Source - Per il ritiro di ogni autonomia differenziata

La Lettera/appello della società civile alle istituzioni affinchè non sia approvata la modifica costituzionale in materia di Roma Capitale
36 associazioni e comitati, insieme a più di 60 esponenti del mondo civico, accademico, culturale, hanno inviato un appello ai parlamentari e a tutte le istituzioni coinvolte*  per chiedere di impegnarsi  per approvare una legge ordinaria per la Capitale che conferisca gli strumenti finanziari e amministrativi di cui ha bisogno, e  di non dare seguito al Disegno di legge “Modifica dell’articolo 114 della Costituzione in materia di Roma Capitale”, approvato in prima lettura alla Camera dei deputati il 29 aprile scorso[1]. Un Disegno di Legge   che intende conferire a Roma i poteri legislativi di una Regione per 11 materie, limitandone l’ambito al solo perimetro comunale, senza alcuna informazione e  confronto con la cittadinanza. Noi  firmatarie e firmatari della lettera, che nel gennaio scorso avevamo già inviato un appello[2]  al Sindaco di Roma Capitale e della Città Metropolitana Gualtieri,  al Presidente della Regione Lazio Rocca,  ai Presidenti dei Municipi e a istituzioni e partiti,  manifestando una  forte contrarietà alla   modifica costituzionale,   ancora una volta chiediamo  a tutte le forze politiche e a tutti i livelli istituzionali di  fermare il processo in corso, e di  non dare alcun contributo “costruttivo”  per modificare la Costituzione Italiana. Siamo convinti che Roma abbia  il diritto ad avere riconosciute le peculiarità come Capitale e conseguentemente anche strumenti più adeguati per affrontare la complessità delle tante  problematiche la rendono unica nel panorama nazionale. Ma riteniamo che questo possa e debba avvenire  con una legge ordinaria, che assegni  più risorse finanziarie, strutture tecniche-amministrative più adeguate a livello di presenze e profili professionali, più autonomia amministrativa e una diversa organizzazione di Comune, Città metropolitana, Municipi, con una ridistribuzione delle competenze per gli ambiti di  area vasta e di prossimità. Una legge, quindi, a nostro avviso imprescindibile,  senza la quale l’attività dell’amministrazione comunale, oltre a risultare assai più onerosa, rischierebbe di risultare inadempiente rispetto alle maggiori competenze attribuite. Il Disegno di legge costituzionale Meloni – Casellati – Calderoli attribuisce al Comune di Roma poteri legislativi su alcune   materie attualmente concorrenti Stato/Regione che diventerebbero  concorrenti Stato/Roma Capitale:  governo del territorio; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali, e su alcune delle cosiddette “materie residuali”, allo stato attuale di esclusiva competenza legislativa della Regione, che diventerebbero  di esclusiva competenza di Roma Capitale: trasporto pubblico locale; polizia amministrativa locale; commercio; turismo; artigianato; servizi e politiche sociali; edilizia residenziale pubblica; organizzazione amministrativa di Roma Capitale. Queste le principali criticità che vogliamo evidenziare: 1)     Il definitivo abbandono della prospettiva della Città metropolitana e di una governance di area vasta  – Dal 2014  attendiamo  la attuazione compiuta  della Città metropolitana di Roma, con  la pianificazione e la gestione di ambiti quali urbanistica,  trasporto pubblico locale, commercio, turismo, servizi e politiche sociali. Tutte materie che con il DDL costituzionale sarebbero  confinate nel perimetro comunale, con l’esclusione,  di fatto, di tutte quelle cittadine e  cittadini romani che vivono nei comuni contermini, in molti casi  espulsi dalla città per difficoltà abitative, ma che lavorano e ogni giorno si spostano nella Capitale  2)    l’accentramento di poteri legislativi nelle istituzioni comunali, l’Assemblea Capitolina e lo stesso  Sindaco,  accentramento che  senza  i contrappesi del confronto con l’amministrazione regionale,  rischia di attribuire uno smisurato potere decisionale su materie fondamentali per lo sviluppo della città – a partire dall’urbanistica – alle maggioranze politiche capitoline del momento. 3)    la mancanza di chiarezza  nei contenuti e nella tempistica rispetto a  un effettivo decentramento ai Municipi  E, soprattutto,  la totale mancanza di informazione e di dibattito pubblico su un provvedimento  che avrà ricadute concrete sulla vita della cittadinanza  e di cui la cittadinanza  non sa nulla,   concordato tra  vertici istituzionali senza alcun confronto democratico né coinvolgimento  dei Municipi, che pure avrebbero potuto e dovuto diventare le sedi della condivisione  e della partecipazione delle proposte. Un tema ridotto a slogan da campagna elettorale, ma che evidentemente non merita spiegazioni, neppure  alle elettrici e agli elettori che già si cominciano  a convocare negli incontri in vista delle prossime elezioni comunali e politiche. Infine  manifestiamo la nostra ferma contrarietà   all’inserimento del  comma, che prevede che  “La legge dello Stato può attribuire ai Comuni capoluogo delle Città metropolitane ulteriori e specifiche funzioni amministrative”: inserimento che ci appare per certi versi inutile, dato che per attribuire specifiche funzioni amministrative non sono necessari  interventi  costituzionali, per altri versi preoccupante, nel caso che  preluda  al conferimento di poteri analoghi a quelli di Roma Capitale ad altre città italiane, oltretutto facendo venir meno tutta l’impalcatura retorica e normativa basata  sulla specificità  della Capitale. Considerando che la modifica costituzionale dovrà essere  adottata