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Trauma e vergogna
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Lo stupore ha sempre qualcosa d’infantile. Incanta, affascina, attrae, soffia nell’anima un sapore primordiale. L’origine, il sacro e il profano si mescolano. Un turbinio, un caos di emozioni, disegnano l’orizzonte delle percezioni. Il graffito è lì, è inciso, non lascia scampo. Non è su una roccia, ma su una parete umana. Il paesaggio non è quello di una grotta ma un “luogo” del corpo. Il colore, che di solito è legato alla terra, qui è sfacciatamente rosso sangue. L’epidermide è sfregiata con unghie di mastino tanto da disegnare un graffito perfetto. I pensieri si volatilizzano, fluttuano scompigliati nell’aria densa. I rumori che provengono muti da quel corpo violato, si contaminano con quelli di una piazza assordante, in parte distratta, in parte attratta fino all’incredulità, dall’abisso di quella violenza. Lo spazio del mondo circostante si fa invadente, trasgressivo. Tutti vogliono sapere cosa è successo. Troppo difficile è trasformare quella violenza cieca in qualcosa di pensabile. La paralisi prende il sopravvento. Sentimenti come impotenza, sconforto, indignazione affollano il bisbiglio che non trova asilo se non in una scomposta grammatica emotiva. Tutto è concretamente vero: i cani che lo hanno azzannato, i poliziotti che li hanno aizzati, i mastini che hanno attaccato lui e i suoi compagni inferocendosi sui genitali. L’ospedale per le gravi ferite. Infine, gli otto giorni trascorsi in una prigione con un solo pezzo di pane. “Ricevevamo una sola pagnotta di pane al giorno in modo che rimanessimo cadaveri viventi”. È il 7 agosto di una calda serata estiva: la quotidiana banale pratica del male questa sera ha il muso dei mastini d’assalto e la maschera del trauma. “La realtà è teatro di vita: un teatro senza immaginazione, senza illusione1”. La scena, sottratta all’immaginazione, non ha nulla di onirico nonostante quel graffito su pelle umana apra allo stupore. Porta invece in superficie ciò che è occulto. Ai nostri confini di terra, da anni, si consuma la tortura. Non un bosco è innocente; le mine della guerra ancora innescate su cui saltano corpi umani, le fototrappole, i droni, le telecamere, sono gli strumenti di comuni rappresaglie e push back ai danni di uomini, donne e bambini migranti. La maschera del trauma, dunque, fa sorgere in noi sentimenti di odio e di rabbia, soprattutto di indignazione. Nella declinazione delle reazioni manca la vergogna: la nostra vergogna. È stupefacente il contrasto tra noi e la pacatezza di quell’uomo assaltato dai cani, dalla spalla, ai genitali. Dov’è finito, in lui, il trauma? Perché invece si vergogna? C’è sicuramente uno scarto: lui avrebbe bisogno di essere “visto”, riconosciuto, di percepire la nostra debolezza come qualità costitutiva di una relazione empatica. Trova invece l’intrusività rapace, la curiosità invasiva, l’accalcamento scomposto per vedere quel graffito quasi fosse un’attrazione. In questo scarto fra noi e lui, sorge lo shock della vergogna. È lo shock d’essere spogliato di qualsiasi valore, di essere ridotto o trasformato in una “cosa”. Si copre il corpo che qualcun’altro gli ha scoperto per mostrarci la spalla lacerata. Lui non vorrebbe mostrare, non intende farsi curare. La vergogna rivela tutto il suo disagio d’essere colto nella propria nudità, nella propria debolezza. È una colpa che lo induce a coprirsi, quasi a sparire, come infatti avviene di lì a poco. Il disprezzo subito dai suoi aguzzini, l’umiliazione d’essere stato attaccato dai cani, lo porta a rendersi invisibile e ritrarsi dalla scena della piazza, proteggendosi dagli sguardi intrusivi. Come in un accrocco familiare, imperfetto quanto si vuole, si siede lontano da noi, in un cerchio chiuso con “viaggiatori” improvvisati, suoi connazionali che, conoscendo bene quelle violenze, sanno anche restituire un legame fatto di comprensione immediata, di sentimenti reciproci e di cura affettiva. Lui, come tutti loro, non può permettersi di cedere al trauma. Ha un mandato familiare da onorare: vivi e salva-ci. Non c’è tempo per ascoltare il dolore interiore. “Il trauma è il dolore degli impotenti” secondo Herman2. Un migrante violentato dalla rotta di terra o di mare, non può cedere ai propri sentimenti. L’intero suo villaggio ha raccolto i soldi affinché lui arrivasse in Europa e potesse, un giorno, restituire un po’ di benessere a coloro che hanno investito in lui come fosse un capitale umano. Che fine hanno fatto, dunque, le emozioni traumatiche? Si può solo supporre che esse vivano separate dalla parte orientata alla vita quotidiana, in questo caso alla sopravvivenza, o bloccate in una modalità di difesa, comunque incapsulate. La ferita più profonda che è anche la più viva, traspare da quel suo gesto elusivo che lo porta a sottrarsi alla vista comune, simile a colui