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Viviamo in un sistema che uccide
ABDERRAHIM FAKIR È MORTO A BOLOGNA SOTTO IL PESO DI AGENTI E SANITARI CHE NON HANNO AGITO PER SALVARLO. UNA MORTE ASSURDA INTORNO ALLA QUALE SONO NATI DOLORE E RABBIA OVUNQUE. SERVE PERÒ PROVARE A PENSARE A COSA DI DIVERSO POSSIAMO E DOBBIAMO FARE ORA. SERVE, AD ESEMPIO, ESSERE CONSAPEVOLI CHE NEL CALDO TORRIDO LE CITTÀ SONO INVIVIBILI, CHE SERVIZI PREZIOSI E DIFFICILI COME IL 112, DOVE IL TELEFONO SQUILLA SENZA INTERRUZIONE, SONO SOTTO ORGANICO, CHE PER LE FORZE DELL’ORDINE OCCORRE UNA SELEZIONE ATTENTA E UNA COSTANTE FORMAZIONE Bologna, 20 luglio 2026. Foto di V. Jina Dhana -------------------------------------------------------------------------------- Restare umani è quasi impossibile, per questo è necessario. La morte di Fakir a Bologna, per mano di poliziotti che cercavano di contenere la sua agitazione, è una tragedia per tutte le persone con un briciolo di sensibilità e umanità. Non si può morire così, a 42 anni. Ci saranno le inchieste per capire il grado di responsabilità dei due poliziotti nell’esercizio della loro funzione, ma qualunque siano gli esiti immagino le loro vite trasformate per sempre, e quella di Fakir che non c’è più, e tanto mi basta per fare una riflessione fuori dai processi, e sentire che le responsabilità sono molto più diffuse di così. Barbara Spinelli, avvocata di Fakir, ha scritto un post molto bello e ci richiama a una responsabilità individuale, oltre che collettiva. Il post finisce così: “Ci sono richieste ormai improrogabili da vedere realizzate, per le quali lottare e scioperare: la revisione delle tecniche di contenimento in uso, con esclusione di quelle che espongono al rischio di asfissia posizionale, una formazione sistematica su uso proporzionato della forza, de-escalation, primo soccorso e non discriminazione; l’istituzione di un meccanismo indipendente di indagine sulle condotte delle forze di polizia; la raccolta e pubblicazione sistematica di dati sulle morti avvenute in custodia o in occasione di operazioni di polizia. Fakir ne sarebbe orgoglioso…”. Di queste possibilità vorrei ragionare. Come fare per ottenerle. Non abbocchiamo alla propaganda degli sciacalli fascio leghisti, facciamo qualcosa. Tutti sanno che il mestiere in divisa, “un mestiere qualunque” cantava Primo Brown, è un lavoro pieno di contraddizioni, di difficoltà, di fragilità umane e professionali, e prima di misurare le responsabilità dei due poliziotti mi piacerebbe fare una riflessione sui due uomini, e sulle migliaia di altri uomini e donne che, malgrado tutto, fanno un mestiere qualunque. Nel caldo torrido che brucia l’Europa e un pezzo di mondo, le nostre città non sono vivibili per la maggior parte delle persone. In questo caldo torrido, a Roma, ad esempio, molti quartieri restano continuamente senza luce e senza acqua, e senza aria per respirare… I telefoni del numerico unico d’emergenza, il 112, squillano ininterrottamente giorno e notte. Le persone stanno male, cercano aiuto, chiamano. Gli operatori del 112 rispondono appena possono, spesso dopo minuti di attesa, spesso ascoltando persone esasperate, arrabbiate, disperate. Risse, furti, aggressioni, violenze domestiche, rapine, incendi, fughe di minori, truffe, e psichiatrici… tante chiamate per segnalare per esempio persone con disturbi psichiatrici o stati di agitazione. Chiamano i familiari o cittadini spaventati… Come probabilmente è successo a Bologna. Gli operatori del 112 devono restare lucidi, capire la richiesta, processarla, inoltrarla al servizio giusto, alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco, all’emergenza sanitaria, a tutti insieme. Per farlo anche loro aspettano in linea che qualcuno gli risponda. Nel frattempo gli utenti possono perdere le pazienza, insultarli, buttare giù il telefono. È un lavoro prezioso, delicato e difficile, e non è assistito da un’equipe di psicologi che li aiuti a prevenire il burn out, né gestito con turni umani, il turno di notte dura dieci ore. Quindi dopo un po’ di mesi o anni così scappi via a cercare un altro lavoro. Come in tutti i lavori, alcuni lo fanno molto bene, e salvano vite, e altri no. La costante è che sono sottonumero, mal organizzati di fronte alla certezza che non basteranno a gestire le emergenze. Questo processo si ripete identico quando la telefonata raggiunge il servizio competente: poche pattuglie disponibili, poche ambulanze disponibili, molta attesa in linea, molti agenti che rischiano la loro vita ogni giorno per un salario ridicolo, mal visti da molti. Sì, ci sono molti agenti che invece fanno male il loro lavoro, screditando così anche i loro colleghi migliori, che commettono abusi di potere, che si lasciano corrempere, che uccidono per futili motivi. Come per il 112 i servizi di cura e benessere per le forze dell’ordine, una selezione molto attenta dei candidati, la formazione, gli strumenti di prevenzione del burn out, il giusto dimensionamento degli organici, sempre sotto numero, non sono da decenni una priorità di chi governa. Sulle carceri non mi devo esprimere, ho il presentimento che sulla condizione in cui vivono agenti e detenuti ne sappiamo abbastanza: una cosa tipo l’inferno, sempre, ma d’estate anche peggio, con tassi di violenza e suicidi altissimi. In questo sistema che uccide io non indosso una divisa, ma sento che abbiamo una responsabilità condivisa con chi la indossa, sento che qualcosa di diverso la possiamo e la dobbiamo fare, che giudicare, imprecare, restare attoniti, non basta e non serve. Venticinque anni oggi dalla morte di Carlo Giuliani. Nel frattempo il decreto sicurezza e altri provvedimenti che mirano alla fascistizzazione delle forze dell’ordine, pazzi mitomani che tengono il mondo in scacco e un’idea di futuro che fa sempre più paura. Serve restare umani, e restare lucidi. Scrive ancora Barbara Spinelli: “Basta processare Fakir, chi era, cosa faceva. Era un lavoratore, era gentile. Era rammaricato di aver dovuto licenziare alcuni dipendenti per il calo di lavoro…”. “Non chiedetevi chi era Fakir. Chiedetevi perché è morto mentre era nelle mani di chi aveva il dovere istituzionale di tutelare la sua vita, perché era nella loro custodia. Chiedetevi se è obbligatoria la formazione per eseguire le manovre di contenzione, se oltre alla polizia anche i sanitari e parasanitari la studiano e sanno come intervenire mentre viene eseguita per verificare i segni di vitalità, chiedetevi se sia l’unico strumento possibile per contenere persone in fase in di fermo di polizia. Chiedetevi quante persone sono morte a causa di questa manovra, o della sua scorretta esecuzione, e di che colore e nazionalità erano. Chiedetevi perché ancora una volta un arabo e al Pilastro al centro del mirino. Chiedetevi se vogliamo aprire un dibattito serio sulla formazione ed identificazione dei poliziotti e lavorare per avere una polizia democratica e rispettosa dei diritti umani, per evitare nuovi Cucchi e Aldrovandi ecc.ecc. Chiedetevi se è giusto morire nelle mani dello Stato, che sia in un carcere sovraffollato, durante una manifestazione o nel corso di un fermo di polizia…”. -------------------------------------------------------------------------------- Loris Antonelli, educatore nella periferia di Roma -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Viviamo in un sistema che uccide proviene da Comune-info.
