Dress code 25. Vestire la ReginaDress code 25. Vestire la Regina
Bianca Terracciano
Anita Romanello Sab, 30/05/2026 - 03:00
Le storie della monarchia si intrecciano alla Storia come trama e ordito:
persone, oggetti, guerre, matrimoni, tradimenti, incoronazioni, tessuti. Se la
Corona britannica è sopravvissuta a rivoluzioni, bombardamenti, crisi dinastiche
e trasformazioni mediatiche, lo ha fatto anche grazie ai suoi abiti, strutture
di sostegno nei momenti di crisi, armature simboliche capaci di mascherare
fragilità, nascondere tensioni, trasformare il corpo individuale in istituzione.
In Fashioning the Crown. La regina Elisabetta, la moda e il potere (Donzelli,
2026), Justine Picardie compie una ricognizione storica tanto vertiginosa quanto
sorprendente, favorita da una posizione privilegiata: giornalista, biografa, già
direttrice di Harper’s Bazaar, frequenta da anni gli ambienti aristocratici
britannici e racconta conversazioni con la regina stessa durante soggiorni a
Balmoral, nelle Highlands scozzesi, dove l’etichetta convive con pranzi
informali, cani, cavalli e stoviglie da sparecchiare. Non è l’ennesimo libro sui
royal bodies o sui tailleur colorati di Elisabetta II, ricordata troppo spesso
soltanto per le tinte sgargianti, le spille e le borse coordinate. Piuttosto,
Picardie mostra la natura profonda di un sistema di segni in cui persone,
luoghi, oggetti e rituali rimangono collegati nel tempo attraverso una fitta
infrastruttura simbolica, costruita sulla visibilità e, paradossalmente,
sull'opacità, in cui i vestiti si fanno coltre, scudo e sipario. Il volume di
Picardie si inserisce inoltre nel quadro più ampio delle celebrazioni dedicate a
Elisabetta II, il cui centenario continua a produrre dispositivi memoriali, come
Queen Elizabeth II: Her Life in Style, esposizione dedicata ai suoi abiti
prorogata sino al 18 aprile 2027.
La parola regina si colloca nella nuvola di senso della regalità, addensata da
oggetti di moda quali capi, accessori, gioielli, cappelli, scarpe, foulard
oppure da figure di accompagnamento raccolte sotto il nome di corte. Gli oggetti
di moda costituiscono il terreno comune con coloro che vivono al di fuori del
palazzo: compongono un’enciclopedia condivisa perché sono, almeno in teoria,
oggetti fruibili da tutti, capaci di semplificare e tradurre il cerimoniale di
corte. In quanto corpo mediale e sociale, chi appartiene alla famiglia reale
viene consumato attraverso rappresentazioni stereotipate rese immediatamente
percepibili dalla Moda. Il corpo sociale attua discorsi gestuali e strategie
prossemiche che, nel caso della corona inglese, sono il risultato di una rigida
etichetta, di un codice, appunto. Il corpo sociale assurge dunque a incarnazione
di storia e stagioni, attiva la credenza, la quale, nel caso specifico della
monarchia, è necessaria al consenso e alla legittimazione del ruolo, veicolata
dal sembrare più che dall’essere. Lo dimostrano le fotografie riportate nel
libro di Picardie, dove Elisabetta II e la sua famiglia, persino in ambienti
apparentemente informali, subiscono una cristallizzazione performativa del
proprio ruolo: il portamento, il contegno, la postura.
Immagine Creative Commons.
Corpi regali alla moda, politicizzati e culturalizzati, che attraversano
categorie quali rigidità e morbidezza, rigore e surrealismo, distinzione e
omogeneizzazione, serietà e giocosità. Il corpo vestito, specialmente quando
regale e monarchico, è, come osserva Gianfranco Marrone in Corpi sociali
(Einaudi 2001), “un fenomeno immediatamente sociale, il cui valore simbolico
dipende da leggi che travalicano la sfera dell'individuo”. E così,
l’abbigliamento di Elisabetta II genera senso ulteriore perché assume una
funzione regolativa, opacizzante, regola ciò che può essere mostrato e ciò che
deve restare segreto, oltrepassando il significato dei singoli oggetti di moda,
dando luogo a valorizzazioni completamente nuove.
Il discorso di moda si serve dei corpi sociali per diffondersi e farsi
comprendere, e i riferimenti a Vogue e ad altre testate specializzate e non
disseminati nel libro di Picardie documentano gli avvenimenti della monarchia
attraverso commenti allo stile, poiché considerati il riflesso e la
rappresentazione nel mondo reale dell’haute couture, tanto che evento e abito
risultano in relazione di contiguità naturale, poiché il secondo viene creato
appositamente per determinate occasioni d’uso e su misura di chi lo indossa.
Immagine Creative Commons.
Il pubblico è alla continua ricerca di modelli a cui ispirarsi, si affida a chi
riesce ad assicurarsi una presenza costante nell’universo mediatico. Se però si
tratta di monarchia, o più in generale di politica, allora il discorso sul corpo
vestito diventa foriero di consenso e parte integrante di una narrazione
storica. Dietro al decoro variopinto, mai realmente sfarzoso, esistono
intenzionalità e costruzione, negoziate con il sarto, lo stilista, il fornitore
di materia prima, che deve risultare pertinente rispetto alla cultura d’origine
oppure a quella ospitante. Ad esempio, nel 1947, in occasione del viaggio della
famiglia reale a Città del Capo, Norman Hartnell, primo sarto reale, confeziona
i completi della principessa Elisabetta e di sua madre utilizzando lana
sudafricana per creare continuità con il luogo, insieme ad alcuni tessuti
prodotti negli opifici di West Riding e della Scozia. L’implicito è chiaro: la
Gran Bretagna sta superando la crisi ed è in grado di produrre maggiore bellezza
della Francia.
Immagine Creative Commons.
Maria Pia Pozzato osserva che la forza della sovrana risiede nella medietas,
vale a dire nell’”incontro fra l’ordinario e lo straordinario”, innesco di “un
costante effetto di meraviglioso, poiché tutto è al tempo stesso realistico e
fiabesco” (in Mangano, Sedda, a cura, Simboli d’oggi, Meltemi 2023). Il
conciliare due opposti, il sembrare ordinaria, è probabilmente ciò che ha reso
Elisabetta un simbolo, un mito sorto da colori sgargianti, scampoli di tessuto,
pellame, pietre, bottoni, fodere e velette di cappellini, declinati tra natura e
cultura, tra impegni istituzionali e tempo libero con cani e cavalli.
Distinzione e standardizzazione, dunque.
Apparire in un certo modo trasmette empatia, sicurezza, capacità di infondere
speranza. L’opacizzare emozioni e difficoltà rientra tra le funzioni “vitali”
della corona inglese raccontata da Picardie attraverso gli abiti indossati. Il
vero sentire, reso incomunicabile dall’etichetta, viene delegato alle
rappresentazioni mediatiche, come accade alla madre di Lilibet, Elisabetta, che
nel 1940, durante una visita ai siti bombardati del sud-est di Londra, torna sui
propri passi affinché una scena non fotografata in tempo possa essere
riprodotta. Si mette nuovamente in posa accanto a un “bambino sudicio” che tenta
di toccare la sua collana di perle. Lo scarto tra povertà e regalità viene
sussunto da organico e inorganico: una mano che prova a sfiorare un gioiello
racconta una guerra vissuta in due mondi paralleli. L’immagine della regnante in
tempi di difficoltà viene costruita anche attraverso i sarti della casa reale,
tra cui Norman Hartnell, che dota la regina consorte persino di un astuccio di
velluto nero per riporre la maschera antigas. Non sorprende, dunque, che nel
settembre 1941 Vogue titoli “La moda è indistruttibile”, a conferma del fatto
che il vestito renda esemplare e convincente il corpo glorioso rappresentato,
innescando processi di identificazione diretta. Picardie segue una linea
coerente lungo tutto il volume: gli abiti della corona inglese servono a
mostrarsi e contemporaneamente a nascondersi. Elisabetta II è visibile proprio
perché resta indecifrabile, come confermato dall’incipit programmatico del
volume, “Bisogna vedermi per credere”. Se l’adagio preferito di colei che ha
avuto uno dei regni più longevi della storia conosciuta viene correlato all’idea
che gli abiti servono a “celare segreti, più che a rivelarli”, allora si può
affermare che la Moda opacizzi la monarchia, soprattutto in un’epoca costruita
sugli imperativi della trasparenza, dell’autenticità e dell’accessibilità.
