Gli espropri di Milano, i riot di Belfast, la guerra ibridaRiprendiamo da Codice Rosso questo lungo approfondimento che analizza, in
maniera comparativa, quanto accaduto durante e attorno ai riot milanesi e le
mobilitazioni di Belfast dei mesi scorsi. Da più parti, in molti, evidenziano
come la movimentazione sociale emersa il 17 ottobre in Italia, sia uno
spartiacque significativo per molteplici ragioni. Crediamo che questo testo
abbia, fra gli altri, l’utile pregio di “fare ordine” nell’analisi utilizzando
categorie precise, mostrandoci un esempio concreto, quasi didattico, su come può
essere impostata un’analisi orientata alla conricerca attraverso l’inchiesta.
Buona lettura!
> “Tu sais ce que la rue m’a appris ? Si tu donnes ta joue, tu te fais niquer ta
> mère”
>
> La Haine, 1995
1.
L’impiego inflazionato del concetto di «guerra ibrida» nel dibattito pubblico
impone una chiarificazione. Nella dottrina strategica e nella sociologia dei
conflitti, la guerra ibrida (hybrid warfare) non indica qualsiasi turbolenza
sociale che transiti per le reti digitali, bensì una precisa architettura
offensiva e deliberata in cui un attore statale o para-statale combina
operazioni informative, guerra psicologica e manipolazione computazionale per
destabilizzare un sistema bersaglio mantenendosi sotto la soglia dello scontro
militare aperto.
Tuttavia, il limite strutturale di ogni operazione ibrida o di guerra cognitiva
(cognitive warfare) risiede nell’impossibilità di fabbricare dal nulla
un’insorgenza materiale: nessun algoritmo e nessuna centrale di disinformazione
possono spingere migliaia di persone a scendere fisicamente in strada se il
messaggio non trova un terreno sociale ricettivo. Il momento teorico e operativo
cruciale della guerra ibrida è dunque il meccanismo di innesto: il punto esatto
in cui una regia esterna o superiore (top-down) riesce ad agganciarsi a tensioni
sociali, frustrazioni economiche e fratture identitarie realmente esistenti sul
territorio, piegandole ai propri fini strategici.
Lo strumento tecnico che realizza questa saldatura tra regia occulta e rabbia
sociale è l’astroturfing — termine derivato dal marchio di erba sintetica
AstroTurf per definire una mobilitazione artificiale progettata per simulare
un’insorgenza spontanea dal basso (grassroots). Come dimostrato da report
apparso proprio su Codice Rosso e ripreso da Contropiano («Astroturfing:
accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna»), mentre
l’astroturfing commerciale (storicamente impiegato da colossi come Microsoft,
Monsanto o Walmart) mira ad alterare le metriche di mercato, l’astroturfing
politico opera come il vettore d’innesco della guerra ibrida sul fronte interno.
Esso costruisce quelli che Walter Lippmann definiva «pseudo-ambienti» cognitivi
attraverso la sistematica «de-marcatura della fonte», arruolando basi sociali
che agiscono fisicamente seguendo le linee di una strategia concepita altrove.
Il caso dei riot di Belfast, giugno 2026, rappresenta l’archetipo di come
funzioni realmente questa strategia:
Il terreno sociale parassitato: L’operazione si innesta sulla devastazione
socio-economica prodotta da decenni di deindustrializzazione neoliberista e
austerità, accompagnata dall’abbandono della difesa materiale della classe
lavoratrice da parte della sinistra tradizionale. In questo vuoto, l’ingegneria
discorsiva della IA agentica ricodifica il proletariato in senso etnico come
«white working class» (classe lavoratrice bianca autoctona), deviando il
conflitto verticale contro il capitale verso una guerra orizzontale contro
migranti e richiedenti asilo.
Il dispositivo tecnico di aggancio: Per saldarsi al malessere popolare, gli
operatori utilizzano profili fittizi (sock puppets) e avatar IA che mimano i
codici linguistici ed emotivi della gente comune («populismo epistemologico»),
sfruttando gli algoritmi di raccomandazione di TikTok, X, YouTube e Telegram.
