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La Peacewalk to Jerusalem entra in Svizzera
 Il 27 maggio i camminatori provenienti dal sud della Francia sono stati accolti a Ginevra davanti alla Broken Chair, presso il Palazzo  delle Nazioni Unite, in un incontro simbolico che ha inaugurato il tratto svizzero del cammino. La scelta di Ginevra non è casuale. Città della diplomazia internazionale e sede europea delle Nazioni Unite, rappresenta uno dei luoghi più significativi al mondo per un’iniziativa che promuove il dialogo, la nonviolenza e la fraternità tra i popoli. Il benvenuto riservato ai partecipanti ha sottolineato il valore umano e simbolico di un percorso che attraversa Paesi, culture e religioni nel segno della pace. Il prossimo appuntamento sarà il 1° giugno a Losanna, dove convergeranno le due rotte francesi della Peacewalk: quella partita da Parigi e quella proveniente dal sud della Francia, collegata al percorso che risale da Finisterre. L’incontro segnerà l’inizio della traversata della Svizzera da ovest a est. Nel cuore dell’Europa, la Confederazione Svizzera offre uno scenario particolarmente coerente con i valori del progetto. Le sue quattro lingue nazionali, la tradizione di neutralità e mediazione internazionale, la presenza del Comitato Olimpico Internazionale a Losanna e il legame con Henry Dunant, fondatore della Croce Rossa, fanno della Svizzera un ponte naturale tra culture e popoli. Il 1° giugno i partecipanti delle due rotte condivideranno un pasto comune e alle 20.00 si svolgerà una cerimonia pubblica con canti e benedizioni presso il Padiglione Thailandese del Parc Denantou di Losanna, organizzata da Flame of Hope e dal team Peacewalk Switzerland. Nelle settimane successive il cammino attraverserà Friburgo, Berna, Schwarzenburg, Flüeli-Ranft, Lucerna, Beckenried, Einsiedeln, Rapperswil, Appenzell e Oberriet. Il 25 giugno il testimone sarà consegnato agli amici austriaci sulle rive del Reno. Alla cerimonia parteciperà Johannes Aschauer, fondatore della Jerusalem Way, che celebrerà il quattordicesimo anniversario del percorso. Da lì la Peacewalk continuerà verso Linz, Budapest, Sarajevo, Istanbul, Amman e Gerico, fino a raggiungere Al-Quds/Gerusalemme. Un lungo cammino che attraversa frontiere e differenze culturali per affermare, passo dopo passo, la possibilità di una convivenza pacifica tra gli esseri umani. Tiziana Volta
May 30, 2026
Pressenza
La Cassazione smonta il teorema contro i palestinesi in carcere dal 27 dicembre
Niente prove, niente “fonti segrete”, niente scorciatoie: annullata con rinvio la conferma delle misure cautelari contro Mohammed Hannoun e gli altri attivisti. La Suprema Corte boccia l’utilizzo di fonti indeterminate e materiale privo di verifiche. Un colpo durissimo a un’inchiesta che appare sempre più come una montatura politico-giudiziaria commissionata da Israele andata a male. La Suprema Corte ha infatti annullato con rinvio le ordinanze con cui il Tribunale del Riesame di Genova aveva confermato le misure cautelari nei confronti di Mohammed Hannoun e degli altri indagati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso associazioni impegnate nella solidarietà con il popolo palestinese. Non si tratta di un dettaglio tecnico. La Cassazione ha demolito uno dei pilastri fondamentali dell’impianto accusatorio: l’utilizzo di presunte “fonti aperte” mai identificate, mai sottoposte a verifica e prive di qualsiasi accertamento sulla loro attendibilità. Secondo la Corte, un giudice non può fondare una decisione sulla base di materiale di cui non siano chiaramente indicati origine, provenienza e affidabilità. Le cosiddette “fonti aperte” non sono automaticamente fatti notori e non possono essere utilizzate come prove semplicemente perché reperite online o richiamate dagli investigatori. Ancora più significativa è l’affermazione secondo cui risultano inutilizzabili anche materiali provenienti dai servizi israeliani se non accompagnati dalle necessarie garanzie di verificabilità e controllo processuale. È una censura pesantissima. Per mesi l’inchiesta è stata presentata all’opinione pubblica come la scoperta di una rete di finanziamento del terrorismo operante in Italia. Titoli, dichiarazioni e ricostruzioni mediatiche hanno contribuito a costruire l’immagine di una presunta infrastruttura clandestina legata ad Hamas. Oggi la Cassazione afferma che una parte decisiva di quel castello accusatorio poggia su elementi che non possono essere utilizzati in un processo. Parallelamente, la Suprema Corte ha respinto il ricorso della Procura che tentava di difendere l’impianto investigativo. Nelle motivazioni si legge una critica netta al tentativo dell’accusa di ottenere una rivalutazione delle prove incompatibile con il giudizio di legittimità e priva dei necessari riscontri documentali. Tradotto in termini politici e giudiziari: la Procura non è riuscita a dimostrare in maniera adeguata nemmeno il percorso attraverso il quale le risorse raccolte dalle associazioni sarebbero effettivamente arrivate a organizzazioni terroristiche. Adesso il Tribunale del Riesame dovrà riesaminare l’intera vicenda praticamente dalle fondamenta. Dovrà verificare