che non si sente pienamente umano, che prova una sensazione di indegnità, quasi fosse, come dice la Butler “non degno di vita”3. Il corpo azzannato da quei mastini è, prima di tutto, un corpo destituito di valore in cui il cuore della violenza è l’attacco all’identità. Esso ci restituisce però, in modo potente, il nodo della nostra identità. Chi siamo noi di fronte al male? Chi siamo noi, nella “Piazza del Mondo”, a Trieste, (il luogo in cui ogni giorno alcune persone accolgono i migranti della rotta balcanica, ndr), di fronte a un essere torturato? Le reazioni emotive fanno a zuffa tra la rabbia e l’impotenza, mentre non proviamo quel sentimento basilare che è la vergogna. Nulla vogliamo conoscere dello straniero che è in noi stessi, che ci abita come terra oscura e rimossa. Il fuori è lo spazio in cui tutto ciò che turba può essere estromesso. Il disumano, il mostruoso, quella sorta di discarica che trasforma l’altro in “cosa”, non può coincidere con noi stessi. L’area semantica a cui rimanda quel graffito su pelle umana viene da fuori, è collocato altrove. La piazza, popolata dall’incredulità, può comodamente scindere l’aspetto della violenza dalla sua implicazione, e considerare la tortura una pratica che non ci riguarda poiché noi siamo altro, noi accogliamo, noi curiamo. Con Abdelmalek Sayad, autore de La doppia assenza, possiamo dire che il contatto con lo straniero, specchio di noi stessi, ci mette in relazione con le nostre parti traumatiche costringendoci a vedere qualcosa che è insopportabile, che eccede, che abita ai confini dell’identità e quindi non è appropriabile. Quello specchio che per noi è il volto del migrante, dovrebbe portarci allo svelamento di aree comuni, di aree intrapsichiche abitate sì da emozioni complesse e, proprio per questo, da esplorare. Dovrebbe farci provare quella vergogna che lui stesso sente per la nudità della sua debolezza, che poi diventa, usando Lévinas, la vergogna per “la nudità di un’esistenza incapace di nascondersi”4. Noi, però, non siamo nudi. Anzi, siamo esposti. Siamo immersi in una cultura svergognata fatta di esibizionismo, di narcisismo, di sfacciataggine, dove tutto è sovraesposto e, come diceva Baudrillard, dove non c’è “più nulla da vedere” perché tutto è già stato mostrato. Guai non essere nessuno, non apparire, non esibirsi. Quindi, con quella violenza, con quel graffito umano, noi non c’entriamo, siamo altro, innanzitutto “siamo”. In quei morsi di cane, in quell’assalto ai genitali, troviamo la morte della nostra vergogna. Lui semplicemente “non è”. È invece un corpo di dolore, una cosa da fotografare e da esporre come tutto, appunto, si espone. Lui è invisibile ai nostri occhi. Dipende, in verità, con quale occhio interno noi lo guardiamo, con quali parole lo accogliamo, con quale ascolto interiore lo sentiamo. Quale grido interno risale a noi da quell’essere torturato? Quella domanda che neppure Cristo ha saputo trattenere nella croce: perché mi viene fatto del male? con cui Simone Weil5 ci interroga nel suo scritto del 1943, è una domanda che riguarda tutti noi, privati ormai del pudore e della vergogna in quanto complici, diretti o indiretti, di una violenza che stiamo a guardare. I pensieri cadono automaticamente fuori, in un altro regime, quello del non pensato come da sempre sono le situazioni dell’emergenza, per fare di quella stessa violenza una familiare estraneità. Bisognerebbe invece passarci attraverso, lasciando che le aree psicosomatiche arcaiche si mobilitino in un corpo a corpo capace di assumere la vergogna come stigma della nostra umana disumanità. Vivere in “intimità con l’orrore”, sostare nel disumano, ritrovare la nostra ferita nello sguardo ferito dell’altro è, forse, l’unica area intermedia che avvicina le nostre sponde allo spazio dell’incontro possibile. Consentire che il perturbante irrompa con una frase, un gesto tutto da decifrare – come quello dell’uomo dal graffito umano che si copre mentre qualcuno lo s-copre – per ri-collocarlo, anziché fuori da noi, in noi, nel nostro apparato psichico simbolizzante, sarebbe un modo per riconoscere il diritto ad essere estraneo, straniero; il diritto di resistere e di mantenere un elemento inassimilabile. Questo riconcilierebbe anche noi stessi alla nostra “umanità” abitata da quella che ho definito una familiare estraneità. Solo così il trauma può insegnare a noi stessi la via della cura permettendo che la vergogna rientri nel nostro alfabeto emozionale in cui giocare il senso e lo scacco della nostra umana esistenza. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Resnik S., Sul fantastico, Bollati Boringhieri 1993, p.158 2 Herman J., Guarire dal trauma, Magi edizioni, 1992, p.51 3 Butler J., Vite precarie, 2004 4 Lèvinas E., Dell’evasione, Cronopio, Napoli, 2008, p. 32 5 Weil S., La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trauma e vergogna proviene da Comune-info.
