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Da invasori a invasi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Pozol Chiapas, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- Nel 1971, tre accademici studiarono e analizzarono il ruolo delle “istituzioni caritatevoli” nelle baraccopoli (formatesi a seguito delle occupazioni abusive) di Lima, pubblicando un’opera profonda e rigorosa intitolata “Dagli invasori agli invasi”, diffusa su Cuadernos de DESCO*. L’opera si concentra sugli effetti che l’intervento dei “benefattori” (oggi diciamo ONG) ha sugli abitanti. Dopo aver documentato l’enorme espansione delle baraccopoli conseguenti alle occupazioni (“invasioni”, come le chiamano i media), in cui milioni di persone si concentrano nelle periferie della capitale, sottolineano come le istituzioni caritatevoli cerchino la “smobilitazione politica degli abitanti”. Esse rappresentano l’imperialismo, la “borghesia nazionale” e gli imprenditori che, “aiutando” gli abitanti, riescono a “neutralizzare politicamente ampi settori urbani che non possono organizzarsi altrove se non all’interno delle baraccopoli”. Aggiungono che i “benefattori” mirano anche a organizzare i consumi dei residenti, e il loro successo è in gran parte dovuto alla defezione della sinistra, che non è stata in grado di unire questo ampio settore urbano. Un secondo tema che affrontano è l’atteggiamento degli “scienziati sociali”, in particolare americani, che hanno condotto studi nelle baraccopoli. Citano il sociologo tedesco Martin Nicolaus: “Gli occhi professionali del sociologo sono fissi sulle classi inferiori, mentre i palmi delle mani sono rivolti verso le classi dominanti”. Sottolineano come il lavoro sul campo di questi professionisti sia stato “di grande utilità per il Peace Corps, l’USAID, altri benefattori, il loro prestigio accademico, le fondazioni che finanziano i loro studi, le loro tesi di dottorato, la gioia degli americanisti, ecc., ma con poche eccezioni per gli abitanti delle baraccopoli”. Il terzo punto affronta l’analisi del modus operandi dei “benefattori” che, avvicinandosi ai settori più attivi delle baraccopoli, “creano clientelismo tra i leader delle associazioni di residenti, i quali, per mantenere la loro leadership, devono rispondere alle richieste degli abitanti”. Inoltre, diffondono l’idea che non esista una classe dominante e che la povertà sia colpa dei poveri, non un problema strutturale. Infine, sebbene ci sia molto altro da dire, i tre autori dicono di non essere interessati a presentare uno studio accademico, bensì a smascherare le istituzioni che “sono solo strumenti di demobilitazione popolare e di trasmissione dell’ideologia dei settori nazionali e stranieri dominanti”. Vogliono che il loro lavoro aiuti le persone a conoscere meglio i loro “benefattori”. Basandomi su questo breve glossario di un’opera eccellente, vorrei ricordare a tutti che i programmi sociali esistono nel nostro continente da oltre mezzo secolo, lo stesso lasso di tempo di coloro che li denunciano senza che le loro indagini vengano prese in considerazione. Certamente, ci sono stati cambiamenti nei metodi e negli stili della cooperazione internazionale per lo sviluppo e la promozione, ma gli elementi essenziali erano già presenti più di mezzo secolo fa. Questo solleva alcuni interrogativi. Perché le organizzazioni di sinistra e i movimenti di base continuano ad accettare questi programmi che, da mezzo secolo, sappiamo essere contrari agli interessi del popolo e dei settori popolari? Perché migliaia e migliaia di accademici e sociologi si lasciano strumentalizzare da chi detiene il potere, quando, con le loro qualifiche, avrebbero altre opzioni e potrebbero lavorare in altri campi? Credo che questi atteggiamenti non possano essere compresi senza considerare che il trionfo del capitalismo, seppur temporaneo, ha convinto molte persone e partiti politici che opporsi al sistema sia pericoloso. Non sto dicendo che le loro vite siano in pericolo, perché non vivono a Gaza, né in quartieri operai o comunità indigene. Il pericolo che percepiscono riguarda le loro carriere professionali, il successo individuale e, soprattutto, la sicurezza economica e lavorativa. Se osserviamo attentamente, sia i partiti di sinistra che gran parte delle dirigenze dei movimenti, sono attualmente composti da persone con titoli accademici, in possesso di qualifiche che fungono da lasciapassare per l’ascesa sociale, e che appartengono a quella che Emmanuel Todd, non senza un pizzico di malizia ma con notevole perspicacia, definisce “oligarchia di massa”. Ciò riflette l’enorme mutamento del sistema, che ha integrato i vertici dei settori popolari, indicando al resto la via per il successo individuale. In particolare, è riuscito a cooptare i leader (o a “clientelizzarli”, come afferma l’opera di cui sto parlando). Questi leader sono fondamentali per stabilizzare il sistema di dominio. Pertanto, l’impegno degli zapatisti a non arrendersi, a non cedere e a non svendersi rimane un punto di riferimento etico imprescindibile, soprattutto in questi tempi di sconvolgimento sistemico. . *Gli autori sono Alfredo Rodríguez, Gustavo Riofrío e Eileen Welsh. L’opera è disponibile online. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Da invasori a invasi proviene da Comune-info.
May 29, 2026
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La parola dal palco
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jose Antonio Gallego Vázquez su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Francesco De Gregori dice di provare imbarazzo quando un artista prende posizione pubblica sulla politica. Non contesta le canzoni impegnate, lui stesso ne ha scritte. Contesta la parola dal palco, il proclama esplicito. E cita Springsteen come esempio di ciò che non capisce. Chi ha visto un concerto di Springsteen sa che non funziona come un comizio. Introduce “The Ghost of Tom Joad” raccontando la storia di un operaio licenziato. Porta veterani del Vietnam sul palco per spiegare cosa significa davvero “Born in the USA” non il trionfalismo che Reagan voleva usarci sopra. Dedica “American Skin (41 Shots)” ad Amadou Diallo, immigrato guineano ucciso dalla polizia di New York con 41 proiettili nel 1999. Lo fa da trent’anni, prima di Trump, prima di Minneapolis, prima che fosse di moda. Non è un proclama: è drammaturgia. È esattamente quello che De Gregori dice di fare – solo che Springsteen lo fa anche a voce, oltre che in musica. E lo fa dopo aver guadagnato, non per guadagnare – il che è esattamente il contrario del calcolo commerciale. De Gregori dice: “ho le idee confuse anch’io, contengo moltitudini”. È una posizione che solo chi è al sicuro può permettersi senza conseguenze. Le sue canzoni degli anni ’70 erano dense di metafore politiche ma la metafora è anche una forma di protezione. Permette di dire e non dire, di schierarsi e poter smentire. Arturo Toscanini non scrisse mai una canzone contro il fascismo. Non era un cantautore. Quello che fece fu rifiutarsi di alzare la bacchetta su “Giovinezza” a Bologna nel 1931. Un gesto, non una nota. Per questo fu aggredito da un gruppo di fascisti fuori dal teatro, e lasciò l’Italia per non tornarci fino al 1946. La sua “presa di posizione” fu un silenzio, un rifiuto fisico, una parola negata. Era politica quanto una canzone forse di più, perché non poteva nascondersi dietro la metafora. La metafora era un privilegio che Ali Maachi non aveva: cantante algerino fucilato