Centro Studi e Ricerche IDOS: meno ingressi irregolari, sbarchi e richiedenti asilo, ma più morti e violenze
Calano le persone costrette alla fuga nel mondo. Calano gli ingressi irregolari in Europa, inclusi gli sbarchi, e le richieste di asilo. Ma aumentano i morti, le privazioni dei diritti umani, le domande di protezione pendenti, l’ostilità verso chi salva i migranti dalla morte in mare. È il contesto in cui si colloca “l’anno zero” del nuovo Patto Ue su migrazione e asilo, l’insieme di norme che si applicano dal 12 giugno scorso, in parte ispirate da un ventennio di politiche italiane. In attesa dei primi effetti del Patto, il Dossier Statistico Immigrazione 2026 di IDOS, che sarà presentato il prossimo 27 ottobre, offre una lettura puntuale e controcorrente delle migrazioni non programmate e forzate che – pur rappresentando una parte minoritaria dell’immigrazione – restano protagoniste nel dibattito pubblico, costantemente associate all’emergenza e alla minaccia. Per la prima volta in un decennio diminuiscono le persone in fuga: alla fine del 2025 i migranti forzati nel mondo sono 117,8 milioni, ben 5,4 milioni in meno rispetto al 2024 (-4,3%). Il calo, da non correlare necessariamente a una riduzione del bisogno di protezione, dipende soprattutto dai ritorni nei territori di origine (14,7 milioni, +49%), spesso non volontari e verso contesti ancora fragili, segnati da insicurezza, povertà e servizi essenziali insufficienti. Nell’Afghanistan governato dai Talebani sono rientrate circa 2,9 milioni di persone, allontanate soprattutto da Iran e Pakistan; in Siria circa 1,3 milioni dopo la caduta del governo Assad, ma ne restano ancora 4,9 milioni in esilio. Cresce infatti il fenomeno dello “sfollamento protratto”: sette rifugiati su dieci sono in questa condizione da più di cinque anni. Gran parte del peso dell’accoglienza resta comunque fuori dall’Europa: il 65% dei migranti forzati vive in un Paese confinante con quello di origine e il 68% è accolto in Paesi a basso o medio reddito. In totale, sette rifugiati su dieci provengono da soli sei Paesi: Venezuela (6,4 milioni), Ucraina (5,2), Siria, Afghanistan, Sudan e Sud Sudan. A questa contrazione si associa un ancora più pronunciato calo degli attraversamenti irregolari delle frontiere europee, di cui sono protagonisti molti richiedenti asilo: 180mila contro i 240mila del 2024 (e meno di 64mila nei primi sette mesi del 2026) secondo Frontex. In Italia, gli sbarchi  sono fortemente diminuiti: dopo gli oltre 180mila del 2016 e i 157mila del 2023, sono scesi a quota 66mila sia nel 2024 sia nel 2025, e a meno di 20mila nei primi otto mesi del 2026: una diminuzione di oltre il 50% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E calano, in parallelo, anche le richieste di protezione internazionale. Nell’Unione europea nel 2025 le domande d’asilo presentate per la prima volta sono state circa 672mila (-26,4% rispetto al 2024 e oltre un terzo in meno rispetto al picco di 1,05 milioni del 2023). Il tasso di riconoscimento è sceso dal 51,4 al 39,1%, e a inizio 2026 restavano più di 1 milione e 200mila domande in attesa di decisione. Anche in Italia, seconda per nuove richieste di protezione dopo la Spagna, le domande di asilo sono in calo (128mila vs 151mila nel 2024) e si registra un tasso di riconoscimento del 30% (dal 35,9%) confermando un valore sensibilmente più basso della media Ue. Cambia anche la geografia della mobilità. Per la prima volta dal 2014 i siriani non sono più il primo gruppo di richiedenti nell’Ue (circa 40mila) e al primo posto salgono i venezuelani (quasi 90mila), diretti soprattutto in Spagna, che con 141mila richieste diventa il primo Paese dell’Ue. Tuttavia, mentre diminuiscono gli arrivi, aumentano i morti nel Mediterraneo. Ma cosa c’è dietro queste riduzioni? Un reale ridimensionamento del bisogno di protezione o il suo contenimento (forzato)? Per IDOS una risposta arriva dal confronto tra il calo degli arrivi via mare nei primi otto mesi del 2026 (poco più di 51mila in tutto il Mediterraneo contro gli 86mila dello stesso periodo del 2025) e l’aumento delle morti accertate durante la traversata (1.733 da gennaio ad agosto 2026 contro le 1.248 dello stesso periodo del 2025). Solo nella rotta del Mediterraneo centrale hanno perso la vita 914 persone, contro le 827 dello scorso anno (+11%). Dal 2014 l’Oim ha registrato oltre 35mila morti e dispersi nel Mediterraneo, di cui quasi 27mila sulla sola rotta centrale, tra le più letali al mondo, ma il bilancio reale è più alto: molti naufragi avvengono senza testimoni e non tutte le vittime vengono identificate e segnalate. Ad accrescere il rischio contribuiscono le ridotte capacità di ricerca e soccorso in mare. Il contributo di Sos Mediterranee Italia al Dossier ricostruisce un decennio di ostilità e compressione del soccorso civile. Oltre ai 72 episodi di intimidazioni e violenze alle navi delle Ong da parte della cosiddetta guardia costiera libica, documentati da SeaWatch tra il 2016 e il 2025, le disposizioni governative che impongono di rientrare in porto dopo ogni soccorso e l’assegnazione di porti lontani hanno fatto perdere alle imbarcazioni di soccorso 1.219 giorni operativi tra il 2022 e il 2025. Per Sos Mediterranee la perdita di vite “non è una fatalità, ma il risultato di precise scelte politiche”. Il Dossier Statistico Immigrazione 2026, giunto alla 36ma edizione e realizzato dal Centro studi e ricerche Idos in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di studi politici “S. Pio V”, sarà presentato martedì 27 ottobre al Teatro Nuovo Orione di Roma e, in contemporanea, in tutte le regioni italiane con approfondimenti locali. Qui per maggiori informazioni sulla presentazione del Dossier Statistico Immigrazione del 27 ottobre 2026: https://www.dossierimmigrazione.it/presentazione-del-dossier-2026/. Giovanni Caprio
