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Il nuovo Eldorado delle armi
1. LE NEW ENTRY DEL MERCATO SECONDO L’ULTIMA RELAZIONE Secondo la Relazione della Presidenza del consiglio da poco pubblicata,1 nell’anno 2025 c’è stato un forte aumento delle aziende interessate ad esportare armi dall’Italia. Nel decennio precedente ogni anno si iscrivevano al Registro nazionale delle imprese (RNI) tra 25 e 40 aziende, e se ne cancellavano mediamente 14. Nel 2025 se ne sono iscritte 75, un record assoluto, a fronte di 20 cancellazioni. Le iscrizioni al Registro nazionale delle imprese (RNI) negli ultimi dieci anni 2016-2025. Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, diversi anni. Il Registro nazionale delle imprese è tenuto dal Ministero della difesa attraverso il Comando Interforze Cyber Intel Reparto Informazioni e Sicurezza (CoCI RIS), a cui compete l’accoglimento della domanda di iscrizione al RNI e l’emissione del nullaosta per le aziende che intendono svolgere manutenzione o addestramento in Italia o all’estero, iniziare trattative contrattuali da e verso Paesi NATO non membri dell’UE, e importare/esportare ricambi, componenti e servizi, oltre che le operazioni temporanee relative a installazione e collaudo, mostre e fiere, campionature ecc. Materialmente il Registro è aggiornato bimestralmente dalla Direzione nazionale degli armamenti (DNA). Da notare che per le aziende l’iscrizione al RNI è onerosa, poiché comporta un contributo annuo di 800 €, da versare entro il 31 gennaio. Inoltre richiede anche la licenza prefettizia (biennale) ex art. 28 TULPS, un’autorizzazione obbligatoria per fabbricare, importare, esportare, collezionare, depositare o vendere armi da guerra, armi tipo guerra, munizioni, materiali esplodenti e, secondo la normativa recente, anche specifici strumenti di autodifesa destinati a corpi armati e di polizia. Possiamo dunque affermare che un’azienda che si iscrive al RNI è seriamente intenzionata a entrare nel commercio degli armamenti. -------------------------------------------------------------------------------- 2. SOCIETÀ DI NUOVA COSTITUZIONE MA SUBITO PRONTE A ESPORTARE ARMI Tra le 75 new entries nell’import-export di armi, vi sono aziende di tutte le dimensioni, anche minuscole società di persone (Snc e Sas) e ditte individuali. Alcune importanti società di recente costituzione si sono immediatamente iscritte al Registro nazionale delle imprese (RNI), rivelando subito una dichiarata vocazione militare: * Baykar Piaggio Aerospace Spa con sede a Villanova d’Albenga (SV), ex Piaggio Aero Industries appena rilevata (giugno 2025) dai nuovi azionisti turchi della famiglia Bayraktar dopo un lungo periodo di amministrazione straordinaria, ha subito richiesto e ottenuto quattro autorizzazioni all’export, valore quasi 700.000 €, pezzi di ricambio e manutenzione relativi alla versione militarizzata dell’aereo P180 spediti in Francia e Gran Bretagna. Da notare che versioni militarizzate del P180 sono utilizzate solo dalle Forze armate italiane, dagli Emirati e dalla Thailandia. Nel nuovo consiglio di amministrazione della Baykar Piaggio siedono, oltre ai manager turchi, un esperto come Fabrizio Giulianini con lunga esperienza in Leonardo, candidato designato a succedere a Mauro Moretti nel 2017 e poi bocciato, e soprattutto un politico come Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco, dal novembre 2022 presidente di AIAD e dall’aprile 2025 di MBDA, già deputato di Forza Italia, poi FdI, ex sottosegretario alla Difesa 2008-11 nel governo Berlusconi IV Il campionario di unmanned aerial vehicle systems di Baykar presentato alla fiera delle armi di Istanbul SAHA 2026, Droni pesanti da combattimento e ‘droni killer’ (loitering munitions) dell’azienda turca potrebbero essere fabbricati nell’ex stabilimento Piaggio di Albenga.. * Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl (LRMV), joint venture paritetica tra Leonardo e Rheinmetall, ha iniziato l’attività nel febbraio 2025 e si è immediatamente iscritta a RNI, prima ancora che Leonardo avesse finalizzato (marzo 2026) l’acquisizione di IVECO Defence Vehicles e della sua divisione Astra, che probabilmente confluiranno in LRMV, la cui unica sede operativa per ora è alla Spezia presso lo storico stabilimento ex OTO Melara. Qui si sta lentamente proseguendo alla consegna di 21 mezzi corazzati all’Esercito italiano, una goccia rispetto ai 1.050 veicoli di fanteria destinati a rinnovare le linee dei mezzi pesanti del nostro esercito. Intanto il