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Una degna rabbia, per uno spregevole omicidio. La migliore Bologna in piazza a difesa di ciò che resta dell’umanità
Scoccano le 19.00 e su piazza del Nettuno il sole è ancora alto. Provare a quantificare il numero esatto delle migliaia e migliaia di persone già presenti e in costante aumento, risulta del tutto inutile: fiume, marea, oceano, sono tante le metafore acquatiche che solitamente si usano in casi del genere. E come tutti questi termini sottolineano in automatico, piazza del Nettuno ieri era sì un agglomerato eterogeneo di vite, storie, ma accomunato dalla trasversale necessità di scorrere. Da Acta Media Certo, a voler far retorica si può sempre sostenere tutto e il contrario di tutto, ma per chiunque fosse presente ieri era di lampante evidenza la necessità di urlare e camminare, a fronte dello spregevole omicidio di Abderrahim Fakir. Ma d’altronde qual era la pretesa? Dieci minuti di piantino collettivo e poi tutti a casa a cenare? La gente in piazza ieri era sconvolta, perché sconvolgenti sono le immagini di questo delitto, sconvolgenti quasi quanto la caparbietà con cui immediatamente si è deciso tra palazzi del potere e redazioni giornalistiche di insabbiarlo. Perché questo è il termine tecnico per descrive tutti i “eh ma”, “sì però”, “beh vediamo”: insabbiamento. Davanti a una vicenda come quella di Abderrahim non esistono vie di mezzo, e scegliere l’ambiguità delle parole invece che indignarsi per l’evidenza dei fatti, significa scegliere da che parte stare. Per opportunismo politico, pusillanimità, pochezza interiore, non importa ma si finisce immediatamente a far parte dello stesso fetido girone dei suprematisti che in queste ore sghignazzano e si eccitano al pensiero di “un ne*ro in meno” al mondo. In piazza si è diffusa come un boato la voce di Youssra, nipote di Abderrahim, una giovane donna in lacrime e forte allo stesso tempo. Non un personaggio televisivo, né una politica di professione: semplicemente una nipote a cui hanno ammazzato lo zio, e che, mal grado la voce spezzata dal dolore, decide di parlare e pretendere giustizia. Oggi già girano moniti filologici e dattilografie minuziose delle sue parole, inneggiando al massimo rigore nell’esegesi del testo, “ipse dixit”. Sta di fatto che, durante i suoi minuti di intervento, piazza del Nettuno è stato un corpo unico, uno stringersi corale con un reciproco ringraziamento dal microfono alla piazza e dalla piazza al microfono. Senza entrare in dichiarazioni e commenti emersi oggi, qualsiasi tentativo di raffigurare una contrapposizione rispetto a ieri tra lei e l’oceano lì presente per lei e la sua famiglia, sarebbe esilarante se non fosse deprecabile. Perché di questo parliamo, del fatto che migliaia di persone si sono opposte alla possibilità potesse calare il silenzio, al fatto che venisse calato il sipario su Abderrahim. Cori, urla, abbracci, lacrime, mani che si stringono, occhi che si cercano, voci che si uniscono: questa è stata la partenza del “corteo dei facinorosi”, ovvero della gran parte della gente presente in piazza. Non ci interessa attorcigliarci sui numeri, non abbiamo nulla da dover provare dato che circolano foto e video con ritratte migliaia di persone per strada fino a tarda notte. Sta di fatto che quello partito ieri pomeriggio non è stato un corteo organizzato, con promotori e sigle aderenti, ma una marcia popolare, una marcia di dignità, spontanea e collettiva. Un moto viscerale che ha condotto migliaia di persone a pretendere giustizia sotto la Prefettura, sì a gridare “assassini” alla polizia che blindava totalmente piazza Roosevelt già dalle prime ore del pomeriggio. Un fiume in piena che non si è fatto intimorire dalle cariche, dal fitto lancio di lacrimogeni e dai getti d’acqua degli idranti, pretendendo di rimanere lì, sotto la Prefettura, a gridare proprio “assassini”. Un fiume composto da giovani, certo – e qual è il problema? – ma anche da facchini, famiglie, gente di qualsiasi tipo. Un fiume determinato a non farsi cacciare via e attento alla propria difesa collettiva, indisponibile a continuare a subire in silenzio la violenza di celerini ed agenti di polizia. Noi quello che abbiamo visto lo chiamiamo dignità: un elemento ormai raro e sconosciuto a chi siede tronfiamente su poltrone, vive comodamente dentro delle ville, senza il minimo pensiero su come riempire il frigo o pagare le bollette. La stessa dignità che si è espressa per tutta la notte tra i magazzini vuoti dell’Interporto di Bologna, quando in centinaia e centinaia di lavoratori hanno risposto alla chiamata di sciopero, pretendendo giustizia per Abderrahim e bloccando totalmente il più grosso hub logistico di tutto il Nord Italia. Oggi non se ne parla molto sui giornali, probabilmente perché fa paura questa risposta trasversale capace di connettere un tessuto metropolitano così ampio, dal centro cittadino fino all’ingresso dell’Interporto. Fa paura questa risposta trasversale capace di unire studenti e studentesse, giovani precari e precarie, facchini, famiglie, in una eterogeneità di persone, biografie e pulsioni. E forse avete ragione ad avere paura, perché la dignità, l’umanità è giusto che spaventi chi ha scelto una vita mossa da squallidi fini e misere passioni. Una vita in cui si legittima il sopruso, in cui si aderisce al suprematismo. C’è tanto da inchiestare e discutere, ma, a caldo, la giornata di ieri nel suo complesso ha rappresentato un’irruzione tellurica di quella “Palestina Globale” che ha scandito il tempo dell’ultimo autunno. Non vogliamo scrivere parole posticce, né perderci nella mitopoiesi dei racconti, ma è evidente che il 2025 ha segnato per le vite di tutti e tutte noi uno spartiacque: il momento in cui si è scelto da che parte stare, in cui si è scoperta la possibilità, anzi, la necessità di alzare la testa ogni volta che questo inferno che chiamiamo presente ha deciso di infittirsi in infamia e dolore. Non un movimento lineare, ma un processo di movimentazione a macchie di leopardo, di scosse che nel loro rombare affermano il desiderio di un mondo nuovo, costi quel che costi. La giornata di ieri ha preso forma tramite un’incredibile alchimia di soggetti, e certo anche di gruppi: sindacati, associazioni, collettivi, che si sono messi a servizio di questo moto popolare. Giornate di questo tipo non sono mai lisce e senza contraddizioni, mai prive di dissidi, di prospettive diverse. Giornate di questo tipo non sono di proprietà di nessuno, e appartengono a tutte contemporaneamente. Nelle differenze, nelle affinità, nella difesa collettiva, imparando a resistere e a non indietreggiare, imparando a farlo insieme; questa giornata traccia una parte. La sfida diventa imparare a farla durare e dargli spazio. L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Italo Calvino, Le città invisibili.
Verità e giustizia per Abderraim Fakir. Lo sciopero operaio blocca l’interporto, Bologna scende in piazza
La morte di Abderrahim Fakir, lavoratore di origine marocchina, avvenuta durante un intervento della polizia nel quartiere Pilastro, ha provocato una risposta immediata tra i lavoratori, gli abitanti dei quartieri popolari, i giovani e le realtà sociali della città Da Acta Media Abderrahim è morto mentre chiedeva aiuto. Le testimonianze e i filmati diffusi in queste ore descrivono un intervento segnato dall’uso dello spray al peperoncino, dalla violenza fisica e dall’immobilizzazione. Di fronte ai tentativi di minimizzare quanto accaduto, alle calunnie diffuse sul suo conto e alla difesa preventiva dell’operato delle forze dell’ordine, Bologna ha risposto reclamando con forza verità e giustizia. La morte di Abderrahim non può essere archiviata come una fatalità. Devono essere accertate fino in fondo tutte le responsabilità, senza insabbiamenti e senza impunità. Abderrahim era uno di noi: un lavoratore, un proletario, una persona che viveva sulla propria pelle lo sfruttamento, la precarietà, il razzismo e la repressione che colpiscono soprattutto chi lavora nei settori più duri e vive nei quartieri popolari. L’uccisione di Abderrahim ha avuto un’eco fortissima nei magazzini e negli stabilimenti logistici dell’Interporto di Bologna e nelle altre logistiche dell’Emilia. Uno sciopero operaio di 24 ore ha bloccato uno dei principali nodi della movimentazione delle merci del Paese. Una grande massa di lavoratori e lavoratrici si è raccolta davanti agli ingressi dell’Interporto, fermando la circolazione delle merci. Migliaia di camion sono rimasti bloccati, mentre altri sono stati dirottati verso differenti piattaforme logistiche. La risposta operaia ha colpito direttamente il cuore degli interessi economici e dei profitti, dimostrando che l’uccisione di un lavoratore non può passare sotto silenzio. I lavoratori e le lavoratrici hanno affermato con forza che la repressione contro proletari, migranti e abitanti dei quartieri popolari avrà una risposta collettiva. Lo sciopero ha dimostrato ancora una volta che la classe lavoratrice non esiste soltanto per produrre ricchezza e ricevere in cambio un salario. Lavoratrici e lavoratori rivendicano dignità, libertà, giustizia e il diritto di vivere senza essere sfruttati, discriminati o repressi. Vogliamo il pane ma vogliamo anche le rose. DAL BLOCCO DELLE MERCI ALLA PIAZZA La mobilitazione operaia dell’Interporto si è unita alla manifestazione cittadina che ha portato nel centro di Bologna migliaia di persone di ogni provenienza: lavoratori e lavoratrici, giovani, famiglie, abitanti dei quartieri e realtà solidali. Dal Nettuno, il grosso della manifestazione si è diretta verso la Prefettura, indicando chiaramente le responsabilità politiche e istituzionali di quanto avvenuto. Alla richiesta di verità e giustizia si è risposto ancora una volta con manganelli, idranti e lacrimogeni. Ma la piazza ha resistito a migliaia per ore mentre i cancelli della logistica restavano bloccati. Questa giornata ha mostrato la forza del legame tra sciopero nei luoghi di lavoro, blocco della circolazione delle merci e mobilitazione nelle strade. Una pratica di autodifesa collettiva che unisce chi lavora, chi vive nei quartieri popolari, chi subisce il razzismo istituzionale e chi si oppone a un modello sociale fondato sullo sfruttamento, sulla paura e sulla repressione. Non può esistere alcuna generica “unità della città” davanti alla morte di Abderrahim. Ovviamente di fronte a chi per ore ha lottato per strada contro il governo arrivano le solite condanne di chi palude quando si lotta a Minneapolis ma si distanzia quando succede a casa propria. Da una parte ci sono coloro che difendono le politiche securitarie, la repressione e l’impunità. Dall’altra ci sono lavoratori e lavoratrici, gli sfruttati e le sfruttate, e tutt coloro che rifiutano di accettare che una persona possa morire durante un intervento di polizia senza che vengano accertate fino in fondo le responsabilità. La mobilitazione per Abderrahim si è svolta nei giorni del venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Carlo Giuliani, simbolo della repressione contro chi lotta e manifesta. Il suo grido di aiuto richiama anche quello di George Floyd, soffocato negli Stati Uniti mentre ripeteva «I can’t breathe». Ricordiamo Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini, Abderrahim Mansouri, Moussa Diarra, Ramy Shehata e tutte le persone morte durante fermi, arresti, inseguimenti e interventi delle forze dell’ordine. Ricordiamo chi era fragile, emarginato, solo o in difficoltà e, invece di ricevere aiuto e protezione, è stato trattato come un nemico. Essere poveri, migranti, senza casa, attraversare una crisi personale o una condizione di sofferenza non può significare avere meno diritti o avere una vita che vale meno. Troppo spesso, dopo queste morti, le vittime vengono criminalizzate e sottoposte a un secondo processo pubblico, quasi che le loro condizioni personali possano giustificare la violenza subita. Quanto accaduto ad Abderrahim non è un fatto isolato. I controlli discriminatori nei quartieri, la violenza contro i migranti, i CPR, le deportazioni, la repressione delle lotte sindacali e sociali, i decreti sicurezza, le manganellate contro chi manifesta e le morti quotidiane nei luoghi di lavoro sono espressioni dello stesso sistema. Quale modello intende inseguire l’Italia? Quello operato dall’ICE negli Stati Uniti, fondato su retate, detenzioni e deportazioni contro migranti e comunità razzializzate? Un sistema che tutela la proprietà e i profitti dei padroni, legittima la loro violenza, mentre considera sacrificabili le vite di chi lavora, di chi è povero e di chi viene indicato come straniero o marginale. La razzializzazione delle istituzioni