October 25, 2026
Pressenza
[2026-10-25] Laboratorio di Biologia Politica 🪲🦇🌿 @ Serra del Parco Delle Energie Ex Snia
LABORATORIO DI BIOLOGIA POLITICA 🪲🦇🌿 Serra del Parco Delle Energie Ex Snia - Via Prenestina, 175, 00176 Roma RM (domenica, 25 ottobre 15:00) 🦠🍄🐝 CHE ORGANISMO MULTISPECIE SEI? 🐙🌿🦋 Scoprilo al Laboratorio di Biologia Politica! 📅 25 ottobre, ore 15:00 📍 Parco delle Energie, Roma Porta le tue fattezze di umano e preparati a trasformarti verso una assemblea oltre-umana. Come funziona? Inizia tutto da una carta pescata da un mazzo speciale 🃏 Il resto lo fanno la sorpresa e la meraviglia 🤩 Il programma del pomeriggio: 🫖 Tisanine, coccole e biscottini 🎭 Laboratorio costruzione maschere h 17.00 🎶 Musichette in vista del Climate Pride (14 novembre) ☕ Porta la tua tazza! Niente usa e getta. Un pomeriggio soffice e creativo per salutare l’autunno insieme, ritrovarci intorno ai temi che ci importano e immaginare futuri in cui l’umano non è più l’unico sul pianeta. 🌱 Hasta la simbiosi siempre! 💚
October 25, 2026
Gancio de Roma
CURAMI-PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “LE CASE DELLA COMUNITA’ SONO UNA SFIDA CULTURALE E ORGANIZZATIVA DELLA SALUTE”
CURAMI – Prima di tutto la salute è la trasmissione a cura di Donatella Albini, medica del Centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute di Brescia. La trasmissione va in onda il sabato mattina dalle 12.00 e, in replica, il mercoledì alle ore 12.30. Ospiti della puntata di sabato 24 ottobre – dal titolo “Le Case della comunità sono una sfida culturale ed organizzativa della salute . Le istituzioni hanno raccolto questa sfida?” La parola alla politica. Con Onorio Rosati, consigliere regionale AVS e Nicola di Marco, consigliere regionale M5S. Puntata di sabato 24 ottobre Ascolta o scarica 
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
I consumatori di A.Ba.Co. Abruzzo aderiscono allo sciopero generale
Caro-vita, economia di guerra,  sanità a pezzi e tagli al sociale: A.Ba.Co. Abruzzo dichiara la propria totale adesione allo sciopero generale proclamato da USB per venerdì 30 ottobre e scende in piazza a Pescara. La crisi economica che stiamo attraversando non è più sostenibile. L’inflazione galoppante, il continuo aumento dei […] L'articolo I consumatori di A.Ba.Co. Abruzzo aderiscono allo sciopero generale su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Non è questione pedagogica
IN MIGLIAIA DI GIOVANI E GIOVANISSIMI, SENZA SIGLE E SENZA PAURA HANNO MANIFESTATO IN TANTE CITTÀ. POTREBBERO FARLO OGNI SABATO, MALGRADO DECINE DI FERMI PREVENTIVI IN APPLICAZIONE DEGLI ULTIMI DECRETI SICUREZZA. LO FANNO PERCHÉ SONO SEMPRE DI PIÙ GLI ESCLUSI, I NUOVI POVERI, QUELLI CHE DEVONO SOLO GUARDARE, ASPETTARE, DESIDERARE, RINCORRERE, FARSI SOTTOMETTERE MA ANCHE PRODURRE E SEMPRE BRAMARE IL LUSSO. LA PRIMA DOMANDA, SCRIVE ANDREA SATTA, CHE BUONA PARTE DEGLI ADULTI DOVREBBERO FARSI NON È SE È GIUSTO SPACCARE LE VETRINE. LA DOMANDA È: SE COSTRUIAMO PERCORSI DOVE MI FAI DESIDERARE TUTTO IL TUO BENESSERE, PERCHÉ DOVRESTI SENTIRTI SICURO DI POTERTELO GODERE PER SEMPRE NELLE LUCI SOFFUSE DELLA TUA AGIATEZZA? Foto Milan in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Non è questione pedagogica, né va fatta una crociata moralistica, non c’è questo in ballo. Il sistema propone l’irraggiungibile, non il pane. Non sono più i tempi dei poveri di Totò con i vestiti di tre taglie più grandi e gli spaghetti rubati, infilati nelle tasche. Oggi i poveri sono obesi, mangiano troppo e male, ingoiano calorie e immagini, cibi e ultra-processati, catene e filiere multinazionali. Diventare una star dei social equivale a comprarsi una Ferrari. Oggi, sabato 24 ottobre, alla Stazione Centrale di Milano, sono in attesa della coincidenza di un treno e insieme a tutto il resto del mondo sono in piedi a guardare i tabelloni rullare. Non c’è un posto a sedere in tutta la Stazione Centrale che pure è grande. Scientemente non è possibile sedersi. Io e pochi altri possiamo attendere nel lounge, con i vetri fumè, a bere qualcosa, comodi, in attesa dell’uscita del binario. Noi sì, tutti loro e sono migliaia, no. Loro devono guardare, aspettare, desiderare, educati a sbavare a rincorrere, a volere. Devono volere e farsi sottomettere, produrre, arricchirsi, inseguire e in qualche modo raggiungere un surrogato che plachi la frustrazione. E se un giorno un gruppo di ragazzini ancora non sufficientemente ammaestrati, ma allevati a bramare il lusso e alla durezza che se è mio e mio e se tu non puoi non puoi, s’incazzano e si fottono tutto quello che gli si è sempre sventolato davanti e negato, ti meravigli? Se gli sbatti in faccia il tuo successo, anzi il tuo potere perché prima o poi qualcuno non dovrebbe reagire sovvertendo tutto e prendendosi quello che gli si è sempre fatto annusare? Non c’è politica in questo, non c’è niente, c’è di avere impostato un sistema che pettina tutto in un verso fino al nodo, puntando sul fatto che l’unica reazione sia adeguarsi e sgobbare. E può darsi che un giorno qualcuno spacchi tutto. È giusto? No. Ma è questa la domanda da farsi? No. La domanda è se io costruisco un percorso dove mi fai desiderare tutto il tuo benessere, perché dovresti sentirti sicuro di potertelo godere per sempre nelle luci soffuse della tua agiatezza? È uscito il binario, in prima classe c’è più posto per le gambe e ti offrono il caffè. Fino a che siamo vivi. “‘A livella” non esiste. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non è questione pedagogica proviene da Comune-info.