l’attendibilità delle fonti utilizzate dagli investigatori. Dovrà stabilire se esistano elementi autonomi sufficienti a sostenere l’accusa. Dovrà chiarire la natura delle organizzazioni coinvolte. Dovrà accertare se gli indagati fossero realmente consapevoli di eventuali finalità terroristiche dei fondi raccolti. In altre parole, dovrà fare ciò che in uno Stato di diritto dovrebbe essere fatto fin dall’inizio: basare le decisioni su prove verificabili e non su presunzioni. La vicenda assume un significato ancora più ampio se inserita nel contesto degli ultimi mesi. Dall’arresto di Anan Yaeesh all’inchiesta contro Hannoun, fino alla condanna di Ahmad Salem per il cosiddetto “terrorismo della parola”, emerge un quadro nel quale l’attivismo palestinese e la solidarietà con la Palestina sembrano essere diventati oggetto di una particolare attenzione repressiva. Naturalmente ogni indagine deve seguire il proprio corso e ogni eventuale responsabilità va accertata nelle sedi competenti. Ma proprio per questo è fondamentale che le garanzie processuali valgano per tutti, anche per i palestinesi. Le motivazioni della Cassazione ricordano un principio elementare che troppo spesso sembra essere stato dimenticato nel dibattito pubblico: non si possono costruire accuse sulla base di suggestioni, dossier opachi, informazioni non verificabili o materiale proveniente da apparati di intelligence stranieri senza adeguati controlli. Perché quando si accetta che le garanzie vengano ridotte per una categoria di persone considerate “sospette” per definizione, il problema non riguarda più soltanto quelle persone. Riguarda la tenuta stessa dello Stato di diritto. L’impressione è che l’operazione che aveva portato agli arresti di dicembre stia mostrando crepe sempre più profonde. E che dietro la retorica della lotta al terrorismo stia emergendo una realtà molto diversa: quella di un’inchiesta costruita su fondamenta assai più fragili di quanto fosse stato raccontato. Sarà ora il Tribunale del Riesame a dover verificare se, una volta eliminate le scorciatoie investigative censurate dalla Cassazione, resti davvero qualcosa in grado di sostenere l’accusa. Osservatorio Repressione
May 29, 2026
Pressenza
Festa solidale alla Casa delle Donne di Viareggio
Ieri 28 maggio l’annuale festa del tesseramento della Casa ha brillato come una perla nell’incipiente estate, un fiore dai molti petali colorati e profumati. Nel fresco giardino della Casa all’interno della pineta tutto era allestito con cura e grazia, tante donne ma anche uomini sensibili e consapevoli perché l’umanità cammina insieme e i valori portati avanti dalle donne sono un dono per tutti. Primo petalo, la sapiente introduzione della Presidente Ersilia Raffaelli che sempre sottolinea il parallelo tra violenza patriarcale e bellica. Interviene poi un medico del MeVV, medici volontari della Versilia, presenza preziosa per gli emarginati soprattutto in campo dentistico. È quindi la volta di Martina Luisi, PCRF Italia, diramazione dell’omonima palestinese, la principale ONG umanitaria in Palestina per le cure mediche, essenzialmente pediatriche, che in questi anni ha dovuto molto occuparsi degli aiuti alimentari divenuti la priorità quotidiana. Altra caratteristica è che PCRF non ha propri presidi sanitari come MSF e Emergency, ma lavora negli ospedali pubblici palestinesi, e non è iscritta nei registri israeliani: è a tutti gli effetti  solo palestinese. Martina ha parlato anche dell’inserimento delle famiglie palestinesi qui in seguito a ricoveri dei loro bambini. Il padre, prof. Luisi, noto cardiochirurgo pediatrico in pensione e presidente PCRF Italia, ha fatto un’interessante considerazione, sulla quale non siamo abituati a riflettere: sia che tu faccia o non faccia, ne persegue un danno, finché Israele è lì. Perché i beni e servizi portati in Palestina vengono fagocitati da Israele. Ciò non significa non fare, ovviamente, ma essere consapevoli del meccanismo. Si presentano ora I petali più belli, le due famiglie palestinesi che hanno cucinato la nostra cena, con vivaci frugoletti che corrono ovunque e una deliziosa preadolescente dall’incredibile voce, soprano in erba. Facciamo la fila per ricevere il piatto con cibo buonissimo, cuscus con verdure, riso speziato con mandorle tostate e tzatziki profumato alla menta, poi un morbidissimo dolce. Infine un intrattenimento inatteso e sorprendente, undici giovani donne che nel 2013 hanno costituito a Carrara il coro femminile “Le Malerbe”, nome che evoca le erbe selvatiche e resistenti che crescono in un territorio devastato dalle cave di marmo, in memoria delle donne in rivolta di piazza delle Erbe nel 1944. Loro repertorio canti popolari, di lavoro e politici di varie tradizioni, e collage fra gli stessi, in più lingue, compreso farsi e arabo. Coro a cappella a più voci, mimando anche effetti strumentali. Ci spelliamo le mani dagli applausi e dopo “Il disertore ” cantato in francese e italiano terminiamo insieme a gran voce con “Sebben che siamo donne”, rivisto in “Ebbene siamo donne”. Loro rifiutano compensi, tutto in solidarietà,  per il PCRF e le famiglie palestinesi. Davvero una grande giornata. Redazione Toscana
May 29, 2026
