Comunicato Stampa 18 luglio 2026 – Tutti in piazza Montecitorio, martedì 21 luglio ore 16,30
Un governo autoritario, in cui vige la logica dello scambio e del ricatto reciproco, sta producendo l’ennesima forzatura; incurante non solo, come diciamo da più di un anno, della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale; ma di tutta una letterale valanga di critiche che gli sono cadute addosso a proposito dell’approvazione delle intese per 4 regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto) su 3 materie non Lep – protezione civile, professioni, previdenza complementare – e una, la sanità, che richiede la definizione dei livelli essenziali di prestazione (LEP) fatti coincidere arbitrariamente con I livelli essenziali di assistenza (LEA), che come è ben noto aggravano le disparità territoriali. L’Aula di Palazzo Madama ha mosso un passo importante nella realizzazione del progetto eversivo dell’unità della Repubblica e dell’uguaglianza dei diritti nella giornata di giovedì 16 luglio, approvando le relative Risoluzioni e sostanzialmente impedendo qualsiasi mossa delle opposizioni, che avevano preparato ben 800 ordini del giorno e presentato comuni Risoluzioni chiedendo il ritiro delle Intese preliminari. Ora tocca alla Camera. È ancora una volta il momento di scendere in piazza: martedì 21 luglio le Risoluzioni di maggioranza approderanno in Aula e verranno votate. I Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata indicono un presidio – dalle ore 16,30 alle ore 20,30 – in piazza Montecitorio, cui aderiscono – tra gli altri – la Cgil Roma e Lazio, Cobas, Usb, e a cui prenderanno parte i/le deputate/i delle opposizioni. Chi abbia pensato che l’autonomia fosse diventata un problema superato e risolto ha sbagliato; chi ha raccolto le firme per un referendum che la Consulta ha bocciato, sulla base degli interventi demolitori che la Corte aveva operato sulla legge 86/24 come chi ha firmato per quella raccolta, tutti devono sapere che l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti stanno subendo un pesantissimo attacco, merce di scambio di un governo spregiudicato che vuole introdurre surrettiziamente il premierato assoluto con la nuova legge elettorale e legittimare le disuguaglianze sociali e le disparità territoriali con l’autonomia differenziata. Plaudiamo alla condotta delle opposizioni in Senato, che hanno messo in campo un tentativo di resistenza neutralizzato dalla prevaricazione di un uso spregiudicato dei margini concessi dal regolamento; così come plaudiamo alle dichiarazioni del presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, rivolte alle forze politiche del Consiglio Regionale: “La vera minaccia è nel futuro, e ha un nome preciso: autonomia differenziata. Stiamo correndo verso un baratro con lo sguardo rivolto all’indietro, litigando su chi guida mentre l’automobile sta per andare a sbattere. Se le preintese (accordi tra Stato e Regioni) verranno approvate così come sono scritte, sarà la fine della sanità pubblica per come la conosciamo, soprattutto nei territori più fragili. Il Mezzogiorno per primo. Non è autonomia, è secessione a rate: perché non sposta soltanto competenze, sposta risorse di mobilità passiva e professionisti, dal Sud verso il Nord, un’emorragia silenziosa che svuoterà i nostri ospedali proprio mentre lottiamo per accorciare le liste d’attesa. Rischiamo di trasformare il Sud in terra da cui i medici partono, non in terra dove i pazienti guariscono. Un disastro di questa portata si ferma solo con un fronte meridionale unito, che parli con una voce sola: tutta la classe politica del Mezzogiorno, senza distinzione di schieramento, risponderà domani di questo passaggio se lascerà travolgere la sanità del Sud. Non è una battaglia di parte, è una battaglia di sopravvivenza. Per questo mi rivolgo a tutte le forze civili e politiche pugliesi: fermiamo insieme questo disegno, prima che diventi irreversibile». E’ necessario mobilitarsi e moltiplicare le azioni a ogni livello, territoriale e nazionale, e in ogni ambito, sociale, politico e istituzionale, affinché questo progetto distruttivo dell’unità della Repubblica non vada in porto. Tutti in piazza Montecitorio, martedì 21 ore 16,30. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Alfabeto di una scelta.
