FemminismiAntimilitarismoLibertà di movimentoRoma in MovimentoTecnologiaEventiComunicatiTecnologia nuovo
"The underground press serves as the only effective counter to a growing power
and more sophisticated technique used by establishment mass media to falsify,
misrepresent, misquote, rule out of consideration as a priori ridiculous or
simply ignore and blot out of existence: data, books, discoveries that they
consider prejudicial to establishment interest."
William S. Burroughs, The Electronic Revolution (1979).
"L’attacco a A/I ha molti significati politici, ma volevo partire da questo,
apparentemente secondario. È l’attacco a un modo conviviale, paritario,
libertario di stare nel web e nella conversazione."
citazione di @filo_sottile tratta da questo commento
https://www.wumingfoundation.com/giap/2026/09/come-si-e-arrivati-allattacco-usa-contro-autistici-inventati/#comment-49728
#autistici
Sosteniamo Autistici/Inventati
Il 26 agosto 2026 gli USA hanno sanzionato Autistici/Inventati (A/I) -
collettivo italiano che dal 2001 fornisce infrastrutture digitali a movimenti e
attivist*: email, hosting (noblogs), mailing list, chat, videoconferenze,
streaming e servizi legati alla privacy e all’anonimato - con l'accusa di
fornire supporto al terrorismo di estrema sinistra ovvero la fantomatica
organizzazione antifa.
L'hacklab AvANa respinge con forza le accuse dell'amministrazione Trump e
rivendica il diritto a un'internet autogestita e fuori dalle logiche
commerciali.
Il 28 agosto gli USA hanno bloccato unilateralmente il sito autistici.org e, a
cascata, le mail, chat, e altri servizi di A/I, bloccando decine di migliaia di
persone, attivist*, collettivi, associazioni e organizzazioni politiche. Questo
è stato possibile perché la maggior parte dei domini di internet (come ad
esempio .org) sono sotto l'influenza diretta degli Stati Uniti.
Il collettivo A/I si è mobilitato immediatamente per mitigare il problema e ora
gran parte dei servizi sono comunque funzionanti: ad esempio, l'accesso
all'homepage è stato spostato sul sito inventati.org .
Se le sanzioni rimangono attive istituti finanziari e fornitori di servizi
internet chiuderanno i rapporti con Autistici, e la destra italiana ha già
annunciato interrogazioni parlamentari a livello italiano ed europeo contro
Autistici/Inventati.
Fermarli tocca a noi!
Guarda cosa si può fare nel sito di AvANa e nel sito della campagna di Keep it
free
Motivi per abbandonare Meta
NON RISPETTA LA TUA PRIVACY
Il modello di business di Meta, soprattutto con i suoi social media (Facebook,
Instagram e Threads), si basa sullo spingerti a pubblicare continuamente.
L'utilizzo di queste piattaforme è gratuito, in cambio però dei dati che accetti
di fornire. Il risultato è un flusso enorme di dati personali verso Meta, che
vengono poi rivenduti e messi a profitto. La difesa della vostra privacy non
solo non fa parte del modello business di Meta, ma è addirittura contrapposta ad
esso. Questo rende inevitabile che i vostri dati siano usati molto diversamente
da come vorreste.
Dal 2009, Facebook ha cooperato con la NSA nell'ambito del programma PRISM.
Facebook mandava all'NSA tutti i messaggi, a prescindere dalla persona che li
scriveva, dal luogo in cui si trovava, e senza nemmeno richiedere che ci fosse
un'indagine. Il programma è stato rivelato da Edward Snowden nel 2013. La
storia, purtroppo, non finisce qui.
Persone che hanno abortito sono state e vengono tuttora accusate usando le
interazioni su Facebook come prova. Questo ha avuto una grande accelerazione a
partire dal 2022, da quando negli USA l'aborto non è più un diritto garantito a
livello federale.
I dati accumulati vengono usati anche per preparare le varie intelligenze
artificiali che poi possono essere utilizzate per riconoscimento facciale ma non
solo. Queste tecnologie amplificano le disuguaglianze già presenti nella
società.
Infine, c'è un aspetto che si trova al cuore del modo di operare di tutte le
aziende della Silicon Valley, ed è la profilazione. La profilazione nasce dalla
volontà di fornire una pubblicità sempre più efficace. Ma questa favorisce le
possibilità di manipolazione, sia essa commerciale o politica .
