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Dieci anni di storie. Storytellers for peace
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nel 2016 ho avuto un’idea, ispirato dallo stupendo progetto Playing for Change: perché non fare qualcosa di simile con la narrazione delle storie? Grazie anche all’incoraggiamento dei fondatori dell’International Storytelling Network, i quali mi onorarono allora di nominarmi tra i coordinatori, ho sparso la voce ovunque a livello globale, per quanto mi è stato possibile, e così è nato il primo video degli Storytellers for Peace, i Narratori per la Pace, ovvero artisti da varie parti del mondo che recitano assieme la poesia If di Rudyard Kipling. Ognuno nella propria lingua madre. Questo è stato lo stile fin dall’inizio. Questo è il senso del progetto. Questa la sua anima: scrittrici, storytellers, attori e poetesse, gente che ha desiderio di raccontare e raccontarsi, con origini e vissuti lontani e differenti, uniti nel contribuire – ciascuno con il rispettivo “linguaggio” – a una storia collettiva. O meglio, un mosaico di pace e immaginazione. Il mio obiettivo iniziale era anche e soprattutto quello di connettere i nostri contributi con il mondo reale e mi è sembrato un modo interessante per realizzarlo non solo approfittando della contingenza del World Storytelling Day, la Giornata mondiale della narrazione che cade ogni anno il 20 marzo, ma pure delle varie ricorrenze annuali come quelle giustappunto sulla pace, i diritti umani, la nonviolenza, l’abolizione della schiavitù, la mancanza d’acqua in ogni parte del mondo e il difficile viaggio delle persone migranti. Dal primo video sono trascorsi dieci anni ed è un bel risultato per noi. Non è stato sempre facile riuscire ad avere la partecipazione di tutti, perché molti degli artisti coinvolti vivono in zone del mondo in cui spesso l’arte è costretta a lasciare il passo a ben altre urgenze. A tal proposito, non posso fare a meno di ripensare alle parole di una delle nostre compagne di viaggio che vive e lavora in India, la quale si è scusata per non essere stata con noi quest’anno perché, cito più o meno testualmente, ci sono momenti in cui la famiglia e le sue vitali necessità vengono prima di tutto. Non c’è problema, amica mia. Sei con noi comunque. Allo stesso tempo, ho provato una gioia enorme vedendo tornare in video un altro nostro compagno, il quale per anni ha dovuto convivere con una situazione nel suo Paese davvero critica. Difficile raccontare storie di pace quando sei letteralmente ad affrontare la guerra. Ma quando ciò accade, ciascuna parola vale qualsiasi prezzo. Così, eccoci arrivati al video, ovvero ai video, con cui abbiamo il piacere di celebrare questo traguardo. Peraltro in un periodo storico in cui la pace è qualcosa di prioritario in ogni argomentazione anche qui da noi. Dico questo perché in questi dieci anni, prima dello scoppio dei conflitti che oggi stanno riempiendo le prime pagine dei giornali, alcuni dei nostri compagni di viaggio, per nascita o lavoro si trovavano a loro modo immersi in situazioni che ora altri stanno vivendo in prima persona e viceversa. La guerra c’è sempre stata là fuori per molti, troppi, a questo mondo. Ecco perché la pace dovrebbe essere il tema principe ogni santo giorno. A ogni modo, basta con le ciance, spazio alle storie. Come dicevo, invece che il solito collage collettivo, per questa occasione ho proposto alla squadra di fare ciascuno il proprio video, inserito successivamente in una playlist dedicata. L’occasione è stata ancora una volta il World Storytelling Day, il cui tema quest’anno è Light in the Dark. Luce nell’oscurità. Quanto mai coerente con i tempi in cui viviamo. Spero vivamente che i racconti vi diano ulteriore speranza e altro coraggio per affrontare le vostre vite. È ciò a cui teniamo di più. Buona visione. -------------------------------------------------------------------------------- Alessandro Ghebreigziabiher è scrittore, attore e regista teatrale. Il sito che cura da molti anni è Storieenotizie.com. Il suo ultimo libro invece si intitola Il futuro dei miei (Didattica Attiva) ed è un viaggio intorno ai temi del razzismo e delle migrazioni. Ha cominciato a collaborare con Comune prima che nascesse… -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dieci anni di storie. Storytellers for peace proviene da Comune-info.
March 22, 2026
Comune-info
La strage di gennaio
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Queste le parole con cui Rafael Atangana Landy, un familiare del Camerun, si rivolge alle autorità competenti, alle famiglie e comunità coinvolte e alle persone in ascolto davanti all’ennesima strage di frontiera. Raphael ha contattato MEM.MED per avere supporto nella ricerca di suo figlio David Ekobena e insieme stiamo portando avanti questa battaglia.  Buongiorno, buongiorno a tutta la grande famiglia. Posso solo dire buongiorno perché è una formula di cortesia, ma le parole, l’espressione del cuore e del volto raccontano la desolazione che stiamo attraversando oggi. Denti che digrignano, cuori straziati, lacrime che scorrono. Abbiamo tutti perso persone a noi carissime in questa tragedia. Mio figlio David è partito da Sfax, faceva parte di quel viaggio verso l’Italia. Non è mai arrivato. Non abbiamo più avuto sue notizie. Non era solo: era con i suoi amici, con i suoi cari, che oggi sono diventati tutti nostri figli. È con immenso dolore, con profonda sofferenza e rabbia e tra molte lacrime che esprimiamo questa desolazione. Non posso che porgere le mie più sentite condoglianze e la mia piena solidarietà alle altre famiglie colpite, come lo sono io oggi. Chiediamo alle autorità italiane di aiutarci a ritrovare i corpi dei nostri figli, sapendo quanto sia importante celebrare le esequie, poter ritrovare, vedere e salutare per l’ultima volta i propri cari: i nostri figli, i nostri fratelli, le nostre mogli, le nostre sorelle, tutti coloro che hanno perso un familiare in questa tragedia. Tanto coraggio, e che il Signore ci sostenga. Dal Camerun, più precisamente da Douala, Grazie di cuore a chi ci sostiene Il massacro di gennaio Durante il mese di gennaio, a causa di violenze sempre più feroci in Tunisia, da Sfax, centinaia di persone hanno preso il largo, tra il 14 e il 21 gennaio, tentando di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo. Nello stesso periodo, un ciclone, poi chiamato Harry, si è abbattuto sul Canale di Sicilia. Le conseguenze della crisi ambientale hanno colpito con forza le coste siciliane e tunisine per due settimane. Così come la violenza sistemica delle frontiere si è abbattuta su quei corpi in lotta per la libertà. Di quelle barche partite da Sfax solamente una è arrivata a Lampedusa, delle altre non si è più saputo nulla. Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, parlano di più di dieci imbarcazioni e di almeno mille persone disperse in mare. Nei media, il silenzio ha inghiottito il massacro.  