20 anni di memoria collettiva. Cambiare strada per non cambiare direzione. “Guarda ogni strada attentamente e deliberatamente. Mettila alla prova tutte le volte che lo ritieni necessario. Quindi poni a te stesso, e a te stesso soltanto, una domanda. […] Questa strada ha un cuore?[…] Se lo ha, la strada è buona. Se non lo […]
July 15, 2026
Io Non Dimentico
Comunicato di solidarietà all’Hotel Decumani
Esprimiamo la nostra piena solidarietà al “Decumani Hotel de Charme” di Napoli, aderente alle campagne BDS “Spazi Liberi dall’Apartheid Israeliana” (SPLAI) e  "No Room for Genocide", finito al centro di una  serie di azioni diffamatorie dopo che alcuni media israeliani hanno dato risalto alla decisione di una turista israeliana di cancellare la propria prenotazione presso la struttura. Dopo aver ricevuto il messaggio automatico di benvenuto inviato dall’hotel, la turista ha optato volontariamente per la disdetta. Nel messaggio la struttura dichiarava la propria adesione alla campagna internazionale "No Room for Genocide", ribadiva “il proprio impegno per la libertà e i diritti umani delle comunità vittime di razzismo, discriminazione e oppressione” ed esprimeva il proprio benvenuto “ai palestinesi, ai rifugiati e a tutte le persone che resistono pacificamente all'oppressione nel perseguimento dei diritti riconosciuti dal diritto internazionale”. Va sottolineato che la struttura non ha rifiutato una prenotazione, né discriminato in alcun modo i potenziali clienti, ma siamo di fronte a una rinuncia unilaterale da parte della cliente. È bastato questo perché il “Decumani Hotel de Charme” diventasse bersaglio di una campagna diffamatoria. La struttura ha denunciato false prenotazioni, recensioni “fake” pubblicate da persone che non hanno mai soggiornato nell'hotel e tentativi di danneggiamento all'attività. Questi attacchi confermano come l'accusa di antisemitismo venga troppo spesso utilizzata per colpire chi sostiene i diritti del popolo palestinese. Non è la prima volta che accade: in Italia e in altri paesi, realtà che aderiscono alle campagne promosse dal BDS sono periodicamente oggetto di denigrazione e discredito con l'obiettivo di scoraggiare ogni forma di azione non-violenta e solidarietà con la causa palestinese. La campagna "No Room for Genocide", così come la rete degli Spazi SPLAI, si fondano sui principi di uguaglianza, giustizia e rispetto del diritto internazionale. Le campagne si basano sui principi del movimento BDS che sostiene la parità di diritti per tutt* e pertanto si oppone ad ogni forma di razzismo, fascismo, sessismo, antisemitismo, islamofobia, discriminazione etnica e religiosa. Criticare le politiche di uno Stato o denunciare un genocidio non significa discriminare un popolo o una comunità religiosa. Rinnoviamo la nostra piena solidarietà al “Decumani Hotel de Charme”, al proprietario e ai dipendenti.  Lo stesso sostegno va a tutte le strutture che, come questa, hanno il coraggio di esporsi pubblicamente in difesa dei diritti del popolo palestinese e del diritto internazionale, nonostante le pressioni e le ritorsioni che questo comporta. BDS Italia
Il KNK chiede un’azione internazionale contro le esecuzioni in Iran
La Commissione per i diritti umani del Congresso nazionale del Kurdistan (KNK) ha condannato la recente ondata di esecuzioni perpetrate dall’Iran, in particolare contro attivisti curdi e prigionieri politici, e ha chiesto alle Nazioni Unite e all’Unione europea di intervenire immediatamente. La Commissione per i diritti umani del KNK ha rilasciato una dichiarazione scritta in merito all’ondata di esecuzioni che ha colpito i prigionieri politici curdi e tutti coloro che sono stati sottoposti a repressione a causa delle loro opinioni politiche nella Repubblica islamica dell’Iran. Nella dichiarazione il KNK ha sottolineato che le autorità iraniane hanno aumentato significativamente il numero delle esecuzioni negli ultimi sette mesi affermando: “Tra i giustiziati ci sono molti prigionieri politici curdi condannati a morte a seguito di processi iniqui e procedimenti giudiziari inaffidabili. La maggior parte di questi casi si basa su accuse quali “minaccia alla sicurezza nazionale”, “spionaggio” o “cooperazione con organizzazioni terroristiche”, mentre i rapporti delle organizzazioni internazionali per i diritti umani dimostrano che le confessioni sono state estorte con la tortura, la coercizione e sentenze illegali, e che il diritto a un giusto processo è stato chiaramente violato. La dichiarazione sottolinea che le autorità iraniane avevano aumentato significativamente le esecuzioni durante la guerra tra Iran e Israele e dopo la dichiarazione del cessate il fuoco aggiungendo: “Molte organizzazioni internazionali per i diritti umani interpretano questa mossa delle autorità iraniane come un tentativo di approfittare dell’attenzione della comunità internazionale sulle crisi regionali, intensificando al contemporaneo la repressione interna”. Il comunicato prosegue:  Come commissione per i diritti umani del KNK, riteniamo che l’uso della pena di morte contro i prigionieri politici, in particolare attivisti e detenuti curdi, non solo violi il diritto fondamentale alla vita, ma sia anche parte di una politica sistematica di intimidazione, silenziamento e repressione dell’opposizione. Questa pratica, unitamente alla tortura, alle confessioni estorte con la forza e alla negazione dell’accesso a un avvocato e a un giusto processo, costituisce una chiara violazione delle convenzioni e degli standard internazionali in materia di diritti umani.” Al termine della sua dichiarazione, la Commissione per i diritti umani del KNK ha invitato le Nazioni Unite (ONU), il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC), l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (OHCHR) e l’Unione europea (UE) a: – Impegnarsi al massimo per fermare le esecuzioni dei prigionieri politici in Iran. – Condurre un’indagine indipendente, imparziale e trasparente sulle accuse di tortura, confessioni estorte e processi iniqui. – Intensificare la pressione diplomatica, legale e politica sulle autorità iraniane affinché pongano fine all’uso della pena di morte come strumento di repressione. – Garantire che i responsabili di queste gravi violazioni dei diritti umani siano assicurati alla giustizia in conformità con il diritto internazionale e i meccanismi di un giusto processo. La Commissione per i diritti umani del KNK ha ribadito che la tutela del diritto alla vita, alla giustizia e a un giusto processo sono principi fondamentali di ogni società democratica che aderisce al diritto internazionale, avvertendo che rimanere in silenzio di fronte a quest’ondata di esecuzioni porterebbe all’impunità dei responsabili e all’aggravarsi delle violazioni dei diritti umani fondamentali. L'articolo Il KNK chiede un’azione internazionale contro le esecuzioni in Iran proviene da Retekurdistan.it.