October 25, 2026
Comune-info
Verde Urbano ‘latu sensu’, dalla Bretagna a Bologna – Green Deal
Le ondate di calore di una estate ufficialmente riconosciuta da Copernicus come la più calda mai registrata in Europa Occidentale hanno portato non solo a riflettere sulla urgenza di misure emergenziali in ambito urbano, a partire dalla creazione di rifugi climatici, ma anche alla nascita di una fitta rete di gruppi di cittadini impegnati nella difesa degli spazi verdi che una folle politica di cementificazione distruttrice di suolo per il profitto di pochi intende aggredire senza ritegno, come sappiamo dalle mappe di Ispra curate da Michele Munafò. Ci ricorda Elena Granata come abbiamo progettato città impermeabilizzando il suolo, tombando fiumi e canali, canalizzando l’acqua piovana, eliminando il verde spontaneo. Oggi sappiamo che le città devono trattenere l’acqua, veder aumentare la permeabilità dei suoli e piantare alberi depavimentando, creando ombra, riducendo l’asfalto e appoggiandosi al verde come infrastruttura climatica di sopravvivenza. Secondo Paolo Pileri il progetto urbano ‘deve togliere’ ripensando e ridisegnando gli spazi, rivedendo proporzioni e geometrie per re-inventarsi nuovi suoli, prati, arbusti, piante. Ripermeabilizzazione e depavimentazione significano rimozione completa dell’asfalto e poi ricostituzione del suolo che ne aumenti la permeabilità, dando nuovo fiato alla cultura delle green belts e dei green corridors, decenni fa progettati in funzione della tutela di biodiversità ed ancor più della necessità di dotare le città di barriere vegetative periurbane, come difesa dal particolato fine, che rende cancerogena l’aria padana secondo lo IARC di Lione allora diretto da Renzo Tomatis, con cui condivisi la militanza nella redazione del “Sapere” di Giulio Maccacaro. Spazi verdi: il percorso di Bologna e Parigi Si inserisce in questo contesto una riflessione dell’amico Mauro Felicori, rigeneratore della Reggia di Caserta e prima Dirigente apicale del Comune di Bologna: con lui, Francesco Indovina e Bernardo Rossi Doria lavorammo anche, quaranta anni fa, alla proposta di dedicare uno spazio pubblico di Bologna ad una “Biblioteca ed Emeroteca dell’Ambiente”, che divenisse anche custode degli Archivi dell’Associazionismo ecologista di cui conoscevamo il rischio di dispersione. Sempre in quegli anni a Bologna Pier Luigi Cervellati, lavorando sull’OrtoFotoPiano della città, spiegava come realizzando piccole porte nei muri perimetrali dei giardini che abbellivano gran parte dei palazzi in Centro Storico si sarebbe potuto dare vita ad uno splendido Parco Urbano diffuso da rendere accessibile al passeggio ed alla fruizione pubblica, ovviamente accessibile solo secondo tempistiche coerenti con le esigenze degli abitanti e con rigorosi controlli all’accesso e misure di sorveglianza dei percorsi. L’ iniziativa che Mauro Felicori propone oggi nasce da quando a Parigi gli venne mostrata la mappa termica della città con le aree colorate in base alla temperatura media, mappa da cui emergeva il cimitero del Père-Lachaise come grande areale verde, con qualità dell’aria migliore rispetto alle zone circostanti e fonte d’Ossigeno paragonabile al Bois de Boulogne. Maturò allora in lui l’idea che i nostri cimiteri, nati ‘fuori le mura’ ma già ormai pienamente urbani, potrebbero diventare formidabili foreste urbane, spazi verdi pubblici di grande fascino, contributo alla lotta alla crisi climatica. Peraltro il calo delle sepolture ed il crescente ricorso alla cremazione hanno portato al calo drastico di fabbisogno di spazio cimiteriale, almeno di uno a cinquanta secondo Felicori, per cui a Bologna, Rimini, Ferrara ettari di spazi verdi liberati potrebbero essere riprogettati a giardini e piccoli parchi, mentre i cimiteri monumentali, per il loro significato storico andrebbero tutelati e valorizzati come patrimonio culturale, musei a cielo aperto. Tra sacro e profano: il mistero degli enclos bretoni Questo ragionamento, con cui concordo, mi rimanda ai frequenti viaggi d’un tempo tra l’Inghilterra meridionale del gotico perpendicolare e l’amata Bretagna degli enclos paroissiaux, complessi parrocchiali recintati da lastre di roccia piantate verticalmente, alla maniera delle recinzioni costruite dai Cimbri tra Lessinia e Cansiglio, per separare lo spazio sacro da quello profano. Agli enclos, realizzati in granito bretone tra il XVI e il XVIII secolo attorno al cimitero del borgo, si accede attraverso un arco trionfale per arrivare alla chiesa ornata da splendidi jubès lignei, alla cappella funeraria, all’ossario ed al calvario, raffigurazione in pietra della Passione di Cristo scolpita in occasione di calamità o pestilenze con figure recanti abbigliamento dell’epoca, con funzione didattica per “elevare” a Dio l’anima dei credenti, rivolta ad una popolazione rurale ancora fortemente legata agli antichi culti pagani e per lo più analfabeta. Si ipotizza che ciò possa ricondurre alle croci che i primi Celti convertiti al Cristianesimo ponevano in cima ai menhir (Carnac è sito bretone). Viaggiando per enclos, seduti all’imbrunire a un tavolino del bistrot di paese sorseggiando cydre brut dopo aver gustato una galette de sarrasin, era usuale vedere molte persone, soprattutto donne, superare ritualmente la lastra di granito posta orizzontalmente all’ingresso del prato luogo delle sepolture per fare visita ai propri defunti. Avvertivo sempre, così, segni forti di una cultura riconducibile alle concezioni celtiche della morte che i Celti vivevano come legata alla resurrezione, paragonandola al sole che sorge e tramonta e quindi deve essere nascosta ma sentita il più possibile come evento familiare. Questo ricordo mi rafforza nel condividere la riflessione di Mauro Felicori. *Walter Ganapini è membro onorario del Comitato scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Redazione Italia
October 25, 2026
Pressenza
Presidenziali in Brasile: Lula ci prova
Oggi, 25 ottobre, nel più grande paese latinoamericano si vota per il ballottaggio tra due visioni radicalmente diverse di fare politica. Da un lato l’estrema destra aggressiva di Flávio Bolsonaro, figlio del golpista Jair, dall’altro il progressismo del presidente uscente che cerca di recuperare terreno dopo l’esito amarissimo del primo turno di David Lifodi Foto ripresa da https://www.brasildefato.com.br/2026/10/11/lula-reune-multidao-na-avenida-paulista-e-convoca-idosos-vote-pelo-filho-pelo-neto-pelo-bisneto-e-pela-patria/ Oggi, 25
October 25, 2026
La Bottega del Barbieri
SCUOLA RESISTENTE DI SABATO 24 OTTOBRE
