Ah, il polpo
Progetti-polpo: agency autonome, ecologie del progetto e pratiche di co-creazione oltre il controllo umano In copertina un’illustrazione tradizionale giapponese  Questo testo è un… L'articolo Ah, il polpo sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
March 23, 2026
L'INDISCRETO
Le Dita Nella PresaBbene
Una puntata di solo notizie positive: raccordo.info, un aggregatore di movimento; appuntamenti di hacking a Milano; spettacolo teatrale per parlare dell'IA a scuola; sindacalizzazione dellə lavoratorə che annotano i dati per l'IA; il progressivo abbandono del software proprietario statunitense da parte di varie amministrazioni europee. Apriamo con la presentazione di raccordo.info, un "aggregatore di movimento", ovvero un sito in cui trovare tutti (o quasi) i contenuti prodotti da realtà di movimento. Un modo per informarsi fuori dai social media commerciali, senza tracciamento né profilazione né app da installare. Proseguiamo con la presentazione di HackInSocs 2026, appuntamento di hacking: 27-28-29 settembre al Settore Occupato Città Studi, Via Celoria 22, Milano Con Stefano Penge, autore di 1RxI - Un robot per insegnante , parliamo di come è nato questo spettacolo teatrale che ha lo scopo di divulgare i punti critici dell'introduzione dell'IA a scuola. Ci spostiamo in Kenya, per proseguire il ragionamento iniziato alcuni mesi fa sulla quantità di lavoro invisibile che è implicita in quella che chiamiamo intelligenza artificiale. Lo facciamo leggendo alcune dichiarazioni della Data Labelers Association, realtà che organizza lavoratori e lavoratrici di questo settore. A partire dalla decisione del governo tedesco di rendere obbligatorio l'uso dello standard ODF - cioè quello promosso da LibreOffice - a scapito dell'OOXML - che invece è di Microsoft - parliamo della progressiva migrazione delle pubbliche amministrazioni europee verso software non-statunitensi e tendenzialmente con licenze open source in nome della sovranità digitale. Ascolta l'audio sul sito di Radio Ondarossa
Serra Yilmaz, “Cara Istanbul” ed altri luoghi: partenze ritorni ripartenze
Bir varmis bir yokmus “c’era una volta e non c’era una volta” Tutte le favole in Turchia  cominciano così. Questo l’incipit della recente pubblicazione di Serra Yilmaz, Cara Istanbul  (Rizzoli, 2026), presentata – in dialogo con l’Autrice – da Valeria Cammarata* lo scorso 25 febbraio a Palermo al Centro diaconale della Noce (in via G. Evangelista Di Blasi, 12). I numerosi partecipanti hanno seguito l’evento con grande entusiasmo dovuto in parte  dall’accoglienza degli organizzatori ed in parte dalla spontanea simpatia dell’Autrice,  particolarmente nota per le collaborazioni da attrice nei film di Ferzan Ozpetek (Le fate ignoranti,  La finestra di fronte, Saturno contro, La dea fortuna). Il romanzo appartiene al genere autobiografico nel senso più autentico del significato. Non a quel genere di romanzo autobiografico dove la finzione si mescola alla narrazione, ma ad un  genere, del tutto personale, nel quale l’Autrice conduce un’indagine retrospettiva sul proprio vissuto lungo le linee di uno spazio delimitato della città d’origine: Istanbul. Un luogo percepito come spazio urbano smisurato, la città dai mille centri recita il titolo del quarto capitolo, ma anche luogo di memoria, di storia, di arte, di bellezza … e la memoria, si sa , è fatta  di ricordi, di emozioni, di affetti mai sopiti, dunque eterni ed infine di spazi concettuali, dove  albergano i vissuti individuali. Di vissuti si parla, infatti, nel libro che si incontrano e si separano, per rincontrarsi (a volte). E sempre nella memoria, si rievocano le prime relazioni affettive rappresentate da figure  archetipiche come le nonne: nella lingua turca, anneanne  (la nonna materna, l’unica realmente  conosciuta)  e dede (i nonni uomini). Figure quasi oniriche, fantasmagoriche intrise di odori, sapori e ricette di cucina legate alle  tradizioni turche, e poi i genitori, primi veri sostenitori di un sapere organico, ben costruito, colto. Di una cultura sapiente, elegante e protesa, sin dall’inizio della storia verso il teatro, la recitazione, il cinema e il multilinguismo. Fra le relazioni più intime, infine, si incontrano “gli altri amori”: il marito, la figlia, gli incontri e le perdite  – il divorzio, il confronto con la morte dei propri cari e con la malattia, anche questa  vissuta come parte integrante della vita. Una storia in cui si parla anche di partenze verso altri luoghi, di ripartenze e di ritorni. Ma la Istanbul di Serra Yilmaz è soprattutto la città dei cambiamenti tanto inevitabili quanto  irreversibili: il luogo delle contraddizioni, degli estremi, dell’Est e dell’Ovest ed infine il luogo  della trasformazione, dove tutto proviene da qualcosa per divenire qualcos’altro. Come tutti i luoghi, si direbbe…  Certo, ma anche di più, quando si tratta di luoghi che si vorrebbe non cambiassero mai. Serra Yilmaz, tuttavia, racconta, distingue, analizza fatti e momenti, sensazioni, suggestioni, ma  anche sapori, saperi… saperi ancestrali: letture di tarocchi e di fondi di caffè, dove tra il serio e il  faceto si nascondono le verità più profonde che appartengono ai recessi dell’anima, alle verità  inconfessabili, al non detto. Il tutto attraversato dallo sguardo ironico e da una irriducibile  leggerezza che risulta contagiosa e sorprendentemente empatica già dalle prime pagine. Una postura del tutto singolare rispetto alla vita. Una scrittura squisita e deliziosamente  accattivante.   (*) DOCENTE DI LETTERATURE COMPARATE E CULTURAL STUDIES  PRESSO IL DIPARTIMENTO DI SCIENZE PSICOLOGICHE, PEDAGOGICHE, DELL’ESERCIZIO FISICO E DELLA  FORMAZIONE DELL’UNIVERSITÀ UNIPA   Redazione Palermo
March 23, 2026
Pressenza
Il bilancio di una delegazione in Rojava
Le delegazioni nel Nord e dell’Est della Siria (Rojava) sono state tra le iniziative di solidarietà internazionale organizzate dopo gli attacchi del 6 gennaio da parte del Governo di Transizione Siriano (STG) verso due quartieri a maggioranza curda di Aleppo. Questi attacchi in pochi giorni si sono estesi verso tutta l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria (DAANES). In tutto il mondo si sono moltiplicate azioni e mobilitazioni, con l’obiettivo di manifestare l’opposizione agli attacchi coordinati e la complicità dell’occidente, ma soprattutto di difendere la proposta politica di pace e convivenza implementata dal Movimento di liberazione per il Kurdistan proprio al centro del dilaniato Medio Oriente.  