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Non è questione pedagogica
IN MIGLIAIA DI GIOVANI E GIOVANISSIMI, SENZA SIGLE E SENZA PAURA HANNO MANIFESTATO IN TANTE CITTÀ. POTREBBERO FARLO OGNI SABATO, MALGRADO DECINE DI FERMI PREVENTIVI IN APPLICAZIONE DEGLI ULTIMI DECRETI SICUREZZA. LO FANNO PERCHÉ SONO SEMPRE DI PIÙ GLI ESCLUSI, I NUOVI POVERI, QUELLI CHE DEVONO SOLO GUARDARE, ASPETTARE, DESIDERARE, RINCORRERE, FARSI SOTTOMETTERE MA ANCHE PRODURRE E SEMPRE BRAMARE IL LUSSO. LA PRIMA DOMANDA, SCRIVE ANDREA SATTA, CHE BUONA PARTE DEGLI ADULTI DOVREBBERO FARSI NON È SE È GIUSTO SPACCARE LE VETRINE. LA DOMANDA È: SE COSTRUIAMO PERCORSI DOVE MI FAI DESIDERARE TUTTO IL TUO BENESSERE, PERCHÉ DOVRESTI SENTIRTI SICURO DI POTERTELO GODERE PER SEMPRE NELLE LUCI SOFFUSE DELLA TUA AGIATEZZA? Foto Milan in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Non è questione pedagogica, né va fatta una crociata moralistica, non c’è questo in ballo. Il sistema propone l’irraggiungibile, non il pane. Non sono più i tempi dei poveri di Totò con i vestiti di tre taglie più grandi e gli spaghetti rubati, infilati nelle tasche. Oggi i poveri sono obesi, mangiano troppo e male, ingoiano calorie e immagini, cibi e ultra-processati, catene e filiere multinazionali. Diventare una star dei social equivale a comprarsi una Ferrari. Oggi, sabato 24 ottobre, alla Stazione Centrale di Milano, sono in attesa della coincidenza di un treno e insieme a tutto il resto del mondo sono in piedi a guardare i tabelloni rullare. Non c’è un posto a sedere in tutta la Stazione Centrale che pure è grande. Scientemente non è possibile sedersi. Io e pochi altri possiamo attendere nel lounge, con i vetri fumè, a bere qualcosa, comodi, in attesa dell’uscita del binario. Noi sì, tutti loro e sono migliaia, no. Loro devono guardare, aspettare, desiderare, educati a sbavare a rincorrere, a volere. Devono volere e farsi sottomettere, produrre, arricchirsi, inseguire e in qualche modo raggiungere un surrogato che plachi la frustrazione. E se un giorno un gruppo di ragazzini ancora non sufficientemente ammaestrati, ma allevati a bramare il lusso e alla durezza che se è mio e mio e se tu non puoi non puoi, s’incazzano e si fottono tutto quello che gli si è sempre sventolato davanti e negato, ti meravigli? Se gli sbatti in faccia il tuo successo, anzi il tuo potere perché prima o poi qualcuno non dovrebbe reagire sovvertendo tutto e prendendosi quello che gli si è sempre fatto annusare? Non c’è politica in questo, non c’è niente, c’è di avere impostato un sistema che pettina tutto in un verso fino al nodo, puntando sul fatto che l’unica reazione sia adeguarsi e sgobbare. E può darsi che un giorno qualcuno spacchi tutto. È giusto? No. Ma è questa la domanda da farsi? No. La domanda è se io costruisco un percorso dove mi fai desiderare tutto il tuo benessere, perché dovresti sentirti sicuro di potertelo godere per sempre nelle luci soffuse della tua agiatezza? È uscito il binario, in prima classe c’è più posto per le gambe e ti offrono il caffè. Fino a che siamo vivi. “‘A livella” non esiste. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non è questione pedagogica proviene da Comune-info.
October 25, 2026
Comune-info
Comune ogni giorno è là: nutrimento, informazione, interrogativi
-------------------------------------------------------------------------------- Comune è tra le sicurezze che ci circondano: ogni giorno è là nutrimento, informazione, interrogativi. Non ne possiamo fare a meno. Sarebbe come togliere acqua in casa. Grazie a tutte tutti coloro che quotidianamente arricchiscono la Casa Comune. [Manuela Baliva] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Comune ogni giorno è là: nutrimento, informazione, interrogativi proviene da Comune-info.
October 24, 2026
Comune-info
Ascoltare i giovani. E offrire loro occasioni per ribellarsi facendo
ABBIAMO BISOGNO DI LIBERARCI DALLA RETORICA SECURITARIA, DELLA SUA FAME DI NUOVI REATI E DELLA SUA CAPACITÀ DI RIDURRE UN’INTERA GENERAZIONE AL FOTOGRAMMA DI UNA VETRINA INFRANTA. MA ABBIAMO ANCHE BISOGNO DI METTERE DA PARTE OGNI ASSOLUZIONE ROMANTICA E STERILE DELLA RIVOLTA. ALLE DOMANDE PORTATE NELLE STRADE IN MODI DIVERSI DA TANTI RAGAZZI E RAGAZZE BISOGNEREBBE RISPONDERE PRIMA DI TUTTO CON L’ASCOLTO. POSSONO ESSERCI D’AIUTO L’IRREQUIETEZZA DI DANILO DOLCI E QUELLA ASSAI DIFFERENTE DI GOFFREDO FOFI PER FAR NASCERE IN QUESTO SCENARIO UNA POLITICA NUOVA. UNA POLITICA CHE, AD ESEMPIO, AFFIDI AI GIOVANI LUOGHI, RISORSE, RESPONSABILITÀ – SCRIVE GIANNI PALUMBO – CHE PERMETTA LORO DI COSTRUIRE GIORNALI, TEATRI, COOPERATIVE, SCUOLE POPOLARI, ASSOCIAZIONI E LABORATORI DI QUARTIERE…” Nella foto di qualche mese fa, due liceali del collettivo “Sindacato R. Margherita” di Palermo provano (invano) ad aprire la porta dell’ex bar della scuola, in stato di abbandono. Nelle prossime settimane, dopo estenuanti tira e molla con scuola e amministrazione comunale, gli studenti e le studentesse passeranno proprio da quella porta per poter accedere al loro nuovo spazio autogestito affidato dalla scuola (leggi Una stanza tutta per loro) -------------------------------------------------------------------------------- Le cronache di questo ottobre hanno il colore “acre” dei fumogeni. Mostrano pietre sull’asfalto, vetrine infrante, caschi serrati, e i ragazzi trascinati via con forza; poi indugiano sul resto, quasi che dentro quel perimetro di vetri rotti fosse racchiusa tutta la verità delle piazze. Intanto, migliaia di studenti e studentesse hanno attraversato le città italiane chiedendo scuole sicure, diritto allo studio, trasporti accessibili, meno precarietà e meno denaro destinato agli armamenti. «Soldi alla scuola, non alla guerra» e «Meno armi, più diritti» sono diventati il respiro comune dei cortei. La risposta del governo ha già trovato la propria lingua. È la lingua rapida della pena: un nuovo reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, punito con la reclusione da due a cinque anni e con multe fino a ventimila euro, accompagnato da aggravanti, fermo preventivo e flagranza differita. Un altro tratto del conflitto sociale viene consegnato al codice penale. È qui, proprio quando la cronaca sembra avere fretta di chiudere il discorso, che bisognerebbe chiamare Danilo Dolci. Farlo sedere idealmente accanto a noi, nel frastuono delle dichiarazioni, e domandargli che cosa vede. Forse ci inviterebbe a sgomberare per un momento il campo dalle sentenze, a disporci in cerchio, a lasciare che ciascuno pronunci la propria domanda. Perché una piazza può essere dispersa in poche ore; la domanda che l’ha riempita, invece, prepotentemente rimane, cammina sotto terra e aspetta. Il lungo ritorno della pena Michel Foucault apre il suo libro Sorvegliare e punire con una scena che lacera la pagina. Parigi, 1757: Robert-François Damiens, colpevole di avere attentato alla vita di Luigi XV, viene condotto nella piazza di Grève e consegnato a un supplizio interminabile. Il corpo diventa il luogo sul quale il sovrano riscrive la propria autorità; la sofferenza è rappresentazione, ammonimento, liturgia politica. Foucault accosta a quel teatro sanguinoso il regolamento di una casa ottocentesca per giovani detenuti: agli uncini e alle tenaglie succedono gli orari, la sorveglianza, l’esame, la disciplina quotidiana. Nessuno squarta più Damiens sulla piazza. Il patibolo è scomparso e la pena ha cambiato abito. Qualcosa di quel gesto remoto riaffiora, però, ogni volta che il potere avverte il bisogno di esibire il castigo per rassicurare una comunità impaurita. La pena viene innalzata come un argine simbolico, la severità occupa lo spazio della comprensione e il numero degli anni di carcere diventa la misura pubblica della fermezza. Perseguire chi ferisce, devasta o mette in pericolo altre persone appartiene alla responsabilità dello Stato. Una democrazia vive anche della certezza che la libertà di manifestare non autorizzi la violenza. Il problema comincia quando l’azione penale invade l’intero orizzonte politico, quando la condotta di alcuni inghiotte la voce di tutti, quando la parola “sicurezza” si fa tanto vasta da lasciare senza respiro la prevenzione, l’educazione, la giustizia sociale. La modernità giuridica nacque precisamente dal rifiuto di questa vertigine punitiva. Nel 1764 Cesare Beccaria insegnò all’Europa che la pena, per essere giusta, deve risultare pubblica, necessaria, proporzionata e la minima possibile nelle circostanze date. La sua intuizione più feconda conserva una semplicità rivoluzionaria: è meglio prevenire i delitti che punirli, e l’educazione rappresenta una delle forme più alte della prevenzione. Concentrare ogni energia sulla pena significa arretrare idealmente al Settecento anteriore ai Lumi, quando il dolore inflitto sembrava poter ricucire da solo l’ordine violato. Due secoli e mezzo di civiltà giuridica ci hanno insegnato a cercare le cause, distinguere le responsabilità, misurare la risposta pubblica, guardare oltre l’istante dell’offesa. La legge giudica gli atti; la politica deve leggere il tempo che li genera. E il nostro tempo parla di precarietà, solitudine, carovita, affitti irraggiungibili, edifici scolastici degradati, fiducia consumata. Parla di ragazzi ai quali viene chiesto di prepararsi al futuro mentre il futuro appare sempre più simile a una sala d’attesa. Nei cortei di ottobre (e non solo in Italia) quelle inquietudini hanno preso una forma precisa: investire nella scuola anziché negli arsenali militari, nella salute anziché nella paura, nella possibilità di vivere anziché nella preparazione permanente alla guerra. Danilo Dolci, o l’arte di ascoltare ciò che nasce Danilo Dolci arrivò nella Sicilia occidentale e scelse di abitare la fame senza trasformarla in folklore. A Trappeto e Partinico incontrò pescatori, contadini, disoccupati, bambini che crescevano in stanze prive di acqua e di speranza. Non portò una dottrina confezionata altrove. Portò domande, tempo, presenza; soprattutto, riconobbe nelle persone una conoscenza intrinseca che il potere aveva ignorato e rispetto alla quale era stato superficiale. Nel 1956 inventò lo “sciopero alla rovescia”: centinaia di disoccupati cominciarono a lavorare gratuitamente per rendere praticabile una strada pubblica