Pressenza
Porto di Gioia Tauro, bloccato il carico di armi per Gaza: scatta la protesta via mare e via terra
No al transito di materiale militare attraverso il porto di Gioia Tauro. Da circa due mesi, 16 container con sospetto materiale militare sono sottoposti a ispezione presso lo scalo portuale calabrese e oggi, 29 maggio, saremo presenti davanti al porto, con una doppia azione via mare e via terra, per monitorare ogni possibile partenza del carico. Continua, infatti la mobilitazione a sostegno dei lavoratori portuali impegnati nell’interruzione della filiera bellica, che alimenta guerra, occupazione e genocidio a Gaza. Oggi la nave Msc MANASVI avrebbe dovuto procedere al carico e proprio per questo motivo siamo qui in presidio davanti al porto. Perché si fa sempre più urgente e necessario monitorare e denunciare la catena della guerra che parte dai nostri territori. Dalle informazioni attualmente in nostro possesso, al momento il carico di container resterà nel porto, e non verrà caricato sulle navi cargo Msc.. In adesione allo sciopero generale per la Palestina promosso dai Giovani Palestinesi in Italia, alle 17:00 saremo davanti al porto di Gioia Tauro insieme al Coordinamento Calabria con la Palestina, BDS Calabria, Global Sumud Calabria e Thousand Madleens to Gaza. Alle 18:30 si terrà una conferenza stampa sul lungomare di San Ferdinando per rilanciare la lotta contro l’industria militare e l’economia di guerra. La guerra non inizia solo quando cade una bomba. Inizia nei contratti militari, nelle autorizzazioni all’esportazione, nei transiti portuali, e Gioia Tauro è uno dei principali hub container del Mediterraneo. Da qui passa una parte decisiva delle catene di approvvigionamento che rendono possibile l’invio di materiale militare. La legge 185 del 1990, in Italia, vieta l’esportazione e il transito di armi verso paesi in guerra armato. E ricordiamo che anche l’art. 11 della Costituzione “ripudia la guerra” in qualsiasi forma. Eppure la filiera continua a funzionare. Per questo il ruolo dei lavoratori portuali è decisivo. Ogni carico che non parte,  rappresenta un’interruzione concreta della macchina della guerra. È qui che la solidarietà può trasformarsi in potere collettivo. Proprio in queste ore, inoltre, un lavoratore è rimasto ferito nel porto di Gioia Tauro, a causa del ribaltamento di una gru. Mentre, pochi giorni fa, un lavoratore e sindacalista del SI Cobas è stato licenziato dal porto di Salerno per aver rivendicato la sicurezza sul lavoro. Anche questa notizia ci dice che chi alza la testa nei porti — per la propria sicurezza, per la dignità del lavoro, contro il traffico di morte — spesso rischia di pagare un prezzo personale molto alto. A loro va tutta la nostra solidarietà. Nei porti si concentrano le contraddizioni di un modello economico che considera i corpi dei lavoratori sacrificabili e le merci di morte trasportabili. Disarmare il genocidio significa anche rifiutare che i lavoratori paghino il prezzo più alto della guerra, della logistica militare e della sua interruzione. Per questo sosteniamo e rilanciamo la raccolta fondi lanciata da Chris Smalls per il fondo mutualistico a sostegno dei lavoratori portuali. Ed è per questo che nasce Global Intifada – Disarmare il Genocidio: una piattaforma internazionale costruita per sostenere, rendere accessibili e rafforzare le azioni contro la filiera militare. Uno spazio comune tra pratiche diverse, ricerca, mobilitazione, sciopero, azione sindacale, pressione legale, campagne pubbliche e azioni dirette. Tutte sono necessarie per tagliare le radici materiali della guerra. L’obiettivo è agire sui punti deboli della catena. Da qui nasce la mappa che lanciamo oggi: global-intifada.org/supply-chain Non è un atlante neutrale. È uno strumento politico. Serve a mostrare la filiera dietro le armi utilizzate a Gaza: armi prodotte anche in Europa, che attraversano i nostri territori, partono dai nostri porti e viaggiano nel Mediterraneo. Rendere visibile questa catena significa renderla contestabile, interrompibile, disarmabile. Oggi a Gioia Tauro lo ribadiremo: i porti non sono retrovie di guerra. Per questo Thousand Madleens to Gaza si uniscono al crescente movimento contro il genocidio in Israele mobilitando imbarcazioni nei porti complici, sfidando le aziende che traggono profitto dall’occupazione e dalla guerra e navigando in solidarietà con i lavoratori portuali e i sindacalisti che si rifiutano di movimentare armi e carichi militari. Attraverso l’azione diretta in mare e la solidarietà internazionale tra lavoratori, queste flottiglie contribuiscono a smascherare e interrompere le reti globali che sostengono violenza e apartheid. Il lavoro non è una macchina per uccidere. Disarmare il genocidio significa interrompere la filiera che lo rende possibile. Redazione Italia
May 29, 2026
Pressenza
Extinction Rebellion tinge di verde il laghetto dell’EUR di fronte alla sede di ENI: comincia la settimana di proteste a Roma
