Più canadair meno armiIn vista della due giorni di iniziativa che si terrà a Torino il 19-20 settembre
contro il riarmo (al fondo all’articolo il programma completo) alla quale anche
Confluenza contribuirà per portare il tema su come la guerra investe il nostro
territorio, condividiamo un’intervista che abbiamo svolto a Don Renato Sacco,
prete della Val d’Ossola sconvolta dagli incendi durante questa estate di calore
ed emergenza ecoclimatica.
Avendo letto e condiviso l’appello di Don Renato Sacco “Spegnere incendi o
accendere guerre” che lega in modo incisivo crisi climatica, cura dei luoghi e
corsa al riarmo (la rivendicazione ha avuto eco anche su un altro articolo),
abbiamo chiesto all’autore di raccontarci come queste grandi questioni si
manifestino nel suo territorio, la Val D’Ossola. Buona lettura.
Qual è la situazione sul territorio dopo gli incendi in Val D’Ossola, cosa è
successo e quali difficoltà avete riscontrato?
Don Renato Sacco Premesso che abito qui da relativamente poco tempo, circa un
anno, la situazione era già piuttosto grave alla fine di giugno. In particolare,
nel paese di Premosello Chiovenda erano iniziati degli incendi molto forti e
tutta la piana dell’Ossola era stata intasata dal fumo, ed erano stati raggiunti
livelli di allarme segnalati anche dall’Arpa. La Val d’Ossola è una piana, dove
abito io, dalla quale si dipartono numerose valli; la situazione è andata avanti
a lungo e si è poi estesa anche a queste zone vicine, come Piedimulera e
Cimamulera, fino alla valle Anzasca che porta a Macugnaga, ai piedi del Monte
Rosa. È una zona caratterizzata da montagne molto belle e da un paesaggio
montuoso particolarmente suggestivo. Gli incendi sono proseguiti più o meno fino
alla metà di agosto, quando sono iniziate alcune piogge. Fino a quel momento,
però, è stato fondamentale l’intervento dell’uomo: sono intervenuti l’AIB, la
Protezione Civile, i volontari e i Vigili del Fuoco, sia da terra sia dal cielo,
con i Canadair e alcuni elicotteri. Tra questi c’era anche l’Erickson, un
elicottero molto particolare, in grado di trasportare fino a 10.000 litri
d’acqua, una quantità considerevole. Ha una struttura abbastanza insolita, con
una grande apertura centrale, e utilizza una sorta di proboscide per pescare
rapidamente l’acqua, trasportarla e scaricarla sugli incendi. Qui vicino c’è
anche la Val Grande, un parco molto conosciuto e particolarmente impervio.
Spesso non ci si entra se non accompagnati, perché è una zona pericolosa e ci si
può facilmente perdere. È quindi un’area di grande valore naturalistico, e pure
questa è stata lambita dagli incendi. Adesso credo che possiamo dire che la fase
di allerta più alta sia finita. Rimane però tutta la fase del post-incendio, che
riguarda la messa in sicurezza della montagna e il pericolo di frane e
smottamenti. Se piove forte, infatti, la terra può cedere, e in qualche zona è
già successo. Nel caso di temporali particolarmente intensi, con grandi quantità
d’acqua in poco tempo, il rischio di smottamenti aumenta. Quindi bisognerà, per
quanto non sia un esperto, pensare anche alla messa in sicurezza della montagna,
perché dopo un incendio il rischio di frane e cedimenti del terreno è concreto,
soprattutto in presenza di montagne molto ripide e impervie. Gli incendi,
invece, sembrano ormai conclusi. Lo hanno confermato anche i vari sindaci dei
comuni coinvolti, che sono piccoli comuni come Premosello e Piedimulera. Un
altro comune interessato è Pallanzeno. I sindaci ci dicono quindi che adesso c’è
da lavorare sul post-incendio, ma anche sulla prevenzione. Ogni volta che
succede qualcosa, tanti dicono in modi diversi: “Eh, però bisognerebbe fare
questo, bisognerebbe tenere puliti i boschi, bisognerebbe fare le strade
tagliafuoco, bisognerebbe, bisognerebbe…”. Poi magari ci si dimentica, e
soprattutto i politici, in questo caso soprattutto la Regione. Si rischia
passata l’emergenza di dimenticare il “bisognerebbe”.