July 3, 2026
Retekurdistan.it
SUSANNA OGGI HA UNA CASA – SUSANNA HA LOTTATO E NOI CON LEI
SUSANNA OGGI HA UNA CASASUSANNA HA LOTTATO E NOI CON LEI Era la sera del 12 gennaio quando abbiamo visto le fiamme divampare da una casa accanto a L38Squat.Era un lunedì di una solita assemblea di gestione – una di quelle serate in cui ti stringi intorno a un tavolo con le stufe vicine vicine … Leggi tutto "SUSANNA OGGI HA UNA CASA – SUSANNA HA LOTTATO E NOI CON LEI"
July 3, 2026
L38Squat
Né il leader Öcalan né il nostro movimento accetteranno un fatto compiuto
Da tempo si discute di una legge quadro nella stampa e nell’opinione pubblica turca. Sulla stampa sono state espresse valutazioni che non si conformano al progetto di pace e società democratica perseguito da Rêber Apo [il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan] e persino interpretazioni opposte. Comunque dal 24 maggio non si è tenuto alcun incontro con Rêber Apo. A seguito di tale incontro, le proposte presentate dal leader Apo avrebbero dovuto essere valutate dal governo. Recentemente le proposte presentate da Rêber Apo a İmralı il 24 maggio e gli incontri tra la delegazione del partito DEM e i funzionari dell’AKP sono stati presentati come se fossero sviluppi nuovi. Però dal 24 maggio non si è tenuto alcun incontro con Rêber Apo. A seguito di tale incontro le proposte presentate dal leader Apo avrebbero dovuto essere valutate dal governo. Tuttavia questa procedura non è stata ancora attuata. Pertanto da quel giorno non ci sono stati contatti o sviluppi da valutare.Mentre l’isolamento imposto a Rêber Apo su una questione così storica e importante continua, anche il nostro movimento di liberazione non ha ricevuto alcuna informazione durante questo periodo. Il nostro movimento ha sostenuto il processo guidato da Rêber Apo e ha fatto tutto il necessario. Pur avendo compiuto sforzi multiformi per la risoluzione politico-democratica dei problemi, abbiamo anche intrapreso passi importanti. Abbiamo sostenuto gli sforzi volti a emanare leggi che garantiscano una politica democratica libera. In questo contesto abbiamo ritenuto positivo il rapporto redatto dalla Commissione per la pace, la fratellanza e la democrazia, pur considerandolo incompleto e inadeguato. Il processo di pace e società democratica ci riguarda direttamente. Per non pregiudicare il processo e i dialoghi in corso con Rêber Apo, non abbiamo ritenuto opportuno rilasciare frequenti dichiarazioni a nome del movimento. Senza incontrarci e discutere con Rêber Apo, e senza aver ottenuto il parere del nostro Movimento, affermare che una determinata legge verrà approvata con un certo contenuto sarebbe considerato una manipolazione, un’imposizione o addirittura una cospirazione. Senza incontrarci e discutere con Rêber Apo, e senza aver ottenuto il parere del nostro movimento, affermare che una determinata legge verrà approvata con un certo contenuto sarebbe considerato una manipolazione, un’imposizione o addirittura una cospirazione. Numan Kurtulmuş ha dichiarato infatti che sarebbe stata promulgata una legge, che coloro che fossero disposti a presentarsi lo avrebbero fatto, e che, in caso di rifiuto, sarebbero stati adottati i provvedimenti necessari. Qualsiasi decisione riguardante questa organizzazione deve essere presa nel suo complesso e attuata nel suo complesso. Il nostro movimento di liberazione prende in considerazione solo leggi e misure complete. Altrimenti, non può verificarsi una situazione in cui alcuni vengano e altri no. Il problema non è solo che i combattenti depongano le armi. Naturalmente anche l’atteggiamento nei confronti dei combattenti e della leadership di questo movimento deve essere uniforme. Adottare un approccio diverso equivarrebbe a sabotare questo processo.Al congresso in cui è stata presa la decisione di sciogliere il PKK, noi, come movimento di liberazione abbiamo stabilito che il processo di scioglimento e disarmo potesse essere condotto solo da Rêber Apo. Egli può svolgere questo processo solo se è libero di agire. Il nostro popolo e il nostro movimento hanno chiarito fin dall’inizio che non accetteranno alcuna politica o attuazione che non includa la libertà di Rêber Apo e le condizioni in cui egli possa vivere e lavorare liberamente.Senza adottare un approccio positivo riguardo alla situazione di Rêber Apo e senza intraprendere azioni concrete in tal senso, nessuno può garantire l’attuazione delle decisioni prese al congresso del PKK. Il dialogo con Rêber Apo e la relazione con noi mirano a definire una politica e un approccio globali. Non si tratta semplicemente di approvare una legge e dire che chi è disposto può venire e gli altri no. Si sta davvero cercando una soluzione attraverso questo processo, o si tratta di confondere l’opinione pubblica? Oppure è in corso una vera e propria guerra contro il movimento? Se una legge simile alla “Legge sul ritorno a casa” venisse promulgata senza presentare una soluzione democratica completa, né il nostro popolo né la nostra struttura organizzativa la