Source - Per il ritiro di ogni autonomia differenziata

𝐈𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐦𝐚𝐫𝐭𝐞𝐝𝐢̀ 𝟐𝟐 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐛𝐫𝐞 𝟐𝟎𝟐𝟔 𝐨𝐫𝐞 𝟏𝟕.𝟑𝟎
𝐅𝐞𝐝𝐞𝐫𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐟𝐢𝐬𝐜𝐚𝐥𝐞: 𝐥𝐞𝐯𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐞𝐠𝐮𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐧𝐳𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐬𝐪𝐮𝐢𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚𝐥𝐢? ne parliamo con 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐄𝐬𝐩𝐨𝐬𝐢𝐭𝐨 – 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐞 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨 𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐢 – 𝐩𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫𝐞 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐜𝐢𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐅𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐞 introduce 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐧𝐚 𝐁𝐨𝐬𝐜𝐚𝐢𝐧𝐨 – 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐚𝐯𝐨𝐥𝐨 𝐍𝐨 𝐀𝐃 conclude 𝐅𝐫𝐚𝐧𝐜𝐨 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨 – 𝐂𝐨𝐦𝐢𝐭𝐚𝐭𝐢 𝐍𝐨 𝐀𝐃 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐲𝐨𝐮𝐭𝐮𝐛𝐞 𝐥𝐢𝐯𝐞 https://www.youtube.com/@NoadogniAD/streams per informazioni: noaogniad@gmail.com
Settembre molto caldo per il Governo e le 4 Regioni che intendono confermare gli Schemi di intesa preliminare
Settembre molto caldo per il Governo e le 4 Regioni che intendono confermare gli Schemi di intesa preliminare. Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto chiedono l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia nelle materie protezione civile, professioni, previdenza complementare e integrativa, tutela della salute – coordinamento della finanza pubblica. Il ministro Calderoli preme per arrivare all’approvazione, preferibilmente entro il 20 settembre (domenica 20 torna il grande raduno di Pontida). Il Calendario è già pronto: Lombardia e Veneto in prima linea, Liguria a ruota, il Piemonte in affanno. In Veneto: 1, 2, 3 settembre approvazione dopo l’adozione della legge regionale sul fine vita; in Liguria: primo settembre in Commissione, entro l’8 le audizioni, il 9 settembre discussione e voto in Consiglio Regionale; in Lombardia: il 26 agosto le Commissioni congiunte, mercoledì 2 settembre l’adozione della Risoluzione di maggioranza, il 10 l’esame in Consiglio Regionale e l’approvazione; in Piemonte: 3 settembre esame in Commissione degli Schemi e conclusione dell’iter entro fine mese. La Lombardia nega le audizioni e vuole passare subito all’approvazione, d’altra parte Pontida incalza. Il 2 settembre, alle 14.00, è in discussione anche la Petizione lombarda presentata il 16 dicembre 25. Quest’ultima collocata al secondo punto dell’o.d.g. e, quindi, indebolita ancora di più nel dibattito e nell’iter. Con le mobilitazioni, si parte il 3 settembre a Torino – con un Presidio/Conferenza stampa, alle 14.00 (Palazzo del Consiglio Regionale – Via Alfieri 15, Torino – Palazzo Lascaris). Inaccettabile, dicono i promotori , che si violi la sentenza della Corte Costituzionale del dicembre 2024. Con tutte le urgenze gravi per il Paese si fa un altro passo verso l’aumento delle diseguaglianze, le privatizzazioni, la distruzione dei contratti nazionali, i clientelismi. Il 10 settembre a Milano – Presidio (Grattacielo Pirelli – Piazza Duca d’Aosta 3, orario in aggiornamento), si invita chi due anni fa ha firmato contro l’Autonomia differenziata, e in Lombardia la campagna per il referendum contro l’autonomia differenziata (Legge Calderoli, n. 86/2024) si era conclusa registrando una partecipazione straordinaria che ha collocato la regione tra le prime tre a livello nazionale per numero di sottoscrizioni. Ci aspettiamo che si rompa il silenzio sulle trattative in corso, chiediamo alle opposizioni, agli Enti Locali, ai Sindaci e alle Sindache, ai media di fare la loro parte. I Comitati, i Coordinamenti e le Associazioni che si sono impegnati/e a partire dal 2019, continuano e continueranno ad opporsi alla disgregazione dell’unità della Repubblica, all’aumento delle diseguaglianze e alla progressiva affermazione della ‘secessione dei ricchi’. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità dellaRepubblica e Tavolo No AD
Sostegno alla petizione del comitato calabrese per bloccare le pre-intese sulla autonomia differenziata
I Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti e il Tavolo NOAD plaudono all’iniziativa del comitato calabrese NOAD che, insieme al comitato Difendiamo la Costituzione di Lamezia Terme, ha promosso una petizione online (che preghiamo caldamente di sottoscrivere) per bloccare il processo di ratifica definitiva delle Intese preliminari tra il governo nazionale e le Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune materie pretestuosamente (alla luce della sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale) definite “non Lep”: previdenza complementare e integrativa, professioni, protezione civile, sanità. La petizione si rivolge poi al presidente Occhiuto e al Consiglio regionale calabrese, affinché ricorrano alla Corte Costituzionale contro le Intese preliminari stesse; ciò che, come già annunciato, faranno le Regioni Puglia e Campania; con l’auspicio che ad esse, oltre la Calabria, si associno le altre Regioni guidate dall’attuale opposizione parlamentare. La petizione – che si inserisce in continuità con le analoghe petizioni presentate lo scorso inverno in Lombardia, Lazio, Piemonte e Campania – appare particolarmente significativa, non solo perché coinvolge una Regione a guida centro-destra; ma anche