Carcere, repressione, sorveglianza, migrazioni

CNDDDU: promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti
Intervenendo in merito alla morte di Abderrahim Fakir e all’intervento di contrasto alla criminalità giovanile effettuato dalla Polizia di Stato simultaneamente in 44 province italiane, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani propone l’elaborazione di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti. Il CNDDU esprime profondo cordoglio per la morte di Abderrahim Fakir e manifesta sincera vicinanza ai suoi familiari, che hanno rivolto alla comunità una richiesta fondata sui valori essenziali di ogni democrazia: verità, giustizia e dignità. Gli episodi verificatisi successivamente durante la manifestazione di Bologna, caratterizzati da scontri, danneggiamenti e violenze nei confronti delle forze dell’ordine e del patrimonio pubblico, impongono una riflessione che vada oltre la cronaca e le inevitabili contrapposizioni politiche. Il dolore di una famiglia, il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente, il dovere delle istituzioni di garantire la sicurezza e il rispetto della legalità appartengono tutti allo stesso orizzonte costituzionale e non possono essere posti in alternativa tra loro. La tutela dei diritti umani non può essere selettiva. Essa riguarda la persona sottoposta a un intervento delle autorità, i cittadini che esercitano pacificamente il diritto di manifestazione, gli operatori delle forze dell’ordine chiamati a garantire la sicurezza collettiva, il personale sanitario impegnato nei soccorsi, i commercianti e tutti coloro che subiscono le conseguenze della violenza. Ogni aggressione, indipendentemente da chi la compia, rappresenta una lesione della convivenza democratica. Per questo motivo il CNDDU richiama con fermezza il principio di responsabilità istituzionale e civile. In uno Stato di diritto l’accertamento delle eventuali responsabilità appartiene esclusivamente agli organi competenti, ai quali spetta il compito di ricostruire i fatti con imparzialità, trasparenza e rigore. Allo stesso tempo, nessuna forma di protesta può giustificare comportamenti che trasformino il dissenso in violenza, poiché la violenza priva la comunità della possibilità di costruire soluzioni condivise. L’accaduto evidenzia la necessità di un’evoluzione culturale del concetto stesso di sicurezza. La sicurezza non coincide esclusivamente con il mantenimento dell’ordine pubblico, così come i diritti umani non possono essere interpretati esclusivamente come tutela individuale. Entrambi costituiscono beni pubblici, strettamente interdipendenti, che si rafforzano reciprocamente quando vengono perseguiti attraverso istituzioni trasparenti, cittadini responsabili e comunità educate al dialogo. Le società democratiche sono oggi chiamate a confrontarsi con fenomeni sempre più complessi: fragilità sociali, disagio psicologico, marginalità, diffusione dell’odio online, polarizzazione del dibattito pubblico e crescente difficoltà nella gestione dei conflitti collettivi. Rispondere a tali trasformazioni richiede un’innovazione che non sia soltanto tecnologica, ma soprattutto organizzativa, educativa e culturale. Il CNDDU ritiene necessario promuovere un modello integrato di prevenzione dei conflitti fondato sulla collaborazione tra istituzioni scolastiche, università, forze dell’ordine, magistratura, servizi sanitari, enti locali e realtà del Terzo settore. La gestione delle situazioni più complesse dovrebbe valorizzare équipe multidisciplinari capaci di integrare competenze giuridiche, psicologiche, sanitarie e sociali, affinché l’intervento pubblico sia sempre più efficace, proporzionato e rispettoso della dignità di ogni persona. Parallelamente, le innovazioni tecnologiche possono contribuire a rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Sistemi di documentazione delle operazioni, protocolli digitali condivisi, procedure verificabili e strumenti di monitoraggio indipendente, nel pieno rispetto delle garanzie costituzionali e della normativa sulla protezione dei dati personali, possono aumentare la trasparenza, tutelare gli operatori e offrire ai cittadini maggiori garanzie di imparzialità. La tecnologia, tuttavia, rappresenta soltanto uno strumento: senza una solida cultura dei diritti e della responsabilità rischia di non produrre alcun cambiamento significativo. L’innovazione più importante resta quella educativa. La scuola è chiamata a sviluppare nei giovani competenze che vadano oltre la conoscenza delle norme: capacità di dialogo, gestione non violenta dei conflitti, educazione alla cittadinanza digitale, pensiero critico, rispetto delle istituzioni democratiche e consapevolezza che ogni diritto comporta anche un corrispondente dovere nei confronti della collettività. Una società che investe nell’educazione riduce le occasioni di conflitto e rafforza la qualità della propria democrazia. Per tali ragioni il CNDDU propone l’avvio di un Protocollo nazionale per l’educazione alla gestione democratica dei conflitti, promosso congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, dal Ministero dell’Interno, dal Ministero della Salute, dalle Università e dagli enti del Terzo settore, con l’obiettivo di diffondere pratiche di prevenzione, mediazione, cultura costituzionale e rispetto reciproco nei contesti scolastici e sociali. Investire nella prevenzione significa ridurre il rischio che il conflitto degeneri in violenza e rafforzare il legame di fiducia tra cittadini e istituzioni. La qualità di una democrazia non si misura dall’assenza dei conflitti, ma dalla capacità di affrontarli senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. La morte di una persona richiede verità e giustizia; gli episodi di violenza richiedono una ferma riaffermazione della legalità; la crescente polarizzazione impone un rinnovato investimento nell’educazione civica e nei diritti umani. Non esistono diritti senza responsabilità, né sicurezza senza libertà. Quando la dignità della persona, la trasparenza delle istituzioni e il rispetto della legge procedono insieme, la democrazia si rafforza e diventa capace di trasformare anche le sue prove