Chiacchierando intorno ad una cassetta degli attrezziProponiamo un lungo contributo che immaginiamo come propedeutico nel costruire e
raggiornare la nostra cassetta degli attrezzi, in continuità con quanto emerso
dalla due giorni a Livorno di cui qui e qui è possibile leggere l’Opuscolo di
resoconto. Si tratta di una chiacchierata che tocca alcune categorie
fondamentali: composizione di classe, il partito storico e formale e alcuni
aspetti su cui ragionare in merito a possibilità di contro-percorsi.
1. INTRODUZIONE
2. COMPOSIZIONE DI CLASSE
3. PARTITO STORICO E PARTITO FORMALE
4. CONTRO-PERCORSI
Introduzione
“Dal 1852, dunque, non ho più saputo nulla di «partito» nel senso che
sottintendi nella tua lettera. Tu sei un poeta, io invece un critico, e per me
le esperienze del 1849-52 sono state più che sufficienti. La ‘Lega’, come la
Société des Saisons a Parigi e un centinaio di altre società, è stata
semplicemente un episodio nella storia di un partito che sta germogliando
ovunque in modo naturale dal suolo della società moderna.” Lettera a Ferdinand
Freiligrath, 29 febbraio 1860 – Karl Marx
“La posizione dell’operaio dell’industria meccanica altamente specializzato, di
elevate capacità professionali, che lavorava di precisione sul metallo,
conosceva a perfezione i propri utensili, manuali o meccanici, che collaborava
col tecnico e con l’ingegnere alla modificazione del processo lavorativo, era la
posizione materialmente più suscettibile ad accogliere un progetto
organizzativo-politico come quello dei consigli operai, cioè di autogestione
della produzione. La presa che la concezione della gestione operaia ebbe sul
movimento dei consigli tedeschi non sarebbe stata forse così vasta senza la
presenza di una· forza-lavoro indissolubilmente legata alla tecnologia del
processo lavorativo, con una carica di valori professionali e aziendali molto
elevata, naturalmente portata a mettere in primo piano la propria funzione di
produttrice. La concezione gestionale del controllo operaio coglieva proprio
l’operaio come produttore autonomo e la forza-lavoro di fabbrica come entità
auto-sufficiente; vedeva solo il rapporto tra gli operai e il padrone singolo o
la singola azienda, diffidando – come vedremo – della «politica» in senso lato,
ossia degli stessi problemi di rapporto tra organizzazione e potere, tra partito
e rivoluzione.” Composizione di classe e teoria del partito alle origini del
movimento consiliare – Sergio Bologna
Questa è la sintesi di una discussione tenutasi tra alcuni compagni/e e un altro
compagno a cui è stato chiesto di relazionare sui temi trattati. Si è comunque
scelto di mantenere nello scritto il più possibile lo stile della chiacchierata,
tenendo correzioni in fieri, ragionamenti lunghi con diverse subordinate,
linguaggio scurrile, modi di dire, etc. sperando che possano rendere il testo il
più colloquiale possibile da leggere.
Troviamo molto redditizia la possibilità di far girare l’esito di questa
discussione. Le categorie marxiane e marxiste discusse sono teoreticamente
ricche e praticamente applicabili nell’impegno politico e con-ricercante di
qualsiasi militante che voglia relazionarsi a un contesto socio-politico in
forte accelerazione come il nostro. In virtù di questo, la discussione ha saputo
coniugare definizioni astratte a casi empirici e pratici, che spaziano dalle
esperienze dei militanti singoli a storie e biografie consolidate come i No Tav
e la GKN. Vale la pena sottolineare che la discussione è avvenuta a giugno 2025,
quando ancora l’esperienza del “Blocchiamo tutto” non aveva travolto le
dimensioni organizzate in cui ci muoviamo, costringendo nuove e dovute analisi
sulla fase.
Vogliamo prenderci questo spazio introduttivo per preliminarmente formalizzare
le categorie discusse e dare, laddove è possibile, delle coordinate teoriche per
poter approfondire, così da dare al lettore le risorse minime per comprendere
appieno i contenuti della chiacchierata.
La prima coppia di categorie discussa è quella di composizione tecnica e
composizione politica, che congiuntamente costituiscono la composizione della
classe.
La composizione di classe è una prospettiva analitica e metodologica sulla
classe. Sviluppata concettualmente dall’esperienza dei Quaderni rossi negli anni
‘60, si distanza tanto dalla concezione idealistica della maturazione della
“coscienza di classe”, acquisita grazie a uno sforzo soggettivo, quanto da forme
di oggettivismo determinista che pretendono di leggere le caratteristiche della
“classe” soltanto attraverso i dati tecnico-organizzativi della produzione.
L’indagine composizionista pone in relazione il lavoro, la produzione di valore
e lo sfruttamento e i comportamenti antagonistici di rifiuto propri della
classe. Definisce infatti due piani analitici: la composizione tecnica e la
composizione politica. La composizione tecnica indica sostanzialmente il
dispositivo tecnologico-organizzativo in cui è inserita la forza-lavoro.
Rappresenta l’organizzazione razionale della produzione, di cui i lavoratori
sono un ingranaggio in quanto capitale variabile. La composizione politica è
piuttosto il punto di vista soggettivo della classe, l’insieme dei
comportamenti, dei bisogni e delle tensioni politiche che la classe esprime o
può esprimere.
La differenza rispetto ad altri metodi o teorie sta nella relazione tra le due
“composizioni”. Non vi è infatti la subordinazione della c. politica alla c.
tecnica. Anzi, ponendo come motore dello sviluppo capitalistico la lotta di
classe – e dunque l’iniziativa antagonistica della classe proletaria -, la
composizione tecnica può cambiare e definirsi proprio sulle spinte
antagonistiche del proletariato, che obbligano la controparte a una risposta di
rinnovamento dell’organizzazione produttiva.
La coppia di concetti partito storico-partito formale è una delle più complesse
e interpretabili di tutta la storia del marxismo. Quindi forniamo qua una
piccola – e per nulla esaustiva – genealogia della coppia e l’interpretazione di
varie scuole del marxismo (marxismo-leninismo, sinistra comunista “italiana”,
autonomia).
Per come si può leggere dalla citazione iniziale presa da una lettera di Marx a
Freiligrath del 1860, le diverse sigle e i diversi nomi di chi si organizza (in
questo caso: la Lega dei Comunisti) per il comunismo sono le forme, il partito
formale, episodiche della storia del partito, il partito storico. In altri
termini, il partito storico è il programma invariante espresso attraverso la
lotta del proletariato (l’insieme di comportamenti che rompono il meccanismo di
riproduzione dei rapporti sociali del capitale e prefigurano una formazione
sociale diversa) per una società senza classi: è il suo contenuto. Il partito
formale ne è la sua forma e può o meno discostarsi dal suo contenuto.
La tradizione marxista-leninista (stalinista) vede in fondamentale
contrapposizione questi due partiti. Il partito storico non potrà mai emergere
senza il totale contributo del partito formale guidato dai rivoluzionari di
professione, i quali provano a infondere nella classe – profondamente incatenata
da una coscienza trade-unionista e riformista – la coscienza rivoluzionaria.
La tradizione della Sinistra Comunista “Italiana”, invece, è quasi il contrario.
I partiti formali sono condannati al tradimento delle istanze del programma
comunista invariante se non si dedicano totalmente allo studio e approfondimento
della dottrina. Il partito storico allora emergerà, al di là del comportamento
del partito formale. In altre parole, il proletariato è inevitabilmente il
termine negativo del modo di produzione capitalistico, fondamentalmente
antagonista data la sua posizione economica. La conoscenza e la coscienza sono
precedute da una vita materiale adeguata, come scrive Bordiga in Intellettuali e
Marxismo: “Il movimento proletario socialista non è in nessun modo un movimento
di cultura e di educazione. Le possibilità di sviluppo del pensiero sono
derivazione e conseguenza del migliore sviluppo di vita fisica e quindi verranno
dopo l’eliminazione dello sfruttamento economico. Gli appartenenti alle classi a
basso tenore di vita per lottare non hanno bisogno di sapere, basta che si
rivoltino all’affamamento. Capiranno dopo”.
La tradizione autonoma prende i due concetti e li guarda in maniera
fondamentalmente relazionale. Il partito storico è allora interpretato come
quell’insieme di forze telluriche insite nella oggettiva posizione sociale della
classe rivoluzionaria, che esprimono a tutti gli effetti il programma della
società futura (come descritto dalla tradizione italiana della sinistra
comunista). Tuttavia, queste forze possono essere sempre recuperate all’interno
del processo di valorizzazione capitalista. Allora, il ruolo del partito formale
è indicare la tattica di corto-medio raggio per la classe, la quale, invece,
detiene la strategia secondo la rivoluzione copernicana di Tronti. Secondo una
certa interpretazione, il realismo politico di Lenin in preparazione della
rivoluzione fu questo.
Questa coppia serve ad oggi per guardare, come comunisti organizzati, sempre ai
bisogni (il programma) della classe e le espressioni autonome di
riappropriazione di quei bisogni e di autovalorizzazione, di non cadere nel
grigio sguardo del burocrate di partito, ma del militante socialmente radicato
che esprime il verde albero della vita.
Composizione di classe
M.: La prima premessa che vi faccio è che queste categorie fanno parte del
dibattito marxista in generale da molto tempo. In realtà fanno parte anche di un
dibattito, specialmente alcune come partito storico e partito formale, che
avveniva in un momento in cui gli orizzonti del movimento comunista erano molto
più rosei di quelli di oggi e quindi c’era anche una tensione, come dire, a
vedere come naturale l’imporsi della classe operaia sulla borghesia. Quindi
questa è una prima premessa per dire che cosa? Per dire che negli ultimi 30
anni, dopo la caduta del muro, c’è stata una forte discussione ovviamente su
ognuna di queste categorie, sulla loro attualità, sul loro senso, eccetera.
Personalmente penso che queste categorie hanno ancora una loro attualità, ma che
va contestualizzata e aggiornata e rivista. Quindi questa è la prima cosa. La
seconda cosa, io cercherò di attenermi in questa discussione a darvi una
versione di queste categorie il meno possibile filosofica, astratta, ma il più
possibile come strumenti per l’uso; perché credo che tanto poi al limite se c’è
il bisogno di andare su livelli di astrazione più alta verrà fuori dalla
discussione che faremo, però per il momento mi terrei su questo piano qua.
L’altra cosa è che da un lato cercherò di descrivervi queste categorie,
dall’altro di dirvi, secondo me, come vanno attualizzate. Qua metto chiaramente
il “secondo me”, nel senso che ci tengo a dirlo che questa è la mia visione di
come si potrebbero ri-attualizzare queste cose, non è detto che sia quella più
giusta o sensata nelle occasioni che ci troviamo di fronte. Insomma, cerco di
darvi degli strumenti per ragionare in maniera vostra su questi aspetti qua,
però dall’altra parte vi do il mio punto di vista. L’ultima cosa che voglio dire
è che io pensavo di organizzarla così ditemi se siete d’accordo. La mia idea
era, iniziamo dividendo questi due gruppi di categorie: composizione
tecnica/politica; partito storico/formale. Per ognuna di queste categorie io
faccio una breve introduzione e poi ne discutiamo. In maniera che, come dire, se
vi vengono in mente cose, domande, se volete fare considerazioni eccetera, non
ce li perdiamo per strada e non faccio una relazione pallosa di un’ora e mezza.
Questo è più o meno l’itinere.
Inizio da questa coppia: composizione tecnica e composizione politica. Iniziamo
a spiegare a cosa si riferisce. Ovviamente questi due termini si riferiscono
alla classe. Insieme la composizione tecnica e la composizione politica fanno la
composizione di classe. Cos’è la classe? E già qua ci ficcheremo in un dibattito
molto complesso e spinoso. Diciamo io la vedo così: la classe è tutta quella
parte di salariati che non riescono ad accumulare una ricchezza tale da
trasformarla in capitale, cioè da riuscire ad investirla. Fino a qualche
decennio fa si sarebbe potuto dire che è proletario chi non possiede i mezzi di
produzione, ma oggi in realtà il capitale, in alcune occasioni, è riuscito a
scaricare i costi delle macchine sul lavoro, ad esempio con la reintroduzione di
forme di cottimo regolato tecnologicamente, quindi non è più così calzante come
definizione. La mia è una definizione appositamente molto larga di classe, poi
spiegherò perché, però ritengo che oggi come oggi questa capacità sia il
discrimine tra borghesia e proletariato: impossibilità di accumulare capitale, o
comunque accumulare ricchezza che si può trasformare in capitale. Quando
parliamo di composizione stiamo dando una definizione alle caratteristiche della
classe. Con composizione si intende questo: com’è composta? Che caratteristiche
ha? In particolare, la composizione tecnica riguarda tutta quella serie di dati
possiamo dire oggettivi, in qualche modo, rispetto alla composizione della
classe, per esempio, in quali settori lavora la classe? Quali sono le loro forme
di lavoro? Che età ha la classe in un dato posto di lavoro? Come è organizzata
la riproduzione sociale della classe? Tutto questo rientra in quei dati
oggettivi, in qualche modo, che possiamo raccogliere anche in forma statistica,
che rappresentano tecnicamente la classe. Questo cosa vuol dire? Per esempio,
noi possiamo dire per una data fabbrica: in questa fabbrica la maggior parte
degli operai è del sud. Di questa maggior parte di operai del sud lavorano con
questo tipo di contratto, con questo altro tipo una minoranza; mediamente gli
operai hanno un’età molto avanzata oppure sono tutti molto giovani. Tutte queste
caratteristiche rientrano nella composizione tecnica. Quando si parla di
composizione tecnica , anzi, quando in generale si parla di composizione
tendenzialmente si ragiona della composizione in senso generale della classe,
cioè sempre guardando la totalità, anche se è ovvio che, quando la si analizza
ci si concentra sui singoli segmenti della classe. Poi torno su questa questione
dei segmenti.