perché il presidente Occhiuto, nel corso del lungo e tortuoso cammino per la realizzazione del progetto eversivo di rottura dell’unità della Repubblica attraverso l’autonomia differenziata, è parso caratterizzarsi per un profilo differente rispetto ai propri colleghi presidenti di Regione dello stesso schieramento politico. Ricordiamo, ad esempio, il suo plauso in occasione della sentenza 192/2024 della Consulta, che – tra le altre cose, come lo stesso Occhiuto aveva in precedenza ribadito in varie occasioni precedenti – vincolava l’autonomia differenziata alla definizione e garanzia dei Lep; che – come sappiamo – sono provvedimenti ben lungi dal verificarsi. Le evidenze espresse in corso di audizione da organismi quali l’Ufficio Parlamentare di Bilancio – nonché la semplice osservazione della realtà e delle condizioni di vita – ribadiscono quello che da sempre i Comitati affermano: esiste un divario presumibilmente incolmabile – al netto di investimenti letteralmente straordinari, difficili da preventivare – tra garanzia dei diritti sociali in Calabria e nel Meridione rispetto alle Regioni del Nord, e nelle stesse Regioni del Nord tra territori urbanizzati e zone interne, tra periferie urbane e le zone gentrificate delle metropoli. Le disuguaglianze sociali in tutto il Paese si aggraveranno a causa dell’autonomia differenziata, che mira a rafforzare economicamente e socialmente le cosiddette ‘locomotive italiane’, cioè gli imprenditori delle Regioni del Nord, a scapito dei lavoratori e dei ceti meno abbienti. L’autonomia differenziata mira alla secessione dei ricchi, concentrati nel Nord del Paese. Per questo la petizione ha un respiro nazionale: perché chiama cittadini/e a dire no alle disuguaglianze sociali e ai divari territoriali; dicendo no all’autonomia differenziata, che renderà più ricchi i ricchi e darà più potere ai potenti. E’ necessario, come la petizione fa, far sentire la propria voce, mobilitare l’opinione pubblica per difendere l’unità della Repubblica, che è garanzia affinché chiunque – ovunque risieda e dovunque sia nato – goda degli stessi diritti civili, politici e sociali. Due anni fa di questi tempi eravamo concentrati sulla raccolta di firme per il referendum per abrogare la legge 86/24 (la cosiddetta Calderoli). In quell’occasione, come in tante altre (non ultimo il referendum sulla magistratura) il Sud ha fatto sentire la propria voce, apportando un contributo fondamentale a quella raccolta (per un referendum che purtroppo non è stato celebrato) e per la vittoria del No su quella sulla magistratura. I Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata e il Tavolo NOAD sono convinti che un eventuale consenso da parte delle regioni del Sud sull’Autonomia Differenziata non rappresenterebbe un plauso popolare, ma sarebbe il frutto di decisioni prese altrove. La petizione ha il merito indiscusso di chiedere al popolo calabrese innanzitutto un’esplicitazione chiara del proprio dissenso. E come tale va sostenuta e condivisa. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Comunicato stampa 3 agosto 2026: un colpo di mano in pieno luglio
Il fatto che il Governo in pieno luglio abbia – con un vero e proprio colpo di mano, prima al Senato e poi alla Camera – approvato le Risoluzioni per consegnare la potestà legislativa a Veneto, Liguria, Lombardia e Piemonte su professioni, previdenza complementare, protezione civile e sanità, non ha generato alcuna reazione particolare da parte dei sindaci dei capoluoghi di quelle regioni; per lo più comuni grandi o molto grandi, in 3 casi su 4 governati da partiti dell’opposizione parlamentare. Un silenzio misterioso, considerate le circostanze; tacciono coloro che dall’autonomia differenziata non possono che vedere modificate le proprie prerogative e i propri poteri. In peggio. Evidentemente i sindaci di Milano, Genova e Torino o stanno sottovalutando o ignorano i danni che il raggiungimento dell’autonomia differenziata da parte delle regioni di cui sono capoluogo provocherebbe loro. Avremo modo di parlarne, si tratterebbe di danni non da poco. Di tutt’altro segno la reazione dei primi e delle prime cittadini/e pugliesi che, con un appello ben calibrato, promosso dal sindaco di Bari, Vito Leccese, sottolinea da una parte il fatto che le mosse del Governo contraddicano clamorosamente la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale; dall’altra come l’approvazione delle Risoluzioni rappresenti un passo verso la disgregazione dell’unità della Repubblica e dunque dell’esigibilità di diritti uguali per tutti e tutte, ovunque risiedano. “Ci preoccupa il modo in cui questa maggioranza di Governo vuole attuare l’autonomia differenziata. Infatti, procedere senza prima determinare e finanziare i LEP e senza istituire il fondo perequativo previsto dall’articolo 119, terzo comma, della Costituzione significa esporre il Paese a un rischio concreto: nuove disuguaglianze territoriali, in contrasto con gli articoli 2 e 3 della Costituzione. A pagarne il prezzo più alto sarebbero i territori con minore capacità fiscale per abitante, dalle aree interne e montane a molte realtà del Mezzogiorno e con essi i Comuni che vi operano. Il luogo di nascita o di residenza non può decidere l’accesso alla salute, all’istruzione, ai servizi sociali, alla protezione civile, alle infrastrutture, al lavoro. L’autonomia differenziata non deve diventare l’occasione per mettere i territori gli uni contro gli altri”. Proprio per questi motivi i sindaci e le sindache pugliesi – l’appello ha già raccolto oltre 260 firme, allargandosi anche ad amministratori di altre regioni del Sud come Basilicata e Campania – plaudono all’iniziativa del presidente della Regione Puglia, che