Si sono susseguiti così due gruppi; il primo ha passato il confine tra il Kurdistan Iracheno e il Nord-Est della Siria mentre le linee di autodifesa delle Syrian Democratic Forces (SDF), assieme alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Donne (YPJ), stavano rispondendo agli attacchi dell’esercito del Governo di Transizione Siriano, alla Turchia e alle milizie dell’ISIS. Il secondo qualche settimana dopo, nel momento delle trattative. Quest’articolo è una restituzione di entrambe le delegazioni. LE MODALITÀ DELL’INTEGRAZIONE Il 30 gennaio sono stati firmati gli accordi per una graduale integrazione della DAANES nello stato siriano. Proprio questi accordi erano al centro degli interrogativi che hanno mosso chi ha partecipato alla delegazione, mentre i media mainstream europei narravano degli avvenimenti come la fine della rivoluzione. «Le strade che percorriamo per raggiungere la prima delle città sono dritte, per chilometri viaggiamo tra i campi, verdi e rigogliosi, quest’anno promettono un buon raccolto. Questa vista solleva in noi delle domande: come verranno gestite ora le terre coltivate, che soffrono la siccità a causa dei blocchi dei fiumi e delle acque da parte della Turchia?» – si domanda Teresa. L’inverno è stato piovoso, ha anche nevicato, sollevando il morale delle persone. Che ne sarà dell’impegno nella realizzazione di sistemi democratici di organizzazione agricola per soddisfare i bisogni della società? Il nostro sguardo passa anche sui macchinari di estrazione di petrolio. Chi lo gestirà ora? Che ne sarà del controllo popolare? > Queste domande, che spesso osservano gli aspetti più pratici, troveranno > spesso risposte che evidenziano le fondamenta di questa rivoluzione. Tutti i > rappresentanti ci comunicano che è difficile ora prevedere in che modo > procederanno gli accordi, ma tutti sono consapevoli dell’importanza di > assolvere i propri compiti per evitare nuovi attacchi. Questo accordo è stato imposto con la guerra, ma la grande resistenza popolare ha reso possibile le trattative. Sul piano militare, un buon esito dei negoziati tra DAANES e Damasco è il mantenimento dell’autonomia di comando di Forze Democratiche Siriane (SDF), Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Donne (YPJ). Sul piano amministrativo invece i rappresentanti del Consiglio del Popolo del distretto di Derik, che sono tra i primi rappresentanti che le delegazioni incontrano, raccontano di essere incerti sull’implementazione delle procedure di integrazione; a una domanda di chiarimento ci viene risposto con un’altra domanda: «voi per caso sapete come funziona il sistema amministrativo del Governo di Transizione di Damasco? In un anno di insediamento non hanno fatto altro che portare avanti guerre e massacri contro diverse comunità in Siria, come i Drusi e gli Alawiti. Hanno lavorato ben poco sul piano amministrativo». Teresa continua: «Durante i giorni passati in Rojava capiamo che vanno sviluppate diverse lenti per comprendere la fase e quali sono le reali garanzie che permettono di rafforzare le basi della rivoluzione in questo scenario». Una di queste lenti viene data da Ilham Ehmed, responsabile degli affari esteri e del processo di integrazione insieme a Mazlum Abdi, il comandante delle SDF.  Quindi viene da chiedersi come sia possibile portare avanti un processo di integrazione quando la controparte sono bande jihadiste sotto diversa veste, che lottano contro i principi dell’umanità. Ilham Ehmed risponde evidenziando un’importante differenza: tutte le organizzazioni attualmente esistenti di giovani e di donne, così come il sistema delle comuni e dei consigli per l’autogoverno popolare rimarranno gli stessi. Ciò che cambierà saranno le persone all’interno delle istituzioni, che lavoreranno insieme a quelle del governo centrale, ma il movimento sociale resterà invariato. Allora ci facciamo un’altra domanda: come è possibile portare avanti la rivoluzione se il nemico che ha compiuto massacri verso il tuo popolo si trova nell’ufficio accanto al tuo? Ilham ribadisce che ogni persona dell’ex-DAANES che lavorerà nelle istituzioni ufficiali, così come nelle forze di sicurezza interne, sarà organizzata anche nel sistema politico confederale, avrà la sua comune di riferimento (il gruppo organizzativo alla base dell’autogoverno della società) e parteciperà così al sistema democratico. In questo modo si contrasterà il rischio di assimilazione. Questa non è solo una risposta dettata dalla situazione, ma parte della strategia che dagli anni 2000 viene seguita dal Movimento curdo, a maggior ragione dalla chiamata di pace del leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Abbandonata la lotta armata, l’obiettivo è estendere l’organizzazione a tutta la società, in modo più capillare, con un’idea di democrazia diversa da quella degli stati liberali, una democrazia che può esistere solo se ogni persona è attiva e si organizza per esprimere la sua volontà. Le stesse persone che incontriamo nelle comuni della società lo confermano: più sarà forte e radicato il senso di autorganizzazione, minore sarà il potere dello stato. LA QUESTIONE DELLE DONNE Uno dei pilastri della rivoluzione in Rojava è la liberazione della donna, che è stato sviluppato negli anni dal punto di vista di miglioramenti sociali, di una Unità di Difesa armata, un sistema di co-presidenza nelle istituzioni, e di una graduale accettazione di questo principio da parte degli uomini.  Le delegazioni ne hanno parlato con Rohilat Afrin, comandante delle YPJ, che ci dice chiaramente che non verrà accettata una realtà in cui le donne non hanno voce in capitolo nella politica, non possono educarsi e non possono organizzarsi per l’autodifesa. Ci sono alcuni incontri con le responsabili delle strutture delle donne, che raccontano che l’accordo con Damasco è un enorme passo indietro, perché non rispetta il sistema della co-presidenza e non contempla la liberazione delle donne al suo interno. La guerra ha già portato a grandi perdite; le città di Tabqa e Raqqa, liberate nel 2017 dal controllo dell’ISIS, erano al centro degli sforzi per concepire la possibilità di un Islam democratico con protagoniste le donne. I jihadisti che sono tornati a controllare queste città hanno svuotato i centri come l’associazione delle donne Zenobia, portando tante giovani e donne a scappare o alla morte.  > Rohilat Afrin parla anche della situazione delle Unità di Difesa delle Donne > (YPJ), le forze armate femminili che sono state fondate per l’autodifesa delle > donne. Nell’accordo non sono incluse al momento, ma insiste sul fatto che loro > ci saranno, perché le donne non sono ancora libere e vogliono difendersi da > sole. Le delegazioni incontrano anche delle combattenti ferite. I loro racconti e le loro parole sono pieni di dignità, e trasmettono la perseveranza e il coraggio delle giovani che difendono i diritti delle donne e la possibilità di partecipare alla vita sociale e politica. Queste unità di difesa infatti sono prima di tutto formate per difendere questi valori e l’esistenza delle donne. Un giorno la delegazione è andata al centro giovanile, dove insieme ai giovani e alle giovani del posto dipingevano un murales che raffigura una donna con una lunga treccia. È il simbolo delle donne che si uniscono, dopo che i jihadisti hanno tagliato una treccia a una combattente uccisa, profanando il corpo. Per settimane fino a oggi la risposta è stata larga, dalle bambine alle donne di ogni età, ci sono state iniziative in cui il simbolo era intrecciarsi i capelli, con il messaggio che per ogni donna che viene attaccata, altre mille si solleveranno per difenderla. Molte conversazioni con le persone riguardavano anche un’altra questione delicata: le zone a maggioranza araba e la convivenza la popolo curdo e arabo. La maggioranza araba infatti, ancora molto influenzata dai clan di proprietari terrieri (vicine all’ex-regime Assad ed ora alleati dei jihadisti al governo), non ha permesso di creare le condizioni di autodifesa che sono state garantite in città come Heseke e Qamishlo.  Questa situazione ha contribuito ad accentuare una contraddizione che indebolisce la proposta di convivenza su cui da decenni lavora il Movimento, l’unità nelle differenze: la stessa superficialità con cui vengono descritti e fomentati i conflitti sulla base etnica in Occidente, in questo caso tra Curdi e Arabi, viene usata anche qui per alimentare questa guerra. Nonostante la forte presenza di arabi nella società, nelle istituzioni e in ogni grado delle forze di autodifesa, i pensieri e le conversazioni nei giorni dopo la mobilitazione generale sono caratterizzate da un senso di tradimento riguardo alla la resistenza sociale; ed è proprio in questo senso di sofferenza e dolore che operano le armi del divide et impera per tagliare i legami che tengono assieme le comunità in lotta multietniche.  Ora la situazione in Medio Oriente è in una rapida escalation, nel centro della terza guerra mondiale. Tornando dal Rojava abbiamo portato con noi un messaggio: se verranno attaccate le aree autonome di Shengal e di Qandil, sarà necessaria una grande risposta internazionale, come è stato per il Rojava. Abbiamo sentito l’importanza di difendere questa rivoluzione, perché è un modello di alternativa al capitalismo e al sistema di sfruttamento delle persone e della natura. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il bilancio di una delegazione in Rojava proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