accetterebbero. Pertanto se l’obiettivo è risolvere un problema secolare, cinquant’anni di conflitto e le questioni legate alla separazione, allora è necessario proporre una comprensione e un approccio corretti. A quanto pare si stanno nuovamente perseguendo politiche di preparazione alla guerra. Il capo dell’organizzazione di intelligence nazionale turca (MIT), İbrahim Kalın, non è solo a capo dell’intelligence; si sposta in tutto l’Iraq quasi come il primo ministro del governo. Incontri simili si erano già tenuti durante gli attacchi al Rojava. Cosa ci fa il capo del MIT a Baghdad, Sulaymaniyah e Hewlêr [Erbil]? A queste forze verranno forse assegnati ruoli specifici all’interno di un piano per attaccare ed eliminare il nostro Movimento? Indubbiamente l’intero popolo curdo e tutte le forze politiche dovrebbero vigilare contro tali politiche. Le dichiarazioni della Turchia dovrebbero essere considerate unilaterali e contrarie agli interessi del popolo curdo. Invece di risolvere i propri problemi interni, la Turchia sta forse pianificando un attacco contro il nostro movimento insieme all’Iraq, a seguito alla decisione del governo iracheno riguardo ai gruppi armati esterni all’esercito? È noto inoltre che discussioni simili si sono svolte anche con l’Iran. Se lo Stato turco ha effettivamente tali piani, riteniamo che l’Iraq non debba accettarli. Desideriamo sottolineare con chiarezza che né Rêber Apo né il nostro Movimento per la Libertà accetteranno un fatto compiuto. Perseguire una politica di guerra speciale dicendo: “Abbiamo approvato la legge, ma non la accettano”, sarebbe un approccio irrazionale. Significherebbe continuare con politiche che si sono rivelate fallimentari per cento anni e che hanno portato a una rottura tra il popolo curdo e la Turchia. Pertanto, sia nell’approccio a Rêber Apo sia nei confronti del nostro Movimento per la Libertà, è necessario agire con serietà e responsabilità. Come movimento, possediamo la volontà e la determinazione di attuare un approccio politico che porti all’integrazione democratica con la Turchia, sulla base di una soluzione politica democratica che elimini il clima di conflitto e separazione che persiste da un secolo. È inoltre responsabilità storica dello Stato turco adempiere al proprio ruolo adottando politiche e intraprendendo azioni che consentano la realizzazione della nostra volontà e determinazione e rendano possibile l’integrazione democratica. La cittadinanza democratica e i nostri popoli devono rimanere vigili contro qualsiasi tentativo di sabotare il processo di pace e società democratica. Combattendo con maggiore efficacia l’isolamento imposto a İmralı, essi adempiranno alla propria responsabilità nel garantire il successo di tale processo. Co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK
July 3, 2026
UIKI ONLUS
Comunicato Stampa 16 luglio 2026 – Intese preliminari sull’autonomia differenziata
Oggi il Senato ha approvato le Risoluzioni della maggioranza di destra che consente al Governo Meloni-Calderoli di proseguire l’iter della devoluzione delle competenze legislative alle Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria della materie relative alla protezione civile, professioni, previdenza complementare integrativa e sanità, in spregio alla sentenza della Corte costituzionale 192/2024. La Corte costituzionale aveva esplicitamente negato la possibilità di devolvere ‘materie’ e posto come condizione necessaria la determinazione di singole funzioni, motivate in virtù delle differenti esigenze territoriali. Le Intese preliminari sono una fotocopia una dell’altra: possibile che le quattro Regioni, così diverse per popolazione, strutture produttive, conformazione territoriale abbiano istanze di devoluzione delle stesse materie? Dov’è la differenziazione che è richiesta addirittura dall’articolo 116 terzo comma, e richiamata dalla sentenza 192/2024 della Corte costituzionale? Inoltre, la sentenza 192/2024 aveva evocato la questione del ruolo del Parlamento nella determinazione delle Intese sottolineando la necessità che esso avesse un ruolo centrale, dato che ad essere devolute sono le sue competenze legislative. Infine, la Corte costituzionale aveva richiamato con forza la questione delle risorse finanziarie, infatti la devoluzione di materie comporta alterazioni delle ‘poste’ di bilancio causando squilibri tra le diverse Regioni. Nessuna di queste disposizioni della sentenza 192/2024 della Corte costituzionale è stata rispettata. È necessario richiamare anche che l’Ufficio Parlamentare del Bilancio, la Banca d’Italia e perfino la Ragioneria Generale dello Stato, nel corso delle audizioni, hanno fortemente criticato le Intese preliminari; dunque non solo il mondo accademico o esponenti della SVIMEZ o di GIMBE oppure Marco Esposito e Gianfranco Viesti hanno fatto rilevare la gravità della devoluzione di queste materie, perché foriera di nuovi squilibri e di aggravamento dei divari territoriali tra Nord e Sud. La devoluzione di materie come le professioni, o la previdenza