dall’esercito francese nel 1958 e il corpo esposto in piazza a Tiaret, perché aveva cantato “Il mio paese è l’Algeria” con la bandiera nazionale sul palco. Non una metafora: una dichiarazione. Quella che De Gregori chiama imbarazzante. Sherif Merdani trascorse 16 anni nelle prigioni di Enver Hoxha perché cantava “Let It Be” nell’Albania comunista. I Beatles non l’avevano scritta come proclama politico ma in quel contesto, cantarla in pubblico lo era diventata. Dopo la liberazione scrisse una canzone intitolata “Se kënduam ‘Let It Be'” (Perché cantavamo Let It Be). Anche quella era una parola dal palco. Víctor Jara: le mani fracassate dai fucilieri di Pinochet prima dei 44 proiettili. Aveva cantato canzoni, non fatto comizi. Ma quando il regime ha deciso di ucciderlo, non ha distinto tra la canzone e la parola. Per non parlare poi di Fela Kuti, Miriam Makeba, Mikis Theodorakis, Nûdem Durak o Ernst Busch, severamente torturato dalla Gestapo. La sua storia è il contrario esatto dell’estetica del “non mi schiero”: un uomo che cantò sapendo dove avrebbe portato quella scelta. De Gregori dice: “Non capisco gli artisti che vogliono sensibilizzare il pubblico. Perché? Non è già abbastanza sensibile per conto suo?”. Sembra rispetto per il pubblico. In realtà è il contrario. Ogni canzone di lotta – da Bella Ciao a We Shall Overcome, da Angham El Djazair a The Ghost of Tom Joad – non presuppone un pubblico di ignoranti da educare. Presuppone una comunità che riconosce qualcosa insieme, che si ritrova in una parola detta ad alta voce da qualcuno che ha il palco. L’artista non illumina dall’alto: partecipa. Dire “il pubblico è già sensibile” e quindi l’artista non deve parlare è come dire che le piazze sono già piene di gente e quindi non serve marciare. La sensibilità individuale non produce nulla senza un atto collettivo che la chiami per nome. E poi c’è Bella Ciao. Una canzone che non usa metafore, che non si nasconde, che dice esattamente quello che vuole dire: sono un partigiano, combatto, e se muoio sapete perché. La canzone politica e di resistenza più cantata al mondo, dai partigiani italiani a Gaza, alle piazze dell’Iran, dalla Turchia alla Corea, dalla Spagna alla Colombia. Una canzone che in molti paesi, ancora oggi, chi la intona rischia la prigione o la vita. Non per come è scritta. Per il fatto di cantarla in pubblico, a voce alta, davanti a qualcuno che non vorrebbe sentirla. Che è esattamente la “parola dal palco” che De Gregori dice di non capire. Il punto non è che De Gregori debba fare proclami. È liberissimo di non farli e quella scelta va rispettata. Il punto è che quando quella scelta personale diventa critica pubblica a chi non la fa, il ragionamento si inceppa. Perché implica che esista una forma nobile di impegno artistico – la canzone, la metafora, il simbolo – e una forma imbarazzante: la parola diretta, detta a voce, davanti a chi è venuto ad ascoltarti. Ma la storia non conosce questa distinzione. La storia conosce solo il rischio che si è disposti a correre. “La storia siamo noi” no? -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > 4 cori cantano “Streets of Minneapolis”: accade a Genova -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La parola dal palco proviene da Comune-info.
May 28, 2026
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Obiezione totale e collettiva
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Se la guerra viene normalizzata e perfino i luoghi del sapere trasformati per accogliere le forza armate allora la protesta contro il ritorno della leva militare nei paesi europei, a cominciare dall’Italia, può diventare un fiume di obiezione non solo individuale – in un paese dove gli obiettori di coscienza al servizio militare dagli Settanta al 2000 sono stati quasi un milione – ma collettivo, totale e profondamente politico. Lo sostiene l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università che ha promosso in questi giorni un “Manifesto di resistenza” costruito intorno a cinque punti. Nel Manifesto, tra l’altro, si legge: “Invitiamo a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, incluso il ritorno della leva obbligatoria in qualsiasi forma (mini-leve, giornate sulle forze armate, questionari, visite mediche, settimane di esercitazioni, servizio civile finalizzato allo sforzo bellico etc.) e diciamo no alla schedatura di massa dei ragazzi e delle ragazze…”. Manifesto di resistenzaDownload -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Il nostro rifiuto della chiamata alle armi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Obiezione totale e collettiva proviene da Comune-info.
May 28, 2026
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Un’ondata di calore epocale
-------------------------------------------------------------------------------- Siamo nel mezzo di un’ondata di calore tra le più intense, lunghe ed estese mai registrate a scala secolare in maggio sul continente europeo, a causa di un anticiclone subtropicale bloccato con asse – alle quote della media troposfera – disteso dal Marocco all’Europa centrale (nell’immagine in alto, la carta di previsione ECMWF, Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, delle anomalie termiche medie di questa settimana in superficie). Solo tra alcuni giorni sarà possibile un bilancio climatologico dell’episodio – che fin da ora si annuncia comunque epocale – tuttavia da martedì 26 maggio, l’osservatorio meteorologico SMI di Moncalieri Collegio Carlo Alberto (Torino) ha già stabilito un nuovo primato di temperatura massima per maggio nella serie di dati avviata nel 1865, con 37,6 °C nel sito di misura storico (capannina meteorologica sulla facciata Nord dell’edificio, a 20 metro di altezza sul suolo urbano). Ampiamente superato il record precedente (36,5 °C, 24 maggio 2009). Precisiamo che si tratta di un valore almeno 4 °C superiore a quanto rilevato (sia sull’aerea terrazza pochi metri soprastante, sia nelle zone extraurbane adiacenti, a causa del surriscaldamento tardo-pomeridiano della facciata del Collegio, tuttavia il dato conserva un elevato valore climatologico in quanto i termometri sono sempre stati collocati in posizione e condizioni confrontabili in oltre un secolo e mezzo, fino a oggi). A confermare l’eccezionalità su periodi di misura di almeno cinquanta-ottanta anni delle temperature raggiunte oggi – circa 10 °C sopra media sulle massime giornaliere – intervengono altre stazioni, a partire da quelle delle reti dell’Aeronautica Militare e dell’ENAV, tra cui Torino-Caselle (33,6 °C, che supera a sua volta il record di maggio già stabilito il 25 maggio con 32,8 °C), Novara-Cameri (34,4 °C), Milano-Malpensa (33,0 °C), Piacenza-San Damiano (34,8 °C), Dobbiaco (30,3 °C), Sarzana-Luni (33,2 °C). Nel resto d’Europa, nuovi record di temperatura massima per maggio sono stati stabiliti in centinaia di località, dalla Spagna, alla Francia, alle isole britanniche, dove spicca in particolare il caso dei Kew Gardens di Londra: i sorprendenti 34,8 °C e 35,0 °C registrati rispettivamente il 25 e 26 maggio costituiscono di gran lunga dei primati per maggio non solo per la stazione londinese, ma anche per tutto il Regno Unito, superando di ben 2 °C il massimo storico precedente che era di 32,8 °C (varie località inglesi, maggio 1922 e 1944). [Società Meteorologica Italiana – NIMBUS, diretta da Luca Mercalli] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un’ondata di calore epocale proviene da Comune-info.