Questo meccanismo produce una «fascistizzazione post-organizzativa» che colpisce
selettivamente i soggetti più fragili: come documentato dall’ESRC (Vulnerability
and Policing Futures Research Centre), giovani maschi isolati o con difficoltà
di attenzione e concentrazione risultano strutturalmente più esposti alla
cattura in bolle di filtraggio (filter bubbles) xenofobe.
La prova forense dell’eterodirezione a Belfast: La natura ibrida ed eterodiretta
del fenomeno è certificata dalla triangolazione investigativa tra analisi
ideologica, rapporti sindacali/civici (CAJ, UNISON, Rabble Cooperative) e
analisi forense dei dati di rete. Durante i disordini dell’agosto 2024 seguiti
all’attacco di Southport, il canale Telegram «Southport Wake Up» è balzato da 44
a oltre 15.000 iscritti in poche ore; il 3 agosto 2024 i tracciati hanno
registrato l’ingresso simultaneo di centinaia di account con nomi in caratteri
cinesi, prova inconfutabile dell’acquisto di bot farm commerciali per gonfiare
artificialmente le metriche di popolarità, generare un aumento del 327%
nell’attività dei gruppi di estrema destra e trascinare la folla reale nei
pogrom del 4 agosto a Belfast, Middlesbrough e Rotherham. Lo stesso schema di
amplificazione coordinata si è ripetuto l’8 giugno 2026 a North Belfast dopo
l’accoltellamento di Stephen Ogilvie.
A Belfast siamo stati dunque in presenza di una vera dinamica di guerra ibrida:
una regia organizzata precede la piazza, acquista potenza computazionale
transnazionale per simulare un consenso maggioritario, si aggancia alla
decomposizione sociale post-industriale e indirizza la folla verso un bersaglio
etnico prestabilito.
2.
Di fronte alla guerriglia urbana esplosa nel centro di Milano sabato 17 e
domenica 18 ottobre 2026, il governo italiano ha tentato di applicare
meccanicamente il paradigma dello scontro geopolitico occulto. Intervenendo il
20 ottobre 2026 al secondo Forum sul procurement della Difesa (come riportato da
Il Sole 24 Ore e dalle principali testate nazionali), il ministro della Difesa
Guido Crosetto ha dichiarato che «i fatti di Milano sono frutto della guerra
ibrida», definendoli il risultato «di azioni che qualcuno sta portando nelle
nostre nazioni con strumenti non convenzionali». Secondo il ministro, i
giovanissimi scesi in piazza subirebbero una «controeducazione sui social»
orchestrata da potenze straniere: «La mia più grande preoccupazione oggi è la
capacità che ormai hanno alcune nazioni, dopo aver studiato con gli algoritmi le
menti dei nostri giovani, di conoscerli molto meglio di noi e di influenzarli».
A supporto di tale tesi, gli apparati di sicurezza hanno indicato la presenza,
sotto i video degli scontri, di singoli commenti generati da profili automatici
(come un account denominato .dima.1.3.1.2. corredato da bandiera russa). Una
analisi simile, presentata clamorosamente senza una prova, l’ha pubblicata il
Financial Times a proposito delle proteste in Francia: secondo il quotidiano
finanziario, si tratterebbe di proteste stimolate da una “guerra ibrida”
proveniente dalla Russia, dall’Iran e addirittura dall’Algeria.
Nel nostro caso, al vaglio del metodo investigativo socio-tecnico, l’analisi del
ministro Crosetto si rivela un’evidente fallacia categoriale e un alibi
ideologico. Confondere il rumore parassitario post-hoc — il fatto fisiologico
che reti di bot internazionali commentino qualsiasi hashtag di tendenza dopo che
un evento è già deflagrato — con la causa genetica e l’organizzazione di una
rivolta significa scambiare lo sciacallaggio acustico con la direzione
strategica. Milano non è Belfast: l’analisi empirica e forense delle giornate
del 17 e 18 ottobre dimostra l’assenza totale di bot farm d’innesco, di una
regia straniera e di quella pianificazione top-down che definisce la guerra
ibrida. Lo stesso ministro dell’interno, Piantedosi, ha successivamente smorzato
le parole di Crosetto ma, va evidenziato, l’hype sulla guerra ibrida contro
l’Italia, dopo Milano, ne esce fortemente rafforzato.