più difficili in occasioni di crescita civile. È questa la prospettiva che il CNDDU ritiene indispensabile promuovere nelle scuole e nella società italiana. Il CNDDU esprime il proprio apprezzamento nei confronti della Polizia di Stato per la rilevante operazione di contrasto alla criminalità giovanile che ha interessato 44 province italiane, coinvolgendo oltre 1.000 operatori, e ha portato all’arresto di centinaia di persone, tra maggiorenni e minorenni, responsabili di reati contro la persona, il patrimonio e la sicurezza pubblica, consentito il sequestro di ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, armi da fuoco, armi bianche, denaro di provenienza illecita e beni oggetto di ricettazione e fatto emergere un dato che merita una particolare attenzione: l’esistenza di quasi un migliaio di profili social utilizzati per diffondere messaggi di odio, di esaltazione della violenza e di legittimazione dell’uso delle armi. Siamo di fronte a un’operazione che testimonia l’efficacia dell’azione dello Stato nel presidiare la legalità, ma che, nello stesso tempo, restituisce l’immagine di un fenomeno assai più complesso della mera devianza minorile. Sarebbe infatti un errore confinare questi dati nella sola dimensione della cronaca giudiziaria. Quando un numero così elevato di adolescenti e giovani entra in contatto con circuiti criminali, quando i luoghi della socializzazione diventano spazi di reclutamento e quando i social network si trasformano in amplificatori della cultura della sopraffazione, il problema non riguarda esclusivamente la sicurezza pubblica: riguarda la qualità del progetto educativo di un Paese. Negli ultimi anni il dibattito sulla criminalità minorile si è concentrato prevalentemente sulle risposte repressive. È una prospettiva inevitabile, perché lo Stato ha il dovere di tutelare i cittadini e di riaffermare il primato della legge. Tuttavia, limitare l’analisi alla repressione significa intervenire quando il processo di costruzione della devianza è già compiuto. Una politica realmente lungimirante dovrebbe interrogarsi su ciò che precede il reato, su quel lento percorso attraverso il quale alcuni giovani arrivano a considerare la violenza una forma di linguaggio, il gruppo criminale una comunità di appartenenza e l’illegalità una modalità ordinaria di affermazione personale. La questione, pertanto, non è soltanto giuridica o criminologica. È profondamente educativa. Ogni società trasmette alle nuove generazioni un sistema di significati attraverso il quale interpretare il mondo, costruire relazioni e orientare le proprie scelte. Quando questo processo si indebolisce, altri modelli occupano lo spazio lasciato libero. La criminalità organizzata, le baby gang, le comunità virtuali fondate sull’odio e sulla violenza riescono ad attrarre perché offrono ciò che ogni adolescente ricerca: riconoscimento, identità, appartenenza, visibilità. Il problema, allora, non consiste soltanto nel contrastare tali organizzazioni, ma nel comprendere perché esse risultino, per alcuni giovani, più persuasive delle istituzioni educative. La riflessione pedagogica contemporanea insegna che nessun comportamento può essere modificato esclusivamente attraverso la sanzione. Le regole vengono rispettate stabilmente quando sono comprese, condivise e riconosciute come strumenti di tutela della persona. Se la legge viene percepita soltanto come limite imposto dall’autorità, il rispetto delle norme dipenderà dalla paura del controllo; se, invece, il diritto viene presentato come il fondamento della convivenza democratica e della libertà di ciascuno, allora esso diventa parte integrante della coscienza civile. È proprio questa la sfida che oggi la scuola italiana è chiamata ad affrontare. L’educazione alla legalità non può più essere interpretata come un insieme di iniziative episodiche, affidate alla buona volontà delle singole istituzioni scolastiche o concentrate nelle ricorrenze dedicate alla memoria delle vittime delle mafie. Pur trattandosi di esperienze preziose, esse non bastano più. Le trasformazioni sociali degli ultimi anni impongono un cambio di paradigma. La legalità deve cessare di essere un tema e diventare un metodo educativo; non un progetto, ma una dimensione permanente dell’esperienza scolastica. L’elemento più inquietante emerso dall’operazione della Polizia di Stato riguarda, infatti, la dimensione culturale del fenomeno. I quasi mille profili social individuati dimostrano che la violenza non viene soltanto praticata, ma anche raccontata, condivisa, imitata e, talvolta, perfino ammirata. Gli algoritmi delle piattaforme digitali tendono a moltiplicare la visibilità dei contenuti più estremi, contribuendo a costruire un immaginario nel quale la forza appare sinonimo di autorevolezza e la sopraffazione diventa uno strumento di riconoscimento sociale. Non siamo più soltanto di fronte a comportamenti devianti: siamo di fronte alla progressiva normalizzazione di una cultura nella quale il diritto perde la propria funzione di riferimento etico e civile. È in questo contesto che il CNDDU ritiene indispensabile avviare una riflessione sul ruolo dell’educazione giuridica nella scuola italiana. Per troppo tempo il diritto è stato considerato una disciplina destinata prevalentemente agli indirizzi economici o professionali, quasi che la conoscenza della Costituzione, delle istituzioni democratiche, dei diritti fondamentali e dei doveri di cittadinanza costituisse un sapere specialistico. Oggi questa impostazione mostra tutti i suoi limiti. La complessità della società contemporanea richiede cittadini capaci di comprendere il funzionamento delle istituzioni, di interpretare criticamente l’informazione, di riconoscere le manipolazioni comunicative, di esercitare responsabilmente i propri diritti e di assumere decisioni consapevoli anche negli ambienti digitali. Per queste ragioni il CNDDU rivolge al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, una proposta che intende superare definitivamente la logica degli interventi occasionali. È necessario avviare un Piano nazionale per la cultura costituzionale e dei diritti umani che riconosca la prevenzione educativa quale