September 6, 2026
Comune-info
Alla città-vetrina si sono rotti i vetri
-------------------------------------------------------------------------------- Foto SPIN TIME LABS -------------------------------------------------------------------------------- La questione Spin Time a Roma, nel quartiere Esquilino, si potrebbe rappresentare con l’esclamazione di quel bambino che vedendo il Re sfilare esclamò: il Re è nudo! Mentre tutti gli altri sudditi voltavano il capo all’indietro per fingere di non vedere. Perché, come giustamente scrive Riccardo Troisi (Chi può abitare il centro di Roma?), le vicende romane di Spin Time e del Dente Cariato (sempre all’Esquilino) hanno messo a nudo una contraddizione che a Roma esiste da più tempo, ovvero se il patrimonio immobiliare pubblico deve essere solo un capitale da valorizzare, come fosse una merce (magari attraverso la famigerata rigenerazione urbana) o piuttosto lo strumento con il quale riportare casa pubblica, accoglienza e welfare di comunità anche nel cuore della città. Detto in altri termini: chi può abitare il centro di Roma? O ancora più esplicitamente: di chi è la città? Tutte le politiche pubbliche messe in campo dall’Amministrazione, hanno dimostrato come la mediazione tra interessi privati e utilità pubblica si risolvono assai spesso con grandi vantaggi dei primi e con l’impoverimento progressivo dei beni pubblici, con conseguente espulsione dei ceti meno abbienti verso le periferie e la trasformazione del Centro della città in merce da dare al miglior offerente che ne snatura la funzione, il valore simbolico, il senso comunitario e assai spesso il valore architettonico: privatizzazione di spazi, dehors, alberghi di lusso e così via. Questo processo diventato sempre più aggressivo prende, a detta dell’Amministrazione, il nome di modernizzazione o di rigenerazione urbana, espressioni in genere positive ma che nascondono intenzioni speculative e di estrazione di rendite a favore di grandi agenzie immobiliari. Alessandro Scassellati chiama “neoliberismo progressista” questo sdoppiamento tra la retorica dei diritti civili e l’estrazione sistematica della rendita commerciale, turistica (Il regime della città-vetrina. Governance progressista nelle metropoli italiane). Il mantra agitato dall’amministrazione è quello di catturare il più possibile capitali da investitori privati, i soli che consentirebbero di rimodernizzare la città rendendola ancora più attraente agli occhi e alla rapacità di quest’ultimi. L’urbanistica, in origine disciplina riformista volta a mitigare gli interessi pubblici con quelli privati, in questi casi è completamente stravolta a ruolo di ancella del capitale privato. Prevalgono trattative private (spesso non trasparenti), tavoli negoziabili, varianti al PRG, revisione di norme tecniche a salvaguardia di interessi privatistici, conferenze di servizi, vecchi “debiti” contratti dai passati PRG (cosiddette compensazioni urbanistiche) che ne annullano qualsiasi velleità riformista. Ma l’urbanistica non si riduce semplicemente a tecnica separata dalla politica. Essa nelle sue vocazioni originali riguarda i modi attraverso i quali si manifesta la vita associativa, comunitaria come scriveva ai suoi tempi il grande sindaco di Firenze Giorgio La Pira: “La crisi del nostro tempo – che è una crisi di sproporzione e di dismisura rispetto a ciò che è veramente umano – ci fornisce la prova del valore terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città” (Le città non possono morire, discorso di La Pira ai sindaci di tutto il mondo, Firenze, 2 ottobre 1955). Un urbanista, poeta, scrittore, recentemente scomparso: Giancarlo Consonni, sulle orme di La Pira scrisse pochi anni fa un libricino importante il cui titolo significativo era: Non si salva il pianeta se non si salvano le città (Quodlibet). E tuttavia noi stiamo sempre più privatizzando questo bene comune, riducendolo a valore di merce. E poi ancora il greenwashing urbano, quella “politica ecologica” che fa credere che bastino piste ciclabili (spesso inutili) o l’inaugurazione di qualche giardino municipale o, ancora, qualche piantumazione in sostituzione del taglio di alberi, a contrastare il riscaldamento climatico. Quando poi quello che veramente contribuisce ad esso è il consumo di suolo e i numerosi manufatti e infrastrutture cementizie che continuano a proliferare in città. Una delle tante promesse elettorali di molti sindaci era appunto quello del consumo di suolo zero e del contrasto al cambiamento climatico. È ancora Scassellati che dice: “Sulla superficie visibile della metropoli, quella destinata al turismo e ai media, il centro-sinistra mette in scena una vetrina attraente fatta di piste ciclabili, grandi eventi (come le Olimpiadi invernali), inclusività LGBTQIA+ e parole d’ordine sull’ecologia. Dietro questa facciata sfolgorante, però, la realtà materiale per chi ci vive è completamente diversa. Le giunte comunali portano avanti scelte che favoriscono i grandi costruttori, i proprietari immobiliari e i fondi finanziari, mentre la vita quotidiana delle lavoratrici e dei lavoratori è schiacciata dal carovita, dalla carenza di alloggi ad affitti accessibili e dal precariato”. C’è dunque una narrazione falsa, quantomeno distorta, che occulta la contraddizione tra ciò che l’amministrazione quotidianamente afferma e quello che invece realizza. Una narrazione che fa dire a molti e incolpevoli cittadini: ma, insomma finalmente Roma sta diventando una metropoli moderna. Qualcosa si muove. In realtà si fa molto, forse troppo, ma non sempre a favore dei suoi abitanti, quelli almeno che con fatica arrancano per arrivare a fine mese col proprio stipendio. Si fanno studentati, alberghi di lusso, inutili megastadi, residenze anch’esse riservate ai ceti più ricchi e poi tanti eventi (e tante inaugurazioni) per celebrare i nuovi fasti di questa città: “La mappa elettorale parla chiaro: il centro-sinistra progressista è