata anche la questione delle tensioni tra Hezbollah e Israele. Su questo dossier, Macron ha sottolineato che il Libano, “che attraversa un momento delicato, può contare sul sostegno della Francia”. Egli ha invitato a “evitare ogni escalation con Israele”, esortando le diverse parti implicate a “dare prova della più grande moderazione”». Articolo de L’Orient le jour del 20 settembre 2019 : https://www.lorientlejour.com/article/1187502/depuis-paris-hariri-sengage-a-appliquer-les-reformes-prevues-par-la-cedre.html [10] Il governo israeliano ha annunciato recentemente di bloccare tutte le principali importazioni di armi francesi. [11] Cfr. l’ultimo numero del giornale del Ministero delle Forze armate e degli ex combattenti, Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026, dossier « le défi de la mobilité en haute intensité ». [12] https://dronecenter.bard.edu/files/2019/10/CSD-Drone-Databook-Web.pdf [13] Senza parlare del genocidio a Gaza, la guerra Ucraina-Russia ha provocato nei primi anni circa 10 mila morti all’anno. Si calcola in più di 1 milione e mezzo il numero totale dei morti in questa guerra. [14] Unmanned Aerial Vehicule. [15] Per vedere e comprendere le tecnoguerre, è utile il documentario Il n’y aura plus de nuit (2020). La regista, Éléonore Weber, ha recuperato delle immagini a infrarossi delle guerre d’Iraq e d’Afghanistan e si interroga con l’aiuto di esperti militari sulla natura di queste guerre in cui nessuno è al riparo. [16] Sull’impiego dei droni in Ucraina-Russia e su come la guerra sia cambiata, rinviamo all’ottimo rapporto: « Ukraine–Russie : quand la guerre des drones redéfinit le champ de bataille », Institut des hautes études de défense nationale (IHEDN), Febbraio 2026. [17] Per esempio, un solo missile francese Mica (terra-aria) costa 700 mila euro, mentre un drone Shahed iraniano costa circa 30 mila euro. [18] https://ts2.tech/fr/drones-en-ukraine-2022-2025-un-rapport-complet/ [19] « Zelensky en vedette aux USA et dans le Golfe », Canard enchaîné, 1° aprile 2026. [20] Esempio: i sei Mirage 2000 offerti dalla Francia all’Ucraina sono stati trasformati in lanciatori di terra in grado di scagliare missili da crociera Scalp (400 chilometri di portata). [21] https://www.lecoupdapres.fr/realisations/le-soldat-low-tech [22] Tant’è che la nuova ministra delle Forze armate, Catherine Vautrin, nell’ultimo Esprit de Défense (n. 186) parla anche di «esercito ibrido» per quello francese. [23] «Dobbiamo confermare in modo molto chiaro l’evoluzione delle nostre forze armate verso un modello ibrido», afferma Catherine Vautrin intervistata da Esprit de défense, n. 18, Inverno 2026. [24] La Francia ha firmato una quarantina di contratti industriali con l’Ucraina. Cfr. « Depuis 2022, la France aux côtés de l’Ukraine », Esprit de Défense, n. 18, Inverno 2026. [25] https://www.drone-actu.fr/drone-militaire/drones-defense-renault-ukraine-produire [26] https://www.ladepeche.fr/2026/03/18/guerre-en-ukraine-il-sappelle-le-phantom-mk-1-et-ce-robot-humanoide-pourrait-bientot-aller-combattre-sur-le-front-13277154.php [27] https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/affaires-etrangeres/l-intelligence-artificielle-et-la-guerre-lecons-d-ukraine-et-du-moyen-orient-9458640 [28] https://www.radiofrance.fr/franceinfo/podcasts/les-documents-franceinfo/sans-infanterie-et-sans-perte-l-ukraine-envoie-des-drones-et-des-robots-pour-prendre-une-position-aux-russes-5028667 [29] « Merci la France » https://www.dailymotion.com/video/x8ee8hn [30] Per un po’ di balsamo sul cuore e vedere alcune resistenze in atto, possiamo citare l’infaticabile journal de l’Union pacifiste de France che ancora nel suo ultimo numero (634) torna sulle importanti mobilitazioni contro la guerra in Germania. [31] « Des milliards pour l’armée débattus à la hussarde », Le Canard Enchaîné, 15 aprile 2026. [32] European Long Strike Approach, cfr. il rapporto parlamentare in conclusione dei lavori di una missione informativa sul tema «l’artiglieria alla luce di un nuovo contesto strategico» (30 aprile 2025), consultabile qui: https://www.assemblee-nationale.fr/dyn/17/rapports/cion_def/l17b1356_rapport-information#_Toc256000048 [33] Revue nationale stratégique 2025, Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale (SGDSN), https://www.sgdsn.gouv.fr/files/2025-08/20250713_NP_SGDSN_Actualisation_2025_RNS_FR.pdf [34] https://opexnews.fr/drones-combattant-dga-harmattan-ai/ [35] A cavallo del XX secolo, i morti civili delle guerre erano circa il 5%, ma di lì in avanti sono diventati il 90%. Cfr. « La dissuasion est un prétexte », Mensuel de l’Union Pacifiste, n. 634, Aprile 2026. [36] Groupe Grothendieck, guerre généralisée au vivant et biotechnologie, https://ggrothendieck.wordpress.com/guerre-generalisee-au-vivant-et-biotechnologies/  
May 29, 2026
il Rovescio
Presentazione di 181 giorni contro il 41bis
In questa corrispondenza presentiamo il documentario "181 giorni contro il 41bis. Lo sciopero della fame di Alfredo Cospito". Un documentario che parla della mobilitazione al fianco di Alfredo Cospito contro il 41bis e l'ergastolo ostativo.  In questa corrispondenza commentiamo anche la nuova uscita del documentario "Silenzio stampa" di cui alleghiamo il link dove potete trovare il video: https://www.youtube.com/watch?v=GwP1ubpzvvY   
May 29, 2026
Radio Onda Rossa
Maltrattamenti domestici nell’infanzia come motivo imperativo per il riconoscimento dello status di rifugiato
Il Tribunale di Torino riconosce lo status di rifugiato per motivi imperativi a un ragazzo ivoriano che ha subito maltrattamenti durante l’infanzia. Quale elemento di interesse si evidenzia che il richiedente era già adulto al momento della formalizzazione della domanda di asilo, per questo la Commissione Territoriale aveva messo in dubbio l’attualità del timore rappresentato. Il Tribunale ha invece riconosciuto la sussistenza di motivi imperativi derivanti da precedenti persecuzioni tali da giustificare il fatto che il richiedente asilo si rifiuti di avvalersi della protezione del Paese di cui ha la cittadinanza. Segnalo i passaggi essenziali: “Non si condivide in questo contesto la considerazione che il [- nome del ricorrente -] abbia raggiunto la maggiore età: come riconosciuto dalla stessa Commissione Territoriale di Torino, poiché pur ammettendo che “in astratto si potrebbe ragionare nel senso che la fondatezza del timore manifestato è venuta a mancare in termini di attualità, in quanto nell’ipotesi di rimpatrio il richiedente asilo non si troverebbe nella stessa condizione del passato e, quindi, potrebbe sottrarsi ai medesimi atti persecutori”, tuttavia “si ritiene che proprio in ragione della gravissima portata di questi atti, soprattutto se letti in relazione alla delicata età in cui il richiedente asilo li ha subiti, sia applicabile nella specie l’art. 9 comma 2 bis del D. Lgs. 251/2007, intervenendo motivi imperativi derivanti da precedenti persecuzioni tali da giustificare il fatto che il richiedente asilo si rifiuti di avvalersi della protezione del Paese di cui ha la cittadinanza”.  “Nel caso di specie la traumaticità dell’esperienza è evidente: [- nome del ricorrente -], appena quindicenne, minore abbandonato dalla madre e sfruttato per oltre 10 anni dal solo adulto di riferimento della sua vita, escluso dalla società circostante perché cristiano. La situazione individuale e le circostanze personali del ricorrente al momento dei fatti narrati (con specifico riguardo all’età, alla condizione sociale, al grado di istruzione), vanno infatti considerati in relazione del trauma e degli effetti che gli stessi hanno determinato nella sfera psicologica del medesimo, così come stabilito dall’art. 3, co. 3, lett. c) d.lgs. 251/07. Egli ha subito gravi violazioni dei diritti fondamentali subite nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, indubbiamente contrarie agli standard di cui alla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e ad ogni principio, nazionale e sovranazionale, posto a tutela dei diritti umani. Gli atti che hanno integrato l’intento persecutorio nei suoi confronti sono stati infatti perpetrati reiteratamente, con elevato livello di intensità, in ragione della sua appartenenza al gruppo sociale “minori”. Tribunale di Torino, decreto del 23 febbraio 2026 Si ringrazia l’Avv. Elena Garelli per la segnalazione e il commento. -------------------------------------------------------------------------------- * Consulta altri provvedimenti relativi all’accoglimento di richieste di protezione da parte di cittadini/e della Costa d’Avorio * Contribuisci alla rubrica “Osservatorio Commissioni Territoriali” VEDI LE SENTENZE * Status di rifugiato * Protezione sussidiaria * Permesso di soggiorno per protezione speciale
Intelligenza artificiale e guerra
Proponiamo i due approfondimenti realizzati dalla trasmissione universitaria I Saperi Maledetti in onda gli ultimi due lunedì del mese sulle libere frequenze di Radio Blackout. INTELLIGENZA ARTIFICIALE E GUERRA: TUTTO COMINCIA NELLE NOSTRE UNIVERSITÀ? Tornano i Saperi Maledetti con una nuova puntata in cui approfondiremo una forma di sapere particolarmente moderna e sempre più pervasiva nelle nostre vite: l’Intelligenza Artificiale. Siamo partit3 dal consueto lavoro di interviste, in particolare alle facoltà STEM del Politecnico e di Fisica, per sviluppare ragionamenti e considerazioni con l3 student3, intorno a quanto l’IA stia plasmando il presente e come plasmerà il futuro. Per concentrarci sull’aspetto, spesso ignorato, degli utilizzi bellici di questa tecnologia, abbiamo avuto il piacere di interpellare Dario Guarascio, professore di economia politica all’università della Sapienza di Roma e autore di Imperialismo Digitale, che ci ha fornito un prezioso contributo sull’apparato digitale militare, i meccanismi di automazione delle guerre e le loro conseguenze geopolitiche, delineandone anche i collegamenti con il mondo accademico. Proseguendo con l’indagine universitaria, abbiamo esplorato come il sapere prodotto all’interno degli atenei anche in questo caso risulti essere subordinato al mercato della guerra e di come la ricerca libera sia ormai un miraggio nel nostro paese. Questo aspetto è stato affrontato con la testimonianza di Marco Rondina, dottorando presso la facoltà di ingegneria informatica del Politecnico di Torino che si occupa nel suo lavoro di ricerca dell’equità dei dati per promuovere uno sviluppo e un uso responsabile dell’Intelligenza Artificiale, con il quale abbiamo parlato del mondo della ricerca e del ricatto intrinseco nella precarizzazione ed aziendalizzazione delle università.  Le necessità delle student3 e delle ricercatric3 ancora una volta risultano essere allineate nella volontà di generare un sapere indipendente dai meccanismi stantii di un sistema che l3 relega ad un ruolo di strumenti passivi nella catena del valore.  Qui trovate il podcast integrale: Qui trovate l’intervista a Dario Guarascio in vista del dibattito tenuto da lui e Dario di Conzo”Imperialismo digitale” che si terrà Sabato 13 Giugno al Blackout Fest: Dario Guarascio è autore del libro:“Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA” edito per Laterza (2026) e docente di Politica economica a La Sapienza. Dario di Conzo è collaboratore di Radio Blackout e co-curatore su Radio Onda d’Urto di Levante, ricercatore alla Normale Superiore e docente a contratto a “L’Orientale” di Napoli in “Riforme economiche della Cina Contemporanea”. Qui trovate l’intervista con Marco Rondina, dottorando presso il Nexa Center for Internet and Society e laureato in Ingegneria Informatica al Politecnico di Torino, con specializzazione in Data Analytics: Qui trovate alcune delle interviste che abbiamo svolto al Politecnico: Infine qui trovate alcune delle interviste che abbiamo svolto a Fisica: INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COME LA SOCIETA’ SI STA RIORGANIZZANDO Tornano i Saperi Maledetti con la seconda puntata incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, questa volta cercando di approfondire come la società si stia riorganizzando intorno a questa tecnologia. Siamo partit3 anche stavolta intervistando l3 nostre collegh3 unoversitari3 delle materie STEM, grazie a loro siamo riuscit3 a farci strada nell’aspetto più tecnico per capire davvero di cosa parliamo quando trattiamo machine learning e ai generativa. L3 abbiamo interrogat3 anche sulla consapevolezza degli utilizzi bellici dell’AI riscontrando non solo una disillusione della potenzialità di sottrarvisi a livello individuale e, ancora una volta, come l’ipostazione delle istituzioni preposte ad educarci evada sistematicamente la tematizzazione delle contraddizioni degli utilizzi dual use di quanto studiamo, lasciando gli studenti con in mano insufficienti strumenti, prima dell’imbocco diretto in azienda.  Le evidenze della natura bellica dello sviluppo di queste tecnologie digitali non sono state difficili da trovare: dagli utilizzi specifici dell’ISIS, all’IDF, alla guerra in Iran fino ai report del ministero della difesa italiano, che abbiamo menzionato per poi concentrarci sul teaming uomo-macchina, teaming macchina-macchina e autonomia decisionale con le sue estreme conseguenze. Abbiamo interrogato l3 nostr3 coetane3 anche sul proprio personale utilizzo di ai consumer, come chat gpt, per andare a scoprire il rapporto tra noi e questo mezzo e in che misura intercorre una relazione di codipendenza e sfruttamento, come le big tech cercano di indurci. È emersa una grande consapevolezza delle problematiche ambientali e dell’impoverimento cognitivo dovuto alla delega cognitiva e di apprendimento nell’utilizzo dell’AI, come testimoniato da uno studio approvato dall’Università della Pennsylvania e condotto su 1000 studenti di una scuola di secondo grado in Turchia. Su questi temi abbiamo intervistato il professore Juan Carlos Demartin, fondatore nel 2006 del gruppo NEXA e Alessio Andrioli, del gruppo di ricerca Ippolita nato a Milano nel 2005, nell’ambito degli hacklab politicizzati. Le big tech stanno cercando di renderci dipendenti da questa tecnologia, che si presenta come il nuovo orizzonte dell’accumulazione, e forse anche l’ultimo, per estrarre valore ma il mercato consumer dell’AI però sta evidentemente fallendo. In questo contesto delle aziende stanno provando allora a rendere dipendenti direttamente gli stati garantendo supremazia bellica e sorveglianza completa della popolazione. Una “globalizzazione armata”, in cui piattaforme digitali, IA e infrastrutture computazionali diventano strumenti geopolitici indispensabili in una fusione tra Big Tech e potere statale, cosicché se anche questa bolla dovesse scoppiare certe aziende come Palantir rimarrebbero intoccabili. Non si può più parlare di una distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra. Qui riportiamo l’intervista con Juan Carlos Demartin, uno dei fondatori del centro interdisciplinare Nexa che studia come le tecnologie informatiche interagiscono con la società: Di seguito potete trovare l’intervista con Alessio Andrioli del gruppo di ricerca Ippolita, che si occupa di filosofia dell’automazione, tramite la pratica dell’hacking del sé per agire la cultura come strumento di consapevolezza dei rapporti di forza. Il gruppo fa ricerca indipendente sulle tecnologie digitali contro il conformismo cui le stesse procedure delle grandi piattaforme addestrano:
Coalizione Epstein contro la Striscia di Gaza, il genocidio continua. Giorno 965. 10 persone uccise, tra cui una mamma e 5 bambini
Gaza-InfoPal. Non si ferma il genocidio “a bassa intensità” perpetrato dall’entità coloniale terrorista israeliana. Giovedì, decine di palestinesi nella Città di Gaza si sono riuniti per le preghiere funebri in memoria delle 10 persone uccise negli attacchi israeliani della notte precedente, tra cui cinque bambini e un anziano. Gli attacchi sono avvenuti il primo giorno dell’Eid al-Adha, la “Festa del Sacrificio”, una festività islamica celebrata da milioni di musulmani in tutto il mondo. Oltre 20 persone sono rimaste ferite negli attacchi, secondo l’ospedale Shifa. Mohammed Shawish, rimasto ferito e vedovo della moglie, è scoppiato in lacrime mentre teneva tra le braccia il suo corpo all’obitorio dell’ospedale, dicendo: “Ho sposato mia moglie per amore. Per amor di Dio, l’ho scelta per amore”. Tra le vittime c’era anche Imad Isleim, combattente della resistenza di Hamas. Giovedì, i presenti hanno portato a spalla il suo corpo avvolto in un sudario bianco e ricoperto da una bandiera di Hamas. Da quando il fragile cessate il fuoco è entrato in vigore lo scorso ottobre, 922 palestinesi sono stati uccisi a Gaza e altri 2.786 sono rimasti feriti, secondo il ministero della Salute della Striscia. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: Genocidio e pulizia etnica a Gaza