DINAMOpress
REFERENDUM: SEGGI APERTI FINO ALLE 15, AFFLUENZA RECORD TRAINATA DAI GRANDI CENTRI URBANI. I COMITATI PER IL “NO” DENUNCIANO IRREGOLARITA’ AI SEGGI
Affluenza altissima alle urne per il referendum sulla giustizia: alle 23 di domanica 22 marzo, ha votato il 46,07% degli aventi diritto, cifra record da 20 anni per i referendum votati su due giorni. Seggi aperti anche oggi, dalle 7 alle 15. A trainare la partecipazione al voto il centro-nord, con in testa Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia; ultime per affluenza Sardegna, Calabria e Sicilia. In particolare sono le grandi città a trainare la partecipazione al voto. Le province dove si è votato di più si confermano Bologna (57,2%), Modena (54,4%) e Reggio Emilia (54%). E poi Ancona al 50,06, Pordenone 50,48, Roma 49,5, Genova 49,5; Le Province di Milano 53,22 e Monza Brianza 53,29; in Piemone le Province di Torino, Cuneo e Novara sul 49%; in Toscana percentuali altissime con Firenze al 56,41% seguita da Prato (53,95), Siena (53,08), Pisa (52,89) e Arezzo (51,87), Trento sfiora il 52, Perugia il 50,42, in Veneto a primeggiare Padova con il 52,65. Numeri che segnalano una partecipazione record nei grandi centri urbani. Su questo Gianni Balduzzi, redattore di Termometro Politico. Ascolta o scarica Il Comitato per il No denuncia “gravi irregolarità” nei seggi, dove si è cercato di impedire ai rappresentati nel No di registrarsi ai seggi per votare. Denunciata anche la massiccia presenza dei rappresentati di lista di Fdi e Lega con al collo un cartellino che invitava a votare sì. Onorio Rosati, consigliere Regionale di AVS. Ascolta o scarica
March 23, 2026
Radio Onda d`Urto
Rivarolo Canavese (TO): Alpini nelle scuole pubblicizzano campi estivi di lavoro per la Patria
All’Istituto Superiore “Aldo Moro” di Rivarolo Canavese (TO) anche gli Alpini hanno avuto il loro spazio privilegiato per presentare ad alunne e alunni delle classi terze e quarte, e alle loro famiglie, il piano per le vacanze, organizzato in campi scuola estivi, di cui “la parola d’ordine” sarà «condivisione […di un’] esperienza indimenticabile». La segnalazione di un genitore arriva il 13 marzo scorso all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e, nel corpo della email si fa notare, molto opportunamente, che le vacanze non saranno davvero tali, almeno sul piano formale, perché varranno come ore del pacchetto Formazione Scuola-Lavoro. Il lavoro è ispirato a “nobili fini”, verranno fornite competenze per salvare i boschi dalle fiamme, per conoscere il corso dei torrenti, le falde e i rischi connessi (l’attività idrogeologica, sarà questa?) e altro ancora, come si può leggere sul sito dell’Associazione Nazionale Alpini. Ma tutto in chiave militaresca, con ordine e disciplina, cameratismo, efficienza e, perché no, forse anche un alzabandiera per la Patria ogni tanto. Finalmente, dopo mesi abbastanza inutili passati sui libri, si lavora. Lavoro orientativo, come ripete con ostinazione l’agenda del Ministero dell’Istruzione e del Merito che, dall’ASL (alternanza scuola lavoro) finalmente legge con Renzi, passa ai percorsi di orientamento e competenze al lavoro (PCTO) e oggi, più seccamente scuola, trattino, lavoro, più che congiunzione assimilazione della prima al secondo (questioni non solo linguistiche, come sappiamo). Rivarolo Canavese, un paese di circa 12.300 anime, a 34 km da Torino, fa parte della Città Metropolitana insieme a un numero elevato di piccoli centri. Pur mantenendo la propria municipalità, essi rappresentano l’hinterland di una città senza ancora una vocazione post-Marchionne, post-Elkann. Del resto, questi paesi sono, da un passato che sembra lontanissimo, un ex bacino di lavoratori dell’altrettanto ex FIAT, presi nella dispersione di un indotto industriale di cui ora rimangono capannoni e depositi in rovina. Così queste realtà locali, con il loro piccolo centro urbano dignitoso, talvolta bello di vecchie chiese e palazzi di antichi padroni, cercano di ricostruirsi una nuova, moderna identità. Il Sindaco di Rivarolo, Martino Zucco Chinà, ci prova con la Lista Civica in cui è stato eletto, sostenuto dalla stampa locale, non caso il foglio cattolico Il Risveglio popolare e il settimanale Prima il Canavese. Ma “prima” di? Forse prima della “invasione” degli immigrati? O della gentrificazione che ha portato in questa periferia chi non può permettersi una casa a Torino? L’istituto in questione è un tecnico industriale che prova a definirsi anche liceo scientifico, 3 indirizzi formativi, 1300 studenti provenienti da 70 paesi limitrofi. Ragazzi certamente non tutti autoctoni, seconde, terze generazioni di calabresi, di siciliani, di quell’altrove che il canavesano non so se accoglie nel suo afflato sentimental-popolare. Dal sito della scuola ricavo che ci si diverte abbastanza – a proposito di vacanza dopo l’inverno sui libri – certo, pur sempre ammoniti sui pericoli della vita adolescente, con Mister Jack che inscena le ludopatie, con la poesia servita con un menù culinario e altre amenità formative (il vero menù della scuola sta sul sito ufficiale, in offerta al cliente). Ovviamente l’istituto non si è fatto mancare l’ormai diffuso appuntamento sul bullismo con la polizia locale e un agente della giudiziaria di Torino. Oggi, nella deriva neoliberale, talvolta dalle sfumature grottesche, che ha investito la scuola superiore, rinforzata dal recente 4+2, studio ozioso, lezioni ex cattedra, interrogazioni, sono materiale da cassonetto. L’età evolutiva, davvero bisognosa di attenzione ai bisogni specialissimi del suo scorrere, è affidata a una didattica privata di ogni aggancio filosofico, prima ancora che pedagogico. Militari, attori di avanspettacolo, associazionismo esperto. Ma anche di questo scriveremo prossimamente, qui, sul sito dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, per un dedicato contrasto alla stupidità didattica.      Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
“Garibaldini” senza Casale, una battaglia per la città pubblica a Roma Est
