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Da Torino al Kurdistan, la pace si costruisce dal basso
Può esistere una prospettiva di pace in Medio Oriente che non passi attraverso nuovi equilibri militari, spartizioni territoriali e accordi tra potenze? E può la democrazia nascere dalle comunità, dalle municipalità e dall’autorganizzazione delle donne, anziché essere concessa dall’alto? Sono queste le domande che hanno attraversato la conferenza internazionale «Il confederalismo democratico in Kurdistan: una prospettiva per la pace in Medio Oriente», tenutasi il 17 ottobre a Torino. Un incontro che ha riunito rappresentanti politici e istituzionali, attiviste, esponenti dei movimenti democratici curdi e realtà della solidarietà internazionale, mettendo in relazione esperienze provenienti dalle quattro parti del Kurdistan. Una geografia politica attraversata da confini, guerre e repressione, ma anche da decenni di sperimentazione di nuove forme di convivenza. Realizzata con la collaborazione del Consiglio regionale del Piemonte e il patrocinio della Città di Torino, la città piemontese ha ospitato una giornata di studi promossa dall’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia (Uiki) e dall’associazione alessandrina “Verso il Kurdistan”. Una partecipazione istituzionale che ha assunto un significato particolare nel momento in cui il processo di pace avviato in Turchia si confronta con la necessità di trasformare le dichiarazioni politiche in garanzie concrete. Ayşe Serra Bucak Küçük, co-sindaca della municipalità metropolitana di Amed (Diyarbakır), insiste sul ruolo delle amministrazioni locali nel processo di pace. I negoziati tra i vertici politici, per quanto necessari, non bastano. Senza un coinvolgimento diretto della società e senza un lavoro quotidiano nei territori, il rischio è che gli accordi rimangano soltanto sulla carta. È nelle municipalità, sostiene Küçük, che possono prendere forma nuovi spazi di partecipazione, dialogo e convivenza tra le diverse comunità. Nel progetto del confederalismo democratico, che attraversa il dibattito politico nelle quattro parti del Kurdistan, le municipalità occupano un ruolo centrale nella costruzione dell’autogoverno. È a livello locale che le diverse comunità culturali, linguistiche e religiose possono organizzare la propria convivenza, partecipare alle decisioni collettive e sviluppare pratiche di democrazia diretta. La prospettiva elaborata da Abdullah Öcalan affida così alle municipalità un ruolo fondamentale nella trasformazione dei rapporti sociali e politici, a partire dall’organizzazione della vita quotidiana. DA İMRALI, UN MESSAGGIO PER LA PACE A dare ulteriore profondità politica alla giornata è stato il messaggio inviato alla conferenza da Abdullah Öcalan, detenuto dal 1999 nell’isola-carcere turca di İmralı. Il leader curdo ha ribadito che la fine della lotta armata, pur rappresentando un passaggio storico, non può coincidere automaticamente con la costruzione della pace. La cessazione del conflitto deve accompagnarsi al superamento delle condizioni politiche, sociali e culturali che lo hanno generato: il riconoscimento dell’identità curda, la garanzia di un’eguale cittadinanza e la rimozione degli ostacoli alla partecipazione democratica. Un messaggio che si inserisce nel percorso aperto dal suo appello alla fine della lotta armata e che guarda al confederalismo democratico come una proposta e una soluzione per il Kurdistan, ma anche come a una possibile risposta alla crisi dell’intero Medio Oriente. Al sistema regionale caratterizzato dalla militarizzazione, dall’autoritarismo e dalla competizione tra Stati, si contrappone la proposta è quella di costruire una diversa architettura sociale, fondata sull’autonomia delle comunità, sulla liberazione delle donne e sulla convivenza tra i popoli. SIRIA, IRAN, IRAQ. LA DEMOCRAZIA CONTRO L’ACCENTRAMENTO DEL POTERE È proprio la Siria ad aprire il primo confronto, dedicato al confederalismo democratico come possibile alternativa politica per il Medio Oriente. Sullo sfondo, l’accordo del 29 gennaio tra Damasco e le Forze democratiche siriane, che ha aperto una nuova fase nei rapporti tra le istituzioni centrali e le realtà autonome del Nord-Est. Ad aprire il confronto sulla Siria è Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma democratica della Siria del Nord e dell’Est e tra le principali protagoniste del dialogo politico con Damasco. Il suo intervento si concentra sulle prospettive aperte dall’accordo del 29 gennaio e sulla necessità di costruire una Siria democratica e decentralizzata, capace di riconoscere la pluralità etnica, culturale e religiosa del Paese. Per Ahmed, il futuro della Siria passa attraverso il riconoscimento delle autonomie locali e la partecipazione delle diverse comunità alla costruzione di un nuovo assetto politico. Sul rapporto con Damasco interviene anche Abdulkarim Sabri Omar, rappresentante dell’Amministrazione autonoma nella capitale siriana. Omar richiama l’attenzione sulle tendenze accentratrici del governo guidato da Ahmed al-Sharaa e sui rischi che queste comportano per il processo di dialogo. La concentrazione dei poteri nelle mani della nuova leadership siriana pone interrogativi concreti sul futuro delle istituzioni autonome e sulle possibilità di preservare le esperienze di autogoverno sviluppate nel Nord-Est del Paese durante gli anni della guerra. Il confronto si sposta poi verso il Rojhelat, il Kurdistan orientale, nei confini dell’Iran. Maryam Fathi, rappresentante in Europa della Comunità delle Donne Libere del Kurdistan Orientale (KJAR), affronta la condizione delle donne sotto la Repubblica islamica e il ruolo assunto dal movimento «Jin, Jiyan, Azadî» (Donna, Vita, Libertà) nelle mobilitazioni degli ultimi anni. Ehven Chiaco, esponente del Partito della Vita Libera del Kurdistan (PJAK), approfondisce la proposta politica della nazione democratica come prospettiva per il futuro dell’Iran. Il riconoscimento della pluralità dei popoli che abitano il Paese, l’autorganizzazione della società e la partecipazione delle comunità alle decisioni politiche costituiscono gli elementi centrali di un progetto che cerca di affrontare le radici dell’autoritarismo e della repressione. Arriviamo a Şengal, nel nord dell’Iraq, territorio della comunità ezida colpita dal genocidio perpetrato dall’ISIS nell’agosto del 2014. Sabreen Khudhur Elias, rappresentante del movimento delle donne di Şengal, racconta il percorso di ricostruzione sociale e politica seguito al massacro e alla riduzione in schiavitù di migliaia di donne ezide. L’esperienza dell’autodifesa e dell’organizzazione autonoma delle donne ha assunto un ruolo fondamentale nella ricostruzione della comunità, trasformando la sopravvivenza al genocidio in un percorso di partecipazione politica e di riappropriazione del proprio futuro. Ali Hussein Khaleel Awsu, attivista ecologista di Şengal, affronta le conseguenze ambientali e sociali lasciate dall’occupazione dell’ISIS e le difficoltà che accompagnano ancora oggi la ricostruzione del territorio. La devastazione provocata dalla guerra, lo sfollamento della popolazione e le tensioni legate al rapporto con le istituzioni irachene continuano a incidere sulla vita della comunità ezida. Nei suoi racconti trovano spazio anche le responsabilità della comunità internazionale durante il genocidio e le sfide che Şengal affronta nel tentativo di costruire un futuro fondato sull’autonomia e sulla sicurezza della propria popolazione. İMRALI E IL PROCESSO DI PACE: IL DIRITTO ALLA SPERANZA Il secondo momento della conferenza si concentra sulla Turchia e sulle possibilità aperte dal processo di pace. Un percorso che non può prescindere dalla condizione di Abdullah Öcalan e dal ruolo che può svolgere nella ricerca di una soluzione politica alla questione curda. Le condizioni di detenzione di Abdullah Öcalan vengono riportate da Mahmut Şakar, suo avvocato e co-presidente di MAF-DAD, associazione impegnata nella tutela dei diritti e della democrazia. Şakar ricostruisce il sistema di isolamento imposto al leader curdo nell’isola-carcere di İmralı, dove è detenuto dal febbraio 1999. Per dieci anni Öcalan è stato l’unico prigioniero dell’isola, trasformata dalle autorità turche in una struttura di massima sicurezza sottoposta a un imponente controllo militare. Le condizioni della sua detenzione e le restrizioni ai contatti con i legali e i familiari rappresentano uno dei nodi centrali del processo di pace, anche alla luce del ruolo politico assunto da Öcalan nell’apertura del dialogo con Ankara. Şakar richiama le pronunce della Corte europea dei diritti dell’uomo sul caso Öcalan. Nel 2005 la Corte riconobbe la violazione del diritto a un processo equo, mentre nel 2014 stabilì che la condanna all’ergastolo aggravato, priva di una prospettiva di liberazione, violava l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. È il principio del diritto alla speranza, che impone agli Stati di prevedere una possibilità effettiva di riesame delle pene perpetue. La sua applicazione al caso Öcalan resta al centro delle rivendicazioni del movimento curdo e delle iniziative legali promosse dai suoi difensori. La vicenda sottolinea anche una responsabilità italiana. Il 1° ottobre 1999 il Tribunale civile di Roma riconobbe a Öcalan il diritto all’asilo politico ai sensi dell’articolo 10 della Costituzione. La sentenza arrivò oltre sette mesi dopo la sua cattura in Kenya e il trasferimento forzato in Turchia, quando il leader curdo si trovava già detenuto a İmralı. Sul piano politico interviene Berdan Öztürk, deputato del Partito della Democrazia e dell’Uguaglianza dei Popoli (DEM) alla Grande Assemblea nazionale turca. Il suo contributo riguarda il ruolo del partito nel processo di pace e nella costruzione di una società democratica, attraverso il confronto con le istituzioni turche e l’organizzazione politica delle comunità. La prospettiva della modernità democratica elaborata da Öcalan si confronta così con le condizioni concrete della Turchia, con le limitazioni alla partecipazione politica e con la necessità di tradurre il dialogo in trasformazioni legislative e istituzionali. Il ruolo dell’Europa viene approfondito da Eyyup Doru, rappresentante del DEM presso le istituzioni europee. Al centro del suo intervento ci sono le responsabilità dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa, a partire dall’attuazione delle sentenze della Corte di Strasburgo e dal riconoscimento del diritto alla speranza. La posizione