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Campagna per la raccolta firme: L’attuazione da parte della Turchia del “diritto alla speranza” è decisiva per il successo del processo di pace
A seguito delle continue pressioni e attività di advocacy da parte dell’opinione pubblica, il Comitato dei Ministri ha inserito il caso di Öcalan all’ordine del giorno della riunione di dicembre 2026. Si tratta di un’opportunità cruciale, in occasione della quale il Consiglio d’Europa dovrà prendere posizione sul caso di Öcalan e sul mancato riconoscimento da parte della Turchia del suo “diritto alla speranza”. Per questo motivo, scriviamo nuovamente al Comitato dei Ministri, esortandolo ad assumere una posizione forte nella riunione di dicembre e a fare pressione sulla Turchia affinché riconosca il “diritto alla speranza” come primo passo per garantire giuridicamente la libertà di Öcalan. La libertà di Öcalan è una condizione necessaria per il successo del processo di pace. Invitiamo a firmare la lettera e a condividerla nelle vostre reti. Il termine ultimo per firmare è il 31 ottobre. Link per firmare: https://forms.gle/z2i6qyZtPEJoVVZ29   L’attuazione da parte della Turchia del “diritto alla speranza” è decisiva per il successo del processo di pace A nome della campagna internazionale “Libertà per Öcalan, soluzione politica alla questione curda”, chiediamo al Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa di garantire che la Turchia dia attuazione al “diritto alla speranza”, in conformità con le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nel caso Öcalan c. Turchia (n. 2) e nei relativi casi del gruppo Gurban. La campagna internazionale, avviata il 9 ottobre 2024 con la partecipazione dei movimenti sociali, dei sindacati, dei premi Nobel, degli avvocati, degli accademici, dei giovani, delle organizzazioni femminili, delle ONG, dei rappresentanti eletti e di altri soggetti firmatari, in occasione del suo terzo anniversario rinnova la richiesta di rilascio del signor Abdullah Öcalan, ritenuta necessaria per il successo del processo di pace. Questo è un momento decisivo per sostenere la Turchia nell’adempimento dei propri obblighi in quanto Stato membro del Consiglio d’Europa e nel portare avanti l’attuale processo di Pace e Società Democratica avviato dal signor Abdullah Öcalan. Dare attuazione al diritto alla speranza rappresenta il passo giuridico essenziale per porre fine al regime di isolamento estremo imposto al signor Öcalan negli ultimi 27 anni e consentirgli, in qualità di principale negoziatore, di partecipare efficacemente al processo di pace. La riunione dei Delegati dei Ministri del dicembre 2026 rappresenta un’opportunità cruciale per il Comitato dei Ministri di riaffermare il proprio impegno a favore dello Stato di diritto, della democrazia e dei diritti umani attraverso azioni concrete. Una decisione forte a sostegno dell’attuazione del diritto alla speranza aiuterebbe la Turchia a superare l’attuale impasse su questioni così fondamentali, dimostrando al contempo il sostegno internazionale a una soluzione pacifica e democratica della questione curda. L’Appello per la Pace e una Società Democratica del signor Öcalan, annunciato il 27 febbraio 2025, ha avuto un impatto significativo in Turchia e nell’intera regione. Ha contribuito a ridurre la violenza e a rinnovare la speranza nel dialogo democratico e nella coesistenza pacifica dopo decenni di conflitto. Tuttavia, affinché queste speranze possano concretizzarsi, sono necessari più che mai significativi cambiamenti a livello nazionale e il sostegno della comunità internazionale. Nonostante i recenti sviluppi legislativi, il signor Öcalan rimane detenuto in condizioni che limitano gravemente i suoi diritti fondamentali e la sua possibilità di comunicare con il mondo esterno. Sebbene siano state introdotte alcune riforme giuridiche, queste non sono sufficienti a garantire una reale democratizzazione e non danno attuazione alle sentenze della Corte EDU. Soprattutto, non affrontano lo status giuridico e le condizioni che consentano al principale negoziatore del processo di pace di svolgere il proprio ruolo — una questione ampiamente riconosciuta come fondamentale per il successo di qualsiasi processo di pace sostenibile. Chiediamo pertanto al Comitato dei Ministri di garantire la piena attuazione della sentenza della Corte EDU del 2014 nel caso di Abdullah Öcalan, riconoscendo e garantendo l’effettivo esercizio del suo diritto alla speranza. Questo rappresenta il primo passo indispensabile verso la definizione del suo status giuridico e verso la possibilità di un suo contributo significativo a una soluzione democratica e pacifica della questione curda. Il Consiglio d’Europa ha un’opportunità storica per sostenere uno dei suoi Stati membri nel percorso verso una reale democratizzazione. Vi esortiamo a dare concreta attuazione ai principi del Consiglio, adottando una decisione chiara e attiva nella riunione di dicembre. Chiediamo inoltre il rilascio di Abdullah Öcalan e che gli siano garantite piena libertà e condizioni che gli consentano di partecipare in modo significativo e senza restrizioni all’attuale processo di pace. Per adesione; info.uikionlus@gmail.com   L'articolo Campagna per la raccolta firme: L’attuazione da parte della Turchia del “diritto alla speranza” è decisiva per il successo del processo di pace proviene da Retekurdistan.it.
October 5, 2026
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Il confederalismo democratico in Kurdistan: una prospettiva per la pace in Medio Oriente
Il 17 ottobre la Città Metropolitana di Torino ospiterà una giornata di confronto dedicata alla questione curda e alle trasformazioni politiche in corso in Medio Oriente. Al centro del convegno saranno il confederalismo democratico, le prospettive aperte dal processo politico e di pace in Turchia, il ruolo della solidarietà internazionale e quello del movimento delle donne. Parteciperanno esponenti politici, attivisti italiani e della diaspora curda e rappresentanti provenienti dalle quattro parti del Kurdistan: Bakur, Başûr, Rojava e Rojhelat. Programma 10:30–13:00 Il confederalismo democratico come alternativa per il Medio Oriente 14:30–16:45 Il processo di pace e la costruzione della fratellanza tra i popoli in Turchia 16:45–19:00 Solidarietà internazionale e lotta per la giustizia: tessere la rivoluzione delle donne Città Metropolitana di Torino, Auditorium della sede di Corso Inghilterra   UIKI Onlus – Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia   L'articolo Il confederalismo democratico in Kurdistan: una prospettiva per la pace in Medio Oriente proviene da Retekurdistan.it.
