Carcere, repressione, sorveglianza, migrazioni

La guerra all’Iran per Trump: da ‘Epic Fury’ a ‘small potatoes’
ALLA RICHIESTA DI CHIARIMENTI SU UN’AFFERMAZIONE DEL SUO VICE, IL 47º PRESIDENTE DEGLI USA HA DEFINITO IL CONFLITTO MILITARE IN MEDIO ORIENTE UNA BAZZECOLA*. Alle conferenze stampa di giovedì 3 e venerdì 4 settembre i due house-holder della Casa Bianca hanno fatto dichiarazioni sulla guerra in Iran che i giornalisti hanno riferito con sgomento, alcuni spiegando il perché dell’apparente assurdità di tali affermazioni. Prima J.D. Vance ha detto: «Non la definirei una guerra. Al momento non sono in corso sparatorie». Ricordando che, iniziata con l’incursione di USA e Israele effettuata il 28 febbraio scorso e inizialmente da lui e Trump prevista durare “solo poche settimane”, la guerra all’Iran ha “fatto impennare i prezzi della benzina e costretto i consumatori a fronteggiare un’inflazione sempre più elevata”, AP ha evidenziato che proprio mentre Vance diceva che non sia una guerra “giovedì l’Iran apriva il fuoco contro il Kuwait, un alleato degli Stati Uniti colpito in rappresaglia per gli attacchi statunitensi avvenuti nel Golfo all’inizio della settimana“. E, ha osservato AP, Vance ha negato che quella contro l’Iran sia una guerra per eludere una questione ‘scottante’: per non ammettere di non poter promettere agli americani che il conflitto bellico “si concluderà entro le elezioni di medio termine di novembre, in cui i repubblicani cercano di mantenere la loro risicata maggioranza al Congresso”.  Un vantaggio sempre più incerto proprio perché, oltre che dai suoi oppositori democratici e progressisti, le strategie di Trump in politica estera sono contestate anche da tanti moderati, alcuni conservatori e sempre più numerosi repubblicani. Contemporaneamente il 4 settembre CBS News divulgava la notizia che nel luglio scorso al personale del Pentagono era stato trasmesso un ‘ordine di servizio’ che ingiungeva di smettere di riferirsi alla guerra in Iran come l’Operazione Furia Epica, nel messaggio dichiarata ufficialmente conclusa il precedente 5 maggio. Il giorno seguente, venerdì 5 settembre, una giornalista ha chiesto al presidente USA: “Se non è una guerra, allora cos’è questo intervento armato che ai contribuenti statunitensi è costato oltre 37,5 miliardi di dollari e ha causato la morte di 18 soldati americani?”. «Lo definisco un conflitto militare – ha risposto Donald Trump – Per noi small potatoes (una bazzecola)*». AP ha riferito la notizia riportando che il presidente ha sostenuto questa tesi affermando che gli assalti statunitensi contro l’Iran “sono ora intermittenti” e “molte persone non li definiscono più una guerra”. AP riporta inoltre che Trump “ha aggiunto che il numero di vittime statunitensi nel conflitto con l’Iran è relativamente inferiore rispetto ad altre recenti guerre americane” e detto: «Qui abbiamo perso 18 persone. In Vietnam abbiamo perso 100˙000 persone. E in altri conflitti abbiamo perso decine di migliaia di persone». Ma, ha rilevato l’agenzia stampa con sede principale a New York, dove venne fondata nel 1846, il paragone è sbagliato, perché compara la guerra contro l’Iran ad altre senza considerare che in questa in Medio Oriente gli Stati Uniti e Israele “hanno condotto solo attacchi aerei” e non “schierato truppe” nei territori dell’avversario. Quindi AP ha evidenziato anche che invece “secondo i dati degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti” nei combattimenti in Vietnam persero la vita 58˙220 soldati statunitensi.   * small potatoes – noun / US informal (UK small beer) = something that does not seem important when compared to something else (patate piccole – nome / inglese americano informale, britannico “birra piccola” – qualcosa che, paragonata ad altre, non risulta avere importanza) – Cambridge Dictionary bazzecola – s. f. [etimo incerto] : cosa di poco conto ≈ bagattella, barzelletta, inezia, minuzia, nonnulla, nullaggine, piccolezza, pinzillacchera, quisquilia. ‖ cavolata, cazzata, cretinata, fesseria, scemenza, sciocchezza, stupidaggine – Vocabolario della Lingua Italiana / Enciclopedia Treccani * PRESSENZA / 5.6.2026 – La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica” * PRESSENZA / 1.7.2026 – La reputazione di Trump e degli USA in calo precipitoso * AP / 4.9.2026 – Vance says Iran fight isn’t a ‘war’ as Trump tries to navigate unpopular conflict as election nears * CBS News / 4.9.2026 – Pentagon tells military personnel to stop calling Iran war “Operation Epic Fury” * AP / 5.9.2026 – Trump calls Iran conflict ‘small potatoes’ and defends Vance’s position that it’s not a ‘war’ Maddalena Brunasti
September 6, 2026
Pressenza
Perché non basta la paura