produce una distinzione concreta tra vite considerate degne di tutela e vite considerate meno importanti. Lasciare morire in mare, umiliare nei centri di detenzione, usare violenza durante un fermo, reprimere chi sciopera o manifesta e lasciare morire chi lavora nei luoghi di lavoro sono facce della stessa medaglia. Nessuno scudo per la repressione. Verità e giustizia per le vittime. A cosa serve il cosiddetto scudo penale, se non a rafforzare l’impunità di chi esercita la forza dello Stato? Chi porta una divisa non deve avere meno responsabilità, ma al limite più obblighi di trasparenza e controllo. La sicurezza che rivendichiamo non è quella delle camionette, dei manganelli, della repressione, della limitazione del diritto di sciopero e dei decreti sicurezza. Siamo di fronte a una pericolosa deriva securitaria, coerente con una società che insegue un’economia di guerra e trasforma la violenza in metodo ordinario di governo. Le mobilitazioni per la Palestina hanno però mostrato che il blocco dei flussi, lo sciopero e l’azione collettiva possono unire il rifiuto della guerra alla lotta contro sfruttamento e repressione. La nostra sicurezza è una sicurezza di classe, fondata sulla dignità di chi lavora, sulla casa, sul salario, sui diritti, sulla libertà di movimento, sull’abolizionismo, sulla solidarietà e sulla possibilità di organizzarsi e lottare collettivamente. La mobilitazione di Bologna dimostra che la paura può essere spezzata e che alla repressione è possibile rispondere con l’organizzazione, lo sciopero e la solidarietà. La memoria di Abderrahim e di tutte le vittime della violenza istituzionale continuerà a vivere nelle lotte di chi non intende piegarsi davanti allo sfruttamento, al razzismo, alla guerra e alla repressione. Invitiamo i lavoratori, le lavoratrici e tutte le realtà sindacali, sociali e politiche a mantenere alta l’attenzione, a moltiplicare le iniziative di solidarietà e controinformazione e a partecipare all’assemblea pubblica cittadina di martedì 21 luglio, alle ore 19.00, presso la Tettoia Nervi, per discutere insieme come proseguire la mobilitazione. Lab. Crash! – SI COBAS Bologna – PLAT
Bologna: migliaia di persone partono in corteo dal presidio per Abderrahim Fakir. Cariche e scontri sotto la Prefettura
Per i due agenti di polizia che hanno ucciso Abderrahim Fakir, domenica a Bologna, è scattato lo scudo penale introdotto dal pacchetto sicurezza del governo Meloni. La Procura del capoluogo emiliano ha attivato verifiche sui due poliziotti e sui quattro operatori del 118 che hanno assistito all’ammanettamento e al soffocamento del 42enne: anziché nel “registro degli indagati”, il fascicolo è stato aperto con il “modello 45 bis”, quindi i nomi dei due poliziotti e i quattro sanitari sono nel percorso accelerato che entro trenta giorni (prorogabili a 120 perché ci saranno le richieste di perizie tecniche) potrebbe portare all’archiviazione del caso. Da Radio Onda d’Urto Ieri sera a Bologna sono scese in piazza migliaia di persone per chiedere verità e giustizia, contro le violenze e gli abusi in divisa. Dal presidio in piazza Nettuno (lanciato anche dalle istituzioni) alle ore 19, migliaia di persone sono partite in un corteo spontaneo verso la Prefettura, che era blindata da reparti celere: ci sono stati numerosi cori e slogan. Nel corso della serata poi ci sono state barricate e scontri con la polizia, che ha usato idranti e lacrimogeni sui manifestanti. Anche dopo il corteo la polizia, secondo le testimonianze raccolte, ha inseguito le persone per le vie di Bologna ed effettuato diversi fermi: nelle prime ore della mattina di martedì non è ancora chiaro quante persone sono state fermate, se e quanti sono gli arresti, né il numero delle persone ferite dalle manganellate della polizia. Alle 22 è iniziato lo sciopero  di 24 ore all’Interporto di Bologna convocato da Si Cobas, nel luogo dove Abderrahim lavorava. Stasera, martedì 21 luglio, a Brescia appuntamento alle ore 19.30 in piazza Rovetta/Largo Formentone lanciato da Magazzino 47, Diritti per tutti e Collettivo Onda Studentesca. Anche a Milano è stato lanciato un presidio, appuntamento alle ore 18 davanti alla Prefettura. Il racconto della serata da parte di Federico della redazione di Radio Onda d’Urto Emilia Romagna. Le considerazioni sull’uccisione di Abderrahim Fakir di Mauro Palma, tra i fondatori di Antigone, ex  Garante nazionale delle persone private della libertà personale. 
Genova: in ogni caso nessun rimorso.
Si è svolto ieri il corteo lanciato da diverse realtà genovesi e non per i 25 anni dell’omicidio di Carlo Giuliani. La costruzione del corteo nazionale è iniziata con un convegno tenutosi il 4 luglio a Genova. Compagne e compagni da tutt’Italia hanno discusso e dibattuto su questioni chiavi dell’oggi: la tendenza generale alla guerra; il ruolo dell’Italia e dell’Europa nei conflitti internazionali oggi e nel futuro; il costo della crisi sempre più pesante, scaricato sul proletariato europeo dalle scelte degli Stati Uniti per difendere il loro ruolo di direttori delle principali catene del valore globali; le soggettività giovanili dentro la guerra. Il corteo nazionale si è dato due appuntamenti: la composizione più giovane e giovanissima del movimento si è organizzata davanti alla scuola Diaz, teatro dal massacro operato dalle forze dell’ordine in quei giorni di lotta. L’appuntamento principale, invece, ha aspettato i giovani e le giovani in piazza Alimonda, dove venne ucciso a sangue freddo Carlo Giuliani. Ricongiunti i due appuntamenti, il corteo è partito numerosissimo per le vie genoane. Più di 10mila persone si sono mosse insieme dietro il principale striscione che recitava “in ogni caso nessun rimorso”. Il corteo ha fatto proprio l’elemento dell’antifascismo militante. In Via Montevideo, infatti, si è praticata una muratura con assi di legno della sede di CasaPound. Sopra gli assi la scritta era chiara “Zona denazificata”. Nel proprio percorso il corteo ha incontrato anche la sede di Confindustria di Genova. Ritenendo Confindustria un attore chiave delle politiche economiche che su diverse dimensioni danneggiano le classi lavoratrici. Facendo gli interessi di industriali, padroni e padroncini, Confindustria è la responsabile dei salari bassi, della destrutturazione del Welfare minacciando la riproduzione delle condizioni di vita di molte e molti, e infine appoggiando e potenziando le decisioni economiche in merito al riarmo e alla guerra. Al netto di queste considerazioni, la sede è stata sanzionata. Il corteo si è concluso numeroso in Piazza de Ferrari.
25 luglio: in marcia verso i cantieri della devastazione
Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005. da Notav.info Il 27 giugno 2011, non fu soltanto l’apertura del cantiere della Maddalena: fu il tentativo di spezzare un movimento che da anni dimostrava come fosse possibile organizzarsi dal basso, difendere il territorio e mettere in discussione un modello di sviluppo fondato sulle grandi opere inutili e sulla devastazione ambientale. Ricordare le giornate della Libera Repubblica della Maddalena non significa lasciarsi andare alla nostalgia. Significa riconoscere che quelle giornate hanno lasciato un’eredità viva, nella quale si è sperimentata la forza di un popolo in lotta per la propria autodeterminazione, capace di creare relazioni e legami duraturi che ancora oggi resistono e permettono di continuare a combattere. La lotta del Movimento No Tav è più viva che mai e continua a essere una battaglia non solo per chi vive in questa valle, ma anche per la giustizia ambientale, sociale e climatica. Una battaglia che parla alla Val di Susa e a tutte le comunità che, in Italia e nel mondo, si oppongono alla logica delle grandi opere imposte. In Val di Susa continua l’aggressione sistematica al territorio. TELT e i suoi sporchi affari inquinano Chiomonte, Giaglione, San Didero e Salbertrand, ma anche i siti dei futuri depositi di smarino di Susa, Caprie, Caselette e Torrazza Piemonte. I cantieri si moltiplicano, estendendosi come un cancro sul nostro territorio e non lasciando spazio ad altro che a un deserto di catrame e cemento, laddove prima prosperavano boschi, prati, natura e vita. Eppure, come il 3 Luglio 2011, la risposta di chi vede quest’opera senza il velo opaco e dorato della propaganda non è venuta meno e, anche con la marcia dello scorso anno, lo abbiamo dimostrato. Oggi come allora, da una parte c’è chi vorrebbe trasformare la Valle in un enorme cantiere unico, una grande metastasi frammentata, resa più digeribile e meno contestabile, che avanza spezzetata con l’obiettivo di normalizzare, insieme alle misure respressive e i Decreti Sicurezza, la devastazione che produce: una zona militarizzata e sacrificabile, da svendere agli interessi delle lobby politico-imprenditoriali. Dall’altra c’è chi è pronto a impedire che questo avvenga, chi sogna per la Valle un altro modello di sviluppo, nel quale le specificità del territorio vengano rispettate e dove vivere e lavorare non significhi avvelenare la terra e ammalarsi. Oggi, oltre alla Piana di Susa, dove lo scorso anno abbiamo visto l’avvio di un nuovo cantiere nell’area dell’ex pista di Guida Sicura a Traduerivi, territorio già martoriato la cui ferita rischia di estendersi fino a Bussoleno, un’altra porzione della valle è sotto attacco. Con la Tratta Nazionale Avigliana-Orbassano stiamo assistendo a un nuovo tentativo di assedio, prontamente contrastato e, per ora, respinto da comunità e amministrazioni. E, nonostante il Governo francese abbia rinviato al 2045 la realizzazione della loro tratta nazionale, sottolineando come quest’opera non sia oggi più attuale né prioritaria, in Italia il Governo Meloni e il Commissario straordinario Calogero Mauceri hanno ribadito la volontà di procedere con la realizzazione della nostra tratta nazionale, sostenendo che l’Italia non possa attendere i tempi della Francia e indicando il 2033 come obiettivo, peraltro irrealizzabile, per la conclusione dell’opera. Questo dimostra come la Torino-Lione non è un’opera ormai da dare per scontata o a un passo dalla conclusione, nonostante la propaganda continui a raccontarla come tale, a partire da un’incongruenza di obiettivi dei due paesi. Ma la fretta del Governo si spiega anche con il progressivo disvelamento della Torino-Lione, non come alternativa ecologica, come falsamente è stata presentata negli anni, ma come parte integrante del sistema logistico e di guerra che incentiva il trasporto militare lungo il Corridoio Mediterraneo, collegando l’Europa occidentale a quella orientale. Non è un caso che il Commissario TEN-T  (Reti transeuropee dei trasporti) abbia richiamato la necessità di individuare finanziamenti alternativi alle risorse pubbliche, arrivando a evocare il ricorso al debito e il coinvolgimento di finanziatori privati. Non ci stupirebbe, quindi, vedere presto il logo di Leonardo accanto a quello di TELT. È ormai evidente che il nostro Paese, guidato da Fratelli d’Italia, intende investire nella guerra e nel riarmo, dimostrando ben poco interesse per la tutela dell’ambiente. Così, mentre distrugge suolo agricolo e paesaggio in Val di Susa, cerca di conquistare visibilità attraverso un protagonismo bellico che nulla ha a che vedere con uno sviluppo sostenibile del territorio. Uno sviluppo che, in Valle e ovunque, ci rifiutiamo di vedere fondato sull’economia di guerra e sugli interessi militari, sull’impoverimento prodotto dalla sottrazione di risorse quali terreni agricoli, acqua e boschi, sulla contaminazione del territorio con inquinanti persistenti come i PFAS, come avverrebbe con lo smarino del TAV o con i fumi tossici dell’Acciaieria Beltrame. Allo stesso modo, non possiamo accettare che il futuro del territorio passi attraverso la speculazione energetica, dalle grandi stazioni elettriche di Avigliana e Borgone o agli impianti fotovoltaici calati dall’alto, funzionali solo agli interessi delle grandi aziende anziché ai bisogni delle comunità. In occasione dei 10 anni del Festival Alta Felicità e dei 15 anni dalla Libera Repubblica della Maddalena, sabato 25 luglio torneremo a marciare e, quest’anno, saremo ovunque. Con un doppio appuntamento, in partenza da Susa e da Venaus, con carovane di mezzi e a piedi, raggiungeremo i cantieri della devastazione, simboli di tutto ciò contro cui combattiamo. Contro i vecchi e i nuovi cantieri, per un futuro libero dalla guerra, dallo sfruttamento e dalla devastazione. Per l’autodeterminazione e l’alleanza tra popoli in lotta e la difesa dell’ambiente e della natura. La Val di Susa è nostra e la riprenderemo. A 15 anni dalla Libera Repubblica della Maddalena, SAREMO OVUNQUE! Ora e sempre No Tav! Palestina libera!
