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[2026-10-26] Assemblea verso lo sciopero del 30 ottobre @ Zazie nel metrò
ASSEMBLEA VERSO LO SCIOPERO DEL 30 OTTOBRE Zazie nel metrò - Via Ettore Giovenale 16, Roma (lunedì, 26 ottobre 19:00) Assemblea per discutere dei contenuti dello sciopero generale indetto da USB per il 30 Ottobre Zazie nel metrò aderisce allo sciopero generale del 30 ottobre con chiusura tutto il giorno. 30 Ottobre 2026 SCIOPERO GENERALE No al riarmo! Basta politiche neoliberiste ore 10:30 - Piazza dei Cinquecento
October 25, 2026
Gancio de Roma
Centro Studi e Ricerche IDOS: meno ingressi irregolari, sbarchi e richiedenti asilo, ma più morti e violenze
Calano le persone costrette alla fuga nel mondo. Calano gli ingressi irregolari in Europa, inclusi gli sbarchi, e le richieste di asilo. Ma aumentano i morti, le privazioni dei diritti umani, le domande di protezione pendenti, l’ostilità verso chi salva i migranti dalla morte in mare. È il contesto in cui si colloca “l’anno zero” del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, l’insieme di norme che si applicano dal 12 giugno scorso, in parte ispirate da un ventennio di politiche italiane. In attesa dei primi effetti del Patto, il Dossier Statistico Immigrazione 2026 di IDOS, che sarà presentato il prossimo 27 ottobre, offre una lettura puntuale e controcorrente delle migrazioni non programmate e forzate che – pur rappresentando una parte minoritaria dell’immigrazione – restano protagoniste nel dibattito pubblico, costantemente associate all’emergenza e alla minaccia. Per la prima volta in un decennio diminuiscono le persone in fuga: alla fine del 2025 i migranti forzati nel mondo sono 117,8 milioni, ben 5,4 milioni in meno rispetto al 2024 (-4,3%). Il calo, da non correlare necessariamente a una riduzione del bisogno di protezione, dipende soprattutto dai ritorni nei territori di origine (14,7 milioni, +49%), spesso non volontari e verso contesti ancora fragili, segnati da insicurezza, povertà e servizi essenziali insufficienti. Nell’Afghanistan governato dai Talebani sono rientrate circa 2,9 milioni di persone, allontanate soprattutto da Iran e Pakistan; in Siria circa 1,3 milioni dopo la caduta del governo Assad, ma ne restano ancora 4,9 milioni in esilio. Cresce infatti il fenomeno dello “sfollamento protratto”: sette rifugiati su dieci sono in questa condizione da più di cinque anni. Gran parte del peso dell’accoglienza resta comunque fuori dall’Europa: il 65% dei migranti forzati vive in un Paese confinante con quello di origine e il 68% è accolto in Paesi a basso o medio reddito. In totale, sette rifugiati su dieci provengono da soli sei Paesi: Venezuela (6,4 milioni), Ucraina (5,2), Siria, Afghanistan, Sudan e Sud Sudan. A questa contrazione si associa un ancora più pronunciato calo degli attraversamenti irregolari delle frontiere europee, di cui sono protagonisti molti richiedenti asilo: 180mila contro i 240mila del 2024 (e meno di 64mila nei primi sette mesi del 2026) secondo Frontex. In Italia, gli sbarchi  sono fortemente diminuiti: dopo gli oltre 180mila del 2016 e i 157mila del 2023, sono scesi a quota 66mila sia nel 2024 sia nel 2025, e a meno di 20mila nei primi otto mesi del 2026: una diminuzione di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E calano, in parallelo, anche le richieste di protezione internazionale. Nell’Unione europea nel 2025 le domande d’asilo presentate per la prima volta sono state circa 672mila (-26,4% rispetto al 2024 e oltre un terzo in meno rispetto al picco di 1,05 milioni del 2023). Il tasso di riconoscimento è sceso dal 51,4 al 39,1%, e a inizio 2026 restavano più di 1 milione e 200mila domande in attesa di decisione. Anche in Italia, seconda per nuove richieste di protezione dopo la Spagna, le domande di asilo sono in calo (128mila vs 151mila nel 2024) e si registra un tasso di riconoscimento del 30% (dal 35,9%) confermando un valore sensibilmente più basso della media Ue. Cambia anche la geografia della mobilità. Per la prima volta dal 2014 i siriani non sono più il primo gruppo di richiedenti nell’Ue (circa 40mila) e al primo posto salgono i venezuelani (quasi 90mila), diretti soprattutto in Spagna, che con 141mila richieste diventa il primo Paese dell’Ue. Tuttavia, mentre diminuiscono gli arrivi, aumentano i morti nel Mediterraneo. Ma cosa c’è dietro queste riduzioni? Un reale ridimensionamento del bisogno di protezione o il suo contenimento (forzato)? Per IDOS una risposta arriva dal confronto tra il calo degli arrivi via mare nei primi otto mesi del 2026 (poco più di 51mila in tutto il Mediterraneo contro gli 86mila dello stesso periodo del 2025) e l’aumento delle morti accertate durante la traversata (1.733 da gennaio ad agosto 2026 contro le 1.248 dello stesso periodo del 2025). Solo nella rotta del Mediterraneo centrale hanno perso la vita 914 persone, contro le 827 dello scorso anno (+11%). Dal 2014 l’Oim ha registrato oltre 35mila morti e dispersi nel Mediterraneo, di cui quasi 27mila sulla sola rotta centrale, tra le più letali al mondo, ma il bilancio reale è più alto: molti naufragi avvengono senza testimoni e non tutte le vittime vengono identificate e segnalate. Ad accrescere il rischio contribuiscono le ridotte capacità di ricerca e soccorso in mare. Il contributo di Sos Mediterranee Italia al Dossier ricostruisce un decennio di ostilità e compressione del soccorso civile. Oltre ai 72 episodi di intimidazioni e violenze alle navi delle Ong da parte della cosiddetta guardia costiera libica, documentati da SeaWatch tra il 2016 e il 2025, le disposizioni governative che impongono di rientrare in porto dopo ogni soccorso e l’assegnazione di porti lontani hanno fatto perdere alle imbarcazioni di soccorso 1.219 giorni operativi tra il 2022 e il 2025. Per Sos Mediterranee la perdita di vite “non è una fatalità, ma il risultato di precise scelte politiche”. Il Dossier Statistico Immigrazione 2026, giunto alla 36ma edizione e realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di studi politici “S. Pio V”, sarà presentato martedì 27 ottobre al Teatro Nuovo Orione di Roma e, in contemporanea, in tutte le regioni italiane con approfondimenti locali. Qui per maggiori informazioni sulla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione del 27 ottobre 2026: https://www.dossierimmigrazione.it/presentazione-del-dossier-2026/. Giovanni Caprio
October 25, 2026
Pressenza
CASTEL VOLTURNO, GRAVINA-ALTAMURA, BRESCIA: IN MARCIA PER LA CHIUSURA DEI CPR, PER LA PACE E L’ACCOGLIENZA
Alla manifestazione a Castel Volturno contro i CPR hanno partecipato circa 20.000 persone arrivate non solo dalla Campania ma anche da altre Regioni. Le rivendicazioni enunciate dall’intervento di apertura sono chiare: no CPR, basta morti in mare, ma anche contro il carovita. Si chiedono più fondi per diritti, integrazione e welfare, non in costruzione di CPR, guerre e controllo delle frontiere. Da Castel Volturno il collegamento con Sergio Serraino Emergency Campania Ascolta o scarica  Circa 5mila persone hanno preso parte alla Marcia per la pace, che da Gravina in Puglia ha raggiunto Altamura. ‘Prima di tutto la pace’ il titolo della manifestazione, organizzato dal comitato promotore ‘Marcia per la pace Gravina Altamura 2026’ a cui hanno aderito oltre 150 sigle, tra cui Rifondazione comunista, Donne in nero di Bari, Emergency, Pax Christi e La Giusta Causa. L’appello, rivolto alle istituzioni, è la cessazione delle guerre. “Abbiamo manifestato – spiega Rifondazione in un comunicato – contro le servitù militari e i poligoni di tiro sulla Murgia, contro le ipotesi di siti per lo stoccaggio di scorie nucleari, per difendere l’ambiente, il paesaggio, il lavoro e la qualità della vita”. A Brescia la “Marcia per l’accoglienza e la cittadinanza” promossa da 40 realtà del terzo settore ha visto sfilare per le vie del centro storico un migliaio di persone. Il collegamento con Umberto della nostra Redazione Ascolta o scarica 
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Ottobre nero per Israele
Fino a qualche mese fa non potevo immaginare di scrivere questo articolo perché ero straconvinto che non potevo nemmeno pensarlo. Israele si è fondato, consolidato ed è diventato quello Stato intoccabile a livello mondiale basandosi su diversi elementi immaginari che lo stanno portando alla fine. In primis Israele è nato grazie alla complicità del mondo occidentale, che per senso di colpevolezza ha voluto farsi perdonare regalando agli ebrei la terra altrui, cioè la Palestina. Così facendo si pensava che con il passare del tempo quella popolazione palestinese si sarebbe mescolata all’interno del mondo arabo. Oppure come recita il detto popolare “non fare del bene a vecchi e bambini, i vecchi muoiono e bambini scordano”. David Ben-Gurion il primo Ministro Israeliano pronunciò una frase simile affermando nel lontano 1948 “i vecchi muoiono e i giovani dimenticano”. Dopo oltre 100 anni di lotte, di battaglie e di guerre, generazione dopo generazione nessun ha dimenticato anche se i vecchi non ci sono più, e i giovani non solo hanno conservato la causa viva, ma l’hanno trasformata in una battaglia di civiltà, di diritto, di legalità e di giustizia non solo in Medio Oriente, ma a livello mondiale. Basti pensare alle varie fasi storiche più significative dove gli stessi israeliani e i loro amici ed alleati arabi che hanno tentato di liquidare la causa palestinese: la Nakba 1947/1948, la guerra di Suez, la guerra dei 6 giorni 1967, la battaglia di al Karama 1968, “Settembre nero” 1970, la guerra del Kippur 1973, la guerra civile in Libano 1975 l’invasione del Libano 1982, il massacro di Sabra e Shatila 1982, la prima intifada 1987 , la prima guerra del golfo 1990 , e la seconda intifada 2000 e la fine di Saddam Hussein 2000 e con lui lo Stato Iracheno, i vari bombardamenti su Gaza e l’ultimo Tufan al Aqsa ottobre 2023. In tutte queste fasi molti scommettevano sulla fine della causa palestinese e in tutte queste fasi, dopo averla data per morta, risorgeva da sotto le ceneri più forte, più potente e più determinata, per cui la famosa frase di Ben Gurion era ed è una frase che non ha nessun significato sul campo. In secondo luogo, sempre il mondo occidentale, dopo avere capito che il periodo coloniale stava terminando, ha pensato di non abbandonare il Medio Oriente del tutto, sia per la posizione geografica che per l’oro nero, il petrolio, per cui Israele doveva costudire gli interessi occidentali nella zona. Questa ipotesi ha retto fino ad un certo punto e si potrebbe dire che Israele ha giocato questo ruolo in modo intelligente ed abile sia dal punto di vista politico, economico e etico. Ha funzionato al punto tale che ha convinto non solo il mondo occidentale, ma anche certe monarchie arabe, che avrebbe operato per difendere i loro interessi, fino alla realizzazione dei famosi accordi di Abramo. Diversi paesi arabi stavano trattando con Israele per stipulare accordi militari contro il regime degli Ayatollah in Iran. Dopo il 7 ottobre 2023, questo ruolo non solo è crollato, ma anche Israele non era in grado di difendere sé stessa. E ancora, dopo ottobre 2023, il mondo occidentale se n’è accorto: Israele anziché fare il poliziotto per conto dell’Occidente in Medio Oriente è diventato un peso insopportabile economicamente, militarmente e soprattutto eticamente. Solo dagli USA lo stato Israeliano ha avuto sin dalla sua nascita oltre 350 miliardi di dollari. In base agli accordi bilaterali tra Israele e gli USA del lontano 1979 gli USA garantiscono circa 4 miliardi di dollari annui soprattutto per la difesa e nel 2023 questa cifra ha raggiunto un record storco di circa 18 miliardi di dollari. L’Unione Europea formalmente non eroga direttamente aiuti ad Israele, ma lo fa in modo indiretto attraverso i progetti di ricerca scientifica e tecnologica, sono 213 progetti finanziati dalla UE per un ammontare di un miliardo di euro, in aggiunta a questo va precisato che tra la UE e Israele cè il famoso accordo di Associazione tanto discusso, ma purtroppo ancora in vigore. Sarebbe utile analizzare il flusso di denaro che arriva ad Israele sia dai singoli stati Europei che dalla stessa UE. Perché cosi i cittadini europei potranno vedere dove vanno le tasse che pagano annualmente. Basti pensare ai giovani, all’opinione pubblica europea, alle mobilitazioni oceaniche a favore della Palestina. Ogni giorno che passa mi convinco di più per quanto riguarda il continuo sostegno del mondo occidentale ad Israele, nonostante sia uno stato genocida, trova la suo forte motivazione dentro il mondo occidentale nel suo complesso perché esso stesso è coloniale per cui in Israele trova se stesso. Il mondo occidentale non permetteva la sconfitta dello Stato di Israele, ma oggi, e dopo questi lunghi anni, lo stesso Stato di Israele non rappresenta ciò che rappresentava tempo fa per il mondo occidentale: anziché essere di aiuto è diventato un peso politico, economico, morale. Oggi l’occidente, che predicava il diritto, la legalità, il multilateralismo, gli organismi internazionali, deve decidere cosa fare. Continuo ancora a credere che l’Occidente non permetta ancora oggi la sconfitta militare di Israele, ma credo che allo stesso tempo non possa continuare a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio del popolo palestinese per cui non farà nulla per salvarlo da sé stesso. Credo che lo stato di Israele stia arrivando alla fine della sua corsa grazie all’autolesionismo interno, perché il paese potrebbe essere alla vigilia di una guerra civile di cui nessuno può prevedere la conseguenza sul campo. Infine, la determinazione del popolo palestinese sia quella componente che si trova in Palestina che quella della diaspora, nel continuare la sua lotta generazione dopo generazione fa sì che il mondo intero venga messo in crisi non solo dal punto di vista militare, ma etico e morale. Di fronte a questo scenario, l’autolesionismo interno in Israele, la continuità della lotta palestinese per l’indipendenza e la libertà e la convenienza dell’Occidente fanno sì che il percorso verso la fine di Israele sia già iniziato e sarà inconvertibile perché la forza della ragione è più potente della ragione della forza. I tanti imperi del passato che hanno consolidato la loro esistenza basandosi sulla forza sono finiti dall’interno, i Greci, i Persiani, i Romani, i Faraoni, gli Arabi e gli Ottomani, non credo che lo stato genocida di Israele sia diverso da tutti questi imperi del passato. Ottobre nero, questo mese rappresenta per tanti israeliani un mese particolare perché nello stesso mese nel lontano 1973 la guerra del Kippur, nel 2023 l’attacco di Hamas e nel 2026 il voto. Martedì prossimo 27 ottobre è una data importante perché gli israeliani vanno ai seggi elettorali per eleggere i 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, la preoccupazione è che i seggi elettorali forniscano al paese un parlamento ancora più radicale. Gli analisti affermano che nel caso di sconfitta del blocco dell’attuale Primo ministro il paese potrebbe rischiare una guerra civile. Va precisato che dal 2023 ad oggi circa mezzo milioni di cittadini israeliani cosiddetti laici hanno abbandonato il paese consegnandolo agli integralisti. Per noi palestinesi al di fuori della lista del gruppo misto “i cittadini palestinesi” nessun degli altri blocchi principali hanno nei loro programmi un percorso di pacificazione e quindi di rivalorizzare e riattivare la famosa equazione due popoli per due stati. Un detto popolare palestinese recita: “i tarli del legno nascono dal legno stesso”, cioè per dire che il pericolo non viene dall’esterno, ma nasce dall’interno e Israele non sarà una eccezione. Milad Jubran Basir, Giornalista Italo Palestinese e attivista per i diritti umani Milad Jubran Basir
October 25, 2026
Pressenza
Gli Strokes a Bologna: le contraddizioni del rock nell’epoca del consumo