da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e approvata con una maggioranza dei 2/3 dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione, e che in caso contrario la legge potrà essere sottoposta a referendum popolare, chiediamo alle donne e agli uomini eletti in Parlamento dalle cittadine e dai  cittadini di impegnarsi  per approvare una legge ordinaria per la Capitale che conferisca gli strumenti finanziari e amministrativi di cui ha bisogno, e  di non rendersi complici di questo ennesimo stravolgimento della Costituzione, che ancora una volta va nella direzione  della  dissoluzione di quell’equilibrio di poteri che solo può garantire le nostre fondamenta democratiche, la tutela del patrimonio collettivo e l’uguaglianza dei diritti di tutte e di tutti. Associazione Carteinregola ARCI Roma Associazione Artù Associazione A Sud Associazione Aspettare Stanca Associazione Bianchi Bandinelli Associazione Da Sud Associazione di Quartiere Fontana Candida Associazione  IL MIO AMICO ALBERO ODV Associazione Insieme per la Curtis Draconis Associazione Mare libero litorale romano Associazione Per Roma Associazione Progetto Celio Associazione Roma Ricerca Roma Associazione Simbolo Associazione Tavoli del Porto Associazione Villa Certosa OdV Casa dei Diritti Sociali CRED (Centro di ricerca ed elaborazione per la democrazia) CILD (Centro di iniziativa per la Legalità Democratica) Cittadinanzattiva Lazio Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti Comitato Parchi Colombo OdV Comitato per la difesa della pineta di Villa Massimo Comitato per il Progetto Urbano San Lorenzo e la Salvaguardia del Territorio Comitato Stadio Flaminio Comitato Villa Blanc Corviale Domani Diario Romano Forum Disuguaglianze Diversità Italia Nostra Roma Rete Tutela Roma Sud e Castelli Romani Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio Urban Experience Aps VAS (Verdi Ambiente e Società) onlus WWF Roma e Area Metropolitana Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanistica Università di Bologna Alessandro Albanesi, Presidente AGS Ella Baffoni, giornalista Paolo Berdini, urbanista Piero Bevilacqua, storico Paola Bonora, già docente ordinaria di Geografia Università di Bologna Rita Campioni, già insegnante Lucio Carbonara, urbanista Giulio Cederna, ricercatore Filippo Celata, docente  di Geografia economica, Università di Roma La Sapienza Carlo Cellamare, docente di  Urbanistica, Università di Roma La Sapienza Danilo Chirico, giornalista e scrittore Lucio Contardi, urbanista Silvano Curcio, Docente di Management dei patrimoni immobiliari e urbani, Università di Roma La Sapienza Ernesto D’Albergo Professore di Sociologia politica, Università di Roma, Sapienza Vezio De Lucia, urbanista Stefano Deliperi,  presidente Gruppo d’Intervento Giuridico Giuseppe De Marzo, economista, attivista, giornalista e scrittore Mirella Di Giovine, architetto, Università di Roma La Sapienza Marco Esposito, giornalista Anna Falcone, giurista e attivista Roberto Federici , già insegnante Sarah Gainsforth, giornalista Pietro Garau, urbanista Elena Granaglia emerita  Professoressa di Scienza delle Finanze al Dipartimento di Giurisprudenza di Roma3 Maria Pia Guermandi, coordinatrice Emergenza cultura Clara Habte, giornalista Visenta Iannicelli, già dirigente di Roma Capitale Carlo Infante, docente di Performing Media per l’innovazione territoriale – Università Mercatorum Maria Ioannilli, già docente di Tecnica Urbanistica, Università di Roma Tor Vergata Franco La Torre Susanna Le Pera, già responsabile del Servizio Carta per la Qualità di Roma Capitale Maria Cristina Lattanzi, consigliere Italia Nostra Roma Giuseppe Libutti, Avvocato Paola Loche, Naturalista Paolo Maddalena, vice Presidente emerito della Corte Costituzionale Fabio Marcelli, giurista internazionale Guido Maria Marinelli, già docente, attivista ambientale Clarice Marsano, architetto, già Ministero Beni Culturali Marina Montacutelli, storica Tomaso Montanari, storico dell’arte Marco Miccoli, vicepresidente nazionale Anppia Loretta Mussi, medico Rosanna Oliva De Conciliis, attivista per i diritti civili e. per la  parità Giorgio Osti portavoce del Coordinamento delle Associazioni per il Regolamento del Verde e del Paesaggio urbano di Roma Capitale Pancho Pardi, già Professore di Urbanistica Università di Firenze, ex Senatore Rita Paris, già Direttore del Parco Archeologico dell’Appia Antica Massimo Pasquini, già segretario nazionale Unione Inquilini Thaya Passarelli, Rosario Pavia, urbanista Barbara Pizzo,  professoressa Associata di Urbanistica  Università di Roma La Sapienza Enrico Puccini, Osservatorio Casa Roma Christian Raimo, insegnante scrittore Daniela Rizzo, archeologa, già Ministero Beni Culturali Paolo Salonia, già Dirigente di Ricerca CNR, Consigliere ICOMOS Italia e Vicepresidente Italia Nostra Roma. Enzo Scandurra, urbanista Maria Spina, architetto Pietro Spirito, economista dei trasporti Giancarlo Storto, urbanista Riccardo Troisi, Ricercatore Università di Tor Vergata, economista, ReOrient, Centro studi Fairwatch,Ries, Next, tra i fondatori di comune-info.net Walter Tucci, giurista e costituzionalista Massimo Villone, Professore emerito di diritto costituzionale all’Università Federico II di Napoli Vincenzo Vita, giornalista e saggista Roma, 21 maggio 2026 (*). La lettera è stata consegnata il 21 maggio malla Segreteria del Sindaco Gualtieri, alla Presidente dell’Assemblea Capitolina Celli e ai capigruppo capitolini, e inviata via email a senatori, presidenti dei gruppi della Camera, al presidente della Regione Lazio Rocca, al presidente Aurigemma e ai consiglieri regionali, ai