di MARCO BASCETTA. Potrebbe essere l’inizio di una catastrofe: la falla che allargandosi farà crollare l’intera diga. Quella dei grandi partiti che hanno garantito la democrazia tedesca nel dopoguerra. Una democrazia piuttosto ingessata, condizionata dalla guerra fredda, ostile a ogni forma di conflittualità sociale, e che ha sempre coltivato al suo interno riflessi d’ordine e pulsioni autoritarie che oggi prendono la strada dell’Afd. Oppure, se quest’ultima riuscirà a conquistare il governo della Sassonia-Anhalt, ne potrebbe scaturire un laboratorio, forse un torvo modello nero come lo furono in senso diametralmente opposto le regioni rosse dell’Italia, che però non è una Repubblica federale. Ma il governo potrebbe rivelarsi anche una trappola vista l’enorme sproporzione tra le promesse della demagogia e le risorse effettivamente disponibili. Sebbene il voto per la destra radicale sembri dipendere assai più da motivazioni revansciste e identitarie che non da rivendicazioni economiche e materiali. Certo è che il carico simbolico che grava sulle elezioni di oggi è grandissimo, tale da terremotare l’intero quadro politico federale. E grande è anche la paura, in primo luogo tra i cittadini antifascisti della Sassonia-Anhalt che vedono incombere sulla loro regione un restringimento degli spazi di agibilità democratica, un diluvio di misure discriminatorie e una completa sottrazione di risorse alle iniziative della società civile non in sintonia con il catechismo dell’estrema destra. Molti dicono di aver preparato le valigie non essendo disposti a vivere sotto un governo fascista, altri non vogliono mollare, promettono battaglia ma sono ben consapevoli che sarà dura. Anche i partiti tradizionali fanno appello alla paura, alla necessità di fermare ad ogni costo l’ascesa dell’Afd. La minaccia è diffusamente e profondamente percepita e non mancherà di influire sul voto, come già una lieve ripresa di Spd e Verdi negli ultimi sondaggi sembrerebbe indicare. Tuttavia questa posizione quasi esclusivamente difensiva è segno inequivocabile di debolezza, la paura non può dar vita a nessun programma, a nessuna proposta, e col tempo la resistenza stessa è destinata a logorarsi. Il campo del “cambiamento” e della proposta viene lasciato interamente all’Afd che lo riempie di contenuti radicali di chiara discendenza fascista, ma trasmessi questa volta con un linguaggio borghese e rassicurante. Il candidato di Afd alla presidenza del Land, Ulrich Siegmund, gioca la carta della simpatia e della leggerezza, evita i ruggiti hitleriani alla Björn Höcke, il caporione dell’ala più radicale del partito, ma si circonda di neonazisti certificati ed egli stesso ha traversato in passato movimenti e associazioni xenofobe e neofasciste. Gli economisti sono concordi nel ritenere che un governo dell’Afd comporterebbe per il Land, in progressivo deficit di mano d’opera per la fuga dei giovani e degli stranieri discriminati, un sicuro stato di crisi con pesanti conseguenze che i cittadini non tarderebbero a percepire. Ma l’argomento non inquieta eccessivamente una popolazione che sembra riporre le proprie speranze più che nel Pil in seducenti mitologie di riappropriazione identitaria di un patrimonio culturale comunitario minacciato dalle “élites cosmopolite” e dalla “sostituzione etnica”. E del resto, nei Länder della ex Ddr, l’economia di mercato e la razionalizzazione produttiva non si presentarono dopo l’89 con un volto particolarmente amichevole. Vi sono poi due ulteriori fattori che giocano a favore del partito di Alice Weidel. Il primo è che la possibilità di vittoria in un Land con poco più di due milioni di abitanti si inserisce comunque in una tendenza all’ espansione delle destre radicali che interessa non solo la Germania ma tutta l’Europa. Non è affatto un’anomalia, ma una conferma e un decisivo passo avanti. Il secondo è che l’attuale governo di Berlino, malgrado la spettrale partecipazione di una socialdemocrazia agli sgoccioli, è a tutti gli effetti un governo di destra che non si potrebbe propriamente definire moderato. E non lo è solo per il bisogno di inseguire la concorrenza dell’Afd, ma per profonda convinzione. È un governo che calpesta il diritto di asilo, tratta con i talebani e rispedisce esuli afghani in quel paese notoriamente “sicuro”, è un governo che punta su un faraonico riarmo nazionale sottraendo risorse alla spesa sociale e che si sta accodando, su impulso del ministro degli interni Dobrindt, al programma americano di criminalizzazione (e annientamento) degli antifascisti nel mondo, che comprendono secondo la Casa bianca tutti gli avversari di Trump. Buona parte dei temi che ricorrono nella propaganda di Afd sono stati così sdoganati e riversati, per così dire, nel senso comune. Votare quel partito non è più una bestemmia e potervi collaborare, per la destra democristiana è solo questione di tempo e di opportunità. Ma per quanto sfavorevoli siano le condizioni, nella Rft non mancano gli anticorpi. Manifestazioni di massa, iniziative, presidi, denunce e puntuali azioni di contrasto a convegni e raduni del l’Afd lo hanno dimostrato ripetutamente nel corso degli anni. Ma è solo nella società civile e nei movimenti, non nelle forze politiche maggiori, che queste energie si danno a vedere. E continueranno a contrastare la destra neofascista e i suoi corteggiatori comunque vadano le elezioni, in Sachsen-Anhalt. questo intervento è stato pubblicato su il manifesto il 6 settembre 2026 L'articolo Perché non basta la paura proviene da EuroNomade.