E’ stato ucciso Abderrahim Fakir dalla polizia a Bologna
L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui viviamo. Dimostra ancora una volta che in seno alle forze dell’ordine non si trovino mele marce, ma è l’albero ad esserlo. Come è successo a Rogoredo con l’omicidio di Zak Mansouri o a Corvetto con l’inseguimento e la morte di Ramy, come è successo a Genova 25 anni fa. Il limite alla violenza che la polizia può esercitare non è vincolante ma totalmente arbitrario e la regola, in un sistema di potere Stato-Capitale, è questa: ci sono manifestazioni più visibili ed efferate della naturale funzione della forza pubblica e questi omicidi alla luce del sole lo sono. Diffondiamo la parola di chi ha immediatamente avuto la forza e la capacità di reagire come i familiari di Fakir e la comunità del quartiere Pilastro che, ieri sera, è scesa in strada in migliaia e gli appuntamenti di mobilitazione di quest’oggi a partire dallo sciopero della logistica chiamato dai Si Cobas. da Acta Media il video dell’omicidio di Fakir – segue richiesta di inviare testimonianze alla pagina Acta media ha raccontato la determinazione e la lucidità della piazza di ieri sera e dei familiari dell’uomo. A Bologna è stato chiamato un doppio appuntamento per oggi: alle 19 in Piazza del Nettuno e alle 22 all’interporto per lo sciopero della logistica. Video e intervento del Comitato di quartiere Pilastro In molte città italiane si stanno organizzando iniziative di solidarietà e di mobilitazione per chiedere verità e giustizia per Fakir, in particolare il sindacato Si Cobas ha chiamato uno sciopero della logistica. Di seguito alcuni testi e materiali usciti in queste ore e l’indizione dello sciopero. POLIZIA UCCIDE GIOVANE PROLETARIO SCIOPERO PROVINCIALE DEI LAVORATORI A BOLOGNA da Si Cobas Il video dimostra l’efferatezza della polizia italiana contro un giovane lavoratore. Come a Genova 25 anni fa nelle manifestazioni di protesta contro il G8 del 2001 e come succede continuamente dagli Stati Uniti alla Francia, le forze dell’ordine ammazzano i proletari: ieri a Bologna la polizia ucciso Fakir Abderrahim operaio della logistica. Come organizzazione del movimento operaio e sindacato di classe, il SI Cobas ha subito proclamato lo stato di agitazione per la provincia di Bologna. In particolare, stasera 20 dalle alle ore 22 si prepara uno sciopero per fermare tutte le aziende dell’interporto logistico di Bologna. Perciò si chiede a tutti i compagni anche degli altri luoghi di lavoro e di fuori città di partecipare alle azioni operaie cosicché piu dura risulti la denuncia contro l’uccisione di questo nostro compagno per rafforzare l’opposizione contro economia di guerra e guerre a partire dalla lotta contro il razzismo di stato per la dignità della persona umana e per la difesa della vita contro sfruttamento e oppressione. Siamo a fianco dei famigliari, degli amici e compagni di Fakir Una classe, un fronte, una lotta Il nemico è in casa nostra Sciopero oggi, sciopero domani CHI TOCCA UNO TOCCA TUTTI SI Cobas Qui sotto pubblichiamo il testo della proclamazione di sciopero del SI Cobas nazionale e di Bologna: “Proclamazione sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato dell’Emilia-Romagna Il Sindacato Intercategoriale Cobas proclama, per il giorno 20 luglio 2026, uno sciopero regionale di 24 ore per tutto il settore privato della regione Emilia Romagna. PER L’UCCISIONE DI UN LAVORATORE DA PARTE DELLA POLIZIA DI STATO Lo sciopero sarà articolato dalle ore 22 del 20 Luglio 2026 alle ore 22 del giorno 21 luglio del 2026. Verità e giustizia per Abderrahim Fakir. Lottiamo per il mondo che vogliamo da Network Antagonista torinese È stato ucciso dalla polizia a Bologna Abderrahim Fakir, 43 anni, immobilizzato sul pavimento da due poliziotti. Muore soffocato a terra con mani e piedi legati, sotto gli occhi degli operatori sanitari, dopo che gli agenti avevano infierito con lo spray al peperoncino. Alcuni media arrivano a parlare di “un malore” durante l’intervento delle forze dell’ordine, chiamate da un residente per via delle richieste di aiuto dell’uomo. È stata immediata la reazione della comunità del rione Pilastro, quartiere periferico di Bologna che negli scorsi mesi ha visto significative mobilitazioni per la difesa di un parco pubblico, luogo di aggregazione del quartiere e unica area verde. In questo caso, un uomo è morto per mano della polizia: simbolo concreto dell’estrema violenza che dall’alto viene scaricata verso il basso a confermare che la vita delle persone non ha alcun valore per chi assume determinate funzioni nella società, atte a garantire la riproduzione di un sistema di sfruttamento e ingiustizie. Nel giro di poche ore, ieri sera il passaparola ha portato migliaia di abitanti per le strade del quartiere per chiedere verità e giustizia per Abderrahim e la sua famiglia. Spendiamo due parole sulla condotta delle forze dell’ordine in questo Paese che, negli ultimi tempi, hanno goduto di un occhio di riguardo nei loro confronti che ha loro concesso spazi di agibilità e legittimità sempre maggiori. Ricordiamo la morte di Moussa Balde nel CPR nella nostra città e la morte di Ramy El Gaml durante un inseguimento a Milano. Ma anche i più recenti avvenimenti accaduti a Torino in occasione del derby quando, a causa di un lancio di lacrimogeno ad altezza uomo, Marco Basoccu ha rischiato la vita. Al bisogno di sicurezza nei quartieri delle metropoli italiane, da destra a sinistra, si risponde con una politica securitaria, sostanziando un certo grado di militarizzazione delle strade e di controllo. Con le dovute scale e senza forzare paragoni, il pensiero va a Minneapolis o alle periferie della vicina Francia, dove questa è la quotidianità per molte fasce di popolazione. Occorre innanzitutto guardare al processo di normalizzazione della violenza dall’alto che, anche alle nostre latitudini, viene organizzato. Ciò avviene a tratti in maniera millimetrica attraverso leggi e riforme e, a tratti, con il supporto di personaggi beceri, meschini e razzisti che si mettono a disposizione del potere per alimentare la “guerra fra poveri” o per l’ennesima passarella elettorale, grazie anche alla forte mediatizzazione della strumentalizzazione di bisogni reali. L’uso della forza e della dimensione virtuale si mischiano in una nuova frontiera della violenza istituzionale nei confronti delle dimensioni proletarie. Non si tratta soltanto di un’arma di distrazione di massa ma anche della necessità di intruppamento della società quando soffiano i venti di guerra. Al bisogno di giustizia, gridato a gran voce dai familiari di Abderrahim Fakir questa sera riuniti in presidio, occorre immaginare come costruire possibilità di risposta collettive e autonome dai percorsi offerti e imposti. Partire dal bisogno di far contare le proprie vite, dall’esigenza di autodifesa a fronte dei costi dai quali il sistema si sgrava per imporre desolazione e frammentazione sociale può essere un passaggio su cui ragionare. Che per gli interessi di altri si possa decidere della vita o della morte delle persone è qualcosa a cui non abituarsi mai. La solidarietà concreta con la Palestina e la lotta che si è espressa sono una bussola anche di fronte a questo. Vicinanza e solidarietà alla famiglia di Abderrahim Fakir e alla città di Bologna che alza la voce contro questa violenza crudele e raccapricciante. Con nel cuore chi questo sistema malato vuole sacrificare per il proprio interesse, lottiamo per il mondo che vogliamo. A Torino il sindacato Si Cobas ha chiamato due appuntamenti che diffondiamo: ore 18 presidio a Porta Palazzo e ore 19 fiaccolata per Barriera di Milano
Carta per la transizione popolare e un’energia autonoma dagli interessi delle grandi industrie
Durante il weekend di iniziative a difesa dell’Appennino è stata prodotta una carta a partire dal confronto tra i vari comitati presenti. La trovate di seguito con l’invito a diffonderla e stamparla! La carta e altri materiali saranno presenti al banchetto di Confluenza e dei comitati a difesa del verde al Festival Alta Felicità a Venaus dal 24 al 26 luglio! Per metterti in contatto con noi scrivi a: confluenza.info@gmail.com Il fabbisogno di energia dipende dal tipo di società che si vuole e, per immaginarlo, dovremmo partire dalle nostre necessità e aspirazioni come popolo. Sempre di più, dove saranno presenti campi fotovoltaici o parchi eolici o nuove centrali nucleari saranno presenti anche data center che, in barba a tutti i vincoli e normative, verranno costruiti perché strategici per il sovranismo digitale oltre che energetico.  La transizione deve avere le seguenti caratteristiche:  * POPOLARE, ovvero interamente gestita dalla cittadinanza e dagli abitanti di un territorio. Il popolo è sovrano: allora occorre partire dalle esigenze di chi ha attività che producono effettivamente benefici al territorio come aziende agricole, produttori locali, chi vi abita e ha presente il valore di queste aree; * INFORMAZIONE TECNICA TRASPARENTE, deve essere accessibile e condivisa, oltre a dover tenere in considerazione che il popolo possiede un sapere molto prezioso: tecnico, scientifico e politico. Questo patrimonio deve essere considerato molto più credibile del sapere tecnico al soldo di ENI o di altre multinazionali dell’energia; * l’energia deve essere AUTOPRODOTTA e AUTOCONSUMATA dagli abitanti dei luoghi dove sorgono gli impianti energetici. L’energia deve essere in mano alle persone che la usano mentre l’attuale sistema energetico è verticistico.  Contro la speculazione energetica in mano alle multinazionali non c’è un piano B: esistono solo mobilitazioni e resistenza. La lotta ci permette di riappropriarci di spazi che magari, poco tempo fa, sembravano impenetrabili. L’energia deve essere in mano alle popolazioni contro le logiche del mercato energivoro. In tutti i luoghi dove ci sarà speculazione energetica, noi ci saremo. Qui puoi scaricare il file pdf CARTA TRANSIZIONE POPOLAREDownload
Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e preparativi per l’Alta Felicità
Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa di lotta a San Didero, il secondo giorno è stato dedicato al confronto politico, alla socialità e alla presenza nei luoghi della resistenza. da Notav.info Nel pomeriggio il presidio di Venaus ha ospitato la presentazione del libro “La Lunga Frattura”, insieme alla redazione di InfoAut. Un momento di discussione attorno ai temi della guerra e della crisi dei valori dell’imperialismo, dopo il movimento in solidarietà alla Palestina di settembre e ottobre scorsi occorre continuare a interrogarsi sulle possibilità che nel prossimo futuro si apriranno per contrapporsi al riarmo generalizzato, alla devastazione dei territori e alla crisi sociale. La serata si è poi spostata al Presidio di Traduerivi, a Susa, dove aperitivo, musica e iniziativa di lotta hanno riportato al centro uno dei luoghi simbolo della devastazione in Valsusa. Decine di No Tav hanno raggiunto poi il cantiere, percorrendone il perimetro e facendo risuonare una lunga battitura contro le reti che delimitano l’area. Nonostante il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine la determinazione dei presenti ha permesso di divellere alcuni tratti della concertina installata lungo le recinzioni. La risposta è stata, ancora una volta, a suon di lacrimogeni e idrante nel tentativo di allontanare i/le No Tav dalle reti. Un copione ormai noto, che vede un enorme impiego di uomini e mezzi schierati per difendere l’ennesimo cantiere mentre la mobilitazione No Tav continua a dimostrare, con determinazione e partecipazione, che la resistenza in Valle non si è mai fermata. Ancora una volta il weekend di lotta ha rappresentato un’occasione per ritrovarsi, condividere esperienze e rafforzare i legami tra chi continua a sostenere la lotta No Tav. La giornata di oggi vede la fine di questo fine settimana tra montaggi e allestimenti in vista del Festival Alta Felicità, che tornerà il prossimo fine settimana a Venaus per celebrare la sua decima edizione. Come ogni anno, il passaggio dal campeggio al festival racconta la continuità di un percorso fatto di impegno collettivo, partecipazione e autorganizzazione. Perché l’Alta Felicità non è soltanto un festival: è il frutto del lavoro di centinaia di persone che, insieme, costruiscono uno spazio di incontro, cultura, musica e resistenza nel cuore della Val di Susa. L’appuntamento è quindi per il prossimo weekend a Venaus, per dieci anni di Alta Felicità e una nuova occasione per continuare a dimostrare che un’altra idea di territorio, fondata sulla condivisione e sulla difesa dei beni comuni, è possibile.