complementare accentueranno le differenze tra territori e addirittura tra lavoratori degli stessi settori produttivi, infatti ci saranno Regioni che potranno, avendo più risorse, ampliare l’offerta formativa o incentivare la previdenza integrativa, che già grave di per sé, ora vedrà differenze tra i lavoratori perché alcuni godranno di incentivi e altri no, pur avendo lo stesso contratto di lavoro. Gravissima è poi l’equiparazione tra Livelli di assistenza sanitaria (LEA) e Livelli essenziali di prestazione (LEP), che consente fin d’ora di devolvere le competenze legislative in materia dei servizi sanitari, perché emerge dagli stessi Rapporti e Relazioni ufficiali – dalla Corte dei Conti ai documenti finanziari dello stesso Governo – che i LEA non hanno fin qui garantito la fruizione in maniera ugualitaria dei servizi sanitari sull’intero territorio nazionale. Basta richiamare la mobilità sanitaria, la spesa sanitaria privata o le liste d’attesa: i LEA non sono i LEP, non garantiscono il diritto alla salute di tutti/e, sono decisi da organismi burocratici, mentre né il Parlamento né le istituzioni territoriali né le associazioni professionali o di ricerca come GIMBE hanno mai avuto la possibilità di far ascoltare la loro voce nella definizione dei livelli necessari dei servizi sanitari. Il Parlamento, secondo le procedure della legge Calderoli, 86/2024, è ridotto al ruolo di ‘passacarte’ e per questo la legge è criticata dalla Corte costituzionale, che, implicitamente, aveva sollecitato una revisione delle procedure per renderlo centrale nell’iter delle Intese. Il voto odierno sulle Risoluzioni delle Intese preliminare dimostra l’assoluto disprezzo del Parlamento, basta infatti pensare che alle opposizioni sono state concesse solo poche ore per presentare le loro Risoluzioni e che in Aula la discussione e il voto si sono svolte in 24 ore, e si sta parlando di atti che modificheranno la forma dello Stato, passando da un regionalismo cooperativo come prescritto dall’articolo 5 a un regionalismo competitivo, come vogliono le forze della destra in modo da giungere alla ‘secessione dei ricchi’. E la Camera è convocata lunedì 20 luglio per approvare a sua volta le Risoluzioni nel giro, anche in questa sede, di 24 ore: è evidente il disegno di impedire la mobilitazione dell’opinione pubblica e dei movimenti territoriali. Le opposizioni parlamentari hanno svolto con determinazione la loro battaglia chiedendo il ritiro delle Intese preliminari e hanno ben argomentato le loro critiche per denunciare che le Intese sull’Autonomia differenziata romperanno l’unità della Repubblica, che garantisce la fruizione dei diritti fondamentali, sociali e civili, ovunque si risieda, senza discriminazioni territoriali né differenziazioni tra nativi e non. Lo scambio scellerato tra i partiti di destra, tra la presidente Meloni e il vicepresidente e segretario della Lega Salvini, tra Legge elettorale e Autonomia differenziata va avanti, nonostante la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze: il potere è un collante forte ed è quello che tiene insieme la maggioranza di governo di destra. I Comitati contro ogni autonomia differenziata e il Tavolo no Ad denunciano questo assalto alla Repubblica e continueranno le loro mobilitazioni per contrastare questo scellerato disegno di rottura dell’unità della Repubblica e impedire la secessione di ricchi. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
36 anni di Okkupazione al Corto Circuito
Martedì scorso il Corto Circuito ha spento 36 candeline in un’atmosfera festosa, militante e piena di quella solidarietà concreta che solo i luoghi liberati sanno esprimere. Una festa partecipata, con vecchi e nuovi compagni, ha riempito gli spazi del centro sociale di risate, discussioni e quella gioia collettiva che nasce dal ritrovarsi insieme per difendere e far vivere un pezzo di città strappato all’abbandono e alla speculazione.   Al centro della serata c’è stata la bellissima mappa psicogeografica dello spazio, presentata da Andrea Leroy per Leroy S.P.Q.R. DAM: un’opera corale e militante che racconta la storia di questi 36 anni. Intorno al disegno del centro si dispiegano decine di immagini che ne raccontano l’anima: il vecchio edificio scolastico occupato, la ricostruzione dopo l’incendio delle cucine, l’area cani intitolata idealmente a Umberto D. e al suo cagnolino, il campo di calcio testimone di cento tornei popolari e immortalato con lo sguardo combattivo di Letizia Battaglia. Ogni angolo dell’opera è un pezzo di memoria viva, un inno alla capacità delle persone di riappropriarsi degli spazi e trasformarli in luoghi di resistenza, cultura e socialità dal basso.     La cena sociale, realizzata a più mani, ha reso ancora più concreta l’idea di un altro modo di stare insieme: sano, abbondante e condiviso. Grazie a chi c’era e ha voluto condividere insieme a noi questo momento di festa. E chi non è riuscito a venire si è perso qualcosa The post 36 anni di Okkupazione al Corto Circuito first appeared on CSOA CORTO CIRCUITO.