di Doru richiama la necessità di una pressione diplomatica capace di accompagnare il processo di pace e favorire le condizioni per una soluzione politica della questione curda. La libertà di Öcalan, il rispetto dei diritti democratici e il riconoscimento della rappresentanza politica curda restano questioni decisive nel confronto tra il movimento curdo e lo Stato turco. TESSERE UN NUOVO INTERNAZIONALISMO, OLTRE I CONFINI DEL KURDISTAN L’ultimo panel della conferenza, dedicato alla solidarietà internazionale e alla rivoluzione delle donne, affronta la possibilità di sviluppare il confederalismo democratico oltre i confini del Kurdistan, mettendo in relazione le esperienze del movimento curdo con le lotte sociali, ecologiste e femministe in altre parti del mondo. Jacopo Bindi e Ali Çiçek, entrambi dell’Accademia della Modernità Democratica (ADM), approfondiscono la prospettiva di un nuovo internazionalismo comunalista a partire dal paradigma politico elaborato da Abdullah Öcalan. La critica alla modernità capitalista, al sistema dello Stato-nazione e ai rapporti di dominio che attraversano la società contemporanea si accompagna alla ricerca di forme di organizzazione collettiva fondate sull’autonomia, sull’ecologia sociale e sulla liberazione delle donne. Nel loro contributo emerge la necessità di sviluppare questa prospettiva attraverso il confronto con i movimenti che, in diversi contesti geografici, cercano di costruire alternative al modello politico ed economico dominante. Nazan Üstündağ, sociologa e componente della rete Women Weaving the Future, porta la riflessione sul terreno delle relazioni tra i movimenti femministi. Al centro del suo intervento c’è l’esperienza della rivoluzione delle donne curde e il rapporto costruito negli anni con altre realtà di lotta, attraverso scambi, incontri e pratiche di solidarietà. Da questa esperienza prende forma la proposta di un confederalismo mondiale delle donne, fondato sulla costruzione di relazioni stabili tra organizzazioni femministe, sulla condivisione delle conoscenze e sullo sviluppo di pratiche comuni di resistenza. L’internazionalismo assume così una dimensione organizzativa concreta, attraverso la capacità dei movimenti di apprendere gli uni dagli altri e di costruire insieme nuove prospettive di emancipazione. LORENZO ORSETTI E IL SIGNIFICATO DI UNA SCELTA A chiudere la conferenza è Alessandro Orsetti, padre di Lorenzo, conosciuto in Rojava con il nome di battaglia Tekoşer Piling, internazionalista fiorentino ucciso dall’ISIS il 18 marzo 2019 durante la battaglia di Baghuz, mentre combatteva nelle Unità di protezione popolare (YPG). Alessandro ripercorre la scelta del figlio di partire per la Siria, il suo avvicinamento agli ideali della rivoluzione del Rojava e soprattutto il rapporto con le persone incontrate durante la sua esperienza. Nel suo racconto emerge il legame profondo che Lorenzo aveva sviluppato con quella società, con le donne e gli uomini impegnati nella costruzione dell’autonomia democratica e con il progetto politico che aveva scelto di condividere e difendere. Una scelta maturata attraverso la conoscenza diretta di una realtà nella quale riconosceva valori e aspirazioni che sentiva propri. La testimonianza di Alessandro restituisce alla solidarietà internazionale una dimensione profondamente umana, fatta di relazioni, responsabilità e scelte personali. Lorenzo aveva trovato in Rojava un’esperienza rivoluzionaria alla quale dedicare il proprio impegno, riconoscendo nella lotta del popolo curdo una prospettiva di emancipazione che riguardava anche il suo futuro e quello della società da cui proveniva. Il suo ricordo chiude la giornata di Torino, un confronto che ci lascia aperta soprattutto la questione delle condizioni concrete attraverso cui costruire la pace. Il futuro del processo avviato in Turchia, il riconoscimento dell’autonomia democratica in Siria e la possibilità di rafforzare le relazioni tra i movimenti internazionalisti dipenderanno dalle scelte politiche dei prossimi mesi e dalla capacità delle comunità coinvolte di incidere su queste trasformazioni. È su questo terreno che il confederalismo democratico continua a confrontarsi con le contraddizioni del Medio Oriente e con le aspirazioni di chi, dentro e fuori dal Kurdistan, lavora alla costruzione di una società democratica. Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Da Torino al Kurdistan, la pace si costruisce dal basso proviene da DINAMOpress.
October 24, 2026
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Riprendiamoci la moneta, riprendiamoci il futuro
Nel mondo che ci tocca in sorte, che corre veloce verso l’abisso, la moneta è trattata come faccenda tecnica. La sua smaterializzazione, l’ha resa tema massimamente religioso, sacerdotale. Non casualmente, il più importante capitalista americano del momento, Peter Thiel, assieme a Musk ha fatto fortuna con PayPal, ma soprattutto parla attraverso Paolo di Tarso e la sua lettera ai Tessalonicesi. Il Papa, giustamente, si incazza, ma quello non si placa e sostiene che l’anticristo, ovvero la Cina, sia grande alleato del Papa stesso. Mondo in corsa verso l’abisso, appunto. La moneta legale è emessa dalle banche centrali. In un bel libro di qualche anno fa, Alberto Orioli definisce quelli del banchiere centrale enunciati oracolari. Trattasi dunque di rivelazione divina, a mezzo di profeti non particolarmente eroici, ma felpati, austeri, quasi sommessi nell’eloquio, con vasta cultura (anche umanistica). Più la politica si fa sguaiata, più non tocca palla quando si parla di moneta. Le banche le nomina per gli extraprofitti, senza però capire precisamente cosa sono, come si fanno, gli extraprofitti delle banche commerciali. > Ora, nel mondo è in corso un conflitto epocale. Si tratta di una guerra, ma > monetaria. Combinata con le guerre che insanguinano l’Europa orientale e il > Medio Oriente, senz’altro. Ma relativa, più specificatamente, al futuro della > moneta. Dal 1971 in maniera definitiva, tra moneta e oro non vi è più connessione sostanziale. L’oro rimane un bene rifugio, sempre più rilevante nella fase attuale segnata dal declino del dollaro, ma l’emissione di moneta non è più incatenata ai lingotti d’oro nei caveau. Basta un click della banca centrale, che scambia titoli di Stato con riserve, e le riserve, composte di moneta di banca centrale, garantiscono liquidità alle banche commerciali e queste dovrebbero garantire credito alle imprese, quelle dinamiche e innovative – ma assai spesso non lo fanno. E poi ci sono i depositi bancari, che creano moneta bancaria (quindi privata, ma convertibile in legale) ex nihilo, sempre attraverso un click. Capite? Trattasi di Spirito. Ma il successo dell’oro era legato alla sterlina, dopo la sterlina al dollaro. Il dollaro si è fatto «denaro mondiale», con l’incedere della finanziarizzazione e l’implodere del blocco sovietico. Poi, dalla crisi delle dotcom del 2000, dall’11 settembre del 2001, ma soprattutto dal crack del 2007-2008, il sogno imperiale si è infranto. Quindi il dollaro, che declina ma non muore, si è fatto strumento militare. Tra i più efficaci, tra l’altro. Tanto gli Stati Uniti perdono tutte le guerre sul terreno, dall’Iraq all’Afghanistan, tanto il dollaro colpisce duro, rende solidi gli ordini esecutivi e le sanzioni che chiudono conti correnti e congelano asset. La Cina, che ha capito di essere il prossimo bersaglio, una volta che la destabilizzazione europea e mediorientale avrà fatto il suo corso, si è organizzata: la sua banca centrale ha cominciato a emettere renminbi digitale, ovvero moneta digitale pubblica, equivalente al contante; ha creato CIPS (Cross-border Interbank Payment System), circuito alternativo a SWIFT, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; ha egemonizzato mBridge, progetto della Bank of International Settlements che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned. Di tutta risposta, Trump, che un tempo era ostile alle criptovalute, ora, col suo Genius Act, ha regolamentato le stablecoin, valute digitali ancorate al dollaro emesse da società private non bancarie. Per ancorare le stablecoin, guarda caso, le società in questione acquistano a man bassa titoli di Stato a stelle e strisce. Una manna dal cielo, visto che il debito pubblico americano non se lo vuole accattare più nessuno, avendo superato i 40 mila miliardi di dollari. Se le stablecoin si diffondono, garantendo esse pagamenti transfrontalieri e all’ingrosso programmabili, 24/7 e 365 giorni l’anno, il gioco è fatto: il mondo ricomincerà a finanziare il bilancio pubblico statunitense, Pentagono in primo luogo. E non si è fermato, Trump: ha ordinato che la Fed interrompa ogni progetto di dollaro digitale. > Una guerra è in corso: tra moneta pubblica e moneta privata. E l’Europa? La BCE, che certo non brilla per complicità col proletariato, si sta attrezzando. E lo sta facendo al meglio. Se tutto va come deve, entro il 2026 sarà ratificato l’euro digitale. Moneta pubblica, dunque, che dopo un paio d’anni di sperimentazione, sarà finalmente emessa e diffusa (2029). Con un e-wallet, sarà utilizzabile anche offline. Di più, con Pontes prima e Appia a seguire, la BCE procede verso la tokenizzazione della moneta di banca centrale, per rendere autonomi dai circuiti internazionali anche i pagamenti all’ingrosso (interbancari), e non solo quelli al dettaglio (che avverranno con euro digitale e contanti). Di tutto ciò la politica – anche di sinistra – non parla, trattandosi a suo avviso di temi da lasciare ai banchieri centrali. È in controtendenza, allora, la conferenza organizzata dalla For the People Foundation, che si svolgerà oggi a Roma (presso Industrie fluviali), dalle ore 10 alle 19. For the People, infatti, è la fondazione affiliata a ELA – European Left Alliance, la formazione politica eco-socialista che vede insieme un importante numero di partiti europei e, tra questi, Sinistra Italiana. Controtendenza urgente, visto che non è proprio vero che la politica europea tutta non si stia occupando di euro digitale. Lo fa per esempio una forza politica tedesca, di nome AfD, e con un obiettivo chiaro: distruggerlo. Un motivo in più, per sapere da che parte stare. Segui la diretta streaming dell’evento Immagine di copertina di Atlantic Ambience L'articolo Riprendiamoci la moneta, riprendiamoci il futuro proviene da DINAMOpress.
October 24, 2026
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Castel Volturno, verso la grande manifestazione contro il CPR. Il vento è cambiato?