July 21, 2026
Comune-info
Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza
I MOVIMENTI CONTRO LA GUERRA, IN TUTTE LE LORO SFUMATURE, HANNO OGGI UN PROBLEMA ENORME. GLI ARGOMENTI RAZIONALI USATI PER DIMOSTRARE L’INSENSATEZZA DELLA RISPOSTA MILITARE NON SEMBRANO IN GRADO DI CONVINCERE PERSONE SMARRITE E IMPAURITE. NON BASTA DIMOSTRARE CHE OGNI DENARO SPESO IN ARMI È SOTTRATTO AD ALTRE SPESE FONDAMENTALI. NON BASTA RICORDARE CHE LA DETERRENZA DIFENSIVISTA È UNA TRAGICA FALSITÀ. NON BASTA PIÙ NEMMENO FARE APPELLO AL DIRITTO INTERNAZIONALE. SE VOGLIAMO LA PACE DOBBIAMO QUINDI RIMOTIVARE IL NO ALLA GUERRA NELLA SUA ESSENZA E INTEREZZA, SCRIVE PAOLO CACCIARI. LA PACE È DISARMATA E DISARMANTE O NON È. LA GUERRA VA SCONFITTA INNANZITUTTO SUL PIANO DELLA LEGITTIMITÀ MORALE. L’IDEA CHE POSSA ESISTERE UNA “GUERRA GIUSTA” HA APERTO LE PORTE ALLA ODIERNA BARBARIE Foto Donne In Nero Parma -------------------------------------------------------------------------------- Tanto più i capi di governo presentano lo stato di guerra permanente da loro creato come normale e inevitabile, tanto più sarebbe necessario sviluppare una critica radicale alla guerra, contestandone l’essenza: la violenza come logica di regolazione delle relazioni tra le persone, le comunità, gli stati. Di fronte alle campagne in corso di mobilitazione patriottica delle masse contro nemici pronti a mettere in pericolo i nostri confini, la nostra identità culturale, persino religiosa, e, soprattutto, il nostro benessere economico, gli argomenti “razionali” a nostra disposizione fin qui usati per dimostrare l’insensatezza della risposta militare non sembrano in grado di convincere persone smarrite, impaurite da una prolungata stagnazione economica, culturalmente destabilizzante e precarizzante. Per sottrarre consenso all’escalation militare non basta dimostrare che ogni denaro speso in armi è sottratto al welfare (il keynesismo militare è una bufala, lo hanno scritto gli stessi economisti nei rapporti delle Nazioni Unite). Non basta nemmeno ricordare che la deterrenza difensivista (secondo la vulgata “se vuoi la pace prepara la guerra”) è una tragica falsità: se ciascuno si arma per sentirsi più sicuro, tutti saranno sempre meno sicuri. Non solo: con l’aumento della potenza (e diffusione) dei sistemi d’arma “ibridi” aumenta anche la probabilità di uno scontro armato “fuori controllo”. Non basta più nemmeno fare appello al diritto internazionale, ai patti e ai trattati in una fase storica in cui ogni singolo stato nazionale si sente sovrano in punta di diritto nello stabilire per proprio conto come e quando (anche preventivamente e oltre i suoi confini) usare la potenza bellica. Giuste argomentazioni economiche, geopolitiche e giuridiche contro le guerre hanno (in parte) retto le diplomazie delle cancellerie degli stati fino a quando è rimasta memoria delle due guerre mondiali. Oggi, per molti motivi, non è più così. Crollato il precario (oltre che iniquo) equilibrio dei rapporti di forza tra nord e sud del mondo, tra le aree di influenza geopolitiche e tra le classi sociali, siamo tornati al Leviatano puro: ciò che conta è la volontà di potere e la logica di potenza degli stati e dei gruppi sociali che se ne sono impadroniti. La guerra non è un evento eccezionale, imprevisto e indesiderato. È l’espressione massima e coerente della violenza organizzata, pianificata, finanziata e strutturata in un sistema di relazioni sociali basate sul predominio, la coercizione, la predazione delle risorse naturali, l’accumulazione e la concentrazione della ricchezza. Il neoliberismo è un’ideologia che ha avvelenato il sentire comune anche delle vittime, se è vero che un commerciante pluriassassino è diventato l’emblema della difesa della libertà, un generale misogino e xenofobo leder politico, il presidente psicopatico degli US il capo dell’internazionale delle destre. Ciò di cui ci dobbiamo preoccupare è che sono riusciti a far cadere il tabù della guerra e a sdoganare la sicurezza armata, la repressione del dissenso e delle giuste rivendicazioni degli esclusi, degli impoveriti. Peggio, i nuovi miliardari tecnoligarchi delle Big Tech si sono reinventati teologi e foraggiano sette religiose (cristiane e/o giudaiche, fa lo stesso) per arringare le masse in vista di una nuova Armageddon, la battaglia finale tra il bene e il male. Loro, intanto, si prendono avanti sul Giudizio universale assicurandosi gli appalti del Pentagono e sperimentandoli a Gaza. Se vogliamo la pace dobbiamo quindi rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza. La formulazione sintetica più giusta mi pare sia quella fornita dal papa Prevost: un’idea di “pace disarmata e disarmante” (Leone VIX, 1° gennaio 2026). Una politica di pace efficace risponde alla guerra con il disarmo, la smilitarizzazione, la descalation della violenza. La guerra va sconfitta innanzitutto sul piano della legittimità morale. Sempre Leone XIX ha scritto: “L’abisso del male [è] racchiuso nella guerra e, in generale, in ogni violenza” (Magnifica Humanitas, §217). È la dimensione etica della politica che è andata perduta in un malinteso realismo che ha coinvolto anche moderati e progressisti. L’idea che possa esistere una “guerra giusta” (umanitaria, risolutiva, a fin di bene…) ha aperto le porte alla odierna barbarie. Se il tema è come imparare a convivere in pace risanando le relazioni umane tra le persone, allora la politica dovrebbe mettere al primo posto la dimensione mentale, psicologica e spirituale che è alla base del vivere in comune. -------------------------------------------------------------------------------- Paolo Cacciari ha aderito alla campagna Un tetto Comune. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ENRICO EULI: > Mettere in gioco la nonviolenza. Adesso -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Rimotivare il no alla guerra nella sua essenza e interezza proviene da Comune-info.
July 21, 2026
Comune-info
33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Distruggere le società per consolidare il dominio
-------------------------------------------------------------------------------- Memorabilita festival (luglio 2026) promosso dal Centro Fonti San Lorenzo (“Solidarietà, mutualismo, cultura dal basso”) e i cittadini del quartiere Fonti a Recanati (Mc) -------------------------------------------------------------------------------- Per imporre il capitalismo, era necessario disciplinare i corpi dei contadini espropriati dai latifondisti, in modo che, una volta entrati nei “mulini del diavolo”, fossero disponibili allo sfruttamento. Oltre alla fame e alla repressione, il panopticon veniva utilizzato per disciplinare corpi e menti, poiché lo sfruttamento richiede una precedente sottomissione. Con il panopticon sopraffatto dalla resistenza, il controllo prende il suo posto per neutralizzare le moltitudini e consentire la continua accumulazione di capitale su altre scale e in altri spazi. In questi tempi di declino imperiale, di aspro conflitto tra potenze capitalistiche, di irruzione di popoli indigeni e di donne in lotta, le strategie del sistema si sono mutate: per appropriarsi dei beni comuni, principale modalità di accumulazione in questo periodo, è necessario distruggere le società. Si tratta di spezzare il legame sociale, la solidarietà tra le persone, che è ciò che ci permette di affermare di vivere in una società con norme, culture, tradizioni e obiettivi condivisi. Le lotte di classe si verificano all’interno di una singola società, ma ora ci troviamo a un altro livello: la fase genocida del sistema. La distruzione dei rapporti sociali permette l’eliminazione sistematica di interi settori della società con totale impunità, con la passività della maggioranza. Come vengono distrutti i rapporti sociali? Le classi dominanti ne sono diventate esperte, poiché il loro dominio è minacciato se le società mantengono rapporti di solidarietà tra le persone, perché è questo che permette loro di ostacolare o prevenire l’espropriazione. Un breve e incompleto elenco dei modi in cui il sistema distrugge le società getta luce sulle attuali modalità di oppressione che, per perpetuarsi, necessitano di demolire i rapporti umani. Il primo e più potente strumento è la paura, la violenza indiscriminata contro chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Non è più necessario assassinare o far sparire chi partecipa alle organizzazioni, chi lotta contro il sistema, come accadeva decenni fa. Per quanto terribile, quella violenza aveva uno scopo: disorganizzare chi combatteva. Ora si diffonde in ogni direzione, ma sempre dall’alto verso il basso. La distruzione e lo sfollamento delle comunità per il controllo delle risorse comuni, la cosiddetta Quarta Guerra Mondiale dell’EZLN, implica anch’essa l’uso e l’abuso della violenza. La guerra contro i popoli e le comunità indigene, considerati un ostacolo all’accumulazione tramite espropriazione, mira a distruggere la comunione tra le persone e tra queste e la natura; da qui lo sfollamento