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La solidarietà continua: venerdì 11 settembre presidio al carcere delle Vallette
A più di un mese di distanza dalla giornata di lotta del 25 luglio, due giovanissimi attivisti tedeschi sono ancora rinchiusi nel carcere delle Vallette. da Notav.info Sono stati arrestati dopo la manifestazione al cantiere di Chiomonte e oggi devono fare i conti con accuse pesantissime: devastazione, lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. Arresti che arrivano nel solco di una gestione in cui la controparte, ancora una volta, prova a trasformare una grande mobilitazione collettiva in una ricerca di responsabilità individuali, di colpevoli da esibire e di capri espiatori. Ma il 25 luglio c’eravamo tutti e tutte. C’eravamo nelle strade, sui sentieri, davanti alle reti. C’eravamo con i nostri corpi e con la nostra determinazione. Quella solidarietà che da trent’anni attraversa la lotta No Tav oggi ha anche i volti di due giovani compagni arrivati da lontano per stare al nostro fianco. Non possiamo e non vogliamo lasciarli soli.La solidarietà non è una parentesi, né si esaurisce con un singolo appuntamento. È una parte della nostra storia, una pratica quotidiana e una responsabilità collettiva. Per questo torniamo ancora una volta davanti alle Vallette: per far arrivare loro la nostra voce, per ricordare che fuori dal carcere c’è una comunità che non dimentica e non abbandona chi viene colpito dalla repressione. Venerdì sarà anche l’occasione per fare arrivare la nostra voce e solidarietà a Giorgio, anche lui rinchiuso tra quelle mura da qualche settimana. LIBERTÀ PER I/LE NO TAV! TUTTI E TUTTE LIBERE! A SARÀ DÜRA!
Di greenwashing, militarizzazione dei territori e questione energetica
LA TOSCANA AL CENTRO DI ECONOMIA DI GUERRA E INTERESSI ISRAELIANI da Movimento No Base La Toscana è sempre più al centro di una serie di interessi economici legati a doppio filo alla macchina bellica e al complesso militare-industriale. Se il progetto della nuova base militare da oltre mezzo miliardo, inizialmente prevista a Coltano e poi spostata a San Piero a Grado e Pontedera, rappresenta una delle manifestazioni più evidenti di questa tendenza, è possibile individuarne molti altri segnali, forse meno immediati, ma oramai sempre più impattanti sui nostri territori. Infatti, in parallelo alla più esplicita dimensione di incremento di investimenti strettamente militari, sono molti gli ambiti e le forme con cui la militarizzazione si radica nei nostri territori sfruttandoli e desertificandoli sempre più. É in questa tendenza, che vede nella guerra un’occasione di speculazione e guadagno, e sfrutta e deturpa il territorio con il beneplacito degli attori pubblici coinvolti, dalla Regione Toscana, agli Enti preposti, fino ai singoli Comuni, che riteniamo importante leggere le notizie dei recenti progetti agrivoltaici tra cui quelli di Lavaiano(comune di Casciana Terme Lari) e Collesalvetti, Ribolla, Grosseto e Roccastrada.  Dai giornali alle amministrazioni, la questione energetica si fa sempre più incalzante e a governarla non sono mai i bisogni dellə cittadinə, ma profitti dei governi e interessi dei poteri internazionali. Questo non avviene solo in Toscana, come possono ben documentare i lavori di inchiesta svolti da Confluenza e la mappatura dal basso delle opere di devastazione che abbiamo in cantiere e che è possibile consultare QUI), ma l’esempio sul nostro territorio è più che mai attuale ed esemplificativo. Per quanto riguarda i progetti agrivoltaici sul nostro territorio, già citati, infatti, è oramai esplicitato pubblicamente che, alle spalle della promozione dei progetti citati sopra, nei nostri territori c’è un’azienda israeliana, la Shikun & Binui Ltd, inserita nella black list dell’Onu perché operante nei territori palestinesi illegalmente occupati. Dunque, a poca distanza da un territorio già coinvolto nel progetto devastante della base GIS e Tuscania, ci troviamo di fronte all’ennesimo tentativo di una clamorosa operazione di green washing, che dietro alla facciata della produzione di “energia pulita” nasconde, pure in maniera mal celata, l’obiettivo di mettere a rendita il denaro proveniente direttamente dalla filiera sionista del genocidio (questo non è un caso singolo,  si veda l’approfondimento emerso da il caso di Massarosa con l’inchiesta di Cofluenza).  Ancora una volta quindi ci troviamo di fronte a progetti che dipendono direttamente o indirettamente da interessi bellici, approvati all’insaputa della popolazione che vive quotidianamente i territori interessati e che non ha voce in capitolo sul futuro di quegli stessi territori, di cui si perpetra la distruzione per i profitti di altri. E come sempre la politica locale, dai Comuni alla Regione, prima finge di non sapere, per poi sostenere che queste decisioni non sono di loro competenza, nonostante sbandierino a destra e a manca il loro pacifismo e il sostegno alla causa palestinese. Che ci sia una base da costruire, un canale da dragare o un impianto agrivoltaico, non c’è investimento pubblico o privato che non sia legato all’economia di guerra. Una volta svelato un nuovo tassello del disegno mortifero e devastante che si porta dietro tutto questo, ed evidenziato l’ennesimo inequivocabile segnale di come, anche qui in Toscana, come nel resto del mondo, la questione energetica e la questione militare sono estremamente intersecate, fornendo legittimazioni inaccettabili di interessi genocidiari come quelli di Israele, non possiamo che riconoscere come questa debba essere parte della stessa lotta contro la guerra, contro la base, per la vita e la riappropriazione dei territori da parte delle persone che li abitano. Di seguito il testo di convocazione della prima assemblea pubblica che si terrà a Lavaiano, lunedì 7 settembre ore 21.15 ⏰ LUNEDI’ 7 SETTEMBRE ORE 21:15 – ASSEMBLEA PUBBLICA AL CIRCOLO ARCI DI LAVAIANO 👉 Un nuovo maxi-progetto si sta per abbattere sul territorio della Valdera: un impianto agrivoltaico di 22 ettari a Lavaiano, in un’area confinante con la Fi-Pi-Li. La società che ha proposto l’impianto è la Spv Energy E32, è controllata dall’israeliana Shikun & Binui Ltd, azienda inserita nella black list dell’Onu perché compromessa in attività economiche nei territori palestinesi illegalmente occupati da Israele e coinvolta, tramite una società satellite, nella costruzione della barriera che circonda la striscia di Gaza. Le istituzioni coinvolte nel processo di autorizzazione di questo progetto, dalla Regione Toscana al Comune di Casciana Terme-Lari hanno il dovere di informare la cittadinanza e prendersi le proprie responsabilità di fronte a questo progetto. ❌ NO ALL’AGRIVOLTAICO SPORCO DI SANGUE! Incontro promosso da: Associazione No Valdera avvelenata, Coordinamento Valdera per la Palestina
Il 3 ottobre torniamo a marciare insieme
Da Sant’Ambrogio ad Avigliana. Una marcia popolare contro la nuova tratta nazionale Avigliana-Orbassano e per il futuro del nostro territorio. da Notav.info Ci raccontano che le priorità sono nuove grandi opere. Ma intanto l’acqua diventa sempre più preziosa, il clima cambia con eventi meteorologici sempre più violenti, l’aria che respiriamo continua a peggiorare, il suolo viene consumato senza sosta e i servizi essenziali vengono progressivamente impoveriti. Ci raccontano che mancano le risorse. Eppure miliardi continuano a essere destinati a infrastrutture inutili, mentre la sanità pubblica viene depotenziata, il trasporto pubblico locale resta insufficiente e la metropolitana, promessa da anni, continua ad aspettare. Pensiamo che le vere infrastrutture utili siano quelle che migliorano la vita delle persone, che rendono i territori più sicuri, che tutelano l’ambiente e rafforzano i servizi pubblici. Per questo il 3 ottobre cammineremo insieme. Cammineremo per difendere l’acqua, il suolo e l’aria, perché il dissesto idrogeologico e la crisi climatica impongono scelte completamente diverseda quelle che continuano a essere fatte. Marceremo per una sanità e un trasporto pubblico forti, efficienti e accessibili, per investimenti che rispondano ai bisogni reali delle comunità. Attraverseremo le strade della Valsusa perché il futuro di un territorio non può essere deciso ignorando chi quel territorio lo vive ogni giorno. Il 3 ottobre, saremo nuovamente in marcia non soltanto per dire no alla Torino-Lione ma anche per dire sì a un’altra idea di futuro che sia in grado di mettere al centro le persone, i beni comuni, la cura del territorio e una diversa destinazione delle risorse pubbliche. Perché difendere il territorio significa difendere il diritto di scegliere il futuro. E il futuro si costruisce insieme.
