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Torino: manifestare ai tempi dei decreti sicurezza
La manifestazione “Noi la guerra non la vogliamo” è stata la risposta torinese alla chiamata alle piazze indetta a livello nazionale questo sabato. La manifestazione era già stata convocata dal collettivo Torino Partigiana ed ha via via acquistato più importanza dopo i fatti della scorsa settimana: anche le pagine social del Movimento 17 ottobre invitavano a confluire su quella piazza. In piazza Castello a partire dalle 15 si sono radunate qualche migliaio di persone; in situazioni simili la Questura ha sempre fatto partire il corteo anche se non c’era l’autorizzazione preliminare in quanto l’attuazione dell’articolo 17 della Costituzione[1] veniva considerata prioritaria ed anche per diminuire la pressione della piazza. Questa volta la piazza è stata gestita in maniera differente: migliaia di persone si sono trovate stipate senza nessuna via di fuga e con tutti gli accessi chiusi da cordoni di polizia. I manifestanti cercano quindi il modo di uscire dalla piazza tentando di forzare i blocchi dal lato di via Po; la polizia risponde con una carica di alleggerimento, da lì non si passa. La cosa appare talmente eccessiva che persino alcuni passanti esortano la polizia a togliere il blocco per fare passare il corteo in nome della Costituzione, incitandoli a disobbedire agli ordini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» – Passante esorta la polizia a far passare i manifestanti Foto: M.BARIONA Il corteo si posta quindi verso via Cernaia, chiuso anche lì. Si tenta di utilizzare il passaggio su via XX Settembre, la risposta è una nuova carica. Il balletto dura un paio d’ore in cui la gente resta chiusa in piazza. Ad un certo punto un’auto passa a velocità sostenuta in mezzo alla gente; per puro caso nessuno rimane ferito e l’auto ed il relativo autista viene protetto dal cordone di polizia di via Cernaia. Foto e video dell’episodio ce ne sono, confido nel solerte lavoro dell’autorità giudiziaria per scoprire l’identità dell’autista dell’auto. A questo punto si apre una via di fuga su viale Partigiani ed il corteo può partire per il suo lungo percorso, solertemente guidato tramite cariche di alleggerimento e lacrimogeni anche perché ormai è giunto ad Aurora e Barriera, quartieri meno centrali e con minore copertura mediatica. Il corteo dovrebbe chiudersi in piazza Baldissera nel pieno di quella periferia di Torino abbandonata a sé stessa ed alla speculazione immobiliare, dove comincia a diventare difficile trovare case in affitto e la tensione sociale appare più densa[2]: lì intorno non si sono vetrine luccicanti da difendere od obiettivi sensibili. Il corteo è praticamente finito, si è fatto buio ed è quasi ora di cena. I manifestanti che hanno marciato per chilometri e subito diverse salve di lacrimogeni tornerebbero anche a casa: le forze dell’ordine caricano anche lì utilizzando tutto l’armamentario a loro disposizione: manganelli, gas lacrimogeni, persino gli idranti. Poi organizzano un rastrellamento fermando alcuni manifestanti: i vari decreti sicurezza consento il fermo di chiunque, maggiorenne o minorenne, fino a dodici ore per l’identificazione. In questura vengono portate quattro persone (mentre almeno tre sono in stato di fermo da prima della manifestazione). Due di loro verranno rilasciare subito per essere accompagnate in ospedale dove necessitano di ricovero in seguito alle contusioni, quattro vengono rilasciate nella notte dopo le identificazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Appare chiaro che risulta possibile, in momenti con un forte impatto emotivo, utilizzare i social per convocare manifestazioni molto partecipate senza che ci sia un referente preciso; la piazza di Torino di oggi e probabilmente quelle del resto d’Italia ne sono una dimostrazione. Ciò non toglie che ammassare migliaia di persone disorientate e senza riferimenti precisi crea una confusione difficilmente gestibile che lascia troppo spazio all’improvvisazione. L’atmosfera che si respirava oggi in piazza mi ha ricordato quella di Genova 2001: la sostanziale differenza è che 25 anni fa l’ordine pubblico è stato gestito in deroga alle norme vigenti e questo ha generato una serie interminabile di processi[3], ora tutto è perfettamente conforme alla legge. Poi ci sono loro, le ragazze ed i ragazzi che sentono la necessità impellente di farsi sentire e di lottare per una qualche idea di futuro: questa lotta, motore della storia, è stata classificata come un problema di ordine pubblico da uno dei governi più autoritari della storia repubblicana che, per giustificare questa fallimentare strategia di fronte all’opinione pubblica, non esista a degradare i diritti civili, indicare colpevoli a casaccio e manipolare la realtà a questi fini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA [1] I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. [2] Per approfondimenti sulla situazione sociale dei quartieri Aurora e Barriera di Milano a Torino cfr https://www.pressenza.com/it/tag/alimonda-summer-festival/ [3] Per approfondimenti sui percorsi giudiziari dopo Genova 2001 https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/   Giorgio Mancuso
October 25, 2026
Pressenza
Odessa: viaggio tra le macerie di una città in fiamme… ossia dubitate sempre della propaganda di guerra
Una caratteristica degli Odessiti è il loro umorismo sia ironico che autoironico, pertanto nessuno di loro se ne avrà aale per il titolo di questo mio dissacrante articolo. Ho camminata ore per il centro storico di questa meravigliosa città portuale, perla sul Mar Nero e quello che segue è il mio reportage dopo una tranquilla notte di appagante riposo. A Odessa tutti amano i gatti e l’Italia. Ci sono molti ristoranti italiani e Cat Bar dove si fa colazione circondati da gatti. Prima di partire avevo letto che Odessa era stata bombardata. È un temine improprio. In realtà l’oblast di Odessa è stato colpito da droni. Questi i dati reali: Negli ultimi giorni l’Oblast di Odessa è stata colpita quasi ogni notte, ma secondo i bollettini ufficiali ucraini il bilancio delle vittime civili è rimasto contenuto rispetto ad altre regioni. Ecco cosa risulta dalle autorità locali per gli ultimi 4-5 giorni: – 18 ottobre: colpito il tetto di un palazzo residenziale a Odessa, 2 feriti, tra cui una ragazza di 14 anni, riferito dal governatore Oleh Kiper. – 22-23 ottobre: diversi attacchi su infrastrutture civili, ricreative e industriali nel sud dell’Oblast. I soccorsi hanno segnalato: – 1 ferito e un grande incendio in un parco ricreativo, con secondo attacco mentre i soccorritori lavoravano – 2 feriti in un altro sito dove è stato parzialmente distrutto un edificio amministrativo di 3 piani e un capannone di stoccaggio – Il capo dell’amministrazione militare regionale ha poi riassunto 3 feriti complessivi nell’attacco alla parte sud di Odessa, con danni a strutture civili, ricreative e industriali. Altri rapporti di ieri e oggi parlano di danni a impianti energetici e depositi senza vittime registrate in quei punti specifici, e le cifre sono ancora preliminari perché i soccorsi stanno lavorando sotto allarme aereo. Ecco il riassunto di ieri, 24 ottobre – giorno 1704 di guerra: Odessa e Oblast di Odessa: Ieri notte è stata di nuovo una notte pesante per il sud. – Le forze russe hanno dichiarato di aver colpito con droni Geran il porto di Chornomorsk: un’officina per la produzione di droni navali senza equipaggio (BEC) e una nave da carico diretta a Odessa. La notte prima avevano colpito Vilkovo. – Dal lato ucraino, fonti locali parlano di attacchi a infrastrutture portuali, magazzini e edifici amministrativi, con finestre sfondate e danni a palazzi residenziali a 5 piani. DTEK