diventato il rappresentante politico di un blocco sociale ben preciso, formato da chi guadagna con la speculazione immobiliare e commerciale e da un ceto medio benestante che vive di rendita nei quartieri centrali storici o lavora nei servizi culturali”(A. Scassellati, op. cit.). Dunque tanto più appropriata e urgente la domanda di Riccardo Troisi: chi può (ancora) abitare il centro della città? Una città diventata vetrina per i fondi immobiliari, per le grandi agenzie straniere che lucrano sulle rendite. Perché tanti cinema sono chiusi? Perché tanti immobili di proprietà pubblica e non sono abbandonati? È una domanda che molti si fanno. Cosa ci guadagnano i loro proprietari a tenerli chiusi, abbandonati e degradati? Aspettano che quella merce salga di valore per poi, con qualche variante di PRG, possa essere destinata a scopi assai più redditizi. Come per i mercati generali – leggi La posta in gioco agli ex mercati generali di Roma di Lorenzo Romito e diversi interventi di Sarah Gainsforth – nove ettari di terreno incolto che potrebbero in parte risolvere la crisi abitativa e in parte anche mitigare il cambiamento climatico della città, vengono invece offerti per tanti anni a fondi immobiliari che ne “valorizzano” le potenzialità costruendo studentati per pochi e ricchi studenti. Merce dunque sottoposta alle regole del libero mercato. Questa politica urbana si manifesta con due volti: da una parte offre a professionisti, turisti e qualche studente benestante la possibilità di risiedere in una città di servizi di buon o ottimo livello; dall’altra respinge o mette ai margini i lavoratori poveri, le famiglie senza tetto, emargina gli immigrati. Sembra appartenere a questa politica il caso di Spin Time, uno degli ormai tanti casi di costruzione di legami di mutualismo tra persone e famiglie messe ai margini, una straordinaria esperienza di comunità. E se questo caso è stato per molto tempo nelle pagine dei quotidiani è grazie anche alla straordinaria mobilitazione e solidarietà dei romani che non hanno fatto mai mancare la loro voce accanto agli occupanti. Ma il “caso” ha anche smascherato lo sfavillio della città-vetrina mettendo a nudo le sue storiche contraddizioni: accanto alla “Roma che si trasforma” (come recitano retorici manifesti affissi in molte parti della città) è improvvisamente comparsa l’altra faccia della città-vetrina, quella dei poveri, delle famiglie invisibili che vivevano, quasi clandestinamente, in luoghi abbandonati e sconosciuti e pur tuttavia avevano dimostrato come il mutualismo e la cooperazione potessero creare comunità virtuose e nuovo welfare. Il sindaco ha tentato di recuperare il danno provocato da tanti anni di concessione ai poteri dei fondi immobiliari accusandoli di “non avere cuore”. Sarebbe stato meglio una severa autocritica sulla politica urbana seguita in tanti anni, sia pure da diverse amministrazioni, di destra e di sinistra. Intervento tardivo che forse non è riuscito nemmeno a far riflettere su cosa vuol dire un progetto di città, intesa come comunità vivente. Spetta a noi realizzarlo. -------------------------------------------------------------------------------- Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Alla città-vetrina si sono rotti i vetri proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
Sempre interessante
-------------------------------------------------------------------------------- Bene Comune, sempre interessante (ma più di un numero alla settimana è davvero difficile da seguire), peraltro sono abbinato al manifesto e a varie riviste. Gradirei un po’ meno russofobia, che traspare ogni tanto. Comunque grazie. [Dario Cangelli] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sempre interessante proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
Una rete tra quartieri
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco volentieri. Mi piace pensare ad una rete di quartiere e tra quartieri come buona espressione di Bene Comune… [M. Cristina] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una rete tra quartieri proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
Ripartire dai volti
-------------------------------------------------------------------------------- Ripartire dai volti, le parole e la vita di coloro a cui è stato sottratto il futuro. Grazie! [Mauro Armanino] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ripartire dai volti proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
L’essere-in-Comune: forma di resistenza e spazio di invenzione e speranza
-------------------------------------------------------------------------------- Un Tetto Comune che non promette salvezza, ma forse qualcosa di più modesto e radicale: la possibilità di coltivare insieme il pensiero di un mondo diverso e, senza appaesarsi nella tana della rassegnazione, far risuonare l’eco di speranze non ancora tradite. [Attilio Meliadò] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’essere-in-Comune: forma di resistenza e spazio di invenzione e speranza proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
Un baluardo prezioso
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco con convinzione: “Senza denar’ nun se cantan’ messe”… Mi aiuta molto Comune per resistere e non perdere la speranza, un punto e tanti punti di vista che – meglio tardi che mai – mi allarga il campo visivo e mi dà strumenti per comprendere di più e meglio. Grazie siete un baluardo prezioso. [Maria Rosaria Mariniello] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un baluardo prezioso proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
La mia finestra aperta sul mondo
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco alla campagna un tetto Comune. Come amo ripetere spesso: Comune è la mia finestra aperta sul mondo. Grazie per il vostro lavoro! [Sandra Sani] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La mia finestra aperta sul mondo proviene da Comune-info.