Per analizzare il movimento studentesco Scuola Resistente è entrata direttamente nelle scuole occupate e ha dialogato con i protagonisti. Le classi sociali dominanti e i loro rappresentanti in Parlamento sembrano, infatti, vivere su un altro pianeta e forse è proprio così perché dai toni delle loro minacciose invettive, rimbalzate sui media mainstream, traspare un certo stupore per le azioni svolte proprio da una parte di quella fetta di società che in questi ultimi decenni hanno maltrattato platealmente senza soluzione di continuità. D’altra parte, la sua componente più “moderata”, partecipa alla solita gara tra chi riesce a distinguere meglio tra manifestanti “per bene” e manifestanti “per male”: non è così, invece, tra i ragazzi e le ragazze che si sono riappropriati dei loro spazi occupando le scuole dopo soli 30 giorni dall’inizio dell’anno scolastico. Gli/le student3 esprimono con lucidità le loro ipotesi e propongono analisi politiche che rivelano alti livelli di consapevolezza, tutt’altro che rassegnata di fronte alla macchina repressiva. Dalle interviste che abbiamo raccolto negli istituti Newton e Plinio Seniore di Roma-centro, emerge un livello di capacità di analisi politica e di tessere trame e connessioni tra rivendicazioni provenienti da vari strati della società, a volte anche distanti ideologicamente una dall’altra, da fare invidia a tutti quei rappresentanti politici che oggi inveiscono contro i ragazzi e minacciano rappresaglie militari: il re però è nudo!. Mentre il potere, gonfiando il petto, mostra il suo lato più repressivo e vendicativo, dalle interviste con i ragazzi, emerge invece la consapevolezza di dover “canalizzare politicamente” e contro il “vero nemico” tutta quella (comprensibile) rabbia. Si evidenzia anche la capacità di analizzare sul piano simbolico-comunicativo azioni che al contrario sono state da più parti derubricate superficialmente alla stregua di un puro appiattimento passivo intorno a valori consumistici: “molti di quegli oggetti sottratti dietro le vetrine rotte – hanno sottolineato unanimemente durante le interviste i/le ragazz3 – sono stati poi redistribuiti…solo che è più comodo nascondere questi fatti!”. Scuola Resistente di sabato 24 ottobre Ascolta o scarica  IL TABÙ DELLA “POLITICA” A SCUOLA “Il problema principale – ci spiega Tea, dell’ IIS Plinio Seniore – è che invece di stimolare un ambiente che sia politicizzato, quale dovrebbe essere la Scuola, ovvero un’istituzione che stimola il pensiero, sul piano politico, e della cultura in generale, penalizza, in modo anche piuttosto pesante, proprio le persone che dentro questa scuola cercano di attivarsi in questo senso. Sono penalizzati tutti quelli che cercano di attrarre dentro la politica interna all’istituto o verso quella nazionale, gli studenti più distratti. Assistiamo a situazioni in cui, durante i picchetti informativi, dove con un megafono esponiamo semplicemente la situazione del nostro Paese, o illustriamo, per esempio, cos’è il DDL Bongiorno o quello cosiddetto anti-Maranza, i docenti ci danno contro cercando di ostacolarci e bloccarci in tutti i modi, mettendoci i bastoni tra le ruote. Tutto questo invece di stimolare, appunto, uno scambio di informazioni indispensabili per vivere in questo Paese. Noi siamo stanchi di quest’Italia populista, siamo stanchi di quest’ignoranza diffusa dove si continua a proporre sempre nuove leggi scolastiche. Siamo di fatto, limitati nelle attività di tutoraggio de3 ragazz3 del primo liceo: non siamo messi in grado come studenti più grandi di orientarli verso degli spazi politici interni. Abbiamo limiti anche nelle assemblee d’istituto, perché non possiamo scegliere liberamente gli ospiti esterni. L’anno scorso, per esempio, volevamo organizzarne una sul tema della legalizzazione della cannabis: ci è stato detto che questo avrebbe significato schierarsi a favore! Addirittura la preside ha detto una cosa del genere! Ci impongono di fare i discorsi per la rappresentanza d’istituto, un organo fondamentale per la scuola, perché è quella che poi rappresenta una comunità di ben 1.600 studenti ma solo su base volontaria e questo fa sì che soltanto i ragazzi, con genitori di un certo status socio-economico che a casa spiegano ai figli l’importanza di un organo del genere, alla fine si convince a partecipare. Sempre di più, già a partire dalla Scuola ci si abitua ad una politica elitaria che poi è coerente con l’etichetta della “scuola del centro” quella cioè di una scuola di studenti con famiglie illuminate, ricche e che possono permettersi di mandare il proprio figlio in settimana bianca, di sostenerlo con le ripetizioni per fare fronte all’ammasso di verifiche che si crea in un periodo solo dell’anno scolastico: la divisione in trimestri e poi in pentamestri non funziona! Questi studenti, inoltre, possono stare tranquilli perché arrivano a scuola in tutta comodità, in quanto non abitano in periferia e non devono quindi farsi 2h di viaggio sui mezzi pubblici ogni mattina per arrivare a scuola….Quindi, noi vediamo un distacco che tra l’altro cresce sempre di più, tra le persone della periferia urbana e quelle, appunto, avvantaggiate sul piano socio-economico. Non si fa nulla per colmare questo “vuoto” dentro l’ambiente scolastico: la Scuola dovrebbe, invece, consentire a tutti di parlare con le stesse armi in pugno, o fare sì che tutti abbiano un tipo di cultura che una volta usciti dal liceo permetta loro di affrontare lo stesso percorso di studi, di costruirsi da soli un proprio futuro. La classe dirigente, invece, alla fine è sempre la stessa! noi siamo stanchi di questa cosa, quindi ci schieriamo contro e occupiamo. Se il dialogo con la dirigenza di questa scuola ci è reso impossibile allora noi troveremo altri canali, ne troveremo uno anche più “violento”. Non solo io ma molti miei compagni, non ci dichiariamo a priori a favore della “non-violenza” perché tutte le rivoluzioni non sono state fatte così! Oggi per esempio parlavamo proprio delle rivolte di Milano: noi diamo appoggio e sostegno ai compagni e a questa rabbia che finalmente sta scattando dal basso, interrompendo un po’ questo piattume e populismo. Finalmente diventiamo un po’ più “europei”, seguendo la linea della Francia, della Spagna, della Germania, del Belgio e di tutti gli altri Paesi in lotta. Noi quindi ci dichiariamo solidali con i compagni che hanno portato avanti le manifestazioni di Milano negli ultimi giorni e non condanniamo gli atti descritti dai media come “vandalici” nel senso che è ovvio che si tratti di azioni che derivano da una rabbia, da un sentimento che fondamentalmente non viene capito o meglio che non si cerca