consiglieri capitolini, ai Presidenti di Municipio e ai Presidenti dei consigli municipali. Vai a Roma Capitale,  Roma Città Metropolitana, Decentramento Municipi cronologia e materiali vai al DDL costituzionale approvato dalla Camera il 29 -4 -2026 -------------------------------------------------------------------------------- [1] Il Disegno di legge ha ottenuto i voti favorevoli della maggioranza e di Azione,  i voti contrari di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle e l’astensione dei parlamentari del Partito Democratico e di Italia Viva. [2] vedi L’Appello: Poteri di Roma Capitale, l’altra riforma costituzionale che avanza senza nessun coinvolgimento dei cittadini del  20 gennaio 2026 https://www.carteinregola.it/lappello-poteri-di-roma-capitale-laltra-riforma-costituzionale-che-avanza-senza-nessun-coinvolgimento-dei-cittadini/ FacebookEmailCondividi NAVIGAZIONE ARTICOLI
CS 14 maggio 2026 – Dalla commissione Affari Costituzionali iniziano le procedure sull’autonomia differenziata presso le Camere
I Comitati per il ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti avevano già lanciato un grido d’allarme quando il ministro Calderoli aveva trasmesso alle Camere lo schema delle preintese con le regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per devolvere loro la potestà legislativa in quattro materie: protezione civile, professioni, previdenza complementare e sanità. Il ministro leghista Calderoli – come suo costume – spinge sull’acceleratore per siglare le Intese, che porteranno a prime forme di una secessione che parte da qui e si articolerà materia per materia, ambito per ambito, fino alla disgregazione dell’unità della Repubblica. Sta avvenendo un baratto vergognoso nella maggioranza del governo Meloni: la Lega appoggia lo scempio della legge elettorale maggioritaria e FdI dà il via libera ai processi di regionalismo competitivo e conflittuale. I tempi sono dettati dal Governo al Parlamento. Entro luglio, infatti, dovranno essere licenziati gli atti di indirizzo delle Camere – a cui, peraltro, il Governo non è tenuto ad attenersi; poi Governo e Regioni predisporranno le intese, una per ciascuna regione; infine, il disegno di legge, con allegate le Intese, sarà inviato alle Camere. Il Parlamento avrà una grande responsabilità e possibilità di intervento alla luce della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale: potrà emendare il ddl e sarà la regione, eventualmente insoddisfatta, a dover riprendere il negoziato col Governo. Si creerà uno spazio politico di lotta che non sarà lasciato vuoto e soprattutto un tempo utile a portare la discussione pubblica sui territori. Di che materie trattano le preintese? A sentire il ministro Calderoli, di materie che non toccano i livelli essenziali di prestazione (LEP) relativi ai diritti sociali e civili; altro discorso per la sanità, materia inequivocabilmente fondamentale, coinvolgendo il diritto alla salute: essa viene devoluta perché regolata dai livelli essenziali di assistenza (LEA). Come spesso accade le iniziative legislative del ministro Calderoli generano una grande confusione normativa; infatti, mentre al Senato è in discussione il ddl sui LEP (AS 1623), contemporaneamente, con queste preintese, si devolvono alle Regioni importanti competenze nella sanità, materia che – invece – richiederebbe una ridefinizione politica democratica dei suoi livelli di prestazione, regolati oggi da misure amministrative. Un altro passo avanti verso il suo definitivo smembramento e la differenziazione del diritto alla salute sulla base del certificato di residenza. Lo schema delle quattro preintese è illegittimo: mentre lo stesso articolo 116, terzo comma, pone come condizione necessaria della devoluzione l’individuazione di ragioni specifiche della differenziazione, le preintese prevedono per le quattro Regioni la devoluzione delle stesse identiche quattro materie. Sono il Piemonte, la Liguria, la Lombardia, il Veneto Regioni identiche per popolazione, livelli produttivi, caratteristiche socio-economiche? La Corte Costituzionale, nella sentenza 192/2024, ha ribadito che occorrono, per procedere con la devoluzione, motivazioni e analisi specifiche funzione per funzione e territorio per territorio e ha esplicitamente ribadito che non si possono e non si devono trasferire materie, ma singole funzioni. Invece, con le preintese, si vogliono predisporre trasferimenti di competenze relative ad ambiti legislativi complessivi come la gestione della previdenza complementare, che attiene al diritto alla pensione e alla gestione del risparmio (materie di rango costituzionale!); la determinazione differenziata per territorio delle tariffe sanitarie, che tocca l’art. 32 della Costituzione; il riconoscimento delle qualifiche estere e la formazione professionale, che sono ambiti disciplinati a livello nazionale e di Unione europea; infine, la protezione civile, materia che può riguardare addirittura l’esercizio della libertà di movimento. I Comitati contro ogni autonomia differenziata hanno indetto, per il 6 giugno, un’assemblea nazionale a Napoli nella sede della Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria – v. Vittorio Emanuele III, 310 – Castel Nuovo (Maschio Angioino) per mobilitare le forze associative, sindacali e politiche. E’ necessario denunciare la “secessione dei ricchi”, perseguita attraverso l’AS 1623 e le Intese, e organizzare mobilitazioni e iniziative per contrastare e battere questo disegno di ulteriore divisione territoriale e sociale del Paese; per impedire la rottura dell’unità della Repubblica, a difesa dei diritti sociali e civili, e dell’uguaglianza tra tutti/e i/le cittadini/e. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l ’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Autonomia differenziata: NO alle preintese