September 6, 2026
EuroNomade
AUTISTICI/INVENTATI CHIUDE DOPO L’ATTACCO USA: “RESTARE UMANI”
Il Collettivo informatico Autistici/Inventati, al centro della durissima repressione scatenata direttamente dal Dipartimento di Stato Usa, chiude la propria storia di libertà digitale, lunga un quarto di secolo. Di seguito, il comunicato di Autistici/Inventati: “A/I chiude – Restare Umani Sep 6, 2026 Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana. Per noi restare umani non è un semplice slogan. Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate. Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte. A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine. Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo. Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati. Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”. Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani. A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere. Collettivo Autistici/Inventati”. Da fine agosto a oggi, Radio Onda d’Urto ha realizzato diversi contributi radiofonici in solidarietà con il Collettivo Autistici/Inventati. Si possono ri-ascoltare qui.
September 6, 2026
Radio Onda d`Urto
Il “progetto di legge sull’antisemitismo” in Italia fa temere una repressione della solidarietà con la Palestina
di Redazione Palestine Chronicle,  Palestine Chronicle, 5 settembre 2026.   La proposta di legge italiana sull’antisemitismo potrebbe limitare le critiche a Israele, suscitando allarmi riguardo alla difesa della causa palestinese e una protesta nazionale a Roma La mobilitazione in Italia continua. (Foto: GIP, per gentile concessione). Il Parlamento Italiano si appresta a riprendere l’esame di un controverso disegno di legge sull’antisemitismo che, secondo gruppi per i diritti umani, giornalisti, accademici e organizzazioni di solidarietà con la Palestina, potrebbe limitare gravemente le critiche a Israele. Il provvedimento è comunemente noto come DDL 1004, la sua denominazione originale al Senato italiano. DDL è l’abbreviazione di «disegno di legge». Dopo essere stato approvato dal Senato il 4 marzo 2026, il disegno di legge è passato alla Camera dei Deputati, dove ora è formalmente designato come C.2830. La Commissione Affari Costituzionali della Camera riprenderà l’esame del disegno di legge il 9 settembre alle 14:30, con votazioni previste, secondo ilcalendario parlamentare ufficiale. Il disegno di legge ha spinto più di 100 organizzazioni a indire una manifestazione nazionale di protesta davanti al Parlamento Italiano lo stesso giorno. I critici sostengono che lo scopo dichiarato del disegno di legge, ovvero la lotta all’antisemitismo, nasconda un tentativo più ampio di confondere la distinzione tra l’odio verso il popolo ebraico e l’opposizione politica al sionismo, all’occupazione israeliana e alle sue azioni contro il popolo palestinese. Cosa prevede il DDL 1004? Il disegno di legge applica la definizione operativa di antisemitismo adottata nel 2016 dall’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), comunemente nota come definizione IHRA. L’IHRA descrive l’antisemitismo come «una certa percezione degli ebrei, che può essere espressa come odio verso gli ebrei». Tale definizione è accompagnata da 11 esempi illustrativi. Sette riguardano Israele, comprese accuse che potrebbero includere la negazione del diritto all’autodeterminazione rivendicato da Israele, la descrizione della fondazione di Israele come un’impresa razzista o l’applicazione a Israele di standard che non vengono richiesti ad altri stati. Il testo dell’IHRA afferma che le critiche a Israele paragonabili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite. Gli oppositori sostengono, tuttavia, che i suoi esempi relativi a Israele creino un’ambiguità sufficiente da consentire alle istituzioni di qualificare come antisemitismo il discorso antisionista, il sostegno ai diritti dei palestinesi o la condanna delle politiche israeliane. Il disegno di legge italiano contiene formulazioni che tutelano formalmente la libertà di critica politica, di espressione, di riunione e di associazione. I critici sostengono che tale salvaguardia sia compromessa dall’ampiezza della definizione e dai meccanismi attraverso i quali verrebbe attuata. La misura richiederebbe al governo italiano di adottare ogni tre anni una strategia nazionale contro l’antisemitismo, sulla base di una proposta elaborata da un coordinatore nazionale nominato dal primo ministro. I suoi ambiti di intervento si estenderebbero ben oltre il perseguimento di atti violenti o esplicitamente discriminatori. La strategia includerebbe il monitoraggio di presunti episodi antisemiti attraverso una banca dati nazionale della polizia, misure mirate alla comunicazione online, formazione per insegnanti, agenti di polizia, personale militare, magistrati e funzionari prefettizi, campagne di informazione pubblica e iniziative all’interno di organizzazioni sportive e culturali. Le scuole sarebbero tenute ad attuare misure educative e di monitoraggio, mentre le università sarebbero incoraggiate a condurre ricerche e seminari, a monitorare presunti episodi antisemiti e a nominare figure interne responsabili di vigilare sul rispetto della strategia nazionale. La legge stabilirebbe quindi un quadro in grado