Oggi pomeriggio, Extinction Rebellion ha tinto di verde le acque del laghetto dell’EUR di fronte alla sede dell’ENI in piazzale Enrico Mattei a Roma e appeso al ponte sovrastante un enorme striscione con il logo dell’azienda che brucia la bandiera della Palestina e la scritta “Stop Ecocidio – Stop Genocidio”. Si apre così la PrimaVera Democrazia, la settimana di proteste di Extinction Rebellion, che vuole evidenziare il legame tra crisi ecoclimatica, guerre e crisi della democrazia. Temi che, nella giornata dello sciopero generale convocato da Unione dei Sindacati di Base e da Giovani Palestinesi, sono trasversali alle proteste di sindacati, movimenti e associazioni che chiedono si fermino la guerra, il riarmo e il genocidio a Gaza e denunciano la deriva autoritaria dell’Italia. In particolare, l’azione simbolica all’EUR vuole denunciare le conseguenze sugli ecosistemi e sul clima delle scelte di politica energetica del Governo, delle attività di estrazione di gas e petrolio da parte di ENI, e degli intrecci con le guerre in corso e la corsa al riarmo. Il verde innaturale assunto dall’acqua grazie alla fluoresceina, un tracciante innocuo che si degrada e scompare in poche ore, simboleggia infatti la distruzione e la morte degli ecosistemi e degli esseri viventi da cui dipende la sopravvivenza stessa dell’umanità. “L’ecocidio di cui parliamo non é un fenomeno lontano o astratto: l’inquinamento del suolo, dell’aria e delle acque ha conseguenze dirette sulla vita umana e non” racconta Davide, una delle persone sul posto. “Le responsabilità dell’industria petrolchimica, e di ENI, in questo panorama, sono importanti, come testimonia l’inquinamento e l’incidenza di patologie sopra la media a Gela o Priolo, in Sicilia, o nel Delta del Niger. Responsabilità che emergono anche nel supporto a Israele che a Gaza sta perpetrando un ecocidio e un genocidio”. Il riferimento è al tentativo di ENI di collaborare con Israele per l’estrazione di gas e petrolio nelle acque territoriali palestinesi. L’azienda ha ora ritirato la proposta, ma resta valida la partnership nel Mare del Nord con il gruppo israeliano Delek, uno dei principali fornitori di combustibile dell’esercito israeliano, inserito nella lista nera delle Nazioni Unite. O al noto caso del Delta del Niger: ancora oggi, il 75% di tutte le fuoriuscite di petrolio avvenute nella regione tra il 2006 e il 2020 sono attribuite a Shell ed ENI. Inoltre report di organizzazioni non governative hanno segnalato che nel 2024 l’azienda ha esercitato pressione sul Mozambico per accettare condizioni svantaggiose per il paese nel contratto per lo sfruttamento del bacino del Rovuma. Il Mozambico è al momento teatro di un’insurrezione armata legata anche al fatto che i progetti estrattivi nella regione non hanno portato benefici alle popolazioni locali. “La distruzione degli ecosistemi e di intere popolazioni, l’ecocidio e il genocidio, sono gli effetti di un sistema costruito sul colonialismo, sul profitto e l’illusione della crescita infinita su un pianeta finito. La policrisi che stiamo vivendo – guerre, pandemie, caos climatico – è l’effetto di un’unica ideologia. È ora che i governi ascoltino chi porta queste critiche in tutta Europa e cambino rotta ” dichiara Carlotta. La protesta si inserisce infatti in una mobilitazione internazionale promossa da diversi gruppi europei di Extinction Rebellion, Stop Rearm Europe, Ende Gelände e altri movimenti climatici, sociali e antimilitaristi, che inizia questo weekend in Italia, in occasione dell’80 anniversario della Repubblica, e proseguirà con appuntamenti in diverse capitali europee, per culminare il 14 giugno a Bruxelles con una marcia e un presidio davanti al parlamento Europeo. Extinction Rebellion
May 29, 2026
Pressenza
Marcia per la Pace a Verona
  Si è svolta nella serata di giovedì 28 maggio, la Marcia della Pace per le vie di Verona. “Imprimere un segno camminando“: questo è quello che abbiamo fatto questa sera, nella certezza che non è vero – come diceva un adagio antico – che se vuoi la pace devi preparare la guerra, ma che se vuoi la pace prepara la pace. In questo modo il Vescovo Domenico Pompili ha dato il senso della Marcia per la pace,  marcia che è stata organizzata dal Comune, dalla Diocesi, dal Coordinamento per le iniziative di pace e dalla Scuola di Pace e Nonviolenza. Presenti molti amministratori locali, cittadini di ogni età, provenienza e credo religioso. I partecipanti, con un lumino o una candela in mano, hanno creato un fiume di persone lungo oltre 500 metri. A colpire, la pace che si respirava tra tante bandiere che svolazzavano, chiacchiere pacate, desiderio di esserci. Ad aprire il corteo lo striscione che ricorda – come sottolineato dal Sindaco Damiano Tommasi alla partenza da Piazza Bra – l’impegno di Verona Citta di Pace. Arrivati in Piazza Duomo sono state ricordate dagli organizzatori le due coordinate: – la COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA , di cui in questi giorni celebriamo gli 80 anni, che all’articolo 11 dichiara che “L’Italia ripudia la guerra”; – le parole di PAPA LEONE XIV all’Università Sapienza di Roma quando ha affermato con chiarezza: «Non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune». Quindi i rappresentanti di varie confessioni religiose  Buddisti, Ebrei, Musulmani, Sikh, Bahá’í, Cristiani – hanno portato il loro saluto e DESIDERIO DI PACE di pace. Presente la Comunità Emmaus di Aselogna che ha esposto il lenzuolo con i 12.000 nomi dei bambini Palestinesi uccisi a Gaza. Al termine il Vescovo Domenico Pompili ha offerto tre spunti da questa serata: – che se i conflitti esistono, c’è sempre la possibilità di affrontarli con un dialogo civile; – che non basta più una razionalità fredda, ma occorre una nuova frontiera ovvero quella intelligenza affettiva; – che chiunque usa il nome di Dio per giustificare guerra e violenza, bestemmia. Luigi Meneghello Redazione Italia