aveva già segnalato giorni fa danni incredibilmente gravi alla rete energetica che rifornisce Odessa. – In totale, nella notte tra il 23 e il 24 la Russia ha lanciato 126 droni su tutta l’Ucraina. La protezione civile ha parlato di circa 500.000 persone senza elettricità per i raid in 6 regioni. Quindi i generatori che si vedono per strada non sono un caso – la rete di Odessa è sotto pressione continua. Le altre cose importanti di ieri nell’intera Ucraina, che, ovviamente, non ho potuto verificare di persona: – Starlink è stato ripristinato: il 24 è stata confermata la ripresa completa di Starlink / Starshield senza limitazioni di velocità, dopo giorni di rallentamenti che avevano messo in crisi droni e difesa aerea. – L’Ucraina colpisce dentro la Russia: campagna di attacchi a raffinerie e fabbriche militari. Colpiti impianti a Oryol, Tolyatti e persino Omsk a 2.500 km dal confine. Distrutta a Orel la fabbrica Proton-Electrotex che produce componenti per missili. – Notizie dal fronte: 181 scontri in 24 ore, 88 attacchi aerei russi con 309 bombe guidate, più 10.270 droni kamikaze secondo lo Stato Maggiore ucraino. I russi hanno avanzato leggermente a sud-est di Dobropillya. – Diplomazia: accordo per un cessate il fuoco localizzato a Oleshky (Kherson) per portare aiuti e far evacuare gli anziani. La Casa Bianca dice dal 29 ottobre, Mosca dice dal 27. Previsti anche colloqui tecnici a novembre ad Abu Dhabi. – Scambio prigionieri: 270 contro 270, il primo da agosto. Insomma, per Odessa è stata la solita notte di droni sui porti, per il resto del paese giornata di attacchi incrociati su energia e logistica, ma con la buona notizia è che non dovrebbe esserci stato neppure un civile ferito a Odessa e probabilmente in tutta l’Ucraina. Circa le vittime al fronte, che io chiamo “civili in divisa”, nulla ci è dato di sapere: è segreto militare sia di qua che di là dal fronte. Ultima notizia: l’unico rifugio che ho visto a Odessa… era chiuso. Mauro Carlo Zanella
October 25, 2026
Pressenza
Il baratro che rischia di risucchiarci: una sfida globale per l’abolizione delle armi nucleari
TPNW, il disarmo nucleare entra in una fase decisiva: il 30 novembre si apre la Conferenza di Revisione all’ONU. New York ospiterà dal 30 novembre al 4 dicembre 2026 la prima Conferenza di Revisione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari. Al centro l’attuazione degli impegni, l’assistenza alle vittime, il risanamento ambientale e la necessità di rilanciare il disarmo in un contesto internazionale segnato da guerre e tensioni tra potenze. Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW) si trova in una fase cruciale. A cinque anni dalla sua entrata in vigore, il 22 gennaio 2021, gli Stati aderenti si preparano alla prima Conferenza di Revisione, in programma presso la sede delle Nazioni Unite a New York dal 30 novembre al 4 dicembre 2026, sotto la presidenza del Sudafrica. L’appuntamento dovrà verificare i progressi compiuti, affrontare le difficoltà nell’applicazione del Trattato e individuare nuove iniziative per rafforzarne l’efficacia. La Conferenza arriva in un momento caratterizzato da conflitti armati, retoriche nucleari e investimenti nella modernizzazione degli arsenali. In questo scenario, il TPNW rappresenta uno degli strumenti internazionali attraverso cui una parte significativa della comunità internazionale cerca di affermare un principio alternativo alla deterrenza: la sicurezza non può essere costruita sulla minaccia di distruzione di intere popolazioni. Viviamo nell’era paradossale in cui la sopravvivenza dell’umanità è affidata a un equilibrio fondato sulla minaccia della sua totale distruzione. La dottrina della deterrenza nucleare, lungi dall’essere una garanzia di pace stabile, rappresenta una spada di Damocle sospesa sulla testa delle generazioni presenti e future, legittimando un possesso che ripugna ai principi fondamentali del diritto internazionale e della morale universale. In questo scenario di stallo geopolitico e di riacutizzazione delle tensioni globali, il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) si erge non soltanto come un pilastro normativo, ma come un atto radicale di accusa e di riscatto civile contro la logica della violenza atomica. La sua evoluzione politica e diplomatica testimonia una trasformazione profonda nel modo in cui la comunità internazionale e la società civile concepiscono la sicurezza: non più come privilegio armato di poche potenze, ma come bene comune globale fondato sul disarmo e sul rispetto della vita umana. Il cammino di questo trattato si sviluppa attraverso tappe istituzionali che ne scandiscono la maturazione e la determinazione politica. La Prima Conferenza degli Stati Parte, tenutasi a Vienna nel 2022, ha segnato il battesimo operativo dell’accordo con l’adozione della Dichiarazione di Vienna e di un rigoroso piano d’azione in cinquanta punti, volto a sanare le ferite materiali e morali del passato attraverso l’assistenza alle vittime e la bonifica dei territori contaminati dai test atomici. Questo impegno è stato ulteriormente consolidato durante la Seconda Conferenza a New York nel 2023, dove la condanna della deterrenza nucleare è stata elevata a giudizio etico e giuridico inequivocabile contro una minaccia che mette a repentaglio l’intero pianeta. Il processo ha trovato un’ulteriore consacrazione nella Terza Conferenza, svoltasi nel marzo del 2025 presso il Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, che ha visto la convergenza di cinquantacinque Stati Parte, trentuno Stati osservatori e centosessantatre organizzazioni della società civile, ribadendo con forza l’assoluta illegalità delle armi nucleari e respingendo le giustificazioni geopolitiche della deterrenza. Il momento di massimo confronto e verifica di questo percorso è ora rappresentato dalla Conferenza di Revisione del 2026, in programma dal 30 novembre al 4 dicembre presso la sede centrale delle Nazioni Unite a New York. Sotto la presidenza del Sudafrica — un Paese che custodisce la straordinaria memoria storica di aver scelto volontariamente di smantellare il proprio arsenale atomico — questo vertice si configura come uno snodo storico cruciale. La conferenza persegue l’obiettivo ineludibile di chiamare i governi mondiali alla responsabilità diretta di fronte al deterioramento della sicurezza internazionale, verificando al contempo lo stato di avanzamento delle ratifiche, che hanno raggiunto quota settantatre Paesi partecipanti. Tale traguardo dimostra che la pressione diplomatica e morale esercitata dal fronte antinucleare non si arresta di fronte alle resistenze delle superpotenze, ma punta a consolidare linee guida legali e umanitarie capaci di delegittimare in modo definitivo qualsiasi pretesa di normalizzazione dell’arma atomica. L’efficacia di questa architettura diplomatica affonda le sue radici nella sinergia imprescindibile tra le istituzioni statali e l’attivismo implacabile delle reti della società civile, come la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari (ICAN) e la Rete Italiana Pace e Disarmo e altri movimenti pacifisti. Sono queste realtà a mantenere viva la consapevolezza collettiva, trasformando il rifiuto della violenza nucleare in una pratica politica quotidiana che culmina in appuntamenti come il Nuclear Ban Forum. Denunciare le armi nucleari oggi significa rifiutare l’idea che la sicurezza possa basarsi sul terrore reciproco. Il TPNW e le sue conferenze non sono semplici esercizi burocratici, ma il grido organizzato di un’umanità che sceglie la via del diritto internazionale e della giustizia umanitaria per liberarsi, una volta per tutte, dal giogo dell’apocalisse atomica. Laura Tussi
October 25, 2026
Pressenza
Cisgiordania come Gaza