componente strutturale delle politiche di sicurezza del Paese. In tale prospettiva, i docenti delle discipline giuridiche ed economiche dovrebbero essere chiamati a svolgere un ruolo stabile nella progettazione educativa degli istituti, coordinando percorsi interdisciplinari dedicati all’educazione costituzionale, ai diritti umani, alla cittadinanza digitale, alla prevenzione della violenza, delle discriminazioni, del bullismo, del cyberbullismo e dei processi di radicalizzazione giovanile. Non si tratta di rivendicare nuovi spazi disciplinari, ma di valorizzare una professionalità già presente nella scuola italiana e troppo spesso sottoutilizzata. Il docente di diritto possiede gli strumenti culturali per trasformare norme apparentemente astratte in occasioni di riflessione critica sulla vita quotidiana, aiutando gli studenti a comprendere il significato concreto della dignità umana, della responsabilità personale, della funzione delle istituzioni e del rapporto inscindibile tra libertà individuale e interesse collettivo. In un tempo caratterizzato da profonde trasformazioni sociali e tecnologiche, questa competenza non rappresenta un sapere settoriale, ma una risorsa strategica per la formazione del cittadino. Il CNDDU ritiene, inoltre, che sia giunto il momento di compiere una scelta culturale coraggiosa: affiancare agli indicatori tradizionali del successo scolastico un nuovo parametro educativo, quello della maturazione della competenza civica e costituzionale degli studenti. Così come il sistema nazionale valuta gli apprendimenti linguistici, matematici e scientifici, appare ormai indispensabile monitorare in modo sistematico anche la capacità delle nuove generazioni di comprendere il significato delle regole democratiche, di esercitare il pensiero critico, di riconoscere i meccanismi della manipolazione e di partecipare responsabilmente alla vita della comunità. La qualità di una democrazia non dipende soltanto dal livello delle competenze professionali dei suoi cittadini, ma dalla loro capacità di vivere la cittadinanza come pratica consapevole. Occorre, infine, liberarsi da un equivoco che ha accompagnato per troppo tempo il dibattito pubblico. La sicurezza non coincide esclusivamente con il controllo del territorio. Una società è realmente sicura quando riesce a ridurre le condizioni culturali che rendono la violenza una possibilità credibile. Le politiche educative devono, pertanto, essere considerate parte integrante delle politiche della sicurezza nazionale. Investire nella scuola significa investire nella tenuta democratica del Paese; investire nella cultura giuridica significa rafforzare gli anticorpi civili della comunità; investire nei docenti di diritto significa dotare la Repubblica di professionisti capaci di tradurre i principi costituzionali in competenze di vita. L’imponente operazione della Polizia di Stato dimostra che le istituzioni possiedono gli strumenti per reprimere i fenomeni criminali. Il compito della scuola è diverso e, per certi aspetti, ancora più impegnativo: impedire che quei fenomeni trovino terreno fertile nelle coscienze delle nuove generazioni. È qui che si gioca la sfida decisiva. Una Repubblica che affida il futuro dei propri giovani alla sola efficacia della risposta penale rinuncia alla propria più alta funzione educativa. Una Repubblica che, invece, riconosce nella scuola il luogo in cui il diritto diventa cultura, la Costituzione esperienza vissuta e i diritti umani criterio quotidiano di convivenza, sceglie di costruire una sicurezza fondata non sull’emergenza, ma sulla maturazione di cittadini capaci di custodire, con consapevolezza, il patrimonio democratico che la Costituzione affida a ciascuno di noi. Romano Pesavento, presidente del CNDDU Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Una degna rabbia, per uno spregevole omicidio. La migliore Bologna in piazza a difesa di ciò che resta dell’umanità
Scoccano le 19.00 e su piazza del Nettuno il sole è ancora alto. Provare a quantificare il numero esatto delle migliaia e migliaia di persone già presenti e in costante aumento, risulta del tutto inutile: fiume, marea, oceano, sono tante le metafore acquatiche che solitamente si usano in casi del genere. E come tutti questi termini sottolineano in automatico, piazza del Nettuno ieri era sì un agglomerato eterogeneo di vite, storie, ma accomunato dalla trasversale necessità di scorrere. Da Acta Media Certo, a voler far retorica si può sempre sostenere tutto e il contrario di tutto, ma per chiunque fosse presente ieri era di lampante evidenza la necessità di urlare e camminare, a fronte dello spregevole omicidio di Abderrahim Fakir. Ma d’altronde qual era la pretesa? Dieci minuti di piantino collettivo e poi tutti a casa a cenare? La gente in piazza ieri era sconvolta, perché sconvolgenti sono le immagini di questo delitto, sconvolgenti quasi quanto la caparbietà con cui immediatamente si è deciso tra palazzi del potere e redazioni giornalistiche di insabbiarlo. Perché questo è il termine tecnico per descrive tutti i “eh ma”, “sì però”, “beh vediamo”: insabbiamento. Davanti a una vicenda come quella di Abderrahim non esistono vie di mezzo, e scegliere l’ambiguità delle parole invece che indignarsi per l’evidenza dei fatti, significa scegliere da che parte stare. Per opportunismo politico, pusillanimità, pochezza interiore, non importa ma si finisce immediatamente a far parte dello stesso fetido girone dei suprematisti che in queste ore sghignazzano e si eccitano al pensiero di “un ne*ro in meno” al mondo. In piazza si è diffusa come un boato la voce di Youssra, nipote di Abderrahim, una giovane donna in lacrime e forte allo stesso tempo. Non un personaggio televisivo, né una politica di professione: semplicemente una nipote a cui hanno ammazzato lo zio, e che, mal grado la voce spezzata dal dolore, decide di parlare e pretendere giustizia. Oggi già girano moniti filologici e dattilografie minuziose delle sue parole, inneggiando al massimo rigore nell’esegesi del testo, “ipse dixit”. Sta di fatto che, durante i suoi minuti di intervento, piazza del Nettuno è stato un corpo unico, uno stringersi corale con un reciproco