May 28, 2026
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Islamizzazione o israelizzazione: il pericolo siamo noi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Davit Margaryan su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- L’Occidente muscolare e debole al contempo, che non si rassegna al multipolarismo e alla fine della sua egemonia, ha stabilito precisi doppi standard che eliminano alla radice ogni necessità di autocritica. La minaccia ai “valori” occidentali è legata all’immagine evocativa dell’invasione, dell’islamizzazione, alla perdita delle fondamenta della nostra cultura.  Ma, se ci concediamo il tempo per riflettere su quali questi valori siano in realtà, saremo presto consci della grande illusione sulla quale il secolo breve e soprattutto gli ultimi decenni hanno costruito la propria narrazione suprematista. Rimando a Luciano Canfora per un passaggio in rassegna delle sue considerazioni sui valori dell’Occidente e su chi realmente sia il prepotente: «Il “Patto Atlantico” è il Santo Graal dell’Occidente. I soci fondatori condividevano un tratto comune: usurpavano, o avevano appena perso, un dominio coloniale. Ma alla metà del Novecento, quando nacque la NATO, il mondo colonizzato era in rivolta. Non era facile riproporre il vecchio predominio senza cambiare il linguaggio. Così le parole propinate al mondo furono “libertà e “democrazia”, usate spesso come utensili intercambiabili. … Per guerreggiare unito, l’Occidente ha bisogno di un nemico. Sulla carta geografica il nemico ogni tanto cambia posto e lo stesso Occidente a sua volta si sposta: fino al paradosso, quando nemico è un pezzo dello stesso Occidente» (dal libro Il porcospino d’acciaio). L’aggressore, sulla cui retorica è costruita tutta la narrazione che rende l’emergenza e la guerra le uniche chiavi ermeneutiche del periodo, come ci ricorda nel testo Canfora citando lo storico inglese Arnold Toybee, è in realtà l’occidente stesso; eppure assistiamo quotidianamente, forti anche di eventi come quello di Modena, che impressionano profondamente l’opinione pubblica, a proporre l’idea che la minaccia venga dal diverso, dal barbaro moderno, dal nero, dal musulmano, dall’”islamizzazione”. Singolare è che un mondo che ha smarrito il senso del proprio incedere, identifichi poi come nemico mortale proprio un emblema religioso che, a suo dire, ci contaminerebbe irrimediabilmente: una forma di neocontagio che riconferma, con una certa ironia, la tesi della continuità storica dalla pandemia all’oggi (è uno dei temi di La società dell’emergenza). L’enfasi con la quale l’avvisaglia dell’islamizzazione viene sparsa a piene mani, non solo da una precisa area politica, ma anche da una buona parte di quella che potremmo definire postinformazione, ha anche una precisa ragione: non riconoscere alcuna responsabilità storica, culturale, ideologica nella situazione di squilibrio nella quale ci troviamo immersi. I fenomeni di radicalizzazione religiosa esistono, beninteso, e vanno perseguiti con le misure che i nostri sistemi già possiedono, ma non vi è dubbio che rappresentino una formidabile opportunità per inasprire l’idea di un mondo diviso, insicuro, schierato, in perenne bilico. Gli stessi viaggi in gommone dei migranti in Mediterraneo non sono per la vulgata corrente la conseguenza del comportamento predatorio dell’Occidente in Africa e Asia, bensì rappresentano una causa, la causa di nostri problemi, l’invasione invisibile e silenziosa ma che, quando occorre sollevarla e non si occupa delle tragedie in mare, eventualmente di quelle nelle nostre città, fa rumore. Nel frattempo, qualcuno ci invade, altrettanto silenziosamente, e ciò non è solo tollerato, ma auspicato come neo modello securitario proprio per la difesa di quel blocco i cui privilegi in tempo di crisi ed emergenza debbono essere difesi a ogni costo. Ecco i’israelizzazione dell’occidente; ecco l’osservazione che Israele si ponga come paradosso: uno dei punti più oscuri della postcontemporaneità diviene nuovo faro da seguire per uscire indenni dalle minacce insite nella medesima. Insomma, il pericolo non viene dagli altri, ma da noi stessi: dalla nostra cecità che ha sdoganato l’ideale di un sistema di emergenza, sorveglianza, guerra, appartenenza che rischia di ripiombarci nella barbarie, nell’immagine guarda caso biblica del l’occhio per occhio. E che ci renderà tutti ciechi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Islamizzazione o israelizzazione: il pericolo siamo noi proviene da Comune-info.
May 28, 2026
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Ogni vita vale
-------------------------------------------------------------------------------- Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano, a seguito del mandato di arresto nei suoi confronti, dalla Corte Penale Internazionale, ha annunciato l’intenzione di distruggere per rappresaglia il villaggio di Khan al-Ahmar e la Scuola di gomme. “Abbiamo costruito quella scuola nel 2009 e da allora ha istruito generazioni di bambine e bambini palestinesi… – scrive l’ong Vento di terra – Siamo preoccupati…” -------------------------------------------------------------------------------- C’è una frase di Hannah Arendt che andrebbe riletta ogni volta che si parla di guerra. La scrive in Eichmann a Gerusalemme , a proposito di chi rimpiange che la Germania abbia mandato Einstein in esilio: “Uccidere il piccolo Hans Cohn, che abitava proprio dietro l’angolo, pur non essendo un genio, fu un crimine ben più grave”. Non più grave perché Hans Cohn valesse più di Einstein. Più grave perché il crimine contro di lui non dipendeva da nessun merito, da nessuna utilità, da nessuna eccellenza. Era semplicemente un essere umano. E questo bastava — avrebbe dovuto bastare. Forse tutta la pace possibile comincia qui: dal momento in cui una vita umana smette di essere valutata per ciò che produce, rappresenta o dimostra, e torna a essere considerata inviolabile in quanto vita. José Saramago iniziò il suo discorso per il Nobel con una frase che sembra rispondere ad Arendt da un’altra direzione: “L’uomo più saggio che ho conosciuto in vita mia non sapeva né leggere né scrivere”. Era suo nonno, contadino analfabeta dell’Alentejo, allevatore di maiali, uomo senza terra. Prima di essere portato a Lisbona per essere curato, andò di albero in albero nel suo piccolo podere ad abbracciare i tronchi, a congedarsi dai frutti che non avrebbe più mangiato, dalle ombre amiche. E mentre li abbracciava, piangeva. Saramago scrive che quel nonno era “forse un Einstein perduto sotto una spessa coltre di impossibilità”. Non per trasformarlo in un genio mancato, ma per denunciare la coltre: la povertà, l’assenza di possibilità, il mondo che decide chi può fiorire e chi invece resterà invisibile. E poi la nonna, seduta sulla soglia della porta aperta sulla notte stellata, che dice con la serenità dei suoi novant’anni: “Il mondo è così bello, e io ho tanta pena di morire”. Non aveva studiato nulla. Eppure sapeva qualcosa di essenziale. Forse è questo che la guerra distrugge prima ancora delle città: la percezione concreta e irripetibile delle vite. Restano le ragioni strategiche, le necessità storiche, gli equilibri geopolitici, i “prezzi inevitabili”. Le cifre. Ma le cifre non hanno alberi, né soglie, né cieli stellati. Eppure questo non riguarda soltanto le guerre. Riguarda anche la nostra vita quotidiana. Riguarda ciò a cui diamo valore, il modo in cui guardiamo gli altri, il tono con cui ci rivolgiamo a loro. Riguarda le parole che scegliamo. Ingeborg Bachmann scriveva, ne I tre sentieri per il lago , che le generazioni non si tengono più per mano. Dopo le catastrofi del Novecento, i vecchi sentieri erano scomparsi e nuovi sentieri dovevano essere cercati camminando. Ma Bachmann sapeva anche che la violenza non comincia soltanto nelle guerre o nelle dittature. Comincia molto prima: nel linguaggio che umilia, nelle parole che riducono l’altro a categoria, funzione, bersaglio. Il fascismo, scriveva, comincia nel rapporto tra gli esseri umani. Forse è qui che si decide davvero la possibilità della pace. Nel momento in cui smettiamo di vedere gli esseri umani come numeri, ruoli, identità astratte. Nel momento in cui riconosciamo che ogni persona ha una soglia, degli alberi, una voce amata, una paura, una speranza… A Gaza, lo sguardo del mondo sembra faticare a trattenere i volti. Le morti palestinesi si accumulano come cifre, come se quelle vite fossero nate già astratte, destinate a fare da sfondo a una necessità bellica. Ma sotto quel cielo non muoiono categorie. Muoiono sguardi che amavano il mare, mani che impastavano il pane, voci che avevano un nome, un timbro, un modo unico di ridere. Erano lì. Dietro l’angolo. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ogni vita vale proviene da Comune-info.
