Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
July 21, 2026
Weapon Watch
#unipa Mega Centro dati dellUniversità di #Palermo con la multinazionale contractor del #Pentagono ed #Israele Di Antonio Mazzeo - Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma #HPE Private Cloud AI. “Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo”, scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano. https://www.stampalibera.it/2026/07/21/mega-centro-dati-delluniversita-di-palermo-con-la-multinazionale-contractor-del-pentagono-ed-israele/
July 21, 2026
Antonio Mazzeo
Mega Centro dati dell’Università di Palermo con la multinazionale contractor del Pentagono ed Israele
  Lunedì 20 luglio è stato inaugurato il nuovo Data Center dell’Università degli Studi di Palermo e la piattaforma HPE Private Cloud AI. “Si tratta di una delle infrastrutture universitarie più avanzate in Italia e tra le più significative nel panorama europeo”, scrive l’ufficio stampa dell’ateneo siciliano. “Un investimento complessivo di 3 milioni di euro che rafforza la capacità di UNIPA di sviluppare ricerca, innovazione e servizi basati sull'intelligenza artificiale, garantendo al tempo stesso autonomia tecnologica, sicurezza dei dati e pieno controllo delle informazioni”. Il nuovo Data Center ospita circa quaranta rack (armadi tecnologici) che contengono i server e gli apparati informatici dell’Ateneo (comprese le piattaforme dedicate ai progetti di ricerca) ed è dotato di sistemi di alimentazione e di emergenza che ne dovrebbero assicurare il funzionamento anche in caso di blackout o guasti. “Il cuore tecnologico del nuovo ecosistema è rappresentato dalla HPE Private Cloud AI, una piattaforma progettata per sviluppare e gestire applicazioni di intelligenza artificiale in modo semplice e sicuro”, aggiunge l’ufficio stampa di UNIPA. “La nuova infrastruttura è equipaggiata con 16 GPU NVIDIA H200, tra i processori più avanzati oggi disponibili per l’intelligenza artificiale, ma è predisposta per crescere fino a 64 GPU, quadruplicando la capacità di calcolo. Essa garantirà di sviluppare ed eseguire interamente i servizi dell’Ateneo senza dipendere da piattaforme esterne, garantendo la piena sovranità del dato e la tutela della riservatezza delle informazioni”. L’Università di Palermo punta ad impiegare il Data Center e la piattaforma AI anche a sostegno di progetti di innovazione per imprese, pubbliche amministrazioni e altri enti, comprese forze armate e di sicurezza. E’ stato avviato il percorso di qualificazione presso l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale con l’obiettivo di conseguire una certificazione Tier III, tra i più elevati per questo tipo di infrastrutture. Per la realizzazione del nuovo Data Center sono stati spesi un milione di euro mentre gli altri due milioni sono stati utilizzati per la piattaforma HPE Private Cloud AI, di cui 1,65 milioni finanziati dal progetto “ITSERR – Italian Strengthening of the ESFRI RI Resilience”, sostenuto dai fondi PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), e 350 mila euro con fondi propri dall’Università. L’Ateneo palermitano sta inoltre valutando un nuovo investimento di circa 2,5 milioni di euro per realizzare due ulteriori sale computazionali predisposte per il raffreddamento a liquido. Sarà possibile così ospitare fino a 4000 GPU di ultima generazione, raggiungendo una capacità computazionale complessiva paragonabile a quella del supercomputer “Leonardo” operativo presso il Consorzio interuniversitario CINECA di Bologna per finalità di ricerca “duale”, civile e militare. Ovviamente anche il Data Center di Palermo pone profonde criticità etiche e politiche. L’enorme mole dei dati che vi possono essere elaborati esercita non potrà non esercitare una forte attrazione sul comparto militare-industriale, sulle forze armate e le grandi agenzie militari internazionali, NATO in testa. Anche dal punto di vista della “sovranità” tecnologica, del controllo dei dati e della loro privacy sono forti le preoccupazioni, considerato soprattutto che per i programmi del Data Center l’Ateno di Palermo ha scelto come partner strategico una delle principali multinazionali dell’informatica, con quartier generale negli Stati Uniti d’America e contratti ultramilionari con il Pentagono, il governo e le forze armate di Israele e le stesse forze armate italiane. L’identità della società USA è venuta fuori durante la conferenza dal titolo “Sovranità digitale e intelligenza artificiale”, organizzata nell’Ateneo palermitano, presenti il rettore Massimo Midiri e l’assessore comunale all’Innovazione digitale Fabrizio Ferrandelli. Relatori i docenti universitari Pietro Paolo Corso, Fabrizio D'Avenia e Riccardo Uccello che hanno presentato la piattaforma HPE Private Cloud AI “assieme a Mauro Colombo, Alessandro Lasagni e Alessandro Moriondo di HPE”. L’acronimo HPE? Si tratta del noto colosso mondiale dell’informatica Hewlett Packard Enterprise Company (sede centrale a Spring, Texas), attivo sia nel mercato dell’hardware che in quello del software e dei relativi servizi collegati per le aziende e gli alti comandi militari. Ergo, l’HPE Private Cloud AI è un prodotto della società statunitense. La conferenza stessa è stata organizzata dal Dipartimento di scienze Umanistiche in collaborazione con HPE e con la