June 22, 2026
CSOA CORTO CIRCUITO
Oristano, 10 giugno: contro l’assalto fossile
Espropri, occupazioni e servitù: la speculazione energetica che si muove silenziosa sull’isola. Sono numerosissime le procedure per l’imposizione di occupazioni temporanee, servitù ed espropri avviate nei giorni scorsi per permettere la realizzazione di un lungo gasdotto che dovrà attraversare il Centro-Sud dell’isola. La comunicazione di queste procedure è avvenuta esclusivamente tramite la stampa locale e i portali della Regione, rendendo
Ci rifiutiamo di essere spinti verso un fatto compiuto
Da tempo si discute di una legge quadro nella stampa e nell’opinione pubblica turca. Sulla stampa sono state espresse valutazioni che non si conformano al progetto di pace e società democratica perseguito da Rêber Apo [il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan] e persino interpretazioni opposte. Comunque dal 24 maggio non si è tenuto alcun incontro con Rêber Apo. A seguito di tale incontro, le proposte presentate dal leader Apo avrebbero dovuto essere valutate dal governo. Recentemente le proposte presentate da Rêber Apo a İmralı il 24 maggio e gli incontri tra la delegazione del partito DEM e i funzionari dell’AKP sono stati presentati come se fossero sviluppi nuovi. Però dal 24 maggio non si è tenuto alcun incontro con Rêber Apo. A seguito di tale incontro le proposte presentate dal leader Apo avrebbero dovuto essere valutate dal governo. Tuttavia questa procedura non è stata ancora attuata. Pertanto da quel giorno non ci sono stati contatti o sviluppi da valutare. Mentre l’isolamento imposto a Rêber Apo su una questione così storica e importante continua, anche il nostro movimento di liberazione non ha ricevuto alcuna informazione durante questo periodo. Il nostro movimento ha sostenuto il processo guidato da Rêber Apo e ha fatto tutto il necessario. Pur avendo compiuto sforzi multiformi per la risoluzione politico-democratica dei problemi, abbiamo anche intrapreso passi importanti. Abbiamo sostenuto gli sforzi volti a emanare leggi che garantiscano una politica democratica libera. In questo contesto abbiamo ritenuto positivo il rapporto redatto dalla Commissione per la pace, la fratellanza e la democrazia, pur considerandolo incompleto e inadeguato. Il processo di pace e società democratica ci riguarda direttamente. Per non pregiudicare il processo e i dialoghi in corso con Rêber Apo, non abbiamo ritenuto opportuno rilasciare frequenti dichiarazioni a nome del movimento. Senza incontrarci e discutere con Rêber Apo, e senza aver ottenuto il parere del nostro Movimento, affermare che una determinata legge verrà approvata con un certo contenuto sarebbe considerato una manipolazione, un’imposizione o addirittura una cospirazione. Senza incontrarci e discutere con Rêber Apo, e senza aver ottenuto il parere del nostro movimento, affermare che una determinata legge verrà approvata con un certo contenuto sarebbe considerato una manipolazione, un’imposizione o addirittura una cospirazione. Numan Kurtulmuş ha dichiarato infatti che sarebbe stata promulgata una legge, che coloro che fossero disposti a presentarsi lo avrebbero fatto, e che, in caso di rifiuto, sarebbero stati adottati i provvedimenti necessari. Qualsiasi decisione riguardante questa organizzazione deve essere presa nel suo complesso e attuata nel suo complesso. Il nostro movimento di liberazione prende in considerazione solo leggi e misure complete. Altrimenti, non può verificarsi una situazione in cui alcuni vengano e altri no. Il problema non è solo che i combattenti depongano le armi. Naturalmente anche l’atteggiamento nei confronti dei combattenti e della leadership di questo movimento deve essere uniforme. Adottare un approccio diverso equivarrebbe a sabotare questo processo. Al congresso in cui è stata presa la decisione di sciogliere il PKK, noi, come movimento di liberazione abbiamo stabilito che il processo di scioglimento e disarmo potesse essere condotto solo da Rêber Apo. Egli può svolgere questo processo solo se è libero di agire. Il nostro popolo e il nostro movimento hanno chiarito fin dall’inizio che non accetteranno alcuna politica o attuazione che non includa la libertà di Rêber Apo e le condizioni in cui egli possa vivere e lavorare liberamente. Senza adottare un approccio positivo riguardo alla situazione di Rêber Apo e senza intraprendere azioni concrete in tal senso, nessuno può garantire l’attuazione delle decisioni prese al congresso del PKK. Il dialogo con Rêber Apo e la relazione con noi mirano a definire una politica e un approccio globali. Non si tratta semplicemente di approvare una legge e dire che chi è disposto può venire e gli altri no. Si sta davvero cercando una soluzione attraverso questo processo, o si tratta di confondere l’opinione pubblica? Oppure è in corso una vera e propria guerra contro il movimento? Se una legge simile alla “Legge sul ritorno a casa” venisse