October 5, 2026
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Kurdistan, tra pace e nuove tensioni: ottobre di mobilitazione per la questione curda tra Torino e Montecitorio
Mentre il Medio Oriente continua a essere attraversato da guerre, instabilità politica e nuove tensioni regionali, la questione curda torna al centro del dibattito internazionale. Dalla Siria all’Iraq, dalla Turchia all’Iran, il futuro del popolo curdo appare infatti sempre più intrecciato alle possibilità di costruire una pace duratura in una delle aree più tormentate del pianeta. In questo contesto assumono un particolare rilievo due appuntamenti che si terranno in Italia nei prossimi giorni: il convegno internazionale “Il Confederalismo Democratico in Kurdistan: una prospettiva per la pace in Medio Oriente”, in programma il 17 ottobre a Torino, e la conferenza stampa “Processo di pace in Turchia: una soluzione politica per la popolazione curda”, prevista il 20 ottobre alle ore 10 alla Camera dei Deputati, con la partecipazione tra gli altri di Yilmaz Orkan responsabile di UIKI-ONLUS e del deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Marco Grimaldi. Al centro di entrambi gli incontri vi sarà la figura di Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 nel carcere di İmralı e considerato da gran parte del movimento curdo il principale interlocutore per una soluzione politica della questione curda. Il suo pensiero, sviluppato durante la lunga prigionia, ha dato vita al paradigma del Confederalismo Democratico, una proposta politica fondata sull’autogoverno delle comunità, la convivenza tra popoli, la partecipazione democratica, l’ecologia sociale e la liberazione delle donne. Proprio attorno al ruolo di Öcalan si concentra oggi uno dei principali nodi del processo politico in corso. In una recente dichiarazione, la co-presidenza del Consiglio esecutivo della KCK, l’Unione delle Comunità del Kurdistan, ha denunciato il permanere dell’isolamento del leader curdo e ha respinto qualsiasi ipotesi di soluzione imposta unilateralmente dallo Stato turco senza il coinvolgimento diretto di Öcalan e delle strutture del movimento. Secondo la KCK, il processo di pace non può essere ridotto a una semplice questione di disarmo. La richiesta centrale rimane quella di una soluzione politica complessiva che riconosca diritti democratici, partecipazione politica e cittadinanza condivisa. Una posizione che si inserisce nel dibattito aperto dall’appello per “Pace e Società Democratica” diffuso nei mesi scorsi e considerato da molti osservatori una rara opportunità per superare un conflitto che dura da oltre quarant’anni. Le preoccupazioni del movimento curdo riguardano anche gli sviluppi regionali. In Siria l’esperienza del Rojava, costruita durante la guerra contro l’ISIS e diventata un punto di riferimento internazionale per le pratiche di autogoverno democratico, attraversa una fase delicata. Gli accordi con il governo di Damasco e le nuove dinamiche geopolitiche impongono infatti la difficile sfida di conservare le conquiste sociali, politiche e culturali realizzate nell’ultimo decennio. Nonostante le difficoltà, il Rojava continua a essere considerato uno degli esperimenti più significativi del Medio Oriente contemporaneo. Le Forze Democratiche Siriane (SDF), protagoniste della sconfitta territoriale dello Stato Islamico, hanno dato vita a una realtà composta da curdi, arabi, assiri, armeni, circassi ed ezidi, fondata sulla partecipazione popolare e sulla rappresentanza paritaria tra uomini e donne. Un ruolo centrale è stato svolto dalle Unità di Protezione delle Donne (YPJ), diventate simbolo internazionale dell’emancipazione femminile e della resistenza contro l’estremismo jihadista. #NOBAVAGLIO _ MEDIA CENTER ARARAT L'articolo Kurdistan, tra pace e nuove tensioni: ottobre di mobilitazione per la questione curda tra Torino e Montecitorio proviene da Retekurdistan.it.
October 4, 2026
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Cosa succede in Turchia e Turchia? E’ la fine della lotta curda? Assimilazione o integrazione reciproca?
  Un evento importante di avvicinamento alla Conferenza Internazionale di Torino per capire quali future prospettive di pace si stanno muovendo nelle varie parti del Kurdistan, mentre il Medio Oriente sprofonda in un abisso di guerra. Sabato 3 ottobre ore 15.30 al Laboratorio Civico dell’Anpi di Alessandria. Diffondi e partecipa! Associazione Vik Verso il Kurdistan Alessandria L'articolo Cosa succede in Turchia e Turchia? E’ la fine della lotta curda? Assimilazione o integrazione reciproca? proviene da Retekurdistan.it.
October 2, 2026
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Progetto BERFIN (Bucaneve)
Si tratta di un progetto di sostegno scolastico attraverso borse di studio a favore di bambine e ragazze appartenenti a famiglie particolarmente disagiate di detenuti politici e di martiri kurdi delle Associazioni Tuhay Der e Mebya Der delle città di Van e di Yuksekova. Questo progetto di borse di studio, che ha ormai una continuità ultradecennale, è valido per l’anno scolastico 2026/2027 ed è eventualmente rinnovabile da parte dei singoli aderenti. Sono trenta, come potete constatare dall’allegato e provengono tutte da zone e villaggi già soggetti a coprifuoco e a pulizia etnica da parte dei militari turchi. Per loro il progetto di pacificazione in corso non ha cambiato nulla. Puoi contribuire a far studiare queste ragazze mediante un affido a distanza, versando la somma annua di euro 250. Se, nella causale, indichi “Contributo volontario per progetto Berfin”, l’importo è detraibile ai fini fiscali. Il bonifico va fatto al seguente IBAN: IT17 Q030 6909 6061 0000 0111 185 intestato all’Associazione Verso il Kurdistan Odv. Causale: Contributo volontario Progetto Berfin. Puoi destinare anche il 5 x 1000 ai progetti dell’Associazione Verso il Kurdistan Odv indicando il seguente Codice Fiscale: 96036900064 Per info: 335 7564743 – 333 5627137 A cura dell’Associazione Verso il Kurdistan Odv   Brochure Progetto Berfin   BUCANEVE 2024   Affido   affido 1 copia               L'articolo Progetto BERFIN (Bucaneve) proviene da Retekurdistan.it.