Alle 9 e 15 un gruppo di persone inizia a radunarsi in un parcheggio di fronte a un cancello solitamente aperto. Siamo in via Romolo Balzani 87, di fronte al Mercato Casilino 23, al confine tra Centocelle e Torpignattara, a Roma. Il cancello porta a un edificio colorato da vari murales, immerso in un parco verde con alcune panchine: è il Casale Garibaldi. È un lunedì di febbraio e quel cancello viene chiuso. Attiviste, attivisti, cittadine e cittadini non si sono riunite per le solite attività: il corso di pittura su ceramica, il laboratorio di teatro, quello di fotografia, lo studio musicale, la scuola popolare. > Sono qui per andare alla sede del Consiglio Municipale di zona in via > Perlasca: lì si terrà una manifestazione per difendere la sorte > dell’Associazione culturale Casale Garibaldi, che da quarant’anni gestisce > questo spazio e ora rischia di perderlo. L’ingresso dell’edificio è piccolo e affollato: un tavolino con volantini colorati, alcune sedie, un compensato con appiccicati poster di tutte le dimensioni. Si passa poi per un corridoio stretto, con giocattoli sparsi da un lato e la segreteria dall’altro. In fondo, un bancone da bar con davanti un divano, pieno di cuscini e cappotti. Siamo nel cuore del Casale: di fronte al bar c’è un salone vuoto, in continua trasformazione: sala prove per attrici e attori, palco per le band, luogo di riunione e di creazione per i collettivi. Un ritrovo per tutti. «Dal 2017 c’è stato un grande ricambio, abbiamo cercato di mantenere la partecipazione di tutte le componenti storiche, ma allo stesso tempo di svecchiarci», racconta Valeria, attivista del Casale che insieme ad altre e altri ha preso le redini dell’associazione dal 2017, anno in cui è scaduta la prima concessione dello spazio, risalente al 2011. «Negli ultimi anni abbiamo collaborato molto anche con i collettivi studenteschi, perché anche il ricambio generazionale è un tema. Però è difficile tenere assieme tutto, soprattutto in questo clima», conclude Valeria, alludendo all’incertezza di questi mesi. «A metà gennaio, quando esce la graduatoria, scopriamo che non siamo assegnatari. Dagli unici atti disponibili sul sito del comune risultano vincitrici altre due associazioni in combinazione» spiega Emiliano Viccaro, anche lui attivista della prima ora che oggi gestisce l’associazione, oltre a far parte delle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap). Casale Garibaldi ha partecipato a un bando relativo all’articolo 42 della delibera 104 del 2022, nata per regolare l’assegnazione di immobili comunali per finalità di interesse generale. La delibera nasce per riconoscere esperienze con una lunga storia di attività sociali, politiche e culturali, senza però procedere con un’assegnazione diretta, ma prevede una «premialità» per le realtà che hanno maturato «esperienza nell’immobile oggetto di concessione». Una sorta di “sanatoria”, dunque, che prevede una finestra pubblica di 30 giorni in cui altre realtà possono manifestare un interesse e partecipare all’avviso. Il bando per l’assegnazione dello spazio di via Romolo Balzani viene indetto a settembre 2025. > L’associazione Casale Garibaldi, già assegnataria, partecipa rispettando i > criteri: è in regola con i pagamenti, ha una concessione scaduta e presenta un > progetto con obiettivi di inclusione sociale. Nel pieno spirito della delibera > 104, che pure sembra essere contraddetto dal risultato. Nel piazzale dell’aula municipale di via Perlasca c’è una folta delegazione dell’associazione. In prima linea le signore del gruppo di pittura su ceramica e porcellana, come Maria, membro dal 1988, con in mano il cartello «la nostra città contro guerra e povertà». Alcune persone sono venute da fuori Roma, come Antonella: «ho frequentato Casale Garibaldi negli anni Novanta, poi mi sono trasferita, ma sono tornata perché ho un ricordo sentimentale legato al Casale». Insieme ai membri storici sono presenti anche alcune bambine e alcuni bambini che hanno decorato cartelli e striscioni coi loro disegni: fanno parte del gruppo di lettura organizzato dai genitori del quartiere. Tra i più giovani ci sono anche le ragazze e i ragazzi del collettivo Francesco d’Assisi, dal nome di un liceo della zona. «Vado al Casale almeno due volte a settimana, per andare a ripetizioni o alle riunioni del collettivo», racconta Rimes, che frequenta il liceo scientifico ed è una presenza fissa del collettivo, oltre che della scuola popolare del Casale. «All’inizio facevamo le riunioni sui tetti dei centri commerciali, nei parchi o dove capitava» spiega Simone, che invece è in quinta e frequenta il collettivo da più tempo. «Il salto di qualità è avvenuto quando abbiamo iniziato a farli al Casale, il che ci consentiva di stare in uno spazio che offre una certa idea di mondo: prima non avevo idea di cosa fosse o cosa facesse un centro sociale». Secondo Flavia, che va in terza ed è tra chi si prepara a prendere le redini del collettivo l’anno prossimo, Casale Garibaldi è un luogo sicuro: «al Casale ci aiutano se c’è una difficoltà politica a scuola, o anche solo con un confronto con persone più grandi che hanno fatto lotte simili. E poi ci riconoscono come parte del quartiere e dell’associazione». > È evidente l’impegno politico e sociale del Casale, caratterizzato da una > partecipazione trasversale. «Rispetto agli altri, l’associazione aveva un > vantaggio accumulato storicamente come radicamento nel quartiere» afferma > Fabio Grimaldi, avvocato militante che con il suo studio difende la causa del > Casale. «Il provvedimento assegna però la gestione a due associazioni senza > questo radicamento sociale: quali criteri di valutazione sono stati > adottati?». Per rispondere, è stata fatta richiesta di accesso agli atti, in modo da poter impugnare la sentenza e fare ricorso al Tar. Sono sospetti anche i tempi con cui la commissione giudicatrice ha analizzato i progetti: il verbale redatto certifica in sette ore, dalle 10 alle 17, il tempo dedicato all’apertura delle buste, l’analisi e la proposta di aggiudicazione della “gara”. Un tempo davvero ridotto per svolgere una valutazione accurata. I dubbi sono legittimi visti i requisiti del bando, gli obiettivi della delibera 104 e il clima che i membri del Casale hanno constatato negli ultimi anni. C’è infatti da considerare il quadro politico. «Quello che è avvenuto in queste settimane è l’apice di un assedio che subiamo dal 2017: da quel momento in poi abbiamo vissuto un vero e proprio calvario politico, burocratico e tecnico», afferma Emiliano. Un assedio che ha condotto a tre processi: il primo per la restituzione dell’immobile in attesa di un nuovo bando, il secondo per le accuse di abuso edilizio e il terzo per il ricalcolo del canone agevolato previsto per le attività del terzo settore. Tre processi, due vittorie del Casale, 20.000 euro spesi per difendersi. I mezzi sono stati di natura tecnica e burocratica, ma le responsabilità sono politiche, insistono le attiviste e gli attivisti. «Nemmeno con l’insediamento della giunta di centro sinistra, nel 2021, è avvenuto un cambio di passo: la nuova amministrazione non è riuscita a portare avanti gli ideali della delibera 104, che ha contribuito a scrivere», conclude Emiliano. Sono le stesse istanze presentate in assemblea il 9 febbraio scorso: «stiamo giocando una partita che parte da uno spazio ma che ambisce a un modello sociale che riguarda tutta la metropoli» – conclude Emiliano come portavoce. In aula, dopo il suo intervento si sentono applausi, fischi, piedi che battono a terra e un tamburo che suona. La riunione si interrompe e i consiglieri del Municipio parlano con alcune attiviste e alcuni attivisti del Casale: i primi si prendono la responsabilità di indagare gli aspetti denunciati, i secondi promettono di portare avanti il ricorso e intensificare la mobilitazione sociale contro il provvedimento. «È importante che ci sia l’impugnazione a livello formale, oltre alla protesta», fa notare l’avvocato Fabio Grimaldi. «Proporremo l’istanza per la sospensione del provvedimento in autotutela e addirittura l’annullamento: speriamo che questo dia la possibilità di ripensare la decisione». > La richiesta è che lo spazio rimanga all’associazione mentre si attende la > pronuncia del Tar. Il processo formale serve anche ad affermare il valore dei > centri sociali, luoghi di elaborazione culturale e politica, avamposti e > strumenti di democrazia partecipata. «Casale Garibaldi si iscrive dentro questa dimensione culturale e politica, che però è anche legale, perché è fatta di conquiste di diritti molto importanti», conclude Grimaldi. Ed è per il riconoscimento di questo patrimonio che oggi attiviste, attivisti, cittadine e cittadini stanno protestando: non è solo per Casale Garibaldi, è per il diritto a esistere degli spazi sociali. La copertina è di Casale Garibaldi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo “Garibaldini” senza Casale, una battaglia per la città pubblica a Roma Est proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