abbandonata: la trazzera vecchia di Partinico. La risposta dello Stato con gli arresti fu crudele. Il processo, nel quale Piero Calamandrei assunse la difesa, divenne una disputa sul significato stesso della Costituzione e di quella Repubblica che l’articolo 1 dichiara fondata sul lavoro. C’è già tutto, in quella strada dissestata. Uomini senza occupazione rendono utile la propria forza e trasformano il bisogno in un’opera collettiva; l’autorità riconosce l’infrazione prima ancora della domanda di dignità. È una scena ancora viva, quasi una parabola del presente. Quando la protesta crea uno strappo nell’ordine consueto, lo Stato può limitarsi a vedere lo strappo oppure guardare ciò che, da quello squarcio, diventa finalmente visibile. Dolci chiamò maieutica reciproca il metodo maturato in quegli incontri. Ci si dispone in cerchio, si ascolta, si cerca insieme; chi insegna accetta di imparare e chi è stato condannato al silenzio scopre di possedere una parola. La conoscenza nasce dalla relazione, e la risposta a un problema collettivo prende forma attraverso la partecipazione di coloro che lo vivono. Poi c’è il verso di Danilo Dolci che continua a raggiungerci come una carezza e una responsabilità: «Ciascuno cresce solo se sognato». È un invito a spalancare gli occhi sulla realtà. Sognare qualcuno significa vederlo più grande del suo gesto peggiore, scorgerne la possibilità ancora informe, custodire l’avvenire che lui stesso, talvolta, non riesce più a immaginare. Sognare i giovani chiede molto agli adulti, chiede uno sforzo cosciente. Chiede di non usarli retoricamente come decorazione nei discorsi sul futuro e come bersaglio nei discorsi sulla sicurezza. Chiede scuole nelle quali, banalmente, non piova dal soffitto, biblioteche aperte, consultori, case accessibili, lavoro non umiliante, luoghi nei quali la parola abbia ancora un peso. Chiede la pazienza di ascoltare persino ciò che irrita, ciò che mette in discussione le nostre priorità e incrina la pace apparente delle abitudini. La richiesta dei giovani che manifestano, quella di spostare risorse dagli armamenti al welfare contiene una visione della sicurezza più ampia. Sicura è una società nella quale una malattia non precipita una famiglia nella povertà; nella quale studiare non dipende dal reddito dei genitori; nella quale un adolescente trova adulti capaci di ascoltarlo prima che la rabbia diventi l’unico alfabeto disponibile. La sicurezza germoglia nella fiducia, si costruisce nelle scuole, respira negli ospedali, cresce nei quartieri. Goffredo, nella stanza vuota In questi giorni, di fiducia e smarrimento, ho pensato spesso a Goffredo Fofi, all’amicizia che era nata con lui, già anziano ma giovanissimo nella tempra. Alla telefonata che avrei voluto fargli, alla sua voce impaziente, alla rapidità con cui avrebbe spazzato via le frasi troppo comode, al modo in cui mi avrebbe redarguito brandendo il suo bastone. Ho immaginato una delle nostre conversazioni: le domande, gli scarti improvvisi, qualche giudizio netto, forse un silenzio, poi quella capacità tutta sua di costringerti a guardare il punto che avevi preferito lasciare nell’ombra. La sua dipartita (Goffredo Fofi ci ha lasciati a luglio dello scorso anno a 88 anni. Avevo perso mio padre pochi mesi prima, e poi lui, che ho sempre considerato, senza mai dirglielo, una sorta di secondo padre) pesa anche così: nella stanza lasciata vuota dalle domande che non possiamo più rivolgergli. Ci sono persone la cui assenza non coincide con il silenzio. Continuano a interrogarci; siedono accanto a noi mentre scriviamo; sorvegliano una frase troppo levigata, una certezza troppo facile, un’indignazione che rischia di compiacersi di sé. Non so che cosa avrebbe detto davanti a queste piazze. L’amicizia non concede il diritto di parlare al posto di chi non c’è più. Anzi, chiede una fedeltà più difficile: conservare il dubbio, resistere alla tentazione di trasformare l’amico in un’autorità convocata per confermare ciò che già pensiamo. Goffredo detestava le statue (l’autocelebrazione statuaria del potere ma anche la monumentalizzazione del pensiero. A queste contrapponeva la necessità di abbattere il conformismo iconoclasta attraverso l’esercizio del dubbio permanente, e lo faceva citando spesso Camus, come poi ho imparato a fare io), soprattutto quelle costruite mentre la vita era ancora calda e contraddittoria. Posso soltanto provare a immaginare la direzione del suo sguardo, sapendo che avrebbe potuto sorprendermi e contraddirmi. Avrebbe forse diffidato della retorica securitaria, della sua fame di nuovi reati e della sua capacità di ridurre un’intera generazione al fotogramma di una vetrina infranta. Avrebbe guardato con altrettanta insofferenza ogni assoluzione romantica della rivolta, ogni celebrazione automatica dei giovani come innocenza offesa. Goffredo conosceva bene il rischio di trasformare i giovani in una categoria astratta. Li aveva frequentati, sollecitati, accompagnati per tutta la vita; aveva formato generazioni di artisti, ricercatori e operatori culturali senza chiedere loro obbedienza. Per lui non erano figure da blandire con il paternalismo. Erano persone da mettere nelle condizioni di fare, sperimentare, sbagliare, essere contraddette e trovare la propria strada. Questa sua disposizione veniva anche da lontano. Negli anni Cinquanta, giovane maestro elementare, aveva raggiunto Danilo Dolci in Sicilia. Era stato con lui nel lavoro sociale e educativo, in quell’esperienza nella quale il pensiero cercava continuamente la prova dell’azione. “Allievo” è una parola giusta, purché le si restituisca movimento: Goffredo era uno di quegli allievi capaci di ereditare una lezione discutendola, portandola altrove, sottraendola al culto. Da Dolci aveva appreso l’arte di creare piccole comunità, il valore dell’ascolto e della presenza, l’attenzione verso le vite relegate ai margini. Quel seme avrebbe attraversato il suo lavoro futuro: le riviste, le scuole, i gruppi, le amicizie intellettuali, l’ostinazione con cui cercava voci nuove. Credeva nelle minoranze attive, nei luoghi piccoli e inquieti dove una società può ancora pensare sé stessa prima che il mercato trasformi ogni esperienza in consumo. Dolci ci offre lo sguardo che sogna. Goffredo aggiunge la voce che punge, che verifica il sogno nella materia delle scelte quotidiane. Con lui la speranza perde ogni indulgenza e diventa un compito. Amare i giovani significa offrire loro uno spazio reale, accettare il disordine che portano, sopportare che prendano una strada diversa da quella preparata per loro. Forse, davanti alle cronache di questi giorni, avrebbe domandato anzitutto: quali esperienze concrete stiamo costruendo? Quali luoghi abbiamo consegnato ai ragazzi? Quali strumenti, quali responsabilità, quali possibilità di azione? E forse avrebbe aggiunto, con la sua severità affettuosa: che cosa abbiamo permesso a questi giovani di fare, prima di rimproverarli per ciò che alcuni di loro hanno distrutto? È una domanda che non assolve nessuno. Scava più in profondità dell’assoluzione e della condanna. Ci obbliga a guardare la povertà dell’offerta adulta, le scuole impoverite, i quartieri senza luoghi di incontro, la politica ridotta a comunicazione, la cultura trattata come lusso o intrattenimento. Ci obbliga anche a chiedere ai giovani che cosa intendano costruire, quale disciplina vogliano darsi, come desiderino trasformare la rabbia in organizzazione e la protesta in durata. Goffredo sapeva che la critica può essere una forma esigente della cura. Contraddire un giovane significa prenderlo sul serio, riconoscerlo come interlocutore anziché come destinatario passivo di un sermone. Anche per questo il suo pensiero ci preserva da una rappresentazione sentimentale delle piazze. La violenza conserva il proprio peso, le responsabilità rimangono personali, il danno non si dissolve nella nobiltà di una causa. La società adulta, intanto, conserva la responsabilità di offrire alla rabbia strumenti più fertili del sasso, alla protesta una capacità organizzativa, al dissenso la possibilità di incidere. Nella tensione fra il sogno di Dolci e l’irrequietezza di Goffredo Fofi può ancora nascere una politica. Una politica che affidi ai giovani luoghi, risorse, responsabilità; che permetta loro di costruire giornali, teatri, cooperative, scuole popolari, associazioni e laboratori di quartiere. Una politica capace di restituire il diritto di tentare, perché senza tentativi ogni appello alla partecipazione resta una porta dipinta sopra un muro. È qui che la sola criminalizzazione rivela la propria povertà. Essa fotografa il giovane nell’istante in cui rompe, urla, si copre il volto. Danilo Dolci e Goffredo Fofi lo guardano nel tempo: da dove viene, quale ferita porta, quale energia potrebbe liberare, quale comunità potrebbe costruire. Quello sguardo lungo non cancella la responsabilità individuale. Le impedisce di diventare un destino. La piazza dopo il fumo dei lacrimogeni e dei petardi Quando i fumogeni si dissolvono, sull’asfalto restano molte cose, qualcuno dice che “sembra una guerra” (ma la guerra è quella che stiamo finanziando e alla quale pretendono di prepararci). Restano i danni, che qualcuno dovrà riparare. Restano le paure di chi si è trovato in mezzo agli scontri e la fatica delle forze dell’ordine. Restano anche migliaia di ragazze e ragazzi tornati a casa senza avere lanciato nulla, se non una domanda al Paese. Molti cortei dell’ottobre 2026 si sono svolti pacificamente; a Roma, dopo proteste e lanci di petardi davanti al ministero dell’Istruzione, la manifestazione si è conclusa senza ulteriori tensioni e così in moltissime altre città del Sud. Quella domanda riguarda l’ordine delle nostre priorità. Chiede perché gli arsenali militari sembrino sempre urgenti e la scuola e l’istruzione possano attendere; perché il linguaggio della guerra entri nell’immaginario pubblico così prepotentemente mentre si restringono gli spazi della cura; perché ai giovani si domandi fiducia senza offrire loro prove sufficienti che il domani sia stato pensato anche per loro. Una risposta all’altezza dovrebbe cominciare dall’ascolto e diventare scelta politica: assemblee permanenti nelle scuole e nei territori, bilanci partecipativi, investimenti