September 5, 2026
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Grazie. Solo questo
-------------------------------------------------------------------------------- Grazie, grazie. Solo questo. [Antonella Ferrari] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Grazie. Solo questo proviene da Comune-info.
September 5, 2026
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Sul bisogno di un tetto comune
-------------------------------------------------------------------------------- Aderisco perché il bisogno di un tetto comune è un bisogno dolorosamente reale, come singoli il vento ci spazza via. [Micol Dell’Oro] -------------------------------------------------------------------------------- Tutte le adesioni alla campagna Un tetto Comune -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul bisogno di un tetto comune proviene da Comune-info.
September 5, 2026
Comune-info
Che tornino i volti
Edicola Equa, presidio sociale – gestito da Ciac – del quartiere Oltretorrente di Parma -------------------------------------------------------------------------------- Il termine nazione deriva dal latino e allude alla nascita e dunque suppone un gruppo di persone aventi una comune origine. Si vuole come espressione di un’appartenenza basata su cultura, lingua, religione, tradizioni e dunque una storia condivisa. Tutto ciò vorrebbe creare o postulare un forte senso di appartenenza identitaria. Naturalmente si tratta, com’è noto, di un’invenzione andatasi articolando in epoca recente e tutt’altro che in modo naturale. Eppure la parola e il concetto assicurano e conservano qualcosa di potenzialmente esplosivo. I nazionalismi e i populismi ne rappresentano, appunto, una delle possibili derive. Ernest Renan, in una conferenza del 1882 alla Sorbona sulla nazione, affermava che essa è l’espressione di “un plebiscito quotidiano”. Dall’identità basata sulla razza o altre affinità simili si passa dunque a una scelta e dunque a un atto di volontà che fonda la nazione. Accade dunque quello che si temeva da tempo. Il nazionalismo che fagocita e manipola la nazione che cancella infine i popoli. Si è inventata la nazione con le conseguenza che sappiamo e il popolo che dovrebbe comporla. Popolo che si è scoperto frantumato, sconnesso, diviso, disorientato perché, con rigorosa e metodica violenza, il sistema capitalista lo ha liquidato come nessuno seppe compiere nel passato. Peggio, molto peggio delle dittature perché, malgrado loro, presentavano almeno la faccia degli aguzzini. Questo sistema invece è senza vergogna perché usa le maschere e parte del popolo per distruggere il resto del popolo. Sono stati eliminati i collanti della vita sociale. La distanza tra governati e governanti è ormai un abisso che sembra incolmabile. Si tentano occasionali passerelle, passaggi di fortuna, scorciatoie ma la distanza è troppa, eccessiva e soprattutto non c’è nessuna intenzione di avvicinamento. Mondi paralleli e insieme giochi di specchi nei quali non si riesce a capire dove si trovino i volti reali. La partecipazione dei cittadini, all’origine di ogni democrazia che meriti questo nome, si è gradualmente trasformata in delega e infine in tradimento della parola data. Tradire le parola è tradire la politica. Lawrence Ferlinghetti, deceduto da un lustro, è l’autore di questa poesia. Pietà per la nazione i cui uomini sono pecore e i cui pastori sono guide cattive Pietà per la nazione i cui leader sono bugiardi i cui saggi sono messi a tacere Pietà per la nazione che non alza la propria voce tranne che per lodare i conquistatori e acclamare i prepotenti come eroi e che aspira a comandare il mondo con la forza e la tortura Pietà per la nazione che non conosce nessun’altra lingua se non la propria nessun’altra cultura se non la propria Pietà per la nazione il cui fiato è danaro e che dorme il sonno di quelli con la pancia troppo piena Pietà per la nazione – oh, pietà per gli uomini che permettono che i propri diritti vengano erosi e le proprie libertà spazzate via Patria mia, lacrime di te dolce terra di libertà! Di padre italiano e madre francese-ebraico-portoghese vide, tra le altre cose, Nagasaki dopo la bomba atomica e operò la scelta pacifista. Della scoperta dell’autore ringrazio l’amico Claudio Pozzani, creatore del Festival Internazionale della Poesia. Per lui le parole sono “spalancate” e dunque in continuità con la puntuale radiografia di Ferlinghetti. Volendo potremmo accostarla a un altro testo. Scritto e cantato trent’anni fa da Franco Battiato, interpreta la crisi della nostra nazione/patria con parole molto simili. È dunque tempo che “Tornino i volti”, scrisse nel millennio passato il filosofo Italo Mancini. Facciamo nostro questo imperativo come una delle condizioni per smascherare il sistema. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Che tornino i volti proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