promulgata senza presentare una soluzione democratica completa, né il nostro popolo né la nostra struttura organizzativa la accetterebbero. Pertanto se l’obiettivo è risolvere un problema secolare, cinquant’anni di conflitto e le questioni legate alla separazione, allora è necessario proporre una comprensione e un approccio corretti. A quanto pare si stanno nuovamente perseguendo politiche di preparazione alla guerra. Il capo dell’organizzazione di intelligence nazionale turca (MIT), İbrahim Kalın, non è solo a capo dell’intelligence; si sposta in tutto l’Iraq quasi come il primo ministro del governo. Incontri simili si erano già tenuti durante gli attacchi al Rojava. Cosa ci fa il capo del MIT a Baghdad, Sulaymaniyah e Hewlêr [Erbil]? A queste forze verranno forse assegnati ruoli specifici all’interno di un piano per attaccare ed eliminare il nostro Movimento? Indubbiamente l’intero popolo curdo e tutte le forze politiche dovrebbero vigilare contro tali politiche. Le dichiarazioni della Turchia dovrebbero essere considerate unilaterali e contrarie agli interessi del popolo curdo. Invece di risolvere i propri problemi interni, la Turchia sta forse pianificando un attacco contro il nostro movimento insieme all’Iraq, a seguito alla decisione del governo iracheno riguardo ai gruppi armati esterni all’esercito? È noto inoltre che discussioni simili si sono svolte anche con l’Iran. Se lo Stato turco ha effettivamente tali piani, riteniamo che l’Iraq non debba accettarli. Desideriamo sottolineare con chiarezza che né Rêber Apo né il nostro Movimento per la Libertà accetteranno un fatto compiuto. Perseguire una politica di guerra speciale dicendo: “Abbiamo approvato la legge, ma non la accettano”, sarebbe un approccio irrazionale. Significherebbe continuare con politiche che si sono rivelate fallimentari per cento anni e che hanno portato a una rottura tra il popolo curdo e la Turchia. Pertanto, sia nell’approccio a Rêber Apo sia nei confronti del nostro Movimento per la Libertà, è necessario agire con serietà e responsabilità. Come movimento, possediamo la volontà e la determinazione di attuare un approccio politico che porti all’integrazione democratica con la Turchia, sulla base di una soluzione politica democratica che elimini il clima di conflitto e separazione che persiste da un secolo. È inoltre responsabilità storica dello Stato turco adempiere al proprio ruolo adottando politiche e intraprendendo azioni che consentano la realizzazione della nostra volontà e determinazione e rendano possibile l’integrazione democratica. La cittadinanza democratica e i nostri popoli devono rimanere vigili contro qualsiasi tentativo di sabotare il processo di pace e società democratica. Combattendo con maggiore efficacia l’isolamento imposto a İmralı, essi adempiranno alla propria responsabilità nel garantire il successo di tale processo. Co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK L'articolo Ci rifiutiamo di essere spinti verso un fatto compiuto proviene da Retekurdistan.it.
July 3, 2026
Retekurdistan.it
BDS Italia con Francesca!
Da giovedì 28 maggio Francesca Albanese è stata nuovamente inserita nella lista nera americana. La Corte d'Appello ha infatti accolto la richiesta di sospensione urgente presentata dall'amministrazione Trump, bloccando così il provvedimento del tribunale di primo grado che aveva eliminato le sanzioni contro la Relatrice ONU per violazione dei diritti di libertà d'espressione. Il Dipartimento del Tesoro ha pertanto reintegrato le misure restrittive con una rapidità straordinaria, dimostrando la linea intransigente di Washington e il congelamento immediato dei beni finanziari della funzionaria internazionale.  BDS Italia esprime la sua profonda stima e il proprio sostegno incondizionato alla Relatrice ONU Francesca Albanese, vittima, per la seconda volta, di un sistema coercitivo che viola il suo diritto di libertà di parola e le impone sanzioni discriminatorie tramite OFAC, l’ufficio per il controllo dei beni esteri del Tesoro statunitense. Il caso di Francesca Albanese sta inoltre dimostrando che, oggi, nemmeno la finanza etica è tale fino in fondo, perché costretta dalle prescrizioni delle principali centrali operative politiche del pianeta a definire i propri perimetri sui diversi fronti. Mentre l'Europa ufficiale è rimasta a guardare, solo il premier spagnolo Pedro Sánchez, in una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, ha invocato una manovra diplomatica d'emergenza: l'attivazione del cosiddetto "Statuto di blocco" (Regolamento CE n. 2271/1996). E lo ha chiesto come scudo per i diritti umani non solo per Francesca Albanese, ma per denunciare un attacco sistemico alla giustizia internazionale, che coinvolgeva anche undici giudici e procuratori della Corte Penale Internazionale. L'Europa ha manifestato un’assenza ingombrante e  l'Italia continua a brillare per la sua ignavia. Nonostante Francesca Albanese sia una cittadina