ringraziamento dal microfono alla piazza e dalla piazza al microfono. Senza entrare in dichiarazioni e commenti emersi oggi, qualsiasi tentativo di raffigurare una contrapposizione rispetto a ieri tra lei e l’oceano lì presente per lei e la sua famiglia, sarebbe esilarante se non fosse deprecabile. Perché di questo parliamo, del fatto che migliaia di persone si sono opposte alla possibilità potesse calare il silenzio, al fatto che venisse calato il sipario su Abderrahim. Cori, urla, abbracci, lacrime, mani che si stringono, occhi che si cercano, voci che si uniscono: questa è stata la partenza del “corteo dei facinorosi”, ovvero della gran parte della gente presente in piazza. Non ci interessa attorcigliarci sui numeri, non abbiamo nulla da dover provare dato che circolano foto e video con ritratte migliaia di persone per strada fino a tarda notte. Sta di fatto che quello partito ieri pomeriggio non è stato un corteo organizzato, con promotori e sigle aderenti, ma una marcia popolare, una marcia di dignità, spontanea e collettiva. Un moto viscerale che ha condotto migliaia di persone a pretendere giustizia sotto la Prefettura, sì a gridare “assassini” alla polizia che blindava totalmente piazza Roosevelt già dalle prime ore del pomeriggio. Un fiume in piena che non si è fatto intimorire dalle cariche, dal fitto lancio di lacrimogeni e dai getti d’acqua degli idranti, pretendendo di rimanere lì, sotto la Prefettura, a gridare proprio “assassini”. Un fiume composto da giovani, certo – e qual è il problema? – ma anche da facchini, famiglie, gente di qualsiasi tipo. Un fiume determinato a non farsi cacciare via e attento alla propria difesa collettiva, indisponibile a continuare a subire in silenzio la violenza di celerini ed agenti di polizia. Noi quello che abbiamo visto lo chiamiamo dignità: un elemento ormai raro e sconosciuto a chi siede tronfiamente su poltrone, vive comodamente dentro delle ville, senza il minimo pensiero su come riempire il frigo o pagare le bollette. La stessa dignità che si è espressa per tutta la notte tra i magazzini vuoti dell’Interporto di Bologna, quando in centinaia e centinaia di lavoratori hanno risposto alla chiamata di sciopero, pretendendo giustizia per Abderrahim e bloccando totalmente il più grosso hub logistico di tutto il Nord Italia. Oggi non se ne parla molto sui giornali, probabilmente perché fa paura questa risposta trasversale capace di connettere un tessuto metropolitano così ampio, dal centro cittadino fino all’ingresso dell’Interporto. Fa paura questa risposta trasversale capace di unire studenti e studentesse, giovani precari e precarie, facchini, famiglie, in una eterogeneità di persone, biografie e pulsioni. E forse avete ragione ad avere paura, perché la dignità, l’umanità è giusto che spaventi chi ha scelto una vita mossa da squallidi fini e misere passioni. Una vita in cui si legittima il sopruso, in cui si aderisce al suprematismo. C’è tanto da inchiestare e discutere, ma, a caldo, la giornata di ieri nel suo complesso ha rappresentato un’irruzione tellurica di quella “Palestina Globale” che ha scandito il tempo dell’ultimo autunno. Non vogliamo scrivere parole posticce, né perderci nella mitopoiesi dei racconti, ma è evidente che il 2025 ha segnato per le vite di tutti e tutte noi uno spartiacque: il momento in cui si è scelto da che parte stare, in cui si è scoperta la possibilità, anzi, la necessità di alzare la testa ogni volta che questo inferno che chiamiamo presente ha deciso di infittirsi in infamia e dolore. Non un movimento lineare, ma un processo di movimentazione a macchie di leopardo, di scosse che nel loro rombare affermano il desiderio di un mondo nuovo, costi quel che costi. La giornata di ieri ha preso forma tramite un’incredibile alchimia di soggetti, e certo anche di gruppi: sindacati, associazioni, collettivi, che si sono messi a servizio di questo moto popolare. Giornate di questo tipo non sono mai lisce e senza contraddizioni, mai prive di dissidi, di prospettive diverse. Giornate di questo tipo non sono di proprietà di nessuno, e appartengono a tutte contemporaneamente. Nelle differenze, nelle affinità, nella difesa collettiva, imparando a resistere e a non indietreggiare, imparando a farlo insieme; questa giornata traccia una parte. La sfida diventa imparare a farla durare e dargli spazio. L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili.
Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
July 21, 2026
Weapon Watch
PAK: L’Iran ha utilizzato fosforo bianco proibito
Il PAK ha affermato che il corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) ha utilizzato fosforo bianco nell’attacco con droni contro la Regione del Kurdistan. Il Partito per la libertà del Kurdistan (PAK) ha rilasciato una dichiarazione sull’attacco con droni iraniani contro le basi dei Peshmerga nella Regione del Kurdistan. In una dichiarazione pubblicata sulla sua piattaforma social, il PAK ha affermato che il corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC) ha utilizzato armi ed esplosivi proibiti contenenti fosforo bianco nell’attacco con droni. Il comunicato afferma che gli esami medici effettuati su nove combattenti Peshmerga feriti, unitamente a una valutazione dei danni causati dall’attacco avevano evidenziato effetti diffusi, incontrollati e distruttivi. Aggiunge inoltre: “Le prove rinvenute nella vegetazione del sito colpito hanno confermato che i droni suicidi della Repubblica islamica dell’Iran trasportavano la sostanza proibita fosforo bianco”. Il comunicato sottolinea che l’uso di tali esplosivi, che causano danni crudeli, letali e irreversibili alla salute umana e all’ambiente, costituisce una chiara violazione dei principi fondamentali del diritto internazionale umanitario (le Convenzioni di Ginevra) e del divieto di utilizzo di armi proibite. La dichiarazione invita il Segretario generale delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR) e tutte le organizzazioni competenti per i diritti umani ad avviare immediatamente procedimenti legali decisivi per ritenere l’Iran responsabile. L'articolo PAK: L’Iran ha utilizzato fosforo bianco proibito proviene da Retekurdistan.it.