RitardaTav: quando i treni non sono mai in orario, dal 2033 si passa al 2035
Il tempo passa ma le vecchie abitudini restano. Se c’è un punto fermo nella costruzione della Torino-Lione è sicuramente che non si può mai dire — nemmeno per scherzo — che i cantieri siano un esempio di puntualità ed efficienza. La grande piaga che ci portiamo appresso da trent’anni continua infatti con i suoi ritardi cronici. da Notav.info È recente la notizia che la Torino-Lione rischi di accumulare altri due anni di ritardo. In questo modo, l’entrata in funzione della grande opera sarebbe spostata al 2035, contro il 2033 di cui si parlava solo qualche mese fa, già allora con disappunto. A preoccupare è soprattutto l’avanzamento dello scavo sul versante francese. Anche perchè su quello italiano manco è iniziato, quindi tanto vale concentrarsi su qualcosa che seppur lentamente, si muove. Con la sua media di 90 centimetri di scavo al giorno contro i 12 metri previsti(a tutti capita di fare degli errorini di calcolo però fa davvero ridere), la talpa Viviana inizia a preoccupare (intendiamoci, non noi). Vorremmo dire che è agosto per tutti, anche per le TBM, ma la verità è che sta scavando 90 cm al giorno ormai da un anno, salvo quel periodo di pausa meritato tra maggio e giugno. Oltretutto, infiltrazioni di acqua e caratteristiche geologiche della roccia costringono spesso a ricorrere allo scavo tradizionale che risulta ovviamente molto ma molto più lento. Se possiamo aggiungere, anche se non ci pare che importi molto, è un metodo decisamente più rischioso. TELT ovviamente ci rassicura del fatto che i problemi di “Vivi” fossero previsti e messi ben in conto, che la sua lentezza non comprometterà l’avanzamento complessivo e Manuela Rocca, direttrice aggiunta della società, ha sottolineato che le difficoltà geologiche incontrate lungo il percorso erano ampiamente previste. Non abbiamo capito se il suo fosse un modo di fare autoironia, ma poco importa. L’affermazione risulta tuttavia un po’ strana perchè a meno che Viviana non diventi potentissima e scavi di colpo tutto l’ammanco di metri, viene da chiedersi come sia possibile che non ci siano ritardi. Ma d’altronde chi siamo noi per mettere in discussione un metodo che ha già costato trent’anni di ritardi. Effettivamente ci troviamo di fronte a dei professionisti del caso e non a degli impreparati che stanno ancora rodando il metodo. D’altronde lo capiamo anche, sul lavoro perdere tempo sempre. Tuttavia, la posizione dei tecnici francesi (COI, il consiglio d’orientation des infrastructures) risulta in forte contrasto con la linea politica ribadita anche da Parigi e evidenzia una forte divergenza tra le valutazioni del comitato e l’andamento effettivo delle opere. Oltre ai problemi geologici già sopra citati, si pone un’altra questione: all’apertura del tunnel la Francia utilizzerà la linea storica ammodernata Dijon-Modane, che al momento risulta in grado di assorbire solo due terzi della capacità merci prevista (16,8 milioni di tonnellate contro le 25 programmate). Tuttavia, si vocifera che i lavori per le nuove linee d’accesso francesi potrebbero partire soltanto dopo il 2040. Senza questa parte, chiaramente, la Torino-Lione non sarà operativa. Quindi, questi grandi pagliacci che se la suonano e se la cantano, come al solito stanno prendendo in giro chi ancora li ascolta. Facendo due calcoli su Viviana, sappiamo che ad oggi ha scavato 250 metri su un percorso totale di 9 km. Tenendo conto che l’inizio dei lavori è avvenuto a settembre 2025, in questo anno ha completato meno del 3% del tratto previsto. Mancano insomma circa 8.750 metri alla fine del suo percorso. Al ritmo attuale servirebbero circa 9.722 giorni (più di 28 anni insomma). Parliamo ovviamente di un dato indicativo, basato su calcoli aritmetici, che non tiene conto della complessità dell’opera ma vuole dare un’idea della peggiore delle ipotesi possibile. (Peggiore per loro). Fa sorridere pensare ad uno scenario del genere, nell’ottica che, come ben sappiamo, la Torino-Lione parte già come un’opera manchevole che anche se venisse realizzata domani, sarebbe comunque ormai obsoleta e inefficiente. Figuriamoci tra altri trent’anni quale scempio e barzelletta sarebbe. Al momento sono attivi 11 cantieri tra Francia e Italia e finora sono stati scavati poco più di 49 chilometri di gallerie sui 164 complessivi, circa il 30% dell’intero operato. Lo scavo del tunnel di base, lungo 115 chilometritenendo in conto le due canne, è arrivato a circa 22 chilometri complessivi(ovvero circa il 19% del tunnel, che pare quasi un numero enorme rispetto agli altri). Come sappiamo, l’avvio dei lavori sul versante italiano è previsto nel 2027, con l’assemblamento di una nuova TBM che dovrebbe venire battezzata con un nome speriamo almeno più dignitoso di Viviana prima di partire. I ritardi, in questo caso già previsti da Maurizio Bufalini, direttore generale di TELT, sono secondo il suo giudizio invece attribuiti a noi e a la manifestazione dello scorso 25 luglio. Che dire Maurizio, ci fa piacere. Questa notizia mette ancora una volta in evidenza tutte le criticità e le fragilità che l’opera ha in sè. I continui ritardi che si accumulano stremano in maniera prolungata e costante il territorio che abitiamo. In questi giorni, sono iniziati degli scavi anche nell’area di Traduerivi, già interessata nei mesi scorsi da una serie di espropri e dai conseguenti rilevamenti di TELT, sotto le mentite spoglie di SMAT. Dovunque questo cantiere approdi, il risultato è la devastazione e lo sfruttamento del territorio, dalla Francia alla Val di Susa, in maniera indiscriminata. Il costante sacrificio della terra e della libertà di chi la attraversa e la cura sta raggiungendo livelli assurdi di non curanza e vera e propria violenza. Come un’automobile che procede a folle velocità senza guidatore, si va avanti per la sola forza d’impulso, senza sapere se mai ci sarà un traguardo, senza che ci sia un po’ di buon senso. Ma d’altronde come si può pensare che qualcuno di questi signori una coscienza ce l’abbia?
No justice no peace: verità e giustizia per Fakir!