società HS Sistemi di Torino, tra i leader nazionali nella fornitura di soluzioni e servizi per l’infrastruttura IT. La netta vocazione di HPE - Hewlett Packard Enterprise Company verso la ricerca e la produzione a fini bellico-militari è confermata da quanto riportato nella pagina web istituzionale da HPE Italia S.r.l., la controllata italiana con sede a Milano e fatturato annuo superiore ai 540 milioni di euro. “Offriamo soluzioni e tecnologie IT che consentono alle organizzazioni nei settori della difesa e della sicurezza nazionale di operare in modo più rapido, efficiente e resiliente”, vi si legge. “Dalle piattaforme per l’edge sicure fino all’AI e all’analisi data-first, contribuiamo a modernizzare il comando, il supporto logistico e la preparazione, fornendo soluzioni che proteggono le persone, preservano il vantaggio e accelerano il raggiungimento degli obiettivi della missione (…) Le nostre soluzioni trasformano i dati di origine in informazioni fruibili, per decisioni più rapide e consapevoli lungo l’intera supply chain militare, in modo che le risorse appropriate vengano distribuite al momento giusto, con risultati migliori sia per il personale sia per i civili”.  Cloud e AI per le guerre globali moderne, sempre più disumanizzate e disumane. Una ingente documentazione è stata prodotta per denunciare inoltre il coinvolgimento diretto delle aziende e dei prodotti a marchio HPE nelle campagne di sterminio del popolo palestinese da parte delle autorità israeliane. “HPE è complice dell’occupazione israeliana, dell’apartheid e del regime coloniale di insediamento a Gaza e in West Bank”, denuncia BDS Italia, organizzazione a guida palestinese per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele. “HPE fornisce servizi alla polizia israeliana e ai servizi carcerari. HP Inc. è stata coinvolta nella fornitura di computer alle forze di occupazione israeliane (…) Dopo la campagna BDS, molti contratti tra le aziende a marchio HP e il regime israeliano di apartheid si sono conclusi. Ciò include i contratti con la Marina israeliana che mantiene l’assedio di Gaza, il contratto che riguarda il Sistema Basel per l’identificazione biometrica utilizzata ai posti di blocco militari israeliani e, più recentemente, il contratto che riguarda il Sistema Aviv tra HPE e l’Autorità israeliana per la popolazione e l’immigrazione. HPE continua però a fornire servizi alle carceri e alla polizia israeliane nonostante sia pienamente consapevole delle gravi violazioni dei diritti umani perpetrate da entrambi”. Il Data Center dell’Università di Palermo nasce proprio sotto una cattiva stella, anzi sotto le cinquanta stelle della bandiera USA e quella ad esagramma dello Stato sionista di Israele.
July 21, 2026
Antonio Mazzeo Blog
Giocampus: a Parma le Forze dell’ordine fanno scuola anche d’estate
Nella mattinata del 2 luglio 500 tra bambini e bambine hanno partecipato a Giocampus, un evento della città di Parma in cui l’infanzia può prendere confidenza con le Forze dell’ordine salendo su mezzi, accendendo sirene e simulando situazioni operative. Questa occasione è stata definita come un grande momento estivo per fare delle lezioni di educazione civica ai più piccoli (clicca qui), insegnando loro i valori della sicurezza e della legalità attraverso il gioco. Ci troviamo dunque di fronte, ancora una volta, ad un uso massiccio della gamification per diffondere un’idea di legalità che richiama prima di tutto la sanzione attraverso la presenza di quegli agenti che devono far rispettare le leggi per le strade. Tale approccio consente di raggiungere in maniera facile bambini e bambine ma dà un’idea parziale di ciò che vuol dire effettivamente rispettare le regole all’interno di una comunità. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università riteniamo infatti che le basi di una convivenza civile vadano trasmesse facendo giocare i più piccoli alla democrazia, un gioco che potrebbe insegnare loro come le norme in una società democratica siano più forti nel momento in cui vengono da un processo in cui la pluralità dei punti di vista sia stata presa in considerazione. Se si osserva la legalità a partire da questa prospettiva, si comprende pienamente perché il divieto e la sanzione siano solo l’ultima spiaggia per il rispetto delle leggi. Educare le giovani generazioni a partire da questi elementi significa infatti insegnare un’idea di norma intesa come qualcosa di estrinseco alla volontà e ai bisogni di ciascuno e imposta da un sistema coercitivo. Al contrario, come Osservatorio crediamo che bisognerebbe innanzitutto insegnare che solo a partire da processi decisionali ampiamente condivisi è possibile interiorizzare le regole perché solo in questo modo esse possono rispecchiare la volontà di tutti i membri della comunità. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza
I MOVIMENTI CONTRO LA GUERRA, IN TUTTE LE LORO SFUMATURE, HANNO OGGI UN PROBLEMA ENORME. GLI ARGOMENTI RAZIONALI USATI PER DIMOSTRARE L’INSENSATEZZA DELLA RISPOSTA MILITARE NON SEMBRANO IN GRADO DI CONVINCERE PERSONE SMARRITE E IMPAURITE. NON BASTA DIMOSTRARE CHE OGNI DENARO SPESO IN ARMI È SOTTRATTO AD ALTRE SPESE FONDAMENTALI. NON BASTA RICORDARE CHE LA DETERRENZA DIFENSIVISTA È UNA TRAGICA FALSITÀ. NON BASTA PIÙ NEMMENO FARE APPELLO AL DIRITTO INTERNAZIONALE. SE VOGLIAMO LA PACE DOBBIAMO QUINDI RIMOTIVARE IL NO ALLA GUERRA NELLA SUA ESSENZA E INTEREZZA, SCRIVE PAOLO CACCIARI. LA PACE È DISARMATA E DISARMANTE O NON È. LA GUERRA VA SCONFITTA INNANZITUTTO SUL PIANO DELLA LEGITTIMITÀ MORALE. L’IDEA CHE POSSA ESISTERE UNA “GUERRA GIUSTA” HA APERTO LE PORTE ALLA ODIERNA BARBARIE Foto Donne In Nero Parma -------------------------------------------------------------------------------- Tanto più i capi di governo presentano lo stato di guerra permanente da loro creato come normale e inevitabile, tanto più sarebbe necessario sviluppare una critica radicale alla guerra, contestandone l’essenza: la violenza come logica di regolazione delle relazioni tra le persone, le comunità, gli stati. Di fronte alle campagne in corso di mobilitazione patriottica delle masse contro nemici pronti a mettere in pericolo i nostri confini, la nostra identità culturale, persino religiosa, e, soprattutto, il nostro benessere economico, gli argomenti “razionali” a nostra disposizione fin qui usati per dimostrare l’insensatezza della risposta militare non sembrano in grado di convincere persone smarrite, impaurite da una prolungata stagnazione economica, culturalmente destabilizzante e precarizzante. Per sottrarre consenso all’escalation militare non basta dimostrare che ogni denaro speso in armi è sottratto al welfare (il keynesismo militare è una bufala, lo hanno scritto gli stessi economisti nei rapporti delle Nazioni Unite). Non basta nemmeno ricordare che la deterrenza difensivista (secondo la vulgata “se vuoi la pace prepara la guerra”) è una tragica falsità: se ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, tutti saranno sempre meno sicuri. Non solo: con l’aumento della potenza (e diffusione) dei sistemi d’arma “ibridi” aumenta anche la probabilità di uno scontro armato “fuori controllo”. Non basta più nemmeno fare appello al diritto internazionale, ai patti e ai trattati in una fase storica in cui ogni singolo stato nazionale si sente sovrano in punta di diritto nello stabilire per proprio conto come e quando (anche preventivamente e oltre i suoi confini) usare la potenza bellica. Giuste argomentazioni economiche, geopolitiche e giuridiche contro le guerre hanno (in parte) retto le diplomazie delle cancellerie degli stati fino a quando è rimasta memoria delle due guerre mondiali. Oggi, per molti motivi, non è più così. Crollato il precario (oltre che iniquo) equilibrio dei rapporti di forza tra nord e sud del mondo, tra le aree di influenza geopolitiche e tra le classi sociali, siamo tornati al Leviatano puro: ciò che conta è la volontà di potere e la logica di potenza degli stati e dei gruppi sociali che se ne sono impadroniti. La guerra non è un evento eccezionale, imprevisto e indesiderato. È l’espressione massima e coerente della violenza organizzata, pianificata, finanziata e strutturata in un sistema di relazioni sociali basate sul predominio, la coercizione, la predazione delle risorse naturali, l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza. Il neoliberismo è un’ideologia che ha avvelenato il sentire comune anche delle vittime, se è vero che un commerciante pluriassassino è diventato l’emblema della difesa della libertà, un generale misogino e xenofobo leder politico, il presidente psicopatico degli US il capo dell’internazionale delle destre. Ciò di cui ci dobbiamo preoccupare è che sono riusciti a far cadere il tabù della guerra e a sdoganare la sicurezza armata, la repressione del dissenso e delle giuste rivendicazioni degli esclusi, degli impoveriti. Peggio, i nuovi miliardari tecnoligarchi delle Big Tech si sono reinventati teologi e foraggiano sette religiose (cristiane e/o giudaiche, fa lo stesso) per arringare le masse in vista di una nuova Armageddon, la battaglia finale tra il bene e il male. Loro, intanto, si prendono avanti sul Giudizio universale assicurandosi gli appalti del Pentagono e sperimentandoli a Gaza. Se vogliamo la pace dobbiamo quindi rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza. La formulazione sintetica più giusta mi pare sia quella fornita dal papa Prevost: un’idea di “pace disarmata e disarmante” (Leone VIX, 1° gennaio 2026). Una politica di pace efficace risponde alla guerra con il disarmo, la smilitarizzazione, la descalation della violenza. La guerra va sconfitta innanzitutto sul piano della legittimità morale. Sempre Leone XIX ha scritto: “L’abisso del male [è] racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza” (Magnifica Humanitas, §217). È la dimensione etica della politica che è andata perduta in un malinteso realismo che ha coinvolto anche moderati e progressisti. L’idea che possa esistere una “guerra giusta” (umanitaria, risolutiva, a fin di bene…) ha aperto le porte alla odierna barbarie. Se il tema è come imparare a convivere in pace risanando le relazioni umane tra le persone, allora la politica dovrebbe mettere al primo posto la dimensione mentale, psicologica e spirituale che è alla base del vivere in comune. -------------------------------------------------------------------------------- Paolo Cacciari ha aderito alla campagna Un tetto Comune. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENRICO EULI: > Mettere in gioco la nonviolenza. Adesso -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza proviene da Comune-info.