August 26, 2026
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Quartiere di Küba: dalla “zona liberata” all’orlo dell’estinzione
Un tempo quartiere operaio noto come “zona liberata”, Küba rischia adesso di scomparire a causa della repressione statale, della criminalizzazione e delle politiche di trasformazione urbana. Nelle principali città turche, soprattutto negli anni ’60, sono sorti numerosi quartieri operai a seguito delle migrazioni interne. Questi quartieri erano abitati principalmente da persone provenienti dall’Anatolia o dal Kurdistan in cerca di lavoro. Oggi, molti di questi quartieri continuano a esistere seppur in forme diverse, mentre altri sono scomparsi. Istanbul era una delle città con il maggior numero di quartieri operai. Quartieri come Alibeyköy, Demirkapı, Fatih, Tarlabaşı e Tozkoparan si sono formati o sono emersi durante gli anni ’60. Uno di questi era il quartiere di Küba, situato all’interno dell’area di Tozkoparan, che ora è completamente scomparso. Il quartiere di Küba era costituito da case gecekondu* costruite negli anni ’60, principalmente da operai immigrati dall’Anatolia centrale in cerca di lavoro. Per molti anni, è stato conosciuto in tutta la città come un quartiere fortemente radicato nei movimenti rivoluzionari. Una serie di fattori ha poi trasformato l’area, portando infine alla sua completa scomparsa. È emerso come quartiere operaio negli anni ’60 Situato nel distretto di Merter a Istanbul, il quartiere di Küba è nato a metà degli anni ’60 grazie all’insediamento di lavoratori provenienti da località come Sivas, Ordu, Rize e Tokat. Il quartiere ha poi visto un afflusso di aleviti curdi, soprattutto dopo gli anni ’90. Fino ad allora, Küba era nota come una roccaforte delle organizzazioni socialiste in Turchia ed era diventata quasi leggendaria come un luogo in cui, all’epoca, “nemmeno la polizia poteva entrare”. Dopo gli anni ’90, tuttavia, il quartiere ha iniziato gradualmente a cambiare e a diventare sempre più isolato. Il quartiere di Küba divenne sempre più isolato, soprattutto dopo che i movimenti rivoluzionari subirono una grave perdita di forza in seguito al colpo di stato militare del 1980, ma vide una ripresa di attività negli anni ’90. Contemporaneamente venne completato un progetto statale a cui si lavorava fin dagli anni ’70, e intorno al quartiere di Küba vennero costruiti grandi complessi residenziali per i lavoratori. Per molti anni questi complessi ospitarono operai, dirigenti e supervisori impiegati nelle fabbriche statali. Il progetto di edilizia popolare per i lavoratori ha inoltre spianato la strada alla successiva scomparsa del quartiere di Küba. Ali, che ha vissuto nel quartiere di Küba dagli anni ’70 agli anni ’90 prima di trasferirsi nel complesso di alloggi operai a causa della fabbrica in cui lavorava, ha descritto quel periodo in questo modo: «Quando arrivammo nel quartiere di Küba era particolarmente influenzato da un’organizzazione rivoluzionaria. Questa situazione rimase invariata fino al colpo di stato militare. Ma dopo il colpo di stato, quando quell’organizzazione fu quasi completamente annientata, il quartiere si ritrovò in un certo senso isolato.» Küba fu progressivamente abbandonata al suo destino. Rimase tale fino all’inizio degli anni ’90, quando i rivoluzionari furono rilasciati dalle prigioni e la lotta rivoluzionaria riprese vigore. Nel frattempo, anche i curdi avevano iniziato a insediarsi nel quartiere di Küba. Forse lo Stato costruì questi complessi residenziali perché temeva i curdi. Molti abitanti di Küba si trasferirono nei complessi di edilizia popolare. Ma ecco cosa abbiamo notato: i rivoluzionari che erano stati con noi nel quartiere di Küba smisero di farsi vedere così spesso dopo essersi trasferiti negli alloggi operai. La pressione della polizia si faceva già sentire quotidianamente. Oltre a ciò, si diffuse la sensazione che i rivoluzionari ci avessero abbandonato. A mio avviso, gli attacchi dello Stato non sono l’unica ragione per cui i giovani si trovano oggi in questa situazione o per cui il quartiere di Küba non è più forte come un tempo. Lo Stato ha esercitato pressioni, ha diviso il quartiere, lo ha demolito e lo ha reso più piccolo, certo. Ma dov’erano quei rivoluzionari? In un periodo in cui non c’erano alloggi disponibili per i primi curdi giunti nel quartiere di Küba, i residenti locali aggiunsero una stanza alle proprie case affinché i nuovi arrivati non rimanessero senza un tetto. Le stanze inizialmente costruite per i primi arrivati curdi furono in seguito trasformate in nuove abitazioni con l’arrivo di altre persone con le loro famiglie. Anche questo fu un processo portato avanti collettivamente dagli abitanti del quartiere. Era stato solato e iniziò la frammentazione Un altro residente di Küba, al quale ho chiesto informazioni sui cambiamenti avvenuti negli anni ’90, ha affermato che i conflitti tra le organizzazioni erano tra le questioni più dibattute di quel periodo: «Quando, negli anni ’90, i curdi i cui villaggi erano stati incendiati iniziarono ad arrivare nel quartiere di Küba, si percepiva già un senso di cambiamento. I curdi sostenevano le proprie organizzazioni, ma quando scoppiarono gli scontri tra loro e i rivoluzionari locali, ognuno si chiuse nel proprio gruppo. Per un certo periodo, la gente smise di parlare con i nuovi arrivati, lasciandoli isolati. Ricordo che sorsero persino dispute sull’alevismo, mentre cercavano di costruirsi una vita in un angolo del quartiere.» In seguito, coloro che li avevano trattati in quel modo si dispersero e si ritirarono dal quartiere. Oppure commisero errori che portarono il quartiere ad essere sempre più associato alle bande criminali. Lo Stato aveva già messo gli occhi su quel luogo. Quei complessi residenziali per operai non erano stati costruiti invano. Quei palazzi erano stati edificati per distruggere la vita comunitaria e il senso di convivenza che il quartiere di gecekondu aveva creato. Tra coloro che si trasferirono lì c’erano persone che inizialmente avevano detto: “Lasciate isolare quei curdi”. Oggi, nella piccola parte del quartiere rimasta in piedi, viviamo insieme a quei curdi come una comunità. A mio avviso, se Küba fosse scomparsa oggi, addossare tutta la colpa allo Stato sarebbe la cosa più facile da fare. Si era instaurata una vita comunitaria Anche lo stile di vita nelle case gecekondu merita attenzione. Il quartiere di Küba non è stato progettato da un urbanista. È nato come quartiere operaio grazie alle case costruite da persone che sono arrivate e hanno scelto un posto per sé. Le sue strade erano molto strette e quasi tutte le case erano a un solo piano con giardino. Alcune case un tempo avevano persino un orto. La vita nel quartiere si svolgeva in modo collettivo, in parte grazie all’incontro di persone provenienti dalle stesse regioni. Ali ha descritto la vita nel quartiere di Küba: “Tutto qui è stato costruito grazie al lavoro collettivo. Poiché i primi residenti erano famiglie provenienti da Sivas e Ordu, inizialmente hanno costruito una vita condivisa tra di loro e in seguito insieme gli uni agli altri. Con l’arrivo dei rivoluzionari questo luogo divenne quasi inesistente dal crimine. I rivoluzionari resero la vita più pianificata e organizzata. I bambini erano più al sicuro che in altre zone della città e le donne si sentivano più a loro agio. I bambini crescevano giocando per le strade e tutti sapevano che non sarebbe successo loro nulla. È stato criminalizzato e