May 29, 2026
InfoPal
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May 29, 2026
nomortilavoro
Movimento ecologista e ambientalismo scientifico. Tra “il dire e il fare”: lo status quo e i rapporti di forza
L’avvio del “percorso di ascolto” promosso da Avs ai primi di maggio per dar vita a “un vivaio per l’Italia di domani” per sconfiggere questa destra di Meloni e Salvini ha rilanciato nel dibattito pubblico alcuni nodi del “fare politica ambientale”, in particolare su energia, trasporti, alimentazione e aree protette. Ed anche sul “pragmatismo senza principi” con cui si sono perse alcune battaglie cruciali dell’ambientalismo italiano sui limiti e la sostenibilità dello sviluppo trainato da consumismo e ingiustizia sociale che si perpetua attraverso furbeschi greenwashing. La replica di Aurelio Angelini alle critiche di Fabio Balocco espresse a proposito del “Vivaio delle idee” sul quale il coordinatore del Movimento Ecologista  aveva portato il suo contributo all’evento “Decidiamo!”, organizzato da Europa Verde e Sinistra Italiana e pubblicato in sintesi su “Italia Libera”[IL]   Caro Fabio Balocco, > MARCIA ANTINUCLEARE CASALE-TRINO 11 MAGGIO 1986 > > ti ringrazio per aver vinto il torpore e aver deciso di scrivere [qui il tuo > pezzo]. Chi supera la propria indolenza per contribuire al dibattito pubblico > merita rispetto, qualunque cosa poi dica. E devo riconoscere che alcune delle > tue osservazioni sono pertinenti e stimolanti, in particolare, quelle sulle > infrastrutture ereditate dal governo Draghi, sui corridoi ecologici e sulla > coerenza necessaria tra enunciati e scelte concrete. Su questi punti il > dibattito è aperto e ben venga chi lo alimenta con competenza. Detto questo, > permettimi alcune considerazioni sulle tue “verità”, pronunciate con la > sicurezza di chi ha già tutto chiaro. > >   > > Cominci evocando “i bla bla tinti di verde” e citando Greta come emblema > dell’inutilità. È una scelta curiosa. Greta Thunberg ha portato milioni di > giovani in piazza in tutto il mondo, ha costretto governi e parlamenti a > confrontarsi con l’emergenza climatica, e ha dimostrato con la sola forza > della coerenza che una sedicenne senza partito né denaro può spostare l’agenda > politica globale. Liquidarla come “bla bla” è una di quelle sintesi folgoranti > che dicono molto più di chi le pronuncia che di chi ne è oggetto. > >   > > IL 10 LUGLIO 1976, DALLO STABILIMENTO CHIMICO DELL’ICMESA DI MEDA, NEI PRESSI > DELL’ABITATO DI SEVESO, FUORIESCE UNA NUBE CONTENENTE DIOSSINA > > Sul 100% di rinnovabili entro il 2040 ci chiedi “come”. È una domanda > legittima. Avremmo però apprezzato che la stessa domanda “come?” tu l’avessi > rivolta anche alle politiche energetiche degli ultimi trent’anni, che ci hanno > consegnato una dipendenza fossile che paghiamo sulla bolletta ogni mese. Le > difficoltà tecniche della transizione esistono, sono reali e vanno affrontate > con serietà. Ma sollevare gli ostacoli senza mai interrogarsi sullo status quo > è un privilegio comodo che il pianeta non si può più permettere. > >   > > Ci rimproveri poi di non aver parlato di alimentazione, di diritti degli > animali, di caccia e pesca, di personalità giuridica della Natura. Hai > ragione: quei temi meritano spazio. Ma stai commentando un intervento non > l’enciclopedia di ecologia politica. Se in 1.500 parole non si riesce a > esaurire tutto l’universo del pensiero ecologista, non è necessariamente segno > di malafede o di sudditanza all’industria agroalimentare. A volte è > semplicemente questione di spazio. Il documento integrale di Movimento > Ecologista sulla piattaforma di Avs – su cui l’intervento si basa – affronta > molti di questi temi, ti invito a leggerlo, prima di costruire la critica > sull’assenza. > >   > > Infine, la questione delle armi e dell’atlantismo. È un tema complesso e > divisivo, su cui esistono posizioni articolate all’interno della stessa > sinistra ecologista europea. Che tu abbia la risposta definitiva in tasca è > ammirevole. Noi preferiamo, per ora, continuare a ragionarci, mettendo al > centro la Pace e il disarmo, la giustizia climatica e sociale. > >   > > MANIFESTAZIONE STUDENTESCA DEL FRIDAYS FOR FUTURE A MILANO NEL 2021 > >   > > Concludi definendo il mio intervento “antropocentrico” e invocando una > “visione olistica” come vera rivoluzione. Benissimo. Ma permettimi di > osservare che le persone, quelle in carne e ossa, con l’affitto da pagare, la > lista d’attesa al pronto soccorso, il contratto precario esistono dentro > quell’olismo, non nonostante esso. Una politica ecologista che non parli anche > a loro non è più olistica: è semplicemente meno efficace. E rischia di > restare, essa sì, un bel bla bla. > > Con stima sincera e spirito costruttivo, Aurelio Angelini Aurelio Angelini
May 29, 2026
Pressenza
La migrazione come risorsa sociale ed economica
LINDA PEZZANO Mentre l’Europa corre, l’Italia arranca, prigioniera di un paradosso normativo che soffoca l’economia e calpesta i diritti. Spagna, Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Francia hanno già tracciato la rotta: per questi Paesi, la gestione dei flussi migratori non è solo un’emergenza da contenere, ma una leva strategica per la crescita e la stabilità nazionale. Attraverso sistemi flessibili, ingressi autonomi e regolarizzazioni fondate sul radicamento sociale, i nostri vicini europei trasformano la manodopera straniera in una risorsa preziosa, garantendo alle imprese risposte rapide e ai lavoratori percorsi di dignità. Al polo opposto si colloca il modello italiano, incastrato nell’anacronismo dei “click day” e in una logica securitaria che genera solo precarietà e marginalità. In un continente che affronta un invecchiamento demografico senza precedenti, la capacità di integrare efficacemente il background migratorio è diventata il nuovo parametro della competitività globale: una sfida che l’Italia, tra inefficienze amministrative e cecità burocratica, rischia di perdere definitivamente. Il pericolo è che, invece di risorsa, il capitale umano straniero venga degradato a puro residuo di un meccanismo inceppato, trasformando potenziali talenti in “scarti” di un sistema al collasso. È la materializzazione di quel paradosso sociale descritto da Zygmunt Bauman: «Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più».  GERMANIA: OLTRE LE QUOTE FISSE La Germania, che si conferma il secondo Paese di destinazione al mondo dopo gli Stati Uniti, ha scelto un pragmatismo che trasforma il migrante in risorsa produttiva. Il panorama è dominato dalla Fachkräfteeinwanderungsgesetz 1(Legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati): se un’azienda ha bisogno di un professionista e il candidato risponde ai requisiti, il processo è continuo e strutturato, avviabile in qualsiasi momento dell’anno. L’unica deroga quantitativa riguarda la Westbalkanregelung (Regola dei Balcani Occidentali – per i lavoratori qualificati provenienti da Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia – che possono comunque essere assunti indipendentemente dalle proprie qualifiche formali), elevata a 50.000 (rispetto ai precedenti 25.000) ingressi annui a partire dal 2024-2025 2; tuttavia, anche in questo caso, non si procede tramite click day, ma attraverso un sistema di estrazione e registrazione continua gestito dalle rappresentanze diplomatiche per evitare il collasso dei portali e garantire una distribuzione equa durante tutto l’anno.  L’innovazione più dirompente è la “Chancenkarte” (Carta delle Opportunità) – un sistema a punti che premia età, conoscenza delle lingue e l’esperienza precedente – che permette al migrante l’ingresso e il soggiorno nel Paese per un anno alla ricerca di un impiego dignitoso, dietro prova di (almeno) due anni di formazione professionale o dietro possesso di una laurea. Il datore di lavoro può attivare la procedura accelerata per lavori qualificati (il beschleunigtes Fachkräfteverfahren) ex art. 81a del Residence Act – Aufenthaltsgesetz: pagando una tassa amministrativa di circa € 411, l’azienda delega l’autorità per gli stranieri a gestire tutti i passaggi burocratici, inclusa la verifica dei titoli e il nulla osta, riducendo drasticamente i tempi del visto.  Infine, per rispondere a una carenza drammatica di 1,8 milioni di lavoratori (specialmente nella logistica e nel social care), il Ministro degli Interni Alexander Dobrindt ha presentato il piano “Sofort-in-Arbeit” (Subito al lavoro) che diventerà effettivo il 1° luglio 2026, vedendovi la chiave per sbloccare “un bacino di talenti” essenziale per le piccole e medie imprese delle regioni provinciali, spesso le più colpite dalla carenza di manodopera: la norma, rivoluzionaria, punta a ridurre l’attesa per l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo da nove mesi a soli 90 giorni. Chiunque superi i controlli iniziali può così accedere a impieghi full time o “mini-job” mentre la procedura di asilo prosegue, accelerando l’integrazione attraverso la partecipazione societaria. Inoltre, il permesso di soggiorno, a differenza di quanto avviene in Italia, non è mai inferiore alla durata del contratto di lavoro.  PAESI BASSI: LA FIDUCIA CHE GENERA PROFITTO I Paesi Bassi hanno scelto un modello basato sulla sponsorizzazione fiduciaria e su parametri economici oggettivi. Il fulcro del sistema è il meccanismo del “Recognised Sponsor” (Referent) gestito dall’IND (Immigration and Naturalisation Service): le aziende che dimostrano solidità e rispetto delle norme 3 vengono iscritte in un registro pubblico e possono assumere lavoratori stranieri in qualsiasi momento dell’anno, senza dover attendere la pubblicazione di un decreto quote. Per i  lavoratori altamente qualificati (i cosiddetti Kennismigranten o highly skilled migrants), non esistono limiti quantitativi, anzi i datori di lavoro – riconosciuti dall’IND – possono assumere personale qualificato in sole due o quattro settimane, evitando lungaggini burocratiche e procedurali. Il legislatore olandese ha compreso che porre un tetto numerico all’eccellenza significa auto-infliggersi un danno economico. Il “filtro” è qualitativo e salariale: l’ingresso è garantito a patto che il contratto preveda una soglia retributiva minima (parametrata sull’età e sulla qualifica) che assicuri al lavoratore piena autonomia economica.  Per quanto riguarda i richiedenti asilo, ai sensi del Foreign Nationals Employment Act (Wav), essi possono lavorare solo se la loro domanda è in esame da almeno sei mesi. In questo caso, il datore di lavoro deve richiedere un permesso di lavoro specifico (TWV) all’agenzia per l’impiego (UWV). In passato, i richiedenti asilo potevano lavorare per un massimo di 24 settimane su un periodo di 52; tuttavia, a seguito di sentenze giudiziarie e riforme del 2024, tale restrizione temporale è stata dichiarata illegittima, permettendo oggi un impiego continuativo, per prevenire l’istituzionalizzazione della precarietà e favorire una reale autosufficienza. La NL Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie) vigila attentamente affinché l’inserimento lavorativo non diventi terreno di sfruttamento: il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire condizioni salariali e lavorative conformi agli standard nazionali; in caso contrario il permesso TWV viene negato o revocato. Studi condotti nel 2025 confermano che questo modello non solo riduce la dipendenza dal welfare, ma rafforza profondamente il senso di appartenenza alla comunità. PORTOGALLO: IL DIRITTO DI CERCARE DIGNITÀ  Il Portogallo rappresenta forse – insieme alla Spagna – l’approccio più aperto dell’area europea e l’avanguardia normativa in termini di diritti civili ed economici immediati. Il pilastro di questa rivoluzione è l’emendamento all’Asylum Act del 2022 4, che ha stabilito il diritto al lavoro immediato dal momento stesso della domanda di protezione internazionale. Non esistono limitazioni temporali o settoriali, una scelta che mira ad inserire il richiedente asilo nel circuito produttivo nazionale. La vera rivoluzione resta il Visto per Ricerca Lavoro (Visto de Procura de Trabalho), disciplinato dal Decreto Regulamentar n. 4/2022, che consente legalmente a un cittadino straniero di entrare nel Paese per 120-180 giorni al solo scopo di cercare impiego. Nonostante la complessa transizione burocratica verso la nuova agenzia AIMA (Agência para a Integração, Migrações e Asilo), che nel 2026 ha completato la digitalizzazione dei processi per smaltire gli arretrati, il Portogallo dimostra che la fluidità normativa, per quanto avanzata, non sia una panacea, se non accompagnata da investimenti strutturali. Infatti, nonostante il diritto legale al lavoro sia immediato, permangono barriere invisibili ma resistenti: come riportato dal Portuguese Refugee Council (CPR), senza un investimento massiccio in politiche sociali che accompagnino la norma giuridica, il rischio è che il migrante resti confinato in settori a basso valore aggiunto.  FRANCIA: RISPOSTE CHIRURGICHE AI TERRITORI In Francia, la gestione degli ingressi per motivi di lavoro si è evoluta verso un modello di “granularità territoriale” che si oppone drasticamente al centralismo del Decreto Flussi italiano. Il Paese adotta una strategia di sussidiarietà basata sulla cosiddetta “liste des métiers en tension” (lista di professioni per le quali esiste una carenza documentata di manodopera locale – come l’edilizia, la ristorazione o l’assistenza alla persona -). Questo elenco, regolato dall’Arrêté du 1er avril 2021 e aggiornato costantemente a livello regionale dalle prefetture e dalle Direzioni Regionali dell’Economia, dell’Impiego, del Lavoro e della Solidarietà (DREETS), permette di rispondere chirurgicamente alle carenze specifiche di ogni bacino locale. L’art. 27 della recente legge sull’immigrazione (Loi n. 2024-42 del 26.01.2024: Loi pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration), ha introdotto un permesso di soggiorno specifico proprio per questi lavoratori “sotto pressione”, permettendo loro di regolarizzare la propria posizione se già attivi in settori critici e dietro prova di 12 mesi di attività negli ultimi due anni, senza dover passare necessariamente per l’iniziativa del datore di lavoro. Tuttavia, il limite risiede nella rigidità dello strumento: la necessità di aggiornare costantemente le liste per evitare che interi settori emergenti restino esclusi e il rischio di creare un’integrazione a due velocità, dove solo chi serve all’economia ha il diritto di non essere considerato “scarto”.  SPAGNA: LA MIGRAZIONE CIRCOLARE CHE FUNZIONA  Infine, la Spagna si conferma pioniera della materia, muovendosi con un pragmatismo che sembra voler ricucire lo strappo tra “noi” e “loro”, approdando alla flessibilità strutturale del nuovo regolamento sugli stranieri RELOEX (El nuevo Reglamento de Extranjería), entrato in vigore il 20 maggio 2025, incorporando direttamente nel corpo normativo diritti e le garanzie delle persone lavoratrici 5. Il migrante così diventa il protagonista di una migrazione circolare che, attraverso l’ordinanza GECCO (Gestión Colectiva de Contrataciones en Origen) ha coinvolto oltre 25.000 lavoratori nel 2025, trasformando la precarietà stagionale in un modello di stabilità fissa-discontinua, blindato da garanzie sociali e alloggiative obbligatorie. A differenza dell’Italia, in Spagna sono le grandi associazioni datoriali a coordinare i flussi direttamente con il Ministero del Lavoro, garantendo una pianificazione coerente con le necessità dei territori. Il sistema si regge su tutele senza precedenti: il nuovo ordine ministeriale aggiunge l’articolo 7, destinato a proteggere il benessere socio-lavorativo dei partecipanti, obbligando il datore di lavoro a garantire un alloggio dignitoso per tutto il periodo di attività e per ogni chiamata successiva. Questa visione si concretizza nella concessione di autorizzazioni pluriennali della durata di quattro anni, prorogabili qualora sussistano i requisiti, che permettono di prestare servizio per un massimo di nove mesi l’anno. Al termine di ogni periodo stagionale, il lavoratore ha l’obbligo di rientrare nel proprio Paese d’origine, preservando la natura circolare del progetto.  