July 21, 2026
Comune-info
Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump
Ogni tragedia porta con sé dettagli ridicoli e atteggiamenti patetici. Ma l’America trumpiana sembra voler battere tutti i record in materia, rovesciano tonnellate di frasi sconclusionate sulla lava rovente dei bombardamenti. In assenza di una strategia coerente, di obbiettivi credibili (cambiano in continuazione, visto che non vengono raggiunti), ora tocca […] L'articolo Soldati morti e prezzo della benzina in salita, l’incubo di Trump su Contropiano.
July 20, 2026
Contropiano
Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya
Se si parla di persone che scappano da violenze e sfruttamento imbarcandosi su mezzi di fortuna affrontando il mare, oppure di migranti che al loro arrivo nel paese di destinazione vengono rinchiusi in speciali campi profughi controllati da un apparato repressivo e brutale, la prima immagine che viene in mente è quella dei e delle migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa in cerca di una vita migliore. Ma c’è una situazione simile che in questo momento sta avvenendo dall’altra parte del mondo; più precisamente nella zona meridionale del Myanmar, al confine con il Bangladesh. Ma chi sta lasciando le proprie case? Da cosa (o meglio da chi) stanno scappando? > Chi scappa sono i Rohingya, una delle tante etnie che compongono il paese che > fino a trent’anni fa veniva chiamato Birmania. Una minoranza di religione > islamica in una nazione a stragrande maggioranza buddista. Perseguitati per il > loro credo religioso, i Rohingya si trovano anche schiacciati nella morsa di > una guerra civile brutale tra un regime militare distopico e diversi gruppi > etnici armati. La storia del massacro di questa minoranza non può essere distinta dalla storia dei due paesi protagonisti della vicenda: il Myanmar, luogo dove sta avvenendo il genocidio, e il Bangladesh, paese che ospita la maggior parte delle persone rifugiate. Per questo è di grande aiuto il libro Su due lati del confine di Emanuele Giordana e Giuliano Battiston nel quale si descrive in maniera molto chiara il processo socioculturale e storico che ha portato i Rohingya a diventare stranieri in patria prima, e poi ad essere perseguitati. Tramite la ricerca di testimonianze dirette di persone comuni e di racconti corali di comunità messe ai margini della società, i due giornalisti descrivono in maniera puntuale le vicissitudini che queste persone passano nella loro fuga verso Ovest. La parte del libro scritta da Emanuele Giordana è la descrizione del processo storico e sociale che sta ancora avvenendo in Myanmar, costringendo milioni di persone a scappare. Il giornalista  accenna alle origini del popolo Rohingya, al suo passaggio sotto il dominio britannico e alle vicende più recenti come la perdita della cittadinanza del 1982. A ciò si aggiungono le testimonianze che descrivono i pogrom degli anni ’10 di questo secolo, nei quali le violenze diventarono brutalmente sistemiche causando la fuga di milioni di persone verso i paesi limitrofi. La dinamica dei processi sociali interni al Myanmar che hanno portato alla persecuzione della minoranza islamica sono raccontati in maniera diretta, senza troppi fronzoli. Si fa accenno al ruolo avuto da numerosi monaci buddisti, alleati della giunta militare, che hanno utilizzato i social media per spargere disinformazione contro i Rohingya, alimentando fake news virali. Queste notizie false, nel 2012 e poi nel 2017, hanno dato il via a massacri di uomini, donne e in molti casi anche di minori. Successivamente si passa ai rapporti tra resistenza contro i militari e i Rohingya. Non si risparmiano le storie dei massacri compiuti anche da chi, pur combattendo per la libertà, continua a vedere nei Rohingya un corpo estraneo, non conciliabile con la maggioranza della popolazione di religione buddista o cristiana.  