È terrorismo di Stato. Le città di El-Khalil e Halhoul sono sotto mira dell’esercito israeliano. Sono stati cacciati dalle loro case oltre 2000 palestinesi senza nessuna colpa; solo per il fatto che le loro abitazioni ricadono in zone che l’esercito ha deciso di occupare o demolire per creare maggiore mobilità ai suoi carri armati. Il sindaco di el-Khalil ha dichiarato che un terzo della città è stato devastato per dare maggiore mobilità ai circa 400 coloni ebrei che vivono all’interno della città vecchia. Ai palestinesi musulmani è stato vietato di pregare nella moschea Ibrahimia. Tutta la Cisgiordania è un grande carcere a cielo aperto. Le strade, principali e secondarie, sono bloccate con cancelli metallici, blocchi di cemento o cumuli di terra. In tutta la Cisgiordania sono in corso manovre militari dell’esercito. Il giorno delle elezioni in Israele, il 27 ottobre, è stato dichiarato il coprifuoco in Cisgiordania e chiusi tutti i valichi. Possono circolare soltanto i coloni. Un Apartheid alla sudafricana ai tempi della segregazione razziale. L’Europa incivile fa la figura delle tre scimmiette. Nel villaggio di Jaloud, a sud di Nablus, i ragazzi della scuola media sono stati assediato dai coloni. Solo l’arrivo dei genitori, allertati dalla direzione scolastica, ha fatto fuggire gli aggressori. L’esercito israeliano è arrivato in una seconda fase, chiamato dai coloni; ha arrestato diversi insegnanti e genitori. I ragazzi hanno detto ad una radio locale che hanno paura quando vanno a scuola e quando escono, ma il pericolo adesso li minaccia anche durante le lezioni. Sono passati due mesi e 15 giorni dall’inizio dell’assedio, da parte dei coloni e dell’esercito israeliano, delle tre famiglie palestinesi di Qusra. 11 persone che non possono né uscire da casa, né rientrarvi. Niente scuola e niente lavoro. Da quasi un anno, la vita di 27 famiglie palestinesi a Khirbet al-Hummus (una piccola comunità) a Masafer Yatta, a sud della Cisgiordania, è un inferno a causa degli attacchi quotidiani dei coloni. Questi attacchi si sono intensificati drasticamente da quando, a metà di quest’anno, è stato istituito un avamposto sul loro territorio, nel tentativo di costringere gli abitanti alla deportazione. Nel descrivere le sofferenze degli abitanti della zona a causa dei continui attacchi dei coloni, un nostro contatto a Masafer Yatta afferma: “Non è rimasto un solo albero accessibile e non possiamo garantire pascoli per il nostro bestiame”. All’inizio di giugno, i coloni hanno stabilito un avamposto di pascolo nella zona, ospitando una mandria di mucche, pecore, capre e cavalli. Hanno iniziato ad attaccare quotidianamente proprietà e risorse agricole, “tagliando recinzioni, spingendo le mucche contro gli alberi, abbattendo alberi e distruggendo la rete di irrigazione”. L’attivista palestinese ci ha anche parlato del fatto che i coloni si sono impossessati di tutti i pozzi e impediscono agli abitanti di accedervi, di utilizzare i loro terreni e persino il loro bestiame. Ha spiegato che i coloni inseguono i pastori, rubano il bestiame e li aggrediscono investendoli con i veicoli, picchiandoli e minacciandoli con le armi. È salito a 9 il numero delle vittime dell’attacco jihadista contro la chiesa di Karak, nel sud della Giordania. 34 i feriti ricoverati in ospedale, alcuni in gravi condizioni. Si susseguono le veglie inter-religiose, di cristiani e musulmani, per dire no al pericolo terrorista, che mina la sicurezza del paese. E intanto a casa nostra… Una pagina social (questa) ha portato all’arresto del suo fondatore per terrorismo. È la follia di un governo prima ancora dell’approvazione del DDL bavaglio. È stato fermato su disposizione della Procura di Milano, Youssef Siher, il ricercatore 30enne italiano di seconda generazione ritenuto la mente del Movimento 17 ottobre, giorno delle manifestazioni giovanili a Milano. Le ipotesi sono istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo e l’articolo 420 bis del nuovo decreto legge, ovvero violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. La moglie risulta indagata a piede libero per gli stessi reati. Già collaboratore dell’Ispi nel 2024, ha svolto uno stage seguito da un periodo di collaborazione con il Fatto Quotidiano. ANBAMED
October 25, 2026
Pressenza
Lavorare per la pace e non per la guerra
Serve un cambio culturale: da lavorare per la guerra a lavorare per la pace. Non concediamo una facile via di uscita a chi sostiene il militarismo imperante In questi giorni abbiamo assistito a due fenomeni diversi che paiono avere punti di contatto ma si distinguono nettamente. Da una parte le proteste di tanti giovani e studenti che hanno messo in evidenza l’indisponibilità a credere nelle guerre per il loro futuro. Mentre aumentano le spese militari a dismisura, l’investimento per l’istruzione arranca ed è ad un misero e scarso 4% del PIL. Dall’altra parte abbiamo assistito ad un vandalismo senza speranza e prospettiva. Io non mi sono stupito di queste due situazioni. La popolazione italiana è convintamente contro le guerre. Quanto sta avvenendo, sia a livello interno che internazionale, conferma tutte le buone ragioni per avere il desiderio di manifestare per costruire una società migliore. Paul Valéry scriveva: «La guerra è il massacro di persone che non si conoscono, per conto di persone che si conoscono ma non si massacrano». Dall’altra parte, alcune centinaia di ragazzini hanno seminato il caos distruggendo vetrine. Sarebbe stato strano, sempre a parer mio, il contrario se, dopo non aver fatto nulla sul piano educativo e sociale per dare loro una prospettiva di vita, una frangia di ragazzi non fosse esplosa. Personalmente è da tempo che sono preoccupato per il possibile verificarsi di un tale fenomeno. Quando non si fa nulla per garantire una vita dignitosa a chi ne ha bisogno, quando si nega la cittadinanza a ragazzi nati e cresciuti in Italia (qualcuno vuole mandarli a casa. Ma quale casa se hanno conosciuto solo l’Italia?), quando si insiste a colpevolizzarli dei mali della società e si impone un decreto d’urgenza sul tetto del 30% di stranieri in classe, con misure neanche lontanamente attuabili, non si può pensare ad un risultato diverso. E ancora, i vari messaggi di allerta disordini che hanno creato psicosi e paura in diverse città italiane, uniti agli infiltrati che sono da sempre presenti, fanno parte del tentativo di ridurre tutto ad un problema di ordine pubblico. Se il Governo tentasse di blindare e militarizzare tutto il paese, non lo permetteremmo e scenderemmo in piazza. Ma se si permette che violenza e caos dilaghino per mano di alcune centinaia di persone, che altri minaccino distruzioni con messaggi sui social, ecco che poco alla volta cittadini impauriti inizieranno a chiudersi in casa, a non mandare i figli a scuola e poi a chiedere ordine e sicurezza. Ecco che la violenza diventa l’alibi perfetto per misure straordinarie e per impedire le manifestazioni e le proteste. Ed allora la lotta nonviolenta diventa la strada utile, non solo sul piano etico, ma anche sul piano dei risultati. La vera vittoria è riuscire a rendere consapevole la popolazione della realtà nella quale viviamo, delle ingiustizie nella quale siamo immersi, della necessità di avere “più scuole e meno armi”, della solidarietà da dare ai palestinesi che è nello stesso tempo solidarietà a tutti coloro che hanno bisogno. Occorre rifiutare la logica emotiva che porta, anche nelle azioni di taluni che manifestano, a comportarsi come dei tifosi violenti che distruggono tutto e picchiano altri tifosi. Il potere teme grandemente non la violenza di pochi, che anzi gli permette di criminalizzare tutti coloro che manifestano, ma una popolazione consapevole e determinata. Tutti oggi a condannare la violenza, ma quello che balza all’occhio è che mentre sono solleciti a condannare i ragazzini, nulla dicono e fanno sulla violenza contro i lavoratori licenziati, quelli che muoiono sul lavoro e contro le guerre che stanno togliendo intere generazioni alle proprie famiglie, in Ucraina come da tante altre parti. Proprio oggi è stato rivelato che dal 2025 l’Italia è diventata la principale importatrice di rottami ferrosi da Israele sostituendosi alla Turchia. Da rilevare che Israele “saccheggia” questi materiali dalla striscia di Gaza.  