forzato. Questo metodo è diverso e complementare al precedente: utilizza metodi simili e ha obiettivi analoghi, ma è mirato, mentre la guerra in corso colpisce l’intera popolazione. La fase finale emerge quando individui e comunità perdono ogni speranza, soccombendo alla disperazione, come quella vissuta dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti. Questa modalità di annientamento dei popoli, analizzata dal filosofo Giorgio Agamben, ha oltrepassato i confini delle campagne per inglobare intere porzioni dei territori che il capitale cerca di controllare. Un quarto modo in cui le relazioni umane vengono distrutte è attraverso i programmi sociali governativi che, individualizzando i sussidi, lacerano le comunità urbane e rurali, rendendo le persone vulnerabili al sistema finanziario che le rende schiave del consumismo e del debito. Oltre agli Stati, anche i gruppi paramilitari e la criminalità organizzata svolgono un ruolo significativo nell’enorme distruzione delle relazioni sociali a cui stiamo assistendo. Tutti gli attori sistemici convergono nel saccheggio delle comunità e della natura, a prescindere dal fatto che i governi siano progressisti o conservatori. I proprietari delle fabbriche avevano bisogno di persone nelle fabbriche e nella società, come operai e come consumatori. Ecco perché Henry Ford aumentò i salari dei suoi operai da due a cinque dollari al giorno nel 1914 e limitò la giornata lavorativa a otto ore, cinque giorni alla settimana. In un certo senso, quel datore di lavoro sfruttatore si “prendeva cura” dei suoi lavoratori perché dipendeva da loro. Ora, noi che ci troviamo in fondo alla scala sociale siamo completamente sacrificabili e, in molti casi, ostacoli per il capitale. Come possiamo resistere e lottare per cambiare il mondo quando gli agenti del cambiamento sono sacrificabili? Stiamo appena iniziando a intravedere la risposta, grazie ai molteplici movimenti di resistenza che stanno attraversando questo continente. Contadini, operai, insegnanti e studenti, comunità indigene e nere, periferie urbane e territori colpiti dalle industrie estrattive stanno difendendo la vita e i beni comuni, l’acqua e la terra, con le proprie mani, come madri in cerca di aiuto. Solo aderendo a queste forme di resistenza possiamo invertire la tremenda crisi della sinistra e del pensiero critico: camminando al fianco del popolo. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada Raúl Zibechi ha aderito alla campagna Un tetto Comune: “Non esiste un nuovo mondo senza spazi di incontro. Senza territori abitati da coloro che sognano ma al tempo stesso costruiscono le relazioni sociali e il legame con la natura che ci permetteranno sia di sopravvivere al Collasso sia di dare vita al nuovo. Un nuovo mondo che deve essere diverso da quello che conosciamo, costruito con altri materiali. Il più importante di questi, quello che deve plasmare il nuovo mondo, è la fraternità, il legame tra coloro che sono in basso”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Distruggere le società per consolidare il dominio proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Il primo amico e il primo nemico
-------------------------------------------------------------------------------- Laboratori creativi ed espressivi, storytelling, giochi cooperativi e attività motorie, cura degli orti didattici: sono alcune delle attività promosse in Cisgiordania da AICS Jerusalem ACS (foto Vento di Terra) -------------------------------------------------------------------------------- Come mi scrive un amico scienziato che ama riflettere, l’evento fondamentale nella storia del vivente è stato la comparsa di un microrganismo capace di provare dolore. Questa tesi va ovviamente precisata, premettendo – o aggiungendo – a «dolore» «piacere». Se mettiamo in relazione questa fondamentale capacità del vivente con quanto Aristotele scrive sulla percezione della sensazione di esistere («sentire che viviamo è di per sé dolce, perché la vita è un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene»), possiamo allora dire che la forma primordiale della capacità di provare piacere o dolore si riferisce al fatto stesso di esistere, al sentirsi vivere. Alla sensazione della dolcezza del vivere corrisponde, infatti, quella, simmetricamente opposta, in cui per qualche ragione – o persino senz’alcuna ragione apparente – sentirsi vivere è doloroso. La frase di Aristotele che abbiamo citato fa parte del trattato sull’amicizia che occupa i libri ottavo e nono dell’Etica nicomachea. Dopo aver definito la dolcezza della sensazione di vivere, Aristotele aggiunge che la stessa dolcezza la proviamo per l’esistenza dell’amico e l’amicizia è questo con-sentire (synasthanesthai) (al)l’esistenza di un altro uomo, che diventa per questo un “altro me stesso” (heteros autos). Non solo vi è una sensazione dell’esistenza, un sentirsi vivere, ma questa sensazione è già sempre condivisa, è già sempre consentimento dell’esistenza dell’altro; e l’amicizia è l’istanza di questo con-sentire (al)l’esistenza dell’amico nel sentimento stesso dell’esistenza propria. Sarà allora possibile svolgere questa tesi in relazione all’altra polarità della sensazione di esistere, in cui questa appare non più gioiosa, ma dolorosa. Al con-sentire (al)l’esistenza dell’amico corrisponderà ora il con-sentire (al)l’esistenza del nemico. E se la coppia amico-nemico definisce secondo Schmitt la politica, allora a fondamento della politica stanno il piacere e il dolore che definiscono la sensazione umana di esistere e il con-sentimento dell’esistenza dell’altro ad essa inerente. Amicizia e inimicizia, amore e odio, il philein del philos e l’echthairo dell’echthros non rimandano a una dottrina degli affetti, ma sono innanzitutto due fondamentali categorie ontologico-politiche. Se percepiamo la sensazione di vivere come dolce, allora siamo nell’amicizia e nella pace, se la percepiamo invece come odiosa, cadiamo nella guerra e nell’inimicizia. Ancora una volta, alla base della nostra relazione con gli altri sta il rapporto con noi stessi, il modo in cui con-sentiamo (al)la nostra esistenza determina il modo in cui ci situiamo nel mondo. Il primo amico e il primo nemico siamo noi stessi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARINA GARCES: > Indagare l’amicizia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il primo amico e il primo nemico proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA E RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa. L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza. Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste. Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino… Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono. Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori. La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo. Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo. “GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai. E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza. Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio. Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza. Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie. Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Gli umani di Riace
A RIACE, VINCERE È L’ULTIMA DELLE PREOCCUPAZIONI. I GIOCHI ANTIRAZZISTI CELEBRANO DA QUASI TRENT’ANNI LO SPORT COME SPAZIO DI INCONTRO, MEMORIA E RESISTENZA COLLETTIVA. UN RACCONTO DI PERSONE, SQUADRE E COMUNITÀ CHE CONTINUANO A OPPORSI AL RAZZISMO, DENTRO E FUORI DAGLI STADI Foto di Matteo Patrono -------------------------------------------------------------------------------- Ci sono premi ai quali, in questo speciale torneo che va avanti da trent’anni, tutti tengono meno. Ma alla fine, proprio alla fine della manifestazione, in un tripudio di bandiere, torce e striscioni, mentre le casse fraternamente messe a disposizione dai palermitani del “Mediterraneo antirazzista” continuano a sparare a ruota la celebre “K’mon, k’mon, antifa hooligan” del gruppo street punk veronese Los Fastidios, arriva il momento di attribuire anche quelli. Se nel mondo dello sport, a tutti i livelli, ormai l’unica cosa che conta è vincere, ai “Giochi antirazzisti” di Riace vincere è proprio l’ultima delle preoccupazioni. Qui. Perché quasi ovunque, invece, avviene il contrario. Chi può negare, infatti, che il desiderio di vincere sia ormai diventato talmente pervasivo e ossessivo da aver emarginato, in piscine, campi e palestre, qualsiasi approccio diverso? Chi non ritiene ormai grottesche le ipocrite frasi di convenienza che, quasi settimanalmente, citano De Coubertin presentandolo come un modello, per poi calpestarne i valori un minuto dopo, liberando le peggiori pulsioni narcisistiche? Qui l’aria che si respira è tutta un’altra. Ma alla fine, visto che si è giocato, vengono attribuiti anche quei premi. Ai bolognesi di “Progetto Ultrà”, quindi, che hanno affrontato in finale, ai rigori, i ragazzi degli “O Boy Squad”, e alla storica società di pallavolo