Nelle settimane successive, però, alcuni corpi sono riemersi tra le onde del mare, e alcuni di questi recuperati dalle navi di soccorso o dalle autorità marittime italiane. Corpi decomposti ma anche persone che hanno un nome e una storia, nonché una famiglia, che ad oggi rimane in attesa di risposte e di un riconoscimento. Per questo, insieme ad altre associazioni attive sul campo, abbiamo inviato una lettera alle autorità competenti nazionali e locali in cui si raccomanda e si sollecita  l’attivazione immediata di tutte le procedure utili all’identificazione e alla degna sepoltura. Le istanze delle famiglie Parallelamente, come per Rafael, ci siamo attivate per le familiari di persone scomparse originarie del Camerun, del Gambia, della Costa D’Avorio, dell’Algeria e del Sierra Leone partite da Sfax e dall’Algeria in quei giorni. Attraverso il tramite della legale dell’associazione è stata presentata denuncia di scomparsa e sono state mandate richieste alle autorità competenti dei territori in cui sono stati rinvenuti i corpi affinché venga verificata l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e le persone scomparse segnalate. Considerato l’avanzato stato di decomposizione dei corpi rinvenuti, questo probabilmente potrà avvenire solo tramite il prelievo e la comparazione del DNA.  Come dichiarato anche da Rafael, in un’intervista dei giorni scorsi alla televisione italiana, è fondamentale il coinvolgimento delle autorità consolari dei Paesi di origine, così come del Ministero degli Affari Esteri e delle altre istituzioni competenti. È indispensabile che vengano predisposte e rese accessibili tutte le procedure necessarie alla raccolta dei campioni di DNA dei familiari residenti nei loro Paesi e al loro tempestivo invio alle autorità competenti italiane, così da consentire la comparazione con il materiale genetico prelevato dalle salme. Contro-monitoraggio e richieste Benché i media nazionali e locali parlino di circa 15/17 salme rinvenute a seguito della strage legata al ciclone Harry, secondo il nostro monitoraggio, i numeri sarebbero più alti:  da gennaio ad oggi almeno 22 corpi sono riemersi dal mare, in diversi territori della regione Sicilia e Calabria, lungo le coste delle province di Trapani, Siracusa, Agrigento, Termini Imerese, Caltanissetta, Cosenza, Vibo Valentia. Il modo frammentario e approssimativo con cui queste informazioni sono state finora diffuse, prevalentemente attraverso fonti giornalistiche invece che canali istituzionali, oltre a denunciare la noncuranza e l’approssimazione con cui queste morti vengono trattate, impedisce di avere dati affidabili sul numero effettivo dei corpi e sui luoghi di ritrovamento, privando anche le famiglie delle persone disperse di informazioni essenziali sul destino dei propri cari. Per questo motivo, abbiamo presentato un accesso civico generalizzato agli uffici delle prefetture e dei comuni competenti nei territori interessati, con l’obiettivo di ottenere dati puntuali e verificabili. In particolare, abbiamo richiesto informazioni relative al numero dei ritrovamenti, ai luoghi esatti in cui sono avvenuti, agli attori coinvolti, alla tipologia di accertamenti e di raccolta dati effettuati sulle salme, al numero totale delle persone identificate, ai luoghi di sepoltura e, ove possibile, anche informazioni relative al genere e all’età delle vittime. Riteniamo fondamentale che le autorità competenti attivino un canale diretto di comunicazione con le famiglie, affinché queste possano essere costantemente e correttamente informate sullo stato dei recuperi e dei dati raccolti; che tutte le procedure finalizzate a una corretta identificazione vengano svolte tempestivamente. Si ritiene infatti cruciale poter restituire l’identità ai dispersi anche a distanza di tempo, e ciò è possibile soltanto se le procedure, tra cui il prelievo del DNA della salma e dei familiari, vengano rispettate scrupolosamente, e se la sepoltura sia disposta con assoluta certezza del luogo. Ribadiamo l’importanza di riconoscere che anche un corpo decomposto ha un valore, appartiene a una vita vissuta e si inserisce in una rete di affetti che ne cercano le tracce. Per questo sollecitiamo le navi di soccorso e chiunque avvisti in mare o in terra resti umani a porre ogni sforzo al fine di recuperarli. Tutti i resti corporei, anche quelli decomposti, sono tracce preziose, non residui senza significato. Infatti, anche i corpi non integri, attraverso le tecniche forensi e la comparazione del DNA, possono essere identificati, dando risposte alle loro famiglie. E così tracciare identità e nomi, opponendosi alla logica che riduce alcune morti e alcuni resti a perdite senza memoria.  Morte e incuria nella morte sono prassi politiche della gestione delle frontiere a cui non ci arrenderemo mai. Porteremo sempre l’attenzione su ciò da cui gli Stati vogliono distogliere lo sguardo: persone, famiglie e comunità distrutte dalla violenza dei confini. Affinché tutto questo dolore possa essere veramente visto. Perché queste voci esigono di essere ascoltate. In memoria delle persone martiri per la libertà di movimento. Insieme alle loro famiglie, con rabbia e con amore. Non dimentichiamo e non perdoniamo. -------------------------------------------------------------------------------- Mem.Med Memoria Mediterranea è un collettivo di ricercatorə, antropologhə, avvocatə, psicologhə, sociologhə, mediatorə, geografə e attivistə che si muovono nell’area Mediterranea per analizzare in maniera critica i confini che lo limitano, i processi migratori che lo attraversano e le politiche che li regolamentano. Mem.Med Memoria Mediterranea è un progetto nato dal lavoro congiunto e partecipato delle associazioni: Borderline Sicilia Onlus, CarovaneMigranti, Clinica Legale per i Diritti Umani (CLEDU) di Palermo, Campagna LasciateCIEntrare, Rete Antirazzista Catanese, Watch the Med-AlarmPhone. Per sostenere le attività e il progetto di Mem.Med Memoria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La strage di gennaio proviene da Comune-info.
March 22, 2026
Comune-info
L’ostello che accoglie dignità
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- A San Giuseppe Vesuviano (Città metropolitana di Napoli), venerdì 20 marzo è stato inaugurato il primo ostello sociale ad alta autonomia del territorio, realizzato nell’ambito del progetto “Su.Pr.Eme 2” (piano quinquennale nato in ambito Ue per il superamento delle forme di caporalato e situazioni di grave marginalità vissute dai migranti nelle regioni del sud): una struttura di pronta accoglienza rivolta a persone che emergono da situazioni di sfruttamento lavorativo e in condizioni di forte vulnerabilità. “L’ostello rappresenta una risposta immediata per chi intende fuoriuscire da condizioni di sfruttamento, con l’obiettivo di accompagnare le persone nel superamento delle situazioni di fragilità e nell’accesso a percorsi di inclusione abitativa e lavorativa”, spiegano le associazioni YaBasta RestiamoUmani e Nova Koinè, note per il loro progetti di accoglienza diffusa. Si tratta di una struttura particolarmente significativa per l’area vesuviana, dove il fenomeno dello sfruttamento lavorativo è diffuso, e che si inserisce nel più ampio intervento di prevenzione e contrasto al lavoro sommerso e al caporalato. Il progetto è realizzato sul territorio da una rete composta da Regione Campania, Dedalus, ActionAid Napoli Cooperativa Shannara, Legambiente Campania e dalle associazioni YaBasta RestiamoUmani, Nova Koinè e Cittadini per l’ambiente. L’inaugurazione è avvenuta alla presenza di Michele Sepe (sindaco di San Giuseppe Vesuviano), padre Carmelo Prestipino (Provinciale della Congregazione dei Giuseppini del Murialdo), padre Giuseppe d’Oria (Direttore del Centro Giovanile della Congregazione) e degli enti partner del progetto Su.Pr.Eme2. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’ostello che accoglie dignità proviene da Comune-info.