Condividiamo l’appello verso il 12 settembre 2026 giornata di solidarietà, discussione e raccolta fondi a Bologna a seguito dell’omicidio di Fakir diramato dalla Piattaforma di Intervento Sociale. È passato un mese e mezzo da quando lo scorso 19 luglio, nel rione Pilastro di Bologna, Abderrahim Fakir veniva ammazzato da un intervento di polizia. Il tutto davanti alla telecamera accesa di uno smartphone tuttora volontariamente ignorata. Perché ancora non esiste verità o giustizia per una morte violenta, dovuta ad un limpido abuso di potere e registrata in video minuto per minuto. E mentre si nega l’evidenza, ci si cinge a proteggere ed encomiare i due carnefici: dai crowdfunding a loro favore, alla loro repentina reintegrazione in servizio sulle volanti a partire dal primo settembre. Ma proprio quelle immagini che tuttora si cerca di insabbiare, fin dal 19 luglio stesso hanno parlato chiaro per migliaia e migliaia di persone che hanno sentito l’irrefrenabile necessità di scendere in strada, di opporsi a questa barbarie. Perché sappiamo bene quanto purtroppo l’omicidio di Fakir non sia un caso isolato, ma la punta di una normalità sociale che a diverse intensità riproduce violenza, razzismo istituzionale e impunità per chi ha posizioni di potere, negli ultimi tempi aggravata dal suprematismo. Una normalità feroce soprattutto per le persone razzializzate, dalle ronde antimigranti all’odio diffuso sui media e ostentato dai partiti razzisti, dal ricatto del permesso di soggiorno all’aggravato sfruttamento sul posto di lavoro, possibilità di studio non garantite e profilazione razziale nei quartieri, fino ad arrivare alla morte violenta come in questo caso. Una morte inflitta dalle mani di chi rappresenta lo Stato, che, sia nella violenza fisica ripresa nel video che negli artifici retorici che continuano ad essere propinati per difenderla, essenzialmente rivendica la possibilità discrezionale all’abuso. Ma Bologna ha immediatamente riconosciuto da che parte stare, generando una potente risposta di rabbia e solidarietà la sera stessa dell’omicidio, nello sciopero all’Interporto e nella rivolta in centro del 20 luglio, nell’assemblea di massa del 22, nella marcia popolare al Pilastro del 26. Una risposta per Fakir, certamente, e per tutte e tutti. Oggi è necessario impegnarci affinché quella mobilitazione abbia capacità di durata, oltre alla sola risposta immediata. È necessario continuare a pretendere verità e giustizia per Fakir, perché è sempre più spudorata la volontà di mettere a tacere questa vicenda. È necessario combattere razzismo e violenza poliziesca, creando autodifesa popolare, contrapponendosi con forza alla pericolosità dello scudo penale, tenendo alta l’attenzione pubblica sul caso di Fakir. Per questo sabato 12 settembre ci sarà una nuova presa di parola pubblica, una giornata di solidarietà, discussione e raccolta fondi, con tavoli di lavoro, una assemblea generale e un concerto. Questa vicenda è infatti lo specchio di un mondo, un mondo da rovesciare. Una giornata indipendente e popolare, che vuole essere uno spazio di discussione e di immaginazione per dare continuità alla mobilitazione, guardando alla possibilità di costruire in autunno una manifestazione e uno sciopero. Per uscire dalla logica dell’eccezionalità e per continuare a gridare “Mai più!”. D’altra parte, nell’ultimo anno Bologna è stata al centro di potenti processi di lotta e di risposte repressive. Dalla giornata del 22 settembre 2025 a tutte le successive intensissime giornate per la Palestina fino ad arrivare alla mobilitazione per l’omicidio poliziesco di Abderrahim Fakir di fine luglio 2026, si sono dispiegati blocchi di massa, occupazioni, rivolte, scioperi, contestazioni, cortei oceanici, piccole e grandi iniziative in tutta la città. È emersa una geografia di lotte e conflitti sociali molteplici, ricca e articolata in tanti contesti, soggetti e tematiche. Al contempo, l’anno che ci lasciamo alle spalle ha anche visto un forte inasprimento di diverse forme repressive, con centinaia di denunce, misure cautelari, DASPO, arresti per il dissenso politico, ma anche sperimentazioni di zone rosse, profilazione razziale, narrazioni mediatiche tossiche contro giovani e persone razzializzate. In qualche misura, la violenta morte di Abderrahim Fakir contiene e ha svelato tutto questo. Un uomo di 42 anni che necessitava di aiuto ammazzato nella periferia del Pilastro a causa del colore della sua pelle. Ma anche una potente mobilitazione a seguire fatta di rabbia e dignità, sdegno, indignazione e solidarietà. Al contempo, la biografia di Abderrahim Fakir ci racconta della quotidiana violenza dell’assenza di documenti e del ricatto del permesso di soggiorno, della minaccia costante dei centri di detenzione per migranti e dei controlli polizieschi con standard razziali, della differenza tra “vite di serie A e di serie B”, “territori di serie A e di serie B”. Con il 12 settembre vogliamo rilanciare una lotta in grado di mettere al centro la contrapposizione al razzismo istituzionale, guardando al razzismo più in generale come a un dispositivo che in modo trasversale gerarchizza la società, impoverisce e indebolisce il lavoro e le classi popolari e si esprime con violenza sui corpi e sui territori. Un percorso che si muove in modo indipendente e dal basso, fuori dalle logiche della rappresentanza. Un percorso che chiede di convergere sui soggetti in lotta e rinnova la sfida a immaginare una manifestazione che si muova assieme alla convocazione di uno sciopero. In tal senso la giornata inizierà con alcuni cerchi di discussione in parallelo che si propongono di approfondire specifiche contraddizioni o terreni di conflitto. Dopodiché ci ritroveremo in assemblea plenaria per restituire le discussioni e ragionare su come rilanciare la mobilitazione. Al termine dei lavori, un concerto solidale chiuderà la giornata per raccogliere fondi per la famiglia di Abderrahim Fakir, come aiuto generale e per le spese processuali e funerarie. Per un percorso di lotta contro razzismo e violenza poliziesca
Più canadair meno armi
In vista della due giorni di iniziativa che si terrà a Torino il 19-20 settembre contro il riarmo (al fondo all’articolo il programma completo) alla quale anche Confluenza contribuirà per portare il tema su come la guerra investe il nostro territorio, condividiamo un’intervista che abbiamo svolto a Don Renato Sacco, prete della Val d’Ossola sconvolta dagli incendi durante questa estate di calore ed emergenza ecoclimatica. Avendo letto e condiviso l’appello di Don Renato Sacco  “Spegnere incendi o accendere guerre” che lega in modo incisivo crisi climatica, cura dei luoghi e corsa al riarmo (la rivendicazione ha avuto eco anche su un altro articolo), abbiamo chiesto all’autore di raccontarci come queste grandi questioni si manifestino nel suo territorio, la Val D’Ossola. Buona lettura. Qual è  la situazione sul territorio dopo gli incendi in Val D’Ossola, cosa è successo e quali difficoltà avete riscontrato? Don Renato Sacco Premesso che abito qui da relativamente poco tempo, circa un anno, la situazione era già piuttosto grave alla fine di giugno. In particolare, nel paese di Premosello Chiovenda erano iniziati degli incendi molto forti e tutta la piana dell’Ossola era stata intasata dal fumo, ed erano stati raggiunti livelli di allarme segnalati anche dall’Arpa. La Val d’Ossola è una piana, dove abito io, dalla quale si dipartono numerose valli; la situazione è andata avanti a lungo e si è poi estesa anche a queste zone vicine, come Piedimulera e Cimamulera, fino alla valle Anzasca che porta a Macugnaga, ai piedi del Monte Rosa. È una zona caratterizzata da montagne molto belle e da un paesaggio montuoso particolarmente suggestivo. Gli incendi sono proseguiti più o meno fino alla metà di agosto, quando sono iniziate alcune piogge. Fino a quel momento, però, è stato fondamentale l’intervento dell’uomo: sono intervenuti l’AIB, la Protezione Civile, i volontari e i Vigili del Fuoco, sia da terra sia dal cielo, con i Canadair e alcuni elicotteri. Tra questi c’era anche l’Erickson, un elicottero molto particolare, in grado di trasportare fino a 10.000 litri d’acqua, una quantità considerevole. Ha una struttura abbastanza insolita, con una grande apertura centrale, e utilizza una sorta di proboscide per pescare rapidamente l’acqua, trasportarla e scaricarla sugli incendi. Qui vicino c’è anche la Val Grande, un parco molto conosciuto e particolarmente impervio. Spesso non ci si entra se non accompagnati, perché è una zona pericolosa e ci si può facilmente perdere. È quindi un’area di grande valore naturalistico, e pure questa è stata lambita dagli incendi. Adesso credo che possiamo dire che la fase di allerta più alta sia finita. Rimane però tutta la fase del post-incendio, che riguarda la messa in sicurezza della montagna e il pericolo di frane e smottamenti. Se piove forte, infatti, la terra può cedere, e in qualche zona è già successo. Nel caso di temporali particolarmente intensi, con grandi quantità d’acqua in poco tempo, il rischio di smottamenti aumenta. Quindi bisognerà, per quanto non sia un esperto, pensare anche alla messa in sicurezza della montagna, perché dopo un incendio il rischio di frane e cedimenti del terreno è concreto, soprattutto in presenza di montagne molto ripide e impervie. Gli incendi, invece, sembrano ormai conclusi. Lo hanno confermato anche i vari sindaci dei comuni coinvolti, che sono piccoli comuni come Premosello e Piedimulera. Un altro comune interessato è Pallanzeno. I sindaci ci dicono quindi che adesso c’è da lavorare sul post-incendio, ma anche sulla prevenzione. Ogni volta che succede qualcosa, tanti dicono in modi diversi: “Eh, però bisognerebbe fare questo, bisognerebbe tenere puliti i boschi, bisognerebbe fare le strade tagliafuoco, bisognerebbe, bisognerebbe…”. Poi magari ci si dimentica, e soprattutto i politici, in questo caso soprattutto  la Regione. Si rischia passata l’emergenza di dimenticare il “bisognerebbe”.  In questa occasione avete constatato siano possibili forme di solidarietà e organizzazione dal basso per fare fronte a questo tipo di eventi, che saranno sempre più frequenti?  Sicuramente nel momento dell’emergenza la solidarietà è stata grandissima, dai Vigili del Fuoco a tutte le istituzioni, comuni, carabinieri forestali, AIB, la Protezione Civile, ma anche tanti volontari. Sicuramente una grande rete di solidarietà in tanti modi, anche di chi per esempio preparava delle cose da dare da mangiare ai volontari che erano sul posto. Quindi questa rete sicuramente c’è stata nel momento dell’emergenza, perché sappiamo che in montagna c’è questa solidarietà, in ogni comune c’è la AIB, la protezione civile e una rete grossa di volontari. Questo lo dobbiamo confermare ed è sicuramente un aspetto positivo per il futuro. Ma alcune cose non dipendono solo dal volontariato. Sul futuro e su che cosa si muove, sicuramente ci sono stati dei buoni propositi, sempre restando nel settore, che poi dai buoni propositi si arrivi anche a qualcosa di positivo ce lo auguriamo.  I buoni propositi sarebbero appunto degli investimenti nella prevenzione come quelli che menzionavi prima? Esatto. Cioè fare in modo che la montagna non sia solo amata, ma anche curata. E qui entriamo poi nello specifico di quello che ho detto io. Come in tutti i settori, se si vuole curare, valorizzare, eccetera, bisogna investire umanamente, far conoscere, imparare a rispettare, ma anche nello stesso tempo investire economicamente. Proprio ieri parlavo con un signore che fa l’istruttore di atletica e parlavamo di giovani, di ragazzi, dice: “Adesso proviamo a coinvolgere ragazzi che sono in giro che fanno i bighelloni , ma cosa investiamo su di loro? Io insegno atletica, nella palestra di una scuola dove vado non c’è neanche il materasso per il salto in alto. Come faccio ad affascinare o a far vedere? Magari non tutti, però alcuni se li porto in una pista si affascinano alla corsa. Se gli do un pallone al calcio o alla pallavolo. Se gli do un’asta e un materasso, magari imparano il salto in alto. Ma se io non ho modo di farglielo fare, come posso dire ‘Innamoratevi dell’atletica’? E sì che basterebbero pochi soldi per un materasso”. La stessa cosa vale per la montagna e io ho avuto questo spunto, che è il motivo per cui mi avete chiamato, credo, di dire: “Eh, se si investe per la difesa del territorio, dobbiamo difendere il territorio, ma oggi si ragiona sulla difesa solo in termini di investimenti militari”. Ecco, però qui lascio a te farmi qualche domanda. Era proprio quello che stavo per chiederti. Questione spese militari: perché occorre smascherare la necessità di investimenti nella difesa come una narrazione, una retorica che vuole solo giustificare il riarmo e continuare le guerre?  Io faccio parte di Pax Christi che è questo movimento cattolico internazionale per la pace, ma ce ne sono tanti altri, e da una vita continuiamo a denunciare il crescendo degli investimenti per la difesa e diciamo che è vero che la Costituzione sostiene il ‘sacro dovere del cittadino di difendere la patria’, art. 52.  E quando si parla di sacro dovere della difesa, sembra che non si possa che pensare all’imbracciare le armi. Ma noi dobbiamo chiederci cosa vuol dire difendere il nostro Paese. Il nostro Paese sono gli anziani, il nostro Paese è la sanità, sono i giovani che vorrebbero avere un materasso per saltare o comunque un investimento nella scuola e in chi li accompagna. C’è una crisi grande nei giovani di insicurezza, di ansia, di suicidio, di ricorso a sostanze stupefacenti, eccetera. Lì dovremmo investire perché lì è la difesa delle persone, la difesa del nostro territorio e quindi siamo travolti da una cultura del nemico che ci porta a dire che i soldi dobbiamo metterli in armi.  Io di fronte a questi incendi avevo dato alcuni numeri proprio per toccare subito dei nervi scoperti. Se dobbiamo difendere la montagna dobbiamo investire sulla montagna. E invece noi abbiamo visto volare gli aerei gialli, i Canadair. L’Italia ne ha 19 come totale, ma poi non sono tutti pronti per l’uso, ci sono i tempi di revisione, e un aereo Canadair, grosso modo, costa 40 milioni (andiamo un po’ a spanne, approssimativamente), e un’ora di volo di questi aerei costa circa €6.000. Poi, nel mio territorio (vicino alla città di Novara) c’è Cameri: l’unico posto al mondo dove si producono e si assemblano gli F35, oltre agli Stati Uniti. Gli F35 sono cacciabombardieri di quinta generazione. Il progetto è della Lockheed Martin e l’unico posto fuori dal confine degli Stati Uniti è questo piccolo paese, Cameri vicino a Novara. Gli F35 costano 150 milioni di euro l’uno. Sono predisposti per il trasporto delle bombe nucleari B61-12 che sono a Ghedi vicino a Brescia e ad Aviano in Friuli vicino a Pordenone. Questi sono dati ufficiali. Un F35 costa 150 milioni dicevamo, il casco di un pilota costa circa €500.000 e un’ora di volo costa €40.000. È chiaro che se noi investiamo in quella direzione. Un amico, Francesco Vignarca di Rete Italiana Pace e Disarmo, già tanti anni fa, nel 2013, aveva scritto “F’35: L’aereo più pazzo del mondo”, perché ha costi pazzeschi. Alcuni Paesi europei sono usciti da questo progetto perché rischiavano il fallimento dello Stato, talmente grande è l’investimento. Sono miliardi e l’Italia vuole arrivare ad avere 115 cacciabombardieri F35. Chi è bravo in matematica può moltiplicare 150 milioni per 115, più c’è tutta la manutenzione, eccetera.  È chiaro, non ci vuole una laurea in matematica o in economia, se le casse dello Stato prendono i soldi per investirli in alcune cose, poi non ce n’è per altre.  Come in una famiglia, se prendi i soldi per comprare la televisione, non hai i soldi per comprare le scarpe. Se prendi i soldi per spendere in F35 e in tutte le spese militari.. Non ce n’é per altro.  E poi il Governo vuole aumentare le spese militari fino al 5% del PIL: sono già traguardi folli. Lo diceva Papa Francesco, e si parlava del 2%: “ma questi sono pazzi”.  Arrivare dal 2%, al 5%, c’è da chiedersi: ma dove li vanno a prendere i soldi ? Ed è chiaro che quindi non ci saranno i soldi per i materassi del salto in alto, ma neanche per la difesa delle montagne, neanche per i medici. Il territorio coinvolto da questi incendi vede migliaia di persone senza il medico di base e possiamo dire non è colpa dell’attuale governo, ma è il segno di una sanità molto in crisi. Dovremmo investire in quella direzione, investire nella difesa dell’ambiente. Ma se investiamo quando c’è tutta la retorica della guerra perché c’è un nemico che ci attacca… In più, va detto per onore di verità anche che gli F35 non sono aerei da difesa, sono cacciabombardieri, stealth (tecnologia che rende l’aereo invisibile ai radar), portano bombe nucleari, possono raggiungere 2000 km/h, con l’Italia che è lunga 1000 km: cosa ci serve in un’ora a fare 2000 km se non nell’ipotesi di andare ad attaccare? E anche le nostre guerre, quelle che studiamo in storia, la prima guerra mondiale non è stata guerra di difesa.  La campagna in Russia, Mussolini che il 10 giugno 1940 dichiara guerra ed entra a fianco di Hitler. Ma posso dirlo anche dalla mia esperienza. Sono stato molte volte, per esempio, in Iraq. Noi siamo andati a bombardare l’Iraq a fianco degli Stati Uniti, ma l’Iraq non era un nemico alla nostra frontiera. Siamo andati, si diceva, per ‘esportare la democrazia’. Io ero in Iraq quando è successa la strage di Nassiriya, 12 novembre 2003. E credo di essere stato tra i pochissimi italiani presenti ai funerali dei 19 italiani uccisi a Nassiriya, i funerali a Baghdad, senza salme perché quelle erano a Roma per i funerali ufficiali. Io ho partecipato a Baghdad. Ma dobbiamo chiederci: perché erano lì gli italiani? Non per la difesa. Lo dico da uno che è andato a pregare a messa e ha portato un lumino con il nome di uno dei nostri uccisi a Nassiriya, quindi con grande rispetto e dolore perché quando si muore ci vuole rispetto, come diciamo degli alpini che sono andati in Russia e sono stati mandati a morire, come i Savoia che hanno mandato giovani al grido di “Avanti Savoia!” nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Ma pensiamo anche alla Libia, alla Somalia. Sono stato anche in Afghanistan, nel 2011 e i talebani sono criminali, ma non ci attaccavano ai confini. Noi siamo andati a esportare la democrazia, poi siamo scappati, agosto 2021, abbiamo lasciato un Paese tragicamente in mano ai talebani, soprattutto per le donne. La spesa italiana per la presenza militare in Afghanistan era di 2 milioni di euro al giorno per 20 anni. Si poteva fare dell’Afghanistan una sorta di Svizzera se, oltre all’Italia, consideriamo i soldi che investivano gli altri paesi, gli Stati Uniti, la Germania e altri. Potevamo fare dell’Afghanistan uno dei paesi più belli del mondo con ospedali, scuole, difesa della natura, acqua, fognature, ambulatori, e invece tutto questo non è stato fatto perché la logica della guerra porta non a dare vita, ma a dare morte. E allora, siamo partiti dagli incendi, dobbiamo difendere la natura, per chi è credente il Creato dono di Dio. Se investiamo nelle armi invece difendiamo gli interessi delle lobby delle armi. L’unica cosa di cui siamo certi è che nelle guerre si muore tutti e che i mercanti d’armi hanno grossi interessi e fanno grando affari.  