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Genova 2001 – 2026 #4. «Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto». Genova nel tempo lungo dei movimenti
Tra il 19 e il 22 luglio del 2001, quando a Genova si contestò la riunione del G8, non avevo ancora compiuto cinque anni. Nella mia famiglia non c’era nessuno di vagamente politicizzato, nessuno che avesse amiche e amici o conoscenti che presero parte a quelle giornate, nessuno che seguisse le cronache dei telegiornali con l’attenzione angosciata di chi sa che sta succedendo qualcosa di drammatico. Eppure, sono cresciuta politicamente sapendo che quelle giornate facevano parte della mia storia anche se nessuno, per molto tempo, me le ha raccontate (e io stessa non ho mai chiesto).  Per me, la consapevolezza di ciò che era accaduto a Genova è arrivata dopo, quando ho iniziato a fare politica attiva, almeno un decennio più tardi. Nel frattempo, nei primi anni di collettivi e assemblee nella mia città, il Movimento dei Movimenti rimaneva uno spettro che si aggirava per l’Europa, o forse solo per l’Italia, o addirittura solo per Pistoia, perché ancora non riuscivo a dargli dei confini e a capire fino a dove arrivasse la sua onda lunga.  > È una condizione che sento di condividere con buona parte della mia > generazione politica: avere trent’anni e fare i conti con Genova, qualcosa che > ci precede e ci grava addosso come un macigno, senza che l’abbiamo vissuta, ma > che comunque ci riguarda. Cosa vuol dire ereditare un evento fondativo – forse il trauma fondativo del movimento di cui ci sentiamo figlie e figli – senza averne memoria diretta? Genova, per chi come me è arrivata alla politica successivamente, ha rappresentato per lungo tempo un racconto fatto da altri, sedimentato in pratiche ma soprattutto in diffidenze e silenzi. È stata un’eredità che non si poteva rifiutare, ma nemmeno maneggiare con la stessa disinvoltura di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, di chi c’era, di chi ha visto morire Carlo Giuliani a pochi metri da sé, di chi è stato brutalmente picchiato e umiliato alla Diaz o di chi ha passato interminabili momenti sospesi, senza sapere cosa fosse successo alle persone care. A ventisei anni, ventidue dal G8, ho iniziato a fare ricerca storica sugli anni Novanta proprio per questo motivo. Anche se all’epoca forse non lo sapevo formulare con questa chiarezza, sentivo che per capire Genova, per darle davvero dei confini e non solo subirla come spettro, dovevo guardare a cosa c’era stato prima. Ho scelto di occuparmi di musica e politica di movimento negli anni Novanta, dell’evoluzione politico-culturale dei centri sociali, dei linguaggi che circolavano tra fanzine, concerti e cortei. Un decennio, quello dei Novanta, che nella vulgata post 2001 rischiava di diventare semplicemente la preistoria di Genova, l’antefatto necessario a spiegare da dove fosse uscita “quella” generazione di militanti. Ciò che invece avevo in mente fin da subito era alimentare una lettura che rovesciasse il rapporto tra le cose: evitare una storia dei movimenti teleologica che convergesse tutta verso il luglio genovese, come se gli anni Novanta non avessero una loro autonomia, una loro grammatica interna, conflitti e sconfitte che nulla dovevano a un evento che doveva ancora accadere. Quando ho iniziato a fare ricerca, ho scelto deliberatamente di fermarmi prima del 2001. Quello che mi interessava, da storica e da militante non era tanto l’analisi della sconfitta, quanto i fili rossi che non si erano spezzati. Volevo capire cosa avesse attraversato gli anni Novanta e i Duemila senza interrompersi, fino ad arrivare a me. Il G8, in questo senso, andava tenuto fuori dall’inquadratura non perché irrilevante, ma perché troppo ingombrante: rischiava di diventare l’unico punto di fuga possibile, la lente che avrebbe fatto convergere ogni traccia verso di sé. E la musica, in questa ricerca di continuità piuttosto che di rottura, si è rivelata un osservatorio privilegiato. È infatti spesso nei repertori, nei suoni e nei linguaggi che si vedono meglio le eredità che sopravvivono a una sconfitta politica, anche quando le pratiche militanti sembrano azzerarsi. Quella scelta non mi ha impedito, anni dopo, di tornare su Genova da un’altra angolazione. Recentemente mi è capitato un piccolo cortocircuito che spiega bene questa prospettiva: mentre qualche settimana fa lavoravo a una ricerca su come il G8 sia stato raccontato attraverso la musica, una persona mi ha chiesto, senza premesse, quale fosse la mia canzone preferita su Genova. Io ho risposto di getto Zeta Reticoli dei Meganoidi. Quando la stessa persona mi ha chiesto il perché della mia risposta così sicura, mi sono ritrovata a spiegare che quella canzone l’avevo ascoltata per anni prima di accorgermi che parlava del G8. L’avevo fatta mia ignara, come una canzone qualunque, molto prima di poterci riconoscere dentro l’evento che nel frattempo mi perseguitava sotto altra forma.  Ed è proprio qui che si gioca a mio avviso la differenza tra il tempo breve dell’evento e il tempo lungo della storia dei movimenti. > Genova 2001 è stata una vera cesura – nella percezione pubblica, nella > repressione, nella memoria collettiva della sinistra italiana ed europea – ma > trattarla come “anno zero” rischia di cancellare tutto ciò che l’ha preceduta: > le pratiche di autorganizzazione dei centri sociali, le culture musicali come > spazio di politicizzazione informale, i conflitti sindacali e post-sindacali, > la costruzione lenta e non lineare di un immaginario di movimento che a Genova > è arrivato già formato, che non è nato lì. Allo stesso tempo, isolare Genova come trauma originario rischia di schiacciare anche ciò che è venuto dopo: chi, come me, ha fatto politica dopo, non semplicemente nell’ombra di quell’evento, ma dentro percorsi propri, con problemi propri, che al Movimento dei Movimenti devono qualcosa ma non tutto. Fare politica oggi, a venticinque anni dal 2001, significa allora anche provare a restituire a quell’evento la sua complessità storica invece che viverlo esclusivamente come macigno identitario. Non per sminuirne la portata – che resta enorme, e che mi guarderei bene dal ridimensionare – ma per liberarlo dalla logica del trauma muto, quello che si trasmette per allusioni e non si riesce a interrogare. Studiare gli anni Novanta è stato, per me, un modo per andare a cercare le radici di quello spettro, per capire che dietro l’evento c’era già una storia, fatta di persone, pratiche e sconfitte, e che quella storia è continuata anche dopo, sia pure trasformata. Immagine di copertina di FrDr tratta da Wikimedia commons. Immagine nell’articolo: copertina e una pagina del terzo numero di Dinamoprint uscito nel 2021 e dedicato ai vent’anni di Genova. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #4. «Conservo di nascosto sempre lo stesso smalto». Genova nel tempo lungo dei movimenti proviene da DINAMOpress.
July 21, 2026
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Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me
Mi scrive Luca, mio grande rimpianto da una decina d’anni almeno e mi chiede se ho voglia di scrivere di G8 per DinamoPress. Seeee, è arrivato. Luca dai, non c’ho tempo, sono incasinato, devo lavorare un botto, mi arriva il nuovo gatto, ho la forfora, c’è il Tour de France. Insiste, pare non ci sia tutta sta fretta e allora penso che magari è arrivato il momento di stoppare quel rimpianto e soprattutto provare ad affrontare quell’esperienza di 25 anni fa e da buon maschio bianco etero ego-riferito del 900 parlare soprattutto di me, di questi 25 anni e di quelli prima, però raga a Dinamo siete alla frutta se dovete chiedere a me.. Che ansia ma ci proviamo dai. Non amo le feste comandate, non sono un reducista, le date sono date, numeri scritti su un calendario oppure impressi nel cervello di Teo. Per me hanno poco valore, mi dimentico in fretta il giorno di quel corteo, di quella serata, smanioso della prossima cazzata, del prossimo piano perfetto, ma pure di sparire per un po’ per salvarmi da solo in qualche isola del mio cervello che presto diventerà un pianeta inospitale, che ne so tipo Venere.. Eppure questa memoria corta, questi giga ridottissimi qualche data e qualche ricordo li salvano ancora. > «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la > classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di > razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata > pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente. E ne faccio un vanto. L’ARRIVO A GENOVA Avevo 27 anni, nel movimento da una dozzina: collettivi studenteschi, frequentazione di via Leoncavallo e poi militanza in via Watteau dove scopro la Sharp, una banda di skin antirazzisti molto interni alla vita del centro sociale e delle dinamiche cittadine. Grandi bevute, un po’ di risse, lo stadio, ma anche l’antifascismo militante, erano gli anni della nascita di Forza Nuova vecchia merda, della seconda repubblica fondata sul Berlusconismo nella città che lo ha incoronato. Con il primo cittadino della Lega. Che merda, che bello però. Che bello avere 20 anni, in una città in cui sei abbastanza libero di vivere, girare, lottare senza telecamere e il controllo orrendo di questi anni, dove la violenza non era solo monopolio assoluto dello stato ma c’era ancora spazio per restituire qualche calcio nel culo ai più meritevoli senza rischiare l’ergastolo, non sempre filava liscio e non per tutte e tutti per carità, ma di solito portavi i tuoi stracci a casa in attesa della prossima iniziativa. Ho sempre prediletto i rapporti umani a quelli politici, non ho mai amato i settarismi, le divisioni, non sono mai stato un fedelissimo ma in quegli anni in cui il movimento era molto diviso non ero certo dell’area disobbediente, non che a Milano abbia mai avuto chissà che storia a differenza di altre città, non che io abbia avuto chissà che preconcetti, molti dei miei migliori amici, di veri e propri fratelli stavano in quell’area e nei cortei unitari di solito pascolavo con loro, ma io avevo voglia di altro e a distanza di 30 anni mi sta benissimo così, non sono state sempre le scelte più convenienti e intelligenti, non sempre le più limpide o le più radicali, ma sono state le mie, chi sono io per giudicarle? In questi raduni di mostri prima del G8 di Genova c’erano stati altri casi di dura contestazione: Seattle, perché spesso gli Stati Uniti causano la malattia e provano anche a trovare la medicina, Praga, Göteborg, Napoli dove con un governo di centro sinistra il ministro degli interni faceva le prove generali per Genova, comprese di torture in questura ai fermati. Era dagli anni ’70 che non si vedevano scontri di quella portata. Sassi molotov barricate e dall’altra parte manganelli e i primi proiettili. A Göteborg in pieno stile Roggero, il gioielliere eroe di questi giorni, le fdo sparano alla schiena di un manifestante, vivo per miracolo. A Genova non avremo la stessa fortuna. > Non solo scontri ma anche tanta analisi, tante assemblee, discussioni, > confronti, tante cose sensate e una certezza: la globalizzazione dominata dal > capitalismo produce e produrrà ricchezze per pochi e miseria per tutti gli > altri. Siamo il 99% dicevamo allora e non ci sbagliavamo manco nei numeri ma > tant’è, per ora quell’1% ci tiene in scacco. Per ora. Essendo da sempre un outsider, postura che mi ringiovanisce anche di una decina d’anni, decido di partire per Genova qualche giorno prima del resto del mio gruppo, che nel frattempo si era ingrossato e non era più solo Skin. Avevano occupato un piccolo spazio nel ticinese, piccolo ma meno soffocante del Leoncavallo di via Watteau. Forse. Ora è una piccola  palestra popolare, forse la prima della città. Prendo un treno speciale il mercoledì pomeriggio con Mela se non ricordo male da Porta Garibaldi, condividiamo gli scompartimenti con Cantiere e Bulk, ci prendiamo dei funghetti. Il viaggio è infinito, il caldo di luglio di 25 anni fa era un dicembre di adesso, ma comunque si sudava. H. mi chiede perché sto andando a Genova, mi parla dell’uomo di Babilonia, io voglio solo sfondare le recinzioni, entrare nella zona rossa, assaltare i palazzi del potere. Spaccare tutto. Ingenuo appunto, ma innocente no. Finalmente arriviamo a Genova, pianto la tenda al Gaslini, ci raggiunge anche M. Ci stringiamo, si dorme bene, sarà l’unica notte di sonno decente ma ancora non lo sapevamo. Il giovedì ci svegliamo, c’è un corteo enorme e colorato per le vie del capoluogo ligure orribilmente militarizzato, la zona rossa difesa da migliaia di soldatini, barriere metalliche, lastre e assi di legno per difendere le vetrine. Non ricordo molto di più, una festa ma non eravamo lì per quello e non solo noi a quanto pare. Il giovedì sera arrivano i gruppi da Milano, diluvia, abbandono la tenda, che io sappia è ancora in quel prato. Si dorme ammassati nella palestra dove entrano cascate d’acqua, ma siamo giovani e non ce ne frega un cazzo. Domani sarà rivolta. LA ZONA ROSSA Il venerdì mattina ci troviamo con il network in piazza De Novi. Nell’attivo della notte precedente alcuni leader millantano di flessibili e catene per strappare le reti. Niente di tutto questo. > Appena ci avviciniamo alle reti che delimitano la zona rossa ci gasano come > non mai. A poco servono biglie di ferro e pioggia di molotov e sanpietrini. > Rinculiamo verso il mare a manganellate e calci nel culo, ci troviamo sulla > spiaggia. Siamo una marea, ci lasciano una via d’uscita, da lì è per tutto il > pomeriggio scappiamo dalle cariche, raggiungendo spesso il corteo > disobbediente, caricato senza motivo malgrado fosse autorizzato. Noi sfasciamo tutto quello che troviamo, banche, assicurazioni, quei pochi negozi di un certo peso che non erano difesi. Assaltiamo supermercati per bere e mangiare, entriamo nel cortile di un istituto di vigilanza  e non resta più nulla degli uffici e dei mezzi. Insomma finalmente il nostro 1977! Ci scontriamo a più riprese con le forze dell’ordine, dal tettuccio di una camionetta vista la mal parata un carabiniere spara diversi colpi. Siamo vestiti di nero, siamo orgogliosamente Antifa e con noi c’è un pezzo di black bloc, già in quella piazza a qualcuno l’alleanza con quei gruppi che prima era stata voluta fortemente ora va stretta e veniamo anche aggrediti da quattro stronzi, ma ci vuole ben altro per fermarci e arriverà, ma per ora è delirio che aspettavamo da tempo, ma la verità era che stavamo scappando. Un centinaio tra collettivi, centri sociali, realtà autorganizzate, sindacati di base si allontanano dalla zona rossa quando per oltre un anno avevamo promesso di invaderla. Obiettivo mancato, ma le notizie peggiori dovevano ancora arrivare. Nel tardo pomeriggio c’è una tregua, ormai il campeggio è vicino. La gente di Genova applaude, sappiamo che il corteo dei disobbedienti ha reagito alle cariche le fdo sono scappate a più riprese. Insomma non sempre i contenuti più radicali si traducono in fatti e viceversa, ma come dicevo va bene così. Arrivano le prime notizie ed è uno shock, si parla di 3 morti tra i manifestanti. Arriva un compagno e ci racconta di aver visto a pochi metri da lui un ragazzo colpito in testa da un proiettile e poi investito da un defender dei carabinieri. > Quel ragazzo è e sarà per sempre Carlo Giuliani. Da Milano confermano quella notizia. Siamo frastornati, devastanti da una giornata durissima e con il peggiore dei finali. C’è spazio anche per le tensioni e gli scazzi. Alcuni di noi se ne tornano a casa, in un pò rimaniamo. Il gruppo non si riprenderà più, altre esperienze nasceranno ma non fanno parte di questa storia. Chi rimane deve portare a casa il corteo del sabato, ma nessuno ha più voglia di piazza, comunque ci massacrano, per la prima volta ho provato il panico vero. Lo stato ha ripreso in mano la situazione, e sarà vendetta. Prima in piazza, poi nelle celle improvvisate di Bolzaneto e infine nella scuola Diaz. Di queste storie sappiamo tanto, magari non tutto ma di sicuro abbastanza per odiarli per sempre, di ritorno da Genova mi faccio il primo tatuaggio: un acab sulle dita della mano sinistra, ormai scolorito ma sempre di valore. Grazie Checco. Di sera in un gruppetto decidiamo di non tornare a Milano ma andiamo al mare, chissà dove. Viviamo sospesi, allo sbando per un notte e un giorno, Mela ha conosciuto E. e da quei giorni non si lasceranno per molti anni. Insisto per tornare a Milano, ci sono iniziative, non ci si può chiudere in casa men che meno fare i turisti politici. A Milano al primo corteo si caccia il PDS con l’iconica bandiera rossa e la quercia nel cerchio bianco. Ma quale pds ma quale alberello un solo comunismo falce e martello. Evabbè. > Come dicevo il nostro gruppo si divide non senza lacerazioni e sofferenze, > nulla rispetto a quello che ci aspetta da lì a un anno e mezzo, nella notte > nera di Milano. Ancora la morte, questa volta saranno due nazisti ad uccidere > Dax. Anche lui come Carlo è dentro la memoria, negli slogan di migliaia di > donne e uomini che non lo conoscevamo neanche. La morte è una merda ma ci sono > vite che valgono la pena di essere vissute e questo dobbiamo farcelo bastare. RITIRATA E RIFLESSIONI Per un paio d’anni ho seguito vari presidi e iniziative per chi da Genova01 non è mai uscito, per chi alla fine di quelle giornate ha scontato anni di galera, poi sono scappato su uno di quei pianeti invivibili. Quando sono tornato sulla terra ho incontrato Luca che vuole farmi scrivere sta roba e un sacco di gente in gamba. Erano gli ultimi mesi dell’Onda, un movimento studentesco destinato a concludersi di lì a poco ma che ha seminato parecchio e ha avuto il merito di determinare tanto di quello che c’è ora. > Finalmente assemblee con tante compagne che intervengono e determinano, in > pochi anni molto era cambiato. Si gettavano le basi per una rivoluzione, > quella transfemminista che a oggi ritengo l’unico movimento di liberazione > possibile anche per noi orrendi maschi. A Genova abbiamo perso? Sì, così come ha perso la generazione degli anni ’70, si sono perse delle battaglie, dolorose, sanguinose ma la lotta di classe non è finita. Ci vediamo alla prossima cospirazione raga. la copertina è di Mkarco via Flcikr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me proviene da DINAMOpress.
July 20, 2026
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Una vittoria per Esc e per la città. Ma ogni vittoria è monca se non passa per la vittoria di tuttə
La notizia è infine arrivata: la Giunta Capitolina ha approvato la delibera con la quale viene finalmente formalizzata l’assegnazione di Esc, al termine di un lungo e tortuoso processo di regolarizzazione avviato, oltre tre anni fa, a seguito dell’approvazione della delibera 104 sul patrimonio pubblico indisponibile, e passato per la cancellazione – oggi definitivamente riconosciuta anche dai tribunali – del debito ingiusto che dal 2014 gravava sulle spalle delle attiviste e degli attivisti di Esc. > Si tratta, indubbiamente, di una vittoria. Una vittoria per Esc – che, dopo > oltre un decennio di vera e propria persecuzione amministrativa, vede > finalmente riconosciuta appieno anche dalle istituzioni la propria legittimità > sociale e politica – e una vittoria per la città: per quel pezzo di città che, > in questi anni, non ha smesso di immaginare e, insieme, di costruire una città > diversa, più degna, lottando strenuamente per la difesa di spazi che non sono > solo presìdi di welfare territoriale e luoghi di sperimentazione culturale > indipendenti, ma sono anche e soprattutto spazi di autonomia politica e di > organizzazione dal basso. È con questa idea tenace che, in questo decennio, si sono tessute e ritessute le reti metropolitane capaci di affermare, con perseveranza, l’esistenza di un modello diverso di città. L’intelligenza di riconoscere questa autonomia, questo valore, e di invertire la tendenza della politica rispetto al decennio precedente, è quella che, per la vicenda di Esc, occorre riconoscere alla politica che oggi governa Roma. La capacità di superare i peggiori automatismi amministrativi, i più asfittici teoremi legalitari e il più insopportabile immobilismo, va riconosciuta nell’impegno della Giunta Capitolina a tradurre in atti amministrativi concreti ed efficaci le proposte politiche e i regolamenti, così come nell’impegno di quanti, nell’Assemblea Capitolina e nel Municipio II, hanno saputo farsi traduttori di istanze da troppo tempo ignorate. Nelle luci e nelle molte ombre della delibera 104, la vittoria di Esc può e deve essere un precedente virtuoso da applicare alla città nel suo complesso. Quel regolamento – esito, anch’esso, delle lotte – contiene i semi del riconoscimento del valore sociale e dell’autonomia politica degli spazi sociali e autogestiti, così come al contempo contiene i semi pericolosi della competizione e della burocratizzazione. > Un regolamento – come la città ha riconosciuto dal principio – la cui > traduzione e applicazione è, ancora oggi, un campo di battaglia, per decidere > se esso debba essere uno strumento di selezione e di controllo amministrativo, > o se piuttosto possa essere lo strumento di un’alleanza nuova tra la città e > la politica, il volano del rilancio, per il tramite del patrimonio pubblico, > di un’idea diversa di città, altra rispetto alla città della rendita. Ed è per queste ragioni che, nel quadro dell’applicazione della delibera 104, non è tollerabile che ci sia chi vinca e chi perda. Per questo, la vittoria di Esc rappresenta un’importante discontinuità, non solo con il passato, e deve essere estesa a tutti gli spazi – altrettanto decisivi per la città – ancora oggi a rischio, laddove sembrano prevalere ancora le logiche peggiori della competizione, dei sigilli, della persecuzione amministrativa. Occorrerà continuare a lottare, insieme, fino a quando il risultato non sarà garantito, per tutte e tutti. Ogni vittoria è monca se non passa per la vittoria di tutti gli altri: nessuno si salva da solo. Le delibere di assegnazione, peraltro, segnano un passaggio decisivo, ma non conclusivo, dell’applicazione del Regolamento. > Si apre per Esc una stagione nuova, che sarà segnata anche dalla ricerca di > modelli di gestione e autogestione inediti, dalla sperimentazione di forme > nuove di riproduzione delle soggettività, e dalla sfida della ricerca di una > sostenibilità possibile a condizione di non mutare la propria natura. Si > tratterà, ancora, di un terreno di battaglia, di confronto con > l’amministrazione, per fuggire dalla burocratizzazione dell’autogestione alla > ricerca di punti di equilibrio che sappiano riconoscere anche il valore > dell’informalità. Ringraziamo chi in questi anni ci ha sostenuto attraversando lo spazio, contribuendo al crowdfunding, partecipando e costruendo con noi centinaia di attività, assemblee e piazze, servizi e mutualismo, seminari, festival e eventi culturali. Grazie a chi non ci ha mai fatto perdere il senso del nostro progetto collettivo. Adesso si apre una sfida nuova ma sappiamo di poterla affrontare insieme. la copertina è di Esc Atelier Autogestito Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 19, 2026
DINAMOpress
Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya
Se si parla di persone che scappano da violenze e sfruttamento imbarcandosi su mezzi di fortuna affrontando il mare, oppure di migranti che al loro arrivo nel paese di destinazione vengono rinchiusi in speciali campi profughi controllati da un apparato repressivo e brutale, la prima immagine che viene in mente è quella dei e delle migranti che sbarcano sulle coste dell’Europa in cerca di una vita migliore. Ma c’è una situazione simile che in questo momento sta avvenendo dall’altra parte del mondo; più precisamente nella zona meridionale del Myanmar, al confine con il Bangladesh. Ma chi sta lasciando le proprie case? Da cosa (o meglio da chi) stanno scappando? > Chi scappa sono i Rohingya, una delle tante etnie che compongono il paese che > fino a trent’anni fa veniva chiamato Birmania. Una minoranza di religione > islamica in una nazione a stragrande maggioranza buddista. Perseguitati per il > loro credo religioso, i Rohingya si trovano anche schiacciati nella morsa di > una guerra civile brutale tra un regime militare distopico e diversi gruppi > etnici armati. La storia del massacro di questa minoranza non può essere distinta dalla storia dei due paesi protagonisti della vicenda: il Myanmar, luogo dove sta avvenendo il genocidio, e il Bangladesh, paese che ospita la maggior parte delle persone rifugiate. Per questo è di grande aiuto il libro Su due lati del confine di Emanuele Giordana e Giuliano Battiston nel quale si descrive in maniera molto chiara il processo socioculturale e storico che ha portato i Rohingya a diventare stranieri in patria prima, e poi ad essere perseguitati. Tramite la ricerca di testimonianze dirette di persone comuni e di racconti corali di comunità messe ai margini della società, i due giornalisti descrivono in maniera puntuale le vicissitudini che queste persone passano nella loro fuga verso Ovest. La parte del libro scritta da Emanuele Giordana è la descrizione del processo storico e sociale che sta ancora avvenendo in Myanmar, costringendo milioni di persone a scappare. Il giornalista  accenna alle origini del popolo Rohingya, al suo passaggio sotto il dominio britannico e alle vicende più recenti come la perdita della cittadinanza del 1982. A ciò si aggiungono le testimonianze che descrivono i pogrom degli anni ’10 di questo secolo, nei quali le violenze diventarono brutalmente sistemiche causando la fuga di milioni di persone verso i paesi limitrofi. La dinamica dei processi sociali interni al Myanmar che hanno portato alla persecuzione della minoranza islamica sono raccontati in maniera diretta, senza troppi fronzoli. Si fa accenno al ruolo avuto da numerosi monaci buddisti, alleati della giunta militare, che hanno utilizzato i social media per spargere disinformazione contro i Rohingya, alimentando fake news virali. Queste notizie false, nel 2012 e poi nel 2017, hanno dato il via a massacri di uomini, donne e in molti casi anche di minori. Successivamente si passa ai rapporti tra resistenza contro i militari e i Rohingya. Non si risparmiano le storie dei massacri compiuti anche da chi, pur combattendo per la libertà, continua a vedere nei Rohingya un corpo estraneo, non conciliabile con la maggioranza della popolazione di religione buddista o cristiana.  Anche la figura della premio Nobel Aung San Suu Kyi, considerata nel mondo come la bandiera della lotta per la democrazia contro la dittatura militare, viene riportata con tutte le sfaccettature, senza dimenticare le zone d’ombra del breve e unico periodo di governo democratico, terminato con il ritorno dei militari al potere con il golpe del 2021. > Sebbene il periodo del governo civile di Aung San Suu Kyi (2015-2021) coincida > con un ripristino (parziale) dei diritti civili, coincide anche con il picco > delle violenze e degli omicidi ai danni dei Rohingya e anche con il silenzio > assordante della Premier birmana. Parafrasando una testimonianza raccolta da > Giordana «[Aung San Suu Kyi, per mantenere il potere] ha dovuto scegliere se > privilegiare cinquanta milioni di buddisti o qualche milione di musulmani». Nel proseguire il racconto, il focus del reportage si sposta nel paese che accoglie milioni di rifugiati. Dalle colline del Myanmar meridionale si passa alle spiagge e al campo profughi (il più grande del mondo) di Cox’s Bazar nel Bangladesh orientale. In questa parte del libro Giuliano Battiston, descrivendo la quotidianità dei Rohingya nei campi, si rapporta anche con la vita della popolazione bengalese, raccontandoci le vicende che hanno portato alla caduta della premier bengalese Hasina del 2024. Alla rivolta della Gen Z bengalese che ha segnato la fine del regime autoritario e corrotto di Sheikh Hasina, si unisce la descrizione del trattamento dei Rohingya nei campi profughi gestiti dall’ONU. Storie di giovani sfruttati e sfruttate da entrambi i lati del filo spinato che hanno un punto in comune; la voglia di cambiare, di costruire un nuovo futuro felice. Ciò ci restituisce un’immagine di un Bangladesh in evoluzione, che vuole cambiare e dirigersi verso un futuro migliore per tutti e tutte. Nel frattempo un nuovo esecutivo è uscito fuori dalle prime elezioni del post-Hasina, un governo gestito dalla vecchia e stantia opposizione nazionalista. Il cambiamento è stato spostato a data da destinarsi, per ora. Il vero punto di forza di quest’opera, per cui la si consiglia di leggere, sta nel modo in cui vengono raccontati i fatti. Per chi non si occupa quotidianamente della questione birmana, leggere e interpretare le notizie che provengono da quel quadrante può essere estremamente complesso. L’enorme diversità degli attori in campo (decine di gruppi armati etnici, governi locali, potenze straniere, agenzie ONU, organizzazioni umanitarie) creano un labirinto nel quale è facile perdersi. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei media mainstream occidentali coprono gli avvenimenti in modo superficiale, quando non vengono ignorati del tutto. Il risultato è che i momenti centrali del genocidio Rohingya restano per la maggior parte delle persone un enigma indecifrabile, un “conflitto lontano e complicato” di cui non vale la pena occuparsi. Leggendo Su due lati del confine, invece, si inizia finalmente a ricostruire il puzzle della vicenda birmana. Pagina dopo pagina, le testimonianze raccolte ricompongono un quadro chiaro, accessibile, mai riduttivo. Un quadro nel quale chiunque, senza bisogno di essere un’esperta di geopolitica asiatica, può riannodare il filo degli eventi: capire perché i Rohingya sono fuggiti, chi li ha perseguitati, chi ha taciuto, chi ha tratto profitto dal loro esilio. Va constatato anche che, seppur il giornalismo europeo sia pieno di reporter che, guardando all’Asia, finiscono per riprodurre gli stessi stereotipi orientalisti (l’Oriente incomprensibile, descrizioni stereotipate di luoghi e persone), Giordana e Battiston (pur essendo bianchi e occidentali), fanno l’esatto contrario. Sono scesi sul campo, ascoltando e restituendo un quadro complesso, scevro da ogni tipo di pregiudizio. La semplicità con cui sono riportati i fatti (mai gratuita o spettacolarizzata) non svilisce la vicenda e non trasforma le testimonianze in mera pornografia del dolore. Anzi, è proprio questa chiarezza a farci restare con i piedi per terra. Perché il genocidio dei Rohingya non è un racconto esotico da consumare a distanza. È una storia di corpi, di barche, di tende, di madri che attraversano fiumi con i figli in braccio. E Giordana e Battiston hanno il merito di non dimenticarlo mai, neppure per un istante. Leggere Su due lati del confine aiuta a svelare le logiche di esclusione e sfruttamento che governano tutte le frontiere, anche le nostre. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Un genocidio a cavallo di un confine: il caso dei Rohingya proviene da DINAMOpress.
July 18, 2026
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Genova 2001 – 2026 #2. C’eravamo allora, ci siamo ancora. Una riflessione 25 anni dopo
L’indicazione è chiara: dobbiamo tenere la posizione di sinistra, chiudere l’angolo della testuggine. Scudi serrati, caschi, protezioni in gomma piuma e plastica, ginocchiere e paragomiti, maschere antigas. Camminiamo senza fretta, non dobbiamo perdere la linea con la testa. Solchiamo via Tolemaide, aspettando l’onda. > Siamo tante, siamo belli, siamo carich3. Abbiamo una paura fottuta, convinti > comunque che bucheremo la zona rossa, lontana ancora diversi chilometri. Ci > basta aprire un varco, interrompere il rituale osceno dei padroni del mondo, > far entrare le ragioni dell’umanità, che porta in dote le parole nuove ma > antiche insorte il 31 dicembre 1993 in un angolo sperduto del sud-est > messicano. Ci siamo coperti il volto per farci vedere. Nonostante le bandane e gli occhiali da mare, da sub e da neve, riconosciamo ogni sguardo delle prime file, quell’ “esercito di straccioni” che si è formato nei controvertici e nelle contestazioni dell’oligarchia globale, da Seattle in poi: Mobiltebio a Genova, l’Ocse a Bologna, il FMI a Praga, il Global Forum a Napoli. Ma anche l’assedio al Cpt di via Corelli a Milano, la provocazione di Haider a San Pietro, la fuga dei fascisti da una piazza antirazzista di Roma est. Siamo quello che facciamo, siamo ciò che comunichiamo, siamo “moltitudine” (anche) per farla finita con i Settanta e l’eterno ritorno di qualche “centralità” che spiega sempre tutto. Proviamo a forzare il limite del conflitto tenendo dentro tutt3, usiamo i corpi come metafora materiale della qualità biopolitica dello sfruttamento e della ribellione, tentiamo di rompere lo schema dello scontro militare separato e del circolo vizioso repressione-lotta alla repressione. > Surfiamo un’onda che sembra inarrestabile, che si presenta come identità > multipla: tattica di piazza, specchio della nuova composizione sociale, > immaginario che morde la realtà, proposta politica generale, idea di un mondo > fatto di tanti mondi. Il camion in mezzo alla folla è il cuore di un corpo collettivo che esonda in ogni dove, nato e cresciuto nei centri sociali, nelle scuole e facoltà occupate, nelle filiere della precarietà di vita e di lavoro, spesso imposta, a volte scelta per non guardare più indietro. Le voci si alternano su uno spartito intenso, danno indicazioni, scrutano l’orizzonte, rafforzano le motivazioni, scaricano la tensione.  Avanziamo in discesa, giù, in caduta libera, tra le carcasse annerite e fumanti ai lati della strada, residui di una guerra cominciata qualche ora prima.  Il serpentone uscito dallo stadio Carlini è autorizzato fino al cuore della zona rossa, Palazzo Ducale, dove gli “otto grandi” stanno scrivendo il menù fisso che ci proporranno nei successivi 25 anni: guerra permanente, fili spinati, dominio sincretico dei colossi del silicio e del fossile, ritorno della schiavitù, economia del genocidio, espropriazione della vita e delle libere scelte come nuova frontiera dell’accumulazione e del valore di scambio. All’incrocio con via Torino, ai lati, prende forma il vero blocco nero in assetto di guerra: centinaia di carabinieri caricano i fucili con i gas e prendono la mira. Nemmeno il tempo dello stupore e della paura, che sulla testa del corteo si abbatte una tormenta di lacrimogeni, cariche impazzite, soldati intrippati con gli occhi di fuori e la bava alla bocca. I caroselli con i blindati, la caccia al manifestante isolato, la voglia di fare male, lasciare il segno. Da li in poi, ci difendiamo, teniamo botta, recuperiamo feriti, ci ricompattiamo, cerchiamo di riprendere il filo di una strategia che è saltata in aria, che ci costringe a essere lucidi mentre il mondo ci crolla addosso. > Le milizie occupano Genova, vogliono chiudere i conti con quella generazione > cresciuta sul ciglio del baratro neoliberale, che si è fatta spazio tra “la > fine della storia” e l’inganno a buon mercato della dot-com, che prova a > riaprire la partita della trasformazione radicale, in mare aperto, con uno > sguardo meticcio, senza facili ormeggi. Quella stagione di lotte e speranze finisce li. Il sigillo sarà apposto un mese e mezzo dopo, l’11 settembre 2001. Piazza Alimonda, Carlo, Bolzaneto e Diaz diventano i nomi, la carne e il sangue di un rosario collettivo, dolente e allucinato, nel Paese con “la Costituzione più bella del mondo”. Oggi non si respira, di notte non si scende sotto i 28 gradi. In tv, impunemente, con un sorriso sfigurato, un sottosegretario di qualcosa afferma che «bisogna farla finita con l’ideologia green». Fuori da quel set con l’aria condizionata spinta a 21 gradi, l’apocalisse cambia le coordinate della geografia dei viventi, le abitudini, il rapporto con l’economia, il lavoro, la città, la cura della vita, gli affetti. Lo scarto tra forme di vita e rappresentazione politica, tra esperienza materiale e forme del potere, è uno dei lasciti più marcati di quel ciclo di lotte, che ha anticipato tendenze e trasformazioni, seminato nuove grammatiche e istituzioni autonome (politiche, sociali, sindacali, mutualistiche), ma non abbastanza (a oggi) per decifrare il rebus del rapporto con lo spazio pubblico di governo e/o autogoverno. > In controluce, come simulacro della crisi del vecchio ordine mondiale, delle > sue regole di ingaggio e del suo racconto, le destre hanno disegnato un > fascismo proprietario globale che impone la sua agenda, le sue parole, la sua > egemonia, il suo esercito privato, sotto un mandato imperativo: identificare > il governo del mondo con il comando d’impresa, in una linea di potere che > salda colore della pelle, identità di genere, supremazia di classe. Un mostro politico, l’Occidente globale, che prova a rimettere ordine in cantina una volta per tutte, che non si fa remore a riprendere in mano i concetti tabù seppelliti dopo due guerre mondiali e dall’esperienza dello sterminio come banalità logistica, microfisica dell’orrore, infrastruttura dell’estinzione. L’Occidente globale è riuscito nell’impresa di rovesciare la responsabilità storica del colonialismo e delle politiche di massacro, in Europa e nel mondo, in un nuovo format di oppressione e genocidio. Gaza è l’avanguardia macabra di questo modello sociale e urbano. È l’Israele Globale, il sogno agognato dalla generazione Epstein, che dobbiamo fermare. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 17, 2026
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Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova
A venticinque anni dal G8 molto è stato scritto sulla repressione, sulla Diaz, su Bolzaneto, sulla morte di Carlo Giuliani e in questi giorni si moltiplicano i contributi e i podcast, si riesumano video e testimonianze, si organizzano incontri pubblici. È giusto che sia così. Eppure, più torno a quei giorni, più mi accorgo che ciò che continua a interrogarmi non è solo ciò che è accaduto nel luglio del 2001 quanto piuttosto ciò che è stato costruito nei mesi precedenti. Il laboratorio politico che rese possibile Genova e che, forse, continua ancora oggi a parlarci. > Genova non fu solo lo spazio di una vittoria o di una sconfitta. Fu un > laboratorio di immaginazione politica. Lo fu perché, per un momento, riuscì a > rendere visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi > dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Sindacati, reti ecologiste, associazioni, femminismi, organizzazioni contadine, associazioni, centri sociali, movimenti del Sud globale e collettivi universitari non componevano un soggetto omogeneo. Costruivano, piuttosto, uno spazio comune poroso ma conflittuale, nel quale provare a nominare il mondo in modo diverso. La radicalità di quel processo non stava nell’avere già trovato una risposta, ma nell’aver rimesso in discussione ciò che veniva presentato come inevitabile. Alla fine degli anni Novanta il neoliberismo non si limitava a ridefinire le politiche economiche ma il campo stesso dell’immaginario. Il mercato non veniva più presentato come una scelta politica tra le altre, ma come l’unico principio razionale di organizzazione della società. L’economia sembrava sottratta al conflitto democratico e affidata alla competenza tecnica, ai mercati e alle grandi istituzioni internazionali. Ciò che era il prodotto di rapporti di forza e decisioni storiche veniva raccontato come un processo naturale, inevitabile. Fu dentro questa trasformazione che, in luoghi molto diversi del mondo, cominciò a prendere forma un’intuizione condivisa. Non si trattava di rifiutare la dimensione globale, ma di contendere il modo in cui veniva organizzata. Le comunità zapatiste in Chiapas, le giornate di Seattle, il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre non rappresentavano un percorso lineare né un movimento omogeneo. Erano esperienze differenti che iniziavano però a riconoscersi dentro una stessa ricerca: costruire una politica capace di misurarsi con un capitalismo ormai globale senza rinunciare alla democrazia, ai diritti e alla giustizia sociale. > In questo senso, “Un altro mondo è possibile” non era uno slogan consolatorio > né la promessa ingenua di un futuro migliore. Era la rivendicazione che nessun > ordine economico fosse naturale, nessuna forma di governo del mondo > irreversibile. Era l’affermazione che il futuro potesse tornare a essere > terreno di conflitto e di invenzione collettiva. Genova fu un momento in cui  > quella ricerca riuscì a trovare una straordinaria capacità di composizione. A Roma, come in moltissime città d’Italia questa immaginazione assumeva una forma concreta e quotidiana. Gli anni Novanta erano stati un importante laboratorio di autorganizzazione. I centri sociali e gli spazi occupati non erano soltanto luoghi di conflitto, ma producevano cultura, mutualismo, socialità, servizi, relazioni. Erano pezzi di città nei quali si sperimentavano forme diverse di vivere e fare politica. Proprio per questo la Delibera 26, con cui l’amministrazione Rutelli proponeva di regolarizzare il rapporto tra il Comune e gli spazi sociali occupati, aprì un confronto politico intenso. Interrogava il senso dell’autonomia, il rapporto tra istituzioni e autorganizzazione, la possibilità di continuare a produrre conflitto senza rinunciare alla propria capacità di trasformare la città. Fu un confronto duro, che mise alla prova relazioni consolidate. L’avvicinarsi del G8 offrì la possibilità di spostare lo sguardo. Le differenze non scomparvero, ma trovarono una nuova scala sulla quale misurarsi. Fu in questo passaggio che nacque RAGE (Rete Anti Globalizzazione Economica). Le assemblee alla SCOLA occupata di San Lorenzo, uno spazio attraversato da studentə precariə, giovanə ricercatricə, espressione di una composizione sociale che stava emergendo nella Roma di quegli anni. Erano il luogo in cui soggettività differenti provavano a costruire una composizione politica senza rinunciare alle proprie differenze. > Non si cercava l’unanimità a tutti i costi, ma un linguaggio comune. Le riunioni erano spesso interminabili, le mediazioni, la formazione, la preparazione materiale, le discussioni sulle pratiche della disobbedienza civile erano parte dello stesso processo. Si trattava di capire chi potevamo diventare insieme. La preparazione tecnica – dagli scudi alle simulazioni delle cariche – era parte dello stesso processo di formazione. Attraverso il corpo imparavamo che il conflitto non era soltanto uno scontro ma la determinazione di trasformare la vulnerabilità individuale in una forza collettiva. Quel laboratorio non è sopravvissuto come organizzazione. È sopravvissuto come grammatica politica. Lo ritroviamo, dopo Genova, nelle lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni, nell’Onda e nei movimenti studenteschi, nelle pratiche mutualistiche, nelle mobilitazioni climatiche, nei femminismi, nel transfemminismo, nelle lotte antirazziste e per la libertà di movimento. > Ogni volta in forme diverse, con linguaggi differenti e soggetti nuovi, ma > attorno alla stessa intuizione: nessuna lotta basta a sé stessa. Oggi, a distanza di anni, possiamo vedere con maggiore lucidità anche alcuni limiti di quel laboratorio. Non avevamo ancora pienamente elaborato, ad esempio, quello sguardo transfemminista e intersezionale che oggi ci consente di leggere insieme produzione e riproduzione sociale, lavoro e cura, genere e razzializzazione, ecologia e libertà dei corpi. Non lo dico per “fare le pulci” a Genova e per stabilire cosa mancasse ma per  riconoscere che ogni laboratorio politico produce strumenti, ma apre anche domande che le generazioni successive riprendono, trasformano e approfondiscono. Forse è proprio attraverso l’elaborazione transfemminista che oggi possiamo nominare qualcosa che allora stavamo soltanto intuendo. Lo slogan di Ni Una Menos, unire le lotte, restituisce bene questa idea. Non come semplice convergenza tra rivendicazioni, ma come pratica politica. > Significa riconoscere che il capitalismo organizza contemporaneamente il > lavoro e la cura, il debito e i corpi, le migrazioni e l’ecologia, la violenza > patriarcale e la guerra. Unire le lotte significa allora costruire una > composizione capace di attraversare queste connessioni senza ridurle a > un’unica identità. Se Genova continua a parlarci, dunque, non è perché contenga una risposta da recuperare intatta. È perché ci ricorda che la politica può ancora essere un esercizio di immaginazione collettiva. Forse è proprio questo che continuo/continuiamo a chiamare Genova. Non un luogo della memoria, ma un momento in cui il futuro tornò a essere materia di pratica politca collettiva. E in un tempo in cui, ancora una volta, ci viene raccontato che non esistono alternative, questa continua a sembrarmi la sua eredità politica più radicale. la copertina è tratta da anordestdiche.com Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova proviene da DINAMOpress.
July 17, 2026
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In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande
Quando Keiko Fujimori entrerà in carica come Presidente della Repubblica il 28 luglio (data che coincide con l’anniversario dell’indipendenza peruviana [1821], non assisteremo alla formazione di un nuovo governo, bensì alla continuazione di un governo già al potere. Nel Parlamento uscente, a maggioranza Fujimori e dei suoi alleati, la cosiddetta “coalizione mafiosa” (così nominata dalle opposizioni) ha rimosso presidenti, insabbiato indagini contro i propri parlamentari, sottomesso il Consiglio Nazionale di Giustizia (che nomina e revoca giudici e Pubblici Ministeri) e indebolito il perseguimento dei crimini legati alle economie illegali (estrattivismo, disboscamento e narcotraffico), presentandosi al contempo come garante dell’ordine. > La coalizione di Keiko Fujimori non salirà al potere a luglio: è già al > governo da tempo. Quello che cambierà, salvo imprevisti, è che oltre al > Parlamento disporrà anche della fascia presidenziale. Definirla continuità e non semplicemente cambio di regime non è una sottigliezza retorica. È la differenza tra far suonare l’allarme per quello che sta per succedere ed essere colti di sorpresa ancora una volta, come se il Paese non avesse memoria di come il fujimorismo opera quando consolida il potere. UNA VOTAZIONE BLINDATA Dopo il completamento dello spoglio di tutte le schede elettorali da parte dell’Ufficio Nazionale dei Processi Elettorali (ONPE), a 23 giorni dal secondo turno elettorale Keiko Fujimori e il suo partito di destra Fuerza Popular si sono assicurati il 50,135% dei voti validi. Il suo rivale di sinistra, Roberto Sánchez, ha invece ottenuto il 49,865% per Juntos por el Perú. È una differenza di circa 50.000 voti su quasi 20 milioni di voti espressi. La figlia del defunto dittatore Alberto Fujimori, condannato per i massacri di Barrios Altos e La Cantuta [1991 e 1992, ai danni di militanti del Partito Comunista del Perù Sentiero Luminoso – ndt] e per evidente corruzione, sta contando i giorni che la separano dall’insediamento alla carica ricoperta dal padre tra il 1990 e il 2000. Da parte sua, Roberto Sánchez, candidato di Juntos por el Perú ed erede politico di Pedro Castillo [Presidente della Repubblica dal 2021 al 2022, destituito da una mozione di empeachment e sostituito da Dina Boluarte – ndt], ha denunciato una «frode in corso» che lo porterà persino a rivolgersi agli organismi internazionali. Afferma che non riconoscerà un «governo illegittimo» e fa appello a una «coalizione di resistenza patriottica e popolare» con diverse mobilitazioni in tutto il territorio nazionale. Però Roberto Sánchez non ha presentato alcuna prova concreta dei brogli elettorali durante il primo turno elettorale. La sua tesi era che, se fossero stati esclusi i voti dei peruviani all’estero (dove Keiko Fujimori aveva ottenuto oltre il 63% dei voti) sarebbe stato lui il vincitore. Al primo turno delle elezioni legislative, Fuerza Popular ha conquistato 22 dei 60 seggi al Senato e 41 dei 130 seggi del nuovo Parlamento. Juntos por el Perú si è classificato secondo con soli 14 senatori e 32 deputati. > La disparità è significativa: la metà del Paese che ha respinto il fujimorismo > al secondo turno non ha, in nessuna delle due Camere, una presenza > proporzionata alla sua effettiva dimensione. Si ritroverà con un blocco di minoranza a dover affrontare una coalizione che sa già, perché lo ha fatto in passato, come cambiare le regole, proteggere le proprie forze di sicurezza e aggrapparsi al potere a prescindere da qualsiasi esito avverso. I risultati consentiranno al fujimorismo di governare con contrappesi istituzionali minimi ma con la massima impunità possibile. Oggi la questione cruciale è cosa significhi (per un Paese con la memoria che ha il Perù) che il fujimorismo torni nuovamente ad accentrare tutto il potere su di sé. FANTASMI E BERSAGLI FACILI Al termine del primo turno elettorale, abbiamo scritto della persistenza del fujimorismo, di quella parte dell’elettorato che vota per l’attuale presidente eletta elezione dopo elezione. Abbiamo anche affrontato il tema dell’antifujimorismo (il ricordo dei crimini contro l’umanità, delle sterilizzazioni forzate e della corruzione sistemica) come l’identità politica più solida del Perù. Quel ricordo, sopravvissuto a tre tornate elettorali, era stato l’unico elemento che aveva impedito al fujimorismo di tornare al potere nelle elezioni precedenti. Questa volta non è bastato. Per la prima volta dopo quattro tentativi (contro Ollanta Humala nel 2011, Pedro Pablo Kuczynski nel 2016 e Pedro Castillo nel 2021), Keiko Fujimori ha trionfato. Tuttavia, non possiamo non rimarcare, come sottolineato da molti analisti, che si tratta di una vittoria di Pirro. Metà del Paese continua a considerare ancora il fujimorismo il principale responsabile del declino istituzionale, politico e sociale degli ultimi decenni. Non è un caso che siano riusciti ad accedere al secondo turno di votazione con appena il 17% dei voti. > In Perù, escludendo i voti della diaspora all’estero, è Roberto Sánchez ad > aver vinto le elezioni. Sono stati i voti di oltre un milione di peruviani > residenti all’estero a ribaltare il risultato nazionale. Il fatto che la > presidenza del Perù sia stata in definitiva decisa da qualcuno che non vivrà > le immediate conseguenze di quel governo è significativo. Il Parlamento uscente, il cui mandato termina il prossimo 27 luglio, sta sfruttando le ultime settimane in carica per approvare leggi che il fujimorismo cerca di attuare da anni. Il 23 giugno, nel pieno della tensione legata ai risultati del ballottaggio, il Parlamento ha approvato in seconda votazione una legge che stabilisce che gli agenti di polizia e il personale militare possono essere processati per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni soltanto da tribunali militari e di polizia, impedendo alla giustizia ordinaria di indagare sugli stessi reati. Si tratta dello stesso sistema di impunità militare che vigeva negli anni ’90 sotto la guida di Fujimori padre. La legge è stata approvata con 52 voti a favore, in contrasto con il monito espresso dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Lo stesso giorno, il Parlamento ha approvato un’altra modifica, meno eclatante ma altrettanto grave: una ridefinizione del reato di crimini contro l’umanità che richiederà la prova che un determinato crimine faccia parte di un «attacco generalizzato o sistematico» contro la popolazione civile, altrimenti dovrà essere giudicato come un crimine comune con i relativi termini di prescrizione che questo comporta. Non è difficile immaginare chi verrà tutelato da questa ridefinizione, né quali casi pendenti potrebbero riemergere nei prossimi anni. La Corte Costituzionale aveva già stabilito che crimini come l’omicidio non possono essere trasferiti alla giurisdizione militare a causa della gravità del danno che provocano. È proprio questo che il fujimorismo, che controlla il Parlamento e le istituzioni dal 2016, ha deciso di garantire prima della fine del docile governo attuale di José María Balcázar, approfittando di un’opposizione ancora dispersa e dell’opinione pubblica concentrata sullo scrutinio delle elezioni presidenziali. LA MEMORIA COME RESISTENZA Se Roberto Sánchez continuerà a lanciare appelli alla mobilitazione, soprattutto nelle regioni andine del Paese, il prossimo 28 luglio non rappresenterà un passaggio di poteri pacifico, bensì la continuazione di un ciclo di risposte di disobbedienza civile a un regime impopolare. L’annuncio di voler ricorrere al Sistema Interamericano per i Diritti Umani [strumento regionale di protezione dei diritti umani dell’Organizzazione degli Stati Americani – ndt] è stata una delle sue prime reazioni. È improbabile che queste mobilitazioni possano ribaltare l’esito che i dati ufficiali indicano già come definitivo. Ma le strade, quello stesso spazio dal quale in passato il Perù ha già respinto quello che le urne non sono riuscite a impedire, continueranno a essere il palcoscenico sul quale difendere la memoria che difficilmente sarà rappresentata dal nuovo Parlamento. Non si tratterà di cercare una riconciliazione con coloro che tornano al potere. Piuttosto, si tratterà di garantire che l’eredità dei crimini contro l’umanità di Alberto Fujimori non venga cancellata, non venga trattata come un semplice aneddoto e non diventi, ancora una volta, una ferita che guarisce superficialmente mentre la coalizione che l’ha causata prende formalmente possesso del Palazzo Presidenziale. La vera questione è se il Paese permetterà, ancora una volta, che gli venga chiesto di dimenticare in cambio della stabilità politica. Lo spettro del fujimorismo era più difficile da scacciare perché proveniva dall’interno, da una ferita aperta. L’obiettivo non è aspettare che il tempo la guarisca, è impedire che chiunque possa mai più presentare il fujimorismo come qualcosa di diverso da quello che era. Articolo scritto da Victor Miguel Castillo e pubblicato in castigliano sul sito indipendente Ojala.mx lo scorso 2 luglio 2026. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress. Immagine di copertina di © Connie France, foto del19 giugno 2026, quando un cordone di agenti di polizia presidia l’esterno di una sede elettorale di Keiko Fujimori nel centro di Lima, dove è visibile uno striscione con la scritta «La forza dell’ordine», mentre i sostenitori di Roberto Sánchez si radunano in un edificio dall’altra parte della strada per marciare in difesa del loro voto. Víctor Miguel Castillo è membro del Gruppo di Lavoro CLACSO [Consiglio Latinoamericano delle Scienze Sociali] Economie popolari: mappatura teorica e pratica, e Coordinatore della Comunicazione presso la Fondazione Rosa Luxemburg per il Cono Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo In Perù, Fujimori non arriva al potere, lo espande proviene da DINAMOpress.
July 16, 2026
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Dall’eroina al fentanyl: le droghe come strumento di controllo politico
Ottanta fiale di fentanyl sparite dalla farmacia di un ospedale romano non sono soltanto un fatto di cronaca, sono un punto di rottura che ci obbliga a porci una domanda: l’Italia è davvero preparata a impedire che sostanze potentissime e incontrollabilli escano dai circuiti ospedalieri e arrivino al mercato criminale? Il caso dell’Ospedale Israelitico di Roma ha acceso l’allarme ai massimi livelli istituzionali: secondo le ricostruzioni di stampa, sono scomparse 80 fiale di fentanyl, quantità ritenuta potenzialmente idonea a confezionare fino a circa 20.000 dosi destinate al consumo illecito. La Procura di Roma ha aperto un’indagine e il Governo ha convocato una riunione d’urgenza a Palazzo Chigi. Il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione, attivato i NAS e annunciato una nuova circolare per rafforzare i controlli su uso, circolazione impropria, conservazione e stoccaggio del fentanyl nelle strutture sanitarie e ospedaliere. Ma il punto non è soltanto chi abbia materialmente sottratto quelle fiale, esiste un discorso politico, sociale, sanitario e, in senso ampio, strategico su cui ci dovremmo soffermare e riflettere. LE DROGHE COME DISPOSITIVO DI CONTROLLO DEL CORPO SOCIALE Ogni volta che una droga entra o non entra in una società, ogni volta che viene repressa, tollerata, ignorata o trasformata in emergenza, la società si trova davanti non soltanto a una questione di ordine pubblico, ma a una forma di governo del corpo sociale. In questo senso la droga non è mai solo droga, è mercato, marginalità, profitto, ma soprattutto uno specchio esatto dell’epoca che la consuma. > Le droghe non sono mai un corpo estraneo alla società: sono un riflesso e > sintomo dell’organizzazione sociale di un determinato contesto. Quando una > società chiede obbedienza, prevalgono sostanze che sedano, ma quando chiede > prestazione ed alto funzionamento, prevalgono sostanze che accelerano, dopano, > ravvivano. UN PRECEDENTE STORICO: BLUE MOON E LA DROGA COME DOMANDA POLITICA La memoria storica italiana conosce già il sospetto che la droga possa essere stata usata non soltanto come merce criminale, ma anche come strumento di neutralizzazione sociale. La cosiddetta Operazione Blue Moon viene spesso evocata proprio per indicare la presunta diffusione pilotata dell’eroina negli ambienti giovanili e politici degli anni Settanta, in un contesto segnato da conflitto sociale, movimenti extraparlamentari, strategia della tensione e Guerra fredda. In questo quadro viene spesso evocato anche il possibile coinvolgimento della CIA, non come presenza necessariamente diretta nella distribuzione materiale dell’eroina, ma come apparato interessato a contenere l’espansione dei movimenti comunisti, extraparlamentari e antiatlantici in un Paese strategico come l’Italia. L’Italia degli anni Settanta, infatti, non era un Paese qualunque: era uno dei principali fronti politici dell’Occidente, con il più grande partito comunista dell’Europa occidentale, un forte movimento operaio, una contestazione studentesca diffusa e aree extraparlamentari radicalizzate. In questo contesto, secondo la ricostruzione legata a Blue Moon, la diffusione dell’eroina avrebbe potuto inserirsi in una strategia di depotenziamento sociale: non reprimere soltanto dall’esterno, ma indebolire dall’interno gli ambienti giovanili e politici più conflittuali. Il documentario Operazione Bluemoon – Eroina di Stato presenta infatti la vicenda come un filo che collega servizi segreti, narcotraffico e terrorismo di Stato dentro gli anni di piombo. Secondo questa prospettiva, l’operazione si sarebbe svolta attraverso una dinamica di infiltrazione, tolleranza e gestione indiretta dei flussi di eroina. Non si sarebbe trattato di creare da zero il mercato della droga, ma di permettere, favorire o non ostacolare determinati canali criminali capaci di portare l’eroina proprio nei luoghi più sensibili del conflitto sociale. Alcune ricostruzioni parlano esplicitamente di una strategia dei servizi segreti italiani e statunitensi. Nel concreto, il meccanismo ipotizzato sarebbe stato questo: l’eroina, già inserita nei circuiti del narcotraffico internazionale, sarebbe stata lasciata circolare con particolare facilità negli ambienti giovanili, studenteschi, proletari e controculturali.I canali materiali sarebbero stati quelli della criminalità organizzata, dello spaccio di strada, dei circuiti informali e delle reti già presenti nelle città. > L’aspetto politico, secondo questa ricostruzione, non starebbe quindi nella > vendita diretta della sostanza da parte degli apparati statali, ma nella > possibile tolleranza, copertura o mancata repressione effettiva di quei > flussi, soprattutto quando andavano a colpire università, quartieri popolari, > ambienti della sinistra extraparlamentare, spazi occupati, concerti, piazze e > luoghi di aggregazione giovanile. Il funzionamento sarebbe stato tanto semplice quanto devastante: rendere l’eroina disponibile, accessibile e inizialmente a basso costo; farla arrivare nei contesti più politicizzati; lasciare che la dipendenza producesse il resto. Una volta entrata nei corpi, nelle relazioni e nelle comunità, l’eroina non aveva bisogno di presentarsi come strumento politico. Agiva da sé: spezzava legami, isolava i soggetti, trasformava la militanza in sopravvivenza, sostituiva la rabbia collettiva con il bisogno individuale della dose. In questa prospettiva, Blue Moon non sarebbe stata un’operazione militare nel senso classico, fatta di arresti di massa, repressione dichiarata o intervento diretto dello Stato. Sarebbe stata piuttosto una forma di guerra psicologica a bassa intensità: non colpire frontalmente i movimenti, ma indebolirli dall’interno; non svuotare le piazze con la forza, ma lasciare che la dipendenza consumasse progressivamente una generazione già attraversata da conflitto, rabbia, desiderio di rottura e possibilità rivoluzionarie. DALL’EROINA ALLA COCAINA: DALLA SEDAZIONE ALLA PRESTAZIONE Le droghe non producono tutte lo stesso tipo di soggetto sociale. Se l’eroina anestetizzava, isolava l’individuo dal sistema, lo annientava, lo dominava, la cocaina oggi produce un soggetto iperfunzionale, competitivo, performativo. Per questo oggi il sistema può convivere molto meglio con la cocaina che con il fentanyl. La cocaina è perfettamente compatibile con il capitalismo performativo contemporaneo, non porta necessariamente fuori dal sistema, spesso consente di restarci dentro con prestazioni ad alto funzionamento. Infatti non è più soltanto la droga della discoteca, del lusso o dell’eccesso, ma è diventata, in molti contesti, una droga da prestazione. Circola negli ambienti ad alta pressione come ristorazione, finanza, nightlife, logistica, professioni manageriali, edilizia, vendita, spettacolo, settori commerciali aggressivi, perché promette temporaneamente ciò che il sistema richiede: resistenza, lucidità, sicurezza, aggressività, capacità di reggere turni altrimenti fisiologicamente insostenibili. In quest’epoca di iper-performatività sembra che la cocaina faccia una promessa perfettamente coerente con i bisogni sociali e politici: possiamo continuare a funzionare anche quando siamo già oltre il limite. Partendo da questo fatto, il la diffusione e il consumo così elevati di cocaina nel mondo occidentale contemporaneo diventano un vero e proprio fattore politico e culturale. Le istituzioni europee confermano che non siamo davanti a un fenomeno marginale. Secondo l’Agenzia dell’Unione europea sulle droghe, la cocaina è, dopo la cannabis, la seconda droga illecita più usata in Europa. Nel 2025 l’EUDA parlava di circa 2,7 milioni di giovani adulti tra i 15 e i 34 anni che avevano fatto uso di cocaina nell’ultimo anno nell’Unione europea, pari al 2,7% di quella fascia d’età. La disponibilità resta elevatissima: nel 2023 gli Stati membri UE hanno segnalato, per il settimo anno consecutivo, un quantitativo record di cocaina sequestrata, pari a 419 tonnellate. Anche i dati sulle acque reflue confermano la tendenza: tra il 2024 e il 2025 i residui del metabolita della cocaina sono aumentati nel 57% delle città europee monitorate con dati comparabili. STATI, DROGHE E REGOLAZIONE SELETTIVA Gli Stati non sono esterni al mercato della droga: lo regolano anche quando dichiarano solo di combatterlo attraverso ciò che reprimono, ciò che tollerano, ciò che non vedono e ciò che scelgono di rendere emergenza. Dire che gli Stati “regolano” la diffusione delle droghe non significa necessariamente immaginare un piano scritto, un ufficio segreto, un ordine diretto. La regolazione può avvenire in modi molto più sottili: attraverso repressione selettiva, tolleranza, priorità investigative, omissioni, classificazioni giuridiche, politiche doganali, geopolitica, rapporti opachi con economie criminali, gestione differenziale delle classi sociali. > Il potere non deve necessariamente organizzare direttamente ogni traffico per > beneficiarne indirettamente, a volte, ad esempio, gli basta decidere dove > guardare e dove non guardare, chi criminalizzare e chi lasciare invisibile, > quale consumatore trasformare in problema di sicurezza urbana e quale > proteggere dietro il prestigio sociale, il reddito, la professione, il > contesto. Il consumo povero viene esposto, mentre il consumo ricco viene occultato. La piazza di spaccio in periferia diventa emergenza, nel frattempo la cocaina nei bagni dei locali, nei ristoranti, negli uffici, negli ambienti finanziari, nei contesti manageriali, rimane spesso un rumore di fondo, come un segreto pubblico di cui non occuparsi. PERCHÉ TONNELLATE DI COCAINA E NON FENTANYL? Arriviamo al punto più scomodo. In Europa entrano quantità enormi di cocaina. Il fentanyl, invece, pur essendo monitorato con crescente attenzione, non ha ancora assunto la centralità devastante che ha avuto in Nord America. L’Italia stessa ha adottato nel 2024 un Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e altri oppioidi sintetici, proprio per prevenire uno scenario di crisi. La domanda non è banale: perché? Il fatto che l’Europa sia invasa dalla cocaina e non ancora dal fentanyl non va letto solo come casualità criminale, ma anche come compatibilità sociale: una sostanza performativa trova spazio in una società performativa, una sostanza di collasso resta una minaccia finché non esistono le condizioni sociali, sanitarie e criminali per la sua diffusione di massa. Il fentanyl non produce il lavoratore iperfunzionale, il manager brillante, il cameriere che regge il doppio turno, il cuoco che non dorme, il broker che resta lucido sotto pressione, il venditore che tiene il ritmo. Produce sedazione, overdose, emergenza, panico sanitario, corpi non più funzionali alla macchina economica. In altre parole, la cocaina può essere assorbita dal sistema perché mantiene il soggetto dentro la macchina mentre il fentanyl potenzialmente minaccia la macchina perché produce corpi spenti, emergenze sanitarie e perdita di controllo. E’ questa la differenza sostanziale. FENTANYL: NON SOLO DROGA, MA MINACCIA IBRIDA Per questo il furto delle fiale all’Ospedale Israelitico di Roma non può essere letto come un semplice ammanco farmaceutico. Il Ministero della Salute, dopo il furto, ha annunciato nuove misure per potenziare i controlli sulla sua conservazione e circolazione, collegandole alle azioni già previste dal Piano nazionale sul fentanyl. Qui si apre la domanda centrale. Non siamo davanti solo al rischio che alcune fiale vengano rivendute. Siamo davanti alla possibilità che un varco nel sistema sanitario diventi un varco nel mercato criminale. E, se il fentanyl entrasse davvero in modo significativo nel mercato italiano, il problema non sarebbe soltanto sanitario, ma psico-sociale, informativo, politico. > Nel caso del fentanyl rubato a Roma, la domanda non è soltanto dove siano > finite le fiale, ma quanto lo Stato sia pronto a gestire gli effetti sanitari, > criminali e psicologici di un’eventuale immissione sul mercato, o se sia > coinvolto in questa operazione di immissione. Il rapporto tra droga e potere non si esaurisce nel proibizionismo, il mercato criminale produce e distribuisce, ma non agisce mai nel vuoto, si muove dentro economie, guerre, confini o interessi, ma anche dentro priorità politiche e bisogni sociali. L’errore sarebbe fingere che la droga sia solo un problema di devianza individuale. Non lo è. È anche una tecnologia sociale potentissima che può sedare, accelerare, marginalizzare, rendere produttivi, distruggere, arricchire, controllare, destabilizzare, a seconda di esigenze sovrastrutturali. Oggi la cocaina sembra aderire perfettamente alla società della prestazione. Il fentanyl, invece, rappresenta la possibilità del collasso, come si è visto nel caso americano. Proprio per questo il furto di Roma va letto come un allarme, perché rivela qualcosa di inquietante: quanto siano fragili i confini tra medicina, mercato criminale, controllo sociale e sicurezza nazionale. E quando quei confini rischiano di cedere, come in questo caso, il problema non è più solo la diffusione di una droga, ma i rapporti tra chi decide quali sostanze devono restare fuori dalla società e quali invece possono entrarci e chi ne controlla concretamente la diffusione capillare. Accordi che vengono stabiliti purché contribuiscano a far girare la macchina sociale. La copertina è di Serenakoi (Pexels) Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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July 16, 2026
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Opinioni a confronto e un appello per decidere il futuro di Roma
Dieci anni fa la città è stata animata da un movimento nato per contrastare gli sgomberi di oltre 800 spazi sociali e associazioni culturali avviati dalla Giunta Marino e proseguiti con il Commissario Tronca, si  è allargata discutendo di politiche di welfare, della difesa dei beni comuni e di un audit pubblico sul debito del Comune. Sono stati due anni importanti. Fra il 2016 e il 2017 Decide Roma ha messo insieme reti civiche, spazi sociali e società civile, per disegnare una proposta per un’altra città. Sabato 6 maggio  del 2017 10mila persone sono scese in piazza a gridare con forza  “Roma Non Si Vende”. Si metteva in evidenza come la città fosse stretta nella morsa tra l’uso comune e solidale del tessuto urbano e la sua brutale appropriazione e messa a profitto. Il lavoro intenso di due anni ha visto il suo culmine il 4 e 5 novembre 2017 quando si è svolto un incontro al Nuovo Cinema Palazzo incentrato su tre assi: il debito della città di Roma, motivo primario dei tagli operati dalle ultime giunte; la gestione del patrimonio pubblico e del suo uso comune; la trasformazione e valorizzazione dei territori e la capacità di resistenza in grado di immaginare una diversa rigenerazione; i servizi pubblici e la continua spada di Damocle delle privatizzazioni; il razzismo e la paura alimentati da organizzazioni e istituzioni che trasformano il volto di Roma e la sua cultura meticcia e accogliente. > Sono passati dieci anni e Roma vive ancora degli stessi mali. Potremmo > incontrarci di nuovo a discutere di tutto quello che non è stato fatto e di un > programma che nessuno è in grado di mettere a punto. Le minacce di sgombero pendono ancora su spazi sociali e abitativi e la proprietà – pubblica o privata, non fa differenza – agisce il suo diritto supremo sui diritti sociali e umani delle persone, espropriandole. Il problema della casa colpisce ancora migliaia di persone. Interi pezzi di spazio pubblico sono dati in concessione a privati che li utilizzano per produrre rendita finanziaria. Tutto come allora quando era sindaca Virginia Raggi, anzi peggio!. Avevamo individuato i problemi e indicato le soluzioni. Ma siamo ancora qui incapaci di disegnare un nuovo piano costituente per la città che sappia definire le priorità, le azioni, il conflitto, le lotte e le campagne pubbliche che insieme dobbiamo far germogliare nei nostri territori, per ribaltare l’orrore della guerra tra poveri dentro cui siamo schiacciati e la conseguente avanzata del fascismo. LA QUERELLE DI QUESTI GIORNI Potremmo chiamarla controversia o polemica o diatriba, ma il senso rimane lo stesso. Una discussione fra individui che a partire dalla sorte dell’ex cinema Metropolitan si allarga alla storia dei movimenti a Roma e il rapporto dei movimenti con le istituzioni. L’avvio lo ha dato  la critica rivolta da Valerio Carocci all’amministrazione del Sindaco Gualtieri sulla rigenerazione urbana e il recupero delle sale cinematografiche dismesse. Poi sono seguite la minaccia di presentare una lista autonoma alle prossime elezioni a Roma e una presa di posizione di alcuni attor* e regist* a sostegno del Piccolo America. Una grande visibilità culminata con un comizio prima della proiezione del film in piazza San Cosimato. Con un lunghissimo articolo sulla piattaforma “Lucy” interviene nel dibattito Christian Raimo ricostruendo la storia dei movimenti dagli anni ’70 ai nostri giorni. E in particolare il rapporto fra movimenti e forze politiche Raimo ricorda Sandro Medici al Municipio di Cinecittà presidente dal 2001 al 2013, protagonista di tante battaglie e azioni coraggiose.  Non mette in evidenza però come quell’esperienza sia stata resa possibile dalle lotte che in quel quartiere e nella città erano state portate avanti dai movimenti: da chi non aveva una casa e ne rivendicava il diritto, da chi occupava spazi abbandonati e ne faceva spazi sociali, dalle donne che inventavano Lucha y Siesta, da chi come Don Sardelli non si arrendeva all’emarginazione dei poveri dell’Acquedotto Felice. Raimo nella sua ricostruzione dimentica Nunzio D’Erme  che è stato consigliere comunale a Roma per circa 9 anni, dal 1997 al 2006. Dal sindaco Veltroni gli era stata data la delega al bilancio partecipativo. Erano gli anni in cui l’amministrazione stava lavorando a un nuovo piano regolatore e in tutta la città nasceva una vasta rete di cittadini e cittadine, comitati, associazioni per discutere della trasformazione della città. Come portavoce di quelle battaglie Nunzio votò contro l’approvazione di quel piano nonostante la pressione della maggioranza di cui faceva parte. Insieme a Nunzio si era presentato alle elezioni amministrative come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, Luciano Ummarino de La Strada di Garbatella. Da quei candidati indipendenti, in rappresentanza delle lotte territoriali, prese vita un laboratorio politico importante che si allargò ad altri quartieri. > A San Lorenzo nel 2013 viene proclamata la “Libera Repubblica” da residenti, > student* dell’Università La Sapienza, associazioni e comitati che > sottoscrivono una simbolica “dichiarazione di indipendenza” per proteggere il > quartiere dalla speculazione immobiliare e dall’incuria, autogestendo spazi e > servizi. Il fulcro è attorno all’esperienza del Cinema Palazzo. Luciano Ummarino nella sua replica sul sito Lucy sulla cultura evidenzia un’altra assenza in quel racconto: «C’è un’assenza, in questo articolo, che pesa più di una citazione sbagliata: il Coordinamento dei Centri Sociali. Raimo scrive che nel 1994 “si trasforma in legge” la delibera 26, come se fosse un processo amministrativo quasi automatico, un riconoscimento concesso dall’alto a un movimento che resisteva. Le cose sono andate diversamente. Il Coordinamento — dentro cui si ritrovano  Corto Circuito, Villaggio Globale, Auro e Marco e tanti altri, e a cui più avanti si aggiungerà anche La Strada di Garbatella — non si limita a occupare e resistere: elabora, discute, e per la prima volta propone alle istituzioni uno strumento giuridico capace di sciogliere una contraddizione che la città si porta dietro da decenni — spazi abbandonati da privati e da enti pubblici, restituiti alla vita da chi li occupa, e però trattati come occupazioni illegali. Apre un tavolo. Negozia. Dalla negoziazione e dal conflitto insieme, non da una concessione, nasce la delibera 26». E si chiede anche perché in un racconto lungo cinquant’anni dei movimenti sociali non viene mai nominato il movimento transfemminista Non Una Di Meno, che dal 2016 si batte contro la violenza di genere, il patriarcato e le discriminazioni. TORNIAMO AL METROPOLITAN   Esplode, come fossa nuova, una notizia antica. Con Antonello ne scrivevamo nel 2014, quando la giunta Marino con il suo assessore Caudo metteva in scena il brutto spettacolo della rigenerazione del cinema Metropolitan cedendo ai privati maggior spazio rispetto quanto avevano già concesso Veltroni e Alemanno.  > Non solo di Metropolitan scrivevamo, ma di un piano preciso che veniva messo > in atto per “valorizzare” le decine di sale cinematografiche chiuse. La > facoltà di Architettura aveva fatto un censimento dei locali chiusi e > abbandonati chiamandoli “fantasmi urbani”. Tantissimi cinema, fin dalla fine degli anni 70, erano stati trasformati in piscine, banche o supermercati. Quelle le tipologie che allora il mercato richiedeva. Una lenta agonia alla quale in pochi si sono opposti, attuata con semplici richieste di cambi di destinazione d’uso. Poi Rutelli e Veltroni hanno cercato di regolamentare le trasformazioni. Il risultato è il Metropolitan di oggi. 1800 metri quadri di negozi e una saletta da 100 posti. Non esiste però solo il Metropolitan da difendere. > Censite da Cartesio-Episteme ci sono le sale cinematografiche attive a Roma > dal 1950 al 1970. Si contano 74 sale di prima visione, 80 di seconda visione e > 81 di terza visione. Molti cinema di quartiere e molte sale parrocchiali che > consentivano anche nei territori più periferici la possibilità di vedere i > film sul grande schermo. Oggi a Roma sono attive 42 sale cinematografiche. Fra quelli chiusi e abbandonati per responsabilità delle amministrazioni che si sono succedute c’è il cinema Airone progettato da Adalberto Libera insieme all’architetto Eugenio Montuori, nell’area tra via Lidia e via Segesta confinante con il parco della Caffarella. Trasformato in discoteca e poi fallito, il Comune di Roma acquisisce il bene e appone un vincolo non solo per le sue qualità architettoniche, ma anche per la presenza di un affresco di Giuseppe Capogrossi. Tra il 2013 ed il 2015 il Comune esegue lavori di manutenzione con la speranza di preservare l’affresco e fare un primo passo verso il riuso del cinema in qualità di spazio polivalente, rivolto a proiezioni, spettacoli teatrali e conferenze. Nulla di fatto, il cinema oggi versa in uno stato di degrado e abbandono. Del Cinema Impero a via dell’Acqua Bullicante non c’è più traccia, di recente è stato demolito per consentire al suo posto la realizzazione di uno studentato di 80 posti. L’Impero era la più grande sala realizzata a metà degli anni ’30 e contemporaneamente un identico edificio fu costruito ad Asmara, considerato uno dei capolavori mondiali dell’architettura Art Déco è tutelato dall’UNESCO dal 2017, anno in cui l’intera capitale eritrea è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità. Dopo la chiusura negli anni ’70 il Comitato di Quartiere Tor Pignattara, assieme all’Ente Eco Museo Casilino organizza il Cantiere Impero una collaborazione tra mille cittadini e 32 imprese e associazioni della zona. Nel 2012, il progetto è pronto e prevede uno spazio per attività culturali e una sala cinema più piccola, oltre ad atelier d’artista, luoghi di co-working, teatri di posa. Il cinema non si è salvato. C’è poi il cinema Faro al Trullo. Realizzato nel dopoguerra ha rappresentato per decenni un punto di riferimento culturale e sociale per la borgata. Poi è stato chiuso e il quartiere invaso dallo spaccio di eroina per tutti gli anni ’80, fino a quando un gruppo di ragazzi decide di riaprire il cinema. Nasce in quel luogo il Centro Sociale Occupato Ricomincio dal Faro che per trent’anni ha organizzato concerti, spettacoli teatrali, proiezioni di film, presentazione di libri e tanto altro. Negli anni del Covid venne chiuso. Oggi la struttura va a pezzi, la copertura è fatta con lastre di amianto, il proprietario rifiuta l’offerta del Comune che vorrebbe acquistarlo, preferirebbe cambiarne la destinazione d’uso, per trasformarla in un centro commerciale o magari in una sala slot. Oggi quel manufatto è abbandonato alla sua disperazione. > Si potrebbe continuare ancora, sono tutte sale al di fuori della ZTL delle > quali nessuno chiede il salvataggio, se non le realtà sociali che abitano quei > quartieri periferici abbandonati al loro destino. Il centro  storico di  Roma è diventato un dispositivo di consumo. Una volta era abitato, esistevano relazioni, quotidianità. Oggi è una vetrina visitata da milioni di turisti, un grande centro commerciale a cielo aperto. Per i turisti si costruiscono alberghi di lusso, si trasformano appartamenti in case vacanza, si aprono ristoranti e show room.  Non sarà facile tornare indietro, quasi impossibile salvare il Metropolitan. E ha senso chiederlo? CHI DECIDE LA TRASFORMAZIONE DELLA CITTÀ La gestione della città deve cambiare lo dicono le tante vertenze aperte che difendono il diritto all’abitare, gli spazi pubblici svenduti, gli spazi sociali sotto continua minaccia di sgombero, Il modello proposto dall’Amministrazione non risponde ai bisogni reali delle cittadine e dei cittadini. La città è disegnata dai fondi immobiliari che trasformano il patrimonio pubblico dismesso dallo Stato, per fare cassa. Il loro portafoglio è gonfio di miliardi di euro. Saranno loro a decidere su quali “pezzi edilizi” e su quali “aree” investire. Questa gestione urbana neoliberale dipendente dai capitali finanziari è facilitata da incentivi e deroghe urbanistiche concesse dall’Amministrazione. A Roma assume un significato strategico la lotta contro il piano speculativo di Hines che riguarda l’area degli ex-Mercati generali a Ostiense, Questa vicenda rappresenta un esempio di scuola del corpo a corpo tra rendita e diritto alla città, tra funzione sociale e interessi immobiliari, tra estrazione di valore e tutela di un bene comune urbano e ambientale. Così come lo è stata la difesa strenua dell’area di Pietralata, che era destinata a parco pubblico e invece ospiterà lo stadio di una società privata con tutto ciò che verrà costruito intorno per “assicurare” la sostenibilità economica per gli investitori. > Sono tante le vertenze aperte in tutta la città. Roma ha bisogno di > tutt’altro.  Servono case popolari, servizi pubblici, parchi, aree verdi, reti > per la mobilità, spazi per la cultura e la socialità accessibili È quello che molte realtà chiedono con un appello lanciato da Nonna Roma che sta raccogliendo molte adesioni. La città chiede un cambio di passo. L’amministrazione non può continuare a offrire Roma a investitori privati, cambiando le regole per consentire procedure più veloci e ignorando le esigenze reali di chi la città la abita. Anche se il capitale immobiliare non si può abolire, si può regolare il suo intervento attraverso procedure pubbliche, trasparenti e partecipative. Alla futura amministrazione le lotte attive a Roma chiedono che si ragioni sul clima, sull’energia, sulle risorse naturali, sulla vivibilità della città. Insomma un reale cambio di passo rispetto a quello che è avvenuto finora. La discussione è aperta. la copertina è tratta dai profili social di Fridays For Future Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 14, 2026
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Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza
Su una parete della città di Mostar, in Bosnia Erzegovina – famosa per il ponte romano distrutto dai bombardamenti durante l’assedio del 1993 – si legge una scritta: The lesson was Srebrenica, the test is Gaza. In uno dei molti caffè arabi di Sarajevo, tra i turisti turchi, i baklava e le caffettiere in rame, campeggiano due cartelli. Il primo, dichiara a lettere cubitali: non devi essere musulmano per piangere per Gaza. Devi solo essere umano. Accanto, davanti all’inconfondibile rosa bianca e verde su fondo nero che si trova un po’ dappertutto nello stato, campeggia la scritta: Don’t forget Srebrenica. > Cosa significa ricordare Srebrenica al tempo di Gaza? Qual è il ruolo della > memoria in questo presente in cui la storia continua a ripetersi in tragedia, > senza il sollievo della farsa? È a queste domande che prova a trovare risposta R., uno dei curatori di una nuova esibizione permanente inaugurata nel 2025 nel museo della memoria di Srebrenica, un luogo maledetto della storia a due passi dalla frontiera serba. Lì, trentuno anni fa, vennero massacrate quelle che, a oggi, sono stimate essere almeno 8320 persone – un numero in crescita e in divenire, aggiornato dalle incessanti ricerche di nuove fosse comuni che i miliziani hanno nascosto nel raggio di decine di kilometri. Un luogo ad altissima presenza musulmana che, durante la guerra del ‘95, era stato preso in carico dai caschi blu olandesi, incaricati di proteggere la popolazione locale da quella che si sarebbe rivelata una vera e propria pulizia etnica: queste persone, è bene ricordarlo nel generale lavacro della cattiva coscienza europea che si risveglia in occasione degli anniversari con cifre tonde, vennero invece lasciate sole. Arrivo a Srebrenica poco meno di un anno fa, una mattina di inizio agosto del 2025, a quasi trent’anni esatti dal massacro. Il memoriale è silenzioso, eppure estremamente frequentato: una distesa di piccole lapidi bianche a perdita d’occhio, tutte uguali; un largo semiovale di marmo lucido restituisce, in ordine alfabetico, i nomi delle vittime: su alcuni di questi nomi, delle bambine hanno posato un piccolo fiore sgargiante. * * * A pochi passi dal memoriale, attraversando una grigia area industriale in parte dismessa, si raggiunge una vecchia fabbrica di armi riconvertita, che ospita da alcuni anni un museo della memoria diviso in tre parti, che all’epoca della mia visita si apprestavano a diventare quattro, grazie all’apertura di una nuova esposizione permanente pensata per celebrare l’anno del trentennale. Sulla porta del museo mi viene incontro R., un ragazzo di poco più di vent’anni: quando gli chiedo informazioni sul processo di apertura del museo, avvenuta del 2021, mi risponde sorridendo che all’epoca lui era al liceo. Ci metto poco, però, a capire come mai un ragazzo della sua età sia andato in cerca di questa storia: il padre di R. è uno dei (pochi) sopravvissuti al massacro, nel quale ha perso grossa parte della propria famiglia. Questa storia, di fatto, è la sua: non solo quella dei sopravvissuti, ma di una generazione successiva, che si è fatta carico del peso della memoria, quella memoria che, molto spesso, era insostenibile per i loro genitori. Da quando ha iniziato questo percorso lavorativo, mi dice, suo padre lo accompagna spesso al lavoro: arriva fin davanti alla porta dell’ex fabbrica di munizioni riconvertita in museo, ma non la varca mai, nemmeno una volta. Aggirandoci per la collezione permanente, tra oggetti di vita quotidiana ritrovati nei boschi del massacro e pazientemente rimessi insieme dal lavoro del team museale – la celebre fila di scarpe rotte illuminate da una luce calda a rappresentare i passi dei sopravvissuti, con le ultime file in ombra a ricordare chi non ce l’ha fatta – un’ampia sessione audiovisiva riproduce a getto continuo le testimonianze di oltre cento sopravvissuti: uno dei lavori più importanti, mi racconta R., è stato trovarne così tanti che si sentissero in condizione di raccontare la propria storia. Quando R. ci apre la porta chiusa del nuovo polo espositivo, che ho il privilegio di visitare in anteprima, mi accolgono centinaia di fototessere che ricoprono una ampia parete: mi fissano i volti di chi non ce l’ha fatta, ricostruiti attraverso un paziente e complicato lavoro sugli archivi delle famiglie delle vittime, durato anni e ancora in corso. È difficile non pensare ai mosaici dei volti dei desaparecidos argentini, che popolano le pareti di centri per la memoria, sedi di organizzazioni e musei della Plata: l’accostamento è per certi versi arbitrario, eppure la storia che ha fatto dell’antropologia forense un campo di battaglia politico inizia proprio da lì e passa tanto per Srebrenica. La nuova esposizione, volutamente immersiva più che classicamente museale, non fa sconti proprio su questi aspetti che potrebbe apparire quasi morbosi. Un grande, in apparenza disordinato ed inspiegabile mucchio di terra informe ci guarda all’interno di un allestimento altrimenti impeccabilmente pulito e nuovo di zecca. Ci metto un attimo a capire – poi forse non lo voglio fare – finché R. mi dice quello che forse già dovrei sapere: abbiamo voluto fare vedere, qui, com’è fatta una fossa comune. È morbosa l’idea di visitare una fossa comune in una esposizione museale? Non lo è, se ci si ferma un attimo a chiedersi: Che cos’è un monumento? A Srebrenica, mi rispondo, il corpo è il monumento. Davanti ad uno dei casi più ben congegnati di negazionismo storico – davanti ad un massacro che è stato negato (in parte, lo è ancora) attraverso la tecnica più letterale, ovvero facendo svanire la materialità dei corpi delle vittime, dispersi in fosse comuni che arrivano fino in Serbia, interrati e spostati più volte affinché non fossero mai rinvenuti – la battaglia per la memoria si gioca su questo residuo organico di umanità che va ripetutamente, ritualmente riaffermato: questa storia esiste perché esistono i corpi di chi non è sopravvissuto, i loro volti presenti sulle pareti, messi insieme da chi, in qualche modo, si è salvato. Una battaglia che si porta avanti in questi avamposti marginali perché ancora non trova pieno riconoscimento nemmeno nei programmi scolastici, dove, mi spiega R., quasi nessun insegnante bosniaco ha ancora accesso alle cattedre di storia. Risultato: a Srebrenica le scolaresche locali non vengono portate in gita. Una specie di palcoscenico riproduce alla perfezione uno dei muri della fucilazione di massa; subito di fronte a questo strano proscenio, vedo svolazzare elegantemente a mezz’aria – pendenti da innumerevoli fili sottili, a formare quasi un ben organizzato stormo di strani uccelli neri – una serie di fucili di varia foggia, puntati verso le luci della ribalta. «Quando passa un gruppo numeroso di persone – spiega R. – un effetto sonoro programmato riproduce i suoni degli spari». I suoni, ancora, dominano l’atmosfera rarefatta dell’esposizione deserta che stiamo profanando: una istallazione a parete ripete sommessamente litanie a più voci: sono le preghiere dei sopravvissuti, registrate negli anni in occasione degli anniversari del massacro. È qui che R. condivide un dato a primo impatto inaspettato: in comparazione con altri contesti assimilabili, tra i sopravvissuti di Srebrenica c’è un numero di suicidi incredibilmente basso: la fede religiosa, secondo lui, ha avuto un ruolo fondamentale nell’elaborazione del trauma, nell’attaccamento alla vita e alla memoria; un elemento che l’esposizione vuole, in qualche forma, celebrare. «Come avrebbe fatto mio padre, che ha perso i suoi fratelli ed è stato sul punto di morire di fame, se non avesse avuto la fede?» È questo il punto in cui, forse ormai valutata la sufficiente confidenza che abbiamo stabilito, R. aggiunge: quello che stiamo raccontando qui è esattamente quello che sta succedendo a Gaza. > Come racconteremo la fede, la fame, le scarpe rotte, dopo Gaza? Quale sarà il > ruolo della memoria di fronte ai nuovi negazionismi? Grazie al lavoro di R. e di altre persone come lui, soprattutto giovani eredi di una catena intergenerazione di trauma e memoria, abbiamo il privilegio di andare a Srebrenica ad imparare una lezione. Ricordiamo, poi però, di metterla in pratica. Immagine di copertina e nell’articolo dell’autrice. Foto scattate a Srebrenica, Mostar e Sarajevo, nel mese di agosto 2025. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Ricordare Srebrenica al tempo di Gaza proviene da DINAMOpress.
July 14, 2026
DINAMOpress
Il diritto a dis-abitare
Quella che si propone di seguito è una fotografia in movimento. Un’istantanea, non definitiva ma comunque abbastanza realistica, di cosa sia diventato nel 2026 il diritto all’abitare in Italia. Nello specifico, quella che viene presentata è una storia/intervista realizzata in prima persona a qualcuno che questo cosiddetto diritto l’ha perso e quindi, risulta essere un vero e proprio “dis-abitante”. Ovvero una persona che non ha un posto dove stare e di conseguenza, vive in strada. Sembrerebbe in modo irreversibile, se certe cose non tenderanno a cambiare (e velocemente) nei prossimi tempi. In tal senso, la fotografia non è nemmeno così sconosciuta o singolare: secondo dati ISTAT dell’inizio 2026 infatti, le persone attualmente senza fissa dimora avrebbero raggiunto quota 96 mila persone, di cui circa il 70% di origine straniera. Mentre sempre a riguardo alle persone straniere presenti sul territorio italiano, sarebbero circa 1 milione e 700 mila quelle in condizioni di povertà assoluta con un’incidenza oltre quattro volte superiore ai cittadini italiani (dati ISTAT del 2022). Il protagonista assoluto di questa storia/intervista, è Amir che ha 34 anni e vive in Italia da 7. Anche se, a dirla tutta, è partito dal Pakistan che ne aveva 15 con il sogno, non del tutto dimenticato, di continuare a studiare. Magari anche laurearsi all’Università, «in Matematica». «Anche perché» – prosegue Amir – «in Pakistan ho sempre dovuto  lavorare fin da quando ero piccolo. Prima, in officina meccanica con mio padre. Poi, quando abbiamo perso tutto con la guerra, anche come muratore vicino la capitale Islamabad». Amir giura: «non mancando un singolo giorno di lavoro da quando ho iniziato». Esagerando, è chiaro. Amir è un ragazzo che ci tiene a risultare simpatico. «Dopo un viaggio lunghissimo, nel 2019 sono finalmente arrivato in Italia e mi è subito piaciuta tanto, davvero un bel posto. Tanto che quando ci sono arrivato, dopo essere stato qualche anno in Germania e anche in Belgio, ho davvero pensato di fermarmi a vivere qua, in Italia. Ma poi ho cambiato idea. Tu lo sai perché». > A questo punto, chiedo ad Amir perché abbia cambiato idea: «L’Italia è un > paese molto bello, ma pieno di problemi. Ti faccio un esempio: la prima volta > che sono arrivato in Italia ho abitato a Pioltello, poi a fine del 2021 mi > sono trasferito a Milano, quasi in centro, ma vivevamo in 10 nella stessa > casa. Tutti bravi ragazzi, gente straniera come me, che voleva solo lavorare e non fare problemi. Ma te lo immagini? Eh? Te lo immagini tu, 10 persone che vivono insieme in un appartamento da 4, massimo 5 persone?». Amir è un ragazzo serio, pacato e intelligente, lo si vede soprattutto da come pone le domande retoriche. Intelligente in verità, lo è sempre stato fin da bambino, a sentir lui. Precisamente da quando frequentava la scuola coranica di Chaman, sul confine con l’Afghanistan e il suo maestro, tale Imam Mohammad, lo considerava, «uno dei primi della classe. Te lo giuro» – afferma Amir – «potesse punirmi Allah se dico il falso. Anche se, a dire la verità, a scuola ci sono potuto andare pochissimo, 6 anni in totale. Il motivo è semplice: la mia famiglia viveva con niente, eravamo poverissimi e sono stato subito costretto a lavorare. Prima ho detto solo “in officina meccanica con mio padre”, ma la verità è che fin dall’infanzia, per sopravvivere, ho fatto qualsiasi cosa la mia famiglia mi chiedesse di fare. Una volta, ti racconto: con mio zio sono stato aldilà del confine con l’Afghanistan, figurati che paura che avevo. Dovevamo consegnare quattro camion di corns, come si dice in italiano: tipo pannocchie. Le dovevamo portare lontano, se non sbaglio in un campo dell’esercito americano o dell’ISAF (l’International Security Assistance Force, di cui faceva parte anche l’Esercito italiano) non ricordo bene, vicino Kandahar, in Afghanistan. Avevo 13 anni in quel momento. A un certo punto, quasi arrivati a destinazione, incontriamo un posto di blocco americano. I soldati dicono a mio zio Hussain, che in quel momento guidava il camion, di scendere e mostrare i documenti. Io quindi – prova ad immaginare, avevo 13 anni appena compiuti – in un attimo, siccome forse avremmo dovuto spostare i quattro camion, mi sono trovato alla guida di un mezzo che sarà pesato 2 tonnellate, forse di più. E pensa, l’avevo provato a guidare solo un paio di volte in tutta la mia vita! Non riuscivo più a muovermi. Ero completamente bloccato dalla paura». A questo punto, chiedo ad Amir di andare avanti. Anche perché dobbiamo tornare parlare di come vive in Italia. «Sì, adesso finisco. Passata circa un’ora, zio Hussain non è ancora tornato. Da quello che ci dicono, sembra che i talebani abbiano appena colpito una zona nella periferia est di Kandahar e per questo motivo, non può entrare e uscire finché quelli là non smettono di spararsi. Dopo 10 minuti infatti, anche noi sentiamo distintamente le prime esplosioni. Raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio, mentre ci sorvolano sulla testa gli elicotteri americani che vanno nella direzione delle montagne, quelle a punta aguzza dietro Kandahar. Non ricordo con precisione ma saranno state le 3-4 di notte». Nonostante si debba parlare d’altro, chiedo ad Amir cosa abbia fatto a quel punto. «Io, intanto, sono rimasto ancora sul camion. Anche perché i soldati ci tenevano sotto tiro coi mitra e dicevano che non era possibile scendere. Mi tremano le mani solo a ricordarmi la scena, pensa te. È chiaro no? Se i soldati del posto di blocco decidono che siamo talebani, sparano e ci uccidono tutti quanti». Detto questo, Amir appoggia entrambi i palmi delle mani sul tavolo dell’ufficio, quasi che per un attimo sembrerebbe concentrarsi solo qui, precisamente in questo punto della stanza e in nessun altro posto al mondo. «In breve, l’attacco talebano non è finito e abbiamo dovuto fare marcia indietro. Tornare a Chaman, in Pakistan. Ovviamente, senza lo zio Hussein che è stato arrestato e poi trattenuto in prigione per quasi quattro mesi. Anzi cinque, se non sbaglio. In pratica, gli americani l’avevano preso per un talebano, anche se ti giuro: non conosco nessuno meno talebano di mio zio Hussein. Per concludere questa piccola storia, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho guidato indietro fino al confine col Pakistan, un camion da 2 tonnellate che faceva sbandate da tutte le parti. Un po’ per le buche, un po’ perché era proprio storto il camion… ovvio, anche perché era ancora piegato sotto il peso dei corns che portava. Puoi credermi». Arrivato alla fine del suo racconto, Amir riappare finalmente rilassato, distende i muscoli del collo che tornano in una postura quasi normale: «Se sono arrivato a casa quella volta, è perché l’ha voluto Allah. Hai presente chi? Dio, come lo chiami tu». Ad Amir era stata chiesta un’intervista sulla sua condizione abitativa ma ormai dovreste averlo capito: Amir è uno a cui piace prenderla un po’ alla larga. «Dicevo, ho sempre lavorato. Ed è vero. A Milano ho lavorato come lavapiatti per un paio d’anni. In nero, è chiaro. La paga era bassissima, 5 euro l’ora. Ma almeno mangiavamo gratis e la domenica era libera. Poi, alla fine del 2023, ci hanno licenziati dall’oggi al domani, tutti e due i lavapiatti. Io e un altro ragazzo che veniva dal Pakistan, Shah. Un ragazzo troppo buono, semi-analfabeta, che il padrone chiamava “Shandro”, prendendolo in giro e non solo: una volta, gli ha pure tirato una pentola molto pesante sulla schiena. Una scena orribile, che mi fa tanta rabbia ancora oggi se ci penso. > Adesso però, ti racconto della mia casa. All’epoca di queste brutte cose che > ti sto raccontando, vivevo in un appartamento in centro a Milano. Lo > condividevo con altri nove uomini. Dieci in totale. Tutti tra i 20 e i 30 > anni. Anche se il più vecchio in assoluto che è passato da quel posto, avrà avuto almeno 50 anni secondo me. Ricordo anche che non c’era la lavatrice e dovevo usare quella a gettoni. E avevamo un solo bagno per tutti quanti. Pagavo 350 euro al mese, più 50 di spese per le bollette. Sai fare i conti tu? In totale, fanno più di 3mila euro ogni mese per un singolo appartamento. Escluso luce, gas e tutto il resto. Non si può vivere così. Ma ti dico: non è il peggio che ho visto». Arrivato a questo punto dell’intervista, Amir sospira. È molto sconsolato, ma soprattutto stanco. «Adesso vivo in giro. Vivo fuori. Non ho una casa, te l’ho già detto tante volte. E mi servirebbe un aiuto per trovarla». A questo riguardo, Amir decide che mi deve parlare di lavoro. «A Brescia ero venuto per lavorare in fabbrica, fare l’operaio. Mi pagavano 8 euro l’ora e 10 euro per lo straordinario. Tanti soldi, credi a me. Ma poi, non mi hanno rinnovato il contratto perché l’azienda non fa i contratti indeterminati ai pakistani e quindi, non è andata bene. Tra l’altro, una settimana dopo mi hanno anche buttato fuori da dove ero ospitato e adesso vivo là, in una casa abbandonata in via… [per tutelare Amir, non si può dire dove vive effettivamente]. > Ma come sai bene, è un posto molto brutto. Non c’è niente, solo l’acqua. Ci > viviamo in tre. Io da febbraio, mentre gli altri due che vivono lì, sono > arrivati addirittura da prima dell’inverno che quest’anno è stato molto > freddo. Quando sono arrivato a Brescia mi ricordo che c’era -2, tanto ghiaccio > e nebbia che non si vedeva niente. Gli altri due erano già lì da qualche mese, > tipo ottobre, ed erano sopravvissuti non so come. Ma inshallah, sopravviveremo ancora tutti e tre. Anche se, a volte, è davvero difficile, te l’ho già detto. Adesso ho bisogno di una casa vera dove vivere». A questo punto dell’intervista, Amir alza il braccio destro. Come si può ben vedere, ha una grossa fasciatura che gli avvolge completamente il gomito. E aggiunge: «questo è successo perché ho trovato un ladro che stava rubando. Un giorno, torno da lavoro e trovo un ragazzo che sta portando via le nostre borse. Io subito grido forte e gli salto addosso da dietro cercando di fermarlo. In quel momento, mi è venuta tanta rabbia che volevo ucciderlo. L’avrei ucciso davvero, credimi, se solo avessi potuto. Invece, lui è riuscito a scappare e mi sono fatto male io. Quei due che vivono con me, dicono che il ladro cercava i soldi o la droga nelle borse. Dicono che era un drogato, uno che fuma e usa quella schifezza. Io non lo so chi fosse quel ladro, ma non ho mai toccato la droga in tutta la mia vita e mai lo farò. Comunque, è venuta a prendermi l’ambulanza per la botta che ho preso. E c’era anche la polizia, ma quella vestita di nero (ovviamente, Amir intende i carabinieri). Loro sanno benissimo che noi siamo qui, viviamo in questo posto abbandonato senza luce elettrica e non ci dicono niente. Altrimenti dovrebbero occuparsi di noi e invece, se fanno così possono andare via e lasciarci qui». Chiedo ad Amir se anche adesso lavora, e dove: «Certo che lavoro. Te l’ho già detto che lavoro da sempre. Nello specifico, adesso lavoro per un’azienda agricola vicino Brescia, in una ditta dove c’è tanto lavoro e mi hanno fatto il contratto determinato che scade tra un paio di settimane. Infatti, spero che mi facciano il rinnovo, altrimenti dovrò cercare un altro lavoro e non ho voglia. Mi piace quella ditta, mi pagano bene: 7 euro l’ora. E mi passano anche a prendere la mattina con il furgone. Alla fine, se ci pensi, è comodo. Poi però, senza casa è comunque difficile lo stesso. > Per cui devi cercare per forza di andare nel dormitorio, anche se i posti nei > dormitori sono pochi e non c’è nessuno che ti fa dormire a casa sua senza > pagare. E io i soldi ce li ho, io lo posso pagare un affitto! Tu lo sai che > posso pagare un affitto». Sì, lo so che Amir può permettersi di pagare un affitto. A dire il vero, è proprio questo uno dei motivi principali per cui gli ho chiesto l’intervista. «Molto bene, sono contento di aver raccontato un pezzo della mia storia perché la mia situazione è uguale a quella di tanti altri ragazzi. Pakistani e non, che sono venuti in Italia a lavorare ma purtroppo, per una sfortuna o per l’altra, adesso hanno perso la casa e vivono in strada. Anche se magari hanno uno stipendio da 1200 euro al mese e come me, sono costretti a vivere come animali, senza la possibilità di affittare un posto dove dormire». Grazie Amir, ci vediamo al prossimo appuntamento. Foto di copertina di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il diritto a dis-abitare proviene da DINAMOpress.
July 13, 2026
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Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean
La storia del porto crocieristico di Fiumicino continua. NON SOLO SENTENZA: A VINCERE È LA MOBILITAZIONE Sarebbe, tuttavia, un errore raccontarla soltanto come battaglia legale e oggi possiamo dire una cosa semplice: organizzarsi serve, studiare le carte serve, costruire mobilitazione serve. Anni di mobilitazione sul litorale hanno condotto a questo risultato straordinario e l’ultimo anno è stato la ciliegina sulla torta: il 4 settembre il corteo per la Palestina attraversa Fiumicino, il 5 ottobre oltre duemila persone riempiono le strade di Ostia, il 9 novembre quelle stesse energie tornano a Fiumicino contro il porto. > Tre momenti diversi, un’unica storia. La causa palestinese ha riattivato > relazioni e immaginario politico e ha dimostrato platealmente che ciò che > accade sulle rive di Gaza non è separato da ciò che accade sulle altre coste > del Mediterraneo, incluso le nostre. Da quel momento il porto di Fiumicino non è stato più soltanto un porto: è diventato il simbolo di un modello imposto dall’alto di presunto sviluppo. Royal Caribbean non rappresenta il turismo, ma un’idea di territorio snaturato e non sostenibile fatto di coste privatizzate, economia estrattiva, rendita e concentrazione della ricchezza. Per non parlare dei suoi legami con Israele, con il mondo di Epstein e con l’economia di guerra sponsorizzata dal gruppo israeliano Ofer, anche tramite MSC, che abbiamo documentato in precedenza con tre inchieste. COSA DICE LA SENTENZA? La sentenza mostra il trucco tecnico dietro l’operazione: il progetto era stato presentato come “porto turistico” — categoria pensata per la nautica da diporto — proprio per evitare i controlli dovuti a un’infrastruttura della sua reale portata. Ma bastano i numeri degli stessi proponenti per smontare la finzione: navi da crociera come home-port per circa 200 giorni l’anno, un traffico stimato di 1,3 milioni di turisti senza infrastrutture adeguate alla gestione di flussi di tale portata né soluzioni a beneficio della collettività. Chiamare le cose con il nome sbagliato per aggirare le regole è, in fondo, il modo in cui il grande capitale entra nei territori, appoggiandosi a politici e imprenditori disposti a fare da sponda. E non finisce qui: il Ministero della Cultura aveva rinviato l’autorizzazione paesaggistica su un’area vincolata, mentre l’Autorità di Bacino competente sul rischio idraulico non è mai stata interpellata, nonostante parte del progetto sorga in zona a rischio esondazioni. Chi abita a ridosso di quell’area, evidentemente, non vale una verifica istituzionale. Per questo la nostra battaglia non è mai stata soltanto ambientalista: è una critica a un modello economico che trasforma il mare in una piattaforma logistica e commerciale a vantaggio di pochi, sottraendolo a chi lo vive ogni giorno senza restituire valore ai territori. LO CHIAMANO SVILUPPO MA È TURISMO ESTRATTIVO Una lotta apparentemente impari: multinazionale contro cittadinə, collettivi, comitati e associazioni. Davide contro Golia. Eppure, oggi, Golia ha dovuto fermarsi e la vittoria è innanzitutto del Collettivo No Porto e di tutte le persone che, negli anni, hanno scelto di opporsi a un’opera presentata come inevitabile. Senza i pirati e le piratesse dei Bilancioni occupati, oggi questa battaglia sarebbe già persa. > Ma questa storia non riguarda solo il litorale romano. La Rivoluzione dei > Fenicotteri in Albania, le mobilitazioni in Sardegna per Cala Finanza, la > battaglia per gli ex-Mercati Generali di Roma: ovunque si mette in discussione > un modello che chiama “sviluppo” ciò che è appropriazione e devastazione dei > territori. Noi lo chiamiamo turismo estrattivo intrecciato con la logistica globale e con un’economia orientata alla guerra. Per questo il porto di Fiumicino non è mai stato una questione locale, ma un tassello di una trasformazione più ampia in atto. Infine, fa sorridere vedere chi si proclama sovranista piegarsi in tal modo davanti a una multinazionale straniera. Il patriottismo evapora, guarda caso, proprio quando ci sono da firmare le concessioni “giuste”. Di fatto sono le mobilitazioni dal basso a incarnare involontariamente un vero sovranismo popolare in chiave anticapitalista: quello di chi considera il mare un bene comune e non un investimento finanziario a beneficio di pochi; di chi pensa che la ricchezza di un territorio si misuri nella qualità della vita di chi lo abita; di chi ricorda che a Fiumicino mancano ancora infrastrutture necessarie, tra cui un ospedale. L’accoglimento del ricorso non chiude questa storia: le dà ragione. La Fiumicino Waterfront aka Royal Caribbean potrà ricorrere al Consiglio di Stato o ripresentare lo stesso progetto con la procedura corretta, e allora le domande vere sull’acqua, sull’aria, sulla vita di chi abita Isola Sacra e Ostia, torneranno sul tavolo. Ma oggi festeggiamo, perché questa vittoria ci ha ricordato una verità semplice: la lotta paga. La costa è di tuttə. E continueremo a difenderla con l’ostinazione di chi sa che si può vincere. L’immagine di copertina è di Noah Bettio Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean proviene da DINAMOpress.
July 11, 2026
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