Il 17 ottobre 2026, all’Unipol Arena di Bologna, gli Strokes sono tornati in Italia dopo quindici anni dall’ultima esibizione nel nostro Paese. L’unica data italiana del tour del nuovo album Reality Awaits aveva registrato il tutto esaurito già all’apertura delle vendite, mesi prima del concerto. Una corsa al rock, a […] L'articolo Gli Strokes a Bologna: le contraddizioni del rock nell’epoca del consumo su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
SCUOLA RESISTENTE DI SABATO 24 OTTOBRE
Per analizzare il movimento studentesco Scuola Resistente è entrata direttamente nelle scuole occupate e ha dialogato con i protagonisti. Le classi sociali dominanti e i loro rappresentanti in Parlamento sembrano, infatti, vivere su un altro pianeta e forse è proprio così perché dai toni delle loro minacciose invettive, rimbalzate sui media mainstream, traspare un certo stupore per le azioni svolte proprio da una parte di quella fetta di società che in questi ultimi decenni hanno maltrattato platealmente senza soluzione di continuità. D’altra parte, la sua componente più “moderata”, partecipa alla solita gara tra chi riesce a distinguere meglio tra manifestanti “per bene” e manifestanti “per male”: non è così, invece, tra i ragazzi e le ragazze che si sono riappropriati dei loro spazi occupando le scuole dopo soli 30 giorni dall’inizio dell’anno scolastico. Gli/le student3 esprimono con lucidità le loro ipotesi e propongono analisi politiche che rivelano alti livelli di consapevolezza, tutt’altro che rassegnata di fronte alla macchina repressiva. Dalle interviste che abbiamo raccolto negli istituti Newton e Plinio Seniore di Roma-centro, emerge un livello di capacità di analisi politica e di tessere trame e connessioni tra rivendicazioni provenienti da vari strati della società, a volte anche distanti ideologicamente una dall’altra, da fare invidia a tutti quei rappresentanti politici che oggi inveiscono contro i ragazzi e minacciano rappresaglie militari: il re però è nudo!. Mentre il potere, gonfiando il petto, mostra il suo lato più repressivo e vendicativo, dalle interviste con i ragazzi, emerge invece la consapevolezza di dover “canalizzare politicamente” e contro il “vero nemico” tutta quella (comprensibile) rabbia. Si evidenzia anche la capacità di analizzare sul piano simbolico-comunicativo azioni che al contrario sono state da più parti derubricate superficialmente alla stregua di un puro appiattimento passivo intorno a valori consumistici: “molti di quegli oggetti sottratti dietro le vetrine rotte – hanno sottolineato unanimemente durante le interviste i/le ragazz3 – sono stati poi redistribuiti…solo che è più comodo nascondere questi fatti!”. Scuola Resistente di sabato 24 ottobre Ascolta o scarica  IL TABÙ DELLA “POLITICA” A SCUOLA “Il problema principale – ci spiega Tea, dell’ IIS Plinio Seniore – è che invece di stimolare un ambiente che sia politicizzato, quale dovrebbe essere la Scuola, ovvero un’istituzione che stimola il pensiero, sul piano politico, e della cultura in generale, penalizza, in modo anche piuttosto pesante, proprio le persone che dentro questa scuola cercano di attivarsi in questo senso. Sono penalizzati tutti quelli che cercano di attrarre dentro la politica interna all’istituto o verso quella nazionale, gli studenti più distratti. Assistiamo a situazioni in cui, durante i picchetti informativi, dove con un megafono esponiamo semplicemente la situazione del nostro Paese, o illustriamo, per esempio, cos’è il DDL Bongiorno o quello cosiddetto anti-Maranza, i docenti ci danno contro cercando di ostacolarci e bloccarci in tutti i modi, mettendoci i bastoni tra le ruote. Tutto questo invece di stimolare, appunto, uno scambio di informazioni indispensabili per vivere in questo Paese. Noi siamo stanchi di quest’Italia populista, siamo stanchi di quest’ignoranza diffusa dove si continua a proporre sempre nuove leggi scolastiche. Siamo di fatto, limitati nelle attività di tutoraggio de3 ragazz3 del primo liceo: non siamo messi in grado come studenti più grandi di orientarli verso degli spazi politici interni. Abbiamo limiti anche nelle assemblee d’istituto, perché non possiamo scegliere liberamente gli ospiti esterni. L’anno scorso, per esempio, volevamo organizzarne una sul tema della legalizzazione della cannabis: ci è stato detto che questo avrebbe significato schierarsi a favore! Addirittura la preside ha detto una cosa del genere! Ci impongono di fare i discorsi per la rappresentanza d’istituto, un organo fondamentale per la scuola, perché è quella che poi rappresenta una comunità di ben 1.600 studenti ma solo su base volontaria e questo fa sì che soltanto i ragazzi, con genitori di un certo status socio-economico che a casa spiegano ai figli l’importanza di un organo del genere, alla fine si convince a partecipare. Sempre di più, già a partire dalla Scuola ci si abitua ad una politica elitaria che poi è coerente con l’etichetta della “scuola del centro” quella cioè di una scuola di studenti con famiglie illuminate, ricche e che possono permettersi di mandare il proprio figlio in settimana bianca, di sostenerlo con le ripetizioni per fare fronte all’ammasso di verifiche che si crea in un periodo solo dell’anno scolastico: la divisione in trimestri e poi in pentamestri non funziona! Questi studenti, inoltre, possono stare tranquilli perché arrivano a scuola in tutta comodità, in quanto non abitano in periferia e non devono quindi farsi 2h di viaggio sui mezzi pubblici ogni mattina per arrivare a scuola….Quindi, noi vediamo un distacco che tra l’altro cresce sempre di più, tra le persone della periferia urbana e quelle, appunto, avvantaggiate sul piano socio-economico. Non si fa nulla per colmare questo “vuoto” dentro l’ambiente scolastico: la Scuola dovrebbe, invece, consentire a tutti di parlare con le stesse armi in pugno, o fare sì che tutti abbiano un tipo di cultura che una volta usciti dal liceo permetta loro di affrontare lo stesso percorso di studi, di costruirsi da soli un proprio futuro. La classe dirigente, invece, alla fine è sempre la stessa! noi siamo stanchi di questa cosa, quindi ci schieriamo contro e occupiamo. Se il dialogo con la dirigenza di questa scuola ci è reso impossibile allora noi troveremo altri canali, ne troveremo uno anche più “violento”. Non solo io ma molti miei compagni, non ci dichiariamo a priori a favore della “non-violenza” perché tutte le rivoluzioni non sono state fatte così! Oggi per esempio parlavamo proprio delle rivolte di Milano: noi diamo appoggio e sostegno ai compagni e a questa rabbia che finalmente sta scattando dal basso, interrompendo un po’ questo piattume e populismo. Finalmente diventiamo un po’ più “europei”, seguendo la linea della Francia, della Spagna, della Germania, del Belgio e di tutti gli altri Paesi in lotta. Noi quindi ci dichiariamo solidali con i compagni che hanno portato avanti le manifestazioni di Milano negli ultimi giorni e non condanniamo gli atti descritti dai media come “vandalici” nel senso che è ovvio che si tratti di azioni che derivano da una rabbia, da un sentimento che fondamentalmente non viene capito o meglio che non si cerca nemmeno di capire. Non ci si chiede cosa ci sia dietro questa rabbia: abbiamo visto in piazza persone, anche molto giovani, rompere vetrine e appunto cercare un ribaltamento della città ma poi nessuno cerca di capire da dove venga questa volontà: ci si limita a condannarla e far vedere i lati più negativi. Dietro c’è una realtà fatta da chi non può permettersi nemmeno i libri per la scuola che possono comportare spese fino a 500 euro considerando tutto il materiale. Molti non possono permettersi nemmeno i soldi per la gita scolastica e i fondi d’Istituto però non ci sono per far si che tutti riescano a partecipare: mentre le scuole cadono letteralmente a pezzi si spendono soldi per le armi e per le guerre. Da noi per esempio piove dal soffitto!. È ovvio che queste cose, alle quali ormai siamo abituat3, nel quotidiano ti fanno crescere dentro, piano piano, una rabbia che poi esplode in manifestazioni, appunto, più violente; Il problema è quindi come questa energia possa essere canalizzata ma soprattutto va innanzitutto capita. Bisogna ricercarne le radici e convincersi che c’è un vero odio di classe, una volontà di lotta di classe e di un ribaltamento della società e delle attuali classi sociali. Quindi noi non ci schieriamo contro ma anzi, ancora una volta, ci esprimiamo solidali con i compagni di Milano. RIBALTARE LE CITTÀ “Cosa intendiamo per ribaltare le città? Diciamo, in parole povere – prosegue Tea – che innanzitutto il caos e il disagio che è stato espresso dai compagni è un disagio reale, fondamentale. Noi siamo stanchi di chiedere il “permesso” al sistema, proprio quello contro il quale manifestiamo, di farci dire “come” manifestare. Siamo stufi di dover concordare col governo i percorsi delle manifestazioni, di essere seguiti, di dover far “autorizzare” le nostre manifestazioni, di chiedere dunque sempre il permesso e le modalità in cui noi dobbiamo o possiamo esprimere il nostro dissenso. Noi siamo arrabbiati, siamo scontenti di questo governo, siamo contro le nuove iniziative che sono state proposte e le nuove iniziative che il governo è riuscito a far passare. E quindi noi ci facciamo vedere! ribaltando e sconvolgendo la città: creiamo un disagio, perché evidentemente è l’unico modo per farci sentire. Perché sono anni che in Italia viene portata avanti una modalità molto più moderata per le manifestazioni che però non sconvolgeva o non creava sufficiente disagio ai livelli di quello creato in questi giorni in Italia e negli altri paesi d’Europa, come in Francia o in Spagna. È del tutto vidente che ci sia questa necessità! Se è uscita uscita fuori così la necessità esiste e finalmente c’è una presa di coscienza da parte delle classi sociali più basse e delle persone che sono stanche di una città e di un sistema che è fatto per pochi. Viviamo in un sistema elitario, dove sopravvivi soltanto se parti da una posizione più avanzata rispetto agli altri e quindi se sei già in una condizione socio-economica superiore a tutti gli altri. LA SOCIETÀ DEL CONTROLLO “Non mi sento sotto controllo – risponde Tea in merito ai vari sistemi di videosorveglianza, di tipo digitale sulla rete, ecc.. – proprio perché aderisco a queste modalità più incisive di manifestazione che si fanno più sentire e che sono più d’impatto. D’altra parte, invece, abbiamo visto come l’utilità delle proteste e manifestazioni “classiche” sia stata pressoché nulla negli ultimi anni. Dunque nel momento in cui un tipo di manifestazione, di comunicazione o di protesta non ha funzionato, oppure, anche a causa nostra, non ha portato a nessun risultato anche a seguito di importanti rivendicazioni, allora c’è la necessità della ricerca di un nuovo tipo di azione politica da parte de3 ragazz3. Insomma nuove modalità anche di scendere in piazza: non può essere imposto al popolo come esprimere il proprio dissenso, cosa si possa dire o fare o cosa non fare, di fronte a un governo di cui è profondamente scontento e dal quale si sente represso. Tutto ciò apparirà scomposto o come una rabbia poco canalizzata ma detto questo, non ci facciamo dire come manifestare, dove e cosa dire!. Non ci si può limitare a vedere solo una vetrina rotta! Lì dietro sta tutto un disagio che finalmente sta esplodendo, forse, dopo anni di populismo, di disinteresse verso la politica e appunto di crescita di una politica di destra che punta principalmente sull’ignoranza diffusa”. L’ OCCUPAZIONE NEL DETTAGLIO Anche per destrutturare le consuete ricostruzione fantasiose e tendenziose che immancabilmente dipingono gli studenti occupanti come vandali abbiamo, Lorenzo e Antonio anch’essi studenti-attivisti del Plinio Seniore, ci raccontano che “a partire da quel lunedì in cui abbiamo occupato, sono partite diverse attività anche formative che vanno dalla storia degli spazi sociali occupati autogestiti e la loro utilità nel territorio, all’educazione sessuo-affettiva, peraltro vietata di fatto anche alle superiori dal ministro Valditara che noi invece crediamo sia fondamentale. Abbiamo inoltre fatto corsi sull’economia e sul femminismo durante la Resistenza e avremo una giornata dedicata interamente alla situazione a Cuba, a quello che da più parti viene definito come un “genocidio silenzioso”. Quindi, da una parte, crediamo che l’occupazione serva proprio per riappropriarsi degli spazi scolastici svolgendo lezioni che parlino di attualità e di tutti quei temi che non riescono mai a attraversare la scuola perché censurati o perché, quando quei pochi professori illuminati provano a parlarne, questi ultimi vengono repressi dal Ministero, come abbiamo visto gli anni scorsi quando si tentava di parlare della Palestina e del genocidio a Gaza. Quindi crediamo che l’occupazione serva proprio per riportare in classe temi di attualità che in altri modi difficilmente potranno mai essere affrontati. Dall’altra parte, invece, stiamo anche portando avanti delle attività di riqualificazione degli ambienti, perché negli ultimi anni la nostra scuola come tante altre è stata sempre più abbandonata a sé stessa. Da noi per esempio il cortile interno, col passare degli anni, ha cominciato ad assomigliare sempre più ad una discarica di banchi mentre all’interno le classi non vengono mai ritinteggiate o ripulite, i bagni risultano spesso rotti, mentre dai tetti si ripetono le infiltrazioni d’acqua. A dispetto di quanto si dice, nel nostro piccolo, stiamo provando a ritinteggiare le classi, a ripulirle, a buttare l’immondizia insomma stiamo cercando di lasciare la scuola in condizioni migliori rispetto a come l’abbiamo trovata all’inizio, del resto come abbiamo fatto anche durante le occupazioni degli anni passati. OCCUPAZIONI: LO SCENARIO ATTUALE “Negli ultimi anni – proseguono Lorenzo e Antonio – le occupazioni, cioè proprio il modello seguito, è sicuramente cambiato. Quest’anno la nostra iniziativa è nata dalla necessità concreta di cambiare qualcosa e di vivere, quantomeno per una settimana, la scuola nella sua essenza, cioè viverla nel modo in cui vogliamo noi, non come vuole e come ci vuole far vivere l'”istituzione Scuola”, il Ministero, o le classi dirigenti e le tutte istituzioni di questo Paese. È un’occupazione che nasce dalla necessità di opporsi in modo radicale al sistema di scuola pubblica, che ormai non può più chiamarsi tale vista la privatizzazione in atto a più livelli tanto che noi ormai la paragoniamo ad un’azienda: se pensiamo ai percorsi di alternanza scuola-lavoro affidati ad aziende private vediamo che ci mettono fin dall’inizio, dall’adolescenza, nelle mani di un sistema basato su sfruttamento e precarietà. Quest’anno c’è una crisi che si è ancora di più gravata rispetto agli anni scorsi: un carovita arrivato alle stelle, la guerra che sta continuando in Iran, il genocidio in Palestina che non si ferma e che non possiamo ignorare. L’anno scorso abbiamo occupato a inizio ottobre proprio per questo e quest’anno continuiamo a rivendicare il fatto che i popoli devono avere il diritto di autodeterminarsi e di emanciparsi contro un oppressore straniero. Del genocidio a Cuba, silenzioso che ormai dura da almeno 70 anni per caso se ne parla a scuola? Purtroppo no! l’occupazione è anche un’occasione in cui possiamo e dobbiamo parlarne, per creare una coscienza intorno a questi argomenti “scomodi” e che le istituzioni non vogliono che noi conosciamo. Il caso di Cuba, per esempio lo consideriamo come un genocidio silenzioso perché da 70 anni il nostro alleato statunitense impone un blocco economico a causa del quale non arriva l’energia elettrica, petrolio, medicinali e derrate alimentari e c’è un problema di approvvigionamento idrico. Nonostante ciò è uno popolo che continua a resistere e a rivendicare il governo a modello socialista, un modello alternativo al capitalismo continuando a lottare e a resistere proprio come avvenne in Italia durante la Resistenza partigiana nel secolo scorso. A Cuba non c’è il deflagrare