March 22, 2026
Comune-info
La costruzione politico-giuridica dello scafista
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Pedro Kümmel su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- [Fonte: Meltingpot.org] Come funziona la criminalizzazione delle persone migranti, in particolare tramite l’individuazione della figura dello “scafista”? Il report “Dal mare al carcere” 1, redatto da Arci Porco Rosso di Palermo e borderline-europe, cerca di rispondere a questa domanda. I dati raccolti mostrano che durante il 2025, in Italia, sono avvenuti 467 arresti per il reato di “facilitazione dell’immigrazione irregolare” previsto all’art. 12 del Testo Unico Immigrazione (TUI) e 97 persone sono state arrestate appena sbarcate. Secondo i dati raccolti nel report, «non esiste carcere in cui non ci sia qualcuno criminalizzato per aver facilitato la libertà di movimento» 2.  Cerchiamo di chiarire il contesto giuridico e politico. L’art. 12 del TUI, innanzitutto, disciplina i reati legati al favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, prevedendo pene severe per chi organizza, finanzia o facilita l’ingresso illegale di stranieri in Italia, causando volontariamente o involontariamente lesioni o morte alle persone migranti coinvolte. Le pene previste vanno dai 10 ai 30 anni, in base alla gravità della situazione, a cui si aggiungono aumenti di pene in caso di aggravanti e il divieto di bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti, salvo limitate eccezioni. Quest’ultimo aspetto è il più problematico, in contrasto con l’art. 3 della Costituzione, che impone che il legislatore non introduca discipline irragionevoli o discriminatorie: in questo caso, tuttavia, una condotta caratterizzata da involontarietà può comportare pene prossime a quelle previste per l’omicidio volontario 3. Inoltre, sembra non venir rispettato neanche l’art. 27 della Costituzione, che prevede una pena volta alla rieducazione del condannato mentre qui, al contrario, l’intento è eminentemente repressivo. Il punto più delicato riguarda proprio i cosiddetti “scafisti”: accade spesso che vengano identificati con coloro che reggono il timone dell’imbarcazione, che magari sono costretti a farlo come forma di pagamento della traversata.  Un altro termine usato in questo caso è quello di “capitano”. Nel Contro dizionario del confine gli autori – ricercatori e ricercatrici dell’Università di Genova e di Parma riuniti sotto il nome collettivo di Equipaggio della Tanimar – spiegano che è un termine polisemico, dato che viene utilizzato sia da viaggiatori senza documenti, sia dai funzionari europei. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: “Dal mare al carcere”: report semestrale 2025 di Arci Porco Rosso -------------------------------------------------------------------------------- Per i primi, coloro che cercano di raggiungere le coste italiane, il termine fa riferimento a una figura su cui fare affidamento, che si spera non essere un impostore e sappia davvero portare avanti la traversata. Altre volte, invece, è un passeggero, obbligato a prendere il timone, spesso contro la sua volontà; in tutti i casi, comunque, rimane un viaggiatore. Per le istituzioni, al contrario, il capitano è solo un trafficante, uno “scafista” per l’appunto, da punire in base alle leggi contro l’immigrazione “illegale”. Egli diventa il responsabile da individuare e punire in modo esemplare, a volte solo a causa del fatto che viene trovato con in mano una chiave inglese, una candela del motore, senza nessuna altra prova a suo carico. Secondo gli autori del Contro dizionario, «la criminalizzazione del capitano mostra come le logiche repressive europee si riproducono sull’altra sponda del mediterraneo: esperienze lavorative pregresse o gesti contingenti diventano prove di colpevolezza. Per questo una volta che le barche sono in vista del soccorso i capitani tornano a confondersi nell’equipaggio, protetti spesso dai passeggeri» 4. In questi casi, quindi, il soggetto non organizza il traffico, non appartiene a strutture criminali e non gestisce l’operazione, ma è l’unico «che le autorità riescono a individuare, così su di lui si riversa tutta la domanda collettiva di repressione» 5, diventando un vero e proprio capro espiatorio. Tutto questo avviene, ovviamente, in accordo col più generale clima di repressione e controllo securitario italiano ed europeo. Il DDL sicurezza del governo Meloni 6 prevede, oltre ad un ruolo sempre più centrale per i CPR 7, il cosiddetto “blocco navale”, cioè la possibilità che, in caso di minaccia grave all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale, il governo possa impedire l’ingresso nelle acque territoriali italiane a imbarcazioni sospettate di trasportare migranti e fermare le navi in mare, trasferendo i migranti a bordo in Paesi terzi, se disponibili e “sicuri”. Come sottolinea l’associazione Antigone, questo provvedimento mira a «trasformare il diritto penale e amministrativo in uno strumento di gestione del consenso e dell’ordine pubblico, mettendo insieme categorie eterogenee – persone migranti, minorenni, attivisti, autori di reati comuni – come se fossero un unico problema di sicurezza» 8. Lungi dal rappresentare un’eccezione, il DDL si colloca in perfetta continuità con i più recenti regolamenti europei. A partire da giugno 2026, infatti, entrerà in vigore il Patto sulla migrazione e l’asilo dell’Unione Europea, approvato nel maggio 2024 9. Esso comprende dieci provvedimenti che mirano a modificare il sistema di accoglienza dei richiedenti asilo e a facilitare il rimpatrio di coloro che si ritiene non abbiano il diritto di rimanere in Europa. Sono previste, ad esempio, procedure più rapide per le domande di asilo e i rimpatri alle frontiere, con l’obiettivo di prendere decisioni entro 12 settimane, e la creazione di centri di accoglienza nei Paesi di primo ingresso. Al di là dei proclami di responsabilità e solidarietà, esso «si colloca all’interno di un processo più ampio di ristrutturazione dei principi fondanti della democrazia costituzionale europea» 10 e porta avanti l’esternalizzazione e la militarizzazione delle frontiere.  Non è solo l’Italia, tra l’altro, che inasprisce le misure repressive e criminalizzanti nei confronti delle persone in movimento. Human Rights Legal Project (HRLP) e Legal Centre Lesvos (LCL), che operano a Samo e Lesbo, supportando e difendendo migranti accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, hanno redatto un altro report 11 che dimostra che la situazione è critica anche in Grecia. Numerose persone identificate come “scafisti” all’arrivo in Grecia hanno riferito di essere state costrette, o sotto la minaccia delle armi da membri di reti di contrabbando, o perché non potevano pagare, o potevano pagare solo un prezzo ridotto (che di solito varia da diverse centinaia di euro a migliaia di euro, secondo i rapporti delle persone in movimento); in altri casi, le persone dovevano guidare la barca per necessità dopo essere state abbandonate in mare. Il report dimostra, attraverso casi studio e processi in corso, come anche in questo caso «le autorità greche stiano usando la legislazione contro il favoreggiamento dell’immigrazione illegale per perseguire proprio le persone che dovrebbero essere protette» 12. Queste misure si basano sul Protocollo ONU contro il Traffico di Migranti via Terra, Mare e Aria, detto Protocollo di Palermo e redatto nel 2000. Esso mira a prevenire e combattere il traffico di migranti, nonché promuovere la cooperazione tra gli Stati Parte a tal fine, tutelando al contempo i diritti dei migranti oggetto di traffico clandestino 13. Il «traffico di migranti» (smuggling) si riferisce all’ingresso illegale di una persona in uno Stato Parte di cui la persona non è cittadina o residente permanente, al fine di ricavare, direttamente o indirettamente, un vantaggio finanziario o materiale (sarebbe quindi in Italia il reato di favoreggiamento dell’immigrazione illegale). A differenza della tratta di esseri umani, che è il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’ospitalità o la ricezione di persone, tramite minaccia o uso della forza o altre forme di coercizione allo scopo dello sfruttamento, il traffico di migranti è concepito dal Protocollo principalmente come un crimine contro lo Stato e il controllo delle sue frontiere. Gli Stati Parte, infatti, devono perseguire il traffico come reato penale, ma il Protocollo specifica che i migranti oggetto del traffico non andranno incontro a procedimenti penali.  