verificabili nell’edilizia scolastica, sostegno alla salute mentale, diritto alla casa e allo studio, spazi culturali autogestiti, educazione alla nonviolenza e forme di giustizia riparativa. La maieutica di Dolci può uscire dai libri e farsi metodo istituzionale: una maniera più matura di governare il conflitto. Il carcere può fermare una persona. Non ricostruisce il patto tra le generazioni, non ripara una scuola fatiscente, non abbassa un affitto, non restituisce fiducia alla parola pubblica. Una democrazia capace soltanto di sorvegliare finisce per avere paura di tutto ciò che nasce; una democrazia capace di educare riconosce nel dissenso anche una riserva di energia civile. Danilo Dolci ci chiederebbe di sognare quei giovani. Goffredo non posso dire che cosa ci chiederebbe: la sua assenza merita più rispetto di qualsiasi citazione immaginaria. Posso però continuare a interrogarlo nell’amicizia, ascoltando dentro di me quella voce franca che non permetteva alla speranza di diventare alibi. Una voce che invitava a lasciare fare, offrire strumenti, pretendere responsabilità, sopportare la libertà altrui. Foucault ci ricorda di vigilare sul fascino antico della pena; Beccaria, dalla soglia dei Lumi, ci domanda se abbiamo davvero imparato che prevenire è più umano che punire. Dolci affida a ciascuno il compito di sognare l’altro. Goffredo lascia una domanda più ruvida, resa oggi ancora più urgente dal vuoto della sua scomparsa: che uso facciamo della possibilità che intravediamo negli altri? Nel silenzio che segue i cortei, questa è forse la scelta che rimane. Possiamo contare le pietre, fare gli inventari delle macerie materiali e costruire nuove carceri. Possiamo anche raccogliere le domande, aprire le scuole, curare le ferite, restituire futuro. Un Paese che smette di sognare i propri giovani ha già cominciato a perderli. Un Paese che trova il coraggio di ascoltarli, affidarvisi e chiedere loro responsabilità può ancora crescere insieme a loro. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti bibliografici * Giuseppe Barone, Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta. La vita e l’opera di un uomo di pace, Altreconomia, 2007; * Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, Feltrinelli, 2021; * Danilo Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, 1955; * Danilo Dolci, Processo all’articolo 4, Einaudi, 1956; * Danilo Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda, 1988; * Goffredo Fofi, Strana gente. 1960: un diario tra Sud e Nord, Donzelli, 1993; * Goffredo Fofi, Il secolo dei giovani e il mito di James Dean, La nave di Teseo, 2020; * Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1976. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GOFFREDO FOFI: > Quasi ai margini -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ascoltare i giovani. E offrire loro occasioni per ribellarsi facendo proviene da Comune-info.
October 23, 2026
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Altrimenti non si accorgono di noi
-------------------------------------------------------------------------------- unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- “Esistiamo anche noi”. Questo è il messaggio secco, chiaro, a tutto tondo, radicalmente politico, lanciato con le loro scorribande dai protagonisti degli scontri e dei saccheggi dello scorso week-end nei centri di alcune città italiane, ma anche di quelli in corso da molti più giorni in Francia e altrove. Molti, non tutti, minorenni e persino bambini, che Salvini vorrebbe incriminare e carcerare per “associazione a delinquere”. Molti, non tutti, indicati con una crasi che i suoi inventori (ma non sanno che cos’è) hanno istituito tra marocchino e paranza (squadra dedita a piccoli reati): in sostanza, migranti di seconda o terza generazione, molti dei quali già italiani, accomunati dalla povertà; un termine orribile e schifoso, ormai portato all’onore delle prime pagine dei quotidiani e dei titoli di nuovi disegni di legge. Quei ragazzi, per far sapere che “esistono anche loro”, non hanno altri mezzi. D’altronde succede un po’ a tutte le categorie (di giovani e adulti) che protestano: se non ci sono scontri o interruzioni del traffico se ne parla il meno possibile. O per niente. Lo sanno bene operai e studenti in lotta. E non era per saccheggiare i negozi che sono scesi in piazza. A Milano, epicentro di questo “scandalo” nazionale, tutto è cominciato con l’indebito blocco poliziesco di un corteo. E a Torino hanno devastato la libreria Feltrinelli senza portare via nemmeno un libro: non volevano rubare, volevano “spaccare”; forse non sanno nemmeno molto bene che cosa sono i libri. Sicuramente nessuno gli ha insegnato (a scuola o altrove) che a distruggere libri e librerie erano i nazisti, cioè i razzisti di un secolo fa, antesignani e numi ispiratori dei razzisti di oggi: quelli che li vogliono morti affogati, o rinchiusi nei CPR, o relegati nella miseria delle periferie, della disoccupazione, del disprezzo sociale, dell’inedia. Ma di certo quegli scontri sono stati per molti un’occasione irrinunciabile per fare quello che altri possono fare con il denaro che loro non hanno: entrare in un negozio e prendersi l’articolo desiderato. “Che fare?” ci si chiede nell’establishment e tra i suoi corifei. Tutti, senza distinzione, si scandalizzano e ingiungono di rinnegare “la violenza”: quella dei manifestati che rompono qualche vetrina (molte), non quella a cui assistono indifferenti ogni sera davanti al teleschermo e che si svolge a chilometri di distanza; quella che non distrugge vetrine, ma vite umane (a decine di migliaia), intere città, popoli, habitat, civiltà e che non ruba scarpe ma territori e nazioni. Ma con una differenza tra loro: gli uni propendono per la mano forte: più repressione, più carcere, più leggi liberticide (come se non ce ne fossero già abbastanza); gli altri sono per la divisione (divide et impera): separare (ma fare in modo che lo facciano loro) i manifestanti “pacifici” da quelli violenti, due segmenti dal confine indefinito, mobile e aleatorio; distinguere le giuste rivendicazioni dalle azioni criminali: forse rimpiangendo i “sevizi d’ordine” degli anni ’70 del secolo scorso, quando le manifestazioni si facevano tutti ben inquadrati. Ma è una operazione impossibile perché tra quei due “segmenti” della popolazione giovanile non c’è né ci può essere soluzione di continuità. Agitano, in termini generali, temi comuni: il carovita (che vuol dire povertà), la casa (e molti di loro sanno bene che cosa significa abitare case invivibili, o non trovare un posto dove continuare gli studi), la sanità (e chi non ha un parente che non riesce a curarsi?), ma soprattutto la guerra: non la vogliono, né qui né altrove, non vogliono farla, non vogliono essere arruolati, non vogliono che si la insegni a scuola e ovunque. Ma poi, quello che spinge gli studenti a occupare le scuole, a scendere in piazza, ad affrontare le aggressioni poliziesche, è la stessa cosa che anima i cosiddetti violenti: vogliono far sapere che “esistono anche loro”. Perché l’establishment – governo, partiti, media, direzioni didattiche, aziende – non tiene alcun conto di loro e dei loro bisogni (hanno alle costole solo l’esercito: per reclutarli… e dalla loro, per ora, solo quegli insegnanti schierati per difenderli dalle cariche). Né del loro presente, né del loro futuro. Forse sanno meglio degli altri (“i violenti”) sanno che cosa rivendicare (o si stanno chiarendo le idee occupando e manifestando): edifici non fatiscenti e attrezzati, più insegnanti e più aggiornati, programmi nuovi e discussi insieme, scuola aperta al territorio, al confronto con il mondo esterno, alla loro musica, alla scoperta e non alla ripetizione, a un lavoro non precario che ti aspetti, alla possibilità di discutere, a scuola e non altrove, di guerre e pace, di clima e ambiente. Non tanto per costruirsi un diverso futuro (non si fanno illusioni) ma almeno un diverso presente. Tutte cose che la parte più estrema e arrabbiata della loro generazione forse non si sogna nemmeno di chiedere, perché dalla scuola è esclusa a priori anche quando la frequenta. E certo sono in molti a vedere in quelle code violente dei loro cortei un ostacolo alla chiarezza dei loro obiettivi. Ciononostante tutto ciò fa delle ultime generazioni (Z e alfa: si ricomincia la conta da capo…) un gruppo sociale in qualche modo omogeneo: dall’Italia alla Francia, dalla Spagna agli Stati Uniti, alla Serbia, all’Albania, all’India, al Nepal, all’Indonesia, all’Argentina… I giovani come classe è il titolo di un saggio di sessant’anni fa scritto da due autori di ispirazione “marcusiana” che metteva in discussione l’ortodossia marxista e rappresentava, allora e forse anche oggi, una forzatura estremizzante. Fatto sta che allora come oggi a costituire il nucleo portante della rivolta e delle lotte erano e sono le nuove generazioni: studenti, ma anche operai, disoccupati, artisti: nelle università come nelle fabbriche, negli uffici, nei quartieri e nei paesi. Forse lo sono sempre state in tutte le rivolte della storia, ma oggi lo si vede di più perché i giovani sono costretti a non diventare mai adulti mentre un tempo erano costretti a diventarlo anche troppo presto. Fatto sta che ad accomunarli nella lotta c’era allora (sessant’anni fa) la percezione di un incerto futuro dominato dalla minaccia atomica, dalla guerra (in Vietnam), ma soprattutto da un futuro di soggezione agli imperativi di un’economia dominata dal profitto. Oggi a tutto ciò si è aggiunta la certezza di un collasso climatico e ambientale (già chiaramente percepito da tutti nelle calure della scorsa estate) che renderà infernali le loro vite, ormai consegnate a un pugno di “signori del mondo”. Quello che li unisce è il rifiuto della follia con cui il mondo degli adulti – quello di chi “conta” e sta in posizioni di comando, se non di vero potere – gioca con il futuro che non vedrà e di cui poco gli importa (pensano solo a se stessi e se la prendono con l’ignavia dei giovani); quel futuro che si fa di tutto per far dimenticare, ma forse anche per dimenticare: per dimenticarsi di figli, figlie e nipoti. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Altrimenti non si accorgono di noi proviene da Comune-info.