July 21, 2026
Retekurdistan.it
Abdullah Öcalan: Le legge negativa deve essere trasformata in legge positiva
Abdullah Öcalan: Ognuno dovrebbe fare la propria parte per garantire l’avvio del processo legale e legislativo, la completa eliminazione del conflitto e delle armi dall’equazione e l’apertura di un capitolo completamente nuovo. In una dichiarazione diffusa tramite la delegazione di İmralı, Abdullah Öcalan ha affermato che all’alleanza curdo-turca devono essere fornite garanzie legali attraverso provvedimenti legislativi e ha aggiunto: “È possibile vivere insieme da pari e in libertà in una repubblica democratica. La legge negativa deve essere trasformata in legge positiva”. I membri della delegazione di İmralı del Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (DEM Party), Pervin Buldan, Özgür Faik Erol e Mithat Sancar, hanno rilasciato una dichiarazione scritta in merito al loro incontro di ieri con il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Secondo quanto riportato nel comunicato, la riunione, durata cinque ore, ha incluso discussioni sugli sviluppi politici, sul processo in corso, sulla costruzione di una società democratica e su come dovrebbe essere definito il quadro giuridico. Il comunicato recitava: Come delegazione del partito DEM di İmralı, abbiamo tenuto un incontro approfondito con il signor Abdullah Öcalan dopo una lunga pausa. Durante l’incontro, abbiamo discusso in dettaglio degli sviluppi politici nella regione, della costruzione di una società democratica, dello stato attuale del processo di pace e di come dovrebbe essere definito il quadro giuridico. Durante l’incontro, il signor Öcalan ha rilasciato le seguenti dichiarazioni da condividere con l’opinione pubblica: «Restiamo impegnati ad adottare misure in linea con lo spirito dell’appello del 27 febbraio e a risolvere la questione nel quadro della legge di fratellanza.» Siamo sul punto di trasformare in un quadro giuridico la storica alleanza e unità curdo-turca, una realtà storica in Anatolia rimasta inscindibile in ogni periodo critico. La verità che “Se si separa il turco dal curdo, non rimane più alcun curdo; se si separa il curdo dal turco, non rimane più alcun turco, rende necessario sviluppare i principi giuridici di coesistenza e uguaglianza. E’ tempo di cerare una base giuridica È giunto il momento di gettare le basi giuridiche che tengano conto delle sensibilità di tutte le parti. Consapevoli che tracciare pazientemente questo percorso rappresenta un’opportunità storica, dobbiamo abbandonare approcci semplicistici e limitati che non servono al futuro e lavorare insieme per costruire una vita condivisa. Nel quadro delineato nella relazione redatta dalla Commissione per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia della grande assemblea nazionale turca, ognuno deve fare la propria parte per avviare il processo legale e legislativo, eliminare completamente il conflitto e le armi e aprire un capitolo completamente nuovo.   Il futuro condiviso dell’Anatolia L’alleanza curdo-turca è la pietra angolare del futuro condiviso dell’Anatolia. Ogni passo che compiamo deve essere guidato dalla cultura di queste terre. Attraverso misure legislative, è possibile fornire garanzie giuridiche durature a questa alleanza e vivere insieme da pari e in libertà in una repubblica democratica. Il diritto negativo deve essere trasformato in diritto positivo. La storia ci offre l’opportunità di costruire una vita condivisa e di aprire un capitolo completamente nuovo, fondato sull’uguaglianza e sulla giustizia. Credo fermamente che coglieremo insieme questa opportunità. Come delegazione, consideriamo storico l’importante appello del signor Öcalan e ribadiamo ancora una volta la nostra determinazione a proseguire un dialogo costruttivo con tutte le istituzioni competenti, in primis la grande assemblea nazionale turca, per far progredire il processo con un approccio orientato ai risultati e per raggiungere una soluzione duratura basata sul diritto di fratellanza.   Delegazione di İmralı del partito Dem   21 luglio 2026”
July 21, 2026
UIKI ONLUS
Firenze: presidio per Farik
Su convocazione della CGIL, dell’ANPI e dell’ARCI si è svolto oggi a Firenze, come in molte città italiane un presidio di fronte alla Prefettura per protestare per la morte di Abderrahim Fakir. Circa 300-400 persone hanno ascoltato le parole di Paolo Solimeno di Giuristi democratici. Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
Verità e giustizia per Abderraim Fakir. Lo sciopero operaio blocca l’interporto, Bologna scende in piazza
La morte di Abderrahim Fakir, lavoratore di origine marocchina, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro, ha provocato una risposta immediata tra i lavoratori, gli abitanti dei quartieri popolari, i giovani e le realtà sociali della città Da Acta Media Abderrahim è morto mentre chiedeva aiuto. Le testimonianze e i filmati diffusi in queste ore descrivono un intervento segnato dall’uso dello spray al peperoncino, dalla violenza fisica e dall’immobilizzazione. Di fronte ai tentativi di minimizzare quanto accaduto, alle calunnie diffuse sul suo conto e alla difesa preventiva dell’operato delle forze dell’ordine, Bologna ha risposto reclamando con forza verità e giustizia. La morte di Abderrahim non può essere archiviata come una fatalità. Devono essere accertate fino in fondo tutte le responsabilità, senza insabbiamenti e senza impunità. Abderrahim era uno di noi: un lavoratore, un proletario, una persona che viveva sulla propria pelle lo sfruttamento, la precarietà, il razzismo e la repressione che colpiscono soprattutto chi lavora nei settori più duri e vive nei quartieri popolari. L’uccisione di Abderrahim ha avuto un’eco fortissima nei magazzini e negli stabilimenti logistici dell’Interporto di Bologna e nelle altre logistiche dell’Emilia. Uno sciopero operaio di 24 ore ha bloccato uno dei principali nodi della movimentazione delle merci del Paese. Una grande massa di