2.1
L’insorgenza milanese – preceduta nelle settimane precedenti da improvvisi
raduni giovanili nel nord Italia e venerdì 16 ottobre da un corteo studentesco
di 5.000 persone a Milano – si è innescata sabato 17 ottobre a margine della
manifestazione nazionale contro il carovita promossa dalla rete apartitica
«Italia in Piazza» (5.000 partecipanti a Milano, 3.000 a Torino, 2.000 a
Bologna, 800 a Bergamo, 600 a Brescia). A Milano il corteo pacifico è stato
rapidamente scavalcato da sciami fluidi di giovanissimi a volto coperto che,
dopo i primi lanci di bottiglie in via Broletto e via Mazzini, hanno trasformato
Piazza Duomo, via Torino, Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila in un
campo di battaglia con tattiche hit-and-run (attacco e ritirata rapida),
erigendo barricate infuocate con materiali di cantiere, distruggendo una
gazzella dei Carabinieri e assaltando a colpi di mazza il negozio Foot Locker in
Galleria Passarella per prelevare calzature e abbigliamento. Domenica 18
ottobre, senza alcuna convocazione ufficiale, la rivolta si è replicata tra il
Duomo, via Dante, Largo Cairoli, il Castello Sforzesco, Piazzale Cadorna e via
Piatti, culminando nella devastazione di dehors, pensiline, una libreria, un
bancomat e nel saccheggio di un supermercato Carrefour.
I numeri fanno sorridere se si pensa alla tesi del complotto internazionale: su
271 persone accompagnate in Questura (a fronte di oltre mezzo milione di euro di
danni stimati da Confcommercio e tra i 15 e i 104 agenti refertati), 220 sono
minorenni (l’81,2%), spesso sotto i 15 anni e fino a dodicenni, quasi tutti
incensurati, con 60 ragazzi stranieri e una composizione mista di giovani
italiani figli di nativi e seconde generazioni. Per 45 arrestati (34 minori e 11
maggiorenni nati tra il 2007 e il 2008), la Procura di Milano (diretta da
Marcello Viola con il pm Giovanna Cavalleri) e la Procura per i minorenni hanno
chiesto la custodia cautelare a San Vittore e al Beccaria per resistenza
pluriaggravata e per il reato di devastazione e saccheggio.
Se l’intelligence preventiva ha fallito, non è stato a causa di una centrale
spionistica estera, ma perché i modelli classici di ordine pubblico – abituati a
negoziare percorsi e limiti con referenti di partiti, sindacati o centri sociali
– sono andati in tilt di fronte a una mobilitazione acefala: centinaia di
adolescenti sono scesi dai quartieri periferici e dalla provincia a gruppi di
due o tre, senza bandiere, striscioni o abiti militanti, confondendosi con i
coetanei dello shopping del sabato e scegliendo bersagli casuali in tempo reale,
mentre l’età giovanissima dei partecipanti frenava i comandi di polizia
dall’ordinare cariche ad alto impatto fisico.