October 23, 2026
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Messico, la rivolta per il diritto all’acqua
A GUADALAJARA, IN MESSICO, DA ALCUNE SETTIMANE CENTINAIA DI MIGLIAIA DI FAMIGLIE HANNO INIZIATO A RICEVERE NELLE LORO CASE ACQUA CONTAMINATA. DA SETTIMANE, IL LIQUIDO CHE SGORGA DAI LAVANDINI IN BUONA PARTE DELLE CASE JALISCIENSI SPICCA PER IL SUO FETORE E UN COLORE CHE VARIA TRA IL GIALLO, IL MARRONE E IL NERO. L’11 OTTOBRE MIGLIAIA DI PERSONE HANNO PROTESTATO. LA RISPOSTA DELLE FORZE DELL’ORDINE È STATA DURISSIMA. ALCUNI GIORNI DOPO C’È STATA UNA SECONDA MANIFESTAZIONE, GUIDATA SOPRATTUTTO DA GIOVANI Foto di:  Alejandro de la Torre @alegan_dro  -------------------------------------------------------------------------------- “Alloggio”, “Sanità”, “Istruzione pubblica”, “Fermare il genocidio” sono alcuni degli slogan che hanno inondato le strade nelle ultime settimane. Decine di migliaia di giovani di diversi paesi si manifestano nella sfera pubblica per cause contestualmente diverse, ma che convergono nell’esigenza di protezione dei loro diritti fondamentali. Un elemento trasversale e notevole delle recenti mobilitazioni avvenute nelle città di Spagna, Francia, Albania e Italia, è la denuncia collettiva di un sistema anacronistico, incapace di garantire le condizioni presupposte nella idea di dignità umana. La attuale pluralità dei repertori di protesta si scontra con le classiche tattiche di delegittimazione mediatica, l’allestimento di scene scandalose dai noti blocchi neri (black bloc) e un uso sproporzionato della forza da parte della polizia. Tuttavia, non si tratta di un fenomeno strettamente europeo. Contemporaneamente, la terza metropoli più estesa del Messico sta attraversando una delle sue maggiori crisi di governabilità nella storia recente. La Zona Metropolitana di Guadalajara in Jalisco economicamente rappresenta approssimativamente il 5% del PIL del paese ed è una delle aree più popolate del Messico. Soltanto quest’anno, è stata una delle sedi del mondiale di calcio in mezzo a scandali di corruzione; sono state scoperte quasi 500 borse piene di resti umani di persone scomparse nelle vicinanze dello stadio mundialista[i]; e la riconfigurazione del Cartel Jalisco Nueva Generación (CJNG) dopo la caduta del suo capo “El Mencho”, considerato dalle autorità statunitensi uno dei gruppi criminali più pericolosi a livello mondiale. All’inizio di questo mese, centinaia di migliaia di famiglie della Zona Metropolitana di Guadalajara hanno iniziato a ricevere nelle loro case acqua contaminata. Studi rivelano che il sistema di distribuzione dell’acqua che rifornisce centinaia di località contiene metalli neurotossici come mercurio, piombo, rame e alluminio, e persino feci umane[ii]. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di:  Alejandro de la Torre @alegan_dro  -------------------------------------------------------------------------------- Da settimane, il liquido che sgorga dai bagni, dalle cucine o dai lavandini in buona parte delle case jalisciensi spicca per il suo fetore e un colore che varia tra il giallo, il marrone e persino il nero. L’11 ottobre, migliaia di cittadini hanno manifestato chiedendo alle autorità una riparazione immediata dei sistemi di purificazione e approvvigionamento dell’acqua. Testate giornalistiche hanno definito questa una manifestazione intergenerazionale poiché, data la generalità della crisi, si è resa palese una pluralità di manifestanti, da famiglie con bambini, giovani, lavoratori e anziani[iii]. La risposta del governo è stata durissima. Di fronte a una manifestazione pacifica, la polizia ha reagito con gas lacrimogeni, manganellate, infiltrazione di black bloc, pietre e, come se non bastasse, acqua a pressione. Non contenti di ciò, 39 persone sono state prelevate da elementi della polizia e imprigionate fuori dal processo. A seguito della pressione cittadina sui social e da parte di organizzazioni per i diritti umani, della divulgazione di video delle detenzioni arbitrarie e persino della richiesta da parte della stessa presidente della Repubblica, Claudia Sheinbaum, i cittadini sono stati liberati. Alcune di queste vittime di detenzione illegale hanno documentato di essere state umiliate e aggredite dalle autorità. Il governatore di Jalisco, Pablo Lemus, in diversi mezzi di comunicazione, ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie. Da un lato, ha criminalizzato duramente le proteste; dall’altro, ha ammesso che gli schieramenti di brutalità poliziesca sono stati errori condannabili di alcuni agenti. E, quando è stato interrogato sulla soluzione del problema dell’acqua, le sue risposte sono state ugualmente erratiche. Ha segnalato che il problema della contaminazione era noto al governo da più di un decennio; ha riconosciuto che l’infrastruttura è obsoleta; e, come prima soluzione, ha ordinato una chiusura parziale del sistema idrico, allo scopo di limitare il passaggio di acqua contaminata. Tuttavia, le vere cause, che sono più di 70 scarichi illegali di acque reflue nella diga Las Pintas, continuano a essere trascurate[iv]. D’altro canto, gli attivisti denunciano che la negligenza nel trattamento dell’acqua fa parte di una strategia per privatizzarla in combutta con l’azienda israeliana Mekorot, responsabile operativo dell’apartheid idrico. La pressione è stata tale che lo stesso Lemus è stato costretto a promettere pubblicamente che non consegnerà l’acqua di Jalisco a imprese israeliane[v]. -------------------------------------------------------------------------------- Foto Salvador alc Creative Commons Attribution 4.0 International -------------------------------------------------------------------------------- È importante sottolineare che sia lo Stato di Jalisco che la città di Guadalajara sono governati dal partito di opposizione Movimiento Ciudadano, essendo uno dei pochi bastioni elettorali non ancora conquistati dal partito egemonico (Morena), motivo per cui lo scontro partitico persiste. A ciò si aggiunge che, nelle elezioni di metà mandato del 2027, saranno in gioco 125 comuni di Jalisco, il che delinea un panorama estremamente complesso per la risoluzione del problema dell’acqua. La repressione dell’11 ottobre non ha smorzato del tutto gli animi di protesta. Soltanto una settimana dopo si è tenuta una seconda manifestazione a cui ha partecipato un numero approssimativo di dieci mila persone, in maggioranza giovani[vi]. Guadalajara si unisce al novero di città del mondo in cui i giovani difendono i loro diritti fondamentali dai “poteri selvaggi”, come li chiama Luigi Ferrajoli. Sebbene sia vero che i repertori di protesta possano destare sfiducia in frazioni della cittadinanza, la verità è che la resistenza e la disobbedienza civile fanno parte della vita democratica e fungono da leva di emergenza quando la rappresentanza politica è cooptata o si rifiuta di ascoltare. Per migliaia di giovani questo è il loro rito di passaggio alla sfera pubblica, e se le generazioni che ci succedono sono disposte a resistere alla violenza fisica e simbolica per difendere i diritti, possiamo serbare con noi un po’ di speranza. -------------------------------------------------------------------------------- [i] Un estadio mundialista rodeado de cadáveres (17/12/2025)https://elpais.com/mexico/2025-12-17/un-estadio-mundialista-rodeado-de-cadaveres.html [ii]Qué daños provocan a la salud las sustancias halladas en agua contaminada de Jalisco (12/10/2026) https://www.sinembargo.mx/4886118/que-danos-provocan-a-la-salud-las-sustancias-halladas-en-agua-contaminada-de-jalisco/ [iii] México: una generación sedienta se moviliza ante la crisis del agua (20/10/2026) https://www.dw.com/es/méxico-una-generación-sedienta-se-moviliza-ante-crisis-del-agua/a-79716639 [iv] Detectan 77 descargas irregulares en sistema antiguo (20/10/2026) https://www.mural.com.mx/detectan-77-descargas-irregulares-en-sistema-antiguo/ar3298073?v=2 [v]“Jalisco no entregará su agua a una empresa israelí”, segura Pablo Lemus (16/10/2026) https://www.nacion321.com/estados/2026/10/16/jalisco-no-entregara-su-agua-a-una-empresa-israeli-segura-pablo-lemus/#:~:text= [vi] Nueva marcha contra agua sucia en Guadalajara reúne a 10 mil personas (19/10/2026) https://www.jornada.com.mx/2026/10/19/estados/027n1est // Guadalajara vuelve a salir a las calles para pedir agua limpia y en protesta por la represión (18/10/2026) https://elpais.com/mexico/2026-10-18/guadalajara-vuelve-a-salir-a-las-calles-para-pedir-agua-limpia-y-en-protesta-por-la-represion.html -------------------------------------------------------------------------------- Carlos de Tavira Leveroni è stato professore presso la Facoltà di Filosofia e Lettere dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM). Attualmente svolge un soggiorno di ricerca presso il dottorato di ricerca in Mutamento Sociale e Politico dell’Università di Torino. Si è occupato di ricerche sulla teoria della democrazia e sulla disobbedienza civile. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Messico, la rivolta per il diritto all’acqua proviene da Comune-info.