La vera rottura contro la logica dello “scarto” è rappresentata dal Catálogo de Ocupaciones de Difícil Cobertura (CODC): uno strumento dinamico gestito dal Servizio Pubblico Statale per l’Occupazione (SEPE), che agisce come un polmone per l’economia nazionale. Pubblicato trimestralmente, questo elenco identifica le professioni in cui la carenza di manodopera locale o comunitaria è tale da considerare l’indisponibilità di lavoratori residenti presunta per legge, semplificando radicalmente le procedure di assunzione e l’ottenimento dei permessi. L’ultimo aggiornamento per il primo trimestre del 2026 evidenzia quanto il Catálogo sia ormai essenziale per lo sviluppo economico del Paese, includendo figure chiave che spaziano dagli atleti e allenatori professionisti fino al personale tecnico e marittimo.  ITALIA: LA LOTTERIA DEL “CLICK DAY” L’Italia si colloca oggi in una posizione paradossale: pur essendo l’undicesimo Paese al mondo per numero di migranti residenti – con 6,3 milioni di persone – il sistema del Decreto Flussi, incardinato sull’anacronismo dei cosiddetti “click day”, si rivela incapace di rispondere alle dinamiche di un mercato del lavoro in costante evoluzione 6, essendo basato piuttosto su una logica perennemente emergenziale.  In continuità con la strategia avviata nel precedente triennio (2023-2025), l’approvazione del D.P.C.M. del 2 ottobre 2025 7 ha cercato di confermare la volontà di superare la frammentazione delle gestioni annuali attraverso la programmazione triennale 2026-2028, definendo un contingente complessivo di 497.550 ingressi per motivi di lavoro (stagionale e non), basato su una logica incrementale nel corso del triennio (che prevede 164.850 unità per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.). Nonostante l’obiettivo dichiarato sia offrire un orizzonte stabile alle imprese e ai cittadini stranieri interessati – specialmente in settori critici come quello dell’agricoltura – questo modello si rivela fallimentare, fortemente proceduralizzato e rimane, inoltre, fortemente centrato sull’iniziativa del datore di lavoro: il lavoratore straniero non dispone ancora di un canale autonomo di ingresso per la ricerca di un’occupazione. Il rischio, già conclamato, è che una parte delle quote autorizzate non si traduca in occupazione effettiva, generando precarietà o irregolarità sopravvenuta. Inoltre, i dati amministrativi dell’INPS aggiornati a luglio 2025 parlano chiaro: i lavoratori stranieri in Italia sono impiegati prevalentemente in imprese a basso valore aggiunto, con un divario salariale rispetto ai nativi che tocca il 33%. Solo il 12,5% dei lavoratori stranieri possiede una laurea, una cifra irrisoria se confrontata con la media europea, a testimonianza di una struttura produttiva che relega il migrante a mansioni scartate dai connazionali per paghe misere e condizioni poco dignitose, ignorando le competenze individuali. Il divieto di lavorare per i primi mesi o il rischio di perdere l’alloggio se si diventa autosufficienti sono “trappole della povertà” che trasformano individui potenzialmente produttivi in soggetti marginalizzati 8.  La procedura ordinaria (ex D.L. n. 146/2025) prevede innanzitutto la presentazione della domanda di ingresso da parte del datore di lavoro – precedentemente precompilata – sul portale del Ministero dell’Interno. Successivamente, il datore la cui domanda è rientrata nelle quote riceverà dallo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura il nulla osta al lavoro, che sarà inviato anche alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore per il rilascio del visto. Tuttavia, come riportato dal IV rapporto di Ero Straniero, rimane basso il numero dei visti concessi rispetto ai nulla osta rilasciati 9 e la ripartizione nazionale delle quote spesso non coincide con le reali specificità locali, creando squilibri dove le stesse si esauriscono in poche ore a fronte di settori che rimangono scoperti 10. In definitiva, il panorama europeo ci restituisce l’immagine di un continente a due velocità, dove la gestione della migrazione è diventata lo spartiacque tra il pragmatismo economico e l’immobilismo ideologico. Mentre ci sono paesi che hanno scelto di smantellare le barriere burocratiche per trasformare il migrante in un attore dinamico del mercato – l’Italia resta paradossalmente ancorata a una visione statica e punitiva. La dignità del lavoro e la flessibilità degli ingressi non sono concessione etiche, bensì pilastri di un’economia che vuole restare competitiva in un contesto globale. Così facendo, l’Italia rischia di trasformarsi in una “caserma” che smaltisce rifiuti umani anziché valorizzare persone, alimentando un circolo vizioso di povertà e invisibilità, ignorando le proiezioni Eurostat che prevedono un collasso della forza lavoro entro il 2035.  Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. The law has reshaped corporate hiring from abroad. When the Act entered into force on 1 March 2020, just over 200,000 third-country nationals held residence permits tied to a German employment contract. By June 2025 the figure had climbed to 420,000”, Five Years On, Germany’s Skilled-Worker Immigration Act Doubles Employment-Based Residence ↩︎ 2. Die West­bal­kan­re­ge­lung: Arbeits­kräfte aus Alba­nien, Serbien, Bosnien, Kosovo, Monte­negro und Nord­ma­ze­do­nien für deut­sche Unter­nehmen gewinnen ↩︎ 3. Dutch Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie): normative sull’impiego di cittadini stranieri e verifica delle condizioni salariali ↩︎ 4. Access to the labour market – The Asylum Information Database (AIDA) ↩︎ 5. “Occupazione, istruzione e famiglia sono i tre pilastri su cui si basano gli importanti miglioramenti apportati dal RELOEX. La norma, quindi, riduce i tempi e le formalità, elimina le duplicazioni, rafforza i diritti dei lavoratori migranti e dà garanzie alle imprese”, Revista de la Seguridad Social ↩︎ 6. Come riportato dal IV rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro a cura di Ero Straniero: p. 6 e seg. ↩︎ 7. Pubblicato sulla G.U. n. 240, il 15 ottobre 2025 e recante “Programmazione dei flussi di ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028) ↩︎ 8. “I lavoratori autoctoni non qualificati tendono a svolgere meno compiti di routine quando lavorano in aree con una maggiore concentrazione di immigrati”, p. 95 e seg. – Rapporto Inps;  “I lavoratori immigrati in Italia hanno maggiori probabilità di collocarsi nella parte inferiore della distribuzione dei redditi e hanno maggiori probabilità di avere basse retribuzioni rispetto ai loro omologhi dei paesi EA-4”, p. 25 analisi della Banca d’Italia dell’ Aprile 2025 ↩︎ 9. “Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati a dicembre 2025 sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta emessi”, p. 24 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎ 10. Le quote rimaste inutilizzate per l’anno 2025 sono in totale 117.339 contro le 49.288 del 2024 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎
Gino Famiglietti: Le radici storico-giuridiche dell’attuale status di Villa Borghese
Il contributo di Gino Famiglietti* in occasione della Conferenza Stampa del 22 maggio 2026 delle Associazioni Ranuccio Bianchi Bandinelli e Italia Nostra Sezione di Roma Con la legge n. 519 del 26 dicembre 1901[i] (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 309 del 31 dicembre 1901) il «Governo del Re» – sulla base di quanto disposto dal primo comma dell’articolo 1 della legge citata – fu «autorizzato ad acquistare, per una somma non superiore a tre milioni di lire, la Villa Borghese, allo scopo di cederla gratuitamente al Comune di Roma, a condizione di trasformarla in pubblico giardino comunale unito al Pincio», pubblico giardino al quale si sarebbe dovuto dare il nome del re «Umberto I», assassinato quasi un anno e mezzo prima, il 29 luglio 1900, a Monza, dall’anarchico Gaetano Bresci. Prima di passare all’esame del contenuto e della portata della disposizione normativa testé citata, è opportuno chiedersi come si fosse arrivati, in Parlamento, ad elaborare un tale disegno di legge, presentato e discusso in concomitanza con l’altro disegno, ad esso connesso, recante la ratifica dell’atto di acquisto della Collezione fidecommissaria Borghese – stipulato il 19 agosto 1899 e registrato il 2 settembre di quello stesso anno – fra il Ministero della pubblica istruzione e la famiglia Borghese. Possiamo dire che, per quel che riguarda l’acquisto della Villa Borghese, tutto aveva avuto inizio da un contenzioso instauratosi per la reintegrazione, in favore dei cittadini romani, di un loro jus deambulandi nella villa, risalente nel tempo e di recente reso impraticabile dai principi Borghese. Jus deambulandi che, maturato in favore della comunità cittadina fin dal XVII secolo su un bene fidecommissario, come si vedrà fra poco, era stato riconosciuto come perdurante anche dopo la presa di Roma e il conseguente mutamento politico e istituzionale che ne era conseguito: infatti, l’articolo 3 della legge n. 286 del 28 giugno 1871, aveva espressamente stabilito che «I diritti che per fondazione o per altro qualsivoglia titolo possano appartenere al pubblico sono mantenuti». Ma, nel 1885, diffusasi la notizia che il principe intendesse vendere l’omonimo parco, il Sindaco di Roma aveva intimato alla famiglia nobiliare di tenere conto dei diritti di pubblico passeggio che, su di esso, spettavano al popolo romano. In risposta, il Principe aveva chiuso la villa all’uso pubblico per affermare il suo diritto esclusivo di proprietà su di essa. Il Comune aveva reagito a tale comportamento citando in giudizio i Borghese ed avviando un’azione intesa alla reintegrazione della comunità cittadina nell’esercizio del diritto di pubblico. passeggio negli spazi verdi della villa. A seguito dell’avvio del contenzioso, già il Tribunale civile di Roma, con la sentenza pronunciata all’esito dell’udienza del 14 dicembre 1885, aveva correttamente evidenziato che il Municipio fa desumere il suo diritto al pubblico passeggio a) Dacché la villa ebbe origine da un terreno appartenente alla Camera ecclesiastica degli spogli, donato da Paolo V Borghese a suo nipote cardinale Scipione Borghese ;Associazione Nazionale per la tutela del Patrimonio Storico, Artistico e Naturale della Nazione b) Dall’essersi anche al cardinale Borghese donata una quantità di acqua, per il servizio della villa e proveniente dal pubblico condotto; c) Dal fatto che statue, oggetti d’arte ed altro sarebbero stati tolti da luoghi pubblici per ornamento di detta villa; d) Dacché anche una antica strada pubblica sarebbe stata incorporata nella villa; e) Da una quantità di ricorsi e memorie storiche, e da una pubblica lapide, che constaterebbe la destinazione della villa ad uso di pubblico passeggio; f) Dal fatto che questo passeggio, per lo meno dal 1829, sarebbe continuato non interrotto se non da speciali giustificate ragioni di riparazioni e di adattamento per pubbliche solennità. Motivo per cui la comunità cittadina andava reintegrata nel suo diritto al «pubblico passeggio», all’interno della villa, del quale era stata privata a causa dell’ostacolo, frapposto dal principe, con la «chiusura dei cancelli». La vicenda aveva poi trovato la sua soluzione definitiva dinanzi alla Corte di Cassazione di Roma[ii], che in primo luogo aveva riconosciuto la legittimazione ad agire in giudizio per la tutela del menzionato jus deambulandi non solo a favore del Comune di Roma, quale rappresentante della cittadinanza, ma anche a vantaggio di tutti i membri della comunità, quali portatori di un interesse sia proprio che collettivo. E, nel merito, la Suprema Corte aveva ritenuto fondata la pretesa del Comune di Roma al diritto di uso pubblico, in favore del popolo romano, degli spazi di Villa Borghese, basando tale decisione anche sulla rammentata disposizione recata dall’articolo 3 della legge n. 286 del 1871: Estendendosi alla provincia romana la legge transitoria sull’abolizione dei fedecommessi, che comprendevano anche avanzi preziosi di sapienza e di arte, anche allora fu consacrato il principio di cui si disputa. Fu detto nell’art. 3 ««I diritti che per fondazione o per altro qualsivoglia titolo possano appartenere al pubblico saranno [sic] mantenuti»; e codesti diritti […] erano appunto quelli di uso, acquisiti dai cittadini, rispetto all’accesso nelle ville, nelle biblioteche, nelle gallerie, nei musei; e nella villa Borghese è appunto anche un museo di arte antica e moderna. Si direbbe che, per questa Italia, abbia dovuto riconoscersi un uso pubblico speciale all’essere rimasta la terra sede dell’arte. Ed è appunto questa la mente dello art. 3 della legge del 1871. La sentenza in questione, emessa il 9 marzo 1871, costituì un vero e proprio antecedente storico rispetto al riconoscimento dei diritti d’uso pubblico, con la facoltà per la collettività di accedere su fondi altrui. A seguito della vicenda contenziosa sopra richiamata la famiglia Borghese, essendo nel frattempo giunta alla determinazione di cedere allo Stato la propria collezione fidecommissaria, aveva anche trovato un accordo di compromesso, con il Comune di Roma, per la cessione pure della villa. Ma non avendo il Comune la disponibilità dei fondi necessari, l’operazione di acquisizione fu portata avanti dallo Stato in uno con l’atto di acquisto della collezione. Entrambi i disegni di legge furono esaminati, nel corso della XXI Legislatura del Regno d’Italia, presso la Camera dei Deputati nelle “Tornate” n. 172 di venerdì 29 novembre e n. 173 di sabato 30 novembre 1901. Al termine della seduta del 30 novembre entrambi i disegni di legge furono messi ai voti ed approvati dall’assemblea parlamentare. Di particolare rilievo, nel corso dell’esame del disegno di legge concernente l’acquisto di Villa Borghese, furono sia l’intervento dell’onorevole Gaetani di Laurenzana, che espose plasticamente ragioni e finalità dell’acquisto, operato da parte dello Stato a beneficio del Comune di Roma, sia dell’onorevole Giolitti, all’epoca ministro dell’interno, che chiarì le ragioni della proposta di aggiungere un secondo comma al testo dell’articolo 1 del disegno di legge in corso di esame[iii]. Per la loro rilevanza, anche ai fini di quello che si dirà di seguito, si riportano entrambi gli interventi: Gaetani di Laurenzana: L’acquisto di Villa Borghese è talmente connesso all’acquisto del Museo, che oggi la Camera, dopo lo splendido discorso dell’onorevole Fradeletto, ha ben poco da discutere in proposito. Parlo quindi per una semplice raccomandazione. La Camera voterà certamente unanime l’acquisto di Villa Borghese, non solo per l’alto sentimento patriottico che ha ispirato il Governo nel proporlo alla Camera, l’intendimento, cioè, di dedicarla alla memoria del Re assassinato, ma anche per dare finalmente a Roma una villa pubblica, come l’hanno Parigi, Berlino, Vienna. Perché fino ad ora il popolo romano era semplicemente tollerato nella villa del patrizio romano; oggi, invece, Villa Borghese diviene la villa del popolo romano. È questa una delle migliori manifestazioni del legislatore italiano, come prima cortesia verso questo popolo romano, che finora nulla ha avuto dalla Camera italiana. Non faccio quindi che una raccomandazione, e cioè che la Camera, come ha approvato l’acquisto del Museo Borghese, così e per un sentimento di devozione al Re e per un sentimento di affetto al popolo romano, approvi senza ulteriore discussione anche questa piccola legge.