ha annunciato il ricorso presso la Consulta contro le preintese delle 4 regioni del Nord, seguito dal presidente della Campania, Roberto Fico. A loro volta, i Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata, l’unità della Repubblica, l’uguaglianza dei diritti sostengono l’iniziativa dei sindaci e delle sindache del Sud, così come quella dei due presidenti di Regione, cui auspicano si aggiungano presto le altre regioni governate da forze di opposizione nazionale, in primis l’Emilia-Romagna. La presa di posizione dei primi cittadini e delle prime cittadine e di amministratori e amministratrici di comuni pugliesi si inserisce a pieno titolo nel ripudio della “secessione dei ricchi”, ma anche nella chiara consapevolezza che il Sud possa giocare un ruolo molto significativo nella spregiudicata partita che il Governo sta portando avanti, incurante non solo della sentenza 192/24, ma anche e soprattutto della sorte di territori che certamente – nonostante le rassicurazioni del ministro Calderoli – registrerebbero uno svantaggio incolmabile, se il processo andasse avanti. Siamo convinte e convinti che tanti amministratori e amministratrici (e non solo quelli aderenti ai partiti dell’attuale opposizione parlamentare) del nostro Meridione siano perfettamente consapevoli che il processo eversivo dell’autonomia differenziata andrà a penalizzare territori le cui disuguaglianze sociali e squilibri territoriali subiranno un ulteriore aggravamento. I sottoscrittori e le sottoscrittrici chiedono “l’immediata sospensione del procedimento relativo agli schemi di intesa preliminare” fino al completamento di una complessiva rivalutazione costituzionale, finanziaria e amministrativa; richiesta che da tempo i Comitati e il Tavolo NOAD stanno esprimendo. Un appello che il governo non dovrebbe sottovalutare, anche considerando l’avvicinarsi delle elezioni politiche. Sarà interessante capire se sul piatto della bilancia peserà più lo scambio scellerato tra legge elettorale e autonomia differenziata; o la paura di perdere consenso in un Sud che – già nel referendum di marzo sulla riforma della magistratura – ha riservato alle destre al governo una brutta e imprevista sorpresa. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
22 luglio 2026 – Ci siamo stati, nonostante tutto, e ci saremo
Ci siamo stati, nonostante tutto. Ci siamo stati, nonostante le mille furbizie ed i colpi di mano che un governo, incurante della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale e – ancor di più – della vita dei e delle cittadini/e di questo Paese, ha inferto alla Repubblica. Un tempo c’era il “prima gli italiani”; ora la parola d’ordine della destra è prima i veneti, i liguri, i piemontesi e i lombardi (ricchi). Dopo – come sempre – i fanalini di coda del (loro) interesse, nonostante i proclami: i meridionali e le classi popolari. Con una visione proprietaria del Paese e delle istituzioni e pur di mantenere parallelamente in piedi il percorso della legge elettorale e dell’approvazione delle Intese preliminari stipulate tra Veneto, Liguria, Lombardia e Piemonte e Governo, in tempi contingentatissimi e bloccando – con un uso spregiudicato dei regolamenti parlamentari – qualsiasi reazione dell’opposizione, sono state approvate anche alla Camera le Risoluzioni per consegnare alla potestà legislativa di quelle Regioni professioni, previdenza complementare, protezione civile e sanità. Ci siamo stati a Roma e a Milano (dove si è manifestato sotto il Palazzo della Regione), nonostante le temperature infernali; ci siamo stati, nonostante la data – il 21 luglio – equivalga a vacanze. Il presidio che si è tenuto a Roma tra piazza Capranica e piazza Montecitorio ha avuto il significato di questa resistenza, che dura da 8 anni: un no alla prevaricazione, alla violenza istituzionale, all’indifferenza nei confronti non solo della sentenza della Corte Costituzionale, ma – al tempo stesso – degli innumerevoli pronunciamenti – tra cui Ufficio Parlamentare di Bilancio, Banca di Italia, CGIL, Gimbe, Svimez e molti altri qualificatissimi esperti, costituzionalisti ed economisti, oltre, naturalmente, a noi dei Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata – che hanno dimostrato – dati, calcoli, ragionamenti, leggi alla mano – che l’approvazione delle Intese preliminari porterà ad un peggioramento delle condizioni dei più, alla perdita dell’uguaglianza dei diritti e alla distruzione dell’unità della Repubblica: la “secessione dei ricchi”, come l’ha chiamata nel 2018, all’inizio di questa storia – triste e scandalosa – Gianfranco Viesti. Loro, le destre al governo, non hanno necessità di dimostrare niente, usano il potere per randellare la Costituzione come fa il ministro Calderoli che in Aula, il 20 luglio si è spinto a giustificare il suo secessionismo puro, sciorinando tutto il repertorio, dalla questione settentrionale al residuo fiscale, dal Titolo V voluto dalle ‘sinistre’ ai paragoni sprezzanti tra il Veneto e la Campania. Per chi si candida a governare il Paese nella prossima legislatura, il nostro auspicio e la nostra nell’opposizione. Il presidio di Roma è stato attraversato dagli interventi di parlamentari del M5S, PD e AVS: davanti ad una situazione così drammatica, è necessario dialogare tra piazza e istituzioni. Proprio per questo, i Comitati plaudono alle dichiarazioni dei presidenti delle Regioni Puglia e Campania, che hanno annunciato il ricorso alla Consulta; invitano – fiduciosi nel presidente De Pascale, con cui già da tempo dialogano fruttuosamente – il presidente stesso e la Regione Emilia-Romagna ad unirsi ad esse, così come le altre Regioni governate da Pd e M5S. Alla prepotenza, all’aggressività, all’arbitrio si può rispondere con un’unica voce, convergente nei principi della Carta Costituzionale. Dei quali la maggioranza, in questa come in altre occasioni, sta facendo carta straccia. Ma noi ci siamo stati e ci saremo. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD Milano chiama Roma: interviste dai presidi – 21 luglio 2026