October 22, 2026
Comune-info
Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato
QUELLO CHE ACCADE A MADRID, TIRANA, PARIGI, ATENE E MILANO APRE UNA CREPA NEL TEMPO DELLA GUERRA? BIFO SU NERO EDITIONS DICE CHE SI TRATTA DI RICOMPORRE CORPO E CERVELLO, ANCHE SE NON SAPPIAMO SE SIA POSSIBILE FARLO PACIFICAMENTE. CI SONO ALMENO DUE PASSAGGI IMPORTANTI PER TENTARE QUELLA STRADA. IL PRIMO: GENERARE SOCIALITÀ ALTERNATIVE E COSTRUIRE COMPLICITÀ TRA QUESTE, CHE SIGNIFICA ANCHE TORNARE A IMMAGINARE INSIEME ALTRI MONDI, PERCHÉ L’IMMAGINAZIONE È IN GRADO DI ORIENTARE LE ENERGIE COLLETTIVE. IL SECONDO: CHIEDERSI COME FAVORIRE, QUI E ORA, L’AUTORGANIZZAZIONE DEI SAPERI FUORI DAL DOMINIO DELLA FINANZA E DELLA GUERRA. SAREMO IN GRADO DI FARLO? BASTERÀ? Liceo scientifico Plinio di Roma occupato. Foto di Collettivo “20 Novembre” Plinio S. -------------------------------------------------------------------------------- L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si trova la salvezza. Qualche volta, non sempre. Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi alle scuole non alla guerra. In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta (ultima lettera dell’alfabeto). Guardando le immagini dei riot di Milano,  cui non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo e lontano. Cinquanta anni fa Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino. Fu l’inizio del movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le  rivolte di Bologna, Roma, Milano e un po’ dovunque. Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore  in attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato. Ma non andò come volevamo: il sapere e la tecnologia che per noi potevano diventare strumenti di liberazione, vennero espropriati da una minoranza, e sottoposti all’interesse del profitto, contro l’interesse collettivo. Un infame personaggio che allora faceva il Ministro degli Interni, e venne poi nominato Presidente con il voto degli stalinisti ha scritto: “Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’Università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì”. L’autunno della convulsione Ecco allora che mi viene in mente una seconda scena molto più vicina ai nostri tempi: Santiago del Cile, anno 2019. È l’anno del film Joker di Tod Phillips: un fantastico conturbante Joaquim Phoenix mette in scena la sofferenza psichica, la solitudine metropolitana e l’esplosione di violenza irragionevole di Arthur Fleck, clown licenziato, affetto da depressione e un po’ schizoide che ammazza tre giovanotti della classe finanziaria suscitando l’ilarità della platea. Quella violenza è certamente irragionevole, ma come non capirla, tanto più che alla fine del film scatena una rivolta memorabile. Al cinema ci parve divertente, però non dimentichiamo che quella stessa sofferenza può avere effetti catastrofici, come l’elezione di uno squilibrato alla presidenza americana. Nell’autunno del 2019 molte città del mondo, da Santiago del Cile a Hong Kong, da Quito a Teheran da Barcellona a Londra parvero scosse da una convulsione contemporanea ma sprovvista di una strategia comune. L’estallido dell’autunno 2019 non era l’inizio di una rivoluzione, non aveva né un sentimento comune né un programma di trasformazione per il futuro. Era la convulsione di un corpo troppo a lungo compresso. Dopo quaranta anni di accelerazione neo-liberale del ritmo della produzione dell’informazione e del consumo, dopo tre decenni di iper-stimolazione digitale e connettiva, il corpo collettivo entrò in una una specie di convulsione, la reazione dell’organismo a un’accelerazione del ritmo, lo spasmo muscolare che può essere doloroso e può condurre l’organismo al collasso, e in seguito alla paralisi. In quello stesso anno, oltre al sublime Joker di Todd Philipps ricordo di aver visto altri due film che mi parvero un segno del ciclo accelerazione-convulsione-collasso che si stava svolgendo nel mondo reale. Il film di Ken Loach Sorry we missed you, era un racconto della condizione di lavoro precaria super sfruttata, e delle conseguenze di esaurimento nervoso, di umiliazione di rabbia impotente. Un padre di famiglia corre tutto il giorno su un camioncino per consegnare merci, costretto a fare la pipì nella bottiglia, finché viene aggredito da una banda di ladruncoli che gli portano via la mercanzia da consegnare. Il secondo film di cui mi ricordo è Parasite, del coreano Bong Joon-ho, in cui si assiste a un crescendo di inganni e di violenza, in una situazione di competizione sociale priva di ogni spazio di solidarietà, priva di capacità di rivolta o di coscienza. Dopo la convulsione, il collasso Dopo la convulsione dell’autunno 2019 arrivò il collasso. All’inizio dell’anno seguente, in effetti, il mondo fu paralizzato da una pandemia prodotta da un agente info-virale che riuscì a bloccare l’attività economica, e l’accelerazione costante dell’attività sociale. Ci si poteva finalmente rilassare. Nel lungo periodo di lockdown e di distanziamento sociale molti si illusero che lo shock avrebbe favorito l’abbandono delle politiche liberiste che avevano depotenziato la sanità pubblica, e avevano reso fragile l’organismo collettivo. Per esempio molti aspettavano l’abbandono dei programmi neoliberali che avevano tagliato i finanziamenti alla sanità pubblica per favorire il sistema sanitario privato. Si attendeva l’uscita dal tunnel pandemico come condizione per una nuova politica sociale nel senso della solidarietà. Ci sbagliavamo completamente: all’uscita dal tunnel pandemico cosa abbiamo trovato? La guerra. Per riaffermare il predominio di una minoranza bianca e di un sistema di rapina finanziaria, il potere globale ha messo in moto la macchina della guerra. In nome del riarmo si distrugge definitivamente la società, si riduce la spesa per la scuola, si invitano i giovani a prepararsi a uccidere e a farsi uccidere. In nome della guerra si abbandonano le timide politiche green, e si riprende ad avvelenare l’aria la terra e il mare. Il genocidio è divenuto spettacolo quotidiano. A Gaza sparano su folle di ragazzi che chiedono pane, che chiedono acqua da bere. I tagli agli aiuti umanitari avviano un genocidio su scala planetaria. Nulla è ragionevole quando si cancella la ragione È del tutto comprensibile che ai margini della società che prepara la guerra monti l’esasperazione. La generazione senza futuro ha tutte le ragioni di rivoltarsi. Un tempo si rivendicava un futuro migliore. Ora l’idea di un futuro migliore fa ridere. È cosa nota che la generazione che qualcuno ha avuto l’impudenza di mettere al mondo è destinata a respirare un’aria irrespirabile (in questi giorni la rivolta dei giovani indonesiani nasce dalla rabbia per gli incendi che bruciano l’arcipelago affumicando l’aria delle città). «Se bruciamo noi, bruciate anche voi!», recitava uno striscione di protesta esposto da un manifestante a Giacarta. «Ho il diritto di respirare. Spegnete subito gli incendi», gridava un altro striscione. Ma nessuno è capace di spegnere l’incendio che rende tossica l’aria che respiriamo. Il 15 febbraio del 2019 milioni di ragazzi scesero in strada in tutto il mondo per chiedere che qualcuno spegnesse l’incendio, o almeno smettesse di appiccarlo. Greta Thunberg avvertiva: il tempo sta per scadere. Qual è stata la risposta delle classi dirigenti? Guerra contro i civili e contro l’ambiente, petroliere che sversano petrolio nel mare, immense nubi di materiali tossici per sterminare popolazioni inermi. “Drill baby drill” grida il presidente arraffando milioni di dollari. Dovremmo meravigliarci se i ragazzi scendono in strada gridando: “Ci avete rovinato il futuro, ve la facciamo pagare”? Un anno fa molti di quei ragazzi protestavano contro il genocidio a Gaza. Ma il genocidio è continuato. E allora qualcuno di loro può avere pensato: ogni giorno vediamo sugli schermi che ammazzate dei ragazzi e dei bambini. I prossimi saremo noi. Ve la facciamo pagare in anticipo. È ragionevole? Nulla è ragionevole, quando le condizioni per la ragione sono cancellate in nome del profitto e della guerra. È possibile ricomporre il corpo e il cervello collettivo? Ma torniamo al 2019. In quell’autunno dell’estallido cileno assistemmo all’insorgere convulso di un corpo sociale separato dal cervello, una rivolta senza progetto che rifluì mentre la politica si rivelava incapace di tradurre la rivolta. La riforma costituzionale venne bocciata, e alla fine i fascisti hanno vinto le elezioni. Dovremmo trarne una lezione: il progetto da perseguire è quello di una ricomposizione di corpo e cervello. Senza un processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo l’insurrezione dei corpi non può che risolversi in una reazione fascistoide. Gli attivisti che protestano contro i data center nell’entroterra di Milano sono consapevoli del fatto che occorre sottrarre alle corporation private le potenze del sapere, e farne patrimonio comune. Ma è possibile l’autorganizzazione del sapere fuori dal dominio della finanza e della guerra, nella stretta che si prepara? È possibile un pensiero collettivo, quando il corpo sociale è frammentato e incapace di unità e di strategia? La migrazione ha cambiato la composizione sociale della metropoli, ha creato condizioni di conflitto tra i poveri e gli emarginati. Ricordando Macao Solo i centri sociali hanno tentato di creare luoghi di ricomposizione. Ma non è sempre stato facile. Ricordo il modo in cui concluse nel 2021 l’esperienza milanese di Macao, forse il centro sociale che, nato nel 2012, era andato più avanti nel tentar di tenere insieme marginalità sociale, artisti, lavoro cognitivo. Rivolta e intelligenza strategica. Gli occupanti di Macao decisero di abbandonare la palazzina in cui avevano vissuto e sperimentato per un decennio quando si resero conto che l’ambiente intorno a loro si era fatto pericoloso per la presenza di marginali, in parte stranieri, che non intendevano riconoscersi in un progetto comune e solidale, ma soltanto esprimere il loro disperato bisogno in forma violenta. Quando gli occupanti di Macao si resero conto che il confronto con la marginalità poteva diventare violento, preferirono lasciare. Uno di loro dichiarò: “C’è un limite che non intendiamo superare, che non fa parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non siamo bravi a fare paura. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo fare”. Dovremmo riprendere la riflessione da quel punto. Nel frattempo coloro che hanno favorito la catastrofe, coloro che hanno sottratto risorse alla scuola per spostarle verso il profitto e la guerra si affollano dietro uno striscione che promette: “Vi reimmigreremo tutti”. Sono farabutti, per il loro interesse sono pronti a distruggere ogni vestigio di democrazia e di vita sociale. Non so Ci sono tante cose che non so. Non so se riusciremo ad evitare una stretta ulteriore delle politiche securitarie che aumentano la tensione invece di curarla. Non so se sia possibile perseguire un progetto di pacifica ricomposizione del corpo e del cervello sociale. E per finire non so cosa vuol dire un cartello che una ragazza inalberava nella piazza di Milano. “Cielo artificiale veleno reale”. Dicono che si tratta di parole che denunciano le scie chimiche, ma per me quelle parole vogliono dire molte altre cose. Sono parole ambigue, ironiche, poetiche, perciò le possiamo interpretare un po’ come ci pare. Per me vogliono dire che la potenza della tecnologia, dell’intelligenza separata dal suo corpo sta intossicando la mente e avvelenando il territorio. Solo un movimento capace di restituire all’intelligenza collettiva quello che è stato creato dall’intelligenza collettiva potrà dare ossigeno a un corpo che sta soffocando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Cosa può succedere agli uomini quando perdono il lavoro o quando il lavoro diventa la loro unica dimensione esistenziale, quando una relazione affettiva, familiare, amicale entra in crisi o termina, stanno per diventare padri ma non sono ancora pronti per la paternità e la genitorialità? Perché quando accade è più probabile che agiscano violenza? Perché, prima di agire violenza, molte delle loro richieste di aiuto restano inevase? Esistono dei luoghi di prevenzione in cui essere ascoltati e in cui gli uomini in crisi possono trovare supporto e costruire nuovi modi di relazione? Di questo e altro si parlerà giovedì 29 ottobre 2026 dalle ore 18 alle ore 19, a conclusione del progetto “Prima che sia tardi – Nuovi percorsi di incontro e trasformazione del maschile”, promosso dall’associazione nazionale Maschile Plurale, in collaborazione con l’associazione Cambiamenti di Pescara, l’associazione Centro Famiglie di Catania e l’Associazione Persone comuni (editore di Comune). Dopo un anno di ricerca, prevenzione e formazione sulla violenza di genere, le associazioni promotrici del progetto – finanziato da ActionAid International Italia E.T.S e Fondazione Realizza il Cambiamento nell’ambito del progetto NORA against GBV* cofinanziato dall’Ue – condividono i principali risultati raggiunti. L’incontro è aperto a chiunque interessato. Intervengono Massimiliano Sfregola e Pietro Reggiani (coordinatori del progetto), Caterina Peroni (ricercatrice), Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi (redazione di Comune), Luca Battaglia (presidente dell’associazione cambiamenti) e Antonello Arculeo (presidente dell’associazione Centro Famiglie). Il webinar si terrà in modalità diretta streaming su Facebook nella pagina di Comune: www.facebook.com/Comuneinfo. -------------------------------------------------------------------------------- . Salva l’immagine e diffondi locandina e link www.facebook.com/Comuneinfo . -------------------------------------------------------------------------------- Alcuni articoli sul progetto sono leggibili qui: > Prima che sia tardi -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- . -------------------------------------------------------------------------------- . . . . -------------------------------------------------------------------------------- *NORA against GBV Il progetto NORA against GBV (Network of Organization for Rights and Autonomy against gender-based violence) cofinanziato dall’Unione Europea e promosso da Fondazione Realizza il Cambiamento e ActionAid International Italia E.T.S. intende contribuire alla prevenzione e al contrasto della violenza maschile contro le donne in Italia attraverso il sostegno, il potenziamento e lo sviluppo delle capacità delle organizzazioni della società civile attive a livello nazionale, regionale e locale. Il progetto coinvolge cinquanta realtà attive in tutta Italia, creando così una rete del cambiamento in grado di ascoltare e rispondere ai bisogni specifici e concreti di ogni territorio e comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Il contenuto di questa comunicazione rappresenta l’opinione degli autori che ne sono esclusivamente responsabili. Né L’Unione europea né DG JUST possono ritenersi responsabili per le informazioni che contiene né per l’uso che ne venga fatto. Analogamente non possono ritenersi responsabili ActionAid International Italia E.T.S. e Fondazione Realizza il Cambiamento. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uomini sull’orlo della violenza. Come intercettarli? 29 ottobre, webinar proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Agenti condannati per tortura
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Ormai non si parla più di accuse generiche. Il Tribunale di Verona ha condannato in primo grado due agenti per tortura: Alessandro Migliore, a sei anni e sei mesi di reclusione, e Loris Colpini, a quattro anni e tre mesi. Le violenze si sono consumate nella cosiddetta «sala Acquario», la stanza della Questura di Verona in cui venivano trattenute le persone fermate. Tra i casi esaminati nel procedimento giudiziario c’è quello di Nicolae Daju, un uomo rumeno senza dimora, che nell’ottobre del 2022 fu portato in Questura. Qui un agente lo trascinò fuori dalla visuale della telecamera e poi lo riportò nella stanza trascinandolo per un piede. Una volta a terra, gli spruzzò spray urticante sul volto, mentre l’uomo si dimenava per il dolore. Poi quando Daju gli chiese di poter andare in bagno, un agente gli avrebbe detto di farla lì, per poi “strofinare” il suo corpo sull’urina che aveva appena fatto. Un altro episodio riconosciuto nella sentenza riguarda il pestaggio Mattia Tacchi, avvenuto il 22 agosto 2022. Uno degli agenti intercettato raccontava la vicenda in questo modo alla fidanzata: «Amò, mi guarda, mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là… È svenuto… Minchia che pigna che gli ho dato». Queste condanne arrivano al termine di una maxi-inchiesta che vede altri dodici agenti rinviati a giudizio in un procedimento distinto, quattro dei quali devono rispondere anche dell’accusa di tortura. Le loro responsabilità dovranno essere accertate nel processo. Ma quanto già accertato in primo grado nel procedimento contro Migliore e Colpini, che fino ad ora sono stati tranquillamente in servizio, dovrebbe già bastare per farci capire molte cose… Di certo, nessun vetrina è stata rotta nel corso dei reati compiuti dai due agenti. Probabilmente è per questo che la notizia praticamente è passata in sordina. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La tortura nell’Italia di oggi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Agenti condannati per tortura proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Vetrine
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- L’ostentazione della ricchezza, l’oscena esposizione del lusso, l’insulto dello spreco consumistico in un mondo che soffre la mancanza del necessario sono la causa e il riflesso dell’immiserimento non solo materiale, ma ideale e valoriale della società contemporanea. Due sono i sentimenti indotti dall’ipercapitalismo. L’adorazione estasiata e penosamente imitativa dei simboli (l’”agnello d’oro” per alcuni, il “feticismo delle merci” per altri) e degli uomini di successo (sembra che l’orrendo Musk abbia molto seguito tra i giovanissimi, oltre che nella nostra presidente del Consiglio). Oppure, all’opposto, la rivalsa, la recriminazione, il tradimento, l’odio. Non è difficile rispondere alla domanda che il sociologo Jean Ziegler si fece all’inizio di questo secolo su da dove venga L’odio per l’Occidente. Non servono profondi studi di psicologia sociale, o quelli di Piketty sull’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o quelli dei territorialisti sulle periferie urbane per capire che stiamo ferendo i principi di base elementari della convivenza civile. “Caro vita”, “spese militari”, “definanziamento” dello stato sociale non sono (solo) poste di bilancio: sono lotta di classe agita da chi sta in alto, violenza organizzata dagli stati per l’accaparramento delle risorse naturali, dominio sui più deboli. Sì, di fronte alle vetrine spaccate ho avuto una stretta al cuore, ma per la mancanza di una proposta politica che si proponga di cambiare ora, subito l’attuale sistema socioeconomico fin dalle sue radici. Sì, lo confesso, sto soffrendo di più per i ragazzini nelle celle delle questure che per Rolex razziati. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vetrine proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Psicopedagogia dei “maranza”