di influenzare le attività di polizia, l’istruzione, la ricerca accademica, il giornalismo, le trasmissioni radiotelevisive, le piattaforme online e il dibattito pubblico. Da una definizione operativa a una legge vincolante Intervenendo durante una discussione su Dignità TV dedicata alla legislazione, l’esperta di diritto internazionale Michela Arricale ha avvertito che il disegno di legge trasformerebbe una definizione operativa formalmente non vincolante in una norma con conseguenze giuridiche e istituzionali. «Questa legge ha uno scopo ed è vincolante», ha affermato Arricale. «Le leggi sono vincolanti. Non esiste una legge non vincolante». «Se la approveranno, ci saranno delle conseguenze», ha proseguito. «Ogni volta che verrà utilizzato il termine “antisemitismo”, dovrà essere interpretato secondo questa definizione». Arricale ha sostenuto che il quadro normativo proposto potrebbe creare un sistema in cui la critica al governo italiano rimarrebbe legittima, mentre una critica analoga al governo israeliano potrebbe essere trattata come espressione di odio razziale o religioso. «In Italia sarà possibile criticare legittimamente il governo italiano, ma potrebbe non essere più possibile fare lo stesso con il governo israeliano», ha affermato. «Se si critica quel governo, lo si definisce genocida o si dicono le cose che normalmente diciamo ogni giorno, si potrebbe essere accusati di incitamento all’odio o di reati d’odio aggravati dall’antisemitismo». Il disegno di legge approvato dal Senato ha riunito diverse proposte legislative provenienti sia dalla coalizione di destra al governo in Italia sia da settori dell’opposizione parlamentare. Arricale ha sottolineato che la resistenza alla misura dovrebbe quindi rivolgersi non solo al governo, ma anche ai politici di centro-sinistra che l’hanno sostenuta o hanno trattato la questione come un problema di coscienza individuale. «Non si tratta di una questione etica su cui i partiti possano semplicemente consentire un voto libero», ha affermato. «Si tratta di una questione di diritti e di libertà di espressione. Queste sono necessità democratiche». Preoccupazioni di natura costituzionale Arricale ha affermato che il disegno di legge solleva possibili preoccupazioni di natura costituzionale, in particolare per quanto riguarda la libertà di critica politica. Ricorrere alla Corte Costituzionale Italiana contro la legge, tuttavia, non ne impedirebbe necessariamente gli effetti negativi. I cittadini comuni non possono chiedere direttamente alla Corte di riesaminare una legge semplicemente perché la ritengono incostituzionale. La questione dovrebbe generalmente emergere nel corso di un vero e proprio procedimento giudiziario, dopo che la legge è già stata applicata. «Noi cittadini non possiamo semplicemente portare la legge davanti alla Corte Costituzionale», ha spiegato Arricale. «Dovremmo aspettare che produca effetti contro qualcuno, che qualcuno venga rinviato a giudizio e che poi la questione costituzionale venga sollevata nell’ambito di quel procedimento». Durante quel periodo, ha avvertito, la normativa potrebbe incoraggiare sia la repressione diretta sia un’autocensura diffusa. «Se venisse approvata, segnerebbe una linea di demarcazione tra un prima e un dopo per la nostra libertà di movimento e la nostra capacità politica di agire come oppositori di questo governo e dello Stato di Israele», ha affermato Arricale. La «strumentalizzazione» dell’antisemitismo Romana Rubeo, caporedattrice di The Palestine Chronicle e co-editrice di Gaza Rising, ha collegato il disegno di legge italiano a più ampi sforzi internazionali volti a utilizzare le accuse di antisemitismo contro i movimenti di solidarietà con la Palestina. Ha ricordato che Kenneth Stern, il principale redattore di una versione precedente della definizione operativa, si è opposto lui stesso al suo utilizzo come codice legale o di condotta per la libertà di espressione nei campus universitari. «Il principale redattore di questa definizione operativa, Kenneth Stern, ha contestato ciò che lui stesso definisce la sua “strumentalizzazione” – la sua trasformazione in un’arma», ha affermato Rubeo.  Stern ha scritto pubblicamente che la definizione era stata originariamente sviluppata per assistere i responsabili della raccolta dati europei, non per reprimere il discorso politico. In seguito ha avvertito che trasformarla in un codice contro l’incitamento all’odio avrebbe minacciato la libertà accademica e la difesa della causa palestinese. Rubeo ha affermato che i governi occidentali stanno partecipando proprio al processo contro cui Stern aveva messo in guardia. «I governi occidentali stanno diventando complici nell’uso della definizione di antisemitismo, e della sua confusione con l’antisionismo, come arma», ha detto. L’antisemitismo deve essere affrontato come una forma di razzismo, hanno sostenuto Rubeo e Arricale. La loro preoccupazione è che estenderne il significato fino a includere la critica politica a uno stato indebolisca tale lotta, fornendo al contempo a Israele una protezione dalla responsabilità. Boicottaggi e critiche agli insediamenti illegali Le potenziali conseguenze si estendono alle campagne a sostegno dei Boicottaggi, del Disinvestimento e delle Sanzioni contro Israele, comunemente