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Incendiato il Presidio di Borgone
Questa notte hanno dato fuoco al presidio di Borgone. E la prima cosa che sentiamo è la rabbia. Da Notav Info Rabbia per un luogo che fa parte della nostra storia, per uno spazio costruito e vissuto in anni di lotta, per tutto quello che un presidio rappresenta per il Movimento No Tav. Perché questo presidio non è soltanto una struttura, qualche tavolo, delle sedie e un tetto sotto cui ripararsi. È un luogo che abbiamo fatto vivere con la nostra presenza, con le iniziative, le assemblee e le serate trascorse insieme. Il presidio di Borgone è nato nel 2005. Da allora sono passati più di vent’anni. Generazioni diverse hanno attraversato questo luogo, portandoci pezzi della propria vita e contribuendo a costruire una storia collettiva che non si misura in muri e strutture, ma nelle relazioni che abbiamo saputo creare e nella determinazione con cui continuiamo a difendere la nostra terra. Ma c’è un elemento che rende questa vicenda ancora più grave: il presidio sorgeva su terreni che devono essere espropriati. Un luogo che, proprio per la sua storia e per quello che rappresenta, si è trovato al centro di interessi e conflitti ben precisi. Per tutto ciò non abbiamo intenzione di far passare quanto accaduto come un “semplice”incendio. Questi sono modi di fare mafiosi: colpire, distruggere, pensare di risolvere con il fuoco ciò che non si riesce ad affrontare apertamente. È un metodo che conosciamo e che rifiutiamo, tanto più quando viene preso di mira uno spazio collettivo costruito in anni di impegno e partecipazione. Vedere un luogo così finire in fiamme fa male. E non abbiamo intenzione di nasconderlo dietro parole di circostanza. Ma sappiamo anche cosa significa appartenere a questo movimento. Sappiamo che i nostri luoghi vivono perché ci siamo noi, perché siamo capaci di prendercene cura, di ricostruire, di ritrovarci e ripartire. Non è la prima volta che ci troviamo davanti alla distruzione di uno spazio che abbiamo costruito insieme. E ogni volta, quello che conta è la volontà di non lasciare che siano le fiamme a scrivere l’ultima parola. Il presidio di Borgone è parte della nostra storia. Non lasceremo che questa storia finisca tra le ceneri. Oggi c’è rabbia, c’è amarezza, ma c’è anche la consapevolezza di quello che siamo e di tutto quello che abbiamo costruito in questi anni. I nostri luoghi non sono soltanto luoghi: sono il modo concreto in cui una comunità si incontra, si organizza e continua a lottare. Ci ritroveremo anche a Borgone. Perché quel luogo è parte della nostra storia e di una lotta che, da oltre vent’anni, continua a vivere nelle persone che la portano avanti.
Blocchi al porto di Livorno: la mobilitazione continua
I governi continuano a mentirci sugli accordi commerciali, sul riarmo e sullo schifo a cui sottoponiamo i popoli, compreso il nostro. Da Gruppo Autonomo Portuali Livorno Mentre lə lavoratorə e lə studentə in Europa e nel mondo, si ribellano contro un sistema che sfrutta e che schiaccia, e i perbenisti urlano alla violenza sulle vetrine, oggi arriva l’ennesima nave statunitense con rifornimenti militari per Sigonella. Questa è la verità, i nostri governi non si preoccupano dei loro popoli ma di ucciderne altri. Se ci volete schiave, ci avrete resistenti! 22 Ottobre – AL PORTO DI LIVORNO NON ENTRA LA SUNAID X. GSF, GAP e USB bloccano l’imbarcazione: 14 tonnellate di esplosivi e rifornimenti diretti alla base militare americana di Sigonella. L’imbarcazione, utilizzata dalla DLA (Defense Logistics Agency), l’agenzia logistica della Difesa degli Stati Uniti, che collega il porto labronico alla base militare americana di Sigonella, è stata ostacolata e costretta alla deviazione. A bordo e nei carichi che la nave doveva movimentare: prodotti chimici sfusi, vernici, generi alimentari e batterie al litio destinate ai droni, oltre a batterie installate su apparecchiature la cui natura non risulta specificata. Attraverso altre linee risultano spedizioni di Humvee e carichi non specificati verso Camp Darby. I dati forniti dalla Capitaneria di Porto di Livorno su richiesta della giornalista Linda Maggiori e dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza del porto sono inequivocabili: tra gennaio 2025 e maggio 2026 sono transitate per esportazioni verso Paesi extra UE 614,15 tonnellate di esplosivi di classe 1. Documenti ufficiali indicano il coinvolgimento della base di Sigonella nel supporto alle operazioni militari statunitensi collegate alla guerra contro l’Iran e in Medio Oriente. Sigonella è la prova del coinvolgimento italiano nei conflitti in corso e negli interessi che contribuiscono a rendere possibile il genocidio del popolo palestinese. 📅 Il 30 ottobre 2026 i porti si fermeranno per lo sciopero generale in vista della seconda giornata internazionale di lotta dei lavoratori portuali. La coalizione Ports in Action organizza uno sciopero che coinvolgerà oltre 100 siti portuali nel mondo. LA GUERRA NON PASSA DAI PORTI! Per la Palestina libera dal fiume al mare LIVORNO. NAVE CON DRONI DIRETTI A SIGONELLA ANCORA FERMA. I LAVORATORI PORTUALI SI RIFIUTANO DI CARICARLA Nella tarda serata di ieri gli attivisti e le attiviste della Global Sumud sono stati rilasciati dopo alcune ore di fermo. Le barche coinvolte nell’azione coordinata restano sotto sequestro. Dopo 6 ore di blocco in mare e presidio davanti al varco, la nave è entrata al Terminal Darsena Toscana. Immediata la proclamazione dello sciopero: il turno di notte si è rifiutato di lavorare e anche il turno del mattino ha aderito. La nave è ferma. Si tratta della Sunaid X, una portacontainer utilizzata per rifornire la base americana di Sigonella. Sarebbero 4 i container sospetti, contenenti batterie per droni, equipaggiamenti militari, gas e propellenti. Sigonella è stata utilizzata per sostenere recenti operazioni militari statunitensi in Medio Oriente. Con questa iniziativa lanciamo anche un messaggio contro lo Stato sionista e genocida di Israele, che avrebbe utilizzato proprio quella base per coordinare gli attacchi contro la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza. È gravissimo che un porto civile venga utilizzato per movimentare materiale militare, rendendo il nostro Paese complice della guerra. Guerre che la nostra Costituzione ripudia e che alimentano il carovita, facendo aumentare benzina, generi alimentari e bollette. I LAVORATORI NON SARANNO COMPLICI! Verso lo sciopero generale e internazionale del 30 ottobre. L’iniziativa di Livorno è stata possibile grazie all’impegno coordinato di: No Harbor for Genocide Global Sumud Flottilla Italia Gruppo autonomo portuali Unione sindacale di base
Gli espropri di Milano, i riot di Belfast, la guerra ibrida
Riprendiamo da Codice Rosso questo lungo approfondimento che analizza, in maniera comparativa, quanto accaduto durante e attorno ai riot milanesi e le mobilitazioni di Belfast dei mesi scorsi. Da più parti, in molti, evidenziano come la movimentazione sociale emersa il 17 ottobre in Italia, sia uno spartiacque significativo per molteplici ragioni. Crediamo che questo testo abbia, fra gli altri, l’utile pregio di “fare ordine” nell’analisi utilizzando categorie precise, mostrandoci un esempio concreto, quasi didattico, su come può essere impostata un’analisi orientata alla conricerca attraverso l’inchiesta. Buona lettura! > “Tu sais ce que la rue m’a appris ? Si tu donnes ta joue, tu te fais niquer ta > mère” > > La Haine, 1995 1. L’impiego inflazionato del concetto di «guerra ibrida» nel dibattito pubblico impone una chiarificazione. Nella dottrina strategica e nella sociologia dei conflitti, la guerra ibrida (hybrid warfare) non indica qualsiasi turbolenza sociale che transiti per le reti digitali, bensì una precisa architettura offensiva e deliberata in cui un attore statale o para-statale  combina operazioni informative, guerra psicologica e manipolazione computazionale per destabilizzare un sistema bersaglio mantenendosi sotto la soglia dello scontro militare aperto. Tuttavia, il limite strutturale di ogni operazione ibrida o di guerra cognitiva (cognitive warfare) risiede nell’impossibilità di fabbricare dal nulla un’insorgenza materiale: nessun algoritmo e nessuna centrale di disinformazione possono spingere migliaia di persone a scendere fisicamente in strada se il messaggio non trova un terreno sociale ricettivo. Il momento teorico e operativo cruciale della guerra ibrida è dunque il meccanismo di innesto: il punto esatto in cui una regia esterna o superiore (top-down) riesce ad agganciarsi a tensioni sociali, frustrazioni economiche e fratture identitarie realmente esistenti sul territorio, piegandole ai propri fini strategici. Lo strumento tecnico che realizza questa saldatura tra regia occulta e rabbia sociale è l’astroturfing — termine derivato dal marchio di erba sintetica AstroTurf per definire una mobilitazione artificiale progettata per simulare un’insorgenza spontanea dal basso (grassroots). Come dimostrato da report apparso proprio su Codice Rosso e ripreso da Contropiano («Astroturfing: accelerare la fascistizzazione delle classi popolari in Gran Bretagna»), mentre l’astroturfing commerciale (storicamente impiegato da colossi come Microsoft, Monsanto o Walmart) mira ad alterare le metriche di mercato, l’astroturfing politico opera come il vettore d’innesco della guerra ibrida sul fronte interno. Esso costruisce quelli che Walter Lippmann definiva «pseudo-ambienti» cognitivi attraverso la sistematica «de-marcatura della fonte», arruolando basi sociali che agiscono fisicamente seguendo le linee di una strategia concepita altrove. Il caso dei riot di Belfast, giugno 2026, rappresenta l’archetipo di come funzioni realmente questa strategia: Il terreno sociale parassitato: L’operazione si innesta sulla devastazione socio-economica prodotta da decenni di deindustrializzazione neoliberista e austerità, accompagnata dall’abbandono della difesa materiale della classe lavoratrice da parte della sinistra tradizionale. In questo vuoto, l’ingegneria discorsiva della IA agentica ricodifica il proletariato in senso etnico come «white working class» (classe lavoratrice bianca autoctona), deviando il conflitto verticale contro il capitale verso una guerra orizzontale contro migranti e richiedenti asilo. Il dispositivo tecnico di aggancio: Per saldarsi al malessere popolare, gli operatori utilizzano profili fittizi (sock puppets) e avatar IA che mimano i codici linguistici ed emotivi della gente comune («populismo epistemologico»), sfruttando gli algoritmi di raccomandazione di TikTok, X, YouTube e Telegram. Questo meccanismo produce una «fascistizzazione post-organizzativa» che colpisce selettivamente i soggetti più fragili: come documentato dall’ESRC (Vulnerability and Policing Futures Research Centre), giovani maschi isolati o con difficoltà di attenzione e concentrazione risultano strutturalmente più esposti alla cattura in bolle di filtraggio (filter bubbles) xenofobe. La prova forense dell’eterodirezione a Belfast: La natura ibrida ed eterodiretta del fenomeno è certificata dalla triangolazione investigativa tra analisi ideologica, rapporti sindacali/civici (CAJ, UNISON, Rabble Cooperative) e analisi forense dei dati di rete. Durante i disordini dell’agosto 2024 seguiti all’attacco di Southport, il canale Telegram «Southport Wake Up» è balzato da 44 a oltre 15.000 iscritti in poche ore; il 3 agosto 2024 i tracciati hanno registrato l’ingresso simultaneo di centinaia di account con nomi in caratteri cinesi, prova inconfutabile dell’acquisto di bot farm commerciali per gonfiare artificialmente le metriche di popolarità, generare un aumento del 327% nell’attività dei gruppi di estrema destra e trascinare la folla reale nei pogrom del 4 agosto a Belfast, Middlesbrough e Rotherham. Lo stesso schema di amplificazione coordinata si è ripetuto l’8 giugno 2026 a North Belfast dopo l’accoltellamento di Stephen Ogilvie. A Belfast siamo stati dunque in presenza di una vera dinamica di guerra ibrida: una regia organizzata precede la piazza, acquista potenza computazionale transnazionale per simulare un consenso maggioritario, si aggancia alla decomposizione sociale post-industriale e indirizza la folla verso un bersaglio etnico prestabilito. 2. Di fronte alla guerriglia urbana esplosa nel centro di Milano sabato 17 e domenica 18 ottobre 2026, il governo italiano ha tentato di applicare meccanicamente il paradigma dello scontro geopolitico occulto. Intervenendo il 20 ottobre 2026 al secondo Forum sul procurement della Difesa (come riportato da Il Sole 24 Ore e dalle principali testate nazionali), il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che «i fatti di Milano sono frutto della guerra ibrida», definendoli il risultato «di azioni che qualcuno sta portando nelle nostre nazioni con strumenti non convenzionali». Secondo il ministro, i giovanissimi scesi in piazza subirebbero una «controeducazione sui social» orchestrata da potenze straniere: «La mia più grande preoccupazione oggi è la capacità che ormai hanno alcune nazioni, dopo aver studiato con gli algoritmi le menti dei nostri giovani, di conoscerli molto meglio di noi e di influenzarli». A supporto di tale tesi, gli apparati di sicurezza hanno indicato la presenza, sotto i video degli scontri, di singoli commenti generati da profili automatici (come un account denominato .dima.1.3.1.2. corredato da bandiera russa). Una analisi simile, presentata clamorosamente senza una prova, l’ha pubblicata il Financial Times a proposito delle proteste in Francia: secondo il quotidiano finanziario, si tratterebbe di proteste stimolate da una “guerra ibrida” proveniente dalla Russia, dall’Iran e addirittura dall’Algeria. Nel nostro caso, al vaglio del metodo investigativo socio-tecnico, l’analisi del ministro Crosetto si rivela un’evidente fallacia categoriale e un alibi ideologico. Confondere il rumore parassitario post-hoc — il fatto fisiologico che reti di bot internazionali commentino qualsiasi hashtag di tendenza dopo che un evento è già deflagrato — con la causa genetica e l’organizzazione di una rivolta significa scambiare lo sciacallaggio acustico con la direzione strategica. Milano non è Belfast: l’analisi empirica e forense delle giornate del 17 e 18 ottobre dimostra l’assenza totale di bot farm d’innesco, di una regia straniera e di quella pianificazione top-down che definisce la guerra ibrida. Lo stesso ministro dell’interno, Piantedosi, ha successivamente smorzato le parole di Crosetto ma, va evidenziato, l’hype sulla guerra ibrida contro l’Italia, dopo Milano, ne esce fortemente rafforzato. 2.1 L’insorgenza milanese – preceduta nelle settimane precedenti da improvvisi raduni giovanili nel nord Italia e venerdì 16 ottobre da un corteo studentesco di 5.000 persone a Milano – si è innescata sabato 17 ottobre a margine della manifestazione nazionale contro il carovita promossa dalla rete apartitica «Italia in Piazza» (5.000 partecipanti a Milano, 3.000 a Torino, 2.000 a Bologna, 800 a Bergamo, 600 a Brescia). A Milano il corteo pacifico è stato rapidamente scavalcato da sciami fluidi di giovanissimi a volto coperto che, dopo i primi lanci di bottiglie in via Broletto e via Mazzini, hanno trasformato Piazza Duomo, via Torino, Corso Vittorio Emanuele II e Piazza San Babila in un campo di battaglia con tattiche hit-and-run (attacco e ritirata rapida), erigendo barricate infuocate con materiali di cantiere, distruggendo una gazzella dei Carabinieri e assaltando a colpi di mazza il negozio Foot Locker in Galleria Passarella per prelevare calzature e abbigliamento. Domenica 18 ottobre, senza alcuna convocazione ufficiale, la rivolta si è replicata tra il Duomo, via Dante, Largo Cairoli, il Castello Sforzesco, Piazzale Cadorna e via Piatti, culminando nella devastazione di dehors, pensiline, una libreria, un bancomat e nel saccheggio di un supermercato Carrefour. I numeri fanno sorridere se si pensa alla tesi del complotto internazionale: su 271 persone accompagnate in Questura (a fronte di oltre mezzo milione di euro di danni stimati da Confcommercio e tra i 15 e i 104 agenti refertati), 220 sono minorenni (l’81,2%), spesso sotto i 15 anni e fino a dodicenni, quasi tutti incensurati, con 60 ragazzi stranieri e una composizione mista di giovani italiani figli di nativi e seconde generazioni. Per 45 arrestati (34 minori e 11 maggiorenni nati tra il 2007 e il 2008), la Procura di Milano (diretta da Marcello Viola con il pm Giovanna Cavalleri) e la Procura per i minorenni hanno chiesto la custodia cautelare a San Vittore e al Beccaria per resistenza pluriaggravata e per il reato di devastazione e saccheggio. Se l’intelligence preventiva ha fallito, non è stato a causa di una centrale spionistica estera, ma perché i modelli classici di ordine pubblico – abituati a negoziare percorsi e limiti con referenti di partiti, sindacati o centri sociali – sono andati in tilt di fronte a una mobilitazione acefala: centinaia di adolescenti sono scesi dai quartieri periferici e dalla provincia a gruppi di due o tre, senza bandiere, striscioni o abiti militanti, confondendosi con i coetanei dello shopping del sabato e scegliendo bersagli casuali in tempo reale, mentre l’età giovanissima dei partecipanti frenava i comandi di polizia dall’ordinare cariche ad alto impatto fisico. 2.2 Lungi dall’essere stata eterodiretta da potenze straniere ostili, la propagazione digitale milanese si è sviluppata attraverso tre livelli interamente bottom-up, segnati dal collasso immediato degli organizzatori iniziali, Mentre nell’astroturfing britannico la tecnologia opera lungo una catena verticale a quattro stadi che parte da salda una regia politica ed economica occulta, attraversa l’impiego di bot farm e sock puppets, costruisce un’intimità algoritmica volta a individuare capri espiatori etnici e culmina nel pogrom xenofobo, nei riot milanesi la propagazione comunicativa si è articolata attraverso tre distinti passaggi socio-tecnici dal basso, caratterizzati, al contrario di Belfast, da una progressiva perdita di controllo da parte dei promotori iniziali e da una riappropriazione orizzontale dei codici del conflitto: L’infrastrutturazione civica amatoriale (Italia in Piazza): La rete che ha convocato la protesta sul carovita è stata creata in soli 13 giorni dal ventunenne Louis e dall’amministratore delle chat «Andrea» usando strumenti gratuiti e no-code (una Web App generata con la piattaforma IA Lovable). I canali social avevano numeri irrisori, incompatibili , a differenza del caso Belfast, con qualsiasi spinta di bot farm: meno di 3.000 follower su Instagram (@italiainpiazza17) e meno di 700 su TikTok, con un gruppo Telegram di circa 4.000 iscritti diviso per regioni. La prova regina dell’assenza di una regia violenta è la spaccatura esplosa nella chat generale della rete che aveva organizzato la protesta la sera del 17 ottobre: mentre la maggioranza condannava i saccheggi («Spaccare tutto non è coscienza politica, è rabbia senza direzione») e una minoranza li rivendicava, gli amministratori hanno sconfessato gli scontri cacciando i “violenti” dal canale («La violenza e gli scontri non sono il motivo per cui sposiamo la causa quindi uscite pure»). Il contagio mimetico laterale e la semantica dell’«esproprio»: I migliaia di adolescenti giunti in Duomo non sono stati reclutati da Italia in Piazza, ma da un passaparola orizzontale transitato su gruppi Telegram preesistenti dedicati a musica trap, calcio e moda. Durante gli scontri, sono i Reel di Instagram e i feed di TikTok hanno agito da moltiplicatori mimetici in tempo reale: i ragazzi si sono filmati durante gli assalti convocando per emulazione la replica di domenica 18 ottobre («Ci vediamo in Duomo»). Ed è qui che il gesto acquisisce una propria grammatica politica dal basso: diventa virale il video in cui i giovanissimi consegnano a un senzatetto le felpe appena sottratte ai negozi del centro, rivendicando l’azione con le scritte «Si chiama esproprio proletario» ed «Esproprio proletario a Milano». La codificazione tattica post-hoc (Movimento 17 ottobre): Solo tra il 18 e il 19 ottobre, dopo l’esaurimento della rivolta spontanea (e mentre un centro sociale attivava un hub legale per i fermati), compare su Instagram e Telegram la sigla Movimento 17 ottobre (circa 250 iscritti al 19 ottobre), che tenta di dare continuità politica al tumulto con slogan generazionali e antifascisti («I violenti siete voi che ci avete negato il futuro, ora quel futuro ce lo prendiamo», «Gli unici stranieri i fascisti nei quartieri»), lanciando la «Mobilitazione permanente ogni sabato» alle ore 15:00 in otto città (Milano, Bologna, Torino, Roma, Firenze, Padova, Bari, Genova) e diffondendo manuali di autodifesa di piazza per principianti («Safer in the street») e vecchi testi d’azione diretta («Ricette per il caos», 2004). Nella guerra ibrida di Belfast la struttura di comando precede e fabbrica la piazza; a Milano la struttura militante tenta di nascere a posteriori nel tentativo di attrarre uno sciame giovanile già esploso da sé. 3. Se l’impianto categoriale del ministro Crosetto cade sul piano dell’evidenza empirica, esso svela tuttavia una verità rovesciata. A Milano una guerra ibrida è effettivamente in corso, ma non è condotta dalle  “potenze straniere contro l’Occidente”: è una guerra ibrida interna, strutturale e multidimensionale, condotta dal modello metropolitano neoliberista e dagli apparati dello Stato contro i settori più giovani e subalterni della propria popolazione. Una guerra condotta per rafforzare e legittimare ruoli, poteri, gerarchie politiche e sociali esistenti messe in discussione dalla crisi e dal caos generato dalle guerre, quelle vere, e dall’incedere della nuova rivoluzione industriale. Una guerra ibrida interna, condotta come strumento di sopravvivenza di un ceto politico-istituzionale,  che opera combinando tre armamenti non convenzionali contro le periferie (Corvetto, San Siro, Bovisa e i comuni dell’hinterland): l’arma materiale dell’impoverimento e dell’esclusione abitativa; l’arma cognitiva e simbolica della stigmatizzazione mediatica; e l’arma securitaria del confinamento poliziesco e penale. 3.1 Quello di Crosetto non è un repertorio nuovo. L’uso del concetto di guerra ibrida del ministro della difesa si intreccia con le categorie della  sociologia comparata della marginalità avanzata (Urban Outcasts, 2008; Punishing the Poor, 2009), con cui Loïc Wacquant illustra i quattro pilastri con cui la metropoli contemporanea conduce questa guerra asimmetrica contro i poveri: Lo stigma territoriale e simbolico: la costruzione mediatica degli abitanti delle periferie come corpi estranei, moralmente degenerati e pericolosi. Il vincolo materiale (constraint): la compressione brutale dei salari, la precarietà e l’erosione del potere d’acquisto a vantaggio delle élite urbane. Il confinamento (confinement): la gestione puramente poliziesca e penale della povertà. L’incapsulamento (encasement): l’isolamento dei giovani subalterni in una «prigione sociale» separata dalla città vetrina del lusso. A Milano, il dispositivo di guerra cognitiva interna si è cristallizzato a partire dal 2022 nell’etichetta classista e razzializzante di «maranza»: un marchio  applicato a una subcultura giovanile neo-proletaria riconoscibile per codici estetici precisi (tute in acetato, felpe nere, scarpe Nike TN, musica trap, drill e dembow di artisti come l’italo-marocchino Baby Gang) che, come ben notato da Anna Curcio, esprime la reazione di una generazione cresciuta dentro la crisi e le disuguaglianze. Attraverso i raduni del sabato pomeriggio tra stazione Garibaldi, Corso Como, CityLife e Piazza Duomo, questa «identità-combinazione» rompe fisicamente l’incapsulamento periferico per invadere il centro storico. 3.2 Il rilievo etnografico di come i riot di Milano siano la risposta dal basso a questa guerra interna – e rappresentino l’esatto opposto dell’astroturfing britannico – è consegnata dalla testimonianza di Manuel su fanpage.it, ventunenne fermato dalla polizia domenica 18 ottobre in Piazza Duomo: La materialità della fame contro la protesta d’élite: Manuel, che vive solo in condizioni di grave emarginazione, lavora in nero, ha il padre detenuto nel carcere di Pavia e si sente totalmente abbandonato dallo Stato, traccia un solco di classe netto persino rispetto agli studenti universitari che a suo dire «protestano per moda»: i ragazzi dei quartieri scendono in piazza per stretta sopravvivenza contro la disoccupazione e il rincaro insostenibile di cibo, bollette e benzina. La violenza come risposta alla cancellazione simbolica: Stigmatizzati per la felpa nera ed etichettati come «maranza», questi giovani vengono sistematicamente ignorati quando provano a parlare: ricorrono al «fare casino» perché dice Manuel «la violenza è la nostra voce, l’unica che viene ascoltata» da uno Stato che si accorge della loro esistenza solo quando vanno in frantumi le vetrine del centro. La ricomposizione trans-etnica contro il razzismo di Stato: Mentre la guerra ibrida dell’astroturfing britannico fabbrica il mito della white working class per aizzare i proletari bianchi contro gli immigrati, la guerra interna subita dalle periferie milanesi genera una solidarietà orizzontale trans-etnica. Nelle barricate di Milano giovani italiani poveri e ragazzi di seconda generazione combattono fianco a fianco: Manuel, italiano, dichiara di sentirsi molto più vicino ai coetanei arabi o africani che agli italiani «medi», di cui rifiuta il razzismo e la chiusura mentale, poiché ciò che lo lega ai ragazzi stranieri è «la fame, la condizione economica e l’istinto di sopravvivenza» di fronte a un unico avversario verticale: lo Stato 4. L’intreccio tra la guerra sociale interna condotta contro le periferie e le pratiche messe in campo dai giovanissimi a Milano il 17 e 18 ottobre trova una precisa formalizzazione nell’antropologia politica contemporanea. 4.1 Alain Bertho (Le temps des émeutes, 2009; Les enfants du chaos, 2016), sostiene che il riot contemporaneo sorge sulle macerie della rappresentanza politica tradizionale: «la violenza contro le proprietà, e persino contro le persone, emerge quando ci sono cose che gli individui vogliono dire e non possono più dire, non perché manchino loro le parole, ma perché non hanno più nessuno con cui parlare». Liquidando ogni corpo intermedio e riducendo il rapporto con le periferie a una questione di polizia – come riportato da Didier Fassin (Enforcing Order, 2013) a proposito del profiling etnico e subculturale quotidiano nelle stazioni ferroviarie e metropolitane –, lo Stato finisce, paradossalmente ma non troppo per chi conosce le piazze, per trasformare i reparti mobili schierati in Piazza Duomo nel detonatore immediato della rabbia accumulata («Tutto il mondo detesta la polizia»). Dentro questo scontro, i saccheggi di Milano ci riportano a Joshua Clover sullo storico spostamento del conflitto dalla sfera della produzione (lo sciopero in fabbrica) alla sfera della circolazione e della riproduzione (la piazza e l’esproprio della merce). L’assalto simultaneo al supermercato Carrefour e alla boutique Foot Locker risponde alla doppia tenaglia della guerra interna subita dai giovani proletari: Il saccheggio alimentare del supermercato finisce per colpire simbolicamente il nodo della sussistenza materiale negata dall’inflazione. L’assalto a Foot Locker – tempio delle sneakers che rappresentano il principale simbolo di status dell’estetica di periferia – costituisce una riappropriazione violenta della cittadinanza simbolica: bombardati da un’economia che misura la dignità umana attraverso il possesso di merci griffate ma esclusi dal reddito per acquistarle, gli adolescenti infrangono la vetrina del centro e risemantizzano il gesto sui social media usando la categoria storica del movimento operaio: «esproprio proletario». 4.2 Collocando Milano nella sequenza storica delle rivolte urbane degli ultimi vent’anni (dalle banlieues francesi del 2005 a Londra 2011, Stoccolma 2013, Gilets Jaunes 2018, fino alle proteste del settembre-ottobre 2026 in Francia, Albania e Italia), emerge un “ciclo dei riot” in quattro fasi oggi profondamente accelerato dagli smartphone: Latenza e compressione periferica (Wacquant): Accumulo silenzioso di esclusione economica, lavoro povero e stigmatizzazione territoriale («maranza»), rielaborati in aggregazioni sociali trans-etniche. Innesco e sincronizzazione laterale: es. una convocazione pacifica (Italia in Piazza) offre l’occasione spazio-temporale; le piattaforme no-code (Lovable) e le chat subculturali su Telegram e TikTok comprimono a pochi giorni i tempi di mobilitazione fuori dai radar della Questura. Deflagrazione performativa e récits-images (Bertho/Clover): lo sciame invade il centro, ingaggia la polizia, pratica l’esproprio delle merci e produce video amatoriali (récits-images) che sottraggono allo Stato il monopolio del racconto, innescando per contagio mimetico la replica del giorno seguente. Guerra asimmetrica penale e codificazione carsica (Fassin): invece di intervenire sulle radici sociali della crisi, lo Stato risponde alzando il livello della propria guerra interna: 271 fermi, 45 arresti con l’imputazione sproporzionata di devastazione e saccheggio (fino a 15 anni di reclusione) applicata in massa a ragazzini incensurati, convocazione d’urgenza del Consiglio dei Ministri per inasprire le norme penali sui minori e invio di 500 militari a presidiare la metropoli. Questa stretta alimenta da un lato il tentativo di avanguardie militanti (Movimento 17 ottobre) di calendarizzare lo scontro («ogni sabato alle 15» in otto città) – esponendosi tuttavia al paradosso tattico di restituire alla polizia quella prevedibilità che aveva reso imprendibile lo sciame spontaneo – e, dall’altro, approfondisce l’odio sociale nelle periferie preparando la deflagrazione successiva. L’evoluzione tecnologica agisce dunque al centro di questo modello come un moltiplicatore di frequenza del ciclo. Come osservato da Bertho analizzando il passaggio storico dalle rivolte del 2005-2014 (in cui i partecipanti agivano senza aspettarsi alcuna vittoria politica, certi della sconfitta in un’esplosione isolata) alle mobilitazioni più recenti (come i Gilets Jaunes), la disponibilità di infrastrutture comunicative istantanee spinge oggi i soggetti a tentare la calendarizzazione permanente del riot. L’accostamento superficiale tra i disordini xenofobi britannici di Southport e Belfast (2024-2026) e i riot milanesi del 17-18 ottobre 2026 — spesso assimilati nel commento giornalistico corrente come mere manifestazioni del “caos generato dai social network” — costituisce una fallacia analitica. L’applicazione del dispositivo socio-tecnico isolato nell’articolo di Codice Rosso di giugno dimostra che l’astroturfing è un’operazione di ingegneria egemonica top-down che impiega bot farm commerciali, sock puppets e populismo epistemologico per orientare il disagio materiale verso una guerra orizzontale tra subalterni lungo linee razziali. I fatti di Milano rappresentano, all’opposto, un’eruzione bottom-up in cui la marginalità avanzata delle periferie utilizza le affordance algoritmiche di TikTok e Telegram per sincronizzare una rivolta verticale contro lo Stato e i simboli dell’esclusione consumistica, unificando nella medesima prassi di piazza giovani italiani proletarizzati e seconde generazioni. In secondo luogo, si evidenzia la necessità di distinguere sul piano sociologico tra due forme antitetiche di radicalizzazione mediata dagli algoritmi. La radicalizzazione cognitivo-ideologica, tipica dell’astroturfing e dell’estrema destra post-organizzativa, opera per cattura e isolamento dell’individuo vulnerabile all’interno di bolle di filtraggio cospirative che fabbricano artificialmente un nemico etnico. La radicalizzazione performativo-mimetica, osservata nelle subculture giovanili delle periferie italiane , opera invece per aggregazione di sciame, contagio estetico su reti di pari e produzione di récits-images attraverso cui soggetti privi di rappresentanza politica conquistano con la forza una visibilità pubblica altrimenti negata. Il confronto tra i pogrom di Belfast e gli espropri di Milano permette così di trarre almeno tre conclusioni La funzione essenziale dell’innesto nella guerra ibrida: la guerra ibrida esterna o eterodiretta (modello Belfast) non è una formula magica onnipotente; essa funziona solo quando un apparato computazionale top-down (bot farm, sock puppets) riesce ad agganciarsi a un malessere sociale reale, razzializzandolo e deviandolo verso una guerra orizzontale tra poveri. Il falso bersaglio del ministro Crosetto: evocare la «guerra ibrida» straniera e la «controeducazione» algoritmica di nazioni ostili per spiegare la rivolta dei quindicenni milanesi non ha alcun fondamento scientifico né forense. Serve unicamente come dispositivo di rimozione politica: consente al governo di negare la natura endogena e materiale della rabbia giovanile, trasformando una questione sociale generata dal carovita e dalla marginalità periferica in una guerra ibrida permanente contro fasce della propria popolazione. Dalla guerra ibrida interna alla ricomposizione sociale: la vera guerra non convenzionale che attraversa le metropoli italiane è quella condotta dall’alto contro una generazione privata di futuro, confinata nel lavoro nero, denigrata nei media come «maranza» e colpita con pene carcerarie esemplari quando osa violare il santuario dei consumi del centro storico. Eppure, proprio dentro questa faglia, i fatti di Milano mostrano un elemento che disarticola alla radice i progetti reazionari di astroturfing: la nascita spontanea, nelle periferie, di una solidarietà materiale trans-etnica tra giovani italiani poveri e seconde generazioni. Sopravvalutare questi fatti è stupido, sottovalutarli pure. per Codice Rosso, nlp 
Torino: dal 17 ottobre al 24 la mobilitazione contro guerra e carovita continua
Riprendiamo due contributi da Radio Blackout per restituire alcune voci della piazza del 17 ottobre a Torino contro il carovita e la guerra e il rilancio al corteo di sabato 24 ottobre da parte del gruppo Italiainpiazza17. Alcune voci dalla piazza torinese del 17 ottobre Il 17 ottobre la mobilitazione torinese contro il carovita si è rivelata essere una piazza molto giovane, in aperta continuità con la mobilitazione studentesca del giorno prima e le occupazioni in corso.  Per molti e molte studentx e giovani lavoratorx, queste sono le prime grosse mobilitazioni a cui partecipano. Questo contributo non pretende essere rappresentativo della composizione della mobilitazione, ma fornisce alcuni spunti rispetto a chi si affaccia per la prima volta. In particolare, emerge dalla voce giovanile un legame chiaro tra carovita, guerra e attacchi ai propri diritti, sentito materialmente nella propria vita e in quella dei genitori. Torino: sabato 24 ottobre di nuovo in piazza contro riarmo, guerra e carovita Sabato 24 ottobre alle ore 15 in piazza Castello partirà una manifestazione che si collega con le piazze dello scorso weekend contro carovita e riarmo.  L’appuntamento viene chiamato sotto lo slogan “Noi la guerra non la paghiamo”, grazie alle proteste di queste settimane l’obiettivo sarà quello di unire le istanze con particolare attenzione anche alla grande mobilitazione degli agricoltori e autotrasportatori che sta avvenendo al Sud.  Ne parliamo con un membro di Italiainpiazza17 per il nodo di Torino
Crisi agroalimentare: i risicoltori lottano contro la speculazione energetica e gli aumenti dei costi di produzione
Abbiamo raccontato in più di un’occasione le vicende di Andrea (qui e qui) che da ormai quattro anni  difende i suoi terreni dal progetto di una stazione elettrica di connessione al servizio di una serie di parchi di agro-fotovoltaico previsti nel territorio di Carisio (Vercelli). Una vicenda d’interesse anche perché ben esemplificativa di come funzioni la transizione energetica oggi e con l’attuale modello di sviluppo. Recentemente la Valutazione di Impatto Ambientale ha bocciato uno dei progetti di agrivoltaico che giustificherebbe la presenza della stazione, un progetto proposto da Ecoenergy, che ricordiamo essere azienda israeliana con documentati legami nei territori occupati. Abbiamo quindi chiamato brevemente Andrea per capire quanto si possa parlare di vittoria, quanto possa considerarsi chiusa questa storia e/o cosa aspettarsi prossimamente. Riportiamo di seguito le sue considerazioni, anche di carattere strategico sul tipo di lotte che si danno nelle attuali condizioni. Aggiungiamo in conclusione un video di Andrea che riporta le rivendicazioni dei risicoltori che hanno partecipato alla mobilitazione di questo 17 ottobre a Vercelli e che inserisce in un quadro più ampio di mobilitazione sul tema della crisi agricola. Confluenza: allora, Andrea, possiamo considerare questa storia felicemente conclusa, almeno per te? Andrea: siamo ben lontani dal metterci una pietra sopra. Sicuramente abbiamo raggiunto un risultato importante, un risultato di tutti. Dico tutti per non saltare nessuno, perché in tanti ci hanno messo veramente il loro, tra cui diversi enti. Un risultato che non è giunto nei modi in cui tutti speravano, ma su questo saranno fatte le debite considerazioni da altri che si sono occupati nello specifico di questi aspetti (ndr. Andrea fa riferimento alla mancata menzione, da parte degli enti preposti alla valutazione, dei legami del proponente con l’occupazione della Palestina). A che punto siamo: abbiamo tolto uno dei 20 potenziali impianti (ma saranno di più, saranno oltre 30) che vogliono collegarsi a casa mia. Ma uno dei più pericolosi, perché uno dei pochi pronto a farsi carico di  un esproprio per conto terzi per installare la stazione elettrica (ndr. conto terzi perché la realizzazione è in capo ad altri soggetti). Da alcuni documenti che ho letto e da quanto mi hanno raccontato della Conferenza dei servizi, sembra che dalla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale che è stata fatta emerga come l’area scelta per la stazione elettrica sia la meno idonea, e avrebbero pure sbagliato i conti. Ma avendo ormai alle spalle ben quattro anni di procedure, non la vorrebbero più cambiare: questa non mi sembra una motivazione ambientale corretta. Senza contare che bisognerebbe rivalutare tutto il sistema e il concetto di grandi parchi da fonti rinnovabili, perché, e questo è il mio punto di vista, si stanno facendo queste grandi opere finanziate tutte da multinazionali estere, che trasporteranno i finanziamenti del PNRR e i soldi con cui pagheremo la corrente all’estero. Forse c’è qualcosa di sbagliato in tutto questo, e forse stanno impoverendo l’Italia a scapito anche dell’ambiente. Confluenza: Quali saranno i prossimi passi per te? Aspettare che succeda qualcosa o hai in mente di muoverti in modo propositivo per anticipare eventuali e ulteriori problematiche? Andrea: Primo, con alcuni colleghi abbiamo inviato al Comune di Formigliana (ma verranno inviate anche ad altri comuni) istanze sui terreni in cui sostanzialmente si fa notare come il piano paesaggistico aveva già prescritto un aggiornamento del piano regolatore per la protezione dei terreni di pregio che ci cono qui. Noi siamo in area DOP e avrebbe dovuto essere scritto nel piano regolatore già dal 2019. Questa istanza io l’ho già inviata, quindi i miei terreni da oggi è come se fossero iscritti anche al piano regolatore DOP. Anche se, come detto prima, lo erano già perché il piano paesaggistico regionale già lo prescriveva. Ora, al primo cambio di piano regolatore il Comune è obbligato a inserirli a sue spese perché oramai l’istanza è stata accettata. Questo è già un passo. Secondo, dobbiamo attendere la sentenza del Consiglio di Stato: noi siamo in udienza a dicembre per l’impianto Enfinity Global, che è una delle società proponenti. Confluenza: hai un commento sul fatto che intorno al tuo caso, ma non solo al tuo, si è attivata tutta una rete di associazioni, comitati, anche persone singole? Quanto è dirimente questo aspetto per questo genere di battaglie? Andrea: È importantissimo quello che sta capitando con le associazioni e con le persone, ma ci metto un “ma” che non deve togliere, ma aggiungere: è il classico uno più uno che non fa due, ma deve fare cinque. Se noi ci crogioliamo sul fatto che ci sono realtà che ci aiutano, rischiamo di non fare quello sforzo che ci è richiesto. Sapere che qualcuno mi aiuta non deve essere una scusa per non attivarmi. Per me questa è una cosa importantissima da dire, perché abbiamo questo brutto vizio del delegare ad altri, ed è un vizio che dobbiamo perdere. Intervistatore: Ritieni che il tuo caso possa rappresentare un metodo o una strategia replicabile? Andrea: Non penso. Se dovessi fare dieci volte la stessa cosa la farei dieci volte in modo diverso. Non sono capace di replicare sempre la stessa mossa, perché cambiano i parametri e l’esperienza, ed esprimo lì la mia creatività, ma soprattutto davanti a un sistema in cui ci si trova a fronteggiare delle multinazionali non si può pensare di creare un metodo standard o un protocollo che valga per tutti. Bisogna produrre una sorta di mossa caotica ma ordinata, in cui ci sono tante cose che funzionano, e tutte assieme, così da non poter essere impugnate tutte o bloccate. Ogni persona dovrebbe protegge il proprio territorio fin nel piccolo: io proteggo casa mia, ma così facendo proteggo anche il mio comune, perché al contempo ci si aiuta scambiandosi informazioni utili, si fanno in parte alcune mosse uguali, che poi ognuno è in grado di adattare alla propria esperienza e a se stesso. Su questo posso dirvi che dobbiamo imparare dalla biologia, dalle piante, dal mondo vegetale. Ma anche in quello animale vi è uno scambio di informazioni, scambio di aiuto e soprattutto utilizzo di molteplici sistemi, sostanze e metodi per risolvere lo stesso problema. Nel mondo vegetale la “medicina”, per usare un termine nostro, non consiste nell’uso di una singola sostanza pura, ma in un’azione sinergica di più sostanze e metodi (per esempio la vitamina C, che nella rosa canina, una delle sue fonti naturali, lavora potenziata da tanti altri elementi che sono invece scartati dalla sua sintesi in laboratorio che sta alla base del prodotto industriale di cui la maggior parte di noi si serve). Per questo che dico che bisogna utilizzare tutti i metodi che si hanno a disposizione, possibilmente nel modo più armonico possibile. Video pubblicato qui Di seguito ripubblichiamo la piattaforma apparsa su Risoitaliano LA PIATTAFORMA 1. ADOZIONE DI MANOVRE POLITICHE-ECONOMICHE VOLTE AL CONTENIMENTO DEGLI AUMENTI INGIUSTIFICATI DEI COSTI DEI FATTORI PRODUTTIVI Da tempo, ma in special modo nel corso dell’ultima annata agraria, abbiamo registrato un aumento vertiginoso dei prezzi di input fondamentali: carburanti, energia, fertilizzanti… Un “caos intelligente” regna sovrano nelle dinamiche internazionali aprendo la strada a speculazioni di ogni genere. Tutta la filiera è preda di questa tempesta economica e reclama a gran voce interventi efficaci e tempestivi dell’istituzioni. Pena la perdita progressiva di competitività foriera di insicurezza e crisi sociali. 2. IL CALO DELLE QUOTAZIONE DEI RISONI DELL’ULTIMA CAMPAGNA DI COMMERCIALIZZAZIONE SEMBRA DOVER PERDURARE! I LIVELLI MINIMI DEI LISTININ NON TROVANO RISCONTRO NRI PREZZI ALLO SCAFFALE… E ‘noto che, non solo in risicultura, all’agricoltore venga riconosciuta una quota marginale del valore aggiunto del proprio prodotto! Fare filiera è partecipare, insieme all’industria filiera, di una crescente quota di valore aggiunto che, diversamente, è gestito in modo egemonico dalla GDO. Le quotazioni si dimezzano ma i prezzi allo scaffale dei derivati di consumo rimangono invariati o addirittura aumentano. I consumatori devono conoscere per decidere! 3. ABOLIZIONE DEL VINCOLO DI UTILIZZO DI SEMENTI CERTIFICATE PER AVER ACCESSO ALL’AIUTO ACCOPPIATO-RISO Da tre anni l’azienda agricola ha l’obbligo di documentare l’acquisto di sementi certificate, entro i limiti minimi di legge, per poter ottenere l’erogazione dell’”aiuto accoppiato”. Questa iniqua regola ha causato l’incremento ingiustificato delle quotazioni dei risi da seme, sempre meno correlate con i listini dei risoni. 4. RIMODULAZIONE DELL’IMPOSTA SUL REDDITO DELLE IMPRESE AGRICOLE. Negli ultimi due anni il ritorno dell’imposizione dell’IRPEF-AGRICOLA ha coinciso con uno dei periodi più difficoltosi per la risicultura nazionale. Da parte del governo, ci attendiamo un impegno in merito, l’esazione dell’imposta fu interrotta nel 2016 a seguito di un periodo di crisi del settore, alleggerendo in modo significativo la funzione di costo aziendale e riavvicinando il mondo agricolo a quello istituzionale.
Agricoltori e autotrasportatori campani: i blocchi e presidi continuano
Come viene riportato da questo articolo su Altra Agricoltura, l’obiettivo della giornata di oggi per gli agricoltori campani era quello di portare la richiesta di dichiarazione dello stato di crisi all’attenzione della Regione: “I due Coordinamenti territoriali della Campania della Confederazione Sindacale Altragricoltura, quelli di Campania Nord (Caserta, Napoli e Benevento) e quelli di Campania Sud (Salerno e Avellino) si mobilitano con due prime manifestazioni contro la crisi da giovedì 22 ottobre con due obiettivi: reiterare la richiesta fin qui inascoltata al Governo Nazionale e al Parlamento di dichiarare lo Stato di Crisi delle piccole e medie imprese dell’agroalimentare e del diritto al cibo per adottare un pacchetto di emergenza che scongiuri la chiusura delle aziende e quello di avviare un confronto con la Regione per istruire la declaratoria sullo stato di crisi dell’agroalimentare della Campania da inviare al Governo e attivare misure urgenti e un tavolo di confronto partecipato sulla crisi”. Il governo intanto mostra il pugno duro, tramite identificazioni di massa ai blocchi in autostrada e procedimenti di indagine per verificare le supposizioni portate da Lollobrigida e Urso in merito a infiltrazioni mafiose nella protesta per screditarla. Nonostante questo i blocchi e i presidi vanno avanti e si allargano i settori coinvolti, come i panificatori e i pescatori. Oggi al vaglio del governo anche un decreto apposito.  Gli scaffali dei supermercati sono vuoti e inizia a scarseggiare il diesel alla pompa, l’appello che giunge dagli agricoltori campani è quello di unire le lotte da Sud a Nord e continuare a mobilitarsi.  Ne abbiamo parlato con Gabriele, agricoltore campano membro di Agricoltori Italiani da Radio Blackout
«No Data Center»: maxi scritta di Extinction Rebellion sull’edificio in cui dovrebbe sorgere il più grande data center d’Italia
Riceviamo e pubblichiamo il comunicato stampa di Extinction Rebellion Torino. 22 ottobre 2026, Moncalieri (Torino) – Extinction Rebellion ha realizzato delle enormi scritte “No Data Center” sullo stabilimento dismesso dell’ex Ilte e appeso uno striscione con la frase “Fermare l’ecocidio”. Una protesta per denunciare l’impatto ambientale, sanitario e sociale dei data center e di quello che potrebbe diventare il più grande impianto del Paese. «In un mondo che sta collassando, non c’è spazio per altre strutture ecocide» “No Data Center”. È l’enorme scritta realizzata da Extinction Rebellion sulla facciata dello stabilimento ex-Ilte di Moncalieri, alle porte di Torino, edificio al centro dell’iter per la realizzazione di quello che potrebbe diventare il più grande data center d’Italia. Accanto alla scritta principale, visibile anche dall’autostrada e da Moncalieri, una seconda scritta “Stop Tech Fascism” (Stop tecno-fascismo) è stata realizzata sulla facciata laterale e uno striscione srotolato su una terza facciata con scritto “Fermare l’ecocidio”. «Lasciamo qui questo messaggio affinché sia visibile ovunque e serva da monito a tutte le amministrazioni», spiega Extinction Rebellion. «Un data center di queste dimensioni ha impatti ambientali, sanitari e sociali pericolosissimi ed è incompatibile con qualsiasi obiettivo climatico. In un mondo che sta collassando e in cui il costo della vita sta soffocando la maggioranza della popolazione, non c’è spazio per investimenti miliardari per strutture ecocide». Al centro della protesta ci sono gli enormi consumi energetici e idrici dei data center, oltre ai possibili effetti sociali e sanitari. Un impianto come quello ipotizzato a Moncalieri, da 527 megawatt e 4,5 miliardi di euro, consumerebbe tanta energia quanto tutte le famiglie piemontesi. A ciò si aggiunge l’acqua necessaria a raffreddare i server, in una regione alle prese con una siccità cronica, che ad agosto ha avviato le procedure per chiedere lo stato di calamità naturale per l’emergenza idrica. Anche i refrigeranti identificati come soluzione al consumo d’acqua possono in realtà comportare rischi: molti contengono PFAS, le cosiddette «sostanze chimiche eterne», che si disperdono nell’ambiente e si accumulano nel corpo umano. Un problema che il Piemonte conosce bene: a Spinetta Marengo, nell’Alessandrino, la produzione di PFAS dello stabilimento Solvay ha già esposto gli abitanti alla contaminazione, e queste stesse sostanze sono state rilevate anche nell’acqua potabile di oltre 70 comuni del torinese. In ultimo, i data center sono diventati veri e propri bersagli militari strategici negli ultimi anni, trasformando le infrastrutture digitali e l’Intelligenza Artificiale in nuovi teatri di guerra. «Moltiplicare queste enormi infrastrutture è folle: significa aumentare la pressione sulle risorse naturali e la dipendenza dai combustibili fossili, proprio quando la crisi climatica impone di azzerare le emissioni e contenere i consumi», aggiunge Extinction Rebellion. Nel rapporto «Energy and AI» del 2025 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), la domanda dei maxi data center è infatti indicata come uno dei motori della crescita della produzione elettrica da gas e carbone fino alla fine del decennio. Lo stesso assessore regionale all’Ambiente, Matteo Marnati, ha ammesso che le rinnovabili non basteranno e ha annunciato che chiederà al governo di escludere i consumi dei data center dal calcolo degli obiettivi di decarbonizzazione. Durante un convegno all’Ordine degli Avvocati di Torino ha poi dichiarato che per alimentarli «è imprescindibile pensare all’energia nucleare». «Le scelte del governo e della Regione sono surreali: prima creano il problema, poi impongono una soluzione che ne genera un altro, ancora più grave, spacciandola per inevitabile», replica Extinction Rebellion. Il progetto del più grande data center di Italia ha già incontrato i primi ostacoli: a ottobre il sindaco di Moncalieri lo ha definito «non accoglibile», anche se il Comune ha tempo fino a fine mese per la decisione. Per questo la protesta è andata in scena proprio sullo stabilimento: mentre l’iter prosegue, la scritta resterà lì, visibile a tutti. Intanto i cittadini del posto hanno lanciato una raccolta firme per fermare il progetto. La richiesta di Extinction Rebellion è netta: fermare il maxi data center, bonificare l’area e restituirla alla comunità. «Al posto di altro cemento e di una nuova struttura energivora, si avvii un percorso partecipato per rinaturalizzare l’area o destinarla all’emergenza abitativa», conclude il movimento. Fonti: * Open: https://www.open.online/2026/10/05/data-center-moncalieri-proteste/  * Economia Circolare: https://economiacircolare.com/data-center-pfas-intelligenza-artificiale-rischi/  * Regione Piemonte: https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/siccita-avviate-procedure-per-richiesta-calamita-naturale  * La Via Libera: https://lavialibera.it/it-schede-1906-pfas_alla_solvay_di_alessandria_le_analisi_confermano_tracce_nel_sangue_dei_residenti  * Greenpeace: https://www.greenpeace.org/italy/rapporto/20898/pfas-in-piemonte-125-mila-persone-potrebbero-aver-bevuto-acqua-potabile-contaminata-da-una-sostanza-cancerogena/  * Il Post: https://www.ilpost.it/2026/05/03/guerra-data-center/  * Agenzia Internazionale dell’Energia: https://www.iea.org/reports/energy-and-ai * Il Manifesto: https://ilmanifesto.it/il-piemonte-mette-da-parte-la-decarbonizzazione-per-lindustria-dei-data-center * Il Fatto Quotidiano: https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/10/13/data-center-piemonte-nucleare-marnati-notizie/8537095/  * Rai: https://www.rainews.it/tgr/piemonte/articoli/2026/10/data-center-di-moncalieri-dal-comune-arriva-il-primo-no-e9b16266-eb12-41fa-8138-cdc702185c06.html 
Il 30 ottobre scendiamo in piazza uniti!
Il 30 ottobre sarà sciopero generale. Sarà una grande occasione per tornare in piazza, in tanti e tante, in tutte le piazze d’Italia per far sentire la voce di questo grande movimento che sta nascendo contro la guerra e il carovita. Grazie all’Unione Sindacale di Base ci sarà la possibilità per molti di poter scioperare e non entrare a lavoro e a scuola.  Gli studenti bloccano e occupano le scuole da settimane  scendendo in strada a migliaia.  A Milano, Torino, Bologna, Brescia e in tante altre città e paesi i giovani hanno travolto le strade con la propria vitalità, voglia di contare e farsi sentire. I giovani di questo paese stanno mostrando a tutti che per essere ascoltati bisogna essere visibili: bisogna destare clamore. Intanto, al Sud, gli autotrasportatori e gli agricoltori hanno bloccato le autostrade e i rifornimenti della grande distribuzione per difendere il loro lavoro e la loro dignità. Il 30 ottobre sarà l’occasione per unire queste lotte: generazioni diverse ma con gli stessi problemi e gli stessi nemici. Oggi, a mettersi in movimento, sono masse di persone in Francia, Spagna, Albania, Italia e questo fa tremare i potenti di ogni paese europeo e le élites che comandano l’Unione Europea. Tremano perchè dal basso arrivano richieste chiare: basta soldi per la guerra e il genocidio, basta alimentare la guerra in Ucraina, le risorse vadano per migliorare le condizioni di vita del popolo. Se il movimento avrà la forza di imporre queste richieste senza indietreggiare, l’intera architettura del loro potere può crollare. Anni di prese in giro verranno smascherate e soprattutto sarà possibile aprire un orizzonte collettivo in cui sapremo che dal basso si possono cambiare le cose.  Il Governo Meloni, risponde alle proteste con razzismo e polizia, cerca di isolare i giovani che hanno dimostrato forza e un profondo senso politico di cos’è la lotta. Il nostro compito collettivo deve essere quello  di contrastare i tentativi di isolare e perimetrare la parte più importante di questo movimento: occorre costruire legami e difendere tutti i modi di stare in piazza. Perché che sia un blocco, un esproprio, una stazione occupata, un trattore in autostrada o un semplice corteo tutto sta contribuendo a far sentire forte la voce di chi sta in basso. Invitiamo tutti e tutte a scendere in piazza il 30 ottobre, lasciando da parte le divisioni politiche tra organizzazioni e collettivi, la spontaneità delle piazze di queste settimane ci dimostra che l’unità e la forza sono già fra di noi. Organizziamoci insieme per bloccare tutta l’Italia. Blocchiamo i porti, le fabbriche, le autostrade, le scuole, le università. Obblighiamo il Governo, i politici, i padroni delle aziende, i presidi delle scuole, i rettori delle università a fare i conti con il popolo.  Contro il carovita di guerra! Contro il Governo Meloni! Blocchiamo Tutto.
Cerignola si ferma contro il carovita
Continuiamo a raccontare le proteste in corso nel sud Italia, questa volta a partire dall’esperienza di chi si è mobilitato in Puglia, in particolare a Cerignola. Agricoltori, auto trasportatori, lavoratori e studenti si sono uniti nelle piazze e, ci spiega Vincenzo Pinnelli, uno dei portavoce del movimento, continueranno a farlo. Da Radio Blackout Non sono ritenute risposte sufficienti le promesse di Salvini di ieri a Milano, al tavolo di negoziazione con gli auto trasportatori. Si aspetta il prossimo incontro e intanto la mobilitazione continua. Anche perché sul piano agricolo, le risposte arrivate finora sono ancora meno. Proseguono i blocchi degli auto trasportatori in Puglia, Calabria e Campania, e da ieri si estendono al centro Italia, in particolare Lazio e Molise. Le conseguenze materiali si sentono già: supermercati senza prodotti freschi in diverse di queste regioni e più in generale perdite economiche non indifferenti per il sistema. Insomma emerge forte chiaro la voce ma anche il potere di alcune delle categorie che il sistema della GDO prova ad invisibilizzare.
Viminale identifica i camnionisti per rimuovere i presidi. “Non ci fermiamo”, i blocchi a sud continuano
Contro il caro-carburanti Scaffali vuoti in Calabria, Basilicata, Campania (bloccata la A1) e in alcuni casi anche in Puglia e Sicilia; in queste 2 ultime Regioni solo alcune sigle sindacali hanno ritirato i blocchi mentre il governo, per bocca del ministro Urso, ha iniziato a identificare i camionisti “per rimuovere tutti i presidi nelle prossime ore”. I primi numeri del Viminale parlano di 1.339 identificati, 71 denunciati, 242 sanzionati sul piano amministrativo, oltre a disporre scorte di polizia per i tir non in blocco. Da Radio Onda d’Urto Per ora la situazione più estesa, a livello di mobilitazione resta quella in Calabria, dove sono fermi anche 870 panificatori, mentre gli aeroporti di Crotone e Reggio Calabria sono senza carburante; l’Enav avverte gli aerei in transito da Crotone e Reggio Calabria di “pianificare il rifornimento in precedenza e in quantità sufficiente per le tratte successive”. Le proteste, comunque, continuano e si aggiunge nelle ultime ore anche la mobilitazione dei pescatori. Una panoramica su quanto sta accadendo in Calabria con Peppe Marra, compagno di Reggio e direnge di Usb Calabria che sta seguendo le mobilitazioni. Non ha per ora quindi sortito troppi effetti quindi l’incontro di alcune sigle sindacali con Salvini, che ha annunciato lo stanziamento di 480 milioni agli autotrasportatori (soldi già stanziati in estate ma mai sbloccati) per far fronte al caro-carburante per il periodo da marzo a ottobre. “Sono arrivate 32mila domande e da oggi cominciano i pagamenti”, dice il leghista; a fargli da sponda c’è Coldiretti, da anni braccio agricolo della destra di governo, che ha annullato la manifestazione con i trattori fissata per domani a Napoli dopo la mancia di Salvini. Sempre a Napoli, però, da domani l’intera Università L’Orientale – il più grande ateneo del CentroSud – entra in didattica a distanza, a causa dei blocchi e della mancanza di carburante per raggiungere le aule. Da Napoli Raul del Si Cobas, lavoratore di un’azienda di logistica.
Scuola: mobilitazioni in tutta Italia, una dozzina le occupazioni a Firenze. Picchetto e occupazione al Porta Romana dopo l’aggressione di un custode
Continua a crescere la protesta nel mondo della scuola. Sono sempre più numerose quelle occupate contro il collasso della scuola pubblica, contro il dl Valditara e il tetto agli alunni di origine migrante nelle classi. Istituti occupati dagli studenti a Napoli, Bologna, Torino, Roma, Firenze e Cosenza. In altre scuole studenti e studentesse stanno dando vita a scioperi improvvisi e a macchia di leopardo. È successo a Legnano, nel Milanese, a Cesano Maderno (Monza-Brianza), a Iseo, in provincia di Brescia e a Trento, dove stamattina centinaia di studenti e studentesse stanno sfilando in corteo. Da Radio Onda d’Urto A Firenze dopo l’occupazione del liceo Gramsci avvenuta lunedi un gruppo di studenti e studentesse ha annunciato l’occupazione di diversi istituti cittadini, contestando le scelte del governo in materia di istruzione, spesa pubblica e politiche scolastiche. Nel comunicato diffuso dagli “Studentə Occupanti di Firenze” la mobilitazione viene presentata come una risposta a un sistema che, secondo i promotori, privilegia gli investimenti militari a discapito della scuola: “Come Studentə Occupanti di Firenze, abbiamo deciso di bloccare le nostre scuole in segno di protesta di fronte a un governo che prioritizza la guerra a discapito dell’istruzione”, si legge nel documento. Il documento è firmato dagli Studentə Occupanti dei licei Alberti-Dante, Castelnuovo, Da Vinci, Duca d’Aosta, Galileo-Michelangiolo, Machiavelli-Capponi, Meucci, Pascoli, Peano, Porta Romana e Rodolico, che indicano tra le principali contestazioni i finanziamenti destinati all’istruzione e le condizioni strutturali di numerosi edifici scolastici. Gli studenti richiamano i dati della Commissione europea, secondo i quali nel 2023 l’Italia si sarebbe collocata al terzultimo posto nell’Unione europea per investimenti nel settore, e denunciano tagli al sistema scolastico per circa 620 milioni di euro nel triennio 2026-2028, attribuiti alla Legge di Bilancio. Secondo i promotori della protesta, le conseguenze si riflettono direttamente sulla quotidianità degli studenti, sulla sicurezza e sulla qualità della formazione. Nel comunicato vengono elencati problemi come aule soggette ad allagamenti, materiali didattici insufficienti, infestazioni di insetti e roditori, presenza di muffe, impianti di riscaldamento e raffreddamento danneggiati e carenza di personale. Tra le criticità segnalate figurano anche la precarietà dei docenti, le barriere architettoniche che ostacolano l’accessibilità per le persone con disabilità e le condizioni di degrado di alcune strutture. Situazioni che, secondo gli occupanti, rendono necessario un intervento complessivo di manutenzione e messa in sicurezza degli istituti. Un altro punto centrale della mobilitazione riguarda la spesa militare. Gli studenti contestano l’aumento delle risorse destinate alla difesa, contrapponendolo alle difficoltà del sistema scolastico. Nel documento sostengono che, negli ultimi sei anni, la quota del Pil destinata alle spese militari sia passata dall’1,4% del 2020 al 2,5%. Il comunicato contiene inoltre una dura critica alla politica estera italiana e al sostegno del governo alle operazioni militari, con riferimenti agli Stati Uniti e a Israele. Gli occupanti chiedono di ridurre i fondi destinati al riarmo e di aumentare, al contrario, le risorse per l’istruzione. La protesta non si limita esclusivamente agli aspetti economici. Nel mirino degli studenti ci sono anche le misure che riguardano la composizione delle classi e l’educazione sessuo-affettiva. Il documento critica il limite al numero di studenti stranieri nelle classi e il Ddl Valditara, contestato per le disposizioni relative all’educazione sessuale e affettiva nelle scuole. Gli occupanti sollevano anche il tema della sicurezza nei percorsi di formazione scuola-lavoro, un tempo denominati PCTO. Nel comunicato si afferma che, negli ultimi tre anni, 33 ragazzi e ragazze avrebbero perso la vita durante queste esperienze. Per gli studenti, si tratta di un ulteriore elemento che mette in discussione il rapporto tra scuola, lavoro e tutela dei giovani. La richiesta è di abolire gli attuali percorsi, indicati nel documento con la sigla FSL, considerati dagli occupanti una forma di lavoro non retribuito e potenzialmente rischioso. I promotori denunciano inoltre l’utilizzo degli spazi scolastici per iniziative che giudicano riconducibili a propaganda fascista e razzista, chiedendo che gli istituti siano luoghi di inclusione, uguaglianza e confronto. La mobilitazione, spiegano i firmatari, vuole inserirsi in un movimento di protesta più ampio, nazionale e internazionale, dando voce anche agli istituti che non dispongono delle risorse necessarie per partecipare alle iniziative. Tra le richieste avanzate figurano l’aumento della spesa pubblica per l’istruzione, la messa in sicurezza e la manutenzione degli edifici scolastici, la disponibilità di spazi per gli studenti dentro e fuori dagli istituti e maggiori sostegni economici alle famiglie in difficoltà con l’acquisto dei materiali didattici e il pagamento delle uscite scolastiche. Gli occupanti chiedono inoltre un taglio ai finanziamenti per il riarmo, il divieto di ingresso nelle aule per le forze armate e di polizia, l’abolizione delle misure che introducono limiti alla presenza di studenti stranieri nelle classi, progetti di educazione sessuo-affettiva affidati a esperti e la cancellazione dei percorsi di formazione scuola-lavoro. La conclusione del comunicato ribadisce la volontà di proseguire la mobilitazione fino al raggiungimento degli obiettivi indicati: “Non vogliamo essere spettatori del nostro futuro. Organizziamoci, lottiamo, riprendiamoci la scuola!”. Il punto con Oscar compagno fiorentino che segue le mobilitazioni nelle scuole Anche il Liceo Artistico di Porta Romana si aggiunge alla lista dei licei fiorentini occupati. Dopo il tentativo di occupazione avviato nella notte tra il 19 e il 20 ottobre, terminato con uno sgombero lampo e pesanti polemiche, un’assemblea straordinaria di stamani si è conclusa con la decisione di procedere all’occupazione dell’Isa. L’assemblea, indetta da studenti e studentesse per chiarire quello che già attraverso una nota ufficiale il collettivo degli studenti aveva spiegato, è servita a ricostruire la propria versione dei fatti, in risposta alle dichiarazioni della preside e denunciando presunte aggressioni fisiche subite durante i concitati momenti della protesta. Il momento più critico del blitz si sarebbe consumato intorno alle quattro e mezzo del mattino, in concomitanza con l’arrivo della dirigente scolastica, del personale ATA e dei Carabinieri. Gli studenti descrivono un clima di forte contrapposizione fisica all’interno dei corridoi, sostenendo che un custode avrebbe aggredito alle spalle uno studente nel tentativo di strappargli il passamontagna. Nel tragitto verso la palestra, secondo il racconto dei giovani, si sarebbero verificati spintoni, capelli tirati e persino calci da dietro per far cadere i ragazzi in fuga, prima che questi riuscissero a barricarsi dietro una porta per frenare la furia del dipendente. Il comunicato lamenta poi la totale chiusura da parte delle autorità e della presidenza rispetto a qualsiasi forma di mediazione. La dirigente si sarebbe rifiutata di leggere il documento politico dell’occupazione, redatto in coordinamento con gli altri licei cittadini già mobilitati. Secondo la nota studentesca, a porre fine alla protesta è stato un ultimatum di tre minuti prospettato dalla dirigenza prima del massiccio intervento della DIGOS, accompagnato da avvertimenti di possibili denunce e ripercussioni legali. Di fronte alla prospettiva dello sgombero forzato, gli occupanti avevano preferito allontanarsi dall’edificio. In conclusione della nota, i giovani rivendicano la matrice interamente politica del loro gesto. L’azione di Porta Romana viene inserita in una mobilitazione nazionale più ampia che contesta la povertà, le morti sul lavoro e il taglio di seicento milioni di euro alla scuola pubblica a favore delle spese belliche, definendo queste ultime le vere piaghe sistemiche contro cui è necessario continuare a lottare. Ci siamo collegati con alcune studentesse del Collettivo Capre durante il picchetto di questa mattina
La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale
Riprendiamo questo importante contributo di nlp apparso su Codice Rosso. Buona Lettura! I poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della  fine del Settecento. E una rivoluzione industriale non è un semplice avvicendamento di macchinari, ma costituisce – per usare la celebre categoria antropologica di Marcel Mauss – un “fatto sociale totale” che sconvolge simultaneamente le basi materiali, giuridiche, spaziali e psichiche attraverso le quali una società si riproduce. Come l’avvento della macchina a vapore e del telaio meccanico recintò i beni comuni, produsse lo sradicamento violento di interi ceti sociali e produttivi, ridisegnò radicalmente il piano urbanistico facendo sorgere dal nulla le metropoli operaie e piegò i corpi a una disciplina di fabbrica senza precedenti, così l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica sta ristrutturando la morfologia del mondo contemporaneo. Anche oggi assistiamo allo smantellamento di intere stratificazioni professionali e intellettuali, accompagnato da una profonda mutazione urbanistica e territoriale: la geografia dei territori viene ridisegnata dall’espansione di giganteschi data center  idrovori ed energivori, dalla proliferazione di hub logistici automatizzati, dallo svuotamento o dalla gentrificazione dei centri storici indotti dal lavoro cognitivo da remoto e dalla messa a valore di ogni centimetro dello spazio urbano attraverso piattaforme di consegna e sorveglianza predittiva. Tutto ciò si salda alla crescita di inedite masse di sapere che, superando di gran lunga i muri dell’officina tradizionale, governano l’accelerazione dei comportamenti, i tempi di vita e le abitudini cognitive sull’intera scala biopolitica. Per comprendere l’origine di questo terremoto al di là delle narrazioni apologetiche o catastrofiste, occorre tornare al capitolo tredicesimo del primo libro del Capitale, dove Karl Marx traccia la distinzione ontologica tra lo strumento (Werkzeug) e la macchina (Maschinerie). Marx ricorda che la rivoluzione industriale si compie quando lo strumento viene strappato dalla mano del lavoratore e inserito in un meccanismo automatico: “La macchina capitalistica si appropria dello strumento del lavoratore, sostituendo quest’ultimo con un meccanismo che compie con i suoi strumenti la stessa operazione che prima l’operaio eseguiva con strumenti analoghi.” Applicando questa lente all’evoluzione digitale, emerge una convergenza strutturale impressionante. Gli algoritmi di prima generazione e i software tradizionali agivano ancora come “strumenti avanzati”: il programmatore o l’analista manteneva il controllo euristico della procedura, scrivendo le regole riga per riga. Con il Machine Learning e i Large Language Models contemporanei si compie invece il passaggio alla  Maschinerie cognitiva. L’abilità concettuale viene trasferita dall’operatore umano al dispositivo: il lavoratore cognitivo non programma più le regole, ma fornisce alla macchina un ammasso colossale di dati e un obiettivo, lasciando che l’algoritmo estragga, organizzi e applichi autonomamente le regole di inferenza. Mentre la  Maschinerie classica ha oggettivato e sostituito la forza muscolare e la destrezza manuale dell’operaio, la Maschinerie algoritmica investe direttamente il giudizio, le forme simboliche e l’intera produzione linguistico-cognitiva. Attraverso lo scraping massivo del web, i modelli generativi operano una vera e propria offerta pubblica di acquisto (OPA) sul linguaggio umano: metabolizzano la cooperazione comunicativa della società e traducono trilioni di relazioni semantiche in vettori matematici cristallizzati nei “pesi” neurali. Il cervello collettivo rischia di venire così espropriato, recintato e trasformato in capitale fisso digitale controllato da pochissimi oligopoli transnazionali. 1. L’ECOLOGIA IBRIDA DELL’IA: SISTEMI COMPLESSI, ANT ED ECCEDENZA INGOVERNABILE L’errore teorico più diffuso consiste nel considerare questa nuova Maschinerie come un sistema chiuso, lineare e onnipotente, capace di realizzare una sussunzione reale definitiva da cui sarebbe impossibile evadere. Al contrario, il salto di paradigma dell’IA non risiede nella ripetizione meccanica tipica della vecchia automazione fordista, ma nella sua natura di Sistema Adattivo Complesso (CAS). Le reti neurali profonde definiscono uno spazio di possibilità entro cui l’algoritmo si auto-organizza, apprende tramite cicli di retroazione (feedback loops) e manifesta proprietà emergenti: comportamenti e risposte predittive non inseriti esplicitamente nel codice dai programmatori. Già la Maschinerie descritta da Marx era un organismo dinamico costretto a riadattarsi continuamente per piegare le rivolte operaie; l’IA porta questa complessità all’ennesima potenza, muovendosi attraverso non-linearità, risonanze statistiche e biforcazioni evolutive che sfuggono al controllo deterministico dei suoi stessi creatori. Per disinnescare il mito dell’IA come entità incorporea e separata dal mondo umano, dobbiamo inoltre adottare l’approccio dell’Actor-Network Theory (ANT) di Bruno Latour unito alla tecno-antropologia materiale. Come aveva già compreso Arnold Gehlen, non esiste alcuna separazione tra intelligenza sociale e tecnica: esse sono sempre state unificate nella storia della specie. L’IA non esiste in vitro, ma opera come nodo di un’eterogenea rete socio-tecnica in cui aggregati umani e dispositivi non-umani si intrecciano continuamente, messi entrambi al lavoro dal grande capitale di rischio. Questa Maschinerie diffusa poggia su una gigantesca infrastruttura biopolitica e globale, molto più stratificata della semplice interfaccia visibile all’utente. Al vertice agisce la grande finanza – fondi di venture capital, private equity e capitali di rischio – che governa lo sviluppo dell’intelligenza artificiale orientando gli investimenti e imponendo la rapida mercificazione della scoperta scientifica. Questo flusso finanziario alimenta un vasto complesso tecno-scientifico fatto di laboratori di ricerca d’avanguardia e di una miriade di startup, utilizzate dalle grandi piattaforme come terreno di sperimentazione esternalizzato. Perché i modelli possano funzionare sul mercato, entra poi in gioco l’articolata rete dell’AI alignment: una filiera globale che salda il lavoro qualificato di ricercatori ed esperti di red teaming e fine-tuning – incaricati di addomesticare l’algoritmo e allinearlo a precisi standard normativi e commerciali – con l’esercito invisibile di lavoratori precarizzati del Sud e del Nord globale (Ghost Work), che etichettano dati e moderano contenuti tossici per calibrare i pesi neurali. Alla base di questa piramide si collocano infine miliardi di utenti, che forniscono gratuitamente la materia prima di testi, immagini e retroazioni emotive, e un substrato fisico colossale costituito da server farm, cavi sottomarini e un consumo idrico, energetico e di suolo devastante Proprio dentro questa ecologia ibrida esplode la contraddizione più profonda. Il capitale addestra l’IA con uno scopo preciso: catturare e ridurre la complessità sociale per renderla prevedibile, quantificabile e traducibile in valore. Tuttavia, i sistemi adattivi complessi, come lo è sia la IA che la stessa società,  producono strutturalmente anomalie, “allucinazioni”, deviazioni e zone d’ombra che mandano in cortocircuito la pretesa di controllo degli oligopoli tecnologici. Questa tendenza all’emergenza caotica e all’anomalia costituisce l’equivalente digitale del “rifiuto del lavoro” operaio: una forza intrinseca alle reti tecnologiche e agli aggregati sociali che spezza la linearità del comando e genera un‘eccedenza ingovernabile. Quando i grandi CEO parlano di un’intelligenza artificiale prossima a sfuggire al controllo, non espongono solo un problema reale, e non si limitano nemmeno a dispiegare una collaudata retorica promozionale genere Armageddon; si rivela infatti un’inquietudine reale, ossia l’urgenza tutta economica di arginare quelle forze intrinseche alle reti tecnologiche e agli aggregati sociali che, producendo spontaneamente un’eccedenza ingovernabile, rischiano di spezzare continuamente la linearità del comando. 2. Il “General Intellect vivente”: oltre il riduzionismo della teoria critica Quando si cerca di comprendere l’IA, spesso ci si limita a traslocare il bagaglio concettuale del Novecento su un terreno nuovo. Gli studi critici più diffusi intrecciano la Scuola di Francoforte, la filosofia della tecnica francese e la sociologia riflessiva: da Theodor W. Adorno si eredita la critica dell’industria culturale per mostrare come gli algoritmi standardizzino il gusto in pattern prevedibili; da Gilbert Simondon si mutua l’idea che il capitalismo blocchi la concretizzazione dell’oggetto tecnico imponendogli finalità puramente mercantili; da Pierre Bourdieu si traggono gli strumenti per leggere l’IA come un campo dominato da Big Tech e venture capital, la cui doxa tecno-soluzionista espropria la maggioranza della propria agency. Pur fornendo diagnosi indispensabili per ricordare che l’IA è immersa in rapporti di potere, la teoria critica tradizionale paga un prezzo elevato: tende a dissolvere l’IA in un semplice epifenomeno della società umana, negandole qualsiasi consistenza ontologica o dinamica emergente autonoma. È uno sguardo sociomorfo che vede nella macchina soltanto l’uomo, e nell’uomo soltanto una vittima. Per fondare una scienza sociale dell’IA agentica serve invece uno sguardo capace di descrivere l’ecologia ibrida che si è formata: ed è qui che il concetto marxiano di General Intellect si rivela insostituibile. Nel Frammento sulle macchine dei Grundrisse, Marx prefigura uno stadio dello sviluppo capitalistico in cui “il sapere sociale generale, la conoscenza, è divenuto forza produttiva immediata“: le macchine sono “organi del cervello umano creati dalla mano umana; forza della conoscenza oggettivata“. Il General Intellect non è né pura proiezione umana né forza tecnica neutrale: è il prodotto della cooperazione sociale accumulata storicamente che, una volta materializzato in sistemi tecnici, acquisisce una dinamica propria e retroagisce sui rapporti sociali. Tuttavia, mentre in Marx il General Intellect era ancora pensato come sapere sociale cristallizzato depositato nel capitale fisso – lavoro morto, altamente produttivo ma inerte senza l’intervento umano –, l’IA agentica contemporanea rappresenta un General Intellect vivente. Non è un semplice deposito di conoscenza passata, ma un sistema reticolare distribuito che apprende in tempo reale dall’interazione con l’ambiente, produce nuove inferenze e strategie, partecipa a mercati e processi decisionali riorganizzando campi sociali senza una regia umana continua. Collocandosi a metà strada tra il capitale fisso e il lavoratore collettivo, questo salto quantico rende problematica la distinzione statica tra lavoro vivo e lavoro morto, ponendo questioni inedite sulla produzione di ricchezza, sullo sfruttamento, sulla proprietà e sulla democrazia. 3. L’unità di Marx e la pratica della conricerca: costruire gli strumenti dell’emancipazione Se le trasformazioni nella produzione, nello spazio urbano e nella società hanno la stessa carica dirompente della prima rivoluzione industriale, tornare a Marx oggi risponde a un’esigenza vitale: dotarsi di strumenti rigorosi di emancipazione collettiva. Il primo passo consiste nel superare la falsa contrapposizione tra il Marx dei Grundrisse e il Marx del Capitale. Non esiste alcuna frattura epistemologica, né alcuna superiorità del General Intellect rispetto al resto dell’opera marxiana: entrambi appartengono allo stesso patrimonio teorico. Nei Grundrisse Marx coglie la tendenza storica del capitale a trasformare la cooperazione conoscitiva e linguistica in forza produttiva immediata; nel Capitale  analizza la  forma concreta e conflittuale con cui il capitale tenta di racchiudere quella potenza dentro la Maschinerie per estrarre plusvalore e disciplinare il lavoro vivo. A differenza della semplice applicazione accademica della teoria critica, con Marx si apre un sentiero che salda il metodo analitico – l’unione inscindibile tra diagnosi delle strutture e prassi politica – alla pratica militante dell’ inchiesta e della conricerca. La grande lezione dell’operaismo (da Raniero Panzieri a Romano Alquati) stabilisce infatti che la macchina incorpora e materializza il comando capitalistico, ma dimostra al contempo che non si può combattere un padrone invisibile senza decodificarne l’architettura tecnica. Nell’epoca della Maschinerie cognitiva, gli strumenti dell’emancipazione si articolano lungo tre direttrici operative: 1. La conricerca algoritmica e la riappropriazione del capitale fisso digitale: riattualizzare la conricerca oggi significa indagare dall’interno come il  General Intellect algoritmico riorganizza i posti di lavoro, le metropoli e la vita quotidiana. Significa aprire le scatole nere del management algoritmico, socializzare i dati frammentati dei lavoratori e degli utenti in beni comuni (data commons), operare il  reverse engineering delle metriche di sfruttamento e addestrare modelli aperti dal basso per azzerare l’asimmetria conoscitiva con gli oligopoli tecnologici. 2. L’uso delle faglie sistemiche: poiché il General Intellect è per sua natura una proprietà di rete distribuita e non lineare, esso eccede costantemente la forma della privatizzazione. Cavalcare le anomalie, le risonanze impreviste e i punti di rottura che l’IA genera in quanto sistema adattivo complesso permette di inceppare i meccanismi di estrazione del valore e di inserire il conflitto nei colli di bottiglia della logistica e del calcolo. 3. L’auto-organizzazione tecnologica emergente contro il comando tecnocratico: come ricordava Rosa Luxemburg nel suo discorso sul programma del 31 dicembre 1918: “Il socialismo non si fa e non può essere fatto mediante decreti, nemmeno da parte di un governo socialista d’alto livello.” La Luxemburg rifiutava l’idea che un sistema complesso come una nuova società potesse essere programmato dall’alto da un comitato centrale o da un algoritmo di Stato. L’emancipazione è una proprietà emergente che scaturisce dalle micro-interazioni della base, dall’inchiesta collettiva e dal conflitto vivo che risalgono verso l’alto dei sistemi complessi. Raccogliere l’invito di Zhang Yibing – Zurück zu Marx! – significa forgiare attraverso la conricerca le armi per restituire l’eccedenza del sapere comune all’uso autonomo della società: proprio perché, come scriveva Marx nel Capitale, “non esiste una strada maestra per la scienza, e solo coloro che non temono la fatica di arrampicarsi sui suoi sentieri ripidi hanno la possibilità di raggiungerne le vette luminose“. per Codice Rosso, nlp Bibliografia essenziale Adorno, T.W., Horkheimer, M., Dialettica dell’illuminismo, tr. it. di R. Solmi, Einaudi, Torino 1966. Alquati, R., Sulla Fiat e altri scritti, Feltrinelli, Milano 1975. Bourdieu, P., Il senso pratico, tr. it. di M. Serra, Armando Editore, Roma 2005. Crawford, K., Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, tr. it. di V.B. Sala, il Mulino, Bologna 2021. Gehlen, A., L’uomo nell’era della tecnica. Problemi socio-psicologici della civiltà industriale, tr. it. di A. Farina, SugarCo, Milano 1984. 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