Questo non è sostegno alla violenza perpetrata contro il popolo palestinese? Gli studenti avrebbero bisogno di essere formati e preparati alla nonviolenza e di utilizzare le proprie energie ideali per costruire una società migliore.  Contro la guerra globale permanente, il nazionalismo e il militarismo dilagante si dovrebbe opporre non l’accettazione passiva, ma: la formazione alla cittadinanza consapevole, l’obiezione di coscienza, le tecniche di difesa nonviolenta, la resistenza civile, i metodi di de-escalation dei conflitti, esempi di “pace con mezzi pacifici”. Insomma ciò che serve è un cambio di modello culturale e interpretativo: dalla preparazione della guerra alla preparazione della pace. La violenza va ripudiata a tutti i livelli da quella interpersonale a quella dei conflitti internazionali.     Redazione Italia
October 25, 2026
Pressenza
Centro Studi e Ricerche IDOS: meno ingressi irregolari, sbarchi e richiedenti asilo, ma più morti e violenze
Calano le persone costrette alla fuga nel mondo. Calano gli ingressi irregolari in Europa, inclusi gli sbarchi, e le richieste di asilo. Ma aumentano i morti, le privazioni dei diritti umani, le domande di protezione pendenti, l’ostilità verso chi salva i migranti dalla morte in mare. È il contesto in cui si colloca “l’anno zero” del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, l’insieme di norme che si applicano dal 12 giugno scorso, in parte ispirate da un ventennio di politiche italiane. In attesa dei primi effetti del Patto, il Dossier Statistico Immigrazione 2026 di IDOS, che sarà presentato il prossimo 27 ottobre, offre una lettura puntuale e controcorrente delle migrazioni non programmate e forzate che – pur rappresentando una parte minoritaria dell’immigrazione – restano protagoniste nel dibattito pubblico, costantemente associate all’emergenza e alla minaccia. Per la prima volta in un decennio diminuiscono le persone in fuga: alla fine del 2025 i migranti forzati nel mondo sono 117,8 milioni, ben 5,4 milioni in meno rispetto al 2024 (-4,3%). Il calo, da non correlare necessariamente a una riduzione del bisogno di protezione, dipende soprattutto dai ritorni nei territori di origine (14,7 milioni, +49%), spesso non volontari e verso contesti ancora fragili, segnati da insicurezza, povertà e servizi essenziali insufficienti. Nell’Afghanistan governato dai Talebani sono rientrate circa 2,9 milioni di persone, allontanate soprattutto da Iran e Pakistan; in Siria circa 1,3 milioni dopo la caduta del governo Assad, ma ne restano ancora 4,9 milioni in esilio. Cresce infatti il fenomeno dello “sfollamento protratto”: sette rifugiati su dieci sono in questa condizione da più di cinque anni. Gran parte del peso dell’accoglienza resta comunque fuori dall’Europa: il 65% dei migranti forzati vive in un Paese confinante con quello di origine e il 68% è accolto in Paesi a basso o medio reddito. In totale, sette rifugiati su dieci provengono da soli sei Paesi: Venezuela (6,4 milioni), Ucraina (5,2), Siria, Afghanistan, Sudan e Sud Sudan. A questa contrazione si associa un ancora più pronunciato calo degli attraversamenti irregolari delle frontiere europee, di cui sono protagonisti molti richiedenti asilo: 180mila contro i 240mila del 2024 (e meno di 64mila nei primi sette mesi del 2026) secondo Frontex. In Italia, gli sbarchi  sono fortemente diminuiti: dopo gli oltre 180mila del 2016 e i 157mila del 2023, sono scesi a quota 66mila sia nel 2024 sia nel 2025, e a meno di 20mila nei primi otto mesi del 2026: una diminuzione di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E calano, in parallelo, anche le richieste di protezione internazionale. Nell’Unione europea nel 2025 le domande d’asilo presentate per la prima volta sono state circa 672mila (-26,4% rispetto al 2024 e oltre un terzo in meno rispetto al picco di 1,05 milioni del 2023). Il tasso di riconoscimento è sceso dal 51,4 al 39,1%, e a inizio 2026 restavano più di 1 milione e 200mila domande in attesa di decisione. Anche in Italia, seconda per nuove richieste di protezione dopo la Spagna, le domande di asilo sono in calo (128mila vs 151mila nel 2024) e si registra un tasso di riconoscimento del 30% (dal 35,9%) confermando un valore sensibilmente più basso della media Ue. Cambia anche la geografia della mobilità. Per la prima volta dal 2014 i siriani non sono più il primo gruppo di richiedenti nell’Ue (circa 40mila) e al primo posto salgono i venezuelani (quasi 90mila), diretti soprattutto in Spagna, che con 141mila richieste diventa il primo Paese dell’Ue. Tuttavia, mentre diminuiscono gli arrivi, aumentano i morti nel Mediterraneo. Ma cosa c’è dietro queste riduzioni? Un reale ridimensionamento del bisogno di protezione o il suo contenimento (forzato)? Per IDOS una risposta arriva dal confronto tra il calo degli arrivi via mare nei primi otto mesi del 2026 (poco più di 51mila in tutto il Mediterraneo contro gli 86mila dello stesso periodo del 2025) e l’aumento delle morti accertate durante la traversata (1.733 da gennaio ad agosto 2026 contro le 1.248 dello stesso periodo del 2025). Solo nella rotta del Mediterraneo centrale hanno perso la vita 914 persone, contro le 827 dello scorso anno (+11%). Dal 2014 l’Oim ha registrato oltre 35mila morti e dispersi nel Mediterraneo, di cui quasi 27mila sulla sola rotta centrale, tra le più letali al mondo, ma il bilancio reale è più alto: molti naufragi avvengono senza testimoni e non tutte le vittime vengono identificate e segnalate. Ad accrescere il rischio contribuiscono le ridotte capacità di ricerca e soccorso in mare. Il contributo di Sos Mediterranee Italia al Dossier ricostruisce un decennio di ostilità e compressione del soccorso civile. Oltre ai 72 episodi di intimidazioni e violenze alle navi delle Ong da parte della cosiddetta guardia costiera libica, documentati da SeaWatch tra il 2016 e il 2025, le disposizioni governative che impongono di rientrare in porto dopo ogni soccorso e l’assegnazione di porti lontani hanno fatto perdere alle imbarcazioni di soccorso 1.219 giorni operativi tra il 2022 e il 2025. Per Sos Mediterranee la perdita di vite “non è una fatalità, ma il risultato di precise scelte politiche”. Il Dossier Statistico Immigrazione 2026, giunto alla 36ma edizione e realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di studi politici “S. Pio V”, sarà presentato martedì 27 ottobre al Teatro Nuovo Orione di Roma e, in contemporanea, in tutte le regioni italiane con approfondimenti locali. Qui per maggiori informazioni sulla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione del 27 ottobre 2026: https://www.dossierimmigrazione.it/presentazione-del-dossier-2026/. Giovanni Caprio
October 25, 2026
Pressenza
Verde Urbano ‘latu sensu’, dalla Bretagna a Bologna – Green Deal