lavoratori e lavoratrici si è raccolta davanti agli ingressi dell’Interporto, fermando la circolazione delle merci. Migliaia di camion sono rimasti bloccati, mentre altri sono stati dirottati verso differenti piattaforme logistiche. La risposta operaia ha colpito direttamente il cuore degli interessi economici e dei profitti, dimostrando che l’uccisione di un lavoratore non può passare sotto silenzio. I lavoratori e le lavoratrici hanno affermato con forza che la repressione contro proletari, migranti e abitanti dei quartieri popolari avrà una risposta collettiva. Lo sciopero ha dimostrato ancora una volta che la classe lavoratrice non esiste soltanto per produrre ricchezza e ricevere in cambio un salario. Lavoratrici e lavoratori rivendicano dignità, libertà, giustizia e il diritto di vivere senza essere sfruttati, discriminati o repressi. Vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose. DAL BLOCCO DELLE MERCI ALLA PIAZZA La mobilitazione operaia dell’Interporto si è unita alla manifestazione cittadina che ha portato nel centro di Bologna migliaia di persone di ogni provenienza: lavoratori e lavoratrici, giovani, famiglie, abitanti dei quartieri e realtà solidali. Dal Nettuno, il grosso della manifestazione si è diretta verso la Prefettura, indicando chiaramente le responsabilità politiche e istituzionali di quanto avvenuto. Alla richiesta di verità e giustizia si è risposto ancora una volta con manganelli, idranti e lacrimogeni. Ma la piazza ha resistito a migliaia per ore mentre i cancelli della logistica restavano bloccati. Questa giornata ha mostrato la forza del legame tra sciopero nei luoghi di lavoro, blocco della circolazione delle merci e mobilitazione nelle strade. Una pratica di autodifesa collettiva che unisce chi lavora, chi vive nei quartieri popolari, chi subisce il razzismo istituzionale e chi si oppone a un modello sociale fondato sullo sfruttamento, sulla paura e sulla repressione. Non può esistere alcuna generica “unità della città” davanti alla morte di Abderrahim. Ovviamente di fronte a chi per ore ha lottato per strada contro il governo arrivano le solite condanne di chi palude quando si lotta a Minneapolis ma si distanzia quando succede a casa propria. Da una parte ci sono coloro che difendono le politiche securitarie, la repressione e l’impunità. Dall’altra ci sono lavoratori e lavoratrici, gli sfruttati e le sfruttate, e tutt coloro che rifiutano di accettare che una persona possa morire durante un intervento di polizia senza che vengano accertate fino in fondo le responsabilità. La mobilitazione per Abderrahim si è svolta nei giorni del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, simbolo della repressione contro chi lotta e manifesta. Il suo grido di aiuto richiama anche quello di George Floyd, soffocato negli Stati Uniti mentre ripeteva «I can’t breathe». Ricordiamo Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Abderrahim Mansouri, Moussa Diarra, Ramy Shehata e tutte le persone morte durante fermi, arresti, inseguimenti e interventi delle forze dell’ordine. Ricordiamo chi era fragile, emarginato, solo o in difficoltà e, invece di ricevere aiuto e protezione, è stato trattato come un nemico. Essere poveri, migranti, senza casa, attraversare una crisi personale o una condizione di sofferenza non può significare avere meno diritti o avere una vita che vale meno. Troppo spesso, dopo queste morti, le vittime vengono criminalizzate e sottoposte a un secondo processo pubblico, quasi che le loro condizioni personali possano giustificare la violenza subita. Quanto accaduto ad Abderrahim non è un fatto isolato. I controlli discriminatori nei quartieri, la violenza contro i migranti, i CPR, le deportazioni, la repressione delle lotte sindacali e sociali, i decreti sicurezza, le manganellate contro chi manifesta e le morti quotidiane nei luoghi di lavoro sono espressioni dello stesso sistema. Quale modello intende inseguire l’Italia? Quello operato dall’ICE negli Stati Uniti, fondato su retate, detenzioni e deportazioni contro migranti e comunità razzializzate? Un sistema che tutela la proprietà e i profitti dei padroni, legittima la loro violenza, mentre considera sacrificabili le vite di chi lavora, di chi è povero e di chi viene indicato come straniero o marginale. La razzializzazione delle istituzioni produce una distinzione concreta tra vite considerate degne di tutela e vite considerate meno importanti. Lasciare morire in mare, umiliare nei centri di detenzione, usare violenza durante un fermo, reprimere chi sciopera o manifesta e lasciare morire chi lavora nei luoghi di lavoro sono facce della stessa medaglia. Nessuno scudo per la repressione. Verità e giustizia per le vittime. A cosa serve il cosiddetto scudo penale, se non a rafforzare l’impunità di chi esercita la forza dello Stato? Chi porta una divisa non deve avere meno responsabilità, ma al limite più obblighi di trasparenza e controllo. La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle camionette, dei manganelli, della repressione, della limitazione del diritto di sciopero e dei decreti sicurezza. Siamo di fronte a una pericolosa deriva securitaria, coerente con una società che insegue un’economia di guerra e trasforma la violenza in metodo ordinario di governo. Le mobilitazioni per la Palestina hanno però mostrato che il blocco dei flussi, lo sciopero e l’azione collettiva possono unire il rifiuto della guerra alla lotta contro sfruttamento e repressione. La nostra sicurezza è una sicurezza di classe, fondata sulla dignità di chi lavora, sulla casa, sul salario, sui diritti, sulla libertà di movimento, sull’abolizionismo, sulla solidarietà e sulla possibilità di organizzarsi e lottare collettivamente. La mobilitazione di Bologna dimostra che la paura può essere spezzata e che alla repressione è possibile rispondere con l’organizzazione, lo sciopero e la solidarietà. La memoria di Abderrahim e di tutte le vittime della violenza istituzionale continuerà a vivere nelle lotte di chi non intende piegarsi davanti allo sfruttamento, al razzismo, alla guerra e alla repressione. Invitiamo i lavoratori, le lavoratrici e tutte le realtà sindacali, sociali e politiche a mantenere alta l’attenzione, a moltiplicare le iniziative di solidarietà e controinformazione e a partecipare all’assemblea pubblica cittadina di martedì 21 luglio, alle ore 19.00, presso la Tettoia Nervi, per discutere insieme come proseguire la mobilitazione. Lab. Crash! – SI COBAS Bologna – PLAT
