Source - Weapon Watch

Ombre israeliane sui “soldati del papa”
Nel 2025 un’azienda romana – Selenia 2000 Srl, con sede a San Cesareo – ha fornito alla Città del Vaticano 100 pistole Glock cal. 9×19 parabellum modello G19 GEN5, dieci torce tattiche a luce visibile-non visibile X300 per dirigere il tiro e otto visori notturni binoculari BNVD AN/PVS-31, prodotti dalla multinazionale americana L3Harris Technologies e di solito utilizzati dalle forze speciali. Nello stesso ordinativo – autorizzato dalle autorità italiane ai sensi della Legge 185, come dovrebbe avvenire per ogni transito di armamenti attraverso il territorio italiano verso un paese terzo – erano compresi alcuni ricambi per la mitragliatrice media FN MAG cal. 7,62×51 e per la mitragliatrice leggera Minimi in due calibri, 5,56 e 7,62, armi queste di esclusivo impiego militare, cioè da guerra. In totale circa 50.000 euro di materiale. I visori Binocular Night Vision Device (BNVD) AN/PVS-31A [evidenziati in rosso] come si presentano nel sito web di L3Harris (https://www.l3harris.com/all-capabilities/binocular-night-vision-device-bnvd-an-pvs-31 ). Selenia 2000 Srl è una piccola ma redditizia azienda commerciale e di rappresentanze, con una dozzina di dipendenti. Opera dal 1992 e negli anni si è saputa ritagliare una propria specializzazione di mercato nell’optoelettronica e nel machine vision, attrezzature che ha anche fornito al Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali e in particolare al 9° Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin” di Livorno. È infatti rappresentante esclusiva per l’Italia della società svizzera Safran Vectronix, oltre che dell’americana L-3 Warrior Systems – Insight Technology Division e di numerose altre aziende estere. Nel 2025 il fatturato annuo ha superato i 30 milioni di euro, con un utile di 6,57 milioni di euro, pari al 21% del fatturato, una percentuale ragguardevole. Da qualche anno si è trasferita dalla vecchia sede romana in zona Tuscolana in un nuovo e più ampio capannone nell’area artigianale di San Cesareo, nei pressi della diramazione Roma Sud della A1. Alla guida dell’azienda sono Giuseppe e Pietro Di Rocco, fondatori e attuali CEO, coadiuvati dalla seconda generazione famigliare (Giacomo, Giovanni e Giulia Di Rocco detengono ciascuno un quarto del capitale della Srl). Selenia 2000 negli ultimi anni si è aggiudicata numerosi bandi per forniture alla pubblica amministrazione. Secondo la Relazione annuale al parlamento è tra i primi dieci importatori italiani di armamenti, tuttavia mantiene un profilo molto discreto, non ha un sito web, i suoi esponenti non sono presenti sui social e nelle associazioni di categoria, con l’eccezione dell’iscrizione ad AIAD, la Federazione delle aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza, a partire dall’ottobre 2020. La scheda tecnica pubblicata dal  Comando delle Forze Speciali dell’Esercito (COMFOSE)  relativa al visore Smash 3000 prodotto dall’israeliana Smart Shooter e venduto in Italia da Selenia 2000. Di recente, però, la sua immagine discreta è stata messa in discussione. Un’interpellanza parlamentare presentata nel novembre 2024 dal M5S (firmatari Marco Pellegrini, Bruno Marton e Stefania Ascari) ha rivelato che Selenia 2000 ha fornito l’esercito italiano di puntatori elettronici per i fucili d’assalto delle forze speciali prodotti dalla società israeliana Smart Shooter, di cui la stessa Selenia 2000 è rappresentante per l’Italia. Molte fonti, tra cui Who profits?, indicano che i dispositivi elettronici dotati di IA prodotti da Smart Shooter sono stati impiegati in crimini di guerra compiuti dalle IDF nella Striscia di Gaza dopo il 7 Ottobre 2023. In particolare ci sono molte testimonianze che droni armati di Smart Shooter sono stati utilizzati per colpire civili già feriti, in particolare bambini, e soccorritori (cfr. la deposizione del dr. Nizam Mamode di fronte a una commissione del parlamento britannico https://www.bbc.com/news/articles/c7893vpy2gqo ). Viene da chiedersi, come hanno fatto i deputati M5S nell’interrogazione, se sia opportuno per le forze armate italiane servirsi di attrezzature militari utilizzate dai soldati delle IDF e testate sul campo da Small Shooter ai danni della popolazione civile palestinese. E ancor più chiedersi se sia opportuno che i “soldati del papa” siano dotati di dispositivi forniti da un’azienda italiana con così profondi legami commerciali con le aziende israeliane più implicate nei crimini di guerra contro civili inermi. Tanto più che la stessa L3Harris, produttrice dei visori notturni per le guardie svizzere, fornisce a Israele sistemi di rilascio di bombe, utilizzati sui caccia F-35 impiegati nei bombardamenti nella Striscia di Gaza, e ha firmato importanti accordi commerciali con l’industria aerospaziale israeliana, in particolare con IAI Israel Aerospace Industries.
July 21, 2026
Weapon Watch
Esiste una stima realistica degli occupati in Italia nell’industria militare?
PER DOVERE DI CRONACA, DI GIANNI ALIOTI Non vogliamo assolutamente mettere in discussione il prestigio scientifico della Fondazione Luigi Einaudi, “un punto di riferimento [non solo a Torino dove ha la sua storica sede] per una ricerca libera e inclusiva nelle scienze sociali” [come si definisce nel proprio sito web], ma solo chiarire l’attribuzione impropria a questa istituzione di un affidabile report sull’industria militare in Italia. In realtà lo studio pubblicato dalla Fondazione Luigi Einaudi,1 a cura del professore Alberto Pagani, ha come titolo “DIFESA, L’INDUSTRIA NECESSARIA”. Uno studio che vi invito a leggere, perché è sempre utile conoscere punti di vista diversi anche se lontani dalle proprie sensibilità. Chi fosse interessato può scaricarlo a questo link: Siamo sempre rispettosi delle opinioni altrui, ma quando in pubblicazioni ufficiali si riportano numeri e dati con pressappochismo prendendoli per buoni senza usare neppure il condizionale e ignorando fonti più attendibili, uno dei nostri compiti come osservatorio è “svelare l’evidenza”. Non sarebbe stata nostra intenzione contestare il professore Alberto Pagani per quanto scritto (gratuitamente, spero per la Fondazione Einaudi), se non fosse che un bravo ed esperto giornalista del quotidiano “il manifesto”, come Alessandro De Pascale, in un articolo del 10 luglio 2026 “IL COMPARTO DIFESA NAZIONALE – Pochi grandi player e tante piccole e medie realtà, l’affare dei beni duali”, abbia riportato correttamente dati e informazioni prodotte da The Weapon Watch (e gliene siamo grati), ma sia scivolato nella classica “buccia di banana”. L’articolo, infatti, richiamando lo studio della Fondazione Luigi Einaudi del giugno 2025, riporta che nel comparto (indotto compreso) lavorano 159.000 persone. Anche l’amico Gaetano Quadrelli, direttore della Pastorale sociale e del lavoro di Piemonte e Valle d’Aosta, nel documento di sintesi sul prezioso incontro realizzato la sera del 18 giugno 2026 al Sermig di Torino con don Bruno Bignami (direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI) scrive: “Stando agli ultimi dati attendibili (Fondazione Luigi Einaudi, giugno 2025) l’industria italiana per la difesa conta 50.000 occupati diretti che salgono a 159.000 considerando l’indotto”. Non abbiamo alcun dubbio che entrambi abbiano riportato questi dati in perfetta buona fede, ritenendo la fonte ufficiale affidabile. Un motivo in più per convincersi che sia necessario spiegare la non correttezza di questi dati, che sovrastimano e manipolano la dimensione occupazionale reale dell’industria militare in Italia. Per farlo dobbiamo tornare alla fonte secondaria (lo studio della Fondazione Luigi Einaudi) e alle fonti primarie (tra cui il rapporto AIAD – TEHA – The European House Ambrosetti del settembre 2025). Chiunque può verificare, sin dall’indice, che lo studio della Fondazione Luigi Einaudi non è un report sull’industria militare italiana e i dati sull’occupazione nel settore, peraltro non coincidenti, figurano nell’Abstract e nel paragrafo 2.5 della parte seconda dello studio, facendo riferimento ad altre fonti. Nell’Abstract c’è scritto: “I dati AIAD (Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) indicano oltre 50.000 addetti impiegati dalle sole imprese federate. Considerando anche l’occupazione indiretta e quella indotta, il numero di lavoratori legati al settore aumenta significativamente. Il rapporto Cesi-Italia1 menziona un totale di 159.000 persone. Nel 2023, le autorizzazioni all’esportazione di armamenti hanno raggiunto i 4,76 miliardi di euro, ma si stima che il valore dell’industria della Difesa italiana si aggiri intorno ai 16 miliardi di euro”. Nel paragrafo 2.5 dello studio è, invece, riportato: “Negli anni recenti, il fatturato del settore Aerospazio, Difesa e Sicurezza (AD&S) italiano si aggira intorno 18 – 20 miliardi di euro annui, con una significativa quota derivante dall’export. È probabile che le tensioni geopolitiche recenti abbiano ulteriormente influenzato questi valori, aumentandoli. Il settore impiega direttamente in Italia circa 50.000 addetti diretti, altamente qualificati, con un potenziale impatto occupazionale con l’indotto che è stimato tra i 150.000 e i 180.000 lavoratori”. Come potete leggere l’unico dato comune sono i 50 mila addetti, anche se l’Abstract li riferisce solo alle aziende federate all’AIAD, l’associazione di Confindustria che organizza le aziende del settore aerospaziale, difesa e sicurezza; mentre il professore Alberto Pagani li attribuisce all’intero settore. Poco male. Le aziende associate all’AIAD, non per numero, ma per occupati superano sicuramente il 90% del settore. Il problema, però, è la fonte primaria: l’AIAD. Senza alcun pudore è da oltre 30 anni che scrive di 50 mila addetti nel settore, un numero costante nel tempo. La realtà è che l’AIAD, presieduta da Giuseppe Cossiga subentrato a Guido Crosetto (2014-2022) diventato Ministro della Difesa, non ha mai monitorato annualmente la variazione di fatturati e occupati delle proprie aziende associate. Per nascondersi da questa vergogna dal 2019 l’AIAD non ha più reso pubblico e accessibile il proprio bilancio sociale, un obbligo di trasparenza richiesto persino ai più piccoli “enti del terzo settore”… Solo nel settembre 2025, dopo anni di opacità e discredito sulla gestione dei dati (largamente compensato dall’azione affaristica e di lobbying), l’AIAD ha pubblicato – con l’ausilio della TEHA – un report sulla filiera industriale della difesa e sicurezza in Italia. Ma il dato costante dei 50 mila occupati diretti nell’industria militare, disseminato dagli anni ’90 fino a oggi, continua a essere il dato più intercettato e diffuso dall’IA. Il nuovo report sostiene, invece, che la filiera della “Difesa e Sicurezza” in Italia nel 2024 “ha generato oltre 22 miliardi di Euro di fatturato e sostenuto oltre 62.000 occupati diretti. Considerando anche l’impatto indiretto e indotto, questi valori salgono rispettivamente a 60 miliardi di Euro e 145.000 occupati. Con circa 6,5 miliardi di Euro di esportazioni autorizzate di armamenti nel 2024 (pari a circa il 29% del totale del fatturato), l’Italia ha raddoppiato la propria quota di mercato globale tra il 2015 e il 2024 […]” Da una elaborazione di The Weapon Watch, su bilanci aziendali 2024 e sulle Relazioni annuali della Presidenza del consiglio al Parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo della esportazione, importazione e transito dei materiali d’armamento, dal 2020 al 2025, risulta che le prime dieci aziende in Italia2 per fatturato militare raggiungono quasi 20 miliardi di euro di ricavi nella “Difesa e Sicurezza” (intorno al 90% del totale registrato nel rapporto AIAD – TEHA) pari al 59% dei loro ricavi totali (il 41% è nel civile). Mentre il valore di tutte le esportazioni di materiali d’armamento, autorizzate alle prime 10 aziende dai governi italiani dal 2020 al 2025 in base alla Legge 185/90, raggiunge l’80% sul totale. Il numero di lavoratori dipendenti occupati in queste dieci aziende in Italia supera le 64.000 unità, di cui oltre 37.000 attribuibili all’ambito militare. In pratica questo dato certificato dai bilanci aziendali delle Top 10 corrisponde solo al 60% del totale della forza-lavoro calcolata dal rapporto AIAD-TEHA per l’intero settore “Difesa e Sicurezza”, una percentuale inverosimilmente bassa, che fa ritenere sovrastimato il dato dei 62.000 occupati diretti nel militare. Aggiungiamo che nel novembre del 2024 è stato pubblicato un approfondito e dettagliato rapporto dell’Area Studi di Mediobanca che stimava, analizzando le Top 100 del settore in Italia, in base ai dati di bilancio 2023, un fatturato aggregato, pari a 40,7 miliardi di euro, di cui solo il 49% attribuibile interamente al militare, pari a circa 20 miliardi di euro. Il numero di occupati delle Top 100 attribuibile solo all’ambito militare era stimata intorno alle 54.000 unità. Mentre il valore aggiunto relativo al militare era pari a circa lo 0,3% del PIL italiano. Se il dato di 62.000 occupati diretti nell’industria militare contenuto nel rapporto AIAD – TEHA risulta “sovrastimato”, è alquanto discutibile il dato di 145.000 occupati totali (diretti, indiretti e indotto) contenuto nel rapporto. A maggior ragione è del tutto irrealistica e priva di qualsiasi base scientifica la cifra di 159.000 occupati riportata nell’Abstract dello studio della Fondazione Luigi Einaudi e, ancora più bizzarro, il dato riportato nello studio medesimo, in cui si afferma che l’occupazione indotta (che come tale si somma ai 50mila diretti) è stimata tra le 150mila e 180.000 unità. La sede di Prometeia, a Bologna in Piazza Trento e Trieste.. A questo punto, per onestà intellettuale, dobbiamo dire che il Centro Studi Internazionali (Cesi-Italia) con sede a Roma non c’entra nulla con questi numeri che gli sono stati attribuiti. Secondo l’IA sembrerebbe che la fonte originaria siano i moltiplicatori economici e occupazionali usati dall’Istituto italiano di studi economici “Prometeia”, con cui ha misurato l’impatto del Gruppo Leonardo a livello nazionale e nelle singole regioni (Lombardia e Piemonte). Quel rapporto, ricordiamo, era stato oggetto di molte critiche e di sorrisi sarcastici, visto l’uso arbitrario e stravagante di moltiplicatori che avrebbero iper-gonfiato sia il numero delle aziende della supply-chain di Leonardo (4mila a livello nazionale), sia l’impatto sull’occupazione e sul PIL in Italia. Il tutto nasce da un uso alquanto spregiudicato del “Sistema input-output” elaborato dall’economista Wassily Leontief. In pratica, attraverso un sistema di coefficienti, è possibile misurare quanti posti di lavoro vengono generati nell’intera economia a seguito di una variazione nella domanda o negli investimenti di uno specifico settore. Calcolato il numero degli occupati diretti, nel nostro caso sono quelli del settore aerospaziale, difesa e sicurezza attribuiti alla quota di fatturato militare, si applicano alcuni coefficienti (moltiplicatori occupazionali) determinando una stima verosimile del numero di occupati indiretti lungo la catena di sub-fornitura. L’occupazione indotta misura, invece, l’impatto del reddito guadagnato e speso in beni di consumo e servizi (alimentari, abitazione, tempo libero, ecc.) dai lavoratori occupati direttamente e indirettamente nel settore considerato. Queste spese generano un’ulteriore occupazione nei settori terziari e di consumo… ma vale, ovviamente, per chiunque abbia un reddito da lavoro o da altre fonti (es. pensioni), non solo per i dipendenti di Leonardo che lavorano in campo militare. Nel caso dello studio AIAD – TEHA è stato utilizzato un moltiplicatore economico della filiera industriale “Difesa e Sicurezza” pari a 2,72 e un moltiplicatore occupazionale pari a 2,30 (62.000 x 2,30 = 142.600). L’ASD in un suo rapporto del 2022, che misurava l’impatto economico e sociale del settore aerospaziale, difesa e sicurezza in Europa, aveva applicato un moltiplicatore analogo, calcolando che ad ogni occupato diretto ne corrispondeva un altro indiretto (coefficiente 1,07), ma correttamente non aveva incluso l’indotto negli occupati legati al settore (diretti + indiretti). A nessuno verrebbe in mente di applicare il moltiplicatore occupazionale ai 714.000 lavoratori dipendenti nella sanità pubblica o al milione e 480.000 lavoratori dipendenti della scuola pubblica o, tantomeno, ai 15 milioni e 400.000 pensionati che con un assegno medio mensile di 1.370 euro contribuiscono anche loro all’occupazione indotta. Sgombriamo, quindi, il campo dall’uso improprio di questo espediente matematico per gonfiare il peso economico e occupazionale dell’economia di guerra, conteggiando anche il personale dei bar dove vanno a fare colazione i dipendenti e i manager di Leonardo. Conclusione I 159.000 occupati nell’industria in Italia legati alle produzioni militari sono una fake news (forse originata da Prometeia), ripresa senza verificare né il dato, né la fonte in uno studio della Fondazione Luigi Einaudi che, consapevolmente o inconsapevolmente, ricicla la fake news dandogli attendibilità. Con il risultato che è rilanciata – anche in buona fede – da alcuni articoli sui media sia cartacei, sia online. Una citazione la merita anche il professore Alberto Pagani, che partendo dai 50.000 occupati diretti dell’AIAD, prima del rapporto 2025, ha finito per dare i numeri, stimando un impatto ulteriore tra i 150.000 e i 180.000 occupati. Per uno studioso i numeri, si sa, sono da maneggiare con cura, come gli “esplosivi” che transitano dal porto di Marina di Carrara. In mezzo a questo modo bizzarro di fare ricerca, l’unica stima attendibile (riferita al 2023), ci sembra quella di 54.000 occupati diretti, contenuta nel rapporto pubblicato dall’Area Studi Mediobanca. Se utilizziamo il coefficiente applicato da ASD per calcolare gli occupati indiretti, l’occupazione totale (diretti + indiretti) risulterebbe intorno alle 112.000 persone, ben 47.000 in meno rispetto al dato di 159.000 (uno scarto del 42%). In ultimo, azzardando una proiezione al 2024 l’occupazione totale (diretti + indiretti) non supererebbe i 120.000 occupati, 25.000 in meno del dato contenuto nel rapporto AIAD – TEHA (uno scarto del 21%). Secondo The Weapon Watch rendere pubblico il discorso sul lavoro che produce armi è già riconvertirlo, è già metterlo in discussione, non darlo più per scontato, né accettarlo per sempre… Smontare, nel nostro piccolo, numeri e dati di una falsa narrazione sull’industria militare, equivale a svelare che “il re è nudo”. 1 ⁠In Italia esistono con lo stesso nome, ma sono due entità distinte, la Fondazione Luigi Einaudi con sede a Torino istituita nel 1964, grazie alla donazione della famiglia Einaudi della biblioteca e per iniziativa di enti pubblici, istituti di credito e società torinesi. E la Fondazione Luigi Einaudi, per studi di politica economia e storia, istituita nel 1962 con sede a Roma, per iniziativa dell’allora leader Giovanni Malagodi del Partito Liberale Italiano. 2 Il Cesi-Italia (Centro Studi Internazionali) ha pubblicato un rapporto nel giugno 2026, ma ci risulta sia solo inerente alle sfide strategiche e della sicurezza nel settore spaziale e non sull’industria aerospaziale e della difesa. Non risulterebbe da documenti accessibili che il Cesi-Italia abbia mai menzionato la cifra di 159mila occupati nel settore industriale della Difesa e Sicurezza in Italia. 3 La tabella e i dati di questa elaborazione saranno inclusi nel capitolo scritto da Gianni Alioti su “L’industria militare europea” nel libro, a cura di Mario Pianta, in via di pubblicazione da Feltrinelli Editore con il titolo “Se l’Europa va alla guerra. Politica, economia e tecnologia della corsa al riarmo”. 1    1⁠In Italia esistono con lo stesso nome, ma sono due entità distinte, la Fondazione Luigi Einaudi con sede a Torino istituita nel 1964, grazie alla donazione della famiglia Einaudi della biblioteca e per iniziativa di enti pubblici, istituti di credito e società torinesi. E la Fondazione Luigi Einaudi, per studi di politica economia e storia, istituita nel 1962 con sede a Roma, per iniziativa dell’allora leader Giovanni Malagoli del Partito Liberale Italiano. 2    2
July 14, 2026
Weapon Watch
Marina di Carrara, porto degli esplosivi.
URGENTE UN OSSERVATORIO PER LA TRASPARENZA Importante incontro pubblico a Marina di Carrara, il 2 luglio scorso, alla presenza del sindaco di Carrara, Serena Arrighi, dei rappresentanti dei lavoratori portuali e della società civile, di cittadini e comitati locali. Il tema è quello sollevato dalla giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, in particolare con un suo articolo pubblicato il 12 giugno 2026 da Altreconomia. L’incontro è stato promosso dall’Accademia apuana della pace, che ha raccolto le inquietudini e gli allarmi circa un movimento portuale di esplosivi, rivelatosi ingente. La prima denuncia è arrivata dai lavoratori del porto: tir che espongono le placche arancioni obbligatorie per i carichi esplosivi, sempre accompagnati da guardie giurate e vigili del fuoco, si presentano nelle ore serali o notturne e caricano sui traghetti diretti in Sardegna. Il sindacato UBS ha chiesto un incontro urgente con Bruno Pisano, presidente dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Orientale, sotto la cui competenza ricade anche il porto di Carrara. Pisano, alla presenza del sindaco Arrighi, ha assicurato che si tratterebbe di esplosivi civili, fuochi d’artificio, polveri per le cave destinate ai cantieri in Sardegna. La realtà è ben diversa, e si è iniziato ad averne conto grazie ad un accesso civico agli atti che Maggiori e Altreconomia hanno indirizzato alla competente Capitaneria di porto. 934 tonnellate di esplosivi in uscita nell’anno 2025, di cui poco meno del 90% con classe di rischio 1.1D, e 735 tonnellate in entrata, quasi solo in classe 1.1D, classe che si applica alle munizioni militari, alle cariche esplosive e ad alcuni proiettili ad alto potere esplosivo. I dati della Capitaneria, si noti, escludono esplicitamente «per motivazioni di sicurezza nazionale» gli esplosivi militari. Così oggi sappiamo che il porto di Marina di Carrara è «classificabile quale entità critica» per gli organi preposti alla tutela dei trasporti sensibili e alla difesa nazionale. Il traghetto «Rosa dei Venti», di proprietà di Corsica Ferries-Sardinia Ferries, è attualmente noleggiato al Gruppo Grendi tramite un contratto time charter che si estende fino al 2028, e impiegato nel collegamento merci regolare tra Continente e Sardegna. Il Gruppo Grendi è il principale operatore nel porto di Marina di Carrara.. Nessuno a Carrara, neppure il sindaco e tantomeno gli abitanti e i villeggianti della ridente frazione di Marina, ha mai saputo di convivere con una corrente di traffico così pericolosa e così “critica” per la difesa nazionale. Carrara si aggiunge così a Cagliari, Ravenna, Gioia Tauro, La Spezia, Genova, Venezia-Marghera, Monfalcone, città portuali dove abbiamo documentato passaggi di armi e munizioni dirette verso paesi coinvolti in guerre e genocidi, dallo Yemen al Sudan, dall’Ucraina a Israele. Da tempo sappiamo che invece di tutelare gli “interessi nazionali” e della difesa i nostri governi si preoccupano di favorire e promuovere affari con paesi che non rispettano nessuna regola democratica, che soffocano nel sangue o nelle prigioni la dissidenza politica e culturale, che praticano l’apartheid, che non hanno firmato i trattati che limitano il commercio delle armi o che prevedono il disarmo nucleare. Quanto alla sicurezza di lavoratori e residenti, le autorità – che temono sempre l’allarmismo – non fanno che minimizzare pensando di tranquillizzare. Tuttavia, negli ultimi cinque anni le esportazioni italiane di esplosivi sono raddoppiate in valore (da 52 a 106 milioni di euro) e quasi quintuplicate in peso (da 1800 a 8500 tonnellate, dati Istat), quelle verso l’Ucraina sono quasi un terzo del totale esportato, quelle verso Israele si sono moltiplicate per cento. Questi non sono dati che possono lasciare tranquilli. Anche Weapon Watch ha portato la sua voce all’incontro di Carrara, in sostanza per ribadire due punti. Innanzi tutto per ricordare che lo spirito e la lettera della Legge 185 del 1990 impongono alle autorità e al governo la trasparenza del commercio estero degli armamenti, esplosivi inclusi. Proprio perché si tratta di un commercio delicato, che implica scelte di politica internazionale e anche – come vediamo in questi giorni – di politica interna con forti ricadute sul bilancio dello stato, proprio per questi motivi i cittadini hanno diritto di sapere di cosa si sta parlando, a quali logiche corrispondono le relazioni con i paesi importatori e quali sono le aziende che ne beneficiano. Se poi si tratta di merce pericolosa, come gli esplosivi e le munizioni, allora c’è anche un aspetto di trasparenza in materia di sicurezza di cui le autorità devono tener conto. In secondo luogo, sulla base delle proprie ricerche Weapon Watch sottolinea che hanno sede nella provincia di Massa Carrara nove aziende connesse a vario titolo con il complesso militare-industriale, di cui tre sono rilevanti impianti per la produzione di munizioni pesanti ed esplosivi (Leonardo presso il Centro interforze munizionamento avanzato di Aulla, MBDA stabilimento di Aulla, UEE Italia Srl di Licciana Nardi). Se poi si considera un raggio di 50 km dal porto di Marina di Carrara, le aziende legate al complesso militare industriale diventano 67. Inoltre va considerata la prossimità con due importanti scali marittimi come La Spezia e Livorno, da cui transitano frequentemente attrezzature militari, e la presenza in questo tratto del Tirreno settentrionale e nell’immediato retroterra di una serie di importanti basi militari, tra cui quella gigantesca di Camp Darby dell’esercito statunitense. È su questo apparato produttivo e sulla logistica che lo connette al mercato globale che si sta concentrando l’attenzione della società civile e dei lavoratori, che pongono domande legittime le cui risposte sono garantite da leggi nazionali e trattati internazionali. Anche la recente sentenza del TAR dell’Emilia Romagna, sempre su iniziativa di Linda Maggiori, ha ribadito il diritto alla trasparenza – sia pure con alcune limitazioni di non poco peso – attraverso l’accesso civico generalizzato, che è un «accesso dichiaratamente finalizzato a garantire il controllo democratico sull’attività amministrativa, nel quale il c.d. right to know, l’interesse individuale alla conoscenza, è protetto in sé». Quale può essere lo strumento concreto di questa trasparenza? La proposta che Weapon Watch ha avanzato a Genova, e che può naturalmente essere ripresa anche in altre città portuali, chiama in causa i sindaci e i consigli comunali in quanto rappresentanti eletti e auspicabili attori di una mediazione tra collettività e autorità con competenza sui trasferimenti di armi. È la proposta di un osservatorio per informare i cittadini a partire dai dati che possiedono enti e autorità dello Stato (prefetto, autorità portuale, Capitaneria di porto, Agenzia delle dogane), a cui partecipino anche operatori e lavoratori portuali, coordinato dalle figure elette in ambito comunale (sindaco, consiglieri comunali). Uno strumento, insomma, che sia al servizio della trasparenza e che aggiorni le comunità locali di quante armi passano dai nostri porti, di quali siano i produttori e i destinatari, e se questi traffici rispettino le normative vigenti anche in tema di sicurezza. Riportiamo qui la proposta di Weapon Watch presentata pubblicamente a Genova nel dicembre 2025. Proposta_osservatorio
July 10, 2026
Weapon Watch
Ancora sulle basi USA in Italia
Per affrontare in modo compiuto il dibattito pubblico – mai finito – sulle basi militari americane in Italia sarebbero necessarie tre constatazioni. La prima è che gli Stati Uniti dichiarano di avere 47 attive in Italia, 34 maggiori e 13 minori, come riporta l’ultimo Base Structure Report pubblicato dal Dipartimento della Difesa (ora della Guerra!) americano, relativo all’anno 1 2025. È un inventario di beni federali all’estero, che indica anche il “valore di rimpiazzo” (Plant Replacement Value) dei beni immobili costruiti nelle basi, un corrispettivo di circa 19,5 miliardi di dollari che l’Italia dovrebbe restituire al contribuente americano nell’ipotesi di un totale ritiro delle truppe USA. La seconda constatazione riguarda il macroscopico cambiamento avvenuto tra fine degli anni Ottanta e inizio dei Novanta nel significato strategico e tattico della presenza militare degli Stati Uniti in Italia. Prima, questa presenza era motivata – nel clima di aspra contrapposizione della guerra fredda – con la difesa dell’Italia e dell’Europa sudoccidentale da una temuta invasione comunista. Dopo il 1991, con la riunificazione tedesca e lo scioglimento del Patto di Varsavia, gli Stati Uniti e la Nato hanno abbandonato gran parte delle basi in Italia – circa un centinaio, secondo una ricerca promossa da Weapon Watch – per mantenerne invece poche decine, riaggiornate però secondo le necessità della propria proiezione militare su un vasto scacchiere, dall’Africa settentrionale al Mar Nero, dal Medioriente al Golfo persico e all’Oceano indiano. Questo cambiamento corrisponde anche al profondo continuo aggiornamento tecnologico degli armamenti e della guerra, e alla dimensione globale assunta ormai dai conflitti. Tuttavia la trasformazione della presenza militare USA in Italia, da “difensiva” a “offensiva”, è evidente ed è confermata dalla tipologia di armamenti schierati di stanza sul territorio italiano, incluse le bombe nucleari adattabili ai caccia multiruolo F-35. La terza constatazione riguarda l’autonomia dei rappresentanti eletti dal popolo, quando hanno dovuto accettare i limiti “politici” imposti da una massiccia presenza militare USA sul territorio nazionale e in un quadro che oggi proietta questa presenza in scenari di attacco, al di là delle formule retoriche via via portate a giustificazione (guerra umanitaria, guerra al terrorismo, guerra preventiva). Questi limiti sono storici, cioè hanno preceduto e accompagnato la stessa nascita – ottant’anni fa – della Repubblica italiana, dal momento che la presenza di truppe USA e basi militari USA data dallo sbarco alleato in Sicilia (luglio 1943) e da allora è stata costante e senza soluzioni di continuità. I “padri costituenti”, che pure valutarono la necessità di vietare in costituzione la firma dei trattati segreti per impedire al potere esecutivo di aggirare il controllo parlamentare su decisive questioni di politica internazionale, alla fine ripiegarono su un testo (articolo 80) privo del divieto. Aprirono così la strada alla serie di trattati segreti che l’Italia repubblicana ha sottoscritto per regolare e sistematizzare la presenza militare americana. I due principali trattati segreti furono firmati nel 1954 dal governo presieduto da Mario Scelba (vicepresidente Giuseppe Saragat), e costituirono il precedente giuridico-diplomatico per altri successivi protocolli segreti anche riguardanti le basi militari americane, come ha puntigliosamente ricordato lo stesso ministro della difesa Guido Crosetto lo scorso 7 aprile alla Camera dei deputati. Nella stessa seduta, il ministro ha fatto un resoconto dettagliato dei voli da due delle principali basi italiane occupate dalle forze armate statunitensi, in un periodo compreso tra 2018 e 2025. Lo riportiamo qui in forma di tabella. Il ministro Crosetto durante l’informativa alle Camere del 7 aprile 2026. Il 24 giugno scorso il segretario della Nato Mark Rutte ha affermato, in un’intervista a Foxnews, che gli alleati europei hanno sostenuto fortemente le operazioni militari americane contro l’Iran (la campagna “Epic Fury”), concedendo le proprie basi per 4-5.000 voli e costituendo una piattaforma di forte proiezione per gli Stati Uniti. Ha poi fatto l’esempio dell’Italia: «For example Italy. Five hundred US planes took off from US bases in Italy to support Epic Fury. This is massive!». Parole che spazzano via ogni tentativo di minimizzare la partecipazione attiva dell’Italia al conflitto contro l’Iran. Invece lo stesso ministro Crosetto pochi giorni dopo ha smentito Rutte e ribadito che l’Italia ha autorizzato esclusivamente attività tecniche, logistiche e di supporto, escludendo categoricamente voli o missioni di natura cinetica (cioè combattive o offensive). Il segretario della Nato, Mark Rutte, nell’intervista rilasciata a Foxnews il 24 giugno 2026. L’osservatorio Weapon Watch raccoglie da anni le prove (le trovate sul sito web www.weaponwatch.net) che confermano la partecipazione dell’Italia a molti conflitti armati scoppiati negli ultimi anni, dalla Libia all’Ucraina, dallo Yemen a Gaza e ora all’Iran. Partecipazione che ha comportato sia la cessione di materiale militare da parte delle forze armate italiane, che l’invio di armamenti prodotti in Italia – principalmente dal gruppo Leonardo – o prodotti all’estero e transitati da porti e aeroporti italiani. Tutto ciò nega il ripudio costituzionale della guerra e viola la Legge 185 del 1990. L’Italia è entrata in tutte le guerre volute da Washington, così come sta sostenendo quelle volute a Tel Aviv. È sconcertante che un governo come quello attuale, che in ogni sede internazionale si è speso per dimostrare il suo sostegno all’amministrazione Trump, autoproclamandosi nel ruolo di “miglior amico degli Stati Uniti”, voglia oggi negare la propria responsabilità circa le inevitabili conseguenze di questo atteggiamento. [vedi anche il precedente articolo sullo stesso tema; https://www.weaponwatch.net/2026/01/26/per-una-ricognizione-sulle-basi-straniere-in-italia/ ]
June 30, 2026
Weapon Watch
NEANCHE UN CHIODO, NEANCHE UNA VALVOLA
La preziosa ricerca pubblicata poche settimane or sono col titolo Made in Italy per l’industria del genocidio ha acceso i riflettori su aspetti meno noti della complicità occidentale nella tragedia senza fine del popolo palestinese. Quella ricerca ha reso evidente che la complicità non si limita alla sfera militare. È complicità gravissima quella di armare le forze armate di un paese che non aderisce a nessun trattato, che non rispetta il diritto internazionale, che disconosce l’autorità delle Nazioni Unite, che ha due tra i suoi massimi responsabili politici (Netanyahu e Gallant) colpiti da mandati di arresto emessi dalla Corte penale internazionale perché accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma per continuare ad agire come un “paese canaglia” Israele ha anche necessità di ricevere dai suoi alleati americani ed europei molto di più delle sole armi e munizioni, ha bisogno di ricambi, di indumenti, di generi alimentari, che un paese di minuscola taglia (per superficie inferiore all’Emilia-Romagna, per popolazione pari a quella della Lombardia) e così fortemente militarizzato non può fabbricarsi da sé. Di qui la necessità vitale per Israele di mantenere una estesa ed efficiente rete logistica che garantisca il fabbisogno di materie prime e prodotti finiti, e di rimanere pienamente integrato nei meccanismi della circolazione commerciale e finanziaria internazionale. Per capire quanto è profondo il coinvolgimento nella violenza genocidaria di Israele, prendiamo il caso di una singola fornitura dall’Italia a Israele, scelto tra quelli apparentemente più lontani dalle filiere esplicitamente militari e anche da quelle dual use. Si tratta di due casse di valvole a sfera in acciaio spedite nel luglio 2024 dal magazzino di Seregno (MB) della Emerson Process Management Srl, componenti legati al controllo di processo cioè a un tipo di attrezzature (valvole, regolatori di pressione, attuatori pneumatici) che serve a regolare il trasporto di fluidi come acqua, petrolio, gas naturale. Possiamo dedurre che le valvole hanno un impiego nelle attività gas&oil, perché il destinatario finale è Chevron Mediterranean Ltd. (CML) con sede a Herzliya. CML è la filiale israeliana del colosso petrolifero americano Chevron, erede diretta della ex Standard Oil dei Rockefeller, con un fatturato annuo che nel 2024 ha superato i 200 miliardi di dollari. Berkshire Hathaway, la holding del mitico investitore Warren Buffett, ne è divenuto il maggiore azionista nel 2020 con una scalata aggressiva, arrivando all’8,17% del capitale, ma nei primi mesi del 2026 è scesa al 4,2%. In sei anni la quotazione azionaria di Chevron è passata da un minimo di 71 a un massimo di 206 dollari. Si stima che l’investimento in Chevron abbia fatto guadagnare alla holding di Buffett otto miliardi di dollari, sommando i dividendi annui alla rivalutazione del capitale. Valvole per il controllo remoto del flusso di gas naturale, prodotte da Emerson Process Managment. Anche l’azienda fornitrice delle valvole è un’azienda di fatto americana. È stata italiana fino al 2001 con la denominazione OMT Officina Meccanica Tartarini, sede aCastel Maggiore (BO), cioè fino all’acquisizione da parte della multinazionale americana Emerson Electric, presente in molti campi industriali con un fatturato complessivodi 18 miliardi di dollari e 71.000 dipendenti nel mondo (2025). Da allora opera come Emerson Process Management, Srl con sede principale a Seregno, anche se il marchio OMT è tuttora utilizzato e contribuisce alla leadership globale nel valvolame per impianti gas&oil del gruppo Emerson. La capofila Emerson Electric Co. con sede a St. Louis (MO) è una public company quotata alla Borsa newyorkese, con un azionariato per tre quarti costituito dai grandi fondi (Vanguard, BlackRock) e da investitori istituzionali, e oggi punta sull’automazione industriale controllata dall’IA, pur mantenendo una forte presenza nell’aerospazio/difesa (avionica, radar militari). Le casse sono state spedite dal porto di Venezia e caricate sulla nave «Mito» (IMO 9319571), che opera con bandiera portoghese per conto di una società armatrice (Mito GmbH & Co. KG.) riferibile all’amburghese TB Marine Cont Shipmanagement, che gestisce una trentina di navi, soprattutto gasiere, oltre a nove medio-piccole portacontenitori iscritte al registro navale portoghese. «Mito» può portare 1.100 TEU, attualmente opera nel Mediterraneo orientale al servizio del nuovo grande terminal di transshipment di Damietta, il DACT Damietta Alliance Container Terminal, gestito da un consorzio tra Hapag-Lloyd, Eurogate e Contship Italia. Infatti tra marzo e maggio 2026 ha toccato Haifa e Ashdod tre volte (4 marzo, 30 marzo, 19 maggio), oltre ad altri porti turchi e greci, operando come feeder da Damietta. Tuttavia all’epoca della spedizione delle valvole, tra luglio e agosto 2024, il DACT non era ancora in funzione (è stato inaugurato il 14 febbraio 2026), e la «Mito» era impiegata tra Adriatico, Egeo e Mediterraneo orientale, sulla rotta Capodistria, Trieste, Venezia, Ancona, Pireo, da e verso i porti egiziani e israeliani, raccogliendo traffico locale anche per la rete globale della ONE Ocean Network Express, il grande gruppo armatoriale giapponese con sede a Singapore, sesto operatore mondiale nei container marittimi. Le scatole di valvole sono state trasportate proprio con un contratto ONE, compagnia che in Italia ha un grande ufficio commerciale e operativo a Genova. Riassumendo. La filiale italiana di un gruppo USA leader nelle attrezzature di estrazione e gestione del gas naturale spedisce dall’Italia due casse di valvole a sfera alla filiale israeliana di un gruppo petrolifero della dimensione di Chevron, servendosi di un collegamento marittimo Venezia-Haifa di linea gestito da operatori di fascia alta. Quale “complicità” si può vedere tra la filiera di fornitura delle valvole sopra descritta e ciò di cui si stanno rendendo responsabili il governo e le forze armate israeliane nei confronti delle popolazioni palestinesi e libanesi? Considerato il ruolo attuale di Israele quale grande produttore ed esportatore di gas naturale, si tratta di una forte complicità. Negli ultimi dieci anni Israele è passato dalla dipendenza quasi assoluta dalle importazioni di materie prime fossili (carbone, greggio, gas) all’autosufficienza e quindi a esserne esportatore netto, grazie alla scoperta e allo sfruttamento dei grandi giacimenti offshore di gas naturale nel Mar di Levante, estremità orientale del Mediterraneo. Con l’avvio dello sfruttamento di Tamar (2013), Leviatano (2019) e Karish (2022) Israele si è assicurato riserve provate di gas naturale superiori a 1.100 miliardi di tonnellate, pari a 40 anni di autoconsumo. Pochi anni fa il paese dipendeva dalle importazioni del gas egiziano, oggi Giordania ed Egitto dipendono dal gas israeliano. Il progetto di un gasdotto verso Cipro potrebbe aprire a Israele il ricco mercato europeo del GNL e aggravare un divario energetico nella regione che ha già portato a un lungo contenzioso con il Libano sulle aree di nuova prospezione e all’interruzione delle forniture a Giordania ed Egitto durante le crisi militari. I giacimenti petroliferi e di gas naturale nel Mar di Lavante. Chevron non solo gestisce i giacimenti maggiori ma è anche proprietaria di Leviatano (al 40%) e di Tamar (al 25%) e lo era anche di Karish prima della vendita forzata a una compaghnia greca per rispettare le normative anti monopoli. Nel gennaio 2026 CML ha deciso di aumentare entro il 2029 la capacità produttiva di Leviatano dagli attuali 12 a 21 miliardi di m³. Sotto la regia di Houston, Tel Aviv ha già raggiunto l’obiettivo di eliminare carbone e petrolio dalla produzione elettrica nazionale, oggi coperta all’80% dal gas naturale, e ora intende moltiplicare le centrali a gas per sostenere la rapida crescita della domanda elettrica interna. Sullo sfondo ci sono anche gli aggressivi progetti di espansione nell’infrastruttura dei data center. Oggi in Israele se ne contano già 34 con una capacità installata di 380 megawatt e previsioni al 2030 di raggiungere i 530 megawatt. La presenza dominante di operatori hyperscaler come Oracle, Microsoft, Google, Amazon – le big 4 ­– è notoriamente legata ai programmi di integrazione nell’infrastruttura militare israeliana.
June 6, 2026
Weapon Watch
ARMARE O RICONVERTIRE
Raccogliamo qui una serie di articoli di Gianni Alioti sui temi del riarmo europeo, della finanza che lo sostiene e delle politiche industriali che la mettono in pratica. Sono-gli-interessi-dellindustria-militare-a-spingere-la-corsa-al-riarmo Chi-boicotta-le-armi-verso-Israele Cosa-centra-Leonardo-con-il-genocidio-a-Gaza Perché-la-corsa-al-riarmo-in-Europa Finanziamento-italiano-per-la-difesa Finanza-armi-e-politica-un-intreccio-perverso
June 3, 2026
Weapon Watch
Il nuovo Eldorado delle armi
1. LE NEW ENTRY DEL MERCATO SECONDO L’ULTIMA RELAZIONE Secondo la Relazione della Presidenza del consiglio da poco pubblicata,1 nell’anno 2025 c’è stato un forte aumento delle aziende interessate ad esportare armi dall’Italia. Nel decennio precedente ogni anno si iscrivevano al Registro nazionale delle imprese (RNI) tra 25 e 40 aziende, e se ne cancellavano mediamente 14. Nel 2025 se ne sono iscritte 75, un record assoluto, a fronte di 20 cancellazioni. Le iscrizioni al Registro nazionale delle imprese (RNI) negli ultimi dieci anni 2016-2025. Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, diversi anni. Il Registro nazionale delle imprese è tenuto dal Ministero della difesa attraverso il Comando Interforze Cyber Intel Reparto Informazioni e Sicurezza (CoCI RIS), a cui compete l’accoglimento della domanda di iscrizione al RNI e l’emissione del nullaosta per le aziende che intendono svolgere manutenzione o addestramento in Italia o all’estero, iniziare trattative contrattuali da e verso Paesi NATO non membri dell’UE, e importare/esportare ricambi, componenti e servizi, oltre che le operazioni temporanee relative a installazione e collaudo, mostre e fiere, campionature ecc. Materialmente il Registro è aggiornato bimestralmente dalla Direzione nazionale degli armamenti (DNA). Da notare che per le aziende l’iscrizione al RNI è onerosa, poiché comporta un contributo annuo di 800 €, da versare entro il 31 gennaio. Inoltre richiede anche la licenza prefettizia (biennale) ex art. 28 TULPS, un’autorizzazione obbligatoria per fabbricare, importare, esportare, collezionare, depositare o vendere armi da guerra, armi tipo guerra, munizioni, materiali esplodenti e, secondo la normativa recente, anche specifici strumenti di autodifesa destinati a corpi armati e di polizia. Possiamo dunque affermare che un’azienda che si iscrive al RNI è seriamente intenzionata a entrare nel commercio degli armamenti. -------------------------------------------------------------------------------- 2. SOCIETÀ DI NUOVA COSTITUZIONE MA SUBITO PRONTE A ESPORTARE ARMI Tra le 75 new entries nell’import-export di armi, vi sono aziende di tutte le dimensioni, anche minuscole società di persone (Snc e Sas) e ditte individuali. Alcune importanti società di recente costituzione si sono immediatamente iscritte al Registro nazionale delle imprese (RNI), rivelando subito una dichiarata vocazione militare: * Baykar Piaggio Aerospace Spa con sede a Villanova d’Albenga (SV), ex Piaggio Aero Industries appena rilevata (giugno 2025) dai nuovi azionisti turchi della famiglia Bayraktar dopo un lungo periodo di amministrazione straordinaria, ha subito richiesto e ottenuto quattro autorizzazioni all’export, valore quasi 700.000 €, pezzi di ricambio e manutenzione relativi alla versione militarizzata dell’aereo P180 spediti in Francia e Gran Bretagna. Da notare che versioni militarizzate del P180 sono utilizzate solo dalle Forze armate italiane, dagli Emirati e dalla Thailandia. Nel nuovo consiglio di amministrazione della Baykar Piaggio siedono, oltre ai manager turchi, un esperto come Fabrizio Giulianini con lunga esperienza in Leonardo, candidato designato a succedere a Mauro Moretti nel 2017 e poi bocciato, e soprattutto un politico come Giuseppe Cossiga, figlio di Francesco, dal novembre 2022 presidente di AIAD e dall’aprile 2025 di MBDA, già deputato di Forza Italia, poi FdI, ex sottosegretario alla Difesa 2008-11 nel governo Berlusconi IV Il campionario di unmanned aerial vehicle systems di Baykar presentato alla fiera delle armi di Istanbul SAHA 2026, Droni pesanti da combattimento e ‘droni killer’ (loitering munitions) dell’azienda turca potrebbero essere fabbricati nell’ex stabilimento Piaggio di Albenga.. * Leonardo Rheinmetall Military Vehicles Srl (LRMV), joint venture paritetica tra Leonardo e Rheinmetall, ha iniziato l’attività nel febbraio 2025 e si è immediatamente iscritta a RNI, prima ancora che Leonardo avesse finalizzato (marzo 2026) l’acquisizione di IVECO Defence Vehicles e della sua divisione Astra, che probabilmente confluiranno in LRMV, la cui unica sede operativa per ora è alla Spezia presso lo storico stabilimento ex OTO Melara. Qui si sta lentamente proseguendo alla consegna di 21 mezzi corazzati all’Esercito italiano, una goccia rispetto ai 1.050 veicoli di fanteria destinati a rinnovare le linee dei mezzi pesanti del nostro esercito. Intanto il Comune della Spezia ha approvato (gennaio 2025) l’ampliamento dello stabilimento dove dovrà operare LRMV Uno dei primi quattro veicoli corazzati Lynx KF-41 consegnati da LRMV all’Esercito italiano nel gennaio 2026 presso il Centro Polifunzionale di Sperimentazione (Ce.Poli.Spe) di Montelibretti (RM). * SISLI Società Ingegneria Supporto Logistico Integrato Srl è una società di ingegneria logistica nata nell’ottobre 2025, in seguito all’acquisizione delle attività di Integrated Product Support (IPS) di SIPAL Spa da parte del colosso americano Accenture, leader mondiale della consulenza strategica, sorto dalla dissoluzione di Arthur Andersen nel 2002. SISLI ha sede legale a Milano e altre dodici sedi operative a Bolzano, Cagliari, Lecce, Livorno, Assago (presso la sede italiana di Accenture), Modena, Napoli, Piacenza, Roma, Grottaglie, Torino, Gallarate. SIPAL Spa di Torino è società controllata dalla holding FININT di Matterino Dogliani e famiglia, e si era sinora incaricata di garantire il funzionamento e la manutenzione di “prodotti complessi” come aerei, veicoli terrestri e navali, e quindi coinvolta anche in diversi programmi di difesa a livello nazionale ed europeo. Il corporate center di Accenture, 15.000 m2 nel cuore dell’Innovation District di Milano, inaugurato nel 2021 -------------------------------------------------------------------------------- 3. LE GRANDI AZIENDE ALL’ASSALTO DEI FONDI PUBBLICI PER IL RIARMO Tra i nuovi ingressi nel Registro nazionale delle imprese (RNI) troviamo nomi abbastanza sorprendenti, aziende grandi e anche colossali che chiedono di essere autorizzate ad accedere al commercio internazionale di armamenti. Ne elenchiamo alcune in ordine decrescente di fatturato (2024): * Stellantis Europe Spa è l’azienda del gruppo Stellantis N.V. (sede ad Amsterdam, controllato di fatto dalla holding lussemburghese Exor, famiglia Agnelli-Elkann) che gestisce i marchi e gli stabilimenti italiani, cioè ancora circa 30.000 dipendenti. Com’è noto Exor ha ceduto IVECO Defence Vehicles di Bolzano (IDV, comprensivo del marchio Astra) a Leonardo, e fino ad oggi non si avevano notizie circa l’eventuale ingresso di Stellantis nel settore delle forniture militari. Anzi circa un anno fa John Elkann ha dichiarato pubblicamente che «il futuro dell’auto non è l’industria bellica», affermazione che sembra però contraddetta dalla contemporanea iscrizione al RNI John Elkann, presidente di Exor, nell’audizione in Parlamento del 19 marzo 2025 . * Engineering Ingegneria Informatica Spa è il principale gruppo IT in Italia e tra i leader in Europa, quotato in borsa fino al 2016 e dal 2020, con l’uscita di scena del fondatore Michele Cinaglia, entrato sotto il controllo di fondi di investimento americani e italiani. Nel giugno 2023 si è fuso con la holding controllante Centurion Bidco, con la successiva emissione di un prestito obbligazionario di importo pari al costo finanziario dell’operazione d’acquisto. Nel gennaio 2026 ha dichiarato uno stato di crisi giustificato con il generale calo della domanda nel settore consulenza IT nel nord Italia, e conseguente esubero di 658 lavoratori sugli oltre ottomila impiegati. Nell’aprile successivo ha ottenuto l’ok dei sindacati per avviare i contratti di solidarietà, e con l’uso di diversi strumenti (reinternalizzazione, ricollocazione e cessazioni volontarie) i licenziamenti effettivi sono scesi a 186 lavoratori; * Flextronics Manufacturing Srl, azienda triestina più conosciuta come Flex (fino al 2015 Alcatel-Lucent), ha ottenuto l’iscrizione al RNI all’inizio del 2025, giusto prima della definitiva cessazione della società. Era entrata in crisi per la defezione del suo maggior cliente (Nokia) e dopo una vertenza sindacale durata due anni, nel febbraio 2025 la casamadre americana ha venduto lo stabilimento delle Noghere al fondo tedesco FairCap, che ha ribattezzato la nuova società Adriatronix. Il governo però non ha accettato il piano industriale dei nuovi proprietari, e li ha forzati a vendere alla newco Star Tech Industries, con sede a Milano, di cui è unico socio Novica Mrdovic Vianello, imprenditore italiano di origine serba con vent’anni di esperienza nel settore difesa, alla testa di un fondo di venture capital di diritto lussemburghese, specializzato in acquisizioni europee nel settore aerospazio e difesa. Nel passaggio di proprietà ha avuto un ruolo una società finanziaria milanese di cui è socio il commercialista Stefano Buffagni, ex viceministro allo Sviluppo economico nel secondo governo Conte e deputato del Movimento 5 Stelle dal 2018 al 2022. Marzo 2025, presidio dei lavoratori di fronte ad Adriatronix, ex Flextronics di Trieste. Tuttavia la travagliata vicenda non si è chiusa. Secondo notizie di stampa, il governo sarebbe nuovamente intervenuto per esercitare il golden power e ridurre la partecipazione al capitale di Star Tech degli israeliani di NewPhotonics, azienda di semiconduttori con sede a Petach Tikva, nei pressi di Tel Aviv, partecipazione inizialmente prevista al 50%. L’uscita di scena degli israeliani ha “indirettamente” provocato la mancata erogazione ai dipendenti degli stipendi di aprile e la riapertura urgente di un tavolo con le istituzioni. Oggi nello stabilimento che nel 2023 ha fatturato 750 milioni di euro con circa 400 dipendenti, lavorano 320 persone con accordi di solidarietà a rotazione (un centinaio di lavoratori lavora solo un giorno alla settimana) in scadenza a giugno 2026 11 maggio 2026, presidio dei lavoratori di fronte alla StarTech per il mancato pagamento degli stipendi di aprile. * Carraro Drive Tech Italia Spa di Campodarsego (PD) è società del gruppo padovano Carraro (trattori), che si occupa in particolare di sistemi di trasmissione, ingranaggi e riduttori. Il gruppo sta soffrendo la generale crisi dell’automotive, nel 2024 il fatturato di Carraro Drive Tech è calato del 16%, quello di gruppo del 13%, e nel 2025 di un ulteriore 1,6%. Il gruppo è ampiamente internazionalizzato e finanziariamente solido, tanto da aver realizzato nel 2021 il delisting dalla Borsa di Milano e nel 2024 la collocazione alla Borsa di Mumbai della controllata Carraro India, Carraro fornisce già gli assali a trave per il fuoristrada militarizzabile Ineos Grenadiers, quindi l’ingresso nell’export militare può essere visto come una prospettiva non secondaria, sebbene poco coerente con il percorso di valorizzazione del capitale umano del Gruppo (the Carraro spirit) basato sulla marked-focused innovation coniugata con la sostenibilità ambientale * Tecnikabel Spa di Volpiano (TO), specializzata nella produzione di cavi su misura per telcom e automotive, e con un catalogo per le applicazioni militari (aerei, navi da guerra), ambisce a entrare con forza nel mercato internazionale delle forniture per la difesa. La svolta è avvenuta nel 2024 con il passaggio di mano dalla vecchia proprietà famigliare (i Garaffi, rimasti in azienda) al fondo francese d’investimento Andera Partners (emanazione del gruppo Rotschild). Con stabilimenti in Italia, Germania e Cina, ha di recente acquisito (aprile 2026) l’azienda americana Eis Wire & Cable, fortemente impegnata nella defence electronics per i principali contractor USA L’evento the Carraro Spirit si è tenuto nel febbraio 2025 a Padova di fronte a 1500 partecipanti, tutti dipendenti del gruppo. * El.Com Srl di Leno (BS) opera anch’essa nel settore dei cablaggi elettrici e dei sistemi di connessione, e dagli anni Duemila è subcontractor di Finmeccanica-Leonardo, partecipando in particolare alla fornitura dei cablaggi elettrici dei veicoli militari terrestri e poi dispositivi elettronici e sicurezza per gli elicotteri AW139 e AW169. Fa parte del LAC Lombardia Aerospace Cluster. È guidata dalla seconda generazione della famiglia del fondatore Ugo Comparoni, che già aveva delocalizzato parte della produzione prima in Romania (2004) e poi in Tunisia (2015). L’azienda di Leno in quattro anni ha raddoppiato il fatturato mentre i dipendenti sono aumentati del 30%, mentre almeno 800 collaboratori sono impiegati nei tre stabilimenti in Tunisia ESPORTARE ARMI È SCELTA OPPORTUNISTICA, IN TEMPI DI CRISI Già i sei diversi profili aziendali sopra riportati pongono la questione di quali siano le motivazioni di fondo dell’ingresso nel mercato internazionale della difesa. Analizzando poi le altre aziende iscrittesi al RNI nel 2025, tutte con fatturato inferiore a 100 milioni di euro (2024), la regola è il calo del fatturato e dei dipendenti rispetto agli anni precedenti. Quindi il rivolgersi oggi al settore della difesa appare, più che una vocazione, un’ancora di salvezza e la speranza – non mal riposta, considerate le decisioni nazionali ed europee sul finanziamento del riarmo – di uscire in qualche modo dalla crisi che colpisce in particolare il settore dell’auto e della componentistica, cioè quello che ha retto l’export manifatturiero italiano negli ultimi decenni. 1 Presidenza del Consiglio dei Ministri, Relazione al parlamento ai sensi dell’art. 5 della legge 9 luglio 1990, n. 185, anno 2025, trasmessa al Parlamento il 9 aprile 2026.
May 18, 2026
Weapon Watch
MADE IN ITALY: LE PROVE DELLA COLLABORAZIONE AL GENOCIDIO
Ricercatori indipendenti e palestinesi hanno pubblicato un importante rapporto che prova l’ampiezza della complicità italiana con Israele nelle violazioni del diritto umanitario e dei trattati internazionali ai danni della popolazione palestinese. In particolare il rapporto individua * il ruolo di porti e aeroporti italiani come punti di partenza e di passaggio delle catene logistiche che sostengono il “lavoro sporco” (secondo la cruda espressione usata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz) che sta svolgendo Israele, in guerra contro tutti i suoi vicini; * l’irrilevanza delle dichiarazioni del governo italiano sulla sospensione delle autorizzazioni all’export di armi e munizioni dall’Italia, dal momento che queste esportazioni sono continuate in violazione di leggi e trattati sotto diverse forme (proseguimento di ordinativi autorizzati prima del 7 ottobre 2023, false o ambigue dichiarazioni doganali, completa assenza di controlli sui transiti provenienti da paesi terzi); * la partecipazione di numerose imprese italiane allo sforzo bellico israeliano e ai suoi obiettivi genocidari. Vi troviamo grandi aziende come Leonardo, contro cui è in corso un’azione legale da parte di diverse associazioni e ONG (tra cui Rete Pace Disarmo, Arci, Movimento Nonviolento) per la violazione della legge 185/1990; e anche piccole e medie aziende italiane, sub-fornitrici di componenti di armi e munizioni dirette all’industria militare israeliana, aziende peraltro quasi tutte prive della stessa possibilità di chiedere autorizzazioni all’export, in quando non iscritte al Registro delle imprese ai sensi della legge 185; * il costante flusso di carburanti, greggio e diesel, partito via nave dai porti italiani nel periodo delle massicce azioni militari delle IDF a Gaza; * il ruolo della mega compagnia marittima MSC, che anche in funzione dell’alleanza commerciale con ZIM, ha soppiantato Maersk come colonna portante della logistica militare che lega Stati Uniti e Israele, senza la quale non potrebbero essere sostenuti i molti fronti di guerra aperti. Riteniamo che questo rapporto sia un documento importante anche per il metodo utilizzato, cioè basato principalmente su fonti aperte e sui documenti di accompagnamento delle merci (polizze e manifesti di carico) e quindi adatto ad aggirare l’opacità di fatto e la proterva negazione dell’accesso agli atti, che sono state sinora opposte dalle autorità a giornalisti e ricercatori indipendenti. Pensiamo che il documento potrà ispirare e dare nuova energia alle lotte dei portuali e dei ferrovieri contro la guerra, che rifiutano di sostenere con il loro lavoro i conflitti e i genocidi in corso, così come alle proteste di molti comitati locali contro le aziende grandi e piccole che si sono inserite nelle catene delle forniture militari a Israele.
March 28, 2026
Weapon Watch
Esplosivi e munizioni, un’unica filiera
Pubblichiamo qui una ricerca sulla filiera degli esplosivi, in precedenza pubblicata in due parti separate e qui riunite. È anche il primo contributo di una serie che abbiamo chiamato «Seguire la merce, ricostruire le catene logistiche». Crediamo che sia venuto il momento, infatti, di indicare con precisione come si strutturano le catene logistiche che si dedicano ad alimentare le guerre e a fornire armi e munizioni che servono a colpire soprattutto popolazioni civili e inermi. Si parte dai produttori dei componenti essenziali, si passa a individuare i luoghi in cui si fa l’assemblaggio finale e da cui la merce viene spedita verso il destinatario, si cercano gli intermediari, compresi spedizionieri e trasportatori e soprattutto gli operatori marittimi coinvolti, si ricostruiscono le rotte che fa la nave (o anche più di una nave, in caso di transhipment) fino al porto più prossimo alla destinazione finale. 20260114_Esplosivi-1a-parte 20260114_Esplosivi-2a-parte
March 20, 2026
Weapon Watch
SEMPRE PIU’ URGENTI GLI OSSERVATORI NEI PORTI
COMUNICATO STAMPA Negli ultimi giorni si sono registrati positivi elementi di un cambiamento di approccio delle autorità riguardo al transito di materiale d’armamento, il cui controllo è stabilito dalla Legge 185 del 1990. Il transito, in effetti, è regolato insieme all’esportazione e all’importazione di armamenti, ma dal 1990 ad oggi – come di recente ha rivelato la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, vedi il suo La flotta del genocidio, Altreconomia 2026 – non vi è mai stata alcuna richiesta di autorizzazione a transitare sul nostro territorio per spedizioni di armi provenienti da e dirette a paesi terzi. Questa completa disapplicazione della legge nel controllo del transito ha di conseguenza favorito il passaggio attraverso il territorio italiano di spedizioni di armi che contravvenivano ai criteri di concessione delle autorizzazioni. Sono state innumerevoli le denunce di questo mancato controllo, a partire da quelle clamorose di cui sono da anni protagonisti i portuali di Genova, il cui esempio è stato seguito poi da altri lavoratori nei porti e negli aeroporti italiani. Per anni navi stracariche di armi e munizioni pesanti hanno toccato i porti italiani per andare ad alimentare la guerra delle petro-monarchie arabe contro la popolazione civile dello Yemen. Dopo il 7 Ottobre 2023 abbiamo assistito al sempre più intenso passaggio dall’Italia di massicce catene logistiche che hanno consentito a Israele di cominciare e continuare una guerra di eliminazione fisica degli abitanti palestinesi di Gaza e poi della Cisgiordania. Dallo scorso 26 febbraio, infine, con l’attacco all’Iran in violazione di tutti i trattati e le norme di diritto internazionale, il transito per portare armi e munizioni a Israele si è intensificato ancor più. Le positive novità si devono all’azione dell’Agenzia delle Dogane e della Guardia di Finanza. Nel porto di Ancona il 4 marzo scorso è stato sequestrato un carico di 314.000 munizioni da caccia e milioni di detonatori, probabilmente prodotti da Banchieri & Pellagri (gruppo CSG). Erano a bordo di un tir che stava per imbarcarsi su un traghetto di linea diretto in Grecia. Destinazione finale Cipro, però il carico era stato dichiarato semplicemente packaging e il tragitto concordato con le autorità prevedeva l’uscita dal valico del Tarvisio e il percorso stradale lungo i Balcani. L’autista è stato denunciato per detenzione e trasporto abusivo di munizionamento e materiale esplodente, oltre che per uso di atto falso.  Al sequestro nel porto di Ancona Il TGR Marche ha dedicato un servizio televisivo. Nel porto di Genova l’11 marzo scorso è stato sequestrato un carico di oltre 50 tonnellate di equipaggiamento tattico e di armamento, per un valore stimato di circa 6 milioni di euro. Si tratta di un migliaio di giubbotti antiproiettile, 700 elmetti e uniformi da combattimento, fabbricati in gran parte da KMU Ltd. di Kanpur, Uttar Pradesh, India, e diretti negli Emirati Arabi Uniti. Nel porto di Gioia Tauro, il 18 marzo alcuni container in transito sono stati sottoposti a ispezione su richiesta della deputata Anna Laura Orrico (M5S) e del sindacato USB. Grazie al brillante lavoro di ricerca e analisi condotto dalla campagna internazionale ‘No Harbor for Genocide’ e da BDS italia ‘Campagna Embargo Militare’, si è potuto accertare che si trattava di una spedizione parte di una grossa commessa di componenti in acciaio balistico prodotti da R L Steels & Energy Ltd con sede ad Aurangabad, Maharashtra, India, destinati a una fabbrica israeliana di armi di IMI Systems, del gruppo Elbit Systems. Il colosso dello shipping MSC ha curato la catena logistica dal porto di Mumbai al Mediterraneo, con circumnavigazione dell’Africa. Il governo spagnolo ha negato l’attracco alle navi MSC con questi carichi, ma otto container sono arrivati a Gioia Tauro – che è essenzialmente un porto di transhipment – in attesa di essere reimbarcati su altre navi MSC dirette a Haifa/Ashdod. Interpretiamo questi per ora isolati interventi delle autorità come la presa di coscienza che il nostro paese sta per essere coinvolto in una guerra generalizzata e su più fronti, tenendo conto dell’impegno dell’Italia anche nel sostegno all’Ucraina invasa quattro anni fa. Richiamiamo l’attenzione delle autorità e del governo sulla palese e continua violazione di leggi nazionali e trattati internazionali, violazioni che comportano di fatto e per il diritto internazionale la complicità con gli abusi e le atrocità commesse con l’uso del materiale militare transitato e non fermato attraverso i porti e gli aeroporti italiani. Ripetiamo l’appello ai sindaci delle città portuali interessate dai transiti perché si facciano promotori di “osservatori civici” sulle merci che passano sulle banchine, aprendo così tavoli di confronto tra lavoratori, organizzazioni sindacali, associazioni della società civile e autorità portuali su un tema così delicato e gravido di conseguenze quale è il commercio internazionale di armi, rispondendo responsabilmente alle richieste sempre più allarmate rivolte ai rappresentanti eletti e al governo affinché il nostro paese non sia coinvolto in sanguinosi e disumani conflitti armati. Per contatti e informazioni: * Gianni Alioti, 348 9026909 * Carlo Tombola, 349 6751366
March 20, 2026
Weapon Watch
La lunga strada dei “porti di pace”
La giornata di ieri, venerdì 6 febbraio 2026, è stata doppiamente importante. Da una parte i lavoratori di molti porti europei (ventuno), di cui undici italiani, hanno concretamente protestato contro le politiche di riarmo e ripetuto che «i portuali non lavorano per la guerra». Un effetto non secondario né casuale è stato aver costretto quattro navi a cambiare il loro programma di viaggio: così «ZIM Virginia», «ZIM New Zealand», «ZIM Australia» e «MSC Eagle III» sono rimaste rispettivamente al largo dei porti di Livorno, Genova, Venezia e Ravenna, in questo modo indirettamente confermando – come più volte rilevato da Weapon Watch e dagli attivisti – di far parte della più strutturata catena logistica al servizio dei conflitti, e in particolare del più disumano e dissimulato in corso, quello contro i civili palestinesi. «ZIM Virginia» opera infatti sulla rotta ad alto valor militare tra Usa e Israele, «ZIM New Zealand» tocca in sequenza Marsiglia-Genova-Salerno-Ashdod ed è già stata segnalata per i suoi carichi di armi e munizioni, «ZIM Australia» è stata sinora operativa sulla tratta Constanta-Pireo-Ashod ma è stata recentemente collocata sulla rotta dall’Adriatico settentrionale a Israele, e lo stesso vale per «MSC Eagle III» che copre Koper-Trieste-Venezia-Ashdod. Il corteo che si è svolto a Genova, la sera del 6 febbraio 2026, in occasione dello sciopero di 21 porti europei contro la guerra. Dall’altra, sempre ieri al Consiglio comunale di Genova è stata presentata una proposta di delibera – prima firmataria Francesca Ghio (AVS) – per l’istituzione di un “osservatorio consiliare permanente per la trasparenza, la sostenibilità etica e la sicurezza dei lavoratori del porto di Genova”. È il primo passo perché istituzioni e lavoratori del porto possano cooperare per rendere concreta la definizione «Genova porto di pace» che associazione, sindacati, gruppi giovanili e religiosi hanno da tempo fatto propria. Naturalmente anche questa proposta si muoverà secondo i tempi della politica, e servirà un’assidua vigilanza e molta pressione perché si possa trasformare nell’auspicato organismo di confronto. Ma ai portuali, e soprattutto a quelli genovesi, non manca né l’iniziativa né le lotta che incalzano e aggregano, e infatti già stanno organizzando la prossima flottilla. E neppure bisogna sottovalutare l’attenzione che alla proposta genovese stanno prestando in altre città portuali italiane, innanzi tutto Ravenna, Livorno e Bari, dove nelle prossime settimane partiranno dal basso altre iniziative simili specialmente rivolte alle autorità. Era il 2 aprile del 2022 quando portuali e cittadini di Genova chiesero alle autorità dello Stato e del porto il rispetto delle norme che controllano il commercio delle armi, in una grande manifestazione pubblica che si mosse dalla cattedrale di San Lorenzo per terminare davanti a Palazzo San Giorgio.
February 7, 2026
Weapon Watch