Come notano gli autori del report greco, la confusione dei due termini non solo demonizza chi viene accusato di favoreggiamento dell’immigrazione, ma non considera nemmeno il contesto in cui le persone sono costrette ad attraversare i confini, nel quale le reti di traffico sono l’unico mezzo per facilitare il passaggio di frontiere sempre più militarizzate e ostili. In assenza di leggi migratorie non discriminatorie che permettano alle persone di attraversare i confini in modo sicuro e legale, infatti, continueranno a esistere reti di questo tipo. La confusione deliberata tra tratta di esseri umani e favoreggiamento della migrazione, soprattutto quando i migranti vengono criminalizzati per facilitare il proprio movimento, rafforza le narrazioni anti-migranti che dipingono questi ultimi, in particolare gli uomini, come minacce criminali violente 14. Inoltre, Il Protocollo è alla base del “Facilitators Package”, costituito dalla Direttiva UE 2002/90/CE (di seguito ‘Direttiva sulla Facilitazione’) e dalla Decisione Quadro 2002/946/JA, adottata nel 2002, che imponeva a tutti gli Stati membri di creare legislazioni che rendessero reato penale per chiunque prestare assistenza a una persona nell’ingresso o nel transito del territorio di uno Stato membro dell’UE in violazione della legge nazionale 15. Il requisito che questo aiuto sia fornito per guadagno materiale è stato però rimosso dalla definizione europea, così come l’esenzione per i migranti che attraversano i confini, rendendo significativamente più facile per gli Stati membri criminalizzarli 16. Le conseguenze, ovviamente, ricadono proprio sulle vite delle persone migranti: gli autori del report sulla situazione greca notano che a settembre 2025, il 45,8% delle persone incarcerate in Grecia per favoreggiamento della migrazione irregolare stava scontando pene che vanno da 15 anni all’ergastolo, mentre il 31,6% dei detenuti da 5 a 10 anni 17. Anche per l’Italia la situazione è simile: le persone migranti quasi inevitabilmente finiscono per essere rinchiuse nei CPR, dato che «l’etichetta amministrativa della “pericolosità sociale”, attribuita automaticamente come conseguenza del reato, porta con sé la promessa di una detenzione senza una fine certa» 18. Gli autori del report Dal mare al carcere raccontano, ad esempio, che attualmente seguono i casi di 147 persone accusate o condannate come “scafisti”, di cui circa la metà sono ancora in carcere. Quattro persone – D., A., M. e L. – sono detenute da mesi nei CPR di Caltanissetta, Milo e Ponte Galeria, nonostante tutti abbiano richiesto asilo, e nonostante per due di loro che provengono da Russia e Ciad, la deportazione non sia nemmeno effettivamente praticabile.  Un altro caso menzionato è quello di Mouad, nome di fantasia di un giovane ragazzo guineano che, nonostante abbia prodotto documentazione proveniente dal Paese di origine che prova il suo essere minorenne, è stato condannato a 3 anni e mesi 4 di reclusione 19. Inoltre, nonostante le dichiarazioni di solidarietà nei confronti dei civili iraniani, ci sono stati processi contro tre persone provenienti dall’Iran: Maysoon Majidi, attivista e regista curdo-iraniana, Marjan Jamali, e Babai Amir, coimputato di quest’ultima. Quest’anno sia Maysoon che Marjan sono state assolte, a seguito di forti campagne di solidarietà avviate sia al livello locale che nazionale. Purtroppo, pur con una storia molto simile, Babai Amir ha subito una condanna a sei anni, a seguito della quale ha tentato di togliersi la vita. I giudici hanno concesso le attenuanti generiche, riducendo la pena ma confermando la responsabilità penale già stabilita in primo grado 20.  «Nel clima di guerra e di odio razzista che ci circonda, può essere facile cedere al pessimismo e avere la sensazione che tutto sia perduto», notano in conclusione gli autori del rapporto. Tuttavia, «le parole chiare e potenti di Maysoon, Alaa e di tante altre persone criminalizzate, insieme alla determinazione di attivist3 e politicə che scelgono di schierarsi apertamente in solidarietà, ci ricordano che arrendersi non è un’opzione e che continuare a lottare per ciò che è giusto è una responsabilità collettiva» 21.  1. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025, 15/02/2026 ︎ 2. Consulta il rapporto ︎ 3. Art. 12-bis TUI: morte o lesioni nei reati di immigrazione clandestina alla Corte Costituzionale, Avv. Massimo Ferrante ︎ 4. Equipaggio della Tanimar, Controdizionario del confine. Parole alla deriva del Mediterraneo centrale, Tamu Edizioni, 2025, p. 62 ︎ 5. Lo “scafista” come artefatto giuridico e sociale, Il Manifesto (9 febbraio 2024) ︎ 6. Patto migrazione e asilo, governo approva ddl per attuazione (12 febbraio 2026) ︎ 7. Tra le misure previste il divieto di avere cellulari o fare riprese nei centri di detenzione e la forte limitazione alle visite degli assistenti parlamentari: Blocco navale delle ong, la destra torna alla carica, Il Manifesto (12 febbraio 2026) ︎ 8. Pacchetto sicurezza. Antigone: “un nuovo e grave attacco allo Stato di diritto. Non sono questi i provvedimenti che portano benefici sulla sicurezza” (16 gennaio 2026) ︎ 9. Patto sulla migrazione e l’asilo, Commissione EU (21 maggio 2024) ︎ 10. Da diritto a ricatto, la capriola della Ue, Il Manifesto (14 febbraio 2026) ︎ 11. Report: The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? (novembre 2025) ︎ 12. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? p. 8. ︎ 13. Protocollo addizionale  della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria ︎ 14. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion?, pp. 11-12. ︎ 15. Il 13 settembre 2023, la Presidente von der Leyen ha proposto di rinforzare gli strumenti a disposizione dell’UE per contrastare il traffico di migranti aggiornando questa direttiva. Cfr. qui il link ︎ 16. The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion?, pp. 9-10. ︎ 17.  The Exemption from Criminalisation: A Real Safeguard or an Illusion? p. 10. ︎ 18. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025 ︎ 19. Migranti, la storia del ragazzino scambiato per maggiorenne e da due anni nel carcere con gli adulti, La Repubblica (maggio 2025) ︎ 20. Sbarco di migranti a Roccella Ionica, ridotta la pena per Amir Babai: la difesa annuncia ricorso in Cassazione, La Gazzetta del Sud (13 marzo 2026) ︎ 21. La criminalizzazione dei cosiddetti scafisti nel 2025 ︎ -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La costruzione politico-giuridica dello scafista proviene da Comune-info.
March 22, 2026
Comune-info
Il treno
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Maciek Sulkowski su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Ero appena tornato dalla frontiera di Ventimiglia, in treno. Due giorni dopo dopo sugli stessi binari camminava un giovane che cercava di passare la frontiera nella galleria in località Balzi Rossi. Si tratta di una parete rocciosa attraversata da caverne dove sono stati scoperti reperti risalenti al paleolitico superiore. Tra questi una ventina di sepolture umane, alcune delle quali riferibili a individui del tipo Cro-Magnon, uomo di Grimaldi. Il corpo irriconoscibile di Meher Naffouti, ragazzo tunisino di venticinque anni è stato trovato il sabato mattina 14 marzo sui binari presso il confine di Stato di Ponte San Ludovico. Un corpo che è stato difficilmente riconosciuto da indizi che la stessa famiglia ha potuto confermare. Ero appena tornato da quella zona con un nodo di tristezza negli occhi di cui, solo adesso, ho colto appieno la premonizione. Un binario che conduce all’ultimo viaggio. È stato il macchinista di un treno francese in ingresso in Italia a vedere il corpo sui binari verso le 10 di mattina. Meher, nato il 22 agosto 1999 a La Marsa, in Tunisia dove vive la sua famiglia, era già stato in Olanda. Aveva poi vissuto in Germania per qualche anno e desiderava stabilirsi definitivamente in Francia. Il destino lo aveva portato in Italia da dove si accingeva ad uscire, camminando come un acrobata di utopie, sui binari del treno che solca il confine di Stato. Come tanti altri migranti, almeno una cinquantina dal 2025, ha perso la vita lungo la ferrovia che avrebbe potuto portarlo dove sognava di vivere. Pensava che attraversando il confine sui binari non avrebbe trovato posti di controllo della polizia francese. Dalle testimonianze raccolte si parla di lui come di “una persona gentile, disponibile e che condivideva tutto ciò che aveva.. amava le motociclette”, ricordano gli amici. Gli stessi amici non riescono a spiegarsi come sia potuto accadere. Raccontano di un ragazzo prudente, attento, lontano da comportamenti rischiosi. «Non aveva né documenti né soldi – dichiarano – Forse è per quello che ha provato a oltrepassare il confine a piedi». Lo ha fatto lungo i binari, al buio. Impossibile per il macchinista accorgersi di quel giovane che camminava da solo sui binari. È morto con addosso il giubbotto che amava, lo stesso piumino nero che indossa nella foto sorridente scattata dai suoi amici. Poche ore prima della morte, la sera prima alle 23, Meher aveva comunicato il suo piano ad amici in Germania. Aveva espresso con semplicità il suo piano di raggiungere la Francia, Paese in cui desiderava continuare il suo futuro. Dalla Germania era stato trasferito in Svizzera e poi in Italia. I treni portano lontano e transitano frontiere. Ci sono i binari che li guidano su rotte stabilite per meglio viaggiare, comunicare, spostarsi, andare altrove. Ci sono treni che non portano da nessuna parte anche se lussuosi e magari con l’obbligo di prenotazione. Proprio su uno di questi treni, consapevolmente o meno, ci troviamo. Morire a 26 anni sui binari di treno che attraversa il confine, allungando la lista dei morti sulle frontiere dell’Europa è una grave sconfitta. Almeno 655 persone sono morte o disperse nei primi due mesi dell’anno nel Mediterraneo, il doppio rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il nome Meher ha origini persiane e significa amicizia, amore, ed è spesso associato alla luce del sole. Proprio quello che una galleria del treno che passa sui binari ha cercato di spegnere. Ora, giusto alla frontiera, c’è solo una stella in più, accanto a una croce. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il treno proviene da Comune-info.