May 29, 2026
Pressenza
Rivoluzione e fenomeni psicosociali: una riflessione dal tavolo di lavoro del Forum Umanista Internazionale
La riflessione sulla rivoluzione e sui fenomeni psicosociali parte da una constatazione fondamentale: i cambiamenti sociali e culturali si stanno verificando a una velocità senza precedenti, rendendo persino difficile comprenderli. Non si tratta più solo di processi politici tradizionali o di trasformazioni guidate da strutture partitiche o sindacali, ma di movimenti più diffusi, emotivi ed esistenziali. In diversi paesi compaiono segnali di malessere, stanchezza e ricerca di senso che si esprimono in modi molto diversi: il voto “antisistema”, le proteste spontanee, le nuove forme di organizzazione giovanile o persino certi fenomeni collettivi che tentano di spiegare esperienze straordinarie. Tutto ciò rivela una sensibilità sociale in transizione, in cui le persone percepiscono che le forme tradizionali di vita, di rappresentanza e di convivenza non sono più sufficienti a rispondere alle esigenze attuali. In diverse parti del mondo si possono osservare i primi segnali di questo processo. In Bolivia, la rivolta popolare contro problemi quotidiani come la benzina adulterata ha dimostrato come una situazione concreta possa innescare rapidamente una reazione collettiva in grado di destabilizzare il potere. Nelle Filippine, i giovani della Generazione Z esprimono il proprio dissenso nei confronti delle strutture tradizionali e cercano nuove forme di partecipazione. Negli Stati Uniti, le proteste contro la guerra o contro le politiche migratorie indicano che anche società abituate alla stabilità iniziano a mostrare crepe interne e il bisogno di cambiamento. In Argentina, nel frattempo, molte persone vivono una rivoluzione più interna e soggettiva: mettono in discussione le forme tradizionali di fare politica, diffidano delle istituzioni religiose o partitiche e iniziano a chiedersi come costruire un altro modo di vivere più umano e coerente. Allo stesso tempo, emergono risposte concrete e collettive che potrebbero prefigurare nuove forme di organizzazione sociale. Spazi educativi alternativi, comunità lontane dai grandi centri urbani, gruppi di medicina alternativa, teatro-forum, cinema-forum e reti di scambio di conoscenze tra generazioni testimoniano i tentativi di ricostruire legami umani più diretti e solidali. Forse uno dei fenomeni psicosociali più importanti di quest’epoca è proprio il passaggio dall’individualismo e dalla frammentazione verso nuove ricerche di comunità, senso e protagonismo personale. La rivoluzione, in questo contesto, non sembra nascere solo dal classico confronto politico, ma anche da profondi cambiamenti nella sensibilità, nelle relazioni umane e nel modo in cui le persone immaginano il futuro e desiderano vivere. Nelsy Lizarazo
May 29, 2026
Pressenza
Napoli, piazza Garibaldi cambia volto: sei chioschi per inclusione, cultura e servizi
Aperti i sei chioschi dell’area nord della piazza. Completato il sistema degli otto presidi previsti dal progetto Bella Piazza, tra inclusione sociale, cultura, servizi e sostegno ai cittadini. Napoli compie un nuovo passo nel percorso di riqualificazione di piazza Garibaldi. Sono stati inaugurati questa mattina i sei chioschi situati nell’area nord della piazza, nell’ambito del progetto “Bella Piazza”, iniziativa di rigenerazione urbana e sociale promossa attraverso la collaborazione tra enti del terzo settore, istituzioni e realtà del territorio. All’inaugurazione hanno partecipato il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, il presidente della Fondazione Con il Sud, Stefano Consiglio, e la coordinatrice del progetto Bella Piazza, Elena De Filippo della Dedalus Cooperativa Sociale. Con l’apertura dei nuovi spazi si completa il sistema degli otto presidi previsti per la piazza, che comprende anche la Portineria Garibaldi e il presidio delle forze dell’ordine. L’obiettivo è trasformare l’area in un luogo vissuto, sicuro e capace di offrire servizi, occasioni di incontro e attività culturali e sociali. I sei chioschi ospiteranno iniziative dedicate alla promozione di filiere etiche, al contrasto della violenza di genere, all’inserimento lavorativo di persone fragili, alla mediazione sociale, alla cultura e al supporto dei flussi turistici. Le attività saranno operative sei giorni alla settimana per otto ore al giorno. Tra le realtà coinvolte figurano Dedalus Cooperativa Sociale, Cooperativa Sociale EVA, Bottega Sociale Terre Future, Fondazione RUT, NEST Napoli Est Teatro – Est(ra)Moenia e Temi S.p.A. con il servizio logistico Comebag. Dedalus ha attivato uno spazio dedicato allo