2.2
Lungi dall’essere stata eterodiretta da potenze straniere ostili, la
propagazione digitale milanese si è sviluppata attraverso tre livelli
interamente bottom-up, segnati dal collasso immediato degli organizzatori
iniziali, Mentre nell’astroturfing britannico la tecnologia opera lungo una
catena verticale a quattro stadi che parte da salda una regia politica ed
economica occulta, attraversa l’impiego di bot farm e sock puppets, costruisce
un’intimità algoritmica volta a individuare capri espiatori etnici e culmina nel
pogrom xenofobo, nei riot milanesi la propagazione comunicativa si è articolata
attraverso tre distinti passaggi socio-tecnici dal basso, caratterizzati, al
contrario di Belfast, da una progressiva perdita di controllo da parte dei
promotori iniziali e da una riappropriazione orizzontale dei codici del
conflitto:
L’infrastrutturazione civica amatoriale (Italia in Piazza): La rete che ha
convocato la protesta sul carovita è stata creata in soli 13 giorni dal
ventunenne Louis e dall’amministratore delle chat «Andrea» usando strumenti
gratuiti e no-code (una Web App generata con la piattaforma IA Lovable). I
canali social avevano numeri irrisori, incompatibili , a differenza del caso
Belfast, con qualsiasi spinta di bot farm: meno di 3.000 follower su Instagram
(@italiainpiazza17) e meno di 700 su TikTok, con un gruppo Telegram di circa
4.000 iscritti diviso per regioni. La prova regina dell’assenza di una regia
violenta è la spaccatura esplosa nella chat generale della rete che aveva
organizzato la protesta la sera del 17 ottobre: mentre la maggioranza condannava
i saccheggi («Spaccare tutto non è coscienza politica, è rabbia senza
direzione») e una minoranza li rivendicava, gli amministratori hanno sconfessato
gli scontri cacciando i “violenti” dal canale («La violenza e gli scontri non
sono il motivo per cui sposiamo la causa quindi uscite pure»).
Il contagio mimetico laterale e la semantica dell’«esproprio»: I migliaia di
adolescenti giunti in Duomo non sono stati reclutati da Italia in Piazza, ma da
un passaparola orizzontale transitato su gruppi Telegram preesistenti dedicati a
musica trap, calcio e moda. Durante gli scontri, sono i Reel di Instagram e i
feed di TikTok hanno agito da moltiplicatori mimetici in tempo reale: i ragazzi
si sono filmati durante gli assalti convocando per emulazione la replica di
domenica 18 ottobre («Ci vediamo in Duomo»). Ed è qui che il gesto acquisisce
una propria grammatica politica dal basso: diventa virale il video in cui i
giovanissimi consegnano a un senzatetto le felpe appena sottratte ai negozi del
centro, rivendicando l’azione con le scritte «Si chiama esproprio proletario» ed
«Esproprio proletario a Milano».
La codificazione tattica post-hoc (Movimento 17 ottobre): Solo tra il 18 e il 19
ottobre, dopo l’esaurimento della rivolta spontanea (e mentre un centro sociale
attivava un hub legale per i fermati), compare su Instagram e Telegram la sigla
Movimento 17 ottobre (circa 250 iscritti al 19 ottobre), che tenta di dare
continuità politica al tumulto con slogan generazionali e antifascisti («I
violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo
prendiamo», «Gli unici stranieri i fascisti nei quartieri»), lanciando la
«Mobilitazione permanente ogni sabato» alle ore 15:00 in otto città (Milano,
Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova) e diffondendo manuali di
autodifesa di piazza per principianti («Safer in the street») e vecchi testi
d’azione diretta («Ricette per il caos», 2004).
Nella guerra ibrida di Belfast la struttura di comando precede e fabbrica la
piazza; a Milano la struttura militante tenta di nascere a posteriori nel
tentativo di attrarre uno sciame giovanile già esploso da sé.
3.
Se l’impianto categoriale del ministro Crosetto cade sul piano dell’evidenza
empirica, esso svela tuttavia una verità rovesciata. A Milano una guerra ibrida
è effettivamente in corso, ma non è condotta dalle “potenze straniere contro
l’Occidente”: è una guerra ibrida interna, strutturale e multidimensionale,
condotta dal modello metropolitano neoliberista e dagli apparati dello Stato
contro i settori più giovani e subalterni della propria popolazione. Una guerra
condotta per rafforzare e legittimare ruoli, poteri, gerarchie politiche e
sociali esistenti messe in discussione dalla crisi e dal caos generato dalle
guerre, quelle vere, e dall’incedere della nuova rivoluzione industriale. Una
guerra ibrida interna, condotta come strumento di sopravvivenza di un ceto
politico-istituzionale, che opera combinando tre armamenti non convenzionali
contro le periferie (Corvetto, San Siro, Bovisa e i comuni dell’hinterland):
l’arma materiale dell’impoverimento e dell’esclusione abitativa; l’arma
cognitiva e simbolica della stigmatizzazione mediatica; e l’arma securitaria del
confinamento poliziesco e penale.