[…] Giolitti. ministro dell’interno. Pregherei la Commissione e la Camera a voler consentire un’aggiunta all’articolo 1°, e ne dico lo scopo. Il ministro di agricoltura intende di istituire in Roma una scuola di agricoltura e ritiene che in alcune parti remote della Villa Borghese possa fondarsi una istituzione di così grande utilità. L’aggiunta che proporrei è la seguente: «Il Governo è autorizzato a trattenere tanta parte di terreno della Villa Borghese in quella località che meno si presta a pubblico giardino, quanta ne occorre alla fondazione di una scuola di agricoltura.» Noto che l’onorevole ministro diagricoltura ha già preso concerti in questo senso col rappresentante della città di Roma, la quale sarà certo ben lieta di veder sorgere fra le sue mura una istituzione dalla quale si possono legittimamente attendere i più benefìci effetti per l’agricoltura. Risultano pertanto evidenti, da quanto fin qui rappresentato, le ragioni per cui l’acquisizione di Villa Borghese da parte dello Stato e la sua contestuale cessione gratuita (rectius: donazione) al Comune di Roma si configura come una donazione sottoposta ad una peculiare condizione, quella della sua destinazione esclusiva a «pubblico giardino», gravato ad una «servitù […] per utilità pubblica» (secondo la formula del primo comma dell’articolo 534 c.c. vigente all’epoca) in favore della collettività cittadina, consistente nella facoltà di poter liberamente spaziare in un «luogo ameno». Tale diritto non ammette, per come è formulato il testo normativo e per come è evincibile dal. dibattito parlamentare, di cui si sono riportati gli interventi più significativi, limitazioni o condizionamenti. di sorta, se non l’eventuale costituzione di uno spazio da adibire a «scuola di agricoltura», ed è stato concepito, fina dall’origine, per rendere compatibili e coerenti fra loro la conservazione della collezione Borghese nella sede del Casino omonimo, con annessa facoltà di visita, alle condizioni stabilite, e la libera fruizione del circostante spazio verde, senza limitazioni di sorta, in quanto sull’intera superficie destinata a «giardino» grava il diritto di pubblica servitù riconosciuto in favore della comunità di Roma, in quanto, secondo la pronuncia della Corte di Cassazione del 9 marzo1887, «È conforme alla vigente legislazione l’ammettere un diritto di uso pubblico o di servitù per pubblica utilità, costituito sopra un fondo privato in favore degli abitanti di un Comune» e quindi «il passeggio pubblico in un fondo privato, come vero e proprio diritto reale, può essere tutelato anche con l’azione di reintegra», esercitabile anche singolarmente da ciascun titolare del diritto, come componente della collettività a beneficio della quale esso è stato istituito. E non è certo revocabile in dubbio che ogni intervento destinato a ridurre, nella Villa, lo spazio destinato a «giardino», ossia alla libera fruizione pubblica da parte della collettività cittadina, si configura come una limitazione contra legem al diritto, riconosciuto, dapprima in via giurisprudenziale e poi sancito per legge, in favore di quella stessa collettività e di ciascun suo componente, di potere «liberamente spaziare in un luogo ameno». E la limitazione, sotto qualsiasi forma, di tale diritto alla pubblica fruizione del «giardino» di Villa Borghese, oltre a integrare una violazione della prescrizione recata dal primo comma dell’articolo 1 della legge 519 del 26 dicembre 1901, in base al quale la donazione della Villa Borghese al Comune di Roma è disposta «a condizione di trasformarla in pubblico giardino comunale unito al Pincio» costituirebbe, come già sancito dalla pronuncia della Cassazione in precedenza citata, un esercizio di violenza in danno della collettività titolare del diritto di libera fruizione degli spazi verdi, in quanto «dottrina e giurisprudenza concordi hanno … ritenuto che la violenza non è solo la mano armata, o la via di fatto più o meno grave, ma può essere altresì lo impedimento a detenere la cosa sotto l’influenza della forza, o anche l’ostacolo di fatto, tale da non potersi vincere altrimenti che ricorrendo alla violenza». Il che rappresenterebbe un fondato motivo per avviare una impugnativa dei provvedimenti assunti in violazione dei principi sopra richiamati, azione esercitabile tanto da parte di associazioni portatrici di interessi diffusi quanto da parte di qualsiasi altro soggetto, pubblico o privato, che ne abbia interesse. Oltre alle possibili conseguenze derivanti dalla violazione della condizione posta, per legge, a fondamento della cessione della Villa Borghese al Comune … Gino Famiglietti (*) Gino Famiglietti è stato, presso il MIBACT, vicecapo dell’Ufficio legislativo, direttore regionale in Lombardia e Molise, direttore generale per l’Archeologia, gli Archivi e infine per l’Archeologia, le Belle arti e il Paesaggio. Ha collaborato alla stesura della legge Galasso e del Codice dei beni culturali e del paesaggio. Vai alla registrazione della Conferenza stampa delle Associazioni Bianchi Bandinelli e Italia Nostra Roma del 22 maggio 2026 Villa Borghese è dei cittadini Romani   vedi i documenti della Conferenza stampa Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com 29 maggio 2026 NOTE -------------------------------------------------------------------------------- [i] LEGGE 26 dicembre 1901, n. 524  Che approva la Convenzione per l’acquisto della Galleria e Museo Borghese. (001U0524)  note: Entrata in vigore del provvedimento: 19/01/1902 (Ultimo aggiornamento all’atto pubblicato il 22/12/2008) (GU n.3 del 04-01-1902) https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1901-12-26;524 (nota di Carteinregola) [ii] V. Udienza del 9 marzo 1887: Pres. Miraglia, P. P., Est. Majelli, P. M. Auriti; Borghese (Avv. Mari, Ceneri, Bevilacqua, Kambo) c. Comune di Roma (Avv. Mancini, Meucci), in Il Foro Italiano, Vol. 12, Parte Prima: Giurisprudenza Civile e Commerciale (1887), pp. 397/398-409/410 (7 pagine). (nota del testo originale) [iii] 2 Per la consultazione dell’intero dibattito parlamentare, v. Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Legislatura XXI – 1ª Sessione – Discussioni – Tornata del 29 novembre 1901, pp. 6255 ss.Associazione Nazionale per la tutela del Patrimonio Storico, Artistico e Naturale della Nazione (nota del testo originale)
May 29, 2026
carteinregola
2 Giugno di pace e di lotta a Sulmona per smilitarizzare  Monte San Cosimo
Un’area militare top secret. Il deposito di armi e munizioni più grande d’Abruzzo che da quasi 90 anni costituisce un pericolo e nello stesso tempo una potenziale risorsa per la Valle Peligna. E’ qui, a Sulmona, che il 2 giugno si terrà la manifestazione per chiedere la smilitarizzazione del deposito militare di Monte San Cosimo. “Abbiamo scelto la data del 2 giugno – dice il Coordinamento Disarmare la pace Disertare la guerra – perché vogliamo che la Festa della Repubblica venga celebrata non con parate e cerimonie militari ma all’insegna del ripudio della guerra sancito dalla Costituzione italiana. Facciamo nostro l’appello di un grande presidente della Repubblica, Sandro Pertini, a svuotare gli arsenali e riempire i granai. Un appello in realtà mai ascoltato da nessun governo e che, con i venti di guerra che soffiano forte, può oggi apparire addirittura anacronistico ma che invece è più attuale che mai. Ciò alla luce del folle Piano ReArm Europe varato dall’Unione Europea che mira ad investire 800 miliardi per gli armamenti entro il 2030, piano al quale ha aderito anche l’Italia. Si tratta del più grande progetto di riconversione verso l’economia di guerra. La spesa militare, a livello globale, nel 2025 ha raggiunto i 2.887 miliardi di dollari e il nostro Paese, su 195 Stati sovrani nel mondo, in questa graduatoria occupa il 12esimo posto. A fare la parte del leone di questa montagna di denaro è l’industria bellica – e da noi, in primo luogo, Leonardo – che sta realizzando profitti da capogiro. E questo mentre la crisi economica erode ogni giorno di più il reddito delle famiglie italiane, aumenta il precariato e la disoccupazione. E dove prende il governo le risorse per il riarmo se non dalla sanità, dall’istruzione, dal welfare e da tutti gli altri servizi essenziali per i cittadini?”. La storia del deposito militare di Monte San Cosimo comincia alla fine degli anni Trenta del secolo scorso quando il regime fascista espropriò un’area vastissima, oltre 133 ettari ricadenti nei Comuni di Pratola Peligna, Prezza e Sulmona, per costruirvi un’industria militare, il dinamitificio Montecatini – Nobel, un impianto gemello di quello di Bussi sul Tirino dove si producevano i gas letali utilizzati da Mussolini nella guerra in Etiopia. La particolarità del deposito è che all’interno della montagna sono state scavate gallerie nelle quali dapprima veniva stoccata la polvere da sparo prodotta nello stabilimento e successivamente armi e munizioni. Il dinamitificio venne bombardato e parzialmente distrutto nel corso della Seconda guerra mondiale dall’aviazione angloamericana causando una decina di morti. Lo stesso giorno, 27 agosto 1943, ci fu il bombardamento della vicina stazione di Sulmona dove vennero uccisi 104 civili.  La Valle Peligna è seduta letteralmente su una polveriera. Ogni qual volta c’è una crisi internazionale il deposito di Monte San Cosimo viene posto in stato di massima allerta, secondo i dispositivi NATO, in quanto obiettivo militare strategico. Come nel 1986 quando, in occasione della crisi Italia-Libia, Gheddafi minacciò esplicitamente di colpirlo. Nel 1990, per le sue caratteristiche di montagna cava, il deposito venne individuato dal governo come sito idoneo per lo stoccaggio di scorie radioattive. Nell’inverno del 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, si assistette ad un intenso via vai di camion militari da e per il deposito. L’unico parlamentare che lo visitò nel lontano 1968 fu il senatore socialista Michele Celidonio al quale però fu impedito di vedere alcuni ambienti “per evidenti ragioni di sicurezza”. Nel dopoguerra ci furono manifestazioni promosse dalle organizzazioni sindacali e degli agricoltori affinché l’area tornasse nella disponibilità dei Comuni per essere destinata a scopi civili e di pace.  Nel corso degli anni tante furono le iniziative miranti ad ottenere la smilitarizzazione: marce, petizioni popolari, sit-in, interrogazioni parlamentari. Nel 2006 venne costituito un apposito comitato, “Cittadini della Valle Futura”, che raccolse 5.000 firme. Ma si mossero anche le istituzioni: 17 Comuni del comprensorio peligno adottarono una identica delibera per la riconversione civile dell’area e anche il Consiglio regionale d’Abruzzo votò una risoluzione che faceva propria la richiesta dei Comuni. Da parte sua il Ministero della Difesa ha sempre minimizzato l’importanza del deposito militare. Nelle risposte alle varie interrogazioni presentate in Parlamento il governo di turno ha sempre sostenuto che “la struttura non custodisce armi di alcun genere” ma solo “quantitativi limitati di cariche esplosive”.  “Ma se così fosse – sottolinea il Coordinamento Disarmare la pace Disertare la guerra – vi sarebbero ancora più ragioni per la sua smilitarizzazione. Perché impegnare un’area così grande? Se questo è il suo utilizzo il deposito può essere dislocato altrove e i 133 ettari – già infrastrutturati e dotati di ogni servizio quali rete elettrica, luce e gas, strade interne, un collegamento ferroviario e la prossimità dell’autostrada Pescara-Roma – possono essere restituiti alle comunità del territorio”. Il Coordinamento ha rivolto un invito ai comitati, alle associazioni, alle forze politiche e sindacali, nonché ai Sindaci, ai parlamentari e ai consiglieri regionali a partecipare alla manifestazione del 2 giugno davanti all’entrata del deposito militare per rilanciare il progetto della smilitarizzazione di una struttura che da luogo adibito alla custodia di strumenti di morte potrebbe diventare un’area al servizio della vita e della pace; una struttura che, per la sua ampiezza e la sua posizione logistica, può essere utilizzata in primo luogo per la protezione civile, essendo il territorio della massima sismicità. Non solo, essendo tanto grande essa può essere destinata ad usi molteplici, quindi anche per scopi produttivi, sociali e culturali e contribuire così a risollevare un’area, la Valle Peligna, soggetta ad una pesante crisi economica e ad un progressivo processo di spopolamento.                                                                                                                       Mario Pizzola
May 29, 2026
Pressenza
Perù: gli agricoltori concedono una tregua al governo e revocano lo sciopero
Le migliaia di agricoltori che erano in sciopero dal 25 maggio in diverse regioni del Perù hanno sospeso la protesta dopo che il governo si è impegnato a stanziare 150 milioni di soles per far fronte alla crisi che sta attraversando il settore agricolo. 100 milioni di soles saranno destinati all’acquisto di riso e 50 milioni alla manutenzione dei canali di irrigazione. A seguito dell’accordo con il governo, i produttori di riso e banane delle regioni di Piura, San Martín, Lambayeque e Tumbes hanno revocato il blocco che mantenevano su vie strategiche a livello nazionale e che impediva il trasporto di persone e merci; mentre a Huánuco la misura era ancora in vigore. Si sono verificati anche scontri con la Polizia Nazionale. Secondo quanto riferito dai produttori, il settore agricolo deve essere dichiarato in stato di emergenza a causa del calo del prezzo del riso, dell’aumento dei costi di produzione (di fertilizzanti e carburante), della concorrenza sleale dovuta alle importazioni massicce di prodotti agricoli, degli impatti dei cambiamenti climatici e della mancanza di sostegno statale alla produzione locale. I manifestanti hanno segnalato che riprenderanno lo sciopero tra 10 giorni se il governo non renderà ufficiale il decreto d’urgenza concordato. Redacción Perú
May 29, 2026
Pressenza
ROMA: ASSEMBLEA “FUCK REMIGRATION” VERSO LA MOBILITAZIONE ANTIFASCISTA DEL 13 GIUGNO
Da qualche settimana a Roma si è costituita l’Assemblea Fuck remigration. Dopo un primo incontro che si è tenuto presso la Facolta’ di Giurisprudenza alla Sapienza, nuova convocazione per sabato 30 maggio per un’assemblea pubblica a Piazza Vittorio verso il corteo del 13 Giugno. Quel giorno si terra’ la marcia a Roma dei fascisti di “Remigrazione e riconquista” a conclusione della raccolta firme per la proposta di legge sulla cosiddetta “remigrazione”. “Chi sostiene questo concetto si arroga il diritto di definirsi gli unici veri “figli d’Italia” e, di conseguenza, pretende di decidere chi possa vivere in questo Paese e chi no”- cosi’ l’Assemblea Fuck remigration nel comunicato di indizione dell’assemblea del 30 maggio-. “Ci vogliono vendere l’immagine di una Roma fondata da italianissimi e destinata ad appartenere solo agli italianissimi, quando persino il mito della fondazione di Roma nasce dalla storia di un migrante: Enea, un profugo di guerra. Da qui prende forma l’intero impianto ideologico dell’estrema destra: un discorso escludente fondato sull’identità nazionale, che dietro la retorica della sicurezza, nasconde la brutalità della deportazione. Perché la “remigrazione” non è altro che deportazione, mascherata da soluzione ai problemi sociali. La violenza nelle strade, che viene fatta passare come conseguenza di una cultura “estranea”, è invece il prodotto dell’abbandono istituzionale, della marginalizzazione e della ghettizzazione. La loro propaganda dice una verità quando afferma che il popolo è affamato. Ma mente quando individua nello straniero il responsabile di questa miseria. Sappiamo bene che le risorse per garantire una vita dignitosa a tutti esistono già, concentrate nelle mani di chi trae profitto dalla guerra, dallo sfruttamento e dalle disuguaglianze. Per questo dobbiamo dirlo chiaramente a chi, il 13 giugno, si presenterà come paladino della giustizia sociale tentando di convincerci che razzismo e pulizia etnica siano la soluzione al disagio collettivo. Roma non ci sta. E sarà pronta a dimostrarlo”. Definiamo i contorni di questa mobilitazione con Pietro dell’Assemblea Fuck remigration Ascolta o scarica 
May 29, 2026
Radio Onda d`Urto
Leone, Agostino e l'IA