Le ondate di calore di una estate ufficialmente riconosciuta da Copernicus come la più calda mai registrata in Europa Occidentale hanno portato non solo a riflettere sulla urgenza di misure emergenziali in ambito urbano, a partire dalla creazione di rifugi climatici, ma anche alla nascita di una fitta rete di gruppi di cittadini impegnati nella difesa degli spazi verdi che una folle politica di cementificazione distruttrice di suolo per il profitto di pochi intende aggredire senza ritegno, come sappiamo dalle mappe di Ispra curate da Michele Munafò. Ci ricorda Elena Granata come abbiamo progettato città impermeabilizzando il suolo, tombando fiumi e canali, canalizzando l’acqua piovana, eliminando il verde spontaneo. Oggi sappiamo che le città devono trattenere l’acqua, veder aumentare la permeabilità dei suoli e piantare alberi depavimentando, creando ombra, riducendo l’asfalto e appoggiandosi al verde come infrastruttura climatica di sopravvivenza. Secondo Paolo Pileri il progetto urbano ‘deve togliere’ ripensando e ridisegnando gli spazi, rivedendo proporzioni e geometrie per re-inventarsi nuovi suoli, prati, arbusti, piante. Ripermeabilizzazione e depavimentazione significano rimozione completa dell’asfalto e poi ricostituzione del suolo che ne aumenti la permeabilità, dando nuovo fiato alla cultura delle green belts e dei green corridors, decenni fa progettati in funzione della tutela di biodiversità ed ancor più della necessità di dotare le città di barriere vegetative periurbane, come difesa dal particolato fine, che rende cancerogena l’aria padana secondo lo IARC di Lione allora diretto da Renzo Tomatis, con cui condivisi la militanza nella redazione del “Sapere” di Giulio Maccacaro. Spazi verdi: il percorso di Bologna e Parigi Si inserisce in questo contesto una riflessione dell’amico Mauro Felicori, rigeneratore della Reggia di Caserta e prima Dirigente apicale del Comune di Bologna: con lui, Francesco Indovina e Bernardo Rossi Doria lavorammo anche, quaranta anni fa, alla proposta di dedicare uno spazio pubblico di Bologna ad una “Biblioteca ed Emeroteca dell’Ambiente”, che divenisse anche custode degli Archivi dell’Associazionismo ecologista di cui conoscevamo il rischio di dispersione. Sempre in quegli anni a Bologna Pier Luigi Cervellati, lavorando sull’OrtoFotoPiano della città, spiegava come realizzando piccole porte nei muri perimetrali dei giardini che abbellivano gran parte dei palazzi in Centro Storico si sarebbe potuto dare vita ad uno splendido Parco Urbano diffuso da rendere accessibile al passeggio ed alla fruizione pubblica, ovviamente accessibile solo secondo tempistiche coerenti con le esigenze degli abitanti e con rigorosi controlli all’accesso e misure di sorveglianza dei percorsi. L’ iniziativa che Mauro Felicori propone oggi nasce da quando a Parigi gli venne mostrata la mappa termica della città con le aree colorate in base alla temperatura media, mappa da cui emergeva il cimitero del Père-Lachaise come grande areale verde, con qualità dell’aria migliore rispetto alle zone circostanti e fonte d’Ossigeno paragonabile al Bois de Boulogne. Maturò allora in lui l’idea che i nostri cimiteri, nati ‘fuori le mura’ ma già ormai pienamente urbani, potrebbero diventare formidabili foreste urbane, spazi verdi pubblici di grande fascino, contributo alla lotta alla crisi climatica. Peraltro il calo delle sepolture ed il crescente ricorso alla cremazione hanno portato al calo drastico di fabbisogno di spazio cimiteriale, almeno di uno a cinquanta secondo Felicori, per cui a Bologna, Rimini, Ferrara ettari di spazi verdi liberati potrebbero essere riprogettati a giardini e piccoli parchi, mentre i cimiteri monumentali, per il loro significato storico andrebbero tutelati e valorizzati come patrimonio culturale, musei a cielo aperto. Tra sacro e profano: il mistero degli enclos bretoni Questo ragionamento, con cui concordo, mi rimanda ai frequenti viaggi d’un tempo tra l’Inghilterra meridionale del gotico perpendicolare e l’amata Bretagna degli enclos paroissiaux, complessi parrocchiali recintati da lastre di roccia piantate verticalmente, alla maniera delle recinzioni costruite dai Cimbri tra Lessinia e Cansiglio, per separare lo spazio sacro da quello profano. Agli enclos, realizzati in granito bretone tra il XVI e il XVIII secolo attorno al cimitero del borgo, si accede attraverso un arco trionfale per arrivare alla chiesa ornata da splendidi jubès lignei, alla cappella funeraria, all’ossario ed al calvario, raffigurazione in pietra della Passione di Cristo scolpita in occasione di calamità o pestilenze con figure recanti abbigliamento dell’epoca, con funzione didattica per “elevare” a Dio l’anima dei credenti, rivolta ad una popolazione rurale ancora fortemente legata agli antichi culti pagani e per lo più analfabeta. Si ipotizza che ciò possa ricondurre alle croci che i primi Celti convertiti al Cristianesimo ponevano in cima ai menhir (Carnac è sito bretone). Viaggiando per enclos, seduti all’imbrunire a un tavolino del bistrot di paese sorseggiando cydre brut dopo aver gustato una galette de sarrasin, era usuale vedere molte persone, soprattutto donne, superare ritualmente la lastra di granito posta orizzontalmente all’ingresso del prato luogo delle sepolture per fare visita ai propri defunti. Avvertivo sempre, così, segni forti di una cultura riconducibile alle concezioni celtiche della morte che i Celti vivevano come legata alla resurrezione, paragonandola al sole che sorge e tramonta e quindi deve essere nascosta ma sentita il più possibile come evento familiare. Questo ricordo mi rafforza nel condividere la riflessione di Mauro Felicori. *Walter Ganapini è membro onorario del Comitato scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Redazione Italia
October 25, 2026
Pressenza
Dov’è la violenza
La ferma condanna degli episodi di violenza e saccheggio durante le grandi manifestazioni studentesche di quest’ottobre 2026, più che scontata, suona soprattutto ipocrita quando viene dai palazzi del potere politico. Con quale contorsione semantica coloro che stanno investendo sulle armi da guerra e che le forniscono ai belligeranti, possono deprecare degli episodi di violenza e devastazione che sono un semplice granello nei confronti delle montagne di morti e macerie cui hanno lautamente contribuito e continuano a contribuire? Gli slogan e i cartelli della protesta sono inequivocabili: “soldi per scuole e ospedali stop spese militari”, “non saremo la vostra carne da macello”, “disertiamo la guerra”. Gli studenti, i giovani si stanno ribellando ad un sistema che chiude loro ogni prospettiva. Si sentono nella disperazione e nell’ansia, perché di fronte e attorno a loro vedono soltanto la precarietà, nello studio e nel lavoro, ma anche nella difficoltà ad immaginarsi un futuro che non assomigli ad un incubo. Una generazione depredata dai sogni? Tranquilli, non ancora, e lo dimostra la grande partecipazione a questi cortei, la loro creatività e la voglia di ribellarsi a un sistema che taglia ogni orizzonte. Cosa c’è davanti ai loro occhi, davanti a tutti gli occhi? Il cataclisma climatico?  