street food, accompagnato da laboratori per bambini, attività scolastiche e una biblioteca sui cibi e le culture del mondo. La Cooperativa EVA promuoverà prodotti artigianali a valenza sociale e iniziative sui diritti delle donne. Terre Future offrirà prodotti provenienti da cooperative sociali e beni confiscati alle mafie. Fondazione RUT curerà attività culturali e di promozione della lettura, mentre NEST Napoli Est Teatro realizzerà incontri e spettacoli aperti alla cittadinanza. Infine, Temi S.p.A. porterà in piazza il servizio Comebag per la gestione dei bagagli e il supporto ai turisti. Per il sindaco Gaetano Manfredi, l’apertura dei chioschi rappresenta «un risultato importante» nel processo di riqualificazione della piazza. Secondo il primo cittadino, la presenza di attività sociali e servizi contribuirà a rendere l’area più sicura e vivibile, favorendo una maggiore partecipazione dei cittadini. Tra i prossimi obiettivi dell’amministrazione vi è anche la programmazione di attività serali nella cavea della piazza, con l’intento di animare l’area durante tutto l’arco della giornata. Il progetto Bella Piazza nasce da un percorso di confronto tra associazioni, organizzazioni del territorio, comitati di quartiere e imprenditori interessati a investire sull’area orientale di Napoli. Un lavoro avviato diversi anni fa e culminato con un accordo di gestione condivisa dello spazio pubblico tra soggetti pubblici e privati. «Tre anni fa sembrava un progetto impossibile», ha dichiarato Stefano Consiglio, presidente della Fondazione Con il Sud, sottolineando il valore della collaborazione tra terzo settore, imprenditoria e istituzioni locali. Elena De Filippo ha invece evidenziato come oggi siano oltre cinquanta le organizzazioni coinvolte nel percorso, con l’obiettivo di restituire piazza Garibaldi ai residenti, ai commercianti, ai viaggiatori e ai turisti attraverso un innovativo modello di co-gestione pubblico-privata. Redazione Napoli
May 29, 2026
Pressenza
Napoli celebra la Giornata Mondiale del Gioco: il 30 maggio alla Mostra d’Oltremare una città più inclusiva, partecipata e a misura di bambini
In occasione della Giornata Mondiale del Gioco, il Comune di Napoli – Assessorato alle Politiche Sociali promuove per il 30 maggio, dalle 10.30 alle 19.00, una grande iniziativa pubblica dedicata al valore educativo, sociale e culturale del gioco. L’evento, realizzato con il contributo educativo e operativo della Ludoteca Cittadina comunale gestita dalla Cooperativa sociale Progetto Uomo Onlus, si svolgerà negli spazi della Mostra d’Oltremare, con ingresso da Viale Kennedy, e sarà aperto a bambini, famiglie e cittadini di tutte le età. La giornata rappresenta un’importante occasione per ribadire il valore del gioco quale leva fondamentale di crescita, inclusione, partecipazione e cura delle relazioni. Attraverso un ricco programma di attività ludiche, laboratori e momenti di incontro, l’iniziativa valorizza il gioco come linguaggio universale, capace di costruire comunità e rafforzare il senso di appartenenza. Con il coinvolgimento di numerose realtà associative e culturali del territorio, l’evento si arricchisce di proposte diversificate: saranno presenti il Ludobus Artingioco, il Circobus, I Brickanti, l’A.D. Scacchistica Partenopea, gli atelier di Raffaella Lavanga, i laboratori di musica popolare di Sara Volpe, Francesco Paolo Manna e la Scalzabandina, la Federazione Nazionale Othello, Magma Ludens – collettivo autori di giochi, Quinta Dimensione – boardgames e GDR, CCT Napoli Eagles – calcio da tavolo, Club Napoli Scrabble, Marco Tramontano con giochi di ruolo per famiglie, e molti altri. Attraverso questa iniziativa, il Comune di Napoli ribadisce una visione della città come comunità educativa: più giusta quando permette ai bambini di vivere lo spazio pubblico, più inclusiva quando accoglie differenze di età, provenienza e abilità, più viva quando riconosce il gioco come esperienza capace di generare fiducia, responsabilità e relazioni. Una giornata per celebrare, insieme, il diritto al gioco e restituire al gioco il suo valore centrale nella vita di tutti. L’Assessora alle Politiche Sociali Chiara Marciani dichiara: «La Giornata Mondiale del Gioco rappresenta per Napoli un momento insieme simbolico e concreto. Con questa iniziativa intendiamo ribadire che il gioco è un diritto di tutti, oltre che uno strumento fondamentale di crescita, inclusione e costruzione di comunità, capace di superare barriere sociali, culturali e generazionali. Desidero rivolgere un sentito ringraziamento alla Mostra d’Oltremare e al suo Presidente, Remo Minopoli, per l’accoglienza e la disponibilità dimostrate nel sostenere questa iniziativa, contribuendo in modo tangibile alla costruzione di una città più aperta e partecipata. Grazie al prezioso lavoro della Cooperativa Progetto Uomo e al coinvolgimento di tante realtà del territorio, questa giornata dimostra come una città sia davvero più giusta quando investe nella qualità delle relazioni. Napoli intende rafforzare sempre più il proprio ruolo di comunità educativa, inclusiva e vitale.» Redazione Napoli
May 29, 2026
Pressenza
Cappellani militari alla parata? Ma anche no!