Per cogliere la portata della mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno, organizzata per sabato 24 ottobre, è utile partire da altri luoghi: dalle numerose città dalle quali partiranno i pullman per raggiungere la Campania. La mappa delle partenze si allarga ben oltre le regioni vicine e le grandi città. Negli ultimi giorni si moltiplicano le richieste di partecipazione e diventa febbrile il lavoro per renderle possibili: raccogliere adesioni, trovare posti, rendere sostenibile la trasferta.  La distanza che tante persone sono disposte a percorrere per manifestare contro la costruzione del CPR campano è un indicatore importante. È il prodotto dell’energia che questa mobilitazione sta mettendo in circolo, che da tempo non si percepiva con questa intensità. Il punto di partenza è chiaro: è necessario e possibile impedire che il governo realizzi il suo piano e costruisca la struttura. > Non si tratta solo della denuncia della violenza sistemica dei CPR: l’aspetto > dirimente della mobilitazione campana è la convinzione che vincere sia > possibile. L’energia che si respira è il prodotto di questa tensione al > risultato. A rendere credibile questa ambizione è la rete costruita intorno alla mobilitazione. Lavorano fianco a fianco associazioni, movimenti, sindacati, enti religiosi, collettivi, ONG. Un insieme dalle proporzioni in parte inedite. La tipologia, scala, postura dei soggetti in campo è molto diversificata. Dentro questa fitta trama, anche la posizione delle istituzioni – dalla presidenza della regione in giù – ha un preciso peso specifico. La convergenza segue una logica ecosistemica: organizzazioni, persone e istituzioni cooperano da posizioni diverse, con responsabilità e strumenti non per forza sovrapponibili. Una galassia plurale e articolata, dentro la quale l’ambizione della vittoria è resa realistica dalla forza organizzativa complessiva e dalla distanza dai veti ideologici. La posizione della rete è efficacemente sintetizzata dallo slogan «né qui né altrove». Non si contesta soltanto la scelta di collocare il CPR in un’area ricca di specificità e complessità che richiederebbero ben altre forme di intervento. Si rifiuta la detenzione amministrativa come strumento delle politiche migratorie. È una parola d’ordine che allarga il conflitto oltre Castel Volturno e impedisce che il confronto si riduca a una disputa sulla localizzazione.  > Le adesioni in continua crescita, l’incessante lavoro organizzativo e la > capillare diffusione delle partenze fanno pensare a una partecipazione molto > vasta; sarà la giornata di sabato a restituire la misura effettiva della > mobilitazione. Per ragioni complesse, intorno al tema delle politiche migratorie si è sedimentata una postura in cui prevalgono la testimonianza etica e la denuncia del diritto violato. Registri necessari, ma che non sempre sono accompagnati dal necessario slancio organizzativo o declinati con l’obiettivo di incidere effettivamente nei rapporti di forza per cambiarli. La mobilitazione campana si muove in discontinuità con questa tendenza. Qui la capacità di organizzare la partecipazione conta almeno quanto la nettezza del posizionamento. Con queste coordinate, il percorso finora sviluppato è un segnale importante su scala nazionale. Che questa rete sia riuscita a mettere in piedi un processo di questa portata non basta, da solo, ad affermare che il vento sia cambiato. È però un indizio importante, che va oltre la vicenda di Castel Volturno in sé. Oltre la manifestazione si affacciano almeno due sfide. La prima riguarda il rapporto tra detenzione amministrativa e rimpatri. I CPR sono un’infrastruttura cruciale: per la funzione specifica e per la loro dimensione disciplinante sull’insieme della popolazione migrante. Ma sono solo un tassello dell’apparato dei rimpatri e, non di rado, nemmeno quello statisticamente più rilevante. Hanno un ruolo decisivo, ad esempio, anche i cosiddetti luoghi idonei e i rimpatri eseguiti senza un previo trattenimento. > Da questa prospettiva, è indispensabile allargare lo sguardo e sviluppare la > capacità di mobilitazione anche contro gli altri tasselli del complesso > mosaico dei rimpatri. La seconda sfida riguarda il Patto europeo, passato rapidamente da orizzonte lontano a parte della nostra quotidianità. Le procedure di screening e la valutazione accelerata delle domande d’asilo alla frontiera – intesa non solo nella sua dimensione geografica – sono alcuni dei suoi snodi centrali. Renderli comprensibili nel dibattito pubblico richiede una maggiore capacità collettiva di traduzione politica. È, prima di tutto, una questione di metodo e di postura: pensare e agire in maniera ambiziosa, accumulare forza, provare a vincere. Sabato 24 ottobre, a Castel Volturno, si respirerà aria fresca; la sfida è riempirsene i polmoni e portarla nei luoghi in cui ogni giorno prendono forma vecchie e nuove politiche di confinamento.  Foto di copertina: CPR Albania_DavideVigano Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Castel Volturno, verso la grande manifestazione contro il CPR. Il vento è cambiato? proviene da DINAMOpress.
October 23, 2026
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Orientale Occupata: pretendiamo il futuro, occupiamo il presente
Lunedì scorso lə studentə hanno occupato Palazzo Giusso, sede storica dell’Università L’Orientale, in continuità con le lotte giovanili in tutta Europa e in complicità con le migliaia di lavoratorə che stanno bloccando il Mezzogiorno. Le parole d’ordine che hanno scelto di portare avanti sono legate alla condizione giovanile sempre più precaria in questo paese: no al caro vita, no al caro affitti e una generale richiesta di un futuro migliore. Prontamente è arrivata la risposta della ministra Bernini che ha additato gli studenti come violenti e prevaricatori in ben due occasioni: con un post Instagram e in occasione dell’inaugurazione dello studentato “La Corte” di Parma. Come noto a chi ha seguito le ultime vicende questi nuovi studentati costruiti con i fondi del PNRR, che dovevano riparare a un problema strutturale in Italia, sono diventati terreno fertile per la speculazione da parte di grandi aziende private del settore immobiliare. Per solo 12 anni saranno adibiti a studentati e con solo una piccola parte ad un prezzo “calmierato” che, come confermato già da numerose inchieste, può superare i 500 euro per una singola. «Abbiamo scoperto che la Ministra Bernini ha detto che l’Università è di tutti e non di chi la occupa. Ma è davvero così? O è solo di chi se la può permettere? Noi non ci stiamo e non crediamo che l’Università possa essere sottoposta all’aziendalizzazione e a paradigmi eurocentrici e guerrafondai. Vediamo invece l’Università come uno spazio da rivendicare e all’interno di quello spazio costruire dei momenti di confronto e soprattutto di socialità alternativa». Così rispondono i collettivi alla Ministra in reel pubblicato su Instagram. Le prime giornate di Occupazione sono state contraddistinte da un grande lavoro per mettere in rete tante lotte apparentemente lontane ma in realtà strettamente legate tra loro. Infatti, lunedì dopo una grande assemblea in cui si è voluto spiegare al resto della comunità studentesca le ragioni dell’occupazione, lə studentə che hanno occupato hanno creato un momento di dibattito e confronto con i loro coetanei francesi e spagnoli, insieme a diversi collettivi di liceali che hanno occupato le loro scuole. Assemblea con studentə francesi e spagnolə «Sentire queste testimonianze dall’Europa in lotta, dalle scuole in occupazione è un grande motore per continuare la nostra mobilitazione in Università. Costruiamo assieme le prossime giornate di lotta in Università e riappropriamoci di questo luogo». Così una studentessa nell’intervento di chiusura dell’assemblea. Nel solco di questo ragionamento sono continuati i giorni di Occupazione. La mattinata del secondo giorno è stata segnata da un incontro tra lo Sportello Antisfratto di Napoli e altre organizzazioni attive sul tema del diritto all’abitare. Insieme a loro c’è stata anche la partecipazione di diverse persone sotto sfratto che hanno condiviso le loro esperienze e la loro rabbia nel vedere il proprio diritto all’abitare negato. Nel pomeriggio invece, si è svolta l’assemblea di I’m Queer Any Problem, collettivo queer e transfemminista, che da anni anima il pride dal basso organizzato in città. Subito dopo il cortile dell’Università ha visto ospitare l’assemblea cittadina contro il carovita. È stato un momento estremamente partecipato dove si sono uniti studentə, sindacati, collettivi e disoccupati per lanciare una campagna cittadina contro il carovita e convergere sulle date già esistenti contro la costruzione del Cpr a Castel Volturno il 24 ottobre e lo sciopero generale del 30 ottobre. «Ringraziamo tutte le realtà per essere intervenute. L’Università occupata è fucina di pratiche di confronto e di conflitto. Per noi la potenza di questo momento è di rendere finalmente l’università occupata un centro di dibattito, sperimentazione e progettazione politica. Per loro questo è il ruolo storico e sociale che l’Università dovrebbe avere e che purtroppo ha perso. È fondamentale unire le nostre lotte, intersecare i diversi processi di mobilitazione, e dunque rilanciamo le date del 24 ottobre e del 30 ottobre per costruire un ampio Movimento di opposizione sociale per riprenderci il futuro che ci stanno negando». Queste le parole di uno degli studenti presenti all’assemblea. La terza giornata di Occupazione tornerà sul tema della casa e ci saranno collegamenti con Plaza del Sol a Madrid e diversi momenti laboratoriali e di socialità per la comunità studentesca. In continuità con le loro pratiche di ascolto e confronto hanno inviato una lettera dalle mura del Palazzo Occupato a tutto il personale universitario dell’Ateneo per cercare supporto e appoggio da parte della comunità accademica nella loro lotta. Nel frattempo, hanno anche lanciato, attraverso i loro social, un appello a tutte le università italiane per unirsi alla mobilitazione. Per rimanere aggiornati sulle giornate di mobilitazione potete seguire Orientale Occupata su Substack: https://orientaleoccupata.substack.com/ Per contattare gli studenti: orientaleoccupata@proton.me Contatto Instagram: @xa.napoli La copertina è del collettivo Orientale Occupata Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 22, 2026
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Brasile: il Mata-Mata alle urne tra Lula e Bolsonaro