isolato I cambiamenti che il quartiere di Küba ha subito negli anni ’90 hanno portato all’incorporazione di gran parte di esso nel quartiere di Tozkoparan. Coloro che sono rimasti nella restante parte del quartiere sono stati quindi soggetti agli stessi attacchi che si verificavano in altri quartieri. Inizialmente, sulla zona si diffusero voci come “nemmeno la polizia può entrare” e “un quartiere pericoloso”. In seguito, nelle parti demolite del quartiere iniziarono a comparire persone che vendevano e consumavano droga. Alla fine degli anni ’90, Küba era chiaramente diventato un quartiere criminalizzato. Ancora oggi gli effetti di questa propaganda persistono. Un residente che vive ancora nel quartiere di Küba ha descritto il processo: “Si è arrivati a un punto tale che, persino quando cercavamo lavoro altrove, le persone si sentivano a disagio o spaventate quando davamo loro il nostro indirizzo. Ancora oggi vediamo gente che scrive cose come: ‘È una comunità molto chiusa; non amano gli estranei’. Ma questo non è un posto del genere. Chiunque può andare e venire. Eppure quest’immagine creata all’esterno del quartiere ha gradualmente portato all’isolamento e alla chiusura in se stesso.” Dopo gli anni 2000, la zona è stata dichiarata area di trasformazione urbana e molte persone hanno ceduto i loro terreni per trasferirsi in appartamenti. Hanno dovuto andarsene perché non volevano più vivere lì. Ricordo persino di aver letto un articolo di giornale che diceva qualcosa del tipo: “Vivono in case di gecekondu, ma sono ricchi”. Queste case di gecekondu le abbiamo costruite noi stessi. Non ci siamo impossessati di questa terra. Abbiamo costruito le nostre case e ottenuto i titoli di proprietà. Persino il fatto che fossimo proprietari delle nostre case ha cominciato a essere usato contro di noi. Del quartiere operaio non rimane più nulla Dopo gli anni 2000, il quartiere di Küba è diventato uno dei quartieri più criminalizzati della Turchia. Spacciatori di droga sono comparsi nella zona, mentre bande dedite alla prostituzione si sono insediate in edifici demoliti o abbandonati. Gli abitanti si sono ritrovati sempre più isolati e sono stati etichettati come criminali dagli estranei. Il processo di esodo degli abitanti dal quartiere si è accelerato nel 2020, quando l’area è stata designata come “zona a rischio”. Le demolizioni continuano ancora oggi, poiché l’intera area che comprende il quartiere di Küba è stata classificata come tale. I residenti che hanno raggiunto un accordo con le autorità si stanno trasferendo nelle loro nuove case. Il quartiere di Küba è stato ormai quasi completamente demolito e svuotato. Anche le famiglie che vi abitavano stanno vendendo terreni e case nell’ambito del processo di trasformazione urbana. Il senso di isolamento, iniziato negli anni ’90 e intensificatosi con l’avvento delle organizzazioni rivoluzionarie, ha lasciato gli abitanti sempre più soli, e, unito alla criminalizzazione del quartiere da parte dello Stato, ha spinto le persone ad abbandonare la zona. Uno dei più antichi quartieri operai di Istanbul è ormai quasi completamente scomparso. Gli abitanti che un tempo vivevano nelle case tradizionali (gecekondu) si sono trasferiti in appartamenti, e con loro è svanita anche la cultura di solidarietà e vita collettiva che caratterizzava il quartiere. *gecekondu è una casa o un gruppo di case abusive in Turchia. La parola significa letteralmente “costruito in una notte”. Queste abitazioni nascono senza permessi su terreni pubblici o privati.         L'articolo Quartiere di Küba: dalla “zona liberata” all’orlo dell’estinzione proviene da Retekurdistan.it.
August 22, 2026
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Mazloum Abdi: le forze democratiche siriane (SDF) entrano in una nuova fase di integrazione
Il comandante generale delle FDS, Mazlum Abdi, ha affermato che Qamishlo rappresenta la storia e tutte le componenti della regione e che è iniziata una nuova fase nell’integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative. Il centenario della fondazione della città di Qamishlo è stato celebrato al Parco Azadi con la partecipazione di migliaia di persone, nonché di funzionari delle Forze democratiche siriane (FDS) e dell’Amministrazione autonoma, e di una delegazione del governo di transizione siriano. Nel corso delle celebrazioni, la co-sindaca della municipalità di Qamishlo, Berivan Omer, ha salutato i partecipanti e ha sottolineato l’importanza storica della città, il suo carattere multiculturale e il suo ruolo in una cultura di convivenza. Qamishlo rappresenta la storia e la diversità della regione Di seguito il comandante generale delle FDS, Mazloum Abdi, ha affermato che i popoli della regione con tutte le loro diverse componenti convivono da oltre un secolo. Ha aggiunto che la costruzione di Qamishlo riflette la continuità e la diversità delle culture dei popoli della regione e la loro coesistenza, e che la città rappresenta la storia e tutte le componenti della Jazira siriana. Abdi ha affermato che durante il regime Ba’ath erano state attuate politiche scioviniste volte a modificare la struttura demografica della regione e ad arabizzarla. Ha dichiarato che l’amministrazione autonoma si batte contro queste politiche da 15 anni e cerca di ripristinare l’identità della regione. Le FDS sono nate grazie alla resistenza popolare Ricordando che la regione è stata teatro di una guerra devastante negli ultimi anni, Abdi ha affermato che la popolazione si era difesa dagli attacchi e che le FDS erano nate proprio durante questo periodo di resistenza. Sottolineando che le FDS sono nate come risultato della resistenza popolare, Abdi ha commemorato le forze curde e i loro combattenti che hanno lottato contro gli attacchi alla regione. Ha ricordato con rispetto tutti i combattenti che hanno perso la vita difendendo la popolazione e ha reso omaggio agli abitanti della regione per i loro 15 anni di resistenza. È iniziata una nuova fase Abdi ha affermato che con la caduta del regime baathista è iniziata una nuova fase per la costruzione di una nuova Siria, aggiungendo che la decisione di aderire alla nuova Siria è stata presa sulla base dell’accordo del 29 gennaio. Ha affermato che l’integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative, istituite negli ultimi anni nelle istituzioni statali sta avvenendo in modo da preservarne l’identità e i risultati ottenuti. Ha dichiarato: “La fase di integrazione delle istituzioni militari, di sicurezza e amministrative nelle istituzioni statali si è conclusa e da oggi ne inizia una nuova”. Ha esortato gli abitanti della regione a proteggere e sostenere le istituzioni nate grazie al sacrificio dei martiri. La lotta per garantire le tutele costituzionali dei diritti continuerà Abdi ha affermato che la lotta per garantire i diritti del popolo curdo e di tutte le componenti della Siria continuerà, aggiungendo che gli sforzi politici saranno intensificati in questa fase. Abdi ha sottolineato che la lotta politica continuerà per garantire che i diritti legittimi dei curdi e di tutte le altre componenti siano tutelati nella nuova costituzione siriana. Affermando che Qamishlo potrebbe in futuro diventare un centro di cultura, politica e diversità, Abdi ha concluso invitando tutte le componenti della regione a collaborare per costruire un futuro di pace. L'articolo Mazloum Abdi: le forze democratiche siriane (SDF) entrano in una nuova fase di integrazione proviene da Retekurdistan.it.