La guerra nucleare? La dittatura dell’intelligenza artificiale? Penso sia naturale che i giovani siano arrabbiati, che sia sano che reagiscano umanamente e che protestino con forza. Se talvolta ciò avviene anche in modo distruttivo e violento, è soprattutto il segno di una forbice delle diseguaglianze divenuta insostenibile, oltre che l’indice di quanto sia diventata importante l’emulazione sui social. Un’altra variante determinante nel contesto attuale è infatti quella dei nuovi media, i così detti social, da faceboock, a istagram, a telegram, a tik tok e via dicendo. Sono nelle mani dei miliardari dell’alta tecnologia, che li usano per farsi una caterva di soldi con la pubblicità e cedendo dati sulle preferenze degli utenti. Eppure è soprattutto dentro la gabbia dei social che interagiscono le spinte giovanili al cambiamento della società. Siamo in tempi in cui la guerra viene combattuta in modo sempre più deresponsabilizzato, guidando un drone-killer come in un videogame, o delegando il bersaglio ad un algoritmo. Come se si volesse far credere che ci sono morti ammazzati ma non ci sono assassini. Siamo in tempi in cui il genocidio palestinese viene derubricato come situazione di tensione in medio-oriente. Risuona qualcosa? Esistono tanti tipi di violenza, alcuni chiari e concreti, altri nascosti, che restano sotto la soglia della visibilità. I ricatti sul lavoro, la scarsa sicurezza, la precarietà sono forme di violenza che sembrano invisibili, ma che agiscono distruttivamente su chi le subisce. Esiste poi una violenza strutturale, esercitata dal sistema economico-finanziario e da quello politico-militare: quella che può tagliarci la strada, dividerci, che può costringerci in povertà, portarci in guerra, perché la richiesta di diritti non è più contemplata e la libertà di dissenso potrebbe presto diventare carta straccia. Ci vogliono ancora altre prove per processare il premier dello stato di Israele e gli alti vertici per genocidio? Posso porre questa domanda senza essere accusato del reato di antisemitismo? “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, diceva Gandhi. La cecità della violenza cammina a braccetto con la cecità dell’indifferenza e della sudditanza. Qualcuno forse preferirebbe dei giovani assuefatti alle droghe tecnologiche, inebetiti dagli schermi, ma quelle ragazze e ragazzi che disertano le lezioni per protestare insieme dimostrano che non è così, o almeno non solo così. Gli episodi di violenza e distruzione, minoritari ma presenti tra i manifestanti e, ancor più, i saccheggi dei gruppi di giovanissimi, dovrebbero essere presi per quello che sono, ovvero un campanello d’allarme. Sono il sintomo di una profonda malattia della società, intrappolata tra un progresso senza limiti e una relazionalità ancora troppo vicina all’età della pietra. Un buon medico si darebbe da fare per alleviare i sintomi e, soprattutto, per curare la malattia. Ovvero, trasformare la società. Chissà, forse saranno loro, i primi medici scalzi, curatori della natura, curatori della società. Carlo Bellisai
October 25, 2026
Pressenza
Ottobre nero per Israele
Fino a qualche mese fa non potevo immaginare di scrivere questo articolo perché ero straconvinto che non potevo nemmeno pensarlo. Israele si è fondato, consolidato ed è diventato quello Stato intoccabile a livello mondiale basandosi su diversi elementi immaginari che lo stanno portando alla fine. In primis Israele è nato grazie alla complicità del mondo occidentale, che per senso di colpevolezza ha voluto farsi perdonare regalando agli ebrei la terra altrui, cioè la Palestina. Così facendo si pensava che con il passare del tempo quella popolazione palestinese si sarebbe mescolata all’interno del mondo arabo. Oppure come recita il detto popolare “non fare del bene a vecchi e bambini, i vecchi muoiono e bambini scordano”. David Ben-Gurion il primo Ministro Israeliano pronunciò una frase simile affermando nel lontano 1948 “i vecchi muoiono e i giovani dimenticano”. Dopo oltre 100 anni di lotte, di battaglie e di guerre, generazione dopo generazione nessun ha dimenticato anche se i vecchi non ci sono più, e i giovani non solo hanno conservato la causa viva, ma l’hanno trasformata in una battaglia di civiltà, di diritto, di legalità e di giustizia non solo in Medio Oriente, ma a livello mondiale. Basti pensare alle varie fasi storiche più significative dove gli stessi israeliani e i loro amici ed alleati arabi che hanno tentato di liquidare la causa palestinese: la Nakba 1947/1948, la guerra di Suez, la guerra dei 6 giorni 1967, la battaglia di al Karama 1968, “Settembre nero” 1970, la guerra del Kippur 1973, la guerra civile in Libano 1975 l’invasione del Libano 1982, il massacro di Sabra e Shatila 1982, la prima intifada 1987 , la prima guerra del golfo 1990 , e la seconda intifada 2000 e la fine di Saddam Hussein 2000 e con lui lo Stato Iracheno, i vari bombardamenti su Gaza e l’ultimo Tufan al Aqsa ottobre 2023. In tutte queste fasi molti scommettevano sulla fine della causa palestinese e in tutte queste fasi, dopo averla data per morta, risorgeva da sotto le ceneri più forte, più potente e più determinata, per cui la famosa frase di Ben Gurion era ed è una frase che non ha nessun significato sul campo. In secondo luogo, sempre il mondo occidentale, dopo avere capito che il periodo coloniale stava terminando, ha pensato di non abbandonare il Medio Oriente del tutto, sia per la posizione geografica che per l’oro nero, il petrolio, per cui Israele doveva costudire gli interessi occidentali nella zona. Questa ipotesi ha retto fino ad un certo punto e si potrebbe dire che Israele ha giocato questo ruolo in modo intelligente ed abile sia dal punto di vista politico, economico e etico. Ha funzionato al punto tale che ha convinto non solo il mondo occidentale, ma anche certe monarchie arabe, che avrebbe operato per difendere i loro interessi, fino alla realizzazione dei famosi accordi di Abramo. Diversi paesi arabi stavano trattando con Israele per stipulare accordi militari contro il regime degli Ayatollah in Iran. Dopo il 7 ottobre 2023, questo ruolo non solo è crollato, ma anche Israele non era in grado di difendere sé stessa. E ancora, dopo ottobre 2023, il mondo occidentale se n’è accorto: Israele anziché fare il poliziotto per conto dell’Occidente in Medio Oriente è diventato un peso insopportabile economicamente, militarmente e soprattutto eticamente. Solo dagli USA lo stato Israeliano ha avuto sin dalla sua nascita oltre 350 miliardi di dollari. In base agli accordi bilaterali tra Israele e gli USA del lontano 1979 gli USA garantiscono circa 4 miliardi di dollari annui soprattutto per la difesa e nel 2023 questa cifra ha raggiunto un record storco di circa 18 miliardi di dollari. L’Unione Europea formalmente non eroga direttamente aiuti ad Israele, ma lo fa in modo indiretto attraverso i progetti di ricerca scientifica e tecnologica, sono 213 progetti finanziati dalla UE per un ammontare di un miliardo di euro, in aggiunta a questo va precisato che tra la UE e Israele cè il famoso accordo di Associazione tanto discusso, ma purtroppo ancora in vigore. Sarebbe utile analizzare il flusso di denaro che arriva ad Israele sia dai singoli stati Europei che dalla stessa UE. Perché cosi i cittadini europei potranno vedere dove vanno le tasse che pagano annualmente. Basti pensare ai giovani, all’opinione pubblica europea, alle mobilitazioni oceaniche a favore della Palestina. Ogni giorno che passa mi convinco di più per quanto riguarda il continuo sostegno del mondo occidentale ad Israele, nonostante sia uno stato genocida, trova la suo forte motivazione dentro il mondo occidentale nel suo complesso perché esso stesso è coloniale per cui in Israele trova se stesso. Il mondo occidentale non permetteva la sconfitta dello Stato di Israele, ma oggi, e dopo questi lunghi anni, lo stesso Stato di Israele non rappresenta ciò che rappresentava tempo fa per il mondo occidentale: anziché essere di aiuto è diventato un peso politico, economico, morale. Oggi l’occidente, che predicava il diritto, la legalità, il multilateralismo, gli organismi internazionali, deve decidere cosa fare. Continuo ancora a credere che l’Occidente non permetta ancora oggi la sconfitta militare di Israele, ma credo che allo stesso tempo non possa continuare a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio del popolo palestinese per cui non farà nulla per salvarlo da sé stesso. Credo che lo stato di Israele stia arrivando alla fine della sua corsa grazie all’autolesionismo interno, perché il paese potrebbe essere alla vigilia di una guerra civile di cui nessuno può prevedere la conseguenza sul campo. Infine, la determinazione del popolo palestinese sia quella componente che si trova in Palestina che quella della diaspora, nel continuare la sua lotta generazione dopo generazione fa sì che il