May 27, 2026
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Complicità e atti di dissidenza
-------------------------------------------------------------------------------- Napoli, agosto 2025. Foto di Ferdinando Kaiser -------------------------------------------------------------------------------- Oggi è l’Eid El-Adha (una importante festa per l’islam, con cui si ricorda Abramo attraverso la condivisione di cibo con i più poveri, ndr). Eid mubarak innanzitutto alle bambine, ai bambini, alle donne e agli uomini di Gaza, uno a uno, ai quali, per fortuna loro, delle polemiche italiane che li riguardano non sanno nulla. Eid Mubarak a tutti, e tanti auguri a tutti noi, che ne abbiamo bisogno. Ma lasciamo da parte le polemiche nate dalle parole di Erri De Luca – alcune cose non vale nemmeno la pena di ignorarle, dice un proverbio austriaco – e parliamo di cose serie: cosa ha detto J.M. Coetzee. Il Festival di Gerusalemme puntava su di lui: due Booker Prize, un Nobel, uno dei più grandi scrittori viventi. Coetzee ha scritto in novembre una lettera alla direttrice artistica Julia Fermentto-Tzaisler una lettera che in Italia quasi nessuno ha riportato, sommersa dal polverone su De Luca. La riporto per intero, perché merita di essere letta: è la lettera con cui Coetzee comunica il suo rifiuto di partecipare al Festival (novembre 2025, pubblicata dal Guardian il 7 maggio 2026): “Desidero indicare i motivi su cui baso la mia decisione. Da due anni lo Stato di Israele conduce a Gaza una campagna genocida del tutto sproporzionata rispetto alla provocazione omicida del 7 ottobre 2023. Questa campagna, condotta dall’IDF, sembra aver goduto dell’entusiastico sostegno della grande maggioranza della popolazione israeliana. Per questa ragione non è possibile che alcun settore considerevole della società israeliana, inclusa la sua comunità intellettuale e artistica, sostenga di non dover condividere la responsabilità per le atrocità commesse a Gaza. Fino a poco tempo fa Israele godeva di un ampio sostegno in Occidente. Mi annovererei tra questi sostenitori: continuavo a ripetermi che sicuramente sarebbe arrivato il giorno in cui il popolo israeliano avrebbe avuto un cambiamento di cuore e avrebbe garantito una qualche forma di giustizia al popolo palestinese, la cui terra aveva preso. È stato in questo spirito che nel 1987 visitai Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize. La campagna di annientamento a Gaza ha cambiato tutto questo. I sostenitori di lunga data di Israele si sono allontanati con orrore di fronte alle azioni dell’esercito israeliano. Ci vorranno molti anni perché Israele possa riabilitare il proprio nome – ammesso che lo desideri – e ristabilirsi nella comunità internazionale”. La risposta della direttrice al Guardian è altrettanto rivelatrice: “Rispetto la decisione di Coetzee e apprezzo che abbia risposto. Allo stesso tempo, sono una donna ebrea-israeliana, una scrittrice e una direttrice di festival. Vivo in una regione profondamente complessa segnata dal conflitto, e sono cittadina di un paese in guerra continua dal massacro del 7 ottobre. È una guerra brutale e sanguinosa, piena di tragedia, e a mio avviso inevitabile. Eppure, in tutto questo, non mi arrenderò all’impasse. Non smetterò di dirigere il festival, non smetterò di leggere e scrivere libri e certamente non i meravigliosi, ispiranti libri dello stesso Coetzee. Non sono una politica, né una soldatessa. La letteratura è il mio strumento, e attraverso di essa combatterò per i miei valori liberali e democratici e per la libertà di espressione. I boicottaggi e le sanzioni sono, ai miei occhi, uno strumento inefficace per cambiare la realtà – come vediamo continuamente – sebbene generino certamente titoli che fanno sentire soddisfatti di sé coloro che li impongono, e poco altro”. Fermentto-Tzaisler dice che i boicottaggi “generano titoli che fanno sentire soddisfatti di sé coloro che li impongono, e poco altro”. È un argomento rispettabile. Ma Coetzee lo aveva già anticipato e smontato: il problema non è il boicottaggio come strumento è la complicità. E la complicità non si dissolve partecipando a un festival. Si dissolve, semmai, con atti di dissidenza pubblica dall’interno. Che dalla comunità culturale israeliana, in questi due anni, non si sono visti in misura sufficiente. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Complicità e atti di dissidenza proviene da Comune-info.
May 27, 2026
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Il grido di Sabir
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Associazione Sabir -------------------------------------------------------------------------------- Sabir è una comunità educativa impegnata nel territorio di Crotone che in questi anni ha cercato con pazienza di tenere insieme anche proposte per accogliere ragazzi migranti – molti dei quali arrivati dopo aver attraversato deserti, torture, guerre e detenzioni in Turchia o Libia – tra supporto psicologico, mediazione culturale, continuità scolastica, formazione professionale, attività sportive, percorsi di affido familiare e affido culturale. Si tratta di proposte che vanno molto al di là della prassi ordinaria dell’accoglienza disegnata dai governi. È il frutto di uno sforzo educativo enorme e fortemente radicato nel territorio che ha permesso di creare relazioni di fiducia e corresponsabilità sociale, rompendo di fatto la logica assistenziale nei confronti dei minori stranieri non accompagnati. Oggi però tutto questo rischia di essere cancellato da anni di logiche emergenziali. In una lettera aperta di Sabir, rilanciata dalla Rete delle comunità solidali, si legge: “Non esistono, allo stato, soluzioni logistiche compatibili con la prosecuzione dei percorsi già avviati. Non esistono garanzie sulla continuità educativa. Non esiste alcuna visione pedagogica. Esiste soltanto una logica amministrativa che tratta i minori come numeri da spostare e redistribuire. Ed è forse questo il punto più grave. In Italia si organizzano continuamente tavoli sulla devianza giovanile, sulle baby gang, sull’emarginazione sociale e sul disagio dei minori. La politica nazionale invoca sicurezza, integrazione e prevenzione. Si moltiplicano dichiarazioni pubbliche sulla necessità di investire sui giovani e sui percorsi educativi. Poi però, nei territori, si lasciano spegnere esperienze che funzionano davvero. Si mortificano realtà che hanno dimostrato concretamente che un altro modello di accoglienza è possibile: un modello fondato sulla relazione educativa, sulla presenza quotidiana, sulla costruzione di autonomia e sul radicamento territoriale…”. Lettera apertaDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Sabir proviene da Comune-info.
May 27, 2026
Comune-info
Le parole di Erri De Luca hanno un peso determinante?