delle bombe, non ci sono allarmi anti-aereo ma c’è una stretta al collo, un popolo costretto a vivere con le poche risorse che ha”. COMUNICATO UFFICIALE DEL COLLETTIVO STUDENTESCO DELL’ I.I.S. PLINIO SENIORE OCCUPATO Oggi, 19 ottobre, a seguito di un’assemblea decisionale ampiamente partecipata, la comunità studentesca del Plinio Seniore ha scelto di occupare la scuola. È la nostra risposta a una situazione politica nazionale e internazionale che non possiamo più ignorare. Gli argini della passività si stanno rompendo e i popoli si stanno risvegliando. Dal “Blocchiamo tutto” dello scorso anno, che ha visto milioni di persone in piazza per la causa palestinese, alle mobilitazioni di massa che stanno tornando a spaventare i governi, nelle ultime settimane ci siamo mobilitatɜ anche noi contro un modello di scuola e di società che non ci rappresenta. L’abbiamo visto con lo sciopero del 16 ottobre, che ha portato in piazza migliaia di studentɜ in tutta Italia e centinaia dal Plinio. La partecipazione ha reso evidente la necessità di organizzare la rabbia sociale, che può sfociare solo nel conflitto, e quella di riprenderci i nostri spazi e occupare la nostra scuola, necessari per garantire una formazione anti-sistema altrimenti impossibile. Siamo contro una scuola che assomiglia sempre di più a un’azienda, con i ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori; contro una scuola-caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio; contro una scuola che non ci emancipa, che ci abitua a un futuro di guerra, sfruttamento e precarietà. È ormai evidente come l’istruzione non sia più capace di dare a tuttɜ le stesse possibilità, nascondendo ingiustizie e classismo dietro la “meritocrazia”. La classe dirigente, che si finge cieca davanti ai problemi che viviamo tutti i giorni, propone false soluzioni di matrice fascista, razzista e misogina. Il DL Scuola ne è una prova: una legge che impone un tetto massimo del 30% di studentɜ stranierɜ per aula, che impone la lingua italiana ai loro genitori e che vieta di indossare il burqa e il niqab alle ragazze musulmane. Non ci stupisce la tendenza di questo governo di creare un nemico comune, puntando il dito contro la persona straniera, il capro espiatorio, promuovendo il razzismo di stato. In questo contesto si inserisce l’infame proposta della remigrazione. Vediamo inoltre come il ministro dell’istruzione Valditara tagli i programmi di filosofia riducendo autori rivoluzionari come Marx e Spinoza, fondamentali per la formazione del pensiero critico, riformi l’educazione civica dandole un’accezione nazionalista e reazionaria, vieti di parlare di politica a scuola con la scusa del contraddittorio e ostacoli i corsi di educazione sessuo-affettiva. Questo avviene in un contesto già fortemente impoverito della sua funzione critica, dove i programmi scolastici da decenni sono relativizzati alla cultura euro-centrica, sminuendo usi e costumi di popolazioni lontane e impedendone l’accettazione senza spirito di superiorità. L’intersezionalità tra le discipline e con il mondo attuale risulta solo sulla carta; in più, assistiamo allo studio massiccio e nozionistico di materie di cui non ci si interroga, e quindi non si fa comprendere, la necessità. È necessario interrogarsi su come modernizzare i contenuti nella scuola, superando la staticità delle lezioni frontali e delle valutazioni periodiche per evitare che gli argomenti diventino conoscenze “a scadenza” fini a sé stesse. Serve altresì scardinare la paura della scuola di ripercorrere e analizzare la storia contemporanea del nostro mondo, rendendo questa istituzione uno spazio di elaborazione reale che permetta alle nuove generazioni di fare i conti con le parti più buie e complesse del nostro presente. Tutto ciò risulta impossibile se il modello Valditara reprime il dissenso e inchioda le componenti scolastiche usando la burocrazia come freno e deterrente. Come se non bastasse, il governo propone il DL Bongiorno che mira a sostituire il consenso con il dissenso: il nostro “NO” non basta più, rafforzando la cultura dello stupro. Ci convincono che con una denuncia si risolva tutto, quando solo il 3% dei casi di violenza viene portato in tribunale, consolidando la vittimizzazione secondaria e colpevolizzando le vittime, mentre al contempo gli spazi di tutela a riguardo, come centri antiviolenza e consultori, vengono osteggiati se non definanziati e chiusi. Lo stesso schema si ripresenta all’interno della nostra scuola, dove sono presenti professori e personale molesti, denunciati e richiamati più volte ma senza mai ottenere un risultato che renda il Plinio un luogo sicuro per studentɜ e lavoratorɜ. Perché sono questi i problemi che viviamo tutti i giorni: soffitti che crollano, cortili allagati, bagni e termosifoni rotti. Mancano fondi e personale, la cui precarietà è sempre più normalizzata, mentre il governo pensa a stanziare 13 miliardi in armamenti. La nostra richiesta è chiara: reindirizzare questi fondi all’istruzione pubblica, sempre se così si può chiamare. Negli ultimi 30 anni, dall’Autonomia Scolastica alla Buona Scuola renziana, vediamo come l’obiettivo delle istituzioni sia uno e sia chiaro: rendere lɜ studentɜ facilmente manipolabili e l’istruzione subalterna agli interessi di mercato. Ciò combacia perfettamente con la logica del profitto che questo sistema vuole farci assorbire, che prevede una vita basata sullo sfruttamento e la precarietà. Questo modello culmina in due riforme fondamentali: da una parte la riforma del 4+2 partita da Valditara, che rende il futuro dellɜ studentɜ degli istituti tecnici e professionali sempre più precario e ricattabile a causa della specializzazione estrema e privatizzata, invece di fornire le basi culturali necessarie per essere cittadinɜ consapevoli; dall’altra parte il modello dell’alternanza scuola-lavoro che da decenni plagia il pensiero dellɜ studentɜ verso una scuola utile solo al mercato del lavoro, mascherando lo sfruttamento come formazione necessaria e alleggerendo il lavoro delle aziende rispetto alla preparazione dellɜ dipendenti, riversando il peggio sullɜ lavoratorɜ sempre più sfruttatɜ e precarɜ. L’abolizione di queste riforme è necessaria per ritornare a una scuola basata sulla conoscenza, ed è ancora più urgente a causa dei danni tragici provocati sullɜ studentɜ: non possiamo dimenticare la morte di Lorenzo Parelli, Giuseppe Lenoci e Giuliano De Seta, a cui si aggiungono decine di migliaia di infortuni durante l’alternanza. Parlando di scuola-azienda non possiamo ignorare l’ultima evoluzione che questo modello ha subito, quella della scuola-caserma. Negli ultimi anni abbiamo visto come profitto e militarizzazione si legassero sempre di più, ricadendo nella scuola: i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento con Leonardo, le presentazioni dell’esercito nelle scuole e la narrazione bellicista del nostro governo che si riflette fortemente sulle ultime generazioni. La normalizzazione della militarizzazione passa dalla scuola e attraversa tutti gli spazi: dai metal detector nelle scuole alle zone rosse, sono tutte misure reazionarie e inefficaci, utili solo a farci accettare la cultura della guerra. L’esempio più significativo di questo modello è l’uccisione di Abderrahim Fakir, con la sola colpa di essere straniero, da parte delle forze dell’ordine, espressione concreta del potere esecutivo di un sistema basato su razzismo e violenza. Rivendichiamo ciò anche per l’esperienza dell’occupazione e del movimento pro-Palestina dello scorso anno. Non scordiamo la complicità delle nostre scuole e istituzioni con il genocidio palestinese, il tacito consenso e l’indifferenza verso le oppressioni occidentali. Non basta una giornata per parlare di ciò che è successo: serve stimolare un’elaborazione reale nella mente di tuttɜ noi per combattere il concetto di supremazia europea. Ripudiamo la logica della guerra in quanto contrappeso della crisi economica nazionale ed europea, con prezzi dei carburanti alle stelle e di conseguenza un rincaro dei prezzi generalizzato. Investire nel riarmo significa tagliare dal welfare decidendo di schierarsi dalla parte della morte invece che della vita; accettare l’interventismo occidentale significa non riconoscere le cause del nostro malessere. Non è più sostenibile campare nel sistema capitalista, ed è ora di accettarlo e condannarlo. Se lɜ studentɜ occupano le case e piantano le tende perché il costo della casa è diventato così alto da non garantire più questo diritto; se lɜ lavoratorɜ scioperano e bloccano il paese e i rifornimenti perché il lavoro non basta più per sopravvivere; se in tutta Europa i popoli insorgono, è ora che la politica ci ascolti. Da decenni la classe politica è sempre di più una casta, lontana e insensibile alle manifestazioni di massa, nascosta dietro il sottile dito della repressione, pavida degli interventi per sostenere i ceti medi e bassi. Si tenta sempre di più di restringere gli spazi democratici: è evidente come sia scomoda per una classe dominante sempre più autocratica la formazione del pensiero critico e lo scambio di opinioni. Lo vediamo con la nuova legge elettorale, che obbliga i partiti politici extraparlamentari a raccogliere 450.000 firme nel giro di due settimane, una richiesta che neanche i partiti parlamentari potrebbero soddisfare e che va a gravare solo su determinate forze politiche. È chiaro come questo governo abbia paura che in Parlamento entrino membri di partiti di reale opposizione che propongono una vera alternativa. Nello stesso contesto si inserisce il DL Romeo, un decreto legge con il solo scopo di reprimere il dissenso e giudicare antisemiti tuttɜ coloro che si schierano al fianco del popolo palestinese. Rivendichiamo con forza il nostro antisionismo, che i nostri Stati complici si dimenticano di differenziare dall’antisemitismo. Ribadiamo la nostra solidarietà a tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo e il neocolonialismo, declinazioni del capitalismo. Siamo arrivatɜ alla crisi della storia e i fatti ce lo dimostrano: oggi come non mai lɜ studentɜ, cittadinɜ del mondo futuro, si trovano di fronte a una crisi di prospettive generalizzata che va dalla guerra continua che sembra inevitabile, al caroprezzi che avanza anno dopo anno perché la crescita economica è ad uso dei padroni, fino a una crisi climatica che incombe sulle nostre teste. Non vogliamo vivere in un mondo che rifiutiamo e che non ci appartiene, e per questo faremo tutto ciò che è in nostro potere per cambiare direzione. Organizzare la protesta è vitale e insieme creeremo la nostra alternativa. L’occupazione è l’apice dell’espressione del nostro dissenso, non tanto per il rumore fatto da una scuola bloccata e dallɜ studentɜ che con forza denunciano il loro radicato malcontento, quanto per la speranza che dimostra una scuola occupata, dove lɜ studentɜ prendono in mano quella che è la loro realtà di tutti i giorni e con convinzione la portano sulla strada che ritengono giusta per loro. Creare una scuola che sia davvero nostra è ciò in cui speriamo per il futuro, e durante l’occupazione essa ci appartiene e ci permette finalmente di dare vita ai nostri progetti, formazioni ed espressioni più personali. La nostra vitalità si esalta oggi tra queste mura, perché noi ora possiamo dire di aver vinto contro l’oppressore e da qui ripartire più fortɜ che mai, in nome della nostra libertà. Questo è solo l’inizio del nostro nuovo futuro, dove la nostra resistenza è diventata intrascurabile e passa dalla mobilitazione, dal riappropriamento di spazi fisici e quindi contro-culturali, dall’espressione pubblica del dissenso e soprattutto dal ribaltamento delle forze produttive. Occupare, manifestare e scioperare sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù che di fronte al nemico non farà neanche un passo indietro. Uscitɜ dalla scuola continueremo a riempire le piazze, portando avanti le nostre istanze finché non saranno soddisfatte. Crediamo con convinzione che la lotta non si debba fermare alle occupazioni delle scuole, ma esse devono funzionare da motore di slancio per le manifestazioni successive. Come abbiamo fatto in passato continueremo le proteste dentro e fuori scuola, con la scuola tutta. La mobilitazione continuerà con lo sciopero generale ed internazionale del 30 ottobre: studentɜ e lavoratorɜ si uniscono e continueranno a farlo perché la lotta non si ferma e non si fermerà mai. Scuola Resistente è una trasmissione in onda il sabato alle 18.00 curata da Stefano Bertoldi nostro collaboratore e corrispondente da Roma
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
Michel Houellebecq / Una interpretazione del mondo
Michel Houellebecq, il re delle metamorfosi che riguardano la specie umana, dal lato mentale, proprio e comune (si potrebbe dire) – al netto di un’antipatia che forse sconvolge il problema critico quando si affronta la lettura delle sue poesie oggi riunite in un grosso volume e comprendente anche una raccolta inedita dal titolo emblematico: Si perde sempre. A proposito di Houellebecq dovremmo rivolgersi sempre alla tensione superiore dei suoi romanzi che non invocano certo frivolezza, ma una diversa specie di serietà morale verso cui non può mancare la nostra discordia. È quel che l’autore vuole. Mostrarsi come l’indignato che si consuma dentro le proprie disfunzioni estetiche, accompagnate al carattere non meno disturbante riguardo a certe posizioni politiche. Non ritenendosi profeta, poiché autori di fantascienza lo hanno ampiamente superato nel presagire l’attuale presente sia scientifico sia governativo, Houellebecq si prende il potere di perdersi completamente nella dissoluzione – dunque l’impegno letterario sprofonda in uno spazio buio e sottomesso alla realtà. Le catastrofi, grandi e piccole, sono mondiali e personali, non necessariamente in quest’ordine, e ormai nemmeno più i sogni riescono ad abbassare il tono delle influenze storiche. Le poesie qui raccolte sono il regno della solitudine, nella foresta notturna e brutale che preme da ogni parte gli uomini. Il governo della metrica non è granché dissimile da quello presente nei romanzi. Lo sa chiunque abbia volto in italiano il testo francese (tutti poeti e traduttori di grande esperienza) di questi versi, schietti e didascalici, che raccolta dopo raccolta presentano il conto. In fondo, sono l’avventura dei corpi terrestri in una interpretazione del mondo. Anche nel pellegrinaggio poetico viene consentito di comprendere come nessuno possa scampare alla fine propria e di una civiltà, dall’intreccio delle famiglie alle faglie belliche indirizzate ad arrostire il pianeta ex-azzurro. L’uomo Michel Thomas, nato nel 1956 a Saint-Pierre, ha iniziato col suo pseudonimo ad avvertirci già al termine del ’900 con Le particelle elementari (1998), avendo ben presente come la modernità di Baudelaire sia stata distrutta dalla concupiscenza finanziaria e digitale. Annientamento che nell’attuale viene stabilito e ornato da un involucro tutto avvolgente tramite l’alta velocità – febbrile – denominata IA. Lo spirito del tempo si è fuso, e proprio la poesia risale l’origine della sofferenza dispiegata in un mondo adattato ad accoglierla. Profondamento umano, profondamente pericoloso. Questo si coglie, come immagine, innominabile ma visibile, del protagonista mondiale inventore di farsa e poi tragedia. Shakespeare l’ha sempre saputo. Ma il racconto aveva bisogno di altre originalità per fare il salto. La vita secolare è tenace nell’aspettare le occasioni. La poesia di Houellebecq non si disgiunge dagli apparati letterari, li abita angusta come angusti sono il “territorio e la carta”. La prospettiva è schietta, sfida il lettore di narrativa a cimentarsi col verso alessandrino che l’autore ha preferito fin dagli esordi, non certo per campare ma per trovare un grimaldello a misura di quella serratura risolutiva chiamata estinzione.     L'articolo Michel Houellebecq / Una interpretazione del mondo proviene da Pulp Magazine.