nemmeno di capire. Non ci si chiede cosa ci sia dietro questa rabbia: abbiamo visto in piazza persone, anche molto giovani, rompere vetrine e appunto cercare un ribaltamento della città ma poi nessuno cerca di capire da dove venga questa volontà: ci si limita a condannarla e far vedere i lati più negativi. Dietro c’è una realtà fatta da chi non può permettersi nemmeno i libri per la scuola che possono comportare spese fino a 500 euro considerando tutto il materiale. Molti non possono permettersi nemmeno i soldi per la gita scolastica e i fondi d’Istituto però non ci sono per far si che tutti riescano a partecipare: mentre le scuole cadono letteralmente a pezzi si spendono soldi per le armi e per le guerre. Da noi per esempio piove dal soffitto!. È ovvio che queste cose, alle quali ormai siamo abituat3, nel quotidiano ti fanno crescere dentro, piano piano, una rabbia che poi esplode in manifestazioni, appunto, più violente; Il problema è quindi come questa energia possa essere canalizzata ma soprattutto va innanzitutto capita. Bisogna ricercarne le radici e convincersi che c’è un vero odio di classe, una volontà di lotta di classe e di un ribaltamento della società e delle attuali classi sociali. Quindi noi non ci schieriamo contro ma anzi, ancora una volta, ci esprimiamo solidali con i compagni di Milano. RIBALTARE LE CITTÀ “Cosa intendiamo per ribaltare le città? Diciamo, in parole povere – prosegue Tea – che innanzitutto il caos e il disagio che è stato espresso dai compagni è un disagio reale, fondamentale. Noi siamo stanchi di chiedere il “permesso” al sistema, proprio quello contro il quale manifestiamo, di farci dire “come” manifestare. Siamo stufi di dover concordare col governo i percorsi delle manifestazioni, di essere seguiti, di dover far “autorizzare” le nostre manifestazioni, di chiedere dunque sempre il permesso e le modalità in cui noi dobbiamo o possiamo esprimere il nostro dissenso. Noi siamo arrabbiati, siamo scontenti di questo governo, siamo contro le nuove iniziative che sono state proposte e le nuove iniziative che il governo è riuscito a far passare. E quindi noi ci facciamo vedere! ribaltando e sconvolgendo la città: creiamo un disagio, perché evidentemente è l’unico modo per farci sentire. Perché sono anni che in Italia viene portata avanti una modalità molto più moderata per le manifestazioni che però non sconvolgeva o non creava sufficiente disagio ai livelli di quello creato in questi giorni in Italia e negli altri paesi d’Europa, come in Francia o in Spagna. È del tutto vidente che ci sia questa necessità! Se è uscita uscita fuori così la necessità esiste e finalmente c’è una presa di coscienza da parte delle classi sociali più basse e delle persone che sono stanche di una città e di un sistema che è fatto per pochi. Viviamo in un sistema elitario, dove sopravvivi soltanto se parti da una posizione più avanzata rispetto agli altri e quindi se sei già in una condizione socio-economica superiore a tutti gli altri. LA SOCIETÀ DEL CONTROLLO “Non mi sento sotto controllo – risponde Tea in merito ai vari sistemi di videosorveglianza, di tipo digitale sulla rete, ecc.. – proprio perché aderisco a queste modalità più incisive di manifestazione che si fanno più sentire e che sono più d’impatto. D’altra parte, invece, abbiamo visto come l’utilità delle proteste e manifestazioni “classiche” sia stata pressoché nulla negli ultimi anni. Dunque nel momento in cui un tipo di manifestazione, di comunicazione o di protesta non ha funzionato, oppure, anche a causa nostra, non ha portato a nessun risultato anche a seguito di importanti rivendicazioni, allora c’è la necessità della ricerca di un nuovo tipo di azione politica da parte de3 ragazz3. Insomma nuove modalità anche di scendere in piazza: non può essere imposto al popolo come esprimere il proprio dissenso, cosa si possa dire o fare o cosa non fare, di fronte a un governo di cui è profondamente scontento e dal quale si sente represso. Tutto ciò apparirà scomposto o come una rabbia poco canalizzata ma detto questo, non ci facciamo dire come manifestare, dove e cosa dire!. Non ci si può limitare a vedere solo una vetrina rotta! Lì dietro sta tutto un disagio che finalmente sta esplodendo, forse, dopo anni di populismo, di disinteresse verso la politica e appunto di crescita di una politica di destra che punta principalmente sull’ignoranza diffusa”. L’ OCCUPAZIONE NEL DETTAGLIO Anche per destrutturare le consuete ricostruzione fantasiose e tendenziose che immancabilmente dipingono gli studenti occupanti come vandali abbiamo, Lorenzo e Antonio anch’essi studenti-attivisti del Plinio Seniore, ci raccontano che “a partire da quel lunedì in cui abbiamo occupato, sono partite diverse attività anche formative che vanno dalla storia degli spazi sociali occupati autogestiti e la loro utilità nel territorio, all’educazione sessuo-affettiva, peraltro vietata di fatto anche alle superiori dal ministro Valditara che noi invece crediamo sia fondamentale. Abbiamo inoltre fatto corsi sull’economia e sul femminismo durante la Resistenza e avremo una giornata dedicata interamente alla situazione a Cuba, a quello che da più parti viene definito come un “genocidio silenzioso”. Quindi, da una parte, crediamo che l’occupazione serva proprio per riappropriarsi degli spazi scolastici svolgendo lezioni che parlino di attualità e di tutti quei temi che non riescono mai a attraversare la scuola perché censurati o perché, quando quei pochi professori illuminati provano a parlarne, questi ultimi vengono repressi dal Ministero, come abbiamo visto gli anni scorsi quando si tentava di parlare della Palestina e del genocidio a Gaza. Quindi crediamo che l’occupazione serva proprio per riportare in classe temi di attualità che in altri modi difficilmente potranno mai essere affrontati. Dall’altra parte, invece, stiamo anche portando avanti delle attività di riqualificazione degli ambienti, perché negli ultimi anni la nostra scuola come tante altre è stata sempre più abbandonata a sé stessa. Da noi per esempio il cortile interno, col passare degli anni, ha cominciato ad assomigliare sempre più ad una discarica di banchi mentre all’interno le classi non vengono mai ritinteggiate o ripulite, i bagni risultano spesso rotti, mentre dai tetti si ripetono le infiltrazioni d’acqua. A dispetto di quanto si dice, nel nostro piccolo, stiamo provando a ritinteggiare le classi, a ripulirle, a buttare l’immondizia insomma stiamo cercando di lasciare la scuola in condizioni migliori rispetto a come l’abbiamo trovata all’inizio, del resto come abbiamo fatto anche durante le