Leone, Agostino e l'IA Alessandro Zaccuri Anita Romanello Ven, 29/05/2026 - 03:10 Silvestro II, il papa dell’anno Mille, era un matematico. Competenza di primo acchito inconsueta per un successore di Pietro, ma del tutto coerente nella prospettiva medievale dell’unità del sapere, che non contempla soluzione di continuità tra le discipline umanistiche del trivio e quelle scientifiche del quadrivio. Nonostante questo, a Gerberto di Aurillac (così si chiamava al secolo il pontefice) non è stata risparmiata la leggenda nera dello stregone e necromante, in buona parte alimentata dall’equivoco sul termine latino astrologia, che nello specifico si riferisce allo studio degli astri, la nostra “astronomia”, e non alla compilazione degli oroscopi. Tra le opere di Gerberto figura il Libellus de numerorum divisione, che è un piccolo manuale per l’uso dell’abaco. Per far di conto correttamente, si spiega, occorre anzitutto stabilire quale valore attribuire al digitus, che nel linguaggio dell’epoca è l’unità di calcolo basilare. Le suggestioni vanno prese per quello che sono, però non passa inosservato il fatto che anche nella formazione di Leone XIV la matematica occupi un posto di rilievo. In un millennio abbondante, il digitale ha cambiato di significato, per quanto l’etimologia dell’inglese digit rimandi proprio al digitus delle artes liberales. In ogni caso, è ancora un papa a occuparsene, e con indiscutibile chiarezza. L’impressione che si ricava dalla lettura dell’enciclica Magnifica humanitas, la prima promulgata dal pontefice statunitense, è infatti quella di un’esposizione serrata e difficilmente contestabile. Il tema, com’è noto, è la «custodia della persona umana nell’epoca dell’intelligenza artificiale», ma a differenza di quanto avveniva in Laudato si’ (l’enciclica del 2014 con cui papa Francesco ha posto la questione ambientale al centro del dibattito ecclesiale e sociale) il documento di Prevost evita i rimandi diretti alla letteratura scientifica e propone un sistema di riferimenti intenzionalmente novecentesco, quasi a ribadire che le contraddizioni del secolo breve non si sono affatto dissolte e, anzi, incombono ancora su di noi, in modalità impreviste ma non per questo meno riconoscibili. Oltre alle copiose citazioni dal magistero dei papi precedenti e dai testi del Concilio Vaticano II, Magnifica humanitas chiama dunque in causa il Romano Guardini di La fine dell’epoca moderna (1950) e l’Hannah Arendt di Le origini del totalitarismo (1951), il pacifismo evangelico di Giorgio La Pira e la testimonianza di Victor Frankl, lo psichiatra viennese sopravvissuto ad Auschwitz e universalmente noto come iniziatore della logoterapia. Anche il brano tratto da Il signore degli anelli, subito interpretato dai commentatori come risposta neppure troppo implicita alle pretese di controllo globale esercitate dai colossi della tecnologia, va ricondotto a questa costellazione di senso. Leone XIV attribuisce a J.R.R. Tolkien la qualifica di «scrittore cattolico» e fa proprie le parole del mago Gandalf, l'eroe dell’intenzione purificata: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (Magnifica humanitas, n. 213). Combattente nella Grande Guerra, Tolkien compone il suo capolavoro sapendo bene che le insidie della tecnologia non si sono esaurite con la fine del secondo conflitto mondiale. Sarà una sottigliezza, ma l’edizione di Il ritorno del re richiamata in nota dall’enciclica è il tascabile statunitense del 1965, che da lì a breve verrà adottato come apologo antimilitarista dai contestatori libertari di Berkeley. Può darsi che Peter Thiel e gli altri ammiratori di Tolkien in chiave apocalittico-tecnocratica sfoglino esattamente le stesse pagine, ma di sicuro le interpretano in maniera molto diversa. Agostino di Ippona. E poi c’è Agostino di Ippona, evocato con sintomatica parsimonia da un papa che pure non perde occasione per rivendicare l’appartenenza alla famiglia spirituale agostiniana (Prevost è stato priore generale dell’ordine dal 2001 al 2013: gli scritti di questo periodo sono ora raccolti in un volume particolarmente utile per la comprensione dell’attuale pontificato, Liberi sotto la grazia). Il passaggio che autorizza a recepire Magnifica humanitas come enciclica pienamente e profeticamente agostiniana si trova al n. 130, dove Leone XIV riproduce una classica formulazione di La città di Dio: «Due amori fecero due città: la città terrena l’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé» (De civitate Dei, XIV.28). L’alternativa suggerita a più riprese nell’enciclica discende da questa contrapposizione, che nel grandioso trattato di Agostino viene successivamente riferita al dissidio primordiale tra Caino e Abele, analizzato nel libro XV. Le «due icone bibliche» indicate dal papa già all’inizio di Magnifica humanitas (nn. 7-10) sono invece il celeberrimo episodio della torre di Babele (Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme per iniziativa di Neemia all’epoca della cattività babilonese (Ne 1-2). Quest’ultimo episodio, decisamente meno conosciuto a livello popolare, viene elevato a modello dal papa. Magnifica humanitas non è infatti un generico ammonimento nei confronti dell’intelligenza artificiale, che dell’enciclica rappresenta il contesto e solo di conseguenza diventa oggetto di discussione. «La prima scelta – avverte Prevost – non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna» (n. 9). Come già in Agostino, occorre decidere tra un amore e l’altro. In Magnifica humanitas non mancano le prese di posizione coraggiose, a partire dall’ampia sezione sulla schiavitù digitale (nn. 173-179) e dall’esplicita condanna dell’impiego dell’intelligenza artificiale con finalità belliche (nn. 197-200). In entrambi i casi, l’ammissione degli errori del passato si trasforma in esortazione alla consapevolezza verso il presente, nel quadro complessivo della tensione in atto «la cultura della potenza e la civiltà dell’amore» (così il titolo del capitolo 5 dell’enciclica, forse il più ricco di implicazioni concrete). Al di là di queste e altre disamine puntuali, il merito principale della riflessione di Leone XIV sta nel rifiuto a considerare l’intelligenza artificiale alla stregua di mero strumento. Si tratta di una fallacia argomentativa ancora sorprendentemente diffusa, mediante la quale si cerca di spostare il problema dalla struttura generale dell’IA al suo impiego pratico, magari con il sostegno di qualche vago e rassicurante principio deontologico. A parte il fatto che uno strumento – in quanto prodotto culturale – non è mai di per sé indifferente, l’intelligenza artificiale eccede largamente ogni requisito strumentale e si colloca semmai nella categoria del dispositivo, che by design ha il compito di tracciare «processi in perenne disequilibrio» (Gilles Deleuze, Che cos’è un dispositivo?, traduzione di Antonella Moscati, Cronopio, Napoli 2007, p. 11). Uno strumento, insomma, fa quello che si aspetta debba fare; un dispositivo fa anche qualcos’altro, spesso non in corrispondenza alle aspettative. «Non possiamo considerare l’IA moralmente neutra – ammonisce pertanto Magnifica humanitas –. In realtà, ogni artefatto tecnico porta con sé scelte e priorità: ciò che misura, ciò che ignora, ciò che ottimizza e il modo in cui classifica persone e situazioni. Se un sistema viene concepito o impiegato in modo da trattare alcune vite come meno degne, o da escluderle senza possibilità di appello, esso non è un semplice strumento “da usare bene”: introduce già un criterio che contraddice la dignità inalienabile della persona. Per questo, il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano» (n. 104). Siamo nel cuore dell’enciclica, ed è un cuore intenzionalmente politico, nel senso che Leone XIV si premura di illustrare attraverso la vasta sintesi della Dottrina sociale della Chiesa nel suo percorso dalla Rerum novarum (1891) a oggi. Consegnata al capitolo 1 di Magnifica humanitas, questa ricapitolazione programmatica è molto più di un riassunto a beneficio di quanti nel frattempo si fossero distratti, ma può benissimo essere utilizzata come ripasso. Magari anche per non stupirsi più del fatto che i papi se ne intendono perfino di matematica. Libri Idee
May 29, 2026
Doppiozero
Clément Cogitore e l’isola che c’è
Clément Cogitore e l’isola che c’è Lorenzo Curti Anita Romanello Ven, 29/05/2026 - 03:05 Tra giugno e luglio 1831, più o meno a metà strada tra Agrigento e Pantelleria, nel bel mezzo del Mediterraneo emerge dai flutti un’isola di origine vulcanica. Un filosofo idealista potrebbe dire che se nessuno vede cadere l’albero nella giungla è come se l’albero non sia mai caduto, o addirittura che l’albero non ci sia mai stato, e che quindi, in termini analoghi, anche un’isola che emerge dalle onde ma non è vista potrebbe semplicemente non essere mai esistita. Tuttavia, l’isola in questione fu effettivamente avvistata e nel corso di pochi mesi questa piccola escrescenza vulcanica, composta dal fragile materiale della tefrite, diventa oggetto di iscrizione cartografica, di formalizzazione amministrativa e di un’accesa contesa geopolitica per il suo possesso. Come se non bastasse, l’isola può vantare nel corso di pochissimo tempo già tre nomi: gli inglesi la chiamano Graham, i francesi Iulia per via della sua apparizione nel mese di luglio, e il re borbonico Ferdinando II si compiace di affibbiarle il suo nome, con cui l’isola tutt’oggi è chiamata, Ferdinandea. Ça va sans dire, tali denominazioni riflettono proiezioni di sovranità da parte dei tre Stati interessati alla sua appropriazione, nonostante la porzione di territorio estremamente limitata. Per ironia di una natura totalmente disinteressata agli affari umani, il materiale vulcanico di cui è composta l’isola si eroderà nel giro di pochi mesi e questa emergenza di rocce si inabisserà nuovamente nel mar Mediterraneo, a dispetto dei tentativi più o meno goffi di accaparrarsela. Eppure, se la vita sopra il livello del mare dell’isola di Ferdinandea è breve, l’interesse e la fascinazione per questo singolare episodio sia geologico sia storico si sono protratti nel tempo a seguire, al punto da essere citata, tra gli altri, da Jules Verne ma anche dai siciliani Gesualdo Bufalino e Andrea Camilleri. ©C. Cogitore, Ferdinandea: Aviamu addivintatu un populu r’insonni (2022). Più recentemente, nel 2022, al MADRE di Napoli il cineasta e artista francese Clément Cogitore, che ha fatto della dimensione mediale e cinematografica la sua cifra stilistica, organizza una mostra su “l'île éphémère”, l’isola effimera, a cui dedica delle sale di installazioni e proiezioni video. È proprio su questa mostra che si concentra l’ultima delle pubblicazioni del filosofo Federico Leoni, L’isola sotto il mare, pubblicata per la collana Cromie della casa editrice Castelvecchi. Lo scrittore e filosofo, attraverso le pagine del libro, ci conduce per le sale della mostra di Cogitore, nelle quali veniamo guidati da uno sguardo filosofico che assembla il lavoro fatto dall’artista su Ferdinandea con quello di altri artisti, in particolare Joseph Cornell, e soprattutto con il pensiero filosofico di Gilles Deleuze e con quello psicoanalitico di Jacques Lacan. Da questo punto di vista, i titoli che Leoni assegna alle quattro sale della mostra di Cogitore sono già un programma filosofico: il segno, il sapere, l’insonnia, l’eternità. La prima stanza, infatti, evoca dei segni tramite delle installazioni – in particolare il video di un tavolo imbandito in stile ottocentesco con un’argenteria inspiegabilmente annerita – che rimangono inizialmente sospesi in una condizione di indeterminazione semantica e quindi passibili di diverse interpretazioni. Saranno infatti le stanze successive a risignificare quella prima sala. Nelle altre stanze troviamo invece materiale d’archivio, mappe geografiche e documenti relativi a Ferdinandea e film e videoclip di Cogitore, che utilizza così il suo strumento artistico d’elezione. Lo sguardo con cui Leoni ci accompagna, e con cui sembra davvero immergerci nella mostra, è uno sguardo attento, colmo di stupore e anche attesa per ciò che ancora non è chiaro e inizia a definirsi via via che si aggira nelle sale. Leoni ci porta dunque al MADRE quasi come una videocamera, un registratore, ma con quell’inevitabile inaffidabilità e soggettività che sussiste nell’atto del registrare; questo atteggiamento ricorda quanto lo stesso Leoni dice in un suo testo precedente, Jacques Lacan. Una scienza di fantasmi (Orthotes, 2019): «Registrare significa ripetere, ripetere significa variare, variare non significa rispondere ma prolungare, non significa restituire ma inflettere. Variare ciò che vi si registra, questa è la prestazione del supporto di registrazione, si tratti del nastro magnetico a cui pensa Lacan, della carta su cui scriviamo, del fango in cui si imprime l’orma del nostro passo, o dell’ascolto che offriamo alla parola di un altro» (Leoni 2019, p. 132). Il filosofo tiene dunque per noi un duplice approccio: da una parte registratore di ciò che osserva, dall’altra modulatore e reinterprete in qualcosa di simile a ciò che in ambito musicale si chiama variazione su tema. © C. Cogitore, Ferdinandea: Uncertainties (2022). Se c’è, però, una questione che Leoni prova a mettere a fuoco proprio tramite il dispositivo artistico e concettuale offerto da Cogitore nel suo lavoro sull’isola effimera è legata alla categoria filosofica di evento. Riprendendo Logica del senso di Deleuze, Leoni infatti scrive: «L’evento non è ciò che accade, l’evento è in ciò che accade. L’evento non è un fatto, una cosa che sta dentro a una sequenza, un episodio che altri episodi spiegheranno, chiariranno, illustreranno [...]. In fondo, rispondere alla domanda “che cosa è successo” significa rispondere all’evento con un significato, al vuoto con un pieno, al fatto con un’interpretazione, alla cosa con un’avvertenza circa quello che dovremmo riconoscere in quella cosa» (p. 9). L’evento, dunque, si dà da solo, staccandosi da una sequenza, ma al contempo richiede che si generino altri episodi in dialogo con esso. Va, dunque, riconosciuto tramite un’interpretazione, una spiegazione che produca una catena di parole e riflessioni che significhino l’evento. Eppure, è proprio perché l’evento produce una rottura in una sequenza e un’interruzione del senso che esso ci interroga e ci costringe a dargli un significato. Perché, se l’evento è evento, esso si presenta sempre sotto le vesti di un enigma, di qualcosa di indecifrabile e che proprio per questo invita alla sua decifrazione, a un lavoro di messa in senso. In questa direzione, l’emersione di Ferdinandea dai flutti del Mediterraneo non è di per sé un evento se non tramite il modo in cui questo è stato ricevuto e interpretato: diviene allora potenzialmente da una parte un evento geologico, qualcosa che la scienza tenta di affrettarsi a spiegare e immettere in una logica di senso, e dall’altra un evento politico-storico, dunque qualcosa per il quale le dichiarazioni dei regnanti e gli apparati burocratici trasformano un ammasso di tefrite in un fatto storico. E ciò che Leoni sottolinea, tramite il prisma artistico di Cogitore, è che di fronte a questi eventi, a questa dimensione insignificante – «[l’evento] è insignificante [...], in quanto accade, è in quella sequenza ma non segue proprio niente, e non è seguito da niente» (p. 10) – è proprio il sapere che l’umano erge a strumento per proteggersi dall’enigmaticità, dall’indecifrabilità e dalla potenziale irruenza con cui l’evento si dà nella nostra esperienza. C. Cogitore, Ferdinandea: Uncertainties (2022). Qui vengono in soccorso agli umani le mappe, le carte diplomatiche e burocratiche: «le incisioni, i rapporti dei naviganti, le descrizioni dei viaggiatori, le prescrizioni delle compagnie marittime o delle autorità politiche e militari, e poi le scritture dei geografi e dei giuristi, le mappe via via più precise e sovraccariche di nomi e di colori, e i trattati che codificano quell’assoluto, che lanciano sulla sua materia instabile la loro rete fitta, meticolosa, la loro scrittura fantasiosa e ambiziosa, la loro sapienza arrogante, pittoresca, avvocatesca» (p. 23). Questo sapere è arrogante, certo, ma lo è proprio perché vuole controllare l’evento e, soprattutto, appropriarsene in quanto potenzialmente utile ai fini di un dominio marittimo. Eppure, e qui sta l’ironia dell’evento Isola Ferdinandea, a un certo punto questa strana accozzaglia di fragile materiale vulcanico emersa dal mare inizia a essere erosa e infine nuovamente inghiottita dalle onde da cui era apparsa. Un sapere, quello umano, dunque, estremamente capace di redigere mappe e stilare documenti giuridici, ma che si mostra poi vuoto, zoppo, se non ridicolo, di fronte alla realtà di un’isola tanto reclamata quanto transitoria. Ed è interessante notare, come sottolinea Leoni, che il sapere qui non sia uno strumento di un tentativo neutrale di conoscenza e indagine, quanto un mezzo messo al servizio della smania di possesso e