October 25, 2026
Pulp Magazine
Balcani. Passaggio in Bosnia
Balcani. Passaggio in Bosnia Giampiero Comolli Anita Romanello Dom, 25/10/2026 - 03:10 Eravamo appena saliti nel nostro alloggio al quarto piano, e subito ci venne voglia di aprire la finestra: la luce era limpida, l’aria fresca e quieta. Poco sotto di noi, i grandi alberi del viale Franjo Tudjman nascondevano in parte le grigie facciate dei modesti palazzi, mentre appena più lontano, già in periferia, si stagliavano le tettoie azzurre dei capannoni industriali. Poi però la vista si apriva sulla dolce conca verdeggiante della città di Knin, con le colline boscose che, fra i canaloni scavati dai torrenti, s’innalzavano adagio fino alle pareti biancheggianti del vasto monte Dinara. Di là da quello cominciava la Bosnia. “Oh, ascoltami!” – stava dicendo Gigliola – “Voglio assolutamente raggiungere la Bosnia! Non possiamo lasciare Knin senza vedere quel che c’è al di là di quelle montagne!”. Non era nei nostri programmi, ma si poteva fare: lei aveva ragione. Knin, in primo piano il viale Tudjman, sulla sfondo il monte Dinara al confine con la Bosnia. foto di Gigliola Foschi. Da Knin fino alla frontiera sono appena 35 km: prima di arrivarci abbiamo quindi tempo per una breve deviazione fino al vicino abitato di Kovačić. Qui infatti ci sono le sorgenti del magnifico fiume Krka, che poi attraversa tutta la Krajina. In un paesaggio di rupi e boschi, ecco infatti sgorgare dalla roccia un flusso abbondante di stupenda acqua smeraldina, accanto al quale si erge giallastra una parete di travertino, ora asciutta, ma che nella stagione invernale verrà inondata da un’immane cascata d’acqua, la Slap Krčić. Potremmo percorre da qui un bel sentiero a piedi, ma noi dobbiamo andare in Bosnia, e riprendiamo quindi la strada che sale dolcemente in un tranquillo paesaggio agreste di mezza montagna, con gli orti ben curati e gli umili casolari dei contadini. Lo si direbbe un mondo permeato di antica pace, se non fosse che, di tanto in tanto, riappaiono le solite case in rovina, coi tetti sfondati durante la guerra, coi muri su cui spiccano grandi strisce di vernice bluastra, profuse a piene mani per cancellare gli slogan e i proclami bellicosi dei serbi ormai sconfitti. Poi i boschi si fanno via via più fitti, si diradano le abitazioni, compare d’improvviso il posto di controllo sulla linea di confine. Tutto a posto? Si direbbe di sì. A parte noi due, nessun altro viaggiatore: doganieri croati e doganieri bosniaci controllano indifferenti le nostre carte d’identità, ci lasciano passare senza un commento, siamo in Bosnia. E qui però comincia l’incertezza, perché, a pensarci bene, in quale Bosnia ci troviamo, visto che ce ne sono due per non dire tre? Non siamo molto preparati, avremmo dovuto pensarci prima, ad ogni modo qualche dato essenziale più o meno lo conosciamo, se non altro per averlo letto prima di partire sull’autorevole Calendario Atlante De Agostini 2025, che è didascalico, sintetico, preciso e permette almeno di non smarrirsi subito nel labirinto balcanico. Citiamo, perché si tratta di informazioni basilari: «Ordinamento dello Stato di Bosnia ed Erzegovina. Già parte della Repubblica federativa socialista jugoslava (1945-91), la Bosnia ha dichiarato l’indipendenza il 9-1-1992. Lo stesso anno è scoppiata una feroce guerra civile tra i diversi gruppi etnici – i bosgnacchi (bosniaci di fede musulmana), i croati e i serbi – terminata solo grazie all’intervento delle forze dell’ONU e della NATO. Il 21-11-1995 l’accordo di Dayton ha sancito l’integrità e la sovranità della repubblica, seppure divisa in due entità, ciascuna dotata di un proprio Parlamento e governo: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH, croato-musulmana, 51% del territorio) e la Repubblica Serba o Srpska (RS, 49% del territorio). Gruppi etnici: Bosgnacchi 50,1%, Serbi 30,8%, Croati, 15,4%, altri 3,7%. Popolazione: Federazione della Bosnia ed Erzegovina: 2.150.054. Republika Srpska: 1.114.819». Krajina bosniaca. Foto di Gigliola Foschi. Tutto chiaro? No, mica tanto. Perché, appena superata la frontiera, ci rendiamo conto di non essere ben sicuri di quale sia la Bosnia in cui abbiamo fatto ingresso. Con una certa baldanza potremmo sostenere: non siamo entrati nella Republika Srpska, perché sappiamo che i suoi confini interni corrono un po’ a semicerchio, lungo tutto il territorio periferico dello Stato bosniaco, mentre la parte centrale del Paese appartiene alla Federazione della Bosnia ed Erzegovina. Della Federazione però fanno parte sia bosgnacchi sia croati: due popolazioni che a loro volta non vivono frammiste fra di loro, ma suddivise in parti distinte del territorio. Grosso modo, i bosgnacchi si trovano insediati verso sud-est, con la stupenda, martoriata città di Sarajevo. Mentre i croati se ne stanno in Erzegovina, più o meno a ridosso del confine con lo Stato croato. Dunque, se noi veniamo da Knin, dovremmo ora trovarci in Erzegovina. E di conseguenza – concludiamo abbastanza fiduciosi – il primo insediamento che ci si farà incontro risulterà abitato da croati cattolici: penoso errore di due ingenui che non hanno tenuto conto del groviglio balcanico, dove niente è come appare, i sentieri si biforcano e le vie dritte s’interrompono o finiscono in un fosso. Nel frattempo avanziamo con cautela lungo una strada che serpeggia entro un paesaggio montuoso e boscoso, di proporzioni sempre più estese, immerso in un silenzio e una solitudine che a poco a poco finiscono per suscitare un senso d’inquietudine. Abbiamo fatto ingresso nella Bosanska Krajina, cioè nella Krajina bosniaca, così diversa dalla Krajina croata, col suo altopiano piatto e frastagliato di rovi e contorti arbusti. Qui invece, a perdita d’occhio, ripidi dossi e fitte foreste, un’altra metamorfosi dell’impressionante, selvaggia grandiosità balcanica. Dapprima vediamo monti scoscesi, interrotti da profonde vallate ricoperte di fitta boscaglia, con il piatto altopiano della Krajina croata che ancora s’intravede in lontananza, fra le brume. Poi però la scena cambia: a questi dirupi silvestri fa seguito infatti un vasto pianoro ondulato, dove i prati e i boschi si alternano armoniosi, come in una romantica sinfonia pastorale. Solo che non vediamo case, malghe, alpeggi; mancano le pecore, le mucche e i fienili. Di più: non c’è anima viva, nessun essere umano da nessuna parte. Una wilderness sterminata, stupenda, neanche fossimo finiti nell’Oregon o nel Montana. Mi verrebbe voglia di scendere da cavallo, accendere un falò, posare sull’erba il cappello da cowboy, e cantare Red River Valley oppure Home on the Range, come fantasticavo di fare da bambino. Ma basta un interrogativo inquietante per dissolvere subito tale infantile fantasticheria: dove sono andati tutti? Perché qui non si vede nessuno di nessuno? Monti della Krajina bosniaca. Sullo sfondo l'altopiano della Krajina croata. Foto di Gigliola Foschi. Eppure, a ben vedere, permangono i segni sparuti della presenza umana: molti prati sono stati falciati, un sentiero incerto s’intravede, ed ecco laggiù un esile palo della luce. Alcuni abitanti dunque devono aggirarsi nei dintorni, sia pure in numero ridotto. Il fatto è che forse, malgrado le magnifiche apparenze, non ci troviamo di fronte a un disabitato paesaggio naturale, bensì a un territorio spopolato, devastato dalla guerra, e che evidentemente non si è ancora ripreso, malgrado siano passati tre decenni dalla fine del conflitto. Se non si scorge nessuno al lavoro fra i campi, è perché in tanti se ne sono fuggiti, essendo rimasti privi di risorse. Oppure sono stati uccisi. Chi è rimasto non è un pioniere avventuroso, ma un tragico superstite. Tale cruda constatazione fa emergere in noi un profondo turbamento: ci sarebbe piaciuto, certo, inoltrarci fra questi splendidi campi solitari, ma poi? E se saltiamo su una mina inesplosa? E se veniamo sbranati da un branco di lupi che si aggirano famelici in una simile landa abbandonata? O se ci imbattiamo in una banda di tagliagole? Fantasie eccessive, certo, ma sufficienti per spegnere la voglia di avanzare spensierati in una contrada dove, oltretutto, non si trovano indicazioni di percorsi a piedi, né una malga lontana quale meta da raggiungere. Facciamo fatica a decifrare i segni di un territorio per noi troppo sconosciuto, e che per di più ci si mostra anche tramite altre sgradevolissime rimanenze. Ai nostri piedi infatti, in tutti gli slarghi dove ci fermiamo, dobbiamo scavalcare cumuli di immondizie fatiscenti: sacchi di plastica colmi di rifiuti organici, schegge di vetro, bottiglie infrante, mucchi di carta straccia, rottami di lavandini… Come se da queste parti non esistesse alcun servizio di nettezza urbana, e gli abitanti dei villaggi, anche se pochi, per non intossicarsi coi loro stessi avanzi puzzolenti, fossero costretti a salire in macchina e abbandonare la spazzatura ai bordi della strada. Ci troviamo dunque in uno “Stato fallito”, in un “Paese malato”? O siamo noi che non capiamo bene cos’è successo qui, e come funzionano oggi le cose in Bosnia? Nell’incertezza abbandoniamo l’idea di una passeggiata nei boschi, e decidiamo di proseguire almeno fino al prossimo villaggio. Ancora qualche curva, compaiono addirittura una o due automobili, i boschi si diradano, ecco un pianoro con case sparse. Un cartello annuncia: BOSANSKO GRAHOVO. Vediamo i primi edifici, i primi cartelli con alcune scritte: sono tutte in alfabeto cirillico. Altro che croati cattolici! Siamo entrati in un paese abitato da serbi. Chioschi dismessi sulla strada principale di  Bosansko Grahovo. Foto di Gigliola Foschi. Ed ecco, infatti, su una collinetta verdeggiante, proprio all’ingresso del paese, una piccola, ben curata chiesa ortodossa. Parcheggiamo, poi cominciamo a percorrere a piedi la via centrale, e il senso di desolazione ci prende subito alla gola. Poche persone che vagolano qua e là come ombre; fatiscenti chioschi di bibite o gelati, con le serrande sgretolate, chiusi evidentemente da anni e anni; un edificio pubblico (forse una scuola, forse un dopolavoro) coi calcinacci di fronte all’ingresso sprangato, l’erba che cresce selvaggia sul marciapiede antistante… Ma almeno un caffè aperto, almeno qualche casa coi panni stesi alla finestra. Avanza a fatica, nella mia direzione, una signora anziana poggiata a una stampella: la saluto toccandomi il berretto stropicciato. Lei mi ricambia con un sorriso attonito, l’occhio sbalordito, neanche fossi un’apparizione, un cavaliere del Seicento che le fa un inchino togliendosi il cappello piumato… Torniamo indietro: ai piedi della collinetta dove sorge la chiesa, ci soffermiamo di fronte a un monumento commemorativo, sormontato da tre grandi croci ortodosse e con due bandiere ai lati. Nel nostro breve giro, è questo l’unico manufatto lucido e ben curato in cui ci siamo imbattuti. Su un lastrone di marmo nero, il memoriale riporta scolpiti in bianco i nomi dei serbi di Bosansko Grahovo, caduti fra il 1992 e il 1995, durante la guerra coi croati. Provo a contarli: sono circa 180 morti, un numero esorbitante, orripilante, per una cittadina tanto piccola. Guardo le date, con gli anni di nascita e di morte: il combattente più anziano era del 1930 ed è caduto nel 1994, a 64 anni; il più giovane era venuto in questo nostro mondo nel 1974 e se n’è volato via nel 1995, a 21 anni. Riesco con un po’ di fatica a trascrivere dall’alfabeto cirillico i loro nomi: Djuran Ilija, il primo, e Djuran Miladin, il secondo. Che fossero padre e figlio? Quale pena! Sostiamo ancora un poco di fronte a questo lacrimevole inventario di poveri caduti. O forse no, per rispetto nei loro confronti non dovrei esprimermi così, visto che il fiammeggiante memoriale, guarnito di vessilli e stemmi, intende piuttosto celebrare uno ad uno gli eroici guerrieri che hanno offerto la loro vita per la gloria imperitura della Serbia. E noi invece? Qual è il messaggio che questi ignoti morti vorrebbero offrire proprio a noi? Me lo chiedo mentre saliamo in macchina, rifacciamo la strada di prima, torniamo in Croazia. Edificio pubblico in rovina sulla strada principale di Bosansko Grahovo. Foto di Gigliola Foschi. Ma qualche giorno dopo, una volta tornato a casa, vado a consultare alcuni libri e soprattutto il sito web dell’importante centro di ricerche Osservatorio Balcani e Caucaso: un “think tank” (così si autodefinisce) che si occupa di trasformazioni sociali, politiche e culturali del Sud-est Europa, oltre che della Turchia e del Caucaso. E cosa scopro? Che il comune di Bosansko Grahovo – situato nel Cantone 10 della Federazione di Bosnia ed Erzegovina – ha subito un drammatico calo demografico in seguito ai tragici eventi della guerra. Nel 1991 infatti si contavano qui 8300 abitanti, mentre oggi la popolazione residente è crollata a meno di 2000 persone, oltretutto con grave tendenza all’invecchiamento. Per mancanza di investimenti pubblici, oggi l’economia locale si basa solo su un’agricoltura di sussistenza e sullo sfruttamento forestale, mentre la maggior parte dei giovani è emigrata all’estero o verso città più grandi. Per quanto qui ci si trovi nell’Erzegovina croata, a Bosansko Grahovo e nei territori limitrofi sono presenti da secoli insediamenti serbi che proprio nella nostra cittadina raggiungono il 90% della popolazione. Ma che successe da queste parti durante la guerra? Dopo oltre tre anni di conflitti feroci, il 26 luglio del 1995, dunque pochi giorni prima dell’Operazione Tempesta, le forze croate lanciarono una potente offensiva contro il territorio di Bosansko Grahovo e lo conquistarono in pochi giorni, costringendo l’esercito serbo a una rovinosa ritirata, cui si aggiunsero a migliaia i fuggiaschi civili, atterriti da una paventata vendetta dei croati. Ma la caduta di Bosansko Grahovo interruppe pure lo strategico collegamento fra la Repubblica Serba di Krajina e i territori serbi della Bosnia sudoccidentale, che rifornivano Knin di aiuti militari. E in questo modo permisero, ai primi di agosto, il repentino tracollo dell’intera Repubblica Serba di Krajina. Il monumento dei caduti serbi di Bosansko Grahovo vuole dunque ricordare tutti i soldati della cittadina, che combatterono negli anni di guerra, fra il 1992 e il 1995, e che caddero non solo a Bosansko Grahovo ma anche in altre parti della Bosnia. Il memoriale è onorato, sul lato sinistro, dalla bandiera nazionale della Serbia e, su quello di destra, dal vessillo delle Forze Armate Serbe. Su entrambi i drappi spicca l’aquila bicipite dell’Impero Bizantino, a sottolineare l’ininterrotta continuità della nazione serba, che trova le sue radici nel cristianesimo ortodosso. Entrambe le bandiere riportano quattro lettere disposte a coppie speculari, graficamente identiche a una C latina ma corrispondenti in cirillico a una S. Tali lettere vogliono ricordare il motto su cui si fonda l’identità nazionale: Samo Sloga Srbina Sasava: “Solo l’unità salva i serbi”. Ed eccola, appunto, questa “unità”, plasticamente visibile e proclamata a Bosansko Grahovo: siamo in Erzegovina, ricordiamocelo, ma le bandiere appartengono a un altro Stato, la Repubblica di Serbia, la quale di conseguenza vuole manifestare anche qui la propria irrinunciabile presenza. Ma come mai ho voluto dilungarmi su un memoriale di tal fatta? Perché esso mi pare comunicare due messaggi compresenti e tuttavia contrapposti l’uno all’altro. Da una parte infatti questo monumento vorrebbe dirci: “La tragedia della guerra è ormai passata, la ricordiamo certo con rispetto, ma noi non vogliamo che faccia più ritorno”. E al tempo stesso però vibra con enfasi anche il monito antitetico: “La guerra c’è sempre stata e sempre tornerà; presto o tardi sarà di nuovo qui; e noi dobbiamo tenerci pronti e uniti per rispondere alla sua ineluttabile chiamata”. Due messaggi tragicamente inconciliabili che – si badi bene – non riguardano solo i serbi ma anche tutti noi. Memoriale dei caduti serbi di Bosansko Grahovo tra il 1992 e il 1995. Foto di Gigliola Foschi. Intanto noi due, pensosi e silenziosi, ce ne stavamo tornando verso Knin. Ed ecco che, appena superata la frontiera, Gigliola esclama: “Ma senti, non possiamo concludere così il nostro viaggio nei Balcani! Prima di tornare in città, voglio assolutamente vedere i Laghi Variopinti!”. Naturalmente il mio “nume tutelare” ha ragione un’altra volta. A pochi chilometri da Knin deviamo così verso il villaggio di Biskupija, vicino al quale si trovano gli Šarena Jezera, cioè appunto i Laghi Variopinti. Li troviamo subito. Proprio accanto alla strada asfaltata, in un piatto paesaggio di canneti, contornato da morbide colline verdi, ci si fanno incontro due o tre ampie, quiete pozze d’acqua smagliante, con le bianche nuvole del cielo azzurro che sontuose si rispecchiano nell’azzurro dei laghi. È tutto un tripudio di colori luccicanti che sembra voler cancellare in un istante l’oppressione dei tanti anni di guerra, per innalzarci verso la perfezione di un paradiso terrestre, stillante d’acqua. “Oh, come amo la Croazia!” – sospira il mio nume tutelare – “Dobbiamo assolutamente tornare qui!”. E una volta di più io concordo con lei. In copertina, I Laghi Variopinti nei pressi di Knin. Foto di Gigliola Foschi. Leggi anche: Giampiero Comolli | Balcani. Nella Krajina croata Giampiero Comolli | Balcani. Operazione Tempesta Geografie
October 25, 2026
Doppiozero
Parola ai giovani - ma sbrigatevi