occupazioni degli anni passati. OCCUPAZIONI: LO SCENARIO ATTUALE “Negli ultimi anni – proseguono Lorenzo e Antonio – le occupazioni, cioè proprio il modello seguito, è sicuramente cambiato. Quest’anno la nostra iniziativa è nata dalla necessità concreta di cambiare qualcosa e di vivere, quantomeno per una settimana, la scuola nella sua essenza, cioè viverla nel modo in cui vogliamo noi, non come vuole e come ci vuole far vivere l'”istituzione Scuola”, il Ministero, o le classi dirigenti e le tutte istituzioni di questo Paese. È un’occupazione che nasce dalla necessità di opporsi in modo radicale al sistema di scuola pubblica, che ormai non può più chiamarsi tale vista la privatizzazione in atto a più livelli tanto che noi ormai la paragoniamo ad un’azienda: se pensiamo ai percorsi di alternanza scuola-lavoro affidati ad aziende private vediamo che ci mettono fin dall’inizio, dall’adolescenza, nelle mani di un sistema basato su sfruttamento e precarietà. Quest’anno c’è una crisi che si è ancora di più gravata rispetto agli anni scorsi: un carovita arrivato alle stelle, la guerra che sta continuando in Iran, il genocidio in Palestina che non si ferma e che non possiamo ignorare. L’anno scorso abbiamo occupato a inizio ottobre proprio per questo e quest’anno continuiamo a rivendicare il fatto che i popoli devono avere il diritto di autodeterminarsi e di emanciparsi contro un oppressore straniero. Del genocidio a Cuba, silenzioso che ormai dura da almeno 70 anni per caso se ne parla a scuola? Purtroppo no! l’occupazione è anche un’occasione in cui possiamo e dobbiamo parlarne, per creare una coscienza intorno a questi argomenti “scomodi” e che le istituzioni non vogliono che noi conosciamo. Il caso di Cuba, per esempio lo consideriamo come un genocidio silenzioso perché da 70 anni il nostro alleato statunitense impone un blocco economico a causa del quale non arriva l’energia elettrica, petrolio, medicinali e derrate alimentari e c’è un problema di approvvigionamento idrico. Nonostante ciò è uno popolo che continua a resistere e a rivendicare il governo a modello socialista, un modello alternativo al capitalismo continuando a lottare e a resistere proprio come avvenne in Italia durante la Resistenza partigiana nel secolo scorso. A Cuba non c’è il deflagrare delle bombe, non ci sono allarmi anti-aereo ma c’è una stretta al collo, un popolo costretto a vivere con le poche risorse che ha”. COMUNICATO UFFICIALE DEL COLLETTIVO STUDENTESCO DELL’ I.I.S. PLINIO SENIORE OCCUPATO Oggi, 19 ottobre, a seguito di un’assemblea decisionale ampiamente partecipata, la comunità studentesca del Plinio Seniore ha scelto di occupare la scuola. È la nostra risposta a una situazione politica nazionale e internazionale che non possiamo più ignorare. Gli argini della passività si stanno rompendo e i popoli si stanno risvegliando. Dal “Blocchiamo tutto” dello scorso anno, che ha visto milioni di persone in piazza per la causa palestinese, alle mobilitazioni di massa che stanno tornando a spaventare i governi, nelle ultime settimane ci siamo mobilitatɜ anche noi contro un modello di scuola e di società che non ci rappresenta. L’abbiamo visto con lo sciopero del 16 ottobre, che ha portato in piazza migliaia di studentɜ in tutta Italia e centinaia dal Plinio. La partecipazione ha reso evidente la necessità di organizzare la rabbia sociale, che può sfociare solo nel conflitto, e quella di riprenderci i nostri spazi e occupare la nostra scuola, necessari per garantire una formazione anti-sistema altrimenti impossibile. Siamo contro una scuola che assomiglia sempre di più a un’azienda, con i ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori; contro una scuola-caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio; contro una scuola che non ci emancipa, che ci abitua a un futuro di guerra, sfruttamento e precarietà. È ormai evidente come l’istruzione non sia più capace di dare a tuttɜ le stesse possibilità, nascondendo ingiustizie e classismo dietro la “meritocrazia”. La classe dirigente, che si finge cieca davanti ai problemi che viviamo tutti i giorni, propone false soluzioni di matrice fascista, razzista e misogina. Il DL Scuola ne è una prova: una legge che impone un tetto massimo del 30% di studentɜ stranierɜ per aula, che impone la lingua italiana ai loro genitori e che vieta di indossare il burqa e il niqab alle ragazze musulmane. Non ci stupisce la tendenza di questo governo di creare un nemico comune, puntando il dito contro la persona straniera, il capro espiatorio, promuovendo il razzismo di stato. In questo contesto si inserisce l’infame proposta della remigrazione. Vediamo inoltre come il ministro dell’istruzione Valditara tagli i programmi di filosofia riducendo autori rivoluzionari come Marx e Spinoza, fondamentali per la formazione del pensiero critico, riformi l’educazione civica dandole un’accezione nazionalista e reazionaria, vieti di parlare di politica a scuola con la scusa del contraddittorio e ostacoli i corsi di educazione sessuo-affettiva. Questo avviene in un contesto già fortemente impoverito della sua funzione critica, dove i programmi scolastici da decenni sono relativizzati alla cultura euro-centrica, sminuendo usi e costumi di popolazioni lontane e impedendone l’accettazione senza spirito di superiorità. L’intersezionalità tra le discipline e con il mondo attuale risulta solo sulla carta; in più, assistiamo allo studio massiccio e nozionistico di materie di cui non ci si interroga, e quindi non si fa comprendere, la necessità. È necessario interrogarsi su come modernizzare i contenuti nella scuola, superando la staticità delle lezioni frontali e delle valutazioni periodiche per evitare che gli argomenti diventino conoscenze “a scadenza” fini a sé stesse. Serve altresì scardinare la paura della scuola di ripercorrere e analizzare la storia contemporanea del nostro mondo, rendendo questa istituzione uno spazio di elaborazione reale che permetta alle nuove generazioni di fare i conti con le parti più buie e complesse del nostro presente. Tutto ciò risulta impossibile se il modello Valditara reprime il dissenso e inchioda le componenti scolastiche usando la burocrazia come freno e deterrente. Come se non bastasse, il governo propone il DL Bongiorno che mira a sostituire il consenso con il dissenso: il nostro “NO” non basta più, rafforzando la cultura dello stupro. Ci convincono che con una denuncia si risolva tutto, quando solo il 3% dei casi di violenza viene portato in tribunale, consolidando la vittimizzazione secondaria e colpevolizzando le vittime, mentre al contempo gli spazi di tutela