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Lunedì, dopo le devastazioni e i saccheggi che hanno sconvolto Milano e altre città italiane, il governo Meloni ha convocato a Palazzo Chigi un vertice sull’ordine pubblico. Sul tavolo, nuove misure di sicurezza, strette sui minorenni e strumenti più incisivi di repressione. La risposta, ancora una volta, sembra essere quella di moltiplicare i dispositivi di sorveglianza e punizione, piuttosto che comprenderne la genesi. Attenzione: comprendere la violenza non significa giustificarla. Chi devasta, saccheggia o aggredisce deve rispondere delle proprie azioni. Ma reprimere una condotta non significa aver compreso il fenomeno che la produce e non significa averlo risolto. Proviamo allora a guardare le cose da un’altra prospettiva. Da anni un certo discorso politico bolla una parte degli italiani di seconda e terza generazione, con l’etichetta spregiativa di “maranza”, un termine che non descrive soltanto, ma separa, stigmatizza, costruisce una identità nemica. Poi però ci si scandalizza se alcuni di questi ragazzi trasformano la propria rabbia in una sfida violenta alla società che li ha già collocati ai suoi margini. E c’è una contraddizione ancora più profonda: il capitalismo contemporaneo, come ha osservato Slavoj Žižek riprendendo la lezione di Lacan, non ci ordina più soltanto di lavorare e obbedire; ci ordina anche porzioni sempre più addizionali di “plus-godimento”. Consumare, possedere, esibire. Le sneakers, i vestiti firmati, gli oggetti di lusso non sono più soltanto merci: diventano segni di riconoscimento, promesse di identità, passaporti simbolici per sentirsi accettati agli occhi degli altri. Ma cosa accade quando sei continuamente invitato a desiderare ciò che non puoi permetterti? Quando la società ti vende la promessa di appartenere, mentre nella vita quotidiana ti fa sentire un escluso? Qui la frustrazione, come ci insegna René Girard, fa rovesciare il desiderio di riconoscimento in risentimento. L’oggetto desiderato diventa persecutorio, il simbolo di ciò che ti è negato; la merce che prometteva felicità si trasforma nel testimone della tua esclusione. E allora, in alcuni casi, ciò che non puoi ottenere viene strappato, ciò che non puoi possedere viene distrutto, il consumo si rovescia nel saccheggio, il desiderio in aggressione. Naturalmente non tutti i ragazzi marginalizzati diventano violenti, e non tutti i saccheggi hanno la stessa motivazione, ma ignorare la dimensione sociale e simbolica del fenomeno significa rinunciare a comprenderlo. Se il problema è anche il modo in cui una società produce desideri, frustrazioni ed esclusioni, la risposta non può essere soltanto poliziesca: deve essere psicopedagogica. Educare non significa assolvere, né predicare buoni sentimenti. Significa costruire le condizioni perché una persona possa trovare riconoscimento senza doverlo strappare con la violenza; appartenenza senza doverla esibire attraverso il possesso; identità senza doverla difendere contro un nemico. Una società adulta non si limita a punire chi rompe le sue vetrine. Si domanda anche quale immagine del successo, del godimento e del riconoscimento abbia contribuito a costruire. E quale spazio abbia lasciato a chi quella promessa la riceve ogni giorno, senza sentirsi mai davvero invitato a partecipare. Perché la repressione può fermare una mano, ma non può, da sola, ricostruire un legame sociale. E forse la vera miopia politica consiste proprio in questo: vedere perfettamente la vetrina infranta e non voler guardare la contraddizione che quella vetrina, talvolta, finisce per rappresentare. -------------------------------------------------------------------------------- Mimmo Pesare è professore presso il Dipartimento di Storia, Società e Studi sull’uomo dell’Università del Salento, dove insegna Psicopedagogia del linguaggio e Pedagogia interculturale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Psicopedagogia dei “maranza” proviene da Comune-info.
October 20, 2026
Comune-info
E dopo, che ne sarà di loro?
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Milano in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Li vediamo arrivare in gruppo. Felpe scure, cappucci tirati sulla testa, i volti nascosti. Corrono per le strade della città come se quel movimento continuo potesse proteggerli da qualcosa. Attraversano piazze, stazioni, giardini pubblici. Gridano, provocano, colpiscono. A volte danneggiano ciò che trovano davanti a loro. Altre volte cercano semplicemente uno scontro, un limite da oltrepassare, uno spazio da occupare. Quando agiscono, sembrano una sola cosa: un corpo collettivo che si muove compatto, senza differenze. Da lontano sembrano tutti uguali. Stessi abiti. Stessi atteggiamenti. Stessa rabbia esibita. L’opinione pubblica li osserva e li rinchiude rapidamente dentro una parola. Da noi sono diventati i “maranza”. Cambia il nome, ma il meccanismo è sempre lo stesso. Un’etichetta che sostituisce le persone. Una categoria che prende il posto delle storie. E così il gruppo cancella il volto. Forse è proprio questa l’operazione più comoda. Perché quando una persona diventa un’etichetta non siamo più costretti a domandarci chi sia davvero. Non dobbiamo più chiederci da dove venga, quali relazioni abbia costruito, quali opportunità abbia incontrato o quali porte abbia trovato chiuse. Ci basta il nome. “Maranza”. E il problema sembra risolto. Eppure, dietro quell’uniformità esibita, potrebbero nascondersi decine di storie diverse. Perché quei ragazzi fanno di tutto per apparire uguali. Ma ogni essere umano desidera essere riconosciuto nella propria singolarità. Forse è proprio qui che dovremmo fermarci. Di quei ragazzi sappiamo quasi sempre pochissimo Chi non ha vissuto fino in fondo l’esperienza del riconoscimento, chi non si sente visto, ascoltato, considerato, spesso cerca altrove ciò che gli manca. Cerca appartenenza, protezione, visibilità. E il gruppo può diventare una risposta. Una risposta fragile. Talvolta pericolosa. Talvolta violenta. Ma pur sempre una risposta. Se nessuno ti vede come individuo, almeno qualcuno ti vedrà come parte di qualcosa. Naturalmente questo non basta a spiegare tutto e non giustifica nulla. I danni provocati restano danni. Le responsabilità restano responsabilità. Una comunità ha il diritto e il dovere di difendere ciò che appartiene a tutti. Ma una comunità ha anche il dovere di interrogarsi su ciò che accade dopo. Perché una società che si limita a punire senza comprendere finisce per occuparsi soltanto delle conseguenze. E una società che guarda soltanto alle conseguenze è destinata a inseguire all’infinito le emergenze senza mai affrontarne le radici. Di quei ragazzi sappiamo quasi sempre pochissimo. Li vediamo quando vengono identificati, denunciati o arrestati. Li osserviamo nel momento in cui diventano un problema. Raramente ci chiediamo chi fossero prima di quel gesto. Quale rapporto abbiano con la scuola, quale esperienza abbiano del lavoro, quali relazioni vivano nelle loro famiglie, quali adulti abbiano incontrato., quali spazi frequentino. Che cosa li faccia sentire riconosciuti, ascoltati o semplicemente parte di una comunità. Non si tratta di cercare una spiegazione unica. Sarebbe un errore. Le storie individuali non possono essere compresse dentro una formula valida per tutti. Dietro quegli stessi gesti possono convivere rabbia, frustrazione, conformismo, desiderio di appartenenza, ricerca di visibilità, gusto della trasgressione o semplice disprezzo per le regole. Comprendere questa complessità non significa assolvere nessuno. Significa riconoscere che le persone non coincidono mai interamente con l’errore che commettono. E significa capire che la punizione, da sola, raramente produce il cambiamento che promette. Il banco di prova arriva quando sarà terminato il clamore mediatico Per questo la domanda decisiva non riguarda soltanto ciò che hanno fatto. Riguarda ciò che accadrà dopo. Dopo gli arresti, dopo i processi, dopo le condanne. Che cosa incontreranno questi ragazzi una volta terminato il clamore mediatico? Troveranno qualcuno capace di chiedere conto del danno provocato e, nello stesso tempo, di accompagnarli in un percorso diverso? Troveranno comunità, educatori, istituzioni, in grado di ricostruire legami spezzati? Troveranno occasioni per sperimentare quel riconoscimento che hanno inseguito nei luoghi sbagliati? Oppure torneranno semplicemente negli stessi contesti da cui provengono, con le stesse difficoltà, le stesse compagnie e gli stessi vuoti? Questa domanda riguarda loro, ma riguarda soprattutto noi. Riguarda il modello di società che vogliamo costruire. Se pensiamo che il compito delle istituzioni termini con la sanzione, allora la vicenda si conclude con un arresto e ricomincia con il reato successivo. Se invece crediamo che la sicurezza abbia a che fare anche con la capacità di prevenire, educare e ricostruire, allora il problema non è soltanto come punire chi sbaglia. È capire come evitare che continui a sbagliare. Una comunità matura non rinuncia alla responsabilità individuale, ma non rinuncia nemmeno alla responsabilità collettiva: chiede conto delle azioni compiute, difende le regole, ripara i danni quando possibile. E allo stesso tempo si domanda che cosa stia accadendo ai propri ragazzi, quali spazi stia offrendo loro, quali legami stia costruendo e quali, invece, abbia lasciato spezzare. Perché il vero banco di prova non arriva nel momento dell’arresto. Arriva dopo, quando le telecamere se ne sono andate, quando l’indignazione si è spenta. Quando resta soltanto una domanda che continua a interpellare tutti noi: che cosa ne sarà di loro? E, soprattutto, che cosa ne sarà di una società che decide di non chiederselo più? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ITALO DI SABATO: > Maranza, i figli indesiderati dell’Italia reale -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo E dopo, che ne sarà di loro? proviene da Comune-info.