Mentre il 25 aprile festeggiamo l’Anniversario della Liberazione dal nazifascismo e ci accingiamo a celebrare l’80° anniversario della Repubblica, il governo di destra di Meloni – su impulso del ministro leghista Calderoli e con la chiara volontà, dopo il flop referendario, di portare a casa almeno un risultato – sta tentando di spaccare l’unità della Repubblica nata dalla Resistenza. A tappe forzate Meloni e Calderoli vogliono giungere a siglare le Intese sull’autonomia differenziata con quattro regioni del Nord. Le preintese stipulate dal Governo con Liguria, Piemonte, Veneto e Lombardia, sono già passate per la Conferenza Unificata, che si è espressa a favore solo con i voti delle destre, mentre le regioni guidate dal PD e dal Movimento 5Stelle hanno votato no, così come l’ANCI, in rappresentanza dei Comuni. Questi accordi investono ambiti cruciali come sanità, professioni, protezione civile e previdenza integrativa, incidendo direttamente sulla qualità dei servizi e sull’accesso ai diritti essenziali per i cittadini e le cittadine. Le pre-intese sono ora state trasmesse alle Commissioni parlamentari, chiamate entro 90 giorni a pronunciarsi con atti di indirizzo. Solo dopo questo passaggio, potranno essere rese definitive e approvate dai rispettivi Consigli regionali e dal Parlamento; Parlamento ridotto a passacarte, tanto che non potrà neppure emendare le Intese, frutto dell’accordo tra Governo e (sedicenti) Governatori. I Comitati e il Tavolo NOAD annunciano una forte mobilitazione politica e sociale al fine di ottenere dalle Commissioni parlamentari un atto di indirizzo che rigetti le pre-intese, perché: * violano il principio di uguaglianza e l’unità della Repubblica sanciti dalla Costituzione; infatti, moltiplicano le disuguaglianze territoriali nell’accesso ai diritti fondamentali; * violano il principio di specificità delle funzioni per singola regione che la Corte Costituzionale aveva indicato (Sent. 192/24) come presupposto di legittimità per ogni differente autonomia. Le pre-intese sono infatti identiche per tutt’e quattro le Regioni, segno evidente di un impianto standardizzato e tutt’altro che specifico ad una singola regione; * violano il principio di sussidiarietà: se una funzione può essere meglio svolta a livello regionale anziché a livello statale, ciò deve avvenire a parità di poteri fra tutte le regioni e non con poteri differenziati di alcune rispetto ad altre. Anche questo principio è dunque palesemente violato; * frammentano lo Stato e il diritto: si creano sistemi normativi e amministrativi diversi per le stesse materie, con un’Italia a più velocità e diritti diseguali e poteri diversi da regione a regione; * stravolgono il modello costituzionale di regionalismo: si abbandona la cooperazione e la solidarietà tra territori, per inseguire una logica di competizione tra Regioni, in aperto contrasto con gli articoli 3 e 5 della Costituzione; * colpiscono i diritti sociali fondamentali: sanità e servizi sociali, per esempio, diventano diritti “a geometria variabile”, invece di essere garantiti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale; * consolidano le disuguaglianze esistenti: l’uso della spesa storica cristallizza i divari tra Nord e Sud invece di ridurli, tradendo il principio di uguaglianza sostanziale. Da tempo denunciamo, infine, che con il ddl Calderoli sui LEP (livelli essenziali delle prestazioni) si perpetuano e legittimano le disuguaglianze sociale e territoriali. Di tutto ciò e di molto altro parleremo a Napoli, il 6 giugno: una tappa fondamentale per creare connessioni, stringere legami, condividere azioni rispetto a un’emergenza su cui pochi sono allertati. Ripetiamo il nostro accorato appello: non permettiamo che il Governo – con il disegno di autonomie differenziate e con la secessione dei ricchi – distrugga le basi che reggono la Repubblica: difendiamo le libertà e i diritti sanciti nella Costituzione, nata dalla Resistenza antifascista. Buon 25 aprile a tutte e tutti. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Allarme per l’unità della Repubblica
Il voto referendario sulla magistratura ha detto con forza e chiarezza che la Costituzione non si tocca e non si deve toccare, a difesa dei diritti di libertà e sociali, e ha sostanzialmente cancellato dall’agenda politica il premierato. Giovani e Mezzogiorno, con il loro voto, hanno sconfitto Giorgia Meloni. Con questo voto referendario si sono cancellate due deforme della Costituzione. Tuttavia siamo allarmati. E vogliamo trasmettere il nostro allarme. C’è un’insidia che continua a minacciare il nostro Paese, l’Autonomia Differenziata; il ministro leghista Calderoli lavora in silenzio, ma con determinazione, portandola avanti: troppi – distratti – la considerano archiviata con la sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale. La Consulta, ponendo dei paletti, certamente ha modificato la drammaticità della situazione precedente; però il Governo deliberatamente li ignora, e così – con le pre-Intese con quattro Regioni del Nord e con il ddl Calderoli sui LEP, attualmente in Senato – l’Autonomia differenziata ha ripreso il cammino; che va, invece, bloccato. Passo dopo passo, nell’indifferenza generale, si va avanti, assegnando diritti a chi già ne ha e – di conseguenza – negandoli a chi ne ha già pochi. Basta leggere anche solo superficialmente le parole del presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, uno