Genova, venticinque anni dopo: brucia ancora
Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una posta politica ancora aperta, e va trattata come tale. Ridurla al ricordo delle sole ferite, delle violenze e del lutto significa consegnarla alla storia solo come cronaca. Perché il senso di quelle giornate non sta nella loro tragedia, ma in ciò che il movimento contro il G8 seppe mettere in campo e che la controparte non poté sopportare: per una volta, si era smesso di cercare il nemico di fianco, nell’altro impoverito quanto noi, e si era tornati a guardare in alto, verso i responsabili reali dell’ingiustizia. Tutto quello che venne dopo, la macchina repressiva, i pestaggi, la tortura, l’omicidio di Piazza Alimonda, la lunga guerra sul racconto, altro non è stato che la misura esatta della paura che questo seppe incutere. La posta in gioco Il punto non erano le manifestazioni. Le riunioni cominciarono nell’inverno e nella primavera del 2001, settimana dopo settimana, tra realtà diversissime, e già lì si aprì la frattura politica destinata a segnare tutto. I social forum, per natura, dovevano mediare tra posizioni distanti, dalle reti pacifiste ai gruppi ecologisti, ma lo facevano anteponendo le forme dell’espressione agli obiettivi: prima l’equilibrio sul dispositivo, un corteo, due piazze tematiche, tre assemblee, un concerto, e solo dopo i contenuti. Per l’area antagonista quel senso andava rovesciato. Genova non poteva essere la solita manifestazione nazionale, la vetrina di un’organizzazione: doveva essere il tentativo di alimentare un movimento reale, fatto di uomini e donne, con un obiettivo comune e dichiarato, ribaltare i rapporti di forza tra chi governa e i governati: “i sudditi volevano marciare (sul serio!) per calpestare i re”. Su la testa, su lo sguardo Su questo il movimento, nella sua pluralità, convergeva. Per una volta si era riusciti a indicare la responsabilità corretta delle ingiustizie del mondo: non un male astratto, ma un sistema con una forma, dei beneficiari e dei difensori. Otto capi di Stato non potevano rappresentare sei miliardi di persone; l’uno per cento non poteva decidere delle sorti di tutti gli altri, chiudendosi in una reggia, neanche dorata, ma circondata da sbarre e forze dell’ordine, a deliberare senza incontrare opposizione. L’anticapitalismo, nelle sue definizioni più variegate, in quegli anni, non fu una parola d’ordine tra le altre: fu la leva che tenne insieme soggettività, ceti e culture politiche altrimenti divise, come non è più riuscito di fare in tutto il quarto di secolo successivo. Ed è questo il cuore della questione. Ciò che rese Genova insopportabile per il potere non fu la conflittualità di piazza, fu l’aver dimostrato, davanti a milioni di persone, che è possibile aprire percorsi lineari e diretti contro i veri responsabili. Che il nemico ha un nome e un indirizzo. Nemici da abbattere A quella chiarezza lo Stato rispose con altrettanta chiarezza. Il G8 si presentò in maniera dichiaratamente autoritaria, sprezzante verso i movimenti, avvilente nella propaganda che per settimane annunciò tutto ciò che «poteva succedere», preparando l’opinione pubblica alla resa dei conti. Sul piano repressivo si costruì un vero e proprio ring: fortini, addestramenti straordinari della celere, caserme allestite per l’occasione, DIGOS e agenti in borghese di più corpi. Non l’ordine pubblico di una manifestazione, ma una macchina che per organizzazione e finalità ebbe i tratti di una struttura criminale rivolta contro un movimento. Che la repressione fosse preventiva, e non reazione a un ordine pubblico degenerato, lo dimostra ciò che accadde prima ancora dell’inizio del vertice. Citiamo ad esempio che una settimana avanti, un gruppo di militanti diretto a Genova per un’ultima riunione di rete viene fermato a un posto di blocco all’uscita dell’autostrada. Nella perquisizione dell’auto spunta un taglierino, uno strumento di lavoro, serviva al compagno in questione ad esempio a tagliare le fascette dei giornali nelle edicole. Basta quello: interviene la DIGOS, i controlli certificano che si tratta di attivisti del centro sociale Askatasuna, e la giornata si chiude con un divieto di ingresso nel comune di Genova per tre anni. Un foglio di via comminato a chi non aveva fatto nulla se non essere schedato. La colpa, già allora, non era un atto: era l’appartenenza politica. Fu a Genova, inoltre, che l’ordine pubblico cambiò passo con la ricerca sistematica del corpo a corpo: la battaglia in campo, il pestaggio, la carica a piede sull’acceleratore contro chi teneva le mani alzate. Una violenza dichiarata ed esibita, con la pretesa di rispettabilità di chi sa di poterla esercitare impunemente. Dopo Genova, per rifarsi il trucco, vista l’esplosione dei sel f media sopratutto, le forze dell’ordine cambiarono deliberatamente strategia, evitando i corpo a corpo, per passare a lacrimogeni e idranti, con meno danni televisivi dei pestaggi. Smash Capitalism! È dentro questa cornice che vanno lette le forme di lotta su cui ancora oggi si specula. Il venerdì si compone il blocco che la stampa battezzerà black bloc: qualche centinaio di persone dietro uno striscione nero: Smash Capitalism: banche e agenzie assicurative colpite lungo il percorso, mentre chi arriva nel primo pomeriggio trova già un corteo in movimento e una situazione precipitata. Ridotta all’osso, la scelta di quelle ore è politica e non estetica: riportare l’iniziativa contro la zona rossa e assumersene la responsabilità, oppure assistere passivi a ciò che comunque si sarebbe determinato. Fu scelta la seconda strada e ancora oggi la litania sugli infiltrati è quella che va per la maggiore. Contro la vulgata degli infiltrati che spiegherebbero ogni cosa, va rovesciato il ragionamento. Quando la polizia, potendo scegliere tra una via di soggetti attrezzati allo scontro e una di manifestanti inermi, carica sistematicamente i secondi, non c’è nessun mistero: c’è una scelta deliberata, che punta a spezzare la parte più larga e indifesa del movimento per diffondere paura. Diffondere paura come forma di controllo. (Cit) La cosiddetta «macelleria messicana» della notte tra il 21 e il 22 luglio, con le sue decine di feriti, e poi la caserma di Bolzaneto, non furono incidenti né eccessi: furono il volto compiuto di quella macchina statuale che aveva contemporaneamente un Vicepresidente del Consiglio e il ministro della giustizia in visita nelle caserme a battezzare il metodo. Bolzaneto: la (auto) sospensione del diritto Bolzaneto è il punto in cui lo Stato di diritto, semplicemente, si sospende. Ciò che vi avvenne, e che la Corte europea dei diritti dell’uomo e la giustizia italiana avrebbero riconosciuto come tortura, fu una liturgia sistematica dell’umiliazione: l’identificazione e l’accerchiamento, la faccia contro il muro per ore, la sigaretta spenta in volto, le celle stipate, i cori dei carabinieri che cantavano vittoria, il liquido urticante negli occhi, le manganellate su chi non reggeva più in piedi, il silenzio improvviso delle guardie all’arrivo di un’autorità, i trasferimenti fino al carcere, la convalida davanti a un giudice con accuse fabbricate come la distribuzione di spranghe di ferro «a tutti i manifestanti» messe a verbale come fossero cronaca. Non fu la deriva di qualche agente: fu una struttura che sapeva di poter agire così, e lo fece. Piazza Alimonda Al centro di tutto resta il pomeriggio del 20 luglio. Piazza Alimonda. Carlo Giuliani, ventitré anni, colpito a morte da un carabiniere mentre nel caos solleva un estintore. Questo non è un incidente, non è una risposta, non è il prezzo di uno scontro: è un omicidio, a prescindere da chi materialmente premette il grilletto. E il potere lo seppe subito, tanto che alla morte fece seguire immediatamente la sua gestione: la copertura, il fotogramma trasformato in accusa alla vittima, le false notizie per fare di Carlo una scheggia impazzita, un corpo estraneo espulso dal suo stesso corteo. Ma Carlo non era estraneo a nulla. Era un ragazzo che stava in prima fila per spontaneità e per coraggio, che tentava l’assalto e la difesa del corteo che aveva alle spalle. Non era inquadrato in nessuno schema, e proprio per questo poteva essere chiunque. Qui si misura la cesura vera. Per una generazione, quella fu la prima morte di piazza. I caduti degli anni Settanta erano un ricordo dei libri, qualcosa di tramandato e lontano; nel 2001, per la prima volta, uno dei nostri veniva ucciso dalle forze dell’ordine sotto gli occhi di tutti. La notizia della sua morte fu vissuta come un lutto collettivo, al di là della persona: come se una parte di ciascuno fosse stata uccisa con lui. Non fu la paura, però, a prevalere. Fu quel lutto ad accendere un fuoco nuovo e a riportare tutti in piazza il giorno dopo, quando duecentocinquantamila, trecentomila persone ripresero il corteo, non più ignare, ma consapevoli di avere di fronte un nemico organizzato, scorretto, ferito e pauroso. La guerra sul racconto e la pratica dell’obiettivo Ciò che Genova lasciò non fu solo un trauma, ma una lunga battaglia sulla narrazione, ed è su questo terreno che il potere lavorò negli anni successivi, penetrando anche aree del movimento. Si mise in moto la caccia all’infiltrato: bisognava trovare un nemico interno che fosse l’agente in borghese, l’ultras, la scheggia black bloc, il corpo estraneo a cui addossare tutto, per normalizzare l’anormale. Perché normalizzare significava negare l’evidenza: che da quelle giornate si era usciti con le ossa rotte e con un compagno ucciso. La vera posta di quell’operazione culturale non era Genova in sé, ma la delegittimazione di una pratica: quella dello scontro finalizzato agli obiettivi La pratica dell’obiettivo per un movimento è ciò che distingue le parole dai fatti. I movimenti non possono vivere di sole parole, anche belle, anche giuste, devono andare fino in fondo. Quella ferita è stata portata dietro per un decennio, fino alla Val di Susa. Dopo lo sgombero della Libera Repubblica della Maddalena, nel 2011, la macchina narrativa dei «black bloc» venne rimessa in moto da giornali e veline di questura. Ma questa volta si ruppe qualcosa. Dal popolo della valle non venne il «quelli non sono dei nostri», bensì il suo rovesciamento: «siamo tutti black bloc». Rivendicare la pratica di un obiettivo invece di prenderne le distanze fu, per chi veniva da Genova, la prova che quel dispositivo di divisione poteva essere spezzato dal basso. È la lezione più concreta di questi venticinque anni: la solidarietà nella pratica disinnesca la criminalizzazione più di qualsiasi appello alla rispettabilità. Cosa resta Il bilancio, a venticinque anni, è netto. La globalizzazione contro cui il movimento si mosse non è mai stata altro che una forma imbellettata (e semantica) del capitalismo, una forma impomatata dell’ imperialismo: non più solo conquista e occupazione di territori, ma distruzione diffusa di diritti, ricatto sociale, impoverimento collettivo, che parta dalla Colombia per arrivare in Piemonte o dal centro del mondo per scaricarsi sulle sue periferie. Quella fase è oggi, mentre scriviamo addirittura in parte superata dalla storia più vecchia del mondo, quella della guerra, ripresa dei conflitti armati, e il capitalismo, il più cinico dei sistemi, dimostra ancora una volta che gli serve sempre una guerra, per conquistare risorse o riequilibrare gli assetti mondiali. La vecchia, sana guerra combattuta con altri mezzi resta uno dei suoi motori, mentre per anni si è guardato altrove, immaginando un futuro fatto solo di finanza e di merci immateriali. Ma la cosa che il potere non poteva sopportare, allora, resta la stessa che non può sopportare oggi: che dentro la società si torni a guardare in alto. L’aggressione ai movimenti a Genova fu una delle leve contro un pensiero altro rispetto al dominante, e la sproporzione della reazione, Bolzaneto, la Diaz, l’omicidio di Piazza Alimonda, è la misura di quella paura. Per questo Carlo Giuliani non sarà mai una parentesi da chiudere: è la ragione per cui, ogni luglio, si torna in piazza, e la sua immagine, col passamontagna e l’estintore in mano, continua a essere sentita come cosa propria. Venticinque anni dopo, mentre nuove mobilitazioni provano di nuovo ad alzare lo sguardo come quelle passate sulla Palestina, ma anche la determinazione e la capacità di rispondere all’attacco del governo nei confronti degli spazi sociali, come l’Askatasuna e non solo, la posta che Genova lascia in eredità non è la nostalgia di una stagione, ma un metodo e una direzione: indicare i responsabili, praticare gli obiettivi, e non smettere di guardare in alto, spingendo dal basso, forte, con Carlo nel cuore.
Genova 2001. Una storia del presente
Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura. Apparso originariamente in due parti su Carmillaonline e già ripubblicato sul nostro portale. La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di eccezione” in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. (Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia) Futuro anteriore Uno, due, tre viva Pinochet Quattro, cinque, sei a morte gli ebrei Sette, otto, nove il negretto non commuove! Questo il ritornello intonato a squarcia gola dalle forze dell’ordine mentre lasciavano Genova pochi giorni dopo aver “normalizzato” la città e aver garantito il buon esito e funzionamento del vertice dei grandi. Su quanto accadute in quelle giornate esiste una pubblicistica corposa e sembra pertanto inutile tornarvi sopra per l’ennesima volta. Ciò su cui vale invece la pena di focalizzare l’attenzione sono alcuni aspetti rispetto ai quali, per lo più, le narrazioni costruite intorno agli eventi di “Genova 2001” si sono mostrate per lo meno lacunose e fortemente addomesticate. In primis l’attribuzione delle reali responsabilità di quanto accaduto. Come tutti ricorderanno il Governo in carica nel luglio 2001 era un Governo di centro – destra a guida Berlusconi che si era insediato da poco tempo avendo vinto le elezioni il 13 maggio entrando in carica l’11 giugno. Al momento dei fatti la destra governava da 38 giorni senza, nel frattempo, aver modificato di una sola virgola gli assetti burocratici e militari ereditati dal governo di centro – sinistra. In altre parole l’intera catena di comando politico – militare addetta alla gestione del Vertice era per intero legata al governo precedente. A conti fatti, nonostante il maccheronico decisionismo di cui Berlusconi ama ammantarsi, la decisione della quale il premier in carica e il suo Governo riuscirono a farsi interamente carico non andò oltre il posizionamento di un certo numero di fioriere al fine di rendere esteticamente più piacevoli alcune piazze della città destinate al passeggio dei “grandi della terra”, oltre all’imperativo decreto che vietava agli abitanti delle zone interessate agli eventi dei “grandi” di stendere i panni alle finestre. Infine, dato un breve sguardo ai palazzi della città, constatato che alcuni di questi si presentavano in maniera malconcia e poco decorosa Berlusconi ordinava, sicuramente con piglio ducesco, di recuperare in fretta e furia un certo numero di “teloni artistici” con i quali ricoprire le meste mura dei palazzi. Con ciò il centro storico di Genova non sarebbe diventata proprio il remake di Versailles ma per un paio di giorni il gioco, come in effetti accadde, avrebbe potuto funzionare. Questo, a conti fatti, ciò di cui si occupò concretamente il Governo di destra mentre l’intera macchina poliziesca e la pianificazione della gestione del Vertice è stata per intero farina del sacco fuoriuscito dal Governo della sinistra. Vale forse la pena di ricordare, al proposito, che il la al G8 genovese è stato dato dal Governo di D’Alema il quale, in non poche occasioni, tendeva a pavoneggiarsi mostrando il suo non secondario feeling con Condoleezza Rice feeling che, attraverso il gioco del detto e non detto, il nostro faceva intendere essere non solo di natura diplomatica e politica. Gossip a parte resta il fatto che la macchina del G8 ha preso le mosse sin dal 1999 e dal quel momento è stata puntigliosamente oliata e perfezionata. Del resto di quanto gli “eventi genovesi” avessero ben poco di sorprendente e inaspettato è facilmente constatabile con quanto andato in scena poco tempo prima nel corso delle giornate napoletane1, con ancora il governo di centro–sinistra in carica, le quali, col senno di poi, possono considerarsi come una sorta di prova generale di Genova 2001. Detto ciò, onde evitare equivoci di sorta, occorre fare una fondamentale precisazione. Qua non si tratta, infatti, di addossare le colpe della “macelleria messicana” andata in scena a Genova al governo di centro–sinistra piuttosto che a quello di centro – destra ma di evidenziare, piuttosto, il carattere unitario del comando internazionale del capitale. Focalizzare lo sguardo su D’Alema piuttosto che su Berlusconi, o viceversa, significherebbe perimetrare gli “eventi genovesi” in un’ottica localista dimenticando che, ormai dai tempo, i governi nazionali non sono altro che semplici propaggini e appendici, con poteri decisionali sempre più limitati, di poteri sovranazionali espressioni dirette delle varie componenti del comando internazionale del capitale2. Un comando che se, nelle diverse sue articolazioni, mostra di essere tutt’altro che prono a un unico disegno, tanto che il conflitto armato interimperialistico può essere tranquillamente assunto come la cifra del presente, nel rapporto con le masse subalterne conosce una “linea di condotta” sostanzialmente unitaria. Il G8 genovese, di ciò, ne è stato l’esatta fotografia. È all’interno di questo scenario obiettivo che, allora, diventa persino semplice comprendere il senso di quelle giornate e tutto ciò che si sono portate appresso, in primis la pratica della tortura. Un aspetto sul quale appare importante soffermarsi poiché l’utilizzo della tortura è qualcosa che va ben oltre la brutalità ma è indice di un passaggio politico a tutto tondo. Anche su questa esiste una non secondaria documentazione alla quale non si può far altro che rimandare evitando, in tal modo, di ripetere cose arcinote3. Più importante invece soffermarsi sui significati politici centrali che il passaggio alla tortura comporta poiché, il non farlo, potrebbe portare a un insieme di malintesi che finirebbero per diluire la tortura in una delle tante forme di sopraffazione poliziesca delle quali il mondo è tanto ricco quanto rigoglioso o, come nel caso genovese è stato più volte ventilato, all’iniziativa autonoma di quote di forze dell’ordine particolarmente reazionarie e prone alla violenza tanto che, commentatori tanto ingenui quanto sprovveduti, nei “fatti di Genova” hanno voluto intravedere un tentativo di golpe ordito dalle componenti filo fasciste del governo di centro – destra. Ovviamente di detto golpe non vi è stato alcun sentore così come nessuna modifica di una qualche rilevanza è andata a intaccare il quadro istituzionale. Certo il G8 genovese ha sancito un radicale passaggio nella “costituzione materiale” degli assetti del comando ma questo è un altro discorso, discorso che ben poco ha a che vedere con gli eterei mondi della politica e delle costituzioni formali ma affonda le sue ben più solide radici negli inferi della produzione4. Chiarito ciò proseguiamo. Quello che va evidenziato, a differenza di quanto comunemente fatto dai testi e dai resoconti coevi agli eventi genovesi, il cui sguardo si è focalizzato sulla violenza e la brutalità poliziesca5, è soffermarsi su cosa racchiude in sé il passaggio alla tortura, i suoi fini e i suoi obiettivi. Il passaggio alla tortura non rappresenta il tratto sadico e in fondo irrazionale del potere politico semmai un atto estremamente lucido e consapevole frutto del più cristallino decisionismo politico. Sicuramente non sono rari i casi in cui singoli gruppi polizieschi finiscono “fuori controllo” e vanno ben oltre il loro mandato ma questo non avviene mai nel caso della tortura. La tortura non è un eccesso dettato da un particolare contesto nel quale qualcuno “perde la testa” bensì un “programma politico” che soggiace per intero a una intenzionalità fredda, priva di emotività e del tutto razionale e che, a conti fatti e in maniera lucida e sintetica, racconta come il potere politico, senza distinzioni di sorta, si relaziona alle masse subalterne o, come accaduto in passato in Italia e Germania, un modo per neutralizzare le organizzazioni rivoluzionarie e i settori operai e proletari a queste affini6. Per comprenderlo cominciamo, intanto, con il dire che la tortura è altra cosa da quelpassage à tabac espressione con la quale il milieu7 è abituato a indicare l’interrogatorio di polizia. In questo caso tabac non ha nulla a che fare con il tabacco poiché, in argot, tabac significa battere o più precisamente picchiare. Con questa espressione il milieu indica ciò che pressoché abitualmente comporta l’interrogatorio di polizia. Nonostante, da tempo, una serie inesauribile di fiction come per esempio Il Commissario Montalbanoo Il maresciallo Rocca abbiano propagandato un’immagine assolutamente prona alla correttezza formale e a un trattamento scevro da qualunque brutalità da parte delle forze dell’ordine, il prosaico realismo consegnatoci dall’espressione cara al milieu rimane il permanente sfondo dell’interrogatorio di polizia. Al proposito vale sicuramente la pena di ricordare che è abitudine, tra coloro i quali corrono il rischio di incappare in un fermo o un arresto di girare con una lametta a portata di mano, solitamente nella bocca, in modo da potersi procurare all’occorrenza una certa quantità di lesioni in modo tale da interrompere l’interrogatorio e accedere al ricovero ospedaliero. In altre circostanze, invece, chi non ha lamette a disposizione cerca di tagliarsi, o procurarsi vistose lesioni, buttandosi contro una finestra e, attraverso questa via estrema, porre fine all’interrogatorio e trovare rifugio in un Pronto soccorso8. Tutto ciò per dire che la violenza da parte delle forze dell’ordine non è certo una eccezione ma una costante se non proprio certa, assai probabile. Tuttavia siamo ben distanti dal poter considerare tutto questo alla stregua di tortura anche perché, notoriamente, per i torturati l’escamotage dell’autolesionismo e conseguente ricovero ospedaliero non è certo una carta giocabile. Il fatto stesso che la polizia, di fronte a lesioni e ferite, si fermi indica come, per quanto brutale e violento, al passage à tabac non è consentito varcare una certa soglia. Perché vi sia tortura, per prima cosa e anche indipendentemente dal livello di violenza esercitata, occorre che vi sia una decisione politica ovvero che la violenza non sia il frutto della libera iniziativa di questo o quel funzionario ma che la decisione della violenza e delle sue forme appartenga per intero allo Stato. Non si tratta di una sottigliezza ma di un passaggio nodale. Nel caso della violenza, che in certi casi può assumere anche gli aspetti propri della tortura, frutto dell’abitudine costume poliziesco non vi è una regia centralizzata e un obiettivo politico da raggiungere mentre, quando la violenza è il frutto di una decisione politicamente centralizzata, il tutto ruota intorno al raggiungimento di precisi obiettivi politici. La tortura, e ne è un aspetto sicuramente non secondario, è finalizzata a far parlare il soggetto/oggetto inquisito ma non solo e anzi, come il G8 genovese ha ampiamente testimoniato, l’obiettivo perseguito non ha nulla a che vedere con il reperimento di informazioni. Scopo principale della tortura è spezzare e annullare l’identità politica e sociale del torturato, annichilirlo e terrorizzarlo e per questo il suo livello di violenza, a trecentosessanta gradi, è incommensurabile al più noto passage à tabac. Per i mondi illegali e per le stesse forze di polizia, a conti fatti, il  passage à tabacrappresenta una prova e un rito di passaggio. Attraverso di questo si pesa il soggetto con il quale si ha a che fare, lo si classifica. Chi passa la prova dal milieu sarà considerato un “bravo ragazzo”, uno del quale ci si può fidare mentre, da parte poliziesca, sarà archiviato come uno che non parla e con il quale non è il caso di perdere troppo tempo. Certo tutto ciò non fornisce la certezza di non dover più passare attraverso quell’esperienza ma sicuramente un po’ l’allontana. In ogni caso il passage à tabac ha come sola e unica finalità la confessione e la delazione nei confronti dei possibili complici, la tortura va di gran lunga oltre. Per quanto il reperimento di informazioni rimanga un suo obiettivo si può arrivare a dire che, per certi versi, questo è ciò che sta in superficie ma il vero scopo della tortura è distruggere e piegare l’anima del prigioniero. L’uso del terrore mira esattamente a ciò. Quanto andato in scena a Genova ne rappresenta non solo una eccellente esemplificazione ma un vero e proprio paradigma. Banalmente ai prigionieri non doveva essere estorta alcuna informazione, nulla doveva essere scoperto, nessun ipotetico complice doveva essere identificato, alcun piano sventato tanto che i prigionieri non sono stati sottoposti a interrogatorio ma “semplicemente” brutalizzati e terrorizzati. Se, in qualche modo, erano entrati nelle caserme pensando che un altro mondo è possibile, dovevano uscirne non solo sapendo che nessun altro mondo era possibile ma talmente piegati e terrorizzati da non poter neppur pensare a qualcosa di diverso. Ogni forma di resistenza alla globalizzazione del capitale doveva essere tanto rimossa quanto annichilita. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo politico perseguito dal potere politico attraverso l’uso sistematico della tortura. Del resto il fatto che oggetti della tortura fossero gli stessi gruppi pacifisti e di ispirazione religiosa qualcosa ha ben voluto dire9. Ciò che doveva essere estirpato era qualunque forma di “pensiero critico” nei confronti della globalizzazione del capitale e del pensiero unico che questa si porta appresso.  L’abito fa il monaco Ma questo scenario era così imprevedibile? Di quanto andato in scena, nelle giornate immediatamente a ridosso del Vertice, era così impossibile averne un qualche sentore oppure, al contrario, non pochi indizi potevano far presupporre che le giornate del Vertice sarebbero state tutto tranne che un pranzo di gala? Ciò che si stava verificando in città mentre le date del Vertice si avvicinavano non dava alcun segnale di ciò che, di lì a poco, sarebbe accaduto? Il clima che si respirava in città, e in particolare nella zona centrale che di lì a poco sarebbe diventata addirittura non transitabili e gli stessi residenti, se non muniti di uno speciale lasciapassare, costretti a rimanervi segregati, era cosi sereno? Perché, a conti fatti, come autentici dilettanti allo sbaraglio gli organizzatori ufficiali del Contro Vertice, ovvero tutte quelle organizzazioni confluite nel Genoa Social Forum 10, hanno obiettivamente mandato al macello centinaia di migliaia di persone? Di quale malinteso, a conti fatti, la tragicità delle giornate genovesi è stato l’effetto? Fatale, in tutto ciò, è la cornice teorico – politica che ha fatto da sfondo all’organizzazione del Contro Vertice la quale, proprio in quelle giornate, ha conosciuto, insieme alla sua più radicale smentita, il suo inevitabile declino11. Prima di affrontare i guasti di detta ipotesi politica caliamoci un attimo nel mondo empirico partendo con la descrizione del fenomeno, il quale notoriamente è più ricco della legge, per passare poi a una sintetica disamina delle fatidiche giornate. Un piccolo resoconto etnografico può già fornire l’idea di che cosa stesse bollendo in pentola. Si tratta di un episodio, persino divertente, che mi ha visto coinvolto in prima persona e del quale ho un ricordo più che nitido, episodio avvenuto quattro giorni prima che le giornate del Contro Vertice prendessero le mosse, parliamo quindi del quindici luglio. A fine giugno avevo partecipato al Campionato europeo di powerlifting tenutosi a Londra. Campionato che, anche un po’ fortunosamente, avevo vinto. Avevo gareggiato nella categoria dei novanta chili rientrandovi con una qualche fatica per cui due settimane dopo ero sicuramente più pesante di almeno tre o quattro chili ma in buona forma. Diciamo che per strada non era proprio facile passare inosservati. A questa massa non proprio rientrante nella norma va aggiunto un abbigliamento altrettanto poco convenzionale, ovvero il tipico look da palestra insieme agli inevitabili capelli rasati. Così combinato,insieme a un cucciolo che a dieci mesi pesava già quaranta chili e sembrava avere il classico argento vivo addosso, entro nel labirinto dei vicoli del Centro storico cittadino per fare la spesa. Imboccata via san Luca12 incrocio un gruppo di ragazze e ragazzi con un cucciolo di labrador. I due cani iniziano a giocare dando vita alla classica situazione nella quale cuccioli particolarmente giocosi si incontrano e finiscono con l’attirare l’attenzione dei passanti. Il gruppo è formato da due ragazze e tre ragazzi con una età che, a occhio, poteva andare tra i diciotto e i venti anni. Dall’aspetto, ossia taglio dei capelli, vestiario e zainetti incarnano il modello idealtipico del no global radicale ma non troppo. Non hanno facce da strada e non sembrano neppure appartenere a quei settori giovanili di “classe operaia dura” abitualmente presente tra i vicoli dell’angiporto. I loro modi sono gentili ed educati e assai consoni a chi può vantare più una lunga militanza tra i boy scout e le associazioni di volontariato che tra le file di un qualche gruppo duro, radicale e pronto allo scontro di piazza. La loro aria ha ben poco di coatto o sgamato piuttosto quella dello sprovveduto che attraversa luoghi a lui sostanzialmente estranei come del resto, ancora nel 2001, il Centro storico poteva presentarsi. Se nel look, in qualche modo, possono vantare anche una vaga affinità con i punk-bestia questa è la medesima che poteva avvicinare i lettori di “Noi giovani”13 con la beat generation!. Finita questa sintetica descrizione riprendiamo il racconto. Mentre i cani giocano con l’inevitabile intreccio dei guinzagli e via dicendo veniamo letteralmente circondati da una decina di poliziotti che in maniera decisamente brusca ci chiedono i documenti. I tipi sono decisamente esagitati e sopra le righe come se tra noi avessero individuato Matteo Messina Denaro o qualcuno di calibro affine. L’attenzione si concentra immediatamente sui ragazzini, mentre io vengo tenuto in disparte, i quali vengono attaccati al muro e perquisiti, ragazze comprese anche se, di norma, avrebbero dovute essere perquisite da un agente donna ma evidentemente i nostri, anche se a modo loro, erano già post gender. Ovviamente, nei confronti delle ragazze, non mancano una serie di apprezzamenti sessisti mentre i ragazzini vengono apostrofati, con battute come frocetti e via dicendo. La perquisizione corporale ovviamente non porta a nulla e quindi l’attenzione passa agli zainetti il cui contenuto viene rovesciato con sfregio in mezzo a via san Luca. Da un paio di questi fuoriescono dei libri alla vista dei quali delle 44 Magnum o delle P38 avrebbero suscitato una reazione decisamente più composta. Iniziano così una serie di tiritere sugli studenti e gli intellettuali sulle quali non è il caso di soffermarsi poiché sono l’esatta fotocopia delle tradizionali retoriche plebee rivolte al ceto intellettuale14. La cosa dura una buona mezz’ora poi, tenendoli sempre attaccati al muro, passano al controllo dei documenti via centrale. In mezzo a tutto ciò vi sono una serie di dichiarazioni che, senza che la fantasia debba intervenire, fanno ben capire cosa si sta profilando all’orizzonte. Alla fine li mollano dicendogli: Tanto il culo ve lo spacchiamo tra qualche giorno. A quel punto rimango solo io e già sto immaginando che sarò fermato, portato in Questura e chi più ne ha più ne metta. Soprattutto sono preoccupato per il cane e sto pensando di lasciarlo alla mia parrucchiera di fiducia che fortunatamente è nelle immediate vicinanze . Faccio per mettere mano al portafoglio per mostrare i documenti e, con non poca sorpresa ma anche molto sollevato, incontro lo sguardo amicale del poliziotto che mi dice: Ma figurati, tu non sei come quelli là. Ringrazio e, con molta calma e ricambiando il sorriso, mi dirigo verso un negozio vicino per completare la spesa. Tutto ciò non deve stupire perché, come ha evidenziato la ricerca sociologica, l’aspetto di una persona influisce notevolmente sui comportamenti delle forze dell’ordine15. Nell’azione della polizia vi è sempre uno sfondo antropologico originato da un insieme di pregiudizi proprio delle retoriche di senso comune16 come, del resto, è ogni giorno facilmente constatabile osservando i comportamenti polizieschi nei confronti della popolazione immigrata17. Questo episodio, è bene sottolinearlo, è stato tutto tranne che un caso isolato. La caccia al no global era palesemente dichiarata e che la caccia avrebbe preso le sembianze della guerra qualcosa di più di una semplice ipotesi di scuola. Di ciò se ne è avuta una corposa conferma nelle giornate successive, soprattutto in quella del 21. Sull’andamento differenziato delle giornate occorre soffermarsi poiché sono in grado di raccontare qualcosa di non convenzionale che la narrazione ufficiale intorno al G8 ha per lo più eluso. Come noto, in realtà, le giornate sono state tre e non due anche se, quella del 19 luglio incentrata principalmente sulla “questione immigrazione”, è stata una manifestazione più ufficiosa che ufficiale. Questa giornata, con tantissima partecipazione anche se una parte consistente dei manifestanti era ancora in viaggio verso Genova, si è svolta senza incidenti e, almeno, in merito al discorso che stiamo facendo non vi un granché da dire. Spiccava, certamente, il numero impressionante di forze dell’ordine disseminate lungo il percorso del corteo, il loro fare piuttosto aggressivo il che, solo con il senno del poi, poteva interpretarsi come una avvisaglia, ancora sul piano del simbolico, di ciò che i giorni successivi portavano in grembo. Il 19, in ogni caso, fila liscia e si conclude il Piazzale Kennedy18 con un comizio di alcuni esponenti del Genoa Social Forum e il concerto dell’icona no global del momento, Manu Chao. Nel corso della serata si svolge anche una riunione “informale” dei responsabili organizzativi delle varie componenti del Genoa Social Forum ed è una riunione interessante perché mostra la totale incomprensione di questi nei confronti della realtà e delle dinamiche che di lì a qualche ora i manifestanti si troveranno a affrontare. Per farla breve nessuno ipotizza la possibilità di un attacco di una qualche consistenza da parte delle forze dell’ordine e l’unico problema che viene posto è il controllo dei gruppi che stanno fuori dal perimetro del Genoa Social Forum. Nessuna organizzazione dispone di una struttura “militante” anche perché tra le tante perle teoriche elaborate comunemente dalle componenti del Genoa Social Forum vi è proprio la critica, il rifiuto e la condanna di tutte quelle pratiche “novecentesche” sulle quali il Movimento dei Movimenti è stato in grado di porre, senza rimpianti di sorta, la parola fine. Questo il frame analitico con il quale gli organizzatori si apprestano a affrontare le giornate successive. Stato d’eccezione Veniamo così alla prima vera e propria giornata del Contro Vertice, il 20 luglio. La dinamica reale dei fatti, nonostante la morte di Carlo Giuliani, non sembra raccontare l’esistenza, da parte delle forze dell’ordine, di una strategia pianificata anche perché in virtù della dislocazione logistica delle manifestazioni non si mostrava realistica una pianificazione dell’attacco a tutto tondo. Troppe le manifestazioni e gli appuntamenti in giro per la città per poter pensare di trattarli come poi è avvenuto il 21. Diciamo che il 20 può essere considerato un prologo di quanto accaduto il giorno dopo ma un prologo che sicuramente ha avuto esiti contraddittori. Va rilevato infatti che, contrariamente a quanto per lo più raccontato dalla pubblicistica inerente ai fatti genovesi tutta incentrata sulla vittimizzazione del movimento, nel corso del 20 in non pochi casi non secondari spezzoni del movimento sono stati in grado di ribaltare i pronostici ovvero respingere gli attacchi delle forze dell’ordine, contrattaccare e colpire gli obiettivi che si erano prefissati. Il bilancio del 20, pertanto, non è così lineare e mostra come, a conti fatti, lo spazio metropolitano più che delle forze dell’ordine sia amico degli insorti. Ciò che sembra importante rilevare è come la giornata del 20, parafrasando Engels, abbia posto all’ordine del giorno una “nuova scienza delle barricate”1 in grado di scompaginare gli assetti militari delle forze dell’ordine. Volendo studiare, sul piano del “pensiero strategico”, quanto andato in scena il 20 luglio si potrebbe asserire che la tattica messa in campo da una parte neppure minimale dei manifestanti è stata una sorta di rivisitazione in chiave metropolitana della teoria militare di Mao e Sun Tsu2. Quattro aspetti, in particolare, sembrano legarsi a ciò. Il primo, che assume una valenza strategica, consiste nel rovesciare completamente il frame in cui il nemico vorrebbe ascriverti ovvero prendere l’iniziativa anziché subirla quindi attaccare invece che difendersi. In questo modo, da un lato si assesta un colpo mortale di tipo cognitivo ancora prima che militare al nemico, il quale scende in campo per aggredire e non prende minimamente in considerazione l’ipotesi di essere esso stesso quello attaccato, dall’altro lo si obbliga a rincorrere in continuazione l’azione dell’avversario obbligandolo a improvvisare e impedendogli di ragionare strategicamente. Non è un caso che coloro i quali si sono mossi in una logica difensiva, anche provando a combattere, il 20 luglio siano stati massacrati. In seconda battuta l’utilizzo del territorio come risorsa. Palesemente gran parte dei gruppi che si sono battuti si sono “armati” utilizzando le cospicue risorse che la metropoli è per forza di cose costretta a fornire. Ciò ha finito con il ridicolizzare, più che le forze dell’ordine in quanto tali, l’organizzazione ipertecnologica della quale queste si fanno vanto poiché una strumentazione minima ha messo in crisi autentici Robocop e tutti i gadget a questi annessi. Il terzo elemento è stato dato dall’apparire dove le forze di polizia non se lo aspettavano, quindi agire velocemente evitando o limitando al massimo lo scontro diretto. Questa è una tattica classica del maoismo che si porta appresso un duplice effetto: colpire in piena sicurezza l’obiettivo ma, soprattutto, demoralizzare e frustare l’umore del nemico che si ritrova, di fatto, continuamente sotto scacco. Anche il quarto aspetto deve molto al maoismo. Chiunque presente nella giornata del 20 ha potuto facilmente constatare come i gruppi offensivi agissero più come plotoni che come armata ovvero marciavano divisi per colpire uniti. Il 20 il grosso dei feriti e dei prigionieri c’è stato proprio tra coloro che marciavano nei panni dell’armata la quale, in caso di attacco, avrebbe costituito la massa d’urto contro la quale le forze nemiche si sarebbero infrante. Gli esiti arcinoti degli eventi hanno dimostrato quanto irrealistica si mostrasse detta scelta strategica. A fronte dello strapotere tecnologico delle forze dell’ordine ogni anche coraggioso tentativo di difesa si è velocemente trasformato in una rotta senza capo né coda. Tutto ciò ha fatto sì che, nonostante la brutalità messa in campo e la pratica della tortura già in atto nei confronti dei prigionieri, la giornata del 20 possa essere archiviata come una giornata nella quale, per il comando internazionale del capitale molti conti sembravano non tornare. Significativo il fatto che di ciò praticamente non si parli, mentre centrale diventa il sottolineare il tratto repressivo della giornata e questo non tanto per colpevolizzare le forze dell’ordine bensì per cancellare dalla memoria l’idea stessa che lottare e vincere è possibile. Non per caso coloro i quali si sono battuti con successo sono stati bollati come provocatori, infiltrati, fascisti e via dicendo del resto è almeno da Piazza Statuto3 che questo ritornello, più ossessivo di un tormentone estivo, viene ripetuto. Passiamo così alla fatidica data del 21 luglio. Questa è la giornata chiave del G8 genovese. Gli eventi sono di una linearità e semplicità sconcertante. Il calendario del Contro Vertice prevedeva un solo e unico appuntamento, un corteo che doveva partire dalla zona Foce4 e quindi attraversare un certo numero di vie cittadine. Nonostante quanto accaduto il giorno, non solo e soltanto in relazione alla morte di Carlo Giuliani, ma per il modo decisamente belligerante mostrato dalle forze dell’ordine, gli organizzatori ufficiali della manifestazione (ovvero il Genoa Social Forum) non adottarono nessun accorgimento di autodifesa anzi si adoperarono non poco per far sì che il corteo fosse del tutto “disarmato”. Se, per quanto in maniera grottesca, organizzarono una qualche forma di Servizio d’Ordine questo aveva il compito di isolare i “cattivi” e i “provocatori” dalla parte sana dei manifestanti. Un comportamento non così incomprensibile visto che la sera prima, di fronte al cadavere ancora caldo di Carlo Giuliani, i vertici del Genoa Social Forum si affrettarono a bollare Carlo come un “punkabbestia tossico” che nulla aveva a che vedere con la gran parte dei manifestanti. Palesemente per la dirigenza del Genoa Social Forum il problema non erano le forze dell’ordine, anche se sarebbe più sensato dire che il loro problema non era il comando internazionale del capitale poiché, in fondo, le forze dell’ordine non erano altro che il braccio militare di un cervello politico, bensì tutta quella componente dei manifestanti che il giorno prima aveva dimostrato di saper mettere i bastoni tra le ruote ai disegni del potere politico. Il Genoa Social Forum si poneva dunque l’obiettivo di pacificare il corteo e, all’occorrenza, reprimere ogni pratica di attacco. Questo lo scenario nel quale precipitano circa 350.000 persone (questa la stima approssimativa dei partecipanti al corteo del 21) che intorno alle 15 iniziano a muoversi da Corso Italia verso Piazza Rossetti. Nelle prime 10/15 fila è concentrato il gotha del Genoa Social Forum distanziato di una ventina di metri dal resto dei manifestanti, metri che, col senno di poi, mostreranno di avere più che una ragione. Dal canto loro le forze dell’ordine, oltre a quelle tenute in riserva nelle immediate vicinanze del corteo, sono massicciamente dislocate di fronte al corteo formando un angolo retto tra Corso Italia e Piazza Rossetti dove, cioè, secondo il percorso concordato doveva svoltare e dirigersi il corteo. Altre forze visibili non sembrano essercene a parte alcuni elicotteri che svolazzano, però abbastanza alti, sul corteo. Repentinamente la testa del corteo, pressoché in solitudine, parte e, pochi metri dopo, svolta verso Piazza Rossetti mettendosi, apparentemente, in salvo. A quel punto, senza alcun motivo, tutte le forze dell’ordine schierate iniziano a sparare lacrimogeni, gli elicotteri si abbassano e anche da questi iniziano a essere sparati i candelotti mentre, come per magia, dai tetti delle case circostanti si materializzano non pochi tiratori che iniziano a fare il tiro al bersaglio contro il corteo. Questo, del tutto impreparato, sbanda paurosamente e fugge assumendo, per forza di cose, una forma goffa e scomposta. A quel punto il lancio di lacrimogeni si affievolisce e partono le cariche. Una quota di manifestanti cerca rifugio buttandosi sulle spiagge sottostanti e, a conti fatti, risulterà una delle peggiori soluzioni. Nessuno aveva fatto sicuramente caso ai gommoni che stazionavano sul mare o, se li avevano notati, pensavano che fossero i soliti gommoni che in estate pullulano nel mare cittadino. Su questi, però, non c’erano bagnanti ma forze dell’ordine le quali, appena iniziate le cariche, avevano fatto prua verso le spiagge pronte allo sbarco. Così, chi pensò di salvarsi sulle spiagge, si trovò chiuso a monte dalle cariche e a mare dalle truppe appena sbarcate. Questi saranno i primi a essere massacrati, catturati e torturati. Il resto della giornata è un continuum di quanto appena raccontato. La Diaz5 sarà la classica ciliegina sulla torta che ben si coniuga con il prelievo e arresto dei feriti dentro gli ospedali, i lacrimogeni sparati contro le ambulanze e il sistematico pestaggio e arresto di chiunque non fosse in grado di correre abbastanza veloce. Anche