mondo intero venga messo in crisi non solo dal punto di vista militare, ma etico e morale. Di fronte a questo scenario, l’autolesionismo interno in Israele, la continuità della lotta palestinese per l’indipendenza e la libertà e la convenienza dell’Occidente fanno sì che il percorso verso la fine di Israele sia già iniziato e sarà inconvertibile perché la forza della ragione è più potente della ragione della forza. I tanti imperi del passato che hanno consolidato la loro esistenza basandosi sulla forza sono finiti dall’interno, i Greci, i Persiani, i Romani, i Faraoni, gli Arabi e gli Ottomani, non credo che lo stato genocida di Israele sia diverso da tutti questi imperi del passato. Ottobre nero, questo mese rappresenta per tanti israeliani un mese particolare perché nello stesso mese nel lontano 1973 la guerra del Kippur, nel 2023 l’attacco di Hamas e nel 2026 il voto. Martedì prossimo 27 ottobre è una data importante perché gli israeliani vanno ai seggi elettorali per eleggere i 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, la preoccupazione è che i seggi elettorali forniscano al paese un parlamento ancora più radicale. Gli analisti affermano che nel caso di sconfitta del blocco dell’attuale Primo ministro il paese potrebbe rischiare una guerra civile. Va precisato che dal 2023 ad oggi circa mezzo milioni di cittadini israeliani cosiddetti laici hanno abbandonato il paese consegnandolo agli integralisti. Per noi palestinesi al di fuori della lista del gruppo misto “i cittadini palestinesi” nessun degli altri blocchi principali hanno nei loro programmi un percorso di pacificazione e quindi di rivalorizzare e riattivare la famosa equazione due popoli per due stati. Un detto popolare palestinese recita: “i tarli del legno nascono dal legno stesso”, cioè per dire che il pericolo non viene dall’esterno, ma nasce dall’interno e Israele non sarà una eccezione. Milad Jubran Basir, Giornalista Italo Palestinese e attivista per i diritti umani Milad Jubran Basir
October 25, 2026
Pressenza
Odissea lavoro: quando il discrimine è la maternità
Con questo articolo inizia l’odissea nel mondo del lavoro, e in particolare, nel mondo delle lavoratrici. Dal reato di maternità ai lavori fake: ombre e luci del mondo lavorativo, nero su bianco. Quando una delle prime domande al colloquio di lavoro è: “Ha intenzione di avere figli?” oppure “Ha un marito, un compagno?”, bene sorella, scappa. Anzi no: ricorda al recruiter che queste domande sono illegali e fuori legge. Oppure, rimandale al mittente: “E lei, invece, ha figli? Davvero si? Allora mi riveli il suo segreto: come fa a conciliare lavoro e famiglia?”. Il mood è, sempre più spesso, questo: la candidata si siede per il colloquio e il recruiter – anzi, pardon, l’HR – il più delle volte il curriculum non lo ha neanche letto. In realtà, al netto delle competenze, il suo interesse principale è assicurarsi che quella donna che ha davanti non abbia nella sua testolina l’idea di diventare madre. Si perché poi magari inizierebbe il valzer delle assenze durante la gestazione, poi l’aspettativa post partum, poi le malattie del pupo. Quindi, a parità di titoli, viene spesso preferito un uomo. Senza contare il fatto che adesso anche lui ha diritto a permessi e aspettativa per l’accudimento dei figli. Per esperienza diretta, dagli anni ’90 a oggi è cambiato veramente poco nelle procedure di selezione, rispetto all’assunzione delle donne. Le stesse domande, lo stesso tono semi inquisitorio, la stessa discriminazione di genere. Certo, sono state emanate leggi per cercare di eradicare questa cattiva abitudine, però quello che si è ottenuto è, a conti fatti, solo il suo contenimento. Ossia: queste domande vengono ancora poste, ma in maniera più subdola. Secondo i dati diffusi da RaiNews nel secondo trimestre del 2026, il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni in Italia si attesta al 54,8%, a fronte del 71,9% maschile, registrando una differenza di 17,1 punti percentuali. Una differenza notevole che pesa come un macigno. La maternità era ed è vista come un ostacolo: ho assistito al licenziamento di una collega solo perché aveva deciso di sposarsi, allontanamento camuffato come “periodo di ferie” nel quale occuparsi del matrimonio e dal quale poi sarebbe tornata per rioccupare lo stesso posto. L’episodio più agghiacciante però è stato quando ho ascoltato una conversazione tra il capo e una dipendente, durante la quale lei gli comunicava di essere incinta. Le sue parole testuali sono state “sgravate come vacche”. Non credo che servano commenti. Ho visto colleghe assunte senza contratto, che accettavano di lavorare per bisogno, e poi venivano allontanate per avere commesso il reato di maternità. La domanda è: come risolvere la questione? Il nuovo decreto lavoro (decreto-legge 62/2026) ha introdotto, all’articolo 1, una importante misura: il Bonus donne 2026. Si tratta di un incentivo che prevede un esonero totale (100%) dai contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati per le assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal 1° gennaio al 31 dicembre 2026 riservato a donne in situazione di svantaggio : https://www.inps.it/it/it/inps-comunica/notizie/dettaglio-news-page.news.2026.05.bonus-donne-2026-guida-alle-assunzioni-con-sgravio-inps-100.html Sicuramente si tratta di una misura interessante, che però riduce la questione a un bonus, rimandando la questione fino a 24 mesi. Vale a dire che, dopo due anni, il bonus finirà e con esso, molto probabilmente, finirà anche il contratto. Perciò siamo alle solite: la coperta è troppo corta e la decisione è tra coprirci la testa o scoprirci i piedi. Mentre la spesa del riarmo aumenta, le politiche del lavoro stagnano. Il programma GOL – acronimo che sta per Garanzia Occupabilità Lavoratori – ha permesso la riqualificazione di migliaia di lavoratori e lavoratrici; tuttavia, per quelle di loro che hanno scelto obtorto collo di ritirarsi dal mondo del lavoro per accudire familiari, spesso anziani o portatori di handicap, quale rientro lavorativo si prevede? Come è possibile rientrare dopo anni di assenza, visto che l’età è forse uno dei primi ostacoli da superare per ricominciare un’attività? E perché il caregiving non viene considerato un lavoro a tutti gli effetti, con tanto di stipendio e contributi? Inizia qui il nostro viaggio nel mondo del lavoro. Ne vedremo delle belle, questo è sicuro. Stefania Catallo
October 24, 2026
Pressenza
Appello di Combatants for Peace per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato in Cisgiordania
Ieri, 23 ottobre, due uomini armati palestinesi hanno ucciso due soldati israeliani nei pressi di Hebron. In risposta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di distruggere l’intera area da cui provenivano gli aggressori.  «Innanzitutto, agiremo per distruggere questo luogo, per trasformarlo completamente», ha affermato. Ha poi dichiarato: «Evacueremo i residenti», descrivendo perquisizioni in ogni casa. Ha anche detto che il suo governo avrebbe valutato la possibilità di estendere questo approccio ad altre città e ha aggiunto che l’esercito era pronto a lanciare un’operazione in Cisgiordania su una scala mai vista dai tempi della Guerra dei Sei Giorni del 1967 — una guerra che ha causato lo sfollamento di centinaia di migliaia di palestinesi. Il primo ministro, responsabile dell’uccisione di decine di migliaia di civili a Gaza e dello sfollamento di quasi tutta la sua popolazione, sta ora annunciando apertamente lo sfollamento di massa dei civili palestinesi in Cisgiordania. Le operazioni militari e le demolizioni sono già iniziate a Hebron. Punire un intero quartiere per le azioni di due persone è una punizione collettiva, ma queste misure devono anche essere intese come parte di un più ampio disegno volto a effettuare una pulizia etnica dei palestinesi in vaste aree della Cisgiordania attraverso vessazioni, demolizioni di abitazioni e l’agevolazione e l’incitamento al terrorismo dei coloni. Noi, palestinesi e israeliani che da vent’anni ci battiamo insieme contro lo spargimento di sangue, chiediamo ai governi, alle istituzioni internazionali e alle persone di tutto il mondo di agire immediatamente per fermare questi crimini e proteggere chi è in pericolo. Le dichiarazioni di condanna e i gesti simbolici non sono più sufficienti. I governi devono usare la loro influenza diplomatica ed economica per fermare le distruzioni e lo sfollamento forzato. Esortiamo i nostri sostenitori in tutto il mondo a chiedere ai propri rappresentanti di agire subito. Non aspettate fino a dopo le elezioni israeliane. Qualunque sia il risultato, l’attuale governo rimarrà in carica fino a quando un nuovo governo non subentrerà. Un’elezione non sospende il suo potere di distruggere case o di cacciare le persone dalla loro terra. Quante altre famiglie perderanno le loro case prima che il mondo agisca?   Combatants for Peace