DINAMOpress
Convivere con l’inflazione
Correva l’anno 1960 e l’economista italiano Piero Sraffa, nella sua opera più importante dal titolo Produzione di merci a mezzo di merci, definiva basic good, o beni di base, alcuni beni presenti un po’ ovunque nelle nostre vite. Si tratta di cose che consumiamo direttamente e che sono parte integrante di quasi tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Alcuni di questi beni, come l’acqua dolce, siamo abituati a pensarli come quasi gratuiti e abbondanti. Altri, come il petrolio, il gas naturale e i loro derivati, li associamo a una maggiore scarsità e a un prezzo.  Non serve guardare molto lontano per trovare un esempio di ciò che Sraffa intendeva dire. Basta partire dalle mani che reggono lo schermo su cui questo articolo viene letto, o che toccano i tasti con cui viene scritto. La tastiera di un computer è fatta di plastica, prodotta a partire dal petrolio mediante processi industriali che richiedono acqua dolce. L’energia che consente al lettore di leggere queste lettere sullo schermo è ottenuta almeno in parte dal gas naturale e dal vapore (acqueo). Il computer su cui viene scritto questo articolo è pieno di minerali di vario genere (tra cui spicca, in percentuale, l’alluminio). Molti degli occhiali attraverso cui queste righe vengono lette hanno montature prodotte utilizzando l’alluminio, la plastica e l’acqua dolce. Le lenti a contatto sono prodotte a partire da plastiche di vario genere. Come è facile intuire, fluttuazioni anomale nel livello dei prezzi di questi beni sono eventi molto gravi, che possono avere effetti destabilizzanti a livello economico e sociale.  Nel momento in cui queste righe vengono scritte, ci troviamo all’inizio di un nuovo shock per i prezzi di un vasto numero di beni di base. La guerra scatenata dagli Stati uniti e da Israele contro l’Iran è arrivata alla quarta settimana. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso, il che significa che lì sono ora intrappolati circa il 20% della produzione globale di petrolio, oltre il 20% della produzione globale di gas naturale liquefatto (Gnl), il 7% di quella di urea (componente essenziale dei fertilizzanti) e il 7% circa di quella di alluminio, il 20% di quella di elio e molti altri prodotti essenziali per l’industria. Allo stesso tempo, il settore petrolifero dell’Iran, che conta per circa il 4-5% della produzione mondiale, è stato pesantemente bombardato dall’aviazione israeliana. La durata e i fini di questa guerra non sono chiari, i civili morti si contano già nelle migliaia, e gli sviluppi futuri del conflitto paiono incerti e ondeggianti. Il prezzo del petrolio ha superato i 110 dollari al barile, quello del Gnl è raddoppiato da 32€/Mwh a oltre 60€/Mwh, il prezzo dell’alluminio è aumentato del 20%, quello dell’urea del 30% circa. Più a lungo durerà la destabilizzazione dei mercati internazionali, più saranno profondi gli impatti sull’economia globale. Nei paesi ricchi tutto ciò potrebbe tradursi in un nuovo esteso shock inflazionistico. Per i paesi poveri, soprattutto quelli del Sud-est asiatico, invece, il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe essere catastrofico.  LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA DALLA CRITICA DELL’ECONOMIA A UN PROGRAMMA PER L’ALTERNATIVA  Marco Bertorello - Giacomo Gabbuti Ma come funziona la propagazione di uno shock sui prezzi di beni di base come il petrolio, il gas o l’alluminio? Prendiamo come esempio proprio il caso che stiamo vivendo. I problemi, ovviamente, iniziano a monte, quando la produzione o il commercio di gas naturale, di petrolio e di derivati viene destabilizzata. Di questo fatto ne approfittano spesso i mercati finanziari, dove meccanismi speculativi amplificano la portata dello shock sui prezzi. Dal punto di vista di un normale cittadino, la prima cosa che si sperimenta è un aumento del costo dei beni di base consumati direttamente: aumenta il prezzo della benzina, del diesel e del gas utilizzato in casa. A causa di scelte politiche, poi, il prezzo dell’energia elettrica dipende da quello del gas naturale, per cui lo shock si espande in modo speculare sul mercato dell’elettricità. In brevissimo tempo, quindi, aumenta il costo di ciò a cui una famiglia con reddito mediano dedica già circa il 20% delle sue spese. Allo stesso tempo, anche i prezzi di tutti i beni che vengono prodotti utilizzando derivati fossili subiscono un rincaro. Più petrolio e gas sono contenuti in un bene, più il suo prezzo aumenterà. Questa categoria include un po’ di tutto, dal fertilizzante, alla plastica, ai prodotti dell’industria chimica. L’effetto, poi, si propaga come un’onda d’urto lungo le altre catene produttive dell’economia: tutto ciò che viene prodotto utilizzando i beni sopra menzionati subisce a sua volta un rincaro. La lista include quasi tutti i prodotti alimentari e i beni di consumo finali. L’ondata inflattiva, infine, tocca anche il settore dei servizi, che non utilizzano i combustibili fossili se non come fonte energetica. Così, quasi ogni settore dell’economia subisce rincari. Chiaramente, dagli shock inflattivi c’è anche chi ci guadagna. Ci guadagnano le imprese energetiche che non subiscono un aumento nei propri costi di produzione, ma che possono vendere i propri prodotti a prezzi molto più alti. Ci guadagnano certi settori dell’economia dominati da oligopoli di poche grandi aziende, che possono aumentare il prezzo più dell’aumento dei costi subiti. Ci guadagna l’1% più ricco, il cui patrimonio è solitamente investito in azionariato di molte di queste aziende «vincitrici», anche se bisogna dire che l’inflazione tende a svalutare le grandi fortune in termini reali. Infine, tendono a guadagnarci quasi tutti i debitori (ad esempio lo Stato o chi ha mutui a tasso fisso) e a perderci molti creditori. Chi soffre di più nell’immediato sono le persone più povere di ogni paese e i paesi più poveri a livello globale. All’interno dei singoli paesi, a seconda del potere strutturale delle classi lavoratrici e degli sforzi che possono essere profusi dai governi per difendere il potere d’acquisto salariale, il costo dello shock può essere più equamente assorbito da lavoratori e imprese. I salari, specialmente quelli più bassi, possono essere adeguati al costo dell’inflazione. I governi possono contenere la portata di meccanismi speculativi, oltre che l’ampiezza delle fluttuazioni nei livelli dei prezzi, con interventi di vario genere. Possono anche innescarsi spirali in cui da un lato i salari vengono alzati per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori ,ma dall’altro gli imprenditori rispondono innalzando nuovamente i prezzi.  