3.1
Quello di Crosetto non è un repertorio nuovo. L’uso del concetto di guerra
ibrida del ministro della difesa si intreccia con le categorie della sociologia
comparata della marginalità avanzata (Urban Outcasts, 2008; Punishing the Poor,
2009), con cui Loïc Wacquant illustra i quattro pilastri con cui la metropoli
contemporanea conduce questa guerra asimmetrica contro i poveri:
Lo stigma territoriale e simbolico: la costruzione mediatica degli abitanti
delle periferie come corpi estranei, moralmente degenerati e pericolosi. Il
vincolo materiale (constraint): la compressione brutale dei salari, la
precarietà e l’erosione del potere d’acquisto a vantaggio delle élite urbane. Il
confinamento (confinement): la gestione puramente poliziesca e penale della
povertà. L’incapsulamento (encasement): l’isolamento dei giovani subalterni in
una «prigione sociale» separata dalla città vetrina del lusso.
A Milano, il dispositivo di guerra cognitiva interna si è cristallizzato a
partire dal 2022 nell’etichetta classista e razzializzante di «maranza»: un
marchio applicato a una subcultura giovanile neo-proletaria riconoscibile per
codici estetici precisi (tute in acetato, felpe nere, scarpe Nike TN, musica
trap, drill e dembow di artisti come l’italo-marocchino Baby Gang) che, come ben
notato da Anna Curcio, esprime la reazione di una generazione cresciuta dentro
la crisi e le disuguaglianze. Attraverso i raduni del sabato pomeriggio tra
stazione Garibaldi, Corso Como, CityLife e Piazza Duomo, questa
«identità-combinazione» rompe fisicamente l’incapsulamento periferico per
invadere il centro storico.
3.2
Il rilievo etnografico di come i riot di Milano siano la risposta dal basso a
questa guerra interna – e rappresentino l’esatto opposto dell’astroturfing
britannico – è consegnata dalla testimonianza di Manuel su fanpage.it,
ventunenne fermato dalla polizia domenica 18 ottobre in Piazza Duomo:
La materialità della fame contro la protesta d’élite: Manuel, che vive solo in
condizioni di grave emarginazione, lavora in nero, ha il padre detenuto nel
carcere di Pavia e si sente totalmente abbandonato dallo Stato, traccia un solco
di classe netto persino rispetto agli studenti universitari che a suo dire
«protestano per moda»: i ragazzi dei quartieri scendono in piazza per stretta
sopravvivenza contro la disoccupazione e il rincaro insostenibile di cibo,
bollette e benzina. La violenza come risposta alla cancellazione simbolica:
Stigmatizzati per la felpa nera ed etichettati come «maranza», questi giovani
vengono sistematicamente ignorati quando provano a parlare: ricorrono al «fare
casino» perché dice Manuel «la violenza è la nostra voce, l’unica che viene
ascoltata» da uno Stato che si accorge della loro esistenza solo quando vanno in
frantumi le vetrine del centro. La ricomposizione trans-etnica contro il
razzismo di Stato: Mentre la guerra ibrida dell’astroturfing britannico fabbrica
il mito della white working class per aizzare i proletari bianchi contro gli
immigrati, la guerra interna subita dalle periferie milanesi genera una
solidarietà orizzontale trans-etnica. Nelle barricate di Milano giovani italiani
poveri e ragazzi di seconda generazione combattono fianco a fianco: Manuel,
italiano, dichiara di sentirsi molto più vicino ai coetanei arabi o africani che
agli italiani «medi», di cui rifiuta il razzismo e la chiusura mentale, poiché
ciò che lo lega ai ragazzi stranieri è «la fame, la condizione economica e
l’istinto di sopravvivenza» di fronte a un unico avversario verticale: lo Stato
4.
L’intreccio tra la guerra sociale interna condotta contro le periferie e le
pratiche messe in campo dai giovanissimi a Milano il 17 e 18 ottobre trova una
precisa formalizzazione nell’antropologia politica contemporanea.