Anche la figura della premio Nobel Aung San Suu Kyi, considerata nel mondo come la bandiera della lotta per la democrazia contro la dittatura militare, viene riportata con tutte le sfaccettature, senza dimenticare le zone d’ombra del breve e unico periodo di governo democratico, terminato con il ritorno dei militari al potere con il golpe del 2021. > Sebbene il periodo del governo civile di Aung San Suu Kyi (2015-2021) coincida > con un ripristino (parziale) dei diritti civili, coincide anche con il picco > delle violenze e degli omicidi ai danni dei Rohingya e anche con il silenzio > assordante della Premier birmana. Parafrasando una testimonianza raccolta da > Giordana «[Aung San Suu Kyi, per mantenere il potere] ha dovuto scegliere se > privilegiare cinquanta milioni di buddisti o qualche milione di musulmani». Nel proseguire il racconto, il focus del reportage si sposta nel paese che accoglie milioni di rifugiati. Dalle colline del Myanmar meridionale si passa alle spiagge e al campo profughi (il più grande del mondo) di Cox’s Bazar nel Bangladesh orientale. In questa parte del libro Giuliano Battiston, descrivendo la quotidianità dei Rohingya nei campi, si rapporta anche con la vita della popolazione bengalese, raccontandoci le vicende che hanno portato alla caduta della premier bengalese Hasina del 2024. Alla rivolta della Gen Z bengalese che ha segnato la fine del regime autoritario e corrotto di Sheikh Hasina, si unisce la descrizione del trattamento dei Rohingya nei campi profughi gestiti dall’ONU. Storie di giovani sfruttati e sfruttate da entrambi i lati del filo spinato che hanno un punto in comune; la voglia di cambiare, di costruire un nuovo futuro felice. Ciò ci restituisce un’immagine di un Bangladesh in evoluzione, che vuole cambiare e dirigersi verso un futuro migliore per tutti e tutte. Nel frattempo un nuovo esecutivo è uscito fuori dalle prime elezioni del post-Hasina, un governo gestito dalla vecchia e stantia opposizione nazionalista. Il cambiamento è stato spostato a data da destinarsi, per ora. Il vero punto di forza di quest’opera, per cui la si consiglia di leggere, sta nel modo in cui vengono raccontati i fatti. Per chi non si occupa quotidianamente della questione birmana, leggere e interpretare le notizie che provengono da quel quadrante può essere estremamente complesso. L’enorme diversità degli attori in campo (decine di gruppi armati etnici, governi locali, potenze straniere, agenzie ONU, organizzazioni umanitarie) creano un labirinto nel quale è facile perdersi. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei media mainstream occidentali coprono gli avvenimenti in modo superficiale, quando non vengono ignorati del tutto. Il risultato è che i momenti centrali del genocidio Rohingya restano per la maggior parte delle persone un enigma indecifrabile, un “conflitto lontano e complicato” di cui non vale la pena occuparsi. Leggendo Su due lati del confine, invece, si inizia finalmente a ricostruire il puzzle della vicenda birmana. Pagina dopo pagina, le testimonianze raccolte ricompongono un quadro chiaro, accessibile, mai riduttivo. Un quadro nel quale chiunque, senza bisogno di essere un’esperta di geopolitica asiatica, può riannodare il filo degli eventi: capire perché i Rohingya sono fuggiti, chi li ha perseguitati, chi ha taciuto, chi ha tratto profitto dal loro esilio. Va constatato anche che, seppur il giornalismo europeo sia pieno di reporter che, guardando all’Asia, finiscono per riprodurre gli stessi stereotipi orientalisti (l’Oriente incomprensibile, descrizioni stereotipate di luoghi e persone), Giordana e Battiston (pur essendo bianchi e occidentali), fanno l’esatto contrario. Sono scesi sul campo, ascoltando e restituendo un quadro complesso, scevro da ogni tipo di pregiudizio. La semplicità con cui sono riportati i fatti (mai gratuita o spettacolarizzata) non svilisce la vicenda e non trasforma le testimonianze in mera pornografia del dolore. Anzi, è proprio questa chiarezza a farci restare con i piedi per terra. Perché il genocidio dei Rohingya non è un racconto esotico da consumare a distanza. È una storia di corpi, di barche, di tende, di madri che attraversano fiumi con i figli in braccio. E Giordana e Battiston hanno il merito di non dimenticarlo mai, neppure per un istante. Leggere Su due lati del confine aiuta a svelare le logiche di esclusione e sfruttamento che governano tutte le frontiere, anche le nostre. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya proviene da DINAMOpress.
July 18, 2026
DINAMOpress
#Rogliano (#Cosenza), sabato 25 luglio ore 19 - Contro #Guerra, #Riarmo e #Militarizzazione Sociale. Il momento di resistere è adesso! - Ne discutono; Franco Adamo e Alessia Marasco (Sezione ANPI Savuto Cosentino); Antonio Mazzeo (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università); Francesco Piobbichi (Disegnatore sociale); Francesco De Simone (A.M.R. Controvento); Mimma Sprizzi, Chiara Ortano (Le Figlie di Ipazia)
July 21, 2026
Antonio Mazzeo
Fuori la guerra dalla storia. A partire da Genova nè una persona nè un soldo per la guerra.