Un esempio piuttosto traumatico di tutto ciò si è vissuto nel 1973, allo scoppio della Guerra dello Yom Kippur, quando gli stati arabi attuarono un embargo (di sei mesi) nei confronti dei paesi che supportavano lo stato di Israele. In Europa e negli Stati uniti il risultato fu una fiammata inflattiva che diede inizio a un decennio di inflazione (e stagnazione economica). Lo shock inflattivo si intrecciò con una situazione economica che presentava già delle fragilità, e il tasso di crescita delle economie diminuì. Le classi lavoratrici, che allora potevano vantare un’organizzazione sindacale importante, lottarono per difendere il proprio potere d’acquisto, ottenendo spesso aumenti salariali. Le classi imprenditoriali, a loro volta, si adoperarono per difendere i propri profitti, aumentando i prezzi dei beni che vendevano e innescando così un nuovo ciclo di rincari. Il ciclo si ripeté dando vita a una spirale, che si interruppe definitivamente a partire dalla fine degli anni Settanta, quando il combinato disposto di un assalto al potere sindacale, di politiche di austerità, dell’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e dell’inizio della globalizzazione contribuì a stabilizzare la situazione a svantaggio delle classi lavoratrici.  Oggi differenti dinamiche di potere tra le classi sociali (le classi lavoratrici sono ovunque molto più deboli) rendono questo genere di spirali prezzi salari molto poco probabile. Lo si è visto durante lo shock inflazionistico del 2022, che iniziò mentre il sistema economico internazionale si stava riaprendo al termine della Pandemia. La ripresa di una vita normale in molti paesi, infatti, riattivò la domanda globale di beni. Le catene logistiche che normalmente avrebbero soddisfatto questa domanda erano però state ridimensionate dai lockdown. La conseguenza di tutto ciò fu che si vennero a creare dei colli di bottiglia all’interno di molte catene globali di approvvigionamento: beni destinati agli Stati uniti erano bloccati in Europa, beni destinati all’Europa erano bloccati in Cina. I prezzi dei container salirono vertiginosamente e lo shock si propagò come un’onda inarrestabile al resto dei settori economici. A questo stress si aggiunse poi uno shock energetico determinato dall’invasione russa dell’Ucraina. Come già detto, però, il risvolto di questa crisi fu fondamentalmente diverso da quanto avvenuto cinquant’anni prima. La debolezza delle classi lavoratrici e dei sindacati occidentali, infatti, fece sì che furono queste ultime a assorbire la maggior parte dei costi, mentre le classi imprenditoriali riuscirono a difendere i propri tassi di profitto. I governi di molti paesi fecero poco per adeguare i salari all’inflazione, e le banche centrali alzarono vertiginosamente i tassi di interesse (rendendo  così l’accesso al credito più costoso) nel tentativo di deprimere le economie, diminuire la domanda e «raffreddare» così l’inflazione.  La storia, dunque, ci insegna che le conseguenze di questo genere di shock possono essere significative. Per i paesi ricchi (soprattutto quelli dell’Europa e dell’Asia) il rischio è quello di un aumento generalizzato dei prezzi. Paesi più poveri come il Pakistan o il Bangladesh, invece, rischiano di ritrovarsi senza gas, petrolio e fertilizzanti. In assenza di circa il 20% dell’offerta globale di combustibili fossili, si creerà una sorta di asta globale al rialzo per assicurarsi le forniture di gas e petrolio. I paesi ricchi si troveranno costretti a offrire prezzi elevatissimi per assicurarsi di non rimanere a secco, e i paesi poveri resteranno esclusi dal mercato.  Per la seconda volta in cinque anni, dunque, ci troviamo di fronte a una crisi globale, ed è opportuno cercare di guardare a questa nuova emergenza con una prospettiva storica. Ciò che stiamo vivendo è un avvenimento isolato o è invece un evento che potrebbe caratterizzare gli anni a venire?  Quest’ultima guerra è l’ottava scoppiata negli ultimi quattro anni. Nel 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina, nel 2023 hanno avuto inizio la Seconda guerra tra Azerbaijan e l’Armenia, la Guerra civile del Sudan, la Guerra tra Israele e Hamas, poi degenerata in genocidio, e la Guerra tra Israele e Hezbollah. Nel 2024 Israele ha invaso e bombardato la Siria dopo la caduta del Regime di Assad. Nel 2025 Israele e gli Stati uniti hanno attaccato l’Iran, il Sud-est asiatico ha visto una breve guerra tra Thailandia e Cambogia e uno scontro piuttosto esteso tra India e Pakistan. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno anche rapito e arrestato il Presidente del Venezuela, nonché imposto un embargo energetico a Cuba. Inoltre, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, sono stati schierati dei militari europei per dissuadere gli Stati Uniti da un tentativo di annessione della Groenlandia. Infine, oltre alla Guerra in Iran, sta avvenendo anche uno scontro esteso tra il Pakistan e l’Afghanistan.  L’insieme di queste crisi non può che avere conseguenze molto rilevanti per l’economia globale. La destabilizzazione dell’equilibrio geopolitico si somma a quella del sistema climatico e, internamente a molti paesi, della pace sociale. Una delle conseguenze  più rilevanti di questo stress sui sistemi economici è la persistenza di tassi più elevati di inflazione. D’altronde, istituzioni come la Banca centrale europea (Bce) e la Banca d’Inghilterra sono abbastanza consapevoli di questo nuovo stato delle cose. Già nel 2022, Isabel Schabel, membro del Consiglio Direttivo della Bce, sosteneva in un noto discorso che il mondo stava entrando in una nuova era di greenflation, fossilflation e climateflation. L’inflazione, dunque, è qui per restare. La vedremo finché persistono tensioni internazionali e guerre. La vedremo perché abbiamo progettato mercati energetici e finanziari in modo tale da amplificare invece che minimizzare la portata di episodi come quello di queste settimane. La vedremo perché stiamo destabilizzando il delicato equilibrio del nostro sistema climatico, che con sempre maggior frequenza conosce catastrofi naturali ed episodi di scarsità di beni di base come l’acqua e prodotti agricoli. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’INFLAZIONE UCCIDE IL GOVERNO Isabella Weber - Bhaskar Sunkara Se livelli più alti di inflazione sono parte del nostro presente e, verosimilmente, saranno parte del nostro futuro, è necessario per noi economisti chiederci cosa sia possibile fare per riuscire a conviverci. Non è vero, infatti, che siamo senza mezzi. Dobbiamo però completamente cambiare il paradigma con cui almeno da quarant’anni siamo abituati a gestire questo fenomeno. Fino a oggi, infatti, la questione è stata di fatto delegata alle banche centrali. Gli shock inflazionistici si affrontano alzando i tassi d’interesse, che aumentano il costo dell’accesso al credito per famiglie e imprese. Se le imprese fanno meno prestiti per attivare investimenti e le famiglie fanno meno mutui per comprare casa, l’economia rallenta. Un’economia più lenta spinge commercianti e imprenditori ad abbassare i prezzi e a far scendere così l’inflazione. I governi, al limite, si mobilitano per fornire trasferimenti fiscali ai più poveri, in modo da aiutarli a sopravvivere all’effetto combinato del carovita e del rallentamento economico imposto dalle banche centrali.  