4.1
Alain Bertho (Le temps des émeutes, 2009; Les enfants du chaos, 2016), sostiene
che il riot contemporaneo sorge sulle macerie della rappresentanza politica
tradizionale: «la violenza contro le proprietà, e persino contro le persone,
emerge quando ci sono cose che gli individui vogliono dire e non possono più
dire, non perché manchino loro le parole, ma perché non hanno più nessuno con
cui parlare». Liquidando ogni corpo intermedio e riducendo il rapporto con le
periferie a una questione di polizia – come riportato da Didier Fassin
(Enforcing Order, 2013) a proposito del profiling etnico e subculturale
quotidiano nelle stazioni ferroviarie e metropolitane –, lo Stato finisce,
paradossalmente ma non troppo per chi conosce le piazze, per trasformare i
reparti mobili schierati in Piazza Duomo nel detonatore immediato della rabbia
accumulata («Tutto il mondo detesta la polizia»). Dentro questo scontro, i
saccheggi di Milano ci riportano a Joshua Clover sullo storico spostamento del
conflitto dalla sfera della produzione (lo sciopero in fabbrica) alla sfera
della circolazione e della riproduzione (la piazza e l’esproprio della merce).
L’assalto simultaneo al supermercato Carrefour e alla boutique Foot Locker
risponde alla doppia tenaglia della guerra interna subita dai giovani proletari:
Il saccheggio alimentare del supermercato finisce per colpire simbolicamente il
nodo della sussistenza materiale negata dall’inflazione.
L’assalto a Foot Locker – tempio delle sneakers che rappresentano il principale
simbolo di status dell’estetica di periferia – costituisce una riappropriazione
violenta della cittadinanza simbolica: bombardati da un’economia che misura la
dignità umana attraverso il possesso di merci griffate ma esclusi dal reddito
per acquistarle, gli adolescenti infrangono la vetrina del centro e
risemantizzano il gesto sui social media usando la categoria storica del
movimento operaio: «esproprio proletario».
4.2
Collocando Milano nella sequenza storica delle rivolte urbane degli ultimi
vent’anni (dalle banlieues francesi del 2005 a Londra 2011, Stoccolma 2013,
Gilets Jaunes 2018, fino alle proteste del settembre-ottobre 2026 in Francia,
Albania e Italia), emerge un “ciclo dei riot” in quattro fasi oggi profondamente
accelerato dagli smartphone:
Latenza e compressione periferica (Wacquant): Accumulo silenzioso di esclusione
economica, lavoro povero e stigmatizzazione territoriale («maranza»),
rielaborati in aggregazioni sociali trans-etniche.
Innesco e sincronizzazione laterale: es. una convocazione pacifica (Italia in
Piazza) offre l’occasione spazio-temporale; le piattaforme no-code (Lovable) e
le chat subculturali su Telegram e TikTok comprimono a pochi giorni i tempi di
mobilitazione fuori dai radar della Questura.
Deflagrazione performativa e récits-images (Bertho/Clover): lo sciame invade il
centro, ingaggia la polizia, pratica l’esproprio delle merci e produce video
amatoriali (récits-images) che sottraggono allo Stato il monopolio del racconto,
innescando per contagio mimetico la replica del giorno seguente.
Guerra asimmetrica penale e codificazione carsica (Fassin): invece di
intervenire sulle radici sociali della crisi, lo Stato risponde alzando il
livello della propria guerra interna: 271 fermi, 45 arresti con l’imputazione
sproporzionata di devastazione e saccheggio (fino a 15 anni di reclusione)
applicata in massa a ragazzini incensurati, convocazione d’urgenza del Consiglio
dei Ministri per inasprire le norme penali sui minori e invio di 500 militari a
presidiare la metropoli. Questa stretta alimenta da un lato il tentativo di
avanguardie militanti (Movimento 17 ottobre) di calendarizzare lo scontro («ogni
sabato alle 15» in otto città) – esponendosi tuttavia al paradosso tattico di
restituire alla polizia quella prevedibilità che aveva reso imprendibile lo
sciame spontaneo – e, dall’altro, approfondisce l’odio sociale nelle periferie
preparando la deflagrazione successiva.