Riceviamo e pubblichiamo dalle associazioni genovesi Fair e Weapon Watch. GENOVA 2001–2026. Riprendiamoci il futuro Nell’ambito delle iniziative per i 25 anni dal G8, esperti e attivisti a confronto sul legame tra riarmo europeo, guerre permanenti e sistema finanziario Genova, 17/07/2026 – Come segnalato su Pressenza, si è tenuto giovedì 16 luglio, nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale a Genova, il forum tematico “Guerre, riarmo, finanza e fabbricanti d’armi”, promosso da Fair e The Weapon Watch nell’ambito delle iniziative per ricordare i 25 anni dal G8. L’incontro, moderato da Deborah Lucchetti (Fair) e Gianni Alioti (The Weapon Watch), ha visto la partecipazione di: Mario Pianta, professore ordinario in Politica Economica presso la Scuola Normale Superiore di Firenze, Widad Tamimi, giornalista e scrittrice, fondatrice dell’associazione ἰοίην-ioien “Oltre ogni confine, oltre ogni dolore”, Vittorio Agnoletto, medico e attivista, docente di Globalizzazione e Politiche della Salute all’Università degli Studi di Milano; Alessandro Volpi, professore di Storia Contemporanea all’Università di Pisa, Anna Fasano, presidente di Impact SGR (Banca Popolare Etica) e di due rappresentanti del Gruppo Lavoratori Leonardo Torino. Il Forum ha sviluppato una preziosa riflessione, grazie all’apporto di qualificati contributi multidisciplinari su come guerre e riarmo cambiano in peggio l’economia e le nostre vite, sul cordone finanziario, tecnologico, militare che lega il riarmo europeo con le guerre permanenti e il genocidio dei palestinesi. Infine, sull’intreccio perverso tra finanza, fabbricanti d’armi e politica che alimenta tutto questo anche grazie ai nostri risparmi investiti nei fondi pensione. Se pensiamo al recente vertice della NATO ad Ankara, trasformato in un gran bazar delle armi, al progressivo ridimensionamento della diplomazia dei paesi europei e alla loro deriva bellicista, non possiamo che convenire con le parole dell’economista americano Jeffrey Sachs: “L’unica possibilità che hanno i popoli dell’occidente, in grande maggioranza contro la guerra, è far saltare le proprie élite politiche”. L’élite al potere in Europa e i governi dei singoli paesi, in maggioranza complici del genocidio in Palestina, ci stanno trascinando in guerra contro la Russia. Per questo sono anni che assistiamo allo sperpero di risorse pubbliche con l’aumento costante dal 2014 delle spese militari. Ma alla voracità dei militarismi e nazionalismi europei, ciò non basta. Le spese militari che nei paesi europei della Nato hanno raggiunto nel 2025 il valore di 537 miliardi di dollari (+43% rispetto al 2023), dovrebbero aumentare a due volte e mezzo schizzando al 5% del PIL entro il 2035. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: la morte della ricerca pubblica in campo civile al servizio del bene comune, il sacrificio dei servizi pubblici fondamentali (sanità, istruzione, trasporti, protezione civile), la riduzione degli investimenti necessari a garantire protezione sociale, lavoro dignitoso, tutela ambientale e transizione ecologica, l’assenza di misure straordinarie di adattamento e mitigazione per fronteggiare gli effetti sempre più drammatici degli eventi climatici estremi. La miopia colpevole, l’insipienza e la subalternità di chi governa la cosa pubblica (ad ogni livello) alla finanza e ad un pugno di multinazionali e oligarchi suprematisti, colonialisti e autoritari, che detengono gran parte della ricchezza mentre il Pianeta è letteralmente in fiamme, impone uno sforzo straordinario di intelligenza popolare, una rivoluzione dal basso che obblighi chi detiene – spesso illegittimamente – il potere economico e politico a fermarsi e scendere a patti con le richieste e le necessità della maggioranza della popolazione. Oggi, come 25 anni fa, siamo qui, persone comuni, lavoratrici e lavoratori, attivisti e attiviste, organizzazioni della società civile nate per difendere diritti e beni comuni, a denunciare le mistificazioni dei padroni della Terra, a chiamare a raccolta tutte le persone di buona volontà perché un altro modo di stare al mondo è necessario, se vogliamo ancora immaginare un futuro su questo pianeta esausto. Di seguito le proposte di azione urgenti rivolte a persone, associazioni e sindacati tutti affinché aumenti la pressione verso le istituzioni locali, nazionali ed europee per economie di giustizia e di pace, contro la logica del nemico e la corsa al riarmo che, in modo sempre più evidente, mentre arricchisce i fabbricanti d’armi, i maggiori fondi finanziari e gran parte della nomenclatura politica al potere, divide e affama i popoli. Chiediamo a tutte le Istituzioni e al Comune di Genova poche cose, ma dirimenti: – Bloccare, nel rispetto della Legge 185/90, qualsiasi esportazione, importazione e transito di materiale d’armamento e tecnologie a uso militare “verso e da” Israele e di tutti i paesi coinvolti in conflitti armati o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani internazionali. Di sospendere nei confronti di Israele tutti i programmi di cooperazione accademica e di ricerca, che coinvolgono industrie militari e/o sono correlate alle guerre di Israele e al genocidio del popolo palestinese. – Istituire l’Osservatorio Consiliare Permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del Porto di Genova, rendendo pubblici i dati di traffico, di quantità e tipologia di merci, di origine e destinazione, per cogliere la domanda dei lavoratori portuali e dei cittadini genovesi di non essere complici con traffici di armamenti che – sebbene siano già vietati da leggi e trattati – continuano a transitare dai porti