romana “Polisportiva Città Futura”, che ha battuto la celebre e sempre presente ai Giochi “Palestra Popolare Gino Milli” di Bologna. Ma gli applausi ricevuti dai vincitori non sono stati maggiori di quelli riservati a tutti gli altri. Premiata “Lazionet” per il suo impegno e per la costanza con la quale, da tantissimi anni, si batte contro il razzismo. Oggi la curva della Lazio non è né più né meno schierata a destra di tante altre, ma, all’inizio del percorso di conquista degli spalti attraverso slogan e parole d’ordine xenofobe e violente, contrastarla era un gesto a dir poco eroico. Aver continuato a farlo senza cedere a intimidazioni e minacce è ammirevole. Premiato “Esquilino Football Club” per aver portato il maggior numero di giovani atleti e aver dimostrato che si possono coniugare attività sportiva e politica anche nelle scuole calcio, se lo si vuole. Il riconoscimento “Primavera antifascista” è quindi andato alla squadra di questo complesso, ma altrettanto bel rione romano. Alla coloratissima e divertente compagine delle “Silvia’s Sixteen” è andato il premio “Presa a bene per Claudia”, messo in palio proprio da “Lazionet”, che ha voluto così ricordare la figura di una loro carissima compagna di strada, prematuramente scomparsa l’anno scorso in un incidente di moto. Maria Claudia Benincà, oltre a essere un’attivista conosciutissima a Roma, specialmente nel quadrante sud, era infatti molto legata a questo gruppo di storici frequentatori dei “Giochi antirazzisti” e con loro, l’anno scorso, era scesa a Riace. Di tutta la cerimonia è stato sicuramente il momento più toccante: tanti gli occhi lucidi e inevitabile qualche lacrima, perché il suo ricordo è ancora vivido. Un titolo speciale, poi, inedito — il “premio drone” — è andato alla performer messicana Ana Teresa Fernández, che, per denunciare la deriva disumana tipica del nostro tempo, ha fatto disporre i partecipanti sulla spiaggia, riprendendoli poi dall’alto mentre componevano la scritta S.O.S. in codice Morse. Le immagini, riprese con un drone finalmente usato per ragioni di carattere estetico, artistico e politico, e non militare, come purtroppo molto più spesso ci capita di sentire, vogliono davvero contribuire a lanciare un grido d’allarme. Ed è davvero un S.O.S. quello che si cerca di inviare con quanta più forza possibile attraverso i “Giochi antirazzisti”: uniamoci! Stiamo vicini! Resistiamo! Avanti, avanti! Sono fatte così le persone, i compagni, le compagne e i militanti che, insieme a “Progetto Ultrà” e a Carlo Balestri, continuano, spesso contro ostacoli molto grandi — non insormontabili, ma molto grandi —, a promuovere questa iniziativa ormai giunta quasi al trentennale. Non tutti, soprattutto i più giovani, quelli che oggi portano avanti progetti importantissimi come la “Scuola di italiano per migranti di Bolognina”, o le ragazze e i ragazzi di “Mediterranea”, ricordano infatti quanto violenta e offensiva fosse diventata, intorno alla metà degli anni Novanta, molta parte del movimento ultras alle nostre latitudini. Pochi, forse, sanno quanto fossero diventate quotidiane le offese contro i giocatori di pelle nera quando Carlo Balestri ebbe l’idea di organizzare un festival di sport e cultura antirazzista che facesse da cassa di risonanza per quella parte delle tifoserie e della società italiana che non sopportava i “buuu”, gli “scimmia”, i “negro de m…”. Dall’olandese Aaron Winter al camerunense François Omam-Biyik, quanti episodi odiosi ci ritornano in mente andando indietro con la memoria a quel periodo. Quanto furono ipocrite e accondiscendenti le istituzioni sportive nel tollerare il fenomeno, prima di prendere seri provvedimenti e arrivare a chiudere le curve e a sospendere le partite. Oggi affrontiamo un momento diverso, nel quale proprio le incertezze e le timidezze di chi ha governato, a destra o a sinistra, hanno contribuito a determinare uno slittamento. Affrontare il razzismo, istituzionale e sociale, è una sfida complessa, che ha bisogno, dentro e fuori dagli stadi, di molti nuovi contributi. E non è certo a iniziative come queste che possiamo immaginare di delegare una responsabilità enorme come quella di arginare fenomeni ai quali neanche i più pessimisti pensavano di dover assistere. Perché, se è vero che la violenza contro l’alterità culturale ha raggiunto, anche in altri momenti della storia del nostro Paese, vertici di gravità che non dobbiamo dimenticare, oggi inquieta e allarma l’idea che possa farsi largo tra le persone un progetto di “remigrazione” violenta. Se, quindi, manifestazioni come i “Giochi antirazzisti” non possono costituire il solo antidoto, possono però assolvere a quella importantissima funzione di raccordo e condivisione delle esperienze che, almeno una volta l’anno, riempie il cuore: vedere persone e realtà diverse avvicinarsi e conoscersi un po’ di più. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gli umani di Riace proviene da Comune-info.
July 16, 2026
Comune-info
Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale
LE GUERRE NEI TERRITORI AFRICANI, CONTRARIAMENTE ALLE NARRAZIONI RAZZISTE OCCIDENTALI, NON SONO UN RESIDUO DI ARRETRATEZZA: RAPPRESENTANO SEMMAI UNA DELLE FORME PIÙ AVANZATE DEL CAPITALISMO ESTRATTIVO CONTEMPORANEO. DEL RESTO, IL CAPITALISMO POGGIA SEMPRE PIÙ SU DUE PILASTRI ESTRATTIVI TRA LORO INTRECCIATI: I COMBUSTIBILI FOSSILI E I COSIDDETTI MINERALI CRITICI, INDISPENSABILI PER LA DIFESA, I SEMICONDUTTORI, LE TECNOLOGIE DIGITALI E L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE -------------------------------------------------------------------------------- Sudan: foto di Randy Fath su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, la «calma» Europa scopre di nuovo la guerra alle porte di casa — e per di più ancora una volta una guerra di bianchi contro bianchi. L’attacco russo è il culmine di un conflitto che risale almeno al 2014: dietro il pretesto della tutela delle minoranze russofone del Donbass si agita in realtà un più lungo conflitto tra Stati Uniti e Russia, ereditato dalla guerra fredda e alimentato dall’accerchiamento che la NATO conduce da decenni ai confini russi1. Il nostro sguardo eurocentrico — o meglio occidentalcentrico, e in ciò già razzializzato nel modo stesso in cui contabilizza i morti civili — si accorge della guerra solo ora che è tornata vicina, e ora che i missili ci ricordano la nostra vulnerabilità collettiva: l’Oreshnik russo, IRBM con gittata fino a 5.500 chilometri, attraversa l’Europa in pochi minuti e si è rivelato difficilmente intercettabile. Eppure, considerando l’intero globo, dalla fine della Seconda guerra mondiale la guerra non è mai scomparsa dal pianeta: è sempre stata fra noi. Siamo noi, i “tranquilli” europei occidentali, e non essa, ad essere stati l’eccezione, e a esserlo stati solo a patto di dimenticare in fretta che la guerra era già tornata in Europa, nei Balcani, negli anni Novanta2. La guerra non è un’anomalia del modo di produzione capitalistico: ne è un elemento permanente. Come osservava Henri Lefebvre, essa è costitutivamente intrecciata ai processi di accumulazione del capitale e di ristrutturazione delle forze produttive3. Non un’interruzione della normalità, ma una delle sue forme di riproduzione. L’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo4 ci ricorda che circa metà della popolazione mondiale vive in Paesi coinvolti in un conflitto o sotto minaccia di tensioni armate. I conflitti armati attivi censiti dall’Atlante sono 32; con la guerra aperta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran agli inizi del 2026 — successiva alla chiusura del volume — diventano 33, cui si sommano 22 aree di crisi e una decina di missioni ONU disseminate dal Kashmir al Sahara Occidentale. Solo nell’Africa subsahariana le guerre in corso si contano a decine — Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Camerun, Repubblica Centrafricana, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo —: quasi nessuna arriva ai nostri telegiornali. La guerra non è dunque un’eccezione: è la condizione ordinaria del sistema internazionale contemporaneo e del modo di produzione capitalistico. Guerra e accumulazione del capitale Come Karl Marx aveva ben compreso e spiegato, il modo di produzione capitalistico non è semplicemente un sistema economico basato sullo scambio e sul mercato: è un modo di produzione fondato sulla valorizzazione del capitale attraverso lo sfruttamento del lavoro e l’appropriazione della natura. Esso abbisogna dunque di certi particolari rapporti sociali, prerequisiti fondamentali perché possa funzionare, e questi rapporti sono spesso generati, e riprodotti, attraverso la violenza5. Poiché la sua logica fondamentale è l’accumulazione — non come scelta, ma come necessità strutturale: un capitale che non si espande si dissolve — questa continua riproduzione non avviene spontaneamente: richiede territori, risorse, forza lavoro, e — ogni qual volta necessario — violenza. Non a caso Marx stesso, ma anche Rosa Luxemburg6, Hosea