FOMENTA SVOLTE AUTORITARIE E POPULISTE
Se pure Meta non produce in prima persona i contenuti che circolano sulle
proprie piattaforme, può veicolarli attraverso le policy di moderazione degli
stessi. Recentemente infatti ha annunciato la chiusura del proprio programma di
fact-checking sostituendolo con un sistema basato sui contributi degli utenti,
di fatto rimuovendo definizioni chiare e limiti espliciti contro insulti, slur
omofobi, razzisti, misogini o xenofobi. Oltre a questo:
* È ampiamente riconosciuto che le azioni e le inazioni di Facebook hanno
contribuito al crescere della violenza contro i Rohyngia in Myanmar. Questa
violenza si è poi tramutata in un vero e proprio genocidio. In particolare,
Facebook non ha bloccato gli incitamenti alla violenza in base ad una
supposta mancanza di moderatori in lingua Burma. Una scusa che conferma
l'accusa di uno sguardo coloniale.
* Nel 2018 viene scoperto che una compagnia inglese, Cambridge Analytica,
utilizzava grandi quantità di dati personali da Facebook per costruire dei
profili dettagliati delle persone. In base a questi profili poteva fare
quello che chiamava micro-targeting, ossia dare ad ogni minuscolo segmento
elettorale i contenuti che voleva sentirsi dire. In questo modo ha potuto
incidere in modo significativo sulla Brexit e sulla prima elezione di Trump.
* Dopo la seconda elezione di Trump, Mark Zuckerberg ha annunciato che avrebbe
annullato i programmi di Diversità (DEI) interni; avrebbe inoltre tolto la
protezione dall'hatespeech alle persone migranti e alle identità di genere.
* Aderendo alla campagna Trump, Meta ha rimosso i contenuti riguardanti le
pillole abortive, nascosto nelle ricerche e nelle raccomandazioni i
fornitori. Più in generale, i contenuti che parlano di aborto sulle
piattaforme di Meta sono frequentemente moderati.
* L'hate speech contro le persone palestinesi è ampiamente tollerato su
Facebook e Instagram. Report di 7amleh mostrano che i contenuti in lingua
ebraica sono ricchi di contenuti di odio. Viceversa, Meta adotta una
definizione di antisemitismo basata su quella dell'IHRA; questa definizione è
stata criticata da molti gruppi ebraici in quanto schiacciata sul sionismo, e
impedisce ogni critica a Israele. Questo risulta sia in moderazione
esplicita, sia in un forte uso dello shadow ban contro gruppi pro-Palestina.
* Meta collabora attivamente al genocidio in Palestina. In particolare, il
programma Lavender automatizza l'uccisione di intere famiglie da parte
dell'esercito israeliano basandosi sui metadati di Whatsapp. Ad esempio una
persona può essere considerata appartenente ad Hamas solo sulla base di avere
tra i propri contatti delle persone che Israele ritiene essere di Hamas.
NON È EFFICACE COME CREDI
È opinione comune che i social di Meta siano indispensabili per rimanere in
connessione con persone e gruppi. La realtà è però che Meta ha sviluppato un
monopolio dove qualunque aggiornamento, che sia o meno a favore dell'utente,
nella politica di WhatsApp ad esempio, debba essere accettato per non rimanere
tagliatə fuori. La percezione che per comunicare efficacemente sia necessario
essere su queste piattaforme, che per vendere i propri prodotti e servizi sia
obbligatorio passare per questi canali è smentita dalla realtà.
* L'algoritmo che decide chi vede i tuoi post è opaco: anche se delle persone
volessero vedere tutto quello che pubblichi, non c'è modo per loro di farlo,
né per te di poterle raggiungere.
* Le statistiche di visualizzazione sono un sistema gamificato; questo sistema
è sostanzialmente intrattenimento. È facile pensare che un contenuto sia
"girato molto" in base a quelle statistiche, ma questo è impossibile da
verificare e raramente corrisponde con una ricaduta reale.
* È molto facile finire in shadow ban; lo shadow ban è una forma "soft" di
censura, in cui i tuoi contenuti non sono bloccati ma vengono mostrati ad un
numero limitatissimo di persone. A volte trovare il profilo è difficilissimo:
diventa necessario scrivere lo username in maniera esatta, o non funzionerà.