UNDICI ANNI FA, ERRI DE LUCA ANDÒ A PROCESSO, DI FATTO, PER REATO D’OPINIONE, PERCHÉ AVREBBE ISTIGATO AL SABOTAGGIO A FIANCO DEI NO TAV. POCHISSIMI SCRITTORI SI SCHIERARONO CON LUI. TRA LORO ASCANIO CELESTINI, CHE SCRIVE OGGI: «UNO SCRITTORE HA IL POTERE DI SMUOVERE LE MASSE? “QUANDO DE LUCA PARLA, LE SUE PAROLE HANNO UN PESO DETERMINANTE” SCRIVEVA IL PM. E INVECE NON CE L’AVEVANO DIECI ANNI FA QUANDO ERO D’ACCORDO CON ERRI E NON CE L’HANNO ADESSO CHE SONO IN DISACCORDO. QUESTA È LA FACCENDA SERIA DA AFFRONTARE SE VOGLIAMO AVERE UN PESO NEL PRESENTE CHE CI TOCCA DI VIVERE…» Empoli, 6 maggio 2026. Foto di Gaza FREEstyle -------------------------------------------------------------------------------- “Erri De Luca a Gerusalemme: “Sono un sionista e a Gaza non c’è nessun genocidio“. Questo il titolo dell’articolo tradotto lunedì 25 maggio dall’intervista che Erri ha rilasciato a un giornale israeliano. La traduzione è del Foglio. Ci penso da martedì mattina a quello che ho letto su quel giornale che non sempre l’ha trattato bene. Dopo il primo virgolettato quel foglio scrive che “La solitudine non spaventa Erri De Luca. Guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano, che ora cerca di punirlo con il silenzio o l’ostracismo”. Alla fine della giornata mi pare che il Foglio abbia preso una cantonata. Erri De Luca non ha guardato “con cortese disprezzo l’establishment”. Sia perché non c’è un vero establishment, sia perché lo scrittore non ha disprezzato nessuno. Anzi, ha successivamente risposto spiegando meglio cosa pensa e ha cercato di non gettare benzina sul fuoco. Il fantomatico establishment non è stato per niente in silenzio. È intervenuto in mille maniere. Le più folcloristiche si mescolano nel minestrone delle notizie. Accanto alla nuova Ferrari elettrica, Robert Kennedy Jr che afferra due serpenti a mani nude e viene morso davanti alla moglie leggo il commento di un politico di Italia Viva (credo, ma da quelle parti si cambia spesso partito). Scrive che “Ci voleva Erri De Luca per rompere questa insopportabile sequenza di balle, di ipocrisia (e in certi casi servizi a pagamento)”. Poi c’è quello che scrive “Oggi ho buttato nel cassonetto tutti Libri di Erri De Luca”. C’è quello che li ha grigliati sul barbecue. Un altro parla della “ennesima ripetizione a cottimo di comunicati stampa di una propaganda che non ha nemmeno il coraggio di chiamarsi tale”. Quello che lo mette nel mucchio di “tutti questi ‘ex qualcosa’ con la memoria corta”. Una signora sorridente comunica: “Non brucerò i suoi libri né li getterò via perché ho troppo rispetto per gli alberi serviti per quella carta, li userò per fermare eventuali sedie e tavoli traballanti”. E poi il più lapidario: “Erri De Luca è un irredentista nazionalista ottocentesco”. Ma anche “Iniziamo a smettere di rendere intoccabili quelle persone intellettuali tanto brave a scrivere libri, a cantare o a dipingere, per esempio, se poi prendono posizioni umanamente di me*da”. C’è immancabilmente il profeta che ci tiene a ricordare che l’aveva già dichiarato sulla sua pagina Facebook a febbraio: “Per il nulla che vale, non comprerò più nessun suo libro”. Un tizio bizzarro racconta una storia che gli è successa un po’ di anni fa. Partecipava a una “carovana carica di aiuti umanitari da portare in Bosnia”, bussa al vetro di un’automobile in cerca di un cavatappi, scende De Luca e “bofonchia: “Che cazzo vuoi?”. Così, d’emblée. Spiazzato spiego il nostro problema e chiedo se per caso non avessero un cavatappi e lui impassibile ribadisce che della nostra bottiglia di vino non gliene “frega un cazzo”. A posto così, credo di averlo mandato a fare in culo e di essere tornato mestamente al nostro furgone. Da allora Erri De Luca mi sta sui maroni, mai letto nulla di suo, per principio, per quel “cazzo vuoi” sparato in mezzo alla campagna bosniaca. Ecco, caro Erri, mi sa che non mi ero mica sbagliato…” Ho trovato anche: “Consigli per le vacanze Non comprate più i libri di Erri De Luca (io lo faccio da un bel po’ di anni). Invece andiamo tutti in vacanza in Toscana all’agriturismo Le …”. Nessun silenzio, dunque, e nemmeno ostracismo. E ovviamente ci sono anche i commenti seri. Quasi tutti in disaccordo e in linea con la prima riga del post di Loredana Lipperini di alcune ore prima: “Erri De Luca ha detto cose molto sbagliate e ne ha negate, orribilmente, altre (il genocidio)”. Ma nel finale del suo post Loredana ricorda “molto bene quando, undici anni fa, De Luca andò a processo, nei fatti, per reato d’opinione, perché avrebbe istigato ‘al sabotaggio’ a fianco dei No Tav. E dal momento che ho memoria buona, ricordo anche che pochissimi scrittori si schierarono al suo fianco”. Tra i pochissimi c’ero anche io. Quella volta ero d’accordo con Erri come adesso sono d’accordo con Loredana. Un PM aveva chiesto otto mesi di galera perché “nelle interviste rilasciate pubblicamente” De Luca “ha commesso incitazione a commettere il sabotaggio” e quando lo scrittore “parla, le sue parole hanno un peso determinante soprattutto sul movimento”. Poi Erri non è stato condannato perché, evidentemente, uno scrittore non ha il potere di smuovere le masse. È questa la brutta notizia di un processo che s’è chiuso a favore dello scrittore. Tra le parole e le cose c’è una distanza che svuota di senso le prime e rende inafferrabili le seconde. Se avessero condannato Erri De Luca avremmo una speranza in più. “Quando De Luca parla, le sue parole hanno un peso determinante” scriveva il pubblico ministero. E invece non ce l’avevano dieci anni fa quando ero d’accordo con lui e non ce l’hanno adesso che sono in disaccordo. Questa è la faccenda seria da affrontare se vogliamo avere un peso nel presente che ci tocca di vivere. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RICCARDO TADDEI: > Erri De Luca a Gerusalemme -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Le parole di Erri De Luca hanno un peso determinante? proviene da Comune-info.
May 27, 2026
Comune-info
Mirella, San Ghetto e le istituzioni
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- C’è voluto il ventesimo movimento di “ARREVUOTO” perché Mirella La Magna, cofondatrice del GRIDAS (Gruppo risveglio dal sonno) e memoria storica del quartiere Scampia, martoriata periferia nord di Napoli, incontrasse finalmente il sindaco di Napoli. Per intercessione di San Ghetto Martire, alias Salvatore Serpico.  Il sindaco, ovviamente, era fittizio: il bravissimo Noe Esposito, del gruppo dell’associazione Quartieri Spagnoli, in scena per la prima volta quest’anno e che gentilmente si è prestato per le foto a fine spettacolo scattate oculatamente da Rossella Grasso che la vicenda giudiziaria del GRIDAS la segue da sempre e di Mirella è intervistatrice fedele da oltre 10 anni.  Nel cortometraggio ironico ideato e diretto da Salvatore Polizzi dell’Associazione “PensareFare” lanciato a supporto del GRIDAS mentre si attendeva la sentenza civile, Salvatore Serpico ha interpretato in modo strabiliante il Santo Protettore delle Periferie, accompagnato da una strepitosa Fatima Villani nelle vesti di Soccàvola, Santa irriverente della martoriata periferia di Soccavo e nipote di San Ghetto Martire. Il cortometraggio, ispirato alla celebre scena della lettera di Totò e Peppino, ricalcava la richiesta di un incontro inviata da Mirella, responsabile del GRIDAS, al sindaco di Napoli tuttora rimasta senza risposta da ormai oltre quattro anni.  Stessa sorte, il silenzio totale, grava sulla analoga richiesta di incontro inviata al presidente della Regione Campania, Roberto Fico, dopo la sentenza di sgombero ricevuta dal GRIDAS a novembre 2025.  Richiesta via per di dicembre, cui è seguita una lettera aperta consegnata a mano dal nostro Santo di cartapesta con la Santa Sede Sotto Sfratto nel corso del partecipato presidio-processione del 16 aprile scorso. “Processione” ironica, ma lettera serissima, peraltro fatta protocollare e inviata anche via pec alla Regione Campania, come via pec sono state inviate lettere “ufficiali” al sindaco di Napoli. Ironica la lettera, scritta rigorosamente a mano e come tale consegnata agli uscieri del Palazzo San Giacomo nelle scene, del tutto reali e improvvisate, che chiudono il corto di Polizzi liberamente disponibile su YouTube. Errore nostro non far protocollare anche quella lettera, non che l’azione faccia la differenza, dati i risultati.  