Il buongiorno all’indomani del primo turno elettorale in Brasile non ha avuto di certo l’oro in bocca, anche se un sospiro di sollievo ce lo ha comunque regalato, dal momento che ad un certo punto dello spoglio l’innominabile era al 51%…  Sapevamo però che i risultati del Nordeste, da sempre roccaforte della sinistra brasiliana dall’Indipendenza ad oggi, vengono conteggiati sempre un pelino più tardi: non perché il conteggio inizi effettivamente dopo, ma perché le urne delle diverse sezioni vengono trasmesse e totalizzate a velocità diverse, e in alcune aree del Nordeste le difficoltà logistiche e di collegamento possono rallentare la trasmissione dei dati. Non è la prima volta infatti che assistiamo alla rimonta del PT in piena notte… Lo scenario che ci troviamo davanti è quello cui avevamo assistito durante la turbolenta campagna elettorale e che pure ci avevano predetto i sondaggi, ovvero un Paese profondamente polarizzato: i risultati di lunedì 5 ottobre ci restituiscono un Brasile ancora più spaccato e diviso per i prossimi giorni di campagna elettorale, fino al secondo turno di domenica 25 ottobre, nel ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto più consensi. Da una parte Luiz Inácio Lula da Silva, presidente in carica e leader storico del Partido dos Trabalhadores (il Partito dei lavoratori, PT), in corsa per un quarto mandato non consecutivo. Dall’altra Flávio Nantes Bolsonaro, senatore del Partido Liberal (PL) e figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, il quale si presenta in perfetta continuità e coerenza con l’eredità politica del padre e del bolsonarismo di estrema destra che ha tristemente segnato il Brasile negli ultimi anni e per le prossime decadi. > La partita politica che si sta giocando dietro e oltre i due candidati è > davvero decisiva, fuori e dentro il Paese, e riguarda profonde differenze > culturali, ideologiche ed economiche. Il pericolo più grande che sta correndo ora il Brasile con queste elezioni è il ritorno al governo di quell’ideologia di estrema destra liberale e mafiosa che combina conservatorismo sociale, nazionalismo, autoritarismo, securitarismo, militarismo, clientelismo, negazionismo ai tempi del COVID e patriarcalismo, come direbbe Gilberto Freire. La situazione in Congresso era già piuttosto critica prima delle elezioni: tradizionalmente dominato da partiti di centro e centrodestra, riuniti sotto l’etichetta di Centrão, dal 2018 ha visto crescere progressivamente la presenza delle forze di estrema destra. La nuova composizione parlamentare all’indomani delle elezioni, con il peso del PT sostanzialmente invariato rispetto alla legislatura precedente, conferma uno scenario sfavorevole per Lula, che già prima del voto si trovava ad affrontare notevoli difficoltà di agibilità governativa nel costruire maggioranze e portare avanti la propria agenda politica. DeputatƏ e senatorƏ sono infatti figure centrali del sistema legislativo brasiliano: riuniti nel Congresso Nazionale, l’equivalente del Parlamento italiano, elaborano e approvano le leggi federali ed esercitano funzioni di controllo sull’operato del governo. Cominciamo dunque col dire che anche in caso di vittoria, il leader del PT si ritroverebbe a fare i conti con un Senato a forte presenza del PL: il Partito Liberale di Bolsonaro, dopo aver conquistato 19 dei 54 seggi in palio, che si aggiungono ai 9 già in carica, porterà a 28 il numero dei propri senatori a partire dal 2027, diventando il partito con la maggiore rappresentanza al Senato federale brasiliano. Se poi si sommano i senatori e le senatrici di destra, il conteggio arriva a 49, vale a dire i 3/5 del senato, quanto basta per approvare proposte di riforma costituzionale (Proposta de Emenda à Constituição: PEC). Il resto del senato è dunque composto da 27 deputatƏ schierate a sinistra e 5 al centro. SENATO Brasile · 81 seggi · distribuzione per area politica 27Sinistra 5Centro 49Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress Per un procedimento di impeachment – la messa in stato di accusa del Presidente – bastano 54 voti, facilmente e realisticamente raggiungibili con il sostegno delle forze politiche di centro. Secondo una ricostruzione del giornale Folha, sono almeno 51 i senatori e le senatrici che hanno manifestato, seppure con posizioni diverse, un orientamento favorevole a esercitare forte pressione sulla Corte Suprema, chiamata a pronunciarsi sulle sorti di Bolsonaro padre “dopo il ballottaggio”. Dunque, il rischio più immediato è di impeachment contro i giudici del Supremo Tribunale Federale (STF) che hanno condannato Jair Bolsonaro per il tentato Golpe del 2022-2023, il giudice Alexandre de Moraes in primis. Per la Camera il discorso è analogo, perché i deputati e le deputate del partito di Bolsonaro sono 121, ma in coalizione con gli altri partiti di destra il numero schizza a 283, contro i 123 del centro e i 107 di sinistra. Lula e il PT si troverebbero dunque in una posizione di estrema debolezza e con scarso margine di iniziativa in tutto il Congresso.  CAMERA DEI DEPUTATI Brasile · 513 seggi · distribuzione per area politica 107Sinistra 123Centro 283Destra Fonte: poder360 · elaborazione DinamoPress CHI SONO LE SENATRICI E DEPUTATI DEL BOLSONARISMO E DELLA SINISTRA BRASILIANA Tra le diverse persone elette, alcune meritano una pur rapida menzione. Del PL abbiamo l’imbarazzo (letteralmente) della scelta, ed è senza dubbio degna di nota la rapida ascensione da influencer a personaggi prima pubblici, poi politici, grazie all’impiego strategico delle tecnologie social. Tra le più virali ritroviamo Eduarda Campobiano, di 23 anni, deputata statale del PL per lo stato di São Paulo, la più eletta con quasi 2 milioni di voti: il volto arrogante e sprezzante dell’ipocrisia bolsonarista della peggior specie. Una giovane rampolla di una ricca famiglia proprietaria terriera originaria di Caserta e giunta in Brasile all’epoca in cui, in virtù del decreto N°272 del 10 dicembre 1884 al fine di «sbiancare» la popolazione brasiliana, il governo offriva politiche di accoglienza all’immigrazione europea. E quindi, vissuta senza mai dover lavorare mezza giornata della sua agiata vita, si batte per il merito scagliandosi contro le quote razziali. A tal punto è importante il merito individuale nel suo discorso che non ha presentato nessuna e dico nessuna proposta elettorale: ha costruito un’intera campagna sui social all’insegna di Deus, pátria e família, sferrando animate e violente critiche ai femminismi, ringraziando dio per l’evangelizzazione dei popoli nativi, pronunciandosi contraria al diritto di voto per le donne ma per la difesa incondizionata della vita del feto e della donna rigorosamente biologica e uterodotata, cui l’uomo ha tutto il diritto di dire «tornatene in cucina». Conosciamo sin troppo da vicino quel fenomeno di matrice patriarcale che coopta donne e altre soggettività e le porta a dominare la politica usando argomenti tutti antifemministi, pur avvalendosi delle conquiste dei movimenti femministi e transfemministi, come il diritto di voto o la possibilità stessa di stare in politica. Poi c’è Júlia Zanatta, deputata federale del PL per Santa Catarina, con 560.223 voti, la parlamentare più votata nella storia dello Stato. Le immagini divenute virali della sua commemorazione per le strade di Florianópolis con in mano un chicote (uno scudiscio di memoria schiavista) che faceva schioccare a terra e una tiara di fiori in testa (in allusione ad un’estetica associata al nazismo) ci fanno riflettere su quanto suprematista, razzista e violenta riesca ad essere la semiotica della destra bolsonarista. Screenshot dai video Lucas Pavanatto, giovane imberbe candidato «antiwoke», eletto deputato federale con un record di voti nello Stato di São Paulo, promuove una piattaforma profondamente conservatrice su aborto, identità di genere e politiche d’esclusione per le persone trans (escluderle dai bagni pubblici è la sua principale battaglia). Insieme all’alleata Eduarda fanno reel e interviste dai contenuti fortemente transfobici e razzismi che accalappiano milioni di like. C’è Nikolas Ferreira, anche lui giovane uomo bianco, uno dei principali esponenti e promessa nascente del bolsonarismo di destra, tutto dovuto ad una presenza molto forte sui social e ad una comunicazione politica rivolta alla fascia più giovane della popolazione: deputato federale per Minas Gerais, alle elezioni del 4 ottobre è stato rieletto con tre milioni e passa di voti, come Pavanatto, il risultato più alto mai ottenuto da un candidato alla Camera federale in Brasile. È un cristiano evangelico conservatore: la sua principale attività politica, sostenuta da un’importante costellazione di fake news, comprende l’attacco continuo e costante alla cosiddetta “ideologia di genere”, ai femminismi, al linguaggio neutro e alla cosiddetta “cultura woke”. > Negano con forza e tigna rara l’esistenza del fenomeno del femminicidio > appellandosi alla natura dei ruoli di genere, alla Bibbia, al nome di dio, > alla costola di Adamo ma soprattutto avvalendosi di toni incalzanti, > interruzioni continue e dichiarazioni sensazionalistiche che rendono la logica > rasa delle loro argomentazioni il focus stesso del discorso. L’unica proposta > a sostegno della difesa delle donne (bianche, cis, di classe alta) è quella di > armarle di pistola. Della sinistra brasiliana vale la pena menzionare Ana Elisa Santos Silva, di soli 21 anni: una giovane donna nera figlia di mãe solo. Viene eletta deputata federale per Minas Gerais nelle liste del PT con oltre 500 mila voti, risultando la seconda candidata più votata per la Camera nello Stato, dietro Nikolas Ferreira. Così come la sua antagonista Eduarda, la sua campagna è stata costruita soprattutto attraverso i social, mettendo a disposizione del partito il proprio corpo e la propria biografia di donna nera cresciuta dentro la scuola pubblica, con una comunicazione politica semplice, diretta, intelligente ed efficace. In una delle sue dichiarazioni all’indomani dei risultati ha criticato la sconfitta della sinistra al primo turno dicendo che «seppure un like non corrisponde necessariamente a un voto, l’errore è quello di non considerare le reti sociali terreno di scontro», e invitando a «calçar a sandália da humildade» (indossare i sandali dell’umiltà), nel senso di fare un bagno di umiltà e scendere ad occupare anche quel campo di battaglia.  Poi c’è lei: la diva, Erika Hilton, deputata trans del Partito socialismo e libertà (PSOL) di São Paulo che con più di un milione e mezzo di voti si colloca nella storia della Camera dei deputati del Brasile come la donna più votata di sempre. I suoi interventi sono paragonabili a dei dolci mantra da ascoltare e riascoltare durante il risveglio muscolare la mattina o il rilassamento la sera prima di andare a dormire tranquillƏ e sognare la caduta del patriarcato. E infine Anielle Franco, sorella di Marielle, già ministra dell’Uguaglianza Razziale nel governo Lula 2023-2026, eletta deputata federale per Rio de Janeiro nelle liste del PSOL, vicina politicamente e molto legata affettivamente a Mônica Benício, la vedova di Marielle che ha preso il suo posto di consigliera comunale di Rio nel 2020: insieme lottano per i diritti umani, delle donne e della comunità LGBTQIA+. TORNIAMO AL BALLOTTAGGIO DEI DUE CANDIDATI Bolsonaro al primo turno non ha avuto un sostegno coeso da parte dell’intera destra. Una frammentazione che potrebbe essere decisiva al secondo turno e che da una parte, paradossalmente, potrebbe ora favorirlo: al ballottaggio, infatti, una parte consistente dei voti raccolti dai candidati di destra e centrodestra potrebbe confluire sul PL.  È il caso di Ronaldo Caiado, ex governatore di Goiás, candidato del PSD (Partido Social Democrático) e uomo di riferimento dell’agronegócio, che dopo averlo attaccato durante la campagna ha infine annunciato il proprio sostegno al candidato del PL. Una convergenza non priva di imbarazzi e che non cancella le precedenti tensioni, come anche lasciava intuire la smorfia di Caiado quando, durante l’evento di Goiânia, dal palco Flávio ha promesso di cambiare la Costituzione, evocando la possibilità di «redemocratizzare» il Paese. Tuttavia, l’appoggio del leader non garantisce il trasferimento dei suoi voti: secondo i sondaggi pubblicati a ottobre, una parte dell’elettorato di Caiado — tra il 23% e il 35% nelle rilevazioni citate — dichiara di voler votare Lula al secondo turno.  Anche Romeu Zema, ex governatore di Minas Gerais e candidato di una destra liberale e liberista, ha finito per schierarsi con Flávio. Più complessa, invece, la posizione di Renan Santos, leader del Movimento Brasil Livre e candidato del Missão, espressione della destra conservatrice: dopo il primo turno ha scelto di non appoggiare formalmente nessuno dei due candidati. > La destra, insomma, non si è ricomposta interamente attorno al leader del PL > ma il candidato del PL parte con un vantaggio significativo nel bacino > elettorale dei suoi ex avversari. Un sondaggio Datafolha pubblicato prima del > voto mostrava già che, tra lƏ elettorƏ di Zema, Renan Santos, Caiado e Augusto > Cury, il figlio di coiso raccoglieva il 43% delle preferenze contro il 30% di > Lula.  La buona notizia è però che la destra bolsonarista di Flávio è una semplificazione talmente caricaturale e ignorante persino della stessa ideologia di destra, da spingere diversƏ elettorƏ della destra «civilizada» e do Centrão a preferire le politiche di Lula al suicidio economico, politico, ambientale, sociale che si prospetta con Bolsonaro jr Presidente e Alfredo Gaspar, accusato dello stu*pro di una tredicenne, a vice. Lo slogan di questa campagna è stato infatti «destra e sinistra con il bolsonarismo». Il vero nodo, ora, è che ci sono più di 30 milioni di persone astenute che possono decidere le sorti del Brasile alle urne di questo 25 ottobre ormai prossimo: anche Lula potrebbe recuperare consensi tra chi ha lasciato la scheda in bianco (quasi il 10%) o non ha votato al primo turno e deciderà di farlo al secondo (21,06-8%). La campagna elettorale si sta concentrando infatti sull’invito a recarsi alle urne, a scendere in strada, a parlare con le persone, a condividere la campagna digitale. E non appena Lula ha condiviso il suo invito Bora pra rua (andiamo in strada), migliaia di studenti hanno inondato le strade cantando olé olé olé olá, Lula Lula; la Avenida Paulista un fiume rosso infinito; a Rio de Janeiro pienone a sostegno di Lula come fu per Madonna nel 2024. Sui social, la rete di artistƏ, influencer, capoeiristas del Nordeste e non solo sta rilanciando l’enorme mobilitazione digitale in vista del ballottaggio, attraverso video, slogan, hashtag e contenuti pensati per raggiungere nuovi segmenti di elettorato.  Un ruolo particolare e imprescindibile in questa incredibile campagna elettorale senza precedenti è quello di André Janones (“Danone” per i meme), deputato federale dello Stato di Minas Gerais e tra i principali artefici della comunicazione digitale a sostegno di Lula. Con i suoi video urlanti, un carisma contagioso e gli addominali esibiti, il gruppo WhatsApp «Exército do Lula» è riuscito a dettare un’urgenza politica mai vista e a raggiungere 5 milioni di iscrittƏ. La controparte ha subito risposto con un altro canale di mobilitazione a sostegno del leader del PL, ma il gruppo «Tropa do Flávio» ha raggiunto appena un milione e mezzo di iscrizioni. E mentre il gruppo di destra gode dell’appoggio delle grandi Big Tech e quindi della preferenzialità algoritmica nella diffusione di meme e fake news che incitano all’odio e che denigrano la sinistra, quello del PT è stato persino sospeso in ben due episodi dal chiaro e amaro sapore di censura: l’ultimo, gravissimo, durante la votazione di mercoledì 14 che riguardava la tanto discussa e divisiva Proposta de Emenda à Constituição (PEC) relativa alla fine della settimana lavorativa nella formula 6x1. Su questo proposito, vale la pena di sottolineare che nonostante gli attacchi e i sabotaggi, le bugie e le false promesse, il passaggio da 44 ore lavorative a 40, garantendo due giorni di riposo senza riduzione salariale, segna una vittoria storica nella conquista dei diritti della classe lavoratrice grazie alla perseveranza di deputatƏ come Erika Hilton e Rick Azevedo – ex commesso di farmacia, divenuto noto nel settembre 2023 grazie a un video in cui denunciava le conseguenze della settimana lavorativa di sei giorni: dopo aver fondato il movimento Vida Além do Trabalho (VAT: Vita Oltre il Lavoro), nel 2024 è stato eletto consigliere comunale a Rio de Janeiro e a quest’ultime è stato eletto deputato federale per il PSOL, con 191.371 voti. L’enorme azione digitale del 17 ottobre scorso, ad esempio, ha riscosso tantissimo successo sul piano simbolico: l’appello a indossare le magliette gialle e a tornare a esibire il verde e il giallo oro della bandiera brasiliana – colori e simboli sussunti dal precedente governo Bolsonaro in un processo di identificazione forzata con l’estrema destra – ne ha riaffermato il carattere nazionale. > La contesa elettorale si è spostata così anche sul piano dell’identità visiva, > dunque, nello sforzo di rinnovare l’immaginario di sinistra, al fine di > renderla gostosa (sexy), giovane, tonica e persino “patriottica” nel senso > democratico del termine.  Insomma. Per chi si ostina a pensare che non ci sia partita, già il sondaggio di Vox Brasil del 9 ottobre indicava Lula avanti di 1 punto e mezzo: la distanza tra i due candidati è inferiore al margine di errore e quasi unƏ elettorƏ su dieci non ha ancora espresso una preferenza, restituendo non un vantaggio statisticamente accertato, ma sì un quadro di sostanziale equilibrio che ci lascia ben sperare nella svolta, a virada. Anche all’interno del PT un po’ di entropia non manca. Nel commentare i risultati all’indomani delle elezioni, lo stesso Lula non nasconde un po’ di delusione («Eu gostaria de ter ganho no primeiro turno», ovvero: «Mi sarebbe piaciuto aver vinto al primo turno») e un velo di stanchezza e paura – paura per quello che potrebbe succedere al Brasile se cadrà in mano a questa banda di miliziani corrotti, disonesti, arrivisti, megalomani, misogini e razzisti. Ma non è la prima volta che Lula si trova a disputare la presidenza al ballottaggio e a pensare che gli sarebbe piaciuto vincere al primo turno. Lui stesso afferma che «lo avevamo già pensato nell’89 anche se poi non era andata, nel ’94, nel ’98, nel 2002, nel 2006, e poi lo abbiamo pensato nel 2010 con Dilma, nel 2014, poi l’ho pensato con Haddad nel 2018…»: non passa al primo turno, dice, con la solita ironia che lo contraddistingue, perché alla gente piace vederlo «giocare ai supplementari», perché è molto bravo nel mata-mata, il testa a testa. > Quanto alla strategia comunicativa da mettere in campo nella corsa alla > presidenza, c’è chi invoca una campagna più rigorosa e radicale, capace come > stiamo vedendo di parlare soprattutto attraverso i social network e di mettere > sul tavolo progetti ambiziosi di politica pubblica per conquistare la parte di > elettorato ancora indecisa. Tra le proposte circolate c’è per esempio quella di rendere gratuiti i trasporti pubblici durante il fine settimana — un terreno sul quale il PT rivendica risultati quali la realizzazione e l’inaugurazione  della metropolitana di Salvador de Bahia — con il rischio, tuttavia, di provocare una reazione dei ceti medi, chiamati attraverso la fiscalità a sostenere servizi dai quali non si sentono direttamente beneficiati. Un’altra componente del partito preferirebbe puntare invece su politiche di austerità, nel tentativo di rassicurare le forze conservatrici e indurle a ripiegare su un Lula ancora più ricattabile e indebolito dall’esito elettorale. Chiara e condivisa è la necessità di condurre una campagna più incisa e contundente, tesa a «smascherare» le frodi, gli scandali e le accuse che vedono coinvolto l’avversario, e a denunciarne un disegno politico che avrebbe quale unico proposito l’asservimento del Brasile agli Stati Uniti e la cessione di sovranità all’amministrazione Trump. In rete circolano migliaia di video di denuncia sulla frode finanziaria del Banco Master, sulle rachadinhas e su tutta la banda di politici corrotti, miliziani, mercenari, ex poliziotti militari e trafficanti che attestano il coinvolgimento di Flávio Bolsonaro finanche nell’omicidio di Marielle Franco e Anderson Gomes.  Di nuovo in primo piano il caso del fratello di Flávio, Eduardo, rifugiatosi negli Stati Uniti per fuggire alla condanna a quattro anni e due mesi per coercizione nell’ambito del procedimento a carico del padre (appoggiato dal Governo di Trump): l’8 ottobre 2026 riceve dal giudice Alexandre de Moraes un mandato di arresto e la revoca del passaporto brasiliano.   Il nome di Alexandre de Moraes, uno dei giudici più influenti dell’STF che ha condannato Jair Bolsonaro per il Colpo di Stato e ora il figlio Eduardo, costituisce un problema anche per Lula in questa campagna: a inizio settembre sono emersi presunti contatti tra Alexandre de Moraes e Daniel Vorcaro, attualmente in detenzione preventiva. Sono inoltre emersi rapporti professionali tra l’ex banchiere e lo studio legale della moglie del giudice. A rendere pubblica parte dei documenti è stato André Mendonça, ministro del STF indicato da Jair Bolsonaro nel 2021 e relatore del caso. La vicenda ha innescato uno scontro interno alla Corte, alimentando i dubbi sulla sua imparzialità e finendo per avere ricadute anche sul governo Lula, che negli ultimi anni ha trovato nell’STF uno dei principali argini al bolsonarismo. Forse delegando troppo e con ingenuità? BOLSONARISMO E POLITICHE PUBBLICHE Il bolsonarismo ha effettivamente costruito consenso anche tra le classi popolari e nelle aree rurali e periferiche, grazie anche – direttamente e indirettamente – alla presenza capillare delle chiese evangeliche e neo pentecostali, che accolgono migliaia di persone alla ricerca di speranza, sostegno e forza per andare avanti malgrado condizioni di vita spesso segnate da povertà, violenza e grandi tragedie sociali, umane e ambientali. È proprio dentro queste fragilità che il bolsonarismo ha saputo intercettare due sentimenti potentissimi: la paura e l’insicurezza. Coerentemente con quello che da sempre fanno le destre. > In un Paese segnato da criminalità organizzata, disuguaglianze abissali e > violenza sociale, la promessa di più ordine, più repressione e più sicurezza > può diventare una proposta politica molto efficace. Inoltre, le politiche pubbliche di Lula sono spesso percepite come assistenzialistiche non solo dalle classi privilegiate, le quali non si sentono dirette beneficiarie e anzi sentono che ne debbono sopportare il «peso fiscale», ma anche da quella parte della popolazione più povera che può aver interiorizzato una narrazione sociale che ne svaluta la condizione e la confina ai margini. L’introiezione dello sguardo coloniale non sempre permette di rivendicare la propria origine sociale: il rifiuto di una condizione percepita inferiorizzante e il desiderio di identificarsi con il potente, con o capitão, possono diventare meccanismi profondi e difficili da scardinare. > In questa prospettiva, il modello sociale proposto da Lula può essere > percepito anche da una parte delle fasce più povere della popolazione > brasiliana alla stregua di una conferma della propria condizione, mentre la > promessa di ricchezza e potere, incarnata dal modello esaltante ed egocentrico > di Bolsonaro, sulla scia del sogno americano e della Teologia da Prosperidade, > appare più allettante e vicina. Ancora: una parte del discorso della sinistra rischia a volte di risultare lontana e scollata dall’esperienza quotidiana di una parte della popolazione. Spesso analisi politiche complesse, linguaggi settoriali e riferimenti culturali hanno creato una distanza tra leader politici ed elettorato. Al contrario, alcune forze della destra radicale e populista come lƏ candidatƏ bolsonaristas sopra menzionatƏ costruiscono la propria comunicazione attorno a pochi concetti, spesso in perfetta antitesi con quelli proposti dalla controparte, facendo leva su dichiarazioni d’impatto e bisogni concreti. Questa semplicità – e superficialità – comunicativa, finanche aggressiva, contribuisce a coinvolgere quelle persone che si sentono solitamente escluse dal linguaggio delle élite culturali e politiche, offrendo loro non soltanto una risposta immediata, ma anche il senso di essere finalmente ascoltate, viste, rappresentate, difese. Questa sensazione di vicinanza tra elettorato e lƏ candidatƏ è poi amplificata dalla comunicazione nelle reti sociali, dove ogni singolƏ cittadinƏ può commentare, scrivere, domandare, insomma interagire direttamente con il “proprio” Presidente. > Che Lula riesca o meno nell’impresa della rimonta, tuttavia, da questo momento > entriamo nella prospettiva di una sinistra brasiliana in crisi nella società e > nelle istituzioni, con la durissima sfida di rinnovarsi senza dover fare > affidamento sulla figura salvatrice del Paese. Su questo, anche all’interno della stessa sinistra esiste un dibattito sulla forte personalizzazione della politica intorno alla figura pur carismatica e benvoluta di Lula e sulla necessità di costruire comunque nuove leadership. Anche perché Lula, per quanto si faccia i selfie e pubblichi le storie mentre corre e si allena e saltelli a ritmo di musica durante le parate… ha sempre e comunque 80 anni: noi gli auguriamo lunga vita, a lui e alla democrazia che rappresenta, ma questa è molto probabilmente la sua ultima compagna elettorale. E con lui tramonterà un modo di fare politica. President Donald J. Trump poses for a Family Photo with world leaders at the Shield of the Americas summit at Trump National Doral, Saturday, March 7, 2026, in Miami, Florida. (Official White House Photo by Daniel Torok) IL RUOLO DI TRUMP E DEL BRASILE NELL'EQUILIBRIO DELL'AMERICA LATINA Queste elezioni non riguardano solo Lula, il Brasile e il suo popolo: riguarda tutto il Latino America, gli Stati Uniti, riguarda l’Europa, riguarda i rapporti con la Cina, il modo di intendere e agire la democrazia e la sovranità di un Paese… La minaccia del bolsonarismo ci riguarda tuttƏ da così vicino che a guardarci dentro riusciamo a specchiarci.  Nei primi anni Duemila, le mobilitazioni sociali e popolari attraversarono l’America Latina, aprendo la stagione della «marea rosa», con l’ascesa di governi progressisti come quelli di Lula in Brasile, Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia e Correa in Ecuador. A quella stagione si affiancarono l’ondata transfemminista di Ni Una Menos e la «marea verde» per il diritto all’aborto: quei venti hanno soffiato forte e chiaro anche oltreoceano, e la marea ha inondato anche i movimenti nostrani. > Poi il vento ha cambiato direzione: dodici delle ultime quindici elezioni > presidenziali latinoamericane sono state vinte da candidati di destra o > centrodestra. Questa svolta si accompagna al coordinamento internazionale delle destre, di cui Trump e il suo governo giocano un ruolo centrale, come dimostrano la creazione «Scudo delle Americhe», lanciato nel marzo 2026, e la conferenza dedicata alla presunta rinascita del «terrorismo politico di estrema sinistra» e convocata a Washington a luglio dal Segretario di Stato Marco Rubio. Sotto la bandiera della sicurezza e della lotta al narcotraffico e all’estremismo, queste iniziative statunitensi accostano fenomeni profondamente diversi e delineano una strategia di contrasto e criminalizzazione dei movimenti di protesta. Una strategia che ha già colpito anche in Italia: dopo la triste vicenda di Francesca Albanese, nell’agosto 2026 gli Stati Uniti inseriscono il collettivo Autistici/Inventati nelle liste delle organizzazioni sanzionate per «terrorismo». Sappiamo inoltre quanto il peso della politica di Donald Trump sull’economia latinoamericana sia preponderante: le scelte di Washington non si fermano ai confini degli Stati Uniti, ma incidono sulle esportazioni, sugli investimenti, sui prezzi e sui margini di autonomia economica dei Paesi latinoamericani. Per il Brasile, questo intreccio è particolarmente importante perché combina rapporti commerciali con gli Stati Uniti, legami con la Cina e interessi strategici nell’agroindustria e nelle materie prime. Nel luglio 2026, gli USA hanno introdotto dazi del 25% su diverse categorie di prodotti brasiliani, tra cui macchinari agricoli, legname, etanolo e abbigliamento, coinvolgendo scambi per un valore stimato tra 7 e 11 miliardi di dollari. La disputa commerciale ha così assunto anche un significato politico, mettendo al centro il costo meramente economico dei rapporti con l’amministrazione statunitense. La posta in gioco si fa ancora più alta se appunto allarghiamo lo sguardo oltre il Continente: dietro la pressione commerciale di Washington, infine, c’è anche la competizione strategica con Pechino. > Per i paesi latinoamericani, e per il Brasile in particolare, la sfida > consiste nel preservare l’accesso al mercato statunitense senza compromettere > i rapporti economici con la Cina, importante destinazione delle esportazioni e > partner commerciale di primo piano.  È in questo scenario che si inserisce il ballottaggio brasiliano. Un eventuale ritorno del bolsonarismo al governo rafforzerebbe innanzitutto i legami del Paese con la politica trumpiana e con tutta la rete internazionale delle destre. Di fronte a questa prospettiva, Lula rivendica l’autonomia e la sovranità del Brasile con una frase che è insieme dichiarazione politica e monito: «O Brasil não cabe no quintal de ninguém» — il Brasile non è il cortiletto di nessuno. Perché il Brasile non è soltanto O pais do Carnaval che ci descriveva il grande Jorge Amado: è il Paese più grande dell’America Latina, una superpotenza economica e agricola, ha un peso enorme sulle questioni ambientali e climatiche ed è centrale negli equilibri politici dell’intero continente. Per questo motivo, ciò che abbiamo visto finora e che vedremo fino a questa domenica non è stato e non sarà solamente un confronto tra due candidati. Sarà il confronto tra due progetti politici, due letture del presente, due idee diverse del ruolo che il Brasile dovrebbe avere nel mondo, nell’economia mondiale: o da protagonista, che impara a valorizzare, ottimizzare, impiegare, coltivare le proprie risorse, o da gregario, che semplicemente le svende al miglior offerente. Una dicotomia che soprattutto non vedrà risoluzione il 25 ottobre.  Il Brasile continuerà a misurarsi con le profonde disuguaglianze sociali, con la questione ambientale e la crisi climatica, con la violenza sistemica e strutturale, con il rapporto tra istituzioni e forze economiche, con il ruolo delle chiese evangeliche e del crimine organizzato all’interno delle comunità, e con la domanda di rappresentanza dei corpi e dei popoli storicamente esclusi. Immagine di copertina Lula official Flickr Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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October 22, 2026
DINAMOpress
Caro carburante: la rabbia di chi non riesce più a lavorare
Travolta dalla psicosi che finisca il combustibile, l’orda di automobili si precipita a fare il pieno di benzina e diesel. È talmente ossessiva la smania di accaparramento, che alcuni distributori, sebbene rientranti nel tetto massimo, rifilano il gasolio a 2,60. Intanto, mentre nelle città tutti si affrettano a formare code alle pompe di benzina, il tempo rallenta in prossimità dei blocchi. Sotto i gazebo, intorno alle rotatorie, camionisti e agricoltori bevono caffè caldo, sui telefonini guardano i servizi televisivi che narrano la loro lotta al caro carburante. Gli autotrasportatori vivono giorni drammatici. Hanno perlopiù ditte individuali che lavorano con margini bassi, dovendo consegnare merci eccellenti alla grande distribuzione, a prezzi da strozzo. Viaggiano su camion acquistati con mutui pluridecennali, costretti ad accettare tariffe col tempo sempre meno remunerative. «Alla fine la globalizzazione è arrivata pure qua e ci ha ridotti alla fame», strepita digrignando i denti Giovanni, che il padre lo ha convinto a fare l’autotrasportatore e adesso si acquatta accanto al figlio, vicino al falò acceso per la notte, quasi avesse il rimorso di averlo portato sulla cattiva strada. Pure fra quelli dei trattori la voce è univoca: «In due o tre anni, la nafta agricola è aumentata del 100 percento, da 70 centesimi al litro a 1,40, ma il problema reale non è solo il gasolio. Lavoriamo sottocosto. La maggior parte di noi ha pochi ettari di terreno. La proprietà frazionata, scarsa e divisa, quindi non potendo permetterci un’economia di scala, cioè non lavorando sulle grandi quantità, stiamo sempre con l’acqua alla gola; appena il livello si alza un po’, anneghiamo». Risale al 2021 l’ultimo censimento Istat sulle aziende agricole in Calabria. Erano 95.538, con una diminuzione del 30,7 percento rispetto alle 137.790 del 2010. La superficie agricola utilizzata è pari a 543.000 ettari, con una media aziendale che è salita a 5,7. Le imprese a conduzione familiare sono il 93,5 percento. Soprattutto loro, in questi giorni, animano la protesta. > Preoccupano la signora Meloni, perché questi manifestanti sono autorganizzati. > Molti votarono per lei, ma adesso la contestano e ce l’hanno pure con Salvini Dunque, quelli che non strisceranno dietro ai leaderini impegnati a ritagliarsi un posto nei listini bloccati di Renzi o Vannacci, e non si accontenteranno delle regalie del “governatore” Occhiuto, potrebbero decidere di abbracciare un programma di sinistra, addirittura socialista. Se fuori dallo spettacolo social, ce ne fosse uno. Non bisogna confondere questi agricoltori in lotta con i feudatari capopolo che agitano la protesta. La piccola proprietà agricola, quella da pochi ettari, si è formata spaccandosi la schiena, ai margini dei grandi possedimenti terrieri, in molti casi accumulati nel corso del ‘900 da famiglie che li hanno racimolati con la forza, approfittando dello sfaldamento degli antichi latifondi, accaparrando con ricatti e minacce le proprietà dei calabresi costretti all’emigrazione. Da quel moto predatorio discende la mafia borghese, quella che oltre al capitale originario ha accumulato terreni e adesso, senza sporcarsi le mani di sangue in prima persona, assorbe la manodopera sottopagata e arruolata dai caporali. > Erano gli stallieri e i porcari dei latifondisti, adesso sono dei Mazzarò, > padroni di terreni e mezzi di produzione. Non hanno più bisogno di trattare > direttamente con i “coyote” intermediari. Sono costrette a farlo per loro le > aziende locali del commercio agricolo, anch’esse in crisi, che comprano i > prodotti quando sono ancora sugli alberi o nei terreni e rivendono alla grande > distribuzione. Le norme europee consentono di qualificare come “italiano” un prodotto in base al luogo di trasformazione e confezionamento. Chiunque può importare, da dove vuole, il grano, le carni per insaccati, le olive da olio, per poi apporre un’etichetta: “Prodotto in Italia”. Così la grande distribuzione strozza le piccole produzioni. Gli acquirenti impongono prezzi globalizzati: la farina costa 40 euro a quintale in Calabria, ma chi la ammassa nei silos, per rivenderla alle grandi aziende della pasta, impone prezzi stracciati ai produttori locali. In alternativa a loro, la compra dalle multinazionali che al porto di Corigliano la vendono a 22. E come si difende chi coltiva la terra? Sinora hanno adottato ogni stratagemma possibile. Le chiamano “frodi”, ma sono tattiche di sopravvivenza. Il combustibile agricolo rivenduto per altri usi e i finti braccianti assunti a tempo determinato per spillare all’Inps i contributi della disoccupazione sono espedienti analoghi a quelli degli insegnanti emigrati al nord, che con 1400 euro al mese soffrono la fame e acquistano elettrodomestici col bonus Carta Docente. Ogni agricoltore compila un “quaderno di campagna”, un piano di produzione, in base al quale ottiene il combustibile a prezzi agevolati. Con recente delibera, la Regione ha restituito il 30 percento del carburante già acquistato. Un’azienda agricola da pochi ettari, che ha praticato il credito d’imposta, recupera 400 euro sul quadrimestre gennaio – aprile. Questi benefici, come il “buono carburante”, sono validi per le aziende costituite, quelle in regola. Tante però non riescono a stare nei parametri di legge per le difficoltà che le norme comportano. Qualcuna ci sguazza pure. Ci sono attività che hanno un fatturato da 7mila euro, il forfettario, eppure comprano trattori da 100mila. Sono funzionali a scimmiottare una presenza istituzionale, pertanto risultano grottesche, le recenti operazioni dell’antimafia dopo la strage di Amendolara, che ha portato alla riscoperta del caporalato. Colpendo nel mucchio le aziende agricole locali, si camuffa la cruda realtà di un sistema di per sé fraudolento e sanguisuga. Le soluzioni? Tassare gli extraprofitti, imporre regole alla grande distribuzione, sgravare dalle gabelle i piccoli agricoltori, calmierare i prezzi del combustibile, premiare le reti dell’economia solidale. Ci vorrebbe una nuova riforma agraria, in chiave contemporanea. Stavolta, magari, applicata sul serio. Rivedi la nostra puntata del podcast sulla produzione di cibo: Tutte le immagini di Claudio Dionesalvi Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 21, 2026
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La vetrina del Campo largo
Ogni volta che in questo paese il livello del conflitto sociale si eleva al di sopra di sit-in, presidi e cortei cosiddetti pacifici attentando alla sicurezza di vetrine o di incassi giornalieri delle grandi catene commerciali o del lusso sfrontato esibito nei centri storici a uso e consumo di ricchi e turisti, il teatrino della politica e le “grandi” firme della stampa ci ripropongono sempre il solito spettacolo stantio e miserabile, che ben spiega le origini di quanto accade in questi giorni. Il Governo specula sul terreno della sicurezza, pratica che ha contraddistinto questo esecutivo sin dal primo giorno di questa legislatura: dall’approvazione del cosiddetto “decreto Rave”, con il quale ha battezzato la sua crociata contro le nuove generazioni, al decreto Caivano che ha aperto le porte dei carceri minorili a centinaia di under-18, ai due decreti sicurezza, con il conseguente inasprimento delle pene e l’introduzione del fermo preventivo e dello scudo penale per agenti di pubblica sicurezza, fino ad arrivare al cosiddetto decreto anti-maranza, con misure sul porto di armi bianche, sulla libertà di circolazione negli spazi pubblici e sull’immigrazione. > Una costruzione graduale del nemico (binomio giovani-migranti) seguita da > punizioni esemplari minacciate a suon di articoli del codice penale. Bulimia > legislativa, via decreto legge naturalmente, che non affronta minimamente la > questione, ma che, finora, ha pagato elettoralmente, mostrando il pugno duro > contro i teppisti della fantomatica alleanza propal-maranza. Non è andata diversamente questa volta, con i partiti di maggioranza occupati a rincorrersi nella gara a chi è più liberticida, dalle millantate cauzioni per i cortei (solo nella testa di Salvini, per ora) alle misure approvate ieri nell’ennesimo decreto legge sulla sicurezza che contempla l’estensione dei fermi preventivi ai minorenni, nuovi Daspo urbani, inasprimenti di pena e introduzione di nuovi reati. L’esibizione muscolare legislativa va a braccetto con le passerelle accanto ai letti di ospedale dove sono ricoverati gli eroi della nazione, chi non ha paura di compiere il proprio dovere per difendere la proprietà privata dai barbari. E via alle grandi strette di mano e ai selfie con le forze dell’ordine da parte di Meloni, ministri, sottosegretari. Law and Order, né più, né meno. E per finire, l’ultimo atto dello spettacolo prevede la richiesta alle opposizioni di «condannare le violenze, senza se e senza ma». Ed è qui che puntualmente succede qualcosa di non più sorprendente ma di inspiegabile sì: quasi l’intero cosiddetto campo largo ubbidisce. Si fa chiudere nell’angolo e nell’angolo ci resta, incapace di rispondere alla retorica sui maranza e sulla divisione in buoni e cattivi che legittima la svolta autoritaria imposta da questo Governo. Qualche volta, soprattutto in questa occasione, qualche coraggioso/a osa tentare di suggerire che questa violenza ha radici sociali, ma solo in ottica anche questa elettorale per attaccare Meloni. La domanda è semplice: perché? > Perché il campo largo non sposta il fuoco su quanto veramente di grave è > successo sabato e domenica (ma anche venerdì) ovvero le violenze delle forze > dell’ordine su, principalmente, giovani minorenni? È uno stato di diritto quello in cui i cortei, autorizzati fra l’altro, vengono spezzati e caricati selvaggiamente dai celerini? È accettabile che gli agenti si accaniscano con manganelli, pugni e calci su persone già immobilizzate? E i caroselli con i blindati in piazza Duomo che riportano alla memoria il G8 di Genova? Il fatto che nessun/a esponente del campo progressista (tranne Ilaria Salis) abbia compreso la gravità della situazione e abbia sentito la necessità di prendere parola sulle violenze della polizia è un fatto emblematico dell’inadeguatezza nel saper leggere la situazione sociale e la transizione di fase alla quale stiamo assistendo. Addirittura, invece, il sindaco di Milano ha chiesto più Polizia, rimanendo quindi, immaginiamo, soddisfatto dall’invio del Governo di 500 militari nelle strade del capoluogo meneghino (anche se non con funzioni di polizia giudiziaria, come nella prima bozza del decreto), e oggi parteciperà a un presidio (indetto dalla CGIL … ) letteralmente in difesa delle vetrine dei grandi marchi e in solidarietà con le forze dell’ordine. Nessuna analisi, minimamente autocritica, da parte di Sala, così come di altri sindaci “progressisti”, riguardo alla trasformazione violenta imposta alla città ormai in mano ai fondi immobiliari e preda della turistificazione. Una città inaccessibile a chi, con contratti sempre più poveri e precari, tiene in piedi l’economia metropolitana. Un classico esempio insomma di estrattivismo urbano che espelle il proprio corpo sociale non sufficientemente abbiente: una città vetrina ora finita, letteralmente, in frantumi. Non è infatti un caso che il conflitto sia esploso a Milano e Bologna, due città che hanno subito una rapida gentrificazione negli ultimi anni. Città, entrambe, in mano a giunte di centro sinistra, così come Torino, altra città protagonista in questi giorni, che non mostrano nessuna intenzione di invertire la rotta. Possibile che non vi sia alcuna assunzione di responsabilità? > In questa situazione, chiedere più poliziotti per tenere sotto controllo il > territorio e partecipare a manifestazioni di fatto contro i marginalizzati, > contro gli espulsi, è surreale, è andarsi a infilare in un tunnel senza > uscita. La ragione di questo riflesso pavloviano del campo largo è uno degli aspetti più problematici della questione: il terrore è la perdita del famoso voto al centro alle prossime elezioni, a colpi di editoriali borghesi perbenisti probabilmente già pronti nelle redazioni di “Repubblica” e “Corriere”. Ed è questo, alla fine, l’errore madornale che almeno in parte ci riguarda: così, le elezioni le opposizioni le perdono. Anni fa al piano elettorale, giusto o sbagliato che fosse, non avremmo forse dedicato tanta attenzione. Tuttavia, il paradigma ora è profondamente cambiato, il fascismo non è più solo alle porte, ma è già in casa, e parte dell’argine riguarda anche la prossima contesa elettorale. > Ampliando lo sguardo in Europa fra Francia, Berlino e Spagna e, soprattutto, > negli Stati Uniti, dovrebbe essere lampante che le lotte sull’affordability > (diritto alla casa, servizi sociali pubblici di qualità, costo della vita e > autodeterminazione della propria esistenza contro un ascensore sociale neanche > bloccato, ma in discesa) non solo sono giuste, ma anche elettoralmente > vincenti. Si tratta, in fondo, di scegliere da che parte stare senza ambiguità: i fondi immobiliari o le persone a basso reddito? La gentrificazione violenta o l’esproprio degli immobili dei grandi fondi, misura con cui la Linke ha vinto le elezioni a Berlino? Centri storici adibiti a parchi a tema per turisti o tetto degli affitti e limiti agli affitti brevi? La giunta Sala, con il modello Expo2015 esteso a tutta la città ha dato una risposta chiara sostituendo 400.000 abitanti in base alla classe, fuori il ceto medio-basso, dentro i ricchi; Gualtieri, col modello Giubileo e la sua “rigenerazione urbana”, ha dato le chiavi di importanti parti della città ai fondi immobiliari. Queste posizioni scollegate dalla realtà, dalle esistenze indegne che una fetta sempre maggiore della società è costretta a vivere, in questi anni sono state parti integranti del tappo che oggi sembra saltato. E se non serve a far capire che è imprescindibile un cambio di approccio e di proposta politica, Meloni va dritta verso la riconferma. > La famosa mobilitazione elettorale del referendum non si produrrà alle > prossime elezioni (figuriamoci convincere ulteriori indecisei/e) se le > opposizioni continueranno a essere timide e a difendere più le vetrine che i > corpi di chi scende in piazza a riprendersi quanto il neo-liberismo, anche in > salsa social-democratica, ha loro sottratto. Di fronte a questo tetro scenario è necessario da una parte alimentare i processi sociali contro l’impoverimento e contro il riarmo e la guerra che il Governo sta implementando, evitando che vada in porto l’isolamento e la repressione delle soggettività scese in piazza negli scorsi giorni che il Governo sta perseguendo. Dall’altra è irrinunciabile, in questa fase storica, incalzare il cosiddetto campo largo sulle tematiche sociali (diritto all’abitare e alla città in primis) e sulla strategia di confronto con il dissenso, tenendo bene a mente che la militarizzazione dello spazio pubblico è stato un processo cui il centro sinistra degli anni ’10 ha contribuito in modo fondamentale. Provando a vincolare il programma elettorale dal basso animando piazze le più ricompositive possibili e, alla fin dei conti, facendo un favore a chi altrimenti è destinato a una sconfitta certa. La copertina è tratta da WikiCommons Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo La vetrina del Campo largo proviene da DINAMOpress.
