La nuova generazione tarantina«Taranto libera!». Questo il grido di dolore della manifestazione organizzata da
un gruppo di associazioni lo scorso 17 ottobre. Un grido che ha fatto rumore e
che ha portato in piazza almeno 15.000 persone, nonostante il boicottaggio di
tutti i media nazionali. Libera dagli oppressori. Libera da chi dice di pensare
al futuro dei giovani del paese e poi legifera affinché i giovani scappino
dall’Italia.
Taranto è una città da cui si scappa. Non per scelta, ma perché chi siede ai
tavoli decisionali in tutti questi anni della vertenza Ilva ha prodotto solo
decreti che hanno allungato l’agonia di una fabbrica che doveva chiudere già nel
2012, quando la giudice Todisco ordinò il sequestro delle aree a caldo dello
stabilimento perché nocive per i lavoratori e le lavoratrici e per i cittadini e
le cittadine. Quel grido era rivolto anche chi, nel movimento sindacale, si
ostina a difendere la continuità produttiva, chiedendo che gradualmente la
produzione possa passare a forni elettrici alimentati con il preridotto prodotto
nei forni Dri (Direct Reduced Iron), nonostante sia noto quanto pericoloso per
la salute umana continuare a produrre a carbone durante il tempo necessario
(almeno 10 anni) per una tale trasformazione graduale.
Io sono un cassaintegrato della fabbrica a zero ore dal 2018. Già in precedenza
però, nonostante l’azienda guidata allora dai Riva tra il 2008 e il 2009 si
apprestasse a fare record di produzione, gli operai di alcuni reparti dell’area
a freddo dell’Ilva di Taranto – principalmente tubificio e rivestimento tubi,
ossia la stessa area che oggi tutti dicono che debba continuare a produrre –
chiudeva e gli operai di quei reparti erano posti in cassaintegrazione. Alcuni
di questi operai da allora non sono mai più rientrati in fabbrica.
Io sono stato più fortunato, avevo chiesto lo spostamento di reparto per altri
motivi come ho raccontato nel libro Malesangue. Sono un operaio che è stato
spostato in un reparto dell’area a caldo mentre i padroni facevano i soldi e a
noi abbassavano il salario.
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La mia è una voce di chi oltre a sapere cosa significa essere un cassaintegrato
può testimoniare anche cosa vuol dire beneficiare dei «contratti di
solidarietà», ammortizzatore sociale che solitamente dovrebbe essere applicato
in aziende con numeri modesti, dove è possibile fare una rotazione tra
lavoratori e lavoratrici. Il concetto di fondo di questo ammortizzatore sarebbe
«lavorare meno per lavorare tutti». Mi chiedo e vi chiedo, questo concetto è
stato rispettato in Ilva dal 2014? Realmente tutti i lavoratori e le lavoratrici
si sono alternati alla stessa maniera? E i capi questa rotazione l’hanno fatta?
Non mi pare proprio. Anzi sono certo che non ci siamo alternati in modo equo,
anche perché un’azienda come l’Ilva, grande due volte e mezzo la città di
Taranto e con al suo interno tanti reparti uno diverso dall’altro, dove il
rischio di farsi male è sempre in agguato e dove ci sono stati 11 morti sul
posto di lavoro dal 2012 a oggi, questa rotazione equa è quasi impossibile.
Il mancato rispetto di questo principio la dice lunga su come negli ultimi
vent’anni è stata gestita la vertenza tarantina. I soldi pubblici sperperati per
i contratti di solidarietà potevano essere utilizzati per aziende più piccole,
dove davvero la rotazione poteva essere applicata. Tutta la vicenda Ilva del
resto ha prodotto aspettative e accordi mai rispettati fino in fondo, basti
pensare all’accordo del 2018 che prevedeva il reintegro in fabbrica degli operai
Ilva in Amministrazione straordinaria, di cui io faccio parte. Un reintegro che
da contratto doveva avvenire tra il 2023 e il 2025 mentre ancora oggi io non
conosco il mio futuro, non so di che morte devo morire. Nessuno ci sa dare
spiegazioni né informazioni. Quello di cui io sono sicuro è che, in ogni caso,
sono un esubero.
Anche se la fabbrica dovesse continuare a produrre a ciclo integrale infatti,
con una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, io operaio Ilva in As
sarei comunque un esubero, così come lo sarebbero anche altri 2-3.000 operai di
Acciaierie Italia, visto che per essere economicamente sostenibile il parametro
che si dovrebbe rispettare tra produzione e forza lavoro impiegata è 1 milione
di tonnellate di acciaio prodotto ogni 1.000 operai. Con 6 milioni di tonnellate
prodotte servono quindi 6.000 operai.
Se la produzione da ciclo integrale dovesse invece trasformarsi in
«decarbonizzata», con forni Dri e forni elettrici, questa trasformazione degli
impianti – sempre che sia davvero tecnicamente possibile, cosa che dubito –
potrebbe avvenire non prima di 10 anni. Ancora però non è dato sapere chi
sarebbe in grado di garantire l’investimento economico necessario per questo
cambio di tecnologia, né dove sono i progetti. In realtà al momento non esiste
né un piano industriale né un piano ambientale.
Sicuramente però, se la produzione si dovesse trasformare con una nuova area a
caldo con forni elettrici, io sarei comunque un esubero visto che da studi fatti
risulta che il personale di cui questi impianti hanno bisogno è nettamente
inferiore, ossia servirebbe un terzo della forza lavoro attuale, e allo stesso
tempo si inquinerebbe di meno ma non si eliminerebbe il problema inquinamento
che uccide i cittadini di Taranto e i suoi operai. Alla fine in questo modo la
città morirebbe definitivamente sia a livello sanitario che a livello
socioeconomico.
La «monocultura dell’acciaio» imposta a Taranto se negli anni Settanta e Ottanta
ha effettivamente portato benessere ha poi prodotto il suo contrario: Taranto è
sempre più spesso agli ultimi posti nelle graduatorie sulla qualità della vita.
Per questo insistere su questa monocultura, anche se con termini come
ambientalizzazione, decarbonizzazione e idrogeno, è un’ostinazione della
maggioranza delle forze politiche e sindacali ma a cui non credono più nemmeno i
padroni. Nessun acquirente si è fatto avanti e sono dieci anni che l’attività
produttiva va avanti solo grazie a decreti e rinnovi delle prescrizioni
ambientali.
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Nella realtà quindi, la decarbonizzazione non risolverebbe il problema
dell’occupazione perché gli esuberi sarebbero comunque tanti, così come non
risolverebbe fino in fondo la questione sanitaria. Per questo la grande
manifestazione del 17 ottobre ha chiesto la bonifica della fabbrica a carico
dello Stato. Secondo il principio europeo di «chi inquina paga», infatti, chi ha
inquinato le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria è lo Stato. Dal 1961
al 1995 in modo diretto con l’Italsider, di proprietà dell’Iri, poi con i vari
Commissari e con gli aiuti di vario tipo agli imprenditori privati.
Del resto solo se le bonifiche le fa lo Stato, formando gli operai diretti e
dell’indotto dell’Iva, avremo la garanzia che siano realmente eseguite. Abbiamo
i migliori carpentieri del mondo per poter smantellare gli impianti, abbiamo i
gruisti, i meccanici, i saldatori, i tecnici: tutta la forza lavoro necessaria.
Solo se lo Stato si fa carico delle bonifiche io forse non sarò più un peso per
la società e rientrerò nel mondo del lavoro.
Dall’aprile 2024 il Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui
faccio parte, l’Associazione Genitori Tarantini, il sindacato Lavoratori
Metalmeccanici Organizzati (Lmo) e Tracce hanno dato vita a un nuovo soggetto:
«L’onda del futuro». Un soggetto nato per ricompattare le realtà associative
che, al di fuori della politica partitica, hanno continuato a lottare per la
chiusura dello stabilimento e perché nessun lavoratore e nessuna lavoratrice di
quella fabbrica perda il reddito. Abbiamo cercato, con la manifestazione del 17
ottobre, di riavvolgere il nastro che nel 2012 era riuscito a portare in piazza
30mila persone, con uno striscione a testa del corteo dove c’era scritto
«Taranto libera». Questa volta lo striscione di apertura recitava: «Ci avete
tolto tanto, ci prenderemo tutto».
I giovani di Taranto vogliono decidere il proprio futuro, riprendersi la libertà
in una città colonizzata dalla fabbrica della morte ma anche da Eni, Marina
militare e discariche di ogni tipo. La sentenza della Corte d’Appello che ha
definito i 90 giorni per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo e i
ricorsi intentati dai commissari hanno impresso l’urgenza di rendere chiara la
posizione delle realtà che in città si battono da anni per far prevalere il
diritto alla salute sul profitto di una fabbrica mortale.
Il nostro obiettivo è smontare la narrazione mainstream, mostrare l’assoluta
solidarietà verso ogni lavoratore e lavoratrice della fabbrica, dell’indotto, di
tutte le categorie penalizzate, fino alle migliaia di disoccupate e precari che
a Taranto devono scegliere se morire di fame o di lavoro, se restare o partire,
se riprodursi o rassegnarsi a un’aridità imposta per il profitto altrui.
Nella settimana che ha preceduto il corteo invece si è perpetrato l’ennesimo
abuso su tutte e tutti noi, esasperando la strategia della contrapposizione per
far scoppiare una guerra sociale vera e propria: operai contro operai, operai
contro cittadini e viceversa. Purtroppo a enfatizzare la crisi sociale come
esito della probabilissima chiusura della fabbrica non sono stati solo i
commissari, che lavorano per atti amministrativi e intese con il governo, ma
anche le principali forze sindacali, che mi hanno anche impedito di prendere la
parola per spiegare le nostre ragioni nell’assemblea di operai convocata davanti
alla fabbrica.
Nonostante ciò, la manifestazione del 17 ottobre ha trovato un’enorme risposta
dalla comunità tarantina e tanta vicinanza dalle lotte, vicine e lontane, che in
presenza o con una marea di messaggi hanno reso pubblica la loro solidarietà
alla città in corteo. Taranto è stanca, ha già dato tanto, merita di essere
risarcita.
Come ribadito nel documento politico della manifestazione, la classe operaia e
la cittadinanza sono unite: non si possono abbandonare i lavoratori dopo averli
sfruttati, così come non si possono giustificare produzioni nocive per la salute
umana in nome del lavoro. Se il lavoro deve essere dignitoso come ci raccontano,
devono rispondere alla domanda che noi ci poniamo da anni: quanto è dignitoso un
lavoro che uccide i lavoratori e i loro familiari?
Sabato 17 ottobre Taranto è stata un fiume in piena. Questa è stata la risposta
che aspettavamo con trepidazione e finalmente è arrivata. Dritta al cuore.
C’era gente ovunque, con gli sguardi pieni di fiducia che incrociavano quelli di
bambine e bambini, tantissime ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni che
avevano sfilato con noi nel 2012. È la nuova generazione tarantina che sa cosa
vuole per gli anni a venire, che ha gli occhi aperti su un passato di cui non ha
colpa e lo sguardo rivolto al futuro che vogliono costruire. Ce lo hanno
raccontato in tanti modi, cartelloni, striscioni, poesie, disegni e musica. Una
girandola di colori a cui Taranto ha tributato uno dei suoi tramonti
meravigliosi.
*Raffaele Cataldi, nato a Taranto nel 1971, è un operaio dell’Ilva dal 1997, un
allenatore di portieri di calcio e un ultras della squadra della sua città. È
stato un militante sindacale della Fiom per poi fondare, insieme ad altri, il
Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. È autore di Malesangue.
Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025).
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