Parola ai giovani - ma sbrigatevi Aurelio Andrighetto Anita Romanello Dom, 25/10/2026 - 03:00 «Parola ai Giovani - MA SBRIGATEVI» scrive Maurizio Cattelan sul retro di Untitled (2023), un’opera su carta esposta nella mostra Youth and Future. Ideata dal cantautore Giovanni Caccamo, la mostra è prodotta da Palazzo Reale, in collaborazione con Associazione Arte Continua e Fondazione Sylva (Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano, fino al primo novembre 2026). Youth and Future, Palazzo Reale Milano. Veduta dell’allestimento. Foto © Luca Vegetti. Peccato che la frase scritta da Cattelan non possa essere letta: chi visita la mostra vede solo il recto del foglio in carta cotone su cui è stampato a secco un testo del rapper Carlo Corallo sull’essere ghostato (subire l'interruzione di ogni comunicazione da parte di una persona con cui si aveva una relazione). Se il verso dell’opera rispecchia l’ironia che contraddistingue lo stile di Cattelan, portando l’attenzione critica sull’uso della parola nel chiacchiericcio dei social, il recto conferisce alla parola impressa a secco la plasticità del rilievo. Svanendo nel bianco del foglio, come le persone ghostate svaniscono nei social, il carattere tipografico acquista peso e consistenza quando è illuminato da una luce radente. Maurizio Cattelan, Untitled, 2023. Incisione a secco su carta cotone. Verso del foglio / Recto del foglio illuminato da luce radente. È la luce che accompagna la scrittura sin dalle sue oscure origini: trincee epigrafiche nelle quali l’ombra s’infila tremolante quando la luce arroventa la superficie di pietra e batte potente; cunei d’ombra che la inchiodano senza pietà quando, sfiancata dallo scontro meridiano e inclinata sul fianco, passa radente il piano della tavoletta d’argilla. Le pietre arroventate dalla luce meridiana parlano una lingua assai diversa da quella volatile dei social, dove si può anche svanire. «Io sono la pietra /immagine. Mi ha posto / Seikilos qui / segno duraturo / di ricordo immortale / Fino a quando vivi, manifestati, / nulla interamente ti / affligga. Vicino al nulla / è il vivere, / il tempo / esige la fine. / Seikilos figlio di Euperte / vive», recita l’epigrafe scolpita su una colonna funebre in marmo del II secolo avanti Cristo, conservata nel Nationalmuseum di Copenaghen. La pietra parla una «lingua morta […] aulica e sacerdotale», scrive Arturo Martini riferendosi alla scultura (La scultura lingua morta e altri scritti, Abscondita, Milano 2001, pp. 48-49). Se la Colonna funebre di Seikilos parla una lingua morta, il testo stampato a secco su carta conserva l’aspetto epigrafico dell’incisione su pietra, alla quale si ricorre «nelle circostanze solenni e per gli usi commemorativi», annota infine Martini nel suo scritto del 1945. Inaspettatamente epigrafica è anche l’opera di Cattelan esposta nella mostra, da esplorare con l’aiuto di una torcia elettrica messa a disposizione del pubblico. Youth and Future, Palazzo Reale Milano. Visitatori che esplorano la mostra con l’aiuto di torce elettriche. Youth and Future è una tappa del progetto Youth and Future – Parola ai Giovani APS ideato da Caccamo. Noto al pubblico radiofonico e televisivo per avere vinto nel 2015 la categoria Nuove Proposte del Festival di Sanremo e per avere conquistato l’anno seguente il terzo posto nella categoria Big, il cantautore polistrumentista ha chiesto a migliaia di giovani di ogni provenienza, identità di genere e credo religioso di rispondere alle domande: «Cosa cambieresti della società in cui vivi e in che modo?», «Qual è la tua parola di cambiamento?». Caccamo ha raccolto 3.000 risposte, alcune delle quali sono confluite nei volumi Manifesto del Cambiamento e Manifesto for Change, editi da Treccani, con una prefazione di Papa Francesco. Valeriia, studentessa ucraina, spiega che il vero nemico è la guerra, non «una persona di un’altra nazionalità, lingua o cultura». Nella visione di Hasan Hirji la Cisgiordania è un territorio in cui muoversi «come un passero in volo». Raneem Elwasimi racconta la sua esperienza con i bambini randagi, che hanno bisogno di attenzione e soprattutto d’amore... Tobias Rehberger, Creation, 2026. Stampa digitale su carta cotone / Emilio Isgrò, Narrazione infinita, 2023. Particolare. Acquerello su carta cotone. Ventitré artisti interpretano alcuni di questi testi, stampati su carta cotone, con varie manipolazioni grafiche, pittoriche e plastiche del supporto. Emilio Isgrò acquerella in nero le parole cancellandole parzialmente; Tobias Rehberger interviene con dei colori sul testo generando confusione visiva; Leandro Erlich invita dei bambini a timbrare il foglio con le loro mani intinte in vari colori; Michelangelo Pistoletto sovrappone al testo il simbolo del Terzo Paradiso, che rappresenta «il grembo generativo della nuova umanità»; Fabrizio Plessi immerge il foglio in acqua colorata fino alla parola accoglienza; Antony Gormley dipinge con inchiostro di mallo di noce il paesaggio evocato dal testo… Luc Jacquet, The Ark of Chang, 2026. Video installazione.   Mimmo Paladino, Gran Pavese, 2026. Arazzo Dhurrie 100% lana. Realizzato in Nepal in collaborazione con: cc-tapis_courtesy CC-Tapis La mostra include anche la documentazione artistica di precedenti fasi del progetto: una video installazione del regista Luc Jacquet che racconta The Ark of Change, una traversata che a marzo del 2026 ha ripercorso la tratta atlantica degli schiavi a bordo di un antico veliero; una serie di fotografie di Jamie Hawkesworth scattate in occasione della traversata; un arazzo di Mimmo Paladino, composto con alcune delle bandiere create dall'artista per il Gran Pavese issato sul veliero; un’opera specchiante di Michelangelo Pistoletto, che gioca a rimpiattino con le onde oceaniche della traversata; un reportage fotografico di Marco Anelli dedicato alla performance Agorà del Cambiamento, tenutasi nel 2022 nella Stanza della Segnatura dei Musei Vaticani e una versione dei libri Manifesto del cambiamento e Manifesto for change, pubblicati nel 2025, che Emilio Isgrò ha cancellato allo scopo di stimolare la curiosità del lettore. Youth and Future, Palazzo Reale Milano. Veduta dell’allestimento. In primo piano: Emilio Isgrò, Manifesto del cambiamento, 2026. Acrilico su carta montata su libro e legno. Foto © Luca Vegetti. Il progetto di Caccamo inizia nel 2021 con il suo quarto album (Parola). La parola cantata, scritta, stampata, incisa e liberata sta al cuore del progetto, che prende ora la forma della mostra ospitata nella Sala delle Cariatidi. Così come la parola in Youth and Future risponde alle crisi che affliggono il presente, portando i segni della catastrofe ambientale e sociale alla quale stiamo assistendo, la Sala delle Cariatidi reca le cicatrici del conflitto che tra il 1939 e il 1945 ha sconvolto il nostro Paese. A causa di un incendio divampato in seguito a un bombardamento, nel 1943 la sala è rimasta senza tetto per quattro anni, nel corso dei quali le intemperie hanno danneggiato i rilievi in stucco, sfigurando le cariatidi. Per una deliberata scelta conservativa, le figure recano tutt’ora le cicatrici di questa devastazione. La sala, dove in passato sono state esposte l’opera Guernica di Picasso e quella di Enrico Baj sui funerali dell’anarchico Pinelli, come ricorda l’assessore alla cultura di Milano Tommaso Sacchi, «incornicia» l’aspetto sociale e politico di un progetto che ha l’aspettativa di «riaccendere i sogni delle nuove generazioni». Caccamo confida nella parola come strumento di cambiamento, assegnandole una sostanza e una profondità prossima a quella usata dal suo mentore Franco Battiato. È una parola che, cercando una dimensione epigrafica appropriata alla «lingua aulica e sacerdotale, simbolica scrittura incapace di svolgersi nei moti quotidiani» (Martini), tende verso le arti plastiche. Come l’iscrizione incisa sulla Colonna funebre di Seikilos, che affondava in profondità nella terra, la parola cantata da Caccamo affonda in qualcosa di profondo che è in noi. È scrittura e rilievo plastico al tempo stesso, come suggerisce Untitled, il foglio stampato a secco da leggere come un rilievo. Questo aspetto epigrafico a cui tende la parola svela la complessa relazione che la scrittura intrattiene con la luce e con la scultura. All’origine non c’è distinzione tra scultura e scrittura, sostiene la storica dell’arte Paola Mola, che ha indagato a fondo l’opera di Medardo Rosso e Adolfo Wildt. Come Caccamo mostra la complessità con la quale la scrittura usata dal paroliere entra in rapporto con altri linguaggi, costumi e saperi aderendo all’esperienza della vita con risonanze interiori, Wildt testimonia la complessità con la quale l’opera di scultura si confronta quando questa non è solo arte ma anche moda, design, fenomeno visivo della vita quotidiana ed esperienza interiore. Per questo suo andare oltre la specificità di un linguaggio abbracciando un vasto insieme, l’arte di Caccamo mi fa pensare a quella di Wildt. Le linee che seguono i bordi degli abissi, che lo scultore milanese scava sapientemente nel marmo (sottosquadri e cavità), hanno il carattere della linea che nelle fotografie di Alinari e di Brogi scontorna le sculture isolandole su fondo neutro, fotografie sulle quali Wildt ha costruito la sua visione della scultura (egli studia la scultura greco-romana e rinascimentale attraverso riproduzioni fotografiche, perché è povero e non può viaggiare). Al tempo stesso hanno la sinuosità del fitomorfico, che si propaga sulle facciate degli edifici dell’Arte Nuova e nei ferri battuti di Alessandro Mazzucotelli. Hanno anche l’eleganza astratta dell’arredo Déco. Correndo sul bordo di un abisso, Wildt porta nella sua opera un dramma esistenziale, che consuma chiudendosi per tre anni nel suo studio. Egli fonde fotografia, scultura, diario intimo, mode e stili. La stessa linea che segue lo svuotarsi dei volumi, con tagli che talvolta mostrano in modo assolutamente inedito ciò che sta oltre il volume, ondeggia elegantemente nella decorazione dei salotti, diventa segno espressionista nel suo autoritratto, estensione plastica di una moda, scontorno fotografico che si fa scultura, grido lanciato sull’orlo di un baratro. Ebbene, come Wildt, Caccamo fonde linguaggi, stili, esperienze, drammi e speranze. È un artista che si spinge in là inseguendo una parola che si fa immagine, non solo come metafora poetica. In Youth and Future la parola si rivolge allo spettatore, come quella incisa sulla Colonna di Seikilos si rivolgeva al passante, usando una lingua «aulica e sacerdotale», che nell’opera di Caccamo assume un aspetto colloquiale fondendosi con musica, stili, costumi e tendenze sociali. Migrando da un sistema di segni ad un altro, la «lingua morta» diventa così ciò che per Martini non poteva essere: «parola spontanea fra gli uomini». Parola ai giovani dunque, MA SBRIGATEVI. Youth and Future, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Milano. Dal 17 ottobre al primo novembre 2016. Ingresso gratuito Leggi anche: Aurelio Andrighetto | L’arte è per tutti. Una conversazione con Mario Cristiani In copertina Maurizio Cattelan, Untitled, 2023. Particolare. Incisione a secco su carta cotone. Arte Mostre
October 25, 2026
Doppiozero
Odissea lavoro: quando il discrimine è la maternità
Con questo articolo inizia l’odissea nel mondo del lavoro, e in particolare, nel mondo delle lavoratrici. Dal reato di maternità ai lavori fake: ombre e luci del mondo lavorativo, nero su bianco. Quando una delle prime domande al colloquio di lavoro è: “Ha intenzione di avere figli?” oppure “Ha un marito, un compagno?”, bene sorella, scappa. Anzi no: ricorda al recruiter che queste domande sono illegali e fuori legge. Oppure, rimandale al mittente: “E lei, invece, ha figli? Davvero si? Allora mi riveli il suo segreto: come fa a conciliare lavoro e famiglia?”. Il mood è, sempre più spesso, questo: la candidata si siede per il colloquio e il recruiter – anzi, pardon, l’HR – il più delle volte il curriculum non lo ha neanche letto. In realtà, al netto delle competenze, il suo interesse principale è assicurarsi che quella donna che ha davanti non abbia nella sua testolina l’idea di diventare madre. Si perché poi magari inizierebbe il valzer delle assenze durante la gestazione, poi l’aspettativa post partum, poi le malattie del pupo. Quindi, a parità di titoli, viene spesso preferito un uomo. Senza contare il fatto che adesso anche lui ha diritto a permessi e aspettativa per l’accudimento dei figli. Per esperienza diretta, dagli anni ’90 a oggi è cambiato veramente poco nelle procedure di selezione, rispetto all’assunzione delle donne. Le stesse domande, lo stesso tono semi inquisitorio, la stessa discriminazione di genere. Certo, sono state emanate leggi per cercare di eradicare questa cattiva abitudine, però quello che si è ottenuto è, a conti fatti, solo il suo contenimento. Ossia: queste domande vengono ancora poste, ma in maniera più subdola. Secondo i dati diffusi da RaiNews nel secondo trimestre del 2026, il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni in Italia si attesta al 54,8%, a fronte del 71,9% maschile, registrando una differenza di 17,1 punti percentuali. Una differenza notevole che pesa come un macigno. La maternità era ed è vista come un ostacolo: ho assistito al licenziamento di una collega solo perché aveva deciso di sposarsi, allontanamento camuffato come “periodo di ferie” nel quale occuparsi del matrimonio e dal quale poi sarebbe tornata per rioccupare lo stesso posto. L’episodio più agghiacciante però è stato quando ho ascoltato una conversazione tra il capo e una dipendente, durante la quale lei gli comunicava di essere incinta. Le sue parole testuali sono state “sgravate come vacche”. Non credo che servano commenti. Ho visto colleghe assunte senza contratto, che accettavano di lavorare per bisogno, e poi venivano allontanate per avere commesso il reato di maternità. La domanda è: come risolvere la questione? Il nuovo decreto lavoro (decreto-legge 62/2026) ha introdotto, all’articolo 1, una importante misura: il Bonus donne 2026. Si tratta di un incentivo che prevede un esonero totale (100%) dai contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 riservato a donne in situazione di svantaggio : https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2026.05.bonus-donne-2026-guida-alle-assunzioni-con-sgravio-inps-100.html Sicuramente si tratta di una misura interessante, che però riduce la questione a un bonus, rimandando la questione fino a 24 mesi. Vale a dire che, dopo due anni, il bonus finirà e con esso, molto probabilmente, finirà anche il contratto. Perciò siamo alle solite: la coperta è troppo corta e la decisione è tra coprirci la testa o scoprirci i piedi. Mentre la spesa del riarmo aumenta, le politiche del lavoro stagnano. Il programma GOL – acronimo che sta per Garanzia Occupabilità Lavoratori – ha permesso la riqualificazione di migliaia di lavoratori e lavoratrici; tuttavia, per quelle di loro che hanno scelto obtorto collo di ritirarsi dal mondo del lavoro per accudire familiari, spesso anziani o portatori di handicap, quale rientro lavorativo si prevede? Come è possibile rientrare dopo anni di assenza, visto che l’età è forse uno dei primi ostacoli da superare per ricominciare un’attività? E perché il caregiving non viene considerato un lavoro a tutti gli effetti, con tanto di stipendio e contributi? Inizia qui il nostro viaggio nel mondo del lavoro. Ne vedremo delle belle, questo è sicuro. Stefania Catallo
October 24, 2026
Pressenza
CAROVITA & RIARMO: LA DIRETTA DAI CORTEI DI SABATO 24 OTTOBRE IN MEZZA ITALIA
Migliaia e migliaia di persone in piazza in Italia sabato 24 ottobre contro carovita, riarmo e l’ennesima militarizzazione delle città, dopo il fine settimana del 17 e 18 ottobre, segnato da una nuova forma di mobilitazione in particolare delle classi giovanili popolari. Il tutto in una giornata in cui il Viminale fa sapere ci siano state ben 4mila identificazioni,9 persone arrestate e ben 371 persone portate in questura, oltre a centinaia e centinaia di perquisizioni “preventive”, partendo da chat e social. Dentro questo clima da caccia alle streghe e da “Minority Report” rientra anche il fermo ai danni di un 30enne, ritenuto creatore e amministratore della pagina Instagram e della relativa community su Telegram “Movimento 17 ottobre”, nata dopo (e non prima) le proteste del fine settimana. Le accuse di reato, al momento ipotesi, sono istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, come prevede l’articolo 420 bis, fresco fresco di nuovo decreto legge. In questa ondata repressiva, nel pomeriggio sono partiti i cortei dalle varie città italiane, caratterizzati da una presenza spontanea e giovanile, ma pure da un ruolo molto più significativo giocato da movimenti sociali e organizzazioni di base. Non sono mancati scontri e cariche di polizia, in diversi casi con uso di idranti e fitti lanci di lacrimogeni, a corredo di gestioni di piazza muscolari: è il caso di Torino, Bologna, Firenze, Padova e Roma.  18.45 – Corteo selvaggio a Roma arrivato alla Stazione Termini. Migliaia i manifestanti 18.30– Concentramento in Piazza de Ferrari contro guerra e carovita. Diverse centinaia le persone presenti 18.20- I due cortei di Milano, quello per il Carovita da Cairoli e quello per la Palestina da Piazza Leonardo, si sono appena ricongiunti i Piazza della Repubblica e si stanno ora dirigendo verso Porta Venezia. Scontri all’altezza di Corso Venezia. Diecimila in manifestazione. Ore 18.00 – Scontri a Bologna con utilizzo di idranti contro i manifestanti, un giovane portato via in ambulanza. Ore 17.45- Diversi cortei stanno attraversando la citta di Milano Ascolta o scarica  Ore 17.30– Dopo alcune cariche il corteo è finalmente riuscito a partire uscendo da Piazza Castello, sono migliaia le persone alla manifestazione di Torino Ascolta o scarica  Ore 17.00 –  Oltre un migliaio di persone si sono riunite al momento in piazza del Nettuno, a Bologna. Il collegamento con Federico, della redazione Emilia-Romagna di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. Ore 16.50 – Migliaia di persone in Piazza Castello, a Torino. Si segnalano cariche di polizia all’ingresso di Via Po, la piazza rimane compatta. Ore 16.40 – A Napoli è partita da Piazza Garibaldi una manifestazione spontanea diretta verso piazza del Prebiscito. Ore 16.40 – A Milano il corteo spontaneo diretto verso Cairoli è stato bloccato a Lanza dalla polizia in tenuta antisommossa. Ascolta o scarica. Ore 16.25 – collegamento con Bergamo in una piazza studentesca molto partecipata promossa dall’Udu. Con noi Sara Agostinelli giornalista e nostra collaboratrice Ore 16.15 – ‘Soldi alla scuola non alla guerra. Dal nord al sud studenti ai lavoratori uniti contro il carovita’: aperto da questo striscione, è partito il corteo studentesco a Torino, uno di quelli previsti nel pomeriggio di oggi. Oltre duecento ragazzi e ragazze delle scuole superiori si sono mossi da piazza Arbarello per raggiungere – in base alle informazioni raccolte – il punto di ritrovo principale della manifestazione in piazza Castello. Il corteo sfida a suon di musica per le vie del centro storico. Fra i cartelli quello con la scritta “Non rubare il governo non ama la competizione”. Intanto continuano ad arrivare manifestanti in piazza Castello, dove sono presenti già migliaia di persone. Tra loro uno spezzone di studenti universitari dietro lo striscione “Contro guerra e carovita. 30 ottobre sciopero generale”, accompagnati dalle bandiere di Cambiare Rotta, Osa, Potere al Popolo e del sindacato Usb. Dalla piazza si sono levati cori contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e lo slogan “Noi la guerra non la paghiamo”.  La corrispondenza con Martina, compagna di Askatasuna. Ascolta o scarica. Ore 15.50 – A Milano ancora nessun annuncio delle piazze in cui si sarebbero svolte manifestazioni. Intanto la Digos avrebbe identificato un 30enne ricercatore e giornalista freelance  come il presunto creatore e amministratore della pagina Instagram e di alcune community Telegram chiamate “Movimento 17 ottobre”, nato dopo i fatti del fine settimana scorso. Il 30enne, è stato portato in Questura a Milano, mentre la Digos ha perquisito l’abitazione dei genitori, nell’est della provincia di Brescia. Il collegamento con Luciano Muhlbauer, compagno milanese e nostro storico collaboratore. Ascolta o scarica. 15.30 – A Firenze città anche qui militarizzata. In piazza Santa Maria Novella, l’ultimo luogo annunciato per il raduno dei manifestanti e senza ulteriori piazze indicate, sono presenti alcuni gruppi di giovani e giovanissimi. I manifestanti stanno cercando di concordare con le forze dell’ordine la possibilità di svolgere un corteo, presumibilmente in direzione del Duomo, e assicurano che sarà un’iniziativa pacifica. Ore 15.00 – Identificati decine e decine di giovani nell’area del centro di Roma durante i controlli preventivi della polizia.