Mosaico di pace L’opinione di Tonio Dell’Olio Cappellani militari alla parata? Ma anche no! Nel Mosaico dei giorni del 22 maggio scorso avevamo riproposto – come facciamo ormai ogni anno – l’idea che la “parata” del 2 giugno venisse smilitarizzata. La Festa della Repubblica, infatti, celebra una Costituzione fondata sul lavoro, non sulle armi. Ma quest’anno quella richiesta aveva un motivo ulteriore e più urgente: l’appello lanciato dalle pagine di Avvenire da un gruppo di amici provenienti da culture ed esperienze diverse, uniti dall’idea che la pace non possa essere evocata mentre si esibiscono strumenti di guerra. Avevamo anche suggerito che ad aprire simbolicamente una parata civile fossero gli italiani della Global Sumud Flotilla: uomini e donne che rappresentano oggi una delle esperienze più avanzate di presenza nonviolenta nei conflitti, nel Mediterraneo e accanto ai popoli feriti dalla guerra. Per tutta risposta apprendiamo oggi, da un articolo di Luca Kocci sul Manifesto, che per la prima volta alla parata militare sfilerà anche un drappello di cappellani militari. Una scelta improvvida e profondamente antievangelica. Non solo perché contraddice il richiamo di Papa Leone XIV a una pace “disarmata e disarmante”, ma anche perché ignora il percorso avviato dalla Chiesa italiana per ripensare radicalmente il ruolo dell’assistenza spirituale nelle Forze armate. È scritto nero su bianco nel Documento di sintesi del Sinodo delle Chiese italiane (24, c) e nella Nota pastorale firmata dai vescovi italiani “Educare a una pace disarmata e disarmante” (3, e). La partecipazione dei cappellani alla parata segna, invece, un’integrazione ancora più marcata dei preti dentro l’apparato militare, nella sua logica e nella sua mentalità. E tutto questo con ingenti risorse pubbliche. È un segnale preoccupante, che occorre invertire con urgenza se vogliamo restare credibili nell’annuncio evangelico della pace: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). Mosaico di pace
May 29, 2026
Pressenza
“La legge è l’utile del più forte”
Riportiamo qui le parole di Luigi Spera, attivista antimilitarista, già detenuto nelle carceri speciali di Alessandria ed ora condannato in primo grado a quasi cinque anni per una bottiglia incendiaria gettata contro la fabbrica Leonardo spa di Palermo. Il lancio non ha provocato danno alcuno alla ringhiera né alla saracinesca né tanto meno a persone. Si è trattato di un gesto simbolico, da cui è comprensibile che molti dissentano; ciò non di meno la condanna pare abbia voluto mostrarsi più esemplare che proporzionata. L’impegno contro tutte le guerre e per l’assoluzione definitiva di Luigi continuano (d.m.) Un breve riepilogo del processo di primo grado che si è concluso l’altro ieri, per un’azione dimostrativa contro la Leonardo s.p.a., colosso dell’industria bellica mondiale che fabbrica, commercia e detiene ORDIGNI MICIDIALI, ARMI E TECNOLOGIE DI GUERRA. Un’azienda a compartecipazione statale che negli ultimi anni ha fabbricato e venduto gli strumenti di morte con cui sono state uccise centinaia di migliaia di persone, sterminati interi popoli e distrutti i loro territori. Prima volevano condannarmi per terrorismo e per associazione eversiva, la cosa pareva spropositata data pure la natura totalmente indiziaria del processo. Poi volevano condannarmi per incendio e danneggiamento conseguente ad incendio, peccato non ci fosse stato alcun incendio e alcun danneggiamento e allora niente. Siccome però per qualcosa dovevano pur condannarmi, mi hanno condannato in primo grado (non è finita qua) a 4 anni e 9 mesi per “DETENZIONE DI ORDIGNI MICIDIALI E ARMI DA GUERRA”… Io detentore, non la Leonardo… Lo avevo già scritto in una lettera spedita dal carcere, citando il sofista Trasimaco di Calcedonia che lo aveva capito già nel V sec. a.C.: “LA LEGGE È L’UTILE DEL PIÙ FORTE” qui il testo della sentenza e il commento degli avvocati Redazione Palermo
May 29, 2026
Pressenza
Cuba, la piazza di Roma rompe il silenzio sulla nuova stretta di Washington
Giovedì 28 maggio diverse migliaia di persone, con una fortissima presenza di giovani, hanno attraversato il centro di Roma in un giorno feriale per raggiungere l’ambasciata degli Stati Uniti. Una mobilitazione nata in pochissimi giorni, colorata e determinata, che ha messo insieme le bandiere di Cuba e quelle della Palestina. Non si è trattato di una coincidenza coreografica o di un accostamento casuale, ma di una scelta politica netta: unire in un’unica protesta due popoli che la piazza riconosce oggi  tra le principali vittime di logiche di potere geopolitico che calpestano sistematicamente i principi del diritto internazionale. Sotto il profilo visivo, il corteo romano ha attraversato le strade della capitale portando in primo piano una simbologia carica di significato storico. Accanto ai vessilli delle formazioni politiche e sindacali