Come è facile intuire, questi mezzi sono del tutto inadeguati a gestire i problemi del presente perché non fanno nulla per affrontare le cause dell’inflazione alla radice. Alti tassi d’interesse possono deprimere economie che allo stato attuale sono già stagnanti, mentre i trasferimenti fiscali (come sussidi per il pagamento delle bollette) spesso sono un incentivo per non abbassare i prezzi dell’energia.  Ciò che serve è un approccio che affronti il problema alla radice. Esperienze derivate proprio dal vissuto degli anni Settanta e da quello degli ultimi anni suggeriscono alcuni piani di azione. Per gli shock di breve termine è necessario creare scorte strategiche di alcuni beni di base particolarmente rilevanti e vulnerabili (come ha iniziato a fare la Cina), in modo non diverso da come si fa tutt’ora con i combustibili fossili e con le munizioni per le forze armate. Strumenti come le tasse sugli extra-profitti e leggi per controllare i rincari (che esistono in paesi come la Svizzera) possono contenere l’ampiezza delle fluttuazioni dei prezzi. Sempre per limitare gli shock di breve termine, va de-privatizzato il mercato retail dell’energia. Un primo passo in tal senso dev’essere la reintroduzione di strumenti come l’acquirente unico (recentemente eliminato in Italia), che acquistava grandi quantità di energia elettrica tramite contratti di lungo termine (e quindi meno propensi a fluttuazioni dei prezzi) senza trarre profitto dalla vendita della stessa. Per garantire maggior stabilità nel lungo periodo, invece, sarebbe necessario un intervento strutturale sui modi in cui viene prodotta e distribuita l’energia. Il prezzo finale dell’elettricità deve essere scollegato da quello del gas naturale. Le aziende che gestiscono le reti elettriche nazionali (trasmissione e distribuzione) sono dei monopoli ed estraggono profitti più o meno pari a quelli di aziende come Meta, Ferrari e Lamborghini. Esse vanno rinazionalizzate e rimesse al servizio della collettività.  Sul lato della produzione di energia elettrica può essere adottato un approccio misto: un produttore pubblico di energia non-fossile e un’alta penetrazione di comunità energetiche sarebbero molto utili per ridurre il prezzo dell’energia e per cumulare i vantaggi di investimenti in energie rinnovabili. La sistematica sostituzione, per quanto possibile, di idrocarburi fossili nei processi produttivi avrebbe il vantaggio di isolare e proteggere un sistema industriale dall’effetto di shock energetici, oltre che ridurre le emissioni e lo spreco. Discorsi simili possono essere fatti per le catene di approvvigionamento alimentare. Ridurre la finanziarizzazione e le caratteristiche oligopolistiche di molti dei mercati intermediari di prodotti alimentari, puntare a una base produttiva locale e pianificare per un futuro in cui il clima renderà certe colture più difficili è essenziale per assicurarsi che il cibo possa rimanere accessibile a tutti. Infine, è necessario reagire agli shock inflattivi sul lato salariale. Negli ultimi anni gli esempi della Spagna, che ha implementato una politica aggressiva di aumento del salario minimo negli anni dei Governi Sanchez, e del Belgio, che non ha mai abolito la «scala mobile» (ovvero l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), dimostrano come sia possibile difendere i salari anche in situazioni di alta inflazione.  L’adozione di queste politiche, potrebbe schermarci in parte dalla tempesta che stiamo attraversando. Ciò nonostante, non si può non riflettere sul fatto che le crisi del nostro tempo ci stanno rimettendo in contatto, almeno in Occidente, con un concetto, o una realtà, con cui pensavamo di non dover fare più i conti, ovvero la scarsità.  A ben vedere, infatti, l’inflazione di cui parla questo articolo non è che un risvolto della scarsità di beni, di servizi ecosistemici (l’acqua) e dell’instabilità globale. Queste due condizioni sono state parte dell’esperienza umana per millenni. Se però un tempo scarsità e instabilità erano sinonimo di catastrofe, oggi disponiamo di mezzi tecnici e organizzativi che possono scongiurare che lo sia nuovamente. Sarà necessaria, tuttavia, una gestione equa e intelligente di ciò che abbiamo. I tempi futuri, in un modo o nell’altro, ci riporteranno coi piedi per terra. La scarsità ci imporrà, collettivamente, di prendere decisioni più coraggiose su questioni come l’equità e la distribuzione di ciò che produciamo, ma anche sul nostro rapporto con i limiti di ciò che il nostro pianeta può offrire. Convivere con l’inflazione vuol dire convivere con i nostri limiti. Farlo è possibile e necessario, ma richiederà un cambio di paradigma e scelte coraggiose.  *Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità economica e cambiamento climatico. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Convivere con l’inflazione proviene da Jacobin Italia.
March 23, 2026
Jacobin Italia
Ritorno della leva militare in Croazia: dettagli e implicazioni
Continua il ritorno della leva nei vari Paesi europei. Ora è la volta della Croazia il cui governo ha reintrodotto la leva obbligatoria con una legge approvata lo scorso novembre 2025 ed entrata in vigore all’inizio del 2026 seguendo un modello in parte diverso rispetto a quello impostato dai paesi scandinavi e recentemente dalla Germania. Il primo aspetto che colpisce, e che rappresenta la differenza principale, è che la Croazia ha optato per un obbligo generalizzato per la popolazione maschile, senza ricorrere al meccanismo del questionario o della lotteria, come invece sta avvenendo praticamente in tutti i Paesi europei. Ci interrogheremo alla fine di questa breve analisi sulle possibili cause di questa scelta, ma prima è necessario analizzare gli aspetti principali della legge. Il provvedimento croato introduce l’obbligo generalizzato del servizio militare o civile per tutta la popolazione maschile (le donne solo su base volontaria) di 18-19 anni, estendibile fino ai 30 anni di età. Si tratta dunque di uno strumento pervasivo, che bilancia però questo obbligo con la sua durata limitata: solamente due mesi, facendo della Croazia il Paese in Europa – e forse nel mondo – con il servizio militare più breve. E necessariamente deve essere così, perché tutte le classi dirigenti d’Europa hanno da un lato la necessità strutturale di reintrodurre la leva e dall’altro il problema della resistenza che potrebbero opporre le opinioni pubbliche; in ogni Paese si adottano dunque  meccanismi “leggeri” e la Croazia, obbligando tutti i propri giovani a servire la patria per “soli” due mesi, sceglie una via diversa, ma che risponde alle stesse necessità strutturali. Inoltre, la scelta di ridurre a due mesi il servizio militare permette al governo croato di scaglionare l’annata di leva in più periodi in modo da poter utilizzare le infrastrutture che sarebbero insufficienti per addestrare contemporaneamente l’intera annata di leva (al momento verranno utilizzate solo tre caserme). Il ritorno della leva di massa infatti richiede investimenti ingenti nelle infrastrutture che sono state smantellate un po’ in tutta Europa al momento del passaggio agli eserciti volontari. Un elemento comune ai Paesi europei è anche l’incentivo economico: per il servizio militare si parla di 1.100/1.200 euro al mese, in pratica uno stipendio medio per quel paese, elemento che ovviamente incentiva i giovani a scegliere l’addestramento; è d’altra parte questo uno strumento praticato ampiamente: anche la Germania