Comunicato Stampa 18 luglio 2026 – Tutti in piazza Montecitorio, martedì 21 luglio ore 16,30
Un governo autoritario, in cui vige la logica dello scambio e del ricatto reciproco, sta producendo l’ennesima forzatura; incurante non solo, come diciamo da più di un anno, della sentenza 192/24 della Corte Costituzionale; ma di tutta una letterale valanga di critiche che gli sono cadute addosso a proposito dell’approvazione delle intese per 4 regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto) su 3 materie non Lep – protezione civile, professioni, previdenza complementare – e una, la sanità, che richiede la definizione dei livelli essenziali di prestazione (LEP) fatti coincidere arbitrariamente con I livelli essenziali di assistenza (LEA), che come è ben noto aggravano le disparità territoriali. L’Aula di Palazzo Madama ha mosso un passo importante nella realizzazione del progetto eversivo dell’unità della Repubblica e dell’uguaglianza dei diritti nella giornata di giovedì 16 luglio, approvando le relative Risoluzioni e sostanzialmente impedendo qualsiasi mossa delle opposizioni, che avevano preparato ben 800 ordini del giorno e presentato comuni Risoluzioni chiedendo il ritiro delle Intese preliminari. Ora tocca alla Camera. È ancora una volta il momento di scendere in piazza: martedì 21 luglio le Risoluzioni di maggioranza approderanno in Aula e verranno votate. I Comitati per il Ritiro di ogni Autonomia Differenziata indicono un presidio – dalle ore 16,30 alle ore 20,30 – in piazza Montecitorio, cui aderiscono – tra gli altri – la Cgil Roma e Lazio, Cobas, Usb, e a cui prenderanno parte i/le deputate/i delle opposizioni. Chi abbia pensato che l’autonomia fosse diventata un problema superato e risolto ha sbagliato; chi ha raccolto le firme per un referendum che la Consulta ha bocciato, sulla base degli interventi demolitori che la Corte aveva operato sulla legge 86/24 come chi ha firmato per quella raccolta, tutti devono sapere che l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti stanno subendo un pesantissimo attacco, merce di scambio di un governo spregiudicato che vuole introdurre surrettiziamente il premierato assoluto con la nuova legge elettorale e legittimare le disuguaglianze sociali e le disparità territoriali con l’autonomia differenziata. Plaudiamo alla condotta delle opposizioni in Senato, che hanno messo in campo un tentativo di resistenza neutralizzato dalla prevaricazione di un uso spregiudicato dei margini concessi dal regolamento; così come plaudiamo alle dichiarazioni del presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro, rivolte alle forze politiche del Consiglio Regionale: “La vera minaccia è nel futuro, e ha un nome preciso: autonomia differenziata. Stiamo correndo verso un baratro con lo sguardo rivolto all’indietro, litigando su chi guida mentre l’automobile sta per andare a sbattere. Se le preintese (accordi tra Stato e Regioni) verranno approvate così come sono scritte, sarà la fine della sanità pubblica per come la conosciamo, soprattutto nei territori più fragili. Il Mezzogiorno per primo. Non è autonomia, è secessione a rate: perché non sposta soltanto competenze, sposta risorse di mobilità passiva e professionisti, dal Sud verso il Nord, un’emorragia silenziosa che svuoterà i nostri ospedali proprio mentre lottiamo per accorciare le liste d’attesa. Rischiamo di trasformare il Sud in terra da cui i medici partono, non in terra dove i pazienti guariscono. Un disastro di questa portata si ferma solo con un fronte meridionale unito, che parli con una voce sola: tutta la classe politica del Mezzogiorno, senza distinzione di schieramento, risponderà domani di questo passaggio se lascerà travolgere la sanità del Sud. Non è una battaglia di parte, è una battaglia di sopravvivenza. Per questo mi rivolgo a tutte le forze civili e politiche pugliesi: fermiamo insieme questo disegno, prima che diventi irreversibile». E’ necessario mobilitarsi e moltiplicare le azioni a ogni livello, territoriale e nazionale, e in ogni ambito, sociale, politico e istituzionale, affinché questo progetto distruttivo dell’unità della Repubblica non vada in porto. Tutti in piazza Montecitorio, martedì 21 ore 16,30. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Comunicato Stampa 16 luglio 2026 – Intese preliminari sull’autonomia differenziata
Oggi il Senato ha approvato le Risoluzioni della maggioranza di destra che consente al Governo Meloni-Calderoli di proseguire l’iter della devoluzione delle competenze legislative alle Regioni Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria della materie relative alla protezione civile, professioni, previdenza complementare integrativa e sanità, in spregio alla sentenza della Corte costituzionale 192/2024. La Corte costituzionale aveva esplicitamente negato la possibilità di devolvere ‘materie’ e posto come condizione necessaria la determinazione di singole funzioni, motivate in virtù delle differenti esigenze territoriali. Le Intese preliminari sono una fotocopia una dell’altra: possibile che le quattro Regioni, così diverse per popolazione, strutture produttive, conformazione territoriale abbiano istanze di devoluzione delle stesse materie? Dov’è la differenziazione che è richiesta addirittura dall’articolo 116 terzo comma, e richiamata dalla sentenza 192/2024 della Corte costituzionale? Inoltre, la sentenza 