March 21, 2026
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Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI, COME TERRA E ACQUA, IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
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Protocollare e punire
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Markus Spiske su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Sebbene rimandi etimologicamente al termine greco che indicava il foglio iniziale di un rotolo di papiro e sebbene abbia una storia e una genealogia specifiche, è solo con l’avvento della modernità che il protocollo fa tracimare l’originario status di registrazione archivistica nel mare magnum della vita sociale e politica, contribuendo, grazie al suo ambiguo potere performativo, ad alimentare e dissimulare i rapporti di forza esistenti tra i diversi attori sociali. Enrico Gargiulo, sociologo attivo negli ambiti problematici della cittadinanza, della sicurezza e dell’ordine pubblico, con Protocollo: uno strumento di potere, recentemente uscito per i tipi di elèuthera, si impegna in un lavoro di decostruzione dei discorsi istituzionali sulle politiche sociali, portandone alla luce il carattere oppressivo e discriminatorio, in vista di una prospettiva in grado di sovvertirne le strategie disciplinanti. Con la modernità – questa la tesi principale di Gargiulo –, il protocollo si fa strumento flessibile e tutt’altro che neutro, in quanto funzionale a un controllo sociale pervasivo. Ciò che tuttavia colpisce di più è la dimensione pseudo-giuridica con cui attualmente i dispositivi protocollari sussumono i poteri giudiziario, esecutivo e legislativo. Ed è interessante notare che non sono o, quantomeno, non sono solo i regimi autoritari a sfruttare le potenzialità disciplinanti dei protocolli, ma anche (e soprattutto) le cosiddette democrazie liberali sempre più tese a ridurre l’agone politico a mera pratica amministrativa. Dalla ancora recente emergenza pandemica allo stato di guerra permanente che caratterizza le forme del neocolonialismo contemporaneo, il protocollo sembra orientare tutte le possibili e variegate declinazioni del governo delle popolazioni. Il sociologo italiano ci ricorda che gli ambiti interessati all’applicazione di questo efficace strumento di coercizione dissimulata sono moltissimi e vengono sistematicamente coinvolti dal potere politico nel momento in cui delega delicate funzioni di controllo a tecnici e specialisti, i quali, forti della loro discrezionalità professionale, si sostituiscono alla legge e al diritto. La natura del protocollo, soprattutto nei casi in cui l’emergenza contestuale crea vuoti giuridici, «non si limita […] a rendere più concrete le norme esistenti, ma agisce come una pseudo-norma che va a innovare il campo giuridico: anche se non è formalmente una legge si comporta come se lo fosse» (p. 34). Il protocollo assurge così a vero e proprio linguaggio codificato necessario alla comunicazione tra attori che insistono in settori analoghi, affini o contigui, contribuendo «a creare standard linguistici e procedurali, funzionando quindi come un dispositivo “educativo”, capace di gettare le basi di conoscenze condivise e di stabilire identità comuni» (p. 34). Il protocollo, come è noto, è anche una modalità di tenere traccia di una determinata documentazione. Il che corrisponde a dire che il protocollo è valido solo se certificato nello spazio amministrativo delle varie istituzioni di Stato. È in tal modo che il suo carattere documentale istruisce una serie di operazioni volte ad attualizzare ciò che sulla carta è solo previsto, fornendo o togliendo legittimità a determinati comportamenti. In ultima analisi, il protocollo assume le caratteristiche di un contratto tra le parti coinvolte – direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente. Pur fingendo di essere la risposta più adeguata alle esigenze organizzative attraverso cui il potere esercita il suo governo sulla popolazione, i protocolli sono in realtà efficaci strumenti per ovviare alla rischiosa aleatorietà della legge nell’ambito di società sempre più complesse e senza dover ricorrere a metodi esplicitamente coercitivi e potenzialmente impopolari. Il quadro storico tratteggiato da Gargiulo è esemplare nel dimostrare che l’avvento al potere della borghesia con la sua articolazione coloniale fa sì che il protocollo assuma le sembianze di uno strumento strategico atto a mantenere un ordine asimmetrico e diseguale. L’accumulazione del capitale, infatti, ha un bisogno “vitale” di trasferire la propria forza al di fuori dei confini della “civiltà” occidentale e, in questo, i protocolli sono (stati) di grande aiuto. «Le strutture architettoniche dei forti, dei porti e delle navi, così come le forme di registrazione e documentazione e le tecniche di esame che regolavano il commercio di persone diretto nel “Nuovo” Mondo, erano esempi di violenza strutturale resa possibile dagli apparati amministrativi» (p. 74). L’incontro tra logica burocratica e impresa economica mostra, pertanto, sia il volto autentico del capitalismo sia il linguaggio della burocrazia borghese, entrambi tesi a codificare e a mettere al lavoro le divisioni di classe, di “razza” e di genere. E, per non finire schiacciati dal concetto di “fine della storia” con cui il neoliberismo rinnova la sua ideologia coercitiva, bisogna allora sottolineare il fatto che il (neo)colonialismo continua a declinare al presente la sua pervasività calcolatrice. La guerra, in questo senso, non è solo conquista e strategia geopolitica ma anche aggressione dello stato di diritto – il neoimperialismo trumpiano, indossata la maschera di prevenzione e difesa dalle minacce terroristiche degli Stati che non si allineano all’ordine geopolitico statunitense, è qui a ricordarcelo. Uno degli snodi fondamentali del saggio di Gargiulo riguarda poi il concetto di polizia. A prescindere dal significato assunto come forza repressiva tutrice dell’ordine costituito, significato che ha egemonizzato il senso comune delle società contemporanee, il termine “polizia” rimanda a quelle azioni tese a modellare forme di buon governo, come si è in qualche modo verificato nel corso della prima età moderna. In sostanza, l’idea di polizia è passata dalla funzione di sistema regolatore delle crisi sociali che hanno segnato il passaggio dal feudalesimo al capitalismo a organo dello Stato preposto alla sicurezza dei cittadini e al rispetto delle leggi. Seguendo Foucault, la polizia si è trasformata da negativa a positiva, diventando uno dei più efficienti organi di governo della popolazione. «La parola “politica” […], al pari della parola “polizia”, discende dal termine greco politeia, a sua volta derivante da polis. Le istituzioni impegnate a fornire assistenza ai poveri, da un lato, e gli apparati orientati alla prevenzione e alla repressione del crimine, dall’altro, sono diventati due facce della stessa economia politica, finalizzata a gestire la popolazione e ad affrontare la questione più ampia del pauperismo (pp. 80-81). Instillare nella popolazione l’assuefazione consensuale alle misure di controllo e disciplinamento sociale è, allora, la carta vincente dello Stato neoliberale. Il termine biopolitica, con cui Foucault designava le pratiche governamentali, non a caso, rinvia al controllo non solo dei corpi umani ma dell’intera specie «che si traduceva in un percorso graduale che prevedeva forme di addestramento e regolazione indiretta, di sorveglianza, quanto più possibile discreta, e, se necessario, di punizione» (p. 81). L’emergenza pandemica causata dalla diffusione di SARS-COV-2, le politiche sull’immigrazione e l’attuale “Decreto Sicurezza” del governo Meloni indicano come il caso italiano sia esemplare nel codificare i protocolli come dispositivi burocratizzanti, concepiti e redatti per dare consistenza formale e performativa a realtà molto complesse che meriterebbero ben più ampie discussioni collettive. In breve, i protocolli sono le nuove infrastrutture del capitale a cui vengono delegate responsabilità e operatività che lo Stato non riesce più a garantire. E questo, ovviamente, a favore del libero mercato che, forte del suo potere di astrazione, riduce la vita pubblica a start up, a impresa ad alto potenziale di lucro in cui la sovranità pubblica è fagocitata dalla privatizzazione del diritto. Per quanto riguarda l’emergenza pandemica di Covid 19, l’analisi di Gargiulo è puntualissima. All’insorgere della pandemia, il Consiglio dei Ministri è ricorso a una norma contenuta nel Codice di Protezione Civile del 2018. Quindi, servendosi di un codice normativo straordinario, i governi che si sono succeduti hanno adottato misure di contrasto, i famosi DPCM, che hanno radicalmente trasformato la vita sociale dell’intero paese. «Da allora, i dispositivi protocollari si sono letteralmente moltiplicati: alla pandemia sanitaria ha fatto seguito una pandemia di protocolli. Lavarsi le mani, entrare in piscina, salire su un autobus, sono solo alcuni esempi di ambiti di vita quotidiana da sempre governati da regole più o meno formalizzate ma che, a seguito della pandemia, sono diventati oggetto di una regolazione specifica e minuta, caratterizzata da un nome evocativo e dotata di un’estetica particolare» (p. 116). Per quanto riguarda le politiche anti-immigrazione, di cui il cosiddetto hot spot albanese è il caso insieme più vistoso e grottesco, vale quanto afferma Didier Fassin. Anche la questione migratoria, infatti, viene affrontata in termini gestionali e depoliticizzati, assecondando logiche statistiche – i flussi, i numeri, i richiedenti asilo, ecc. L’espressione ragione umanitaria, usata dall’antropologo francese per descrivere il protocollo della compassione, è l’ennesimo caso di para-giurisdizione in cui l’estetica evocativa del linguaggio sublima il trattamento feroce, cinico e standardizzato delle cosiddette procedure di “accoglienza”. Infine, i “Decreti Sicurezza” mostrano chiaramente come l’arte protocollare in Italia sia pensata per punire il dissenso, il disagio, la marginalità, il conflitto e la povertà. Dal “Decreto anti rave party” che inaugurava l’anno 2022, passando per il “Decreto Cutro” (che aggrava le pene contro gli scafisti ritenuti gli unici responsabili delle tragedie del Mediterraneo) e per il “Decreto Caivano” (adottato per contrastare la violenza giovanile dei cosiddetti maranza), fino al Decreto del 2025, che istituisce nuovi reati quali quello di resistenza passiva, si viene a delineare un percorso laboratoriale di cui il protocollo è parte irrinunciabile dei processi tramite cui il capitalismo sussume la realtà. Il saggio si conclude con una requisitoria sul genocidio dei Palestinesi a Gaza. Gargiulo non esita a definire l’accordo di pace imposto dall’Occidente come una finzione, in cui la violenza e il massacro, – tradotto: l’uccisione sistematica di civili inermi ­– diventa, ancora una volta, un mero fatto procedurale. Il che ribadisce che scopo del saggio è, oltre a sottolineare l’aspetto ambiguo e opaco delle procedure protocollari, quello di ribadire la necessità di acquisire una prospettiva abolizionista non tanto degli strumenti di cui si servono gli esecutivi, bensì delle stesse condizioni che permettono l’effettiva messa in atto dei protocolli con tutta la loro “soave e sapiente” violenza. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Protocollare e punire proviene da Comune-info.