August 21, 2026
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Zeynep Alpboğa verrà estradata dalla Germania in Turchia
Zeynep Alpboğa, il cui permesso di soggiorno in Germania è stato revocato a causa del suo lavoro presso il centro per la società democratica, è stata arrestata in attesa di estradizione in Turchia. Secondo l’agenzia di stampa Firat (ANF), Zeynep Alpboğa, una donna di 55 anni residente a Bielefeld, in Germania, da 22 anni è stata arrestata in vista dell’estradizione in Turchia. È stato riferito che agenti di polizia mascherati hanno fatto irruzione nell’abitazione di Zeynep Alpboğa, originaria di Nisêbîn (Nusaybin), hanno confiscato i telefoni cellulari della sua famiglia e hanno impedito loro di comunicare per ore. È stato affermato che Zeynep Alpboğa era sotto inchiesta da tempo, con il pretesto del suo precedente lavoro presso il Centro comunitario curdo democratico di Bielefeld. A seguito delle indagini il suo permesso di soggiorno è stato revocato e Zeynep Alpboğa, che è stata arrestata, è stata condotta al commissariato di polizia di Bielefeld. Secondo le informazioni fornite dalla sua famiglia, Zeynep Alpboğa ha un biglietto aereo per Istanbul per il 26 agosto e si prevede che verrà trasferita in un centro di detenzione per deportazione. La famiglia di Zeynep Alpboğa ha dichiarato che la cantante ha procedimenti giudiziari in corso in Turchia e che rischia l’arresto in caso di estradizione. La famiglia ha lanciato un appello alle organizzazioni per i diritti umani affinché mostrino solidarietà per impedire l’estradizione di Zeynep Alpboğa in Turchia. MA   L'articolo Zeynep Alpboğa verrà estradata dalla Germania in Turchia proviene da Retekurdistan.it.
August 21, 2026
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Le richieste del governo di Damasco bloccano il processo di integrazione
Damasco sta bloccando il processo di integrazione con la sua posizione sull’istruzione curda, sull’integrazione delle FDS, sullo status delle YPJ e sul ritorno degli sfollati. Negli ultimi giorni, le relazioni tra Rojava e Damasco hanno registrato un’intensa attività. Proseguono i colloqui tra l’Amministrazione autonoma e il governo di Damasco, mentre sul campo le tensioni sono in aumento. Gli attacchi al primo convoglio rientrato a Serêkaniyê dopo sette anni e l’uccisione di due combattenti a Qamishlo hanno sollevato interrogativi sul fatto che il processo di integrazione abbia raggiunto una fase di stallo. Un accordo firmato il 29 gennaio tra le Forze democratiche siriane (FDS) e l’amministrazione di Hayat Tahrir al-Sham (HTS) a Damasco includeva disposizioni chiave sull’attuazione del cessate il fuoco, sull’integrazione delle strutture dell’Amministrazione autonoma nel sistema centrale al contempo preservandole , sulla garanzia del ritorno in sicurezza delle persone sfollate con la forza dalle aree occupate, sul riconoscimento dei diritti linguistici e identitari dei curdi e sulla ristrutturazione del sistema di sicurezza. A distanza di oltre sei mesi, tuttavia, l’istruzione nella lingua madre, il ritorno degli sfollati e la situazione delle Unità di protezione delle donne (YPJ) rimangono tra i principali ostacoli al progresso dell’accordo. Anziché accettare e riconoscere le richieste fondamentali dei curdi, il governo di Damasco continua a imporre un approccio centralizzato e uniforme. Tali questioni sono state discusse anche in un incontro tenutosi a Damasco il 4 agosto tra il comandante in capo delle FDS, Mazloum Abdi, il copresidente del Dipartimento per le relazioni estere dell’Amministrazione autonoma, Ilham Ahmed, e il presidente ad interim Ahmed al-Sharaa (Al-Jolani). Un “ammorbidimento” sull’insegnamento della lingua curda L’istruzione in lingua curda e lo status della lingua curda sono stati tra i temi più importanti discussi durante l’incontro. Il governo di Damasco ha ribadito la sua posizione, insistendo affinché il curdo venga insegnato solo come corso facoltativo di due ore, una proposta respinta dalla delegazione del Rojava. I colloqui sulla questione dovrebbero proseguire con il Ministero dell’Istruzione, mentre Damasco avrebbe “ammorbidito” leggermente la sua posizione rispetto alle discussioni precedenti. Damasco cerca di schierare forze a Kobanê Uno dei punti critici dell’accordo riguarda la responsabilità della sicurezza a Kobanê. Attualmente la sicurezza a Kobanê è garantita dalle forze curde, mentre le forze di Damasco sono dislocate a Şêxler, Çelebiyê e Sirrin. Il governo di Damasco sta cercando di schierare le proprie forze a Kobanê, ma le FDS hanno respinto la proposta. Controversia sulla limitazione del numero di combattenti Lo status dei combattenti delle SDF considerati “in eccedenza” è un altro punto controverso nel processo di integrazione. Più nello specifico, il governo di Damasco vuole accorpare i combattenti in quattro brigate e limitarne il numero complessivo, una mossa volta a indebolire le forze di difesa curde. Attualmente le Forze democratiche siriane (SDF) hanno tre brigate nella regione di Cizirê e una a Kobanê. Damasco vuole limitare ogni brigata a 1.300 combattenti e sciogliere quelle considerate “in eccesso”. Tuttavia i disaccordi sul numero di combattenti fanno sì che il processo di integrazione delle FDS non possa ancora considerarsi completo. Le SDF continuano a insistere affinché tutti i loro combattenti siano inclusi nel processo. Le YPJ rimarranno una “forza antiterrorismo” Lo status delle YPJ rimane una delle questioni più attentamente monitorate nel processo di integrazione. Da quando ha preso il potere nel dicembre 2024, HTS si è rifiutato di riconoscere le combattenti donne come forza autonoma e ha cercato di scioglierle. Le YPJ, tuttavia, hanno ribadito che continueranno ad adempiere al loro dovere di