192/2024 aveva evocato la questione del ruolo del Parlamento nella determinazione delle Intese sottolineando la necessità che esso avesse un ruolo centrale, dato che ad essere devolute sono le sue competenze legislative. Infine, la Corte costituzionale aveva richiamato con forza la questione delle risorse finanziarie, infatti la devoluzione di materie comporta alterazioni delle ‘poste’ di bilancio causando squilibri tra le diverse Regioni. Nessuna di queste disposizioni della sentenza 192/2024 della Corte costituzionale è stata rispettata. È necessario richiamare anche che l’Ufficio Parlamentare del Bilancio, la Banca d’Italia e perfino la Ragioneria Generale dello Stato, nel corso delle audizioni, hanno fortemente criticato le Intese preliminari; dunque non solo il mondo accademico o esponenti della SVIMEZ o di GIMBE oppure Marco Esposito e Gianfranco Viesti hanno fatto rilevare la gravità della devoluzione di queste materie, perché foriera di nuovi squilibri e di aggravamento dei divari territoriali tra Nord e Sud. La devoluzione di materie come le professioni, o la previdenza complementare accentueranno le differenze tra territori e addirittura tra lavoratori degli stessi settori produttivi, infatti ci saranno Regioni che potranno, avendo più risorse, ampliare l’offerta formativa o incentivare la previdenza integrativa, che già grave di per sé, ora vedrà differenze tra i lavoratori perché alcuni godranno di incentivi e altri no, pur avendo lo stesso contratto di lavoro. Gravissima è poi l’equiparazione tra Livelli di assistenza sanitaria (LEA) e Livelli essenziali di prestazione (LEP), che consente fin d’ora di devolvere le competenze legislative in materia dei servizi sanitari, perché emerge dagli stessi Rapporti e Relazioni ufficiali – dalla Corte dei Conti ai documenti finanziari dello stesso Governo – che i LEA non hanno fin qui garantito la fruizione in maniera ugualitaria dei servizi sanitari sull’intero territorio nazionale. Basta richiamare la mobilità sanitaria, la spesa sanitaria privata o le liste d’attesa: i LEA non sono i LEP, non garantiscono il diritto alla salute di tutti/e, sono decisi da organismi burocratici, mentre né il Parlamento né le istituzioni territoriali né le associazioni professionali o di ricerca come GIMBE hanno mai avuto la possibilità di far ascoltare la loro voce nella definizione dei livelli necessari dei servizi sanitari. Il Parlamento, secondo le procedure della legge Calderoli, 86/2024, è ridotto al ruolo di ‘passacarte’ e per questo la legge è criticata dalla Corte costituzionale, che, implicitamente, aveva sollecitato una revisione delle procedure per renderlo centrale nell’iter delle Intese. Il voto odierno sulle Risoluzioni delle Intese preliminare dimostra l’assoluto disprezzo del Parlamento, basta infatti pensare che alle opposizioni sono state concesse solo poche ore per presentare le loro Risoluzioni e che in Aula la discussione e il voto si sono svolte in 24 ore, e si sta parlando di atti che modificheranno la forma dello Stato, passando da un regionalismo cooperativo come prescritto dall’articolo 5 a un regionalismo competitivo, come vogliono le forze della destra in modo da giungere alla ‘secessione dei ricchi’. E la Camera è convocata lunedì 20 luglio per approvare a sua volta le Risoluzioni nel giro, anche in questa sede, di 24 ore: è evidente il disegno di impedire la mobilitazione dell’opinione pubblica e dei movimenti territoriali. Le opposizioni parlamentari hanno svolto con determinazione la loro battaglia chiedendo il ritiro delle Intese preliminari e hanno ben argomentato le loro critiche per denunciare che le Intese sull’Autonomia differenziata romperanno l’unità della Repubblica, che garantisce la fruizione dei diritti fondamentali, sociali e civili, ovunque si risieda, senza discriminazioni territoriali né differenziazioni tra nativi e non. Lo scambio scellerato tra i partiti di destra, tra la presidente Meloni e il vicepresidente e segretario della Lega Salvini, tra Legge elettorale e Autonomia differenziata va avanti, nonostante la bocciatura dell’emendamento sulle preferenze: il potere è un collante forte ed è quello che tiene insieme la maggioranza di governo di destra. I Comitati contro ogni autonomia differenziata e il Tavolo no Ad denunciano questo assalto alla Repubblica e continueranno le loro mobilitazioni per contrastare questo scellerato disegno di rottura dell’unità della Repubblica e impedire la secessione di ricchi. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
Comunicato Stampa 14 luglio 2026 – Legge elettorale e Autonomia differenziata vengono discusse in pienaestate per evitare iniziative pubbliche di contrasto e denuncia
Per portare a compimento il patto tra componenti  del Governo – che prevede la definizione in tempi brevi della legge elettorale merce di scambio con la realizzazione della prima fase dell’Autonomia differenziata – si assiste in queste ore ad una drammatica, antidemocratica e altrimenti ingiustificata accelerazione delle Risoluzioni che consentono al Governo di giungere alle Intese. È accaduto che ieri – in data 13 luglio 2026 alle ore 17,50 – si sia riunita la prima  Commissione permanente Affari Costituzionali, in cui è stata indicata una tempistica letteralmente dall’oggi al domani per l’iter  delle Intese. Il presidente Andrea De Priamo, dopo aver ricordato che con l’audizione dei ministri Musumeci e Schillaci si intende concluso il ciclo delle audizioni, sottolinea che i relatori presenteranno il 14 luglio le quattro proposte (identiche) di risoluzione, una per ciascuna delle 4 Regioni (Liguria, Piemonte, Lombardia e Veneto), presentazione che sarà immediatamente seguita a partire da mercoledì 15 luglio, dalla discussione in Assemblea degli Atti di indirizzo. Di fronte a questo, il senatore Andrea Giorgis (PD-IDP), nel preannunciare l’intendimento del suo Gruppo di presentare proposte di risoluzione alternative a quelle dei relatori, ha chiesto di poter disporre di un termine di almeno ventiquattro ore: “manifestando forte perplessità per il mancato coinvolgimento delle Commissioni di settore su tematiche di estrema rilevanza, quali la protezione civile e la sanità, chiede che – analogamente a quanto previsto presso l’altro ramo del Parlamento – sugli schemi di intesa preliminare venga acquisito quanto meno il parere della 5ª Commissione.”   Il Presidente ha rigettato questa ultima richiesta, ribadendo che la scadenza resta nei tempi brevissimi, addirittura inferiori alle 24 ore (essendo fissata per la data odierna di  martedì 14 luglio alle ore 14,00). Tutto ciò per rispettare le scadenze ravvicinate del 14 e del 15 luglio. Non è un caso che Legge elettorale e Autonomia differenziata vengano discusse in piena estate per evitare iniziative pubbliche di contrasto e denuncia. I Comitati e il Tavolo No Autonomia differenziata denunciano con forza e sdegno il ritmo incalzante di questa procedura, autoritario e privato di qualsiasi confronto e discussione e continueranno la loro azione di denuncia e mobilitazione contro la secessione dei ricchi. Chiediamo ai parlamentari delle forze di opposizione, quando il governo presenterà il Disegno di legge per l’approvazione delle Intese, di proporre una pioggia di emendamenti, per fermare l’iter di approvazione delle intese, e di denunciare con ogni mezzo a disposizione, anche fuori dalle aule istituzionali, gli intenti separatisti e le loro ricadute; perché istituzioni e piazza in questa fase devono procedere coese e convergenti; ai Consiglieri di opposizione delle Regioni che hannoavviato le Intese di usare tutti i mezzi istituzionali per bloccarne l’iter, quando arriveranno nei Consigli; a sindacati e associazioni di mobilitare i propri iscritti e iscritte, insistendo sulla trasversale pericolosità dell’AD, che nega il diritto a un lavoro equamente retribuito e parimenti sicuro, e il diritto a potersi avvalere di una legislazione uniforme in caso di contenzioso; a tutte le forze che si candideranno alle elezioni del 2027 che nel programma sia inserita la cancellazione del c. 3 dell’art. 116, unico atto che impedirebbe in futuro di accedere a forme di autonomia differenziata.    Infine, chiediamo di prolungare quanto più possibile la discussione e il voto sulle Risoluzioni così da rendere pubblicamente evidente le forzature del ministro Calderoli, che sordo perfino ai rilievi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio e della Ragioneria Generale dello Stato vuole giungere alle Intese prima delle elezioni del 2027. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD
“La nostra lotta, Le nostre lotte” – Assemblea nazionale dei Comitati e del Tavolo NO Autonomia Differenziata
𝐐𝐮𝐢 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐭𝐞 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐢 𝐬𝐢𝐧𝐠𝐨𝐥𝐢 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢. Il ministro Roberto Calderoli non si ferma, il 13 luglio si passa alla discussione in plenaria. La Lega vuole ottenere il risultato entro la legislatura. Abbiamo bisogno della collaborazione di tutte e di tutti!
RESOCONTO E CONCLUSIONI DELL’ASSEMBLEA DI NAPOLI DEI COMITATIPER IL RITIRO DI OGNI AUTONOMIA DIFFERENZIATA, L’UNITA’ DELLAREPUBBLICA, L’UGUAGLIANZA DEI DIRITTI E DEL TAVOLO NOAD
QUI la registrazione dell’evento Arrivati da 20 province di tutta Italia, a titolo individuale o in rappresentanza di 33 tra associazioni, partiti, sindacati, più di 100 partecipanti si sono riuniti, sabato 6 giugno 2026, al Maschio Angioino di Napoli, per partecipare all’Assemblea nazionale del Tavolo NO-AD e dei Comitati per il ritiro di ogni Autonomia differenziata, l’unità della Repubblica e l’uguaglianza dei diritti. Dal luglio 2019, anno della nascita dei comitati, essi continuano a lavorare sulla formazione, informazione, mobilitazione rispetto al progetto eversivo dei vari governi da allora succedutisi: l’autonomia differenziata; o – come è meglio conosciuta – la “secessione dei ricchi” o Spacca Italia. Una risposta eloquente a quanti, pochi giorni prima, mentre celebravano liturgicamente la Repubblica, hanno continuato e continueranno a picconarne l’esistenza, minandone le fondamenta: i principi di uguaglianza, solidarietà, autonomia prevista dall’art. 5, attraverso l’azione concentrica delle Intese preliminari di Veneto, Piemonte, Lombardia e Liguria su 4 materie e dell’AS 1623, la legge Calderoli, per la determinazione dei LEP. Le Intese preliminari individuano, qualora venissero ratificate definitivamente, il primo passo concreto – dopo la Riforma del Titolo V, nel 2001, e le sue conseguenze – verso lo smembramento della Repubblica. Per fare questo, il ministro Calderoli e il governo non esitano a forzare, disattendere, violare la sentenza 192/24 della Corte Costituzionale. L’assemblea napoletana ha saputo elaborare un programma di interventi e strategie all’altezza della minaccia di dissoluzione incombente sul Paese e sulla sua Carta costituzionale. I lavori sono stati preceduti da due interventi. Il primo di Dianella Pez (a nome dei Comitati), nell’ideale comunanza di aspirazioni con la contemporanea manifestazione di Aviano (FVG), intitolata “Contro le guerre, il riarmo, le testate nucleari”. Il secondo di Carmen D’Anzi, Garante dei diritti delle persone detenute della Provincia di Potenza, che ha invitato, dati alla mano, a riflettere sui troppi ostacoli al diritto alla salute e alla cura dei carcerati. La volontà di stare insieme su uno scopo – quello di fermare la de-forma eversiva – ha messo in campo prospettive plurali che hanno ampliato la strumentazione analitica e operativa dei Comitati e, dunque, della lotta dal basso. Le preoccupanti dinamiche demografiche, riflesso e al contempo supporto delle istanze autonomistiche, che condannano il Sud e il paese a una desertificazione programmata; la crisi produttiva e del welfare, di un Nord che millanta efficienza mentre si alimentano la speculazione edilizia e lo sfruttamento sfrenato dei rider, degli operai dell’edilizia, della filiera del lusso; il collasso ecologico, accelerato dalle miopi politiche estrattivistiche; la funzionalità dell’autonomia differenziata alla militarizzazione dei territori e all’accentramento dei poteri nelle mani di un ceto affaristico senza scrupoli; la prova che autonomia non è sinonimo di “prossimità” ai bisogni dei cittadini, ma deriva di potere e lottizzazione del territorio; l’illogicità di alcune richieste, come quella relativa alla protezione civile; la consapevolezza che la divergenza territoriale è l’altra faccia del capitalismo concentrazionario; la disambiguazione di proclami e documentazioni esibite dal Governo come risposta attendibile alle condizioni poste dalla Corte costituzionale nella sentenza 192, come è il caso delle relazioni che ciascuna regione ha allegato alla propria Intesa preliminare- fotocopia, di cui in audizione il ministro Calderoli ha millantato la peculiarità, smentita dai fatti; la necessità che i bisogni delle cittadine e dei cittadini vengano sondati direttamente sui territori e non individuati dalle tecno-burocrazie. Questo e molto altro hanno chiaramente dimostrato le relazioni di Massimo Villone, Marco Esposito, Emiliano Brancaccio, Pietro Spirito. D’altra parte, la relazione di Antonio Mazzeo e altri interventi hanno evidenziato come la scelta del riarmo, a livello nazionale e di Unione Europea, porti a una militarizzazione del sistema economico e dell’intera società. Dal Ponte di Messina, alle grandi vie di trasporto e della distribuzione dell’energia, alle tecnologie dual use, alle misure securitarie: tutto converge verso la militarizzazione, per la quale è necessario un riassetto complessivo delle istituzioni con la differenziazione dei territori, accentrando i poteri nei Presidenti di regioni, legittimando il loro ruolo di ‘governatori’. Antonella Bundu ha poi insistito sulla necessità di una reale connessione delle lotte del Nord con quelle del Sud, espressioni delle esigenze popolari di pace, di uguaglianza dei diritti, di difesa delle libertà civili, di superamento delle disuguaglianze sociali e dei divari territoriali. A metà dei lavori è stato letto un saluto del presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ed è stato proiettato un gradito, importante messaggio del presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, che, fra l’altro, ha già fatto ricorso alla Consulta contro alcune norme discriminatorie della legge di Bilancio. Il pomeriggio – attraverso gli interventi di associazioni, sindacati, partiti – ha reso ancora più concreto il grido di allarme emerso dall’assemblea: è necessario smascherare l’operazione che il governo sta portando avanti in maniera silente, anche con la complicità dei media main stream; cui si aggiunge il percorso della revisione costituzionale dell’art. 114, con la potestà legislativa concorrente che Roma Capitale acquisirà, aprendo il varco ad analoghe iniziative già in procinto di coinvolgere Milano e Venezia. Alla frantumazione, a quanto pare, non c’è mai fine. Nessun passo può essere accettato né sottovalutato. È stata infine disvelata la menzogna del decentramento felice e della retorica del maggiore “merito” del Settentrione. Tutti gli strumenti – parlamentari, giuridici, di mobilitazione – devono essere messi in campo nelle prossime settimane, per fermare ancora una volta il progetto eversivo del governo. Sette anni di lotte ci dicono chiaramente che “è valsa la pena” svolgere il lavoro che Comitati e Tavolo hanno fatto: più che mai, vale la pena rilanciarlo per impedire che la Repubblica democratica sia stravolta in una serie di piccoli Stati autoritari gestiti da “Governatori”, che rispondono agli interessi di classe degli imprenditori del Nord. Non è il popolo del Nord, non sono i cittadini settentrionali a spingere per l’autonomia differenziata; è la classe imprenditoriale, in particolare quella industriale e dei servizi high- tech, a insistere per dar vita a istituzioni regionali con poteri legislativi e amministrativi differenziati, che rispondano direttamente alle loro esigenze produttive. Tutto ciò costituisce il fondamento di classe e antipopolare dell’autonomia differenziata; che evidentemente risponde agli interessi economici di un ceto, quello degli industriali. A Napoli si è discussa la questione meridionale, che rimane irrisolta, come argomentato da Maria Teresa Capozza e Loretta Mussi in un documento predisposto, per conto dell’Esecutivo dei Comitati. Le industrie del Nord – oltre ad aver sempre goduto di sovvenzioni finanziarie, incentivi economici e sgravi fiscali pubblici – hanno, prima, sfruttato il Mezzogiorno come mercato di sbocco delle proprie merci, per avere manodopera a basso costo con le possenti migrazioni interne, per disporre di beni intermedi per la produzione di acciaio e chimica di base; e poi come discarica degli scarti inquinanti, che hanno devastato territori agricoli di alto valore e provocato malattie letali (la “Terra dei fuochi” docet). Le classi dirigenti industriali e finanziarie e quelle politiche ‒ governo Meloni e Commissione UE ‒ hanno un preciso disegno per il Mezzogiorno: hub per l’energia delle industrie del Nord Italia e dell’Unione Europea; snodo logistico per la sua collocazione al centro del Mediterraneo, che abbisogna di corridoi infrastrutturali per esportare e importare dall’Africa e dal Medioriente (come dimostra il Ponte sullo Stretto). Al Mezzogiorno, oggi come ieri, è riservato dalle classi dirigenti un destino da ZES, cioè zona emarginata speciale. Dall’assemblea è emersa la volontà di rigettare la visione redistributiva dei diritti sociali e fare, invece, di tali diritti, i criteri o gli obiettivi su cui parametrare la riallocazione delle risorse: un ribaltamento di prospettiva che non piacerà ai pochi, ma servirà ai tanti. Per arrivare a questo ambizioso traguardo, occorre intraprendere ed intersecare azioni congiunte di lotta e pressione: ➢ chiedere ai parlamentari delle forze di opposizione di presentare una pioggia di emendamenti, per fermare l’iter di approvazione delle intese, e di denunciare con ogni mezzo a disposizione, anche fuori dalle aule istituzionali, gli intenti separatisti e le loro ricadute; perché istituzioni e piazza in questa fase devono procedere coese e convergenti; ➢ sollecitare le Regioni guidate dal PD e dal M5S affinché si preparino tempestivamente ad impugnare le Intese, predisponendo e pubblicizzando – ancor prima della conclusione dell’iter di approvazione – i testi dei ricorsi da formalizzare poi in via diretta alla Corte costituzionale. Sia perché il governo abbia contezza che alla propria arbitraria accelerazione si risponderà in maniera immediata ed efficace. Sia perché i cittadini e le cittadine possano condividere, arricchire e discutere le ragioni e le modalità di difesa dei propri diritti; ➢ chiedere ai Consiglieri di opposizione delle Regioni che hanno avviato le Intese di usare tuti i mezzi istituzionali per bloccare l’iter delle Intese stesse, quando arriveranno nei Consigli; ➢ chiedere ai consiglieri comunali del Pd, del Movimento 5 stelle e di AVS di proporre risoluzioni o ordini del giorno, come quella presentata al comune di Firenze (mozione Palagi), per schierare i Comuni contro il neo-centralismo regionale, che si accentuerà con l’AD, facendosi promotori di incontri sulle quattro materie oggetto delle Intese preliminari; ➢ sollecitare sindacati e associazioni, con un appello ai direttivi, affinché mobilitino i propri iscritti e iscritte, insistendo sulla trasversale pericolosità dell’AD, che nega il diritto a un lavoro equamente retribuito e parimenti sicuro, e il diritto a potersi avvalere di una legislazione uniforme in caso di contenzioso. Ancora, sulla scia di quanto avvenuto in occasione della raccolta firme per il referendum abrogativo della legge 86/24, che organizzino dappertutto l’informazione e la mobilitazione per il ritiro delle pre-Intese, per il NO alla loro ratifica e per l’interruzione del percorso dell’AS 1623 (Legge Calderoli); ➢ mettere in luce i nessi, facendo leva su di essi, per collegare le lotte, dando vita ad una nuova forma di mutualismo e di cooperazione tra movimenti: la guerra, il riarmo, le politiche ambientali, la precarizzazione del lavoro non sono estranee all’autonomia differenziata e viceversa; ➢ ai gruppi parlamentari di opposizione, chiedere di continuare la loro attività di contrasto delle Intese, e di cooperare con i Comitati, con il Tavolo No AD, con i costituzionalisti e gli economisti per organizzare incontri di riflessione sul Titolo V, che necessita non solo della cancellazione del comma 3 dell’articolo 116, ma di una ridefinizione complessiva, guidata dai principi del regionalismo cooperativo, come prescritto dagli articoli 2, 3 e 5 della Costituzione; ➢ a tutte le forze che si candideranno alle elezioni del 2027, chiedere che nel programma sia inserita la cancellazione del c. 3 dell’art. 116, unico atto che impedirebbe in futuro di accedere a forme di autonomia differenziata. Non sarà vano attuare questo capillare intervento, perché i Comitati sanno che 1.300.000 firme sono state apposte per abrogare la legge “SpaccaItalia”, e che 15 milioni di “no” hanno bocciato la riforma della magistratura, non solo perché alterava gli equilibri tra i poteri dello Stato, ma perché era la contropartita dell’autonomia differenziata e del premierato, nel patto privato siglato tra le destre al governo. I Comitati e il Tavolo NOAD, consapevoli del ruolo che hanno avuto in questi anni nel dar vita e sostenere la formazione, l’informazione e la mobilitazione, e nel costruire l’unità necessaria a fermare l’AD, proseguiranno nelle loro azioni; si impegnano pertanto a consolidare e a estendere i rapporti con le associazioni, i sindacati e i movimenti territoriali e le forze politiche, affinché sempre più la ‘mia lotta’ diventi la ‘nostra lotta’; per una società in cui si affermino i diritti sociali, civili e politici di tutte le persone, dovunque risiedano e da dovunque provengano. Organizzeranno in tutte le città e le Regioni e a livello nazionale iniziative di piazza e assemblee, seguendo l’evoluzione della situazione. Nel complesso, le due strade che il Governo sta portando avanti prefigurano un regionalismo separatista, ponendosi sulla via di vere e proprie secessioni; mentre la Costituzione, con gli articoli 5 e 3, indica la strada per costruire un regionalismo cooperativo, per garantire l’unità della Repubblica, che sta a significare l’uguaglianza dei diritti sociali, politici e civili. Esiste un popolo che resiste. Con questo popolo bisogna camminare e lottare; perché non c’è alternativa alla costruzione di un’alternativa. Comitati per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata, l’uguaglianza dei diritti e l’unità della Repubblica e Tavolo No AD