dominio di regnanti e potenti. D’altronde, è proprio quel sapere che negli stessi anni metteva a disposizione degli stati-nazione coloniali dell’Occidente teorie scientifiche e filosofiche e strumenti tecnici molto concreti per appropriarsi di territori e per dominare la natura, e che tutt’ora sembra regolare il nostro rapporto distruttivo con il mondo che abitiamo. La storia di Ferdinandea non termina qui, perché nel tempo è stata costante attenzione di sismologi come di scrittori e geografi e, infatti, in qualche modo, Ferdinandea continua a esistere, silenziosa, seppur ogni tanto eruttante, in fondo al mare. E proprio in fondo al mare Cogitore realizza un film, adottando dunque il suo strumento artistico d’elezione, in cui lentamente ci si avvicina verso le vestigia di quella che fu per qualche mese l’isola Ferdinandea, dove è stata apposta una lapide da sub siciliani che non molti anni fa hanno continuato a rivendicare l’isola e dove assistiamo, nel video di Cogitore, al posizionamento di un sismografo. Nell’ultima sala, invece, la storia di Ferdinandea viene unita alle voci (altro concetto su cui Leoni insiste) di chi il Mediterraneo lo abita, includendo riferimenti alla storia contemporanea ma anche un’ipotetica storia futura in una sorta di docufiction intitolato Uncertainties. In questo quadro, anche la drammatica situazione dei migranti, ragione per cui tutt’oggi le acque del Mediterraneo sono luogo di contesa e conflitto, trova un suo spazio e una sua collocazione, forse analoga in qualche modo a quella di Ferdinandea, nei termini di una burocrazia e una politica arrogante e cieca di fronte alla realtà vulcanica della vita. Clément Cogitore «Ferdinandea #0», 2022 Film still Courtesy Chantal Crousel Consulting – Paris, Galerie Elisabeth & Reinhard Hauff – Stuttgart. Leoni, nell’appendice posta alla fine di questo libro e intitolata La macchina eterogenea, sottolinea delle possibili analogie con l’opera di Joseph Cornell, un altro artista a cui ha dedicato nel tempo riflessioni (per esempio in L’immagine-scatola, Castelvecchi 2022). Cornell era noto per selezionare degli oggetti-scarto, recuperati dalle strade di New York, per incastonarli dentro a teche in cui venivano assemblati in modo nuovo, producendo degli effetti inediti in un’operazione da bricoleur. Anche Cogitore, per Leoni, nel raccogliere gli oggetti del passato, i suoi documenti, e nel realizzare delle installazioni video legate alla storia di Ferdinandea produce un assemblaggio, nel suo caso di media più che di oggetti. Potremmo aggiungere che questa operazione apre alla dimensione del montaggio: non è infatti, soltanto, l’accostamento spaziale che compone in modo inedito e costruisce il nuovo, ma ci troviamo di fronte a un’operazione dove anche il tempo interviene in maniera radicale. È proprio nel sovrapporsi e nell’articolarsi di diversi tempi (il nostro, quello geologico di Ferdinandea, quello della burocrazia e dei governi) che si produce un montaggio che, non a caso, è l’ossatura ritmica e vitale del cinema, il medium artistico per eccellenza di Cogitore. Dunque, un’operazione di composizione-montaggio che non restituisce all’evento una sua ‘garanzia’ di veridicità storica, quanto un mostrare come esso sia costruito e ricostruito nel tempo e per cui verità scientifica, storica, finzione letteraria e artistica collassano e si fondono in una dimensione temporale che, come sottolinea Leoni, ha a che fare con l’eternità: «l’isola che dorme sul fondo del mare, la sua attesa senza tempo» (p. 88). D’altronde, sembra proprio che il tempo con i suoi paradossi sia uno dei punti centrali del lavoro di Cogitore. Il film sulle grotte di Lascaux sembra proprio avere a che fare con il sovrapporsi della tecnica della pittura preistorica, in qualche modo antesignana del cinema, e la tecnica moderna che riprende i disegni di Lascaux, intrecciando due tempi e due dimensioni mediali diverse. Allo stesso modo la sua collaborazione con l’Opéra national de Paris su una sezione di Les Indes Galantes di Rameau testimonia di una convergenza di tempi diversi: la musica barocca di Rameau incontra, traumaticamente ma anche meravigliosamente, la danza contemporanea Krump, violenta e caratterizzata da movimenti spezzati, nata nella comunità underground afro-americana, in una sorta di ripiegamento temporale che produce un evento che ha dell’inaudito. E così l’Isola Ferdinandea tutt’oggi rimane un enigma temporale, un evento che spezza e al contempo lascia sospesi, in attesa, forse, di un suo nuovo riemergere dalle acque in cui si è inabissata.   Per le immagini: Courtesy the artist, Chantal Crousel Consulting (Paris), Galerie Reinhard and Elisabeth Hauff (Stuttgart). Psicoanalisi Arte TAGGED: Clément Cogitore , Federico Leoni
May 29, 2026
Doppiozero
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May 29, 2026
nomortilavoro
Israele terrorista. Lo dice anche l’ONU, che lo accusa di violenze sessuali sui palestinesi e lo inserisce nella lista nera
L’ONU accusa Israele di violenze sessuali sui palestinesi e lo inserisce nella lista nera accanto a diverse organizzazioni terroristiche Le Nazioni Unite hanno inserito diverse entità israeliane, tra cui il Servizio Penitenziario Israeliano, all’interno della “lista nera” dei soggetti che commettono violenze sessuali nelle zone di conflitto. La decisione colloca ufficialmente queste istituzioni nello stesso elenco in cui figurano diverse organizzazioni terroristiche. La reazione del governo israeliano, guidata dall’ambasciatore presso le Nazioni Unite, Danny Danon, è stata classica: la negazione delle prove. Tuttavia, l’attacco frontale sferrato da Danon contro l’integrità dell’ONU riaccende i riflettori non solo sulle accuse documentate dagli esperti internazionali, ma anche sulla storia e sulla “moralità” politica dello stesso ambasciatore. Danon ha liquidato il provvedimento come un’infamia politica, annunciando il congelamento della presunta “cooperazione” con l’ufficio del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres. Il dossier sulle carceri: abusi e impunità. Come riportato da Le Monde, a metà maggio 2026 la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Tortura, Alice Jill Edwards, ha denunciato pubblicamente come le misure di emergenza introdotte da Israele abbiano esposto i detenuti palestinesi a torture, trattamenti degradanti e morti potenzialmente illegali. Secondo l’esperta, “il numero e la crudeltà delle accuse dimostrano un totale disprezzo da parte di Israele del suo dovere di trattare tutti i detenuti in modo umano”. I numeri raccolti dal rapporto ONU delineano un quadro drammatico: 1. Abusi e torture sessuali in cella: Edwards ha esaminato nello specifico 33 casi di tortura sessuale e altre forme di abuso sessuale, inseriti all’interno di una più ampia documentazione di gravi maltrattamenti (pestaggi, posizioni di stress, elettrocuzione, privazione del sonno e malnutrizione). 2. Morti sospette in custodia: il rapporto esprime forte allarme per almeno 94 decessi avvenuti in carcere dall’ottobre 2023, rimasti privi di indagini adeguate. Le autopsie hanno rivelato fratture costali multiple, emorragie cutanee e lesioni agli organi interni. 3. Impunità totale: a fronte di 1.680 denunce presentate contro i servizi di sicurezza israeliani, nessuna ha portato a un atto d’accusa, evidenziando una pratica di totale impunità strutturale. In Cisgiordania la violenza sessuale viene usata come arma per costringere al trasferimento forzato. Le ultime indagini, dell’aprile 2026, documentano come la violenza di genere e la violenza sessualizzata non avvengano in modo isolato, ma vengano perpetrate dai coloni israeliani e dai soldati all’interno di un “ambiente coercitivo” studiato per spingere le comunità palestinesi ad abbandonare le proprie terre. Se l’ambasciatore israeliano accusa l’ONU di non avere “alcun senso della moralità”, la sua biografia politica offre una chiave di lettura speculare su cosa consideri legittimo o etico nella gestione di un conflitto. Le posizioni pubbliche di Danny Danon, raccolte nel corso degli anni, mostrano una visione radicale che esclude il compromesso e che, in più occasioni, ha invocato misure estreme contro la popolazione civile palestinese: 1. Fermo oppositore della soluzione a due Stati, ha sempre spinto per l’annessione e l’estensione della sovranità israeliana sulla maggior parte della Cisgiordania, suggerendo che Israele non dovrebbe avere alcuna responsabilità per i palestinesi, confinati in aree non annesse per sventare la “minaccia” demografica; 2. Ha proposto di “cancellare” un intero quartiere di Gaza per ogni razzo lanciato da Hamas; 3. Ha difeso la deportazione e la pulizia etnica dei palestinesi e l’espulsione dei migranti africani in Australia per conservare “l’identità dello Stato ebraico” Il durissimo scontro verbale tra Danny Danon e le Nazioni Unite mette in luce un paradosso di fondo. Da un lato, la “diplomazia” israeliana accusa l’ONU di parzialità e di “collasso morale” per aver accostato le proprie istituzioni a gruppi terroristici. Dall’altro, le Nazioni Unite rivendicano la necessità di applicare gli standard dei diritti umani in modo universale, basandosi sui gravissimi e documentati casi di violenza sessuale, tortura e decessi sospetti avvenuti sia all’interno del Servizio Penitenziario Israeliano sia sul territorio della Cisgiordania. Nel mezzo rimane la figura di Danon: un diplomatico che accusa il mondo di immoralità, ma la cui carriera si fonda su tesi politiche che prevedono la punizione collettiva di Gaza, l’annessione della Cisgiordania e il trasferimento forzato della sua popolazione. C.L.Dias Fonti 1. Haaretz: “UN Adds Israel to Blacklist of Perpetrators of Sexual Violence in Conflict Zones, Ambassador Says” (28/05/2026) 2. The Jerusalem Post: “UN adds Israeli entities to blacklist of countries that commit sexual violence in conflict” (28/05/2026) 3. Le Monde: “UN expert says Palestinian detainees in Israel face torture, sexual violence and mistreatment” (19/05/2026) 4. United Nations Human Rights: “Sexual and gender-based violence against Palestinians driving displacement, warn UN experts” (30/04/2026) 5. Norwegian Refugee Council: “Sexual violence and forcible transfer in the West Bank” (20/04/2026) 6. Università di Padova: ““More than a human can bear”: Report by the UN Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory on sexual violence, 13 March 2025” (14/03/2025) 7. The Guardian: “Israel’s new UN ambassador is a rightwing thorn in Netanyahu’s side” (01/10/2015) Altri articoli: https://it.search.yahoo.com/search?fr=mcafee&type=E210IT1589G91984&p=L%27ONU+accusa+Israele+di+violenze+sessuali+sui+palestinesi+e+lo+inserisce+nella+lista+nera+accanto+a+diverse+organizzazioni+terroristiche
May 28, 2026
InfoPal
The existence of YPJ as a sign of peace
We are in the Middle of the third world war. No matter if you take a closer look to Europa, the Middle East, Asia or the African continent. Wars and armed conflicts are on the forefront. Wars, especially waged by states, are primarily driven by economic interests (oil reserves and other natural resources) and fighting for supremacy (e.g., proxy wars during the Cold War until today). Wars are sometimes justified on so-called humanitarian grounds, such as the defence of women’s or human rights, or as preventive strikes. Yet even here it is evident that those who suffer most from wars are ultimately women and children, while whole societies get destroyed. War brings no good to anyone, except profit for the military-industrial complex. Furthermore, historically speaking and up to the present day, war has been waged predominantly by men, as they have been at the head of kingdoms, empires, or states. Underlying this is a patriarchal mindset characterised by oppression, destruction and division, and the notion that one life is more valuable than another. Wars and conflicts, however, have never gone unanswered. Women and women’s organizations are known, both historically and today, for playing a major role in peace processes and peace movements. One example is the International Conference of Socialist Women Against War, held in Bern in 1915 under the leadership of Clara Zetkin, which was directed against World War I. The Peace Mothers in Turkey/Northern Kurdistan, the “Madres de la Paz” (Mothers of Peace) in Colombia, and the Women for Peace in East and West Germany in the 1980s are also examples of the role women play in the struggle for peace. Women also play a major role in peace processes among indigenous populations, such as the women of the Igbo culture in Nigeria, who can enforce peace, or the Council of Mothers of the Haudenosaunee (Iroquois Confederacy), who hold a veto over war and can also depose a leader should he fail to act in the interests of peace and society. So, if it is primarily men who wage wars, and women who stand up for peace, how can a women’s army that also participates in war—such as the YPJ—be seen as a symbol of peace? Why should women become part of this murderous war system? The war in Syria in early 2011, the war against ISIS and other jihadist forces, was not a chosen war by YPJ. Waging war was never the goal of the women of the YPJ. The goal, with which the democratic and, at that time, primarily Kurdish forces set out, was a third way: a way out of the crisis and the war. A path that neither sought a Syrian state under the Ba’ath Party nor wished to surrender to the jihadist movements of Al-Qaeda, ISIS and others. A third way beyond a dictatorial state and jihadism: namely a diverse society that organizes itself based on the values of women’s liberation, ecology, and true democracy. Taking up arms was not an expression of a desire for war, but rather a necessity to defend precisely this path, this vision. Not to fight in this case would have meant silence and submission to one of the other paths—a retreat. But silence and stillness must not be confused with peace. An example: A family is not peaceful simply because the wife remains silent in the face of her husband’s violence. And a family is not destroyed simply because the wife defends herself against this. It was already broken beforehand, and what appeared peaceful on the outside was in reality the woman’s submission and humiliation. And the same is true for peoples. A country is not at peace simply because there is no war. When a people rises up from humiliation, denial, and non-existence within this supposed peace, this is not a sign of war, but a sign of human dignity. And of course, in doing so, the weapon should always be the last choice, when all other democratic ways have failed. Protecting one’s own life and the lives of others in society—and this refers not only to physical existence but to a life lived with dignity—is self-defense. Just like every living being, whether it is a plant or an animal, it has its own means and ways of protecting and defending itself against attacks. It is something natural. And likewise, it is a natural right for humans and societies to defend themselves. The YPJ was and remains an army of self-defense, not of aggression. The YPJ has never launched attacks on its own initiative. Its own existence, the existence of society, democracy, women’s liberation, and nature must be defended; that is why we speak of an army that stands for peace and democracy, not for destruction. And this is what makes YPJ unique compared to other armies, in which women may also take place as individuals, but where the army acts in the interests of the capitalist and patriarchal system. There may be women in other armies, but the mentality remains the same. Unlike other (state) armies, the YPJ does not carry out attacks on other territories. It is not about oppression, exploitation or gaining supremacy but about the mentality of self-defense. YPJ is and was always more than women taking up arms. It was women organizing themselves and cultivating the culture of self-defense in all its diverse ways. The goal of integrating the YPJ into the Syrian army is to spread precisely these values throughout Syria and to ensure that true peace and a dignified life is possible. And that is why it is not a contradiction to be against war and in favor of YPJ, and the slogans “No more war” and “We are all YPJ” are therefore not opposites but are intertwined.