Jaffe7 o Ranabir Samaddar8, solo per citare alcuni studiosi molto importanti, hanno sottolineato il nesso originario tra colonialismo e modo di produzione capitalistico. In particolare nel capitolo XXIV de Il capitale, che Marx dedica all’accumulazione originaria, questo nesso tra espropriazione e violenza è descritto sia storicamente che teoricamente come momento fondativo del capitalismo: la separazione violenta dei produttori diretti dai loro mezzi di produzione, terre comuni recintate, comunità dispossessate, corpi messi al lavoro coercitivamente. Di conseguenza ogni volta che il capitalismo apre un nuovo fronte estrattivo o affronta una delle sue crisi cicliche o compete con altri capitalismi, ricomincia da capo questo processo. Rosa Luxemburg dimostra che il capitale non può riprodursi in un sistema chiuso: ha bisogno strutturale di un esterno — territori non ancora mercificati, economie non ancora integrate — da cui estrarre risorse e in cui scaricare le proprie contraddizioni. Vladimir I. Lenin radicalizza questa analisi: l’imperialismo non è un’aberrazione morale, ma la fase necessaria e matura del capitalismo monopolistico, in cui la competizione tra capitali diventa competizione tra Stati per il controllo dei mercati e delle materie prime. La guerra imperialista non è un incidente: è l’esito logico di questo processo. David Harvey9, riprendendo e attualizzando Marx, sostiene che l’accumulazione per espropriazione (accumulation by dispossession) non appartiene al passato coloniale — è una logica operante oggi, nelle forme del land grabbing (appropriazione della terra), della privatizzazione dei beni comuni, della finanziarizzazione delle risorse naturali. Il capitalismo contemporaneo non ha superato la violenza originaria dell’accumulazione di cui parlava Marx: l’ha istituzionalizzata, globalizzata, resa norma giuridica e geopolitica. Ranabir Samaddar sostiene che il colonialismo non è un capitolo chiuso della storia: è una struttura persistente, adattiva, che si riproduce nelle forme contemporanee del controllo delle risorse, come della gestione delle popolazioni in eccesso e della militarizzazione delle frontiere10. In una prospettiva complementare, Sandro Mezzadra e Brett Neilson mostrano come il capitalismo contemporaneo si organizzi sempre più attraverso una pluralità di “operazioni del capitale”, nelle quali estrazione, logistica, finanza, infrastrutture e controllo delle frontiere agiscono come dispositivi integrati della valorizzazione. L’estrattivismo non riguarda quindi soltanto l’appropriazione di risorse naturali, ma si inserisce in una più ampia architettura operativa che connette territori, lavoro, circolazione delle merci e potere geopolitico11. Ognuna di queste tesi andrebbe ulteriormente approfondita e declinata, anche empiricamente, per poterne comprendere l’importanza euristica nei confronti delle trasformazioni attuali del modo di produzione capitalistico, ma non abbiamo qui lo spazio per farlo. Quello che ci preme sottolineare qui invece, è che, anche alla luce di queste tesi, negli ultimi venti anni il concetto di estrattivismo — sistematizzato in particolare da Eduardo Gudynas12 — è divenuto una delle chiavi di lettura importanti dei fenomeni trasformativi del modo di produzione capitalistico e dei suoi riflessi in quella che chiamiamo geopolitica. Esso infatti designa uno dei movimenti principali delle nuove forme del processo continuo di accumulazione, oggi che alcune risorse classiche e nuove sono fondamentali per la difesa, l’industria e il continuo e crescente fabbisogno energetico dei settori più avanzati del capitalismo. Non designa infatti solo l’industria mineraria o petrolifera in senso stretto. Comprende qualsiasi pratica di estrazione di risorse naturali caratterizzata da grande volume e intensità, orientata all’esportazione come materia prima greggia o minimamente lavorata13. Vi rientrano le monoculture di esportazione e tutte le forme di land grabbing a uso industriale intensivo: pratiche che producono sistematicamente espropriazione della terra, espulsione delle comunità e distruzione della forza lavoro locale, oppure l’estrazione dei fossili, dei minerali critici o delle cosiddette terre rare, alla base di molte guerre contemporanee. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Stiamo sprofondando nella tormenta -------------------------------------------------------------------------------- Il capitalismo contemporaneo poggia su due pilastri estrattivi tra loro intrecciati: i combustibili fossili — ancora oggi cuore energetico dell’industria globale — e i cosiddetti minerali critici, indispensabili per la difesa, i semiconduttori, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale (IA). Quest’ultima, in particolare, richiede quantità enormi di energia e di acqua per il raffreddamento dei propri sistemi, rappresentando così una nuova domanda di estrattivismo. Emerge qui una contraddizione strutturale: i minerali critici necessari alla cosiddetta transizione energetica vengono estratti mediante processi industriali che consumano combustibili fossili. La “soluzione” riproduce il problema. La transizione non è una fuoriuscita dall’estrattivismo — è la sua ultima frontiera. A legare insieme tutto questo vi è la logistica: infrastruttura materiale del modo di produzione capitalistico, condizione di possibilità del commercio globale di materie prime e terreno privilegiato dei conflitti contemporanei. Le guerre si combattono intorno a porti, choke points (punti di strozzatura), corridoi, rotte, gasdotti. Il controllo dello spazio estrattivo è ormai inseparabile dal controllo dello spazio logistico e militare. Quanto sta avvenendo nello Stretto di Hormuz, uno dei principali choke points attraverso cui transita una quota rilevantissima del petrolio mondiale, ne costituisce un esempio paradigmatico. Tutto questo non avviene senza conflitti, o come forma di resistenza contro la devastazione comunitaria e ambientale, o per interessi che si contrappongono al grande capitale che sfrutta o tenta di sfruttare queste risorse. Le comunità espulse dai territori estrattivi non scompaiono in silenzio: resistono. Ed è precisamente questa resistenza — dei movimenti locali, delle popolazioni indigene, delle forze armate irregolari come l’M23 in Congo — che rende necessaria la militarizzazione delle zone di estrazione. La guerra non arriva dopo l’estrattivismo: lo accompagna, lo protegge, lo rende possibile. Guerre invisibili e dimenticate: Sudan e Congo È dentro questo contesto che due guerre molto importanti, ma non fra bianchi, sono invisibili nonostante la tragica conta dei morti, di gran lunga superiore ad alcune delle guerre tra bianchi — ammesso che abbia senso fare una classifica delle guerre, per me è solo un artificio retorico funzionale a svelare la nostra ipocrita retorica —, sia per i sistematici crimini di guerra che per le crisi umanitarie che ne derivano, oltre alla devastazione ambientale: la guerra in Sudan e quella nel Congo. Entrambe rappresentano laboratori drammaticamente interessanti per il nesso tra guerra, accumulazione del capitale ed estrattivismo. In Sudan, dietro il conflitto scoppiato nell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi e le Rapid Support Forces (RSF), non vi è soltanto una lotta per il potere politico, ma per il controllo di risorse strategiche decisive: l’oro del Darfur, i giacimenti petroliferi e le rotte commerciali che collegano il Corno d’Africa al Mar Rosso. In questo conflitto si intrecciano interessi locali, regionali e globali: Emirati Arabi Uniti, Egitto, Russia, Iran e altre potenze sostengono direttamente o indirettamente le parti in guerra per garantirsi accesso alle risorse e influenza geopolitica. In particolare la Russia gioca su entrambi i tavoli: mentre il Cremlino consolida i rapporti con le Forze Armate Sudanesi — fino al progetto di una base navale sul Mar Rosso, a Port Sudan, in cambio di forniture militari — il gruppo Wagner (oggi Africa Corps) ha sostenuto le RSF, che controllano gran parte delle miniere d’oro del Darfur. Attraverso società collegate come Meroe Gold, secondo i dati della banca centrale sudanese, tra il febbraio 2022 e il febbraio 2023 sono stati contrabbandati circa 1,9 miliardi di dollari in oro: risorse che hanno contribuito a finanziare lo sforzo bellico russo in Ucraina aggirando le sanzioni contro la Russia. Non è privo di significato che il 24 febbraio 2022, lo stesso giorno dell’invasione dell’Ucraina, il capo delle RSF Hemedti si trovasse a Mosca, ospite di Wagner. L’oro occupa una posizione centrale. Le miniere del Darfur, spesso sfruttate attraverso lavoro coercitivo, devastazione ambientale e sfollamento delle popolazioni locali, alimentano reti di contrabbando che raggiungono i mercati internazionali. Non è un caso che numerosi osservatori abbiano individuato proprio nel controllo di queste aree estrattive uno degli obiettivi strategici delle forze armate che si contendono il territorio. La guerra non distrugge soltanto: ridisegna i rapporti di proprietà, disciplina la forza lavoro, espelle comunità intere e rende disponibili nuove risorse ai circuiti globali dell’accumulazione. Il costo umano è immenso. Secondo diverse stime, il conflitto ha già provocato centinaia di migliaia di vittime dirette e indirette, milioni di sfollati interni e rifugiati, la distruzione sistematica di infrastrutture civili, ospedali e reti di approvvigionamento alimentare. Le Nazioni Unite parlano della più grave crisi umanitaria contemporanea: decine di milioni di persone dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere e vaste aree del Paese sono esposte al rischio di carestia. A ciò si aggiungono crimini di guerra, pulizie etniche, stupri sistematici e massacri di civili, in particolare nel Darfur, che numerosi osservatori internazionali descrivono come pratiche riconducibili a una logica genocidaria. Eppure il Sudan occupa uno spazio marginale nell’immaginario mediatico occidentale. Non perché il numero delle vittime sia inferiore a quello di altre guerre, ma perché la gerarchia implicita delle vite umane continua a operare anche nella produzione dell’informazione. Se l’Ucraina ha mostrato quanto l’Europa sia sensibile alla sofferenza quando essa colpisce popolazioni percepite come vicine, il Sudan rivela il rovescio di questa stessa logica: milioni di africani possono essere travolti dalla guerra, dalla fame e dalle migrazioni forzate senza che ciò produca una mobilitazione politica e simbolica comparabile. Anche in questo caso la razza non è un residuo del passato, ma un principio attivo di organizzazione dello sguardo globale. Il Sudan ci ricorda che il problema non è soltanto chi muore, ma chi viene considerato degno di lutto. Anche la morte, il dolore, la sofferenza, nel capitalismo globale contemporaneo, continuano a essere organizzate secondo linee di colore, posizione geopolitica e utilità economica. Un secondo importante laboratorio riguarda la Repubblica Democratica del Congo, tra i maggiori produttori mondiali di coltan, il minerale da cui si ricava il tantalio, componente essenziale di smartphone, laptop, sistemi d’arma e semiconduttori. Secondo l’USGS la RDC ha fornito circa il 40% della produzione mondiale di coltan nel 2023; la sola miniera di Rubaya, nel Nord Kivu, vale attorno al 15% dell’offerta globale. Il coltan congolese è dunque un nodo decisivo della filiera digitale e militare mondiale. Proprio per questo motivo il Congo orientale è teatro ininterrotto di conflitti armati da oltre trent’anni. Il gruppo M23 — sostenuto dal Ruanda e con documentati legami con interessi estrattivi internazionali — controlla militarmente alcune delle aree minerarie più ricche del Kivu, inclusa proprio Rubaya. Ed anche in questo caso la confluenza di interessi locali, regionali e globali è altissima: il Ruanda come attore regionale diretto, la Cina che domina l’estrazione mineraria congolese e gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno mediato un accordo tra RDC e Ruanda legato proprio all’accesso ai minerali. L’obiettivo non è la conquista territoriale in senso classico: è il controllo della filiera estrattiva e delle catene del valore. Le comunità locali vengono espulse, le miniere artigianali smantellate o subordinate, la forza lavoro disciplinata attraverso la violenza. Ciò che appare come “conflitto etnico” o “instabilità regionale” è, nella sua struttura profonda, una forma di accumulazione per espropriazione, nel senso che prima Marx e poi Harvey hanno dato a questo concetto. Le guerre nei territori africani, contrariamente alle narrazioni razziste occidentali, non sono un residuo di arretratezza: rappresentano semmai una delle forme più avanzate del capitalismo estrattivo contemporaneo. Le zone di sacrificio non producono inoltre solo devastazione ambientale: producono popolazioni in eccesso. Comunità private della terra, della sussistenza, della possibilità stessa di riprodurre la propria vita, costrette a muoversi non per scelta ma per sopravvivenza. Le migrazioni contemporanee dal Sud globale verso l’Europa e il Nord America non sono un fenomeno umanitario separato dalla questione estrattiva: ne sono l’effetto diretto. Chi fugge dal Congo, dal Sahel, dallo Yemen, dall’Honduras non fugge dalla povertà in astratto (peraltro la correlazione migrazione uguale povertà non regge): fugge dalla spoliazione concreta di territori che il capitalismo globale ha deciso di trasformare in riserve di materie prime. Al nesso tra guerra, accumulazione e capitalismo bisognerebbe dunque aggiungere anche quello tra gli stessi e le migrazioni, interne e internazionali, anche se le cifre sono molto meno grandi di quelle spiattellate dalla retorica securitaria contro la mobilità umana. La guerra e la militarizzazione di questi territori sono dunque anche il modo attraverso cui si stabilisce chi presidia le zone di estrazione e i corridoi di transito, come nel caso dello Stretto di Hormuz, da cui passa una quota decisiva del greggio mondiale. Quella geografia militare e bellica non è casuale. Le guerre non proteggono le democrazie: presidiano le risorse, le rotte, i corridoi estrattivi. Là dove ci sono minerali critici, idrocarburi, terre rare ci sono basi militari, gruppi armati, frontiere militarizzate. Ed anche l’industria della frontiera non è separata dall’industria estrattiva: è la stessa logica, le stesse aziende, lo stesso capitalismo che estrae risorse nel Sud e governa i corpi alle porte del Nord. La posta in gioco non è più solo lo sfruttamento del Sud globale: è il controllo delle catene di approvvigionamento dei minerali critici che rendono possibile l’economia digitale, la difesa avanzata, l’intelligenza artificiale. Litio, coltan, cobalto, terre rare: sono la nuova geografia del potere mondiale. Chi li controlla — dove si estraggono, come si lavorano, chi li trasforma — tenta di controllare e governare il capitalismo del XXI secolo. Questa competizione alimenta conflitti che non sono più solo tra centro e periferia, ma tra i centri stessi: tra gli Stati Uniti e la Cina, tra blocchi imperiali rivali che si contendono l’accesso alle risorse estrattive, ai mercati, alle rotte logistiche. Come aveva intuito Lenin, la competizione tra capitalismi nazionali produce inevitabilmente guerra. La novità è l’intensità: la compressione simultanea di crisi energetica, corsa ai minerali critici, riarmo generalizzato e destabilizzazione climatica rende questa fase particolarmente esplosiva. È anche per queste ragioni che la lotta contro ogni guerra, insieme a un nuovo internazionalismo delle popolazioni oppresse, dovrebbe essere un pilastro di una autentica sinistra e dei movimenti anticapitalisti. -------------------------------------------------------------------------------- 1 N. Chomsky, «Outdated US Cold War Policy Worsens Ongoing Russia-Ukraine Conflict», intervista di C. J. Polychroniou, Truthout, 23 dicembre 2021. truthout.org 2 Vale la pena ricordare che la stessa NATO ha condotto in Europa, contro un Paese europeo, la prima grande operazione offensiva della sua storia: l’operazione Allied Force, 78 giorni di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), dal 24 marzo al 10 giugno 1999, senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e legittimati con la retorica dell’«intervento umanitario». La stessa Independent International Commission on Kosovo avrebbe poi definito quell’azione «illegal but legitimate» (The Kosovo Report, Oxford University Press, Oxford, 2000): formula che condensa l’operazione ideologica di trasformazione della guerra in dovere morale. Sul suo rovescio critico si vedano D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi, Torino, 2000, e N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from Kosovo, Common Courage Press, Monroe (ME), 1999 3 H. Lefebvre, Lo Stato nel mondo moderno, Dedalo, Bari, 1977, p. 80 (vol. I di De l’État, 4 voll., 1976-1978) 4 Associazione 46° Parallelo E.T.S. (a cura di), Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo, 14ª ed., Terra Nuova Edizioni, Firenze, 2026 5 Sul nesso tra accumulazione capitalistica, violenza di Stato e coercizione si veda A. Bihr, La préhistoire du capital. Le devenir-monde du capitalisme. Tome I, Éditions Page deux, Lausanne, 2006 6 R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale. Contributo alla spiegazione economica dell’imperialismo e Ciò che gli epigoni hanno fatto della teoria marxista. Una anticritica, introduzione di P. M. Sweezy, trad. di B. Maffi, Einaudi, Torino, 1968 7 H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Jaca Book, Milano, 1976, p. 9. Dello stesso autore si veda anche Il colonialismo oggi. Economia e ideologia, Jaca Book, Milano, 1970, in particolare le pp. 37-54 8 R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020; I. K. Mitra, R. Samaddar e S. Sen (a cura di), Accumulation in Post-Colonial Capitalism, Springer, Singapore, 2017 9 D. Harvey, The New Imperialism, Oxford University Press, Oxford, 2003 10 Sul rapporto tra migrazioni, accumulazione e capitalismo postcoloniale si veda R. Samaddar, The Postcolonial Age of Migration, Routledge, London-New York, 2020 11 Sul nesso tra estrattivismo, logistica, infrastrutture, frontiere e nuove forme di valorizzazione del capitale si veda S. Mezzadra e B. Neilson, Operazioni del capitale. Capitalismo contemporaneo tra sfruttamento ed estrazione, Manifestolibri, Roma, 2021 12 E. Gudynas, Extractivismos. Ecología, economía y política de un modo de entender el desarrollo y la Naturaleza, Centro Latino Americano de Ecología Social (CLAES) – Centro de Documentación e Información Bolivia (CEDIB), Cochabamba, 2015 13 Su questi aspetti si veda anche A. Bednik, Estrattivismo, a cura di R. Cantoni, Orthotes, Napoli-Salerno, 2025 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Guerre invisibili dell’accumulazione del capitale proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) -------------------------------------------------------------------------------- Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ELENA GIULIANI: > 20 luglio 2001, Genova… -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