Con l’ironia si strappa un sorriso, si fanno taglienti battute, ma si denunciano fatti ben reali.  È lo stile che contraddistingue il GRIDAS da quasi 50 anni. È lo stile, che adoriamo, di “ARREVUOTO”. “ARREVUOTO” è teatro, finzione, ma con i piedi ben ancorati nella realtà, irriverente nello sbugiardare i “colpevoli” e le loro malefatte, ma ben concreto nel riconoscere il valore di azioni e persone e nel trasmettere messaggi profondamente sensati.  Di anno in anno abbiamo visto crescere questa “compagnia”, che muta di volta in volta, di movimento in movimento, unendo persone di ogni età, ceto, etnia, provenienza sociale e culturale e portando in scena, ogni anno, un centinaio di attori e attrici che mettono in gioco il proprio talento in una carica di energia propositiva e con trovate sceniche e di trama che hanno del geniale, sotto la regia di Maurizio Braucci e di uno stuolo di guide, artisti, musicisti che si fanno interscambiabili in un tutt’uno che crea un risultato ogni anno sorprendente.  Quest’anno, per il ventesimo anno in scena, è stata tirata in ballo anche Mirella.  E lei si è “prestata”, con entusiasmo. Non ha voluto sapere oltre, “se di sorpresa si deve trattare..”, come sempre “basta che mi vengono a prendere e mi accompagnano dove devo andare..”. L’irriverenza si è fatta ascolto, con riverenza e attenzione, al momento della sua chiamata in causa, con gli attori di ogni età in sintonia con la sua improvvisazione, perché di quello si è trattato entrambe le serate. Ne è seguita un’ovazione finale.  “ARREVUOTO” riconosce l’importanza di radici, luoghi, contesti e persone: è finzione con i piedi ben saldi nella realtà.  Cosa che non fanno, ahimè, i nostri “cari” governanti, discosti anni luce dalla realtà e dalla vita reale.  Altro che alieni! Nell’osservare il “Sindaco di Napoli” che provava a svignarsela sul palco, sfuggendo alle proprie responsabilità, nell’osservare la devozione con cui la compagnia si è fermata per accogliere Mirella e ascoltare le sue parole, mai fuori luogo, mai disconnesse dal senso globale, mi è venuto da pensare, ancora e ancora e ancora, che sono proprio inqualificabili questi “governanti” che si privano, loro per primi, del piacere e dell’arricchimento culturale e umano che ne trarrebbero dall’incontrare e ascoltare Mirella. E non parlo in quanto figlia di Mirella e Felice Pignataro, ma in quanto parte di quel tutt’uno che tramanda e porta avanti le storie, la storia, di un quartiere, di una comunità, di una società fatta di legami, relazioni, connessioni concrete che in un modo o nell’altro avanzano.  È un vero peccato che i governanti se ne tengano fuori, “al di sopra”, forse, sicuramente sconnessi e per questo privi di fondamento. Sono loro, in effetti, che stanno rovinando la società, mentre vista da quaggiù, la terra è bellissima, con i piedi ben saldi nella realtà e le connessioni positive che avanzano e si diramano in maniera contagiosa. Al momento non sappiamo come finirà questa storia, ma è parte di un unicuum e sono in tanti, da ogni luogo, ogni provenienza, ogni galassia, o meglio intergalaksia, a esserci accanto e a mantenerci in piedi, sicché “siamo sempre in movimento e in attività allora il primo cambiamento è avvenuto già”*.  All’insaputa di chi si illude di “governarci”.  La citazione finale è dal brano “Social Carnaval” di Bandarotta Bagnoli – Tradizione e Rivoluzione a Tamburo Battente, feat “La Mescla”. Anno 2017. Un’altra sorpresa, con una dedica a Felice Pignataro e al GRIDAS, che arrivò mentre avevamo concluso il film realizzato dal basso “Scampia Felix”. Il brano lo abbiamo tenuto da conto e inserito nel recente film autoprodotto “Napoli Felix”.  Non a caso Mirella la prima sera in scena con “Arrevuoto” indossava la maglietta di “Scampia Felix”, mentre la seconda sera la maglietta di “Mare Libero Napoli”, legato a filo doppio a Bagnoli. Siamo tutti interconnessi. Con l’immancabile spilla-anguria per la Palestina. -------------------------------------------------------------------------------- Di seguito qualche link di approfondimento: * L’intera vicenda giudiziaria del GRIDAS * Il cortometraggio “San Ghetto e Soccàvola al sindaco Manfredi” (28/6/2025): * Lettera aperta al presidente della Regione Campania, Roberto Fico (16/4/2026) * Lettera aperta di San Ghetto Martire al sindaco Manfredi (1/5/2022) * Brano “SOCIAL CARNAVAL’ de La Bandarotta Bagnoli feat. La Mescla: * Film “Scampia Felix” di Francesco Di Martino e del GRIDAS * Film “Napoli Felix” del GRIDAS, per la regia di Alessia Maturi e Maria Reitano: * Arrevuoto – associazione di teatro e pedagogia: > Home -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Mirella, San Ghetto e le istituzioni proviene da Comune-info.
May 26, 2026
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Per una primavera mediterranea
-------------------------------------------------------------------------------- Una scala per l’inferno. Istubalz, 2022 -------------------------------------------------------------------------------- Dovremmo avere imparato da tempo a ragionare con due cervelli: il cervello dell’inevitabile e quello dell’imprevedibile. Da questa doppia prospettiva oggi si potrebbe ragionare sulla primavera del 2027, quando i paesi dell’Europa mediterranea, Italia, Spagna, Francia e Grecia andranno alle elezioni. Non possiamo essere sicuri di nulla, se pensiamo alle prossime evoluzioni della precipitazione in corso, neppure del fatto che nella primavera del ’27 ci saremo ancora, né che le condizioni di civiltà minime per svolgere elezioni politiche esisteranno ancora, a quel punto. Il nazionalismo russo e quello ucraino, il nazismo sionista, la mafia guerrafondaia trumpista stringono in una morsa i destini del continente, mentre dall’interno monta un’onda nera e i razzisti si preparano a dare il colpo di grazia in Germania e nel Regno Unito. Supponiamo invece che fra un anno siamo ancora qui: in quel caso nell’area mediterranea dobbiamo attenderci la possibile affermazione di una tenebrosa idiozia, a meno di un’imprevista invenzione politica di cui la sinistra esistente è con ogni evidenza incapace. Visto come il gioco si sta svolgendo, visti i contendenti che si confrontano nel gioco, direi che la più cupa delle prospettive appare inevitabile: riarmo accelerato, guerra, recessione, dilagare delle aggressioni razziste, deportazioni, sprofondamento delle condizioni sociali. Ma se è vero che questo appare inevitabile, occorre che qualcuno si occupi dell’imprevedibile. Come si fa? Lo psicoanalista Paul Watzklawicz e l’antropologo Gregory Bateson parlano di terapia paradossale per quelle situazioni in cui sembra impossibile guarire una patologia resistente a ogni cura: una modalità terapeutica che consiste nel ridefinire il campo e modificarne il perimetro, nel non rispettare le regole del gioco, e nel confondere le identità: pragmatica paradossale. Watzklawicz parła in proposito di “ristrutturazione del campo”: la ristrutturazione consiste nel cambiamento delle premesse e del significato che attribuiamo alle parole, nella delineazione di una cornice imprevista per l’azione, che permetta di uscire dalla trappola costituita dalle regole stabilite. La ristrutturazione non modifica i fatti concreti ma i significati attribuiti alla situazione, e in tal modo instaura un “nuovo gioco”. Proviamo a trasferire questa metodologia del paradosso alla prospettiva specifica della primavera elettorale in cui una destra razzista e guerrafondaia si prepara a prendersi tutto il continente e a liquidare definitivamente ogni speranza di una vita tollerabile. Per il bene della democrazia e della società tutta intera la sinistra esistente dovrebbe avere il coraggio di dichiarare la sua estinzione per dar vita a una forma inedita di fronte elettorale d’emergenza che denunci senza più giri di parole la guerra il razzismo la schiavitù. Della vita e della morte La sinistra, particolarmente in Italia, ha contribuito alla catastrofe in corso: ha favorito la privatizzazione