Ora per farvi capire brevemente, molto brevemente, cosa si intende vi faccio
questo esempio di una paginetta che ha scritto Sergio Bologna, che è uno storico
operaista italiano, sulla classe operaia durante il nazismo in cui descrive la
composizione tecnica. Lui dice proprio: “Punto primo la composizione tecnica di
classe. Che cos’era la classe operaia alla fine della repubblica di Weimar?
Esaminando i dati raccolti da Wincler nel terzo volume della sua monumentale
opera sulla classe operaia e il movimento operaio, bastano un paio di cifre per
definire la situazione. Alla fine della repubblica il numero di operai che erano
occupati in fabbrica al di sotto dei dieci dipendenti raggiungeva i 7 milioni”.
Già qua un primo dato: la concentrazione operaia. Quante fabbriche grosse ci
sono con tanti operai, quante fabbriche con pochi operai ci sono. E qua ci dice
che la maggior parte delle fabbriche in Germania durante la repubblica di Weimar
era di piccola-media impresa. Continua Bologna: “Quando parliamo di classe
operaia nel periodo finale di Weimar parliamo di una classe operaia già
estremamente atomizzata che viveva in un ambiente di fabbrica frammentato,
polverizzato quasi si fosse realizzato un decentramento produttivo
ante-litteram”. Poi dice: “Non solo, non bisogna dimenticare la massiccia
presenza di lavoratori autonomi”. Qua le forme possiamo dire contrattuali o le
forme in cui è impiegata la manodopera, quindi dipendenti, lavoratori autonomi,
che tipo di contratto. Che era massiccia dal 15,9% al 16,4%. Dopodiché dice: “ci
troviamo in presenza di una classe operaia molto frammentata”. E poi ci fa una
descrizione dei settori in cui sono impiegati, che è un po’ più avanti. La
maggior parte erano impiegati nell’industria pesante, una piccola parte nel
tessile, una parte soprattutto caratterizzata da donne, anche lì una questione
di genere, quanti uomini? Quante donne ci sono che lavorano in una determinata
fabbrica o posto di lavoro? Anche quello è parte della composizione tecnica.
Quindi questa descrizione generale della classe operaia è la composizione
tecnica.
La composizione politica invece di cosa tratta? La composizione politica tratta
di tutti quegli elementi politici e culturali che caratterizzano la classe
operaia, o un suo dato segmento. Quindi riguarda la sfera del soggettivo, per lo
più, dei comportamenti, della cultura, dello sguardo, del modo in cui si
articolano le relazioni tra classe e padrone; tutti questi aspetti qua. Rispetto
a questo vi voglio fare un breve esempio: qualche tempo fa ho assistito ad un
dibattito con degli operai che presentavano la loro lotta. Questi operai
lavoravano in un macello di Cremona e hanno portato avanti una lotta molto lunga
e determinata contro dei licenziamenti. Generalmente quando vediamo una
emersione così la domanda che dobbiamo farci è perché succede? Perché in un
panorama di desolazione in un settore così specifico e circoscritto emergono
delle conflittualità? E quindi loro ci hanno spiegato la loro lotta, ci hanno
descritto la loro situazione; quindi, questo lavoro all’interno del macello che
ovviamente è un lavoro di iper-sfruttamento, in delle condizioni molto faticose
con un salario basso e tutto il resto, però la cosa che hanno tenuto a
sottolineare è che loro erano Sikh, cioè, erano tutti immigrati indiani di
religione, etnia Sikh. Questo perché è stato importante? Perché
fondamentalmente, come ci raccontavano loro, i sikh hanno una storia di lotte
contadine in India dentro il sistema delle caste, che poi si è trascinato fino
ad oggi. In India, molti dei contadini delle ultime fasi di mobilitazioni erano
Sikh. Questo in qualche modo, nel loro discorso, nella loro auto-percezione, era
il motivo per cui quella era una situazione straordinaria per certi versi. Loro
erano abituati a lottare perché erano Sikh, e perché che fosse in un campo in
India o fosse in un macello in Italia erano abituati a queste forme comunitarie
di lotta. Il fatto che siano Sikh fa parte della composizione tecnica, il fatto
che il loro portato culturale e etnico comprenda delle forme organizzative di
lotta fa parte della composizione politica. Per molti versi anche il
ragionamento sulla logistica è simile, nel senso che la grande ondata di lotte
nella logistica è iniziata intorno al 2012-2013, perché? Perché sono arrivati
dal Maghreb un sacco di giovani che avevano partecipato alle primavere arabe e
si sono trovati a lavorare nei magazzini della logistica. Questi giovani del
Maghreb avevano imparato la lotta nelle piazze durante le primavere arabe e le
avevano in qualche modo declinate dentro il lavoro che conducevano nei magazzini
della logistica. Anche lì c’è una dimensione della composizione politica.
Ovviamente non è soltanto una questione etnica, ci sono molti elementi che
partecipano alla descrizione della dimensione politica.
Dentro l’ambito della classe, tutta la dimensione che riguarda il portato
soggettivo per cui si sviluppano, o non si sviluppano, delle lotte riguarda la
composizione politica. Faccio un esempio al contrario. Per esempio, dagli anni
’90 qua al Nord, ormai, per decenni si è notato che la maggior parte degli
operai votavano Lega. Questa è una considerazione di tipo tecnico, però poi
capire perché lì dentro questa gente, che veniva dal movimento operaio, ha
iniziato a votare Lega, quello riguarda la composizione politica.
Quindi, a cosa ci servono queste categorie oggi? Anche qui, il discorso che si
poteva fare negli anni ’70 in maniera abbastanza semplice era che
fondamentalmente la composizione politica e quella tecnica come distinzione ti
servivano ad avere un riscontro effettivo dei meccanismi che producevano la
lotta operaia, che si dava in una certa parte spontaneamente, o meglio come
stratificazione delle precedenti condizioni storiche oggettive e soggettive,
quindi erano strumenti di conoscenza prima di tutto. Conoscere per estrarre da
lì il programma politico. Oggi questa cosa qua è un po’ differente nel senso che
di lotte spontanee non ne vediamo tantissime, ma il motivo per cui ci servono
queste categorie è anche capire perché non ci sono. Quali sono i limiti,
diciamo, oggettivi e soggettivi per cui la nostra parte non si mette in lotta. E
questo è un primo punto. Qua faccio presente brevemente una cosa. Alcuni, tra
gli anni ’90 e 2000, hanno iniziato a pensare che queste categorie di
composizione tecnica e politica fossero ormai inutili e che bisognasse ragionare
solo in termini di composizione sociale, più in generale, che in qualche modo il
confine tra queste due categorie, è ovvio che stiamo parlando sempre di
categorie quindi di forme di astrazione, però il confine fra queste due
categorie ormai fosse caduto e non avesse più senso.
Il punto è questo diciamo, per dirla in una maniera un po’ più complessa, ma
precisa: La composizione tecnica è la descrizione della collocazione della
classe all’interno delle catene del valore, e dell’organizzazione capitalistica
nel senso più generale: riproduzione e produzione. È importante dire questo
perché astratta da questo discorso della collocazione, dal discorso del rapporto
lavoratore-padrone, oppresso-oppressore, chiamiamolo come vogliamo, diventa
sociologia. Perde la sua caratteristica dell’analisi politica, diventa pura
sociologia. Facciamo un esempio, anche partendo da quello che diceva S., il
discorso sull’istruzione. Se uno prende i dati per come sono può fare un
discorso del tipo “i più istruiti votano centro-sinistra e i meno istruiti
votano centro-destra”. Se uno la legge dentro invece in una dimensione della
collocazione nel sistema capitalistico si rende conto che questi elementi sono
più complessi, che non basta la descrizione del voto in termini espliciti per
fare un racconto di quel pezzo di classe. Non ci basta uno sguardo sociologico.
Ci serve uno sguardo dentro il sistema capitalista, sulla loro collocazione
dentro il sistema capitalista, perché queste articolazioni poi ovviamente
generano le contraddizioni. Quindi sì, in pratica ho fondamentalmente chiuso
quello che dicevo prima rispetto al perché è ancora importante l’utilizzo di
queste categorie. L’altra cosa che mi sembra importante sottolineare e poi,
insomma, ne parliamo, apriamo la discussione, è che queste sono due categorie
base del ragionamento sull’inchiesta, ovviamente, no? Per esempio, l’altro
giorno mi sono andato a vedere il rapporto dell’Istat e ho letto un dato, che il
10% in più delle persone negli ultimi quattro anni ha smesso di curarsi. Io
leggo questo dato e dico okay questo è uno spunto di inchiesta, cioè individuo
qualcosa di cui non so abbastanza, che può essere qualcosa su cui si può aprire
una lotta, secondo me a prima vista, e vorrei capirne di più: allora come
procedo? La prima cosa che faccio è iniziare a raccogliere dei dati, per esempio
quanti di questi sono giovani, quanti anziani, quanti di questi sono proletari,
quanti non lo sono, se ce ne sono che non sono proletari tra quelli che smettono
di curarsi, che tipo di malattie hanno, che percorso e storia hanno all’interno
del sistema sanitario. Questa è tutta la parte di composizione tecnica, in
questo caso applicata agli utenti del sistema sanitario, però non cambia. Poi,
dopodiché, inizio e dico vabbè vado a parlare con il mio amico medico, con gente
che lavora all’ospedale, inizio a discutere con un po’ di utenti in fila al CUP,
che è il centro di prenotazione delle visite, per capire cosa li spinge a non
curarsi. Poi cerco di individuare chi già ha smesso di curarsi, cerco di capire
che malattie hanno, torno di nuovo sulla composizione tecnica, ma poi vado sulla
composizione politica, cioè in questo gesto di smettere di curarsi, tu cosa ci
vedi? Perché lo fai? “Ho un problema economico”. “Non mi fido più della sanità
perché sono contro i vaccini”. Non lo so, dico tante cose a caso. Quella è
un’espressione soggettiva, dentro quella espressione soggettiva io provo a
capire, dopo che ho parlato con un tot di persone, se c’è un’omogeneità, se ci
sono una serie di omogeneità, cioè se una serie di persone che vivono quella
stessa condizione, che hanno smesso di curarsi, hanno delle rivendicazioni
comuni, oppure semplicemente vivono una condizione comune. A quel punto inizio a
ragionare sulla possibilità della conricerca, però su questo ci arriviamo dopo.
Quindi questo percorso di circolarità, deve essere sempre circolare (comunque
voi considerate che uno dei punti centrali anche di Marx, e questo ragionamento
è molto importante, che la forma dello sviluppo capitalista non va considerato
mai come lineare, ma come una spirale che si allarga e noi dobbiamo sempre avere
in testa nel nostro agire politico quest’idea della spirale che si allarga),
sempre di un ritorno tra tecnico e politico in questo caso, poi vedremo anche
sul partito storico e partito formale per certi versi.
Questo per iniziare a mettere un po’ di carne sul fuoco, se volete iniziamo a
discutere su questa parte qua se avete domande, considerazioni, qualcosa su cui
non mi sono spiegato…
T.: Allora in realtà due cose. Uno hai detto che negli anni ’80-’90 si è
iniziato a dire che queste categorie non avessero più un senso, però poi non ti
sei più dilungato e vorrei saperne un po’ di più perché, se vado a memoria di
alcuni pezzi, Alquati negli anni ’90 in alcuni scritti prova a rimettere in
gioco il concetto di composizione di classe, però appunto non ricordo se alla
fine il risultato è: servono più indici oltre quello tecnico e quello politico,
oppure tecnico e politico si sovrappongo, considerando le questioni
dell’immateriale, dell’intellettuale, del neo-materiale: che quindi lo stesso
mezzo di produzione è il nostro stesso cervello, quindi vive e ce lo portiamo a
fianco sempre, non come la macchina per i bulloni, per dire. Il secondo punto è:
chiaro che la composizione tecnica e quella politica hanno delle co-dipendenze,
nel senso se guardiamo il quadro generale, più statistico della tecnica, ci
possiamo aspettare, attraverso delle inchieste, attraverso le omogeneità che
dicevi tu, delle certe ricadute sul politico. Ecco, così però non si rischia di
avere una visione un po’ troppo funzionalista? Da una parte c’è, secondo me, un
pregio di catturare quella dimensione più pratica, nel senso pratica degli
agenti sociali, dall’altra vedo una fatica che può rischiare di cadere in un
funzionalismo del tipo “la fabbrica ha questi dati e allora mi aspetto questo
sul politico” o viceversa.
M.: Sicuramente si rischia. C’è questo rischio forte del pensare, per esempio,
con l’operaismo storico, che la fabbrica fosse tutto. Eppure, nonostante questo,
il ragionamento di alcuni operaisti, di quasi tutti, sulla classe operaia
dell’operaio di massa era quella della famosa rude razza pagana, cioè di questi
meridionali che arrivavano nelle fabbriche del nord e che non rispondevano alla
classica dialettica operaio-padrone che si era instaurata nelle forme
tradizionali del partito, per farla super riassunta. Quindi in realtà questo
discorso qui ovviamente è tossico, l’esperienza proletaria è molto più
articolata e dipende da molti fattori: da dove si viene, dalla propria famiglia,
dagli studi che si sono fatti (se sono stati fatti), oppure dalle forme di
socializzazione al gruppo fuori dalla fabbrica, può dipendere da mille fattori.
Secondo me, il discorso è per certi versi proprio il contrario, cioè che questa
distinzione tra composizione tecnica e composizione politica serve proprio a
evitare uno sguardo oggettivista sulla composizione operaia, e quindi di vedere
queste deduzioni automatiche. Perché poi, appunto, come dicevo prima, molto
spesso non è scontato, lo sappiamo benissimo, che la classe operaia sia
immediatamente rivoluzionaria. Questo può dipendere sia da fattori oggettivi che
da fattori soggettivi. A seconda delle situazioni, in molti casi nella
dialettica di questi due aspetti. Bisogna essere consapevoli che in qualche modo
la composizione politica ci serve a completare lo sguardo sulla composizione
tecnica per, diciamo che in qualche modo la composizione tecnica, come la vedo
io, è la parte in cui noi riusciamo a intuire delle possibili contraddizioni,
l’analisi della composizione politica è quella in cui verifichiamo se c’è lo
spazio di possibilità. La metterei così.
Sull’altra domanda, rispetto a quanto dicevo prima non mi riferivo ad Alquati,
ma alla scuola più vicina a Negri. Sicuramente, diciamo, ripeto, queste
categorie devono andare incontro a necessariamente una rilettura, e quindi io
trovo più interessanti i ragionamenti che vanno verso l’ampliamento di queste
categorie, piuttosto che l’abbandono. La visione più di Negri era in qualche
modo l’abbandono di un’idea dei soggetti, e quando parliamo di soggetti
intendiamo gruppi sociali organizzati che si mettono in lotta, per l’idea della
moltitudine. E la moltitudine come questa cosa un po’ trascendentale, una
versione un po’ più vaga dell’iperproletariato, una dimensione un po’
trasversale di una composizione sociale allargata, non per forza strettamente
proletaria, che però inizia a rifiutare il capitalismo e si muove in delle forme
moltitudinarie. Non mi fermo a descrivere questa roba qua. Però qual è il
problema di questa teoria? Per lungo tempo è stata una teoria che è stata presa
come interessante dalla maggior parte dei movimenti, però il problema
fondamentalmente è che non è andata così. Se andiamo a vedere tutti i movimenti,
anche quelli spontanei che ci sono stati, sono stati connotati in una forma o
nell’altra da dei soggetti specifici che ne hanno condotto, in qualche modo, le
lotte e che si sono trascinati dietro altri pezzi di società. Prendiamo i Gilet
Jaunes, i Forconi a Torino o queste dimensioni qua. In quel caso era un ceto
medio impoverito che si è trascinato dietro fette di proletariato, per dirla in
maniera semplice. Prendiamo, che ne so, la stessa lotta nella logistica. Nella
logistica lì sono stati determinati settori del lavoro operaio della logistica
che sono partiti perché in determinate condizioni a volte anche più garantite di
quelli più in basso, e una volta che sono partiti questi pezzi di composizione
si è aggregato il resto. Quindi secondo me, questo discorso dei soggetti è
ancora centrale e per questo motivo è ancora centrale un’analisi della
composizione. Perché, appunto, io non penso che, magari mi sbaglio però,
personalmente io non credo che ci sia, in questa fase storica ma anche in
futuro, una dinamica per cui invece queste dimensioni qua lavorano su delle reti
solo legate alla riproduzione sociale, al General Intellect, a questi
ragionamenti qua. E quindi questo. Ciò non toglie che, secondo me, queste
categorie sono importanti da acquisire, ma non è detto che siano sufficienti per
la fase storica in cui ci troviamo.
S.: Posso fare un esempio? Sul piano della formazione, anche per provare ad
attualizzare sugli ambiti queste categorie, cioè, ad esempio, quando parliamo di
cognitariato. Questo discorso qua della composizione tecnica e composizione
politica sono estremamente urgenti da concepire.
D.: Cosa si intende per cognitariato?
S.: Il proletario cognitivo. Dando per buono tutta la lettura di Alquati, per
semplificare, la prima rapina, la più importante merce è quella cognitiva, è la
più preziosa. Ti viene rubata ed è, da un lato sia la tua più grande povertà sia
dall’altro il terreno più rivoluzionario su cui puoi costruire una dimensione di
autonomia effettiva del soggetto. Queste due categorie mi sembra sia molto
importante averle chiare, se consideriamo per buono questo ragionamento qua. Se
tu analizzi dal punto di vista della composizione tecnica cosa vedi? Vedi gli
universitari di ceto medio che sono iscritti a certi corsi, tipo Scienze
Politiche. È diverso se fai Scienze Politiche o se fai il Politecnico o altre
cose. Non è che immediatamente secondo le categorie dell’operaismo c’è una
dimensione di proletari potenzialmente sovversiva. Se tu analizzi le
caratteristiche della composizione politica, invece, è più semplice arrivare a
quelle conclusioni là; perché ti rendi conto che da un lato rappresentano
l’avanguardia di certi vettori di conflitto sociale, che la povertà si esprime,
secondo anche la lettura dell’operaio-sociale, su dimensioni più umane, cioè,
sei più povero se mangi carne due volte a settimana o se hai bisogno dello
psicologo due volte a settimana? Anche questa cosa qua, mi sembra rientri molto
nel discorso non solo delle categorie, ma anche nella lettura della classe che
si faceva nell’introduzione, ad esempio, perché poi cosa vuol dire accumulare
capitale da reinvestire, è una questione, secondo me, che prescinde un po’ il
discorso del denaro di per sé. Questo era un punto se vogliamo approfondire.
L’altro sulle categorie, più sul piano della strategia, riuscire ad avere un
discorso che riesca a differenziare la composizione tecnica da quella politica
ti permette di capire delle traiettorie su cui fai più male alla controparte.
Magari hai degli ambiti aperti dentro i quali si esprime principalmente la
composizione politica, e quindi devi valorizzarli ed è un lavoro quotidiano di
livelli bassi, se ci si pone l’obiettivo di fare una progettualità su livelli
più alti devi riferirti per forza anche al discorso della composizione tecnica
come chiave di lettura, per capire quali sono gli ambiti strategici su cui è
importante intervenire come opzione di classe conflittuale per fare male.
M.: Allora vabbè inizio dalle cose che diceva S., che sono assolutamente
centrate. La questione qui è, faccio un esempio molto pratico di un
ragionamento. Guardando dentro queste mobilitazioni dei metalmeccanici a un
certo punto ci si accorge che se si guarda alla maggior parte della gente che è
in piazza sono operai, se si guarda alla loro rappresentazione politica è il
sindacato… però poi se si scava un po’ in fondo ci si accorge che il settore più
interessante, da quel che ho potuto vedere, è quello degli ingegneri informatici
assunti con il contratto da metalmeccanico. Perché? Perché questi intanto hanno
un’alta formazione e qui ce ne accorgiamo, almeno io me ne sono accorto perché
ho visto il video e ho visto come parlavano, che dicevano le cose più
interessanti, quindi a me ad attirarmi di queste persone qui è stata la
composizione politica. Poi sono andato a vedere, sono andato a guardarci dentro
e ho capito due cose che ovviamente non risolvono il tutto perché bisognerebbe
fare una inchiesta seria, però ho capito due cose: la prima cosa è che questa
gente ha un alto livello di istruzione, che ha sviluppato delle capacità di un
certo tipo e che non vede queste capacità valorizzate; il secondo punto è che
loro hanno un certo grado di potere, a differenza degli operai tradizionali di
oggi che sono generalmente più ricattabili per via della ristrutturazione.
Quindi la prima considerazione è di carattere tecnico, la seconda considerazione
è di carattere politico, di cui si sono accorti loro stessi, cioè che loro
siccome rivestono un ruolo significativo dentro la dinamica dell’organizzazione
della catena del valore possono contare. E con il loro contare possono portarsi
dietro gli altri. E quindi questa cosa sostanzia questa dialettica tra
composizione tecnica e composizione politica, per fare un esempio. Però appunto
in questa cosa ci vediamo un nodo interessante. Su questo aspetto qui è come
chiedersi è nato prima l’uovo o la gallina. Nel senso che, se andiamo a vedere
cosa ha fatto Alquati si è accorto che c’erano dei piccoli conflitti nelle
fabbriche del tessile del biellese, è andato a vederci dentro; quindi, ha
iniziato da una emersione politica, ha visto com’era organizzata quella roba lì,
si è iniziato a fare delle domande; quindi, è un po’ complicato dire se bisogna
partire dalla composizione tecnica o da quella politica. Io penso che in ogni
caso, la famosa fase della pre-inchiesta di Alquati, cioè in ogni caso quando ci
si accorge che c’è una possibilità, un conflitto, una contraddizione su cui si
può agire, serve un lavoro sull’aspetto tecnico, che però è un lavoro che
possiamo maturare anche nel rapporto con il soggetto. Per cui, chiaramente, per
dire… l’altro ieri dovevo fare questo lavoro per dei ragazzi NEET (inattivi) che
dovevano assistere alle presentazioni delle aziende, non so se avete presente,
come quelle che vengono fatte a scuola. E c’erano la responsabile delle risorse
umane e un’operaia di questa azienda che fa valvole. Ovviamente quello delle
risorse umane ha iniziato a fare tutto l’esperto, a dire tutte le cose che
sapeva, come era organizzata la fabbrica, tutte queste cose qua. Però ogni tot
l’operaia la correggeva, perché l’operaia aveva una conoscenza materiale di come
funzionano le macchine, di qual è il tipo di rapporto con certe forme del lavoro
rispetto ad altre, e quindi in quel tipo di rapporto lì l’operaia aveva molte
più conoscenze del tipo delle risorse umane. Tantoché, a un certo punto, la
tizia delle risorse umane ha iniziato a dire “e si poi in realtà gli operai sono
i primi, sono quelli che conoscono i processi produttivi; quindi, sono i primi a
dover verificare che non ci siano delle anomalie nel processo produttivo” e in
questo sta una parte del discorso sul potere. Ora, rispetto alla scuola io è
chiaro che non so nulla in questo momento di cos’è la scuola, se non in maniera
molto marginale. Le domande che mi farei sono se c’è questa ristrutturazione, in
che direzione sta andando rispetto da un lato al mondo del lavoro, alle
richieste del mondo del lavoro, e dall’altro rispetto a chi ci va in queste
scuole, cioè perché determinati soggetti scelgono una scuola rispetto ad
un’altra? E da lì c’è un punto di partenza, si può iniziare a ragionare su
qualcosa.
T.: Facendo un altro esempio più tecnico, se posso. E’ stata fatta un tipo di
pre-inchiesta a carattere totalmente quantitativo sul Politecnico, con un
piccolissimo campione su un questionario molto largo nelle dimensioni
inchiestate , molto breve di 16 domande. Molte domande erano di carattere
tecnico, però anche tentato domande di carattere più sul soggettivo, sulle
aspettative di lavoro in quanto immaginiamo che molti ingegneri occuperanno
ruoli tecnici nel futuro; infatti, anche molti di aerospaziale hanno risposto in
una domanda un po’ più cattiva su moralità e scienza, una domanda molto blanda
sapendo bene che la cosa è molto più complessa di così, e alla fine si trovano
delle percentuali un po’ spaventose, nel senso che ha spaccato abbastanza il
campione, che invece predilige salario e interesse verso il settore; infatti
prima che parlavi delle inchieste su lavoro e guerra, gli ingegneri informatici
lamentavano che le loro risorse intellettuali non erano sfruttate come piaceva
loro, effettivamente qua (inchiesta del Politecnico, N.d.R.) è forte anche la
componente di quanto è stimolante il posto di lavoro, che un po’ potremmo dire
che ricalca questa dimensione espressa dagli ingegneri informatici rilevati dai
compagni torinesi. Detto questo, però si scontra con il dato sulla valutazione
morale della scienza e del posto di lavoro: chi ricopre luoghi tecnici, quando
parla di impiego al meglio delle proprie capacità intellettuali, secondo me, ed
è qui che voglio allungare il discorso, che l’inchiesta sulla composizione
politica spesso fatica o, meglio, ci si trova ad aspetti più razionali, nel
senso che un tecnico che mi dice “vorrei le mie capacità essere usate al meglio”
non mi mette in gioco esplicitamente il tema del “chi è che sta usando le mie
capacità intellettuali?”, e quindi ed è una questione, secondo me, della
maggioranza di chi lavora oggi: il terziario è una realtà, chi lavora da
impiegato è una realtà, e, teoricamente, le classi medie esprimono, a differenza
di quelle proletarie, dei sentimenti non di scontro con il padrone, piuttosto di
sfruttamento delle risorse umane più efficiente, perché, a differenza delle
classi basse, posseggono riserve di capitale già adeguate per farlo fruttare, ma
sempre in minima parte e in contrasto con le classi più alte che ne posseggono
molto di più; e poi ci sono i proletari che hanno il solo salario per salvarli
dalla miseria; e quindi hanno (i tecnici, N.d.R.) questa forma molto più
contradditoria, e trovo faticoso di fronte queste inchieste interfacciarsi con
gli studenti del politecnico, cosa potremmo ricavarci? Qual è la confluenza
dopo? Ad arrivare ad un percorso dove non è più implicito il rifiuto gerarchico
padronale, che esplicitamente si esprime con un “sfruttatemi di più perché punto
ad arrivare alla classe più alta”.