October 20, 2026
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Acquisti pubblici per un’economia più giusta
OGNI ACQUISTO PUBBLICO È ANCHE UNA SCELTA POLITICA, ECONOMICA E SOCIALE. DALLE MENSE SCOLASTICHE ALL’ABBIGLIAMENTO DA LAVORO, I COMUNI POSSONO UTILIZZARE LA SPESA PUBBLICA PER TUTELARE I DIRITTI, PROMUOVERE FILIERE SOSTENIBILI E ORIENTARE IL MERCATO VERSO MODELLI PIÙ EQUI. È IL MESSAGGIO EMERSO DALL’INCONTRO INTERNAZIONALE DELLE FAIR TRADE TOWNS, CHE HA RIUNITO IN BELGIO QUATTROCENTO AMMINISTRATORI E RAPPRESENTANTI DI RETI E ONG DI TUTTA EUROPA. TRA NUOVE REGOLE SUGLI APPALTI, ESPERIENZE CONCRETE E PERCORSI EDUCATIVI, LA SFIDA È TRASFORMARE IL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE DA SCELTA VIRTUOSA A PRATICA ORDINARIA DELLE ISTITUZIONI Foto tratta dal sito fairtradetown -------------------------------------------------------------------------------- Tre giornate di confronto tra Bruxelles e Gand, in Belgio, per riflettere sul potere degli acquisti pubblici, sul commercio equo e solidale e sulla responsabilità delle istituzioni nella costruzione di un’economia più giusta, sostenibile e attenta ai diritti delle persone. Amministratori e attivisti da tutta Europa sono arrivati in quattrocento per fare il punto sulle politiche fair trade. Come possono le istituzioni contribuire a trasformare i sistemi produttivi e commerciali? È stata questa la domanda al centro dei tre giorni di incontri, approfondimenti e scambio di esperienze. Un percorso che ha messo in relazione le regole europee sugli appalti, le esperienze concrete delle amministrazioni locali, il monitoraggio delle filiere e l’educazione delle nuove generazioni. Le regole europee come leva di cambiamento La prima giornata è stata dedicata al futuro della disciplina europea degli appalti pubblici e alla proposta di revisione del quadro normativo, con l’obiettivo di rendere la spesa pubblica uno strumento più efficace per sostenere sostenibilità, responsabilità sociale e commercio equo. Il quadro europeo del 2014 è oggetto di revisione e la proposta presentata dalla Commissione europea il 9 settembre apre una fase di confronto istituzionale. Un elemento significativo è il riferimento esplicito al Fairtrade, per la prima volta nella proposta, seppure collegato all’oggetto del contratto.Rimane però aperta la questione di come rendere i criteri sociali più chiari, verificabili e facilmente applicabili dalle amministrazioni. Quando le regole sono vaghe e gli strumenti di verifica insufficienti, gli enti pubblici rischiano di essere scoraggiati dall’introdurre requisiti ambiziosi. Criteri più precisi possono invece offrire maggiore certezza giuridica, facilitare il lavoro degli uffici e consentire di premiare le imprese che rispettano i diritti dei lavoratori e l’ambiente. Le esperienze nazionali, come i criteri ambientali minimi italiani e la normativa francese sulla sostenibilità alimentare, dimostrano che è possibile orientare gli acquisti attraverso scelte pubbliche concrete. I Comuni non sono semplici acquirenti Il ruolo delle amministrazioni locali è decisivo. I Comuni acquistano ogni anno beni e servizi che vanno dalle mense scolastiche agli abiti da lavoro, dai dispositivi elettronici ai servizi di pulizia e manutenzione. Ogni appalto rappresenta quindi un’occasione per incidere sulle condizioni di produzione, sulla qualità dei servizi e sulle scelte delle imprese. Un Comune può limitarsi a rispettare gli obblighi minimi oppure utilizzare il proprio potere d’acquisto per promuovere innovazione sociale e ambientale. Può inserire criteri di sostenibilità nei bandi, chiedere trasparenza sulle filiere, verificare gli impegni dei fornitori e accompagnare le imprese in percorsi di miglioramento. Per farlo servono competenze tecniche, collaborazione tra gli uffici, formazione del personale e un dialogo costante con le organizzazioni della società civile e con le reti del commercio equo. Non si tratta soltanto di acquistare prodotti migliori, ma di contribuire a costruire un mercato nel quale il rispetto dei diritti non costituisca uno svantaggio competitivo. Dall’elettronica al tessile: controllare le filiere La seconda giornata ha approfondito gli strumenti per rendere effettiva questa responsabilità. L’esperienza di Electronics Watch mostra come le amministrazioni possano essere sostenute nel monitoraggio delle condizioni di lavoro nelle filiere dell’elettronica, attraverso informazioni indipendenti, il coinvolgimento dei lavoratori e la collaborazione con i fornitori. Il tema riguarda anche l’industria tessile, segnata da salari insufficienti, condizioni di lavoro precarie, sfruttamento e impatti ambientali. Le scelte dei consumatori contano, ma non possono sostituire le politiche pubbliche: acquistare in modo etico deve diventare un’opzione concretamente accessibile, non un privilegio per chi può permetterselo. Un’esperienza particolarmente interessante è quella del Comune di Gand, che nel 2018, insieme alla VVSG, l’organizzazione dei Comuni fiamminghi, ha elaborato una guida per l’acquisto di abbigliamento da lavoro socialmente responsabile. Il modello prevede quattro livelli di impegno — coinvolgimento, trasparenza, azione e leadership — e promuove il miglioramento continuo delle condizioni sociali lungo la filiera. Il nuovo accordo quadro per l’abbigliamento da lavoro, avviato nel luglio 2025 e valido fino al 2031, attribuisce il 40% del punteggio al prezzo, il 35% alla qualità e il 25% alla sostenibilità. Un esempio concreto di come un’amministrazione possa superare la logica del prezzo più basso e dare un peso effettivo alla responsabilità sociale e ambientale. Il Comune ha inoltre prodotto un bando per contribuire con il 50% alle spese delle feste delle associazioni locali che decidono di scegliere prodotti fair trade all’interno della loro attività.  Educazione e partecipazione per cambiare la cultura La terza dimensione emersa dagli incontri riguarda l’educazione. Il programma olandese Jong & Fair porta nelle scuole lezioni sul cibo equo e solidale, sulla moda sostenibile, sulle filiere produttive, sui diritti dei lavoratori e sui salari dignitosi. Attraverso incontri interattivi e il coinvolgimento di docenti ospiti, l’obiettivo è aiutare i giovani a comprendere le conseguenze delle proprie scelte e a trasformare la consapevolezza in partecipazione. La moda, come è stato ricordato durante gli incontri, non è soltanto una questione di gusti personali: è anche un fatto sociale e politico. Allo stesso modo, le decisioni di acquisto delle istituzioni esprimono una visione del modello economico che si intende sostenere. Una responsabilità politica per i territori Il messaggio conclusivo delle tre giornate è che la transizione verso un’economia più giusta non può essere affidata soltanto alle scelte individuali o alla buona volontà delle imprese. Servono regole adeguate, strumenti di controllo, politiche pubbliche coerenti e cittadini consapevoli. I Comuni possono svolgere un ruolo fondamentale perché sono vicini alle comunità, conoscono i bisogni del territorio e dispongono di un potere d’acquisto capace di orientare il mercato. Possono sperimentare nuovi modelli, condividere le proprie esperienze e contribuire a chiedere regole europee più efficaci. Comprare non è mai un gesto neutrale, e lo stesso vale per le istituzioni. Ogni appalto può limitarsi a soddisfare un bisogno immediato oppure diventare un’occasione per tutelare i diritti, ridurre gli impatti ambientali e promuovere un’economia solidale. La sfida è trasformare queste esperienze in pratiche strutturali, affinché la responsabilità sociale e ambientale diventi la normalità degli acquisti pubblici.  Di quanti passi in avanti si saranno fatti nei prossimi mesi se ne parlerà a Colonia nel 2027. -------------------------------------------------------------------------------- Matteo Rossi è sindaco di Bonate Sopra (Bergamo) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Acquisti pubblici per un’economia più giusta proviene da Comune-info.
October 20, 2026
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