dei servizi sociali, ha consegnato i migranti ai campi di concentramento libici, ha autorizzato la clandestinità del lavoro migrante, ha appoggiato politiche di guerra. Perché si dovrebbe votare per gente come Marco Minniti, un aguzzino democratico che fa le stesse politiche di Matteo Salvini? La sinistra ha perso ogni credibilità e non è riformabile; ma ora si apre una questione radicale che richiede forme politiche diverse da quelle che la sinistra può concepire. Il problema infatti non è congiunturale, ma strutturale: la sinistra poteva vincere quando esistevano le condizioni per l’unità dei lavoratori. La globalizzazione liberista ha distrutto per sempre questa possibilità: la liberalizzazione del mercato del lavoro ha introdotto una competizione continua tra lavoratori, e l’immigrazione ha provocato una frammentazione del lavoro che toglie ogni forza contrattuale. Le migrazioni sono un fenomeno inarrestabile, eticamente giusto perché i poveri del sud sono poveri per effetto della colonizzazione europea, ed economicamente necessario per compensare l’invecchiamento e la contrazione della popolazione del nord. Ciononostante occorre riconoscere che l’immissione di lavoro migrante ha provocato una decomposizione del fronte del lavoro che non si può ricomporre in nome di un’astratta solidarietà. Il lavoro migrante ha provocato un abbassamento del salario, e la stratificazione etnica, linguistica, culturale della forza lavoro ha provocato una frammentazione e anche una diffidenza interna al mondo del lavoro. Nessuno sforzo politico può contrastare questo sgretolamento profondo. Dunque la sinistra non può vincere, e d’altra parte non ha alcun progetto alternativo al capitalismo. La questione sociale non è affatto scomparsa, ma non è più il luogo in cui sia possibile mobilitare energie solidali. Emerge però un’altra questione, quella della vita o della morte. Su questo crinale si tratta di disegnare nuove linee discriminanti, di elaborare programmi ben più radicali di quelli della sinistra esistente. Mitologie felici contro le mitologie sadiche La destra sta vincendo tutto perché propone una mitologia fondata sull’identità, la proprietà, la competizione, la nazione. I miti non si smontano con la ragione critica, ma solo con miti alternativi, diversi: miti rilassanti contro quelli aggressivi, miti sensuali contro quelli rancorosi. Miti paradossali contro la banalità del male. Quel che occorre è un programma inverosimile: un limite all’orario di lavoro settimanale di trentasei ore con penalità per le aziende che non lo rispettano, aumenti salariali uguali per tutti, azzeramento della spesa militare, penalizzazione economica per chi produce e diffonde plastica, regolarizzazione di cinquecentomila migranti. La Spagna lo ha fatto, e l’economia spagnola è l’unica in Europa che possa vantare una crescita economica del tre per cento. Eppure secondo i sondaggi anche in Spagna la destra ha buone probabilità di vincere le elezioni della primavera del ’27. Come spiegare una simile debolezza della sinistra? Perché la ragionevolezza non basta di fronte alla follia. Dunque è sul terreno della follia che occorre misurarsi. Quando il neoliberismo ha lasciato (prevedibilmente) il posto all’aggressività razzista e all’autoritarismo la sinistra ha tentato di resistere all’onda nera adottando un tono moderato, ragionevole, ben educato, dopo avere appoggiato per trent’anni le devastanti politiche neoliberali. Rifuggendo dai toni estremi (rifiutando il catastrofismo come se fosse una mancanza di stile) la sinistra ha evitato di mettersi sullo stesso piano della destra, e in questo ha sbagliato completamente, perché i toni catastrofici della destra corrispondono al sentimento profondo della maggioranza, e guidano verso scelte che aggravano la situazione e avvicinano l’apocalisse, col risultato di poter accentuare ulteriormente i toni e di rilanciare misure sempre più devastanti. Le profezie catastrofiste si autorealizzano e autorizzano politiche sempre più squilibranti. La sinistra ha invece il sapore di una minestrina da ospedale: il suo messaggio insipido, raziocinante non può far presa sull’inconscio collettivo sovreccitato. L’inconscio non riconosce i mezzi toni. La sinistra non osa dire la verità sul collasso climatico, si limita a suggerire misure che poi vengono sempre rinviate perché ci sono cose più urgenti. Più urgente di ogni altra cosa è la guerra. E la sinistra si guarda bene dal denunciare l’incombente pericolo di una precipitazione apocalittica della guerra in Europa, per non spaventare le folle. Ma le folle sono spaventate perché ci pensa la destra a esasperare i toni, e perché in ogni caso chiunque non sia stupido capisce che il pericolo di una catastrofe militare ambientale e sociale si sta accentuando ogni giorno di più. Pedro Sanchez è l’unico leader europeo che sia riuscito fino a questo momento a contenere il dilagare dell’aggressività fascistoide. Ha saputo farlo con decisioni coraggiose sull’economia, sull’immigrazione, e soprattutto contro la guerra e il sionismo. Sia pure nell’isolamento ha saputo mantenere la posizione perché, la Spagna è il paese culturalmente più aperto, più ricco e anche meno depresso d’Europa. Ma ora c’è il rischio che a causa del suo isolamento perfino la sinistra spagnola perda il governo. Deve emergere una cultura apocalittica di sinistra. È l’ultima speranza, l’ultima possibilità di sfuggire all’apocalisse. Occorre il coraggio di presentare agli elettori una descrizione realistica di quello che aspetta gli europei nei prossimi anni, schiacciati come sono tra l’aggressività nazionalista russa e l’aggressività imperialista statunitense che, dopo avere usato l’Ucraina per i suoi scopi durante la presidenza Biden, abbandona l’Ucraina e l’Europa, senza disinnescare la miccia che può fare esplodere una polveriera nucleare su scala continentale. Occorre avere il coraggio di descrivere le conseguenze sociali che sta provocando la guerra scriteriata voluta dalla coalizione Epstein sionista-americana: miseria crescente, smantellamento di interi settori dell’industria europea, collasso economico di Germania e Italia. Un programma inverosimile, come la realtà Soprattutto occorre il coraggio di lanciare un programma inverosimile. Poiché la realtà contemporanea è inverosimile, solo l’inverosimiglianza potrà catturare l’inconscio che oscilla tra panico e depressione. È un programma folle? Certo che lo è. Ma sono dieci anni che assistiamo alla vittoria di programmi folli, al trionfo di squilibrati che conquistano gli elettori mostrando una motosega e dichiarando che la useranno contro di loro. Sono dieci anni che assistiamo all’ascesa di forze belliciste che esasperano la paura e l’odio. Solo chi avrà il coraggio di opporre alla paura e all’odio un discorso di radicalismo pacifista, solo chi opporrà la cospirazione del bene al delirio sadico, solo chi prometterà una riconquista dei livelli di vita e di salario che gli operai ottennero cinquant’anni fa e che il tradimento della sinistra ha liquidato, solo chi avrà il coraggio di alzare la voce in nome della ragionevolezza e della vita avrà qualche possibilità di fermare la corsa verso il baratro. Rivendichiamo le mitologie del Mediterraneo contro le cupe mitologie nordiche cui il Nazismo si è ispirato nel passato e si ispira oggi di nuovo. Rivendichiamo il piacere di vivere, la sensualità. Rivendichiamo l’eredità delle culture sincretiche del passato antico e medievale. La Firenze del rinascimento non sarebbe esistita senza il contributo del greco Gemisto Pletone, e l’Università di Bologna non sarebbe nata senza il contributo dei migranti arabi e germanici che si riunirono all’ombra delle due torri da poco costruite (che oggi rischiano di crollare). Cordoba e Granada non avrebbero potuto diventare il centro di una civiltà pacifica e ricca senza la commistione di elementi giudaici cristiani e islamici. Sono banalità? Certo, lo sono. Alle banalità cattive dei razzisti opponiamo le banalità buone di chi preferisce la pace alla guerra e la vita alla morte. Dixi et salvavi animam meam. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Per una primavera mediterranea proviene da Comune-info.