In questa occasione avete constatato siano possibili forme di solidarietà e
organizzazione dal basso per fare fronte a questo tipo di eventi, che saranno
sempre più frequenti?
Sicuramente nel momento dell’emergenza la solidarietà è stata grandissima, dai
Vigili del Fuoco a tutte le istituzioni, comuni, carabinieri forestali, AIB, la
Protezione Civile, ma anche tanti volontari. Sicuramente una grande rete di
solidarietà in tanti modi, anche di chi per esempio preparava delle cose da dare
da mangiare ai volontari che erano sul posto. Quindi questa rete sicuramente c’è
stata nel momento dell’emergenza, perché sappiamo che in montagna c’è questa
solidarietà, in ogni comune c’è la AIB, la protezione civile e una rete grossa
di volontari. Questo lo dobbiamo confermare ed è sicuramente un aspetto positivo
per il futuro. Ma alcune cose non dipendono solo dal volontariato. Sul futuro e
su che cosa si muove, sicuramente ci sono stati dei buoni propositi, sempre
restando nel settore, che poi dai buoni propositi si arrivi anche a qualcosa di
positivo ce lo auguriamo.
I buoni propositi sarebbero appunto degli investimenti nella prevenzione come
quelli che menzionavi prima?
Esatto. Cioè fare in modo che la montagna non sia solo amata, ma anche curata. E
qui entriamo poi nello specifico di quello che ho detto io. Come in tutti i
settori, se si vuole curare, valorizzare, eccetera, bisogna investire
umanamente, far conoscere, imparare a rispettare, ma anche nello stesso tempo
investire economicamente. Proprio ieri parlavo con un signore che fa
l’istruttore di atletica e parlavamo di giovani, di ragazzi, dice: “Adesso
proviamo a coinvolgere ragazzi che sono in giro che fanno i bighelloni , ma cosa
investiamo su di loro? Io insegno atletica, nella palestra di una scuola dove
vado non c’è neanche il materasso per il salto in alto. Come faccio ad
affascinare o a far vedere? Magari non tutti, però alcuni se li porto in una
pista si affascinano alla corsa. Se gli do un pallone al calcio o alla
pallavolo. Se gli do un’asta e un materasso, magari imparano il salto in alto.
Ma se io non ho modo di farglielo fare, come posso dire ‘Innamoratevi
dell’atletica’? E sì che basterebbero pochi soldi per un materasso”. La stessa
cosa vale per la montagna e io ho avuto questo spunto, che è il motivo per cui
mi avete chiamato, credo, di dire: “Eh, se si investe per la difesa del
territorio, dobbiamo difendere il territorio, ma oggi si ragiona sulla difesa
solo in termini di investimenti militari”. Ecco, però qui lascio a te farmi
qualche domanda.
Era proprio quello che stavo per chiederti. Questione spese militari: perché
occorre smascherare la necessità di investimenti nella difesa come una
narrazione, una retorica che vuole solo giustificare il riarmo e continuare le
guerre?
Io faccio parte di Pax Christi che è questo movimento cattolico internazionale
per la pace, ma ce ne sono tanti altri, e da una vita continuiamo a denunciare
il crescendo degli investimenti per la difesa e diciamo che è vero che la
Costituzione sostiene il ‘sacro dovere del cittadino di difendere la patria’,
art. 52. E quando si parla di sacro dovere della difesa, sembra che non si
possa che pensare all’imbracciare le armi. Ma noi dobbiamo chiederci cosa vuol
dire difendere il nostro Paese. Il nostro Paese sono gli anziani, il nostro
Paese è la sanità, sono i giovani che vorrebbero avere un materasso per saltare
o comunque un investimento nella scuola e in chi li accompagna. C’è una crisi
grande nei giovani di insicurezza, di ansia, di suicidio, di ricorso a sostanze
stupefacenti, eccetera. Lì dovremmo investire perché lì è la difesa delle
persone, la difesa del nostro territorio e quindi siamo travolti da una cultura
del nemico che ci porta a dire che i soldi dobbiamo metterli in armi. Io di
fronte a questi incendi avevo dato alcuni numeri proprio per toccare subito dei
nervi scoperti. Se dobbiamo difendere la montagna dobbiamo investire sulla
montagna. E invece noi abbiamo visto volare gli aerei gialli, i Canadair.