a riguardo, come centri antiviolenza e consultori, vengono osteggiati se non definanziati e chiusi. Lo stesso schema si ripresenta all’interno della nostra scuola, dove sono presenti professori e personale molesti, denunciati e richiamati più volte ma senza mai ottenere un risultato che renda il Plinio un luogo sicuro per studentɜ e lavoratorɜ. Perché sono questi i problemi che viviamo tutti i giorni: soffitti che crollano, cortili allagati, bagni e termosifoni rotti. Mancano fondi e personale, la cui precarietà è sempre più normalizzata, mentre il governo pensa a stanziare 13 miliardi in armamenti. La nostra richiesta è chiara: reindirizzare questi fondi all’istruzione pubblica, sempre se così si può chiamare. Negli ultimi 30 anni, dall’Autonomia Scolastica alla Buona Scuola renziana, vediamo come l’obiettivo delle istituzioni sia uno e sia chiaro: rendere lɜ studentɜ facilmente manipolabili e l’istruzione subalterna agli interessi di mercato. Ciò combacia perfettamente con la logica del profitto che questo sistema vuole farci assorbire, che prevede una vita basata sullo sfruttamento e la precarietà. Questo modello culmina in due riforme fondamentali: da una parte la riforma del 4+2 partita da Valditara, che rende il futuro dellɜ studentɜ degli istituti tecnici e professionali sempre più precario e ricattabile a causa della specializzazione estrema e privatizzata, invece di fornire le basi culturali necessarie per essere cittadinɜ consapevoli; dall’altra parte il modello dell’alternanza scuola-lavoro che da decenni plagia il pensiero dellɜ studentɜ verso una scuola utile solo al mercato del lavoro, mascherando lo sfruttamento come formazione necessaria e alleggerendo il lavoro delle aziende rispetto alla preparazione dellɜ dipendenti, riversando il peggio sullɜ lavoratorɜ sempre più sfruttatɜ e precarɜ. L’abolizione di queste riforme è necessaria per ritornare a una scuola basata sulla conoscenza, ed è ancora più urgente a causa dei danni tragici provocati sullɜ studentɜ: non possiamo dimenticare la morte di Lorenzo Parelli, Giuseppe Lenoci e Giuliano De Seta, a cui si aggiungono decine di migliaia di infortuni durante l’alternanza. Parlando di scuola-azienda non possiamo ignorare l’ultima evoluzione che questo modello ha subito, quella della scuola-caserma. Negli ultimi anni abbiamo visto come profitto e militarizzazione si legassero sempre di più, ricadendo nella scuola: i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento con Leonardo, le presentazioni dell’esercito nelle scuole e la narrazione bellicista del nostro governo che si riflette fortemente sulle ultime generazioni. La normalizzazione della militarizzazione passa dalla scuola e attraversa tutti gli spazi: dai metal detector nelle scuole alle zone rosse, sono tutte misure reazionarie e inefficaci, utili solo a farci accettare la cultura della guerra. L’esempio più significativo di questo modello è l’uccisione di Abderrahim Fakir, con la sola colpa di essere straniero, da parte delle forze dell’ordine, espressione concreta del potere esecutivo di un sistema basato su razzismo e violenza. Rivendichiamo ciò anche per l’esperienza dell’occupazione e del movimento pro-Palestina dello scorso anno. Non scordiamo la complicità delle nostre scuole e istituzioni con il genocidio palestinese, il tacito consenso e l’indifferenza verso le oppressioni occidentali. Non basta una giornata per parlare di ciò che è successo: serve stimolare un’elaborazione reale nella mente di tuttɜ noi per combattere il concetto di supremazia europea. Ripudiamo la logica della guerra in quanto contrappeso della crisi economica nazionale ed europea, con prezzi dei carburanti alle stelle e di conseguenza un rincaro dei prezzi generalizzato. Investire nel riarmo significa tagliare dal welfare decidendo di schierarsi dalla parte della morte invece che della vita; accettare l’interventismo occidentale significa non riconoscere le cause del nostro malessere. Non è più sostenibile campare nel sistema capitalista, ed è ora di accettarlo e condannarlo. Se lɜ studentɜ occupano le case e piantano le tende perché il costo della casa è diventato così alto da non garantire più questo diritto; se lɜ lavoratorɜ scioperano e bloccano il paese e i rifornimenti perché il lavoro non basta più per sopravvivere; se in tutta Europa i popoli insorgono, è ora che la politica ci ascolti. Da decenni la classe politica è sempre di più una casta, lontana e insensibile alle manifestazioni di massa, nascosta dietro il sottile dito della repressione, pavida degli interventi per sostenere i ceti medi e bassi. Si tenta sempre di più di restringere gli spazi democratici: è evidente come sia scomoda per una classe dominante sempre più autocratica la formazione del pensiero critico e lo scambio di opinioni. Lo vediamo con la nuova legge elettorale, che obbliga i partiti politici extraparlamentari a raccogliere 450.000 firme nel giro di due settimane, una richiesta che neanche i partiti parlamentari potrebbero soddisfare e che va a gravare solo su determinate forze politiche. È chiaro come questo governo abbia paura che in Parlamento entrino membri di partiti di reale opposizione che propongono una vera alternativa. Nello stesso contesto si inserisce il DL Romeo, un decreto legge con il solo scopo di reprimere il dissenso e giudicare antisemiti tuttɜ coloro che si schierano al fianco del popolo palestinese. Rivendichiamo con forza il nostro antisionismo, che i nostri Stati complici si dimenticano di differenziare dall’antisemitismo. Ribadiamo la nostra solidarietà a tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo e il neocolonialismo, declinazioni del capitalismo. Siamo arrivatɜ alla crisi della storia e i fatti ce lo dimostrano: oggi come non mai lɜ studentɜ, cittadinɜ del mondo futuro, si trovano di fronte a una crisi di prospettive generalizzata che va dalla guerra continua che sembra inevitabile, al caroprezzi che avanza anno dopo anno perché la crescita economica è ad uso dei padroni, fino a una crisi climatica che incombe sulle nostre teste. Non vogliamo vivere in un mondo che rifiutiamo e che non ci appartiene, e per questo faremo tutto ciò che è in nostro potere per cambiare direzione. Organizzare la protesta è vitale e insieme creeremo la nostra alternativa. L’occupazione è l’apice dell’espressione del nostro dissenso, non tanto per il rumore fatto da una scuola bloccata e dallɜ studentɜ che con forza denunciano il loro radicato malcontento, quanto per la speranza che dimostra una scuola occupata, dove lɜ studentɜ prendono in mano quella che è la loro realtà di tutti i giorni e