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
A Roma protesta contro l’ENI: bloccato l’ingresso all’Auditorium
L’AZIONE DI ULTIMA GENERAZIONE IN UNA GIORNATA IN CUI CRESCE L’ONDA DELLA RABBIA SOCIALE E IL GOVERNO SCHIERA I DRONI ED ESERCITO CONTRO IL DIRITTO MANIFESTARE Il giorno dopo la trimestrale record di Eni, sponsor dell’Accademia di Santa Cecilia, 8 persone di Ultima Generazione si sono stese oggi sulla scalinata dell’ingresso dell’Auditorium della Pace. Erano le 14.30, poco prima della replica del Siegfried di Wagner con cui l’Accademia ha aperto la stagione sinfonica. Coperte da sudari in segno di lutto e da sacchi neri a simboleggiare il petrolio, hanno denunciato la sponsorizzazione di Eni, che ieri ha annunciato 2,8 miliardi di utile nel terzo trimestre, e la partnership con Cassa Depositi e Prestiti. Dopo 15 minuti sono arrivate le forze dell’ordine che hanno spostato le persone dalla scalinata di accesso portandole in questura. L’Accademia di Santa Cecilia è sponsorizzata da Eni e ha come partner Cassa Depositi e Prestiti che oltre alla cultura sponsorizzano gas e petrolio e si arricchiscono con la crisi del carburante. Anna, 21 anni, universitaria, ha dichiarato: “Sono una studentessa, il mio futuro lo stanno ammazzando! Mi stanno levando la voce, mi stanno facendo annegare. Io dovrei studiare, dovrei vivere, e voi dovreste sentirvi la responsabilità dei vostri figli. Questo governo, ENI e CDP dovrebbero sentirsi questa responsabilità. Un giorno io potrei avere dei figli come tutti voi, ma non me lo state dando questo futuro. I vostri soldi vengono usati per ammazzarci. Non è giusto, io combatto per il mio futuro e questo è quello che ci danno! Stiamo morendo, d’estate svengo dal caldo, vi sembra giusto tutto questo?” Bruno, 32 anni, pugliese, ha dichiarato: “Questi sudari simboleggiano il lutto degli autotrasportatori e degli agricoltori del sud che bloccano le strade perché il loro lavoro viene divorato dal caro carburante, il lutto – e la rabbia – delle studentesse e degli studenti e dei giovani delle periferie, lasciati abbandonati in presenza di disagio dinanzi ad un futuro ancora peggiore”. IL GREENWASHING MUSICALE DI ENI E DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI Eni e Cassa Depositi e Prestiti si fanno belli sponsorizzando eventi come questo; usano la cultura per farsi pubblicità. Non sappiamo quanto gli costano queste pubblicità. Sappiamo però che CDP ha finanziato con 650 milioni il gasdotto Mozambique LNG della Total , una di quelle opere che non dovremmo costruire se non vogliamo aggravare la crisi climatica. Sappiamo però quanto ha guadagnato Eni nell’ultimo trimestre: 2,3 miliardi, un miliardo in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Queste mentre gli autotrasportatori fanno la fame perché non riescono a pagare il carburante. La stessa crisi che affama gli uni fa ricchi gli azionisti e i manager del cane a sei zampe; la stessa dipendenza, quella dal gas e dal petrolio, che distrugge il clima e ci porta al collasso sociale, permette a Descalzi e ai suoi colleghi di farsi belli con i rendiconti trimestrali e di distribuire utili agli azionisti. Non è giusto, non è tollerabile. L’azione nonviolenta arriva in giorni di mobilitazione contro il riarmo e il caro prezzi . Il 16 ottobre gli studenti sono scesi in piazza in tutta Italia, 400 mila secondo gli organizzatori, al grido di “soldi alla scuola, non alla guerra”. Il 30 ottobre i portuali di oltre 40 porti europei e del Mediterraneo sciopereranno contro il traffico di armi, e anche gli studenti hanno annunciato la loro adesione. Il 20 novembre è previsto lo sciopero studentesco europeo contro la guerra. Ultima Generazione ci sarà. A SETTEMBRE E’ PARTITA LA NUOVA CAMPAGNA DI ULTIMA GENERAZIONE “Non con i nostri soldi” è la nostra campagna che invita a togliere conti e risparmi dalle banche che finanziano guerre, genocidio e fossili. Sono oltre 9.000 le persone che in pochi giorni hanno aderito a questa chiamata tramite appello. Cartella stampa su tutte le azioni organizzate da dicembre 2021 qui PROSSIMI APPUNTAMENTI: * Online – Oct 25, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Attivati contro la finanza tossica! * Online- Oct 27, 2026, 7:00 pm – 8:30 pm Disinvestiamo dalla finanza tossica! * Cagliari – Oct 29, 2026, 6:00 pm – 7:30 pm Disinvestiamo dalle banche tossiche! * Roma – Nov 13, 2026, 7:00 pm – 9:00 pm Docu-film Come se non ci fosse un domani * Online – Nov 15, 2026, 9:00 pm – 10:30 pm Presentazione online – Non con i nostri soldi! Ultima Generazione
October 24, 2026
Pressenza
Finito il bluff M1710. Era uno solo…
E’ stato fermato Youssef Siher, 30 anni, italiano di seconda generazione di origini marocchine, residente in provincia di Brescia, laureato, collaboratore presso l’Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi, giornalista free lance che aveva svolto uno stage seguito da un periodo di collaborazione con il Fatto quotidiano, peraltro interrotto da […] L'articolo Finito il bluff M1710. Era uno solo… su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Cisgiordania: visti revocati e arresti illegittimi
E’ questo il trattamento riservato agli italiani dalla cosiddetta “unica democrazia del Medio Oriente”. L’Italia e l’Europa – proxy informali di Israele – intensificano sorveglianza, repressione e militarizzazione “C’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia – e addirittura la sola in “medioriente”? Il Governo italiano risponde con il nuovo Decreto Sicurezze già in azione contro gli scioperi dei trasportatori al Sud. Mentre le forze di occupazione sioniste danno seguito alle operazioni di distruzione sistematica dei villaggi palestinesi in Cisgiordania, servendosi dei coloni, dodici persone, di cui cinque italiane, sono state sequestrate dall’IOF nel villaggio di al-Bweib , vicino a Hebron (nome originario arabo Al-Khalil ), nel sud della Cisgiordania. Partecipavano alle attività di raccolta delle olive e di protezione degli agricoltori palestinesi. La polizia israeliana ha dichiarato che gli attivisti stavano partecipando alla raccolta delle olive in una zona militare riservata senza coordinarsi con le autorità israeliane (un’accusa usata in passato anche in modo pretestuoso per ostacolare palestinesi e attivisti). Questa settimana nella zona erano già stati fermati e poi espulsi altri due attivisti italiani, Alberto e Manuel Tartarotti, padre e figlio di Bolzano, con l’accusa di terrorismo. Inutile dire che le accuse sono del tutto infondate: gli attivisti facevano parte della carovana umanitaria “Youth of Sumud” impegnata nel sostegno alla comunità palestinese durante il periodo della raccolta delle olive. Uno dei due, Manuel, ha raccontato alla stampa di essere stato bendato e rinchiuso nel retro di un blindato, picchiato e trattenuto illegalmente – o per meglio dire, rapito – per due giorni, al termine dei quali è stato rilasciato ed espulso con divieto di ingresso per i prossimi 10 anni. Contestualmente, è stato revocato il visto a Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle, la cui “colpa” è quella di aver denuncia il genocidio in corso a Gaza e l’illegittimità dell’occupazione dei territori palestinesi. La motivazione fornita dalle autorità sioniste – “le circostanze relative al suo caso sono cambiate” – non nasconde la realtà: le viene vietato l’ingresso per aver fatto il proprio dovere di parlamentare – e di essere umano. Una domanda a questo punto diventa indifferibile: c’è ancora qualcuno che crede che lo Stato sionista sia una democrazia? – e addirittura la sola in Medio Oriente? Uno Stato che dalla sua fondazione occupa e devasta le terre altrui, che vieta l’ingresso ai dissidenti, che pratica la pulizia etnica e la segregazione come elementi fondanti del suo sistema sociale, che arresta ed espelle senza legittimità attivisti disarmati impegnati nella solidarietà con il popolo palestinese, può definirsi una “democrazia”? La risposta è nei fatti, e i fatti parlano di un regime che commette crimini e viola il diritto internazionale, in ogni sua forma. L’ALLINEAMENTO EUROPEO: SORVEGLIANZA, REPRESSIONE, MILITARIZZAZIONE Quanto accaduto a Manuel, Alberto e Stefania è parte di un sistema repressivo coordinato che permette ai governi europei di agire come proxy di Israele, criminalizzando la solidarietà con la Palestina e colpendo chiunque osi denunciare il genocidio. Le misure adottate in tutta Europa compongono un quadro coerente, fondato su sorveglianza, repressione e militarizzazione. In Germania si moltiplicano le banche dati di polizia dedicate ai movimenti pro-Palestina; in Francia le misure amministrative di controllo giudiziario e le interdizioni dal territorio vengono utilizzate per monitorare e neutralizzare preventivamente i dissidenti; in Italia le relazioni dei servizi e i dossier trasmessi alle procure disegnano una mappa del dissenso che precede e orienta l’azione repressiva. Non si tratta di prevenzione del reato, ma di sorveglianza politica di opinioni e appartenenze. L’Europa ha compiuto una scelta di campo strutturale. L’aumento delle spese militari è diventato il vincolo principale delle politiche di bilancio; i programmi di riarmo non sono più oggetto del dibattito democratico; la ricerca è sempre più orientata verso il dual-use. Si prepara una generazione alla cultura della guerra attraverso la militarizzazione della scuola, le forze armate e le aziende della difesa entrano negli istituti scolastici attraverso progetti didattici e percorsi di orientamento, mentre il welfare viene smantellato per finanziare gli armamenti. Sul piano della repressione, in Germania, cinque attivisti pro-Palestina – cittadini britannici, spagnoli, irlandesi e tedeschi – sono detenuti da mesi in cinque carceri diverse, accusati di “associazione a delinquere” per aver protestato contro Elbit Systems, il maggiore produttore di armi israeliano, e rischiano pene fino a 20 anni. Il loro processo è stato definito dalle stesse difese un “ show trial ” politico, con detenzioni che superano i limiti di legge. A Praga , Youssef Moursi, studente egiziano di 25 anni, è in carcere preventivo da sei mesi con l’accusa di “terrorismo” per un incendio mai provato; i primi tre mesi li ha trascorsi in isolamento – una tortura psicologica, come ha denunciato lui stesso, per “spezzare” gli attivisti. Nel Regno Unito, attivisti di Palestine Action sono stati condannati con l’accusa di “reato terroristico” per aver danneggiato una fabbrica di armi destinata a israele. Il denominatore comune: ” Chi tocca gli interessi dell’industria bellica e quindi dello stato sionista viene trattato come un terrorista “. E l’Europa, invece di difendere i diritti dei propri cittadini, si allinea supinamente a questa narrazione, trasformando le proprie procure e le proprie polizie in strumenti di una repressione che serve gli interessi di Tel Aviv. IL NUOVO DDL SICUREZZA: IL “MODELLO ISRAELE” ATTECCHISCE I governi occidentali sono ottimi allievi dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, l’Italia al primo banco. La deriva repressiva arriva anche da noi, con il nuovo, ennesimo, DDL Sicurezza , approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre 2026. Il provvedimento – che si somma al decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23, convertito nella legge n. 54 del 24 aprile 2026– introduce misure “ di dubbia costituzionalità ” e “ destinate a restringere ulteriormente gli spazi di libertà e di manifestazione ”. Il nuovo testo estende il fermo preventivo a 24 ore e applicabile anche ai minorenni (con presunzione di imputabilità dai 14 anni), introduce il reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche” che punisce con pene fino a 12 anni chi organizza o promuove gruppi di protesta, prevede sanzioni amministrative ai genitori dei minori coinvolti, il divieto di raduno per i minorenni e l’arresto in flagranza differita basato su immagini e video. A tal proposito, è importante ricordare che il 30 settembre è entrato in vigore il Decreto Legislativo n. 160/2026, che consente alle forze dell’ordine di utilizzare l’intelligenza artificiale per l’identificazione degli individui, senza la necessità di beneplacito di un giudice. A tutto questo si aggiunge l’invio di 500 militari a Milano per il controllo del territorio. Il decreto si inserisce in un momento storico di particolare consapevolezza: nell’anno appena trascorso abbiamo assistito ad arresti di massa, processi alle intenzioni, profilazione dei manifestanti e narrazioni mediatiche a dir poco inverosimili, elementi che contribuiscono alla percezione della norma come strumento di punizione, che potrebbe colpire chiunque, anche chi manifesta in modo pacifico. Il decreto intende rispondere alle questioni sociali, economiche e democratiche che affliggono il paese trasformandole in problemi di ordine pubblico, con la restrizione degli spazi del dissenso e colpendo l’agibilità dell’azione sindacale, sociale e democratica. Lo stato sociale è definitivamente sostituito con lo stato di Polizia, ne è una prova la repressione in corso contro gli scioperi dei trasportatori. Global Sumud Italia Mail : it-media@gmtgaza.org – gsf.italia.stampa@proton.me Global Sumud Flotilla
October 24, 2026
Pressenza
Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma
L’isterica militarizzazione che il governo ha imposto sulle principali città italiane in risposta alle manifestazioni e agli scontri della scorsa settimana, ha prodotto risultati diversificati. Il clima plumbeo intorno alla misteriosa convocazione di una nuova giornata di turbolenze sociali da parte del sedicente “Movimento 17 ottobre”, ha visto migliaia di […] L'articolo Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma
Ultim’ora. Nonostante la militarizzazione migliaia e migliaia di persone, in larghissima parte giovani e giovanissimi, sono scese in piazza nelle principali città contro il governo. Di seguito una cronaca della giornata. L’isterica militarizzazione che il governo ha imposto sulle principali città italiane in risposta alle manifestazioni e agli scontri della […] L'articolo Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
COFFEE KILLAH #100: ROOTS ADDICTION PRESENTA SANDEENO
ROOTS ADDICTION PRESENTA SANDEENO podcast https://radio.sonarproject.net/media/podcast/2627/redvibes/coffe/coffe24102026.mp3 Incredibile ma vero, siamo arrivati al 100° Coffee Killah, il digestivo reggae di R&D Vibes. Per questa occasione speciale, Mr Green ha voluto dedicare il “best of” settimanale a un artista che ci lasciava proprio nell’ottobre del 2018 e che ha segnato sin dagli albori le selezioni del Roots Addiction Sound System. Nato a Birmingham, in UK, cresce nella parrocchia giamaicana di Manchester dove muove i primi passi da dj col nome di Superman al fianco di un altro selecta locale chiamato Spiderman, con cui nell’84 registra un album per Ranking Joe tra gli studi di Harry J’s e Channel One. A seguito di numerose e illustri collaborazioni (King Jammy’s, Penthouse, Steely & Clevie, Outernational Records, ecc.) nel ‘93 il duo si scioglie e Superman comincia una carriera da solista con un altro nome d’arte pubblicando il suo primo disco Gangster per l’etichetta Black Roots. A questo ne seguirono molti altri in cui le sue doti da cantante emersero e se possibile superarono quelle da disc-jockey, con hit come Teardown Babylon o Nah Go Down Deh che non hanno bisogno di presentazioni e che non troverete in questo viaggio di mezzora più ricercato in compagnia della musica dell’indimenticato Sandeeno.