Italia, laboratorio della guerra ai migranti
Foto YaBasta RestiamoUmani -------------------------------------------------------------------------------- Pubblichiamo un estratto di uno dei capitoli aggiornati del libro Nel laboratorio della guerra. Archeologia del presente, racconti antropologici, strategie planetarie, di prossima pubblicazione. . Nel 1998 la legge 40 “Turco-Napolitano” istituisce i Centri di Permanenza Temporanea che assumono la realtà di centri di detenzione per chiunque giunga in Italia da “irregolare” e diventano il modello di reclusione adottato da molti paesi europei. Nel 2002 la legge “Bossi-Fini” istituisce i Centri di Identificazione, legalizza la detenzione di migranti e richiedenti asilo violando la Convenzione ONU sui rifugiati e sancisce l’espulsione con accompagnamento alla frontiera, l’ottenimento del permesso di soggiorno legato ad un lavoro effettivo, l’uso delle impronte digitali e l’uso delle navi della marina militare per contrastare “l’immigrazione clandestina”. L’edificazione dei CIE e la definitiva criminalizzazione degli stranieri opera la separazione tra migranti “buoni” e “cattivi”, regolari e irregolari, possibili cittadini e criminali, – separazione che si riproduce all’interno dello stato tra cittadini con pieni diritti e marginali, pericolosi, anormali. Dopo il 2005, vengono adottati i Common Basic Principles redatti dal Consiglio Europeo, nella forma del Documento programmatico relativo alla politica dell’immigrazione, con cui si statuisce il principio della cosiddetta Civicintegration… In Italia il testo prodotto dal governo parla di adeguamento alle regole e riconoscimento dei valori della comunità di arrivo e la civicintegration conosce una più intensa torsione culturalista e autoritaria. Nel 2007 la Carta dei Valori della cittadinanza e dell’integrazione è il provvedimento del Ministro degli interni Amato per fronteggiare il rischio del “terrorismo islamico” attraverso la “soglia di tolleranza e sicurezza”. Prevede di assimilare ad un sistema di valori le diversità percepite come conflittive. L’adesione ai valori è misurata attraverso un vero e proprio muslimtest. Nel 2009 il “pacchetto sicurezza” (Legge 94) del ministro dell’interno Maroni attua la trasformazione dello straniero da soggetto di diritto a individuo condizionato e garantito dal permesso di lavoro. La prima selezione di “indesiderabili” avviene nei paesi di partenza e non di sbarco, mentre la selezione dei residenti potenzialmente pericolosi comprenderà in maniera informale attivisti, reti di movimento, studenti e giovani nelle strade e fuori dai locali della movida. Nel 2010 il Patto per l’integrazione nella sicurezza introduce misure obbliganti sulle condotte e sulla correzione degli stili di vita “stranieri”, giustificate dalla “salvaguardia dell’italianità” e dalla “rinnovata capacità di governo del fenomeno migratorio” attraverso il controllo rafforzato dei confini e la creazione selettiva e meritevole di cittadini docili e produttivi. Queste misure sono: educazione e apprendimento della lingua e dei valori, ottenimento di un lavoro sul mercato interno ed esterno, alloggio e accesso ai servizi essenziali e attenzione ai minori… … Nel 2015, l’Agenda europea sulle migrazioni prevedeva il rimpatrio e la cooperazione nella “gestione dei flussi” con i paesi terzi strategici, di transito e origine dei flussi (Grecia, Turchia e Niger, Nigeria, Mali, Etiopia, Sudan, Libia); il rafforzamento di Frontex e la “gestione condivisa” della guardia costiera con i paesi di transito; l’istituzione di hotspot «per controllare gli abusi dovuti ai processi di asylumshopping», in realtà per attuare l’espulsione nei paesi d’origine e transito; il “rafforzamento dei canali per la migrazione legale qualificata”. Seguendo il rifiuto di accoglienza dei del “gruppo di Vysegrad”, il governo italiano proponeva il Migration compact che prevedeva il rafforzamento dell’accordo UE-Turchia, l’esternalizzazione della frontiera mediterranea in base allo slogan “aiutiamoli a casa loro” in Niger, Nigeria, Senegal, Mali, Etiopia e un piano di investimenti pubblico-privati che subordina i finanziamenti alla cooperazione alle “politiche di impedimento” delle partenze e di riammissione per coloro che tentano di entrare nel territorio europeo… Il Memorandum di intesa dello Stato italiano con la Libia del 2017 siglato con Al Sarraj e l’accordo Italia-Niger per bloccare la rotta transhariana a cui si aggiunge la chiusura delle frontiere a Ventimiglia e al Brennero hanno sancito le politiche di respingimento. La legge Minniti-Orlando del 2017 combinava le regole di ingresso dei migranti “forzati” con il “decoro urbano”, che ha introdotto severe limitazioni alla libertà di movimento e ha rafforzato il potere di ordinanza dei sindaci tramite cui