March 21, 2026
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Quello che possiamo fare
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Costantini (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- C’è una ragione evidente per cui voteremo NO al referendum che si tiene domenica 22 e lunedì 23: questa è l’ultima chiamata per fermare una trasformazione autoritaria e propriamente fascista dell’assetto politico istituzionale italiano. Dal 1748, quando Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu pubblicò L’Esprit des Lois, testo fondamentale per la cultura politica moderna, si sa che la divisione dei poteri è a fondamento della libertà civile, e che il “potere assoluto corrompe assolutamente”. Solo chi è completamente in mala fede può negare che l’obiettivo di questa riforma è limitare l’autonomia della magistratura e concentrare il potere nelle mani dell’esecutivo. Non illudiamoci che la vittoria del No apra una prospettiva di democrazia e di pace. La guerra incombe e la coppia maledetta di etno-nazionalismo e totalitarismo tecno-finanziario è profondamente radicata nella costituzione materiale del mondo contemporaneo. Ci vuol altro che un referendum per uscire da questo abisso. Eppure quel che possiamo fare è impedire che si consolidi uno stato di polizia e mantenere aperti spazi di vita intelligente. Perciò dobbiamo spiegare a tutti che in questo referendum ci giochiamo forse l’ultima possibilità di fermare una svolta apertamente fascista, e dunque è opportuno che tutti coloro che non hanno simpatia per le carogne vadano a votare. Con questo potrei anche avere concluso il mio messaggio. Invece no. Mi prendo la libertà di aggiungere qualche considerazione sulla prospettiva che si sta aprendo (ma che potrebbe anche chiudersi rapidamente dopo questo fine settimana): nell’area latina – Italia Francia e naturalmente Spagna e Portogallo – pare possibile interrompere l’occupazione del potere da parte di un ceto di ignoranti aggressivi, amici della mafia, aspiranti assassini. Le elezioni in Castiglia hanno fermato e rovesciato l’avanzata dei franchisti di Vox. Il primo turno delle amministrative in Francia ha aperto la strada a un’affermazione delle sinistre e particolarmente della France Insoumise, che in questa maniera potrebbe ripeterebbe il miracolo politico del 7 luglio 2024, quando i lepenisti furono fermati, e si aprì la possibilità di un governo delle sinistre che solo il tradimento di un presidente spregevole poté impedire. In Italia abbiamo la possibilità di fermare l’avanzata dei successori di Mussolini e dei razzisti putinisti della Lega. La presidente del Consiglio si aggrapperà probabilmente al suo seggio, ma per lei sarebbe l’inizio della fine. Se l’arco latino fosse teatro di un simile rovesciamento dovremmo cantare vittoria? Dovremmo pensare di avere sventato il pericolo che incombe? Certamente no. L’onda nera globale è ben lungi dall’essere esaurita, e sta per arrivare un cataclisma economico e finanziario destinato a moltiplicare gli effetti della guerra. Ma proprio per questo è importante creare un’area in cui la ragione prevalga sulla follia, e l’umanità prevalga sulla violenza. Questo è un voto sullo stato di diritto e sulla divisione dei poteri. Ma è anche un voto sull’alternativa tra umanità e orrore. È un voto in cui ciascuno deve scegliere se stare dalla parte dei nazi-sionisti o dalla parte di chi dice No al genocidio. È per questo che c’è qualche ragione di essere ottimisti: forse in Italia non c’è molta gente che ha letto L’Esprit des Lois, e l’indipendenza dei giudici non è al primo posto nell’attenzione della maggioranza. Ma una maggioranza nettissima degli italiani ha orrore per gli assassini sionisti e per il genocidio. E tutti hanno capito che questo governo (che criminalizza come antisemita chi si oppone il genocidio) è composto dai discendenti di coloro che stavano dalla parte di Adolf Hitler quando si trattava di mandare a morte gli ebrei, e da coloro che oggi stanno di nuovo dalla parte di chi infligge umiliazione tortura e morte a un intero popolo, agli ebrei del nuovo secolo, a coloro che il razzismo perseguita e vorrebbe eliminare. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quello che possiamo fare proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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Il grido di Yurii Sheliazhenko
PIÙ CHE UN ARRESTO È STATO UN VERO RAPIMENTO QUELLO DELLA POLIZIA URCRAINA FATTO DUE GIORNI FA NEI CONFRONTI DI YURII SHELIAZHENKO, RICERCATORE UNIVERSITARIO IN FILOSOFIA E PACIFISTA NONVIOLENTO, PRELEVATO DALLA POLIZIA SENZA VERBALI, SENZA ACCUSE RESE NOTE, SENZA LA POSSIBILITÀ DI ACCEDERE A UNA DIFESA LEGALE. DA OLTRE VENT’ANNI, SHELIAZHENKO PERCORRE UNA STRADA CONTROCORRENTE: QUELLA DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA, DEL RIFIUTO DELLA GUERRA CON LA RUSSIA, DELLA CRITICA ALLA CRESCENTE MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETÀ E DELL’IMPEGNO PER IL DISARMO. LA REPRESSIONE NEI SUOI CONFRONTI È COMINCIATA DA TEMPO, RICORDA UN PONTE PER…, CON CUI NEL 2022 HA ORGANIZZATO LA CAROVANA #STOPTHEWARNOW, PORTANDO SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO UN’UCRAINA DIVERSA: QUELLA CHE NON HA MAI SMESSO DI DISERTARE LA GUERRA E LA SUA CULTURA Dopo due giorni di arresto e violenze, il 21 marzo Yurii Sheliazhenko è stato liberato, ma ovviamente la sua situazione resta assai insicura -------------------------------------------------------------------------------- Esprimiamo profonda preoccupazione e indignazione per la detenzione di Yurii Sheliazhenko, segretario esecutivo del Movimento Pacifista Ucraino, accademico e membro del board dello European Bureau for Conscientious Objection (EBCO), fermato a Kiev nella notte del 19 marzo dalle autorità ucraine. Secondo le informazioni disponibili la privazione della libertà sarebbe avvenuta senza adeguata base legale, senza regolare verbalizzazione del fermo, con ostacoli all’accesso alla difesa legale e con il rischio di trasferimento forzato a un centro territoriale di reclutamento. Sheliazhenko era da tempo sotto minaccia di arresto e coscrizione forzata, in un contesto in cui le autorità ucraine affermavano che, in tempo di guerra, il diritto all’obiezione di coscienza non viene riconosciuto. Yurii Sheliazhenko ha dichiarato pubblicamente la propria obiezione di coscienza molto prima della guerra russo-ucraina. Ha sempre condannato con nettezza l’aggressione, sostenuto la resistenza nonviolenta, e chiesto da subito di una soluzione negoziata del conflitto che consentisse di fermare la strage di civili e militari. Proprio per queste sue posizioni pacifiste è oggi oggetto di una persecuzione giudiziaria e politica che colpisce non soltanto la sua persona, ma il principio stesso della libertà di coscienza. Sconcerta che un governo che dichiara di voler aderire all’Unione Europea violi in modo così plateale i diritti civili e politici di un proprio cittadino, un pacifista