difendere il popolo in quanto forza composta da donne. Secondo le informazioni fornite da Hassan Mohamed Ali, co-presidente dell’Ufficio per le relazioni generali del Consiglio democratico siriano (CDS), la questione è stata discussa anche durante l’ultimo incontro a Damasco. È stata avanzata una proposta affinché le YPJ rimangano operative non come forza interna all’esercito siriano, ma come “forza antiterrorismo” affiliata al Ministero dell’Interno. Si prevede che una decisione definitiva verrà presa in seguito a colloqui tra le YPJ e il Ministero dell’Interno. Elenco dei nomi richiesti per la rappresentanza internazionale Anche i curdi aspirano a un ruolo nella rappresentanza internazionale della Siria. Secondo quanto riportato, la delegazione del Rojava ha affermato, durante l’ultimo incontro, che la rappresentanza curda dovrebbe estendersi ai consolati e alle ambasciate. Attualmente i curdi ricoprono poche posizioni di rilievo, oltre a quelle di viceministro della Difesa, vicecomandante della 60ª divisione, governatore di Hasakah (Hesekê) e a diverse direzioni. La delegazione ha sottolineato che i curdi sono uno dei popoli che dovrebbero avere voce in capitolo sul futuro della Siria e che, pertanto, dovrebbero essere rappresentati anche nelle posizioni di vertice dello Stato. Damasco avrebbe chiesto ai curdi di presentare un elenco di nomi da prendere in considerazione. Ritorno ad Afrin Il ritorno degli sfollati rimane una delle maggiori sfide per l’attuazione dell’accordo di integrazione. L’articolo 14 dell’accordo prevede “il ritorno degli sfollati di Afrin (Efrîn), Sheikh Maqsoud (Şêxmeqsûd) e Ras al-Ayn (Serêkaniyê) nelle loro città e nei loro villaggi, e la nomina di funzionari locali all’interno delle amministrazioni civili in queste aree”. Il primo passo è stato compiuto ad Afrin, occupata dallo Stato turco e da mercenari sostenuti dalla Turchia nel 2018. Il primo convoglio composto da circa 400 famiglie e 2.000 persone è partito il 9 marzo, con le famiglie che hanno fatto ritorno alle proprie case a Mabeta, Şiyê e Cindirês. L’ultimo convoglio è partito da Qamishlo il 21 maggio. Circa 11.000 famiglie sono tornate alle proprie case dopo otto anni nell’ambito del processo di rimpatrio. Però le famiglie che fanno ritorno ad Afrin si trovano ad affrontare numerosi problemi. 5.000 persone hanno occupato le case delle famiglie sfollate Uno dei problemi principali è il rifiuto di abbandonare le case degli sfollati da parte di persone che, a quanto pare, ricevono ordini diretti dai gruppi armati Emzat, Hamzat e Sultan Murad, sostenuti dalla Turchia. Circa 5.000 membri di famiglie arabe di mercenari provenienti da fuori regione si sono stabiliti nella zona centrale di Afrin e nei distretti di Mabeta, Şiyê, Cindirês e Bilbil. Alcuni si sarebbero rifiutati di lasciare le proprie abitazioni, mentre altri, pur avendole abbandonate, le avrebbero demolite portando via con sé tutto il contenuto. La Turchia si è ritirata da sole tre basi Lo Stato turco continua inoltre a mantenere una presenza militare in alcune zone di Afrin e in diversi villaggi circostanti. La Turchia conserva ancora basi militari a Parsê Hill, Guz Hill, Bîlelko e Kefir Cenê, nonché a Şêxûrzê, nel distretto di Bilbil, e a Dewrîş, vicino a Raco, e si è ritirata solo da tre villaggi. La sicurezza ad Afrin è attualmente sotto il controllo del governo provvisorio di Damasco. Non possono coltivare la loro terra Le condizioni economiche di coloro che sono rientrati non sono ancora migliorate. Nonostante gli aiuti finanziari forniti per alcuni mesi, la maggior parte delle persone non è in grado di coltivare i propri terreni o non dispone delle attrezzature necessarie. Anche i mercenari continuano a rappresentare un grave problema. Cinque residenti sono stati uccisi il mese scorso e altri due settimane fa da “individui non identificati” mentre si recavano nei campi. Date queste circostanze, la sicurezza ad Afrin non può ancora considerarsi pienamente consolidata. I bambini, inoltre, non hanno ancora la possibilità di ricevere un’istruzione nella loro lingua madre, il curdo. Primo convoglio attaccato Fin dal primo giorno le persone che facevano ritorno a Ras al-Ayn e ad Afrin hanno incontrato ostacoli. Comunque gli attacchi contro i rimpatriati hanno portato alla sospensione temporanea del processo. Il primo convoglio, composto da 410 famiglie curde, arabe e cristiane, era partito il 10 agosto. Circa 2.500 persone provenienti da villaggi e zone rurali facevano parte del convoglio. Alcuni individui armati attaccarono il convoglio non appena raggiunse il centro città. Secondo le informazioni ottenute dall’agenzia Firat, l’attacco ha preso di mira un gruppo di 40 famiglie curde. Temendo per la propria incolumità, i residenti sono tornati a Qamishlo e Hasakah in seguito all’attacco. Adempiete alle vostre responsabilità L’avvocato Ciwan Îso, a capo del Comitato per gli sfollati di Ras al-Ayn, ha dichiarato all’agenzia ANF che circa 100.000 persone sono ancora sfollate. Îso ha affermato che, in base all’accordo, i mercenari devono lasciare le case delle persone e la sicurezza deve essere ripristinata prima che i residenti possano tornare alle proprie terre. Îso ha affermato che l’ultimo attacco ha dimostrato che tali condizioni non sono ancora state soddisfatte. Ha aggiunto che l’attacco ha causato un diffuso timore tra la popolazione sfollata e che i rimpatri sono stati sospesi fino a quando non saranno create le condizioni necessarie. Îso ha dichiarato: “Il governo provvisorio di Damasco, l’Amministrazione autonoma e il Governatorato di Hasakah devono garantire la sicurezza e adempiere alle proprie responsabilità”. L'articolo Le richieste del governo di Damasco bloccano il processo di integrazione proviene da Retekurdistan.it.