con convinzione la portano sulla strada che ritengono giusta per loro. Creare una scuola che sia davvero nostra è ciò in cui speriamo per il futuro, e durante l’occupazione essa ci appartiene e ci permette finalmente di dare vita ai nostri progetti, formazioni ed espressioni più personali. La nostra vitalità si esalta oggi tra queste mura, perché noi ora possiamo dire di aver vinto contro l’oppressore e da qui ripartire più fortɜ che mai, in nome della nostra libertà. Questo è solo l’inizio del nostro nuovo futuro, dove la nostra resistenza è diventata intrascurabile e passa dalla mobilitazione, dal riappropriamento di spazi fisici e quindi contro-culturali, dall’espressione pubblica del dissenso e soprattutto dal ribaltamento delle forze produttive. Occupare, manifestare e scioperare sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù che di fronte al nemico non farà neanche un passo indietro. Uscitɜ dalla scuola continueremo a riempire le piazze, portando avanti le nostre istanze finché non saranno soddisfatte. Crediamo con convinzione che la lotta non si debba fermare alle occupazioni delle scuole, ma esse devono funzionare da motore di slancio per le manifestazioni successive. Come abbiamo fatto in passato continueremo le proteste dentro e fuori scuola, con la scuola tutta. La mobilitazione continuerà con lo sciopero generale ed internazionale del 30 ottobre: studentɜ e lavoratorɜ si uniscono e continueranno a farlo perché la lotta non si ferma e non si fermerà mai. Scuola Resistente è una trasmissione in onda il sabato alle 18.00 curata da Stefano Bertoldi nostro collaboratore e corrispondente da Roma
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
In piazza nonostante la violenza di stato
Dobbiamo ringraziare le decine e decine di migliaia di giovani che hanno manifestato in tutto il paese, sfidando le minacce, le intimidazioni e la caccia alle streghe del governo, tutte rilanciate da un sistema mediatico sempre più indecente. Non era scontato che ci fosse una così grande mobilitazione, chi è […] L'articolo In piazza nonostante la violenza di stato su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Dov’è la violenza
La ferma condanna degli episodi di violenza e saccheggio durante le grandi manifestazioni studentesche di quest’ottobre 2026, più che scontata, suona soprattutto ipocrita quando viene dai palazzi del potere politico. Con quale contorsione semantica coloro che stanno investendo sulle armi da guerra e che le forniscono ai belligeranti, possono deprecare degli episodi di violenza e devastazione che sono un semplice granello nei confronti delle montagne di morti e macerie cui hanno lautamente contribuito e continuano a contribuire? Gli slogan e i cartelli della protesta sono inequivocabili: “soldi per scuole e ospedali stop spese militari”, “non saremo la vostra carne da macello”, “disertiamo la guerra”. Gli studenti, i giovani si stanno ribellando ad un sistema che chiude loro ogni prospettiva. Si sentono nella disperazione e nell’ansia, perché di fronte e attorno a loro vedono soltanto la precarietà, nello studio e nel lavoro, ma anche nella difficoltà ad immaginarsi un futuro che non assomigli ad un incubo. Una generazione depredata dai sogni? Tranquilli, non ancora, e lo dimostra la grande partecipazione a questi cortei, la loro creatività e la voglia di ribellarsi a un sistema che taglia ogni orizzonte. Cosa c’è davanti ai loro occhi, davanti a tutti gli occhi? Il cataclisma climatico?  La guerra nucleare? La dittatura dell’intelligenza artificiale? Penso sia naturale che i giovani siano arrabbiati, che sia sano che reagiscano umanamente e che protestino con forza. Se talvolta ciò avviene anche in modo distruttivo e violento, è soprattutto il segno di una forbice delle diseguaglianze divenuta insostenibile, oltre che l’indice di quanto sia diventata importante l’emulazione sui social. Un’altra variante determinante nel contesto attuale è infatti quella dei nuovi media, i così detti social, da faceboock, a istagram, a telegram, a tik tok e via dicendo. Sono nelle mani dei miliardari dell’alta tecnologia, che li usano per farsi una caterva di soldi con la pubblicità e cedendo dati sulle preferenze degli utenti. Eppure è soprattutto dentro la gabbia dei social che interagiscono le spinte giovanili al cambiamento della società. Siamo in tempi in cui la guerra viene combattuta in modo sempre più deresponsabilizzato, guidando un drone-killer come in un videogame, o delegando il bersaglio ad un algoritmo. Come se si volesse far credere che ci sono morti ammazzati ma non ci sono assassini. Siamo in tempi in cui il genocidio palestinese viene derubricato come situazione di tensione in medio-oriente. Risuona qualcosa? Esistono tanti tipi di violenza, alcuni chiari e concreti, altri nascosti, che restano sotto la soglia della visibilità. I ricatti sul lavoro, la scarsa sicurezza, la precarietà sono forme di violenza che sembrano invisibili, ma che agiscono distruttivamente su chi le subisce. Esiste poi una violenza strutturale, esercitata dal sistema economico-finanziario e da quello politico-militare: quella che può tagliarci la strada, dividerci, che può costringerci in povertà, portarci in guerra, perché la richiesta di diritti non è più contemplata e la libertà di dissenso potrebbe presto diventare carta straccia. Ci vogliono ancora altre prove per processare il premier dello stato di Israele e gli alti vertici per genocidio? Posso porre questa domanda senza essere accusato del reato di antisemitismo? “Occhio per occhio e il mondo diventa cieco”, diceva Gandhi. La cecità della violenza cammina a braccetto con la cecità dell’indifferenza e della sudditanza. Qualcuno forse preferirebbe dei giovani assuefatti alle droghe tecnologiche, inebetiti dagli schermi, ma quelle ragazze e ragazzi che disertano le lezioni per protestare insieme dimostrano che non è così, o almeno non solo così. Gli episodi di violenza e distruzione, minoritari ma presenti tra i manifestanti e, ancor più, i saccheggi dei gruppi di giovanissimi, dovrebbero essere presi per quello che sono, ovvero un campanello d’allarme. Sono il sintomo di una profonda malattia della società, intrappolata tra un progresso senza limiti e una relazionalità ancora troppo vicina all’età della pietra. Un buon medico si darebbe da fare per alleviare i sintomi e, soprattutto, per curare la malattia. Ovvero, trasformare la società. Chissà, forse saranno loro, i primi medici scalzi, curatori della natura, curatori della società. Carlo Bellisai
October 25, 2026
Pressenza

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