BOLOGNA: MIGLIAIA DI PERSONE PARTONO IN CORTEO DAL PRESIDIO PER ABDERRAHIM FAKIR. CARICHE E SCONTRI SOTTO LA PREFETTURA. MERCOLEDI 22 ASSEMBLEA CITTADINA
Per i due agenti di polizia che hanno ucciso Abderrahim Fakir, domenica a Bologna, è scattato lo scudo penale introdotto dal pacchetto sicurezza del governo Meloni. La Procura del capoluogo emiliano ha attivato verifiche sui due poliziotti e sui quattro operatori del 118 che hanno assistito all’ammanettamento e al soffocamento del 42enne: anziché nel “registro degli indagati”, il fascicolo è stato aperto con il “modello 45 bis”, quindi i nomi dei due poliziotti e i quattro sanitari sono nel percorso accelerato che entro trenta giorni (prorogabili a 120 perché ci saranno le richieste di perizie tecniche) potrebbe portare all’archiviazione del caso. Ieri sera a Bologna sono scese in piazza migliaia di persone per chiedere verità e giustizia, contro le violenze e gli abusi in divisa. Dal presidio in piazza Nettuno (lanciato anche dalle istituzioni) alle ore 19, migliaia di persone sono partite in un corteo spontaneo verso la Prefettura, che era blindata da reparti celere: ci sono stati numerosi cori e slogan. Nel corso della serata poi ci sono state barricate e scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni sui manifestanti. Anche dopo il corteo la polizia, secondo le testimonianze raccolte, ha inseguito le persone per le vie di Bologna ed effettuato diversi fermi: nelle prime ore della mattina di martedì non è ancora chiaro quante persone sono state fermate, se e quanti sono gli arresti, né il numero delle persone ferite dalle manganellate della polizia. Alle 22 è iniziato lo sciopero  di 24 ore all’Interporto di Bologna convocato da Si Cobas, nel luogo dove Abderrahim lavorava. Stasera, martedì 21 luglio, a Brescia appuntamento alle ore 19.30 in piazza Rovetta/Largo Formentone lanciato da Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca. Anche a Milano è stato lanciato un presidio, appuntamento alle ore 18 davanti alla Prefettura. Ci siamo collegati con Luciano Muhlbauer nostro collaboratore Ascolta o scarica  Il racconto della serata a Bologna da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna.  Ascolta o scarica Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex  Garante nazionale delle persone private della libertà personale.  Ascolta o scarica Il commento di Luca Masera, docente di diritto penale all’Università di Brescia, sullo “scudo penale” e l’iscrizione dei poliziotti e dei sanitari nel registro speciale anziché nel registro degli indagati Ascolta o scarica Conferenza Stampa oggi in Senato dal titolo  “Verità e giustizia per Abderrahim Fakir” su iniziativa della senatrice di AVS Ilaria Cucchi. Conferenza stampa iniziata con la messa in onda dei casi di George Floyd e Riccardo Magherini deceduti in circostanze simili a quella di Fakir. Sentiamo l’introduzione della stessa Ilaria Cucchi e gli interventi  della nipote Yossra Fakir e dell’Avv. Fabio Anselmo Ascolta o scarica  Sentiamo anche l’intervento di Ilaria Masinara di Amnesty International Ascolta o scarica  A Bologna mercoledi 22 assemblea cittadina con appuntamento alle 19 in piazza Lucio Dalla. Che aria si respira oggi al Pilastro? Sentiamo Francesca del Comitato popolare Pilastro di Bologna Ascolta o scarica 
July 21, 2026
Radio Onda d`Urto
[Likewise] LikeSeven ep2
car* likewisers, avevo preparato una differente scaletta per quest secondo mixtape, che si chiamerà likeseven. Jennifer Finch, bassista e musicista ci ha lasciate qualche giorno fa. Era sta la storica bassista delle L7 con cui aveva poi ripreso a suonare e andare in tour (e incidere) negli ultimi anni. Jennifer Finch è una di quelle donne che hanno fatto la storia della musica, ma non hanno avuto incensi e riconoscimenti che vengono sempre elargiti ai maschi, che spesso, con in questo caso, arrivano dopo, e andavano ai suoi concerti, e da persone come lei sono stat* ispirat*.  Jennifer Finch era in una band con kat bjelland e courtney love nei primi anni 80, chiamata sugar babydoll. ancora il grunge non era nato. loro già lo suonavano.  Le L7 hanno raggiunto un discreto successo, non ricalcando nessuno degli stereotipi ne assecondando alcuna delle aspettative che sempre l'industria musicale ha quando sul palco sale una all female band. E stiamo ancora così, piantatela di far finta di niente. Proprio quando le L7 probabilmente erano nel loro punto più alto di fama e successo, e anche probabilmente più infognate nelle droghe (come metà del mondo in quegli anni) decise di smettere di suonare con loro, si dice per preservarsi e star meglio. Forma una nuova band. si chiamano other people star, non la mia busta di patatine, ma ascolterete anche loro in questo mixtape.  Continua diventando la frontwoman di the shoker una band punk che raggiunse anche una certa fama. Jennifer era rumorosa, indomabile e libera.  E brava. Oltre a fare la storia della musica ha anche documentato quello che succedeva intorno a lei, soprattutto con foto, disegni e appunti, che fanno del suo materiale sulle sue band e sulla scena di cui facevano parte, sui cambiamenti, la forza e la fragilità della musica indipendente, le connessioni tra musica e lotte politiche, un archivio preziosissimo. Come lei. Perché Jennifer la femminista da quando aveva 5 anni, come raccontava, aveva da adolescente imparato ad occupare lo spazio che nessuno voleva darle e che spesso le avrebbero voluto togliere.  love.  