May 26, 2026
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Il regime? È ancora lì
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Tianlei Wu su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Doveva essere la guerra che avrebbe “liberato l’Iran”. Ce l’hanno raccontata così per mesi con bombe intelligenti, sanzioni chirurgiche, il regime degli ayatollah in agonia. Bastava un’ultima spinta, ci dicevano, e il castello di carte sarebbe crollato. Le immagini delle proteste passate venivano mescolate con quelle dei bombardamenti e il prodotto finale era una storia semplice, quasi rassicurante: noi occidentali colpiamo il male, e il bene – il popolo iraniano, naturalmente – ringrazierà. Peccato che la realtà abbia la brutta abitudine di non adeguarsi alle sceneggiature, sceneggiature che conoscevamo già e che si sono nuovamente materializzate. Oggi, dopo mesi di bombardamenti, sanzioni e propaganda sulla “liberazione”, gli Stati Uniti stanno trattando nuovi accordi con la stessa Repubblica Islamica che giuravano di voler distruggere. Tregue. Riapertura dello Stretto di Hormuz. Alleggerimenti economici. Il nemico assoluto, il miglior nemico – quello che doveva essere spazzato via dalla storia – è tornato a essere un interlocutore. Ci si siede attorno a un tavolo. Si discute. Si negozia. Domanda dunque: a cosa è servita la guerra? A cosa è servita se si poteva arrivare a un tavolo di trattative anche prima, come molti, dentro e fuori l’Iran, avevano suggerito. Perché mai bombardare per mesi? Perché distruggere infrastrutture, uccidere civili, affamare un popolo che già soffriva, se poi l’esito è lo stesso che si sarebbe potuto ottenere senza una sola bomba? La risposta è ovvia e banale. La guerra non aveva come obiettivo la liberazione delle persone iraniane. Aveva altri obiettivi – controllo delle rotte marittime, contenimento di un nemico regionale, rassicurazione degli alleati del Golfo, spettacolo di potenza in campagna elettorale. L’Iran, il suo popolo, le sue sofferenze erano solo lo scenario. Il fondale. E quando il fondale non serve più, lo si cambia. Si passa alla scena successiva. La guerra ha avuto anche il grande compito di rafforzare ulteriormente la Repubblica Islamica. I Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione che dovevano essere decapitati dal conflitto, sono usciti più forti di prima. Perché funziona così, con le dittature e dovremmo saperlo bene. Quando arriva una minaccia esterna, la prima cosa che fanno è chiudere i ranghi. La seconda è usare quella minaccia come giustificazione per reprimere ogni opposizione interna. Il dissenso diventa tradimento. La protesta diventa spionaggio. Lo sciopero diventa sabotaggio in tempo di guerra. E i Pasdaran sono maestri in questo gioco. Hanno usato ogni bomba caduta sul territorio iraniano come una prova che “loro avevano ragione”, che il nemico è reale, che non ci si può fidare dell’Occidente, che l’unica protezione è il regime. Hanno consolidato il proprio potere economico, militare e politico più di quanto avrebbero mai potuto fare in tempo di pace. E dentro i confini, la repressione non è diminuita. È aumentata. Arresti di massa. Esecuzioni. Carcerazioni. Tortura. Tutto giustificato con la scusa della sicurezza nazionale. La guerra è stata la miglior propaganda “gratuita” per il regime. Intanto, il popolo iraniano ha pagato il conto. Milioni di persone hanno perso il lavoro. Aziende chiuse, fabbriche distrutte, catene di approvvigionamento interrotte. La stabilità economica, già precaria dopo anni di sanzioni devastanti, è crollata del tutto. L’inflazione – che era già un mostro – ha mangiato ciò che restava dei risparmi. I beni essenziali – cibo, medicine, carburante per riscaldarsi d’inverno – sono diventati un lusso per molti. Non numeri, non statistiche: madri che non possono comprare il latte per i figli. Anziani che muoiono perché i farmaci non arrivano più. Giovani che vedono il futuro chiudersi davanti come una porta sbattuta in faccia. E le infrastrutture? Distrutte. Ospedali, strade, ponti, scuole, porti. Tutto ciò che permette a un paese di funzionare, tutto ciò che permette a una persona di vivere con dignità, è stato trasformato in macerie. La guerra non ha distrutto il sistema di potere, quello è rimasto intatto, anzi rafforzato. Ha distrutto ciò che stava intorno al sistema. Ha distrutto la vita quotidiana di chi quel sistema lo subisce ogni giorno. Internet, poi, è stato oscurato e controllato. Non solo dal regime – che già lo faceva – ma anche dalle bombe che hanno distrutto le infrastrutture di telecomunicazione. La guerra ha tolto agli iraniani anche l’ultimo spazio di discussione, l’ultima piazza virtuale dove si poteva ancora provare a dire la propria. Non c’è stata “liberazione digitale”. Non c’è stata connessione con il mondo. C’è stato solo un silenzio ancora più fitto, rotto dal boato dei bombardamenti e dal rumore delle catene. Allora facciamo un bilancio. Prima della guerra: regime al potere, Pasdaran forti, sanzioni in atto, economia a pezzi, repressione sistematica, opposizione interna debole ma viva. Dopo la guerra: regime ancora al potere, Pasdaran più forti di prima, sanzioni in via di alleggerimento (ma solo perché gli Usa devono giustificare l’accordo), economia ancora più a pezzi, repressione più dura che mai, opposizione interna ridotta al silenzio. La guerra ha tolto al popolo iraniano l’ultima speranza di cambiare le cose dal basso. Perché chi voleva costruire un’alternativa democratica, non violenta, autonoma, ora è stato incarcerat3, costretto alla fuga o semplicemente mess3 a tacere dal rumore delle bombe. E quando il rumore cesserà – come sta cessando adesso, con gli accordi – si troverà davanti a un deserto. Un paese più povero, più isolato, più vulnerabile. E un regime più forte di prima. Ancora una volta, gli imperi parlano di libertà mentre trattano sulla pelle dei popoli. Non è la prima volta. Non sarà l’ultima. Ancora una volta, chi vive sotto dittatura viene sacrificato – letteralmente sacrificato – sull’altare di un gioco sporco. Un Iran libero non nascerà dalle bombe statunitensi. Questo dovrebbe essere ormai chiaro a chiunque abbia un minimo di memoria storica. E non nascerà dalla repressione degli ayatollah, questo è altrettanto evidente. Nascerà – se mai nascerà – da un movimento interno, autonomo, paziente, faticoso, che costruisce spazi di libertà dal basso, senza aspettare che nessun impero li consegni. Un movimento che in questa guerra ha perso terreno, voce, forza, speranza. Chi oggi celebra questa guerra come una vittoria dovrebbe guardare la realtà in faccia. Senza filtri. Senza ideologia. Senza bandiere. Il regime è sopravvissuto. I Pasdaran sono più forti. La repressione è peggiorata. Le prigioni sono piene. Le esecuzioni continuano. Il popolo iraniano – quello che dicevano di voler liberare – è più povero, più isolato, più vulnerabile, più solo di prima. Missione compiuta? Sì. Per i peggiori. -------------------------------------------------------------------------------- Marina Misaghinejad, antropologa italo-iraniana, si occupa di Iran, diaspore, movimenti transfemministi e islamofobia. Pubblica alcuni suoi articoli sulla piattaforma Substack.com. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il regime? È ancora lì proviene da Comune-info.
May 26, 2026
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