note come BDS. La definizione dell’IHRA si riferisce non solo agli attacchi contro il popolo ebraico, ma anche alle sue proprietà e alle istituzioni della comunità. Gli oppositori temono che questa formulazione, unita agli esempi relativi a Israele, possa essere utilizzata per contestare i boicottaggi di aziende, istituzioni o beni israeliani prodotti negli insediamenti illegali. Rubeo ha osservato che gli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata sono riconosciuti come illegali dal diritto internazionale. Ciononostante, ha avvertito, le campagne contro i prodotti degli insediamenti o gli appelli al boicottaggio istituzionale potrebbero essere reinterpretati come attacchi discriminatori. «Anche quelle azioni potrebbero essere dichiarate illegali», ha affermato Rubeo, riferendosi alle restrizioni sui beni provenienti dagli insediamenti e alle campagne di boicottaggio individuali. «Ciò potrebbe avere ripercussioni sugli stati che adottano misure quali i divieti di importazione, ma anche sui singoli individui che decidono di boicottare o promuovere campagne di boicottaggio». Secondo Rubeo, la questione più profonda riguarda il diritto dei palestinesi di descrivere la propria storia e la realtà che vivono utilizzando il proprio linguaggio politico. «Ai palestinesi è già stato negato il diritto di esprimere a parole ciò che stanno vivendo», ha affermato. «Dal 1948 non è stato loro permesso nemmeno di dire di essere stati sottoposti a oppressione, che la Nakba ha avuto luogo, che ci sono state una catastrofe e una pulizia etnica, perché l’accusa di antisemitismo è sempre stata avanzata per mettere a tacere la loro versione dei fatti». «Di conseguenza, le università, i giornalisti e gli attivisti avranno sempre meno libertà di espressione», ha aggiunto Rubeo. «Ma soprattutto, ai palestinesi, che hanno già perso così tanto, potrebbe essere impedito persino di descrivere a parole la loro tragedia». Paura nelle scuole e nelle università La portata della proposta di legge nel campo dell’istruzione ha suscitato particolare preoccupazione. La normativa prevede programmi di formazione, iniziative educative e meccanismi di monitoraggio nelle scuole. Le università sarebbero tenute ad adottare misure per prevenire e monitorare l’antisemitismo e potrebbero designare funzionari interni per supervisionarne l’attuazione. Rubeo ha affermato che nelle scuole italiane sono già visibili segni di censura preventiva. «Nel corso degli anni sono stata invitata da insegnanti e presidi particolarmente sensibili alla causa palestinese», ha detto. «Ora mi dicono: “Vorremmo invitarti, soprattutto in questo momento, ma stanno circolando circolari che ci invitano a stare attenti”». «Questa autocensura esiste già», ha proseguito Rubeo. «Immaginate cosa potrebbe accadere se le venisse fornito uno strumento giuridico». Ha inoltre descritto come la paura delle conseguenze legali possa dissuadere i giovani dal partecipare a manifestazioni o dall’esprimere solidarietà ai palestinesi. «Immaginate uno studente italiano di 19 anni che partecipa a una manifestazione perché ritiene che sia suo dovere morale in un momento storico come questo, e poi riceve a casa una denuncia, una causa o qualche altra azione legale», ha detto Rubeo. «Anche se prima non ci fosse stata autocensura, la paura interverrebbe e gli impedirebbe di esprimere la sua umanità attraverso i mezzi che aveva utilizzato fino a quel momento. Si tratta di un’operazione estremamente pericolosa». Minaccia al giornalismo indipendente Il disegno di legge potrebbe anche influire sul modo in cui i giornalisti italiani e le testate indipendenti trattano le notizie su Israele e la Palestina. Rubeo ha citato l’esperienza del Palestine Chronicle negli Stati Uniti, dove la testata è stata oggetto di un’azione legale che tentava di equiparare il suo lavoro giornalistico al sostegno al terrorismo. «Siamo stati accusati di sostegno materiale al terrorismo attraverso questa sovrapposizione di categorie e questa confusione legislativa», ha affermato. «L’argomentazione era che se pubblicavi un articolo e pagavi un giornalista a Gaza che qualcuno riteneva, senza prove, potesse essere coinvolto in qualcosa, allora stavi sostenendo il terrorismo». Anche quando tali accuse non sfociano in una condanna, ha spiegato Rubeo, il costo della difesa contro attacchi legali ben finanziati può distruggere una piccola testata. «Il rischio per le testate indipendenti è semplicemente la morte, la soppressione», ha affermato. «Senza una protezione sufficientemente forte, le testate indipendenti crollerebbero. La narrazione palestinese, che ha svolto un ruolo molto importante nello sviluppo di una coscienza critica, andrebbe incontro a una battuta d’arresto estremamente pericolosa». Manifestazione del 9 settembre a Montecitorio Oltre 100 organizzazioni hanno indetto una manifestazione nazionale contro la legge per mercoledì 9 settembre. La manifestazione avrà inizio alle ore 13:00 in Piazza Capranica, nei pressi del Parlamento Italiano a Roma, in vista della seduta della Commissione per gli Affari Costituzionali. Tra i promotori figurano Amnesty International Italia, la Federazione Italiana della Stampa, l’ARCI, Articolo 21, BDS Italia, i sindacati, le associazioni di giornalisti, le organizzazioni