per la sua attività pubblica nonviolenta. La repressione contro di lui non comincia oggi. Il 3 agosto 2023 la sua abitazione fu perquisita e i suoi dispositivi sequestrati; il 15 agosto 2023 il Tribunale distrettuale di Solomyanskyi di Kyiv lo sottopose a un regime di arresti domiciliari parziali, vietandogli di lasciare l’abitazione la notte, misura prorogata ripetutamente mentre la pressione giudiziaria nei suoi confronti è proseguita almeno fino al febbraio 2024. La sua vicenda è stata più volte segnalata compreso nelle comunicazioni dei Relatori speciali ONU sulla libertà di riunione e associazione, sulle questioni delle minoranze e sulla libertà di religione o di credo e dell’OHCHR. Un Ponte Per ha incontrato Yuri Sheliazhenko a Kiev, insieme ad altre organizzazioni pacifiste il 29 settembre 2022 durante la Carovana #StopTheWarNow. Durante quell’incontro di fronte alla statua di Gandhi, Yuri lesse la dichiarazione pacifista “Peace Agenda for Ukraine and the World”, che condannava esplicitamente l’invasione russa e ogni guerra, ma chiedeva anche negoziati e libertà per l’obiezione di coscienza, che gli costò l’apertura di un procedimento penale per una presunta “giustificazione dell’aggressione russa”, che poteva comportare una pena sino a cinque anni di reclusione. Ci uniamo all’appello delle organizzazioni europee e internazionali EBCO, IFOR, WRI e Connection e.V (link) per l’immediato rilascio di Yurii Sheliazhenko, per la fine di ogni procedura di coscrizione forzata nei suoi confronti e per il pieno rispetto del diritto all’obiezione di coscienza, della libertà di opinione e della libertà di espressione riconosciute dal diritto internazionale e garantite all’interno della Unione Europea. Chiediamo al governo italiano di intervenire con urgenza presso le autorità ucraine affinché cessino queste violazioni e siano garantiti standard di legalità e diritti fondamentali conformi agli obblighi europei e internazionali. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Yurii Sheliazhenko proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jade Koroliuk su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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Sudditanze cognitive in tempi di guerra
-------------------------------------------------------------------------------- Teheran. Foti di Hossein Moradi su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un rito retorico che si ripete puntuale ogni volta che l’Occidente si prepara a fare la guerra a un paese del Sud globale. L’intellettuale, il giornalista, il semplice cittadino iraniano – o iracheno, libico, siriano – sente di dover aprire la bocca con una dichiarazione di esonero preventivo: “Sono contro il regime, odio Khamenei, condanno la repressione delle donne” e solo dopo, quasi chiedendo permesso, arriva l’opposizione alla guerra. Questo non è coraggio intellettuale. È sudditanza cognitiva nella sua forma più compiuta tanto più grave perché non è imposta dall’esterno, ma interiorizzata e scelta. È la maschera bianca di cui parlava Fanon: non il colonizzatore che te la mette in faccia, ma tu che te la indossi da solo, convinto che senza di essa la tua voce non meriti di essere ascoltata. Ma al di là della psicologia coloniale, c’è in questo schema qualcosa di sbalorditivo nella sua sfacciataggine logica. Chi apre la propria opposizione alla guerra con la condanna del regime sta equiparando – implicitamente ma inequivocabilmente – il peso della propria opinione personale a quello di una guerra totale. Sta mettendo sulla stessa bilancia la sua posizione soggettiva come individuo singolo, privo di qualsiasi influenza sulla decisione finale di guerra, e un evento catastrofico che porta con sé il destino di uno Stato, la vita di milioni di esseri umani, la distruzione generazionale di un paese. Il meccanismo ideologico che ne deriva è preciso: la guerra smette di essere un atto di aggressione brutale mosso da interessi geopolitici e da logiche di rapina capitalista, e diventa una reazione a un fallimento morale. Non è più un crimine è una correzione. Non è un’invasione è una missione. Non è un caso che nessuno esiga questo rito dallo statunitense o dal francese. Nessuno chiede al cittadino di Parigi di condannare Macron prima di opporsi a un’ipotetica invasione della Francia. La dissociazione obbligatoria è riservata ai non-occidentali: è il pedaggio che devono pagare – e che spesso si impongono da soli, per un riflesso di sudditanza così profondamente interiorizzato da sembrare buonsenso – per ottenere il diritto di parlare nel recinto del discorso liberale legittimo. E il paradosso feroce è questo: più l’intellettuale del Sud globale si affretta a condannare il proprio regime per guadagnarsi credibilità, più contribuisce oggettivamente a costruire l’immagine del proprio paese come società barbara che attende la liberazione dall’esterno. Diventa, consapevolmente o no, un ingranaggio dell’apparato ideologico coloniale quello che Spivak chiamerebbe l'”informatore autentico locale”, la voce periferica che conferisce credibilità alla lettura imperialista del mondo. Opporsi a una guerra non è una posizione tra le posizioni. È la difesa di un diritto assoluto: il diritto alla vita di persone reali sotto bombe reali. Quel diritto non è condizionato dalla forma di governo di chi la subisce, non si guadagna superando esami morali, non ammette preliminari. La vittima sotto i bombardamenti non ha delegato nessuno a parlare in suo nome con certificati di buona condotta già pronti. Chiede una cosa sola. Chi antepone la condanna del regime all’opposizione alla guerra non sta chiarendo la propria posizione: sta fornendo all’aggressione la sua più preziosa risorsa. La legittimità morale. C’è però chi non si ferma alla dissociazione: chi invoca i bombardamenti sul proprio paese, chi balla per la morte di Khamenei mentre cadono le bombe su Teheran non prova solo ingenuità politica o cecità storica ma prova disprezzo per la propria gente per quella massa di iraniani comuni che, secondo questa visione, è troppo ottusa, troppo manipolata, troppo complice per liberarsi da sola. Quel popolo che “appoggia il regime”, o che semplicemente ci vive dentro senza ribellarsi abbastanza, merita di essere svegliato a suon di bombe. Rieducato dalla forza esterna. Salvato da se stesso. È esattamente la struttura ideologica del colonialismo classico: l’uomo bianco che salva la donna di colore dall’uomo di colore, come scriveva Spivak. Solo che qui la formula si ripete con attori diversi: l’iraniano della diaspora che invoca il bombardatore straniero per salvare l’iraniano rimasto in patria. La stessa logica. Lo stesso disprezzo verticale travestito da missione “umanitaria”. La stessa rimozione del fatto che le vittime di quella “liberazione” saranno proprio le persone che si pretende di salvare. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sudditanze cognitive in tempi di guerra proviene da Comune-info.