October 24, 2026
RadioSonar.Net
Addio alle armi
Come ogni anno il 4 novembre si «celebra» la giornata nazionale delle forze armate, fissata con la Legge 1 marzo 2024, n. 27, che ne ha ribadito ufficialmente il valore storico, civile e di coesione nazionale. Da diversi anni ormai all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università arrivano segnalazioni da tutto il territorio nazionale di coinvolgimento delle scuole nella «celebrazione» di questa giornata, proposta alle scuole con modalità ambigue e non rispettose degli organi collegiali. È estremamente importante interrompere la normalizzazione di questi eventi e per questo mettiamo a disposizione di studenti, studentesse, genitori e docenti il nostro Vademecum contro la militarizzazione delle scuole per opporsi, con tutte le coperture normative, a questi eventi. Consultatelo, adeguatelo alla vostra specifica situazione e usatelo! Usate anche la stampa locale per denunciare la complicità delle scuole nella militarizzazione della società. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università vi sosterrà e rilancerà le vostre lotte. Inoltre, per contrastare questa deriva militarista nel nostro Paese con una adeguata presa di coscienza su ciò che sta accadendo a livello nazionale e internazionale, l’Osservatorio ha organizzato un Corso di Formazione con esonero dal servizio per la giornata del 4 novembre in collaborazione con il Polo Europeo della Conoscenza – I.C. Bosco Chiesanuova di Verona dal titolo “Impatto e prevenzione dei modelli violenti nella società e nei mass media”. Clicca qui per l’iscrizione. Infine, per il pomeriggio del 4 novembre invitiamo le realtà territoriali e le associazioni pacifiste, antimilitariste e nonviolente a mobilitarsi per  una giornata di mobilitazione in piazza atta a promuovere la cultura della pace per opporsi alla crescente militarizzazione di ogni spazio sociale. Seguite le nostre pagine per rimanere aggiornat@ sulle piazze che si stanno attivando in tutto il Paese con lo slogan Il 4 novembre non è la nostra festa! Contro la militarizzazione delle scuole, avanti con l’obiezione di coscienza totale e collettiva! Mercoledì, 4 novembre 2026, ore 8.30 -13.00 online Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da una pervasiva esposizione a linguaggi complessi, tecnologie digitali e rappresentazioni mediali ad alto contenuto di aggressività, la scuola si trova ad affrontare sfide educative senza precedenti. Per rispondere a questa urgenza pedagogica, la rete di istituzioni educative Polo Europeo della Conoscenza – I.C. Bosco Chiesanuova, in collaborazione con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promuove un importante incontro di formazione online dedicato a docenti e genitori. Questo corso di formazione rappresenta un’opportunità fondamentale per riaffermare il ruolo centrale degli adulti di riferimento, come presidio di pace, dialogo e consapevolezza critica. L’iniziativa si propone di fornire strumenti critici e metodologici per decodificare e disinnescare i modelli di violenza presenti nella società contemporanea, promuovendo al contempo pratiche pedagogiche orientate alla cultura della pace e della nonviolenza. Attraverso un percorso articolato in quattro moduli interconnessi, esperti di rilievo accademico e culturale analizzeranno le diverse sfaccettature del problema: qui il programma: Convegno di formazione 4 novembre: “Impatto e prevenzione dei modelli violenti, della società e nei mass media”   Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
October 24, 2026
Pressenza
Trump: “Fermeremo una nave di fronte a Cuba di ritorno dall’Iran”
Le pressioni nei confronti del governo cubano da parte statunitense non si fermano: Donald Trump ha minacciato di inviare una nave da guerra sulle coste dell’isola, con lo scopo di forzare “un accordo”. Trump ha assicurato – in un evento della campagna elettorale in vista delle prossime elezioni di medio termine della prossima settimana, tenutosi nello stato della Florida – che avrebbe fatto fermare una delle navi da guerra che oggi si trovano in Medio Oriente per la guerra contro l’Iran, “a circa 50 iarde dalla costa” cubana. “Faremo una piccola sosta. In realtà, quello che faremo riguardo a Cuba è passare da lì al ritorno dell’Iran. Quelle bellissime navi passeranno davanti a Cuba. Faremo in modo che una di loro si fermi a circa 50 iarde dalla costa. Il governo cubano alzerà le mani, e poi manderemo Marco Rubio per chiudere l’accordo”, ha detto Trump. In risposta alle nuove minacce di Trump il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha sottolineato che il suo paese ha raggiunto la sua vera indipendenza il 1° gennaio 1959 ed è disposto a difenderla. “Il governo degli Stati Uniti chiarisce che non rinuncia alle sue ambizioni di dominio su Cuba. È bene ricordare che noi cubani abbiamo raggiunto la nostra vera indipendenza dal 1° gennaio 1959 e siamo determinati a difenderla. Cuba non è una minaccia, il blocco sì”, ha scritto Díaz-Canel su X. Gli attacchi all’isola fatti da Trump sono stati respinti anche dal ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, che, oltre a ripudiare “l’attuale ambizione” statunitense sul paese delle Antille, ha avvertito che sulle sue “coste ci sono belle spiagge, ma anche persone arrabbiate, per coloro che arrivano con scopi ostili e desiderio di dominio”. La Cia intanto ha lanciato appelli ai cubani per collaborare con l’agenzia al fine di arrivare a un cambio di governo sull’isola. A questi appelli ha risposto ironizzando il viceministro degli Esteri cubano, Carlos Fernández de Cossio su X sostenendo che “Ora gli Stati Uniti si lanciano in campagne di reclutamento pubbliche per la Cia”. “Deve esserci molta disperazione o miseria tra i ranghi dell’agenzia, se si vede costretta a vendere le proprie offerte come un tubetto di dentifricio”, ha aggiunto. Non è la prima volta che il presidente degli Stati Uniti minaccia di aggredire militarmente l’isola. Lo scorso 4 giugno ha dichiarato: “Ci occuperemo – di Cuba – non appena avremo finito con l’Iran. Mi piace fare una cosa alla volta”. E lo scorso aprile, ha promesso esattamente la stessa cosa: suggerendo che il paese caraibico sarebbe stato un nuovo bersaglio per le azioni belliche da parte di Washington. Tutte minacce queste ben accolte da una parte della dissidenza cubana negli Stati Uniti che controlla diversi media lautamente finanziati dall’amministrazione statunitense. Un manipolo di personaggi foraggiati per sostenere le politiche aggressive di Donald Trump. Infatti le ultime minacce sono state pronunciate proprio in Florida, nuova patria di questi amanti del popolo cubano che lottano per riportare la democrazia sull’isola a suon di bombe. La Florida, uno stato governato dai repubblicani, ma che è in bilico alle prossime elezioni.     Andrea Puccio
October 24, 2026
Pressenza
India: in migliaia in corteo ieri a Delhi, la protesta non si arresta
La dura repressione delle scorse settimane non è riuscita a intimidire il movimento di protesta che dai primi di ottobre sta infiammando le principali città dell’India, per denunciare l’inaccettabilità di quelle misure che, per decreto del Presidente della Commissione elettore centrale Gyanesh Kumar, priverebbero del diritto di voto oltre 130 milioni di indiani, per lo più appartenenti alla minoranza musulmana.  Inaugurata il 2 ottobre scorso, questa mobilitazione aveva subito un’immediata e durissima repressione con la manifestazione immediatamente convocata per il sabato successivo (10 ottobre): decine di treni cancellati, stazioni presidiate, servizio internet sospeso per ore, controlli lungo tutte le maggiori arterie di accesso alla capitale per impedire la partecipazione dei manifestanti da altre zone dell’India e parecchi arresti preventivi, persino tra giornalisti e operatori media piuttosto in vista. Per esempio nel caso del popolarissimo Dhruv Rathee (You Tuber che conta oltre 42 milioni di utenti!) che è stato prelevato dal suo domicilio – e poi quasi subito rilasciato data la popolarità del personaggio.  Non così immediata purtroppo la liberazione di alcuni studenti, considerati leader della mobilitazione. Abhijeet Dipke, Saurav Das, Ashutosh Ranka, la formidabile Neha Bora: per loro la detenzione è durata qualche giorno e non è stata una passeggiata. Per spiegare quindi le ragioni che hanno portato di nuovo in piazza ieri questo movimento, va sottolineata la particolare gravità, anche sul piano sociale, di quel provvedimento che vorrebbe escludere 130 milioni di nominativi dalle liste elettorali: in India il diritto di voto non è solo una prerogativa di democrazia, ma è legato a minime garanzie di welfare, che risulterebbero inaccessibili per una ancor più immensa popolazione di “esclusi”, nella (cosiddetta) “democrazia più grande del pianeta”. E così ieri, venerdì 23 ottobre, al movimento degli “scarafaggi” (come ironicamente si era autodefinita quella straordinaria mobilitazione studentesca, che per tutta l’estate aveva presidiato pacificamente il centro di Delhi), ecco aggiungersi tante altre sigle di organizzazioni e coalizioni, convergenti nella fondamentale rivendicazione di giustizia, con parità di tutele sul fronte elettorale come dell’uguaglianza sociale.  SFI (Federazione degli Studenti Indiani), AIDWA (Associazione delle Donne Democratiche), AIDSO (Associazione degli studenti democratici), KYS (Fronte giovanile rivoluzionario), AISA (Associazione Studentesca Panindiana), DYFI (Federazione Giovanile Democratica dell’India), l’anziana e sempre molto presente Brinda Karat in rappresentanza del CPI (il “Partito Comunista Indiano” tutt’altro che scomparso), e soprattutto SKM, il “Samyukt Kisan Morcha”, importante coalizione dei movimenti contadini, che ha già annunciato altre iniziative per i prossimi giorni. foto dalla pagina social di Samyukt Kisan Morcha, rete di associazioni contadine Davvero notevole, superiore a ogni aspettativa, la molteplicità di striscioni e cartelli visibili nel colorato serpentone di ieri, che invano ha tentato di raggiungere il centro di Delhi in località Jantar Mantar, tradizionale teatro in India di ogni genere di protesta, resa però inaccessibile anche questa volta dalla massiccia presenza delle Forze dell’Ordine.  Diversi leader giovanili hanno affermato che l’obiettivo alla base del movimento contro i brogli elettorali è quello di proteggere la democrazia e i diritti fondamentali del popolo. E hanno ribadito che non si fermeranno finché Gyanesh Kumar (Presidente della Commissione Elettorale) non verrà destituito e tutte le irregolarità nel processo elettorale non saranno corrette.  Hanno inoltre denunciato l’impunità concessa alle forze di sicurezza per attaccare studenti, giovani e leader dei partiti di opposizione che cercano di far sentire la propria voce: misure repressive decisamente sproporzionate quelle adottate dal governo Modi il 10 ottobre scorso, e lesive del fondamentale “diritto di protesta” sancito dalla Costituzione indiana.  Ma anche ieri, come già il 10 ottobre scorso, si sono verificati nuovi arresti: un centinaio secondo le ultime stime. Che non mancheranno di infiammare il dibattito nei prossimi giorni, e sicuramente coinvolgere nella mobilitazione anche altre città dell’India oltre a Delhi. volantino di convocazione della manifestazione   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza
La nuova generazione tarantina
«Taranto libera!». Questo il grido di dolore della manifestazione organizzata da un gruppo di associazioni lo scorso 17 ottobre. Un grido che ha fatto rumore e che ha portato in piazza almeno 15.000 persone, nonostante il boicottaggio di tutti i media nazionali. Libera dagli oppressori. Libera da chi dice di pensare al futuro dei giovani del paese e poi legifera affinché i giovani scappino dall’Italia. Taranto è una città da cui si scappa. Non per scelta, ma perché chi siede ai tavoli decisionali in tutti questi anni della vertenza Ilva ha prodotto solo decreti che hanno allungato l’agonia di una fabbrica che doveva chiudere già nel 2012, quando la giudice Todisco ordinò il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento perché nocive per i lavoratori e le lavoratrici e per i cittadini e le cittadine. Quel grido era rivolto anche chi, nel movimento sindacale, si ostina a difendere la continuità produttiva, chiedendo che gradualmente la produzione possa passare a forni elettrici alimentati con il preridotto prodotto nei forni Dri (Direct Reduced Iron), nonostante sia noto quanto pericoloso per la salute umana continuare a produrre a carbone durante il tempo necessario (almeno 10 anni) per una tale trasformazione graduale. Io sono un cassaintegrato della fabbrica a zero ore dal 2018. Già in precedenza però, nonostante l’azienda guidata allora dai Riva tra il 2008 e il 2009 si apprestasse a fare record di produzione, gli operai di alcuni reparti dell’area a freddo dell’Ilva di Taranto – principalmente tubificio e rivestimento tubi, ossia la stessa area che oggi tutti dicono che debba continuare a produrre – chiudeva e gli operai di quei reparti erano posti in cassaintegrazione. Alcuni di questi operai da allora non sono mai più rientrati in fabbrica. Io sono stato più fortunato, avevo chiesto lo spostamento di reparto per altri motivi come ho raccontato nel libro Malesangue. Sono un operaio che è stato spostato in un reparto dell’area a caldo mentre i padroni facevano i soldi e a noi abbassavano il salario.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE LA CRISI DI TARANTO Francesco Bagnardi La mia è una voce di chi oltre a sapere cosa significa essere un cassaintegrato può testimoniare anche cosa vuol dire beneficiare dei «contratti di solidarietà», ammortizzatore sociale che solitamente dovrebbe essere applicato in aziende con numeri modesti, dove è possibile fare una rotazione tra lavoratori e lavoratrici. Il concetto di fondo di questo ammortizzatore sarebbe «lavorare meno per lavorare tutti». Mi chiedo e vi chiedo, questo concetto è stato rispettato in Ilva dal 2014? Realmente tutti i lavoratori e le lavoratrici si sono alternati alla stessa maniera? E i capi questa rotazione l’hanno fatta? Non mi pare proprio. Anzi sono certo che non ci siamo alternati in modo equo, anche perché un’azienda come l’Ilva, grande due volte e mezzo la città di Taranto e con al suo interno tanti reparti uno diverso dall’altro, dove il rischio di farsi male è sempre in agguato e dove ci sono stati 11 morti sul posto di lavoro dal 2012 a oggi, questa rotazione equa è quasi impossibile. Il mancato rispetto di questo principio la dice lunga su come negli ultimi vent’anni è stata gestita la vertenza tarantina. I soldi pubblici sperperati per i contratti di solidarietà potevano essere utilizzati per aziende più piccole, dove davvero la rotazione poteva essere applicata. Tutta la vicenda Ilva del resto ha prodotto aspettative e accordi mai rispettati fino in fondo, basti pensare all’accordo del 2018 che prevedeva il reintegro in fabbrica degli operai Ilva in Amministrazione straordinaria, di cui io faccio parte. Un reintegro che da contratto doveva avvenire tra il 2023 e il 2025 mentre ancora oggi io non conosco il mio futuro, non so di che morte devo morire. Nessuno ci sa dare spiegazioni né informazioni. Quello di cui io sono sicuro è che, in ogni caso, sono un esubero. Anche se la fabbrica dovesse continuare a produrre a ciclo integrale infatti, con una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, io operaio Ilva in As sarei comunque un esubero, così come lo sarebbero anche altri 2-3.000 operai di Acciaierie Italia, visto che per essere economicamente sostenibile il parametro che si dovrebbe rispettare tra produzione e forza lavoro impiegata è 1 milione di tonnellate di acciaio prodotto ogni 1.000 operai. Con 6 milioni di tonnellate prodotte servono quindi 6.000 operai. Se la produzione da ciclo integrale dovesse invece trasformarsi in «decarbonizzata», con forni Dri e forni elettrici, questa trasformazione degli impianti – sempre che sia davvero tecnicamente possibile, cosa che dubito – potrebbe avvenire non prima di 10 anni. Ancora però non è dato sapere chi sarebbe in grado di garantire l’investimento economico necessario per questo cambio di tecnologia, né dove sono i progetti. In realtà al momento non esiste né un piano industriale né un piano ambientale. Sicuramente però, se la produzione si dovesse trasformare con una nuova area a caldo con forni elettrici, io sarei comunque un esubero visto che da studi fatti risulta che il personale di cui questi impianti hanno bisogno è nettamente inferiore, ossia servirebbe un terzo della forza lavoro attuale, e allo stesso tempo si inquinerebbe di meno ma non si eliminerebbe il problema inquinamento che uccide i cittadini di Taranto e i suoi operai. Alla fine in questo modo la città morirebbe definitivamente sia a livello sanitario che a livello socioeconomico. La «monocultura dell’acciaio» imposta a Taranto se negli anni Settanta e Ottanta ha effettivamente portato benessere ha poi prodotto il suo contrario: Taranto è sempre più spesso agli ultimi posti nelle graduatorie sulla qualità della vita. Per questo insistere su questa monocultura, anche se con termini come ambientalizzazione, decarbonizzazione e idrogeno, è un’ostinazione della maggioranza delle forze politiche e sindacali ma a cui non credono più nemmeno i padroni. Nessun acquirente si è fatto avanti e sono dieci anni che l’attività produttiva va avanti solo grazie a decreti e rinnovi delle prescrizioni ambientali.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE DISINNESCARE LA BOMBA DELL’EX ILVA Virginia Rondinelli Nella realtà quindi, la decarbonizzazione non risolverebbe il problema dell’occupazione perché gli esuberi sarebbero comunque tanti, così come non risolverebbe fino in fondo la questione sanitaria. Per questo la grande manifestazione del 17 ottobre ha chiesto la bonifica della fabbrica a carico dello Stato. Secondo il principio europeo di «chi inquina paga», infatti, chi ha inquinato le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria è lo Stato. Dal 1961 al 1995 in modo diretto con l’Italsider, di proprietà dell’Iri, poi con i vari Commissari e con gli aiuti di vario tipo agli imprenditori privati.   Del resto solo se le bonifiche le fa lo Stato, formando gli operai diretti e dell’indotto dell’Iva, avremo la garanzia che siano realmente eseguite. Abbiamo i migliori carpentieri del mondo per poter smantellare gli impianti, abbiamo i gruisti, i meccanici, i saldatori, i tecnici: tutta la forza lavoro necessaria. Solo se lo Stato si fa carico delle bonifiche io forse non sarò più un peso per la società e rientrerò nel mondo del lavoro. Dall’aprile 2024 il Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui faccio parte, l’Associazione Genitori Tarantini, il sindacato Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (Lmo) e Tracce hanno dato vita a un nuovo soggetto: «L’onda del futuro». Un soggetto nato per ricompattare le realtà associative che, al di fuori della politica partitica, hanno continuato a lottare per la chiusura dello stabilimento e perché nessun lavoratore e nessuna lavoratrice di quella fabbrica perda il reddito. Abbiamo cercato, con la manifestazione del 17 ottobre, di riavvolgere il nastro che nel 2012 era riuscito a portare in piazza 30mila persone, con uno striscione a testa del corteo dove c’era scritto «Taranto libera». Questa volta lo striscione di apertura recitava: «Ci avete tolto tanto, ci prenderemo tutto». I giovani di Taranto vogliono decidere il proprio futuro, riprendersi la libertà in una città colonizzata dalla fabbrica della morte ma anche da Eni, Marina militare e discariche di ogni tipo. La sentenza della Corte d’Appello che ha definito i 90 giorni per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo e i ricorsi intentati dai commissari hanno impresso l’urgenza di rendere chiara la posizione delle realtà che in città si battono da anni per far prevalere il diritto alla salute sul profitto di una fabbrica mortale. Il nostro obiettivo è smontare la narrazione mainstream, mostrare l’assoluta solidarietà verso ogni lavoratore e lavoratrice della fabbrica, dell’indotto, di tutte le categorie penalizzate, fino alle migliaia di disoccupate e precari che a Taranto devono scegliere se morire di fame o di lavoro, se restare o partire, se riprodursi o rassegnarsi a un’aridità imposta per il profitto altrui. Nella settimana che ha preceduto il corteo invece si è perpetrato l’ennesimo abuso su tutte e tutti noi, esasperando la strategia della contrapposizione per far scoppiare una guerra sociale vera e propria: operai contro operai, operai contro cittadini e viceversa. Purtroppo a enfatizzare la crisi sociale come esito della probabilissima chiusura della fabbrica non sono stati solo i commissari, che lavorano per atti amministrativi e intese con il governo, ma anche le principali forze sindacali, che mi hanno anche impedito di prendere la parola per spiegare le nostre ragioni nell’assemblea di operai convocata davanti alla fabbrica. Nonostante ciò, la manifestazione del 17 ottobre ha trovato un’enorme risposta dalla comunità tarantina e tanta vicinanza dalle lotte, vicine e lontane, che in presenza o con una marea di messaggi hanno reso pubblica la loro solidarietà alla città in corteo. Taranto è stanca, ha già dato tanto, merita di essere risarcita. Come ribadito nel documento politico della manifestazione, la classe operaia e la cittadinanza sono unite: non si possono abbandonare i lavoratori dopo averli sfruttati, così come non si possono giustificare produzioni nocive per la salute umana in nome del lavoro. Se il lavoro deve essere dignitoso come ci raccontano, devono rispondere alla domanda che noi ci poniamo da anni: quanto è dignitoso un lavoro che uccide i lavoratori e i loro familiari? Sabato 17 ottobre Taranto è stata un fiume in piena. Questa è stata la risposta che aspettavamo con trepidazione e finalmente è arrivata. Dritta al cuore. C’era gente ovunque, con gli sguardi pieni di fiducia che incrociavano quelli di bambine e bambini, tantissime ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni che avevano sfilato con noi nel 2012. È la nuova generazione tarantina che sa cosa vuole per gli anni a venire, che ha gli occhi aperti su un passato di cui non ha colpa e lo sguardo rivolto al futuro che vogliono costruire. Ce lo hanno raccontato in tanti modi, cartelloni, striscioni, poesie, disegni e musica. Una girandola di colori a cui Taranto ha tributato uno dei suoi tramonti meravigliosi. *Raffaele Cataldi, nato a Taranto nel 1971, è un operaio dell’Ilva dal 1997, un allenatore di portieri di calcio e un ultras della squadra della sua città. È stato un militante sindacale della Fiom per poi fondare, insieme ad altri, il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. È autore di Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La nuova generazione tarantina proviene da Jacobin Italia.