ha aumentato fortemente (+33%) gli stipendi di chi sceglierà l’arruolamento e nella stessa direzione è andata la Polonia (+ 20%); la disoccupazione giovanile, che va di pari passo con la precarietà e il lavoro povero a cui sembrano condannate le giovani generazioni, è infatti un ulteriore elemento strutturale su cui puntano i guerrafondai per attirare i ragazzi e le ragazze nei sistemi di reclutamento. Un altro aspetto importante (e anzi decisivo), anch’esso in perfetta continuità con il resto d’Europa, è la possibilità di scegliere il servizio civile, un diritto previsto anche dalla Costituzione croata. Chi non vorrà svolgere il servizio militare, ha due possibilità: o un reclutamento di tre mesi nella protezione civile (gestione emergenze, calamità naturali, ecc.) pagato 340 euro al mese o quattro mesi presso la pubblica amministrazione (ospedali, enti locali, ecc.) pagato 170 euro al mese. Dunque il servizio civile è punitivamente più lungo e meno retribuito di quello militare, un meccanismo non nuovo ed esistente anche in anni passati. Ma ciò che va assolutamente attenzionato è il nuovo ruolo che assume il servizio civile: esso viene sì  presentato come un’opzione pienamente perseguibile (e d’altra parte nessun governo potrebbe in questo momento storico imporre la leva generalizzata), ma esso è parte integrante del sistema militare: la legge croata parla esplicitamente di “servizio militare in veste civile” e infatti anche coloro che sceglieranno di non fare il servizio militare vengono definiti “coscritti”; d’altra parte si fa riferimento alla Costituzione croata che, analogamente a quella italiana, definisce un dovere per ogni cittadino la difesa della patria. In linea con la “israelizzazione” delle società e con il concetto di “difesa totale” per il quale ogni cittadino deve essere addestrato per poter essere utilizzato in caso di guerra in base alle proprie competenze e al ruolo che occupa nella società. Inoltre, hanno fatto discutere le anticipazioni giornalistiche di un decreto attuativo che, se saranno confermate, prevedono l’istituzione di una commissione ad hoc che possa rifiutare la domanda di servizio civile se non adeguatamente motivata con elementi religiosi ed etici; in pratica lo Stato si riserva di verificare la “sincerità” dei cittadini e in questo modo apre alla possibilità, se sarà necessario, di aumentare il numero dei soldati. Siccome si tratta di un obbligo generalizzato, per chi rifiuta sia il servizio militare che quello civile sono previste multe di entità variabile (da 250 euro a 5.000) che però, anche se pagate, non esonerano dall’obbligo: lo Stato si riserva di convocare nuovamente ed applicare ulteriori multe; in ogni caso però non è al momento previsto il carcere. L’altro elemento comune alle politiche europee che emerge dalla legge croata è l’obiettivo di costruire una riserva imponente e diffusa, sempre sul modello israeliano, così come dichiarato anche dal nostro ministro della difesa Guido Crosetto. Si tratta appunto di “riserve leggere” per quanto riguarda i tempi, le modalità di addestramento e di richiamo; ciò permette di abbassare notevolmente i costi e, nuovamente, di far percepire in meno possibile l’obbligo alle opinioni pubbliche. In Croazia il richiamo è previsto fino ai 55 anni e così, anno dopo anno, la riserva andrà a coincidere quasi completamente con l’intera popolazione. E come ha avuto modo di dichiara il generale Pietro Serino in un’intervista rilasciata a Difesa online «La sostituzione del personale è un’esigenza purtroppo in guerra e quindi la formazione di riserve addestrate è importante […]. Noi abbiamo paura a dire le cose con il loro nome […], chiunque si trovi ad affrontare queste cose con responsabilità di governo ha difficoltà, ma le riserve addestrate servono per sostituire gli uomini delle unità di combattimento, non servono, come leggo sui giornali, per compiti di retrovia». E parallelamente a quanto accade in altri Paesi, anche chi opta per il servizio civile entra a far parte di una riserva che potrà essere mobilitata in caso di necessità. È nuovamente il concetto di “difesa totale” per il quale ogni cittadino, in qualunque posizione si trovi nella sua vita civile, deve essere considerato “al fronte” e da lì contribuire allo sforzo bellico. Avviciniamo ora la discontinuità che la leva croata ha inserito rispetto ai modelli europei: il governo ha scelto di non fare ricorso a meccanismi quali il questionario e la lotteria, ma di imporre tout court un obbligo totale o civile o militare. Come mai il governo croato può “permettersi” con la propria opinione pubblica una legge di questo tipo? Non è una risposta semplice e probabilmente concorrono a questa scelta politica una pluralità di fattori. Da un lato, infatti, occorre porre l’attenzione sul fatto che i Balcani sono l’unico luogo d’Europa ad avere memoria collettiva e soprattutto recente di una guerra e dunque questo ha probabilmente reso più semplice il lavoro dei guerrafondai croati. A dimostrazione della diversa condizione dell’opinione pubblica, possiamo confrontare alcuni sondaggi svolti a livello europeo sul ritorno della leva; benché ci siano, come sempre, difficoltà nella comparazione dei dati, emerge che l’opinione pubblica croata ha una percentuale di favorevoli a forme di addestramento militare obbligatorio molto più alta rispetto agli altri Paesi europei (oltre il 75%, in base a un sondaggio effettuato nel 2024 da HRejting e condotto da Promocija plus). Il governo croato, dunque, sapeva che non avrebbe incontrato una grande opposizione nell’opinione pubblica, e ha potuto permettersi di fare un passo avanti rispetto ad altri governi europei. E che la scommessa sia stata vincente lo dimostra il tono trionfante del comunicato che il Ministero della Difesa croato ha diffuso nel corso di una conferenza stampa dello scorso 2 marzo: sugli 800 giovani chiamati per il primo scaglione solo 10 hanno optato per il servizio civile, mentre la grande maggioranza affronterà i due mesi di addestramento militare che comporteranno prevedibilmente un aumento netto dei volontari che decideranno poi di prolungare il servizio (è questo d’altra parte un obiettivo immediato dei guerrafondai europei vista la “sindrome da caserme vuote” e l’età avanzata di cui vi vive). Ciò che sta succedendo in Croazia ci conferma che il ritorno alla leva nei vari Paesi europei avviene con gradualità e che le classi dirigenti sono da un lato ben consapevoli di non poter realizzare velocemente il loro vero obiettivo (tornare alla leva di massa) e dall’altro si spingono fin dove lo permettono le proprie opinioni pubbliche. Vedremo in Italia quale sarà la via scelta dal ministro Guido Crosetto che ha difronte un problema più complesso visto che, a differenza dei governanti della Croazia, ha l’opinione pubblica più contraria alla leva di tutta Europa. Serena Tusini, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! 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Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio
L’acqua bolle a 40 gradi? Se il Governo, attualmente governo Meloni, avesse un interesse ad affermare che l’acqua bolle a 40 gradi lo farebbe con un decreto legge. E non ho dubbi che correderebbe la propria azione con autorevoli pareri … Leggi tutto L'articolo Piombino. Il rigassificatore, la guerra e i cittadini ostaggio sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Firenze contro il riarmo e la guerra
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