dei potenziali beneficiari delle regalie di questa de-forma costituzionale, che istituzionalizza le diseguaglianze: “Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […]. L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.” Ecco, come – con poche, ma inequivocabili parole – si dà voce a quello che il razzismo nostrano pensa da tempo, forse da sempre: che esista una parte “sana” (e quindi una malata) nel Paese. Come liberarsi di questa “palla al piede” che è il Meridione è presto detto: il federalismo secessionista consentirà alle regioni del Nord di unirsi alla “locomotiva europea”, per proteggere la propria industria, “per esempio a cominciare dall’automotive”. In linea di continuità con tali, sconcertanti affermazioni, il quotidiano “Libero”, il 24 marzo titolava l’esito referendario in modo inequivocabile: “Il no sfonda soprattutto tra i ceti improduttivi del Meridione e i giovani pro Pal”. Inefficienti e pure improduttivi, dunque. Ma non basta. Sulla scorta del “modello” (per modo di dire) di Roma Capitale, che impone un’ulteriore modifica della Carta, quella dell’art. 114, sponsorizzato convintamente dal sindaco Gualtieri, il sindaco Sala a Milano e a Venezia il segretario del PD, Martella, coadiuvato dall’ex presidente della Regione, Zaia, caldeggiano proposte analoghe. Ogni potentato locale rivendica più potere; ma non è la scissione dell’atomo, è la secessione dei ricchi: è la frammentazione progressiva delle istituzioni per spartirsi la torta del potere. E l’unità della Repubblica? E l’uguaglianza dei diritti di tutti/e i/le cittadini, ovunque risiedano? E il Mezzogiorno? In un mondo sconvolto dalle guerre e in un Paese segnato dalle diseguaglianze queste parole e questi provvedimenti significano una sola cosa: vadano avanti i potenti e i ricchi, che per di più rivendicano il merito di esserlo, mentre godono solo dei privilegi del potere e della ricchezza; gli altri si arrangino, se riescono. E, comunque, non disturbino il progetto della secessione. Però: il risultato del voto referendario ci racconta un’altra storia; ci parla di un altro progetto, quello del rispetto e dell’attuazione della Costituzione, fondata sull’antifascismo, sui diritti politici e sociali. Più bello, più socialmente responsabile, più democratico. Perché è un progetto di uguaglianza sostanziale. È un progetto popolare; che, con il referendum del 23 marzo, ha fondato la propria affermazione sul voto dei giovani e sul Meridione, inedito connubio e forza liberatrice. Ignorarlo sarebbe diabolico. Almeno quanto ignorare il fatto che quel voto del Sud è una condanna delle parole di Fontana, dei volgari commenti di “Libero” e – più in generale – dell’autonomia differenziata. E’ un voto che -superando stanchezza e delusione, frutti di un’oppressione antica – esprime e sprigiona energie nuove. È un voto contro le diseguaglianze e l’ingiustizia. Con i referendum del 2006, del 2016 e con quest’ultimo, cittadini e cittadine hanno inviato un messaggio forte e chiaro: la Costituzione non si tocca. Ma la Costituzione è già stata toccata nel 2001 con la deforma del suo Titolo V. Ed è stata violata al punto da contraddire i suoi principi fondamentali. Meloni e Calderoli ora vogliono far passare in quel varco le autonomie differenziate e, con pre-Intese e Intese, realizzare le secessioni regionali, che aggraveranno disuguaglianze sociali e territoriali. Sta a noi tutti/e impedire la realizzazione di questo disegno di frammentazione dell’unità della Repubblica. Si può riparare il danno del 2001, impedendo ora che prosegua il processo delle Intese e poi provvedendo a cancellare il comma 3 dell’articolo 116 e a ridefinire i rapporti tra i diversi livelli istituzionali secondo i principi del regionalismo cooperativo. Da tempo, pressoché inascoltati, gridiamo che la sentenza 192 della Corte Costituzionale non ha archiviato la questione; e che l’autonomia differenziata sta procedendo. Le prime due colonne del patto scellerato – controriforma del CSM e premierato, che tenevano coese le forze delle destre – sono state demolite; ora dobbiamo fronteggiare la rabbia degli sconfitti, che si accaniranno sul punto sopravvissuto del loro progetto, il più grave: l’autonomia differenziata, che non solo diversificherà i diritti delle persone sulla base del certificato di residenza, ma modificherà drammaticamente l’assetto istituzionale del Paese, mettendo in discussione la forma di Stato, la Repubblica democratica. Temiamo possa essere l’unica deforma che andrà avanti. È per questo che lanciamo un grido di allarme: presto le pre-Intese siglate dal Governo con Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte su 4 materie “non LEP” (nonostante la sentenza della Consulta) approderanno in un Parlamento defraudato della sua prerogativa istituzionale e costituzionale, trattato come un organo passacarte, prono al volere del Governo. E la legge Calderoli sui LEP, AS 1623, sta continuando il suo iter in Senato. Nulla è concluso, dunque; tutto continua sottotraccia, nel silenzio e nella disinformazione. Con questo nostro Allarme ci appelliamo a tutte le forze democratiche del Paese – dalle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici – affinché assumano la responsabilità di non lasciare questo appello inascoltato. E per lanciarlo, organizzeremo un’Assemblea nazionale a Napoli il 6 giugno prossimo. Segnate la data, siate presenti. Auspichiamo che tutte /i coloro che hanno detto no al Referendum del 22- 23 marzo si mobilitino per bloccare il disegno dell’Autonomia differenziata, per dire alto e forte No alla secessione dei ricchi. Vi aspettiamo a Napoli. Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