sono stati sgomberati edifici e spazi considerati abusivi. Il provvedimento ha introdotto un DASPO urbano, per il quale vengono allontanate dal territorio persone che mettono in atto “condotte che impediscono la fruizione di infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico”… … Nel 2018 diventa legge il “Decreto Salvini” su sicurezza e immigrazione che sotto la rubrica “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica” limita lo status di protezione internazionale in conseguenza dell’accertamento di gravi reati con norme idonee a scongiurare il ricorso strumentale alla domanda di protezione; limita il rilascio dei permessi di soggiorno a casi speciali rendendoli temporanei e consente il rifiuto del permesso laddove esistono convenzioni con altri paesi quando lo straniero non soddisfa le condizioni di soggiorno applicabili in uno degli stati contraenti; istituisce presso i tribunali la sezione specializzata in materia di immigrazione per la trattazione della controversie in materia di rifiuto di rilascio, diniego di rinnovo e di revoca del permesso di soggiorno; prolunga la durata del trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio da 90 a180 giorni; adotta misure per la tempestiva esecuzione dei lavori per la costruzione, il completamento, l’adeguamento e la ristrutturazione dei CPT, con spese a carico delle amministrazioni locali; sostituisce il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) con il sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e per minori stranieri non accompagnati, perché i richiedenti asilo non saranno più ammessi alle pratiche di formazione e inserimento socio-lavorativo; estende il DASPO urbano ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive e in specifiche aree urbane e prevede sanzioni per chi blocca una strada ordinaria o ferrata o comunque ostruisce o ingombra una strada. I comuni possono inoltre deliberare di assegnare in dotazione l’arma comune ad impulsi elettrici (taser). Il decreto dispone la pena della reclusione fino a quattro anni congiuntamente alla multa da 206 euro a 2.064 euro, nei confronti dei promotori e organizzatori dell’“invasione” di immobili. Dal 2020 i “decreti sicurezza” si susseguono, trasferendo nella penalità la sicurezza collettiva con l’introduzione di reati per la “sicurezza urbana”, la “gestione dell’immigrazione” e nuovi reati: occupazione arbitraria di immobili, detenzione di materiale con finalità di terrorismo, impedimento alla libera circolazione su strade e ferrovie (contro i blocchi stradali nelle manifestazioni di protesta non violenta), aggravante per il danneggiamento di beni, deturpamento e imbrattamento di beni pubblici, resistenza e violenza a pubblico ufficiale, “rivolta” nei penitenziari e nei centri di detenzione per migranti, tutele rafforzate per le forze dell’ordine; estensione del potere di arresto in flagranza differita, reati commessi nelle stazioni, bus e metropolitane, divieto di accattonaggio, DASPO urbano, divieto di vendita di “cannabis light”, nuove restrizioni per l’acquisto di Simcard, detenzione di donne incinte e con figli piccoli nei penitenziari invece che in strutture a custodia attenuata. Il provvedimento rende permanenti le tutele per gli agenti dei servizi segreti che possono compiere determinati reati se autorizzati dal capo di governo, come partecipazione ad associazioni sovversive e direzione di organizzazioni eversive… …Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023 il caicco ‘Summer Love’ partito dalla Turchia con 150-200 persone all’alba, naufragava davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro, nel Crotonese. Durante la notte un aereo di Frontex aveva segnalato l’imbarcazione alle ore 4 ma solo alle 6,50 la guardia costiera aveva salvato due naufraghi. Un’annotazione sul giornale delle operazioni del 25 febbraio dell’ufficiale di turno della Guardia di Finanza «…smentiva clamorosamente la versione dei fatti sostenuta con forza da tutti gli esponenti di governo: da tale documento – contrariamente a quanto sostenuto sin dalle prime ore dal ministro Piantedosi – si evinceva che il velivolo Frontex aveva segnalato subito la presenza di numerose persone a bordo, tanto che l’ufficiale – compresa la situazione, aveva annotato immediatamente che il natante portava migranti. Tale situazione, benché conosciuta anche dalla Guardia Costiera, rimase senza conseguenze: nessuno avviò il soccorso e si decise di aspettare che l’imbarcazione arrivasse nelle acque territoriali senza avviare né alcuna ricerca né alcun soccorso…».1 Secondo l’ammiraglio Vittorio Alessandro il soccorso immediato venne impedito da un “filtro interposto” all’azione di salvataggio da «…una direttiva emessa dal ministro Salvini che intimava a rispettare vecchie norme, introdotte nel 2005 ma rimaste inattuate fino al 2018 perché in