July 21, 2026
Radio Onda Rossa
Abdullah Öcalan: Ognuno dovrebbe fare la propria parte per garantire l’avvio del processo legale e giudiziario
Abdullah Öcalan: Ognuno dovrebbe fare la propria parte per garantire l’avvio del processo legale e legislativo, la completa eliminazione del conflitto e delle armi dall’equazione e l’apertura di un capitolo completamente nuovo. In una dichiarazione diffusa tramite la delegazione di İmralı, Abdullah Öcalan ha affermato che all’alleanza curdo-turca devono essere fornite garanzie legali attraverso provvedimenti legislativi e ha aggiunto: “È possibile vivere insieme da pari e in libertà in una repubblica democratica. La legge negativa deve essere trasformata in legge positiva”. I membri della delegazione di İmralı del Partito per l’uguaglianza e la democrazia dei popoli (DEM Party), Pervin Buldan, Özgür Faik Erol e Mithat Sancar, hanno rilasciato una dichiarazione scritta in merito al loro incontro di ieri con il leader del popolo curdo Abdullah Öcalan. Secondo quanto riportato nel comunicato, la riunione, durata cinque ore, ha incluso discussioni sugli sviluppi politici, sul processo in corso, sulla costruzione di una società democratica e su come dovrebbe essere definito il quadro giuridico. Il comunicato recitava: Come delegazione del partito DEM di İmralı, abbiamo tenuto un incontro approfondito con il signor Abdullah Öcalan dopo una lunga pausa. Durante l’incontro, abbiamo discusso in dettaglio degli sviluppi politici nella regione, della costruzione di una società democratica, dello stato attuale del processo di pace e di come dovrebbe essere definito il quadro giuridico. Durante l’incontro, il signor Öcalan ha rilasciato le seguenti dichiarazioni da condividere con l’opinione pubblica: «Restiamo impegnati ad adottare misure in linea con lo spirito dell’appello del 27 febbraio e a risolvere la questione nel quadro della legge di fratellanza.» Siamo sul punto di trasformare in un quadro giuridico la storica alleanza e unità curdo-turca, una realtà storica in Anatolia rimasta inscindibile in ogni periodo critico. La verità che “Se si separa il turco dal curdo, non rimane più alcun curdo; se si separa il curdo dal turco, non rimane più alcun turco, rende necessario sviluppare i principi giuridici di coesistenza e uguaglianza. E’ tempo di cerare una base giuridica È giunto il momento di gettare le basi giuridiche che tengano conto delle sensibilità di tutte le parti. Consapevoli che tracciare pazientemente questo percorso rappresenta un’opportunità storica, dobbiamo abbandonare approcci semplicistici e limitati che non servono al futuro e lavorare insieme per costruire una vita condivisa. Nel quadro delineato nella relazione redatta dalla Commissione per la solidarietà, la fratellanza e la democrazia della grande assemblea nazionale turca, ognuno deve fare la propria parte per avviare il processo legale e legislativo, eliminare completamente il conflitto e le armi e aprire un capitolo completamente nuovo. Il futuro condiviso dell’Anatolia L’alleanza curdo-turca è la pietra angolare del futuro condiviso dell’Anatolia. Ogni passo che compiamo deve essere guidato dalla cultura di queste terre. Attraverso misure legislative, è possibile fornire garanzie giuridiche durature a questa alleanza e vivere insieme da pari e in libertà in una repubblica democratica. Il diritto negativo deve essere trasformato in diritto positivo. La storia ci offre l’opportunità di costruire una vita condivisa e di aprire un capitolo completamente nuovo, fondato sull’uguaglianza e sulla giustizia. Credo fermamente che coglieremo insieme questa opportunità. Come delegazione, consideriamo storico l’importante appello del signor Öcalan e ribadiamo ancora una volta la nostra determinazione a proseguire un dialogo costruttivo con tutte le istituzioni competenti, in primis la grande assemblea nazionale turca, per far progredire il processo con un approccio orientato ai risultati e per raggiungere una soluzione duratura basata sul diritto di fratellanza. Delegazione di İmralı del partito Dem 21 luglio 2026” L'articolo Abdullah Öcalan: Ognuno dovrebbe fare la propria parte per garantire l’avvio del processo legale e giudiziario proviene da Retekurdistan.it.
July 21, 2026
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