October 24, 2026
Jacobin Italia
MILANO MA NON SOLO: PERQUISIZIONI E POLIZIA OVUNQUE VERSO I CORTEI DEL POMERIGGIO.
In Italia si moltiplicano gli allarmi e gli annunci di misure repressive, mentre ci si prepara comunque a scendere in piazza nel pomeriggio di sabato 24 ottobre, contro carovita, riarmo e città solo per ricchi (e polizia). La neonata pagina social Movimento 17 Ottobre ha annunciato ieri un cambio di strategia: niente più cortei con percorsi prestabiliti, ma concentramenti in luoghi che verranno comunicati soltanto all’ultimo momento. Spiegando di non volersi trovare di fronte piazze già blindate, invitando a seguire i canali social dove alle 14.30 annunceranno i nuovi concentramenti delle manifestazioni. Intanto, da nord a sud, si moltiplicano le operazioni di polizia. Questa mattina sono state effettuate oltre 150 perquisizioni tra Milano, Monza e altre venti città. I provvedimenti richiamano l’articolo 41 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, che consente perquisizioni urgenti in presenza di specifici presupposti legati al sospetto di detenzione illegale di armi o munizioni. Secondo i verbali, l’indagine sarebbe partita da una chat WhatsApp con numerosi partecipanti, individuata attraverso il telefono di una persona indagata per i fatti del 17 e 18 ottobre. Gli inquirenti segnalano messaggi che giudicano istigatori. L’operazione odierna fa seguito a una prima ondata di controlli scattata ieri che aveva preso di mira circa 100 persone.  Le perquisizioni scattano così a poche ore dalla mobilitazione, convocata attraverso i social, mentre a Milano si prepara un imponente dispositivo di forze di polizia. Sono previsti infatti almeno mille agenti tra Polizia e Carabinieri, in tenuta antisommossa e in borghese, oltre a più di 300 agenti della Polizia Locale e a 500 paracadutisti della Folgore. È inoltre contemplato l’impiego di droni per la sorveglianza dall’alto. Vietati presidi e cortei nelle aree tra San Babila, Cairoli e piazza Duomo, Garibaldi e Porta Venezia. Previsti anche primi controlli nelle stazioni ferroviarie della Lombardia. Il punto con Demetrio del portale Milano in Movimento Ascolta o scarica  A seguito delle centinaia di fermi eseguiti dalle forze dell’ordine – molti dei quali hanno riguardato ragazzi giovanissimi e minorenni – una rete nazionale di associazioni della società civile (tra cui Arci, Amnesty International Italia, Un Ponte Per, A Sud, Giuristi Democratici e Legal Team Italia) ha attivato e promosso le attività di HubForDefenders. L’obiettivo è quello di offrire un team legale per tutelare i diritti civili e lo spazio pubblico, rispondendo alle decine di richieste di assistenza e segnalazioni critiche arrivate in particolare dalle famiglie dei minori trattenuti o fermati a Milano. Questo pomeriggio HFD sara’ presente a Milano con un gazebo in Piazza dei Mercanti per il monitoraggio della situazione, per la difesa legale di eventuali fermati con annesso punto di pronto soccorso. Un altro team si muovera’ a piedi per le piazze del centro. Sentiamo Andrea Cegna nostro collaboratore Ascolta o scarica 
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Milano, flash mob per la libertà di tutti i prigionieri politici palestinesi – VIDEO
Preparato a lungo, centinaia di nomi dei prigionieri politici palestinesi scritti su stoffe, si erano cercati tutti, ma nessuno li aveva. Prove, istruzioni, dettagli, tutti i compiti curati. Comunicazioni alla Questura, ricerca e attenzione per gli ultimi particolari. Si arriva al giorno fissato, venerdì 23 ottobre e piove. Le previsioni sono incertissime, l’appuntamento è alle 17.45 per iniziare puntualissimi alle 18, la luce naturale ci darà mezz’ora di tempo. Sappiamo che sabato, la piazza sarà inagibile e poi scatta l’ora legale. È l’ultima chance. Tutti sotto gli ombrelli ad aspettare. Alle 17.55 spiove e il cielo si apre. Subito a disporsi, ultime istruzioni per chi sa poco. Si parte. Volevamo essere in 100, siamo almeno 120. Quattro giovani svizzeri si avvicinano commossi ed emozionati, vogliono sapere, vogliono unirsi; anche loro a Berna fanno queste cose. 15 bandiere davanti, cartelli disegnati e stampati da Rita, che da mesi disegna le locandine che girano per tutta Italia; si ricordano i numeri pazzeschi (9/10mila prigionieri nelle carceri israeliane), centinaia di donne e bambini, 4.000 desaparecidos, centinaia di morti sotto le torture. Un crimine nel crimine, il punto più basso di un sadismo volto a spezzare in tutti i modi l’esistenza di un popolo, colpendolo nei corpi e nelle anime, dolori che si propagano a familiari, amici, all’intera comunità. Luoghi infernali dove nessuno può entrare, dove siamo sicuri che la realtà superi l’immaginazione, dove chi esce è più morto che vivo. Traumi che non passeranno mai. Noi, qui. Che differenza fa che questi buchi neri siano dietro l’angolo o a qualche migliaio di chilometri di distanza? Stanno avvenendo ORA, questo è il punto, avvengono ogni ora, ogni giorno, nell’impunità totale. Sfilano in un lento cerchio i nomi, portati a testa bassa da uomini e donne in nero. Francesca Albanese nel suo report “Tortura e genocidio“, lo ha ben documentato. Nessuno, tanto meno i governi, può e potrà dire che non sapeva. E così in piazza Duomo, come si fa ogni giorno da quasi 500 giorni, si sfila in cerchio mentre musiche di dolore si susseguono. Poche le parole, in italiano e in inglese, per i tanti turisti che si aggirano, osservano, riprendono, emozionati anch’essi. Anche oggi nessun giornalista, ma ci siamo abituati, ci sorprendiamo quando avviene il contrario. Qualche giorno fa si aggiravano decine di giornalisti in cerca di possibili, ulteriori scontri o per documentare quanto fosse presidiata la piazza: non uno venne a chiederci chi fossimo, mentre in decine e decine, con moltissime bandiere e i nostri cartelli, occupavamo un quarto della piazza. E ieri si finisce, ormai al buio; si sono ricordati anche i nomi dei quattro prigionieri palestinesi nelle carceri italiane, arrestati, di fatto, per ordine di Israele. Alla fine, uno struggente canto palestinese, “Yamma mwel el hawa”, cantato da Silvia Zaru. Alle 19 si raccolgono con la massima cura le decine di strisce con i nomi dei prigionieri, come fossero loro con le loro membra stanche. Da ieri il gruppo di piazza Duomo è ancora più unito, ha fatto qualcosa di importante, la cui energia spera arrivi a superare il mare e i muri spessi di quelle carceri che devono aprirsi al più presto. Ne va della nostra, dell’intera umanità. Andrea De Lotto
October 24, 2026
Pressenza
Tassare i ricchi, referendum in California
Manca poco al 3 novembre, il giorno che sancirà quanto potere Trump possiede ancora agli occhi degli elettori e dentro il Congresso. Se già la battaglia si preannunciava infuocata, a rinfocolare per bene i tizzoni ci si è messa la California, proponendo, in quattro e quattr’otto, un referendum statale abbinato all’elezione federale di metà mandato: se vincesse, introdurrebbe per la prima volta per volere popolare una tassa patrimoniale nella roccaforte della proprietà privata. Si tratta della Proposition 40, passata agli onori della cronaca come la “tassa sui miliardari”, ossia un’imposta straordinaria una tantum del 5% su chi possiede più di un miliardo di dollari. Si stima che ricadranno nei parametri della tassa duecento ultra ricchi e che nell’arco di cinque anni (durante i quali verrà spalmata la tassa) porterà alle casse della California circa cento miliardi di dollari. È stata voluta da Dave Regan, presidente del sindacato dei lavoratori della sanità dell’Ovest (United Healthcare Workers West SEIU-UHW), uno dei più grandi degli States, con 120.000 iscritti solo in California. Sebbene ancora molto lontana dall’ideale di un sistema sanitario pubblico e per tutti, la California era uno degli Stati USA che più riusciva a garantire un servizio medico (MEDIC-AID, qui conosciuto come MEDI-Cal) ai cittadini più poveri e a fornire assistenza sociale ai disagiati. Questi programmi sono stati le prime e principali vittime del “Big Beautiful Act” voluto da Trump, che ha tagliato in maniera drastica e sconsiderata i fondi federali normalmente loro destinati; ciò ha causato all’intero sistema sanitario una grave instabilità e il rischio tangibile di un collasso di interi suoi settori. Da qui è partita la miccia: l’idea di procurarsi i soldi necessari per salvare MEDI-Cal (a cui andrebbe circa il 90 % del ricavato) prendendoli da dove ce ne sono in eccesso. Con un sorrisetto beffardo non si può fare a meno di notare l’effetto boomerang che l’atto di Trump ha messo in moto (lo rifarebbe se avesse potuto guardare nella sfera di cristallo?). Dalla California l’idea di tassare chi possiede troppo ha alzato un polverone in tutto il Paese e ne ha varcati i confini, riempiendo le pagine di quotidiani di mezzo mondo, il web di video accorati e di vignette satiriche dove, a suon di meme e slogan, ognuno dice la sua. Insomma, parlare di tassare i ricchi non è più un tabù! I miliardari sembrano essersene accorti e forse intimoriti che dalle parole si passi ai fatti rispondono con azioni aggressive. Qualcuno, in verità, si è dimostrato da subito collaborativo come Jensen Huang, il co-fondatore di Nvidia, e qualcun altro recentemente ha alzato bandiera bianca (Zuckerberg pagherà), ma i più sembrano decisi a dare battaglia senza mezze misure. Dunque da quando, a inizio giugno, la Proposition 40 è apparsa al grande pubblico in tutta la sua folgorante semplicità, si sono viste cordate di miliardari che, per bloccarne l’esito, hanno già speso la follia di oltre 293 milioni di dollari in spots pubblicitari, petizioni, consulenze tecnico-legali e altre diavolerie (le proposizioni 41 e  42, anch’esse parte dello stesso referendum, che se passassero, grazie a cavilli,  annullerebbero la 40 pur se avesse vinto) e sembrano pronti ad andare anche oltre pur di non partecipare attivamente nel ricompensare la società. Il primo spauracchio messo in campo dalle nobili menti è una minaccia di immemorabile data, che suona più o meno così: “Se passa la tassa ce ne andiamo, così da noi non avrete più nemmeno quello che vi diamo oggi.” Per rendere più credibile la minaccia l’hanno condita con un po’ di terrorismo lavorativo: “Non porteremo via solo la nostra figura fisica, sposteremo le fabbriche” (le high tech in particolare). In verità questi traslochi non sono così semplici da fare e potrebbero rivelarsi poco convenienti. Gli altri Stati USA, invece di configurarsi come dei favolosi paradisi fiscali dove continuare ad accumulare denaro senza scocciature, potrebbero trasformarsi in trappole. Se passasse la Proposition 40 ogni americano medio guarderebbe con ammirazione alla vittoria ottenuta dai californiani e potrebbe desiderare la stessa cosa. Ma non è tutto oro quello che luccica e la strada è in salita. La Proposition 40 è stata formulata in fretta e furia per poter rientrare nei tempi previsti dalla legge californiana per la votazione di medio termine e pertanto presenta delle pecche. A mio avviso non gravi, paragonate al messaggio che veicola, ma che comunque vale la pena di ricordare. Per bruciare i tempi l’equipe di Regan ha fatto sondaggi a tappeto e in base alle risposte ottenute ha costruito i dettagli del referendum. A ciò si aggiunge la clausola della retroattività, che farà storcere il naso ai giuristi: per scongiurare il pericolo della fuga dei miliardari la legge entrerebbe in vigore a partire dal 1° gennaio 2026. Tutti i residenti fiscali in California in quella data sarebbero così soggetti alla tassa, anche se in seguito si trasferissero in un altro Stato. Inoltre piace poco ai più radicali perché valida solo per quest’anno, ma queste sono quisquilie: se si è di buon animo e si cerca il bene della collettività si superano e si vota SI. Purtroppo le cose non stanno così e non sarà facile spuntarla: sebbene i sondaggi la diano in leggero vantaggio, gli esperti ritengono che abbia solo un 30% di probabilità di vittoria, perché Regan ha finito i soldi e dall’altra parte ci si aspetta un barrage di pubblicità all’ultimo momento. L’altro grosso problema, oltre all’opposizione dei miliardari, è il fronte democratico, che si è spaccato. Bernie Sanders appoggia la proposta, mentre il governatore della California Newson guida la linea del NO, seguito da alcuni sindacati, tra cui quello degli insegnanti. Ognuno ha un proprio sporco, piccolo privilegio da difendere, ma non entrerò in merito – forse si potrebbe dedicare al tema un articolo o forse non lo meritano neppure. Semplicemente mi permetto di scrivere che chi si illude di potersi sempre parare il culo facendo spallucce ai problemi degli altri alla fine perirà sotto il peso della propria ignavia. La rivoluzione arriverà e intanto l’idea di tassare i ricchi si sta facendo strada. Buona notizia: in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare 1% equo ha già ampiamente superato le 50.000 firme necessarie per presentarla in Parlamento.   Marina Serina
October 24, 2026
Pressenza
Un 4 novembre contro la militarizzazione delle scuole. Strumenti, iniviative e mobilitazioni
Come ogni anno il 4 novembre si «celebra» la giornata nazionale delle forze armate, fissata con la Legge 1 marzo 2024, n. 27, che ne ha ribadito ufficialmente il valore storico, civile e di coesione nazionale. Da diversi anni ormai all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università arrivano segnalazioni da tutto il territorio nazionale di coinvolgimento delle scuole nella «celebrazione» di questa giornata, proposta alle scuole con modalità ambigue e non rispettose degli organi collegiali. È estremamente importante interrompere la normalizzazione di questi eventi e per questo mettiamo a disposizione di studenti, studentesse, genitori e docenti il nostro Vademecum contro la militarizzazione delle scuole per opporsi, con tutte le coperture normative, a questi eventi. Consultatelo, adeguatelo alla vostra specifica situazione e usatelo! Usate anche la stampa locale per denunciare la compilcità delle scuole nella militarizzazione della società. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle univeristà vi sosterrà e rilancerà le vostre lotte. Inoltre, per contrastare questa deriva militarista nel nostro Paese con una adeguata presa di coscienza su ciò che sta accadendo a livello nazionale e internazionale, l’Osservatorio ha organizzato un Corso di Formazione con esonero dal servizio per la giornata del 4 novembre in collaborazione con il Polo Europeo della Conoscenza – I.C. Bosco Chiesanuova di Verona dal titolo “Impatto e prevenzione dei modelli violenti nella società e nei mass media”. Clicca qui per l’iscrizione. Infine, per il pomeriggio del 4 novembre invitiamo le realtà territoriali e le associazioni pacifiste, antimilitariste e nonviolente a mobilitarsi per di una giornata di mobilitazione in piazza atta a promuovere la cultura della pace per opporsi alla crescente militarizzazione di ogni spazio sociale. Seguite le nostre pagine per rimanere aggiornat@ sulle piazze che si stanno attivando in tutto il Paese con lo slogan Il 4 novemre non è la nostra festa! 4 novembre CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE, AVANTI CON L’OBIEZIONE DI COSCIENZA TOTALE E COLLETTIVA! -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente