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Il bilancio di una delegazione in Rojava
Le delegazioni nel Nord e dell’Est della Siria (Rojava) sono state tra le iniziative di solidarietà internazionale organizzate dopo gli attacchi del 6 gennaio da parte del Governo di Transizione Siriano (STG) verso due quartieri a maggioranza curda di Aleppo. Questi attacchi in pochi giorni si sono estesi verso tutta l’Amministrazione Autonoma Democratica del Nord e dell’Est della Siria (DAANES). In tutto il mondo si sono moltiplicate azioni e mobilitazioni, con l’obiettivo di manifestare l’opposizione agli attacchi coordinati e la complicità dell’occidente, ma soprattutto di difendere la proposta politica di pace e convivenza implementata dal Movimento di liberazione per il Kurdistan proprio al centro del dilaniato Medio Oriente.  Si sono susseguiti così due gruppi; il primo ha passato il confine tra il Kurdistan Iracheno e il Nord-Est della Siria mentre le linee di autodifesa delle Syrian Democratic Forces (SDF), assieme alle Unità di Protezione del Popolo (YPG) e delle Donne (YPJ), stavano rispondendo agli attacchi dell’esercito del Governo di Transizione Siriano, alla Turchia e alle milizie dell’ISIS. Il secondo qualche settimana dopo, nel momento delle trattative. Quest’articolo è una restituzione di entrambe le delegazioni. LE MODALITÀ DELL’INTEGRAZIONE Il 30 gennaio sono stati firmati gli accordi per una graduale integrazione della DAANES nello stato siriano. Proprio questi accordi erano al centro degli interrogativi che hanno mosso chi ha partecipato alla delegazione, mentre i media mainstream europei narravano degli avvenimenti come la fine della rivoluzione. «Le strade che percorriamo per raggiungere la prima delle città sono dritte, per chilometri viaggiamo tra i campi, verdi e rigogliosi, quest’anno promettono un buon raccolto. Questa vista solleva in noi delle domande: come verranno gestite ora le terre coltivate, che soffrono la siccità a causa dei blocchi dei fiumi e delle acque da parte della Turchia?» – si domanda Teresa. L’inverno è stato piovoso, ha anche nevicato, sollevando il morale delle persone. Che ne sarà dell’impegno nella realizzazione di sistemi democratici di organizzazione agricola per soddisfare i bisogni della società? Il nostro sguardo passa anche sui macchinari di estrazione di petrolio. Chi lo gestirà ora? Che ne sarà del controllo popolare? > Queste domande, che spesso osservano gli aspetti più pratici, troveranno > spesso risposte che evidenziano le fondamenta di questa rivoluzione. Tutti i > rappresentanti ci comunicano che è difficile ora prevedere in che modo > procederanno gli accordi, ma tutti sono consapevoli dell’importanza di > assolvere i propri compiti per evitare nuovi attacchi. Questo accordo è stato imposto con la guerra, ma la grande resistenza popolare ha reso possibile le trattative. Sul piano militare, un buon esito dei negoziati tra DAANES e Damasco è il mantenimento dell’autonomia di comando di Forze Democratiche Siriane (SDF), Unità di protezione del popolo (YPG) e delle Donne (YPJ). Sul piano amministrativo invece i rappresentanti del Consiglio del Popolo del distretto di Derik, che sono tra i primi rappresentanti che le delegazioni incontrano, raccontano di essere incerti sull’implementazione delle procedure di integrazione; a una domanda di chiarimento ci viene risposto con un’altra domanda: «voi per caso sapete come funziona il sistema amministrativo del Governo di Transizione di Damasco? In un anno di insediamento non hanno fatto altro che portare avanti guerre e massacri contro diverse comunità in Siria, come i Drusi e gli Alawiti. Hanno lavorato ben poco sul piano amministrativo». Teresa continua: «Durante i giorni passati in Rojava capiamo che vanno sviluppate diverse lenti per comprendere la fase e quali sono le reali garanzie che permettono di rafforzare le basi della rivoluzione in questo scenario». Una di queste lenti viene data da Ilham Ehmed, responsabile degli affari esteri e del processo di integrazione insieme a Mazlum Abdi, il comandante delle SDF.  Quindi viene da chiedersi come sia possibile portare avanti un processo di integrazione quando la controparte sono bande jihadiste sotto diversa veste, che lottano contro i principi dell’umanità. Ilham Ehmed risponde evidenziando un’importante differenza: tutte le organizzazioni attualmente esistenti di giovani e di donne, così come il sistema delle comuni e dei consigli per l’autogoverno popolare rimarranno gli stessi. Ciò che cambierà saranno le persone all’interno delle istituzioni, che lavoreranno insieme a quelle del governo centrale, ma il movimento sociale resterà invariato. Allora ci facciamo un’altra domanda: come è possibile portare avanti la rivoluzione se il nemico che ha compiuto massacri verso il tuo popolo si trova nell’ufficio accanto al tuo? Ilham ribadisce che ogni persona dell’ex-DAANES che lavorerà nelle istituzioni ufficiali, così come nelle forze di sicurezza interne, sarà organizzata anche nel sistema politico confederale, avrà la sua comune di riferimento (il gruppo organizzativo alla base dell’autogoverno della società) e parteciperà così al sistema democratico. In questo modo si contrasterà il rischio di assimilazione. Questa non è solo una risposta dettata dalla situazione, ma parte della strategia che dagli anni 2000 viene seguita dal Movimento curdo, a maggior ragione dalla chiamata di pace del leader Abdullah Öcalan del 27 febbraio 2025. Abbandonata la lotta armata, l’obiettivo è estendere l’organizzazione a tutta la società, in modo più capillare, con un’idea di democrazia diversa da quella degli stati liberali, una democrazia che può esistere solo se ogni persona è attiva e si organizza per esprimere la sua volontà. Le stesse persone che incontriamo nelle comuni della società lo confermano: più sarà forte e radicato il senso di autorganizzazione, minore sarà il potere dello stato. LA QUESTIONE DELLE DONNE Uno dei pilastri della rivoluzione in Rojava è la liberazione della donna, che è stato sviluppato negli anni dal punto di vista di miglioramenti sociali, di una Unità di Difesa armata, un sistema di co-presidenza nelle istituzioni, e di una graduale accettazione di questo principio da parte degli uomini.  Le delegazioni ne hanno parlato con Rohilat Afrin, comandante delle YPJ, che ci dice chiaramente che non verrà accettata una realtà in cui le donne non hanno voce in capitolo nella politica, non possono educarsi e non possono organizzarsi per l’autodifesa. Ci sono alcuni incontri con le responsabili delle strutture delle donne, che raccontano che l’accordo con Damasco è un enorme passo indietro, perché non rispetta il sistema della co-presidenza e non contempla la liberazione delle donne al suo interno. La guerra ha già portato a grandi perdite; le città di Tabqa e Raqqa, liberate nel 2017 dal controllo dell’ISIS, erano al centro degli sforzi per concepire la possibilità di un Islam democratico con protagoniste le donne. I jihadisti che sono tornati a controllare queste città hanno svuotato i centri come l’associazione delle donne Zenobia, portando tante giovani e donne a scappare o alla morte.  > Rohilat Afrin parla anche della situazione delle Unità di Difesa delle Donne > (YPJ), le forze armate femminili che sono state fondate per l’autodifesa delle > donne. Nell’accordo non sono incluse al momento, ma insiste sul fatto che loro > ci saranno, perché le donne non sono ancora libere e vogliono difendersi da > sole. Le delegazioni incontrano anche delle combattenti ferite. I loro racconti e le loro parole sono pieni di dignità, e trasmettono la perseveranza e il coraggio delle giovani che difendono i diritti delle donne e la possibilità di partecipare alla vita sociale e politica. Queste unità di difesa infatti sono prima di tutto formate per difendere questi valori e l’esistenza delle donne. Un giorno la delegazione è andata al centro giovanile, dove insieme ai giovani e alle giovani del posto dipingevano un murales che raffigura una donna con una lunga treccia. È il simbolo delle donne che si uniscono, dopo che i jihadisti hanno tagliato una treccia a una combattente uccisa, profanando il corpo. Per settimane fino a oggi la risposta è stata larga, dalle bambine alle donne di ogni età, ci sono state iniziative in cui il simbolo era intrecciarsi i capelli, con il messaggio che per ogni donna che viene attaccata, altre mille si solleveranno per difenderla. Molte conversazioni con le persone riguardavano anche un’altra questione delicata: le zone a maggioranza araba e la convivenza la popolo curdo e arabo. La maggioranza araba infatti, ancora molto influenzata dai clan di proprietari terrieri (vicine all’ex-regime Assad ed ora alleati dei jihadisti al governo), non ha permesso di creare le condizioni di autodifesa che sono state garantite in città come Heseke e Qamishlo.  Questa situazione ha contribuito ad accentuare una contraddizione che indebolisce la proposta di convivenza su cui da decenni lavora il Movimento, l’unità nelle differenze: la stessa superficialità con cui vengono descritti e fomentati i conflitti sulla base etnica in Occidente, in questo caso tra Curdi e Arabi, viene usata anche qui per alimentare questa guerra. Nonostante la forte presenza di arabi nella società, nelle istituzioni e in ogni grado delle forze di autodifesa, i pensieri e le conversazioni nei giorni dopo la mobilitazione generale sono caratterizzate da un senso di tradimento riguardo alla la resistenza sociale; ed è proprio in questo senso di sofferenza e dolore che operano le armi del divide et impera per tagliare i legami che tengono assieme le comunità in lotta multietniche.  Ora la situazione in Medio Oriente è in una rapida escalation, nel centro della terza guerra mondiale. Tornando dal Rojava abbiamo portato con noi un messaggio: se verranno attaccate le aree autonome di Shengal e di Qandil, sarà necessaria una grande risposta internazionale, come è stato per il Rojava. Abbiamo sentito l’importanza di difendere questa rivoluzione, perché è un modello di alternativa al capitalismo e al sistema di sfruttamento delle persone e della natura. La copertina è di Kurdishstruggle (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il bilancio di una delegazione in Rojava proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
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“Garibaldini” senza Casale, una battaglia per la città pubblica a Roma Est
Alle 9 e 15 un gruppo di persone inizia a radunarsi in un parcheggio di fronte a un cancello solitamente aperto. Siamo in via Romolo Balzani 87, di fronte al Mercato Casilino 23, al confine tra Centocelle e Torpignattara, a Roma. Il cancello porta a un edificio colorato da vari murales, immerso in un parco verde con alcune panchine: è il Casale Garibaldi. È un lunedì di febbraio e quel cancello viene chiuso. Attiviste, attivisti, cittadine e cittadini non si sono riunite per le solite attività: il corso di pittura su ceramica, il laboratorio di teatro, quello di fotografia, lo studio musicale, la scuola popolare. > Sono qui per andare alla sede del Consiglio Municipale di zona in via > Perlasca: lì si terrà una manifestazione per difendere la sorte > dell’Associazione culturale Casale Garibaldi, che da quarant’anni gestisce > questo spazio e ora rischia di perderlo. L’ingresso dell’edificio è piccolo e affollato: un tavolino con volantini colorati, alcune sedie, un compensato con appiccicati poster di tutte le dimensioni. Si passa poi per un corridoio stretto, con giocattoli sparsi da un lato e la segreteria dall’altro. In fondo, un bancone da bar con davanti un divano, pieno di cuscini e cappotti. Siamo nel cuore del Casale: di fronte al bar c’è un salone vuoto, in continua trasformazione: sala prove per attrici e attori, palco per le band, luogo di riunione e di creazione per i collettivi. Un ritrovo per tutti. «Dal 2017 c’è stato un grande ricambio, abbiamo cercato di mantenere la partecipazione di tutte le componenti storiche, ma allo stesso tempo di svecchiarci», racconta Valeria, attivista del Casale che insieme ad altre e altri ha preso le redini dell’associazione dal 2017, anno in cui è scaduta la prima concessione dello spazio, risalente al 2011. «Negli ultimi anni abbiamo collaborato molto anche con i collettivi studenteschi, perché anche il ricambio generazionale è un tema. Però è difficile tenere assieme tutto, soprattutto in questo clima», conclude Valeria, alludendo all’incertezza di questi mesi. «A metà gennaio, quando esce la graduatoria, scopriamo che non siamo assegnatari. Dagli unici atti disponibili sul sito del comune risultano vincitrici altre due associazioni in combinazione» spiega Emiliano Viccaro, anche lui attivista della prima ora che oggi gestisce l’associazione, oltre a far parte delle Camere del lavoro autonomo e precario (Clap). Casale Garibaldi ha partecipato a un bando relativo all’articolo 42 della delibera 104 del 2022, nata per regolare l’assegnazione di immobili comunali per finalità di interesse generale. La delibera nasce per riconoscere esperienze con una lunga storia di attività sociali, politiche e culturali, senza però procedere con un’assegnazione diretta, ma prevede una «premialità» per le realtà che hanno maturato «esperienza nell’immobile oggetto di concessione». Una sorta di “sanatoria”, dunque, che prevede una finestra pubblica di 30 giorni in cui altre realtà possono manifestare un interesse e partecipare all’avviso. Il bando per l’assegnazione dello spazio di via Romolo Balzani viene indetto a settembre 2025. > L’associazione Casale Garibaldi, già assegnataria, partecipa rispettando i > criteri: è in regola con i pagamenti, ha una concessione scaduta e presenta un > progetto con obiettivi di inclusione sociale. Nel pieno spirito della delibera > 104, che pure sembra essere contraddetto dal risultato. Nel piazzale dell’aula municipale di via Perlasca c’è una folta delegazione dell’associazione. In prima linea le signore del gruppo di pittura su ceramica e porcellana, come Maria, membro dal 1988, con in mano il cartello «la nostra città contro guerra e povertà». Alcune persone sono venute da fuori Roma, come Antonella: «ho frequentato Casale Garibaldi negli anni Novanta, poi mi sono trasferita, ma sono tornata perché ho un ricordo sentimentale legato al Casale». Insieme ai membri storici sono presenti anche alcune bambine e alcuni bambini che hanno decorato cartelli e striscioni coi loro disegni: fanno parte del gruppo di lettura organizzato dai genitori del quartiere. Tra i più giovani ci sono anche le ragazze e i ragazzi del collettivo Francesco d’Assisi, dal nome di un liceo della zona. «Vado al Casale almeno due volte a settimana, per andare a ripetizioni o alle riunioni del collettivo», racconta Rimes, che frequenta il liceo scientifico ed è una presenza fissa del collettivo, oltre che della scuola popolare del Casale. «All’inizio facevamo le riunioni sui tetti dei centri commerciali, nei parchi o dove capitava» spiega Simone, che invece è in quinta e frequenta il collettivo da più tempo. «Il salto di qualità è avvenuto quando abbiamo iniziato a farli al Casale, il che ci consentiva di stare in uno spazio che offre una certa idea di mondo: prima non avevo idea di cosa fosse o cosa facesse un centro sociale». Secondo Flavia, che va in terza ed è tra chi si prepara a prendere le redini del collettivo l’anno prossimo, Casale Garibaldi è un luogo sicuro: «al Casale ci aiutano se c’è una difficoltà politica a scuola, o anche solo con un confronto con persone più grandi che hanno fatto lotte simili. E poi ci riconoscono come parte del quartiere e dell’associazione». > È evidente l’impegno politico e sociale del Casale, caratterizzato da una > partecipazione trasversale. «Rispetto agli altri, l’associazione aveva un > vantaggio accumulato storicamente come radicamento nel quartiere» afferma > Fabio Grimaldi, avvocato militante che con il suo studio difende la causa del > Casale. «Il provvedimento assegna però la gestione a due associazioni senza > questo radicamento sociale: quali criteri di valutazione sono stati > adottati?». Per rispondere, è stata fatta richiesta di accesso agli atti, in modo da poter impugnare la sentenza e fare ricorso al Tar. Sono sospetti anche i tempi con cui la commissione giudicatrice ha analizzato i progetti: il verbale redatto certifica in sette ore, dalle 10 alle 17, il tempo dedicato all’apertura delle buste, l’analisi e la proposta di aggiudicazione della “gara”. Un tempo davvero ridotto per svolgere una valutazione accurata. I dubbi sono legittimi visti i requisiti del bando, gli obiettivi della delibera 104 e il clima che i membri del Casale hanno constatato negli ultimi anni. C’è infatti da considerare il quadro politico. «Quello che è avvenuto in queste settimane è l’apice di un assedio che subiamo dal 2017: da quel momento in poi abbiamo vissuto un vero e proprio calvario politico, burocratico e tecnico», afferma Emiliano. Un assedio che ha condotto a tre processi: il primo per la restituzione dell’immobile in attesa di un nuovo bando, il secondo per le accuse di abuso edilizio e il terzo per il ricalcolo del canone agevolato previsto per le attività del terzo settore. Tre processi, due vittorie del Casale, 20.000 euro spesi per difendersi. I mezzi sono stati di natura tecnica e burocratica, ma le responsabilità sono politiche, insistono le attiviste e gli attivisti. «Nemmeno con l’insediamento della giunta di centro sinistra, nel 2021, è avvenuto un cambio di passo: la nuova amministrazione non è riuscita a portare avanti gli ideali della delibera 104, che ha contribuito a scrivere», conclude Emiliano. Sono le stesse istanze presentate in assemblea il 9 febbraio scorso: «stiamo giocando una partita che parte da uno spazio ma che ambisce a un modello sociale che riguarda tutta la metropoli» – conclude Emiliano come portavoce. In aula, dopo il suo intervento si sentono applausi, fischi, piedi che battono a terra e un tamburo che suona. La riunione si interrompe e i consiglieri del Municipio parlano con alcune attiviste e alcuni attivisti del Casale: i primi si prendono la responsabilità di indagare gli aspetti denunciati, i secondi promettono di portare avanti il ricorso e intensificare la mobilitazione sociale contro il provvedimento. «È importante che ci sia l’impugnazione a livello formale, oltre alla protesta», fa notare l’avvocato Fabio Grimaldi. «Proporremo l’istanza per la sospensione del provvedimento in autotutela e addirittura l’annullamento: speriamo che questo dia la possibilità di ripensare la decisione». > La richiesta è che lo spazio rimanga all’associazione mentre si attende la > pronuncia del Tar. Il processo formale serve anche ad affermare il valore dei > centri sociali, luoghi di elaborazione culturale e politica, avamposti e > strumenti di democrazia partecipata. «Casale Garibaldi si iscrive dentro questa dimensione culturale e politica, che però è anche legale, perché è fatta di conquiste di diritti molto importanti», conclude Grimaldi. Ed è per il riconoscimento di questo patrimonio che oggi attiviste, attivisti, cittadine e cittadini stanno protestando: non è solo per Casale Garibaldi, è per il diritto a esistere degli spazi sociali. La copertina è di Casale Garibaldi SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo “Garibaldini” senza Casale, una battaglia per la città pubblica a Roma Est proviene da DINAMOpress.