alimentando guerre e genocidi. – Istituire – come già richiesto da centinaia tra cittadini e associazioni a Genova alla Giunta Salis – un Assessorato alla Pace. – Attivare borse di studio per studentesse e studenti provenienti dalla striscia di Gaza, offrendo loro la possibilità di completare la propria formazione accademica e professionale presso prestigiosi atenei e istituti in Italia. Genova, Porto e città di pace, potrebbe distinguersi avviando il primo programma in Italia Chiediamo alle persone e organizzazioni della società civile e ai sindacati dei lavoratori, tra le tante cose, di realizzare alcune azioni ritenute prioritarie in questa fase: – Partecipare attivamente alla campagna europea “Stop Rearm Europe” e alle azioni declinate in ambito nazionale (“Ferma il Riarmo”, “Coordinamento No Riarmo”) e locale (“Comuni per la Pace e contro il Riarmo”). Favorire la convergenza dei movimenti e la mobilitazione “Fuori dall’economia di guerra” dell’agenda “No Kings”. – Esercitare una pressione verso i candidati alle prossime elezioni politiche, sostenendo esplicitamente di “votare solo chi ha parole chiare contro il riarmo”. – Aderire alla campagna nazionale “Banche complici”, rivolta a Unicredit, Intesa San Paolo, BNL-BNP Paribas, le tre istituzioni finanziarie italiane più coinvolte in operazioni di supporto alla colonizzazione illegale, nell’apartheid e nel genocidio dei palestinesi. La campagna è promossa da BDS, in collaborazione con Nigrizia, Mosaico di Pace e Missione Oggi, i periodici cattolici che coordinano la campagna contro le “Banche Armate”. – Aderire alla campagna “Banche Armate” per togliere i propri conti correnti e i propri risparmi dalle “mani sporche di sangue” delle Banche che finanziano l’esportazione di armi che alimenta le guerre. – Sostenere la campagna per la creazione di una agenzia farmaceutica pubblica europea, pilastro per la sicurezza comune e la ricerca pubblica. – Sostenere la proposta di legge di iniziativa popolare promossa dalla Cgil per rendere effettivo il diritto alla salute, difendere e rilanciare il Servizio Sanitario Nazionale Il confronto continua oggi, venerdì 17 luglio 2026, al Palazzo Ducale – Sala del Minor Consiglio dalle ore 15:00 con la seconda giornata del Forum Dalla zona rossa alla Smart City, in cui saranno affrontati temi di scottante attualità sulla sorveglianza e il controllo dello spazio pubblico https://g8genova.it/eventi/dalla-zona-rossa-alla-smart-city/ Per maggiori informazioni: Gianni Alioti, The Weapon Watch – 3489026909 Deborah Lucchetti, Fair – 3381498490 Redazione Italia
July 17, 2026
Pressenza
A Bologna la polizia uccide: l’omicidio di Stato come indice della militarizzazione del nostro Paese
Domenica, in una Bologna avvolta dalla calura un vero e proprio incubo si è materializzato in una mattina di mezza estate. Sarebbe stata tutta un’altra storia se quella chiamata alle forze dell’ordine fosse arrivata da una villa sui colli ed avesse riguardato un italiano benestante che chiedeva aiuto in stato confusionale. Ma nella realtà, quella telefonata è arrivata dal Pilastro e quando la polizia è arrivata lì non ha trovato un ricco italiano, ma Abderrhaim Fakir, un lavoratore marocchino titolare di una ditta di facchinaggio. Fakir aveva perso da pochi mesi la madre, aveva qualche problema burocratico col rinnovo del permesso di soggiorno e, per via di difficoltà che attraversava la sua ditta, aveva licenziato alcuni suoi dipendenti. Questi e chissà quanti altri problemi erano per lui fonte di malessere e forse erano proprio le ragioni che avevano portato allo stato confusionale di domenica mattina, quando di fronte alle sue urla in un garage del Pilastro, qualche vicino si è allarmato forse eccessivamente (Fakir non stava facendo male a nessuno) e ha deciso di chiamare le forze dell’ordine. Una volante è accorsa sul posto insieme ai sanitari in uno di quelli che si denominano interventi congiunti. E come da protocollo per questi casi, i sanitari sono rimasti del tutto inermi: in presenza di un soggetto che dà in escandescenze, le forze dell’ordine agiscono per prime, per “creare le condizioni” per consentire ai sanitari di intervenire. E la polizia è riuscita in questo intento, visto che in poco tempo hanno proceduto con le manovre d’arresto che hanno immobilizzato a terra Fakir. Ma a quel punto non c’era nient’altro da fare per i sanitari, visto che ormai Fakir non respirava più. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si unisce al dolore dei suoi cari ed esprime tutta la solidarietà possibile nella tragica occasione deĺla sua scomparsa alla giovane età di 43 anni, una vita interrotta a metà da chi avrebbe dovuto tutelarlo e proteggerlo. La nostra comunità si aspetta verità e giustizia su questo caso e su tanti casi simili già avvenuti in precedenza. Non derubrichiamo questo caso a mero incidente, trovando un modo per minimizzare le conseguenze della violenza razzista e classista che caratterizza questo che è un vero e proprio omicidio di Stato. A tal proposito, si segnala una mappa online degli omicidi e degli abusi commessi dalla polizia nel nostro Paese per far comprendere che non si tratta di poche mele marce, ma che è marcio quasi tutto il frutteto. Pensate che dalle prime comunicazioni della Questura filtravano voci tendenti a classificare la vittima come un senza fissa dimora, allo scopo di sminuire le responsabilità ed il peso per la società, arrivando addirittura a provare a dire che quando erano arrivati i poliziotti lo avessero già trovato morto. Già solo queste falsità danno la misura della gravità della situazione e della volontà “politica” di mettere