Sostanzialmente, i contenuti sono ancora visibili alle persone che già vi
conoscono, ma non riuscirete a raggiungere persone nuove.
Lo shadow ban, o anche il ban completo, dipendono dalle volontà di Meta ma si
identificano in massima parte con la politica USA, con tutto ciò che ne
consegue.
È UN AMBIENTE TOSSICO
Ti è mai capitato di ritrovarti a scrollare senza ricordarti quando hai aperto
l'app di Instagram e perché? È diventato l'equivalente dell'aprire il
frigorifero per trovare la risposta alla vita l'universo e tutto quanto. Ma
mentre il frigorifero dopo qualche secondo torna chiuso, lo scrolling può
continuare anche per ore. Questo perché il meccanismo è studiato per creare
dipendenza; la percezione è quella di comunicare e far parte di una comunità
mentre nella realtà è una pratica alienante e iperindividualizzante, che fa
perno sulle emozioni più viscerali.
* Instagram privilegia una forma di comunicazione meno analitica e più emotiva
- quindi più incline ai populismi.
* Ti tiene dentro perché crea dipendenza. I meccanismi che usa per farlo sono
analoghi a quelli usati dall'industria del gioco d'azzardo. Sono basati sul
meccanismo della ricompensa che induce la produzione di dopamina, la molecola
che regola le sensazioni di piacere, motivazione e dipendenza.
* Espone a pubblicità mirata; questa forma di pubblicità - che Meta chiama
"personalizzata" - ha maggiori capacità di influenzarti. Questo non riguarda
solamente gli acquisti ma anche, come ci dimostra il caso Cambridge
Analytica, le tue convinzioni politiche.
* I contenuti carichi di rabbia e di insulti sono favoriti. Infatti queste
interazioni sono economicamente vantaggiose per Meta. Alcuni modi in cui sono
favoriti:
* le "discussioni" hanno strumenti estremamente limitati per capirsi a
vicenda
* vengono enfatizzati aspetti performativi come i like; o la semplificazione
delle opinioni con le "reaction"
* È un ambiente ostile alle persone con difficoltà psicologiche. Spingere le
persone all'autolesionismo è una pratica economicamente conveniente per
Instagram.
About
IN BREVE
Avana è un hacklab. Ci vediamo ogni mercoledì al CSOA forte prenestino: la prima
stanzetta sulla sinistra, dalle ore 19 molto approssimative. Se vuoi passarci a
trovare, scrivici un'email prima, che non ci si sbaglia: avana@inventati.org
SI MA CHE FATE?
Siamo un gruppo di persone appassionate di tecnologia: dai linguaggi di
programmazione esoterici ai tostapane, se si puo' rompere e c'è da imparare, ci
piace!
Una cosa che facciamo con regolarità è la trasmissione Le dita nella presa su
Radio onda rossa.
Ogni anno partecipiamo ad hackmeeting, l'incontro annuale delle
contro/sotto-culture digitali.
UN PO' DI STORIA
AvANa BBs nasce ad inizi anni '90. Da li' ha subìto tante trasformazioni.
Qui alcuni link utili se vuoi approfondire:
* Avana Timeline. Aggiornate al 2012
* intervista su radioblackout
Stakka Stakka Speciale A/I 01/09/26
AUTISTICI/INVENTATI SOTTO ATTACCO!
In questa puntata parliamo dell’attacco del governo Trump ad Autistici/Inventati
e delle implicazioni pratiche delle sanzioni.
In un’intervista con un compagno dell’hacklab underscore ripercorriamo la storia
del collettivo e dei precedenti tentativi della repressione italiana di colpirne
l’infrastruttura, e di come essa si sia evoluta in risposta.
Per approfondimenti vi consigliamo:
* Il comunicato in risposta al congelamento del conto bancario.
* La FAQ del collettivo A/I
* The server called Paranoia di Sabot Media
* +KAOS: il libro dei 10 anni della storia del collettivo.
* L’intervista con Sabot Media
Google Maps peggiora il traffico?