Comune della Spezia ha approvato (gennaio 2025) l’ampliamento dello stabilimento dove dovrà operare LRMV Uno dei primi quattro veicoli corazzati Lynx KF-41 consegnati da LRMV all’Esercito italiano nel gennaio 2026 presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione (Ce.Poli.Spe) di Montelibretti (RM). * SISLI Società Ingegneria Supporto Logistico Integrato Srl è una società di ingegneria logistica nata nell’ottobre 2025, in seguito all’acquisizione delle attività di Integrated Product Support (IPS) di SIPAL Spa da parte del colosso americano Accenture, leader mondiale della consulenza strategica, sorto dalla dissoluzione di Arthur Andersen nel 2002. SISLI ha sede legale a Milano e altre dodici sedi operative a Bolzano, Cagliari, Lecce, Livorno, Assago (presso la sede italiana di Accenture), Modena, Napoli, Piacenza, Roma, Grottaglie, Torino, Gallarate. SIPAL Spa di Torino è società controllata dalla holding FININT di Matterino Dogliani e famiglia, e si era sinora incaricata di garantire il funzionamento e la manutenzione di “prodotti complessi” come aerei, veicoli terrestri e navali, e quindi coinvolta anche in diversi programmi di difesa a livello nazionale ed europeo. Il corporate center di Accenture, 15.000 m2 nel cuore dell’Innovation District di Milano, inaugurato nel 2021 -------------------------------------------------------------------------------- 3. LE GRANDI AZIENDE ALL’ASSALTO DEI FONDI PUBBLICI PER IL RIARMO Tra i nuovi ingressi nel Registro nazionale delle imprese (RNI) troviamo nomi abbastanza sorprendenti, aziende grandi e anche colossali che chiedono di essere autorizzate ad accedere al commercio internazionale di armamenti. Ne elenchiamo alcune in ordine decrescente di fatturato (2024): * Stellantis Europe Spa è l’azienda del gruppo Stellantis N.V. (sede ad Amsterdam, controllato di fatto dalla holding lussemburghese Exor, famiglia Agnelli-Elkann) che gestisce i marchi e gli stabilimenti italiani, cioè ancora circa 30.000 dipendenti. Com’è noto Exor ha ceduto IVECO Defence Vehicles di Bolzano (IDV, comprensivo del marchio Astra) a Leonardo, e fino ad oggi non si avevano notizie circa l’eventuale ingresso di Stellantis nel settore delle forniture militari. Anzi circa un anno fa John Elkann ha dichiarato pubblicamente che «il futuro dell’auto non è l’industria bellica», affermazione che sembra però contraddetta dalla contemporanea iscrizione al RNI John Elkann, presidente di Exor, nell’audizione in Parlamento del 19 marzo 2025 . * Engineering Ingegneria Informatica Spa è il principale gruppo IT in Italia e tra i leader in Europa, quotato in borsa fino al 2016 e dal 2020, con l’uscita di scena del fondatore Michele Cinaglia, entrato sotto il controllo di fondi di investimento americani e italiani. Nel giugno 2023 si è fuso con la holding controllante Centurion Bidco, con la successiva emissione di un prestito obbligazionario di importo pari al costo finanziario dell’operazione d’acquisto. Nel gennaio 2026 ha dichiarato uno stato di crisi giustificato con il generale calo della domanda nel settore consulenza IT nel nord Italia, e conseguente esubero di 658 lavoratori sugli oltre ottomila impiegati. Nell’aprile successivo ha ottenuto l’ok dei sindacati per avviare i contratti di solidarietà, e con l’uso di diversi strumenti (reinternalizzazione, ricollocazione e cessazioni volontarie) i licenziamenti effettivi sono scesi a 186 lavoratori; * Flextronics Manufacturing Srl, azienda triestina più conosciuta come Flex (fino al 2015 Alcatel-Lucent), ha ottenuto l’iscrizione al RNI all’inizio del 2025, giusto prima della definitiva cessazione della società. Era entrata in crisi per la defezione del suo maggior cliente (Nokia) e dopo una vertenza sindacale durata due anni, nel febbraio 2025 la casamadre americana ha venduto lo stabilimento delle Noghere al fondo tedesco FairCap, che ha ribattezzato la nuova società Adriatronix. Il governo però non ha accettato il piano industriale dei nuovi proprietari, e li ha forzati a vendere alla newco Star Tech Industries, con sede a Milano, di cui è unico socio Novica Mrdovic Vianello, imprenditore italiano di origine serba con vent’anni di esperienza nel settore difesa, alla testa di un fondo di venture capital di diritto lussemburghese, specializzato in acquisizioni europee nel settore aerospazio e difesa. Nel passaggio di proprietà ha avuto un ruolo una società finanziaria milanese di cui è socio il commercialista Stefano Buffagni, ex viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte e deputato del Movimento 5 Stelle dal 2018 al 2022. Marzo 2025, presidio dei lavoratori di fronte ad Adriatronix, ex Flextronics di Trieste. Tuttavia la travagliata vicenda non si è chiusa. Secondo notizie di stampa, il governo sarebbe nuovamente intervenuto per esercitare il golden power e ridurre la partecipazione al capitale di Star Tech degli israeliani di NewPhotonics, azienda di semiconduttori con sede a Petach Tikva, nei pressi di Tel Aviv, partecipazione inizialmente prevista al 50%. L’uscita di scena degli israeliani ha “indirettamente” provocato la mancata erogazione ai dipendenti degli stipendi di aprile e la riapertura urgente di un tavolo con le istituzioni. Oggi nello stabilimento che nel 2023 ha fatturato 750 milioni di euro con circa 400 dipendenti, lavorano 320 persone con accordi di solidarietà a rotazione (un centinaio di lavoratori lavora solo un giorno alla settimana) in scadenza a giugno 2026 11 maggio 2026, presidio dei lavoratori di fronte alla StarTech per il mancato pagamento degli stipendi di aprile. * Carraro Drive Tech Italia Spa di Campodarsego (PD) è società del gruppo padovano Carraro (trattori), che si occupa in particolare di sistemi di trasmissione, ingranaggi e riduttori. Il gruppo sta soffrendo la generale crisi dell’automotive, nel 2024 il fatturato di Carraro Drive Tech è calato del 16%, quello di gruppo del 13%, e nel 2025 di un ulteriore 1,6%. Il gruppo è ampiamente internazionalizzato e finanziariamente solido, tanto da aver realizzato nel 2021 il delisting dalla Borsa di Milano e nel 2024 la collocazione alla Borsa di Mumbai della controllata Carraro India, Carraro fornisce già gli assali a trave per il fuoristrada militarizzabile Ineos Grenadiers, quindi l’ingresso nell’export militare può essere visto come una prospettiva non secondaria, sebbene poco coerente con il percorso di valorizzazione del capitale umano del Gruppo (the Carraro spirit) basato sulla marked-focused innovation coniugata con la sostenibilità ambientale * Tecnikabel Spa di Volpiano (TO), specializzata nella produzione di cavi su misura per telcom e automotive, e con un catalogo per le applicazioni militari (aerei, navi da guerra), ambisce a entrare con forza nel mercato internazionale delle forniture per la difesa. La svolta è avvenuta nel 2024 con il passaggio di mano dalla vecchia proprietà famigliare (i Garaffi, rimasti in azienda) al fondo francese d’investimento Andera Partners (emanazione del gruppo Rotschild). Con stabilimenti in Italia, Germania e Cina, ha di recente acquisito (aprile 2026) l’azienda americana Eis Wire & Cable, fortemente impegnata nella defence electronics per i principali contractor USA L’evento the Carraro Spirit si è tenuto nel febbraio 2025 a Padova di fronte a 1500 partecipanti, tutti dipendenti del gruppo. * El.Com Srl di Leno (BS) opera anch’essa nel settore dei cablaggi elettrici e dei sistemi di connessione, e dagli anni Duemila è subcontractor di Finmeccanica-Leonardo, partecipando in particolare alla fornitura dei cablaggi elettrici dei veicoli militari terrestri e poi dispositivi elettronici e sicurezza per gli elicotteri AW139 e AW169. Fa parte del LAC Lombardia Aerospace Cluster. È guidata dalla seconda generazione della famiglia del fondatore Ugo Comparoni, che già aveva delocalizzato parte della produzione prima in Romania (2004) e poi in Tunisia (2015). L’azienda di Leno in quattro anni ha raddoppiato il fatturato mentre i dipendenti sono aumentati del 30%, mentre almeno 800 collaboratori sono impiegati nei tre stabilimenti in Tunisia ESPORTARE ARMI È SCELTA OPPORTUNISTICA, IN TEMPI DI CRISI Già i sei diversi profili aziendali sopra riportati pongono la questione di quali siano le motivazioni di fondo dell’ingresso nel mercato internazionale della difesa. Analizzando poi le altre aziende iscrittesi al RNI nel 2025, tutte con fatturato inferiore a 100 milioni di euro (2024), la regola è il calo del fatturato e dei dipendenti rispetto agli anni precedenti. Quindi il rivolgersi oggi al settore della difesa appare, più che una vocazione, un’ancora di salvezza e la speranza – non mal riposta, considerate le decisioni nazionali ed europee sul finanziamento del riarmo – di uscire in qualche modo dalla crisi che colpisce in particolare il settore dell’auto e della componentistica, cioè quello che ha retto l’export manifatturiero italiano negli ultimi decenni. 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, anno 2025, trasmessa al Parlamento il 9 aprile 2026.
May 18, 2026
Weapon Watch
MADE IN ITALY: LE PROVE DELLA COLLABORAZIONE AL GENOCIDIO
Ricercatori indipendenti e palestinesi hanno pubblicato un importante rapporto che prova l’ampiezza della complicità italiana con Israele nelle violazioni del diritto umanitario e dei trattati internazionali ai danni della popolazione palestinese. In particolare il rapporto individua * il ruolo di porti e aeroporti italiani come punti di partenza e di passaggio delle catene logistiche che sostengono il “lavoro sporco” (secondo la cruda espressione usata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz) che sta svolgendo Israele, in guerra contro tutti i suoi vicini; * l’irrilevanza delle dichiarazioni del governo italiano sulla sospensione delle autorizzazioni all’export di armi e munizioni dall’Italia, dal momento che queste esportazioni sono continuate in violazione di leggi e trattati sotto diverse forme (proseguimento di ordinativi autorizzati prima del 7 ottobre 2023, false o ambigue dichiarazioni doganali, completa assenza di controlli sui transiti provenienti da paesi terzi); * la partecipazione di numerose imprese italiane allo sforzo bellico israeliano e ai suoi obiettivi genocidari. Vi troviamo grandi aziende come Leonardo, contro cui è in corso un’azione legale da parte di diverse associazioni e ONG (tra cui Rete Pace Disarmo, Arci, Movimento Nonviolento) per la violazione della legge 185/1990; e anche piccole e medie aziende italiane, sub-fornitrici di componenti di armi e munizioni dirette all’industria militare israeliana, aziende peraltro quasi tutte prive della stessa possibilità di chiedere autorizzazioni all’export, in quando non iscritte al Registro delle imprese ai sensi della legge 185; * il costante flusso di carburanti, greggio e diesel, partito via nave dai porti italiani nel periodo delle massicce azioni militari delle IDF a Gaza; * il ruolo della mega compagnia marittima MSC, che anche in funzione dell’alleanza commerciale con ZIM, ha soppiantato Maersk come colonna portante della logistica militare che lega Stati Uniti e Israele, senza la quale non potrebbero essere sostenuti i molti fronti di guerra aperti. Riteniamo che questo rapporto sia un documento importante anche per il metodo utilizzato, cioè basato principalmente su fonti aperte e sui documenti di accompagnamento delle merci (polizze e manifesti di carico) e quindi adatto ad aggirare l’opacità di fatto e la proterva negazione dell’accesso agli atti, che sono state sinora opposte dalle autorità a giornalisti e ricercatori indipendenti. Pensiamo che il documento potrà ispirare e dare nuova energia alle lotte dei portuali e dei ferrovieri contro la guerra, che rifiutano di sostenere con il loro lavoro i conflitti e i genocidi in corso, così come alle proteste di molti comitati locali contro le aziende grandi e piccole che si sono inserite nelle catene delle forniture militari a Israele.
March 28, 2026
Weapon Watch
Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui una ricerca sulla filiera degli esplosivi, in precedenza pubblicata in due parti e qui in versione completa. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che fa la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) fino al porto più prossimo alla destinazione finale. 20260114_Esplosivi-1a-parte 20260114_Esplosivi-2a-parte
March 20, 2026
Weapon Watch
SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI
COMUNICATO STAMPA Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990 ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi. Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle autorizzazioni. Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più. Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanza. Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000 munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri & Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.  Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio televisivo. Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50 tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile, 700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti. Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels & Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod. Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa. Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato attraverso i porti e gli aeroporti italiani. Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi, rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in sanguinosi e disumani conflitti armati. Per contatti e informazioni: * Gianni Alioti, 348 9026909 * Carlo Tombola, 349 6751366
March 20, 2026
Weapon Watch
La lunga strada dei “porti di pace”
La giornata di ieri, venerdì 6 febbraio 2026, è stata doppiamente importante. Da una parte i lavoratori di molti porti europei (ventuno), di cui undici italiani, hanno concretamente protestato contro le politiche di riarmo e ripetuto che «i portuali non lavorano per la guerra». Un effetto non secondario né casuale è stato aver costretto quattro navi a cambiare il loro programma di viaggio: così «ZIM Virginia», «ZIM New Zealand», «ZIM Australia» e «MSC Eagle III» sono rimaste rispettivamente al largo dei porti di Livorno, Genova, Venezia e Ravenna, in questo modo indirettamente confermando – come più volte rilevato da Weapon Watch e dagli attivisti – di far parte della più strutturata catena logistica al servizio dei conflitti, e in particolare del più disumano e dissimulato in corso, quello contro i civili palestinesi. «ZIM Virginia» opera infatti sulla rotta ad alto valor militare tra Usa e Israele, «ZIM New Zealand» tocca in sequenza Marsiglia-Genova-Salerno-Ashdod ed è già stata segnalata per i suoi carichi di armi e munizioni, «ZIM Australia» è stata sinora operativa sulla tratta Constanta-Pireo-Ashod ma è stata recentemente collocata sulla rotta dall’Adriatico settentrionale a Israele, e lo stesso vale per «MSC Eagle III» che copre Koper-Trieste-Venezia-Ashdod. Il corteo che si è svolto a Genova, la sera del 6 febbraio 2026, in occasione dello sciopero di 21 porti europei contro la guerra. Dall’altra, sempre ieri al Consiglio comunale di Genova è stata presentata una proposta di delibera – prima firmataria Francesca Ghio (AVS) – per l’istituzione di un “osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova”. È il primo passo perché istituzioni e lavoratori del porto possano cooperare per rendere concreta la definizione «Genova porto di pace» che associazione, sindacati, gruppi giovanili e religiosi hanno da tempo fatto propria. Naturalmente anche questa proposta si muoverà secondo i tempi della politica, e servirà un’assidua vigilanza e molta pressione perché si possa trasformare nell’auspicato organismo di confronto. Ma ai portuali, e soprattutto a quelli genovesi, non manca né l’iniziativa né le lotta che incalzano e aggregano, e infatti già stanno organizzando la prossima flottilla. E neppure bisogna sottovalutare l’attenzione che alla proposta genovese stanno prestando in altre città portuali italiane, innanzi tutto Ravenna, Livorno e Bari, dove nelle prossime settimane partiranno dal basso altre iniziative simili specialmente rivolte alle autorità. Era il 2 aprile del 2022 quando portuali e cittadini di Genova chiesero alle autorità dello Stato e del porto il rispetto delle norme che controllano il commercio delle armi, in una grande manifestazione pubblica che si mosse dalla cattedrale di San Lorenzo per terminare davanti a Palazzo San Giorgio.
February 7, 2026
Weapon Watch
Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui la prima parte di una ricerca sulla filiera degli esplosivi. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) su cui viene effettuato solitamente la maggior parte del trasporto fino al porto più prossimo alla destinazione finale. Nelle recenti proteste contro la guerra, la supply chain globale delle munizioni e degli esplosivi è stata quella forse più efficacemente boicottata dal movimento, probabilmente per la semplice ragione che è resa più visibile dalle misure di sicurezza che il loro trasporto impone, qualsiasi ne sia la modalità. È per questo che l’osservatorio the Weapon Watch ritiene utile un’analisi approfondita del settore produttivo degli esplosivi, che sta a monte o che è integrata alla produzione e distribuzione delle munizioni da guerra, una filiera in forte tensione per l’aumento della domanda causato dalle guerre in corso e principalmente da quella in Ucraina.
January 15, 2026
Weapon Watch
Il caso di Invernizzi Presse Srl
Abbiamo ricevuto da Duccio Facchini, direttore di Altreconomia, la segnalazione di questo articolo. Lo riprendiamo e lo segnaliamo a nostra volta, dal momento che insieme ai compagni antimilitaristi di Lecco anche Weapon Watch ha contribuito a far conoscere il caso dell’azienda Invernizzi Presse Srl, con stabilimento a Pescate e sede legale a Lecco. Si tratta di un’azienda a dimensione famigliare, ma ciò non toglie che sia anche uno dei più perniciosi esempi di proliferazione degli armamenti, dal momento che nessuna autorità governativa ha mai pensato di non concedere le licenze d’esportazione a un’azienda specializzata nella produzione di macchine per produrre munizioni leggere. Linee complete di questi macchinari sono state vendute anche recentemente a paesi extra UE come la Macedonia del Nord, il Qatar, l’Egitto, la Turchia, che non danno nessuna garanzia né tantomeno trasparenza circa le proprie esportazioni di munizioni; nonché a paesi UE come Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria, che da anni sono tra i più impegnati a fornire le munizioni che alimentano il conflitto ucraino e che continuano a impedire anche la sola prospettiva di un cessate il fuoco temporaneo. In questa pagina, tratta dal sito web aziendale (aggiornato al 10.1.2026), sono elencate le tipologie di proiettili fabbricabili con le macchine prodotte da Invernizzi Presse. Bisogna inoltre sottolineare con forza il ruolo giocato dall’azienda lecchese nell’aver consentito a Israele di costruirsi un potente apparato industrial-militare globale per alimentare gli arsenali delle IDF, apparato che oggi include pienamente anche l’India, altro paese divenuto non casualmente tra i principali clienti di Invernizzi Presse. Tutto ciò mentre l’esercito israeliano commetteva una infinita lista di violazioni del diritto internazionale e delle convenzioni di guerra ai danni del popolo palestinese, violazioni che soltanto l’ipocrisia dei governi non osa definire come genocidio. Dal 1958, anno della fondazione dell’azienda per iniziativa di Mario Invernizzi e della moglie Laura Maggi, ad oggi la “conversione” alla produzione militare si è fatta sempre più intensa. Oggi alla guida vi è la seconda generazione della famiglia Invernizzi, i fratelli Luca (presidente e CEO) e Michele (socio paritetico e consigliere d’amministrazione), e si prepara la terza generazione (Jacopo). Nelle loro esternazioni social, gli esponenti vantano il profilo di produttore di munizioni, una scelta che ha premiato concretamente: nel 2018 l’azienda fatturava 6,85 milioni di euro, nel 2024 ha superato i 25 milioni di euro con 67 dipendenti, collezionando ogni anno autorizzazioni all’esportazione militare per parecchi milioni (3,7 nel 2023, 5,7 nel 2024). Che il direttore di Altreconomia sia stato vittima di una “querela temeraria” da parte di un’azienda che vanta il proprio profilo di fabbricante di munizioni, proprio per aver portato prove di quel profilo e delle relazioni commerciali con Israele, è il segno di quanto sia sgradito entrare sotto i riflettori dell’opinione pubblica a chi sta oggi profittando della svolta militarista/securitaria nelle relazioni internazionali, nell’economia e nell’informazione. Che un giudice abbia dato definitivamente ragione al giornalista è per noi elemento di riflessione, in una fase in cui il governo sta cercando di limitare l’indipendenza della magistratura e mentre si prepara su questo tema un referendum popolare.
January 10, 2026
Weapon Watch
ANNO NUOVO, GUERRE VECCHIE
STESSE NAVI DELLA MORTE, STESSO SILENZIO CONNIVENTE DELLE ISTITUZIONI Mentre il 30 dicembre l’Arabia Saudita ha ripreso i bombardamenti aerei in Yemen nel porto di Mukkala, continuano di mese in mese i transiti delle “navi della morte”, le famigerate Bahri della compagnia saudita rappresentata in Italia dall’agenzia marittima Delta del gruppo Gastaldi. Mezzi militari bombardati dall’aeronautica saudita nel porto di Mukalla, il 30 dicembre 2025. Secondo fonti saudite, due navi ro-ro (di cui una, «Greenland», battente bandiera di St. Kitts, appartiene alla compagnia emiratina SAMC Salem al Makrani Cargo) avevano scaricato nel porto sud-yemenita di Mukalla veicoli militari e munizioni destinati al Consiglio di Transizione del Sud, fazione yemenita ostile all’ingerenza dell’Arabia saudita e sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti. A fine anno è stata la volta della «BAHRI Abha» proveniente dagli USA e diretta come primo porto a Alessandria d’Egitto e poi giù verso gli altri porti delle aree di guerra civile in Medio Oriente. In coperta, i soliti container carichi di esplosivi in questo caso imbarcati nel porto di Wilmington in North Carolina, scalo che serve l’export USA degli armamanenti, che non conosce la “guerra dei dazi” perché rifornisce tutti i giorni nel mondo la guerra vera, quella sulla pelle delle popolazioni civili, con cui realizza profitti senza limiti. Il ponte della «Bahri Abha», fotografato a Genova il 1° gennaio 2026. L’etichetta arancione (Dangerous Good 1.4S) rivela che i container portano esplosivi, con tutta probabilità munizioni militari. Intanto le istituzioni locali continuano a tacere, a cominciare dal Comune di Genova che di fronte ai microfoni, nelle settimane di manifestazioni della cittadinanza contro lo sterminio a Gaza, aveva dichiarato interesse almeno per l’apertura di un Osservatorio sui transiti e i commerci di armi nel porto. Personale dell’Agenzia delle Dogane sequestra, nel porto di Genova, una partita di noodles cinesi non conformi alla nomativa europea, il 24 dicembre 2025. In compenso ferve l’attività dell’Agenzia delle Dogane che si fa bella sequestrando borse false griffate e noodles cinesi sofisticati, ma non risponde alle istanze di trasparenza e di accesso alle informazioni sui transiti di guerra opponendo un inesistente per legge “segreto”. Toccherà come al solito ai lavoratori del porto e alle associazioni civili contro le guerre e il riarmo dimostrare che nella città si conserva una coscienza pacifista degna della sua storia sociale e culturale, a dispetto dei cambi di giunta e di “colore” che niente di diverso hanno mostrato nei fatti.
January 7, 2026
Weapon Watch
L’esempio dei portuali di Genova è contagioso
BOICOTTARE BATTAGGION SPA L’esempio dei portuali di Genova, dopo una pratica di azione diretta iniziata nel 2019 contro l’esportazione e il transito di materiali d’armamento verso l’Arabia Saudita coinvolta nella guerra in Yemen e continuata negli anni con coerenza fino ai blocchi verso Israele, con il tempo è diventato contagioso. Non solo tra altri lavoratori dei porti mediterranei ed europei (fino a quelli australiani e nord-americani), ma nei diversi nodi della filiera logistica militare, nel mondo della ricerca e università fino all’industria che produce sistemi d’arma, dove sempre più giovani si rifiutano di lavorare. È sempre più frequente incontrare, negli eventi in cui siamo invitati come The Weapon Watch, singole persone, gruppi organizzati, associazioni che non si accontentano solo di manifestare, ma si pongono il problema, a partire dai territori in cui vivono, di mettere il classico granello di sabbia negli ingranaggi logistici, produttivi e finanziari che, dall’economia delle guerre e dei genocidi, traggono notevoli profitti. È quanto avvenuto in questi mesi a Bergamo dove, nonostante sia un territorio con una ridotta presenza di aziende coinvolte nella filiera militare, diversi cittadini e associazioni che avevano accompagnato con solidarietà e speranza la missione della Global Sumud Flotilla, hanno avviato un lavoro di ricerca e intervento per interrompere qualsiasi complicità presente nell’economia bergamasca con l’economia del genocidio, perpetrato dallo Stato di Israele nei confronti dei palestinesi. Nonostante il balbettio e le mezze verità del ministro degli Esteri e la falsità arrogante di quello della Difesa, le istituzioni italiane sono responsabili di violazione palese della Legge 185/90 per; 1. non aver interrotto tutte le esportazioni di materiali d’armamento verso Israele, derivanti da autorizzazioni precedenti all’ottobre del 2023; 2. non aver bloccato i transiti dai nostri porti di navi cariche di armi, munizioni, esplosivi ecc. provenienti da paesi terzi e diretti nei porti israeliani di Haifa e Ashdod; 3. non aver impedito il traffico illecito e non autorizzato di materie prime, semilavorati, componenti, composti chimici, tecnologie dual use ecc. destinate alle principali industrie militari israeliane, tranne che in un caso nel porto di Ravenna (come Weapon Watch ha già riferito in dettaglio). Ma alle responsabilità pubbliche, come ha dimostrato la giurista italiana Francesca Albanese nel suo rapporto all’Onu, si associano responsabilità private delle imprese che traggono profitto dal contribuire o sostenere l’economia del genocidio e le guerre israeliane. A questo fine, ad esempio, la vendita di materiale d’armamento del Gruppo Leonardo a Israele è finita in tribunale. Il 29 settembre 2025 le associazioni AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC Italia, ARCI, ACLI, Pax Christi, Un Ponte Per… e la dott.ssa Hala Abulebdeh, cittadina palestinese, hanno depositato un atto di citazione notificato a Leonardo e allo Stato italiano presso il Tribunale civile di Roma, per chiedere che vengano dichiarati nulli i contratti stipulati da Leonardo Spa e sue controllate con lo Stato di Israele, relativamente alla vendita e alla fornitura di armi all’IDF, le forze armate dello Stato d’Israele. A loro volta gli attivisti bergamaschi, partendo dal loro territorio, hanno per prima cosa identificato, analizzando i dati contenuti nelle relazioni annuali presentate dal Governo a Camera e Senato, le sette aziende del territorio che hanno ottenuto autorizzazioni per l’esportazione di materiali di armamento dal 2022 al 2024. Tra queste vi è la Battaggion Spa, un’azienda metalmeccanica con stabilimento nel cuore della città, che produce tecnologie civili e militari, le ultime destinate alla produzione di esplosivi. A differenza delle altre aziende bergamasche che hanno esportato verso altri paesi europei (compreso il Regno Unito) e negli Stati Uniti, la Battaggion ha esportato verso Israele e paesi coinvolti in conflitti armati (come l’India) e/o con documentate violazioni dei diritti umani (come l’Uzbekistan). Questa tabella è stata presentata alla conferenza stampa nel quale è stato lanciato l’appello “NO all’Economia di Guerra in Bergamasca, NO all’Economia del Genocidio in Palestina”. Il valore delle autorizzazioni in capo alla Battaggion rappresenta oltre l’43% dell’esportazione complessiva bergamasca di materiali d’armamento. Tra il 2022 e il 2024, l’azienda ha fatturato oltre 5 milioni di euro da commesse israeliane. Le esportazioni verso Israele sono quindi avvenute anche durante il genocidio in corso. Oltre ad esportare tecnologie per la produzione di esplosivi, l’azienda invia in Israele personale specializzato per la loro installazione e configurazione. La Battaggion vanta nuove commesse per ulteriori 5 milioni di euro destinate a paesi teatro di conflitto, che attendono solo l’autorizzazione del governo italiano. A questo punto, oltre a dissociarsi apertamente – in quanto cittadini bergamaschi – da qualsiasi coinvolgimento nell’economia del genocidio perpetrato da Israele contro i palestinesi, sono state avanzate precise richieste alla proprietà della Battaggion Spa, alle istituzioni locali e all’insieme della società civile bergamasca. * A Battaggion Spa: Riconsiderare immediatamente ogni esportazione di materiali d’armamento verso Israele, con particolare riferimento alle commesse in attesa di autorizzazione. Riposizionare l’offerta commerciale a favore esclusivo degli usi civili delle sue tecnologie, evitando ogni possibile utilizzo in violazione del diritto internazionale. Destinare risorse concrete alla riparazione materiale dei danni subiti dal popolo palestinese, attraverso contributi verificabili per la ricostruzione di ospedali, infrastrutture sanitarie e idriche distrutte a Gaza. Garantire che il riposizionamento commerciale dell’azienda non comporti alcuna conseguenza sui livelli occupazionali. La riconversione produttiva deve essere accompagnata da piani di salvaguardia dei posti di lavoro e riqualificazione professionale. * Alle istituzioni locali: Prendere posizione ufficiale contro il commercio di materiali d’armamento da parte di aziende bergamasche a favore dello Stato di Israele, con particolare riferimento al caso documentato di Battaggion Spa. Sollecitare con urgenza il governo nazionale alla piena applicazione della legge 185/1990. Vigilare affinché il territorio bergamasco non tragga profitto da commerci con paesi sospetti di violazioni del diritto internazionale umanitario. Opporsi con forza allo sviluppo dell’industria militare locale alimentato dagli investimenti del piano di riarmo europeo. * Alla società civile bergamasca: associazioni, enti giuridici, forze politiche, sindacati e singoli cittadini detengono il potere dell’azione collettiva. Esercitiamolo con determinazione, ciascuno in indipendenza e secondo le proprie specificità, per contrastare le pratiche locali che alimentano l’economia bellica di Israele. (Gianni Alioti)
December 9, 2025
Weapon Watch