M.: Ovviamente premetto che non ho delle risposte a queste domande. Questo è uno
dei grossi nodi dell’oggi. Provo a mettere un paio di cose così per aiutare il
ragionamento. Intanto, per me c’è un itinerario che porta abbastanza chiaramente
negli ultimi decenni delle figure che hanno ruolo tecno-scientifici, anche
nell’ambito della riproduzione sociale alta, a iniziare a guardare il loro ruolo
con sospetto. Questo deriva da molti fattori. Se io vado a vedere l’ambito della
sanità, faccio un esempio su cui io ho fatto un po’ più inchiesta, lì i discorsi
sono due, di fatto il punto in cui ci si rende conto che le forme
dell’organizzazione industriale del lavoro del capitalismo ti impediscono di
svolgere il tuo ruolo adeguatamente. Quando arriva questo grado di conflitto
interno può trovare due forme di espressione: interiorizzato, quindi
depressione, perdita di senso di quel che si fa, tutta questa dimensione qua;
oppure, in determinate situazioni, come è stata la pandemia, secondo me, in un
certo senso, e quindi accorgersi di avere un potere, può trovare delle forme di
esternalizzazione che, ovviamente, in questa fase storica non sono
rivoluzionarie, ma perché non si può pensare che dentro una dimensione generale,
senza delle forze che trascinino, ci sia poi un “rendersi conto” del loro
posizionamento, e si esprimono in forme di neo-riformismo, come più sanità
pubblica, più tempo per fare le visite, voglio che il mio ruolo di
medico/infermiere venga valorizzato nel suo senso originale. Ora, questo è un
tema che, per certi versi, si inizierà a porre sempre di più anche per questa
parte legata alla tecnica, ai tecnici più “scientifici”. Tra l’altro non è la
prima volta che si propone, perché una cosa che non ci dobbiamo dimenticare,
ovviamente con delle proporzioni e dimensioni totalmente diversi, è che i
tecnici a Porto Marghera hanno avuto un ruolo importante nelle prime fasi di
lotta degli anni ‘60-’70 e nella nascita di Potere Operaio ad esempio, cioè nel
senso che lì il ruolo centrale dell’organizzazione della classe l’hanno avuto i
tecnici, che erano tendenzialmente diplomati, o laureati, che magari
guadagnavano un pochetto di più della classe operaia, ma vedendo le loro
condizioni in qualche modo legate più alla classe operaia che al padrone, in una
determinata dinamica, si sono resi conto della necessità di produrre delle forme
di organizzazione. Qui è tutto molto complicato questo discorso qua, però io non
farei un ragionamento come dire… qua stiamo tornando un po’ al discorso di cos’è
la classe, il rischio un po’ sempre di queste concezioni iper-letterali del “il
proletariato non ha da perdere che le sue catene”, rischiano di portarci fuori
strada. Perché fondamentalmente molto spesso c’è da un lato questo aspetto qui,
quindi il fatto di non avere da perdere che le proprie catene, però dall’altro
lato Marx pensa che nel suo contesto storico siano gli operai di fabbrica il
soggetto rivoluzionario, perché hanno il potere di bloccare la produzione, e
quindi di far male al padrone, e quindi di contare. Non i contadini, né gli
operai a bottega, i cottimisti, né vari altri soggetti, magari più significativi
demograficamente o più oppressi economicamente o politicamente in quella fase
storica. Ed è nel rapporto tra queste due cose. Perché il rischio, sennò, è di
finire in un discorso in cui, tutto sommato, il discorso degli oppressi degli
oppressi degli oppressi, che per me non è un discorso sbagliato, però per me il
discorso è se c’è un soggetto con della forza è in grado di trascinare con sé
anche un’altra parte degli oppressi, se questa cosa non si dà, se è una lotta
solo dei più oppressi, tendenzialmente il rischio sul lungo tempo è che venga
schiacciata, perché è difficile che si costruiscano delle forme di alleanza
partendo da quella condizione lì. Lo vediamo banalmente anche solo sulla
questione della Palestina, cioè lì abbiamo dei livelli di oppressione talmente
profondi, che comunque non c’è uno Stato occidentale che ancora non ha smesso di
mandare i soldi a Netanyahu nonostante stia facendo un genocidio. Adesso stanno
iniziando a parlare, ma perché lì si è costruita una forma internazionale della
lotta che è riuscita… però di per sé il potere dei palestinesi sul sistema degli
Stati, sulla dimensione generale, è minimo. È grazie al fatto che in occidente
stanno scendendo in piazza delle masse significative, che sta cambiando la
narrazione. Se da noi non fosse successo niente, se fosse andata come in Siria
che c’erano manifestazioni di 200 persone, state tranquilli che avevano già
fatto la strage completamente, senza che nessuno dicesse qualcosa. Io penso
questo, poi, ripeto, questo è il mio punto di vista e non voglio evangelizzarvi.
Discorso salario, discorso morale, discorso organizzazione del lavoro. È una
tripartizione effettivamente efficace, quando si va a ragionare su queste cose
qua, io credo però che ci sia sempre il rischio, specialmente quando si parla di
situazioni come quelle dei tecnici, di pensare che mediamente siano più
consapevoli del resto della società, quando in realtà la maggior parte degli
ingegneri che ho conosciuto nella mia vita, a parte di ingegneria, di tutto il
resto non sapevano molto, avevano una formazione molto specialistica e una
“cultura media” spesso lacunosa. Questo non vuol dire di per sé che solo chi ha
una cultura alta sviluppa un alto senso morale. Però è ovvio che, se tu hai
scelto una dimensione come quella della scienza, la maturazione di una
riflessione diciamo di rottura, e di messa a critica della scienza, avviene solo
dentro dei processi reali, può avvenire solo attraverso un’esperienza reale,
perché o sei uno che ha altri interessi oltre quello oppure ti accorgi, per
esempio, com’è successo in Val di Susa: prendiamo una categoria di tecnici che
ovviamente non sono laureati, però sono stati l’aristocrazia operaia, in parte
lo sono tutt’ora, come i ferrovieri. In Val di Susa, una parte significativa del
movimento No Tav delle origini si è costruito sui ferrovieri di Bussoleno.
Quelli avevano una capacità tecnica e una comprensione delle ferrovie molto più
alta dei cittadini della Val di Susa, e anche in certi casi dei tecnici del
Politecnico. Ci lavoravano nelle ferrovie, quindi se fosse successo nella valle
di fianco probabilmente se ne sarebbero fregati di questa storia. Però, proprio
perché ci lavoravano, e proprio perché nella loro valle si rendevano conto
dell’impatto che avrebbe avuto questa cosa qua e della sua inutilità, dentro
quella contraddizione materiale è emersa la dimensione morale. Quindi tu dici si
sono spaccati (riferendosi alla pre-inchiesta nel Politecnico, N.d.R.), poi sono
curioso anche di sapere questo discorso che sono spaccati, quanto sono spaccati,
cioè se è metà metà o se è il 10%. Al di là di questo, bisogna comprendere in
una certa maniera che, mettiamola così, abbiamo parlato di composizione tecnica
e di composizione politica, alcuni pensano che sia un sinonimo parlare di classe
in sé e in classe per sé. Non so se avete sentito nominare queste formulazioni.
Invece non c’entra nulla.
N.: In che senso classe per sé e classe in sé? Cioè, chi lo dice?
T.: Marx. La classe in sé sarebbe la classe presa oggettivamente, cioè in
rapporto di produzione al capitale. La classe per sé è la classe cosciente,
rivoluzionaria.
M.: Esatto. Quindi, diciamo, la classe in sé potrebbe assomigliare vagamente al
discorso della composizione tecnica, però in realtà non è la stessa cosa.
Mettiamola così. Ciò che non è assolutamente la stessa cosa della composizione
politica è la classe per sé, perché la composizione politica è un’analisi del
momento, la classe per sé è l’approdo del processo di presa di coscienza di sé
stessi della classe. Sono due cose diverse, perché appunto noi, per esempio,
nella lettura della composizione politica se andassimo appunto in una di queste
fabbriche, la lettura che daremmo della questione migranti sarebbe evidentemente
quella lì che “Ah, ci rubano il lavoro”, tendenzialmente è questa, poi non è
detto, ovviamente non voglio fare il classismo di ritorno e queste cose qua,
perché è tutto problematico questo discorso qui. Però non è detto che dentro dei
processi di lotta reali che si sviluppano, questa dimensione qua, di questo
razzismo dettato dai rapporti di produzione, non venga rotto dalla solidarietà
di classe. Lo abbiamo visto, per esempio, di nuovo, nei Gilet Jaunes in Francia:
i GJ all’inizio erano una cosa bianca, appunto in gran parte di ceto medio
impoverito e proletariato delle piccole-medie imprese, e però poi sulla scorta
di quella cosa lì, una parte significativa dei tessuti proletari razzializzati,
della banlieue, delle periferie sono entrati a loro volta in lotta, dentro quel
ciclo lì. Non è che sono rimaste delle lotte separate, si sono mischiate, si è
creato un altro tipo di rapporto tra chi era in quelle piazze lì, anche alcuni
di quei leader di quelle piazze che all’inizio potevano sembrare un Salvini e
sono arrivati alla fine delle lotte che stavano con i compagni. Quindi il
problema è che chiaramente le lotte, i conflitti, quando emergono, le
contraddizioni quando si sviluppano, sono degli elementi chiarificatori della
mistificazione capitalista ed è in quella maturazione da classe in sé a classe
per sé che alcune questioni, come quelle morali, si sviluppano in delle altre
forme, perché a quel punto conta di più, magari, l’internazionalismo che altro,
sviluppo una consapevolezza maggiore del fatto che la mia condizione è comune
con quella del palestinese, per certi versi, se si è molto astratti, nel momento
in cui sono in un percorso di lotta. A quel punto quando sviluppo questa
consapevolezza, ritorno e mi rendo conto che il settore dove lavoro, cioè quello
del sapere tecnico-scientifico, ha un’incidenza sulla vita dei palestinesi, e
allora mi faccio delle domande “cosa posso fare?”. Però questo si sviluppa solo
nei processi reali, a monte specialmente in una società come la nostra non si dà
automaticamente. È vero anche il contrario.
Se vediamo la dinamica storica del movimento operaio in Italia, è vero anche che
la sconfitta operaia in parte ha visto una sostituzione della morale comunista
con quella neoliberale. Questo è avvenuto a fronte della sconfitta operaia, e
quindi è vero anche che… cioè, a Mirafiori qualche anno fa mi è capitato più di
una volta incontrare dei vecchi “Ah io ero in Lotta Continua” e poi “Eh adesso
voto la Meloni” “Voto Lega”. Perché, quando i conflitti non sono vincenti,
oppure comunque c’è una ristrutturazione del capitale talmente forte da agire su
dei livelli di profondità della soggettività come quello che abbiamo visto negli
anni ’80, che si può anche invertire il processo, cioè non è che la “morale
comunista” è acquisita che a un certo punto bon si è arrivati quelli sono
arrivati, c’è sempre una dialettica che si svolge anche nei rapporti di
produzione. Ad esempio, le multe sul treno: fino a quindici anni fa
tendenzialmente non succedevano queste cose perché generalmente il settore dei
ferrovieri era un settore mediamente politicizzato, loro tendevano a comprendere
i problemi di chi viaggiava in treno, era una azienda statale quindi c’era pure
questo aspetto qui, a un certo punto cosa succede? Nella grande privatizzazione
e ristrutturazione delle ferrovie introducono il sistema per cui loro oltre lo
stipendio normale prendono una percentuale della tua multa: rottura della
solidarietà di classe immediata, e vediamo questi fenomeni qua della caccia a
chi non ha il biglietto. Io ho assistito a situazioni dove il tizio ha comprato
il biglietto del treno prima che è allo stesso identico costo, e comunque il
controllore per fargli una multa gli fa la multa lo stesso. Vedete qua
chiaramente il capitale ha degli strumenti. Questa riorganizzazione del
capitalismo ha rotto questa forma di solidarietà che si era venuta a creare.
Quindi tutti questi sono fattori che incidono, per questo è sempre una
dialettica tra composizione tecnica e composizione politica, sempre nei diversi
momenti. E lì probabilmente si doveva fare una grossa lotta al tempo per dire
“No, questa cosa qui non va bene. Il cottimo sulle multe non va bene. Lo
rifiutiamo” e bisognava vincere quella lotta lì, e lì non si sarebbero
verificate tutte le aggressioni sui treni, tutta questa dimensione qua che si è
venuta a creare, che ovviamente poi crea altro disagio, altra frammentazione di
classe, altri disastri, gli articoli di merda del Corriere sui maranza sui
treni. Adesso mi sono un po’ perso, sto vaneggiando forse. Spero di esser stato
abbastanza chiaro.
MA.: Io volevo dire. Nel momento in cui abbiamo un quadro generale di quella che
è la composizione di classe in un dato contesto e di conseguenza poi si inizia a
produrre una strategia per portare avanti una lotta all’interno di essa, una
volta che si inizia a portare avanti questa lotta non si riesce mai a
trascendere completamente quello che è un piano di lotta fine a sé stessa, ma si
continua a vivere una costante dicotomia tra la vita personale della persona e
il contesto di lotta da cui non riesce mai a farsi coinvolgere completamente e
quindi non si innesca mai quella reale volontà di sovversione del sistema, che
poi magari invece si innesca in una fetta molto ristretta di persone, perché una
volta che “la lotta che sto portando avanti in un determinato contesto”, cessa
perché per varie motivazioni, o perché il problema si risolve, oppure perché
comunque si continua a portare avanti una lotta che magari non porta a dei
concreti risultati. Il fervore di queste persone si spegne e si arrendono molto
facilmente e ritornano a vivere semplicemente pensano alla loro vita; quindi,
non si riesce mai a sviluppare quella concezione di collettività, di coscienza
di classe per cui si porta avanti una lotta congiunta per tutti e non per dei
fini propri, e quindi questo individualismo non si riesce a spezzare realmente.
M.: Questo è un buon punto, anche qui non ho risposte, un altro dei punti
dell’oggi. Ci sono due questioni che io metterei sul tavolo di questa roba qua.
Allora una prima questione è quella della credibilità che, secondo me, è uno dei
grossi nodi. Noi siamo materialisti… almeno io sono un materialista convinto, e
penso che la gente tendenzialmente decida di lottare quando pensa di poter
cambiare le cose, decide di essere rivoluzionaria quando pensa che una
rivoluzione sia necessaria e possa essere possibile. Perché lì è sempre una
scelta primordiale, quasi, tra “mi salvo io o ci salviamo tutti insieme?”.
Questa è una delle dialettiche della storia umana, bene o male. E
tendenzialmente, negli ultimi anni, vince “salvo io il mio” e quindi se
partecipo a una lotta e porto a casa il risultato mi va bene così, se non lo
porto a casa rimango disilluso e basta, fine della storia. Però questo dipende
molto intanto dai percorsi soggettivi che ci sono dentro la lotta. Anche qui,
secondo me ci sono delle gerarchie nelle lotte, non c’è niente da fare, io la
vedo così e lo dico anche molto chiaramente, so che tanti non sono d’accordo su
questo aspetto qua. Però, per fare un esempio sulla scuola, un conto è la lotta
sulle macchinette automatiche che va fatta ed è giusta, che ha anche dei portati
più profondi di per sé, però è ovvio che quel tipo di lotta non raggiungerà mai
a scalare di livello dentro la rottura con l’organizzazione capitalista.
Un’altra qualità della lotta potrebbe essere quella sulla didattica, o quella
sul tempo di lavoro, sul tempo di studio, quella roba lì magari riesce a
scalare. Per esempio, la lotta No Tav, anche lì su un tema molto specifico però
molto generale, è iniziata come una lotta che diceva solo no ad un treno, ma poi
è scalata è diventata una questione sul non siamo d’accordo con questo modello
di sviluppo. E lì, in questo salto qua, è proprio qua che si è prodotta la
durata trentennale della lotta, perché altre lotte territoriali, come quella No
Tap, che non sono arrivati a questo tipo di percorso soggettivo, alla
maturazione di questa dimensione soggettiva, hanno fatto la fine che dicevi tu,
cioè si sono spente. Questa dimensione qua dell’arrivare dal particolare al
generale e poi ritornare dal generale al particolare dipende da molti fattori.
Un fattore è sicuramente quello della soggettività, sia quella organizzata dei
compagni e delle compagne, ma anche delle soggettività dei soggetti in lotta;
quindi, anche del chi sono queste persone qua. È ovvio che anche lì in parte
conta da quale segmento di classe vieni, quanto potere pensi di avere, che
storia hai alle spalle, tutta una serie di elementi che confluiscono e rendono
complesso un ragionamento su questa cosa qua. Però bisogna essere consapevoli
che c’è un discorso forte che è quello della credibilità, cioè del fatto che in
valle dopo 30 anni si pensa che si può ancora vincere, magari sono di meno a
pensarlo, magari sono di meno a vederci soltanto la questione del treno ma ci
vedono molto altro, però si pensa si pensa ancora che si può vincere perché
ancora si conta. E questo non è secondario.
L’altro aspetto… vabbè qua sono andato un po’ sul discorso della dinamica, però
l’altro aspetto che mi sento di dire rispetto questa cosa qua, oltre questo qua
della credibilità, è che chiaramente dobbiamo pensare che noi siamo anche in un
dato momento in un dato posto nella storia, e questo dato momento e questo dato
posto è la crisi del capitalismo neoliberale come viene definito nella forma
mainstream, o comunque di quel tipo di soggettività lì, che è una soggettività
ultra-individualista dove tutto è costruito attorno alla forma azienda e si
pensava che le colonne costituenti di questa società sono i mental coach, tutte
queste stronzata qua del “se vuoi ce la fai”, tutta sta retorica qua. Questa è
la mentalità della società che ci è arrivata. Io penso che sul piano oggettivo,
un’ipotesi che faccio, è che con le guerre, la crisi climatica, la crisi
sociale, necessariamente la dimensione proletaria, non dico tutti, ma i
proletari nello specifico non potranno più pensare di cavarsela da soli, ci sarà
bisogno di forme di socializzazione che possono avere molti aspetti diversi: in
base alla nazione; quindi, potremmo vedere delle forme nuove di nazionalismo,
per esempio i Forconi portavano le bandiere italiane in piazza, che però anche
lì sono molto ambigue.
S.: Una cosa che aggiungerei a questo pezzo è anche il discorso di come vengono
percepite le istituzioni, perché quello è il compromesso, nel senso come viene
organizzato lo Stato. Come dimensione collettiva abbiamo creato le istituzioni
che pure se tu non ti parli con il tuo vicino di casa, il tuo collega di lavoro,
il tuo compagno di banco non fa niente, se avete un’idea comune, una necessità
comune, si può esprimere attraverso lo strumento dell’istituzione, sia diciamo
nella forma del Governo democratico e delle elezioni, sia proprio materiale
dell’accesso ai servizi, questi due piani qua. Mi sembra che dal Covid in
avanti… quello mi sembra sia stato lo spaccato più evidente, poi chiaro che una
crisi di questo tipo si innesta in fratture ben più profonde e situate, però se,
ed è anche grazie ai comunisti, queste forme delle istituzioni sono state
credibili per decine e decine di anni, e quindi hanno garantito che
fondamentalmente le lotte, anche nella loro forma collettiva, venissero messe da
parte perché questa cosa funziona, adesso non è più tanto così. Quindi, appunto,
il Covid è stata l’esacerbazione perché dici “ma cosa serve il Ministro della
Sanità se poi la Santanché specula sulle mascherine”, chi è che controlla il
controllore ma davvero, la gente se lo pone davvero come interrogativo. Vede che
la polizia invece di aiutare a costruire gli hub per i vaccini, ti insegue se
esci con il cane, dici “tu a che servi” oggettivamente. Così come a riflesso di
tutto il discorso dell’Europa e del riarmo, il terreno è fertile per fare questo
tipo di discorso, secondo me, perché ci sono queste condizioni di percezione
generale perché, se avessero proposto l’esercito europeo anche solo sette anni
fa, secondo me, incappavano in molte meno difficoltà nel realizzarlo. Comunque
lo dico perché anche nel modo in cui noi portiamo avanti le istanze; nel modo in
cui presentiamo la controparte in questo senso qua, secondo me, deve un po’
cambiare, bisogna farci più attenzione. Nel senso che, se in altri anni abbiamo
reso la controparte una figura così mitologica ed enorme, dire che il problema è
profondo e tutto… i problemi continuano ad essere profondi e giganteschi, ma
anche riuscire a ridicolizzare il ruolo che svolgono queste istituzioni qua, o
il ministro di turno. Serve anche nell’ottica di quello che diceva la compagna,
il discorso materialista nel credere che effettivamente tu un potere ce lo puoi
avere. Perché parti da questa disillusione di base, che di nuovo sul discorso di
composizione tecnica e composizione politica, è rivoluzionario di per sé perché
è anche il motivo per cui noi non riusciamo ad organizzare più lotte di massa,
il fatto che la gente non è più patriottica, 20 anni fa fai un discorso di
popolo, magari in un’ottica comunista, ti portavi pure la gente in piazza.
Adesso la gente non è più patriottica, è comunque un aspetto ricompositivo anche
per noi, come tutti gli strumenti e le merci hanno questa ambivalenza qua. Il
fatto che si sia distrutta per la controparte è un problema pure nostro; quindi,
porsi il problema su che cosa si ricompone deve partire anche, secondo me, un
po’ dal riconoscimento di questa disgregazione a livello generale. Se quella
istituzione non conta più in che maniera tu ti proponi? Mesi fa parlavamo di
creare l’istituzione popolare, su cosa lo fai? Come lo fai? Anche questo mi pare
un altro tema comunque ambivalente, che non si dà di per sé in un modo o
nell’altro. Sicuramente quando il problema è del nemico spesso è pure nostro,
non è che non ci poniamo le stesse ambizioni.
M.: Metto un altro paio di cose rispetto a questo e in realtà ci stiamo senza
accorgercene, muovendo sulla parte del partito formale e del partito storico.
Inizio da un discorso più generale. Dobbiamo considerare che anche qui c’è una
dialettica tra condizioni soggettive e condizioni oggettive, nel senso che il
problema delle condizioni oggettive è un problema che fatichiamo a porci molto
spesso. Se nella storia ci sono dei momenti rivoluzionari e non solo dei
processi rivoluzionari c’è un motivo, se la Rivoluzione d’ottobre è la
Rivoluzione d’ottobre e non il decennio rivoluzionario c’è un motivo, perché ci
sono dei momenti specifici del sommarsi di una serie di contraddizioni, dello
sviluppo delle contraddizioni all’interno delle soggettività, a determinate
condizioni porta alla possibilità rivoluzionaria. Questa non è una cosa di cui
si accorgono solo i rivoluzionari, anzi, spesso non se ne accorgono nemmeno i
rivoluzionari purtroppo, anche le persone comuni se ne rendono conto e si
domandano “vale la pena di lottare? Vale la pena di mettersi a rischio? Vale la
pena prendersi una denuncia? Vale la pena rischiare di perdere il posto di
lavoro?” tutte queste cosa qua. E si dicono forse sì, forse, no, dipende, magari
alcuni si iniziano a convincere poi tornano indietro. C’è un discorso di
condizioni oggettive, che non vuol dire che, quando non ci sono noi non dobbiamo
fare niente, ma è che sempre un prepararsi all… di questo non possiamo far finta
che non sia così. È sempre possibile fare delle ipotesi, dei ragionamenti e
prepararsi in vista dello sviluppo delle contraddizioni: è questo quello che
fanno i militanti. I militanti non creano le rivoluzioni. Le rivoluzioni nascono
da un mix, diciamo, di condizioni oggettive e condizioni soggettive. Cioè, per
esempio, uno Stato particolarmente indebolito a causa di una crisi interna o di
una guerra. In quell’indebolimento c’è una parte sostanziale del proletariato
che si riconosce in una identità comune. Questi due fattori, insieme ad altre
diecimila variabili, potrebbero portare ad una rivoluzione.
Su un piano molto più basso, più pragmatico riprendiamo l’esempio della Valle di
Susa. Il fatto che una valle in via di deindustrializzazione, con una forte
tradizione comunista e partigiana, ma nel pieno della crisi dell’eroina perché,
se tu parli con i compagni che hanno iniziato a far politica tra gli anni ’80 e
’90, c’era lo schifo dell’eroina anche su in valle. In tutto questo condizione
soggettiva: questo vissuto qua; condizione oggettiva: viene imposta una grande
opera. Queste due cose insieme, insieme ad altre mille anche qui, fanno scattare
una mobilitazione di massa che quasi da subito all’interno della questione del
treno ci mette dentro tante altre cose, ci mette essere un territorio
periferico, un territorio in via di deindustrializzazione, ci mette il
ricostruire un’idea diversa di comunità, che prende le mosse dalla vita
contadina pre-industriale ma che è nuova, è qualcosa di diverso, con dei
rapporti sociali modificati e ancora in via di modificazione. Tutto questo ti
crea una mobilitazione sociale, che diventa un movimento che dura negli anni. In
assenza di anche solo una di queste condizioni non sarebbe stato possibile.
Questo non dobbiamo dimenticarcelo: ci sono delle condizioni oggettive che sono
inaggirabili. Il volontarismo ad ogni costo, il soggettivismo ad ogni costo
rischia di essere dannoso, perché se queste condizioni non ci sono vuol dire che
non ci sono. E bisogna capire al limite come possiamo contribuire a favorire lo
sviluppo di determinate condizioni.
MA: Io intendevo manifestare il proprio dissenso anche tramite le forme concesse
dal sistema. Non necessariamente ad arrivare a prendersi la multa, arrivare al
licenziamento. Per manifestare il proprio dissenso e quindi in un certo senso
apportare un leggero miglioramento delle proprie condizioni di vita, c’è un
totale astensionismo anche in quelle forme in un certo senso democratiche
concesse dal sistema di per sé.
M.: Certo. Anche lì il problema è “serve?”.
S.: Poi secondo me questa cosa ha diversi livelli. Su certe cose, invece, mi
sembra che ci sia una ripresa. Secondo me si lega anche quello che diceva T.
prima su quello che dicono gli ingegneri che non si sentono valorizzati. Faccio
un esempio, gli avvocati che fanno la diffida ai Ministeri per il memorandum. Tu
sei l’avvocato, hai una certa morale della tua professione, ci vedi il suo
senso, però pensi che le condizioni oggettive della storia ti impongono quanto
meno il dilemma su quel che faccio nella dinamica di come va il mondo. Io mi
porto il pane a casa ma se poi mi ci trovo la bomba in casa… e i proletari
questa domanda cominciano anche a porsela secondo me. Quindi non stiamo parlando
di eccedenze o chissà che cosa. Però dici prendo il mio ruolo, infatti sono
dinamiche molto confederali gli avvocati, i prof, i metalmeccanici, i musicisti…
provi a valorizzare le tue capacità ricche, quelle che sono state inculcate, e
le tue e le metti a valore su questioni che possiamo dire di principio. È quello
che dicevo sulla morale prima, non è che esiste di per sé un sentimento, è
comunque una questione materiale, quando ti poni dei dilemmi storici e morali
attecchiscono le loro radici anche nel dire “ma sta roba la possiamo pagarla
pure noi”. Anche l’aspetto di avere una meta, un senso nella vita è estremamente
materiale, comunque l’individuo si ricompone anche dando un senso alle azioni
che compie. Allora anche lì sulla proposta dell’autonomia giochi su questo
piano. Dare il senso ad azioni che potresti svolgere più o meno alla stessa
maniera per il capitale, ma che non ci trovi il senso o comunque fuori dal
capitale, e da qui un certo antagonismo. Il fatto di dire “se mi comporto bene
poi vado in Paradiso” non è tanto distante dall’avvocato che a suo modo prova a
fare la sua parte. Ora l’ho astratta parecchio. Tornando all’esempio della
Palestina c’è una questione che a me sembra molto diversa dal passato, che
sembra paradossale che prima avevi decine di migliaia di persone nelle piazze
con un piano di semplice solidarietà, adesso per quanto le cose siano molto
risicate a livello numerico, però più capillari, esprimono velleità diverse.
Adesso anche quello che senti dire, che, come militanti, bisogna anche essere
capaci di riportarlo, per esempio io negli interventi un po’ populista la dico,
ma strumentalmente dire “noi paghiamo sti politici migliaia di euro all’anno,
tutto il popolo vi dice basta mandare le armi a Israele ma voi continuate allora
chi state rappresentando”. La Palestina come tante altre cose ha permesso di
dare un po’ questa percezione qua.
M.: Allora sicuramente è un tema. Io penso che per sta cosa della Palestina in
parte ci dà delle indicazioni, aggiungo una cosa rispetto a S., cioè finora
abbiamo visto delle mobilitazioni molto riferite a dei settori circoscritti, che
erano fondamentalmente i settori giovanili, una grossa parte degli
afrodiscendenti, una dimensione parziale e molto risicata su alcuni posti di
lavoro specifici, è stato questo finora. Però nelle ultime settimane questa cosa
sta prendendo delle forme più generali.
C’è una dimensione di generalizzazione sempre più ampia che è anche innescata
dalle mobilitazioni sociali dei giovani, ma che inizia a tradursi in delle
forme, su dei terreni, che non sono la piazza banalmente, ma sono più generali
come i posti di lavoro, il proprio ruolo. Questa roba qui non è che tutta questa
gente qua prima non gli interessava della Palestina, semplicemente pensava di
non poter far nulla, però vedendo come si sta sviluppando la situazione: da un
lato il fatto che effettivamente diventasse un terreno di sterminio di massa a
tutti gli effetti ed è grazie alle avanguardie che hanno saputo mantenere
centrale il discorso del genocidio e la gente ha compreso, un’urgenza che si è
sviluppata; dall’altro il fatto che ci si è iniziati a rendere conto che,
banalmente, rispetto ad altre mobilitazioni, queste sulla Palestina creavano più
difficoltà alla controparte. Ci si rende conto che si poteva contare perché
banalmente quanti arresti abbiamo avuto? Quante misure cautelari abbiamo avuto?
Per adesso sui cortei della palestina? Nessuno, forse un singolo.
Perché? Perché questa è una cosa di cui la controparte ha paura, in un certo
senso ci crede più di noi, perché si rende conto che lì se esagerano rischiano
di alimentare la generalizzazione della lotta. La penso così anche sulla guerra
perché anche lì, la gente non è che non ha un’opinione. Su tutte queste robe qua
avevano addirittura più chiarezza le persone con cui chiacchieravo al bar che
alcuni compagni, solo che non sapevano che fare. Più che dirmi che gli Stati
Uniti sono delle merde, loro la risolvevano qui perché non sanno che fare. Poi
dall’altro lato bisogna dirsi chiaro una cosa che noi non abbiamo nemmeno una
proposta di un orizzonte alternativo reale, perché il comunismo ce l’aveva
quell’orizzonte, Lenin la semplificava con “Soviet + elettrificazione =
socialismo”, cioè, potere popolare e progresso. Noi una cosa così non ce
l’abbiamo. La nostra proposta è di fare delle piccole riserve indiane nelle
città in cui stiamo tra noi, che è la storia dei centri sociali. Per chiarezza,
io sono orgoglioso della storia dei centri sociali, per fortuna ci sono stati,
però bisogna dirsi che non è una proposta all’altezza della gente che vive
determinati problemi e cerca soluzioni. Pensare le nuove forme del comunismo
oggi è un tema che può sembrare lontanissimo, ma in realtà è il tema più attuale
del mondo. Perché, quando noi andiamo a parlare con la gente cosa dobbiamo
dirgli? Questo è l’altro tema grosso. Nessuno può credere che i centri sociali
siano una proposta di organizzazione sociale all’altezza. Neanche noi, spero.
Sono strumenti provvisori. Il discorso invece è elaborare una prospettiva
credibile di un comunismo attuale. Non siamo noi a doverlo pensare chiusi come
se fossimo Aristotele e Platone che si fanno le canne e si immaginano il mondo
del futuro. Si elabora solo relazionandosi con la composizione di classe e
capendo quali sono, da un lato, le possibilità pragmatiche del comunismo.
Per esempio, se noi andiamo a parlare con gli agricoltori, noi non è che
possiamo dirgli “vabbè voi fate l’agroindustria chimica, vogliamo che voi
facciate la comune di fricchettoni che zappa coi piedi”. Non è questa la
proposta che puoi fargli perché ti prendono a schiaffi subito. Lì il discorso
deve essere materialistico, per esempio, noi pensiamo che voi agricoltori,
invece di essere organizzati in un sistema in cui voi dovete esportare il vostro
mais dall’altra parte del pianeta per venderlo ad un centesimo in più, e su
quella vostra esportazione voi ci perdete perché la grande distribuzione in
mezzo si prende tutti i soldi del valore aggiunto, invece per noi il comunismo è
che ci siano filiere più brevi, dove si coltivano più cose diverse, dove c’è una
articolazione diversa del rapporto con il prodotto, questa inizia ad essere un
po’ più credibile e interessante. Poi non è detto che siano queste stronzate che
dico ora io, anche qui dovremmo avere un collettivo di compagni agronomi.
Anche la scuola. È tutto giusto, noi parliamo del rifiuto della scuola ed è
tutto giusto. Però come pensiamo come poi ci si debba occupare dei giovani sulla
questione della formazione. Ce le abbiamo delle proposte? Negli anni Settanta ce
le avevano, tipo facciamo le classi non frontali…
Il tema oggi è anche costruirsele queste cose qua. Che non vuol dire che c’è già
la rivoluzione, ma che si ha un programma rivoluzionario credibile.
Partito storico e partito formale
M.: In realtà questa, secondo me, è la coppia di categorie più complicata e più
complessa da capire se ha senso oggi o meno. Inizio con una descrizione molto
basica di cosa sono queste categorie. Ripeto quello che ho detto prima: nascono
nel contesto in cui fondamentalmente il dibattito marxista era fortemente
impregnato di un’idea positivista della storia, per cui ci si aspettava che alla
fine l’esito sarebbe stato inevitabilmente la rivoluzione proletaria. Iniziamo
dal “partito storico”. Con “partito storico”, nella declinazione originaria, si
intende l’esito della presa di coscienza della classe che forma il suo partito,
al netto delle varie forme intermedie, quindi anche dei partiti “socialisti”, a
forte composizione borghese etc. In realtà poi questa definizione ha delle
rielaborazioni. In particolare, per “partito storico” s’intende quell’insieme di
comportamenti e relazioni sociali antagoniste che il proletariato mette in campo
come forma propria dell’organizzarsi. Mentre il “partito formale” sono i
partiti. Sono i partiti comunisti nelle loro forme di astrazione del programma
politico implicito della classe in programma esplicito.
Il programma implicito della classe significa una serie di pulsioni che ci
sembra emergano dall’omogeneità della classe verso delle trasformazioni della
società. Voglio lavorare di meno. Quello è un programma implicito. Il partito
formale dovrebbe prendere quella pulsione, quella richiesta e trasformarla in
una forma del programma esplicito: le 8 ore invece che le dodici ore di lavoro.
Una maniera ipersemplificata di spiegarlo. Quando leggerete le cose magari le
troverete un po’ più complicate di come sto cercando di tradurle.
Quindi qual è il discorso del partito? Iniziamo da questo discorso qua. Su
questo discorso nel tempo ci sono state diverse discussioni interne ai movimenti
di classe. Ovviamente, a seconda delle trasformazioni e delle ristrutturazioni
del sistema capitalista, l’antagonismo di classe si ridefinisce, trovando nuove
forme dell’organizzazione di classe, anche. Queste forme dell’organizzazione di
classe che si ridefiniscono sono il partito storico. Provo a fare un esempio
sulla Palestina, che forse ci sembra più chiaro. Con le dovute differenze
essendo una lotta anticoloniale e nazionale, mettiamola così: tutte le forme
della resistenza palestinese sono il partito storico, Hamas è il principale
partito formale in questa fase.
T.: Messa così a me ricorda un po’ il discorso di Lenin, che il partito non è
quello che crea a tavolino le soggettività, ma cerca di inseguire e stare al
passo delle soggettività e non lasciarle perdere.
M.: Questo, diciamo che è il nostro punto di vista. È la nostra eredità,
rispetto al punto di vista autonomo, e secondo me è vero. Di fatto è vero.
Comunque, mettiamola così: Lenin è l’uomo che riesce a costruire una dialettica
funzionale tra il partito storico e il partito formale. Però stavo appunto
entrando in questo nodo qua, che dici tu, cioè del dibattito – del discorso del
partito storico e formale. Nel senso che c’è tutta una parte della tradizione
operaia, del movimento operaio, che considera in contrapposizione queste due
cose, per cui da un lato c’è il partito storico, che è l’espressione vera della
lotta di classe, e dall’altro c’è il partito formale, che in una certa forma è
sempre in una dimensione di compromesso con il capitale, o di riformismo. L’ho
detto in una maniera un po’ becera.
Questo discorso del partito storico è molto forte in Bordiga. Fondamentalmente i
bordighisti. Per vedere la versione estremista di questa cosa qua. Tipo le sette
come LC, di derivazione bordighista, cosa pensano? Pensano che fondamentalmente
un giorno ci sarà l’avvento del partito proletario che conquisterà il potere, il
capitalismo auto collasserà e si imporrà il partito proletario. Questa è la
versione estremizzata. Ma in generale le concezioni del partito storico
classiche, positiviste appunto, hanno interiorizzato molto questa cosa qua, del
tipo “c’è un’evoluzione spontanea della classe verso la dimensione
rivoluzionaria”. Dall’altro alto invece ci sono quelli là, classicamente gli ML,
che invece dicono no, il partito storico non esiste, serve l’educazione del
proletariato, la coscienza di classe viene infusa dal partito; quindi, il
partito formale è fondamentale come motore della lotta di classe, non solo come
esito dell’organizzazione proletaria, ma anche come motore. Ok, loro dicono –
quindi, il partito storico non esiste, la classe da sola non può arrivare a
nessun grado di coscienza e bla bla. Ripeto, entrambe queste posizioni qui sono
macchiate di forme da un lato di positivismo, di appunto “l’avvento del
comunismo”, dall’altro di soggettivismo (“è il partito che forma le masse”)
Allora, ovviamente interpretati così, questi concetti sono inservibili, non ci
servono a niente.
D.: Ma perché lo definisci (il bordighismo, N.d.R.) positivista?
M.: Il positivismo ovviamente è una postura filosofica che prescinde il
marxismo, è più generale. Il concetto è che il mondo è destinato sempre a
progredire. Il progresso è inevitabile. Questa idea qui del progresso
inevitabile è nata in pratica nello stesso periodo in cui è nato il marxismo.
Marx probabilmente leggeva Darwin molto più di quanto Darwin leggesse Marx. Però
comunque sono coevi, quindi il marxismo è stato fortemente influenzato da questa
idea di progresso. La differenza era che, come veniva concettualizzato dai
liberali, il positivismo era che l’esito sarebbe stato una società democratica
ed egualitaria sulla base dello sviluppo capitalista.
E invece, la concezione marxista è semplicemente che a un certo punto, come c’è
stata la rivoluzione borghese, ci sarà automaticamente la rivoluzione
proletaria. Ora tutte queste cose non è che Marx le dica esplicitamente. Diciamo
che Marx è abbastanza contraddittorio su questa dimensione del positivismo. In
alcuni momenti si vede questa vena positivista, in altri meno.
Per esempio Marx dice questa cosa, “socialismo o barbarie”. L’approdo non è per
forza il socialismo, ma anche la barbarie. In un certo senso corregge anche il
tiro rispetto ad una posizione più positivista che aveva precedentemente.
Si capisce leggendo i Grundrisse – l’idea che sta dietro Il Capitale è che lui
vuole dimostrare alla borghesia che il proletariato ha una scienza più potente
della loro. Quindi ne Il Capitale forza alcune categorie e alcune riflessioni,
ficcando un sacco di matematica e formule. Quindi questa roba qua crea questa
versione positivista. Poi, nei marxisti non marxiani, nei successori di Marx che
rileggono il suo pensiero, si forma molto questa idea positivista, che poi va in
crisi con le due guerre mondiali, in particolare la seconda, dove si vedono
delle forme di regressione storica alla barbarie o comunque alla reazione nelle
sue articolazioni più violente e devastanti sotto il profilo sociale. E quindi
va un po’ in crisi questa visione positivista. E adesso per esempio potrebbe
essere un altro di quei momenti in cui effettivamente siamo di fronte a una
dimensione apparentemente regressiva e queste categorie sono un po’ deboli. Però
il punto a cui voglio giungere io è che queste interpretazioni troppo tranchant
di queste due categorie sono pericolose. Dall’altro lato io penso che comunque
un minimo di utilità fuori dalla loro dimensione estremista ed ideologica, c’è.
In che senso? Io penso che effettivamente, in delle forme molto più confuse e
complesse, la classe elabora un suo punto di vista, una delle sue formule
organizzative, che spesso sono formule organizzative estremamente confuse, come
dicevo prima. L’esempio che facevamo sui gilet gialli è forse quello più
interessante: effettivamente lì, non tutta la classe, ma dei segmenti importanti
della classe, in qualche modo si autorganizzano e dentro questa organizzazione
maturano un programma. Lì non c’è nessun intervento esterno, non è che ci sono i
compagni o i fasci che hanno lanciato il movimento, semplicemente una tizia a
caso si è messa a fare un video in cui diceva che era aumentato troppo il costo
della benzina, questa cosa si è diffusa ed è partita la roba delle rotonde. Su
quella dimensione là delle rotonde, dell’aggregazione del proletariato, o
comunque della parte di insofferenza delle classi all’interno della dimensione
capitalista, intorno a quella roba lì si è creato di fatto un riconoscimento e
una forma di partito, che si è dato il nome di gilet jauns. Si è autonominato.
Questa è una parte del partito storico, esattamente il partito storico, depurato
dalla visione settaria. Nella data fase del pre-pandemia in Francia, con
l’aumento dei prezzi della benzina, è emerso il partito storico di quelle
frazioni di classe, in quelle forme lì. Qual è il discorso? Il partito storico è
una dimensione processuale per certi versi, cambia continuamente, si dà sempre
nuovi nomi, nuove dimensioni, perché trova nuove strategie per muoversi dentro
il discorso dell’antagonismo di classe. Via via queste nuove forme trovano delle
emersioni, che a volte diventano dei partiti formali. Qual è il discorso che ci
interessa? Io penso che il partito formale sia inevitabile, perché credo che di
per sé c’è un ruolo importante delle soggettività organizzate, in senso alla
Lenin, cioè che ci vuole una forza che ragiona fuori dalla storia, che guarda da
fuori i processi. Adesso l’ho presa altissima. Provo ad abbassarla un po’. Ci
vuole una dimensione che organizza coscientemente questi processi, quindi il
partito formale, per essere efficaci, è inevitabile. Molto spesso il partito
formale, nel momento in cui diventa una dimensione formale, inizia a divaricarsi
dal partito storico. Perché? Perché il partito formale ha dei compiti specifici,
come può essere la tattica. Tendenzialmente il partito storico, cioè l’emersione
di classe, non è in grado di elaborare una tattica, di per sé. Poi non è detto,
ci sono delle situazioni in cui è capace, però tendenzialmente, ragionando di
categorie, no. Il partito formale, invece, è quello che ragiona sulla dimensione
della tattica. Perché? Perché è la dimensione che in certi momenti dice
“freniamo” o “acceleriamo”, “guardiamo alla dimensione complessiva”. C’è
un’opportunità o non c’è un’opportunità? Come dicevamo, affrontando condizioni
oggettive e soggettive, il partito formale decide. Il problema è che in questa
divaricazione c’è il rischio che a un certo punto – la famosa autonomia del
politico, il partito formale si crea nell’autonomia del politico trontiana – il
partito storico non sia più d’accordo con il programma del partito formale, per
mille motivi. Non è detto che sia una questione di riformismo del partito
formale. In certi casi può anche essere il contrario, può essere anche che il
partito formale è talmente estremista e fuori di testa rispetto alla dimensione
sociale di riferimento che spinge troppo e il partito storico non lo segue, le
forme dell’organizzazione di classe spontanee non si riconoscono più nelle forme
del partito formale. Quindi qual è il tema grosso per noi? Ci deve essere
necessariamente una dialettica estremamente profonda tra il partito storico e il
partito formale. Queste due cose devono essere in circolarità. L’autonomia del
politico del partito formale non deve degenerare in delle forme di
estraneità/alienazione al partito storico. Perché quando questo succede la
conseguenza è che non c’è più la credibilità del partito formale. Per certi
versi è inevitabile: se il partito formale non riesce a vincere, due sono le
strade, di solito. O quella di gettarsi nel riformismo oppure quella lì che
porta fondamentalmente al soccombere alle forze della reazione capitaliste. Se
non è in grado di riuscire a riarticolarsi.
Quando c’è questa scissione, si va a creare di fatto un’inevitabile fine del
partito formale. Ma la cosa interessante è che comunque, tendenzialmente, nelle
dinamiche dell’antagonismo prima o poi rinascerà, a parte il partito storico che
si riarticola, una nuova dimensione del partito formale. Ora, per fare un
esempio vicino a noi, come dicevo prima, il partito formale dei movimenti
controculturali degli anni ‘80-’90 e primi anni 2000 sono stati i centri
sociali. Che però, come sappiamo, a un certo punto – lo abbiamo visto anche noi
in prima persona – si sono svuotati. Pensiamo già solo agli artisti che
riusciamo a invitare: sono tutti dei vecchi per lo più. Magari ora non più, ma
fino a qualche anno fa erano tutti dei vecchi. Quindi il grosso nodo in cui ci
troviamo noi, nel nostro piccolo, in una dimensione poco interessante per certi
versi, è che quella forma di organizzazione che era emersa da quelle lotte
giovanili, si è esaurita. Sopravvive solo nella sua dimensione formale. Ma
nemmeno quella. Quindi il tema oggi è “come ripensiamo il partito formale
all’altezza dei conflitti e dell’antagonismo di classe per come si sta dando e
come iniziamo a immaginare come si darà?” Questo è il tema. Qua mi fermo.
Uscendo da queste categorie ,che secondo me queste sono un po’ più complesse da
attualizzare. Ha senso farlo però non bisogna neanche starci troppo, non bisogna
cercare di fare la cosa inversa, di farci stare per forza dentro questo
discorso. Il tema grosso secondo me oggi in generale – non parlo solo degli
studenti – è che siamo in un interregno, in cui sostanzialmente da dieci anni,
forse di più, dal 2008 a questa parte, le forme tradizionali dell’antagonismo –
le forme che avevano assunto durante il ciclo della globalizzazione ascendente –
si sono lentamente esaurite. Adesso stanno succedendo tante cose che vanno in
direzioni apparentemente contraddittorie che a prima vista ci paiono
incomprensibili, perché c’è questo rimescolamento. Cioè, di fatto i rapporti di
classe stanno cambiando velocemente. Noi non ne abbiamo molto la percezione ma
se andiamo a vedere le percezioni che ci sono ad esempio nelle fabbriche
tradizionali, ci si rende conto già di più di queste trasformazioni. Quindi in
questo cambiamento dei rapporti di classe, siamo in uno di quei momenti in cui
non sono ancora emerse le nuove forme dell’organizzazione.
O.: Puoi fare un esempio di questo cambio di rapporti?
M.: Per esempio, quello che ci si aspetta, che io mi aspetto, è che in Lombardia
e Veneto, c’è questa dimensione dei distretti industriali. Cosa sono? Sono tante
fabbriche che producono più o meno merci simili. Vi faccio l’esempio della Val
Trompia, è la valle dell’acciaio. Qui si producono armi, si produce il tondino.
È stratificato, ci sono sia cose ad alto valore aggiunto sia a basso valore
aggiunto, ma fondamentalmente queste produzioni sono di due tipi: sono o
semilavorati per la catena del valore tedesca oppure sono la lavorazione finale,
cioè l’assemblaggio. Per esempio, a Treviso c’è Luxottica (occhiali). Loro
dicono “noi siamo il made in Italy”, ma in realtà cosa fanno? Fanno produrre la
maggior parte della componentistica degli occhiali altrove, poi arrivano nella
loro fabbrica lì vicino a Treviso e lì fanno l’assemblaggio e il packaging. E
quindi l’ipotesi che faccio io, che non ho ancora avuto modo di metterla alla
prova, è che in questa fase qua queste aziende distrettuali non reggeranno la
competizione del mercato globale e quindi andranno verso il fallimento e la
ristrutturazione. Adesso, la tipica forma di organizzazione degli operai di
queste aziende è duplice: c’è un forte sindacato, tendenzialmente della FIOM e,
almeno fino a qualche anno fa, un forte partito politico che era la Lega. Quindi
c’era questa contraddizione: in fabbrica con la FIOM, nell’urna con la Lega.
Però era la forma che aveva assunto questa roba qua. Questa roba qua è già in
crisi da tempo, è in crisi dalla trasformazione della Lega in partito nazionale.
Molti che votavano Lega di questi qua, votano Meloni o 5S etc etc. E quindi cosa
succede? Succede che siamo in un interregno: per il momento le forme che si
erano consolidate per vent’anni nella politica in questa situazione qua sono in
crisi. Sia il sindacato sempre di più, sia la politica che ormai è completamente
in crisi. Quindi, dentro queste dimensioni qua, se effettivamente si verificherà
quello che io suppongo, che è appunto è un’ipotesi che andrà verificata, è
possibile che in futuro si formino nuove forme dell’organizzazione proletaria
che faranno riferimento ad altri partiti formali e forse ad altre forme del
sindacato o comunque altre forme del conflitto capitale-lavoratori.
T.: Di solito noi, o almeno la tradizione a cui dovremmo rifarci, il cambiamento
delle forme di lavoro è perché qualche forma di antagonismo di effettivo assalto
della classe proletaria c’è stato contro il sistema. Però, al di là degli anni
’70, che hanno avuto la ristrutturazione del neoliberismo – faccio riferimento
chiaramente alla famosa “rivoluzione” di Tronti -, oggi però se possiamo
ipotizzare delle nuove forme di lavoro, dall’altro lato non c’è stato più
quell’assalto, o almeno non in forma tendenzialmente grande, come è stato negli
anni ‘70….Ad oggi questa situazione si sta dando per l’effettiva crisi della
forma organizzativa che si è data dopo gli anni ‘70, cioè il neoliberismo,
quindi qualcosa di interno a una sola parte del capitale, o ci sono state nuove
forme di lotta per così dire “sotterranee”, su cui possiamo ipotizzare la
ristrutturazione?
M.: Penso un po’ entrambe le cose. Penso che il discorso sia ancora più
profondo, nel senso che noi siamo stati in una fase, siamo cresciuti, o almeno
io sono cresciuto in una fase in cui la lotta di classe si dava (quel poco che
si dava) sul mantenimento dell’integrazione. Quel pezzo di classe operaia che
era riuscita a raggiungere determinate conquiste, voleva mantenersi integrata, e
quindi era sempre una contrattazione al ribasso inevitabilmente, cioè”
toglietemi questo ma non questo”, quindi pur di rimanere nella sfera del
benessere neoliberista. Ora questa cosa qui è fortemente in crisi in generale,
nel senso che, se andiamo a vedere i dati della CGIL sul fatto che ci sono oltre
6 milioni di lavoratori che vivono in una condizione di “working poors”, che
prendono meno di mille euro al mese etc etc, che sono lavoratori con tutte le
garanzie – non è più una guerra garantiti-non garantiti, io sono assunto a tempo
indeterminato, ma prendo 800 euro al mese. Quindi qual è il discorso? Il
discorso è che al momento non ci sono ancora delle emersioni di forme di
conflittualità a quel livello di cui stiamo ragionando, perché da un lato non si
è completata la ristrutturazione e dall’altro non si sono formati ancora i nuovi
rapporti di classe del tutto, però iniziamo a intuire delle cose. Il discorso
sugli informatici di prima… quelli sono nuovi rapporti di classi.
Per me attualmente, tendenzialmente anche un medico è in fase di
proletarizzazione, non è già un proletario compiuto, fatto e finito, ma è in
fase di proletarizzazione, se non è un primario, o comunque andrà incontro a
quella sorte lì.
Se vai a vedere come si sta trasformando il mondo del lavoro lì dentro, sta
diventando un modello cottimista, per cui i medici vengono assunti a chiamata
dai privati e quella è una dimensione di proletarizzazione incipiente. Quindi
ancora non si sono formate queste dimensioni. Qual è il nostro ruolo in questa
fase? È il grosso interrogativo, il grosso problema su cui sbattiamo la testa
continuamente. Da un lato di rintracciare i campi di possibilità…
Contro-percorsi
M.: Io la vedo così. Il nostro ruolo, secondo me, da un lato è appunto
rintracciare dove possono emergere delle contraddizioni sul piano oggettivo,
provare a capire quali sono le possibili forme di organizzazione della classe e
su quello iniziare a elaborare delle forme di programma in maniera che nel
momento in cui dovessero scoppiare dei conflitti in quei campi, e quindi le
nostre ipotesi si rivelassero esatte, siamo pronti da un lato ad avere una serie
di relazioni sviluppate durante la conricerca, dall’altro lato ad avere una
forma di programma minimo con cui relazionarci alle soggettività. Questo non
vuol dire essere attendisti, secondo me vuol dire piuttosto provare a coltivare
e a ragionare su quei piccoli conflitti che emergono e come si danno per
iniziare a vedere se possono diventare dei conflitti generali. Riprendo
l’esempio dell’inizio del macello dei Sikh, faccio un esempio molto specifico
che non è proprio il nodo, ma è per far capire la dinamica come la vedo io.
Allora se io fossi nei compagni che portano solidarietà in quel macello mi
chiederei due cose: 1. Questa dimensione dei macelli è caratterizzata da una
dimensione proletaria omogenea, cioè in tutti i macelli del nord Italia ci sono
un tot di Sikh che lavorano? 2. L’altra domanda che mi farei è in tutti i
macelli sussistono queste forme del lavoro o ce ne sono altre articolate in
maniera più fina da parte capitalista? In questo momento il macello prendetela
come una metafora delle nuove forme del lavoro e i Sikh come una metafora della
nuova composizione di classe, per dire che è un discorso generale. Se mi
accorgessi che effettivamente in tutte queste dimensioni qua c’è una omogeneità
allora il mio ruolo sarebbe orizzontale e verticale. Orizzontale nel senso che
sarebbe fare da cinghia di trasmissione tra i Sikh politicizzati del macello che
già lottano da anni e i Sikh degli altri macelli, così non sono “lost in
translation”, non sono io come compagno travestirmi da Sikh, anche se io sono
per il mimetismo sociale però ovvio che in questo esempio c’è una barriera, però
ho i compagni Sikh con cui abbiamo fatto la lotta, con cui sono entrato in
relazione, che mi accompagnano da questi altri Sikh di un altro macello. È da
quella relazione lì può nascere una dimensione per cui io magari non ho una
concezione dei rapporti di lavoro all’interno della fabbrica così stringente, ma
incontrandosi tra pari può generalizzarsi questa dimensione qua.
Un’altra riflessione che farei è ok, il macello è l’ultimo tratto della filiera,
ma chi sta a monte della filiera? E chi in mezzo? I trasportatori, quelli che
trasportano la carne. Cosa sono? Sono operai italiani della logistica, frustrati
o magari no, sono magrebini iscritti al SI COBAS, oppure sono un’altra cosa
ancora. Siamo sempre dentro la metafora, non vuol dire niente che sono della
logistica, è solo un altro segmento di classe. Questi qua, nel momento in cui si
rapportano con gli operai del macello ovviamente c’è una dimensione di scontro
tendenzialmente, perché quelli dicono “ah, non mi fai lavorare”. Qual è il mio
ruolo? Cercare di favorire una dimensione di ricomposizione da quel lato lì. E
quindi il ruolo dei compagni è di provare a lavorare su quella dimensione. Oltre
alla logistica, c’è anche l’allevatore all’inizio della filiera: a lui gira il
cazzo di mandare la carne al macello perché gliela pagano un quarto di quanto
gliela paga la macelleria di paese, però lui è costretto a produrre in eccedenza
per prendere i fondi europei, e quindi è costretto a mandarla al macello
industriale. Allora anche lì un altro segmento di classe, forse no, forse ceto
medio. Però anche quello dentro la catena del valore un altro soggetto che io
devo indagare, devo capire se ci sono delle possibilità, di coinvolgerlo in un
conflitto. In questo modo ho iniziato a scalare l’intera filiera, cioè ho un
potere operaio che si distende su tutta la filiera. Che magari poi durante la
lotta andrà incontro a frammentazione, perché magari gli interessi
dell’allevatore non coincideranno più con l’operaio del macello. Però nel dato
momento in cui io sono riuscito a fare questa cosa, tendenzialmente la lotta
l’ho vinta, almeno questo.
Questa è una metafora, ovviamente una metafora un po’ casuale. Però se la
guardiamo in termini sociali generali per me è la stessa cosa. Noi dobbiamo
vedere, andare a indagare questi piccoli conflitti non pensando semplicemente al
discorso, che si faceva tempo fa in una maniera un po’ naive, “facciamo di
questa fabbrica un esempio” modello GKN, anche noi avevamo un po’ questo
modello.
S.: Stile No Tav.