Immagine in evidenza generata con intelligenza artificiale
Più siamo obbedienti, più il traffico si concentra su poche strade: non è un
effetto collaterale, ma una caratteristica strutturale dei navigatori
satellitari. Succede ogni volta che milioni di automobilisti interrogano nello
stesso momento Google Maps o TomTom e ricevono in risposta le stesse
indicazioni, quelle che l’algoritmo giudica migliori: una convergenza che nessun
singolo utente ha scelto. A piena adozione, mostra un nuovo studio intitolato
Traffic Concentration Effect of Urban Navigation Services, la varietà delle
strade effettivamente usate cala anche del 14%: un conformismo algoritmico che
può emergere quando si ottimizzano i singoli tragitti senza coordinare le scelte
dell’insieme degli automobilisti.
Il numero chiave è 60%. È la soglia di adozione (la quota di automobilisti che
segue fedelmente il navigatore) oltre la quale – secondo lo studio condotto dal
team di Luca Pappalardo, ricercatore del CNR e della Scuola Normale Superiore,
applicando dati reali di mobilità e le API dei principali navigatori a Milano,
Roma e Firenze – le emissioni totali di CO2 tornano spesso a salire, aumentando
la disuguaglianza tra chi vive in centro e chi vive in periferia. Fino a quella
soglia, seguire il navigatore nelle ore di punta continua a essere vantaggioso;
superata, il beneficio collassa. Restano due domande aperte, che riguardano
amministratori e cittadini insieme: quanto è forte questo effetto fuori dalle
simulazioni? E quanto viene amplificato dal feedback continuo tra il traffico
che l’algoritmo genera e le nuove raccomandazioni che ne derivano?
CENTRI PROTETTI, ARTERIE CHE SCOPPIANO
Il meccanismo di base è semplice. Ogni navigatore applica un “algoritmo di
cammino minimo” – ovvero cerca il percorso più veloce – su un grafo (la rete
stradale) in cui ogni tratto ha un costo, tipicamente il tempo di percorrenza.
Tra un’origine e una destinazione i percorsi davvero convenienti sono pochi,
quindi utenti diversi finiscono per ricevere in gran parte le stesse
indicazioni. È quello che i ricercatori chiamano traffic concentration effect:
la stessa dinamica che da anni riversa le auto dirette al Brennero nei paesini
di montagna, o che nel 2018 aveva paralizzato una cittadina del New Jersey.
Il team di Pappalardo ha misurato l’effetto facendo variare il tasso di adozione
dallo 0 al 100%, in tre città e in due condizioni di traffico. A basso carico i
navigatori generalmente hanno un effetto positivo: chi li segue fa il percorso
più breve possibile, e questo riduce le emissioni indipendentemente da quante
altre persone fanno lo stesso. Nelle ore di punta il quadro cambia: il beneficio
regge solo a bassa adozione, e superata la soglia del 60% le emissioni non solo
smettono di calare ma arrivano, in alcuni casi, a superare quelle dello scenario
senza navigatori.
Le mappe prodotte dallo studio mostrano anche dove va a finire il traffico
spostato: dalle strade interne dei quartieri centrali verso le grandi arterie di
scorrimento, tipicamente periferiche. “Il problema è quando quelle strade non
sono in grado di accomodare questi grandi volumi”, spiega Giuliano Cornacchia,
ricercatore del Cnr e primo autore dello studio. A Firenze, dove la tangenziale
è in grado di assorbire ulteriore traffico, la redistribuzione avviene senza
troppi danni. A Roma no: il traffico extra si scarica sul Grande Raccordo
Anulare, già saturo, ed è per questo che lì le emissioni peggiorano invece di
migliorare.
C’è poi un effetto sociale che lo studio non misura direttamente, ma che i dati
geografici suggeriscono con chiarezza. “A vivere in centro sono tipicamente le
persone benestanti, a vivere in prossimità delle arterie sono invece mediamente
le persone di medio-basso reddito”, osserva Pappalardo. “I navigatori sembrano
quindi favorire i primi, creando ulteriore disagio agli altri”. È un’ipotesi
plausibile più che un risultato dimostrato, precisa il ricercatore, ma coerente
con quanto osservato in tutte e tre le città: spostando il traffico dal centro
alla periferia, cambia anche chi respira smog e sopporta il rumore.
Per arrivare a questi numeri, i ricercatori hanno incrociato dati reali sulla
domanda di mobilità – chi si sposta da dove a dove, con una granularità molto
più fine del singolo quartiere – con le indicazioni ottenute interrogando le API
di Google Maps, TomTom, Bing Maps e Mapbox. I flussi risultanti sono stati fatti
circolare in SUMO, un simulatore di traffico sviluppato dal Centro aerospaziale
tedesco, capace di riprodurre semafori, incroci e code come se le auto
viaggiassero realmente insieme sulla rete stradale.