March 23, 2026
DINAMOpress
Solidarietà contro gli arresti a Milano, opporsi al genocidio non è reato
A seguito dell’ondata repressiva che ha toccato la città di Milano in questi ultimi giorni, ripubblichiamo il comunicato stampa diffuso dal CSA Lambretta. In piazza lo scorso autunno contro il genocidio a Gaza e per denunciare le complicità del Governo Meloni c’eravamo tutte e tutti. Solidarietà al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle. La Redazione di DINAMOpress Esc Atelier Autogestito In questo momento a Milano è in corso un’operazione repressiva di polizia che coinvolge decine di persone, 11 appartenenti al CSA Lambretta e a Gaza FREEstyle. Per ora il procedimento penale riguarda 27 persone (con diverse misure cautelari) in riferimento allo sciopero generale – contro il genocidio del popolo palestinese e al fianco della Global Sumud Flottilla – per Gaza del 22 settembre, conclusosi con il tentativo di occupare Stazione Centrale: un’azione di massa, non certo riconducibile a un singolo gruppo politico o, come alcuni giornali hanno suggerito, etnico. È stata l’azione di un corpo collettivo, nel contesto di rivolta sociale che ha attraversato l’Italia: “Blocchiamo tutto” erano le sue parole d’ordine. In quelle settimane di mobilitazione, milioni di persone sono scese in piazza in decine di città italiane ed europee per chiedere la fine della guerra genocida di Israele nella Striscia di Gaza e denunciare le responsabilità politiche che l’hanno resa possibile (e continuano a farlo). Le complicità del nostro governo, dell’Unione Europea, del Nord Globale: continuiamo ad avere rapporti diplomatici ed economici con Israele, ma soprattutto continuiamo a vendere loro armi. Secondo i dati diffusi dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali, dal 7 ottobre sono state uccise decine di migliaia di persone palestinesi, una percentuale enorme delle quali bambini e bambine. Più dell’80% delle città è stato completamente raso al suolo. Senza dimenticare la distruzione di un intero ecosistema. La popolazione di Gaza continua a vivere sotto assedio anche adesso, nonostante la “tregua”, amministrata dal Board Of Peace per conservare i profitti e le conquiste di Israele e i suoi alleati. Le infrastrutture civili sono distrutte, gli ospedali ridotti a nulla o al collasso: una crisi senza precedenti. > In questo contesto, la mobilitazione sociale è diventata uno degli strumenti > principali attraverso cui una parte crescente della società civile prova a > opporsi a quella che molte organizzazioni internazionali definiscono una > punizione collettiva su larga scala. I provvedimenti e le misure cautelari che oggi colpiscono attivist* e militanti a Milano non sono un episodio isolato: negli ultimi mesi centinaia di persone in tutta Italia e numerose realtà sono state raggiunte da denunce, arresti, DASPO urbani e altre limitazioni della libertà personale per aver partecipato a cortei, blocchi, scioperi e azioni di disobbedienza civile legate alla solidarietà con la popolazione palestinese. Un’escalation repressiva che riflette una tendenza più ampia: negli ultimi anni l’utilizzo di strumenti amministrativi e giudiziari contro le mobilitazioni sociali è aumentato in modo significativo, trasformando spesso il dissenso politico in questione di sicurezza nazionale, ovvero in difesa dello status quo. Il governo Meloni attacca sistematicamente le realtà sociali organizzate – forte dell’approvazione dei decreti sicurezza – per limitarne l’agibilità politica e silenziarne la capacità di costruire conflitto e proposte. Non si tratta soltanto di colpire singoli episodi di protesta, ma di intervenire su quei luoghi collettivi che negli anni hanno costruito spazi liberati, pratiche vive di cittadinanza. Non è casuale, inoltre, il tempismo di questa operazione. Arriva pochi giorni prima della grande mobilitazione nazionale “No Kings” che stiamo costruendo insieme a decine di realtà sociali e politiche e che porterà migliaia di persone in piazza il 27 e il 28 marzo a Roma. Due giornate di iniziative contro la guerra, il riarmo e le gerarchie di potere che continuano a produrre conflitti e disuguaglianze. E arriva anche a poche settimane dalla partenza di una nuova missione della Global Sumud Flotilla, un’iniziativa internazionale che punta ancora una volta a rompere l’isolamento della Striscia di Gaza e a portare aiuti umanitari alla popolazione civile, sfidando un blocco che dura ormai da oltre quindici anni. Come CSA Lambretta e Gaza FREEstyle siamo impegnati in questi mesi e in queste settimane per dare il nostro contributo alla nuova missione in partenza. Nonostante gli ostacoli e le difficoltà che inevitabilmente deriveranno da queste misure repressive, il nostro impegno non si ferma. Al contrario, si rafforza. Perché la storia dei movimenti sociali insegna che ogni tentativo di criminalizzare il dissenso nasce dalla paura che quel dissenso possa diventare contagioso, capace di mettere in discussione l’ordine delle cose. Viviamo in un tempo segnato da crisi economiche ricorrenti, guerre sempre più tecnologiche e diffuse, crescita vertiginosa delle spese militari e concentrazione del potere nelle mani di élite sempre più ristrette. L’industria militare ha ottenuto profitti record negli ultimi anni negli ultimi anni, mentre intere fasce della popolazione continuano a subire precarietà, impoverimento e tagli ai servizi essenziali. In questo scenario, le prime a pagare il prezzo delle scelte politiche e militari sono sempre le persone comuni: è la cancellazione di ogni possibilità di presente e di futuro. Per questo continuiamo a pensare che sia necessario immaginare e costruire un mondo diverso, in cui la vita e la dignità delle persone tornino a essere centrali e in cui l’economia dal basso del benessere sociale sostituisca l’economia di guerra e di occupazione. Una società fondata sull’etica dell’empatia e della libertà, non dell’autorità e della ricchezza. Ogni volta che si prova a zittire una piazza si finisce soltanto per riempirne un’altra: ci vediamo là, dove siamo sempre stat*. Per sostenere le spese legali: Intestazione: “Mutuo Soccorso Milano APS” C/O Banca Etica Causale: Spese legali Iban: IT92F0501801600000016973398 La copertina è di Milano in Movimento SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Solidarietà contro gli arresti a Milano, opporsi al genocidio non è reato proviene da DINAMOpress.
March 20, 2026
DINAMOpress
Il Paese che non si guarda allo specchio
Italia, anno 2025. Tra le magrissime misure di sostegno al lavoro di cura che fa girare il mondo e permette al capitale di continuare a fare profitti, la manovra di bilancio del governo Meloni rilancia un “bonus mamme”: una prestazione che mira a offrire qualche spicciolo alle lavoratrici – o piuttosto alle lavoratrici che hanno anche un lavoro remunerato fuori casa – con due o più figliɜ. Per un paradosso che è tale solo in apparenza – benvenutɜ nel capitalismo razziale e patriarcale! – sono escluse dalla misura le lavoratrici domestiche, alle quali peraltro non spetta quasi nessuna delle prestazioni e delle tutele legali connesse alla genitorialità. In larga parte migranti e razzializzate, le lavoratrici domestiche che si prendono cura delle famiglie altrui restano così escluse dalle poche forme di protezione e riconoscimento del lavoro di cura nei confronti dei propri affetti. Dentro lo stesso orizzonte normativo in cui la matrice razzista e eteronormativa del diritto si incontrano, le relazioni di cura e di affetto delle persone lgbtgia+ mancano crudelmente di riconoscimento non solo o non tanto simbolico ma anche e soprattutto materiale. Se la legge sulle unioni civili ha permesso a qualche persona gay e lesbica di accedere a un minimo di tutela di una delle loro relazioni di cura e affetto (pensiamo ad esempio ai congedi sul lavoro per assistere l* coniuge), restano privi di diritti gli altri rapporti che moltɜ di noi intrattengono con altrɜ adultɜ (amichɜ, amantɜ, “ex”, etc.) e bambinɜ. > Ma questa assenza di riconoscimento materiale e di protezione legale delle > relazioni di cura, affetto e solidarietà non riguarda soltanto le persone > lgbtgia+. Anche le costellazioni relazionali delle persone etero eccedono > ampiamente il modello della coppia coniugale e della famiglia nucleare. Al tempo stesso le oppressioni riproduttive vissute in Italia dalle persone – etero o no – razzializzate e/o sottoposte al sistema delle frontiere e dei documenti e alla negazione della cittadinanza sono enormi: l’esclusione delle lavoratrici domestiche dalla protezione della maternità non ne è che un esempio. Questo stato di cose è radicato non solo nel diritto di famiglia, ma anche in quello del lavoro, del welfare e dell’immigrazione. In questi ambiti viene assunto come norma un modello di famiglia nucleare, eterosessuale, bianca e cittadina, e l’intero impianto è costruito affinché onori e, soprattutto, oneri del lavoro di cura ricadano sui coniugi o su l* genitore (preferibilmente assegnatɜ donna), chiamatɜ a svolgerlo gratuitamente, senza protestare e/o delegandolo a lavoratrici sottopagate, a loro volta private di diritti relazionali e riproduttivi. Le norme su immigrazione e cittadinanza, inoltre, non garantiscono alle famiglie delle persone prive di cittadinanza italiana gli stessi diritti riconosciuti ad altre; e la cura o la solidarietà tra non parenti, quando coinvolgono persone che non hanno i “documenti giusti”, sono talvolta persino oggetto di criminalizzazione. Lo stesso vale per le sex worker, le cui relazioni di cura, affetto e solidarietà possono essere criminalizzate sulla base della legge Merlin. Un simile assetto va trasformato radicalmente, a partire da un’idea di giustizia relazionale e riproduttiva queer e antirazzista. Non soltanto perché produce discriminazioni, ma perché perpetua lo sfruttamento del lavoro delle donne – soprattutto razzializzate – dentro e fuori casa, alimentando isolamento sociale, esaurimento e impoverimento di genitori, figliɜ, amicɜ e amanti che si fanno carico della cura delle proprie persone care, con effetti che ricadono sull’intera società. È per agire su questo stato di cose che è nato il Tavolo dei Legami queer nell’ambito degli Stati GenDerali Lgbtqia+ & disabilità, una rete di collettivi, associazioni e singole nata dalle mobilitazioni sul ddl Zan (2021). Agire sul diritto può sembrare un’attività poco rivoluzionaria. Ma ciò che stiamo cercando di fare è una proposta di riforma totale, radicale e radicalmente queer del diritto di famiglia, del lavoro e del welfare. Siamo in grado di immaginare – anche giuridicamente – un mondo in cui il matrimonio è solo una delle forme possibili per stabilire parentele e organizzare il lavoro di cura? Un mondo in cui si possono avere più di due genitori, in cui ci si può assentare dal lavoro (remuneratɜ!) per occuparsi di una persona cara, chiunque essa sia, in cui si può invecchiare inventando nuove parentele? Un mondo in cui il sistema delle frontiere e della cittadinanza smettano di ostacolare gli affetti (oltre che le vite in generale) delle persone che non hanno i documenti giusti? Per iniziare a concepire questa trasformazione abbiamo cominciato a mappare tutto ciò che, nelle leggi e nelle politiche italiane, incentiva, privilegia o impone un’organizzazione materiale della cura e degli affetti centrata sulla famiglia nucleare e sulla coppia. Abbiamo poi provato a immaginare che cosa dovrebbe cambiare affinché possano prosperare altre forme di parentela e di condivisione della cura non fondate né sul sangue né sulla coppia – forme che, del resto, esistono già nelle nostre vite. Il risultato provvisorio di questo lavoro di ricerca e riflessione in fieri è riassunto in un opuscolo che mettiamo a disposizione di chiunque voglia informarsi o partecipare in modi da immaginare alla riflessione su questi temi (lo potete scaricare cliccando qui). Gran parte dei materiali raccolti è stata assemblata nel giugno 2024, durante un seminario di approfondimento organizzato a Milano presso la realtà autogestita S.M.S. (Spazio Mutuo Soccorso). > Le nostre vite queer ci fanno avvertire con forza l’urgenza di queste > rivendicazioni. Crediamo però che la lotta per ottenerle coinvolga anche > persone non queer, che – come noi – hanno bisogno di nuove forme giuridiche e > di nuove reti di solidarietà per sostenere relazioni di cura e affetto > plurali, sempre più lontane dall’unico modello oggi tutelato dalla > giurisprudenza italiana. Costruire una piattaforma ampia e intersezionale sui legami d’affetto, sul lavoro di cura e sulla riproduzione sociale apre infatti la strada a una lotta materialista, non identitaria, ma non per questo neutra. Non rivendichiamo il riconoscimento di questa o quella identità o modalità di relazione, né di una specifica forma di famiglia; rivendichiamo una trasformazione delle condizioni materiali del lavoro di cura: un lavoro storicamente devalorizzato e tuttavia indispensabile alla vita, che il capitale continua a mettere a profitto riducendolo a lavoro gratuito o sottopagato. Per informazioni sul lavoro del tavolo legamiqueer@bastardi.net La copertina è di Edoardo Felici (Pride Monterotondo 2025) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il Paese che non si guarda allo specchio proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
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A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista”