Papa Leone ha detto a Rimini una settimana fa: “Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti alla radice di povertà, disuguaglianze, guerra e disastri ambientali”. Sembra che Papa Leone l’abbia scritto per noi, perché si tratta di smascherare i grossi interessi. Lockheed Martin, in Italia Leonardo, e mi sembra che proprio a Torino si vada verso la direzione della città dello spazio che in realtà vuol dire città delle armi. Lo diceva bene il vescovo di Torino, Repole, il primo maggio: “Da città delle auto vogliamo diventare città delle armi” e oggi c’è un’economia generale, fatta di piccole imprese un po’ in crisi che si riconvertono al militare perché l’economia che tira è l’economia militare, quindi anche la piccola impresa di 10 dipendenti un po’ in crisi nell’onda degli investimenti del militare (perché poi oltre agli F35 ci sono anche tante altre cose, ci sono carro armati, sottomarini, cose che compriamo da altre parti, che vendiamo). Noi siamo tra i primi, se non sbaglio, al quinto posto, come esportatori di armi al mondo, Abbiamo in Sardegna la produzione delle bombe RWM a Iglesias, a Domusnovas, Iglesias della Rheinmetall tedesca. Le vendevamo all’Arabia Saudita per bombardare lo Yemen. Una volta si parlava di riconversione dal militare al civile, oggi pare il contrario. Proprio su questo aspetto legato al lavoro, anche limitandoci al vostro territorio, la produzione di armi e nello specifico degli F35 viene fatta passare come traino economico: questa argomentazione si sposa anche con i reali bisogni della popolazione? Si è cominciato a parlare di F35, pensa, nel luglio 2006, esattamente 20 anni fa, e ho seguito tutta la vicenda. Prima ancora di produrli quasi tutte le forze politiche dicevano che – perché sono cambiati tanti governi, sono cambiati gli amministratori regionali, i sindaci, il presidente della provincia – produrre l’F35 significa: prestigio, siamo l’unico sito al mondo oltre gli Stati Uniti; altissima tecnologia, non è che stiamo facendo i motorini, stiamo facendo l’aereo più tecnologico al mondo, stealth, 2000 km/h, con tre tipi di decollo; e infine, ci dicevano, 10.000 posti nuovi di lavoro. E quindi come puoi criticare un progetto prestigioso, tecnologico e occupazionale con i tempi che corrono? Questa è stata la retorica vera che sta continuando, anche quando la Stampa di Torino pubblica un articolo come ” F35, nuovi guai per il super-cacciabombardiere. Il Pentagono: i costi aumentano e la piena operatività è scesa al 25%” (https://www.lastampa.it/esteri/2026/08/28/news/f35_pentagono_aeronautica-15724211/ 28 agosto, 2026). Quindi abbiamo investimenti folli, miliardi di soldi, l’occupazione… lì ci lavorano non più di 1500 persone, quindi quei 10.000 erano pura retorica. In più lì ci devono lavorare persone qualificate, per verniciare quegli aerei non puoi prenderli dalla lista di attesa dell’ufficio collocamento. Ci vogliono persone competenti perché la vernice usata è stealth e quindi non è la catena di montaggio della vecchia Fiat che faceva le 500 dove si avvitavano le viti. Quindi questa è retorica. Io sono entrato nel sito produttivo di Cameri su autorizzazione del sottosegretario della difesa Crosetto nel 2010, e ho avuto un incontro con i generali e colonnelli responsabili di questo progetto. È stato molto chiaro, molto positivo perché almeno i militari, a differenza dei politici che dicono molte bugie e fanno retorica, dicono “Le decisioni le hanno prese i politici, non venite a prendervela con noi. Noi eseguiamo le linee del Parlamento”. E quindi quando chiedevo dei 10.000 impiegati, loro rispondevano, “ma no, arriveranno un po’ di operai, un po’ di tecnici da Napoli o da Caselle, ma sicuramente non quei numeri lì, chiameremo 650 persone a lavorare per costruire i due hangar, i due capannoni, ma quando sono finiti non ci sarà più lavoro per loro”. Io mi ricordo la sindaca di Cameri che era uscita sui giornali criticando molto le nostre posizioni dicendo “Don Renato, prima il lavoro poi l’etica”. Dopo qualche mese leggo che la sindaca è arrabbiatissima: “Io ho la scrivania piena di domande di lavoro, a Cameri ne hanno assunte tre, una a tempo indeterminato e due a tempo determinato”. Quindi questa balla colossale dell’occupazione è proprio una balla. Certo che qualcuno ci lavora, ci mancherebbe altro. Con quei soldi lì… io arrivo da una zona dove c’è molto artigianato, piccole imprese; un artigiano che ha un po’ di fantasia, se gli metti sulla scrivania 40-50 miliardi, riuscirebbe a dare lavoro a molte più persone. L’occupazione è funzionale alla logica militare: con gli stessi soldi in altri settori avremmo più posti di lavoro. Sulla tecnologia sono d’accordo, è all’avanguardia, ma è una tecnologia di morte. Potremmo anche studiare un veleno ultimo modello e prendere il Nobel della chimica o della medicina, ma è un Nobel di chi ha studiato come uccidere meglio una persona. Non credo che vada premiato, e pensiamo proprio a chi si è pentito poi di avere fatto scoperte che hanno portato a scelte di morte. E questo è la fotografia di un’economia di guerra. Vicino a Iglesias (Sardegna), uno dei posti più poveri d’Italia, c’è un vero e proprio ricatto occupazionale, mentre in quella zona potrebbero investire sul territorio. La Sardegna sappiamo quante bellezze ha. Invece che investire sulla difesa, si potrebbe valorizzare il mare, le montagne e i territori, si investe sulla guerra, e vale per la Sardegna, ma non solo. E quella fabbrica lì a Domusnovas dà lavoro non a migliaia di persone, dà lavoro a circa 350 persone. Quindi uno Stato che volesse scegliere davvero, non trova come dare lavoro a 350 persone? Non facciamo ridere, dai! Cosa dovrebbe fare la politica?  Non investire sulla guerra. Ma manca una volontà perché la scelta è quella della guerra. Ce lo dice il segretario della NATO: “Dobbiamo prepararci a una guerra come quella dei nostri nonni”. Ce lo dice Crosetto che proprio a Torino ai cadetti, a chi faceva il giuramento, disse “Io spero che voi non dobbiate mai fare la guerra, ma dovete essere pronti a tutto”. Ce lo dicono molti giornalisti, c’è un clima di guerra, per cui anche quando io ho tirato fuori la storia degli incendi, dei Canadair, molti hanno applaudito, ma molti hanno detto “No, gli F35 ci servono per la difesa”. Difesa da chi?  La tua presa di parola ha avuto risonanza a livello nazionale. Ci chiedevamo proprio che tipo di riscontri avesse suscitato il tuo appello su questo piano e se “si stia muovendo qualcosa”?   Allora, su questo tema c’è un grosso lavoro di base. Per esempio, in Italia esiste la Rete Italiana Pace e Disarmo che da anni lavora su questi temi. Abbiamo fatto dei video in cui si metteva a confronto la spesa scolastica, la spesa per la ferrovia, la spesa per i portatori di handicap e un F35. Quindi c’è un lavoro di base dove queste cose le stiamo continuando a fare. Io, diciamo, ho avuto un po’ di notorietà, non so trovare la parola giusta perché il Fatto l’ha rilanciato e ha avuto tanti like, ma in realtà queste cose io le sto dicendo da 20 anni e a livello di base c’è organizzazione. A livello di grandi giornali o persone politiche importanti o riviste molto note, se usciamo dal giro dell’area Nigrizia, Altreconomia, Mosaico di Pace, Missione Oggi, molto meno. Per esempio io mi sono rivolto tante volte a Crosetto, che ho anche incrociato, dicendo “Venga a Cameri, ne parliamo, facciamo un confronto”. E ultimamente lui ha detto che avrebbe bisogno di 19 miliardi in più, così come uno dice “Ma mi servirebbe una penna nuova per il mio lavoro “. Dove li va a prendere? Vorrei poter fare un confronto con lui su questo. Anche perché tutti quelli che parlano di guerra poi non ci andranno. Chi ci va saranno i giovani. Putin, Zelensky, Trump, Netanyahu sono tutte persone che fanno fare la guerra agli altri. “Armiamoci e partite”. E quindi non c’è un riscontro, potremmo dire, a un livello più alto, anche nei dibattiti televisivi. Sì, io sono stato invitato nel 2022 un po’ di volte a DiMartedì, a parlare di Ucraina, e ho provato a dire: “Guardate che qui gli unici che ci guadagnano sono i fabbricanti di armi”, e sono stato travolto da commenti poco positivi anche in diretta, da sentirsi proprio la mosca bianca o meglio la pecora nera. Cosa è cambiato dal 2022 al 2026? Niente, sono aumentati gli interessi, gli affari delle lobby di armi e sono aumentati i morti. Quanto deve essere grande il mucchio dei morti per dire “sediamoci” e ragioniamo? Ecco, io credo che anche le grandi TV, i grandi giornali legano spesso l’asino dove vuole il padrone. E quindi spesso chi ha in mano l’informazione è legato alle lobby delle armi. Penso a Israele. Noi siamo complici di questo genocidio di Israele. Vendiamo armi a Israele, compriamo armi, ma è difficile leggere qualcosa sui grandi giornali. Abbiamo affidato la cybersecurity del nostro Paese a Israele. E questo ci rende ancora più complici e ci fa capire anche come funziona il sistema di informazione, dove bisogna partire dalla realtà di base. Certo, il lato positivo credo che siano i giovani che non leggono i grandi quotidiani, che non seguono le grandi TV, ma che lavorano su una direzione loro con presa di coscienza e credo che sia da valorizzare un lavoro dal basso. Perché in alto c’è il potere e il potere è legato alla guerra e alle lobby delle armi. In questi giorni è morto il generale Mladic, il responsabile di 8.000 morti, e molto di più, a Srebrenica. Io ero stato anche a Sarajevo con la marcia dei 500, del ’92, persone disarmate dentro la guerra, e un amico di lì mi disse una cosa che mi inquieta sempre ogni volta che la penso, ma rende bene l’idea: “La guerra è come un treno. Quando parte non riesci a fermarlo e non riesci a scendere”. Questo è angosciante, però ci dice il clima e il contesto in cui siamo. Sembra che molti siano col fischietto in bocca per far partire questo treno e quando poi parte sarà difficile anche fare interviste come queste.  Faremo in modo di non arrivarci, grazie don Renato.
Danimarca: “Mosca prepara sabotaggi contro le nostre aziende della difesa”. La guerra ibrida si avvicina
Che la filiera bellica si espanda in Europa e che questo porti inevitabilmente a un aumento del rischio anche per il nostro territorio è chiaro, la vicenda di Colleferro è uno degli esempi più lampanti. Come viene sottolineato in un passaggio di questo contributo “la filiera bellica che attraversa il nostro territorio è parte della stessa “fabbrica della guerra” europea, e quindi dello stesso terreno di scontro” non è soltanto questione di da dove possano arrivare attacchi mirati, sabotaggi o altre azioni di guerra, il punto è quanta responsabilità abbia il nostro governo – così come gli altri governi europei – nel portarci in guerra. Inoltre la propaganda si innesta in un quadro in cui la guerra è già qui alimentando, insieme alla moltiplicazione degli obiettivi, la potenzialità di essere coinvolti in maniera sempre più concreta. Il 3 settembre il controspionaggio danese (PET) ha messo nero su bianco quello che da mesi accade a macchia di leopardo in giro per l’Europa: la Russia starebbe preparando piani “concreti” di sabotaggio contro le aziende della difesa in Danimarca, quelle che riforniscono l’esercito ucraino. Emil Græsholm, capo del controspionaggio, parla di reclutamento di cittadini comuni via social, spesso ingannati sul chi stiano davvero servendo, mandati a fotografare strutture militari e a raccogliere dati utili per pianificare attacchi. Alcune aziende sono già state avvertite del livello di minaccia. Non è una notizia isolata, è l’ultimo tassello di un mosaico che si allarga di settimana in settimana. A fine agosto un incendio doloso ha colpito la WB Electronics in Polonia, fabbrica di componenti per droni destinati anche all’Ucraina: Tusk parla apertamente di sabotaggio finanziato in criptovalute, la procura indaga per terrorismo. A Monaco due persone sono state arrestate per un attacco incendiario alla Rohde & Schwarz. In Romania i droni russi entrano nello spazio aereo NATO e vengono abbattuti dai caccia, uno è finito su un edificio residenziale. In Estonia un drone ha colpito una centrale elettrica. Un rapporto olandese conta almeno 151 di questi episodi in Europa dal 2022. Tre anni dopo il Nord Stream, enormi quantitativi di gas naturale dispersi in mare, il raddoppio delle bollette per tutti i cittadini europei, e ancora oggi nessuna verità condivisa su chi abbia agito, se Mosca o pezzi degli apparati ucraini o altro ancora. La lezione di quell’episodio è stata significativa: nessuno scrupolo nel colpire le infrastrutture energetiche, indipendentemente dalle conseguenze economiche, ambientali e sociali di un’azione di questo tipo, anzi “operazioni” non conformi entrano stabilmente nel repertorio di questa guerra, e il conto lo paga sempre chi sta sotto. Questo mosaico ovviamente non si ferma alle Alpi. Le stesse reti di reclutamento scoperte in Danimarca, in Germania, nei Baltici non hanno alcuna ragione strutturale per fermarsi al confine italiano: la filiera bellica che attraversa il nostro territorio è parte della stessa “fabbrica della guerra” europea, e quindi dello stesso terreno di scontro. Il 13 agosto è saltata in aria la fabbrica di munizioni ex Simmel Difesa, oggi KNDS Ammo Italy, a Colleferro: uno dei principali produttori di munizionamento anche di grosso calibro per le forze NATO. La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo per disastro colposo a carico di ignoti, si procede per incendio. Nessuna pista di sabotaggio è stata indicata ufficialmente, non abbiamo elementi per affermare che lo sia stato. Ma è legittimo chiedersi perché lo stesso tipo di incendio in una fabbrica d’armi diventi in poche ore “sabotaggio di un servizio segreto straniero” quando accade in Polonia, e resti per settimane “incidente”, “sfortuna”, “disastro colposo” quando accade in Valle del Sacco. Non è questa la domanda che ci interessa risolvere per prima. Ci interessa la logica che tiene insieme tutti questi episodi, sabotaggi accertati o incidenti industriali che siano: ogni fabbrica di munizioni, ogni stabilimento della filiera militare, è già un bersaglio – dichiarato o meno – in una guerra che si combatte anche fuori dai fronti ufficiali. Pochi giorni fa, la stessa Avvocatura dello Stato, rifiutando di fornire informazioni sulla movimentazione di materiale bellico dal porto di Ravenna, ha affermato che “è in corso una guerra mondiale ‘a pezzi’ e ‘ibrida’ che coinvolge, tra gli altri, anche l’Italia”. La risposta che gli Stati danno a questa spirale è sempre la stessa: più industria della difesa, più stabilimenti, più export, più sorveglianza sui “cluster” di presunti agenti stranieri.  Nessuna di queste risposte riduce i bersagli, li moltiplica.  Che siano incidenti o che siano sabotaggi, il problema resta lo stesso: sono le fabbriche di armi in sé, ovunque sorgano, a mettere a rischio chi ci vive intorno  nella salute, nel lavoro, nell’aria che respira. Il punto non è chi le fa saltare in aria, è smettere di costruirle. 
Torino è contro il riarmo
Ripubblichiamo l’indizione della due giorni del 19-20 settembre 2026 che si terrà a Torino organizzata dall’assemblea cittadina Torino Partigiana. Torino è emblematica in quanto città che viene considerata centrale sia dal punto di vista della riconversione bellica sia dell’innovazione tecnologica: la profonda crisi economica, sociale e culturale che vive la nostra città viene mascherata con il mantra della Torino che cambia e va veloce. L’aria della campagna elettorale 2027 non farà che acuire questa propaganda atta a ottenere consenso, da una parte e dall’altra dell’arco della politica istituzionale.  Il governo Meloni continua ad investire nel riarmo seguendo la linea voluta dagli Stati Uniti di Trump e dall’Unione Europea, sottraendo miliardi a sanità, scuola e servizi per la popolazione. Nell’ultimo anno il nostro paese e la nostra città sono stati teatro di forti mobilitazioni contro la guerra, il genocidio e il governo. Dal movimento per la Palestina dell’autunno scorso passando per la mobilitazione contro lo sgombero di Askatasuna e la grande partecipazione referendaria Torino si è dimostrata partigiana e capace di creare movimento dal basso.  Politicanti e affaristi di gran parte dell’arco politico istituzionale si sfregano le mani di fronte al business della guerra con il progetto dichiarato di trasformare Torino nella città delle armi. Siamo convinti che questa sia la strada più sbagliata per affrontare la crisi che vive la nostra città e vogliamo smascherare la bolla dentro la quale le politiche dell’amministrazione locale – molto attenta agli interessi degli industriali e dei player privati in ambito produttivo ed energetico – vogliono immergerci assumendo il rischio che questa possa scoppiare approfondendo la crisi sociale che già stiamo vivendo.  Il nostro obiettivo? Essere scomodi, porre una linea di incompatibilità tra chi è contro il riarmo e chi non lo è. Proponiamo di approfondire il confronto e il dibattito attorno al tema del riarmo e della guerra partendo da due giorni di ragionamento collettivo e socialità sabato 19 e domenica 20 settembre. Sabato ci ritroveremo alle 17.30 per il dibattito dal titolo “Riarmo europeo: chi vuole la guerra in Europa?” con Elena Basile. Domenica dalle ore 10 ci troveremo in assemblea per organizzarci insieme e rispondere alla questione: “Torino città del riarmo: come contrapporsi insieme?”
Hanover: finto think tank utile a diffondere propaganda israeliana
Un’inchiesta originariamente svolta dal Guardian ha svelato il meccanismo utilizzato da un finto Think tank – inesistente in quanto senza sede, senza indirizzi né referenze – “Hanover” che allena l’intelligenza artificiale nella creazione di propaganda ad hoc in favore di Israele e del suo operato.  Eliana Riva ne ha parlato in un suo recente articolo e ai nostri microfoni racconta il funzionamento di questo metodo di propaganda molto raffinato, supportato dagli Stati Uniti e utilizzato come arma di guerra nel cercare di costruire una narrazione che legittimi il genocidio utilizzando strumentalmente la carta dell’antisemitismo. da Radio Blackout
A Travagliato (BS) il Comitato contro il data center ottiene una prima vittoria
I progetti per costruire nuovi data center in Lombardia e per gli allacciamenti alla rete Terna aumentano di giorno in giorno.  Le criticità sono molteplici: i progetti non sono trasparenti e le aziende che li promuovono hanno capitale sociale irrisorio, sono progetti energivori e che implicano significativo consumo di acqua e di suolo oltre a implementare le isole di calore in un periodo in cui i blackout e le ondate di calore sono la quotidianità. Un ulteriore elemento è la questione della proprietà dei data center e gli interessi che orbitano intorno a questo genere di infrastruttura in una fase di guerra e riarmo.  In queste ultime settimane sono nati diversi comitati spontanei di cittadini e cittadine che hanno deciso di prendere in mano la situazione e di contrapporsi a questa dinamica. In particolare a Travagliato, in provincia di Brescia, è stata ottenuta una prima parziale vittoria dei comitati con il parere contrario del Sindaco, dal quale si attende ancora un atto formale. Nel frattempo una rete regionale si sta organizzando, proiettandosi verso nuove iniziative di mobilitazione.  Abbiamo sentito Laura Comitato per la Tutela dell’Ambiente Apolitico e Apartitico di Travagliato Condividiamo di seguito l’appello dei Comitati diffuso dal Comitato Ciarlasco per la Tutela del Territorio (per saperne di più consigliamo la lettura di questa intervista qui):  Appello per una mobilitazione nazionale contro lo sviluppo irrazionale dei data center: «La trasformazione digitale non può essere decisa senza i territori» Comitati e realtà territoriali lanciano un percorso di mobilitazione. Primo appuntamento nazionale congiunto il 10 ottobre a Milano. Perché l’Italia vuole diventare un hub europeo dei data center? E soprattutto: chi decide dove costruirli, chi ne trae i maggiori benefici e chi sostiene i costi ambientali, energetici e sociali di questa trasformazione? A queste domande vuole rispondere il nuovo Manifesto per un movimento contro lo sviluppo irrazionale dei data center, promosso da una rete di comitati e realtà territoriali che da mesi si confrontano sui progetti in corso e previsti in Italia, con particolare attenzione alla Lombardia. Il manifesto nasce da una precisazione fondamentale: la critica non è rivolta alla tecnologia, alla digitalizzazione o all’intelligenza artificiale in quanto tali, ma al modello economico e territoriale con cui il loro sviluppo viene oggi perseguito. «Non siamo contro la tecnologia e non vogliamo fermare il futuro — spiegano i promotori —. Vogliamo però che la trasformazione digitale sia al servizio della società e non che siano i territori, le comunità e le persone a dover sostenere i costi di un’espansione decisa altrove». Centinaia di progetti e una concentrazione particolarmente forte in Lombardia. In Italia sono centinaia le richieste per la realizzazione di nuovi data center, con livelli differenti di avanzamento. La Lombardia rappresenta oggi una delle aree maggiormente interessate, con oltre la metà delle richieste indicate nel documento. Il problema, sottolineano i promotori, non riguarda soltanto il numero degli impianti, ma anche la loro crescente dimensione e potenza: accanto ai data center tradizionali vengono proposti impianti da 25, 30 e 40 MW, spesso organizzati in grandi campus. Le conseguenze non riguarderebbero quindi soltanto i singoli siti, ma l’intero sistema territoriale ed energetico: consumo di suolo e acqua, aumento della domanda elettrica, nuove infrastrutture di rete, stazioni elettriche e sistemi di accumulo, emissioni, rumore, isole di calore e possibili effetti sulla salute. «Serve una valutazione cumulativa» Uno dei punti centrali del manifesto è la richiesta di superare una valutazione esclusivamente progetto per progetto. «Un territorio non è la semplice somma dei singoli progetti — affermano i promotori —. Se più data center insistono sulla stessa area, devono essere valutati insieme anche i consumi energetici e idrici, gli impatti climatici, il rumore, le emissioni, la pressione sulla rete elettrica e le conseguenze sulla salute». Da qui la richiesta di introdurre strumenti di valutazione cumulativa, monitoraggio degli impatti dopo l’entrata in esercizio degli impianti e maggiore trasparenza sui progetti, distinguendo tra strutture operative, autorizzate, in costruzione, in procedimento e iniziative ancora preliminari. Un Piano nazionale per decidere dove e perché costruire. Il manifesto chiede inoltre la costruzione di un Piano nazionale dei data center, capace di stabilire quali infrastrutture siano realmente necessarie e strategiche, dove possano essere localizzate e quali limiti energetici, idrici, ambientali e territoriali debbano essere rispettati. Secondo i promotori, non è sufficiente definire un’infrastruttura «strategica» per accelerarne la realizzazione: la strategicità deve essere dimostrata attraverso una valutazione dell’interesse pubblico e delle conseguenze complessive sul territorio. Particolare attenzione viene posta anche sulla sicurezza delle infrastrutture, sulla gestione dei dati, sulla proprietà dei dati e sugli effetti della diffusione dell’intelligenza artificiale sul mondo del lavoro. «Non siamo NIMBY» Una parte del manifesto è dedicata alla contestazione dell’accusa di NIMBY rivolta ai comitati. «La nostra posizione non è “il data center fatelo altrove” — spiegano i promotori —. È piuttosto: chiariteci il senso di farlo qui». Per i promotori, un’area agricola, dismessa o degradata non può essere considerata automaticamente disponibile per qualsiasi nuovo insediamento. Ogni progetto deve essere valutato in relazione alle caratteristiche del luogo, alle fragilità ambientali, alle infrastrutture esistenti e alle comunità che abitano il territorio. Verso una mobilitazione nazionale Il manifesto vuole essere quindi non soltanto un documento di denuncia, ma la base per costruire una rete capace di collegare le diverse realtà che stanno affrontando la diffusione dei data center e delle infrastrutture connesse. L’appello è rivolto a comitati, associazioni, realtà ambientaliste, sindacali e sociali, amministratori locali e a tutte le realtà interessate a discutere quale modello di trasformazione digitale costruire. Il percorso di mobilitazione prevede già tre appuntamenti: • 12 settembre 2026 — banchetti informativi dei comitati sui territori; • 26 settembre 2026 — convegno regionale sui data center e lancio pubblico della rete regionale; Sala Convegni – Arci Milano – via Bellezza 16 • 10 ottobre 2026, ore 15.00 — manifestazione regionale contro i data center a Milano. «La tecnologia non è neutrale. Lo sviluppo non è neutrale. A decidere devono essere anche le popolazioni che vivono nei territori destinati a sostenerne i costi». Il manifesto si conclude con una proposta: la trasformazione digitale deve essere discussa e pianificata come una scelta collettiva, mettendo al centro tutela del territorio, ambiente, salute pubblica, lavoro e diritti delle comunità. Qui il testo del manifesto: https://acrobat.adobe.com/…/urn:aaid:sc:eu:0f24d6dd… dove si trova l’elenco di tutti i comitati firmatari. da Radio Blackout
Dibattito su Imperialismo digitale @Blackout Fest 2026 con Dario Guarascio