Immagine Creative Commons.
Elisabetta II incanta perché sollecita l’immaginazione proprio attraverso
l’assenza di trasparenza, poiché, rivestendosi di segreto, la monarchia
sopravvive facendo esattamente il contrario di ciò che il contemporaneo sembra
richiedere.
La trasparenza, del resto, è un costrutto utopico, soprattutto perché la nuda
verità dell’essere è sempre rivestita dallo scudo dell’intersoggettività.
Pertanto, la trasparenza è anch’essa un dispositivo di visione, che include
inevitabilmente una forma di mediazione non diversa da quella del segreto, il
quale, etimologicamente, indica una separazione dal mostrare, una tensione che
si frappone tra chi nasconde e chi osserva per, eventualmente, scoprire.
L’abbigliamento reale occulta deliberatamente, opacizzando gli stati d’animo.
Gli abiti servono a mantenere segreto il sentire in tempo di guerra, ma
funzionano anche come copertura concreta delle attività della Special Operations
Executive, di cui Hardy Amies, sarto della regina, tenente colonnello e spia
durante la Seconda guerra mondiale, fece parte.
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Intervistato da Picardie, che tenta di carpire informazioni sulla sua doppia
vita, Amies chiama in causa altre due figure fondamentali nelle rappresentazioni
dei Windsor, Norman Hartnell e Cecil Beaton, che ne immortala i momenti più
significativi: «“Io sono una vecchia “regina” scaltra, ma Norman era una vecchia
“regina” pazza e Cecil una vecchia “regina” infelice”». In questo sistema di
prossimità simbolica, la regalità sembra assorbirsi per contagio intersomatico.
Amies viene scelto da Elisabetta II, scrive Picardie, “non per sostituire Norman
Hartnell, che non perse il ruolo di primo sarto di corte, ma per aggiungere una
nuova dimensione all’arsenale del suo guardaroba”. L’esperienza bellica di Amies
non solo gli aveva insegnato che era vitale prestare attenzione ai dettagli che
permettono a un agente segreto di agire sotto copertura in territorio nemico, ma
lo aveva anche istruito nelle sottili e significative differenze tra uniformi.
Amies l’aiuta a mettere insieme un guardaroba operativo, il corrispettivo
dell’abito d’ufficio per una monarca.
In questo senso, gli abiti della monarchia britannica funzionano come
dispositivi di opacizzazione, tengono insieme corpi, memoria, consenso, rituali
e rappresentazioni. Se la contemporaneità sembra costruita sull’imperativo della
trasparenza, sulla continua richiesta di autenticità, accessibilità e
confessione pubblica, la monarchia britannica continua a sopravvivere
preservando zone d’ombra, ritualizzando la distanza, trasformando il segreto in
una forma di comunicazione.
La forza simbolica di Elisabetta II risiedeva dunque nella capacità di sottrarsi
al consumo mediale totale, mantenendo intatta una distanza che alimentava
curiosità, fascinazione e credenza. L’opacità, più che un limite della
rappresentazione, diventa così la sua condizione di possibilità. Perché il
mistero della monarchia, come suggerisce Picardie, consiste proprio nel
mostrarsi continuamente, continuando al tempo stesso a sfuggire allo sguardo.
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