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“Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale
Dal 7 al 13 settembre il Parco della Torre di Tor Marancia ospita la seconda edizione di Arene Decoloniali, il festival promosso dall’Ong Un Ponte Per che quest’anno assume i femminismi come chiave per interrogare i rapporti tra genere, colonialismo, razzismo, memoria e potere. Venti proiezioni, sette dibattiti, una mostra e un premio compongono un programma nel quale il cinema occupa il centro, pur dentro una struttura che chiama in causa associazioni, archivi, attiviste e attivisti, studiose, festival e realtà culturali diverse. Dietro questa scelta curatoriale spiccano domande che riguardano la politica delle immagini prima ancora della selezione dei titoli: chi possiede il diritto di raccontare? Da quale posizione guarda e quali forme narrative diventano legittime quando a stabilirne il valore continuano a essere, in larga misura, sistemi produttivi e culturali occidentali? Arene Decoloniali nasce precisamente da questa frizione, spiega Caterina, che per Un Ponte Per ha lavorato all’organizzazione del festival: «In Italia il colonialismo è ancora in larga parte rimosso dalla memoria pubblica e manca uno spazio capace di raccontarne la storia e, allo stesso tempo, di mettere in discussione lo sguardo eurocentrico che continua a influenzare il nostro modo di leggere il mondo. La prima edizione è partita soprattutto dalla memoria del colonialismo italiano e dalle resistenze anticoloniali; quest’anno abbiamo voluto fare un passo ulteriore, dedicando il festival ai femminismi e al rapporto tra genere, colonialismo, razzismo e potere». È una questione che investe direttamente la forma stessa del festival, perché, spiega Caterina: > «Arene Decoloniali è stato pensato come uno spazio aperto di ascolto e di > relazione, costruito insieme a soggetti che sui temi affrontati lavorano già > sul piano culturale, politico e sociale». La Casa Internazionale delle Donne, Yekatit 12-19 febbraio, Libreria Griot, LeSconfinate e Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza figurano tra le realtà coinvolte, accanto a festival italiani e internazionali e a una rete di studiose, attiviste e associazioni che intervengono nelle singole giornate. In questa architettura Un Ponte Per svolge il ruolo di promotore e organizzatore: «l’intenzione è mettere a disposizione uno spazio nel quale soggetti e punti di vista diversi possano incontrarsi, facendo del festival un luogo in cui la collaborazione produca confronto e alleanze». Se questa è la premessa politica, il cinema costituisce il terreno sul quale la questione dello sguardo diventa immediatamente visibile. Micaela Veronesi, che con Daniela Ricci firma la direzione artistica, racconta che la costruzione del programma è partita da una domanda elementare solo in apparenza: che cosa vediamo abitualmente sugli schermi e dentro quali storie impariamo a immedesimarci? Ogni immagine, ricorda la direttrice, restituisce un doppio movimento, perché coinvolge chi guarda e, nello stesso tempo, rivela la posizione di chi quell’immagine ha costruito. È qui che il percorso di Veronesi, legato agli studi femministi, incontra quello della co-direttrice Ricci, maturato attraverso un lungo lavoro sui cinema africani e sulle cinematografie del Sud globale: due genealogie differenti che convergono sulla necessità di interrogare l’apparente neutralità della rappresentazione. Veronesi richiama le riflessioni avviate dagli studi femministi sul cinema a partire dagli anni Settanta, da Laura Mulvey a Teresa de Lauretis, quando la critica cominciò a mostrare con maggiore sistematicità quanto spesso la donna cinematografica corrispondesse a una figura immaginata e modellata da uno sguardo maschile. Trasportata sul terreno decoloniale, la stessa domanda investe le culture e le geografie che per decenni sono comparse sullo schermo filtrate da dispositivi produttivi, estetici e narrativi occidentali. > «Oggi», osserva Veronesi, «ci sono film e autrici provenienti da ogni parte > del mondo, mentre la loro circolazione resta diseguale; la programmazione > assume allora il compito di portare al centro opere che i circuiti > distributivi mainstream lasciano spesso ai margini». Ricci insiste sulla capacità delle opere di produrre uno spaesamento che costringa lo spettatore a rivedere il proprio punto di vista. «Siamo abituati a consumare narrazioni occidentali, modellate su strutture e codici altrettanto occidentali. Nel costruire il programma abbiamo quindi scelto opere capaci di spostare lo sguardo dello spettatore, intervenendo tanto sui temi quanto sulle forme: narrazioni frammentate, non lineari, che si sottraggono a una fruizione rassicurante. Sono film che richiedono una partecipazione attiva e sollecitano chi guarda a elaborare un pensiero proprio. In un’epoca segnata da una forte omologazione culturale, l’ascolto dell’alterità, nelle sue diverse declinazioni, può diventare una forma di partecipazione e di resistenza civile». La scelta di dedicare l’edizione 2026 ai “femminismi”, declinati al plurale, discende dalla medesima critica dell’universalismo. Veronesi ricorda: «Pensare il femminismo come un’esperienza omogenea significa perdere la complessità della condizione delle donne, perché il colore della pelle, l’origine, l’estrazione sociale e perfino alcuni fattori burocratici incidono profondamente sulle vite e sulle possibilità di ciascuna. È qui che entra in gioco l’intersezionalità, che ci obbliga a considerare insieme queste differenze. Le opere e gli incontri del festival chiedono quindi di ripensare il femminismo occidentale, sottraendolo all’idea di un modello unico, granitico e immodificabile». Daniela Ricci porta il ragionamento ancora più avanti, ricordando che anche movimenti nati per combattere il patriarcato hanno potuto riprodurre forme di gerarchizzazione culturale e razziale. Da qui l’interesse per il pensiero di Françoise Vergès – attesa al festival nella giornata conclusiva – e per un programma costruito attraverso il dialogo tra autrici e pensatrici il cui sguardo dipende da biografie, appartenenze e posizionamenti diversi. «Non esiste un unico sguardo femminile, così come non esiste un unico modo di essere donna». La questione si fa più delicata quando riguarda direttamente la curatela, perché selezionare significa esercitare un potere, decidendo quali opere e quali voci rendere visibili. Veronesi definisce il processo assunto nella selezione come mediazione, capace di creare connessioni e dare circolazione a opere che incontrano più difficoltà ad arrivare al pubblico. In questa prospettiva, la pratica curatoriale può assumere una funzione decoloniale proprio quando resta aperta alla possibilità di «passare il testimone». Ricci insiste su un rischio contiguo, quello del tokenismo, cioè l’inclusione di una presenza diversa come elemento di facciata, mentre la struttura decisionale resta immutata. La formula del “concedere spazio”, osserva, conserva una matrice paternalista, perché presuppone che qualcuno possieda quello spazio e possa distribuirlo secondo la propria discrezione. La direzione artistica ha cercato perciò di lavorare attraverso un processo collettivo, confrontandosi con Un Ponte Per, con le persone coinvolte nel programma e con curatrici e curatori provenienti da differenti aree del Sud globale. > Il passaggio decisivo consiste dunque nello spostarsi dalla rappresentazione > della diversità alla redistribuzione del potere che stabilisce quali immagini > meritino di essere viste. Questa riflessione torna alla storia italiana, poiché parlare di decolonialità in un paese che ha elaborato solo parzialmente il proprio passato imperiale significa misurarsi con una rimozione che riguarda scuola, cultura popolare e memoria collettiva. Veronesi sottolinea: «il colonialismo italiano è rimasto ai margini dell’insegnamento scolastico e persiste, di conseguenza, un repertorio di stereotipi che ha favorito letture autoassolutorie dell’esperienza coloniale». Il programma di Arene Decoloniali prosegue idealmente, dopo la settimana di Tor Marancia, con la mostra fotografica sulla deportazione coloniale a Ustica, prevista alla Casa della Memoria e della Storia dal 17 settembre al 6 novembre, e con il convegno del 2 ottobre dedicato alle deportazioni e ai campi di concentramento e internamento coloniali in Libia, Etiopia e nei Balcani. Anche il cinema, proprio perché modifica la posizione da cui una storia viene osservata, può incidere su questa rimozione quando restituisce il racconto a chi ha subito la conquista e la violenza coloniale. Veronesi cita il lavoro di Haile Gerima, regista etiope nato nel 1946 e cresciuto dentro una memoria familiare segnata dalla resistenza all’aggressione italiana, del quale il festival presenta Bush Mama, film del 1975 ambientato nel quartiere di Watts a Los Angeles. «Dare spazio a storie che non sono state girate da chi il colonialismo lo ha agito, ma da chi lo ha subito, ci consente di iniziare a cambiare il punto di vista e a immedesimarci nei panni dell’altro». È il caso del lavoro di Haile Gerima, che in Adwa: An African Victory racconta la prima invasione italiana dell’Etiopia «dal suo punto di vista, dal suo posizionamento», quello di un uomo etiope cresciuto in una famiglia che aveva combattuto contro l’aggressione italiana. Quando Ricci definisce il decoloniale «prima di tutto una forma mentale», capace di pensare un’italianità plurale senza cancellarne le differenze, il discorso torna così al punto da cui il festival prende avvio: la relazione fra immagini e potere, fra chi racconta e chi viene raccontato, fra ciò che il pubblico è abituato a riconoscere e ciò che deve ancora imparare a vedere. Immagine Arene Decoloniali Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale proviene da DINAMOpress.
September 5, 2026
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Genova 2001 – 2026: una ferita ancora aperta
GENOVA 2001 – 2026 #7. DA GENOVA A GAZA. CONTINUANDO A CAMMINARE IMMAGINANDO IL POSSIBIL di Caterina Peroni Il movimento globale di Genova 2001 condensava le lotte di una generazione. La rivoluzione tornava possibile a partire dal conflitto. Di fronte al razzismo coloniale, al genocidio e al patriarcato dobbiamo trasformare in programma politico quanto scuote i pilastri del capitalismo GENOVA 2001-2026 #6. DOVE TUTTO HA INIZIO di Luca Daminelli A Genova si sono manifestate nelle stesse giornate la potenza dell’agire collettivo e l’impotenza davanti alla violenza dello Stato. Genova ha segnato passaggi radicalmente differenti per generazioni diverse. Per molti e molte, ha significato una scelta personale-politica di militanza GENOVA 2001 – 2026 #5. LA CITTÀ 25 ANNI DOPO di redazione Tra caldo torrido e decine di eventi, Genova ricorda le giornate del luglio 2001, mentre arriva la notizia della morte di Abderrahim Fakir. Molte persone arrivate da fuori e tante persone giovani, ma è mancato un coordinamento e un percorso unitario GENOVA 2001 – 2026 #4. GENOVA NEL TEMPO LUNGO DEI MOVIMENTI di Brenda Fedi Cos’è Genova 2001 per chi ha cominciato a fare politica molto dopo? Per evitare di viverla come un macigno identitario o un trauma muto, l’autrice (storica dei movimenti e militante) propone di provare a ricostruire la complessità storica e di lungo periodo delle contestazioni del luglio 2001 GENOVA 2001 – 2026 #3. GENOVA PER ME di Fabio Zeta «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente. GENOVA 2001 – 2026 #2. C’ERAVAMO ALLORA, CI SIAMO ANCORA di Emiliano Viccaro Una testimonianza da via Tolemaide a Genova, punto di arrivo di un percorso di lotta, da Seattle a Praga, Napoli… oggi, mentre si muore di caldo, il mostro politico occidentale produce oppressioni e genocidi, in continuità con chi nel 2001 si asserragliava nella zona rossa GENOVA 2001 – 2026 #1. L’ORIZZONTE DELL’INVENZIONE COLLETTIVA di Giuliana Visco A 25 anni dal G8 di Genova possiamo riconoscere che i mesi precedenti di preparazione a quelle giornate furono un laboratorio di immaginazione politica. Per un momento, si rese visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Il laboratorio politico che rese possibile Genova continua ancora oggi a parlarci L'articolo Genova 2001 – 2026: una ferita ancora aperta proviene da DINAMOpress.
September 3, 2026
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«Amare oltre». Stefania Zuccari e i vent’anni dopo Renato
A casa di Stefania Zuccari la conversazione procede per ritorni. Una domanda su Renato porta alle Madres de Plaza de Mayo, da lì alle donne incontrate in Palestina, poi a una scuola romana, a un processo seguito molti anni fa, a una telefonata, a un concerto. Il 27 agosto 2006 resta il punto dal quale queste storie continuano a partire, ma vent’anni hanno moltiplicato persone, luoghi e relazioni. Stefania se ne accorge soprattutto guardando chi allora era troppo piccolo per ricordare o doveva ancora nascere. Pensa alle cugine di Renato, che nel 2006 erano neonate o stavano per venire al mondo e che oggi, ormai ventenni, partecipano agli appuntamenti di Focene. La definisce «una grande gioia». La memoria ha raggiunto persone che Renato non lo hanno conosciuto e che, negli anni, hanno scelto di farsene carico. È qualcosa che Stefania aveva già intravisto tempo fa, quando nelle iniziative per il quindicesimo anniversario aveva riconosciuto nei figli e nelle figlie dei compagni la continuità di quella storia. Oggi quel passaggio generazionale è diventato concreto. SE ATTECCHISCE UN FIORE Le scuole occupano un posto particolare nel racconto di Stefania, che per anni ha attraversato licei, università e assemblee per parlare di Renato, del fascismo e della violenza. Ricorda un ragazzo che, durante uno di quegli incontri, le rivolse una domanda apparentemente semplice: come si fa a capire se un’idea è buona oppure cattiva? Stefania rispose partendo da ciò in cui credeva anche suo figlio: l’inclusione, la dignità del vivere, la cura, un mondo senza barriere e frontiere. Dall’altra parte collocava le guerre, le armi, le discriminazioni e le disuguaglianze. Anni dopo quel ragazzo le disse di essere cresciuto portandosi dietro quelle parole. È il metro con cui Stefania misura la forza di questi incontri. «Ho sempre detto che se anche un solo fiore attecchisce e germoglia, allora ne vale la pena». Il rapporto con le generazioni più giovani passa attraverso episodi di questo tipo, nei quali il ricordo di Renato esce dalla cerchia di chi lo ha conosciuto e diventa una domanda rivolta a persone nate anni dopo la sua morte. Del figlio Stefania vorrebbe restasse soprattutto un modo di stare al mondo. Lo descrive come gioioso, curioso, legato alla musica, capace di incontrare le persone con apertura; ne ricorda l’avversione per la guerra e per tutto ciò che separa gli esseri umani. Vent’anni dopo, quell’immagine continua a passare attraverso le persone incontrate, nei racconti degli amici e dei compagni – che Stefania chiama figli e figlie – e nelle storie condivise con altre madri. «CREARE IL BELLO» Il primo gesto che Stefania ricorda, quando torna alle ore successive all’omicidio, riguarda una scelta. Racconta l’arrivo in ospedale, la percezione immediata che Renato fosse morto e la sensazione di essere stata investita, in quel momento, da una responsabilità. Di fronte al corpo del figlio chiese a Dario, il fratello di Renato, di farle una promessa. «Gli dissi che da lì non mi sarei mossa finché non mi avesse giurato che non sarebbe passato sangue sul sangue di Renato, perché quel sangue era mio e me lo riprendevo io». Nei giorni successivi quella scelta prese una forma concreta. Stefania parlò ai compagni e alle compagne di Renato e indicò nella musica il modo in cui avrebbe voluto ricordare suo figlio. «Ricordatelo con la musica. Renato è la musica. La musica è cultura e attraverso di essa si possono veicolare tanti messaggi». Da lì nasce il percorso che porterà a Renoize, il festival organizzato ogni anno in memoria di Renato e arrivato nel 2026 al ventennale. Il nome era già quello scelto da Renato stesso per il proprio progetto musicale; lavorava come tecnico del suono e aveva approfondito la costruzione di casse e strumentazione, mentre insieme ad altri amici immaginava uno spazio dedicato alla produzione musicale. A distanza di vent’anni, Stefania dice che ciò che è nato dopo quel 27 agosto a Focene corrisponde, in buona parte, a ciò che aveva desiderato fin dall’inizio. «Non volevo che la morte di Renato diventasse dimenticanza, cimitero, buio. Volevo che continuasse a esserci luce intorno a lui». Quando le chiedo se la quantità di iniziative nate negli anni l’abbia sorpresa, risponde di no. La direzione era quella che aveva immaginato e voluto, anche se allora era impossibile prevederne le dimensioni. Nel suo racconto torna una frase che contiene quasi interamente quella scelta. «Avevo capito che se fossi rimasta piena di odio e di vendetta, non avrei creato nulla per mio figlio. L’odio distrugge, è un sentimento mortifero. Io dovevo creare il bello». LE MADRI Pochi mesi dopo l’assassinio di Renato nasce il Comitato Madri per Roma Città Aperta. Stefania racconta di averlo immaginato durante uno dei sit-in organizzati per chiedere che venisse riconosciuta la verità sull’omicidio. Scelse una forma composta da donne. Nel modo in cui ne parla oggi, quella decisione ha una radice precisa: la maternità come esperienza capace di opporsi alla logica della morte. Da Roma, il percorso delle Madri ha cominciato presto a incontrare altre esperienze. Il rapporto con le Madres de Plaza de Mayo ha portato Stefania e le altre donne del Comitato fino in Argentina; nel 2017 le due realtà si incontrarono a Buenos Aires e l’anno successivo Nora Cortiñas, tra le fondatrici della Línea Fundadora, arrivò a Roma. Stefania ricorda soprattutto la fierezza delle donne incontrate. «Non figure pietose, ma orgogliose, resistenti, piene di luce». Nel corso degli anni quella rete si è estesa ad altre madri e ad altre storie. Un viaggio in Palestina, organizzato dalle donne del Comitato prima della pandemia, occupa ancora un posto importante nei suoi ricordi. Gli incontri con le famiglie, ma soprattutto con le donne palestinesi, la vita quotidiana sotto occupazione, la possibilità di entrare in luoghi che altrimenti avrebbe conosciuto soltanto da lontano. Quando le chiedo che cosa accomuni esperienze tanto lontane tra loro, Stefania riconduce tutto a un sentimento di appartenenza. «È la fierezza di non aver ceduto, di non aver lasciato che il tempo coprisse tutto. Sono donne che hanno scelto di esporsi, di esserci e di continuare a camminare. Per me tutto questo significa sentire che quella storia ti appartiene e scegliere di portarla avanti». Tuttavia, Stefania tiene a segnare le distanze tra esperienze che hanno avuto condizioni, storie e dimensioni differenti. Non paragona la propria vita a quella di una madre che vive quotidianamente a Gaza. Cerca altrove il punto di contatto. Ciò che accomuna esperienze così diverse è il passaggio da una ferita privata a una scelta pubblica, capace di tradursi in una forma concreta di azione. È così che descrive anche le donne che hanno accompagnato il Comitato in questi vent’anni, molte delle quali erano madri di amici e compagni dei suoi figli. «C’era la voglia di stare insieme, di abbracciarsi. È questo che caratterizza queste donne: la capacità di accogliere, di fare spazio, di tenere vicine le persone». * * LA VERITÀ Nei giorni e nei mesi dopo la morte di Renato, Stefania sentì di dover combattere contro la rappresentazione della «rissa fra balordi», perché quella formula cancellava ciò che lei e la comunità intorno a Renato riconoscevano come la natura fascista dell’aggressione. Vent’anni dopo, alla domanda se la società italiana sia diventata più capace di riconoscere la violenza fascista, risponde senza esitazione. «La situazione è peggiorata». Parla della deriva identitaria che incontra anche nelle conversazioni quotidiane, del razzismo espresso con naturalezza, della difficoltà di confrontarsi con persone che discutono di spiritualità, energia o dignità della vita e mantengono allo stesso tempo pregiudizi verso migranti e stranieri. È una contraddizione che continua a sorprenderla. La sua esperienza della violenza politica, intanto, ha incrociato molte altre famiglie. Negli anni Stefania ha seguito processi e iniziative legate ad altri omicidi, da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi, incontrando madri e padri che avevano dovuto lottare perché la storia dei propri figli venisse raccontata senza essere deformata. Ricorda in particolare i viaggi a Ferrara per il processo Aldrovandi. «Lì ho vissuto proprio il male, la violenza del male, e il tentativo di farla passare come normalità. È lì che ho capito perfino meglio che cosa avessero fatto a mio figlio». Andare ai processi, osservare le carte, vedere le fotografie e ascoltare le testimonianze diventò per lei un modo di capire ciò che, nei primi mesi dopo la morte di Renato, il dolore aveva reso quasi impossibile guardare direttamente. Quello stesso bisogno la portò, durante il procedimento contro uno dei responsabili dell’omicidio, a fissare a lungo il ragazzo seduto sulla panca di fronte. «Il mio avvocato mi disse: perché continui a guardarlo? Ma io dovevo guardare fino all’ultimo, vedere se da qualche parte riusciva a venir fuori almeno un “mi dispiace”». Quel segno, racconta Stefania, non arrivò mai. La scelta di rifiutare la vendetta, in questo senso, non ha mai coinciso con l’assoluzione di chi aveva ucciso suo figlio. Stefania distingue con nettezza le due cose. La decisione di non rispondere alla violenza con altra violenza riguardava ciò che lei e la comunità avrebbero costruito da quel momento in poi. «Non si è portato dietro una scia di odio, di violenza, di sangue, di ritorsioni. Da un episodio come questo sono nate invece manifestazioni vitali». FARE, FARE, FARE Quando la domanda si sposta da ciò che Renato ha lasciato agli altri a ciò che questi vent’anni hanno lasciato a lei, Stefania impiega qualche secondo prima di rispondere. Poi parla del tempo. «Non c’è un momento della mia vita in cui il pensiero di mio figlio non sia presente. E insieme a quel pensiero c’è sempre stata la volontà di non cedere, di andare avanti, di fare, perché sapevo che la sua vita non poteva passare in sordina. C’erano i suoi pensieri, i suoi sogni, quello che avrebbe voluto dal Paese in cui viveva. È stata questa, per vent’anni, la spinta: fare, fare, fare». Alla domanda su cosa direbbe oggi alla Stefania del 27 agosto 2006, si ferma e sembra guardarla da lontano. Poi abbassa la voce, quasi volesse avvicinarsi a quella donna di vent’anni fa e sussurrarle all’orecchio. «Sei stata brava. Sei stata resistente». «L’UNIVERSO RISPONDE» Negli ultimi anni Stefania ha cominciato a mettere per iscritto una parte della propria esperienza che per molto tempo aveva condiviso soprattutto in una dimensione privata. Il libro si intitola Gli occhi di Renato. L’universo risponde, è pubblicato da Red Star Press e raccoglie il modo in cui, dopo la morte del figlio, ha interpretato una serie di esperienze, immagini, scritture e percezioni come forme di comunicazione con lui. Me ne parla con la stessa naturalezza che ha accompagnato le ore precedenti di conversazione, tra ricordi, risate, qualche sigaretta, il racconto di manifestazioni e viaggi. Tiene però a precisare il terreno su cui colloca questa parte della propria vita. «Non c’entrano la Chiesa o le religioni. Per me c’entra l’energia, l’essenza del vivere». Sono convinzioni personali, attraverso le quali Stefania ha dato un significato a esperienze vissute dopo il 2006 e che considera parte del modo in cui è riuscita ad attraversare il dolore e la perdita. Racconta di aver iniziato a scrivere, di essersi avvicinata a gruppi di studio e di aver trovato in questa ricerca un’altra forma di continuità con Renato. La spiritualità, però, nel suo racconto torna sempre nello stesso luogo da cui erano partiti Renoize, le Madri, le scuole e i viaggi. L’idea è che il dolore possa produrre qualcosa che continui a vivere. A un certo punto Stefania mi legge alcune righe del libro. Poi si ferma, alza gli occhi dalla pagina, mi guarda e sorride per qualche secondo prima di riprendere a parlare. «Devi riuscire ad amare oltre. Non è facile, lo so, ma deve essere talmente grande l’amore da riuscire ad andare oltre». Immagini di Daniele Napolitano L'articolo «Amare oltre». Stefania Zuccari e i vent’anni dopo Renato proviene da DINAMOpress.
September 3, 2026
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Erre Push: «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Serve tutto»
Vent’anni dopo l’assassinio di Renato Biagetti, il suo ricordo passa ancora attraverso musica, fumetti, incontri, feste e libri. Erre Push segue questa storia fin dai primi anni. Nel 2007 ha realizzato con Zerocalcare La politica non c’entra niente. Dieci anni dopo è arrivato Prossima fermata. Una storia per Renato, pubblicato nel 2016 all’interno della campagna Io non dimentico e oggi rieditato insieme a Cronache Ribelli e Tekio Kairos. Nel 2026 Storie per Renato. Speciale Antifa!nzine allarga ancora il progetto: tante pagine di fumetti, illustrazioni e testi di decine di autori e autrici, costruite attorno alla memoria di Renato e ai linguaggi dell’antifascismo contemporaneo. Il punto di partenza è Renato stesso. La persona che era, prima che la sua morte lo trasformasse in un nome pubblico: «Abbiamo sempre cercato di evitare la retorica e di non trasformare Renato in una figura mitica, in una specie di eroe». Da questa scelta prende forma il racconto. Renato resta dentro la sua vita quotidiana, nelle relazioni, nei luoghi e nelle persone che lo hanno conosciuto. «Era una persona normalissima. Quello che gli è successo poteva capitare a chiunque di noi, politicizzato o meno, militante o meno». La memoria, in questi vent’anni, ha preso forme molto diverse. I fumetti rappresentano una parte di questo percorso. La musica, Renoize, gli appuntamenti a Focene e le iniziative pubbliche hanno costruito altri spazi di elaborazione. Erre descrive questa pratica come un modo per tenere vivo il ricordo attraverso esperienze condivise, lontano da una memoria «asfittica, sterile e retorica». DOVE TUTTO È POTUTO SUCCEDERE Fin dai primi lavori dedicati a Renato, Erre Push e Zerocalcare hanno spostato lo sguardo sul clima in cui maturò l’omicidio. «Non abbiamo costruito le storie intorno alla figura di Renato. Ci interessava raccontare il contesto che aveva reso possibile tutto questo». Quel contesto comprende la crescita delle organizzazioni neofasciste, le aggressioni, gli assalti ai centri sociali, la diffusione di linguaggi razzisti e la progressiva legittimazione pubblica di certe culture politiche. Un «contesto fascistoide», dice Erre, capace di costruire un terreno favorevole alla violenza. Prossima fermata racconta una violenza che cresce nella quotidianità. Le aggressioni hanno un contesto, una storia e una rete di responsabilità. L’indifferenza occupa un posto preciso in questa catena. Per Erre, la responsabilità politica di chi “guarda e lascia correre” accompagna da sempre la violenza pubblica. Oggi assume un peso maggiore per la quantità di immagini e testimonianze a disposizione. «Viviamo un genocidio in diretta e vediamo, attraverso i video, la repressione e le violenze della polizia mentre accadono. Abbiamo davanti agli occhi prove immediate di ciò che sta succedendo. In qualche modo non abbiamo più scusanti per essere indifferenti». > Il nodo resta la capacità di riconoscere il processo che precede l’atto. «Una > violenza fascista che emerge dentro la quotidianità non viene dal nulla». È lo stesso principio che guidava La politica non c’entra niente, una breve storia romanzata che denunciava la crescita dei gruppi neofascisti collegandola a una catena di responsabilità politiche e culturali. Erre richiama gli anni dei governi Berlusconi, lo sdoganamento delle forze postfasciste e il rafforzamento di gruppi come CasaPound e Forza Nuova. Da quel livello istituzionale, sottolinea, certi discorsi scendono nella società, circolano, per poi essere interiorizzati. Il passaggio successivo riguarda le persone che trasformano quei discorsi in violenza, in un atto concreto. UNA MEMORIA COSTRUITA DA MOLTE VOCI Il racconto pubblico della morte di Renato diventò immediatamente un terreno di conflitto. Erre ne ricorda i giorni successivi e la necessità, per la comunità che circondava Renato, di reagire alla rappresentazione della «rissa fra balordi». «In quei giorni ristabilire la verità è stato necessario, fondamentale. Tutt’altro che semplice». La formula della rissa cancellava la natura politica dell’aggressione e la inseriva dentro una cronaca priva di contesto. La stessa dinamica, ricorda Erre, aveva accompagnato altri episodi avvenuti a Roma. Le aggressioni venivano spesso ridotte a scontri tra gruppi, conflitti personali, episodi di ordine pubblico. Per la comunità di Renato, definire quella morte un assassinio fascista significava costruire una verità pubblica capace di nominare il contesto e le responsabilità. Erre chiarisce anche il rapporto con la dimensione giudiziaria. > «Non cercavamo vendetta contro quei due miserabili che hanno ucciso Renato, > anche per tenere fede a una promessa che abbiamo mantenuto nel tempo. Quello > che volevamo era ristabilire con forza la verità e dire chiaramente che si era > trattato di un’aggressione fascista». La dimensione collettiva era già presente in Prossima fermata. Il volume raccoglieva le parole di amici, amiche, compagne, compagni e familiari di Renato. La pubblicazione offrì a diverse persone uno spazio pubblico per raccontare ricordi, esperienze e un dolore ancora difficile da esporre pubblicamente. Tra le molteplici voci, c’era quella di Laura, presente la notte dell’aggressione. «Rendere pubblico quel dolore è stato difficile, ma necessario» conclude Erre. Con Storie per Renato questa impostazione assume una forma ancora più stratificata. Il volume coinvolge realtà dell’editoria indipendente, illustratori, illustratrici e autori con percorsi e sensibilità eterogenee.  Gli artisti coinvolti hanno affrontato il lavoro da prospettive autonome. Alcuni hanno lavorato sul tema della polizia, altri direttamente sulla figura di Renato, altri ancora hanno costruito storie attorno all’antifascismo. Questa pluralità permette alla memoria di passare da una generazione all’altra senza irrigidirsi in una forma unica. Erre parla di una «catena di memoria», in cui chi ha vissuto direttamente quegli anni mette in circolo racconti, immagini e strumenti che possono arrivare a chi quella storia la incontra oggi per la prima volta. Le scuole hanno un ruolo centrale in questo passaggio, perché sono uno dei luoghi in cui questi racconti possono diventare conoscenza, confronto e presa di posizione. Il problema, allora, diventa come far arrivare quella storia a chi viene dopo, soprattutto ai più giovani. Nel 2007 Erre e Zerocalcare scelgono il fumetto perché consente di tenere insieme immagini, racconto e contesto politico in una forma immediata. È anche il linguaggio che conoscono meglio. «Io e Michele facciamo questo mestiere. Avevamo gli strumenti per raccontare la storia di Renato in questo modo». Quella scelta ha continuato a funzionare negli anni proprio perché ha cambiato forma. Storie per Renato coinvolge artisti con percorsi diversi, molti dei quali estranei agli ambienti militanti tradizionali. La posizione antifascista resta comune, mentre il linguaggio visivo cambia da autore ad autore. Per Erre questa varietà ha un valore politico preciso. «Affrontare l’antifascismo da punti di vista diversi aiuta anche a rinnovarne il linguaggio, che negli ambienti militanti è rimasto spesso troppo uguale a se stesso». «NON BASTA NIENTE, SERVE TUTTO» Sul piano delle pratiche, Erre rifiuta l’idea di una formula unica. La forza dell’antifascismo, nella sua lettura, nasce dalla combinazione di strumenti diversi: produzione culturale, presenza nelle strade, organizzazione politica, comunicazione, collettivi, letture, incontri, musica. «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Non basta un fumetto o un libro, non basta leggere, non basta fare una scritta sul muro, non basta stare sulle strade, non basta formare un collettivo. Non basta niente, serve tutto». Usa una parola importante: attitudine. «Dobbiamo creare e diffondere un’attitudine antifascista, imparare a riconoscere il problema e intervenire subito, senza far finta che non esista». > Anche il linguaggio richiede movimento e la ricerca di forme nuove che > sappiano parlare a persone ed esperienze differenti, soprattutto quando il > confronto riguarda le nuove generazioni, che rappresentano uno dei terreni > principali su cui questa ricerca si misura. Erre sposta l’attenzione dall’idea di educare i giovani alla necessità di ascoltarli, riconoscendo che chi ha attraversato stagioni politiche precedenti può trasmettere esperienze e strumenti, mentre le generazioni più giovani portano esigenze, codici e linguaggi che chiedono di essere compresi. «Forse i giovani hanno meno bisogno di essere guidati di quanto pensiamo. Se li ascoltiamo e proviamo a capire le loro esigenze e i loro linguaggi, possiamo imparare qualcosa anche noi». IL SORRISO DI RENATO Alla fine del racconto, Erre torna a un ricordo personale. Conobbe Renato al Cinodromo, dove giocarono insieme qualche torneo di calcetto. Di lui conserva soprattutto un’impressione. «Non credo di romanticizzare, ma ho questo ricordo: lui era un buono. E quel sorriso bellissimo, in fondo, non mentiva. C’è un episodio che gli amici di Renato ricordano spesso: una giorno, un ragazzo lo ferì tirandogli un posacenere in testa e lui calmò gli altri, dicendo di non preoccuparsi perché non era successo niente di grave. Lo racconto perché rende bene l’idea di come fosse Renato ed è una cosa che gli amici che lo conoscevano da sempre hanno ribadito tante volte». Dentro questi ricordi torna l’immagine da cui era partito tutto il discorso. Un’impressione rimasta intatta nel tempo di una persona lontana dalla violenza, legata ai luoghi, agli amici e alla musica che hanno segnato la sua vita. «Ho sempre avuto la sensazione che Renato non avrebbe mai potuto fare del male a nessuno. Ecco, questa cosa me la porto sempre un po’ dentro». Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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September 2, 2026
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Renoize. La memoria è un esercizio quotidiano
Sono passati vent’anni dall’omicidio di Renato Biagetti. L’ennesimo omicidio fascista in una Repubblica formalmente antifascista. Il 27 agosto 2006 Renato viene ucciso a Focene, sul litorale romano, da due giovani figli di quella cultura intrisa d’odio per chiunque non sia disposto a subire passivamente il suo dominio. Vent’anni dopo la sua storia continua a vivere nelle persone, nelle relazioni, nelle iniziative e nelle lotte che hanno impedito che quella notte diventasse soltanto una data da ricordare. Come per altre persone uccise dalla violenza fascista, familiari, compagnx e amicx hanno denunciato fin dal primo momento la matrice di quell’omicidio e non hanno mai smesso di agire e ricordare. Tra loro le Madri per Roma Città Aperta, che con il loro impegno camminano al fianco delle Abuelas e alle Madres de Plaza de Mayo argentine e alle Madres Buscadoras messicane e delle tante madri che, in ogni parte del mondo, lottano per le e i proprx figlx uccisx e desaparecidxs: esperienze diverse e lontane, parte di una stessa costellazione di donne capaci di trasformare la memoria e il dolore in ricerca della verità e della giustizia sociale attraverso l’azione collettiva. È all’interno di questo movimento della memoria e dell’azione antifascista che, come Cronache Ribelli, abbiamo deciso di partecipare al percorso Io non dimentico 2026 per il ventennale dell’omicidio di Renato. Abbiamo deciso di farlo con i nostri strumenti: i libri e le pratiche editoriali. Abbiamo preso parte a questo cammino prima, insieme a Tekio Kairos, dando vita alla nuova edizione di Prossima fermata. Una storia per Renato di ERRE PUSH e Zerocalcare. Poco dopo, partendo da una proposta di ERRE e dal felice incontro con lx compagnx di Antifa!nzine, lo abbiamo fatto con un nuovo progetto: Storie per Renato. Speciale Antifa!nzine, costruito insieme ad Antifa!nzine, Free Ink Comix e Tekio Kairos. > Due libri diversi, accomunati dall’arte che si fa strumento di memoria > collettiva e denuncia sociale, uniti dall’amore per Renato ma anche dalla > complicità politica tra persone che condividono le pratiche dell’antifascismo, > della cultura e dell’organizzazione sociale dal basso. Tra queste, appunto, c’è anche l’editoria indipendente, che oltre ai contenuti può dare vita a pratiche concrete di mutuo appoggio per promuovere progetti e realtà con cui si condividono e si vogliono intrecciare i cammini. Perché sostenere una lotta, un festival, un progetto o una comunità nutre reciprocamente. Come il Festival Antifa Renoize, che da quasi vent’anni trasforma il ricordo di Renato in cultura, musica e organizzazione dal basso, per continuare a combattere il fascismo. UNA MEMORIA CRITICA La memoria critica è un esercizio quotidiano di analisi del reale capace di ricostruire quello che è accaduto e allo stesso tempo di interrogare il presente, spostando lo sguardo dal singolo episodio al contesto che lo ha reso possibile. Ricordare Renato significa raccontare il suo omicidio e chiamare fascista la violenza che lo ha ucciso. Significa anche domandarsi in quale terreno quella violenza sia cresciuta e quale terreno continuiamo a costruire intorno a noi. È qui che la memoria critica diventa pratica politica: quando non si limita a conservare una storia, ma permette di riconoscere nel presente le condizioni che l’hanno resa possibile e ci interroga su ciò che facciamo per trasformare la realtà che ci circonda. Dieci anni fa Prossima fermata, recuperando le analisi dei movimenti Antifascisti che seguirono l’omicidio di Renato, parlava dell’«insostenibile slittamento a destra» del paese e individuava tre livelli del neofascismo emergente: quello istituzionale, con partiti xenofobi e razzisti che assumono posizioni di potere; quello intermedio, con organizzazioni neofasciste che agiscono attraverso intimidazioni, aggressioni e omicidi; quello sociale, dentro una pericolosa deriva mediatica, e conseguentemente culturale, intrisa d’odio che viene promossa come risposta reazionaria nei periodi di crisi. A dieci anni da quel libro e venti dall’omicidio di Renato è tristemente evidente che quell’analisi non appartiene al passato. > Il fascismo si riproduce nelle relazioni che quotidianamente lo alimentano e > lo riproducono: nella guerra, nei discorsi sessisti, razzisti e classisti, > nella costruzione continua di un nemico, nell’autoritarismo, nella repressione > delle lotte, nella competizione e nella violenza neoliberista. Non rinasce con l’azione di un singolo o con l’attività delle organizzazioni che lo rivendicano esplicitamente attraverso parole, aggressioni e omicidi. Abitudine e conformismo, insieme all’accettazione acritica di relazioni intrise di odio e violenza, contribuiscono a riprodurlo. C’è naturalmente una differenza tra chi organizza e pratica consapevolmente la violenza fascista e chi riproduce comportamenti e relazioni che appartengono a una cultura classista, autoritaria, razzista e patriarcale. Mentre i primi vanno combattuti frontalmente, sul terreno sociale bisogna produrre consapevolezza, praticare alternative concrete e costruire nuove forme di organizzazione sociale e politica. Rompere con le narrative del potere e non riprodurlo. > La memoria critica come pratica antifascista ha uno sguardo ampio. Uno sguardo > che mette in relazione lotte che nascono in territori e condizioni differenti > senza cancellarne le specificità. Perché il fascismo che abbiamo davanti non è > soltanto italiano. Oggi come ieri, in molte parti del mondo assistiamo alla crescita di destre radicali e autoritarie e alla costruzione di una nuova internazionale nera. Cambiano linguaggi e contesti, ma ritornano nazionalismo, razzismo, patriarcato, costruzione del nemico, repressione delle lotte e difesa di un sistema economico fondato sullo sfruttamento delle persone, degli animali e della vita. Per questo l’antifascismo non può che essere una pratica internazionalista e anticapitalista. Foto di Daniele Napolitano NON CHI SIAMO MA COSA FACCIAMO Una domanda che riguarda direttamente anche il nostro modo di fare editoria. Cronache Ribelli nasce dalla volontà di creare uno spazio di racconto storico alternativo a quelli dominanti, mettendo al centro le vicende delle classi popolari, delle minoranze, delle soggettività oppresse e delle loro lotte. Quando il nostro progetto è diventato anche editoriale abbiamo cercato di non separare le storie che raccontiamo dal modo in cui scegliamo di produrle e farle circolare. Siamo e restiamo una realtà radicale e indipendente. Tutte le nostre pubblicazioni e attività culturali sono finanziate attraverso il supporto delle persone che ci leggono. Fin dalla prima pubblicazione abbiamo rifiutato la grande distribuzione scegliendo di non vendere nei grandi siti di e-commerce e nelle grandi catene librarie. Abbiamo costruito invece un rapporto diretto coi nostri lettori attraverso il nostro impegno sui social e il nostro shop online, e mediante una rete fatta di librerie indipendenti, banchetti e presentazioni in giro per il Paese, tra spazi sociali e festival indipendenti. Tutto il nostro lavoro è strutturato in modo orizzontale. Non esistono gerarchie all’interno del collettivo e nei confronti delle persone con cui collaboriamo. Rifiutiamo categoricamente l’editoria a pagamento e riconosciamo il lavoro di autorx e collaboratricx. Questa scelta nasce anche da una critica del sistema editoriale nel quale ci muoviamo. Per molte case editrici il profitto è diventato l’unica bussola, tanto nei rapporti di lavoro quanto nelle logiche di produzione e nella scelta dei testi. Le proposte vengono valutate prima per la loro vendibilità e poi per il loro contenuto, mentre fanno fatica proprio i libri che hanno un valore sociale, sviluppano il pensiero critico e tendono a far riflettere. Noi proviamo a percorrere una strada diversa: pubblicare testi che riteniamo meritevoli e interessanti dal punto di vista divulgativo, farli circolare e conoscere ad un pubblico ampio. > Restare fuori da un meccanismo radicato e totalizzante è faticoso, ma in > questi anni abbiamo sperimentato concretamente che è possibile, giorno dopo > giorno, tracciare una strada dove non c’era. Il nostro modo di concepire la divulgazione, l’editoria e soprattutto l’organizzazione del lavoro è strettamente legato alla storia che vogliamo raccontare e di cui ci sentiamo parte. Una storia che denuncia la questione editoriale in questo paese: un monopolio oligarchico e capitalista che strangola case editrici e librerie, mentre soffoca la passione di autricx e lettorx. Per noi indipendenza non significa però autosufficienza o isolamento. Se possiamo scegliere di stare fuori dalla grande distribuzione è perché non siamo soli. Ci sono le nostre lettrici e i nostri lettori. Non è facile ma ci impegniamo ogni giorno per promuovere un movimento più ampio, di una costellazione di realtà, spazi, collettivi, librerie e progetti con cui costruiamo relazioni fatte di mutuo appoggio, riconoscimento e nutrimento reciproco. Nessunx di noi vive fuori dalle contraddizioni economiche e sociali del presente. Proviamo ad affrontarle costruendo forme di cooperazione e sostegno capaci di rendere materialmente possibili esperienze indipendenti. Una libreria sostiene una casa editrice indipendente, uno spazio sociale permette alle storie di circolare, un festival mette in relazione esperienze differenti, un libro benefit restituisce risorse a una lotta o a un progetto. Sono convergenze virtuose tra militanza, generosità sociale e solidarietà che permettono a ciascuna realtà di esistere e, insieme, di nutrire le altre. Ma tutto ciò non è scontato, non è facile e purtroppo troppo spesso vive solo in rare e felici complicità ma stenta a generalizzarsi in un fare consapevole e orientato tanto nell’editoria come in altri campi dell’agire sociale. Anche così intendiamo il nostro essere parte dei movimenti: attraverso le complicità che costruiamo nei contenuti che proponiamo, nelle pratiche che agiamo e in quelle che sogniamo possano continuare a intessersi nella società. > Da qui continuiamo a interrogarci: come ricostruire complicità e solidarietà > in una società sempre più individualizzata e frammentata? Come costruire > legami, pratiche e forme di cooperazione sociale anticapitaliste nei contesti > in cui viviamo? È nell’impegno quotidiano, dentro questa costellazione di pratiche e culture politiche che incontriamo le lotte sociali, antifasciste, antirazziste e antisessiste, quelle contro l’abilismo, così come l’esperienza zapatista, l’autonomia e la resistenza del confederalismo democratico, le lotte antispeciste, le tante forme attraverso cui comunità e movimenti provano a costruire spazi di autonomia, autogoverno e cooperazione. Sono percorsi differenti ma capaci di condividere pratiche, linguaggi e speranze mantenendo le proprie peculiarità. Una costellazione planetaria di lotte alla ricerca di complicità internazionaliste. Foto di Daniele Napolitano DALLA MEMORIA ALLE MEMORIE L’omicidio di Renato è parte di una lista di assassini compiuti dall’estremismo nero contro compagnx e militanti antifascisti. Per questo, in dialogo con familiari, compagnx, amicx e persone che hanno conosciuto direttamente quelle storie, ad archivi, centri di documentazione e realtà che negli anni hanno lavorato sulla memoria dell’antifascismo e della violenza fascista stiamo lavorando a un progetto dedicato ai compagnx uccisx per mano fascista dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Una sorta di almanacco della memoria antifascista, semplice e divulgativo che restituisca la profondità storica e la dimensione complessiva del fenomeno, attraverso il quale vogliamo promuovere una campagna nazionale, entrando in sinergia con chi già lavora su questo tema perché parchi, vie, piazze, monumenti e altri luoghi pubblici ricordino questx compagnx e le loro storie. > È un progetto ancora in costruzione, ma nasce dalla stessa domanda che > attraversa Prossima fermata e Storie per Renato: cosa facciamo della memoria? Mettere insieme queste storie significa provare a restituire la continuità storica e la dimensione della violenza fascista, ma anche le relazioni, le lotte e le pratiche che l’hanno combattuta. Impedire che ogni omicidio rimanga isolato nel proprio tempo e che ogni anniversario finisca per richiudersi su sé stesso. Perché la memoria critica mette in relazione: non riguarda soltanto il modo in cui raccontiamo il passato ma interroga il modo in cui organizziamo il presente e proviamo a costruire le condizioni perché quella violenza non possa riprodursi. Pubblicare libri antifascisti non basta. L’antifascismo riguarda anche le relazioni che costruiamo, il modo in cui lavoriamo e ci organizziamo, gli spazi che attraversiamo e sosteniamo. Rompere con le narrative del potere significa anche provare a non riprodurne le forme. È per questo che continuiamo a credere nei libri come strumenti che possono raccogliere una storia e rimetterla in movimento, farla circolare tra persone che non la conoscevano, mettere in relazione generazioni e percorsi differenti. Continuiamo a credere nei libri che possono nascere dentro una lotta e contribuire materialmente a sostenerla. In questi anni abbiamo provato a dare il nostro contributo alle cause in cui crediamo attraverso quello che sappiamo fare e ci appassiona: raccontare storie, pubblicare libri e farli vivere fuori dalle loro pagine, nelle presentazioni, nelle scuole, nelle librerie indipendenti, negli spazi sociali, nei festival, nelle iniziative e nelle lotte. > Vogliamo essere parte di quell’ingranaggio collettivo che chiamiamo memoria > critica: una memoria che nel presente produce anticorpi per combattere le idee > e le strutture sociali che producono il fascismo. Ma ricordare non basta: dobbiamo prima di tutto costruire, giorno dopo giorno, pratiche capaci di riconoscersi e rafforzarsi reciprocamente. Pratiche fondate sul mutuo appoggio, sull’autonomia, sulla solidarietà, sulla cooperazione, sul bene comune. Sono la forza, la profondità e il successo di queste pratiche a determinare la nostra possibilità di vincere la partita della Storia contro il fascismo e contro tutte le forme di oppressione.  Per comprare il libro: https://cronacheribelli.it/products/storie-per-renato-speciale-antifa-nzine Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Renoize. La memoria è un esercizio quotidiano proviene da DINAMOpress.
August 31, 2026
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Ci fermiamo per ripartire: DinamoPress va in pausa estiva
Scrivere, organizzare il calendario delle pubblicazione, editare, tradurre, rispondere alle mail, leggere, caricare, trovare le foto, editare le foto, organizzare l’archivio, gestire la rubrica, pubblicare sul sito, preparare le grafiche per i social, editare i testi per i social, pubblicare sui social, gestire commenti, interazioni e messaggi. Dietro la pubblicazione di un articolo su Dinamo c’è questo, ma anche molto di più. Riunione di programmazione e redazionali, una gestione comune della redazione, le relazioni dentro un collettivo intergenerazionale, le chat, stare sempre dietro le notizie, seguire i dibattiti politici. E questo anno abbiamo anche organizzato dibattiti, una scuola di giornalismo sociale, tre podcast con il progetto Rome for climate justice, un seminario su Pintor in collaborazione con il collettivo Pintor, una giornata di dibattito con mostre sul Confine Albania, una redazione aperta, pubblicato la nuova pagina di sostegno… Incontro di redazione aperta Tutto questo la redazione di Dinamo lo porta avanti gratuitamente e con spinta militante. Non sempre però questo è semplice, anzi. Per questo abbiamo attivato una raccolta fondi permanente dove si può donare su base mensile, annuale e una tantum. Abbiamo ricevuto delle buone risposte di donazioni nella raccolta una tantum, speriamo di migliorare per ciò che riguarda gli abbonamenti. E per questo abbiamo bisogno di fermarci per qualche settimana. Sappiamo che le lotte sociali, ambientali, femministe e transfemministe, per la casa, e sul lavoro non si fermano nemmeno ad agosto. Proprio mentre scriviamo 400 persone che prima avevano casa a Spin Time, ora dormono per strada, mentre la crisi climatica esplode. Ma è vero che noi come collettivo redazionale abbiamo bisogno di riprendere fiato. Godere di un momento di pausa, di stacco, e di riposo. Torneremo pieni di idee, articoli, video, foto e nuovi progetti a settembre. Ci rivediamo a Renoize a Roma dove ci troverete con un banchetto. Per proposte e collaborazioni ci potete scrivere su dinamozine@gmail.com, rispondiamo dal 1 settembre in poi. Stay tuned  Foto di copertina, incontro sul Confine Albania ad aprile 2026 L'articolo Ci fermiamo per ripartire: DinamoPress va in pausa estiva proviene da DINAMOpress.
August 7, 2026
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Spin Time, non c’è più tempo
Mercoledì sera un incendio è divampato in uno dei locali di Spin Time Labs, l’occupazione abitativa dell’Esquilino, in centro a Roma, dove vivono circa 400 persone e hanno sede varie organizzazioni. La comunità si è subito attivata per mettersi al sicuro, facilitando l’ingresso dei vigili del fuoco. Una volta uscita dallo stabile per mettersi in sicurezza, però, agli abitanti del grande palazzo ex-Inpdap sito in via Santa Croce in Gerusalemme non è stato più permesso di rientrare se non per recuperare pochissimi beni di prima necessità. Da allora soprattutto bambine/i e le persone più fragili, hanno trovato alloggi momentanei, altre persone sono ospitate in strutture messe a disposizione da diverse associazioni e qualche spazio del primo municipio, ma moltissime/i continuano a dormire davanti a Spin Time in via Santa Croce di Gerusalemme. Questi, in breve, i fatti salienti. Poi c’è tanto altro. C’è una comunità che si attiva in fretta, nonostante il caldo, nonostante molte persone siano già in ferie, nonostante non si capisca sempre benissimo chi coordini cosa, e in meno di 24 ore davanti a Spin Time accorrono centinaia di persone solidali con beni di prima necessità, pronte e pronti a difendere una delle occupazioni più simboliche della capitale, con i propri corpi e con la propria solidarietà attiva e militante.  Renato Ferrantini Ci sono i movimenti sociali che portano generatori, condizionatori, teli per proteggersi dal caldo, piscinette per far giocare i bambini e le bambine, che mettono in piedi un presidio sanitario, si attiva il quartiere che da anni convive serenamente con l’occupazione (checché ne dicano schifose pagine social pronte a costruire falsi), privati cittadini/e portano quello che possono. > Questa città brutale che quando serve si (ri)scopre solidale, aiutando le > centinaia di persone sbattute per strada. È una macchina straordinaria, con la > Chiesa che fa la sua parte, il centro anziani, il Polo Civico dell’Esquilino e > molte altre.  La Protezione Civile coordinata dal Comune di Roma monta qualche gazebo, distribuisce cibo e. dopo due giorni, attiva i nebulizzatori. Con le persone lasciate per strada e nessuna soluzione nel breve periodo, si apre una battaglia politica che dopo quasi tredici anni potrebbe sbloccare la situazione del palazzo: la proprietà, uno dei fondi di investimento che privatizzano e gentrificano mezza città, sembra finalmente disposta a vendere e l’Amministrazione comunale a comprare per avviare un percorso simile a quello che ha riconvertito in edilizia popolare un’altra storica occupazione, quella di Porto Fluviale.  Renato Ferrantini I tempi, però, non sono necessariamente brevi, nonostante l’impennata di questi giorni – nel momento in cui scriviamo, sabato 1° agosto, pare siano in corso trattative, con l’interessamento anche del Vaticano che già in passato si era espresso per Spin Time: come ha scritto Giuliano Santoro su “il manifesto” di oggi, «premono per una soluzione positiva, che passa per la rimozione del sequestro giudiziario che grava sul palazzo di via Santa Croce in Gerusalemme, il papa e il sindaco. Questa versione postmoderna di Don Camillo e Peppone, l’eterogenesi dei fini del potere temporale e di quello secolare, è l’ennesimo miracolo postmoderno di Spin Time».  Nel via vai di politici e istituzionali, chi passa (tanti) e chi invece garantisce una presenza solidale (pochissimi), l’assessore al Patrimonio e alle Politiche Abitative Tobia Zevi va in assemblea sia mercoledì che giovedì, parla dei negoziati in corso, prova a rassicurare, anche se purtroppo senza un dialogo reale, senza uno scambio con chi è riunito in piazza (abitanti e solidali). Spiega, in sintesi, che bisogna aspettare.  Non ricorda che è dal 2023, quando è stato approvato il Piano Strategico per il diritto all’Abitare, che l’Amministrazione si sarebbe dovuta impegnare ad avviare i progetti di recupero per Spin Time e per il MAAM di Metropoliz entro l’anno, come «modello di sperimentazione delle nuove politiche abitative». Dal 2023 le persone che lì abitano sono in attesa. > Ad agosto 2026, devono ancora aspettare, fino a quando non è chiaro, forse > lunedì ci saranno novità, quando si riunirà il prossimo tavolo tecnico, anche > fosse sarebbero cinque notti e quattro giorni interi in condizioni disumane, > con più di 40 gradi reali, mentre dentro ci sarebbero le case, piccole come ha > detto una occupante, ma le loro, quelle costruite in anni e anni di fatica.  L’assemblea delle e degli abitanti di Spin Time ha deciso, ieri sera dopo l’incontro con Zevi, di continuare a resistere, di continuare a lavorare per poter rientrare prima possibile, di rimanere unite/i – e noi con loro. I tempi della burocrazia e della politica non coincidono mai con quelli della vita, con quelli dei bisogni reali ed elementari delle persone. Dovrebbe essere la politica però a uniformarsi ai tempi della vita e non viceversa. Invece centinaia di persone sono in attesa che qualcosa emerga da tavoli lontani e complessi, sopra le loro teste. Ieri quando Zevi parlava già da diversi minuti, senza venir interrotto, da un’assemblea fin troppo civile, qualcuno ha urlato «vogliamo rientrare a casa» e tutti si sono sciolti in un applauso liberatorio. Non è difficile da capire. Ci sono centinaia di persone che vogliono rientrare a casa e non vogliono continuare a stare per strada con quaranta gradi, nel pieno di una crisi climatica, e senza prospettive per i prossimi mesi. Le istituzioni possono e devono fare molto di più.  Renato Ferrantini Quindi il presidio permanente continua e non si sposta dal palazzo, lo presidia con i propri corpi, i teli per l’ombra, le piscinette d’acqua, le tende, le brandine. Quasi tutto portato e organizzato dagli spazi sociali, dalle associazioni, dal volontariato, dal vicinato, con la protezione civile che più che intervenire sui bisogni reali (come docce, bagni, posti letto), ordina e sanziona lo spazio, come abbiamo visto fare in altre emergenze.  Per chiunque si trovi a Roma l’appello è di raggiungere Spin Time, nonostante il caldo e le difficoltà logistiche, bisogna andare al presidio e mantenere alta l’attenzione. Tutte le informazioni su cosa portare e i vari appuntamenti si possono trovare sulle pagine social di Spin Time, ed è anche aperta una raccolta fondi per aiutare con i beni di prima necessità in questi giorni.  SolidalƏ  e complicƏ  con chi resiste.   Immagine di copertina di Renato Ferrantini Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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August 1, 2026
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Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento
Domenica 26 luglio, poco dopo le 13:30, un vasto incendio si è sviluppato lungo via Laurentina, nel tratto tra l’Eur e Tor Pagnotta, spinto dal vento e dalle temperature altissime che da settimane mettono a dura prova la città. Le fiamme hanno raggiunto in poco tempo il Grande Raccordo Anulare, obbligando alla chiusura del tratto tra gli svincoli Laurentina e Pontina in entrambe le direzioni, con code chilometriche e traffico paralizzato sotto il sole. FUOCO, FUMO E DIOSSINA: L’EMERGENZA AMBIENTALE DEL MUNICIPIO IX Il giorno dopo, lunedì 27, un secondo fronte ha interessato un terreno in cui si sospetta la presenza di rifiuti interrati, complicando ulteriormente le operazioni di bonifica dell’area. Non ci sono dubbi sulla natura dolosa dei roghi, in una stagione che, secondo i dati forniti dalla Protezione civile del Lazio, ha già fatto contare centinaia di incendi nella regione dalla metà di giugno, molti dei quali di tipo boschivo. A distanza di qualche giorno arriva il dato più preoccupante: il campionatore installato dall’ARPA Lazio lungo via Laurentina ha misurato, tra il 27 e il 28 luglio, una concentrazione di diossine pari a 0,39 picogrammi per metro cubo, superiore alla soglia di 0,3 pg/m³ che la stessa agenzia regionale indica come segnale della presenza di una fonte emissiva localizzata, riconducibile alla combustione del rogo. Sono ancora in corso le verifiche di laboratorio su benzo(a)pirene e policlorobifenili. > Per giorni i residenti delle zone limitrofe – Vallerano, Castel di Leva, > Spinaceto, Torrino – hanno segnalato un odore acre persistente, mal di gola, > mal di testa e nausea, ricevendo dal Comune l’indicazione di tenere le > finestre chiuse e lavare accuratamente frutta e verdura coltivate in zona. Consiglieri comunali e municipali hanno chiesto interventi urgenti a tutela della salute pubblica, ma la lentezza della risposta istituzionale nei giorni successivi al rogo si è fatta sentire forte e chiara. Una gestione dell’emergenza che si intreccia con un problema più strutturale: la manutenzione insufficiente delle aree verdi e incolte di questo quadrante, terreno ideale per la rapida propagazione delle fiamme. IL QUARTIERE DORMITORIO CHE NON DOVEVA ESSERE: LA CEMENTIFICAZIONE DI FONTE LAURENTINA Quello che brucia non è un’area marginale e disabitata, ma il cuore di uno dei processi di espansione edilizia più intensi degli ultimi vent’anni a Roma sud. Fonte Laurentina nasce all’interno di un piano di zona, sul terreno dell’antica tenuta di Tor Pagnotta, e prende il nome da una sorgente di acque minerali chiusa nel 2004 per inquinamento dovuto a infiltrazioni fognarie: quella sorgente, con un paradosso che racconta bene il rapporto tra Roma e il suo territorio, è oggi ricoperta di cemento e trasformata nel parcheggio di un centro commerciale, proprio davanti agli edifici residenziali. > Pensato come quartiere modello, capace di offrire servizi e spazi comuni, si è > trasformato – secondo le denunce ripetute negli anni dal comitato di quartiere > e dagli stessi residenti – in un “quartiere dormitorio”: palazzine costruite > in sequenza senza che venissero mai completati i servizi pubblici né gli spazi > di aggregazione previsti nei piani originari, mentre i casali storici > dell’Agro romano, che avrebbero potuto diventare luoghi di cultura e > socialità, restano da anni in stato di abbandono. Non è un caso isolato. Pochi chilometri più a nord, il quartiere Laurentino racconta da decenni una parabola simile: un progetto urbanistico di grande scala, pensato negli anni Settanta per ospitare decine di migliaia di persone, che non è mai riuscito a dotarsi dei servizi collettivi previsti nel progetto originario ed è diventato, anch’esso, sinonimo di periferia dormitorio e di abbandono istituzionale. È lo schema che si ripete in tutta la fascia sud della città: costruire prima, e spesso mai dotare il territorio delle infrastrutture necessarie a sostenerlo. BLACKOUT E RETI AL COLLASSO: QUANDO IL CEMENTO SUPERA LA CAPACITÀ DELLA CITTÀ La stessa logica di crescita senza pianificazione si misura oggi anche sul fronte energetico. Da settimane Roma è alle prese con blackout diffusi in più zone della città, aggravati dal caldo eccezionale e dal conseguente aumento dei consumi per il condizionamento: la rete gestita da Areti ha più volte toccato i propri picchi massimi di potenza immessa, con centinaia di squadre tecniche impegnate a fronteggiare guasti che si susseguono senza sosta. > Cabine elettriche datate e cavi sotterranei, surriscaldati dal calore > accumulato nel sottosuolo, cedono uno dopo l’altro, lasciando interi palazzi > senza corrente per ore: cibo che va perso nei frigoriferi, ascensori bloccati, > difficoltà per gli anziani, semafori spenti. Le segnalazioni sono arrivate da > diversi quadranti della città, dal centro alla periferia, comprese le zone di > Roma sud. Diffusione crescente di condizionatori, aumento delle colonnine di ricarica per veicoli elettrici ma soprattutto costruzione di decine di nuove abitazioni sono i principali fattori di stress su una rete infrastrutturale mai davvero adeguata alla crescita edilizia degli ultimi decenni. È qui che il cortocircuito si chiude: quartieri come Fonte Laurentina e i suoi dintorni sono cresciuti senza che venissero potenziati, di pari passo, gli impianti e le reti chiamate a sostenerli. Il risultato è una città che aumenta i propri volumi edilizi senza aumentare, nella stessa proporzione, la capacità reale di reggerli – né sul piano ambientale, né su quello dei servizi essenziali. Un esempio recente di questa dinamica arriva proprio dal quartiere Papillo, in via Giorgio Vigolo, dove da anni è in corso un processo di trasformazione edilizia che i residenti raccontano come emblematico di questo modello di sviluppo. IL CASO PAPILLO: UN CANTIERE INFINITO TRA CEMENTO E ASSENZA DI SERVIZI Lì dove, secondo il progetto originario, avrebbero dovuto sorgere degli spazi polisportivi, oggi si erge un serpentone di oltre 130mila metri cubi di cemento. Gli abitanti denunciano un cantiere aperto ormai da anni, la sostituzione quasi integrale del verde con superfici cementificate che raggiungono quasi il 100% della totalità del lotto, disagi quotidiani legati a polveri sottili e rumore e lamentano che l’ennesimo grande volume edilizio si aggiunga a una rete di servizi – dall’illuminazione alla fornitura elettrica – che nello stesso quartiere ha già mostrato in passato segni di cedimento. Negli anni i residenti hanno presentato numerose segnalazioni relative alla sicurezza del cantiere, denunciando la presenza di operai visti lavorare privi delle dotazioni di protezione individuale, in bilico su semplici tavole di legno a diversi metri di altezza. Ricorrenti anche le proteste per il mancato rispetto degli orari consentiti per i lavori rumorosi, oltre alle critiche sull’impatto estetico del complesso, giudicato dagli abitanti fuori scala e in evidente contrasto con lo stile delle altre costruzioni della zona. A oggi, secondo quanto riferito dai residenti, una parte del comprensorio risulta parzialmente abitata dopo un ritardo nella consegna di oltre diciotto mesi rispetto ai tempi previsti, mentre l’altra metà del complesso è ancora un cantiere aperto. Il complesso residenziale c’è. I servizi previsti da regolamento no. Secondo la normativa regionale sull’urbanizzazione secondaria, ogni costruttore privato è obbligato a fornire servizi collettivi di quartiere a causa dell’allargamento della domanda futura di infrastrutture: asili e scuole dell’obbligo, mercati di quartiere, presidi socio sanitari, parchi pubblici. > Nel quartiere, che potremmo definire senza errori, “quartiere fantasma” sono > assenti le più basilari strutture. Non c’è infatti un supermercato, un > tabaccaio, un mercato, un luogo di ritrovo. Dal 2006, anno di costruzione del > primo lotto abitativo, è stata costruita una sola scuola primaria e il > quartiere è collegato esclusivamente da una linea bus, definita dai residenti > «ai limiti del tollerabile». Inoltre, Secondo il Regolamento edilizio di Roma Capitale sulla Sostenibilità, nei lotti liberi ogetto di nuova costruzione è richiesta al costruttore una quota minima di superficie permeabile non inferiore al 50% e l’inserimento di alberi per mitigare le isole di calore. Allo stato attuale niente di tutto questo è stato fatto per la collettività, ma molto è stato fatto per il profitto privato. Si tratta di un vissuto locale, riportato dai comitati di quartiere e dagli stessi residenti, che meriterebbe verifiche puntuali da parte degli enti competenti – a partire dalla direzione lavori e dagli organi di vigilanza sulla sicurezza nei cantieri. Se confermato nei suoi dettagli, il caso Papillo rappresenterebbe un ulteriore tassello dello stesso modello di sviluppo urbano già visto a Fonte Laurentina e al Laurentino, in cui il cemento cresce più velocemente dei servizi, della sicurezza e della cura del territorio. UN UNICO PROBLEMA: IL TERRITORIO SACRIFICATO AGLI INTERESSI PRIVATI Incendi, cementificazione e blackout non sono tre emergenze separate, ma tre facce dello stesso fallimento nel governo del territorio. Per anni le amministrazioni che si sono succedute a Roma hanno autorizzato la costruzione in aree agricole e semi-naturali dell’Agro romano, spesso a ridosso di terreni incolti o boschivi che oggi si rivelano tra i più esposti al rischio di incendio, anche a causa di una carente manutenzione ordinaria del poco verde esistente. > Ogni nuova lottizzazione riduce gli spazi naturali che fungono da cuscinetto > ecologico, mentre aumenta il carico su reti idriche, elettriche e di trasporto > pensate per una città più piccola. Il cambiamento climatico non fa che amplificare le crepe di un sistema già fragile: ondate di calore più lunghe e intense, vegetazione secca pronta a incendiarsi, reti energetiche progettate per un clima che non esiste più. In questo contesto, ogni ettaro di verde ceduto a nuovi complessi residenziali o commerciali non è solo la perdita di uno spazio naturale, ma un moltiplicatore di rischio per tutta la città che verrà. La vicenda della Laurentina, con la sua diossina nell’aria e i suoi quartieri costruiti in fretta e mai completati, resta la fotografia più nitida di cosa succede quando l’urbanistica smette di essere pianificazione collettiva e diventa terreno di conquista per pochi: a pagarne il prezzo, ancora una volta, sono l’ambiente, la salute pubblica e chi in quei quartieri ci vive ogni giorno. la copertina è di un residente e si riferisce all’incendio di un ristorante nel quartiere Valleranello, Roma Sud. Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Roma Sud brucia, Roma Sud affoga nel cemento proviene da DINAMOpress.
August 1, 2026
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Renoize 2026: Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire
Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire. Queste quattro parole segnano la nostra mappa per attraversare quest’anno il festival antifascista Renoize; quattro parole che fungono da nodi di un unico filo che congiunge le diverse giornate. Dal 27 agosto sulla spiaggia di Focene, fino al 5 settembre per le strade di Roma sud che verranno attraversate dal corteo antifascista. Punti di un percorso che ha come obiettivo quello di costruire un’unica narrazione, non limitata ai giorni del festival stesso ma che sappia connettersi con le lotte, i desideri, le battaglie che si stanno conducendo nella nostra città, in Italia e oltre. Una prospettiva con uno sguardo non internazionale ma internazionalista, perché mai come oggi, la solidarietà e la convergenza delle lotte diventa non solo sostegno ma prospettiva di trasformazione e definizione di un progetto alternativo al capitalismo e al fascismo. RICORDARE Focene – Buena Onda – 27 agosto La parola ricordare deriva dal latino recŏrdari. Re- (indietro, di nuovo) e cor/cordis (cuore). Vuol dire quindi tornare a passare dalle parti del cuore ripassare attraverso il cuore. Tenere quindi accesa la fiamma della memoria, per mantenere viva la storia di chi non c’è più. Per far sì che quella storia torni al cuore di chi resta e la trasformi in ingranaggio collettivo: che muove passioni, realizza sogni, costruisce comunità che resistono. È questo il rito collettivo in cui il 27 di agosto abbiamo continuato a ritrovarci e crescere. Lì dove la vita di Renato è stata spezzata da otto coltellate alla fine di una dance hall sulla spiaggia. Perché si ricordi anche che questo è il fascismo. Due giovani di 17 e 19 anni, celtica tatuata addosso, coltelli in tasca. Cresciuti in una cultura di intolleranza e prevaricazione, nella noia e nel disagio dell’estrema periferia. Una cultura, ormai sdoganata, non distante da chi in giacca e cravatta o in divisa continua a urlare l’odio per il diverso, dentro e fuori dalle istituzioni, continuando a fare il gioco dei padroni. Una cultura violenta, razzista e machista con cui oggi come allora continuiamo a fare i conti e a lottare. Ed è li a Focene che ci ritroveremo anche quest’anno nel 20esimo anniversario dall’omicidio di Renato. Per stringerci ancora una volta sotto le stelle tra le onde del mare, in nome della vita e dei suoi sogni. RICONOSCERSI Loa Acrobax – 3 settembre – Incontro pubblico con diverse persone e collettivi impegnati in lotte intersezionali e transnazionali, lista in aggiornamento. Riconoscere se stessə  a partire dall’altrə . Riconoscere le nostre battaglie, i nostri sogni, il nostro sfruttamento negli occhi di altrə: questa lezione e’ stata condivisa in modo estremamente potente, dal popolo palestinese sottoposto a un genocidio: quando pensavamo di dover solidarizzare con la loro lotta di liberazione e abbiamo scoperto che loro hanno liberato noi. Hanno liberato innanzitutto energie ma hanno liberato anche connessioni e strategie per  prendere posizione, senza esitazione, contro il genocidio, per riconoscere la banalità del male, per trovare le parole per definirlo e combattere per superarlo. Riconoscersi vuol dire guardare il proprio passato per essere saldə nel presente e spiccare il volo per il futuro; per quello che riguarda noi, riconoscersi, vuol dire guardare agli ultimi 25 anni da una data certa, quella di Genova, 2001. Quando e dove abbiamo perso Carlo, dove abbiamo subito un massacro legalizzato e agito dalla polizia italiana per mandato delle istituzioni italiane. Ma 25 anni fa è successo qualcosa di molto più importante: è successo che un intero popolo, quello del mondo, ha avuto ben chiaro quali erano le prospettive che il capitalismo e il suo sfruttamento avrebbero realizzato. 25 anni dopo quel desiderio di trasformazione,quel desiderio di un altro mondo possibile, continua a essere punto di riferimento; continua a generare battaglie e a rappresentare una reale e alternativa possibilità. E riconoscersi come parte di questa storia è fondamentale per Resistere contro ogni forma di fascismo. Foto tratta dalla pagina FB Renato Biagetti #IoNonDimentico, edizione 2025 del festival RESISTERE Loa Acrobax – 4 settembre – Incontro pubblico con diversi comitati e collettivi, nazionali e internazionali, in lotta per la difesa dei territori, lista finale in aggiornamento I nostri territori, al plurale, nelle nostre città, nel paese interno, al di là del mare e a centinaia di chilometri, continuano a resistere allo sfruttamento e all’estrattivismo di pochi interessi privati. Aziende multinazionali continuano incessantemente a riprodurre e innovare metodi di estrazione di profitto. Un processo nuovo di “enclosures” continua a stabilire regole per l’ambiente e per chi vive all’interno di quell’ambiente: soffocare di caldo, quindi, non è solo una questione climatica. È un modello di sviluppo urbanistico e di multinazionali e fondi finanziari ma, soprattutto, è una scelta politica. Di fronte a questo contesto, decine e decine di comitati, realtà sociali, spazi occupati, piccoli collettivi e singole soggettività continuano a battersi e a costruire non solo barricate, ma vittorie, piccoli avanzamenti, soprattutto connessioni. A partire da queste resistenze è fondamentale costruire una cornice narrativa comune in cui inserire le nostre lotte e avere chiaro qual è il nostro posizionamento politico, economico e sociale. Dalla condivisione di queste pratiche di Resistenza si costruisce la possibilità di tornare a salpare insieme per cambiare le cose. Per non arrendersi al capitalismo e alla sua barbarie. RIPARTIRE Loa Acrobax – 5 settembre – Tavoli di lavoro: Free all Antifa, Diritto alla città, Sciopero sociale, Fermiamo il genocidio. Ripartire vuol dire trovare non solo le rotte, ma gli strumenti concreti da condividere per potersi organizzare insieme. Per poter pensare insieme e agire insieme. Ripartire vuol dire fare riferimento esplicitamente a quei movimenti che negli ultimi due anni hanno voluto attraversare i territori per provare a connetterli, hanno voluto attraversare il mare, insieme a chi si è mobilitato per terra, per dare vita ad una delle più grandi azioni internazionalista dal secondo dopoguerra. Ripartire vuol dire prendere atto dei propri limiti, affrontarli e superarli insieme. Ripartire vuol dire progettare e guardare quelli che possono essere orizzonti comuni, processi collettivi,  riconoscere i momenti di forza che si sono dispiegati negli ultimi mesi in Italia e in tutto il mondo. Ripartire vuol dire avere un’ambizione di costruire insieme meccanismi e processi collettivi che sappiano esplicitamente contrapporsi al capitalismo e all’onda nera e reazionaria che lo difende e propaga. Ripartire vuol dire affermare collettivamente che c’è la possibilità di costruire un nuovo modello di società basato sulla condivisione delle risorse e dei mezzi, della tutela dell’ambiente circostante. Ripartire, da dove i governi hanno fallito, vuol dire affermare che materialmente è possibile costruire una società dove il fascismo semplicemente non sia previsto. Questo momento sarà un momento di tavoli di lavoro, per riempire la nostra cassetta degli attrezzi comune, in cui la discussione sia la semina di opzioni e azioni concrete su cui procedere all’indomani di Renoize. E infine come non chiudere questi quattro giorni in cui Ricordare, Riconoscersi, Resistere e Ripartire, se non inondando le strade dei nostri quartieri con un corteo antifascista che il 5 settembre pomeriggio, celebri un ventennale di rabbia e amore. Una manifestazione che consideriamo necessaria, soprattutto per l’attenzionamento criminalizzante che l’internazionale nera sta agendo nei confronti del movimento Antifa, per le continue aggressioni e abusi che fascismo e forze dell’ordine agiscono su persone singole e associazioni, per Maja e per tutte le persone private della loro libertà perché hanno difeso i propri quartieri dalla minaccia fascista. Ai nostri posti ci troverete. Ci vediamo a Renoize. Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Renoize 2026: Ricordare, Riconoscersi, Resistere, Ripartire proviene da DINAMOpress.
July 31, 2026
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La Comune di Parigi in scena
Cinque anni fa pubblicammo, in contemporanea con “Lundi matin” e nel 150° anniversario della Semaine sanglante con il titolo 2021. La Comune prende il volo la sezione conclusiva di un racconto utopico di Krill&Zon intitolato Il gran finale. L’antefatto del finale immagina che un gruppo assortito di sbandati, proletari e intellettuali che provengono da differenti percorsi si ritrovino in un singolare progetto commemorativo dell’anniversario di cui sopra. Siamo nella stagione del Covid e della Casa di carta quando  tutti fantasticavamo nelle ambasce del lockdown. I tre principali sottogruppi della banda si incontrano per casi a mangiare in un ristorante clandestino, aperto per pochi iniziati a fianco di un locale giapponese chiuso per Covid e rifornito di cibo da asporto da un ristorante vicino e reale (Le temps des Cérises, noto bistrot cooperativo a tema comunardo nel rione della Butte aux Cailles, luogo di uno dei pochi combattimenti vittoriosi durante la difesa di Parigi). LA COSPIRAZIONE Il progetto “Assalto al cielo” consiste nel dipingere la Colonna Vendôme, simbolo dei trionfi napoleonici, abbattuta dalla Commune antimilitarista su iniziativa di Courbet, rialzata dopo la restaurazione di Thiers, disancorarla dal suolo, armarla con otto razzi e scagliarla come un gigantesco missile contro la basilica del Sacré-Coeur – il bianco monumento espiatorio che corona Montmartre (da cui la Commune aveva preso le mosse con il rifiuto di restituire al governo i cannoni). Un orrore architettonico ormai degradato a fondale turistico e un simbolo della repressione. Per realizzare il progetto, in cui la muralizzazione della Colonna serve per intraprendere un restauro mascherato da ponteggi e vele pubblicitarie che consentano invece lo smantellamento delle sovrastrutture figurative bronzee e l’aggancio con i razzi), occorrono numerosi passi e contatti, quindi un allargamento dei partecipanti all’iniziativa, che coinvolge nuovi imprevedibili interlocutori del mondo militare, economico e mafioso. Soprattutto alla fantasia e competenza digitale della componente anarchica e post-fordista occorre unire la disciplina sindacale e la manualità dei vecchi métallos PCF stalinisti, riassunti nella persona del loro reclutatore Bertrand – cha addirittura è un critico dello spontaneismo della Commune che tanto esalta i suoi più giovani complici nell’impresa. Componente decisiva, ma anche l’unico che muore o meglio di cui si annuncia in coda il male che lo mina e che allegoricamente esprime l’estinzione  di un’intera e generosa sezione della classe operaia. Fino alla spettacolare e festiva realizzazione del progetto, nel giorni del 150° anniversario della caduta della Commune (24 maggio 2021), in fortunata coincidenza con il raduno al Sacré-Coeur di tutta la corte macroniana, apparati dello stato, opposizione di facciata e ideologi di Sciences-Po (manca purtroppo, per ragioni cronologiche, l’esimio artefice della disfatta elettorale italiana del 2022). All’inizio il massacro riparatore non era previsto, tutto si risolveva nella distruzione della Colonna e nella festa popolare, musiche, balli, cestini di vimini paracadutati, colmi di ciliegie (le cérises di Belleville furono da subito  l’emblema popolare della Commune). Il punto di svolta è inserito nella “favola” da un violento e ingiustificato episodio repressivo in cui un mezzo della polizia schiaccia decine di manifestanti pacifici, così da scatenare una vendetta che tiene insieme le fucilazioni del 1871 e le violenze macroniane contro i dimostranti e i beurs della banlieue. LO SPETTACOLO È proprio questa “gran finale” fantascientifico a ispirare la trasformazione, per opera di Nicola Grillenzoni, di questa “favola” in uno spettacolo popolare (volutamente “per bambini”) della durata di poco più di un’ora realizzato dallo stesso autore come One Man Show, con un prologo riassuntivo della storia della Commune (origini, manifesti programmatici e leggi, vicende militari e repressione versagliese), un breve riassunto degli antefatti  cospirativi e la messa in scena, con sollecitata partecipazione del pubblico, di alcuni passaggi della storia. La costruzione e demolizione delle barricate con blocchetti di plastica, la verniciatura della Colonna con pistole a spruzzo di colori lavabili, il lancio finale del razzo. I bambini si divertono un sacco a costruire barricate e spruzzare colori impasticciandosi, gli adulti riflettono sull’assalto al cielo e le miserie odierne. La miscela di soluzioni da teatro epico e improvvisazioni con coinvolgimento del pubblico funziona sul piano sia didattico che visuale e performativo. È agevolmente smontabile e rimontabile adattandolo ogni volta a realtà diverse, insomma è un buon utensile politico-narrativo. Lo spettacolo ha girato in Francia, Svizzera, Lussemburgo, Belgio e varie sedi italiane, in un circuito di centri sociali, circoli di sinistra, sedi anarchiche, università e scuole, luoghi della Commune. Io l’ho visto nel giardino della Villetta di Garbatella a fine maggio. Le rappresentazioni riprenderanno a settembre. Nel dopoguerra si cantava orgogliosamente «Non siamo più la Comune di Parigi», schiacciata nel sangue dai borghesi perché troppo poco organizzata, priva di un partito terzinternazionalista. Ahinoi, le cose non sono andate meglio, alla lunga, neppure con quelle integrazioni e oggi resta valido solo il primo verso: che non siamo più comunardi. Che uno spettacolo ci ricordi che invece potremmo ridiventarlo, allora non è affatto male. Immagine di copertina di Efrem Efre via pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo La Comune di Parigi in scena proviene da DINAMOpress.
July 30, 2026
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Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio
Nella torrida estate del 2026, il ruolo della polizia è tornato prepotentemente al centro del dibattito pubblico. La drammatica morte di Abderrahim Fakir durante un intervento delle forze dell’ordine a Bologna ha riaperto interrogativi profondi sull’uso della forza da parte dello Stato, alimentando dolore, rabbia e richieste di verità e giustizia. Saranno le indagini ad accertare le eventuali responsabilità individuali e, se del caso, quelle penali. Sarà il conflitto politico e sociale a misurarsi con le responsabilità politiche. Rimane sullo sfondo una domanda più profonda: che cosa ci dice un caso come questo del modo in cui una democrazia organizza, disciplina e controlla il proprio monopolio della forza? È una domanda che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. La cronaca, quasi inevitabilmente, spinge a discutere il singolo episodio: cosa è accaduto, chi ha sbagliato, quali responsabilità devono essere accertate. Più raramente ci si interroga sull’architettura istituzionale entro cui quei fatti prendono forma. Eppure è proprio lì che si gioca una parte decisiva della qualità democratica di un ordinamento. Come viene disciplinato l’uso della forza? Quali margini di discrezionalità sono riconosciuti agli operatori e alle operatrici? Chi controlla l’operato delle forze dell’ordine? Come sono configurati i meccanismi di responsabilità e di accountability? È questo il terreno su cui si colloca Il potere coercitivo. Polizie, diritti e democrazia in Italia (Carocci, 2026), il volume di Giuseppe Campesi, professore ordinario di Filosofia e sociologia del diritto all’Università di Bari, e Carlo Caprioglio, assegnista di ricerca nello stesso ateneo, Il libro non è un’inchiesta sugli abusi di polizia, né un pamphlet contro le forze dell’ordine. È un’indagine sul posto che la polizia occupa all’interno dello Stato democratico, sulla sua architettura giuridica e istituzionale e sul delicato equilibrio tra sicurezza, diritti e democrazia. Gli autori ricostruiscono il modo in cui il potere di polizia viene organizzato, regolato, esercitato e sottoposto a controllo, mostrando come sia proprio questa architettura istituzionale a determinare la qualità democratica del rapporto tra polizia, cittadine e cittadini. È qui, prima ancora che nei singoli episodi, che si creano le condizioni per prevenire, limitare oppure rendere possibili gli abusi. Uno dei principali meriti del volume è quello di rendere accessibili temi e prospettive spesso confinati nel dibattito specialistico. Attraverso un costante sforzo di chiarezza e sistematizzazione, gli autori costruiscono un libro capace di parlare non soltanto al mondo accademico, ma anche a chi, da prospettive molto diverse, si confronta quotidianamente con questi temi: avvocate e avvocati, operatori e operatrici del diritto, attiviste e attivisti, organizzazioni della società civile e, più in generale, chiunque voglia comprendere meglio un tema tanto urgente quanto complesso. Il risultato è un contributo prezioso per sottrarre la discussione agli spazi angusti della cronaca e affrontare politicamente una questione che troppo spesso oscilla tra due posture opposte ma tendenzialmente speculari: la difesa incondizionata delle forze dell’ordine e l’indignazione confinata al singolo episodio. Come mostra il libro, la polizia vive un paradosso strutturale: è l’istituzione chiamata a garantire i diritti fondamentali, ma è anche l’unica autorizzata a limitarli ricorrendo alla forza. Per questo il modo in cui una società organizza, disciplina, controlla e rende responsabile il proprio potere coercitivo dice molto della qualità della sua democrazia. Ne abbiamo parlato con gli autori del libro. PERCHÉ È IMPORTANTE INTERROGARSI SUL MODO IN CUI IL POTERE DI POLIZIA VIENE ORGANIZZATO, REGOLATO E CONTROLLATO? IN CHE TERMINI I RECENTI FATTI DI CRONACA – L’ULTIMO DEI QUALI A BOLOGNA, CON LA TRAGICA MORTE DI ABDERRAHIM FAKIR DURANTE UN INTERVENTO DELLE FORZE DELL’ORDINE – TESTIMONIANO QUANTO QUESTA DISCUSSIONE SIA INDISPENSABILE? G.C.: La morte di Abderrahim Fakir evidenzia, a mio modo di vedere, due aspetti cruciali: il primo attiene alle condizioni strutturali di esercizio del potere di polizia che producono determinati esiti violenti; il secondo riguarda fattori di ordine intermedio, relativi alle forme di regolazione di tale potere. Sotto il primo profilo, la tragica fine di Abderrahim Fakir evidenzia la tendenza strutturalmente espansiva delle prerogative di polizia, cui, in questo caso specifico, sono stati delegati compiti di gestione della sofferenza mentale che potrebbero e dovrebbero essere affidati ad altre agenzie pubbliche. Tale tendenza riflette un carattere originario del potere di polizia, cui storicamente è stato affidato un mandato generale di governo delle fasce sociali marginalizzate. Un mandato che soltanto con lo sviluppo del welfare state era stato in parte circoscritto.poli La fase storica che viviamo è caratterizzata da un’evidente espansione delle prerogative e dei poteri di polizia, ma tale crescita è soprattutto il precipitato di un più profondo processo di recupero, da parte della polizia, delle sue più tradizionali funzioni di governo della popolazione e di mediazione violenta del conflitto sociale, che nei decenni centrali del XX secolo erano state erose. Intere fasce della popolazione hanno oggi nella polizia il primo, se non l’unico, punto di contatto istituzionale e, proprio per questo, le loro esigenze finiscono per essere inquadrate e interpretate attraverso le categorie del “pensiero” della polizia: pericolo, disordine, crimine. Non soltanto la risposta istituzionale offerta dalla polizia in questi casi tende a essere strutturalmente criminalizzante e, come nel caso di Abderrahim Fakir, la sofferenza mentale viene trasformata in una minaccia per l’ordine e la sicurezza pubblica, ma nell’interagire con soggetti che percepisce come “sua proprietà”, affidati al suo esclusivo mandato in quanto ritenuti ontologicamente minacciosi, la polizia tende ad avere meno remore, meno freni morali prima ancora che giuridici, nell’esercizio della coercizione. Veniamo così al secondo profilo che intendevo sottolineare, quello relativo alla regolazione delle prerogative di polizia. Nel nostro Paese tutte le forme di regolazione del potere di polizia sono ampiamente inadeguate, e la nostra ricerca lo mostra chiaramente. È tuttavia lecito domandarsi quanto, in simili condizioni strutturali, anche una migliore formazione e l’introduzione di più adeguati standard operativi riuscirebbero a esplicare pienamente la propria efficacia regolativa, senza che venga neutralizzata gran parte dei freni morali all’esercizio della coercizione che essi dovrebbero instillare negli operatori. In definitiva, la morte di Abderrahim Fakir ci ricorda che non è possibile tematizzare il rapporto tra polizia, democrazia e diritti prescindendo da un’analisi complessiva dell’architettura dei poteri di polizia e circoscrivendo la questione del loro controllo alla sola dimensione delle regole operative. C.C.: Rispetto a quanto detto da Giuseppe, mi sento di aggiungere brevemente due questioni: una che ha a che fare con la regolazione dei poteri di polizia; l’altra, invece, con il ruolo che la polizia svolge e la comprensione sociale di esso. Rispetto al primo, il caso di Fakir è, tra le altre cose, il primo test rispetto all’impatto che le nuove norme introdotte dal governo a tutela della polizia hanno sull’accertamento dei fatti e delle responsabilità nei casi di uso della forza e di violenza poliziesca. Come sappiamo, infatti, in applicazione del c.d. scudo penale (definizione, a mio avviso, fuorviante, ma la uso qui per semplicità), i poliziotti intervenuti al Pilastro non sono stati iscritti nel registro degli indagati ma nel nuovo “modello” previsto per i casi in cui appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una scriminante: nello specifico, con buona probabilità, l’adempimento di un dovere di ufficio (art. 51 c.p.). Se così fosse, sarà interessante vedere quale specifico dovere d’ufficio, visto che nessuna norma autorizza, né tantomeno impone, la contenzione fisica di un soggetto in stato di agitazione da parte della polizia. A ogni modo, questo è solo uno dei diversi profili che l’uccisione di Fakir chiama in causa, sollecitando con urgenza una riflessione critica sulla regolazione dei poteri delle polizie in Italia (una discussione cui stanno contribuendo in molti e molte, anche per via della coincidenza con il venticinquesimo anniversario del G8 di Genova). In relazione al secondo aspetto, che si collega a quanto diceva Giuseppe sulla storica funzione di governo delle marginalità sociali della polizia, la drammatica vicenda del Pilastro pone un interrogativo all’apparenza semplice: perché chiamiamo la polizia? Detta altrimenti, si tratta di chiedersi se la polizia sia davvero l’attore istituzionale cui appellarsi quando in gioco c’è una mera richiesta di “rassicurazione” di fronte a una persona come Fakir, in stato di agitazione, oppure affetta da problemi di salute mentale, o ancora, sotto l’effetto di sostanze (non mi risulta sia questo il caso di Fakir), ma che, in ogni caso, non rappresenta una minaccia per nessuno. Come ho già scritto altrove, riprendendo le riflessioni dell’avvocata statunitense Derecka Purnell, la questione è che più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità e delle persone marginalizzate, più aumenta la probabilità che si verifichino casi come quello del Pilastro. La risposta alla domanda è dunque chiaramente negativa: la polizia non dovrebbe essere l’agenzia pubblica chiamata a intervenire in casi come questi. E attenzione, non si tratta di colpevolizzare chi al Pilastro ha chiamato la polizia: tanto più che dall’audio della telefonata, diffuso dai media, emerge con chiarezza come l’intenzione fosse di chiedere soccorso per Fakir, non un intervento coattivo volto a neutralizzare un soggetto “pericoloso”. Il punto però è che in quartieri e contesti sociali sempre più governati attraverso il dispositivo poliziesco, sistematicamente privati di servizi pubblici e in assenza di politiche pubbliche pensate insieme alle comunità, secondo il modello imposto dal c.d. decreto Caivano, la polizia finisce per diventare l’unica istituzione cui rivolgersi per affrontare problemi che richiederebbero invece competenze e strategie diverse, che nulla hanno a che vedere con le funzioni che, almeno formalmente, sono attribuite alle forze dell’ordine. QUAL È STATA L’URGENZA ACCADEMICA E POLITICA CHE VI HA SPINTO A IMMAGINARE E SCRIVERE QUESTO LIBRO? G.C.: Il libro rappresenta solo un primo tassello di una più ampia ricerca empirica sulla regolazione del potere di polizia, i cui risultati, al momento, sono stati pubblicati soltanto sotto forma di report di ricerca. Sinceramente, non avevamo in programma di scrivere un contributo autonomo di natura teorica sul rapporto tra polizia, democrazia e diritti in Italia. La ricerca che avevamo inizialmente immaginato era più circoscritta e di carattere esclusivamente empirico. Tuttavia, nel corso del lavoro preparatorio alla fase empirica, ci siamo progressivamente resi conto della necessità di ricostruire con maggiore sistematicità le diverse dimensioni del rapporto tra potere di polizia, democrazia e diritti, anche per provare a sganciare il dibattito sull’accountability delle forze di polizia dalla sola questione della responsabilità penale dei singoli operatori, cui ci sembrava fosse confinato. In quest’ottica, avvertivamo anche l’esigenza di rivitalizzare una tradizione di studi teorici sul potere di polizia che, in particolare nel campo delle scienze giuridiche, si era nel tempo parzialmente atrofizzata e frammentata nei rivoli degli specialismi propri delle diverse discipline, perdendo la capacità di cogliere le questioni nel loro insieme e di rivolgersi a un pubblico più ampio. Ci siamo assunti il rischio, accademicamente parlando, di affrontare il tema da un punto di vista dichiaratamente “non disciplinare”, quale quello della filosofia e della sociologia del diritto, nella speranza di avviare un dialogo aperto anche con studiosi appartenenti a discipline che, in passato, hanno offerto un contributo fondamentale all’elaborazione di una “dottrina” dei poteri di polizia. Sotto questo profilo si colloca forse una delle principali, se non la principale, urgenza propriamente “accademica” che ci ha spinto a scrivere il libro: il nostro è anche un appello alla dottrina giuridica italiana, che ci sembrava avesse largamente abdicato al proprio compito di elaborazione teorica sul potere di polizia, lasciando questa materia ai “pratici” o all’elaborazione “interna” all’apparato di pubblica sicurezza. L’ACCOUNTABILITY È UNO DEI CONCETTI CHIAVE DEL LIBRO. PERCHÉ È QUALCOSA DI DIVERSO DALLA SEMPLICE RESPONSABILITÀ? E PERCHÉ RITENETE CHE RAPPRESENTI UNO DEI PUNTI PIÙ CRITICI DEL SISTEMA ITALIANO DI GOVERNO E CONTROLLO DELLA POLIZIA? G.C.: In qualche modo, un primo accenno di risposta a questa domanda è già contenuto in alcune delle nostre risposte precedenti. Il concetto di accountability, com’è noto, non ha un equivalente esatto nella lingua italiana e tende spesso a essere ricondotto all’idea di responsabilizzazione del personale per le condotte illecite o scorrette. Sin dal principio, tuttavia, non siamo mai stati soddisfatti di questa accezione circoscritta del concetto. Le forme di controllo e di responsabilizzazione delle forze di polizia non possono essere comprese prescindendo dall’analisi dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia, dei modelli di governo della polizia, delle forme di regolazione dei poteri e delle prerogative a essa attribuiti, nonché del ruolo degli organismi giudiziari o indipendenti nel controllo e nel monitoraggio del loro esercizio. Naturalmente, non riteniamo che la responsabilità dei singoli operatori sia irrilevante: al tema dedichiamo, del resto, uno dei capitoli più lunghi del libro. Ridurre l’accountability a questa sola dimensione significa però, in qualche modo, accettare implicitamente la retorica delle “mele marce”. C.C.: Sul punto, collegandomi alla risposta di Giuseppe, che condivido, mi sento qui di sottolineare una questione che approfondiamo ampiamente nel libro: l’affidamento in via prioritaria, e sostanzialmente esclusiva, al diritto penale del ruolo di strumento di responsabilizzazione della polizia porta con sé limiti strutturali che contribuiscono a svuotare di efficacia il complessivo sistema di accountability delle forze dell’ordine italiane. Tra i vari limiti del diritto penale che analizziamo nel libro, vorrei accennare a due che mi sembrano particolarmente importanti. Il primo riguarda la natura personale e, quindi, individuale della responsabilità penale che, nel focalizzare l’attenzione sulla condotta dei singoli agenti, rende estremamente difficile l’accertamento del ruolo della c.d. catena gerarchica che, con scelte organizzative o addirittura decisioni operative (mi riferisco qui, in particolare, ai contesti di ordine pubblico), ha contribuito al verificarsi della lesione dei diritti di un soggetto terzo: sia esso un/a manifestante o il presunto autore/autrice di un reato. Non è un caso che questi aspetti emergano, invece, con chiarezza nelle varie sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’operato della polizia italiana, dove l’attenzione si sposta dalle responsabilità personali dei singoli agenti a quelle dello Stato nel prevenire e sanzionare le violazioni dei diritti fondamentali. In secondo luogo, il diritto penale ha, per così dire, soglie di intervento relativamente elevate e richiede in molti casi che la vittima svolga un ruolo attivo nell’attivare il meccanismo repressivo. Questo fa sì che gli abusi di polizia più banali, routinari e quotidiani (lo schiaffo, l’insulto, un piccolo fermo di polizia prolungato, e così via), difficilmente emergano e siano sanzionati. Come scriviamo nelle conclusioni del libro, però, la violenza di polizia va compresa come un continuum che va dai “piccoli” abusi ai fatti più gravi, come quello del Pilastro. È necessario quindi spezzare questo continuum per prevenire eventi drammatici come la morte di Fakir e il diritto penale non sembra essere lo strumento più adatto a farlo. PUR AFFRONTANDO TEMI GIURIDICI E ISTITUZIONALI COMPLESSI, IL LIBRO È SCRITTO CON UNO SFORZO COSTANTE DI CHIAREZZA. QUALE UTILIZZO IMMAGINATE POSSA AVERE DENTRO E FUORI DALL’UNIVERSITÀ, TRA OPERATORI E OPERATRICI DEL DIRITTO, MOVIMENTI, ISTITUZIONI E SOCIETÀ CIVILE? G.C.: Onestamente, è difficile immaginare quale utilizzo gli altri possano fare di questo libro. L’auspicio è di essere riusciti a scrivere un testo che, senza indebite semplificazioni, riesca a rivolgersi a un pubblico più ampio di quello costituito dagli specialisti delle scienze giuridiche o dagli esperti del tema. Ciascuno dei capitoli identifica uno o più nodi problematici relativi al modo in cui, nel nostro Paese, si articola l’equilibrio tra poteri di polizia, controllo democratico e tutela dei diritti. Per questa ragione, ci sembra che il libro tocchi alcuni dei punti nevralgici dell’architettura istituzionale di uno Stato democratico di diritto. Il controllo politico sull’operato delle forze dell’ordine, i limiti costituzionali dei poteri di polizia, il controllo indipendente sul loro esercizio e sull’azione dei singoli operatori sono questioni che dovrebbero essere sottratte alla sola discussione specialistica e riportate al centro del dibattito pubblico. C: Concordo sul fatto che il libro, come ogni libro, una volta pubblicato, sia destinato a seguire un percorso che, in larga parte, prescinde dalla volontà e dalle aspettative degli autori. Mi farebbe piacere, tuttavia, se il nostro lavoro contribuisse ad alimentare un dibattito, anche al di fuori dell’accademia, sui poteri e sul ruolo delle forze di polizia in Italia. Ho l’impressione che negli spazi e nei contesti “sociali” la discussione su questi temi sia spesso polarizzata tra posizioni, da un lato, per così dire, “radicali”, abolizioniste o anti-autoritarie, in cui non trova alcuno spazio il tema di come riformare la polizia; dall’altro, riformiste “deboli”, incentrate, per esempio, sui codici identificativi o sul miglioramento della formazione degli agenti. La ricostruzione proposta nel libro, invece, mette in luce criticità strutturali del sistema di regolazione delle forze di polizia in Italia di cui si discute ancora troppo poco, nonostante siano concausa di quegli abusi e di quelle violenze che troppo spesso siamo costrettə a denunciare. In questo senso, penso che il libro possa contribuire a un dibattito in cui, senza rinunciare a posture radicali, si prenda sul serio la necessità di riforme capaci di limitare i poteri della polizia, rafforzare i meccanismi di controllo e prevenire, per quanto possibile, il ripetersi di casi come l’uccisione di Fakir al Pilastro. In quest’ottica, credo sia possibile insistere sull’urgenza di alcune riforme, tecnicamente praticabili, senza pensarle come alternative a un progetto di trasformazione radicale, bensì come passaggi all’interno di un più ampio processo di cambiamento politico e culturale, coerente con una prospettiva abolizionista o quantomeno “riduzionista”. IN ITALIA IL DIBATTITO SULLA POLIZIA OSCILLA SPESSO TRA DIFESA CORPORATIVA E INDIGNAZIONE – INEVITABILE, MA TALVOLTA INSUFFICIENTE – SUSCITATA DAL SINGOLO CASO DI CRONACA. PERCHÉ È COSÌ DIFFICILE COSTRUIRE UNA DISCUSSIONE PUBBLICA PIÙ STRUTTURALE? COSA MANCA OGGI AL DIBATTITO ITALIANO? G.C.: Sui limiti del dibattito specialistico, e sul modo in cui essi hanno in parte inciso sulla qualità della discussione pubblica, mi sono già soffermato. Anche i riferimenti a istanze di natura abolizionista, che iniziano ad affacciarsi nel dibattito non soltanto specialistico italiano, mi sembrano talvolta formulati in maniera generica, per non dire puramente retorica. Sono personalmente convinto che le posizioni abolizioniste invitino a un salutare esercizio di decostruzione del potere di polizia, a condizione, però, che non si risolvano in una rappresentazione semplificata dell’architettura istituzionale e delle funzioni della polizia in una democrazia avanzata. Per esempio, anziché richiamare un generico abolizionismo, nel libro sosteniamo la necessità specifica di abolire tutti i poteri preventivi, che costituiscono il principale veicolo di espansione dei poteri di polizia nell’Italia contemporanea; di eliminare la scriminante speciale relativa all’uso della forza, retaggio di una concezione autoritaria dei rapporti tra potere di polizia e libertà individuali; e, ancora, di sopprimere qualsiasi regime speciale di procedibilità per i reati commessi dalle forze dell’ordine. Non è possibile comprendere la natura del potere di polizia in Italia senza cogliere l’enorme margine di agibilità giuridica che questa architettura istituzionale lascia all’esercizio della coercizione. C.C.: Rispetto al tema dell’abolizionismo, sono sostanzialmente d’accordo con Giuseppe, per le ragioni che accennavo nella risposta precedente. Al di là di quale sia il punto politico di caduta – se l’abolizione della polizia o una riduzione radicale del suo ruolo nella società –, come ci insegna l’abolizionismo statunitense, si tratta in ogni caso dell’esito di un percorso che chiama in causa ambiti, fattori e processi diversi, non solo istituzionali, ma anche culturali e sociali. In questa prospettiva, le riforme che abbiamo individuato nel libro sono, a mio avviso, coerenti con questo tipo di posture critiche radicali. Detto questo, rispetto al perché sia così difficile oggi costruire una discussione pubblica più strutturale sulla polizia in Italia, penso che due fattori, tra gli altri, abbiano un peso rilevante. Il primo è lo storico atteggiamento deferente della sinistra italiana istituzionale verso la polizia, che oggi si traduce nell’incapacità dei partiti di centrosinistra di prendere posizione sulle questioni fondamentali che riguardano il funzionamento delle forze dell’ordine. Il secondo, invece, è lo scarso spazio che trovano nel dibattito pubblico italiano, soprattutto rispetto ad altri contesti nazionali, le comunità e le soggettività razzializzate che sono esposte in misura sproporzionata agli abusi di polizia. In altri Paesi, infatti, il dibattito critico sulla polizia, dentro e fuori le università, è storicamente animato proprio da persone nere, afrodiscendenti, ispaniche o comunque da movimenti e organizzazioni che nascono all’interno di comunità appunto razzializzate e marginalizzate. Mi sembra che, anche a causa della limitata mobilità sociale che caratterizza la società italiana contemporanea, questo accada ancora troppo poco. Quantomeno su questo secondo fattore, però, sia l’accademia che i movimenti sociali possono fare di più nel dare spazio, includere e amplificare il punto di vista e le riflessioni che vengono dalle soggettività che fanno esperienza quotidiana del modo di operare della polizia italiana. SE DOVESTE INDICARE TRE PRIORITÀ PER UNA RIFORMA DEMOCRATICA DELLA POLIZIA IN ITALIA, DA DOVE PARTIRESTE? QUALI SONO, OGGI, GLI INTERVENTI PIÙ URGENTI E REALISTICAMENTE PERSEGUIBILI? C.C.: Riallacciandomi a quanto detto da Giuseppe nella sua risposta precedente, un’agenda di riforma democratica della polizia italiana non può che partire dall’abrogazione delle norme introdotte in materia negli ultimi anni attraverso la sequela di decreti sicurezza adottati dal Governo, tra cui spiccano l’espansione dei già ampi poteri preventivi attribuiti alla polizia (con l’introduzione del fermo preventivo) e il già richiamato “scudo penale”. Dopodiché, si pone il tema delle scriminanti: una riforma che riconduca l’uso legittimo delle armi (art. 53 c.p.) dentro i confini della legittima difesa – attuale, non quella senza limiti che vorrebbe il Governo –, e che quindi nei fatti abroghi questa scriminante speciale pensata appositamente per la polizia, appare quanto mai necessaria per riportare il ricorso alla coercizione all’interno di un perimetro di legalità costituzionale. Un ulteriore profilo che riguarda l’istituzione di polizia, piuttosto che la regolazione dell’attività operativa degli agenti, è quello della trasparenza: in Italia molti dati sull’operato delle forze di polizia non sono disponibili al pubblico ed è addirittura probabile che non siano proprio raccolti e tantomeno sistematizzati né a livello locale né centrale. In materia di uso della forza, per esempio, non sappiamo quasi nulla su quante volte la polizia ricorra agli strumenti di coazione, né quali strumenti ricorra, in quali circostanze e con quali esiti. Questa mancanza di trasparenza si riflette evidentemente anche sul grado di accountability delle forze dell’ordine, e costituisce un ostacolo a qualsiasi tentativo di promuovere dall’esterno dei cambiamenti nell’organizzazione e nelle modalità operative delle polizie. Infine, una riforma di cui si parla da anni, ma che oggi sembra quanto mai distante, è l’istituzione di un organismo indipendente di tutela dei diritti umani che abbia una competenza sull’azione di polizia nel suo complesso. Un organismo che manca nel sistema italiano, nonostante sia invece presente, con diverse declinazioni, in quasi tutti gli ordinamenti democratici. Per avere un’idea del significato di tale assenza, basta pensare all’impatto che avrebbe sul controllo esterno sui luoghi di privazione della libertà personale l’eliminazione dell’attuale sistema dei garanti dei detenuti. G.C.: Sono naturalmente d’accordo con Carlo nel ritenere che i poteri preventivi di polizia, la scriminante speciale relativa all’uso della forza e i regimi di procedibilità specifici per il personale appartenente alle forze di polizia rappresentino tre caratteristiche strutturali particolarmente problematiche dell’architettura istituzionale dei poteri di polizia in Italia. Si tratta di elementi che si pongono in grave ed esplicita tensione con i principi costituzionali e che rivelano una matrice profondamente autoritaria, rispetto alla quale non è possibile intervenire se non attraverso la loro radicale abolizione. Un altro tema che abbiamo cercato di porre nel libro è quello dei rischi di cattura politica delle forze di polizia. Si tratta di una questione sulla quale la storiografia e la letteratura sociologica – penso, in particolare, ai lavori di Di Giorgio e Palidda – si erano soffermate in passato e che noi cerchiamo di inquadrare dal punto di vista delle sue condizioni istituzionali di possibilità, evidenziando i principali nodi problematici dell’architettura di governo delle forze di polizia in Italia. C’è, infine, un tema che mi sta particolarmente a cuore e che forse emerge in maniera meno esplicita nel libro, ma sul quale abbiamo raccolto una mole significativa di materiale empirico, cui speriamo di dare presto la visibilità che merita: quello dell’architettura gerarchica e militarizzata delle organizzazioni di polizia. Occorre, in sostanza, chiedersi seriamente come possano organizzazioni strutturate attorno al potere pressoché assoluto dei superiori nei processi di valutazione e di controllo disciplinare interno rappresentare un presidio a tutela dei diritti fondamentali. Organizzazioni di questo tipo, oltre ad avvilire l’autonomia e la professionalità dei propri membri, li abituano alla vessazione quotidiana come principio di regolazione e criterio guida dell’azione, rafforzando un modello di obbedienza cieca e acritica che costituisce una delle principali condizioni organizzative per il riprodursi di una cultura professionale autoritaria, violenta e incline all’abuso di potere. In definitiva, la polizia italiana si configura come un apparato dotato di poteri esorbitanti, fortemente esposto alle pressioni politiche e incapace, a causa dei rigidi vincoli gerarchici interni, di sviluppare anticorpi in grado di prevenire il riprodursi di condotte abusive. Di fronte a un quadro di questo tipo, il controllo esercitato dalla sola magistratura non rappresenta un contrappeso adeguato, se non è accompagnato da forme di controllo democratico e civile alle quali le forze politiche e istituzionali sembrano talvolta aver abdicato. Immagine di copertina di Pedro18 via Pexels Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il potere della polizia e la qualità della democrazia. Intervista con Campesi e Caprioglio proviene da DINAMOpress.
July 30, 2026
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Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi
Ogni anno all’avvicinarsi del 3 di agosto il popolo ezida si prepara a ricordare il genocidio del 2014, arrivato come uno tsunami implacabile sui suoi villaggi nel distretto di Shengal, nel nord-ovest dell’Iraq. Tutto è stato travolto, a partire dalle vite spezzate di uomini, donne anziane e ragazzi uccisi e gettati in fosse comuni, quelle scoperte fino a oggi sono più di ottanta, e da quelle piegate delle donne, delle bambine e dei bambini rapiti dallo Stato Islamico. Più di diecimila morti, oltre seimila persone rapite, le donne ridotte in schiavitù e i bambini addestrati come soldati del Califfato, circa il 75% di sfollati e sfollate (oltre 350.000 persone su una popolazione che in quel momento si aggirava intorno ai 500.000 individui) e tra il 70% e l’80% di case e infrastrutture distrutte. La città di Shengal ridotta in macerie. Questo per restare solo al calcolo nudo e crudo dei numeri.  > Lo Stato Islamico ha cercato il genocidio degli ezidi, l’ha pianificato e l’ha > messo in pratica. Per l’Is, organizzazione terroristica jihadista, che ha > seminato il terrore tra Siria e Iraq ma anche in diverse città europee e non > solo, il popolo ezida meritava la violenza a cui è stato sottoposto per la sua > venerazione dell’Angelo Pavone, quell’angelo caduto che per cristiani e > musulmani corrisponde a Lucifero. Ma l’Is era interessato anche alle terre degli ezidi perché collocate su quella linea di continuità tra le due città più importanti già conquistate: Mosul, in Iraq, e Raqqa, la capitale dell’autoproclamato Califfato, in Siria. I villaggi ai piedi della montagna degli ezidi e quelli ancora più a valle, insieme alla città di Shengal, capoluogo del distretto, sono stati occupati con facilità dallo Stato Islamico perché i peshmerga del Kdp (Partito democratico del Kurdistan), stanziati nell’area per difenderla, si sono ritirati poco prima che l’orda jihadista arrivasse. In quei villaggi le famiglie ezide vivevano dagli anni ‘70 e ‘80, trasferite di prepotenza dal Ba’th, il partito guidato da Saddam Hussein, per dare seguito alle campagne di arabizzazione che stavano prendendo piede. Fu proprio il raìs a ordinarle e colpirono anche altre comunità, come quelle curde, turkmene e assire. Il Monte Shengal è un pezzo della storia identitaria del popolo ezida perché è il suo monte sacro, ricco di templi appartenenti a questa cultura. La rimozione forzata della popolazione serviva proprio a questo scopo, ossia spezzare il potente vincolo identitario che univa la comunità alla sua terra, stravolgendo la quotidianità a cui era abituata, tra la pastorizia e l’agricoltura, in un luogo di legami ancestrali e sociali che mantenevano in vita questo antico culto, quello ezida per l’appunto. Improvvisamente gli ezidi si sono ritrovati a lavorare per altri, in condizioni difficili e di povertà. I loro figli e le loro figlie servivano da mano d’opera per il padrone e a farne le spese non è stata solo la loro infanzia ma anche la loro istruzione. > La vicinanza dei villaggi collettivi ezidi con le comunità arabe e il lavoro > svolto per queste doveva favorire la loro assimilazione, cosa che però non è > mai avvenuta. L’oppressione ha lavorato nel senso contrario, rafforzando le > radici identitarie da trasmettere orgogliosamente alle nuove generazioni. Sul Monte Shengal solo poche famiglie sono riuscite a evitare la deportazione e diverse di loro non hanno lasciato la loro terra nemmeno quando l’Is stava avanzando. L’organizzazione jihadista non ha mai conquistato il Monte Shengal che è stato difeso sul terreno dalle Ybs e dalle Yjs, le unità di resistenza ezide, nonché dal Pkk insieme alle Ypj e Ypg, unità di protezione curde provenienti dal Rojava, dai peshmerga e dalla Coalizione internazionale anti-Is con i bombardamenti dal cielo. Cimitero ezida, foto di Mirca Garuti Quando nel 2017 lo Stato Islamico è stato sconfitto in Iraq e ha abbandonato anche i villaggi ezidi, alcune famiglie di questa comunità hanno da subito fatto rientro nel distretto. Diverse non hanno più trovato le loro case, distrutte dai jihadisti in ritirata, e hanno cominciato a ricostruirle riprendendosi la montagna. Hanno trascorso anni nelle tende lasciate sul terreno dall’Unhcr e da Save the children quando hanno deciso di concludere la loro missione. Oggi alcune di queste sono state trasformate in magazzini o garage per le macchine perché le prime case ricostruite iniziano a rendere evidente la ripartenza della comunità. Tuttavia le difficoltà sono ancora molte perché Shengal continua a essere una zona pericolosa, tra le cellule dell’Is non distanti dal suo territorio e la contesa tra il governo centrale di Baghdad e quello del Kurdistan iracheno, entrambi interessati a governare l’area, che rallenta la ricostruzione dei servizi e impedisce il rientro delle famiglie sfollate che continuano a vivere nei campi profughi. Il rischio è che in questo modo possa compiersi una sostituzione etnica nel distretto. A rendere la situazione più complicata è la povertà diffusa per la scarsità di opportunità di lavoro, che fa sognare ai giovani meno coinvolti politicamente di lasciare l’Iraq.  C’è però chi resiste, non se ne va e lavora per ridare pienamente vita a quei luoghi, nonostante le tensioni e i pericoli. La politica aggressiva della Turchia, che nel distretto di Shengal prende di mira le figure più esposte dell’Amministrazione autonoma di Shengal, accusandole di essere una costola del Pkk, espone infatti ogni membro della comunità al rischio di perdere la vita sotto i bombardamenti dei droni turchi, come è accaduto nel giugno del 2022 a un ragazzino ezida di dodici anni, ucciso a Sinune dall’azione di un drone che ha colpito l’edificio del Consiglio del popolo, situato vicino al negozio dove lavorava. Molti paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio del 2014 ma tra questi non c’è l’Italia, sebbene a febbraio del 2025 il parlamento abbia votato la mozione presentata dall’on. Laura Boldrini che chiede al governo di procedere in tal senso. La legislatura sta volgendo al termine e sarebbe un gesto politico importante se il governo riconoscesse la tragedia vissuta dal popolo ezida a causa del brutale attacco dell’Is, così come il Taje (Movimento per la libertà delle donne ezide) ha chiesto con la lettera inviata nel luglio dell’anno scorso a diciannove governi, tra cui quello italiano. Foto di copertina di Mirca Garuti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Dalla campagna di arabizzazione al genocidio ezida del 2014 fino a oggi proviene da DINAMOpress.
July 29, 2026
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