Ridisegnare un’altra città
IL DIRITTO ALLA CITTÀ, DICONO TANTI SPAZI SOCIALI E OCCUPAZIONI ABITATIVE DI ROMA, PRENDE FORMA E SI ESPANDE QUANTO PIÙ BENI E RELAZIONI SONO SOTTRATTE AL PROFITTO. PER QUESTO C’È CHI NEGA IN TUTTI I MODI QUEL DIRITTO. IN QUESTO CONTESTO DALL’ANGELO MAI E LUCHA Y SIESTA, DA ACROBAX A CASALE GARIBALDI, PASSANDO PER CASALE FALCHETTI, ESC ATELIER, PALESTRA POPOLARE SAN LORENZO, CASETTA ROSSA, ARARAT, LSA100CELLE, BRANCALEONE, SPIN TIME NON SMETTONO DI IMMAGINARE, RIDISEGNARE E CREARE IN BASSO, LÌ DOVE È ANCORA POSSIBILE CAMBIARE IN PROFONDITÀ LE RELAZIONI SOCIALI, UN’ALTRA CITTÀ, DA SOTTRARRE AI PRIVATI CHE SPECULANO SU BENI E TERRITORI PER RESTITUIRLA A CHI LA VIVE E LA ABITA: IN QUESTE SETTIMANE, PER QUEL GRANDE “DISEGNO” COLLETTIVO, HANNO INDIVIDUATO ANCHE UNA LORO AGENDA Foto Andrea Valeri (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- La città che vogliamo? L’eccedenza di fa programma, si potrebbe dire, in un sistema che ormai mette a profitto anche l’aria. Si scherza su ciò che di base è la verità, all’assemblea sit-in indetta nel parco San Sebastiano da3 protagonist3 della vita artistica e culturale dell’Angelo Mai dopo i sigilli apposti dalla questura la notte tra il 27 e il 28 giugno. L’ennesimo atto proditorio che è diventato l’occasione per ricomporre i percorsi dei tanti spazi sociali così come delle occupazioni abitative, e fare fronte comune per rivendicare il diritto alla città a misura della vita delle persone. La chiamata è stata immediata, e la risposta è stata generale. Tantissim3, furios3, determinat3. Perché l’Angelo Mai sconta dalla sua prima occupazione nel 2004 a Monti un atteggiamento persecutorio fatto di sgomberi, sigilli, labirinti burocratici per non arrivare mai all’assegnazione, perché questa è la modalità fotocopia che tutti gli spazi subiscono, a cominciare da quelli ormai sgomberati, perché questa volta si è attivata la questura, brandendo l’obbligo del certificato di prevenzione incendi (CPI) stringente dopo la tragedia di Crans Montana. Lecito, se non avessero chiuso il teatro (non soggetto al provvedimento) ma solo la parte dove la messa a norma deve essere ultimata. Continuiamo l’elenco? Eccolo: perché che intervenga la questura sa di scelta politica e non amministrativa, perché infilarsi nel labirinto kafkiano delle norme amministrative vuol dire rimanere impantanati a produrre documenti, un tempo rubato alle attività, alle iniziative, all’organizzazione, alla sistemazione, alla vita degli spazi sociali della città. E sono tanti, va detto (lo avevamo raccontato nell’AmMappa! prodotta durante l’occupazione del Globe nel 2021, una preziosissima mappa di tutti gli spazi sociali, e delle diverse condizioni in cui si trovavano). Un tema su cui in tant3, a cominciare da Lucha y Siesta, hanno posto l’accento: la solitudine – e quindi gli ostacoli decuplicati – dei percorsi che ciascuno ha fatto, una conseguenza della delibera 104 approvata poi nel 2022, ma fondamentalmente disapplicata nella sua sostanza: essere uno strumento per legittimare queste esperienze, rovesciando il valore di mercato misura di tutte le cose con il valore dell’attività umana di servizio. La cura contro lo sfruttamento. Ecco l’eccedenza, tutto ciò che non può essere messo a profitto. Ed è esattamente il perno dell’inclusione di tutte le esperienze presenti, comprese quelle come LOA Acrobax che hanno scelto di non misurarsi con la delibera. Ma che sono a tutti gli effetti determinanti per la vita sociale di questa città. E che insieme agli altri, Casale Garibaldi, Casale Falchetti, Esc Atelier, Palestra Popolare San Lorenzo, Casetta Rossa, Ararat, LSA100celle, Brancaleone, tanto per elencarne alcuni fra gli altri, comprese le occupazioni abitative come Spin Time, pretendono di ridefinire le regole. A cominciare dall’inosservanza della delibera 104: dalla sostenibilità dei canoni in termini di economia sociale alla questione bandi inesistente mentre è prevista l’assegnazione e persino la condivisione se c’è più di una richiesta sullo stesso spazio, previa accordo fra le parti; quel “comma 22” che è l’imputazione di lavori e costi “senza titolo di possesso” neanche fossero vuoti a perdere; il “diritto di prelazione” di chi è già occupante; l’assegnazione gratuita di tutti gli spazi, occupati e liberi, seguendo la stessa procedura messa in atto per l’ex Rialto. Questi i punti messi a fuoco nelle successive due assemblee tenute a Spin Time, che hanno prodotto la necessità di stilare un documento comune che metta insieme tutte le esigenze, sociali, culturali e abitative per ridisegnare un’altra città, da sottrarre ai privati che speculano su beni e territori per restituirla a chi la vive e la abita. Un programma comune, che consenta di restituire tempo alla cura e all’immaginario, al gioco e alla condivisione, ora così compresso e sottratto alle tantissime attività e alle altrettante potenzialità da mettere in campo. La prima tappa di questo percorso sarà il 30 luglio, quando a Casale Garibaldi la direzione tecnica del Municipio V si presenterà “per un sopralluogo” indipendentemente dalla presenza dell3 attivitst3. Una vera provocazione, non solo perché di sopralluoghi ne sono stati fatti a iosa, ma perché vuol dire ritenere di poter agire impunemente solo per il fatto di avere un ruolo. Qui sta un nodo determinante, che la stessa delibera 104 contiene: parlare di “Roma Capitale proprietaria” degli spazi come se quest’ente non fosse incarnato da tutt3 3 cittadin3, ma una superfetazione del potere chissà come determinato dal voto. Una dinamica patriarcale che deve finire, per fare posto ad un’autentica condivisione ben più orizzontale. Di questo anche si parlerà a settembre, per il ventennale di Renoize, il festival organizzato da Acrobax nel nome di Renato Biagetti, ucciso dai fascisti il 27 agosto 2006 a Focene. “Colpire uno vuol dire colpire tutt3”: è il segnale che arriva da questo essersi ritrovat3, vale per 3 compagn3 come per gli spazi. Ed è chiaro a tutt3 che l’intervento della questura è il segnale d’allarme di una fase politica su un brutto crinale. Forse lo sanno anche dall’amministrazione comunale, dal momento che pochi giorni dopo la mobilitazione un comunicato stampa dell’assessorato al patrimonio fa sapere di aver istituito una “task force” (e già la definizione è insopportabile, se il linguaggio è importante) per gli spazi sociali e culturali, a cui segue una telefonata all’Angelo Mai per informare che è stata fatta domanda per il dissequestro dello spazio. Che queste prese di posizione siano la conseguenza della mobilitazione? O magari della denuncia ormai generalizzata dello scandalo dell’assegnazione gratuita dell’ex Rialto S. Ambrogio? Se non è un gioco delle parti seguiranno sicuramente atti concreti, a cominciare dall’ascolto finalizzato ad un radicale cambiamento nella gestione della città. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ridisegnare un’altra città proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo
GENOVA È STATA PER MOLTI E MOLTE UN SEGNALIBRO CHE ABBIAMO APPOSTO ALL’INTERNO DELLE NOSTRE VITE. IN QUELLE STRADE SI SONO INCONTRATI DUE SECOLI: IL NOVECENTO DEI PARTITI E DEI SINDACATI ORGANIZZATI, CON LA SUA GRAMMATICA DI RAPPRESENTANZA E CONFLITTO, E IL DUEMILA DELLE LOTTE IN UN CAMPO NUOVO, TRANSNAZIONALE, SENZA CONFINI, PRIVO DI UN CENTRO E PROPRIO PER QUESTO DIFFICILMENTE ADDOMESTICABILE. LA DIAGNOSI DEL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI FU LUCIDA QUANTO ANTICIPATRICE. UNA RIFLESSIONE A PARTIRE DAL LIBRO DI LORENZO GUADAGNUCCI, CHIEDO SCUSA SE VI PARLO DEL G8 DI GENOVA -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Lorenzo Guadagnucci, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia), e mi ritrovo a fare i conti con un groppo alla gola e un nodo allo stomaco asfissiante. Ogni giorno che passa si avvicina sempre di più la data sul calendario che ci ricorda che saranno trascorsi 25 anni dal G8 di Genova 2001. In tutti questi anni Genova mi ha perseguitato, mi ha tolto il sonno, ha scandito la mia vita da militante, mi ha ricordato, ogni volta che ho messo piede in una piazza per rivendicare un mondo migliore per me stesso e per chi mi succederà dopo, che quei tre giorni del 2001 continuano a presentarsi al banco della storia a chiedere il conto di quello che siamo stati e non siamo stati in questi venticinque anni. Ho cercato a lungo di fare pace con quella stagione, l’ho vissuta, l’ho studiata e ristudiata, l’ho approfondita, ne ho divorato ogni aspetto dell’analisi, me la sono portata finanche davanti a una commissione di laurea, ha innervato la mia formazione politica e alimentato la linfa della mia militanza nei partiti. Non ci sono riuscito e non ci riesco, come non ci riescono tanti compagni e tante compagne, perché tutto ciò che si sta verificando oggi, nel terribile e orribile mondo di oggi, è figlio della vittoria militare del potere costituito contro il movimento dei movimenti che espresse la più feroce, articolata e scientifica critica della globalizzazione neoliberista. E spesso, durante questi venticinque anni, ho parlato di Genova e di cosa fosse quel movimento, chiedendo scusa se ogni ragionamento partisse da lì, come se ne fossi ossessionato. Lorenzo Guadagnucci ha ricomposto i miei pensieri e, con questo bellissimo libro, mi sento meno solo nel chiedere scusa se parlo ancora del G8 di Genova 2001. Scorrendo le pagine, la sensazione che ne ricavo è che Genova è stata un segnalibro che abbiamo apposto all’interno delle nostre vite, e che abbiamo perso e mai più ritrovato, il punto in cui una generazione aveva collocato la propria narrazione prima di smarrirne la direzione. Ma quella direzione va ripresa, perché oggi paghiamo il prezzo di quello smarrimento. Genova 2001 è stata lo spartiacque storico, culturale e politico più importante del lungo Novecento, seconda, io dico, solo al crollo dell’Unione Sovietica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In quelle strade si incontrarono due secoli: il Novecento dei partiti e dei sindacati organizzati, con la sua grammatica di rappresentanza e conflitto, e il Duemila delle lotte in un campo nuovo, transnazionale, senza confini, privo di un centro e proprio per questo difficilmente addomesticabile. Il cosiddetto movimento dei movimenti non fu un soggetto unitario, e la sua coesione era in parte negativa, costruita più contro un avversario riconosciuto che attorno a un progetto condiviso. Ma la sua diagnosi fu lucida quanto anticipatrice. La generazione di Genova contestò il deficit democratico di una governance transnazionale che deliberava sulle vite di miliardi di persone sottraendosi a ogni forma di responsabilità pubblica. I ragazzi di Genova denunciarono la finanziarizzazione dei mercati come dispositivo di espropriazione. Le ragazze di Genova nominarono la mercificazione dei beni comuni e l’erosione della sovranità democratica prima che tali processi diventassero senso comune. Certo, è difficile parlare di Genova senza parlare di quella che fu la risposta dello Stato come misura esatta di quanto quelle diagnosi fossero pericolose per il capitalismo. Carlo Giuliani cadde in piazza Alimonda il 20 luglio, e con lui cadde l’illusione che il conflitto potesse restare simbolico. La notte tra il 21 e il 22, l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini contro persone disarmate, addormentate, sedute con le mani alzate, e poi le sevizie sistematiche nella caserma di Bolzaneto, non possono che essere definite macelleria messicana. Le forze dell’ordine in assetto di guerra producevano un messaggio disciplinare. La macelleria prese il sopravvento storico sulle istanze e sulle idee di quella generazione, sostituendo l’immagine del corteo con quella del corpo martoriato. Poi, appena due mesi dopo, l’11 settembre. La torsione securitaria e la militarizzazione del discorso che ne seguirono riorganizzarono l’intera agenda globale attorno alla dialettica sicurezza-minaccia, spostando il baricentro del discorso pubblico dalla giustizia sociale alla difesa dell’ordine, dalla critica del capitale alla guerra al terrore. Il vocabolario dell’emergenza fece carta straccia del vocabolario dell’alternativa. È qui, in questa sovrapposizione temporale quasi crudele, che si consuma la ragione per cui Genova è diventata il segnalibro perduto. Il libro di Lorenzo Guadagnucci impone però un bilancio che rifiuta tanto l’autocelebrazione quanto la nostalgia, perché entrambe sono forme di resa. Quelle diagnosi sono state confermate dai fatti: la crisi del 2008 ha mostrato la finanziarizzazione come macchina di socializzazione delle perdite, l’austerità ha esibito il carattere post-democratico della governance economica europea, la deriva dei meccanismi neoliberisti ha prodotto esattamente le fratture sociali che erano state annunciate. E tuttavia la profezia si è avverata contro i suoi profeti. Quella capacità di denuncia non si è convertita in capacità di costruzione: il movimento seppe nominare la catastrofe assai meglio di quanto sapesse edificare l’ordine che avrebbe dovuto sostituirla. Il vuoto lasciato da quella incompiutezza lo hanno riempito i fascismi e i nazionalismi che oggi imperversano nel nostro paese, offrendo alla rabbia sociale una risposta identitaria e regressiva laddove mancava una risposta emancipatrice. La sovranità che Genova rivendicava come democratica e redistributiva è stata riscritta come sovranità etnica e securitaria. C’è di più, e riguarda il presente più stretto. Il potere che a Genova si annidava nelle istituzioni finanziarie transnazionali si è concentrato in un pugno di attori privati che controllano le infrastrutture stesse dell’esistenza collettiva: i dati, il calcolo, le reti, i sistemi di pagamento, l’intelligenza artificiale. Quegli stessi attori oggi, che oggi chiamiamo Musk, Thiel, Trump…, estraggono valore dalla sorveglianza sistematica del comportamento umano, trasformato in materia prima dell’accumulazione. I tecno-monarchi che oggi negoziano con gli Stati da pari, dettano le regole del discorso pubblico e arrogano a sé prerogative quasi-sovrane sono la forma matura di quel potere privato irresponsabile che il movimento di Genova aveva individuato quando ancora indossava la maschera più anonima della governance. La critica di allora era diretta verso un potere che decide senza rispondere, che dispone dei beni comuni sottraendoli al controllo democratico, ed è oggi più letterale di quanto lo fosse allora. Il monopolio non è più soltanto economico, è infrastrutturale e cognitivo. E la posta in gioco che la nostra generazione urlò ai quattro venti, la sovranità, la redistribuzione della ricchezza, il controllo democratico sui poteri privati, non è affatto invecchiata. È diventata la questione centrale del nostro tempo. Ecco perché Genova è il nostro appuntamento a Samarcanda. Nella favola messa in musica da Vecchioni il fuggitivo galoppa lontano dalla morte proprio verso il luogo in cui l’appuntamento era fissato. In questi venticinque anni hanno tentato di farci credere di aver chiuso i conti con quei giorni, di aver eluso la responsabilità che grava sulle scelte di un’intera classe politica, e invece ogni volta ci ritroviamo là dove pensavamo di non dover più tornare. Genova ci presenterà il conto finché non capiremo che quella stagione non è un ricordo da onorare ma un lavoro da riprendere: la sua diagnosi va portata a compimento, la sua incompiutezza va colmata, la sua sconfitta va rovesciata in punto di partenza. Riprendere Genova per scacciare i fantasmi della storia è l’unico esercizio di memoria e di coscienza collettiva che può rischiarare tempi che prestano voce a rancori sordidi e fobici, che danno forma agli istinti più bassi e feroci. A Genova avevamo ragione. Ma dirlo così è dire ancora troppo poco, e per venticinque anni ci siamo accontentati di troppo poco, quasi ci vergognassimo di rivendicare persino quella. Non avevamo semplicemente ragione noi: avevano torto loro, avevano torto allora e hanno torto adesso. “Voi G8, Noi 6.000.000.000”: otto giganti della terra deliberavano sulla vita di sei miliardi di persone senza mandato, senza doverne rispondere, arrogandosi il diritto di decidere del bene di tutti come cosa propria. E poiché di quell’arrogazione non hanno mai risposto, il loro torto resta la sostanza di questo presente. A Genova avevamo ragione. L’abbiamo ancora. E finché quella ragione resterà inevasa, l’appuntamento resterà fissato. Genova non è mai finita, e il libro di Lorenzo Guadagnucci testimonia che la fatica che ci portiamo appresso da venticinque anni per costruire un mondo migliore, un altro mondo possibile, non sarà fatica sprecata. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTO: > Genova 2001 – 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo proviene da Comune-info.
July 12, 2026
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