Il saggio di Dario Guarascio “Imperialismo digitale” analizza la forma del capitalismo attuale a partire dalla militarizzazione del paradigma tecnologico. Di seguito ripubblichiamo il podcast del dibattito tenutosi al BlackoutFest 2026 e condiviso da Radio Blackout. Nella fase di crisi egemonica e dello scontro sullo sfondo tra Stati Uniti e Cina anche la tecnologia assume un ruolo centrale e soprattutto il rapporto stato-capitale si trasforma.  Nella discussione è stato affrontato il circolo vizioso che si crea tra la guerra e la necessità di farla e viceversa quando ad entrare in campo sono le Big Tech e i soggetti privati che ne detengono il dominio.  L’incontro si è chiuso con domande che rimangono aperte e che interrogano l’agire a fronte dell’evoluzione tecnologica del presente: dagli impatti ambientali a quelli sulla formazione della soggettività, dalla sempre più incessante richiesta di energia allo sviluppo anche alle nostre latitudini dei data center come nuovo orizzonte di profitto, dal ruolo della tecnologia nella società in guerra alle forme di luddismo tecnologico ipotizzabili in un futuro non per forza troppo lontano..  Buon ascolto
L’effetto isola di calore dei data center
The data heat island effect: quantifying the impact of AI data centers in a warming world di Andrea Marinoni, Pietro Lio’, Erik Cambria, Luca Dal Zilio, Weisi Lin, Mauro Dalla Mura, Jocelyn Chanussot, Edoardo Ragusa, Gianmarco Mengaldo, Chi Yan Tso, Yihao Zhu, Benjamin Horton marzo 2026 – 13 pp. Ripubblichiamo i risultati di questo lavoro di ricerca utile per approfondire il tema dei data center e analizzarne uno degli impatti quale le isole di calore, il contributo è stato ripreso da la Bottega del Barbieri. Abstract ll forte e continuo aumento dei servizi basati sull’intelligenza artificiale (IA) porta alla costante proliferazione dei data center dedicati all’IA in tutto il mondo, con l’inevitabile aumento del loro consumo energetico. Non è ancora chiaro quale impatto avrà questa domanda energetica a fini computazionali sull’ambiente circostante. In questo articolo concentriamo la nostra attenzione sulla dissipazione del calore generata dagli hyperscaler [le grandi compagnie dei cloud,] dell’IA. Sfruttando le misurazioni della temperatura della superficie terrestre acquisite dalle piattaforme di telerilevamento negli ultimi decenni, siamo in grado di ottenere una valutazione attendibile dell’aumento di temperatura registrato nelle aree circostanti i data center di IA a livello globale. Stimiamo che la temperatura della superficie terrestre aumenti in media di 2 °C dopo l’avvio delle operazioni di un data center di IA, determinando la formazione di zone microclimatiche locali, che chiamiamo «effetto isola di calore dei dati». Valutiamo l’impatto sulle comunità, quantificando che oltre 340 milioni di persone potrebbero essere colpite da questo aumento di temperatura. I nostri risultati mostrano che l’effetto “isola di calore dei dati” potrebbe avere un’influenza notevole sulle comunità e sul benessere regionale in futuro, entrando così a far parte del dibattito sull’IA ambientalmente sostenibile a livello mondiale. Introduzione Nel valutare l’impatto delle attività antropiche sui cambiamenti climatici e sul riscaldamento globale negli ultimi decenni, l’effetto “isola di calore urbana” (urban heat island, UHI) riveste un ruolo fondamentale. L’UHI deriva dalla concentrazione delle attività industriali e dall’uso massiccio di materiali da costruzione sintetici, nonché dal notevole aumento del consumo energetico nelle aree urbane densamente popolate. Quando si discute degli effetti dell’UHI, è fondamentale considerare l’impatto che questi hanno sulle comunità locali e sul benessere regionale. A questo riguardo, è stato studiato e dimostrato in che modo l’UHI influirebbe sull’assistenza sanitaria, sul consumo energetico, sulla qualità dell’aria e sulla qualità dell’acqua. È quindi cruciale comprenderne le cause. Nello specifico, i principali fattori che determinano l’UHI sono classificati in base alla geometria degli spazi antropici (ad esempio, i “canyon urbani” determinano la concentrazione di particolato); alla mancanza di vegetazione e di corpi idrici; alla generazione di inquinanti atmosferici e di vapore acqueo; alla ritenzione di calore ed agli edifici a basso albedo. Oltre a queste categorie, il tipo di attività umane insediate e operative influenza in modo determinante l’impatto dell’UHI sull’ambiente e sulle comunità. Queste attività antropiche sono caratterizzate dalla loro concentrazione spaziale, dalla tipologia funzionale (ad esempio, residenziale, industriale), dai requisiti di raffreddamento, dalle fonti di combustibile e dall’efficienza termica. Con i volumi globali di dati in rapida crescita, si prevede che i data center rappresenteranno una delle attività con il maggior consumo energetico nel prossimo decennio. Infatti, è stato stimato che tra 3 e 5 anni il consumo energetico per l’elaborazione dei dati supererà quello previsto per il settore manifatturiero. Di conseguenza, è lecito prevedere che l’impatto delle attività dei data center e degli hyperscaler dell’intelligenza artificiale sul clima potrebbe non essere trascurabile, ed essere addirittura ulteriormente aggravato dall’uso dell’intelligenza artificiale nei prossimi decenni. Nei fatti, la stragrande maggioranza dei data center dedicati all’IA si affida all’uso di combustibili fossili. Pertanto, la forte crescita dell’addestramento e dell’utilizzo dell’IA per varie applicazioni si tradurrebbe direttamente in un elevato impatto netto sulle emissioni. Inoltre, le inefficienze e le imperfezioni delle operazioni degli hyperscaler dell’IA causerebbero un aumento ancora maggiore delle loro emissioni, secondo le proiezioni previste relative al ridimensionamento dei modelli di IA. Tuttavia, uno studio approfondito dell’impatto effettivo dell’impronta ambientale degli hyperscaler dell’IA comporterebbe numerose incertezze e incognite. Infatti, non esistono indicatori attendibili in grado di aiutare a determinare e quantificare l’impatto delle attuali applicazioni di IA. Inoltre, prevedere le caratteristiche delle future applicazioni di IA, in particolare il loro consumo energetico e i requisiti di calcolo, rimane una sfida. Le fluttuazioni negli scenari previsionali che potrebbero essere elaborati sono ulteriormente amplificate dalla mancanza sia di coerenza nelle metodologie sia di dati completi, anche nelle stime storiche dell’impronta ambientale del settore dell’Information and Communication Technology. In questo articolo, ci proponiamo di fornire una nuova prospettiva sull’impatto degli hyperscaler dell’IA sull’ambiente e sulla sostenibilità in vari scenari climatici per i prossimi decenni. Attraverso un’analisi multiscala e multimodale dei dati raccolti da varie fonti di informazione e sensori, quantifichiamo il contributo degli hyperscaler dell’IA a livello mondiale all’aumento della temperatura della superficie terrestre. Nello specifico, integriamo i dati sulla temperatura della superficie terrestre provenienti da piattaforme di telerilevamento con le ubicazioni degli hyperscaler nel settore dell’IA che sono stati realizzati negli ultimi vent’anni, al fine di valutare la variazione del calore atmosferico indotta dai data center. Per ridurre le incertezze del nostro studio, armonizziamo, organizziamo e filtriamo i dati dagli effetti stagionali, dall’influenza di varie imperfezioni (ad esempio, dati mancanti) e dall’influenza di fattori (ad esempio, altri tipi di attività antropiche nelle vicinanze degli hyperscaler di IA) che potrebbero compromettere la validità del nostro studio. In questo modo, siamo in grado di identificare l’impatto degli hyperscaler dell’IA sull’ambiente come un gradiente di temperatura costante tra l’area dei data center e le regioni circostanti, al punto da poter determinare un “effetto isola di calore dei dati”. La nostra analisi si propone di affrontare tre obiettivi principali: • Quantificazione dell’aumento della temperatura della superficie terrestre correlato all’insediamento degli hyperscaler nel settore dell’intelligenza artificiale; • Valutazione dell’area di influenza di tale aumento; • Stima della popolazione interessata dall’aumento della temperatura. Il documento è strutturato come segue. La Sezione 2 presenta i set di dati e la metodologia utilizzati per estrarre informazioni sull’aumento della temperatura della superficie terrestre indotto dai data center di IA nei prossimi vent’anni a livello mondiale. La Sezione 3 riporta i risultati ottenuti in relazione agli indicatori sopra menzionati. La Sezione 4 fornisce alcune linee guida sulle migliori pratiche per soluzioni software e hardware che potrebbero contribuire a ridurre l’impatto dell’effetto isola di calore dei dati. Infine, la Sezione 5 presenta le osservazioni finali e le conclusioni. Continua qui sull’originale in inglese. Traduzione di Ecor.Network.