contrasto con le normative internazionali: tali regole davano priorità alle operazioni di polizia rispetto alle esigenze di salvataggio.».2 A Novembre 2023 viene firmato dai governi italiano e albanese il protocollo che istituisce due Centri di detenzione per le persone migranti a a Shengjin e Gjader, diventati operativi ad ottobre 2024. Nel 2024 ci sono state due operazioni di trasferimento di richiedenti asilo e una nel 2025, senza che i provvedimenti siano stati convalidati dall’autorità giudiziaria che ha rinviato la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Ad aprile 2025 c’è stato il primo trasferimento di stranieri detenuti presso Cpr italiani. Il 26 giugno altre 15 persone sono state trasferite nonostante i dubbi relativi alla legittimità della procedura sollevati dalla Corte di cassazione. Nella struttura ci sono stati numerosi “eventi critici”: atti di autolesionismo e tentativi di suicidio nelle due settimane successive al trasferimento. Il 12 giugno scorso è entrato in vigore il Patto UE su migrazione e asilo che prevede lo screening obbligatorio alle frontiere esterne, procedure di frontiera accelerate e con minore permanenza sul territorio, un meccanismo permanente di “solidarietà” tra stati che possono scegliere tra ricollocamento, contributo finanziario o supporto operativo e l’istituzione di una banca dati biometrica integrata: oltre alle impronte, sono inclusi immagini del volto, dati anagrafici e segnalazioni di sicurezza, con un’età minima di registrazione abbassata. Il decreto introduce un fermo amministrativo fino a 72 ore. Rimane intatto il principio cardine di Dublino III, la competenza in via primaria allo stato di primo ingresso.3 In pratica viene introdotta la detenzione di fatto, anche per i minori; la possibilità per gli stati di assolvere l’obbligo di solidarietà con un contributo economico; l’uso della lista dei paesi di origine sicuri e il nuovo regolamento per i rimpatri con detenzione prolungata nei return hub in paesi terzi.4 Il 30 luglio 2026 migliaia di persone migranti a nuoto e a piedi attraversano la frontiera marocchina dell’exclave spagnola di Ceuta. Probabilmente con una serie di post sulle piattaforme social annunciavano che il confine con la Spagna era aperto. Probabilmente lo stesso governo marocchino ha spinto la notizia per ritorsione contro gli accordi energetici tra Spagna e Algeria, principale rivale regionale del Marocco. Inoltre il Marocco da decenni rivendica il territorio non autonomo dei sahrawi, appoggiati dall’Algeria che sostiene il Fronte Polisario. «Nel 2021, Spagna e Marocco avevano già vissuto un’altra crisi diplomatica. In un contesto segnato dagli Accordi di Abramo promossi dalla Casa bianca, il Marocco aveva riconosciuto Israele e, in cambio, Trump aveva proclamato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale, ex provincia spagnola considerata dall’Onu un territorio in attesa di decolonizzazione, ora in gran parte sotto il controllo di Rabat.».5 Nelle prime ore della “crisi di Ceuta”, «…l’esecutivo europeo aveva sostenuto che non vi fossero elementi per parlare di un’emergenza migratoria a livello dell’Unione, aveva ribadito il sostegno alla Spagna nella gestione della pressione migratoria e ricordato che il ripristino dei controlli alle frontiere interne resta disciplinato dal Codice frontiere Schengen, che per Ceuta prevede un regime specifico in quanto frontiera esterna dell’Ue…».6 Il 31 luglio l’Italia reintroduce i controlli alle frontiere aerea e marittima con la Spagna, sospendendo Schengen. Dopo aver chiesto al governo italiano il ripristino del normale regime, la Spagna ripristina i controlli alle frontiere per gli italiani con controlli a campione. Dal 17 agosto 2026 Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia si preparano a rimandare in Italia i “dublinanti”, sbarcati in Italia e poi passati negli altri Paesi europei, in base alle nuove regole del Patto per immigrazione e asilo in vigore dal 12 giugno. La guerra alle persone migranti, considerate merce umana da spedire prima della scadenza, continua. -------------------------------------------------------------------------------- 1 Naufragio di Cutro, “Wikipedia”, https://it.wikipedia.org/wiki/Naufragio_di_Cutro, link attivo al 21/08/2026 2 Cit. id. 3 Cfr. “Legal Blog”, Il Patto UE su migrazione e asilo in vigore dal 12 giugno: cosa cambia davvero, https://legal-blog/patto-ue-migrazione-asilo-2026, link attivo al 21/08/2026 4 Cfr. id. 5 Alberto Negri, Una storia di disperazione e di spie, “Il manifesto” 4/08/2026 6 Andrea Valdambrini, Meloni detta la linea: in guerra anche se il nemico non c’è più, “Il manifesto”, 2/08/2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Italia, laboratorio della guerra ai migranti proviene da Comune-info.
September 4, 2026
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