palestinesi, i gruppi ebraici antisionisti e le reti che rappresentano docenti, personale universitario e ricercatori. Gli organizzatori hanno descritto l’evento come una «maratona di protesta» a difesa della libertà di espressione, della libertà accademica, della libertà di stampa e della solidarietà con il popolo palestinese. Sostengono che l’opposizione al disegno di legge non sminuisca l’importanza della lotta contro il vero antisemitismo. Al contrario, affermano, l’antisemitismo deve essere contrastato senza trasformare la critica all’occupazione israeliana, all’apartheid, al colonialismo e al genocidio in una forma di espressione punibile o istituzionalmente sospetta. «Non è solo il movimento di solidarietà a essere in gioco», hanno sottolineato i partecipanti al termine del dibattito su Dignità TV. «Ciò che è in gioco è il modo in cui una democrazia definisce i confini del dissenso». https://www.palestinechronicle.com/italys-antisemitism-bill-raises-fears-of-crackdown-on-palestine-solidarity Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
September 6, 2026
Assopace Palestina
A/I chiude - Restare Umani
Pubblichiamo il comunicato di A/I sulla chiusura del collettivo, datato domenica 6 settembre 2026.   Non appena abbiamo scoperto di essere finite sulla lista delle organizzazioni terroristiche globali, abbiamo scritto, dichiarato e promesso che avremmo cercato di resistere fino a che fosse stato possibile, che non ci saremmo arrese finché avessimo intravisto delle possibilità legali. Abbiamo mantenuto e difeso con orgoglio un’infrastruttura libera, riservata, autonoma e soprattutto partigiana. Per noi restare umani non è un semplice slogan.  Significa che, prima di tutto, sono le utenti, le persone che costruiscono le reti umane a cui ci appoggiamo e le comunità che ci hanno inondato di messaggi e di amore e solidarietà, che devono essere tutelate.  Non possiamo accettare uno scontro o prestarci a strumentalizzazioni che mettano in pericolo le loro vite, le vite dei loro cari, lasciandole alla mercé di autocrati, fascisti e agenzie che agiscono per vie extra-legali. La concreta possibilità di poter essere la causa di conseguenze penali o finanziarie per qualcuno che ci è vicino, o che anche solo interagisce con noi non ci permette altre scelte.  A/I chiude. Il collettivo Autistici/Inventati chiude e sospenderà tutti i servizi a breve termine.  Non c’è un modo facile per dirlo o per spiegarlo.  Ogni giorno in cui siamo rimaste online a partire dal 26 agosto è stata una vittoria, ma noi dobbiamo fermarci oggi. Nessuna di noi ha simpatia per i gesti eroici e men che meno per i martiri, quindi non ne faremo e non ne chiederemo. In questo clima continuare a offrire i nostri servizi è solo un pericolo in più per le nostre utenti, e per tutte le persone che fanno parte delle nostre comunità. In un mondo di accuse slegate dai fatti non possiamo che aspettarci un’ulteriore repressione sproporzionata. Questo ci mette di fronte all’impossibilità di mantenere il nostro progetto originario: offrire strumenti sicuri e non mercificati. Sono stati 25 anni bellissimi. Sono stati una “bella storia”.  Ora mollate il pc, uscite, lottate, abbracciatevi e non perdete il sorriso. Perché noi ci fermiamo. Ma la resistenza e le idee no. Restiamo umani. A brevissimo spiegheremo come salvare il contenuto dei blog, mail, siti e altri suggerimenti di tipo tecnico. Tenete comunque sempre presente che, così come è stato chiuso senza alcun preavviso il dominio autistici.org, nel frattempo potrebbero esserci altri problemi del genere che non siamo in grado di prevedere.  Collettivo Autistici/Inventati
September 6, 2026
Radio Onda Rossa
La solidarietà continua: venerdì 11 settembre presidio al carcere delle Vallette
A più di un mese di distanza dalla giornata di lotta del 25 luglio, due giovanissimi attivisti tedeschi sono ancora rinchiusi nel carcere delle Vallette. da Notav.info Sono stati arrestati dopo la manifestazione al cantiere di Chiomonte e oggi devono fare i conti con accuse pesantissime: devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. Arresti che arrivano nel solco di una gestione in cui la controparte, ancora una volta, prova a trasformare una grande mobilitazione collettiva in una ricerca di responsabilità individuali, di colpevoli da esibire e di capri espiatori. Ma il 25 luglio c’eravamo tutti e tutte. C’eravamo nelle strade, sui sentieri, davanti alle reti. C’eravamo con i nostri corpi e con la nostra determinazione. Quella solidarietà che da trent’anni attraversa la lotta No Tav oggi ha anche i volti di due giovani compagni arrivati da lontano per stare al nostro fianco. Non possiamo e non vogliamo lasciarli soli.La solidarietà non è una parentesi, né si esaurisce con un singolo appuntamento. È una parte della nostra storia, una pratica quotidiana e una responsabilità collettiva. Per questo torniamo ancora una volta davanti alle Vallette: per far arrivare loro la nostra voce, per ricordare che fuori dal carcere c’è una comunità che non dimentica e non abbandona chi viene colpito dalla repressione. Venerdì sarà anche l’occasione per fare arrivare la nostra voce e solidarietà a Giorgio, anche lui rinchiuso tra quelle mura da qualche settimana. LIBERTÀ PER I/LE NO TAV! TUTTI E TUTTE LIBERE! A SARÀ DÜRA!