italiana, il governo Meloni ha scelto la strada del silenzio assordante e nessuna autorità ha intrapreso iniziative pubbliche contro il blocco dei suoi conti. Questa mancanza di tutela diplomatica verso una propria cittadina impegnata in un mandato ONU è un vulnus senza precedenti. La diplomazia italiana ed europea sembrano aver abdicato al proprio ruolo, preferendo non indispettire Washington piuttosto che difendere il principio di legalità internazionale. Chiediamo con forza che la Presidenza del Consiglio si muova in tutte le sedi istituzionali al fine di tutelare i diritti e la dignità di una cittadina italiana, gravemente danneggiata dall’arroganza del governo USA. E auspichiamo la creazione di un sistema finanziario non più sottoposto ai colossi di oltre Atlantico e al potere geo-finanziario di Washington, oggi utilizzato in modo discrezionale contro chi è ritenuto scomodo per le proprie politiche. L'esecutivo italiano ha a disposizione diverse azioni pratiche di natura diplomatica, legale e politica per tutelare una propria cittadina e funzionaria ONU. 1. Canali diplomatici bilaterali e multilaterali  Negoziato diretto con gli USA: il Ministero degli Affari Esteri può avviare interlocuzioni diplomatiche formali con il Dipartimento di Stato americano per richiedere l'esclusione di Albanese dalla SDN List dell’OFAC.  Azione coordinata in sede UE: l'Italia può farsi promotrice di un'azione comune a livello di Unione Europea. L'UE dispone del cosiddetto "Regolamento di Blocco" (Blocking Statute), uno strumento giuridico nato proprio per contrastare gli effetti extraterritoriali delle sanzioni statunitensi e proteggere i cittadini e le imprese europee. Asse con le Nazioni Unite: il governo può supportare ufficialmente le interlocuzioni già avviate dall'ONU, chiedendo il rispetto delle tutele e delle immunità funzionali legate al mandato di Relatrice Speciale. 2. Strumenti finanziari e di supporto tecnico-legale Istituzione di un canale bancario protetto: il Ministero dell'Economia e delle Finanze (MEF), d'intesa con la Banca d'Italia, potrebbe esaminare deroghe straordinarie per motivi umanitari o di sussistenza. Questo permetterebbe a un istituto nazionale di aprirle un conto corrente tecnico per ricevere lo stipendio, isolando l'operatività dai circuiti in dollari per evitare sanzioni secondarie. Supporto legale e amicus curiae: lo Stato italiano può intervenire indirettamente nei ricorsi legali ancora pendenti negli Stati Uniti. Può presentare una memoria scritta (amicus curiae) a sostegno delle tesi dei legali di Albanese, attestando la violazione dei diritti fondamentali della propria cittadina. 3. Azioni politiche e di protezione istituzionale Rilascio del passaporto diplomatico: il governo può garantire la massima protezione nei viaggi istituzionali emettendo o rinnovando passaporti diplomatici o di servizio, agevolando la sua mobilità internazionale laddove possibile. Tutela consolare attiva: garantire una costante assistenza tramite l'Ambasciata italiana a Washington, monitorando ogni fase del procedimento giudiziario americano. Presa di posizione pubblica: il superamento dell'attuale linea di riservatezza attraverso dichiarazioni ufficiali di solidarietà istituzionale aumenterebbe la pressione politica internazionale sull'amministrazione statunitense.
Comunicato di solidarietà per ARCI “Il Botteghino” da Osservatorio contro la militarizzazione, Pisa
L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Pisa esprime solidarietà e affetto agli attivisti del circolo Arci “Il Botteghino” – punto di ritrovo e di socializzazione vitale per il territorio della Valdera – che lo scorso 19 maggio ha subito un’azione repressiva con l’intervento di forze dell’ordine e dei Vigili del Fuoco (indebitamente utilizzati) per rimuovere alcuni striscioni di solidarietà alla causa palestinese e contro il genocidio in corso. Ci preoccupa estremamente l’ipotesi che per questi striscioni possa essere applicato l’art. 297 del Codice Penale italiano, il quale prevede che chiunque nel territorio dello Stato italiano offenda l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero venga punito con la reclusione da 1 a 3 anni. Davanti alle immagini del genocidio che Israele continua a commettere nei confronti del popolo palestinese martoriato con decine di migliaia di morti tra i civili nel silenzio e nella complicità delle cosiddette democrazie occidentali, davanti alle violenze subite dai membri della Flottilla alla presenza di un Ministro dello Stato di Israele, chi potrebbe mai invocare un reato per una semplice affissione davanti a un circolo Arci? Esprimiamo tutto il nostro sconcerto quindi davanti alla rimozione degli striscioni, un’azione violenta e repressiva la cui finalità è mettere a tacere la protesta della società civile. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università di Pisa -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente