La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /2
continua da qui La sostituzione della madre. Note a margine di un recente dibattito /1 Tre nodi critici: filosofico, femminista, giuridico La coerenza logica delle argomentazioni di L. Zanella è ferrea e quasi sacrale: se la maternità è potenza originaria, relazione fondante e non funzione, allora renderla sostituibile significa far saltare un fondamento di civiltà. È una tesi che non ammette compromessi e proprio questa assolutezza genera le critiche più dure. La critica va articolata su tre registri distinti e intrecciati. Il primo è filosofico. L. Zanella viene dal femminismo della differenza. Da qui la suggestiva metafora ecologista: come non si estrae un bosco per venderlo a pezzi senza distruggerne il senso, così non si estrae la capacità di generare dal suo tessuto relazionale. È evocativa, ma è un ritorno all’essenza. È proprio ciò che Simone de Beauvoir ha speso una vita a decostruire quando scriveva che “donna non si nasce, ma si diventa”. Michela Murgia lo riprende con una formula fulminante: il medium non è il messaggio. Il medium è l’utero: nove mesi di corpo, di rischi, di sangue. Il messaggio è la maternità, cioè la scelta di prendersi cura per sempre. Se si afferma che il corpo che genera e la maternità sono inscindibili, allora per coerenza si dovrebbe rimettere in discussione anche la possibilità di non riconoscere un figlio alla nascita. Anche lì, infatti, il medium viene portato a compimento senza che si traduca in maternità. L. Zanella non vuole farlo, ma è ciò che la sua premessa implica logicamente. E qui la metafora ecologista smette di reggere: un bosco non ha volontà, non sceglie. Una donna sì. Il secondo registro è quello femminista. Quale donna stai tutelando? A questo snodo interviene la lezione del femminismo intersezionale, da K. Crenshaw a bell hooks, da A. Lorde a M. Murgia. L. Zanella parla de “la donna” al singolare, come se fosse un universale trasparente. Il femminismo intersezionale ne decostruisce la pretesa: quell’universale non esiste, è sempre situato.L. Zanella parla di esproprio della maternità. Ma la nostra società è già strutturalmente fondata sull’esproprio della cura: la badante rumena che lascia i figli in Moldavia per accudire nostra nonna ventiquattro ore su ventiquattro non vende nove mesi, vende vent’anni di maternità. E noi lo chiamiamo lavoro. Allora: perché quello è lavoro e la gestazione diventa esproprio? È una critica di classe che M. Murgia coglie con lucidità: ci scandalizziamo della vendita della gravidanza perché tocca un simbolo, l’utero come ultimo residuo di sacralità naturale, non ci scandalizziamo della vendita della cura quotidiana perché ci fa comodo. Se vieti ovunque, come vorrebbe l’istanza abolizionista, non abolisci il bisogno economico che spinge una donna a farlo. Lo sposti soltanto in Kenya, in India, in Ucraina, dove costa meno e dove ci sono meno tutele. Il divieto universale non abolisce il mercato ma lo duplica, creando un mercato a due velocità: uno legale e iper-garantito e uno clandestino e pericolosissimo.                                 Infine il nodo giuridico: qui la posizione di L. Zanella si fa meno solida, perché il divieto non protegge, cancella. Il diritto italiano conosce già la separazione tra gravidanza e maternità. Puoi abortire anche per una ragione economica, puoi partorire in anonimato e non riconoscere il figlio, puoi diventare madre con l’adozione senza alcuna gravidanza. Il nostro ordinamento ha già accettato che generare e diventare madre non siano la stessa cosa. Se la legge ritiene legittimo che una ragione economica possa portarti a interrompere una gravidanza, come può ritenere illegittimo che la stessa ragione possa portarti a iniziarla?            In questo frangente L. Zanella sovrappone due piani che andrebbero tenuti distinti: la mercificazione della gravidanza e la mercificazione del bambino. Da una parte c’è la gravidanza come lavoro corporeo rischioso, come tempo di vita ceduto. Dall’altra c’è il bambino come prodotto reso conforme alle aspettative dei committenti. La seconda è inaccettabile e va impedita con ogni strumento giuridico. Ma non la si  impedisce con un divieto totale. La si impedisce con una legge che dica l’opposto della logica del mercato: che il feto non è mai proprietà dei committenti, che la gestante non può mai essere costretta ad abortire, che può sempre cambiare idea e tenere il bambino con sé, che i committenti non possono rifiutarlo se nasce disabile.  