La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2
continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1 Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale: se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più dure. La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna non si nasce, ma si diventa”. Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a compimento senza che si traduca in maternità. L. Zanella non vuole farlo, ma è ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì. Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare, come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L. Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro. Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio? È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo. Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica, creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino e pericolosissimo.                                 Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida, perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. Il nostro ordinamento ha già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa portarti a iniziarla?            In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento giuridico. Ma non la si  impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono rifiutarlo se nasce disabile.  Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano, accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie? La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico materno è storico, quindi interrogabile. Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa. Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori. L’alternativa citata è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in privilegio di classe.                                                                                      Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma metafisica. Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca.  Il consenso può essere viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no come per il sì. Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via: una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né Stato.   Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista. Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge, come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide. Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L. Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo, lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento. Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento nominabile e sanzionabile. La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo? Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere. Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.  Redazione Palermo
September 6, 2026
Pressenza
Le nuvole all'orizzonte sono sempre più nere. 🖤 alle sorelle e ai fratelli di Autistici/Inventati, il più grande e longevo esperimento di autogestione e cogestione in rete.
September 6, 2026
archivio grafton9
#Roccavaldina (Messina), oggi domenica 6 settembre, ore 19 - #Pace e Diritto Internazionale - Intervengono Antonio Nicita, senatore Partito democratico; Barbara Floridia, senatrice M5S; Pietro Patti, segretario generale CGIL Messina; Antonio Mazzeo, giornalista NoWar; Orazio Grimaldi, coordinatore d'area gruppi Emergency Sicilia; Federico Nastasi, professore UAM Messico, giornalista. Modera Letizia Barbera, giornalista
September 6, 2026
Antonio Mazzeo
Presidio-maratona contro il DDL Antisemitismo: la solidarietà e il dissenso non si processano
Mercoledì 9 settembre, alle ore 13:00, in Piazza Capranica, a Montecitorio, numerose realtà promotrici daranno vita a una mobilitazione nazionale contro l’approvazione del cosiddetto “DDL Antisemitismo”  La mobilitazione nasce dalla necessità di contrastare un provvedimento che, attraverso l’adozione della definizione IHRA, rischia di produrre un grave restringimento degli spazi di libertà politica, culturale e accademica, colpendo la possibilità di esprimere posizioni critiche nei confronti di Israele e delle sue politiche e delle sue responsabilità nei confronti del popolo palestinese. Riteniamo inaccettabile che la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi, dell’apartheid, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio in corso a Gaza possa essere ricondotta automaticamente all’antisemitismo. La critica politica a uno Stato, alle sue istituzioni, alle sue politiche e alla sua condotta militare deve rimanere pienamente legittima all’interno di una società democratica. La lotta contro l’antisemitismo è una responsabilità imprescindibile e non può essere indebolita da un uso strumentale della sua definizione. mobilitazione nasce dalla necessità di contrastare un provvedimento che, attraverso l’adozione della definizione IHRA, rischia di produrre un grave restringimento degli spazi di libertà politica, culturale e accademica, colpendo la possibilità di esprimere posizioni critiche nei confronti di Israele e delle sue politiche e delle sue responsabilità nei confronti del popolo palestinese. Riteniamo inaccettabile che la denuncia dell’occupazione dei territori palestinesi, dell’apartheid, delle violazioni dei diritti umani e del genocidio in corso a Gaza possa essere ricondotta automaticamente all’antisemitismo. La critica politica a uno Stato, alle sue istituzioni, alle sue politiche e alla sua condotta militare deve rimanere pienamente legittima all’interno di una società democratica.