October 24, 2026
Pressenza
“Non vi ho dimenticato, non siete soli.” Testimonianza dalla Cisgiordania occupata
Quella che segue è la testimonianza di una volontaria internazionale, tornata recentemente in Cisgiordania dopo un’esperienza vissuta negli stessi territori un anno prima. Durante la sua permanenza ha condiviso momenti della vita quotidiana delle comunità palestinesi, accompagnandole e documentando le violenze dei coloni, le restrizioni imposte dall’occupazione militare israeliana e le forme di resistenza con cui queste comunità cercano di continuare a vivere sulla propria terra. Per ragioni di sicurezza e per tutelare la possibilità di proseguire questa attività, abbiamo scelto di non pubblicare il suo nome. Il suo racconto restituisce qualcosa che spesso sfugge alle cronache: non soltanto la violenza dell’occupazione, ma il significato della presenza, della solidarietà e dei legami umani che resistono anche nelle condizioni più difficili. E’ passato un anno da quando, su questa stessa seggiola, cercavo di mettere in fila i miei pensieri, i miei sentimenti, le mie emozioni. Ora come allora ho mille cose che mi frullano per la testa, ho mille emozioni che premono nel petto per uscire e oggi, come allora, non so come gestirle. Un anno e la situazione è peggiorata anche oltre quello che potevo immaginare. In quest’anno ho seguito con ansia le notizie che arrivavano, ho ascoltato con attenzione le parole dei volontari che si alternavano sul campo, eppure non ero pronta, eppure non ero preparata ad affrontare tutto questo. Non ero preparata a vedere le ferite, non solo fisiche, di quelle persone la cui vita mi era capitato di incrociare in quelle settimane. Non ero preparata a non trovare più le case in cui avevo, seppur per brevissimi periodi, mangiato, chiacchierato, passato ore con lo sguardo rivolto agli schermi delle telecamere di sicurezza, oppure lontano, ai punti da cui più spesso arrivano i coloni. I coloni, quelli che da noi appaiono come entità quasi anomale, qui hanno la faccia di un ragazzino che sputa al pastore palestinese che ha l’unica “colpa” di voler pascolare il suo gregge nelle sue terre. Hanno la faccia di quell’uomo che, con un mitra in spalla, schernisce Sheikh Said. Hanno la faccia indistinta e codarda di quel gruppo che a sassate distrugge il pulmino. Uno dei pochi, se non l’unico, rimasto per portare i bambini a scuola in una zona come quella della firing zone, in cui i villaggi sono fatti di poche case, su quel terreno arido e duro come sa esserlo una zona alle porte del deserto. Hanno la faccia di quel ragazzo che, a cavallo, entra nel giardino al calar della sera, calpestando l’orto di famiglia. Hanno la faccia di quella gang che scorrazza in ATV nelle stradine sconnesse del villaggio, ormai abitato da soli uomini. Perché a volte, se si è fortunati, scorrazzano soltanto. Ma a volte, e non sono poche, lanciano sassi, usano bastoni anche contro vecchi, donne e bambini. Così, se puoi, li allontani, cerchi di proteggere i tuoi cari. L’occupazione, quella bestia che ti toglie il respiro fino a farti sentire stordita. È nell’aria che ti sembra di non riuscire a respirare, nella terra che non riesci a calpestare perché troppo vicina a un outpost, una colonia o una farm, dove una vegetazione lussureggiante e non certo autoctona ruba quella stessa acqua che spesso manca nelle case palestinesi. È nel gate che trovi chiuso al mattino e che ti impone di fermarti, di non andare, se ti va bene di ritardare i tuoi impegni. Oppure è nel soldato che, a viso coperto e armato fino ai denti, ti chiede i documenti, a te armata solo di una macchina fotografica. Ti chiede di giustificare perché tu sia lì, magari semplicemente a bere un tè in compagnia di una famiglia palestinese, o perché sei accorsa, chiamata per documentare l’ennesima violenza. È nella paura che quell’incontro, che la fotografia al tuo passaporto e al tuo visto, siano l’anticamera della revoca del visto, se non dell’espulsione, l’anticamera dell’impossibilità di tornare a incontrare queste persone, queste famiglie, questo popolo. E di fronte a tutto questo ti chiedi: ma che senso ha la mia presenza? Come può il mio essere qui avere un senso, avere un peso e un’utilità? Allora li guardi negli occhi e vedi la loro resistenza, la loro resilienza, la loro forza. Quella di Sheikh Said, a cui è stata amputata una gamba a causa di un proiettile esplosivo. Una pallottola illegale ovunque, sparata da un colono. Picchiato e vessato in mille occasioni, di fronte al colono pastore armato di mitra che cerca, con le sue pecore, di distruggere i suoi ulivi, non si lascia intimidire e continua a dissertare con te di religioni e filosofia. È negli occhi di quella ragazza che tiene in braccio la sua bambina di pochi giorni, quella bambina che ha rischiato di non nascere a causa di un colpo ricevuto durante un pogrom dei coloni. È negli occhi di chi ci aspetta nel buio della firing zone. Sì, nel buio, perché con la luce nella firing zone non si può entrare. Zona proibita, inaccessibile anche a chi ci vive. E che ci porta subito un piatto da mangiare, perché stanotte poi c’è una veglia da fare, è tardi e devi riposare un po’ prima. È nella bambina che, orgogliosa del suo inglese, ti chiede: «Ti piacciono di più i coloni o i palestinesi?». È nelle chiacchiere degli shebab che, davanti a un narghilè, ti raccontano degli avamposti. Inutile chiamarli illegali: lo sono per definizione, per il diritto internazionale e, addirittura, per assurdo, lo sono anche per il diritto israeliano. Ma quel diritto qui non c’è, o meglio, non c’è per i palestinesi, che si vedono costantemente piazzare tende, caravan e costruzioni sull’uscio di casa. È nella conta delle vetture sequestrate perché cercavano di portare acqua e cibo in qualche villaggio isolato, perché cercavano di portare aiuto alle famiglie rimaste senza casa dopo una demolizione. È nella fuga a fari spenti, mentre cercavano di riportare a casa un amico arrestato solo perché aveva cercato, con il suo corpo, di impedire l’ennesimo furto di quelle pecore che, in queste zone, sono un mezzo di sussistenza. E allora ti tornano in mente le parole di Hafez, quando sei andata via la prima volta: “Non è tanto per quello che fai qui, ma per il fatto che sei qui.” E allora vedi il sorriso sul volto di chi ti riconosce: sei tornata, non ci hai dimenticato. E allora, in queste piccole cose, trovi il senso della tua presenza, anche fosse solo questo: non vi ho dimenticato, non siete soli, la vostra lotta per l’esistenza è la mia lotta per sentirmi ancora un essere umano.   Redazione Italia
October 24, 2026
Pressenza