Due elementi rendono il risultato più solido. Il primo riguarda la pluralità dei
provider: non sappiamo esattamente quali parametri usino Google, TomTom, Bing
Maps o Mapbox nei loro algoritmi, ma le raccomandazioni si sovrappongono in
media per oltre il 76%. “Per come sono conformati creano una concentrazione del
traffico e lo spostano verso l’arteria”, dice Cornacchia: l’effetto non dipende
dal singolo provider, è strutturale. Vale anche per il routing “eco”, che
attenua ma non elimina il problema: “Se tutti prendiamo la stessa eco-route il
vantaggio individuale collassa su se stesso”. Ottimizzare il singolo viaggio,
insomma, non produce un ottimo di sistema. Il secondo elemento è un modello
matematico di una città stilizzata, che riproduce lo stesso fenomeno a
prescindere dalla forma reale della rete stradale. “I meccanismi individuati
nelle tre città test non dipendono dalle loro strutture, ma dalla forza di
concentrazione esercitata dai navigatori”, riassume Pappalardo. “Quindi
qualsiasi altra città si prenda, accadrà qualcosa di simile”.
Per chi amministra una città, questo non significa restare a guardare, ma
lavorare sulla diversificazione delle rotte disponibili. Una ricerca ancora in
corso dello stesso gruppo mostra che alcune città hanno margine per farlo –
possono quindi creare alternative valide alle arterie più battute – mentre
altre, come Roma con la sua dipendenza dal raccordo anulare, ne hanno molto
meno.
È POSSIBILE SISTEMARE IL PROBLEMA?
Le piattaforme potrebbero, tecnicamente, ottimizzare non solo il singolo
tragitto, ma il sistema nel suo complesso. Lo dimostra Google stessa in uno
studio pubblicato su Nature Cities nel giugno 2026: modificando l’algoritmo per
penalizzare leggermente il passaggio su un centinaio di tratti stradali
congestionati per ciascuna di dieci città americane, gli autori hanno ottenuto
un aumento mediano della velocità del 2% su quei tratti, con un risparmio
potenziale stimato in oltre mille tonnellate di CO2 equivalente l’anno per
città. “Dimostrano che hanno il potere di definire dove va il traffico, e che si
può ancora migliorare”, commenta Pappalardo. “Il paper di Google suggerisce che,
di default, quella visione di rete non viene applicata”.
Nessuna norma, oggi, le obbliga a farlo. Il Digital Services Act classifica
Google Maps come very large online platform – unica piattaforma del settore
urbano a rientrarvi – e la sottopone a obblighi di valutazione del rischio. Ma
il regolamento non menziona esplicitamente gli effetti collettivi prodotti dagli
algoritmi di ottimizzazione urbana. “Non si parla esplicitamente di rischio
collettivo, ma di un approccio basato sui rischi sistemici”, dice Pappalardo,
che lo considera “un difetto un po’ generale” delle normative europee sulle
piattaforme: non affrontano in modo specifico gli impatti aggregati che
algoritmi come quelli dei navigatori possono produrre sul territorio. Per una
piattaforma, aggiungere una funzione di ottimizzazione collettiva è uno sforzo
in più che, senza un obbligo di legge, semplicemente non conviene.
Non è una lacuna casuale: politicamente, il disagio prodotto da navigatori che
concentrano smog e traffico su certe strade, amplificando le disuguaglianze tra
centro e periferia, è troppo diffuso e indiretto per essere percepito come un
problema urgente. “La gente vede facilmente il proprio tornaconto, è difficile
vedere il collettivo”, dice Pappalardo.
Il margine per intervenire, comunque, si sta restringendo. Con un settore
automotive sempre più orientato alla guida autonoma, l’unico elemento che oggi
tiene il tasso di adozione sotto il 100% – la mediazione umana, fatta di
disobbedienze, distrazioni, scelte personali – è destinato a sparire: un’auto a
guida autonoma non ha altra scelta che seguire l’algoritmo. Il tasso di
obbedienza salirà vertiginosamente, e senza alternativa. L’effetto di
concentrazione già capace di ribaltare i benefici ambientali a Roma
diventerebbe, a quel punto, pressoché strutturale.
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