September 6, 2026
Assopace Palestina
Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica
LA TOSCANA AL CENTRO DI ECONOMIA DI GUERRA E INTERESSI ISRAELIANI da Movimento No Base La Toscana è sempre più al centro di una serie di interessi economici legati a doppio filo alla macchina bellica e al complesso militare-industriale. Se il progetto della nuova base militare da oltre mezzo miliardo, inizialmente prevista a Coltano e poi spostata a San Piero a Grado e Pontedera, rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa tendenza, è possibile individuarne molti altri segnali, forse meno immediati, ma oramai sempre più impattanti sui nostri territori. Infatti, in parallelo alla più esplicita dimensione di incremento di investimenti strettamente militari, sono molti gli ambiti e le forme con cui la militarizzazione si radica nei nostri territori sfruttandoli e desertificandoli sempre più. É in questa tendenza, che vede nella guerra un’occasione di speculazione e guadagno, e sfrutta e deturpa il territorio con il beneplacito degli attori pubblici coinvolti, dalla Regione Toscana, agli Enti preposti, fino ai singoli Comuni, che riteniamo importante leggere le notizie dei recenti progetti agrivoltaici tra cui quelli di Lavaiano(comune di Casciana Terme Lari) e Collesalvetti, Ribolla, Grosseto e Roccastrada.  Dai giornali alle amministrazioni, la questione energetica si fa sempre più incalzante e a governarla non sono mai i bisogni dellə cittadinə, ma profitti dei governi e interessi dei poteri internazionali. Questo non avviene solo in Toscana, come possono ben documentare i lavori di inchiesta svolti da Confluenza e la mappatura dal basso delle opere di devastazione che abbiamo in cantiere e che è possibile consultare QUI), ma l’esempio sul nostro territorio è più che mai attuale ed esemplificativo. Per quanto riguarda i progetti agrivoltaici sul nostro territorio, già citati, infatti, è oramai esplicitato pubblicamente che, alle spalle della promozione dei progetti citati sopra, nei nostri territori c’è un’azienda israeliana, la Shikun & Binui Ltd, inserita nella black list dell’Onu perché operante nei territori palestinesi illegalmente occupati. Dunque, a poca distanza da un territorio già coinvolto nel progetto devastante della base GIS e Tuscania, ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di una clamorosa operazione di green washing, che dietro alla facciata della produzione di “energia pulita” nasconde, pure in maniera mal celata, l’obiettivo di mettere a rendita il denaro proveniente direttamente dalla filiera sionista del genocidio (questo non è un caso singolo,  si veda l’approfondimento emerso da il caso di Massarosa con l’inchiesta di Cofluenza).  Ancora una volta quindi ci troviamo di fronte a progetti che dipendono direttamente o indirettamente da interessi bellici, approvati all’insaputa della popolazione che vive quotidianamente i territori interessati e che non ha voce in capitolo sul futuro di quegli stessi territori, di cui si perpetra la distruzione per i profitti di altri. E come sempre la politica locale, dai Comuni alla Regione, prima finge di non sapere, per poi sostenere che queste decisioni non sono di loro competenza, nonostante sbandierino a destra e a manca il loro pacifismo e il sostegno alla causa palestinese. Che ci sia una base da costruire, un canale da dragare o un impianto agrivoltaico, non c’è investimento pubblico o privato che non sia legato all’economia di guerra. Una volta svelato un nuovo tassello del disegno mortifero e devastante che si porta dietro tutto questo, ed evidenziato l’ennesimo inequivocabile segnale di come, anche qui in Toscana, come nel resto del mondo, la questione energetica e la questione militare sono estremamente intersecate, fornendo legittimazioni inaccettabili di interessi genocidiari come quelli di Israele, non possiamo che riconoscere come questa debba essere parte della stessa lotta contro la guerra, contro la base, per la vita e la riappropriazione dei territori da parte delle persone che li abitano. Di seguito il testo di convocazione della prima assemblea pubblica che si terrà a Lavaiano, lunedì 7 settembre ore 21.15 ⏰ LUNEDI’ 7 SETTEMBRE ORE 21:15 – ASSEMBLEA PUBBLICA AL CIRCOLO ARCI DI LAVAIANO 👉 Un nuovo maxi-progetto si sta per abbattere sul territorio della Valdera: un impianto agrivoltaico di 22 ettari a Lavaiano, in un’area confinante con la Fi-Pi-Li. La società che ha proposto l’impianto è la Spv Energy E32, è controllata dall’israeliana Shikun & Binui Ltd, azienda inserita nella black list dell’Onu perché compromessa in attività economiche nei territori palestinesi illegalmente occupati da Israele e coinvolta, tramite una società satellite, nella costruzione della barriera che circonda la striscia di Gaza. Le istituzioni coinvolte nel processo di autorizzazione di questo progetto, dalla Regione Toscana al Comune di Casciana Terme-Lari hanno il dovere di informare la cittadinanza e prendersi le proprie responsabilità di fronte a questo progetto. ❌ NO ALL’AGRIVOLTAICO SPORCO DI SANGUE! Incontro promosso da: Associazione No Valdera avvelenata, Coordinamento Valdera per la Palestina