August 21, 2026
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Hosan Toğan: Il prigioniero Irfan Yılmaz, gravemente disabile, viene lasciato morire
La richiesta di Irfan Yılmaz di rinviare la sentenza è stata respinta nonostante una perizia forense che documentava una disabilità del 96%. Il Partito per la giustizia e lo sviluppo (AKP) è salito al potere 25 anni fa criticando il regime rigido e autoritario della tutela militare. Oggi, tuttavia, cerca di privare coloro che non sono d’accordo con esso o lo criticano non solo della libertà attraverso pressioni giudiziarie e un sistema carcerario che viola i diritti umani, ma anche del diritto alla vita. L’ultimo esempio di questa pratica autoritaria è il calvario burocratico imposto dalla magistratura, dalla polizia e dall’amministrazione penitenziaria a Irfan Yılmaz, un prigioniero politico con una disabilità del 96% detenuto nel carcere di tipo L n. 2 di Marmara a Silivri. Nonostante una relazione dell’Istituto di medicina legale concluda che Yılmaz “non può rimanere in carcere”, è emerso che anche il consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere ha respinto il suo trasferimento in un carcere a regime aperto. Hasan Toğan, tutore legale di Yılmaz, ha parlato con ANF e ha sottolineato che Yılmaz, che usa una sedia a rotelle e non è in grado di vivere in modo indipendente, viene di fatto abbandonato a se stesso. La polizia di Sarıyer e il consiglio penitenziario ignorano la relazione forense Nonostante sia disabile al 96%, affetto da paralisi cerebrale e nonostante una perizia dell’11ª commissione specialistica dell’Istituto di medicina legale che conclude che “non può rimanere in prigione”, a Irfan Yılmaz è stato negato il trasferimento in un carcere a regime aperto dal Consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere n. 2 di Marmara, dove è detenuto illegalmente. Il 30 gennaio 2025 Yılmaz è stato condannato a due anni e un mese di reclusione dal 28° Tribunale penale di Istanbul con l’accusa di “aver identificato come obiettivi individui che avevano partecipato ad attività antiterrorismo”. La condanna è stata emessa perché Yılmaz risultava ufficialmente essere il caporedattore della rivista Halk Okul. La richiesta di rinvio della sentenza di Yılmaz per motivi di salute è stata bloccata da una decisione della procura generale di Bakırköy, ufficio sentenze ed esecuzione. Invece di basarsi sulla relazione dell’Istituto di medicina legale, la decisione ha citato un documento redatto dall’ufficio sicurezza del dipartimento di polizia di Sarıyer, il quale affermava che Yılmaz, costretto su una sedia a rotelle e incapace di vivere autonomamente, “potrebbe rappresentare una minaccia per la sicurezza pubblica qualora la sua condanna venisse rinviata”. Yılmaz, che non può usare le mani, ha dettato una petizione di appello con l’aiuto dei suoi compagni di cella contro la decisione arbitraria. Il suo appello è stato successivamente respinto dal consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere. Il consiglio ha giustificato la sua decisione affermando che Yılmaz “ha dimostrato la volontà di rimanere in un reparto partigiano con membri di un’organizzazione partigiana senza mostrare alcun segno di rimorso e non ha presentato alcuna petizione per dichiarare la propria neutralità”. Tale motivazione ha evidenziato la portata del trattamento illegittimo a cui Yılmaz è stato sottoposto. Il suo rilascio è stato semplicemente ritardato perché non ha richiesto una sezione neutrale Hasan Toğan, tutore legale del prigioniero politico Irfan Yılmaz, ha affermato che Yılmaz viene deliberatamente tenuto in prigione e di fatto lasciato morire. Hasan ha dichiarato di essere stato recentemente informato della decisione del consiglio di amministrazione e sorveglianza del carcere di tipo L n. 2 di Marmara di respingere la richiesta di Yılmaz. Ha dichiarato: “Ciò che colpisce in particolare è che il consiglio di amministrazione e sorveglianza riconosce nella sua decisione che Irfan non ha avuto conversazioni telefoniche con membri dell’organizzazione, non ha ricevuto alcun oggetto da loro e non ha ricevuto visite da parte loro. Eppure respingono la sua richiesta di sospensione della pena semplicemente perché non ha presentato una petizione per essere trasferito in un reparto neutrale.” Hasan Toğan ha affermato che è scandaloso che le autorità si siano basate sul verbale redatto dal dipartimento di polizia di Sarıyer e sulla decisione del consiglio di amministrazione e vigilanza, anziché sulla relazione dell’istituto di medicina legale, la quale conclude che Yılmaz “non può rimanere in prigione”. Toğan ha affermato che la scarcerazione condizionale di Yılmaz è stata posticipata perché si è rifiutato di trasferirsi in un reparto neutrale: “in circostanze normali, Irfan avrebbe dovuto essere rilasciato il 17 ottobre 2025. Ma poiché non ha voluto trasferirsi in un reparto neutrale durante la detenzione, la sua pena è stata prolungata e la data della scarcerazione condizionale è stata posticipata al 15 novembre 2027. Ma come dovrebbe sopravvivere da solo in un reparto neutrale? Le persone lì sarebbero in grado di soddisfare i suoi bisogni allo stesso modo di quelle nel reparto politico dove è attualmente detenuto? Alzarsi e coricarsi, lavare i piatti, lavarsi e pulire non sono cose che Irfan può fare da solo. Nessuno in un reparto neutrale si assumerebbe la responsabilità di aiutarlo con queste necessità. Semplicemente non ha le condizioni per rimanere in un reparto del genere.”” Non può usare braccia o gambe e ha bisogno di assistenza costante Hasan ha affermato che Irfan Yılmaz è detenuto in condizioni estremamente difficili in prigione e ha continuato: “Irfan usa una sedia a rotelle. Non può usare né le gambe né le braccia.” Usa un catetere a causa dell’incontinenza urinaria. Le autorità hanno ritenuto il catetere che usava fuori dal carcere troppo costoso, quindi gliene hanno fornito uno in silicone più economico in prigione. Tuttavia, perde continuamente, costringendolo a cambiarsi d’abito frequentemente. Irfan ha bisogno di assistenza costante per le necessità di base come alzarsi dal letto, andare in bagno, mangiare, lavarsi e curare la propria igiene personale. Deve essere accompagnato in bagno per evacuare. Indossa un pannolino per adulti durante il giorno, che gli viene tolto di notte. Deve essere portato di peso su per le scale fino all’area colloqui perché il carcere non dispone delle infrastrutture di accessibilità necessarie per le persone in sedia a rotelle. Inoltre, non è in grado di leggere libri a causa della sua disabilità visiva, non può scrivere lettere perché non può usare le mani e non può mangiare senza aiuto. Fuori dal carcere, utilizzava una sedia a rotelle elettrica che gli permetteva di muoversi autonomamente. Ma le autorità carcerarie non gli hanno permesso di portare quella sedia a rotelle all’interno e gliene hanno data una manuale, che non è in