promotrici, lo sventolio simultaneo delle bandiere cubane e di quelle palestinesi ha definito l’identità profonda della mobilitazione. Negli interventi che si sono succeduti lungo il percorso, Cuba e Palestina vengono identificate come i due fronti principali della medesima resistenza globale contro le sanzioni, l’occupazione e le politiche di aggressione economica e militare. La saldatura tra le due cause si fonda sulla comune condizione di comunità sottoposte a prolungati regimi di assedio – commerciale e finanziario nel caso caraibico, militare e territoriale in quello mediorientale – finalizzati a piegare la sovranità nazionale e a negare il diritto fondamentale all’autodeterminazione. Portare in piazza questa doppia simbologia ha permesso di sottrarre la crisi cubana a una dinamica puramente locale, inserendola in un quadro globale di opposizione alle ingerenze internazionali e ai tentativi di sottomissione dei popoli. L’urgenza di scendere in piazza è nata dall’ennesima escalation nei confronti dell’isola. All’embargo economico, commerciale e finanziario che soffoca il Paese da oltre sessant’anni, oggi si aggiunge una strategia ancora più stringente definita dall’amministrazione statunitense. Washington sta stringendo i nodi attorno alle forniture di idrocarburi dirette all’isola, colpendo in modo particolare gli scambi con il Venezuela. Questo blocco energetico mirato sta provocando continui blackout in tutto il territorio cubano, paralizzando i trasporti pubblici, rallentando le attività produttive e puntando deliberatamente al collasso economico totale del Paese. L’obiettivo dichiarato di queste misure è favorire la destabilizzazione politica interna e indurre un cambio di regime attraverso l’esasperazione della popolazione. Per fortuna, la reazione della società civile cubana racconta un’altra storia. Nonostante la durezza estrema delle privazioni materiali quotidiane, la popolazione non sta arretrando e ha dimostrato di non volersi piegare. Esiste una coesione di fondo che spinge i cittadini a difendere le conquiste storiche dell’isola – come la sanità pubblica universale, l’istruzione gratuita e la centralità dei bisogni delle persone rispetto alla logica del profitto – vissute come un patrimonio collettivo non negoziabile che unisce la popolazione alle scelte del proprio governo. A questa “asfissia materiale” si è unita, sul piano diplomatico, la provocazione del Dipartimento di Giustizia nordamericano, che ha aperto un provvedimento penale contro il novantaquattrenne Raúl Castro per fatti complessi risalenti al 1996. Un atto privo di reale valore giuridico internazionale, ma dall’altissimo peso politico. La piazza ha condannato questa mossa definendola un chiaro esempio di lawfare, ovvero l’uso politico della giustizia utilizzato come un’arma per colpire e delegittimare i simboli storici della rivoluzione cubana proprio nel momento di massima vulnerabilità materiale ed energetica del Paese caraibico. La tesi emersa dagli interventi diffusi dal megafono durante il corteo smonta radicalmente la retorica nordamericana sulla sicurezza: Cuba non costituisce, né ha mai costituito sotto il profilo militare o strategico una minaccia reale per gli Stati Uniti o per qualsiasi altra nazione del mondo. La reale “pericolosità” attribuita all’isola risiede interamente nel suo modello sociale ed economico, antitetico alle logiche del libero mercato senza regole. Cuba rappresenta un’idea di società differente, un paese internazionalmente noto nel Sud globale non per l’esportazione di armi o contingenti militari, ma per l’invio di brigate di medici, infermieri e insegnanti per combattere l’analfabetismo e le emergenze sanitarie, ponendosi come emblema della pace e della cooperazione tra i popoli. In tutto questo scenario, stride con forza il silenzio pesante dei governi europei e di quello italiano. Le istituzioni occidentali, che si proclamano quotidianamente paladine della democrazia, della legalità internazionale e dei diritti umani, si voltano dall’altra parte di fronte al tentativo di strangolare l’economia di un intero popolo, diventando complici di fatto delle sanzioni unilaterali e delle misure coercitive rinnovate dall’amministrazione statunitense. Il corteo di Roma, che si unisce alle tante manifestazioni in diverse città italiane e nel resto del mondo, ha svolto un fondamentale ruolo di supplenza politica da parte della cittadinanza attiva. I manifestanti hanno rotto l’isolamento informativo e la censura mediatica per ricordare che difendere la sovranità di Cuba e l’autodeterminazione della Palestina non è una questione nostalgica o di retroguardia, ma la base minima e indispensabile per sperare in un futuro di pace e nella costruzione di un ordine globale realmente multipolare e democratico. Foto di Mauro Zanella Giovanni Barbera
May 29, 2026
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