COMUNICATO 4 aprile 2026 – Conferenza Unificata e preintese
Poco più di una settimana dopo il voto referendario – che, con la vittoria del NO, ha dimostrato il legame profondo tra cittadini/e e Costituzione – il ministro Calderoli ha portato in Conferenza Unificata le preintese del Governo con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria per realizzare il disegno dell’Autonomia differenziata; per realizzare, cioè, la “secessione dei ricchi”. Sì, perché di questo si tratta. Qualche giorno prima, infatti, il presidente leghista della Lombardia, Fontana, aveva affermato a chiare lettere che “c’è una parte del paese che si distingue per modo di pensare e di agire […]. E’ l’area più moderna e funzionale che traina il resto d’Italia”; per questo è necessaria l’autonomia differenziata: per liberarsi della zavorra rappresentata dal resto dell’Italia. A suo sostegno si è schierato qualche giorno dopo il professor Marco Fortis che – su “Il Sole24 ore” del 26 marzo – ha scritto che il SÌ ha vinto nelle regioni e province più produttive; dunque, è giusto che esse proseguano a differenziarsi dalle altre. Non sono parole casuali: una parte del Paese – e, in questa, una parte consistente ed influente del settore imprenditoriale – ritiene che i presunti “meriti” vadano riconosciuti e valorizzati. Come? Individuando diritti diversificati, che privilegino maggiormente alcune aree rispetto ad altre: una “secessione dei ricchi”, appunto. A proposito di premi: per ripagare le Regioni e le Province, che in Conferenza Unificata hanno votato a favore delle preintese, “il Governo ha accolto la possibilità di avviare contestualmente all’Autonomia un percorso con tempi certi per l’uscita dai piani di rientro in ambito sanitario”, come si legge nel comunicato del Dipartimento per gli Affari Regionali e le Autonomie della Presidenza del Consiglio dei Ministri: uno scambio vergognoso, per distruggere l’unità della Repubblica sancita dall’art. 5 della Costituzione. Nella Conferenza Unificata, la maggioranza delle Regioni si è pronunciata a favore, con il voto contrario di quelle guidate dal PD e dal M5S e con il dissenso dell’ANCI, a nome dei Comuni. Questo voto contrario, apprezzabile, non fermerà purtroppo l’iter delle preintese; infatti, il ministro Calderoli – acquisito l’ok della maggioranza della Conferenza – le porterà in Parlamento, che avrà 90 giorni per dare il suo parere. Si badi: il suo parere; il Parlamento sarà infatti ulteriormente spogliato delle sue competenze legislative e avrà solo la possibilità di dare un “parere”; conclusa la procedura prevista, poi, potrà pronunciarsi con un sì o con un no. Prendere o lasciare. Per questo la Corte Costituzionale, nella sentenza 192/2024, aveva sollecitato Governo e Parlamento a rivedere i termini per il raggiungimento degli accordi tra Governo e Regioni, assegnando al Parlamento un ruolo centrale. Purtroppo, nessun gruppo politico ha presentato finora una proposta di legge in tal senso. Bene la Regione Puglia, che ha attivato la Corte costituzionale sui LEP; bene il voto contrario delle Regioni a guida PD e M5 in Conferenza Unificata. Ma non basta: dobbiamo impedire che si attui l’unica de-forma costituzionale rimasta in campo, quella dell’Autonomia differenziata. Sarebbe davvero paradossale che, dopo il voto referendario, che ha sancito ancora una volta che “la Costituzione non si tocca”, venisse attuato il c.3 dell’art 116, così come revisionato, insieme all’intero Titolo V, dal governo di centrosinistra nel 2001. Le posizioni sono ora cambiate: tutte le forze di opposizione hanno maturato un giudizio negativo sulla perversa revisione costituzionale del 2001. Non solo: le forze sindacali e associative, i cittadini e le cittadine del Meridione hanno votato No al recente referendum sulla magistratura, mossi anche dal rifiuto dell’autonomia differenziata. Ora è tempo di agire, ricorrendo da parte delle Regioni alla Corte Costituzionale; promuovendo in Parlamento atti capaci di contrastare il disegno Calderoli; mobilitandosi nel paese per denunciare la “secessione dei ricchi”. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Lettera aperta al Presidente della Conferenza Unificata, al Presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, al Presidente dell’ANCI, al Presidente f.f. dell’UP
L’attenzione nei confronti del rispetto dei fondamentali diritti costituzionali – su tutti, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti – deve essere massima anche e soprattutto in sede di Conferenza Unificata e di Conferenza Stato-Regioni. In nome di tutto ciò, chiediamo che, nell’imminente seduta, si esaminino nuovamente i profili di incongruenza e incostituzionalità che, a nostro avviso, caratterizzano il percorso intrapreso per addivenire alle richieste di trasferimento di ulteriori funzioni e condizioni di autonomia differenziata. Illustrissimi, abbiamo ragione di ritenere che giovedì 2 aprile – in sede di Conferenza Unificata – si porranno le basi per un ulteriore passaggio verso il trasferimento di funzioni, per ora alle 4 Regioni attualmente richiedenti (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto), ex art. 116 3° c. Cost.  