Dopo quattro anni il blocco della destra di governo si ritrova a gestire una sua prima fuga a destra all’indomani del referendum sulla giustizia, o meglio, per il controllo dell’esecutivo sulla magistratura. Il passaggio di esponenti di Lega e FdI alla nuova creatura politica di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, rappresenta il sintomo più attenzionato della ristrutturazione interna alla maggioranza Meloni; ma la politica non è solo cronaca di palazzo: per quanto significativa l’apertura di un’opzione sfacciatamente zemmouriana all’interno della competizione elettorale, il dissenso che più preoccupa arriva dall’esterno della competizione partitica. Infatti, il governo Meloni indaffarato sul referendum da «depoliticizzare» davanti al pericolo sconfitta, è tamponato dai gruppi della destra extra-parlamentare traditi dall’ operato del governo sull’immigrazione, accusato della non difesa dell’identità italiana e della razza latina. Con il dibattito pubblico spianato da un decennio e più di razzismo istituzionale di destre e sinistre di governo, Casapound, Rete dei Patrioti, Veneto fronte skinhead, e Brescia ai Bresciani lanciano la sfida da destra al governo con il referendum per la legge di iniziativa popolare sulle politiche di espulsione degli stranieri. Nel farlo la destra extra-parlamentare alza la posta: non più fermo dell’immigrazione ma «remigrazione», termine gentile per promuovere la deportazione delle persone straniere. Il termine remigrazione, da cui prende il nome il comitato promotore del referendum “Remigrazione e Riconquista”, è mutuato dal vocabolario delle destre radicali europee che hanno al cuore dei propri programmi politici ideologie identitarie. Qualche avvisaglia di penetrazione di termine e tematiche in Italia si è avuta con i convegni internazionali dello scorso anno a Gallarate e Livorno, a cui hanno partecipato anche esponenti politici di Fratelli d’Italia e Lega. Il mezzo attraverso cui sdoganare nazionalismo identitario e comunitarismo – ideologie da cui nasce remigrazione – nel discorso politico è la metapolitica, intesa dall’ideologo della nuova destra francese Alain De Benoist come «formazione di un atteggiamento spirituale, diffusione di una visione del mondo e trasformazione delle mentalità collettive», necessaria per fondare le basi di un’egemonia politica identitaria attraverso la quale avanzare la propria guerra di posizione ideologica e culturale. Il metodo per raggiungere l’egemonia politica da destra avanzato da De Benoist è accolto da molti gruppi identitari della destra italiana extra-parlamentare neofascista – che sono stati e sono ancora oggi campo di formazione di quadri politici dei partiti della destra di governo – alla ricerca di quello che lo studioso Massimiliano Capra Casadio definisce un «veicolo di penetrazione a livello culturale al fine d’influenzare il panorama politico e magari occuparne alcuni spazi, o come metodologia d’intervento per capovolgere i paradigmi culturali ritenuti dominanti». PERCHÉ PRATO È UN SIMBOLO Tra i gruppi ad aver adottato la prassi come fondativa c’è il gruppo neofascista pratese Etruria 14, tra i promotori della campagna sul referendum per la deportazione degli stranieri. Parte del network diffuso di associazioni neofasciste non del tutto organiche ad aree neofasciste nazionali, l’associazione culturale è stata tra le promotrici della giornata di mobilitazione nazionale del comitato Remigrazione e Riconquista a Prato. Il capoluogo della piana è stato individuato dal comitato come «città simbolo dell’immigrazione di origine cinese e che ha visto negli anni una progressiva trasformazione in Chinatown del centro Italia» che si sostiene su «un sistema di “nuovi schiavi della moda” che tutti giustamente condannano quando riferito all’import dal sud-est asiatico, ma che viene ignorato quando capita in quella che dovrebbe essere casa nostra». Un dettaglio non secondario della narrazione è il recupero delle tematiche care alla destra sociale, con la proposta politica corporativa di una «rinnovata alleanza italiana, tra imprenditori che non riescono più a contrastare la concorrenza al ribasso della Cina e lavoratori che non vogliono accontentarsi di pietire lavori in nero e salari da fame dai nuovi padroni cinesi». È qui palese l’appropriazione del campo della destra sociale ormai abbandonato dai suoi alfieri missini e acquisito come proprio dalle frange delle destre extra-istituzionali. A dare corpo alle tesi è la riproposizione dello schematismo becero della guerra tra poveri incentivata dall’immigrazione incontrollata e la sostituzione etnica promossa da supposti agenti esterni con l’ausilio dei governi progressisti. Entrambe le ipotesi sono individuate come cause della deriva depressione morale ed economica della nazione dai fascisti della destra extra-parlamentare. > Proclami dietro i quali si nascono dettagli più che sostanziali. Individuare > in Prato la sede della manifestazione nazionale identitaria è un attacco > diretto a quella classe lavoratrice multinazionale che sostiene con i propri > corpi il sistema del made in Italy e il primato di capitale europea del > tessile; farlo nel momento storico in cui questa classe operaia multinazionale > alza la testa per rivendicare i propri diritti, è un attacco sfacciatamente > fascista ai diritti conquistati dalla classe. Per di più la convocazione del raduno squadrista nella giornata del 7 marzo è un maldestro tentativo di riscrivere la storia antifascista della città, che nello stesso giorno del 1944 pagò con la deportazione di 133 operai scesi in sciopero generale il prezzo della propria libertà di disobbedire al fascismo e all’economia di guerra. I fascisti a questo giro hanno fatto male i conti: non bastano quattro tricolori e un discorso sbandierato a favore di media a far sbiadire l’orgoglio di una classe libera, operaia, antifascista. IL PROTAGONISMO DELLA CLASSE OPERAIA MULTINAZIONALE A prendere le redini dell’iniziativa è la classe operaia multinazionale stessa con il sindacato SUDD Cobas, Comitato 25 Aprile, e Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, che hanno lanciato la mobilitazione antifascista nell’ambito di un’assemblea aperta. Ai margini si è mossa la mobilitazione dall’alto di partiti, sindacalismo confederale, e associazioni, che hanno fatto vani appelli istituzionali per l’annullamento della manifestazione neofascista. La coalizione sociale della classe operaia multinazionale e comitati antifascisti è promotrice di una mobilitazione diffusa. Centrale la rivendicazione del diritto a disobbedire a un apparato legislativo silente davanti allo sfruttamento padronale e dormiente negli sportelli per il rilascio dei permessi di soggiorno; l’orgoglio del proprio antifascismo di classe, mai domo davanti alle violenze squadriste nei picchetti ai cancelli delle fabbriche per ottenere la giornata lavorativa di otto ore nonostante i tentativi di criminalizzare lotte e dissenso dei vari decreti sicurezza, e, non da ultimo, del ddl antisemitismo. Rivendicazioni da cui emerge la chiarezza di chiamare la remigrazione per quella che è: deportazione di lavoratrici e lavoratori, proprio come successe quel 7 marzo 1944. Che questo sia un nuovo pezzo dell’attacco di oligarchi e governi fascisti dell’occidente alla classe operaia è cosa ormai nota, tanto da bastare a chiarire quanto vadano di pari passo svuotamento dello Stato di diritto dall’interno delle istituzioni e legittimazione politica dei gruppi neofascisti. > Di convesso, l’antifascismo istituzionale si è limitato a esprimere le proprie > preoccupazioni sulla tenuta della democratica e la difesa della Costituzione, > dimenticando nei propri proclami la volontà di esponenti del centrosinistra a > sostegno di Giani di aprire un CPR nella regione. Infuocati a parole i proclami di destra e sinistra istituzionale a ridosso della giornata del 7 marzo, sedati solo dalla comunicazione del commissario prefettizio – subentrato alla ex sindaca in quota PD Bugetti per accuse di corruzione – di autorizzare i presidi statici del comitato neofascista, della coalizione partitico-sindacale di centrosinistra, e di classe operaia multinazionale. Un contentino per accontentare tutti, per sedare eventuali battibecchi a ridosso di una campagna elettorale comunale nata già polarizzata. Sono le parole del comitato Remigrazione e Riconquista a riaccendere il dibattito, con l’accusa di negazione del diritto a manifestare da parte della «mafia antifascista», termine che va a definire sindacati e il tessuto socio-culturale toscano in cui resta forte l’identità antifascista della resistenza, a fronte della non autorizzazione del corteo da parte della Questura. * * La costruzione della mobilitazione antifascista dal basso passa anche per le risposte alle intimidazioni di istituzioni e destra locale occorse nella settimana, tutte sul fronte studentesco. È la studentessa Haji segnalata ai servizi sociali per aver partecipato alla protesta degli operai de L’Alba davanti a un negozio di Patrizia Pepe – di cui lo stabilimento pratese è fornitore – a Firenze. Alla minaccia segue la straordinaria mobilitazione cittadina. L’assemblea pubblica tenuta in una gremita piazza Santo Spirito sottratta per un pomeriggio ai turisti, vede la partecipazione di studenti, operai e solidali da tutta la piana fiorentina, uniti lì per ribadire che la partecipazione politica non è un reato. A soffiare sul fuoco ci pensa il leghista locale Claudiu Stansel, di origine rumena e sostenitore del comitato Remigrazione e Riconquista, che ha montato una polemica per un volantino distribuito presso le scuole cittadine dov’è definito «un fatto che considero estremamente grave» l’uso del termine antifascista. PER UN ANTIFASCISMO DI CLASSE E RADICALE È in questo clima che si giunge all’indomani di sabato 7 marzo. Il sindacato SUDD Cobas alza la posta indicendo uno sciopero generale del distretto pratese per la giornata del 6 marzo, a riprova che la memoria dell’antifascismo vive nella classe operaia che ne pratica i valori. Il successo dello sciopero è confermato dalla capillarità del lavoro politico nelle fabbriche della «zona economica speciale» di fatto del macrolotto, dove il sistema del chiudi e riapri fa le fortune dei marchi del made in Italy. La pratica del blocco non si ferma a produzione e circolazione delle merci, ma diventa strumento di contestazione politica dei gruppi neofascisti. La conferenza stampa indetta dal SUDD Cobas in piazza Europa afferma che dove istituzioni e coalizioni partitico-associazionistiche chiuse nei giochi di palazzo non arrivano, c’è il protagonismo della classe operaia multinazionale ad affermare l’essenza operaia e antifascista del territorio. > Lo sciopero da diffuso diventa presidio operaio-cittadino permanente per > togliere con i propri corpi il terreno sotto i piedi ai gruppi neofascisti che > vogliono «deportare il 25% dei cittadini di questa città». Nelle ore che si > susseguono il presidio si riempie di solidali e operai che accorrono al > presidio lasciando immediatamente il lavoro. Le tende e i gazebo piantati in piazza Europa, ribattezzata in piazza Europa Antifascista, ospitano durante la giornata i momenti dell’iftar comunitario e l’assemblea serale. Qui emerge il filo rosso che lega la storia degli operai scesi in sciopero generale contro l’occupazione nazifascista nel 1944 e la classe operaia multinazionale di oggi. A ricordarlo è il sindacalista dei SUDD Cobas Luca Toscano: «l’unico blocco possibile al fascismo, come ottanta anni fa, viene dai lavoratori e lavoratrici» in uno dei tanti interventi tradotti in simultanea in urdu. Dal Comitato 25 Aprile arriva un monito affinché «non possiamo ritenerci libere e liberi se non combattiamo, se non lottiamo per conservare questa libertà». La notte passa tranquilla nella fredda piazza Europa Antifascista grazie all’organizzazione di operai e solidali alternatisi in turni notturni per respingere eventuali attacchi dai fascisti accorsi da tutt’Italia. Dalle prime luci dell’alba il presidio ricomincia a essere crocevia di solidali. C’è chi porta caffè e cornetti, altri si fermano solo per due chiacchiere o per curiosità prima di andare alla commemorazione istituzionale per i 133 operai antifascisti deportati nella vicina piazza delle Carceri. Con poche ore di sonno alle spalle il presidio diventa doppio: è più che mai urgente impedire che il presidio neofascista si tenga in piazza Europa Antifascista, così com’è altrettanto necessario tenere la propria presenza fin dalle prime ore del giorno in piazza Duomo, dove il sindacato SUDD Cobas, Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN, e Comitato 25 Aprile, hanno indetto il presidio antifascista per il pomeriggio. I due luoghi sono altrettanto sensibili data la loro vicinanza alle principali stazioni ferroviarie. * * * * La mattinata prosegue tra il possibile sgombero del presidio di piazza Europa Antifascista e l’andirivieni di un ingente dispositivo di polizia per tutto il centro cittadino, ma l’orgoglio della classe operaia multinazionale non è soggetto a queste intimidazioni: l’urgenza di affermare il principio politico dà forza ai manifestanti. Dal presidio arrivano le prime notizie di quel che si sta raccontando sui media. Nelle piazze si ride scrollando sulle pagine instagram della stampa locale che racconta di momenti di “alta tensione” mai visti. Sulle scale della cattedrale di Santo Stefano i manifestanti leggono sulle pagine del comitato Remigrazione e Riconquista di essere parte di una rete di «poteri forti della Regione Toscana: dal presidente Eugenio Giani al vescovo di Prato, passando per ARCI, ANPI, CGIL e un pittoresco gruppo di campeggiatori “Cobas”, che hanno reclutato qualche immigrato probabilmente del tutto inconsapevole delle ragioni della scampagnata», tesi poi ripresa dal leghista Claudio Stanasel sulle pagine di Welcome to Prato – spin-off di Welcome to Favelas – «Le piazze appartengono a tutti i cittadini, non a chi prova ad appropriarsene per zittire chi la pensa diversamente. La democrazia non è una proprietà privata della sinistra. È il diritto di tutti di parlare, manifestare ed esprimersi nel rispetto delle regole.» Nella tragedia delle menzogne di social e media ci pensa l’influencer locale Zhang Keren con i suoi video a riportare l’allegria nella piazza. VECCHIE PRATICHE PER FRONTEGGIARE IL FASCISMO CONTEMPORANEO A fine mattinata arriva al presidio la notizia della prima vittoria: il presidio neofascista non si terrà né in piazza Europa, né nel centro città. A comunicarlo sono i sindacalisti del SUDD Cobas al megafono «Abbiamo una buona notizia: i fascisti oggi qui non verranno». Questa non è una semplice notizia, è l’affermazione del principio per cui le manifestazioni dei fascisti non vanno solo contestate ma impedite con l’occupazione fisiche degli spazi, con costanza e radicalità del lavoro politico; ed allo stesso tempo rottura con la pratica di un antifascismo istituzionale troppo impegnato a discostarsi moralmente con i fascisti, mentre legge dopo legge toglie agibilità politica alla classe operaia multinazionale. È dallo stesso presidio di piazza Europa Antifascista che si ribadisce il principio, espresso con riferimento alle accuse di giornalisti e classe politica locale che hanno domandato agli operai «ma la libertà degli altri a manifestare?» a cui è seguita l’unica risposta possibile da parte del sindacato SUDD Cobas: «Non esiste nessuna libertà di deportare le persone, perché fra la libertà dei fascisti di fare le deportazioni e la libertà di qualsiasi essere umano di vivere