Dalla protezione alla tutela: la proposta di Angela Galici ed Elia Randazzo Su un piano epistemologicamente rovesciato si colloca l’intervento di Angela Galici. Se L. Zanella muove dal principio di non mercificabilità del corpo materno, A. Galici parte da un dato materiale, transfemminista, intersezionale e sindacale: chi tutela le donne che, nonostante il vuoto normativo italiano, accedono comunque alla GPA all’estero senza garanzie? La sua mossa è decostruttiva: distingue la gestazione come fatto biologico e lavoro corporeo dalla sacralità che vi si costruisce sopra. Quel simbolico materno è storico, quindi interrogabile. Il fulcro della sua argomentazione è la distinzione tra protezione e tutela. La protezione è paternalistica: decide al posto tuo perché la scelta sarebbe troppo delicata. È lo Stato che si fa padre e sospende l’autodeterminazione, lo stesso schema che ha escluso le donne da voto, lavoro e proprietà. La tutela, al contrario, non sostituisce la volontà ma crea le condizioni perché possa esercitarsi: diritti, salute, consenso informato, recesso reale. Da sindacalista la tesi è netta: non proteggere le donne dalla GPA, ma tutelarle dentro di essa. Il divieto non elimina la pratica, la esporta dove le tutele sono minori. L’alternativa citata è la Gestación solidaria cubana: né mercato deregolato né tabù, ma regolazione pubblica e sanitaria. Difendere la GPA non significa negarne i rischi, ma riconoscere la gestante come soggettività piena che può essere decisiva in una nascita senza coincidere con la madre. Se ci dichiariamo intersezionali, il divieto senza eguali condizioni materiali si rovescia in privilegio di classe.                                                                                      Se il divieto come protezione produce disuguaglianza, resta da chiarire quando una scelta sia davvero libera. Qui si innesta il contributo di Elia Randazzo: la questione non è se la GPA sia lecita in astratto, ma se lo siano le condizioni materiali in cui si decide. Poiché nessuna essenza di Donna precede l’esistenza concreta, vietare in nome di quell’essenza significa reintrodurre una norma metafisica. Per E. Randazzo capacità gestazionale e maternità non coincidono: madre non si è per il solo partorire, lo si diventa nella cura, nella relazione, nella responsabilità. Identificarle consente di ricadere nell’essenzialismo, riduce la donna a biologia e crea un paradosso: madri di serie A che partoriscono e di serie B che adottano, con un varco aperto per argomentazioni pro-life. Anche l’autodeterminazione si rovescia: se per L.Zanella l’accordo comprime la libertà, per E. Randazzo può garantirla, con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento e revoca.  Il consenso può essere viziato da vulnerabilità economica, ma il condizionamento non è automaticamente coercizione: nessuna scelta è immune dal contesto. Se il femminismo dice che sul corpo delle donne non decidono altri, questo principio deve valere per il no come per il sì. Tra il tutto lecito e il divieto assoluto, E. Randazzo propone una terza via: una regolazione rigorosa che distingua consenso e coercizione, autonomia e sfruttamento, disponibilità del corpo e mercificazione della persona. Compito del femminismo non è dire cosa una donna debba fare del suo corpo, ma fare in modo che non lo decida nessun altro al suo posto: né mercato, né patriarcato, né Stato.   Conclusione: il limite come spazio di libertà, non come destino Questo attraversamento ci conduce a una consapevolezza: discutere di GPA non è discutere di una tecnica, ma del modello di civiltà che la rende pensabile. Il merito di L. Zanella è averci costretti a guardare l’episteme: quando la maternità è frammentata in tre funzioni per renderla sostituibile, ciò che resta è un paradigma proprietario. La sua critica al dispositivo neoliberista che trasforma ogni desiderio in diritto è un monito ecologico prima che femminista. Ma proprio la forza sacrale di questa coerenza ne rivela il limite. Se la GPA è l’esito di un paradigma che fa del desiderio senza limite la sua unica legge, come ha ricordato A. Cavadi, la risposta non può essere una contro-coerenza altrettanto assoluta che fa dell’essenza materna un destino. Tra “tutto è disponibile” e “nulla è disponibile” si perde la donna come soggetto che decide. Il divieto universale non è allora un limite di civiltà, come lo pensa L. Zanella, ma la rinuncia a costruirla: un gesto simbolico che punisce dopo, lasciando vuoto il prima, dove si annida lo sfruttamento. Solo una regolazione rigorosa con consenso informato, consulenza indipendente, tutela sanitaria, ripensamento, revoca, controllo pubblico rende lo sfruttamento nominabile e sanzionabile. La domanda aperta dall’incontro al Gramsci non è se la maternità sia sostituibile. Non lo è, se è relazione, cura, responsabilità. La domanda è più scomoda: chi ha il potere di decidere cosa una donna può fare del proprio corpo? Se rispondiamo che spetta ad altri – mercato, Stato, o un femminismo custode di un’essenza – tradiamo l’autodeterminazione della donna che volevamo difendere. Se spetta a lei, il nostro compito non è giudicare la sua scelta, ma garantire che sia davvero sua: libera, informata, tutelata e revocabile.  Redazione Palermo
September 6, 2026
Pressenza
BRESCIA: SABATO TORNA IL PRIDE AL GRIDO DI “ESISTIAMO OVUNQUE, RESISTIAMO UNITƏ”
“Rabbia, memoria, lotta e rivendicazione” al centro della settima edizione di Brescia Pride il cui appuntamento cardine è il corteo di questo sabato 5 settembre con partenza da Campo Marte alle ore 15.30. Una manifestazione che ha l’obiettivo di denunciare la discriminazione e la marginalizzazione che ancora oggi troppo spesso colpiscono la comunità LGBTQIAPK+ e di celebrare ancora una volta la diversità sotto lo slogan “Esistiamo Ovunque, Resistiamo Unitə”. L’organizzazione ha già portato le istanze di lotta direttamente in Comune, al quale sono stati presentati tre progetti “per una Brescia che preveda tutte le persone: l’attuazione della Carriera Alias, già prevista dal Gender Equality Plan dell’Amministrazione, la costruzione di un catalogo comunale di percorsi di educazione socio-emotiva che il Comune possa mettere a disposizione delle scuole interessate e l’avvio di una co-progettazione per uno spazio civico stabile dedicato alla comunità LGBTQIAPK+”. La giornata al parco Campo Marte inizierà già a mezzogiorno e ospiterà le 34 associazioni e realtà bresciane che si occuperanno della buona riuscita dell’iniziativa. Saranno presenti quasi 150 volontar che si prenderanno cura del queer market con autoproduzioni e hobbistica, del bar con cucina interamente vegana, dell’Area Bimbx di Siamo Gatti con postazioni trucca Queer e trucca Bimbx. Come lo scorso anno non mancherà l’Area Salute e Prevenzione di ASST Spedali Civili, dove sarà possibile vaccinarsi gratuitamente contro il papilloma virus. Brescia Checkpoint si occuperà invece della zona informativa sulla salute sessuale e la cooperativa Il Calabrone dell’area di riduzione del danno con il progetto Safe Trip. Sul palco di Campo Marte gli interventi e le performance inizieranno alle ore 14.30, poi alle 15.30 il corteo per le vie cittadine, che tornerà al parco dopo circa due ore. La giornata continua fino alle ore 20.30 con musica, interventi e socialità. Abbiamo presentato il Pride bresciano nei nostri studi con Greta Tosoni, presidente del Comitato organizzatore e con Chicca Negroni della redazione culturale di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica
September 3, 2026
Radio Onda d`Urto
I femminicidi, i transcidi, i lesbicidi,… non sono numeri, ci vogliamo contare viv3
Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto. Luigia Fortunato (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea(Torino), Tania Terrin(Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Otto, li abbiamo contati sono i femminicidi in un mese. Otto femminicidi in un mese! E tanti troppi altri tentativi interrotti da qualsivoglia situazione fortuita altrimenti sarebbero anche di più Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo? Questa la domanda che il quotidiano la Repubblica ha rivolto a Tatiana Montella in una intervista pubblicata il 21 agosto 2026  e ripubblicata anche nel blog dell’osservatorio di Non una di meno e che vi leggiamo https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/tatiana.mp3 Insieme a questa leggiamo anche l’articolo pubblicato sempre dall’Osservatorio il 22 agosto che è una riflessione sulla legge 181/25, quella per intenderci che ha riconosciuto il reato di femminicidio … MA c’è un ma … Il reato di femminicidio, la legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis, una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale! Ascoltiamo il perché in questo articolo dal titolo I femminicidi non sono numeri: vogliamo contarci vivə scritto da Babs per l’Osservatorio https://radiosonar.net/wp-content/uploads/2026/08/babs-def.mp3
August 23, 2026
RadioSonar.Net
I femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3
Reato di femminicidio: una legge introdotta per dare riconoscimento giuridico al femminicidio sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo (legge 2 dicembre 2025, n. 181 art. 577-bis) Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale! Quando nel marzo 2025 il governo Meloni annunciò il reato autonomo di femminicidio, la risposta di Non Una Di Meno e della rete Dire dei Centro Antiviolenza fu molto chiara: non avevamo bisogno dell’ennesima risposta penale e carceraria presentata come soluzione alla violenza patriarcale. «Vogliamo giustizia da vivə, non ergastoli da mortə». Servivano e servono educazione sessuo-affettiva e al consenso, finanziamenti strutturali ai centri antiviolenza, welfare, autonomia economica e abitativa, formazione, prevenzione, strumenti che permettano alle donne di uscire vive dalla violenza. E NUDM contestò anche il metodo: una misura costruita senza un confronto reale con i centri antiviolenza e con chi sulla violenza maschile lavora ogni giorno. Ci fu risposto, sostanzialmente, che finalmente lo Stato «riconosceva» il femminicidio. Bene (o male) Sui social le notizie pubblicate dai quotidiani sono inondate di commenti che mostrano, a pochi mesi dall’entrata in vigore della norma, un effetto che troviamo estremamente pericoloso. Il Viminale dice che nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 8 casi ai sensi del nuovo art. 577-bis. E sotto gli articoli di questi giorni è un diluvio di «BASTA MENZOGNE, I FEMMINICIDI SONO OTTO». Otto in sei mesi. Otto, punto. Perché se esiste il reato di femminicidio, il ragionamento diventa apparentemente semplicissimo: è femminicidio solo ciò che viene registrato come 577-bis. Peccato che non funzioni così. Nello stesso semestre il Viminale registrava 34 donne uccise. L’Osservatorio nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi di Non Una Di Meno, che analizza i casi e le relazioni di potere nelle quali avvengono invece di limitarsi alla rubrica penale applicata, all’8 agosto registrava già 40 femminicidi. E quindi siamo arrivatə a un paradosso piuttosto feroce: una legge introdotta per “dare riconoscimento giuridico al femminicidio” sta offrendo a chi nega l’esistenza del femminicidio un numero ufficiale da brandire per negarlo. Non è una questione terminologica. È un arretramento politico e culturale. Il concetto di femminicidio è servito precisamente a fare ciò che la parola «omicidio» non faceva: rendere visibile che una parte delle donne viene uccisa dentro rapporti di genere, possesso, controllo, dominio, violenza domestica, rifiuto della separazione e dell’autodeterminazione. È stato necessario nominare quel fenomeno per poterlo vedere, studiare e combattere. Ora rischiamo il percorso inverso: dalla categoria politica e sociale siamo passati alla fattispecie penale e dalla fattispecie penale stiamo tornando a sentirci dire che tutti gli altri «sono semplicemente omicidi». Esattamente il punto da cui eravamo partitə. Lə compagnə avevano avvertito che non si combatte un fenomeno strutturale aggiungendo un reato al codice penale e promettendo l’ergastolo quando una donna è già morta. Oggi possiamo aggiungere qualcosa: non solo il penale non basta a prevenire il femminicidio; se trasformiamo la definizione penale nella definizione del fenomeno, rischiamo persino di renderne invisibile una parte. E mentre discutiamo se siano 8, 34 o 40, continuano a mancare proprio le politiche che il movimento chiedeva: prevenzione, educazione, CAV adeguatamente finanziati, autonomia e protezione. Ma almeno abbiamo l’ergastolo. Da mortə. #Femminicidio #ViolenzaMaschile #ViolenzaDiGenere #NonUnaDiMeno #CentriAntiviolenza #EducazioneSessuoaffettiva #Patriarcato Share Post Share L'articolo I femminicidi non sono numeri ci vogliamo contare viv3 proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo”
Codice Rosso, ammonimento, braccialetto elettronico: gli strumenti, e i limiti, della legge contro la violenza di genere. L’avvocata Tatiana Montella di Lucha y Siesta: “La chiave sono i centri antiviolenza” Tra luglio e il 19 agosto di quest’anno sono almeno otto gli omicidi nei quali gli inquirenti hanno contestato, riconosciuto o stanno valutando l’ipotesi di femminicidio: Luigia Fortunato (Marche), Tania Sperindio (Rimini), Dafne Rebaudo (Roma), Daniela Florea (Torino), Tania Terrin (Venezia), Ornella Forastefano (Cosenza), Joanna Rouissi (Colleferro) e Carmela Bifano, ancora oggetto di accertamenti. Storie diverse, anticamera però tutte della stessa domanda: quali sono gli strumenti a disposizione per contrastare la violenza di genere? Tatiana Montella, avvocata dei centri antiviolenza di Lucha y Siesta, dice: “Una donna fatica a navigare da sola il labirinto tra prevenzione e cautela. La denuncia deve sempre essere inserita in un percorso affiancato dai centri antiviolenza”. Spiegando poi nel dettaglio quali sono le azioni da intraprendere. Ma avverte: “Le vittime non vanno lasciate sole di fronte alla macchina processuale. E bisogna fare attenzione a non trasformare le leggi in meri adempimenti burocratici. La chiave è la rete”. Qual è il primo strumento legale a cui si può ricorrere? “Il contatto con un centro antiviolenza. Non si parla di emergenze individuale, ma di un fenomeno sistemico e strutturale di potere e controllo. Le operatrici precedono e affiancano l’azione giudiziaria, garantendo che la scelta di denunciare sia consapevole, protetta e supportata, sia economicamente che psicologicamente”. La denuncia è sempre la strada migliore? “È uno strumento fondamentale e un atto di grande coraggio. Ma non può essere un’azione isolata: il rischio di vittimizzazione secondaria e di ritorsione è alto. Serve applicare i codici di valutazione del rischio (come il S.A.R.A., cioè lo Spousal Assault Risk Assessment) e calcolare la pericolosità dell’aggressore, non solo la vulnerabilità della donna”. Quando viene applicato il Codice Rosso? “Quando serve una procedura d’urgenza, cioè nei casi più gravi. Obbliga la polizia giudiziaria a riferire subito la notizia di reato al pubblico ministero, che deve ascoltare la vittima entro tre giorni dalla denuncia. È una legge che ha accelerato la macchina, ma che ha anche creato una pericolosa illusione di tutela: se il personale che svolge il colloquio non è formato sulle dinamiche della violenza di genere, rischia di diventare un mero adempimento burocratico”. Cosa cambia con la Legge sul femminicidio (181/2025) e perché la creazione di un reato autonomo? “La Legge riconosce la matrice di genere: odio, discriminazione, prevaricazione. Moltiplica gli inasprimenti penali. Ma, seppur recuperando le istanze femministe di riconoscimento simbolico, ha il limite di agire su un piano repressivo senza intervenire sulla prevenzione primaria. Un esempio lampante è la cancellazione o il depotenziamento dei percorsi educativi sulle relazioni di genere e sul rispetto nelle scuole”. Qual è il provvedimento più efficace? “L’allontanamento (con distanza minima di 500 metri dalla vittima e dai luoghi da lei frequentati), perché sposta il peso dalla vittima all’aggressore, rompe la geografia del controllo. Ma è necessario verificare che il divieto venga rispettato, l’allontanamento è il momento di massimo pericolo di escalation totale. E serve aggiungere l’attivazione obbligatoria del Piano di sicurezza personalizzato elaborato dal centro antiviolenza”. Misure di prevenzione e misure cautelari: come si differenziano? “Le prime scattano quando emergono indizi di pericolosità, sono misure di natura amministrativa. L’esempio classico è l’ammonimento del questore: la donna segnala le minacce o le persecuzioni, senza sporgere denuncia. Le misure cautelari sono provvedimenti penali, usate quando c’è un processo in corso (divieto di avvicinamento, arresti domiciliari, custodia in carcere, applicazione del braccialetto elettronico). Il giudice le applica per evitare che l’indagato scappi, che inquini le prove o per evitare la reiterazione del reato”. Basta un ammonimento per essere protette? “No, anzi. Se l’aggressore viola l’ammonimento, la donna deve ricominciare da capo. In questo lasso di tempo, che può durare settimane, la donna è esposta a un rischio altissimo di escalation. Le operatrici del Centro riconoscono il preludio a un possibile femminicidio, e spingono con forza le istituzioni a passare immediatamente alle misure cautelari”. Qual è lo scarto maggiore tra quello che la Legge prevede sulla carta e quello che accade nei tribunali? “La persistenza di stereotipi di genere in aula. Ancora oggi, condotte di controllo coercitivo vengono minimizzate come ‘litigi familiari’; e la violenza viene usata per colpevolizzare la donna. Bisogna lavorare in maniera strutturale sulla dimensione culturale e simbolica anche di chi applica la legge”. L’intervista è stata pubblicata su la Repubblica del 21 agosto 2026 https://www.repubblica.it/cronaca/2026/08/21/news/otto_femminicidi_in_un_mese_l_esperta_cosa_manca_ancora_per_salvare_le_donne_in_pericolo-425539383/ Share Post Share L'articolo Otto femminicidi in un mese. “Cosa manca ancora per salvare le donne in pericolo” proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive?
Il 13 luglio nelle Marche il femminicidio di Luigia Fortunato uccisa a coltellate dall’ex compagno. Questo femminicidio rimane uno spartiacque perché non viene riconosciuta la matrice dell’uccisione della donna tramutato in omicidio. Le dichiarazioni della ministra Roccella segnano un cambio di passo. “Cioè che caratterizza la fattispecie del femminicidio è la risposta affermativa a una domanda: a parità di situazione e di condizioni un uomo sarebbe stato ucciso?” In merito alla fattispecie di reato di femminicidio interviene la presidenza del centro antiviolenza di Ancona sulle dichiarazioni della ministra Roccella e del giudice che non ha riconosciuto il femminicidio. Le dichiarazioni del centro antiviolenza di Ancona: “Non dobbiamo però far passare il messaggio che se non c’è denuncia non ci sarà mai il femminicidio.” La legale della famiglia: “Grave vittimizzarla ancora” Luigia Fortunato non aveva attivato nessun percorso e l’ex compagno nessuna denuncia in merito a maltrattamenti eppure è stata uccisa. Uccisa da una decina di coltellate. Lei aveva interrotto la relazione con lui. Dovremo presupporre che Luigia Fortunato se la sia andata a cercare perché non ha svolto esattamente ciò che da sempre dicono alle donne? Nel femminicidio di Luigia Fortunato ci sono già i presupposti di come la comunicazione sulla violenza patriarcale è cambiata si rivittimizza la donna perché non è stata brava ed efficiente nell’Inter come se fosse un compitino da svolgere per essere riconosciuta da morta tra l’altro la buona vittima. Anche da morte uccise barbaramente hanno la colpa. Arriviamo a questa maledetta settimana 4 femminicidi in 4 giorni. Ultimi casi registrati Tania Terrin: 39 anni, uccisa dall’ex compagno nella notte di Ferragosto a Campognara (Venezia). Cosenza: Un’anziana è stata assassinata con colpi di pietre nelle campagne della zona. Roma: una donna di circa 50 anni è stata accoltellata in casa davanti a uno dei figli. Daniela Florea Joanna Rouissi e Ornella Florestefano. Dei quattro femminicidi solo una donna uccisa diventa il contenuto virale. La causa che ha scaturito l’attivazione rispetto alle altre è che Tania Terrin ha fatto esattamente tutto ciò che viene richiesto ad una donna vittima di violenza ha attivato tutti i canali a disposizione. Ha allertato tutti ma niente è stato fatto. La rabbia ha pervaso tutte. Alle donne si chiede sempre di eseguire perfettamente tutto ciò che devono fare ma non è mai abbastanza mentre sappiamo che l’85% degli uomini coinvolti nel reato di violenza di genere sono recidivi. La risposta è già tutta qui un sistema che assolve gli uomini e scarica sulle donne e le responsabilità della propria vita. Abbiamo introdotto leggi e inasprito le pene dettato ciò che si deve fare in maniera dettagliata. Abbiamo avuto braccialetti elettronici che non funzionano perché non hanno la copertura di rete vedi il femminicidio nelle Marche di Concetta Marruocco anche lei ha denunciato era stato in protezione in una casa di accoglienza per qualche mese e con il processo in corso nonostante le decine di denunce non è riuscita a restare viva, nonostante le operatrici antiviolenza avessero più volte avvisato le forze dell’ordine dell’alta pericolosità del soggetto. Il braccialetto elettronico ha dato l’allarme quando l’ex compagno era pochi metri da lei non lasciandole scampo. Il braccialetto elettronico funzionava ad intermittenza non è mai stato dato ascolto nonostante le segnalazioni. Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? Cosa ancora le dovete chiedere per essere ascoltate quali altri compiti le dovete addossare per poter vivere in pace e soprattutto vive? Non serve assolutamente a nulla dire che sono aumentate le denunce perché hanno capito cosa devono fare. Questa è rivittimizzazione le donne da sempre hanno denunciato la violenza dentro e fuori casa, sui luoghi di lavoro ovunque è solo da qualche decennio che abbiamo cambiato la comunicazione dandogli il nome giuridico. Non è responsabile la donna ma il sistema che protegge il potere maschile rimanendo integro come da sempre non è stato neanche minimamente spartito né intaccato. Riflessioni di Marte dalla sua pagina instagram https://www.instagram.com/marte_manca/ Share Post Share L'articolo Cosa devono ancora fare le donne per restare a vive? proviene da Osservatorio nazionale NUDM.
Alla Festa di Radio Onda d’Urto (BS), dibattito sulla scuola in ricordo di Renata De Marco
VENERDÌ 21 AGOSTO, ORE 19.00 FESTA DI RADIO ONDA D’URTO, VIA SERENISSIMA, BRESCIA Venerdì 21 agosto allo Spazio Dibattiti della festa di Radio Onda d’Urto, in memoria di Renata De Marco, si terrà il dibattito “Lo stato della scuola pubblica. Militarismo, aziendalizzazione e controllo dei corpi” fra Educare alle Differenze, Cattive Maestre, Marco Meotto, insegnante portavoce del movimento contro la riforma dei tecnici, e l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Renata De Marco è stata un’insegnante di filosofia che è venuta a mancare ad aprile di quest’anno. Storica militante bresciana, comunista, femminista, transfemminista e compagna dei Cobas Scuola, Renata ha sempre partecipato e sostenuto più e più lotte dentro e fuori la scuola. Alle 19.00 ci sarà un omaggio in suo ricordo con microfono aperto alle realtà con cui ha condiviso esperienze di lotta. A seguire, il dibattito. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
[2026-08-25] Tango Rebelde! Lab di tango queer femminista @ OPS!
TANGO REBELDE! LAB DI TANGO QUEER FEMMINISTA OPS! - Via Giannino Ancillotto, 67 (martedì, 25 agosto 18:00) TORNA TANGO REBELDE! Evento in misticanza scelta senza uomini cis <3 DALLE 18 : Lab di tango queer-transfemminista con due supende compagne tanguere di passaggio a Roma A SEGUIRE FINO ALLE 22 CIRCA : Pratica libera di tango e convivialità DURANTE : porta e condividi qualcosa da bere/sgranocchiare insieme CONSIGLIAMO: * Scarpe leggere con suola liscia (devono glissare sul pavimento) - tacchi sconsigliati perche il pavimento non è omogeneo * Vestiti comodi * Qualcosa per proteggerti dai mozzichi de zanzara * Se ti avanza del talco puo essere utile per scivolare * Ventaglio (solo perchè fa molto milonga) * La sala da ballo e il bagno prevedono scale
August 19, 2026
Gancio de Roma
Effetto Refugio 2026, Livorno
Dal 29 luglio al 2 agosto abbiamo partecipato come Corpi e Terra ad Effetto Refugio a Livorno anche con il banchino di sostegno ad Agripunk, il refugio antispecista di Ambra – Arezzo attualmente sotto sgombero. Lo sgombero è già iniziato con i sigilli ai primi due capannoni ma cerchiamo di resistere difendendo la possibilità che […]
August 11, 2026
Corpi e Terra
Women’s Leadership Summit, le donne conservatrici MAGA rinuncerebbero al proprio diritto di voto
In occasione di una recente conferenza organizzata da Turning Point USA, a diverse donne conservatrici è stata posta una domanda che sarebbe sembrata inimmaginabile a molti americani solo pochi anni fa: sarebbero disposte a rinunciare al loro diritto di voto? Alcune hanno risposto di sì. Diverse donne hanno dichiarato di essere disposte a rinunciare al diritto di voto pur di creare un Paese più conservatore, durante il  Women’s Leadership Summit – organizzato dalla Turning Point USA (1) – svoltosi di recente a San Antonio, in Texas. Molti osservatori hanno evidenziato la forte contraddizione di sostenere tesi anti-suffragio all’interno di una conferenza esplicitamente dedicata al “leadership” e all’attivismo politico femminile. La discussione si è incentrata su un concetto noto come “voto familiare”, ovvero l’idea che le famiglie, piuttosto che i singoli individui, debbano costituire l’unità politica di base della società, con un marito, un padre o un’altra figura maschile che esprima un singolo voto a nome di tutti. Un tempo confinata in gran parte a una piccola nicchia della destra religiosa, l’idea ha guadagnato visibilità negli ultimi anni tra alcuni nazionalisti cristiani e sostenitori del “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che insegna che gli uomini dovrebbero guidare le loro famiglie e che le donne dovrebbero sottomettersi alla loro autorità. In pratica, il voto per nucleo familiare significherebbe che le donne non potrebbero più votare autonomamente, nonostante abbiano il diritto costituzionale di votare sin dalla ratifica del XIX emendamento nel 1920. “Dal mio punto di vista di donna cristiana, io e mio marito siamo una sola carne”, ha dichiarato Alexus DeGraaf all’emittente canadese CBC durante la mega-convention della destra cristiana. “Voto come lui, quindi, onestamente, non avrei problemi a rinunciare al mio diritto di voto, perché so che mi rappresenterebbe bene”. Era una delle poche donne ad aver espresso questa opinione alla CBC, tra cui la stella emergente dell’influencer conservatrice Savannah Stone, che sosteneva l’idea che dovesse esserci un solo voto per famiglia, anziché per persona, nel rispetto della scelta del candidato da parte del marito. “Se mio marito è il capofamiglia, io sono il collo, e lavoriamo in modo molto coeso insieme”, ha detto Brooke Foxworthy alla CBC. “Quindi, immagino che se votasse a nome di tutta la famiglia, non avrei problemi”. Stone, che ha quasi 500.000 follower su Instagram e oltre 300.000 su TikTok , è stata una delle oratrici principali alla conferenza sulle donne Turning Point. Tuttavia, sia The Atlantic che la CBC hanno riportato che, nonostante la presenza di Stone come relatrice principale, tra i partecipanti sembrava esserci un maggiore sostegno al suffragio femminile.  Nella sua intervista del 2025 al podcast “The Pocket with Chris Griffin” – dove la definirono ” la Andrew Tate al femminile ” – Stone affermò: “So per certo che se le donne non potessero votare, l’aborto non sarebbe legale fin dall’inizio”. Al vertice, le idee sulla limitazione del voto femminile sembravano collegate alle idee sulla limitazione del voto in generale: un giornalista di The Nation ha riferito di aver visto adesivi con la scritta “Senza documento d’identità non si vota” in tutta la conferenza. La discussione è emersa anche nel contesto di dibattiti più ampi sui diritti di voto e sulla partecipazione politica delle donne. Alcuni fanno riferimento al SAVE Act, una proposta sostenuta dai Repubblicani che richiederebbe una prova documentale della cittadinanza per potersi registrare alle elezioni federali.  Il vertice sulla leadership femminile è stato presieduto da Erika Kirk, vedova del fondatore ultraconservatore di Turning Point USA, Charlie Kirk, assassinato nel settembre 2025.  Il presidente Donald Trump ha attribuito a Turning Point il merito di aver mobilitato i giovani elettori per la sua campagna e di aver convinto moltissimi giovani ad aderire al movimento della destra cristiana.  Ad aprile 2026, Democracy Docket ha riportato che l’idea che le donne non dovrebbero votare sembra stia guadagnando sempre più terreno nel movimento della destra cristiana, in particolare tra i nazionalisti cristiani. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ricondiviso un video del pastore nazionalista cristiano Doug Wilson, il quale, intervenendo alla CNN, affermava che le donne non dovrebbero votare. La famiglia di Hegseth è membro della chiesa Pilgrim Hill Reformed Fellowship nel Tennessee, che fa parte della rete Communion of Reformed Evangelical Churches di Wilson, la quale promuove il voto a livello familiare e si oppone al voto femminile. Questa premessa presenta evidenti problemi logistici. Che dire delle famiglie senza marito, come quelle guidate da donne divorziate, vedove o nubili? Chi, eventualmente, voterebbe per loro conto? Anche alcuni sostenitori riconoscono queste difficoltà , suggerendo che le donne non sposate potrebbero essere rappresentate da padri, fratelli o zii. Tuttavia, molti fautori immaginano una società in cui le donne siano sposate, e solo con uomini, lasciando le coppie omosessuali al di fuori della struttura familiare su cui si basa la proposta. In ogni caso, i sostenitori del voto a livello familiare spesso presentano il concetto come un ritorno a un ordine sociale più tradizionale. Indicano epoche che vanno dagli anni ’50 alla fine del XIX secolo, o persino il puritanesimo del XVII secolo, come modelli, sostenendo che la società funzionava meglio prima dell’avvento del femminismo, del divorzio senza colpa, dell’aborto legalizzato e di altri cambiamenti che hanno ampliato i diritti e l’indipendenza delle donne. Il voto in ambito familiare è strettamente legato al “patriarcato biblico”, un sistema di credenze che sostiene che gli uomini debbano guidare le proprie famiglie e che le donne debbano sottomettersi a tale autorità. In questo contesto, il marito funge da rappresentante della famiglia sia in ambito domestico che nella vita pubblica. Tia Levings, autrice del bestseller ” A Well-Trained Wife: My Escape From Christian Patriarchy” , che racconta gli anni trascorsi in un matrimonio plasmato da tali credenze, afferma che i sostenitori spesso presentano il voto in famiglia come un modo per promuovere l’armonia. Alle donne viene spesso detto che rinunciare all’autorità politica rafforzerà i loro matrimoni e ridurrà i conflitti. “Il principale argomento di vendita è che l’uomo prende già tutte le decisioni per la famiglia. Perché non dovrebbe rappresentarti anche in politica ed esprimere il tuo voto?”, afferma. Ma Levings sostiene che il voto a livello familiare fa parte di uno sforzo più ampio per concentrare il potere nelle mani degli uomini. “Quando rinunci alla tua voce, rinunci ai tuoi diritti”, aggiunge. Negli ultimi anni, idee un tempo confinate in gran parte alle comunità religiose patriarcali sono entrate sempre più a far parte del dibattito politico principale. Secondo Du Mez, questo cambiamento riflette il tentativo di portare opinioni un tempo marginali nel discorso politico popolare. “Queste idee vengono presentate in modo più sfacciato e senza remore, passando da una sorta di sottocultura silenziosa al mainstream”, ci spiega. Sebbene le sue radici affondino in tempi ben più remoti, il “patriarcato biblico” ha acquisito nuovo slancio negli ambienti evangelici negli anni ’90 e nei primi anni 2000 grazie a Doug Phillips, fondatore di Vision Forum Ministries e uno dei principali sostenitori del “voto a livello familiare”. Il movimento ha accresciuto la sua visibilità negli ultimi anni. Oggi, una delle sue voci più influenti è quella di Doug Wilson, il pastore dell’Idaho che ha contribuito a plasmare la denominazione frequentata da Pete Hegseth e che ha sostenuto che gli Stati Uniti dovrebbero essere governati secondo i principi cristiani. Gli attivisti per i diritti di voto hanno espresso preoccupazione per il fatto che la misura potrebbe creare ulteriori ostacoli per alcune donne sposate i cui certificati di nascita non corrispondono al loro attuale nome legale. Secondo Levings, la discussione sottolinea come tali convinzioni possano diffondersi anche in assenza di modifiche legislative. Sostiene che le pressioni culturali e religiose possono incoraggiare le donne a cedere volontariamente l’autorità ai mariti. “Quando i sostenitori di queste idee non saranno in grado di legiferare per ottenere questi cambiamenti, indurranno le donne all’auto-sottomissione”, afferma.   (1) Turning Point USA (TPUSA) è stata fondata da Charlie Kirk, l’attivista di destra assassinato a settembre 2025 durante un dibattito universitario all’aperto nello Utah. L’organizzazione è ora guidata dalla vedova, Erika Kirk, che critica il femminismo, un tema ampiamente condiviso da molti dei relatori di questo summit, con il fine di sostenere il Movimento MAGA e diffondere il nazionalismo, il “patriarcato biblico” e i ruoli di genere tradizionali. L’organizzazione ha attratto una nuova generazione di giovani elettori nel movimento conservatore, attraverso eventi, programmi di sensibilizzazione nei campus universitari e giovanissimi influencer come Savanna Stone. Trump ha attribuito a TPUSA il merito di averlo aiutato a essere rieletto.     Ulteriori informazioni: > At Turning Point USA conference, women offer away their right to vote https://www.youtube.com/shorts/E2NbtSHnamg https://www.theatlantic.com/politics/2026/06/turning-point-usa-erika-kirk/687486/ https://www.cbc.ca/news/world/turning-point-usa-womens-conference-savanna-stone-9.7231088 > Why Some Women Want To Give Up Their Right To Vote   Lorenzo Poli
August 7, 2026
Pressenza