la polvere sotto il tappeto. MA PERCHÉ L’OSSERVATORIO HA DECISO DI PUBBLICARE QUESTO COMUNICATO? COSA HA A CHE VEDERE QUESTO CASO CON LA NOSTRA ATTIVITÀ? Ebbene, questo tragico evento si iscrive a pieno titolo in quel clima di repressione che sta stringendo sempre più in una morsa la libertà degli e delle italiane (nello stesso giorno della morte di Fakir il Ministro degli Interni Piantedosi ha emanato l’ennesimo decreto sicurezza). E la stretta repressiva, soprattutto nelle periferie, nei quartieri popolari e nei confronti dei ceti subalterni e di chi esprime dissenso, è un elemento chiave del fenomeno di militarizzazione della società. Lo avevamo preannunciato anni fa che la militarizzazione dei luoghi dell’istruzione sarebbe stato solo la prima fase di un processo che si sarebbe poi dispiegato e riversato nel resto della società. E a nostro avviso siamo già da circa un anno in quella seconda fase inaugurata col “pacchetto sicurezza”. E, secondo punto che rileviamo come Osservatorio, gli allievi delle Forze dell’Ordine sono formati attraverso un preciso e studiato “sistema educativo” di cui, come ci insegna il Professor Charlie Barnao, questo evento sarebbe una delle naturali conseguenze (vedi qui). È una vergogna che, invece di lavorare per cambiare al più presto tale sistema, si facciano protocolli per invitare queste persone così formate a tenere lezioni di educazione civica nelle nostre scuole. Ma si va anche oltre la mera militarizzazione della società, con una presenza sempre più minacciosa che in taluni casi sembra voler scimmiottare il “modello ICE” degli USA. In realtà, a nostro avviso siamo davanti ad un fenomeno di israelizzazione della nostra società e il modello dell’ordine pubblico in Italia sembra ispirarsi di più alla polizia israeliana, con la quale peraltro si sono avviate profonde collaborazioni su più ambiti, inclusi quelli “formativi” di cui parlavamo. Quello che forse in tanti non sanno infatti è che da diversi anni la polizia di Stato viene addestrata con tecniche israeliane non solo in ambito investigativo, ma anche nell’uso della forza e nelle manovre d’arresto. Per esempio, molte procedure per immobilizzare e atterrare i cittadini malcapitati vengono mutuate in particolare dal Krav Maga, un sistema di combattimento di origine israeliana che trova ampia diffusione nelle forze dell’ordine anche in Italia. E nella fattispecie, la manovra con cui è stato ucciso Fakir si riferisce a un gruppo di tecniche come quella in figura. I ragazzi che assistono alla “lezione” sono allievi poliziotti. Alcuni, nella foto, sorridevano (vedere qui per l’originale, ma anche questo articolo è indicativo). Si tratta di manovre molto rischiose per le conseguenze sul sistema respiratorio e su quello cardiaco. Questo perché alcune di esse prevedono il blocco delle arterie carotidi per indurre la perdita di coscienza, blocco che se non rimosso in pochi secondi (si pensi ad esempio a George Floyd negli USA) può portare alla morte della persona bloccata a terra, impossibilitata a respirare. LA RISPOSTA DELLA GENTE COMUNE L’unica luce nel buio della tragica uccisione è la reazione della gente comune, scesa in massa già dalla sera di domenica in un presidio organizzato dal basso dai comitati e dalle realtà attivi al Pilastro. Migliaia di cittadine e cittadini si stanno ritrovando mentre scriviamo in Piazza Nettuno a Bologna in un’iniziativa lanciata dal sindaco e raccolta da tante organizzazioni, anche critiche nei confronti della sua Giunta, perché al momento tutte e tutti pretendono verità e giustizia sulla morte di Fakir. Auspici per il futuro: * basta con l’addestramento delle forze dell’ordine attraverso tecniche e manovre che comportano rischi per l’incolumità delle persone e ripensare il modello generale di riferimento per l’addestramento delle forze dell’ordine sulla base del principio primum non nocere; * nei casi di interventi congiunti dare la priorità ai sanitari nella valutazione del caso per comprendere la priorità dell’emergenza sanitaria (Fakir era in evidente stato confusionale); * istruire i sanitari sugli effetti e sui rischi delle manovre affinché possano limitare l’intervento delle forze dell’ordine laddove ravvedano criticità sanitarie (non è possibile che il protocollo preveda che i sanitari debbano astenersi dall’intervenire quando è in gioco la vita di una persona); * non utilizzare le misure di sicurezza per militarizzare ed israelizzare la nostra società. Se c’è un senso che possiamo dare alla morte di Fakir, oltre al garantirgli verità e giustizia, è quello di far sì che da questo punto in poi si tracci una linea a chiare lettere: “MAI PIÙ!” Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bombardare sperando che serva a qualcosa
Dopo otto notti di bombardamento si può certamente dire che la guerra (israelo-)americana contro l’Iran è ricominciata su grande scala. Del resto era l’unica cosa vera detta da Trump da quando è nato, in una lettera al Congresso per rispettare l’obbligo di legge che fa scattare – di nuovo, dopo […] L'articolo Bombardare sperando che serva a qualcosa su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano
#stopthegenocideingaza🇵🇸 20 luglio 2025 - 20 luglio 2026. E' trascorso un anno da quando l'imbarcazione "#Handala" della #Freedom #Flotilla Coalition salpava dal porto di Gallipoli (Lecce) dietta a #Gaza per denunciare l'ignobile blocco navale imposto da vent'anni dalle forze armate israeliane contro la Palestina e tentare di abbracciare la speranza e la resistenza di un popolo forte come gli ulivi, simbolo di pace e speranza in tutto il Mediterraneo.
July 20, 2026
Antonio Mazzeo