L’Italia ne ha 19 come totale, ma poi non sono tutti pronti per l’uso, ci sono i
tempi di revisione, e un aereo Canadair, grosso modo, costa 40 milioni (andiamo
un po’ a spanne, approssimativamente), e un’ora di volo di questi aerei costa
circa €6.000. Poi, nel mio territorio (vicino alla città di Novara) c’è Cameri:
l’unico posto al mondo dove si producono e si assemblano gli F35, oltre agli
Stati Uniti. Gli F35 sono cacciabombardieri di quinta generazione. Il progetto è
della Lockheed Martin e l’unico posto fuori dal confine degli Stati Uniti è
questo piccolo paese, Cameri vicino a Novara. Gli F35 costano 150 milioni di
euro l’uno. Sono predisposti per il trasporto delle bombe nucleari B61-12 che
sono a Ghedi vicino a Brescia e ad Aviano in Friuli vicino a Pordenone. Questi
sono dati ufficiali. Un F35 costa 150 milioni dicevamo, il casco di un pilota
costa circa €500.000 e un’ora di volo costa €40.000. È chiaro che se noi
investiamo in quella direzione. Un amico, Francesco Vignarca di Rete Italiana
Pace e Disarmo, già tanti anni fa, nel 2013, aveva scritto “F’35: L’aereo più
pazzo del mondo”, perché ha costi pazzeschi. Alcuni Paesi europei sono usciti da
questo progetto perché rischiavano il fallimento dello Stato, talmente grande è
l’investimento. Sono miliardi e l’Italia vuole arrivare ad avere 115
cacciabombardieri F35. Chi è bravo in matematica può moltiplicare 150 milioni
per 115, più c’è tutta la manutenzione, eccetera. È chiaro, non ci vuole una
laurea in matematica o in economia, se le casse dello Stato prendono i soldi per
investirli in alcune cose, poi non ce n’è per altre. Come in una famiglia, se
prendi i soldi per comprare la televisione, non hai i soldi per comprare le
scarpe. Se prendi i soldi per spendere in F35 e in tutte le spese militari.. Non
ce n’é per altro. E poi il Governo vuole aumentare le spese militari fino al 5%
del PIL: sono già traguardi folli. Lo diceva Papa Francesco, e si parlava del
2%: “ma questi sono pazzi”. Arrivare dal 2%, al 5%, c’è da chiedersi: ma dove
li vanno a prendere i soldi ? Ed è chiaro che quindi non ci saranno i soldi per
i materassi del salto in alto, ma neanche per la difesa delle montagne, neanche
per i medici. Il territorio coinvolto da questi incendi vede migliaia di persone
senza il medico di base e possiamo dire non è colpa dell’attuale governo, ma è
il segno di una sanità molto in crisi. Dovremmo investire in quella direzione,
investire nella difesa dell’ambiente. Ma se investiamo quando c’è tutta la
retorica della guerra perché c’è un nemico che ci attacca… In più, va detto per
onore di verità anche che gli F35 non sono aerei da difesa, sono
cacciabombardieri, stealth (tecnologia che rende l’aereo invisibile ai radar),
portano bombe nucleari, possono raggiungere 2000 km/h, con l’Italia che è lunga
1000 km: cosa ci serve in un’ora a fare 2000 km se non nell’ipotesi di andare ad
attaccare? E anche le nostre guerre, quelle che studiamo in storia, la prima
guerra mondiale non è stata guerra di difesa. La campagna in Russia, Mussolini
che il 10 giugno 1940 dichiara guerra ed entra a fianco di Hitler. Ma posso
dirlo anche dalla mia esperienza. Sono stato molte volte, per esempio, in Iraq.
Noi siamo andati a bombardare l’Iraq a fianco degli Stati Uniti, ma l’Iraq non
era un nemico alla nostra frontiera. Siamo andati, si diceva, per ‘esportare la
democrazia’. Io ero in Iraq quando è successa la strage di Nassiriya, 12
novembre 2003. E credo di essere stato tra i pochissimi italiani presenti ai
funerali dei 19 italiani uccisi a Nassiriya, i funerali a Baghdad, senza salme
perché quelle erano a Roma per i funerali ufficiali. Io ho partecipato a
Baghdad. Ma dobbiamo chiederci: perché erano lì gli italiani? Non per la difesa.
Lo dico da uno che è andato a pregare a messa e ha portato un lumino con il nome
di uno dei nostri uccisi a Nassiriya, quindi con grande rispetto e dolore perché
quando si muore ci vuole rispetto, come diciamo degli alpini che sono andati in
Russia e sono stati mandati a morire, come i Savoia che hanno mandato giovani al
grido di “Avanti Savoia!” nelle trincee della Prima Guerra Mondiale. Ma pensiamo
anche alla Libia, alla Somalia. Sono stato anche in Afghanistan, nel 2011 e i
talebani sono criminali, ma non ci attaccavano ai confini. Noi siamo andati a
esportare la democrazia, poi siamo scappati, agosto 2021, abbiamo lasciato un
Paese tragicamente in mano ai talebani, soprattutto per le donne. La spesa
italiana per la presenza militare in Afghanistan era di 2 milioni di euro al
giorno per 20 anni. Si poteva fare dell’Afghanistan una sorta di Svizzera se,
oltre all’Italia, consideriamo i soldi che investivano gli altri paesi, gli
Stati Uniti, la Germania e altri. Potevamo fare dell’Afghanistan uno dei paesi
più belli del mondo con ospedali, scuole, difesa della natura, acqua, fognature,
ambulatori, e invece tutto questo non è stato fatto perché la logica della
guerra porta non a dare vita, ma a dare morte. E allora, siamo partiti dagli
incendi, dobbiamo difendere la natura, per chi è credente il Creato dono di Dio.
Se investiamo nelle armi invece difendiamo gli interessi delle lobby delle armi.
L’unica cosa di cui siamo certi è che nelle guerre si muore tutti e che i
mercanti d’armi hanno grossi interessi e fanno grando affari. Papa Leone ha
detto a Rimini una settimana fa: “Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti
alla radice di povertà, disuguaglianze, guerra e disastri ambientali”. Sembra
che Papa Leone l’abbia scritto per noi, perché si tratta di smascherare i grossi
interessi. Lockheed Martin, in Italia Leonardo, e mi sembra che proprio a Torino
si vada verso la direzione della città dello spazio che in realtà vuol dire
città delle armi. Lo diceva bene il vescovo di Torino, Repole, il primo maggio:
“Da città delle auto vogliamo diventare città delle armi” e oggi c’è un’economia
generale, fatta di piccole imprese un po’ in crisi che si riconvertono al
militare perché l’economia che tira è l’economia militare, quindi anche la
piccola impresa di 10 dipendenti un po’ in crisi nell’onda degli investimenti
del militare (perché poi oltre agli F35 ci sono anche tante altre cose, ci sono
carro armati, sottomarini, cose che compriamo da altre parti, che vendiamo). Noi
siamo tra i primi, se non sbaglio, al quinto posto, come esportatori di armi al
mondo, Abbiamo in Sardegna la produzione delle bombe RWM a Iglesias, a
Domusnovas, Iglesias della Rheinmetall tedesca. Le vendevamo all’Arabia Saudita
per bombardare lo Yemen. Una volta si parlava di riconversione dal militare al
civile, oggi pare il contrario.
Proprio su questo aspetto legato al lavoro, anche limitandoci al vostro
territorio, la produzione di armi e nello specifico degli F35 viene fatta
passare come traino economico: questa argomentazione si sposa anche con i reali
bisogni della popolazione?
Si è cominciato a parlare di F35, pensa, nel luglio 2006, esattamente 20 anni
fa, e ho seguito tutta la vicenda. Prima ancora di produrli quasi tutte le forze
politiche dicevano che – perché sono cambiati tanti governi, sono cambiati gli
amministratori regionali, i sindaci, il presidente della provincia – produrre
l’F35 significa: prestigio, siamo l’unico sito al mondo oltre gli Stati Uniti;
altissima tecnologia, non è che stiamo facendo i motorini, stiamo facendo
l’aereo più tecnologico al mondo, stealth, 2000 km/h, con tre tipi di decollo; e
infine, ci dicevano, 10.000 posti nuovi di lavoro. E quindi come puoi criticare
un progetto prestigioso, tecnologico e occupazionale con i tempi che corrono?
Questa è stata la retorica vera che sta continuando, anche quando la Stampa di
Torino pubblica un articolo come ” F35, nuovi guai per il
super-cacciabombardiere. Il Pentagono: i costi aumentano e la piena operatività
è scesa al 25%”
(https://www.lastampa.it/esteri/2026/08/28/news/f35_pentagono_aeronautica-15724211/
28 agosto, 2026). Quindi abbiamo investimenti folli, miliardi di soldi,
l’occupazione… lì ci lavorano non più di 1500 persone, quindi quei 10.000 erano
pura retorica. In più lì ci devono lavorare persone qualificate, per verniciare
quegli aerei non puoi prenderli dalla lista di attesa dell’ufficio collocamento.
Ci vogliono persone competenti perché la vernice usata è stealth e quindi non è
la catena di montaggio della vecchia Fiat che faceva le 500 dove si avvitavano
le viti. Quindi questa è retorica. Io sono entrato nel sito produttivo di Cameri
su autorizzazione del sottosegretario della difesa Crosetto nel 2010, e ho avuto
un incontro con i generali e colonnelli responsabili di questo progetto. È stato
molto chiaro, molto positivo perché almeno i militari, a differenza dei politici
che dicono molte bugie e fanno retorica, dicono “Le decisioni le hanno prese i
politici, non venite a prendervela con noi. Noi eseguiamo le linee del
Parlamento”. E quindi quando chiedevo dei 10.000 impiegati, loro rispondevano,
“ma no, arriveranno un po’ di operai, un po’ di tecnici da Napoli o da Caselle,
ma sicuramente non quei numeri lì, chiameremo 650 persone a lavorare per
costruire i due hangar, i due capannoni, ma quando sono finiti non ci sarà più
lavoro per loro”. Io mi ricordo la sindaca di Cameri che era uscita sui giornali
criticando molto le nostre posizioni dicendo “Don Renato, prima il lavoro poi
l’etica”. Dopo qualche mese leggo che la sindaca è arrabbiatissima: “Io ho la
scrivania piena di domande di lavoro, a Cameri ne hanno assunte tre, una a tempo
indeterminato e due a tempo determinato”. Quindi questa balla colossale
dell’occupazione è proprio una balla. Certo che qualcuno ci lavora, ci
mancherebbe altro. Con quei soldi lì… io arrivo da una zona dove c’è molto
artigianato, piccole imprese; un artigiano che ha un po’ di fantasia, se gli
metti sulla scrivania 40-50 miliardi, riuscirebbe a dare lavoro a molte più
persone. L’occupazione è funzionale alla logica militare: con gli stessi soldi
in altri settori avremmo più posti di lavoro. Sulla tecnologia sono d’accordo, è
all’avanguardia, ma è una tecnologia di morte. Potremmo anche studiare un veleno
ultimo modello e prendere il Nobel della chimica o della medicina, ma è un Nobel
di chi ha studiato come uccidere meglio una persona. Non credo che vada
premiato, e pensiamo proprio a chi si è pentito poi di avere fatto scoperte che
hanno portato a scelte di morte. E questo è la fotografia di un’economia di
guerra. Vicino a Iglesias (Sardegna), uno dei posti più poveri d’Italia, c’è un
vero e proprio ricatto occupazionale, mentre in quella zona potrebbero investire
sul territorio. La Sardegna sappiamo quante bellezze ha. Invece che investire
sulla difesa, si potrebbe valorizzare il mare, le montagne e i territori, si
investe sulla guerra, e vale per la Sardegna, ma non solo. E quella fabbrica lì
a Domusnovas dà lavoro non a migliaia di persone, dà lavoro a circa 350 persone.
Quindi uno Stato che volesse scegliere davvero, non trova come dare lavoro a 350
persone? Non facciamo ridere, dai!
Cosa dovrebbe fare la politica?
Non investire sulla guerra. Ma manca una volontà perché la scelta è quella della
guerra. Ce lo dice il segretario della NATO: “Dobbiamo prepararci a una guerra
come quella dei nostri nonni”. Ce lo dice Crosetto che proprio a Torino ai
cadetti, a chi faceva il giuramento, disse “Io spero che voi non dobbiate mai
fare la guerra, ma dovete essere pronti a tutto”. Ce lo dicono molti
giornalisti, c’è un clima di guerra, per cui anche quando io ho tirato fuori la
storia degli incendi, dei Canadair, molti hanno applaudito, ma molti hanno detto
“No, gli F35 ci servono per la difesa”. Difesa da chi?