se qualche forma di resistenza è stata tentata questa non ha avuto, e neppure poteva avere, alcuna incidenza sull’andamento della battaglia. Questa non poteva che essere persa in partenza poiché il modo stesso in cui la manifestazione era stata pensata e organizzata consegnava i manifestanti al nemico. Si potrebbe andare avanti ore a raccontare episodi della giornata il che, però, non modificherebbe di una virgola quanto sinteticamente descritto. La giornata del 21 vede il trionfo del Vertice nei confronti del Contro Vertice e questo è quanto. Giunti a questo punto appare sensato provare a trarre qualche indicazione da quanto andato in scena. A molti, o almeno a quelli che per età anagrafica provenivano dagli anni Settanta, le prime cose che vennero in mente furono le immagini del golpe cileno. Una comparazione sulla quale si può ampiamente concordare poiché, nei nostri mondi, scenari simili non si erano mai visti e tanto meno dati neppure nel corso degli anni Settanta dove, per quanto di bassa intensità, l’Italia è stata attraversata dalla guerra civile. Il confronto con il Cile è quanto mai azzeccato ma non tanto per le forme di repressione riscontrate ma per ciò che queste ratificano nel rapporto tra classi dominanti e masse subalterne. A conti fatti, quanto osservato a Genova, in assoluto non è per nulla una novità, ma lo è se consideriamo il perimetro dell’Europa Occidentale e, più in generale, dell’Occidente nel suo insieme. Ciò che è andato in scena a Genova può essere considerato esattamente come la cifra della globalizzazione un’asserzione che, in prima battuta, può apparire come una boutade ma che, a uno sguardo minimamente attento, si mostra densa di non poco realismo. Ciò che è andato in scena nel corso delle giornate genovesi non testimonia niente altro che due cose: la fine della legittimità 6 storico–politica delle masse subalterne e, come diretta conseguenza di ciò, il venir meno di ogni forma di mediazione tra comando internazionale del capitale e quote sempre più alte di subalterni anche nei nostri mondi. In altre parole quel “patto socialdemocratico”7 che aveva caratterizzato il secondo dopo guerra dell’Europa Occidentale e, pur se con sfumature non secondarie, il mondo Occidentale è venuto meno. Nel momento in cui il mondo si è fatto uno a farsi egemone come modello di governo delle masse subalterne, attraverso un processo a cascata, non sono stati i diritti e le garanzie presenti in Occidente bensì le forme di dominio proprie di ciò che comunemente veniva definito Terzo mondo. A farsi egemone è stato un modello tipico del mondo coloniale dove, notoriamente, alle masse è riconosciuta voce ma non linguaggio8. Con ciò viene meno il riconoscimento della dimensione politica dei subalterni la cui dimensione assume sempre più quella della “massa senza volto” e quindi deprivata di ogni spazio di mediazione politica e sociale9. La topica colossale coltivata dalle organizzazioni del Genoa Social Forum è stata proprio quella di non aver letto l’oggettività di questo passaggio e aver tentato, su scala globale, la riattivazione di un “patto socialdemocratico” che il potere politico, però, non ha più nelle corde. Le giornate del G8 genovese hanno posto fine a un malinteso che il Genoa Social Forum ha coltivato, in maniera obiettivamente autistica, sino all’ultimo. Genova non ha significato la fine di tutto, la pietra tombale sul Movimento o il venir meno di ogni forma di resistenza e contrapposizione bensì l’inizio di una nuova fase del conflitto. Il G8 genovese ha sicuramente chiuso il capitolo del Novecento il che non vuol dire che abbia azzerato le contraddizioni del capitalismo e dell’imperialismo, semmai le ha amplificate. In questi venti anni abbiamo assistito a tutto tranne che a una qualche forma di pacificazione sia perché le tensioni interimperialiste hanno fatto precipitare il mondo in una guerra permanente dagli esiti incerti, sia perché movimenti di massa non secondari hanno e stanno scuotendo alla base gran parte delle certezze che l’era globale pensava di portarsi appresso. In tale ottica, allora, le ceneri del G8 sparse ai quattro venti non hanno nulla di funereo ma, con molto più realismo, appaiono come semi dell’Angelus Novus.
1° giorno di Campeggio di lotta: da Venaus a San Didero
Si è concluso ieri sera il primo giorno del Campeggio di Lotta No Tav, appuntamento estivo che ogni anno anima la Valle e desta sempre grande preoccupazione per la controparte. da Notav.info I primi ad agitarsi, ovviamente, sono state Questura e Prefettura, che hanno emanato la solita ordinanza prefettizia inf retta e furia, che avrebbe voluto limitare la libertà di circolazione nei territori valsusini, imponendo un “divieto di accesso appiedato organizzato” nelle zone limitrofe ai cantieri, anche in giorni in cui non sono previste iniziative (!). A seguirli, probabilmente costretti dal clima di terrore che la polizia è solita instillare attorno a qualsiasi forma di dissenso, anche i Sindaci di alcuni Comuni (si dice il peccato, non il peccatore) che ingenuamente hanno pubblicato delle ordinanze, probabilmente scritte dalla Questura stessa, per divieto di vendita di bevande in “contenitori di vetro, lattine o altri contenitori atti a offendere”. Ovviamente forme di intimidazione non hanno minimamente interferito con la volontà dei No Tav di attraversare liberamente il proprio territorio e le iniziative del campeggio si sono regolarmente svolte come da programma. Dopo l’accoglienza al presidio di Venaus, che è stato finalmente ripopolato da tende e giovani, ci si è spostati in località Baraccone di San Didero dove sorge il Presidio No Tav “Leonard Peltier” per iniziare con la partecipatissima presentazione del nuovo sito (presto online!) di notav.infoa cura di questa redazione, con a seguire l’apericena condiviso in stile No Tav. I timori della controparte, conscia dell’ inutilità delle sue inosservate ordinanze, si sono palesati con la presenza di polizia in assetto anti sommossa, con blidati e idranti, praticamente ovunque fuori e attorno al cantier-fortino di quello che dovrebbe essere un autoporto. L’esibizione muscolare e spropositata di forza, solitamente si accompagna con la debolezza di un progetto non voluto dalla popolazione: solo con la militarizzazione è stato possibile realizzare quest’opera e solo la militarizzazione può far sì che continui ad esistere. Ci chiediamo se avranno intenzione, quando e se verrà inaugurato, di vincere il premio di “Autogrill più militarizzato del mondo”, circondato da filo spinato e presidiato h24 da esercito e polizia (sicuramente sarà il preferito dagli automobilisti). Ma chi invece ha dalla sua parte la forza della ragione, non si fa certo fermare e spaventare da questo tipo di muscolarità bruta: nonostante i blocchi delle forze dell’ordine, i/le No Tav si sono spostati dal presidio e hanno fatto il giro intorno al cantiere con battiture, cori e canti per far sentire alle truppe d’occupazione che non sono le benvenute, che la Valsusa è nostra e la vogliamo difendere dalla devastazione. Anche i folletti della Clarea hanno voluto dare il loro appoggio, illuminando il cantiere con fuochi d’artificio e con parecchi metri di concertina divelta dalle reti. Ritornati a Venaus, ci si prepara quindi alla seconda giornata di campeggio! Oggi, ricordiamo, dalle ore 15 ci sarà la presentazione e dibattito de “La lunga frattura“, a cura della redazione di InfoAut al presidio di Venaus e dalle ore 19 aperitivo, musica e lotta al Presidio di Traduerivi, Susa. Vi aspettiamo per una nuova giornata di lotta contro la guerra e le grandi opere!
C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane
Sul nuovo campione della piccola borghesia italiana Rincorrere, sparare a freddo a due uomini è giustiziare. Rincarare la dose con una terza persona già a terra, non è farsi giustizia da soli ma essere spietati assassini. Roggero a quanto pare aveva la mano facile viste le cronache giornalistiche sul suo passato giudiziario, di quando minacciò tre persone con una pistola. A diventare l’eroe piccolo borghese, coccolato da destra con una buona dose di strumentalizzazione per dipingersi come i maga all’italiana – senza nemmeno tanto riuscirci – è stato facile, ora ci sarà la doccia di realtà con l’arrivo in carcere. Quale sarà il sentire della massa possiamo ben immaginarlo..  Oggi Roggero si chiede come sia possibile che Minetti sia stata graziata e lui no. In effetti è l’unica cosa su cui potremmo essere d’accordo, su dove stia la coerenza del Presidente Mattarella: dopo aver graziato una arrivista approfittatrice che ha brindato a colpi di gin tonic nel suo ranch in Uruguay sulla pelle di poveri e bambini perché non allungare la lista dei meritevoli con un omicida conclamato.  Il punto qui non è gioire perché la giustizia faccia il suo corso ma è constatare come personaggi di tale ignominia possano assumere un ruolo da protagonisti nel teatro della politica istituzionale e dei media, e vederne la bassezza. Il punto non è fare affidamento nella giustizia borghese per ottenere ragione ed equità, ma saper discernere tra ciò che è il prodotto di questo sistema che, di bieco egoismo da piccolo benestante costruito sulla pelle degli altri ne fa la sua bandiera, e chi ogni giorno deve confrontarsi anche con la necessità di auto difendersi e costruire dimensioni di giustizia autonoma.  Il dibattito in corso sui giornali italiani ma anche nelle bolle social di destra e sinistra contrappongono la “giustizia fai da te” alla legalità dello Stato e il suo diritto assoluto al monopolio della forza. Destra da una parte e sinistra dall’altra che, ancora una volta, non perde occasione di avocare all’istituzione capitalista il suo sacro e intoccabile Leviatano. Il punto è un altro, non esiste la giustizia “fai da te”, esiste la giustizia come processo sociale della legge del capitale del tutti contro tutti o la giustizia come frutto della conquista di una parzialità della società che si contrappone ad un altra. La “Giustizia” è il frutto dei rapporti di forza nella società anche nella sua dimensione etica. In ogni caso comunque quella di Roggero non è giustizia da nessuno dei punti di vista analizzati, ma è l’affermazione della punizione spietata del proprietario profittatore contro chi non gliene riconosce il diritto esclusivo e la vuole “derubare”. Della sua crudeltà parlano i video di quel giorno, ma a non avere voce è quel mondo reale e poco social, di persone che abbandonano la legalità e i suoi percorsi di vita sfruttata e silente per percorrerne altre, anch’esse piene di contraddizioni, che spesso fanno ritornare al punto di partenza se non peggio. Uno dei due rapinatori – che d’altra parte hanno scelto di rapinare una gioielleria e non di spacciare droga ad adolescenti per farsi un po’ di soldi – era un proletario delle Torri di corso Grosseto. Centinaia di famiglie vivono in quella parte di città, periferia della metropoli torinese, molte in occupazioni di alloggi popolari, altri sotto sfratto, molti sono padri e madri di famiglia che conducono le loro vite con dignità per sopravvivere in questo mondo. A loro va la nostra solidarietà piena e di cuore.