M.: Esatto. Andiamo e spingiamo, facciamo vedere che è possibile vincere e sulla
scorta dell’esempio che portiamo con il No Tav, nasceranno mille lotte uguali
con la stessa intensità. Mille lotte sono nate, ma il fatto di non essere stati
in grado di riuscire a produrre una ricomposizione sul terreno che dicevo prima,
cioè non solo del ci incontriamo, ne parliamo, siamo in rete, siamo amici, etc.
ma in generale di una capacità di questi movimenti di elaborare un progetto
comune che scalasse i livelli dell’organizzazione capitalista, e quindi che
andasse a incidere sulle forme di organizzazione del settore dell’edilizia, che
andasse a incidere sugli ingegneri, che andasse a incidere su tutte queste
dimensioni qua. Per dire eh, la sto estremizzando moltissimo. Questa cosa qui
non è successa e quindi tutte le altre lotte che in un certo senso hanno
figliato dal No Tav si sono spente, quel ciclo là si è chiuso.
N.: Quindi ci viene impossibile relativizzare un certo tipo di sconfitta, perché
rimane unica. Non so come dire. Se nel momento in cui non riesce ad espandere la
sconfitta non è più relativa ma assoluta.
M: Io la penso così. Non è detto eh. Nel senso che magari in valle si vince sul
lungo, però si vince in valle. Non su una dimensione della capacità dei
movimenti contro le grandi opere di incidere sul modo in cui in Italia si
costruisce, e quindi non si incide sul modello di sviluppo alla fine. Per
esempio questi francesi dell’aeroporto, di Notre Dame des Landes, hanno vinto,
tutto quel che è successo però è che non sono riusciti poi a costruire una
dimensione per cui questa vittoria si è trasformata.
È un movimento cresciuto abbastanza parallelo a quello No Tav, un po’ più
recente. Fondamentalmente a un certo punto hanno vinto loro, dopo tanti anni in
trincea, una situazione molto simile a quella della Valle oggi, in cui resisti
resisti resisti, e alla fine hanno annullato questo progetto di
Notre-Dames-des-Landes. Però dall’altro lato quella è stata la vittoria su quel
terreno lì, che poi ha permesso di fare poi Les Soulèvements de la Terre, però è
nato su quella vittoria là ma è nato in ritardo in un certo senso. Mentre quella
vittoria lì ha favorito lo sviluppo di una rete nazionale con quest’ottica qui,
dall’altro lato però il fatto che non sia nata prima ha impedito di imporre su
un piano del politico il fatto che bene o male i governi dovessero confrontarsi
con il fatto che non si poteva più imporre la grande opera in quel modo lì di
prima, per lo meno bisognava cambiare le forme di come imporlo. Magari avrebbe
raffinato le sue forme di repressione, magari avremmo trovato delle forme di
contrattualizzazione con la popolazione locale. Non è detto che smettevano di
costruire grandi opere, magari iniziavano a pagare fiori di soldi ai comuni o
altre dimensioni del genere e le costruivano, però cambiava il rapporto di
potere.
Ora qua il grosso tema è per certi versi questo qui. Però qua stiamo parlando di
dimensioni già molto più avanzate, ma anche superate ormai, nel senso che siamo
in un’altra fase. Qui il tema vero è capire cosa si potrebbe muovere.
S.: Infatti volevo dire. Torno un po’ a quello che dicevamo prima sulle
categorie di partito formale e partito storico. Cioè che quando diciamo che
dobbiamo ripensare alle forme del partito formale penso che ci sia poco da
discutere su questo nel senso che mi sembra oggettivo. Da un lato perché viviamo
l’eredità di merda di tutta la sinistra (Berlinguer-PD, N.d.R.) a cui veniamo
associati come immaginario, che è fatto sicuramente peggio della destra e
bisogna riuscire a chiedersi come tirarsi fuori da lì. Questa mi sembra una
necessità oggettiva perché se poi vai a dire le cose alla gente che tu hai
sentito dire da loro e ti mandano a fanculo dicendoti “comunista di merda”,
capisci che c’è un problema. Quindi come allontanarsi da quell’immaginario non
mi sembra assolutamente secondaria, perché poi non riesci a ricomporre i
proletari. Prima si diceva gli anni Settanta e le differenze oggi, e io dico
questa nostra difficoltà c’è in virtù anche degli anni Settanta, nel senso che
loro questo problema non ce l’avevano perché dieci anni prima i comunisti hanno
liberato l’Italia, avevano questo immaginario che proponevano. Anche per
contestualizzare il partito storico.
L’altro pezzo è ripensare le forme del partito formale… non penso sia un
sinonimo di rigido, cioè formale nel senso di una forma esplicita; quindi,
quando lo si ragiona non vada pensato in una dimensione statica, anche
immaginarlo in una sua processualità. Che se tu adesso hai bisogno di dire
popolo, nell’ottica che qui tra 10 anni possiamo parlare di classe. Uscire un
po’ da una rigidità, da un dogmatismo, e guardare alle robe nella loro
progressività. Ritornando anche ai discorsi di prima, la macchinetta a scuola lo
collego perché quando si dice c’è una gerarchia delle lotte anche io sono
d’accordo, però più che dire “questo è meglio questo è peggio” il punto è quello
che dicevi te: di dire che dimensione trasformativa possono esprimere
effettivamente. Quelle di carattere più riformista potremmo farne n-mila, a che
cosa ci servono? A farle di per sé? Da un lato di dare la dimostrazione che tu
puoi vincere, dall’altro nell’imporre una rigidità che sai che non è praticabile
per la controparte, e quindi la inchiodi nei rapporti di forza. La macchinetta è
dimostrare che tu riesci a farti carico dei bisogni materiali in questo caso
degli studenti. Invece, l’esempio che facevo prima sui governi che devono
ascoltare il popolo che non vuole le armi per Israele, è ovvio che questa cosa
non avverrà, però non nella forma che richiediamo noi: dei passi indietro, delle
mediazioni.
Queste due valutazioni sul piano delle lotte a distanze, io le chiamo così, sono
importanti da fare. Per dire, un esempio efficace sono le lotte per i parchi dei
comitati. Di per sé non avrebbero mai espresso quella roba lì, però il fatto che
si è intervenuti con un certo metodo, il solito metodo No Tav, cioè dici hai un
Tav sotto casa ovunque ti giri, effettivamente è riuscito a verticalizzarsi come
dimensione del conflitto e a individuare delle controparti, e costruire delle
basi con cui partire. Questo è un pezzettino del mio discorso.
Sulla forma del partito formale c’è una cosa da dirsi, secondo me, un po’ più
chiaramente, che noi non siamo la forma del partito formale. Al massimo siamo
una parte di questa cosa qua, almeno ambiamo ad esserlo. Perché sta tutto nel
senso di darsi delle proposte e di organizzarsi. Noi lo esplicitiamo che
facciamo informazione di parte, lotte di parte… siamo una parte di questa cosa
qua. Già immaginarci come il prototipo del partito formale è ragionare a ribasso
fondamentalmente e le forme del partito storico ci dimostrano che assolutamente
non possiamo ricoprire quel ruolo lì, come dimensione antagonista. Questo non
significa che questa forma molta riconoscibile che noi rappresentiamo vada fatta
riassorbire dal partito formale. Perché invece ti serve riuscire a raccogliere
la soggettività che vogliamo raccogliere, perché non c’è nient’altro che la
raccoglie. E anche in quel che si diceva che serve un’intelligenza collettiva
che dia anche delle indicazioni scientifiche, e ci serve continuare a
raccogliere questa soggettività, il punto è che non basta di per sé e non può
assolvere a tutti i compiti. Questa è un’altra parte. Questo nel piccolo nel
modo di rapportarsi con altre dimensioni organizzate. Nel modo malsano che
abbiamo a volte di rapportarci, secondo me, il punto è che non abbiamo manco
questo pezzo qua. Collegato a questo allora cosa significa ripensare un partito
formale? Riuscire a recuperare queste forme di populismo che si stanno
esprimendo, che hanno quei problemi che dicevamo prima ossia che non si
riconoscono più nemmeno nella patria, nelle forme di complottismo che mettono in
dubbio tutto… neanche quella composizione forconara che fine a qualche anno
magari poteva esistere, adesso non c’è più. Non si esprime più da sola, senza un
intervento soggettivo e organizzato che prova a dare delle parole comuni. E
quindi si tratta di mettere insieme alcuni pezzi anche problematici, pure nel
senso che ci creano problemi a noi da risolvere. Il punto è un po’ questo qua.
Capire questo punto ci fa capire il senso dell’assemblea contro il riarmo, certi
tentativi che facciamo e che sembra che ci sentiamo soli e che quindi dobbiamo
mettere insieme una cozzaglia di gente strana. Però il modo di lavorarci
all’interno è iniziato dal fatto che manca questa lettura. Il discorso sulla
credibilità: se tu non riesci a portarti dietro un pezzettino di ciascuna di
queste cose qua, che bene o male a modo loro qualcosa la esprimono, non sei
credibile per nessuno.
M.: Secondo me il discorso da avere in testa oggi, ma in generale, è che la
nostra priorità non è costruire nuovi soggetti politici e quindi partiti
formali, ma di capire come dovrebbe essere. Siamo a questo stadio qui. Secondo
me non ci interessa tanto tirare fuori adesso il soggetto, perché tanto
qualsiasi cosa facciamo la bruciamo. Sia se abbiamo un’intuizione giusta, perché
la prendiamo troppo presto e sappiamo bene come facciamo noi che quando la
prendiamo rischiamo di verticalizzarla e bruciarci la possibilità; sia che
andiamo randomicamente e prendiamo delle cantonate. Qui non si tratta tanto di
concretizzare un nuovo soggetto politico perché tanto da un lato il rischio è di
riprodurre il parlamento dei movimenti, e dall’altro tu ti crei il tuo piccolo
soggettino, anche giusto e sensato che scoppia la cosa enorme, tu magari l’hai
anche anticipata un pochino e hai capito cosa stesse succedendo. E secondo me
questo vuol dire oggi fare la conricerca: costruirsi queste dimensioni qua,
magari anche minoritarie, che non devono per forza esprimere subito dei livelli
di conflitto esagerati, ma che condividono con noi il punto di vista di lungo
termine, che quando esplodono queste cose anche loro hanno le loro reti sociali
da attivare tali per cui in piazza te la giochi. Non deve arrivare il pagliaccio
di turno novax a dirigere quella roba lì, o se arriva deve per forza
confrontarsi con te perché tu pesi in quella piazza.
E qui è il grosso tema dell’oggi. È ovviamente difficile perché adesso non
sappiamo bene da dove arriverà. È di nuovo costruirsi una capacità di
previsione, fare due-tre ipotesi. E dall’altro lato costruirsi delle reti
sociali attraverso la conricerca che ci permettono di avere delle minoranze
qualificate sui settori. Poi lì se succede qualcosa del genere, se hai una
rivolta di quel tipo là, è lì dentro che costruisci il partito formale, che
costruisci le nuove forme dell’organizzazione di classe che le sedimenti.
Aggiungo un paio di cose perché è un tema molto grosso questo dell’esempio. Ci
sono due aspetti: 1. È una questione anche di dialettica con la dimensione
sociale, il tema è che molto spesso quando le realtà organizzate sono riuscite a
mandare in vacca altre opzioni più riformiste, o dimensioni simili, non è perché
hanno spinto da soli ma perché hanno interpretato un sentimento di una
composizione di massa, se andiamo a vedere il 14 dicembre è esattamente quello
cioè migliaia di persone con i caschi in piazza portati da soli che volevano la
resa dei conti con il Governo Berlusconi… è bastata una spintarella ed è partita
la roba, ma non sono state le realtà organizzate a caricare i pullman di gente
con i caschi. Quella roba lì è arrivata da sola, semplicemente in quel momento
si sono interpretate giustamente le esigenze della piazza. Quello lì è il
discorso dell’esempio, anche su una dimensione nazionale noi dobbiamo provare a
capire che le dimensioni formali non è detto che ci capiscano un cazzo della
gente che si portano dietro.
L’altra questione, e chiudiamo il tutto con il suono delle campane, su questa
dimensione dell’esempio è che, mettiamola così, come dicevamo prima anche lì va
fatto un ragionamento materialista. La gente è pronta a dare un tot in base alle
condizioni della lotta. Uno può anche scegliere di fare una forzatura che vada
un po’ più in là, però non può farla troppo in là, altrimenti partito formale e
partito storico si scollano. Poi in certi casi ci possono essere delle esigenze
differenti, le esigenze di una supplenza, ma di solito quando succedono è perché
c’è un errore di lettura e quindi sei costretto a fare quella roba lì perché hai
fatto un errore prima. E poi va bene si recuperano quelle robe là, però bisogna
fare attenzione a non cadere in questa dimensione qua. Altrimenti il rischio è,
se andiamo a vedere e non voglio riaprire diatribe storiche di lungo termine,
però bisogna dirsi anche molto chiaramente che tutta questa dimensione qua
dell’iper-soggettivismo che si è espressa sul finire degli anni Settanta era già
un fattore della sconfitta, mi riferisco alle BR ma anche altre forme di lotta
armata, per certi versi anche quelle derivanti da parti dell’autonomia. Perché
fondamentalmente il discorso era che i compagni pensavano che fosse solo una
fase e bisognava reggere, non si erano resi conto della profondità della
ristrutturazione capitalista in corso. Se non ti rendi conto della
trasformazione il tuo reggere la tua forma diventa sempre più inevitabilmente
più militarizzata, perché siete sempre in di meno, perché devi rispondere a una
repressione dello Stato sempre più alta. Quando succede quella roba lì il
disaccoppiamento tra partito storico e partito formale c’è già stato. Tu non
rappresenti più una forza operaia. Non rappresenti più una forza nei posti di
lavoro. Anche per chi rappresenti sono spaventati e ti danno la delega, tifano
per te al limite. Poi ovviamente non so se sarebbe andata in maniera diversa
ecco, però dobbiamo renderci conto che quello sviluppo lì, in quelle forme lì, è
stato figlio non tanto dell’avanzamento del conflitto di classe, ma è stato
figlio del fatto che bisognava tenere.