La materia è già stata esaminata criticamente in Conferenza Stato-Regioni del 5 febbraio scorso, ove sono state messe bene in luce le principali incongruenze, nonché le difformità rispetto alle prescrizioni della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale, contenute nel DDL delega 1623/24: – mancato rispetto di diversi principi costituzionali, tra cui quello di leale collaborazione tra “livelli” dello Stato; – i LEP, di competenza statale, vanno ad incidere su materie di competenza concorrente la cui attuazione grava sulle regioni; – nessuna previsione (meglio, esclusione) di specifico finanziamento in caso di trasferimento di funzioni. Per essere espliciti: la sentenza 192/2024 della Corte costituzionale metteva in risalto la necessità di attribuire un ruolo centrale al Parlamento nella definizione e approvazione delle Intese. La procedura che il Governo sta attualmente seguendo è, al contrario, quella di emarginare il Parlamento, lasciandolo escluso da ogni decisione, se non interlocutoria, fino al momento dell’approvazione delle Intese con legge c.d. rafforzata. L’attenzione nei confronti del rispetto dei fondamentali diritti costituzionali – su tutti, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti – deve essere massima anche e soprattutto in sede di Conferenza Unificata e di Conferenza Stato-Regioni. In nome di tutto ciò, chiediamo che, nell’imminente seduta, si esaminino nuovamente i profili di incongruenza e incostituzionalità che, a nostro avviso, caratterizzano il percorso intrapreso per addivenire alle richieste di trasferimento di ulteriori funzioni e condizioni di autonomia da parte delle Regioni su ricordate. Ci auguriamo che questa nostra richiesta possa essere inoltrata ai membri della Conferenza. Rimaniamo fiduciosi nella Vostra sensibilità istituzionale Marina Boscaino per Esecutivo dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
COMUNICATO 26 marzo 2026 – la Lega razzista rilancia e raddoppia
SUL CORRIERE DELLA SERA DI GIOVEDÌ 26 MARZO, IL LEGHISTA FONTANA HA SVELATO IL SUO RAZZISMO BASATO SUL ‘MODO DI PENSARE’: IL NORD “È L’AREA PIÙ MODERNA E FUNZIONALE CHE TRAINA IL RESTO DELL’ITALIA”. Il ‘modo di pensare’ sbagliato è quello dei cittadini e delle cittadine residenti nel Meridione che hanno la colpa di aver votato in massa a difesa della Costituzione e contro la manomissione di istituti di garanzia come il Consiglio Superiore della Magistratura. Dunque, il Meridione va punito con la secessione del Settentrione. “Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.“ Insomma, il Meridione è una “palla al piede” e in più difende la Costituzione, allora non basta più l’autonomia differenziata; no, serve il federalismo secessionista, così le Regioni del Nord potranno unirsi alla Baviera per proteggere l’industria, “per esempio a cominciare dall’automotive”. Mai era stato così chiaro il disegno secessionista motivato dalla difesa dei padroni, degli imprenditori del Nord avanzato, quel Nord dove si sfruttano senza pietà i lavoratori e le lavoratrici delle industrie del lusso e della logistica, come dimostrano le inchieste sul Lavoro e gli Appalti del pubblico ministero milanese dott. Storari. Fontana vergogna! È evidente che la lezione del Referendum non è stata affatto compresa anzi, nel desiderio di schiacciare e delegittimare la grande vittoria del No, la Lega non solo rilancia con ancora più forza l’Autonomia differenziata, ma addirittura raddoppia, incitando ad ampliare ancor più il processo eversivo dell’Unità nazionale. Chiediamo a tutte le forze politiche, sindacali e associative che hanno tenacemente lottato per la difesa della Costituzione di reagire immediatamente con dichiarazioni, prese di posizione, interrogazioni parlamentari … in merito alle incredibili e razziste dichiarazioni del presidente della regione Lombardia Attilio Fontana e di chiederne le dimissioni. Tutti e tutte insieme dobbiamo impedire che l’Autonomia differenziata vada avanti e bloccare l’iter delle Intese. Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
COMUNICATO 24 marzo 2026 – Ha vinto la Costituzione
Una straordinaria partecipazione messa in campo, in uno slancio di orgoglio repubblicano, ha azzoppato una delle tre gambe sulle quali il Governo ha fondato il suo progetto di devastazione della Carta costituzionale. Questo ci rende felici e ci fa ben sperare. Fandonie e ricostruzioni capziose, Fedez, Garlasco, la famiglia nel bosco, stupratori e pedofili in libertà, occupazione degli spazi di comunicazione, non sono stati sufficienti per accreditare la prima “riforma epocale” del Governo: la riforma della Magistratura. Nei 7 anni della nostra esistenza e della perseveranza della nostra lotta i Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti hanno sottolineato come autonomia differenziata, premierato e contro-riforma della Magistratura siano stati i cardini di un patto scellerato tra le forze per cancellare gli istituti fondamentali della Costituzione. E invece cittadine e cittadini hanno deciso diversamente: stop al tentativo di sovvertire il principio dell’equilibrio dei poteri e dell’autonomia della Magistratura. I cittadini e le cittadine hanno rifiutato l’imposizione al Parlamento di un testo raffazzonato e pieno di sbavature, che avrebbe avviato l’operazione di scardinamento, avrebbe segnato un primo passo pericoloso e grave verso la sottomissione della Magistratura al potere Esecutivo, ridimensionando il ruolo del Presidente della Repubblica, depotenziando il CSM. Dopo i fallimenti delle bicamerali, quando i cittadini e le cittadine sono stati chiamati/e ad esprimere il voto sulle riforme costituzionali, nel 2006 e nel 2016, hanno detto NO e anche oggi nel 2026 i cittadini e le cittadine hanno detto la Costituzione non si tocca. Si è rafforzato, così, il legame profondo che lega il popolo italiano alla sua Carta fondamentale. Ripartiamo da questa consapevolezza; godiamoci qualche ora per rallegrarci della vittoria, ringraziando tutti e tutte coloro che – donne e uomini dei Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti, impegnati nel Comitato per il NO della società civile e nel No sociale – hanno fatto la propria parte per difendere la Costituzione repubblicana dall’ennesimo attacco concepito dal Palazzo; e poi impegniamoci ancora di più per affermare le nostre ragioni, bloccando il percorso dell’Autonomia Differenziata, che il Governo vuol far procedere nonostante la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale. Approfittiamo di questo importante momento – e delle inevitabili discussioni che scatenerà nella fragile coalizione che ha sostenuto il sì – per far ripartire le battaglie sui diritti universali, così come la Carta li esprime e li garantisce, e per pretendere l’effettivo ripudio della guerra, come previsto dall’art. 11. La vittoria del NO esprime una disponibilità e una volontà di mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici, delle giovani e dei giovani, contro la guerra, contro la rimozione dei diritti e delle conquiste, contro l’Autonomia differenziata. Una volontà che si era già espressa in autunno contro il genocidio a Gaza. I dirigenti delle grandi organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese hanno la responsabilità di raccogliere subito questa forza, di mobilitarla per portare nelle piazze il NO che si è espresso nel voto, per lo Stop immediato all’AD, per il rifiuto di qualunque coinvolgimento dell’Italia nella guerra, per il ritiro del progetto di contro- riforma della sanità e della scuola. Noi ci siamo: crediamo nell’unità e nella possibilità di individuare spazi di lotta comune. La vittoria del NO ha rivendicato la nostra storia, la nostra identità repubblicana: un mandato che ci è stato assegnato da quanti/e ci hanno liberato, a prezzo della propria vita, dal nazifascismo, consegnandoci – attraverso la Costituzione del ’48 – l’impegno a garantire “diritti inviolabili e doveri inderogabili” di tutte le persone. Una responsabilità che – insieme a chi non arretra davanti ai principi della Carta; che, al contrario, vede nella loro realizzazione l’obiettivo imprescindibile – occorre esercitare senza tentennamenti e con intransigenza. Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e Tavolo NO AD
Comunicato 5 marzo 2026 Comitato Emilia Romagna
Dopo la Regione Puglia anche la Regione Emilia-Romagna impugna la legge finanziaria che istituisce i LEP, voluti dal ministro Roberto Calderoli, con la Delibera del 2 marzo che propone avanti alla Consulta questione di legittimità costituzionale degli art.1 commi 706-711 e 3 Legge di bilancio 2025, riferendosi alla spesa e in particolare alla “missione 14: diritti sociali, politiche sociali, pari opportunità e disagio”. La Giunta regionale ha colto l’artificio contenuto nell’ultima legge di bilancio, compiendo l’unico atto consentito dall’ordinamento per opporsi: ricorso diretto alla Corte costituzionale. * L’art.1 viene ritenuto illegittimo in quanto istituisce il Livello essenziale di prestazione (Lep) in materia di assistenza all’autonomia e alla comunicazione personale per gli alunni e gli studenti con accertamento della condizione della disabilità in età evolutiva “senza una propedeutica istruttoria nonché senza intesa con le Regioni o, quantomeno, il parere delle stesse”; * l’ art.3 viene ritenuto illegittimo in quanto lo stanziamento per la “Missione 14” sia dimostrabilmente insufficiente e inadeguato. In sintesi, viene proposto ricorso al Giudice delle leggi a fronte di norme dal contenuto discriminatorio perché non supportate da norme di spesa che garantiscano uniformità dei diritti. Questa importantissima decisione coglie in pieno quanto da anni evidenziato dal Comitato E-R contro ogni autonomia differenziata e cioè il cortocircuito creato dalla legge Calderoli 86/2024 e dal ddl delega 1623/25 attualmente in discussione al Senato, riguardo ai Lep. Questi, per dettato costituzionale, vanno determinati e garantiti attraverso legge dello Stato; tuttavia con la legge di bilancio 2025, ne viene scaricato l’onere sostanzialmente sui bilanci regionali e comunali. Il Comitato ha più volte richiamato l’attenzione su questo snodo prodromico all’attuazione dell’autonomia differenziata (AD): senza previa determinazione dei LEP è incostituzionale qualunque trasferimento di funzioni dallo Stato alle Regioni, tantomeno di intere materie. Il Comitato E-R dà quindi atto che gli impegni formalmente presi dalla Regione con apposito emendamento alla legge di spesa approvato il 23/12/2025 comincino a trasformarsi in concreti passaggi istituzionali. Questa decisione della Regione, fa emergere con forza la contraddizione nella quale si muove il progetto governativo di addivenire al più presto alla concretizzazione dell’AD ex art. 116 c.3 Cost.: il progetto si scontra in modo irreparabile con la scarsità di risorse o, peggio, con la mancanza di volontà politica di colmare i divari tra territori e tra condizioni soggettive. La Regione respinge quindi la finzione che possa determinarsi trasferimento di competenze sulla base di “autodefiniti” LEP privi di copertura generale; respinge la scelta di riversare gli oneri su bilanci regionali e comunali, poiché tutto ciò va in contrasto con i principi costituzionali. Il Comitato auspica che anche altre Regioni mostrino altrettanta sensibilità istituzionale, proponendo analoghi ricorsi a garanzia dell’uniformità e dell’effettività dei diritti di tutti i cittadini e di tutte le cittadine. Bologna 05/03/2026 Comitato regionale Emilia-Romagna contro ogni autonomia differenziata, per l’Unità della Repubblica e l’Uguaglianza dei diritti.