La tua presa di parola ha avuto risonanza a livello nazionale. Ci chiedevamo
proprio che tipo di riscontri avesse suscitato il tuo appello su questo piano e
se “si stia muovendo qualcosa”?
Allora, su questo tema c’è un grosso lavoro di base. Per esempio, in Italia
esiste la Rete Italiana Pace e Disarmo che da anni lavora su questi temi.
Abbiamo fatto dei video in cui si metteva a confronto la spesa scolastica, la
spesa per la ferrovia, la spesa per i portatori di handicap e un F35. Quindi c’è
un lavoro di base dove queste cose le stiamo continuando a fare. Io, diciamo, ho
avuto un po’ di notorietà, non so trovare la parola giusta perché il Fatto l’ha
rilanciato e ha avuto tanti like, ma in realtà queste cose io le sto dicendo da
20 anni e a livello di base c’è organizzazione. A livello di grandi giornali o
persone politiche importanti o riviste molto note, se usciamo dal giro dell’area
Nigrizia, Altreconomia, Mosaico di Pace, Missione Oggi, molto meno. Per esempio
io mi sono rivolto tante volte a Crosetto, che ho anche incrociato, dicendo
“Venga a Cameri, ne parliamo, facciamo un confronto”. E ultimamente lui ha detto
che avrebbe bisogno di 19 miliardi in più, così come uno dice “Ma mi servirebbe
una penna nuova per il mio lavoro “. Dove li va a prendere? Vorrei poter fare un
confronto con lui su questo. Anche perché tutti quelli che parlano di guerra poi
non ci andranno. Chi ci va saranno i giovani. Putin, Zelensky, Trump, Netanyahu
sono tutte persone che fanno fare la guerra agli altri. “Armiamoci e partite”. E
quindi non c’è un riscontro, potremmo dire, a un livello più alto, anche nei
dibattiti televisivi. Sì, io sono stato invitato nel 2022 un po’ di volte a
DiMartedì, a parlare di Ucraina, e ho provato a dire: “Guardate che qui gli
unici che ci guadagnano sono i fabbricanti di armi”, e sono stato travolto da
commenti poco positivi anche in diretta, da sentirsi proprio la mosca bianca o
meglio la pecora nera. Cosa è cambiato dal 2022 al 2026? Niente, sono aumentati
gli interessi, gli affari delle lobby di armi e sono aumentati i morti. Quanto
deve essere grande il mucchio dei morti per dire “sediamoci” e ragioniamo? Ecco,
io credo che anche le grandi TV, i grandi giornali legano spesso l’asino dove
vuole il padrone. E quindi spesso chi ha in mano l’informazione è legato alle
lobby delle armi. Penso a Israele. Noi siamo complici di questo genocidio di
Israele. Vendiamo armi a Israele, compriamo armi, ma è difficile leggere
qualcosa sui grandi giornali. Abbiamo affidato la cybersecurity del nostro Paese
a Israele. E questo ci rende ancora più complici e ci fa capire anche come
funziona il sistema di informazione, dove bisogna partire dalla realtà di base.
Certo, il lato positivo credo che siano i giovani che non leggono i grandi
quotidiani, che non seguono le grandi TV, ma che lavorano su una direzione loro
con presa di coscienza e credo che sia da valorizzare un lavoro dal basso.
Perché in alto c’è il potere e il potere è legato alla guerra e alle lobby delle
armi. In questi giorni è morto il generale Mladic, il responsabile di 8.000
morti, e molto di più, a Srebrenica. Io ero stato anche a Sarajevo con la marcia
dei 500, del ’92, persone disarmate dentro la guerra, e un amico di lì mi disse
una cosa che mi inquieta sempre ogni volta che la penso, ma rende bene l’idea:
“La guerra è come un treno. Quando parte non riesci a fermarlo e non riesci a
scendere”. Questo è angosciante, però ci dice il clima e il contesto in cui
siamo. Sembra che molti siano col fischietto in bocca per far partire questo
treno e quando poi parte sarà difficile anche fare interviste come queste.
Faremo in modo di non arrivarci, grazie don Renato.