March 19, 2026
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Il nuovo ruolo del diritto penale
LA MORTE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE, IN MOLTI PAESI, A COMINCIARE DALL’ITALIA, È ACCOMPAGNATA DA UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DEL RUOLO DEL DIRITTO PENALE. L’ULTIMO DECRETO SICUREZZA È INFATTI MOLTO PIÙ DI UN ENNESIMO ODIOSO PROVVEDIMENTO REPRESSIVO: È IL PASSAGGIO DALLA REPRESSIONE DEI REATI ALLA NEUTRALIZZAZIONE PREVENTIVA DEI CONFLITTI. STATO E FORZE DELL’ORDINE, DUNQUE, SONO GLI STRUMENTI, TUTT’ALTRO CHE NEUTRALI, UTILIZZATI NON PER GOVERNARE LE CAUSE SOCIALI DEI CONFLITTI, PRODOTTE DA UN SISTEMA ECONOMICO SEMPRE PIÙ DISEGUALE E VIOLENTO, MA PER INTERVENIRE CONTRO LE FORME CON CUI SI RIVELANO Foto di Centro Studi Movimenti Parma: sono 21 a Parma i denunciati per una delle tante straordinarie manifestazioni per Gaza del 1° ottobre 2025 -------------------------------------------------------------------------------- Il nuovo decreto sicurezza non può essere letto come una semplice riforma dell’ordine pubblico. Non è solo un provvedimento repressivo, ma il segno di una trasformazione più profonda del ruolo del diritto penale nelle società contemporanee. Negli ultimi decenni il sistema penale ha smesso progressivamente di essere uno strumento residuale – l’extrema ratio – per diventare una tecnica ordinaria di governo dei conflitti sociali. Questo processo si è sviluppato parallelamente all’indebolimento delle politiche sociali e redistributive. Mentre si restringono gli spazi del welfare e si ampliano le disuguaglianze, cresce il ruolo degli apparati di controllo e punizione. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause materiali dei conflitti – precarietà, esclusione sociale, impoverimento – il diritto penale diventa il linguaggio attraverso cui lo Stato gestisce le loro conseguenze. Il decreto sicurezza rappresenta un passaggio ulteriore in questa direzione. Il punto non è soltanto l’inasprimento delle pene o l’introduzione di nuovi reati. Ciò che emerge è un cambiamento più profondo: il passaggio dalla repressione del reato alla neutralizzazione preventiva del conflitto. Tradizionalmente il diritto penale interveniva dopo la commissione di un illecito. Le nuove politiche sicuritarie operano invece prima che il conflitto si manifesti. L’obiettivo non è punire un fatto già avvenuto, ma prevenire l’emergere stesso del dissenso. Il fermo di prevenzione introdotto dal decreto sicurezza rappresenta un esempio evidente di questa logica. La possibilità di trattenere una persona durante una manifestazione sulla base di un “fondato motivo” di pericolo introduce una forma di gestione preventiva del dissenso che riduce il ruolo delle garanzie giurisdizionali. Il controllo del giudice interviene solo dopo, quando la limitazione della libertà personale è già stata prodotta. All’interno di questo quadro si colloca anche l’estensione delle perquisizioni sul posto previste dalla cosiddetta legge Reale. Il decreto amplia queste misure non soltanto alle manifestazioni di piazza ma a tutti i luoghi aperti al pubblico e agli spazi “caratterizzati da un consistente afflusso di persone”, una formula volutamente elastica che lascia ampio margine di discrezionalità alle forze di polizia. Parallelamente viene di fatto riesumato il vecchio fermo identificativo preventivo elaborato negli anni Settanta durante la stagione emergenziale del terrorismo, consentendo il trattenimento fino a dodici ore. Anche se è prevista una comunicazione al pubblico ministero, è evidente che nella prassi il controllo giudiziario rischia di restare puramente formale. In presenza di fermi di massa discrezionali – ad esempio ai caselli autostradali o nelle stazioni – migliaia di persone potranno essere impedite dal partecipare a una manifestazione prima ancora che questa abbia luogo. Il risultato è la normalizzazione di strumenti nati in contesti emergenziali e pensati per situazioni eccezionali. Ciò che in passato era giustificato come misura temporanea diventa una tecnica ordinaria di governo delle piazze. Un’altra dimensione fondamentale delle politiche sicuritarie riguarda la trasformazione dello spazio urbano in spazio di controllo. Strumenti come il Daspo urbano, le zone rosse e le misure amministrative di allontanamento producono una ridefinizione selettiva dell’accesso allo spazio pubblico. Misure nate per contrastare fenomeni specifici – come la violenza negli stadi o il cosiddetto degrado urbano – vengono progressivamente estese alla gestione ordinaria delle città e al controllo delle mobilitazioni sociali. In questo modo intere aree urbane possono essere sottratte alla fruizione di determinate categorie di persone attraverso provvedimenti amministrativi che spesso prescindono da una condanna penale. Il diritto amministrativo diventa così uno strumento di selezione sociale dello spazio pubblico. I principali destinatari di queste misure sono soggetti già collocati ai margini della cittadinanza piena: giovani delle periferie, migranti, lavoratori precari, persone senza dimora. La sicurezza diventa allora un linguaggio politico attraverso cui si disciplinano presenze ritenute indesiderabili nello spazio pubblico. La città non viene resa più sicura: viene resa più selettiva. Alcuni soggetti vengono espulsi, allontanati, resi invisibili. Questo processo rivela con particolare chiarezza la funzione politica delle politiche sicuritarie. Non si tratta soltanto di garantire l’ordine urbano, ma di governare le tensioni sociali prodotte da un sistema economico sempre più diseguale. Quando la politica rinuncia ad affrontare le cause dei conflitti sociali, la repressione diventa il principale strumento di gestione delle loro conseguenze. Da qui la necessità di sviluppare non soltanto una critica delle singole norme, ma una critica più generale del ruolo del diritto penale nella società contemporanea. Il sistema penale non è uno strumento neutrale di giustizia. Opera selettivamente, colpendo soprattutto i gruppi sociali più vulnerabili mentre lascia sostanzialmente intatti i rapporti di potere che producono disuguaglianza. Ciò che emerge sempre più chiaramente è che la sfera del giuridico non rappresenta una semplice tecnica di regolazione sociale. È un terreno profondamente politico nel quale si ridefiniscono continuamente i confini tra lecito e illecito, tra pratiche legittime e comportamenti da reprimere. Il diritto diventa così uno spazio di conflitto. Un luogo in cui si stabilisce quali forme di azione collettiva possono essere tollerate e quali devono essere criminalizzate. Negli ultimi decenni gli apparati dello Stato hanno costruito una poderosa infrastruttura penale capace di intervenire su ogni ambito della vita sociale. Al contrario, i movimenti sociali e le opposizioni politiche sono rimasti sostanzialmente disarmati sul terreno della giuridicità. Per questo non è più sufficiente difendere singoli diritti o contestare singole norme. È necessario sviluppare un intervento politico capace di rimettere in discussione l’espansione dell’apparato penale. Se si vuole tornare a far respirare la società bisogna allargare le maglie giuridiche che oggi la comprimono. Non può esistere una critica efficace dell’attuale ordine economico e sociale senza interrogarsi sul ruolo che il diritto penale svolge nel suo mantenimento. Negli ultimi decenni il penale è diventato uno degli strumenti attraverso cui vengono gestite le tensioni prodotte dalle disuguaglianze: invece di intervenire sulle cause sociali dei conflitti, si interviene sulle loro manifestazioni, trasformandole in problemi di ordine pubblico. Questo significa affrontare anche il nodo della legislazione d’emergenza accumulata negli ultimi decenni, all’interno della quale si annidano alcune delle tipologie di reato più insidiose: quelle costruite per colpire non tanto comportamenti individuali quanto pratiche collettive di protesta. Ma il problema riguarda anche la cultura giuridica che si è affermata nel tempo. L’idea che il conflitto sociale debba essere trattato come una questione di ordine pubblico ha progressivamente colonizzato l’azione degli apparati giudiziari, contribuendo a consolidare una vera e propria impalcatura giustizialista. Se si vuole capovolgere questa situazione non basta limitarsi alla difesa formale delle libertà civili o alla contestazione di singole norme. È necessario mettere in discussione l’intero paradigma che ha trasformato il diritto penale nel linguaggio dominante della politica. Ciò significa sottrarre il conflitto sociale alla sua continua criminalizzazione e rompere l’ideologia giudiziaria che negli ultimi decenni ha presentato la repressione come risposta naturale ai problemi della società. Per questa ragione accanto alle lotte sociali e alle vertenze territoriali diventa oggi necessario una forte e radicata critica antipenale capace di contestare l’espansione continua del diritto penale e di proporre un diverso paradigma di giustizia. Finché il penale resterà lo strumento attraverso cui lo Stato interpreta i conflitti sociali, ogni lotta rischierà di muoversi dentro uno spazio fortemente limitato. Ridurre il potere del diritto penale e restituire legittimità politica al conflitto collettivo diventa allora una delle condizioni fondamentali per riaprire spazi reali di democrazia. Perché una società che risponde ai conflitti sociali trasformandoli in reati non è una società più sicura. È una società che ha scelto di governare le proprie contraddizioni attraverso la repressione invece che attraverso la politica. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Militarizzazione per controllare il popolo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo ruolo del diritto penale proviene da Comune-info.
March 18, 2026
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