una vita degna noi sceglieremo sempre la seconda! E la difenderemo!» La seconda vittoria sta nella partecipazione alla mobilitazione. Dal camion si susseguono gli interventi di più realtà tutte unite da ideali e pratica quotidiana di un antifascismo diffuso. Interviene anche il Collettivo di Fabbrica – lavoratori GKN ribadendo il dato qualitativo, fondamentale per leggere la composizione sociale e politica della classe operaia multinazionale che nelle lotte del presente ritrova la propria storia: «più di uno di noi forse si stupisce del fatto che un operaio del distretto tessile che non è di origine italiana, che non è nato in questo paese, consideri la manifestazione fascista del 7 marzo un insulto alla propria storia, come se esistesse una storia della classe operaia italiana e una storia della classe operaia degli altri paesi. E invece no: esiste un’unica storia della classe. Il 7 marzo 1944 è la storia di chi oggi attraversa il distretto tessile con le proprie lotte, la storia della classe la fa la classe che lotta contro lo sfruttamento. E l’unica classe che non ha storia è la classe che rinuncia a lottare indipendentemente dal paese dov’è nata.» Mentre continua a essere scandito a piena voce il leitmotiv ininterrotto dal mattino precedente «Prato libera!», non si risparmiano le critiche a chi ha fatto «ironia sui 150 del SUDD Cobas – come se 150 fossero pochi – che hanno occupato da ieri sera piazza europea: il problema non è chi è che ha avuto la necessità di occupare quella piazza, il problema è dov’erano gli altri?!». Il riferimento è anche alla manifestazione del centrosinistra di piazza delle Carceri, dove si è svolto lo stantio ripetersi di interventi sulla difesa della Costituzione e i valori dell’antifascismo storico alla presenza del presidente della Regione Eugenio Giani, membri di spicco del centrosinistra regionale e locale, e sindacati confederali. Intervistato sulla manifestazione Giani ha dichiarato «Come faremmo noi oggi in Toscana senza quel 15% di persone che sono residenti ma non cittadini e che animano le nostre attività produttive, i nostri luoghi di lavoro, di formazione, di studio.», confermando il mero economicismo su cui si fonda il suo antirazzismo. Smorzati gli attriti tra le due piazze quando i manifestanti partiti da piazza Duomo sotto il ritmo dei tamburi della Brigata sonora GKN e diretti in piazza Europa Antifascista hanno incontrato il presidio istituzionale in piazza delle Carceri. Dall’altra parte della città, in una piazza Ciardi blindata dalle forze dell’ordine per garantire ai neofascisti per le deportazioni il proprio diritto di manifestare, i leader di Casapound e Veneto fronte skinhead alternano gli strali contro l’immigrazione incontrollata che porta degrado nelle città italiane al piagnisteo di chi aveva promesso di prendersi le piazze a tutti i costi e s’è ritrovato espulso dalla mobilitazione antifascista. Risultano ridicole le dichiarazioni sui social in cui si afferma che «Solo grazie al nostro senso di responsabilità non si sono creati disordini, ma ovviamente per colpa di queste connivenze e prevaricazioni tantissime persone hanno rinunciato a partecipare alla nostra manifestazione» alternate a dichiarazioni di vittoria contro «la mafia anti-fascista e imposto la Remigrazione come tematica politica anche nella “rossa” Toscana.». Che quella dei fascisti sia stata una sconfitta è ineccepibile. Far fede alle immagini della piazza piena è cadere nell’inganno ottico delle prospettive di chi riempie l’obiettivo giocando sul distanziamento sociale e fa lunghi cortei disponendosi in file di sette a distanza di minimo due metri l’una dall’altra. La giornata si è chiusa con l’iftar comunitario e un momento di convivialità. I sorrisi nella piazza hanno fatto da cornice ai cori della classe operaia multinazionale libera, operaia, antifascista. Nel poco spazio concesso al silenzio operai e solidali hanno confermato il proprio orgoglio di parte, ripromettendosi che non c’è dispositivo legale o provocazione fascista capace di farle piegare la testa. Nemmeno le pretestuose provocazioni classiste a mezzo stampa del giorno dopo da parte dei fascisti «se facevamo cinquanta chiamate a Glovo piazza Europa si sarebbe svuotata» sono bastate a piegare l’orgoglio dei rider che in piazza Europa Antifascista c’erano ma non avrebbero mai risposto alla chiamata «Perché quel giorno eravamo tutti in sciopero. Per prendervi la piazza e farvi capire che a Prato non passerete mai.» Dalle giornate di Prato emerge una pratica di convergenza che fa dell’antifascismo di classe lo strumento per delegittimare alla base le retoriche identitarie promosse dai fascisti col benestare dei padroni. La copertina e le immagini nell’articolo sono di Luca Mangiacotti SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo A Prato non c’è spazio per i fascisti di “Remigrazione e Riconquista” proviene da DINAMOpress.
March 19, 2026
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Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria: discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita. Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura. C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite. La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione collettiva. È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta in gioco. Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali: cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono distanza ed esitazione. Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più ampio. L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette di pensare alla trasformazione in termini radicali. 1. PERCEZIONE DI SCARSA INCIDENZA CONCRETA DELL’ESITO REFERENDARIO Come opera il blocco Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro generale.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura, esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.  2. CULTURA DELL’ASTENSIONE  Come opera il blocco Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto di integrazione nel sistema che si contesta. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare – qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali. 3. SENSAZIONE CHE SIA UNA BATTAGLIA INTERNA ALLE ÉLITE Come opera il blocco Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti, partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano anche i conflitti sociali. 4. COMPLESSITÀ TECNICA DEI QUESITI Come opera il blocco I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio. Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa così una barriera all’ingaggio politico. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave autodifesa) È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche, i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti. 5. ALTRE PRIORITÀ POLITICHE Come opera il blocco Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di una precisa gerarchia delle priorità. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri, garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca. Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui le lotte prendono forma. 6. TIMORE DI CONTRIBUIRE ALLA DIFESA DELLO STATUS QUO Come opera il blocco Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie, quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione. 7. DISTANZA POLITICA E CULTURALE DALLA NARRAZIONE DOMINANTE DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA Come opera il blocco Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale. 8. SFIDUCIA VERSO LA MAGISTRATURA Come opera il blocco Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di un potere che non viene percepito come alleato.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori concentrazioni di potere. 9. TENDENZA A PRIVILEGIARE PRATICHE DI CONFLITTO SOCIALE Come opera il blocco Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum, soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica. 10. FATICA MILITANTE E SATURAZIONE POLITICA Come opera il blocco Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve, integrandolo nelle pratiche già esistenti. La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra proviene da DINAMOpress.
March 18, 2026
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Acrobax: non si sgombera un’idea
Riportiamo qui il testo del Laboratorio Occupato e Autogestito Acrobax, scritto dopo aver ricevuto minacce di sgombero da parte della Questura di Roma. Gli appuntamenti di mobilitazione già programmati sono mercoledì 25 marzo alle 18.30 ad Acrobax per una assemblea cittadina su sgomberi e minacce repressive ma, sopratutto, su possibilità, alternative e lotta. A seguire, domenica 29 marzo per “Acrobax città aperta” – una (stra)ordinaria giornata dentro e fuori dall’ex-cinodromo della Capitale. Mentre nel mondo, sopra le nostre teste, si giocano battaglie di potere e venti di guerra spirano in tutte le latitudini, il piano del governo italiano, che evidentemente ha bisogno di nemici interni per avere carte in più da giocare nella sfida elettorale, va avanti. Come se fosse un gioco di ruolo si stabiliscono gli obiettivi di quella che è una rivincita personale, ma anche una necessità: eliminare le “sacche di resistenza”, togliere di mezzo chi si permette ancora di esprimere il proprio dissenso, chi costruisce quotidianamente una alternativa e la rende possibile. Qualcunə in questi anni l’ha definita anomalia romana, quel complesso ecosistema di spazi sociali e case occupate, associazionismo dal basso, comitati di quartiere che come piccoli (grandi) neurotrasmettitori costruiscono connessioni, generano impulsi, attivano percorsi, costruiscono possibilità per tuttɜ, in una metropoli complessa e indebitata, laddove ci sarebbe solo cemento, degrado o abbandono. In questi primi mesi dell’anno questa anomalia romana comincia a essere messa sotto pressione e, dopo aver puntato il faro su Spin Time ed L38 e aver sgomberato ZK, ora lo spazio LOA Acrobax viene identificato come il prossimo tassello di quella guerra alle occupazioni che ha preso il via la scorsa estate con il Leoncavallo, è continuata con Askatasuna, il presidio del Pilastro di Bologna, minaccia Officina99 a Napoli e adesso punta su Roma. Articoli di giornale con illazioni su presunte indagini giudiziarie, la lista degli immobili da sgomberare (redatta dall’allora prefetto Piantedosi ora ministro dell’interno) che ricompare su giornaletti e giornalacci; influencer prezzolati che ci dedicano i loro sproloqui; giornaliste d’assalto alla ricerca di scoop che si insinuano di nascosto; pattuglie in borghese fuori dallo spazio; pressioni relative alla gestione dell’ordine pubblico in vista delle prossime mobilitazioni nazionali e della ripartenza della Global Sumud Flotilla. In questo quadro, una realtà come Acrobax, diventa di slancio una priorità da colpire. Una realtà che ha spinto e continuerà a spingere sempre in direzione ostinata e contraria al Governo neofascista di Fratelli d’Italia. E lo facciamo con determinazione insieme a tutto quel tessuto sociale che ha riconosciuto e combatte un indirizzo nazionale e internazionale che vuole fascistizzare la società. Da Israele all’Ungheria, dall’Italia all’Argentina, fino ad arrivare agli Stati Uniti. Perché? Perché siamo contro l’economia di guerra che ci stanno imponendo. Perché? Perché siamo consapevoli della precarietà che permea il mercato del lavoro e le nostre vite; consapevoli della pressione fiscale che aumenta, erodendo sempre di più un welfare già impoverito che non permette alle nuove generazioni neanche di immaginarlo, un futuro stabile. Perché? Perché abbiamo ben presente l’idea di città che vogliamo, contro speculazioni, studentati di lusso e consumo di suolo. Perché? Perché laddove chiudono spazi noi li apriamo, spalancando orizzonti e tracciando percorsi di liberazione. Ci vogliono precariɜ perché sanno che laddove manchi un baricentro stabile la reazione è inibita, il timore di non avere il tempo cresce e la forza di immaginare altro si affievolisce, fino a spegnersi. > Ma noi acrobatɜ da anni abbiamo imparato a camminare sul filo, da anni abbiamo > chiaro il nostro di obiettivo che è costruire e non distruggere: costruire una > comunità larga, solidale e accessibile, fatta di relazioni, di sport popolare, > di musica, di cultura, di elaborazione e riflessione politica, di > condivisione. Una comunità capace di trasformare, persino migliorare e supportare la vita di chi lo attraversa. Capace di mettersi in rete con altre realtà per dare corpo e sentimenti alla possibilità, oltre l’utopia, di un mondo dove il fascismo non abbia più ragion d’essere. Conosciamo il nostro valore politico e sociale. Conosciamo quello che si articola e mobilita nei differenti territori di Roma. Siamo, insieme a tante, tantissime realtà vive e attive, spazio del possibile, antidoto all’avanzata di un capitalismo mortifero, fatto di guerre e genocidio e portato avanti incondizionatamente dagli uomini bianchi eterocis che quel potere lo incarnano nel più viscido dei modi.  Siamo antidoto all’azzeramento dei diritti, antidoto alla povertà educativa e sociale la cui forbice si allarga sempre di più a discapito di quelle soggettività che occupano le fasce più basse della piramide dei diritti e dei privilegi. E in questo momento, invece di immaginare una chiusura difensiva, vogliamo rilanciare e chiamare a raccolta tutte le intelligenze, le lotte e la fantasia collettiva di questa città, non soltanto per noi ma per tuttɜ.  Perché sotto attacco non ci sono solo quattro mura, bensì un’idea di città e di vita che non si può sgomberare, né qui né altrove.  Perché la campagna elettorale non si giocherà sulla pelle dell’idea di città e di vita che quotidianamente rendiamo possibile. Perché vogliamo essere argine alla deriva in cui ci vogliono trascinare. Vogliamo essere un’esplosione infestante di forza, determinazione e bellezza.  «Non si sgombera un’idea» – dicevamo qualche anno fa. E, a distanza di più di cinque anni, lo confermiamo convintamente perché avevamo e abbiamo chiara l’indicazione degli zapatisti: Niente per noi, tutto per tutti! Pensiamo che non si possa accettare di cadere unə alla volta, sarebbe ferita troppo profonda per noi stessɜ e per la nostra città. Sappiamo invece quello che ci hanno insegnato le maree: possiamo trasformare Roma, e non solo, avanzando tuttɜ insieme. La copertina è del L.O.A. Acrobax SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Acrobax: non si sgombera un’idea proviene da DINAMOpress.