grado di utilizzare da solo. La sua incapacità di muoversi gli sta causando edema. Stanno violando persino le proprie leggi Hasan Toğan ha messo in dubbio come il dipartimento di polizia di Sarıyer potesse affermare che una persona con una disabilità del 96%, incapace di muoversi autonomamente, rappresenti una minaccia per la società. Hasan ha dichiarato: “Come può il dipartimento di polizia di Sarıyer affermare che una persona disabile al 96% e incapace di muoversi ‘rappresenti una minaccia per la società’? Se qualcuno non rappresentava una minaccia fino all’età di 60 anni, è forse diventato improvvisamente tale dopo aver compiuto 60 anni? Non riusciamo a capirlo, e non ci riesce nessun altro. Di fatto stanno lasciando morire Irfan Yılmaz. Non lo permetteremo. Faremo tutto il necessario per ottenere la sua liberazione. Irfan non dovrebbe trascorrere nemmeno un altro giorno in prigione. Esiste anche una legge che prevede il rilascio dei detenuti gravemente malati, eppure non rispettano nemmeno le proprie leggi. A Irfan viene negata la liberazione perché le autorità lo considerano ancora un membro dell’organizzazione e non è stato trasferito in un reparto neutrale. Viviamo in un Paese in cui persino una relazione dell’Istituto di medicina legale può essere ignorata. Le persone vengono tenute in prigione sulla base di supposizioni della polizia riguardo al loro perseguimento penale. L’amministrazione carceraria e il pubblico ministero si basano illegalmente sull’accusa. rapporto, ma in un verbale di polizia si afferma che “Non esiste alcuna base scientifica”.   di Zeynep Kuray   L'articolo Hosan Toğan: Il prigioniero Irfan Yılmaz, gravemente disabile, viene lasciato morire proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
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Il cantante di protesta Metin Turan è stato rilasciato dopo 25 anni di prigione
Metin Turan è stato rilasciato dopo che l’Istituto di Medicina Legale ha concluso che non era idoneo a rimanere in prigione a causa di gravi problemi di salute. Metin Turan, il cantante del gruppo di protesta di sinistra Grup Ekin e scrittore, è stato rilasciato ieri dal carcere dopo aver scontato 25 anni di pena. Il suo avvocato, İsmail Topkaya, ha annunciato la liberazione sui social media. “Buone notizie… Il mio assistito Metin Turan, un prigioniero rivoluzionario che ha dato voce alle sue parole, è stato rilasciato”, ha scritto. L’Istituto di Medicina Legale aveva precedentemente concluso che Turan non era idoneo a rimanere in carcere a causa di gravi problemi di salute. La richiesta di rilascio basata sulla relazione è stata respinta dalla procura generale del Bafra. Successivamente è stato presentato ricorso al giudice dell’esecuzione. Chi è Metin Turan Laureato alla Università tecnica del Medio Oriente (METU), Metin Turan è stato il cantante solista dei gruppi di protesta di sinistra Grup Ekin e Grup Yorum. Negli anni ’90 è stato incarcerato per motivi politici. Metin ha iniziato a scrivere racconti in prigione. Il suo racconto “Öbürkü”(L’altro) ha vinto il premio Ümit Kaftancıoğlu per racconti brevi nel 2019. Ha inoltre ricevuto menzioni d’onore al premio letterario Gülten Akın, organizzato dal Comune di Nilüfer nel 2021 e al concorso di racconti brevi Sait Faik nel 2022.   Bia news L'articolo Il cantante di protesta Metin Turan è stato rilasciato dopo 25 anni di prigione proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
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Portavoce delle YPJ: La ricostruzione dell’esercito siriano deve coinvolgere le donne
Parlando del futuro delle YPJ nel contesto del processo di integrazione in corso con il governo provvisorio siriano, la portavoce delle YPJ, Rûksen Mihemed, ha affermato che la condizione più importante per le sue forze è preservare la propria “identità distinta” all’interno dell’esercito. Una delle questioni chiave nel processo di integrazione in corso tra il governo di Damasco e le Forze democratiche siriane (SDF) è l’integrazione delle Unità di protezione delle donne (YPJ/Yekîneyen Parastina Jin). Parlando ad Al-Hadath e Al-Arabiya la portavoce delle YPJ, Rûksen Mihemed, ha affermato che il governo siriano nutre “riserve” sulla presenza di unità militari femminili all’interno dell’esercito, descrivendo questo come uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un accordo sui termini dell’integrazione. Rûksen Mihemed ha affermato che la proposta di porre le unità femminili sotto il Ministero dell’Interno deve essere discussa, compresi il suo contenuto e i principi che la sottendono. Ha aggiunto che occorre anche valutare se l’affiliazione di tali unità al Ministero dell’Interno fosse appropriata. La ricostruzione dell’esercito deve coinvolgere le donne Rûksen Mihemed ha dichiarato: “La ricostruzione dell’esercito siriano deve avvenire con la partecipazione delle donne. Le unità delle YPJ hanno esperienza non solo nell’organizzazione, nell’addestramento e nelle operazioni militari, ma anche nella lotta contro l’ISIS e nella protezione delle donne, dei bambini e del territorio siriano”. Rûksen Mihemed ha affermato che anche loro considerano l’integrazione delle unità nell’esercito una questione di lotta, e ha sottolineato l’importanza che le donne abbiano un ruolo nella nuova istituzione militare e che partecipino alla costruzione dell’esercito in Siria e ai processi decisionali. “Le unità sono pronte a discutere tutte le proposte attraverso il dialogo e la negoziazione, ma si impegnano a rispettare una serie di condizioni. La più importante è che vengano integrate come un’unica unità, pur preservando la loro identità distinta all’interno dell’esercito”. Anche le donne devono essere al centro del processo decisionale Rûksen Mihemed ha affermato che questi dettagli costituiscono una parte importante dell’identità e della storia delle YPJ aggiungendo: “L’eredità di queste unità non si limita più alle donne siriane. Si è legata alla questione della difesa delle donne e dei loro diritti a livello internazionale, soprattutto perché queste unità sono state la prima forza armata interamente femminile a opporsi all’ISIS”. Rûksen Mihemed ha affermato che la partecipazione delle donne nel nuovo esercito siriano dovrebbe estendersi anche ai centri decisionali aggiungendo: “La presenza delle donne nelle istituzioni statali non dovrebbe essere meramente simbolica; al contrario, dovrebbero essere partner reali ed essenziali nella costruzione della nuova Siria”. Ha sottolineato che l’integrazione delle YPJ è strettamente legata al ruolo delle donne nello Stato siriano e nelle sue istituzioni, ribadendo che “il dialogo è il modo migliore per raggiungere risultati che siano utili alle donne, alla Siria e al popolo siriano”.   MA L'articolo Portavoce delle YPJ: La ricostruzione dell’esercito siriano deve coinvolgere le donne proviene da Retekurdistan.it.
August 20, 2026
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