May 28, 2026
YPJ Information
La Newsletter di Carteinregola del 28 maggio 2026
Sembra una fake, ma non lo è: vogliono costruire un edificio accanto alla Galleria Borghese Leggi Vai alla registrazione della Conferenza stampa delle Associazioni Bianchi Bandinelli e Italia Nostra Roma del 22 maggio 2026 Villa Borghese è dei cittadini Romani   Villini storici sempre più a rischio (con la modifica della Carta per la Qualità) Leggi   Villini storici  a rischio: la lettera dell’Assessore Veloccia a Carteinregola (e la nostra replica) Leggi Modifiche al PRG cronologia materiali La Lettera/appello della società civile alle istituzioni affinchè non sia approvata la modifica costituzionale in materia di Roma Capitale 36 associazioni e comitati, insieme a più di 60 esponenti del mondo civico, accademico,culturale, hanno inviato un appello ai parlamentari e a tutte le istituzioni coinvolte Leggi  Per aderire scrivere a: laboratoriocarteinregola@gmail.com con oggetto: appello Roma Capitale Il testo del DDL costituzionale Leggi vedi Roma Capitale, Roma Città Metropolitana, Decentramento  cronologia e materiali Legge elettorale: l’ Appello di 140 costituzionalisti  Leggi l’Audizione di Carteinregola in Commissione Affari Costituzionali Leggi vedi Legge elettorale 2026- cronologia e materiali ­ SEGNALAZIONI Venerdì 29 maggio ore 9.00 – Commissione Congiunta V Cultura e VI Ambiente del II Municipio con ODG Discussione in merito a progetto lavori di ampliamento Villa Borghese Link per collegarsi (dal sito istituzionale) https://teams.microsoft.com/dl/launcher/launcher.html?url=%2F_%23%2Fmeet%2F356188130576369%3Fp%3Dzi1O60O4dDQL2Ug233%26anon%3Dtrue&type=meet&deeplinkId=0c740c22-4205-4c14-916b-b014cf8544d8&directDl=true&msLaunch=true&enableMobilePage=true&suppressPrompt=true sabato 6 giugno 2026 Napoli Biblioteca della società napoletana di storia patria via Vittorio Emanuele III, 310 Castel Nuovo (Maschio Angioino) Assemblea pubblica nazionale dei Comitati per ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti  Tavolo No Ad “LA NOSTRA LOTTA LE NOSTRE LOTTE” dalle 9:30 con Emiliano  Brancaccio, Antonella  Bundu, Marco Esposito, Pietro Spirito, Massimo  Villone  – introduce Marina Boscaino coordina Franco Russo; dalle 13 la parola i movimenti aprono i lavori   M. Raiola e A. Mazzeo –  interverranno esponenti del mondo sindacale associativo di Comitati e lotte  (tra i quali Carteinregola)  per Informazioni noaogniad@gmail.com ROMA CAPITALE RomaRivista il nuovo magazine culturale gratuito di Roma Capitale presso librerie di Roma CONCRETAMENTE Le decisioni di Roma Capitale per la città Vai alla pagina – Metropolitano, il primo Urban Center di Roma e della Città Metropolitana, .Vai al sito Roma Urban Center  scarica il calendario delle attività   CARTEINREGOLA Carteinregola – tutte le nostre iniziative  Iscriviti alla Newsletter Carteinregola ringrazia chi vorrà sostenere l’attività dell’associazione anche tramite un’erogazione liberale  vai alla pagina con le istruzioni ­ Associazione CARTEinREGOLA www.carteinregola.it laboratoriocarteinregola@gmail.com info@carteinregola.itCell. 3356930035carteinregola@casellapec.com  Per osservazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com 28 5 2026
May 28, 2026
carteinregola
Nessun filtro etico basta
L’enciclica sull’IA e il vuoto della finanza responsabile Il 25 maggio 2026 Papa Leone XIV ha presentato Magnifica Humanitas, la sua prima enciclica, dedicata alla custodia della persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale. Oltre duecento pagine, cinque capitoli, un arco che va dalla diagnosi teologica alla prescrizione politica. Il documento afferma, al paragrafo 9, la tesi che regge l’intero testo: la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di chi la concepisce, la finanzia, la regola e la usa. In una sola frase Leone XIV smonta l’argomento preferito della Silicon Valley — la tecnologia come forza autonoma e imparziale — e la ricolloca nel perimetro della responsabilità umana. Tre mesi prima, a febbraio 2026, la banca vaticana — lo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione — aveva annunciato il lancio di due nuovi indici azionari: il Morningstar IOR Eurozone Catholic Principles e il Morningstar IOR US Catholic Principles. Nella top 10 del paniere in dollari figurano Meta Platforms, Alphabet, Tesla, Amazon, Apple, Nvidia, JP Morgan, Broadcom e Micron. Nvidia — l’azienda i cui chip sono l’infrastruttura materiale di quasi tutto ciò che l’enciclica mette in guardia — certificata come investimento cattolicamente virtuoso. La contraddizione è reale e merita di essere osservata con attenzione. Ma fermarsi lì — alla contraddizione istituzionale della Chiesa — rischia di far perdere di vista qualcosa di più importante. Il problema non è il Vaticano I criteri degli indici IOR escludono dall’universo investibile aborto, armi, energie fossili, gioco d’azzardo. Meta vende pubblicità, Amazon vende prodotti online, Nvidia produce chip: nessuna di queste attività rientra nelle categorie escluse. Ecco perché passano il filtro. Lo IOR non ha applicato i criteri in modo disonesto. Il problema è che quei criteri — come tutti i criteri dell’investimento socialmente responsabile — sono stati costruiti per rispondere a un problema che non è più il problema centrale. La finanza etica nasce storicamente per escludere i settori del vizio e della guerra. I Quaccheri del Settecento rifiutavano di finanziare la tratta degli schiavi. I movimenti degli anni Settanta costruivano i primi screening sul tabacco, sull’apartheid, sulle armi nucleari. L’ESG moderno ha affinato quegli strumenti aggiungendo criteri ambientali e di governance. Ma tutta questa architettura presuppone che il male economico sia localizzabile in un settore, in un prodotto, in una categoria merceologica. Presuppone che ci sia un “dentro” e un “fuori” abbastanza distinguibili da separare con un filtro. L’enciclica di Leone XIV dice che questa distinzione, nell’economia digitale, non esiste più. Chi controlla i modelli di AI rischia di imporre anche una propria “visione morale” del mondo, trasformando gli algoritmi in infrastrutture invisibili del potere. Il potere contemporaneo non si esercita più soltanto attraverso il controllo territoriale o militare, ma attraverso il controllo cognitivo. Chi governa gli algoritmi può influenzare percezioni, desideri, priorità, consumi, opinioni pubbliche e persino il concetto stesso di verità. Non si tratta di un settore produttivo che si può escludere. Si tratta di una logica che attraversa l’intera economia, che abita nei modelli di business delle piattaforme di comunicazione, nella gestione dei dati sanitari, nella mediazione algoritmica del lavoro, nella profilazione che orienta il credito e le assunzioni. Un filtro settoriale non tocca tutto questo. Non è concepito per farlo. La finanza etica e il suo soffitto strutturale Non è un’accusa allo IOR, né al paradigma ESG in quanto tale. Questi strumenti hanno prodotto pressioni reali su pratiche aziendali reali: politiche ambientali più stringenti, rendicontazione sulla catena di fornitura, riduzione dell’esposizione a certi rischi reputazionali. Ma operano sulla superficie — sui comportamenti dichiarati delle imprese — e non riescono a toccare la struttura profonda: il fatto che poche grandi entità private controllano infrastrutture, capacità di calcolo e dati, sfuggendo al controllo democratico. Il caso IOR lo rende visibile con una chiarezza che raramente si trova in un solo esempio. Se persino la più antica istituzione morale del mondo occidentale, dotata di indipendenza dagli azionisti e di una vocazione esplicitamente profetica, non riesce a costruire un portafoglio di investimenti coerente con la propria dottrina appena formulata — non per malafede, ma perché gli strumenti disponibili non sono all’altezza del problema — allora il difetto non è nella singola istituzione. È nel paradigma. Che cosa servirebbe, invece Magnifica Humanitas lo dice con una precisione che raramente si trova nei documenti istituzionali: non framework volontari, ma governance con capacità di enforcement. L’enciclica chiede regole internazionali, trasparenza e una governance pubblica più forte. Chiede anche che i dati siano gestiti come bene comune, poiché sono frutto della collettività. Queste non sono richieste nuove. Le fanno da anni i movimenti per i diritti digitali, le organizzazioni della società civile che lavorano sull’AI Act europeo, i ricercatori che studiano l’impatto sociale dell’automazione sul lavoro. L’enciclica le porta in un registro diverso — quello dell’autorità morale globale — ma il contenuto è convergente con battaglie che si combattono da molto prima in spazi molto meno solenni. Il merito del documento non è nell’originalità delle soluzioni. È nell’aver nominato con chiarezza, e ad alta voce, il nodo che la finanza etica non riesce a sciogliere: il problema del potere nell’economia digitale non è riducibile a una lista di settori proibiti. Richiede strumenti di governo del tutto diversi da quelli che i mercati finanziari mettono a disposizione. E che finché quei strumenti non esistono — o non vengono costruiti con la necessaria forza vincolante — chiunque voglia operare dentro il sistema globale, compreso il Vaticano, finirà per certificare come virtuose le stesse strutture che denuncia come problematiche. Il paradosso non è della Chiesa. È del tempo in cui viviamo. Fonti • Giuseppe Aceto, “Nvidia è un’azienda cattolica” Debug dei Desideri – Substack • Comunicato stampa IOR Istituto per le Opere di Religione • Enciclica Magnifica Humanitas Vatican.va • Approfondimenti e articoli correlati Agenda Digitale Il Sole 24 Ore – InfoData AgenSIR Francesco Russo
May 28, 2026
Pressenza
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COME LA SOCIETA’ SI STA RIORGANIZZANDO@1
Tornano i Saperi Maledetti con la seconda puntata incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, questa volta cercando di approfondire come la società si stia riorganizzando intorno a questa tecnologia. Siamo partit3 anche stavolta intervistando l3 nostre collegh3 unoversitari3 delle materie STEM, grazie a loro siamo riuscit3 a farci strada nell’aspetto più tecnico per capire davvero di cosa parliamo quando trattiamo machine learning e ai generativa. L3 abbiamo interrogat3 anche sulla consapevolezza degli utilizzi bellici dell’AI riscontrando non solo una disillusione della potenzialità di sottrarvisi a livello individuale e, ancora una volta, come l’ipostazione delle istituzioni preposte ad educarci evada sistematicamente la tematizzazione delle contraddizioni degli utilizzi dual use di quanto studiamo, lasciando gli studenti con in mano insufficienti strumenti, prima dell’imbocco diretto in azienda. Le evidenze della natura bellica dello sviluppo di queste tecnologie digitali non sono state difficili da trovare: dagli utilizzi specifici dell’ISIS, all’IDF, alla guerra in Iran fino ai report del ministero della difesa italiano, che abbiamo menzionato per poi concentrarci sul teaming uomo-macchina, teaming macchina-macchina e autonomia decisionale con le sue estreme conseguenze. Abbiamo interrogato l3 nostr3 coetane3 anche sul proprio personale utilizzo di ai consumer, come chat gpt, per andare a scoprire il rapporto tra noi e questo mezzo e in che misura intercorre una relazione di codipendenza e sfruttamento, come le big tech cercano di indurci. È emersa una grande consapevolezza delle problematiche ambientali e dell’impoverimento cognitivo dovuto alla delega cognitiva e di apprendimento nell’utilizzo dell’AI, come testimoniato da uno studio approvato dall’Università della Pennsylvania e condotto su 1000 studenti di una scuola di secondo grado in Turchia. Su questi temi abbiamo intervistato il professore Juan Carlos Demartin, fondatore nel 2006 del gruppo NEXA e Alessio Andrioli, del gruppo di ricerca Ippolita nato a Milano nel 2005, nell’ambito degli hacklab politicizzati. Le big tech stanno cercando di renderci dipendenti da questa tecnologia, che si presenta come il nuovo orizzonte dell’accumulazione, e forse anche l’ultimo, per estrarre valore ma il mercato consumer dell’AI però sta evidentemente fallendo. In questo contesto delle aziende stanno provando allora a rendere dipendenti direttamente gli stati garantendo supremazia bellica e sorveglianza completa della popolazione. Una “globalizzazione armata”, in cui piattaforme digitali, IA e infrastrutture computazionali diventano strumenti geopolitici indispensabili in una fusione tra Big Tech e potere statale, cosicché se anche questa bolla dovesse scoppiare certe aziende come Palantir rimarrebbero intoccabili. Non si può più parlare di una distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra. Qui riportiamo l’intervista con Juan Carlos Demartin, uno dei fondatori del centro interdisciplinare Nexa che studia come le tecnologie informatiche interagiscono con la società: Di seguito potete trovare l’intervista con Alessio Andrioli del gruppo di ricerca Ippolita, che si occupa di filosofia dell’automazione, tramite la pratica dell’hacking del sé per agire la cultura come strumento di consapevolezza dei rapporti di forza. Il gruppo fa ricerca indipendente sulle tecnologie digitali contro il conformismo cui le stesse procedure delle grandi piattaforme addestrano:
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: COME LA SOCIETA’ SI STA RIORGANIZZANDO@1
Tornano i Saperi Maledetti con la seconda puntata incentrata sul tema dell’intelligenza artificiale, questa volta cercando di approfondire come la società si stia riorganizzando intorno a questa tecnologia. Siamo partit3 anche stavolta intervistando l3 nostre collegh3 unoversitari3 delle materie STEM, grazie a loro siamo riuscit3 a farci strada nell’aspetto più tecnico per capire davvero di cosa parliamo quando trattiamo machine learning e ai generativa. L3 abbiamo interrogat3 anche sulla consapevolezza degli utilizzi bellici dell’AI riscontrando non solo una disillusione della potenzialità di sottrarvisi a livello individuale e, ancora una volta, come l’ipostazione delle istituzioni preposte ad educarci evada sistematicamente la tematizzazione delle contraddizioni degli utilizzi dual use di quanto studiamo, lasciando gli studenti con in mano insufficienti strumenti, prima dell’imbocco diretto in azienda. Le evidenze della natura bellica dello sviluppo di queste tecnologie digitali non sono state difficili da trovare: dagli utilizzi specifici dell’ISIS, all’IDF, alla guerra in Iran fino ai report del ministero della difesa italiano, che abbiamo menzionato per poi concentrarci sul teaming uomo-macchina, teaming macchina-macchina e autonomia decisionale con le sue estreme conseguenze. Abbiamo interrogato l3 nostr3 coetane3 anche sul proprio personale utilizzo di ai consumer, come chat gpt, per andare a scoprire il rapporto tra noi e questo mezzo e in che misura intercorre una relazione di codipendenza e sfruttamento, come le big tech cercano di indurci. È emersa una grande consapevolezza delle problematiche ambientali e dell’impoverimento cognitivo dovuto alla delega cognitiva e di apprendimento nell’utilizzo dell’AI, come testimoniato da uno studio approvato dall’Università della Pennsylvania e condotto su 1000 studenti di una scuola di secondo grado in Turchia. Su questi temi abbiamo intervistato il professore Juan Carlos Demartin, fondatore nel 2006 del gruppo NEXA e Alessio Andrioli, del gruppo di ricerca Ippolita nato a Milano nel 2005, nell’ambito degli hacklab politicizzati. Le big tech stanno cercando di renderci dipendenti da questa tecnologia, che si presenta come il nuovo orizzonte dell’accumulazione, e forse anche l’ultimo, per estrarre valore ma il mercato consumer dell’AI però sta evidentemente fallendo. In questo contesto delle aziende stanno provando allora a rendere dipendenti direttamente gli stati garantendo supremazia bellica e sorveglianza completa della popolazione. Una “globalizzazione armata”, in cui piattaforme digitali, IA e infrastrutture computazionali diventano strumenti geopolitici indispensabili in una fusione tra Big Tech e potere statale, cosicché se anche questa bolla dovesse scoppiare certe aziende come Palantir rimarrebbero intoccabili. Non si può più parlare di una distinzione tra tempo di pace e tempo di guerra. Qui riportiamo l’intervista con Juan Carlos Demartin, uno dei fondatori del centro interdisciplinare Nexa che studia come le tecnologie informatiche interagiscono con la società: Di seguito potete trovare l’intervista con Alessio Andrioli del gruppo di ricerca Ippolita, che si occupa di filosofia dell’automazione, tramite la pratica dell’hacking del sé per agire la cultura come strumento di consapevolezza dei rapporti di forza. Il gruppo fa ricerca indipendente sulle tecnologie digitali contro il conformismo cui le stesse procedure delle grandi piattaforme addestrano:
Un’ondata di calore epocale
-------------------------------------------------------------------------------- Siamo nel mezzo di un’ondata di calore tra le più intense, lunghe ed estese mai registrate a scala secolare in maggio sul continente europeo, a causa di un anticiclone subtropicale bloccato con asse – alle quote della media troposfera – disteso dal Marocco all’Europa centrale (nell’immagine in alto, la carta di previsione ECMWF, Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, delle anomalie termiche medie di questa settimana in superficie). Solo tra alcuni giorni sarà possibile un bilancio climatologico dell’episodio – che fin da ora si annuncia comunque epocale – tuttavia da martedì 26 maggio, l’osservatorio meteorologico SMI di Moncalieri Collegio Carlo Alberto (Torino) ha già stabilito un nuovo primato di temperatura massima per maggio nella serie di dati avviata nel 1865, con 37,6 °C nel sito di misura storico (capannina meteorologica sulla facciata Nord dell’edificio, a 20 metro di altezza sul suolo urbano). Ampiamente superato il record precedente (36,5 °C, 24 maggio 2009). Precisiamo che si tratta di un valore almeno 4 °C superiore a quanto rilevato (sia sull’aerea terrazza pochi metri soprastante, sia nelle zone extraurbane adiacenti, a causa del surriscaldamento tardo-pomeridiano della facciata del Collegio, tuttavia il dato conserva un elevato valore climatologico in quanto i termometri sono sempre stati collocati in posizione e condizioni confrontabili in oltre un secolo e mezzo, fino a oggi). A confermare l’eccezionalità su periodi di misura di almeno cinquanta-ottanta anni delle temperature raggiunte oggi – circa 10 °C sopra media sulle massime giornaliere – intervengono altre stazioni, a partire da quelle delle reti dell’Aeronautica Militare e dell’ENAV, tra cui Torino-Caselle (33,6 °C, che supera a sua volta il record di maggio già stabilito il 25 maggio con 32,8 °C), Novara-Cameri (34,4 °C), Milano-Malpensa (33,0 °C), Piacenza-San Damiano (34,8 °C), Dobbiaco (30,3 °C), Sarzana-Luni (33,2 °C). Nel resto d’Europa, nuovi record di temperatura massima per maggio sono stati stabiliti in centinaia di località, dalla Spagna, alla Francia, alle isole britanniche, dove spicca in particolare il caso dei Kew Gardens di Londra: i sorprendenti 34,8 °C e 35,0 °C registrati rispettivamente il 25 e 26 maggio costituiscono di gran lunga dei primati per maggio non solo per la stazione londinese, ma anche per tutto il Regno Unito, superando di ben 2 °C il massimo storico precedente che era di 32,8 °C (varie località inglesi, maggio 1922 e 1944). [Società Meteorologica Italiana – NIMBUS, diretta da Luca Mercalli] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un’ondata di calore epocale proviene da Comune-info.
May 28, 2026
Comune-info
Brescia ore 10:12 — L’antifascista deve morire
Alle 10:12 del 28 maggio 1974 a Brescia, in Piazza della Loggia, una bomba nascosta in un cestino portarifiuti esplose durante una manifestazione convocata da sindacati e forze democratiche contro la violenza neofascista. Otto morti, oltre cento feriti, una città intera colpita al cuore. Ma la bomba di Piazza della […] L'articolo Brescia ore 10:12 — L’antifascista deve morire su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
Dove va Cuba, tra embargo e transizione capitalistica
(disegno di resli) A dicembre scorso avevo programmato un viaggio di dieci giorni a Cuba. Il suo senso è stato nel tempo modificato dagli eventi geopolitici che lo hanno trasformato in un’occasione di testimonianza diretta di un momento particolarmente difficile per l’isola, con un sostanziale collasso del sistema energetico e dei trasporti, dovuto all’inasprimento dell’embargo statunitense dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio scorso. Amici, colleghi, familiari e compagni si sono interessati al mio viaggio e mi hanno chiesto di scrivere qualcosa. Ma scrivere di Cuba è estremamente difficile: fin dal 1959, ma soprattutto dopo che la fine della Guerra Fredda ha spazzato via le altre esperienze socialiste in giro per il mondo, il mito della rivoluzione cubana è un articolo di fede incrollabile per quel che resta della sinistra internazionale. È necessaria allora un’avvertenza: ciò che scrivo è frutto di impressioni di prima mano, di ciò che ho visto e del dialogo con le persone con cui ho parlato. Non mi è possibile tracciare uno spaccato dell’isola nel suo complesso perché, a causa del prezzo della benzina ormai alle stelle (in media otto dollari al litro nel mercato nero, mentre in quello ufficiale non è disponibile) e delle enormi difficoltà a muoversi, sono rimasto per quasi tutto il tempo a L’Avana, fatto salvo un breve viaggio a Trinidad e Santa Clara (L’Avana è da sempre il polo più economicamente dinamico di Cuba, con maggior turismo e con una popolazione più scontenta in relazione al regime politico rispetto alle province orientali). Nella mia vita, ho avuto la fortuna di andare a Cuba parecchie volte: questa è stata la quarta (le altre sono state nel 2010, nel 2012, e nel 2016, quando presi un volo di fretta e furia dal Messico per assistere ai funerali e alle celebrazioni per la morte di Fidel Castro). In relazione a tutte le mie esperienze precedenti, la Cuba che ho visto è profondamente cambiata. In passato l’avevo sempre percepita come un paese povero, con enormi difficoltà di vario genere, dovute in parte all’embargo in parte a problemi interni, con un certo scontento nella popolazione, ma anche come un paese che, se confrontato con i suoi vicini immediati dei Caraibi e dell’America Centrale, poteva vantare alcune conquiste indiscutibili: era sicuro, nessuno viveva per strada o moriva di fame, tutti avevano la possibilità di studiare e di curarsi e c’era – nonostante alcune liberalizzazioni in corso e gli squilibri dovuti alla dipendenza dal settore turistico – una relativa uguaglianza di fatto. Qualcosa che poteva, forse, davvero essere chiamato socialismo, con tutti i limiti che l’esperienza storica di questo sistema ha dimostrato. La Cuba del 2026 è l’opposto di tutto questo: sebbene sia ancora un paese piuttosto sicuro, dove nonostante i sempre più frequenti black out non si incorre in grandi rischi a passeggiare la notte a piedi, è un paese che ha importato tutti gli altri principali aspetti (e vizi) della società capitalista: una disuguaglianza sempre più accentuata, una miseria dilagante, la fame, perfino la droga. La disuguaglianza oggi è palpabile e non è più circoscritta alle differenze tra i lavoratori che hanno o non hanno accesso al settore turistico, anche perché, in questo periodo, di turismo a Cuba quasi non ce n’è, in risultato alle politiche assassine di Donald Trump. Sebbene sia difficile sostenere l’esistenza di una borghesia (nel senso tradizionale e marxista di proprietari dei mezzi di produzione privati), è sempre esistita una classe dirigente statale che gode di un livello di vita molto sopra la media (nel vecchio socialismo reale sovietico era chiamata “nomenclatura”). Oltre a essa, oggi a L’Avana esiste una classe media in crescita, che frequenta locali hipster con prezzi insostenibili per un salario cubano, dotata di macchine elettriche di ultima generazione che non soffrono i rincari al costo della benzina. Il salario di un medico è oggi a Cuba di ventiquattro dollari, ma al Festival della Salsa in cui siamo stati nel Vedado (e che era predominantemente popolare), il costo di ingresso dell’area VIP, vicino al palco, era di quarantacinque dollari, e l’area vip era strapiena di cubani. Questa nuova classe media in ascesa è rappresentata soprattutto dai cosiddetti mipymes (padroni di micro, piccole e medie imprese, fino a un massimo di cento impiegati per azienda), la cui esistenza è stata formalizzata nel 2021 e che dominano oggi i settori del commercio e della ristorazione. Sono in parte persone con parenti all’estero, che hanno facilitato gli investimenti iniziali, in parte persone vincolate in qualche modo all’élite dirigente socialista. In quest’ultimo caso, l’impressione è che esista una tendenza della classe dirigente a sfruttare le aperture economiche per riciclarsi nella prospettiva di una transizione definitiva al capitalismo: in questo stesso senso potrebbe andare la recente apertura alla possibilità di possedere fino a tre case per persona, quando all’indomani della Rivoluzione il limite era una. La crescita delle disuguaglianze va di pari passo con la perdita drammatica del potere d’acquisto dei salari. Gli unici salari sopra la soglia di povertà sono quelli privati (una minoranza della fascia salariale, seppure in crescita), dove si registra però un’assoluta precarizzazione delle condizioni di lavoro e assenza di libertà sindacale. Oggi a Cuba non si può vivere di salario, chi sopravvive lo fa perché esiste qualche altra fonte di reddito: affittare una stanza ai turisti, offrire un mezzo di trasporto, vendere oggetti elettronici per strada, mettere da parte della benzina dei camion e rivenderla al mercato nero… Per paradosso, nel paese dove lo Stato, fino agli anni Ottanta, possedeva e controllava tutto, oggi la vita economica non dipende più dallo Stato, che a sua volta non riesce più a garantire i servizi vitali. Con il recente blocco energetico, i trasporti pubblici già precari sono diminuiti del novanta per cento, la spazzatura si accatasta ovunque nelle strade, mentre la sanità, una volta il fiore all’occhiello del modello cubano, è entrata anch’essa in crisi e regge a fatica il peso delle epidemie sempre più frequenti di Dengue e Chicongunya. La miseria a Cuba è ormai enorme, alla luce del sole, ovunque. La pratica di chiedere soldi per strada ha ormai affiancato (e in parte sostituito) quella del jineterismo, l’arrangiarsi magari fregando il turista. Mentre l’inflazione è alle stelle e i salari sono al palo da decenni, la libreta (libretto a disposizione di ogni cubano per ricevere beni di prima necessità in forma gratuita o quasi gratuita), che fino agli anni Ottanta garantiva parte del fabbisogno alimentare completo di una famiglia, oggi si limita a pane, farina e zucchero. Le proteine sono praticamente inaccessibili, trenta uova costano sei dollari. In questo processo di impoverimento – costante e crescente negli ultimi anni – un fattore importante è portato dall’escalation recente del blocco di Trump: la fine del turismo è stato un colpo mortale soprattutto per chi viveva delle briciole di quel settore. Parte di questi nuovi miserabili sembrano essere vittime anche di un altro vizio tipico del capitalismo e quasi sconosciuto nella Cuba del passato: la droga, e specialmente il Fentanil, che a Cuba chiamano el Químico. Molte persone stanno oggi vivendo per la prima volta l’esperienza del mendicante: lottano per mantenere, principalmente a se stessi, una parvenza di dignità, fingono di star lavorando, di offrire un servizio, di venderti per cento pesos (venti centesimi) una moneta di tre pesos con la faccia di Che Guevara. È molto doloroso: si tratta di persone spesso con ottima istruzione e capitale culturale, che si trovano sul crinale della disumanizzazione, ma che provano a non arrendersi a questa evidenza. Un aspetto relativo a questa perdita del settore pubblico è rappresentato dall’enorme diminuzione dei negozi e ristoranti pubblici. I negozi al dettaglio, in particolare, sono ormai tutti dominati dai mipymes, mentre lo Stato si riserva il monopolio di alcuni negozi di prodotti cari di importazione, prezzati direttamente in dollari. È, questo, un tema particolarmente spinoso: per quanto possano persistere dubbi in relazione alla politica della nazionalizzazione forzata delle piccole attività economiche (parrucchieri, bar, negozietti, officine meccaniche individuali) realizzata dal governo cubano a partire dal 1968, quando sotto il governo di Raúl Castro sono cominciate le prime liberalizzazioni, l’opzione cooperativista è stata sconfitta da una scelta più incline alla libera proprietà individuale. La sensazione è che il modo in cui si sta operando questa nuova trasformazione, quasi sessant’anni dopo dalla prima, abbia più a che vedere con l’imposizione di un capitalismo straccione che con qualsiasi prospettiva socialista. Con l’aumento di miseria e disuguaglianza, e il venir poco a poco meno dell’unico aspetto che rappresentava, pur con tutti i limiti e le difficoltà, la specificità cubana, è comprensibile che diminuisca l’appoggio al governo. A sentire alcuni interlocutori – o a leggere le poche analisi disponibili – sembra di capire che non più del venti per cento della popolazione appoggi convintamente il governo (storicamente, dagli anni Novanta in poi, questa cifra era stata di più o meno un terzo della popolazione). Anche quel venti per cento, tuttavia, è molto critico nei confronti della corruzione, di Raúl Castro, che ha cominciato a togliere le assicurazioni sociali, di Díaz Canel, del processo rivoluzionario che sta perdendo la sua forza… Quanto al resto, neanche a parlarne: la maggioranza nega addirittura l’esistenza dell’embargo («Ma quale embargo, l’embargo è interno!»). Trump è, nel migliore dei casi, considerato “un pazzo”, e nel peggiore “un salvatore” (per molti in ogni caso è un “male minore”). I cubani di Miami non sono più gusanos (vermi), ma anzi salvatori della patria, perché garantiscono il mantenimento del poco che funziona. Certo, da qui a essere “opposizione” al governo ce ne passa: forse per disillusione, forse per paura della repressione, non sembra esserci un’opposizione sociale organizzata a Cuba, sebbene alcuni episodi recenti rappresentino delle avvisaglie: l’enorme movimento spontaneo del 21 luglio 2021, le proteste di questi giorni (a Ciego di Ávila è stato dato fuoco a una sede del Partito Comunista), alcune scritte sui muri di L’Avana (Vivimos en la mierda, circo sin pan…) potrebbero indicare un’indisposizione che, a torto o a ragione, individua sempre più nel governo, e sempre meno nell’embargo straniero, la causa dei problemi. Certamente, in questi scontenti si mescolano elementi tra loro diversi e contraddittori: se per gli avversari più ideologici del governo (e spesso per chi viene dalla classe medio-alta impoverita dalla rivoluzione) il problema è il modello socialista in quanto tale, molti altri sembrano additare le mancate risposte del governo alla crisi sociale, la politica di liberalizzazione che ha favorito solo alcuni, la riduzione della libreta, l’inflazione, il non funzionamento dei trasporti e dei servizi pubblici, la corruzione. Paradossalmente, tuttavia, non sembrano esistere rivendicazioni esplicite di un “socialismo” diverso, più vero, più profondo, di fronte al dramma del presente. Anzi, il socialismo viene associato alla politica del governo, qualunque essa sia, e in quanto tale soffre un processo di grande delegittimazione. Un altro aspetto drammatico di questa totale perdita di legittimità del regime politico è l’abbandono quasi totale della propaganda socialista e patriottica, tanto presente nelle strade cubane fino a dieci-quindici anni fa. Pochissime immagini di Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, quasi nessuna denuncia pubblica dell’embargo (la scritta “Tumbar el bloqueo” l’abbiamo vista un paio di volte in dieci giorni di viaggio). Sembra proprio che lo stesso governo abbia rinunciato a fare propaganda di qualcosa a cui la gente ha da tempo smesso di credere. L’unico mito socialista che non è ancora crollato è quello di Fidel: a dieci anni dalla morte, sembra essere ancora maggioritario il rispetto per la figura del líder maximo. È però un sentimento confuso, espressione soprattutto di una nostalgia da parte delle vecchie generazioni di un tempo passato, migliore del presente, tanto che non è raro incappare in persone che manifestano contestualmente approvazione per Castro e per Trump. E qui si arriva a una questione dolente, un problema che è cominciato ben prima di Trump, ben prima della morte di Fidel, ben prima della caduta del muro di Berlino: la sensazione, comune a tutti, che le decisioni sono prese chissà dove, in qualche spazio al quale il popolo cubano non ha accesso. È il problema della mancanza di partecipazione democratica, qualunque cosa questa parola possa significare. Torno da questo viaggio, in sostanza, con la sensazione, o forse l’illusione, che se dieci o venti anni fa ci fosse stato un processo costituente aperto, un tentativo di condividere con la popolazione le decisioni strategiche fondamentali per la vita in comune, forse ci sarebbero stati gli anticorpi per un esito non catastrofico, o per la preservazione materiale e simbolica di alcune delle conquiste della rivoluzione, o quanto meno di certa capacità di resistenza collettiva di fronte alle minacce di oggi. È evidente che l’embargo e tutti i problemi menzionati abbiano una relazione, spesso decisiva, con ciò che sta accadendo a Cuba. Ma non si possono ignorare fattori interni, se si vuole analizzare la realtà per quella che è, sottraendola ai nostri sogni e alle nostre illusioni. La transizione al capitalismo è un processo già in corso a Cuba, non in discussione. Quel che è in discussione è la gestione e il ritmo di questo processo, lo spazio che in esso avranno le imprese statunitensi in relazione al peso che ha oggi la collaborazione con Cina e Russia, se ci sarà una terapia dello shock o un’apertura più graduale, e quanto potere politico ed economico riuscirà a preservare l’establishment attuale. Non sono questioni minori, ma hanno poco a che vedere con la rivoluzione e il socialismo. (perez gallo)
May 28, 2026
Napoli MONiTOR