March 18, 2026
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Ramón Labañino: «A Cuba comandiamo noi cubani»
Le azioni intraprese negli ultimi mesi dal presidente statunitense Donald Trump contro Cuba possono essere definite come parte di una strategia di “strangolamento totale”, che va ben oltre lo storico embargo dell’isola per trasformarsi in un assedio energetico senza precedenti. Così facendo, Washington confessa di star sperando di ottenere una possibile resa del governo dell’Avana tramite un assedio umanitario che sconvolga la vita quotidiana della popolazione. Mentre Trump afferma che l’isola «sta per cadere», la risposta in chiave rivoluzionaria è la resistenza e la riaffermazione della sovranità, denunciando le pressioni della Casa Bianca come flagranti violazioni del diritto internazionale, che però non fanno altro che rafforzare il sentimento di unità nazionale di fronte alle interferenze esterne. Ramón Labañino è conosciuto in tutto il mondo come uno dei “Cinque Eroi” cubani arrestati negli Stati Uniti nel 1998, mentre svolgevano operazioni di intelligence contro organizzazioni terroristiche con base a Miami che operavano contro Cuba, condannato insieme ai suoi colleghi René González Sehwerert, Antonio Guerrero Rodríguez, Gerardo Hernández Nordelo e Fernando González Llort in un processo costellato di irregolarità. Durante gli anni di prigionia nelle carceri statunitensi sono diventati un simbolo della lotta antimperialista e le campagne per la loro liberazione si sono moltiplicate.  Ramón è stato uno degli ultimi a riacquistare la libertà nel dicembre 2014 [insieme a Hernández e Guerrero – ndt], nell’ambito degli storici accordi tra il presidente cubano Raúl Castro e il presidente statunitense Barack Obama. Laureato in Economia all’Università dell’Avana, è vicepresidente dell’Associazione Nazionale degli Economisti e dei Contabili (ANEC) di Cuba. In questa intervista esclusiva con Diario Red América Latina, analizza le conseguenze dell’inasprimento del bloqueo, il contesto internazionale e la sua possibile conclusione. Pur credendo che il Paese stia affrontando «la peggiore crisi economica degli ultimi decenni», dichiara che è convinto che riusciranno a superare la situazione: «La storia è dalla nostra parte». L’embargo statunitense è in vigore da 64 anni, ma le ultime misure messe in campo da Donald Trump hanno inasprito le restrizioni nei confronti di Cuba, soprattutto per quanto riguarda l’accesso a carburante ed energia. Che impatto ha avuto tutto questo sulla vita quotidiana del popolo cubano nelle ultime settimane? L’impatto è stato profondo e crudele. Questa politica è strutturata proprio per provocare la massima sofferenza possibile, affinché il nostro popolo insorga contro il governo per distruggere la rivoluzione. Le recenti misure annunciate dall’amministrazione Trump, tra le quali la minaccia dell’imposizione di dazi nei confronti dei Paesi che riforniscono di petrolio l’isola, hanno portato a un blocco energetico che ha colpito tutti gli aspetti della nostra società. Questa grave carenza di carburante ha costretto il nostro governo ad adottare misure estreme di razionamento per proteggere i servizi essenziali. Nelle ultime settimane, ad esempio, si sono verificati blackout che hanno colpito simultaneamente più della metà del Paese, con un deficit di produzione di energia superiore ai 1.700 MW. Il trasporto pubblico ha subìto forti limitazioni, con riduzioni di oltre il 90% in alcuni servizi interregionali, la vendita di carburante è stata limitata a 20 litri per utente e deve essere pagata in valuta estera, con un impatto diretto sui bilanci familiari. L’economia cubana è in una fase di recessione critica, con una contrazione del prodotto interno lordo di oltre il 4% nel 2025 e con la produzione industriale ai minimi storici degli ultimi 40 anni. Questo perché l’embargo è andato intensificandosi nel tempo, fin dall’inizio dell’amministrazione Trump. In questo contesto, cosa accadrebbe se il governo statunitense raggiungesse il suo obiettivo di lasciare Cuba senza petrolio? Il fabbisogno di Cuba per il funzionamento ordinario è di circa 110.000 barili di petrolio al giorno ma a livello nazionale ne produciamo solo 40.000. Il Venezuela ci forniva tra i 27.000 e i 30.000 barili al giorno, ma questa fornitura si è completamente interrotta dopo il rapimento del presidente Nicolás Maduro e il controllo sulle esportazioni venezuelane esercitato dagli Stati Uniti. Il Messico, dal canto suo, ci ha fornito una media di 17.000 barili al giorno per i primi nove mesi del 2025. Tutto questo sta provocando senza ombra di dubbio una crisi energetica interna. In molte zone, a causa del collasso del sistema, le interruzioni di corrente superano le 20 ore al giorno. Altro fattore rilevante è l’impennata dei prezzi dovuta alla scarsità di beni. L’inflazione su base annua ha raggiunto il 14,75% nel giugno 2025 e mancano medicinali e generi alimentari di base per il nostro popolo. Assistiamo a un crollo e ad un declino di settori chiave come il turismo, fonte vitale di valuta estera ma che ha registrato i peggiori risultati degli ultimi 20 anni (esclusa la pandemia), e l’agricoltura, anch’essa al suo punto più basso. A questo si aggiunge l’isolamento finanziario causato dall’inasprimento dell’embargo, che limita l’accesso ai finanziamenti esterni e ai mercati internazionali impedendo a Cuba di pagare le importazioni o di rilanciare la propria economia. Un blocco totale delle forniture di petrolio provocherebbe un collasso economico generalizzato. Uno studio stima un calo del 27% del prodotto interno lordo, con un aumento del 60% dei prezzi dei prodotti alimentari e del 75% dei costi di trasporto. Sarebbe una grave crisi umanitaria, che potrebbe innescare un’ondata migratoria e la completa paralisi dei servizi essenziali. In sintesi, Cuba sta affrontando la peggiore crisi economica degli ultimi decenni, aggravata dall’interruzione delle forniture di petrolio venezuelano e dalle pressioni statunitensi su altri fornitori come il Messico. Un’interruzione totale delle forniture porterebbe a un collasso socioeconomico e umanitario. Quali misure immediate vengono adottate per affrontare questo nuovo scenario? La nostra risposta è stata che il governo rivoluzionario ha attivato il piano di emergenza, aggiornando i concetti dell’opzione zero [gestione economica del paese in assenza totale di carburante e rifornimenti esterni – ndt] acquisita durante il periodo especial [1991-2000, periodo di austerità a seguito della dissoluzione dell’Unione Sovietica – ndt] in modo da poter garantire la sopravvivenza della Nazione. Le misure si concentrano sulla protezione dei servizi essenziali e sull’ottimizzazione di ogni singola goccia di carburante disponibile. La priorità è stata data alla produzione di energia elettrica, all’approvvigionamento idrico, alla produzione alimentare, all’assistenza sanitaria e, naturalmente, alla difesa nazionale. Per quanto riguarda il lavoro e l’istruzione, gli orari sono stati resi più flessibili promuovendo il telelavoro nella pubblica amministrazione e adeguando gli orari delle lezioni per ridurre al minimo il consumo energetico. Nel settore turistico, una delle principali fonti di valuta estera per la nostra economia, si è proceduto con l’accorpamento delle strutture alberghiere, concentrando i turisti in aree selezionate per garantire la massima qualità del servizio, nonostante le cancellazioni forzate dei voli dovute alla scarsità di carburante. Al contempo, si stanno semplificando le procedure in modo che tutti gli operatori economici privati, se ne hanno la possibilità, possano importare carburante direttamente, dimostrando la flessibilità e l’ingegnosità del nostro modello per superare le aggressioni esterne. Ora più che mai, cerchiamo soluzioni che emergano dall’intelligenza cubana, dalla nostra capacità di ricostruire, reinventarci e andare avanti. Nessuna di queste opzioni, ovviamente, prevede la resa all’imperialismo.   È lecito fare autocritica per non essere riusciti a migliorare prima la capacità energetica di Cuba riducendo la dipendenza dall’estero? Sarebbe stato possibile farlo? Credo che siamo stati rigorosi nella nostra autocritica. I problemi e gli errori sono stati riconosciuti. Lo stesso governo cubano e la sua leadership sono stati storicamente i primi a condurre un’analisi critica della nostra realtà economica. Si dovrebbero leggere, ad esempio, le parole del nostro Primo Ministro Manuel Marrero all’Assemblea Nazionale del Potere Popolare [in occasione della Sesta sessione ordinaria della X Legislatura il 18 dicembre 2025 – ndt], con le quali ha spiegato in dettaglio e profondità tutte le contraddizioni, i problemi e gli errori commessi. È vero che permangono vulnerabilità strutturali nel sistema elettroenergetico, con un parco centrali termoelettriche senza manutenzione adeguata, efficiente e tempestiva. Situazione ovviamente aggravata ulteriormente dalla mancanza di valuta estera. Tuttavia, ed è importante sottolinearlo, qualsiasi autocritica deve essere inquadrata nel contesto dell’embargo più lungo e brutale della storia. Una guerra economica totale che ci ha sistematicamente negato l’accesso a tecnologie, rifornimenti, finanziamenti e la possibilità di integrarci pienamente nel mercato internazionale. Dalla rivoluzione energetica guidata dal nostro comandante Fidel Castro, sono stati compiuti passi da gigante per portare l’elettricità in ogni angolo del Paese. Ma l’asfissia finanziaria esacerbata da amministrazioni come quella di Trump ne ha impedito la necessaria modernizzazione. La Banca Mondiale indica che per la manutenzione delle infrastrutture sono necessari investimenti pari a circa il 25% del prodotto interno lordo, impossibile sotto un embargo che ci priva di oltre 7,5 miliardi di dollari ogni anno. Nonostante tutte queste difficoltà, Cuba non ha abbandonato l’obiettivo di raggiungere il 100% di produzione di energia da fonti rinnovabili entro il 2050. Con l’installazione di parchi fotovoltaici come priorità, dimostra che, nonostante le avversità, la pianificazione e la visione del futuro sono princìpi cardine della rivoluzione. Nonostante ogni anno la stragrande maggioranza dei paesi condanni l’embargo all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, pochi sembrano disposti a sfidare il blocco statunitense. Ad esempio il Messico, che storicamente ha sempre sostenuto Cuba, ha interrotto le forniture di petrolio sotto le pressioni da parte di Washington. A eccezione della Russia, gli altri paesi si limitano soltanto all’invio di “aiuti umanitari” ma non di carburante, principale e più urgente necessità dell’isola in questo momento. Qual è la sua analisi di questa situazione internazionale? Il contesto internazionale in cui ci troviamo riflette la politica di intimidazione, l’imposizione di dazi e ogni sorta di sanzione esercitata dall’imperialismo statunitense. La recente votazione delle Nazioni Unite [30 ottobre 2025 – ndt], nella quale 165 paesi hanno richiesto la fine del blocco, dimostra la schiacciante opposizione globale a questa politica genocida. Tuttavia, Washington impone il proprio potere extraterritoriale minacciando qualsiasi nazione o azienda che osi commerciare con Cuba, in flagrante violazione del diritto internazionale. Il caso del Messico ne è un esempio lampante: applaudiamo il coraggio della sua presidente, Claudia Sheinbaum, nel definire ingiuste le misure e nell’inviare aiuti umanitari con tonnellate di cibo, ma la pressione degli Stati Uniti è riuscita in ogni caso a bloccare le spedizioni di petrolio greggio a partire da dicembre 2025. Non si tratta di mancanza di solidarietà, bensì della manifestazione di una politica del bastone, la nuova Dottrina Monroe nella sua forma più estrema, che la Casa Bianca usa contro i propri vicini per piegarli ai propri interessi. Per quanto riguarda la Russia, la sua solidarietà politica è evidente. Le complessità logistiche e l’attuale contesto internazionale rendono il cammino da percorrere non facile, ma nonostante tutto la maggior parte della comunità internazionale è al fianco di Cuba, e questa forza morale e politica è un’arma fondamentale nella nostra lotta. Cuba è membro associato dei BRICS. Cosa sta facendo questa organizzazione di paesi per aiutare l’isola? L’ingresso di Cuba come membro associato dei BRICS a partire da gennaio 2025 rappresenta senza dubbio un passo di enorme importanza strategica e un riconoscimento del prestigio della nostra nazione nel Sud del Mondo. Apre uno spazio privilegiato di cooperazione e scambio con alcune delle economie più dinamiche del pianeta, che rappresentano una parte sostanziale del prodotto interno lordo mondiale e condividono la visione di un ordine internazionale più equo, multipolare, solidale ed equilibrato. Anche se i meccanismi di aiuto e cooperazione sono ancora in fase di sviluppo, il far parte dei BRICS ci fornisce un’occasione preziosa per superare l’embargo. Ci permette di esplorare nuove fonti di finanziamento, accedere alle tecnologie e stabilire alleanze commerciali in comparti strategici come l’energia, le biotecnologie e l’agricoltura, tutto al di fuori del controllo egemonico degli Stati Uniti. Si tratta di una piattaforma che rafforza la nostra capacità di resistere e di progredire nella costruzione di un futuro prospero, diversificando le nostre relazioni internazionali e riducendo la nostra vulnerabilità all’aggressione imperialista. Queste nuove misure di embargo limitano ulteriormente l’ingresso e l’uscita di persone e merci dall’isola, creando una situazione di maggiore isolamento per il territorio, simile a quella messa in atto da Israele nella Striscia di Gaza con l’intento di generare disperazione tra la popolazione. Sei d’accordo con questa valutazione? Sono paragonabili? Siamo pienamente d’accordo sul fatto che le misure annunciate da Trump abbiano come obiettivo finale un genocidio, ovvero sottoporre il popolo cubano a condizioni di vita così dure e difficili da generare disperazione e portare ad abbandonare il progetto rivoluzionario. Asdrúval de la Vega, funzionario del Ministero degli Esteri cubano, l’ha descritta come una guerra economica condotta con precisione chirurgica e la situazione è proprio questa: ci stanno attaccando dove possono infliggere più danni possibili con l’obiettivo di peggiorare il tenore di vita della popolazione. La persecuzione finanziaria, il divieto per le banche straniere di venderci carburante e l’interruzione dei viaggi sono senza ombra di dubbio tattiche di soffocamento e isolamento. Tuttavia, ogni conflitto ha le sue peculiarità e non spetta a noi tracciare analogie storiche. Affermiamo, però, che il blocco imposto dagli Stati Uniti a Cuba rientra nella definizione di atto di guerra illegale. Un atto di guerra crudele, spietato, non abituale e straordinario. Un assedio che mira all’immobilizzazione totale del Paese. Lo scopo è lo stesso di qualsiasi blocco criminale: isolare e soggiogare un popolo con la forza, impedendogli di esercitare il proprio diritto sovrano all’autodeterminazione. La comunità internazionale, compresi i relatori delle Nazioni Unite, ha denunciato che queste misure coercitive unilaterali violano i diritti umani dell’intera popolazione cubana, in particolare i più vulnerabili. Cuba è sopravvissuta al Periodo Speciale in condizioni estremamente difficili; tuttavia, sono trascorsi 30 anni e sia l’isola che il mondo sono cambiati. Le nuove generazioni sono cresciute in un contesto diverso e hanno aspettative diverse. Inoltre, Trump ha dichiarato esplicitamente di volere che la rivoluzione cada «entro la fine dell’anno». Pensi che il popolo cubano sarà in grado di superare questa nuova offensiva imperialista? Perché? Non solo sopravviveremo ma sconfiggeremo questa nuova offensiva, così come abbiamo fatto negli ultimi sessant’anni. La storia è dalla nostra parte. La generazione storica ci ha insegnato a resistere nelle condizioni più avverse e le nuove generazioni di cubani, pur essendo cresciute in un contesto diverso, hanno dimostrato la propria lealtà alla patria e il proprio impegno antimperialista di fronte a ogni sfida, dalla pandemia all’inasprimento dell’embargo. La coscienza dei nostri giovani, formata nelle aule e attraverso la pratica quotidiana, è la migliore garanzia della continuità della rivoluzione. Bisogna sottolineare che la nostra rivoluzione è nata in patria: nessuno ce l’ha imposta da fuori. È una rivoluzione forgiata nel fuoco e nel sangue contro l’imperialismo statunitense e sentiamo molto profondamente l’eredità di essere liberi, indipendenti e sovrani. A Cuba, comandano i cubani. I nostri 32 eroi che hanno combattuto contro l’imperialismo nell’aggressione al Venezuela ci impongono di riaffermare la nostra lealtà all’enorme sacrificio che hanno compiuto per il nostro popolo. > Ogni volta che Cuba viene attaccata o si tenta di intimidirla, l’unico > risultato che si ottiene è un rafforzamento dell’unità nazionale. Cresce > l’antimperialismo, così come l’idea di indipendenza e sovranità che non > possono essere violate da nessun Paese, per quanto potente sia. Le dichiarazioni di Donald Trump rivelano la disperazione di un impero che non riesce a sottomettere un popolo che difende la propria dignità. I loro calcoli sono errati perché non conoscono veramente Cuba e non comprendono l’essenza della rivoluzione cubana. Cuba non è un regime; è un atto d’amore, di giustizia sociale e di sovranità che pulsa nei cuori di milioni di persone. Come ha sottolineato il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, il loro obiettivo è spezzare la volontà politica del popolo cubano, ma non conoscono il vero carattere di questa nazione. Di fronte all’arroganza imperialista risponderemo con maggiore unità, maggiore creatività, maggiore resistenza e maggiore resilienza. Supereremo questa prova con ottimismo, fiduciosi che la vittoria finale sarà nostra perché stiamo difendendo l’indipendenza conquistata con sangue, fuoco e sacrificio. Traduzione in italiano a cura di Michele Fazioli per DinamoPress Articolo pubblicato originariamente sul sito di Diario Red che ringraziamo per la gentile concessione La copertina è di Ministerio del Interior de Cuba (Wikimedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Ramón Labañino: «A Cuba comandiamo noi cubani» proviene da DINAMOpress.
March 17, 2026
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Una Meloni di bosco e di sgoverno
Incuriosito dal dilemma meloniano fra “non condividere” e “non condannare” mi sono messo con grandi aspettative ad ascoltare l’integrale delle dichiarazioni al Senato dell’amletica Giorgia, che prometteva di sciogliere ogni dubbio sulla guerra e la strategia Ue. Invece per tre quarti dell’intervento una noia letale. Giorgia ha letto senza faccette e con voce monotona e non pochi inciampi il suo compitino, senza mai nominare Trump e Netanyahu e deprecando soprattutto le aggressioni iraniane agli stati del Golfo (non menzionando che erano una risposta ai bombardamenti). Ci ha risparmiato in quella sede, vero, la famiglia nel bosco, ma non che la vera aggressione e il vero pericolo è il fronte sud, cioè l’immigrazione di stupratori e assassini che lei cerca di bloccare e deviare su hub extra-Ue, malgrado l’incredibile sabotaggio dei giudici (ma perché semplicemente non li fa arrestare, se hanno compiuto tali crimini?). E qui si è animata, ha smesso di leggere gli appunti e i deputati del suo schieramento hanno applaudito, si sono alzati in piedi e insomma l’emiciclo si è acceso di sacro fuoco, mentre i deputati dell’opposizione «scuotevano la testa» (resoconto di “Repubblica”). IL FILO DEL DISCORSO Nella sostanza, cosa ha argomentato Meloni? Che la guerra in Medio Oriente è «una crisi complessa, che ci impone di agire con lucidità e serietà» e richiede uno spirito costruttivo e di coesione, sottraendo la discussione a una polarizzazione politica «che non aiuta nessuno a ragionare con profondità». L’Italia non è isolata né «complice di decisioni altrui», ma agisce «in stretto raccordo con i partner europei e in contatto costante con i leader del Medio Oriente e del Golfo, utilizzando tutti gli strumenti disponibili: diplomatici, militari, di sicurezza e di politica economica». Questa rappresentazione fantastica è il corrispettivo del silenzio sulle responsabilità di Usa e Israele e sul caos dell’Ue e in primo luogo della sua amica Ursula. Dalla coesione si passa immediatamente, non senza un riferimento democristiano a Draghi, all’appello all’unità nazionale intesa non come strategia politica ma come «sapersi compattare attorno alla difesa dei propri interessi nazionali» – proprio come non si era fatto accettando supinamente e in ordine sparso i dazi di Trump. Meloni constata poi, rigorosamente senza indicarne i responsabili attuali né condannare la cosa, che «siamo di fronte a una evidente crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali, e al venir meno di un ordine mondiale condiviso». Un processo iniziato da tempo ma le cui tappe decisive sono state l’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022 e il pogrom del 7 ottobre. La colpa, insomma, è di Putin e Hamas. Per il Libano la colpa è scaricata su Hezbollah. > Comunque l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano e la > sua inaccettabile pretesa di procurarsi missili e ordigni nucleari (come > appunto Usa e Israele) è un intervento al quale l’Italia non prende parte e > non intende prendere parte. Posizione che sarà ribadita qualche giorno dopo dal Consiglio supremo di difesa, presieduto da Mattarella, che vi aggiunge l’inammissibilità di una partecipazione italiana anche in virtù dell’art. 11 della Costituzione – e non è uno svolazzo retorico come non lo è il richiama al ruolo dell’Onu e la sottintesa svalutazione del Board of Peace, cui Meloni aveva con prematuro entusiasmo aderito, in un ruolo peraltro servile e non deliberante.  Sulla spinosa questione dell’utilizzo Usa delle basi militari italiane Meloni svicola, tirando un sospiro di sollevo perché finora non ce le hanno chieste e, qualora lo facessero, rimettendosi al parere del Parlamento – cioè trasferendo la responsabilità della decisione dal Governo alla maggioranza ed evitando così un impegno di principio ex ante, come aveva fatto invece Sánchez. LE MISURE CORRETTIVE A proposito delle conseguenze economiche della guerra Meloni ha fatto finto di accogliere la proposta già poco incisiva dell’opposizione sulle cosiddette “accise mobili” (scorporando cioè il gettito accresciuto dell’Iva), per rimangiarsela due giorni dopo con la scusa della scarsa efficacia. Ha buttato lì alcune grida contro la speculazione, sapendo benissimo che una tassazione specifica azienda per azienda sui superprofitti è improbabile e incostituzionale e che la promessa di «monitorare i prezzi» è un classico pannicello caldo, già fallito con i cartelli alle pompe di benzina (stavolta manco replicato). Nel medio periodo ha chiesto all’Europa (che ha già smontato la proposta) una riforma delle quote ETS, che va nella direzione del picconamento del green deal, cui allude sfacciatamente portando ad esempio della diversificazione delle fonti energetiche il ricorso al mitico «nucleare di nuova generazione» e persino alla fusione nucleare, auspicabile ma per cui si prevedono tempi secolari. Va da sé che per la competitività europea si predica l’eliminazione dell’«eccesso di burocrazia e di alcune rigidità normative», che si suppongono essere di natura ecologica, come di deduce dai timori per la deindustrializzazione ricondotti essenzialmente alla crisi dell’automotive. Via le maledette regole, come chiedono Musk, Vance e Trump… Non una parola contro la politica di riarmo «a 360 grad», confermata insieme al tiepido appoggio all’Ucraina nell’intangibilità dei suoi confini, ma soprattutto grande enfasi sulla difesa del fianco meridionale della Ue, cioè sulla lotta senza quartiere ai migranti e la costruzione di hub appositi in Paesi extra-europei (modello Albania). E qui si sono aperte, come già accennato, le cataratte dei misfatti dei migranti e dei giudici che li fiancheggiano, gli alti lai sulla sicurezza, ecc. La via meloniana alla remigrazione. IL GIOCO DELLE PARTI Analogo vigore Giorgia ha dimostrato nella replica e nel passaggio alla Camera, quando è risultato evidente che l’offerta di collaborazione rivolto all’opposizione – sull’immortale modello del pescatore che invita il verme ad andare a pescare – era caduta nel vuoto con la beffarda replica di Schlein a deporre prima la clava. Vi sono state vaghe promesse di telefonate di consultazione, ma certo è difficile che possa instaurarsi un clima non dico di collaborazione ma di semplice interlocuzione, quando Meloni è subito tornata ai toni aggressivi e alle menzogne già nel comizione al teatro Parenti di Milano. «Se la riforma non passa stavolta molto probabilmente non avremo un’altra occasione – è la girandola finale dei fuochi d’artificio meloniani– e ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Ci saranno «immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà» (peggio di Almasri e del circuito Epstein del suo amico Trump) e poi «antagonisti che devastano senza alcuna conseguenza giudiziaria», mentre piangono a diritto i «figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco». Ecco qui finalmente il bosco, assurto ormai a dispositivo dual use dell’ideologia meloniana: come immagine di insicurezza (Rogoredo) e come simbolo di fuga libertaria dalle regole. Ma Giorgia non è Jünger, non ce la fa. In complesso: imbarazzo ed elusività nei confronti di Trump, nessun intervento concreto per frenare i contraccolpi economici della guerra, conferma dell’unanimità per le decisioni europee (cioè assist a Orbán), nessuna apertura al riutilizzo del gas russo (pur autorizzato da Trump). Del resto anche l’opposizione è tuttora impigliata nel nodo ucraino e si è scandalizzata – molto più della maggioranza, per non parlare di Salvini – per un allentamento delle sanzioni alla Russia. Se, per un verso, Meloni perde colpi (fino a vacillare sul referendum, che comunque vincerebbe nel migliore dei casi con un margine esiguo), l’opposizione resta divisa, con il cappio zelenskiano al collo, incapace perfino di una mozione unitaria (figuriamoci di un candidato spendibile). Si può essere peggio che servi di Trump? A volte sì. Per quanto ci riguarda, diamogli sotto con la campagna per il NO referendario: è comunque un tassello utile per acuire la crisi della destra e sanare qualche danno a sinistra. La copertina è tratta da Flickr SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Una Meloni di bosco e di sgoverno proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
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Dalle Flottiglie alle nostre strade: invertire la rotta della guerra
Pubblichiamo il testo di Equipaggi di Terra che convoca una Agorà pubblica per mercoledì 18 marzo alle 18.00 a Piramide. La guerra non è solo distruzione di territori e predazione di beni e ricchezze; è un meccanismo che mangia tutto. È fatta di bombe, ma anche di paura. Paura per la vita, paura di vedere sparire le proprie libertà e i propri diritti sociali. Avere paura è normale, è un sentimento sano, ma il rischio è lasciarsi pietrificare e restare isolati In questi mesi, chi ha scelto la pratica della Flotilla ci ha mostrato come si affronta questo buio: non negandolo, ma attraversandolo insieme, affermando una idea di alternativa alla legge del più forte, un’idea che si basa sul principio di solidarietà e giustizia, in cui nessuna vita può e deve essere spezzata in nome della corsa all’accaparramento delle risorse che le tecno-oligarchie del mondo stanno praticando. Oggi il progetto coloniale, a Gaza come in Cisgiordania non si ferma, e anzi avanza fino al Libano, le persone continuano a essere sterminate ogni giorno da coloni e IDF. Nuovi fronti, in barba al defunto diritto internazionale, vengono aperti da Cuba al Venezuela fino all’Iran dove la popolazione iraniana è schiacciata tra le bombe israeliane e statunitensi e la riorganizzazione di un regime teocratico, con l’ombra minacciosa del ritorno dello Scià. La violenza scatenata dall’alleanza assassina Usa/Israele è tale da aver costretto perfino la loro stessa macchina propagandistica ad abbandonare la consueta narrativa del pretesto a cui siamo abituatx: quello della falsa simmetria tra aggressore e aggredito. In questa fase brutale dell’imperialismo occidentale, la superiorità militare e il raggiungimento degli obiettivi bellici sono ormai diventati apertamente l’unico metro con cui giudicano il proprio operato, normalizzando e rivendicando i gravissimi crimini di guerra e gli attacchi contro le popolazioni civili che stanno perpetrando. Anche qui da noi, sebbene il governo provi a dissimulare, la guerra è presente: lo è nel sostegno logistico alle operazioni militari in corso tramite l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, nella conversione in ottica di guerra della nostra economia e sulla continua erosione di risorse, nel progetto di trasformazione dello Stato in forma autoritaria e liberticida e che vedrà il prossimo Referendum sulla giustizia come importante banco di prova. Tutto questo gela il sangue, ma abbiamo bisogno di riprendere a respirare. > Le prossime flottiglie in partenza ci dicono che è possibile non abbandonarsi > alla paura, praticare un’alternativa a guerra, devastazione, povertà; sono > l’occasione per uscire dall’apnea. Riaffermare il metodo della Flottilla > significa costruire una opportunità per uscire dall’angolo e rilanciare i > percorsi di lotta. Scegliamo la data della chiusura della campagna per il NO al Referendum sulla giustizia a cui abbiamo aderito contro il progetto autoritario di una magistratura sottoposta al potere politico della maggioranza, per lanciare la partecipazione degli Equipaggi di Terra al corteo nazionale del 28 marzo contro i Re e le loro guerre. Sono questi i primi passaggi in cui rilanciare quell’incrocio di storie, pratiche, parole d’ordine che hanno reso formidabili le mobilitazioni dello scorso autunno, in grado di rimandare al mittente quella sensazione di paura e irrilevanza in cui volevano relegarci. Per tutte queste ragioni, in collegamento con le nuove Flotille di mare che si preparano per nuove partenze, torniamo in una delle piazze simbolo che abbiamo invaso e bloccato ad inizio autunno. vogliamo anche da terra riunirci come equipaggi di una flotta. Dai diversi quartieri della città, come singole soggettività, collettivi, comitati, associazioni, reti e realtà politiche, sociali e sindacali: per tornare a essere tutte insieme, ognuna con la propria imbarcazione, equipaggi che navigano fianco a fianco, con una rotta comune contro genocidio, guerra e riarmo sempre con Gaza, la Palestina e tutte le vittime dell’ingiustizia globale bene davanti agli occhi e piantate nel cuore. Continuiamo a navigare insieme, per contatti: equipaggiditerra_roma@autistici.org La copertina è di Marta D’Avanzo (Dinamopress), e ritrae la manifestazione del 4 ottobre 2025 SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Dalle Flottiglie alle nostre strade: invertire la rotta della guerra proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
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Vittoria della sinistra alle parlamentari in Colombia: ora la sfida delle presidenziali
Domenica 8 marzo, in Colombia si è votato per le elezioni parlamentari, eleggendo deputati e senatori nelle due camere che compongono il Congresso della Repubblica. Il voto per il Congresso, secondo la Costituzione del 1991 – nata dagli accordi di pace con una parte delle formazioni guerrigliere reintegrate nell’arco parlamentare – precede di alcuni mesi l’elezione presidenziale. Si tratta di un combinato disposto di parlamentarismo e presidenzialismo che rende l’attuale Repubblica colombiana una struttura istituzionale peculiare, esposta a processi spesso contraddittori. I risultati della tornata elettorale confermano quanto anticipato nei sondaggi delle ultime settimane: il Pacto Histórico – coalizione delle sinistre colombiane, attualmente al governo con Gustavo Petro Urrego come presidente – si afferma come prima forza politica, con circa quattro milioni e mezzo di voti (22-23%). Il nome di questa formazione non è casuale: “storica” è la fase politica per il paese, così come lo è l’accordo tra diverse anime, orientamenti ideologici e ipotesi strategiche della sinistra colombiana. Vi confluiscono forze molto differenti, che vanno dal Polo Democrático Alternativo, coalizione di correnti di sinistra, alla Colombia Humana, il partito del presidente Petro, alla corrente Progresistas, fino all’Unión Patriótica – già vittima di un genocidio politico da parte dello Stato e dei paramilitari negli anni Ottanta e Novanta, formazione di sinistra in cui confluiscono anche ex-guerriglieri delle FARC – al Partito Comunista, passando per i socialisti bolivariani ed exmilitanti dell’M-19, il movimento di guerriglia urbana alla quale apparteneva l’attuale presidente Petro. Foto di Sebastián Bolaños Pérez PACTO HISTÓRICO PRIMO PARTITO Il Pacto Histórico si conferma prima forza nella capitale e in diversi altri territori, in particolare in alcune regioni chiave sia per l’intensità del conflitto armato interno sia per il livello delle disuguaglianze: zone come Bogotá, appunto, la capitale del paese, ma anche il centro-sud del paese – Valle del Cauca, Cauca, Putumayo, Nariño – e la regione dell’Atlantico, tra le più povere della Colombia, affacciata sull’omonima costa caraibica e storicamente amministrata dalle clientele para-mafiose del cosiddetto “clan Char”. Subito dietro il Pacto, ma con una differenza di oltre sette punti percentuali e quasi un milione e mezzo di voti, si colloca il Centro Democrático dell’ex-presidente Álvaro Uribe Vélez, che è rimasto fuori dal Senato (già condannato in primo grado a 12 anni per tentativo di corruzione di testimoni in un processo relativo ai legami tra l’ex-Presidente e il paramilitarismo, responsabile di omicidi e sparizioni forzate), vale a dire la principale forza dell’estrema destra colombiana, nota per i suoi legami con il paramilitarismo e settori del narcotraffico. Seguono il Partito Liberale, forza di centro aperta – a determinate condizioni – all’interlocuzione con la sinistra; diversi altri partiti di centro e di destra (dai Verdi al Partito de la U, da Cambio Radical fino al partito Conservatore) e infine la “nuova” estrema destra di Abelardo De la Espriella, dato come principale candidato di destra dai sondaggi, avvocato di alcune figure chiave delle Autodefensas Unidas de Colombia, il principale gruppo paramilitare del Paese negli anni Novanta e Duemila. Si è trattato di elezioni ad alta tensione, con osservatori internazionali dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite dispiegati in numerosi territori. Nelle settimane che hanno preceduto il voto, Petro ha denunciato un attentato – fallito – all’elicottero presidenziale nei territori alluvionati di Córdoba, mentre l’Ejercito di Liberación Nacional (ELN),la guerriglia di matrice maoista presente in alcuni territori del paese, denunciava bombardamenti sulle proprie posizioni alla frontiera con il Venezuela. Il ritrovamento dei resti di Camilo Torres Restrepo – il prete rivoluzionario, fondatore della prima facoltà di sociologia in Colombia, morto in combattimento il 15 febbraio di sessant’anni fa – poi trasportati alla cappella dell’Universidad Nacional di Bogotá, ha peraltro riacceso il dibattito pubblico sulle cause storiche della guerriglia comunista e sull’uso politico della memoria. Nonostante gli sforzi compiuti sia dal “governo della vita”, guidato dal Pacto, per garantire condizioni pacifiche, sicure e trasparenti nello svolgimento del voto, sia dalle migliaia di testimoni elettorali auto-organizzati per contrastare brogli e compravendita di voti, si segnalano centinaia di episodi oscuri. In particolare, nelle città di Medellín – storico feudo politico di Uribe –, Barranquilla e Cartagena, testimoni elettorali e osservatori internazionali denunciano che il numero di schede conteggiate ha superato quello degli aventi diritto al voto. Questi episodi gettano luce sui meccanismi di corruzione, ricatto e manipolazione attraverso cui le classi dominanti colombiane hanno storicamente mantenuto il potere in ampie aree del paese. Nei giorni successivi al primo scrutinio i voti del Pacto Histórico sono infatti aumentati (al momento, due seggi in più al Senato sono stati ottenuti con il riconteggio dei voti), in seguito alla denuncia delle irregolarità registrate e al riconteggio sotto il controllo delle autorità elettorali. A dieci anni dagli accordi di pace con le FARC, per la prima volta resta fuori dal Parlamento il partito Comunes, la formazione che riuniva molti dei guerriglieri marxisti che firmarono quegli stessi accordi, e Fuerza Ciudadana. In base agli impegni stabiliti nel processo di pace, per due mandati consecutivi il partito Comunes avrebbe beneficiato di una rappresentanza garantita – cinque seggi alla Camera e cinque al Senato. Con i risultati di queste elezioni, tuttavia, Comunes non raggiunge la soglia di sbarramento per ottenere rappresentanti propri. Si apre dunque un punto interrogativo sul futuro degli ex-combattenti delle FARC, protagonisti del processo di pace, oggi vittime di migliaia di esecuzioni sommarie nei territori più complessi del paese, come il Norte de Santander, alla frontiera con il Venezuela, il Chocó, Antioquia e il Cauca. Foto di Alioscia Castronovo IVÁN CEPEDA, IL CANDIDATO DEL PACTO ALLE PRESIDENZIALI Nel complesso, i risultati della tornata elettorale consegnano un quadro politico positivo per le forze progressiste, ma articolato e punteggiato di ostacoli. Il Pacto Histórico non ottiene una maggioranza assoluta – controlla oggi circa un terzo degli scranni – ma consolida una posizione di forza tanto alla Camera quanto, soprattutto, al Senato, dove le logiche clientelari locali hanno un peso minore. Si tratta di un risultato significativo che conferma la centralità delle forze di trasformazione nello scenario politico colombiano e il grande appoggio popolare al proceso de cambio promosso dal primo governo di sinistra nella storia del paese, pur in un contesto istituzionale segnato da forti resistenze alle riforme, da una persistente frammentazione parlamentare e dalla recrudescenza del conflitto armato come forma di governo in molti territori. All’interno di questo scenario si rafforza la figura di Iván Cepeda Castro, candidato presidenziale del Pacto Histórico in vista delle elezioni del prossimo 31 maggio, scelto con le primarie del Pacto di fine ottobre scorso. Cepeda si colloca in naturale continuità con Gustavo Petro, ma rappresenta al tempo stesso una specificità rispetto alla figura dell’attuale presidente. Proveniente dalla tradizione marxista colombiana – laureato in filosofia negli anni Ottanta nella Repubblica Popolare di Bulgaria –, Cepeda è figlio di due dirigenti dell’Unión Patriótica – il padre fu assassinato dai paramilitari nel 1994 – la formazione politica emersa dalle negoziazioni di pace con le FARC negli anni ottanta, sopravvissuta al genocidio politico operato da esercito e paramilitari (secondo la Giustizia Speciale per la Pace, 5.733 militanti della Unión Patriótica sono stati assassinati tra il 1984 e il 2016). Nel corso della sua attività politica e parlamentare Cepeda si è distinto soprattutto per il lavoro di accompagnamento delle vittime della violenza statale e paramilitare (sue le denunce che hanno portato alla condanna in primo grado dell’ex presidente Uribe). Ha svolto un ruolo centrale nel sostegno alle famiglie delle vittime dei cosiddetti falsos positivos, le migliaia di civili assassinati dall’esercito colombiano negli anni Duemila e presentati come guerriglieri uccisi in combattimento per gonfiare le statistiche militari durante la presidenza di Uribe. Cepeda ha contribuito a portare alla luce una delle più gravi violazioni dei diritti umani nella storia recente della Colombia, sostenendo il lavoro delle organizzazioni per i diritti umani e delle associazioni dei familiari delle vittime ed è parte in causa nell’accusa contro l’ex-Presidente Uribe che ha portato alla condanna in primo grado (poi assolto al secondo grado, in attesa del verdetto della Corte Suprema). Non sorprende dunque che la sua candidatura sia oggetto di una forte pressione da parte dei settori conservatori dello Stato. Nelle settimane successive alle elezioni parlamentari, il Consejo Nacional Electoral, con argomenti pretestuosi, ha impedito a Cepeda di presentarsi alle primarie del Frente Amplio (la coalizione di centro-sinistra). L’iniziativa è stata denunciata dai settori progressisti come un tentativo di delegittimazione politica e giudiziaria – una forma di lawfare . Non è un caso che Cepeda abbia scelto come candidata alla vicepresidenza Aida Quilcué, dirigente indigena del Consejo Regional Indígena del Cauca (CRIC), proveniente da una delle regioni più segnate dal conflitto armato e dalle disuguaglianze sociali e razziali. A inizio febbraio Quilcué è stata brevemente sequestrata da un gruppo armato locale nelle montagne caucane, per poi essere liberata grazie alla pressione popolare e all’intervento della Guardia Indígena, che gioca il duplice ruolo di attore di pace e strumento di autodifesa delle comunità ancestrali della regione. La nomina di Quilqué non costituisce soltanto una scelta di rappresentanza simbolica nel variegato mosaico culturale colombiano, in un’ottica di politica delle identità. L’esperienza di resistenza e autorganizzazione indigena del CRIC è infatti segnata dalla sperimentazione di forme di riproduzione sociale non capitalistica. La formula vicepresidenziale di Cepeda segnala la volontà di rafforzare il radicamento del Pacto Histórico tra movimenti contadini e popoli indigeni e afrodiscendenti. Riflette così l’ambizione di ampliare la base sociale del governo Petro ma, soprattutto, di radicalizzarne il progetto di trasformazione, ponendo al centro del dibattito il modello di sviluppo e il paradigma di società. Ma rappresenta anche un’alternativa radicale a un conflitto storico tra popoli colonizzati e terratenenti oligarchi, che proprio nel Cauca ha avuto storicamente il suo epicentro: non a caso, la candidata del partito di estrema destra dell’uribismo, il Centro Democratico, è Paloma Valencia, ricca e bianca discendente dell’oligarchia terriera e latifondista del Cauca, che pochi anni fa aveva proposto la divisione della regione segregando i popoli indigeni originari. Foto di Alioscia Castronovo DALLE RIFORME AGLI ORIZZONTI DI TRASFORMAZIONE SOCIALE Con i risultati del 9 marzo, Cepeda si conferma il candidato forte – se non il favorito – per le elezioni presidenziali del 31 maggio. A partire da ora si apre tuttavia una nuova fase della campagna elettorale, segnata da logiche profondamente diverse rispetto alla competizione parlamentare e attraversata da ostacoli politici, istituzionali e sociali tutt’altro che trascurabili. L’attuale dibattito pubblico colombiano è dominato dai grandi cantieri di riforma aperti dal governo di Gustavo Petro. Tra questi la riforma del lavoro e l’aumento del salario minimo vitale del 23% (bloccato dalla Corte Suprema, controllata dalla destra, poi reso effettivo da un secondo decreto presidenziale), ma anche la riforma dell’istruzione, orientata a ridurre il sostegno pubblico alle università e alle scuole private e ad ampliare invece le possibilità di accesso universale all’istruzione gratuita. Un altro terreno decisivo è quello della transizione ecologica, un punto che caratterizza l’esperienza progressista colombiana rispetto ad altre esperienze latino-americane – come quella chavista in Venezuela o quella di Evo Morales e Álvaro García Linera in Bolivia – fondate invece su modelli fortemente estrattivisti. A questi si aggiungono altri cantieri di trasformazione altrettanto cruciali: la riforma agraria, con la redistribuzione delle terre alle popolazioni contadine e alle comunità ancestrali, e il processo di negoziazione con i diversi gruppi armati per raggiungere quella che il governo definisce la paz total (pace totale). Foto di Alioscia Castronovo Si tratta di terreni di trasformazione sui quali la partita è aperta. Da un lato, i risultati delle elezioni confermano che una parte consistente della società colombiana continua a sostenere il processo di cambiamento avviato negli ultimi anni, a partire dal ciclo di mobilitazioni del paro nacional (sciopero nazionale) e dell’estallido social (sollevazione sociale) del 2019-2021 e dall’arrivo al potere di Petro. Dall’altro lato, le riforme vengono costantemente ostacolate e svuotate dai grandi poteri economici e politici del paese, profondamente radicati negli apparati giudiziari dello Stato colombiano, vincolati alle imprese e ai gabinetti diplomatici nordamericani, nonché, in molti territori, legati all’opacità strategica del capitalismo mafioso. Lo scontro si dispiega allora su più livelli: istituzionale – a colpi di sentenze, ricorsi e blocchi parlamentari – ma anche sociale e, in alcune regioni del paese, ancora armato. L’estrema destra continua a essere non solo presente, ma minacciosa, pronta ad accelerazioni violente al primo segnale di Washington. Nonostante queste tensioni, ciò che si percepisce nella società colombiana è una trasformazione più profonda del senso comune. L’idea che sia in corso un proceso constituyente – con l’attivazione di un vero e proprio “potere costituente” della moltitudine a sostegno delle riforme, per usare le parole dello stesso Petro, lettore di Toni Negri – sembra entrare nel linguaggio quotidiano delle università, delle piazze e dei luoghi di lavoro. In questo contesto si fa strada, almeno in alcuni settori della società colombiana, la percezione che il Paese, dopo decenni di conflitto armato interno, si apra al mondo e risulti paradigmatico per alcune delle grandi sfide globali contemporanee: quelle legate alla pace, alla lotta ai “regimi di guerra” come nuove forme di governo capitalistico, alla giustizia sociale e alla transizione ecologica. In altre parole, si diffonde l’idea che – in caso di successo alle elezioni presidenziali, dove la vittoria è tutto meno che scontata – la Colombia possa diventare un laboratorio politico di primo piano per la trasformazione sociale a livello continentale, e oltre. Foto di Sebastián Bolaños Pérez TRA REALISMO E COMBATTIVITÀ: LA COLOMBIA NELLO SCENARIO CONTINENTALE La Colombia appare dunque, almeno per il momento, in controtendenza rispetto all’offensiva dell’estrema destra in America Latina: un continente posto dall’amministrazione statunitense al centro della propria strategia imperiale con il “correttivo Trump” alla Dottrina Monroe, reso noto nel documento di sicurezza strategica pubblicato a dicembre dalla Casa Bianca e già messo in opera con le ingerenze sulle elezioni in Argentina, l’attacco al Venezuela e l’irrigidimento dell’embargo a Cuba. A fronte di questa congiuntura, tra i militanti delle università e delle piazze di Bogotá emerge un atteggiamento che combina realismo politico e combattività. Realismo, perché è diffusa la consapevolezza che la Colombia si trovi in prima linea in uno dei principali fronti della competizione geopolitica internazionale, che assume forme sempre più militarizzate. Accanto al fronte ucraino e a quello iraniano, esiste infatti anche un fronte caraibico, nel quale gli Stati Uniti esercitano una pressione militare considerevole. Episodi recenti – come il sequestro di Nicolás Maduro del 3 gennaio scorso o le misteriose operazioni militari in corso in territorio ecuadoriano – vengono letti in molti ambienti politici colombiani proprio in questa chiave. Da qui la necessità di una strategia di negoziazione con Washington, come dimostrano le recenti iniziative diplomatiche del presidente Petro, culminate anche in un incontro ufficiale alla Casa Bianca. Accanto al realismo, tuttavia, permane la volontà di resistere. L’obiettivo non è quello di piegarsi al potere imperiale, ma di accompagnare la negoziazione con l’ampliamento dei rapporti di forza dentro e fuori dal paese. Si tratta di rafforzare la mobilitazione popolare per rendere impraticabile ogni escalation militare e destabilizzazione interna, mentre, sul piano della politica estera, si costruiscono alleanze regionali e globali. Il governo colombiano è stato tra i promotori del cosiddetto Gruppo dell’Aia, la coalizione di paesi impegnati per la fine del genocidio in Palestina, nonché protagonista dei tentativi di stipulare accordi internazionali vincolanti in materia di transizione energetica. Petro ha rafforzato, al tempo stesso, le relazioni con gli altri governi progressisti della regione, in particolare con il Messico di Claudia Sheinbaum e il Brasile di Inácio Lula da Silva. È questa combinazione di realismo e mobilitazione che sembra oggi caratterizzare l’atteggiamento di buona parte della sinistra e dei movimenti sociali colombiani. Immagine di copertina di Alioscia Castronovo da Bogotá. Immagini nell’articolo di Alioscia Castronovo e Sebastián Bolaños Pérez SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Vittoria della sinistra alle parlamentari in Colombia: ora la sfida delle presidenziali proviene da DINAMOpress.
March 16, 2026
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Tutti i cenci di famiglia o, se preferite, i batteri che dunque siamo
«Come tu sai, Lettore, ogni anno, quando è primavera, i Milanesi partono per il mondo in cerca di terre da comprare. Per costruirvi case e alberghi, naturalmente, e più in là, forse, anche case popolari; ma soprattutto corrono in cerca di quelle espressioni ancora rimaste intatte della “natura”, di ciò che essi intendono per natura: un misto di libertà e passionalità, con non poca sensualità e una sfumatura di follia, di cui, causa la rigidità della moderna vita a Milano, appaiono assetati», scriveva Ortese, anticipando al* lettor* il viaggio del conte Daddo, che avrebbe lasciato la metropoli lombarda in cerca delle «confessioni di un qualche pazzo, magari innamorato di una iguana». Iguana che il Daddo avrebbe naturalmente (!) incontrato, raffigurandosela di sbieco nelle spoglie di una vecchia – in cui poi riconoscerà una «bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante, ma vestita da donna», creatura in sottana e grembiale, abiti tanto dismessi quanto variopinti, poiché sono «somma evidente di tutti i cenci della famiglia». Incontro bizzarro, enigmatico, probabilmente anticlimatico. A delle creature future, che si fossero evolute sino a un nuovo stadio di organizzazione e che si volgessero a guardare indietro faremmo anche noi lo stesso effetto. O almeno, così ipotizzano Lynn Margulis e Dorion Sagan in Microcosmo. Quattro miliardi di anni di evoluzione batterica, che Mimesis riporta in libreria in un’edizione a cura di Angela Balzano per la collana POSTUMAN3 dopo la prima uscita dell’89 a opera di Mondadori e la traduzione (qui rivista, con occhio politico) di Lucia Maldacea. L’ipotesi è che questi «esseri futuri, tanto differenti da noi quanto noi lo siamo dai dinosauri […] considereranno le creature umane tanto impressionanti quanto noi consideriamo le iguane» (p. 306) e questo forse perché anche noi creature umane siamo somma evidente di tutti i variopinti cenci di famiglia – come l’iguana di Ortese. «Il nostro corpo conserva in sé una vera e propria storia della vita sulla Terra» (p. 54), scrivono infatti l* due autor*: le nostre cellule si “allestiscono” un mondo-intorno ricco di carbonio e idrogeno, composizione non troppo distante da quello del nostro pianeta quando le prime forme di vita iniziarono la loro avventura esistenziale. Siamo bipedi implumi, d’accordo, ormai avvezzi al nomos della terra e all’aridità delle bombe, eppure l’embrione reclama ancora una porzione umida e bagnata in cui galleggiare. E i mitocondri non sono forse, come già Margulis si domandava nel 1966 in On the Origin of Mitosing Cells, vestigia non vestigiali di batteri fagocitati circa un miliardo e mezzo di anni fa da cellule che, da sole, non avrebbe saputo utilizzare l’ossigeno? Un gran grembiale variopinto è dunque l’essere umano – come tutti gli altri esseri –, un intreccio, un miscuglio, un groviglio che si tiene più o meno assieme e insieme. Questo è il cuore pulsante della storia infinita di Margulis e Sagan, storia di quattro miliardi di anni che continua a incalzarci dalle pagine di questo testo del 1986 ma ancora pienamente attuale. Saggio che ora si intreccia con il lavoro di Angela Balzano, che «sporc[a] la traduzione di Maldacea» grazie a «un po’ di dialetto transfemminista» (p. 9) – con l’intento dichiarato di rimetterci in ascolto della «narrazione margulisiana del divenire microcosmico insieme» (p. 9), a partire dal sottotitolo più vicino all’originale (Four Billion Years of Evolution from Our Microbial Ancestors) e che non fa magicamente apparire l’Uomo da una costola della penna come quello mondadoriano (Dagli organismi primordiali all’uomo). Microcosmo che Balzano, indovinandone una preziosa sorellanza, definisce Etica more biologico demonstrata, è una storia in tredici atti della vita sulla Terra, della vita con la Terra e della vita della Terra – correndo al finale, in cui si apre un dialogo con James Lovelock, potremmo dire della vita di Gaia. Una storia percorsa da un vento, come l’Etica, che si traduce in più voci e che s’infila in ogni pertugio, proposizione e scolio, e che sempre e ostinatamente sembra suggerirci questo: come creature umane siamo costruttrici di mondo, d’accordo, forse Heidegger ci aveva visto bene per una volta, ma s’era mostrato incredibilmente miope nel negare questa stessa astuzia al resto del vivente. È invece (e addirittura) ai batteri, racconta Microcosmo, che l’abilità di costruire mondi va riconosciuta. Tanto che due miliardi di anni fa, all’inizio del Proterozoico, l’ossigeno andava accumulandosi nell’atmosfera proprio a motivo della fotosintesi batterica – «innovazione metabolica singola più importante nella storia della vita sulla Terra» (p. 110), che inizialmente era operata tramite idrogeno gassoso (diffuso da un Sole ancora giovane) o acido solfidrico (prodotto dall’intensa attività vulcanica dell’epoca). > Al ridursi dell’idrogeno gassoso i batteri (alcuni batteri! I cianobatteri) si > rivolsero verso l’altra abbondante fonte di idrogeno della Terra: l’acqua, il > cui “residuo”, tolto l’idrogeno, era proprio l’ossigeno, allora veleno > incredibilmente tossico per la maggior parte delle forme di vita esistenti > («la maggior crisi da inquinamento che la Terra abbia mai sopportato», p. > 145). Ma sono gli stessi cianobatteri a invenire un sistema metabolico capace > di utilizzare quella sostanza che era altrimenti scoria e veleno: ed ecce > respirazione aerobica (e la scoperta del pharmakon, veleno e rimedio). Una storia, questa, che ci introduce già da subito all’incredibile capacità creativa dei batteri, in grado di muoversi lungo tutto lo spettro delle variazioni metaboliche e di operare ricombinazioni geniche non solo verticali (per filiazione) ma anche, e soprattutto, orizzontali (per contagio). I batteri, insomma, sono bande (non c’è mai un solo batterio, ci sono alleanze di batteri), sono divenire impercettibile e vie di fuga. Non a caso, noi abbiamo dato loro tanti nomi (come Adamo agli animali nell’Eden macroscopico), tanti quante le prospettive dalle quali ci interpellano. Come afferma Balzano: «I numerosi nomi dei batteri – monere, procarioti, germi, eccetera – derivano dal fatto che sono stati studiati separatamente nell’ambito di differenti campi della scienza. La storia naturale, la botanica, la microbiologia, la medicina, l’agricoltura e la zoologia hanno conservato tradizioni estremamente diverse nell’identificare, denominare e classificare i microbi» (p. 51). Questo non per dire che ogni piccolo passo per l’uomo è già sempre stato un grande passo per altre creature minuscole, né che ogni artificio e tecnica si traducono in aggiornamento di una microbiologia anteriore; piuttosto per insegnare a guardare ai microbi come ad antenati e alla vita (anche) come memoria r/esistente di quel che c’è stato prima: «Riproducendosi, le forme di vita legano il passato e registrano messaggi per il futuro. I batteri che fanno a meno dell’ossigeno oggi ci raccontano com’era il mondo senza ossigeno nel quale comparvero per la prima volta. I pesci fossili ci parlano di raccolte d’acqua estese, che durarono ininterrottamente per centinaia di milioni di anni. I semi che hanno bisogno di temperature vicine al punto di congelamento per germinare ci ricordano inverni gelidi» (p. 94). La vita, per proseguire nel proprio conatus e ripetersi differente (ossia, come cosa viva), costantemente si sbilancia fuori di sém si diversifica e si sporca. E il metodo di questa Etica è alla fine quello dell’incontro gioioso, che non distrugge ma che compone corpi più potenti, senza temere di modificarne i connotati di partenza – i licheni sono l’esempio di simbiosi al quale siamo forse più domesticati. Ed ecco che Margulis e Sagan ci raccontano che probabilmente anche le piante sono simbionti di alghe e funghi, ossia una specie di licheni al contrario: «Nelle simbiosi che avrebbero condotto alle piante il partner algale, e non quello fungino, si sarebbe comportato da dominante. Probabilmente non è una pura coincidenza il fatto che il 95% delle piante terrestri attuali abbiano nelle loro radici dei funghi, la micorriza» (pp. 229-230), a sua volta alla base di quella wood wire web di cui Suzanne Simard dava notizia negli anni Novanta, rete di comunicazione sotterranea tramite la quale le piante si scambierebbero informazioni, nutrienti, linee genealogiche… La vita non è solo conservativa, dice Microcosmo, ma anzitutto cooperativa – e questo semplicemente perché il più delle volte con/viene. Perché, per l’evoluzione, più utile ancora della mutazione è l’alleanza, quella che, ibridando Deleuze&Guattari con Bergson, potremmo chiamare involuzione creatrice. E, ancora una volta, grandi maestri d’alleanza sono sempre stati i batteri: «Essi non sono soltanto esseri con un marcato comportamento sociale, ma si comportano come una forma di democrazia a livello mondiale, decentralizzata» (p. 129). Perché possono in ogni momento connettersi e scambiare materiale genetico con organismi anche molto lontani e diversi: «Questi scambi fanno parte abitualmente del repertorio procariotico. Eppure, ancora oggi, molti batteriologi non afferrano il loro pieno significato e cioè che, come conseguenza di questa capacità, tutti i batteri del mondo hanno accesso a un unico pool genico» (p. 53). Al dio che ha impedito la costruzione della torre di Babele, facendo in brani quell’unica lingua che tutti i costruttori parlavano, sembra esser sfuggita l’esuberanza microscopica della vita batterica, che da miliardi di anni affabula con parole che, variando, sono sempre le stesse. E se ci fa sorridere Tommaso d’Aquino quando, nelle Quaestiones,si domandava se, data l’assimilazione protratta nel tempo di carne animale, lo sperma maschile non finisse per portare in sé dei segni un po’ bovini, rimane pur sempre vero che ancora oggi ospitiamo quei mitocondri che un tempo lontano “abbiamo” divorato. È un’alleanza di lunghissima data quella della quale rechiamo i segni – Aristotele e Tommaso forse lo avvertivano inconsciamente quando sostenevano che non è per motivi alimentari che si genera a volte un cucciolo d’uomo con una testa di toro, o con degli zoccoli fessi di capra, ma perché al di là della forma maschile (!) esiste e resiste una materia femminile recalcitrante e rimembrante degli altri viventi che, ancorché smembrati dal capitale, non vuole perdere o lasciare indietro. Microcosmo sembra quasi rispondere a Francis Bacon, uno dei padri del discorso scientifico sulla Natura («Di ciò che essi intendono per natura: un misto di libertà e passionalità, con non poca sensualità e una sfumatura di follia»), che affermava che la storia naturale non sostenuta dai necessari assaggi avrebbe finito per risultare corrotta, non più scienza ma poesia. Non serve qui rievocare (e allora facciamolo!) Haraway e l* su* critter del linguaggio – batteri, perché no? – sempre pront* a smontare e rimontare il logos in favola e a riconoscere sotto la superficie della Storia più numerose ecologie natural-culturali, a volte fatte parlare, il più delle volte represse. Ancora oggi, nonostante Margulis e Kropotkin, e nonostante lo stesso Darwin, continuiamo infatti a parlare di evoluzione come sinonimo di competizione e iperbolica fitness e quasi mai come alleanza e mutuo appoggio. Anche nel finale tecno-entusiasta, Margulis e Sagan sono pront* a riconoscere che la vita potrebbe rivolgersi ad altri pianeti, anche se non è detto che sarà l’Uomo ad accompagnare il bioma in questo microscopico/macroscopico viaggio. Basterà una mano (ancora Heidegger per chi ha orecchio) e, a ben vedere, di mani ne hanno di particolarmente abili i Procyon lotor: «Concedendo loro il tempo sufficiente per evolversi in assenza di creature umane, la discendenza dei procioni (mammiferi notturni intelligenti, con una buona coordinazione manuale) potrebbe avviare il suo programma spaziale» (p. 304). Come il finale di Chthulucene di Haraway con le sue farfalle monarca, anche la storia di Microcosmo è poetica e simpoietica, capace com’è di accompagnarci verso nuovi paradigmi, rimanendo nel trouble di un mondo infetto (batterico?). Ecco alcuni esempi di questi nuovi paradigmi. La divisione fondamentale non dovrebbe correre fra piante e animali o, tantomeno, tra animali e umani, ma fra procarioti, cioè batteri, ed eucarioti. Per non parlare della nostra attenzione, cautela, paranoia rispetto alla riproduzione, che è piuttosto una modalità (assolutamente dispendiosa) del sesso, che altrimenti avviene, come ricombinazione genica, in un’infinità di altre forme: «Perfino l’infezione di creature umane da parte del virus dell’influenza è un atto sessuale, nel senso che materiale genetico si inserisce nelle nostre cellule» (p. 210). Nel Fanerozoico, che nel nome stesso veicola l’idea di una vita divenuta visibile, non compare altro che lo scheletro e quindi il fossile, ma una vita informe e viscida l’ha preceduta, nuda, per tantissimo tempo. I primati originari erano «pusillanimi», la cui specialità era un’attitudine «anch’ess[a] indice di pusillanimità: la tendenza incipiente verso un comportamento sociale cooperante» (p. 267). Diciamocelo chiaro allora, come ce lo dicono Margulis e Sagan, come ce lo dice addirittura Platone quando racconta che la gru, dovesse inventarsi una tassonomia, traccerebbe, come gli animali umani, una sola linea: quella che separa la gru dalle altre bestie. «Delle/gli studiose/i obiettive/i, se per ipotesi fossero balene o delfini, porrebbero creature umane, scimpanzé e orangutan nel medesimo gruppo tassonomico» (p. 276). Non diceva forse Linneo, parlando come farebbeun naturalista, che non c’è carattere che distingua l’uomo dalle scimmie, se non il fatto che queste ultime hanno uno spazio vuoto fra i canini e gli altri denti? Eccoci dunque, tra differenze che si ripetono e ripetizioni che differiscono, arrivati al sapiens, questa buffa, anticlimatica, variopinta e antica iguana (o colonia batterica). Specie (indiscreta) a cui noi guardiamo come se fosse composta da individui discreti, quando neppure questo è vero: come ricordano l* autor*, gli organismi sono come le grandi città – dietro a un nome, una tendenza, una statistica vi è la gatta randagia e il piccione e l* migrante e l* filantrop* e l* criminale. Somma evidente di tutti i cenci di famiglia, di quanti strati, di quante vesti, di quanti corpi siamo compost*. Di quanti batteri! Sarà poi vero, o sarà poesia? O sono solo i ricordi di un naturalista? O di uno spinoziano? O di uno stregone? O di una molecola? La copertina è di NOAAFisheriesWestCoast (Flickr) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Tutti i cenci di famiglia o, se preferite, i batteri che dunque siamo proviene da DINAMOpress.
March 15, 2026
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