L’evoluzione tecnologica agisce dunque al centro di questo modello come un
moltiplicatore di frequenza del ciclo. Come osservato da Bertho analizzando il
passaggio storico dalle rivolte del 2005-2014 (in cui i partecipanti agivano
senza aspettarsi alcuna vittoria politica, certi della sconfitta in
un’esplosione isolata) alle mobilitazioni più recenti (come i Gilets Jaunes), la
disponibilità di infrastrutture comunicative istantanee spinge oggi i soggetti a
tentare la calendarizzazione permanente del riot.
L’accostamento superficiale tra i disordini xenofobi britannici di Southport e
Belfast (2024-2026) e i riot milanesi del 17-18 ottobre 2026 — spesso assimilati
nel commento giornalistico corrente come mere manifestazioni del “caos generato
dai social network” — costituisce una fallacia analitica. L’applicazione del
dispositivo socio-tecnico isolato nell’articolo di Codice Rosso di giugno
dimostra che l’astroturfing è un’operazione di ingegneria egemonica top-down che
impiega bot farm commerciali, sock puppets e populismo epistemologico per
orientare il disagio materiale verso una guerra orizzontale tra subalterni lungo
linee razziali. I fatti di Milano rappresentano, all’opposto, un’eruzione
bottom-up in cui la marginalità avanzata delle periferie utilizza le
affordance algoritmiche di TikTok e Telegram per sincronizzare una rivolta
verticale contro lo Stato e i simboli dell’esclusione consumistica, unificando
nella medesima prassi di piazza giovani italiani proletarizzati e seconde
generazioni.
In secondo luogo, si evidenzia la necessità di distinguere sul piano sociologico
tra due forme antitetiche di radicalizzazione mediata dagli algoritmi. La
radicalizzazione cognitivo-ideologica, tipica dell’astroturfing e dell’estrema
destra post-organizzativa, opera per cattura e isolamento dell’individuo
vulnerabile all’interno di bolle di filtraggio cospirative che fabbricano
artificialmente un nemico etnico. La radicalizzazione performativo-mimetica,
osservata nelle subculture giovanili delle periferie italiane , opera invece per
aggregazione di sciame, contagio estetico su reti di pari e produzione di
récits-images attraverso cui soggetti privi di rappresentanza politica
conquistano con la forza una visibilità pubblica altrimenti negata.
Il confronto tra i pogrom di Belfast e gli espropri di Milano permette così di
trarre almeno tre conclusioni
La funzione essenziale dell’innesto nella guerra ibrida: la guerra ibrida
esterna o eterodiretta (modello Belfast) non è una formula magica onnipotente;
essa funziona solo quando un apparato computazionale top-down (bot farm, sock
puppets) riesce ad agganciarsi a un malessere sociale reale, razzializzandolo e
deviandolo verso una guerra orizzontale tra poveri.
Il falso bersaglio del ministro Crosetto: evocare la «guerra ibrida» straniera e
la «controeducazione» algoritmica di nazioni ostili per spiegare la rivolta dei
quindicenni milanesi non ha alcun fondamento scientifico né forense. Serve
unicamente come dispositivo di rimozione politica: consente al governo di negare
la natura endogena e materiale della rabbia giovanile, trasformando una
questione sociale generata dal carovita e dalla marginalità periferica in una
guerra ibrida permanente contro fasce della propria popolazione.
Dalla guerra ibrida interna alla ricomposizione sociale: la vera guerra non
convenzionale che attraversa le metropoli italiane è quella condotta dall’alto
contro una generazione privata di futuro, confinata nel lavoro nero, denigrata
nei media come «maranza» e colpita con pene carcerarie esemplari quando osa
violare il santuario dei consumi del centro storico. Eppure, proprio dentro
questa faglia, i fatti di Milano mostrano un elemento che disarticola alla
radice i progetti reazionari di astroturfing: la nascita spontanea, nelle
periferie, di una solidarietà materiale trans-etnica tra giovani italiani poveri
e seconde generazioni. Sopravvalutare questi fatti è stupido, sottovalutarli
pure.
per Codice Rosso, nlp