October 21, 2026
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Sommosse, occupazioni e blocchi: l’Italia di Meloni è in subbuglio
Sciopero studentesco del 16 ottobre. Migliaia di studenti scendono in piazza in tutte le città italiane da Nord a Sud. Alcuni giornali hanno scritto: «non li abbiamo visti arrivare». Ma le occupazioni delle scuole erano cominciate a Torino, Bologna, Milano, Roma e Napoli già da una settimana, resistendo alla repressione folle di dirigenti scolastiche e polizia. E non solo le scuole del centro, hanno iniziato a occupare anche scuole nelle zone più periferiche. > I giornali locali e nazionali hanno iniziato fin da subito con una campagna > martellante sui danni provocati dalle occupazioni, condividendo video e reel > di scuole devastate amplificando e ampliando la realtà dei danni. Ad esempio, a Roma, è girato ovunque un video del Liceo Tulio Levi Civita dove una notte sono entrate delle persone esterne e hanno provocato dei danni nella scuola. Ma non hanno girato i video dei giorni seguenti dove gli e le studenti hanno ripulito, ridipinto e riorganizzato la scuola, e chiamato la comunità solidale di insegnanti e abitanti del quartiere a supporto della scuola. Così l’occupazione è stata difesa ed è finalmente riuscita a inchiodare il municipio sul tema degli spazi scolastici. Il 16 ottobre ci sono state tensioni a Torino, Milano, Bologna e Roma, piazze in tutta Italia, con diverse organizzazioni studentesche coinvolte, dai collettivi autorganizzati ai sindacati studenteschi come UDS, Rete degli Studenti e OSA. Nelle piazze molti erano i richiami alla Francia, alla Spagna e all’Albania in rivolta e lo slogan principale delle piazze era «soldi alla scuola e non alla guerra». “ITALIA IN PIAZZA17” Sabato mentre a Roma era convocata una grande manifestazione della Cgil dal cui palco Landini ha convocato lo sciopero generale per il 20 novembre, in molte altre città erano convocate piazze da “Italia in piazza17”. Una pagina instagram, gruppi telegram e un manifesto generico di rivendicazioni sul lavoro, stipendi, scuola, sanità, case e strade sicure. «Una manifestazione che non è organizzata da nessun partito politico, sindacato o organizzazione militante», «Vogliamo che la piattaforma superi le divisioni destra e sinistra» «Portate le bandiere italiane». > E così è stato in molte piazze, per la maggior parte piccole. Ma la differenza > l’hanno fatta Milano, Bologna e Torino, seppur in maniera diversa. A Milano un corteo di giovani e giovanissimi parte con bandiere italiane, bandiere palestinesi, qualche cartello contro il carovita e qualche coro “siamo tutti antifascisti”. Ma nei pressi di piazza Duomo la polizia carica il corteo, subito in maniera violenta, dopo dei tiri di oggetti, spezza il corteo e rastrella chi trova. Ancora cariche in via Broletto e cariche in piazza Duomo dove parte una caccia alle persone in mezzo a turisti/e attoniti/e. Ed è qui che la situazione cambia. Le persone scappano, ma nuovi capannelli si riformano. La polizia carica. Ma nuove persone arrivano. Lancio di lacrimogeni. Si scappa, ma poi si ritorna. Piazza Duomo è grande e ragazzi e ragazze non vanno via. La polizia fa caroselli. Carica e prende tutte le persone che riesce. Mena e mena forte. Ma non riesce a ristabile l’ordine per ore. Fino a sera. > Dalle cronanche leggiamo di 72 giovani portati in questura, di cui 44 > minorenni, tra questi ne sono stati arrestati 16, di cui 9 minorenni. Persone > quasi tutte sconosciute alle forze dell’ordine, con nessun precedente, o > vicinanza a gruppi politici. Molti sono italiani di seconda generazione. Non è > chiaro se ci siano ragazze tra le persone fermate. Nelle stesse ore a Bologna la situazione è simile, scontri che durano per ore, portati avanti da giovani e giovanissimi, con tante persone di seconda generazione. Qui la polizia dopo aver caricato per ore in centro città, si è spostata in piazza Lucio Dalla, dove ha caricato persone inermi che stavano passando il sabato sera nei prati adiacenti alla piazza. A Torino invece la piazza “Italia in piazza” era chiaramente organizzata dalla destra, diverse persone di Futuro nazionale sono state poi riconosciute tra chi organizzava, e si è facilmente arrivati alle mani. In seguito mentre la piazza rimaneva vuota, sono state danneggiate una libreria Feltrinelli e altri negozi del centro sempre da gruppi di giovani e giovanissimi. SOMMOSSE E SACCHEGGI LA DOMENICA A Milano la rabbia del sabato non si spegne. E domenica piccoli gruppi si danno appuntamento in Duomo, la piazza di ritrovo delle periferie, e iniziano i saccheggi dei negozi aperti (in effetti sarebbe arrivata l’ora di chiudere i negozi la domenica!). Si ruba e si distrugge, così com’era accaduto anche il giorno prima nelle piazze insorgenti francesi. Oggi i pennivendoli della destra e sinistra si scagliano contro questi atti impolitici. Contro questi persone giovani di seconda generazioni che non manifestano nel giusto modo, che sono incapaci di articolare delle proposte politiche, che invece di manifestare rubano le scarpe, vestiti e borse. E hanno anche distrutto dei libri. > I ragazzi e le ragazze che sono scesi in piazza a Milano a distruggere i > negozi del centro sono lì per restare. In questi anni sono stati descritti > come maranza o baby gang, trattati da nemico pubblico numero uno, vivono nelle > periferie più marginalizzate, vanno nelle scuole peggiori del nostro sistema > scolastico e i loro genitori sono le fascie più povere della nostra società. E > ci si accorge di loro solo quando diventano un problema di ordine pubblico. A scuola li chiamano i BES, alunni e alunne con bisogni educativi speciali per questioni economico-sociali. Ma i loro problemi non sono questioni individuali. Sono la grande questione di cui nessuno parla in questo Paese: la povertà e il razzismo strutturale. Sono quei ragazzi e ragazze che nascono qui, frequentano le scuole, e vivono tutta la loro infanzia e adolescenza senza cittadinanza, e sono sempre sotto il ricatto di perderla (come chiariscono le ultime proposte della Lega). Domenica gli arresti salgono a 32 e in fermi in totale sono stati 271. La macchina repressiva picchia dura, e non solo a Milano. Da ieri, ci arrivano video di giovani ragazzi razializzati fermati in tante città del Nord senza nessun motivo e presi di mira nelle occupazioni e mobilitazioni studentesche. La polizia divide tra buoni e cattivi e la linea di divisione passa per il colore della pelle, una vera e propria profilazione razziale. BLOCCHI DI AGRICOLTURA E TRASPORTI NEL SUD ITALIA Tutte le prime pagine dei giornali sono dedicare alle vetrine rotte di Milano. Una vera disgrazia in effetti. Così come la merce rubata. Nel frattempo nelle strade del sud Italia, in Calabria, Puglia e oggi anche in Campania, ci sono picchetti e blocchi della circolazione da giorni. Camion e trattori sono per strada, in ogni rotonda e nelle autostrade si rallenta o si ferma la circolazione. Il caro carburante rende impossibile portare avanti le imprese agricole e degli autotrasporti. Sabato in molte città i trattori si sono uniti ai cortei studenteschi, genitori, figli e figlie nelle strade contro un governo che non si interessa del Sud. Se i blocchi continueranno inizieremo a vedere meno merci negli scaffali e dietro quelle famose vetrine. E intanto esplode la lotta dell’Ilva di Tarantoe di Genova. > Non solo le periferie del Nord ma anche le aree periferiche del Sud Italia > stanno scoppiando. Quei territori dimenticati dal capitalismo avanzato dei > servizi, i quartieri dormitorio della forza lavoro sottopagata del nord e le > aree di produzione a basso valore aggiunto come l’agricoltura. Aree rese > invisibili dai centri nevralgici del potere economico e politico, ma che > esistono, nonostante l’abbandono. È forse la prima volta che in Italia, nello stesso momento, rischiano di scoppiare le periferie del Nord e i territori del Sud. Al momento è una giustapposizione di tempi, di spazi e di gruppi sociali, legati dal tema del carovita, non esiste una relazione, tantomeno un’alleanza, e spesso gli interessi sono confliggenti. Ma la concomitanza rischia di mettere in serio pericolo il governo. Per la prima volta dopo quattro anni. OCCUPAZIONI DI SCUOLE Ieri, ha occupato la prima università l’Orientale di Napoli e sono riprese le occupazioni delle scuole, sono decine in tutta Italia, licei del centro, ma anche scuole di periferia, iniziano a essere occupati anche degli istituti tecnici e qualche professionale. Le scuole dei “margini”, proprio quei luoghi che etichettano i ragazzi e le ragazze come problemi e si accorgono di loro solo quando “danno fastidio”. Possono essere queste occupazioni luoghi di ricomposizione sociale? Di costruzione di nuove alleanze? Di ripoliticizzazione delle giovani generazioni? > Possono queste lotte giovanili incontrarsi con le rivendicazioni delle lotte > sul lavoro e del carovita? Con le lotte per la sanità e contro la dismissione > del welfare pubblico? Per la casa e contro la speculazione immobilirare? L’Italia è in subbuglio. E il governo si prepara a varare una finanziaria che investe la maggior parte dei (pochi) soldi in spese militari invece che in scuola, sanità, istruzione, energia e trasporti. I saccheggi delle giovani generazioni, gli e le studenti in occupazione, lavoratori e lavoratrici dei trasporti e dell’agricoltura nei blocchi autostradali, da tre punti di vista diversi, ci spiegano come il patto neoliberale si è rotto. E non c’è alcuna mediazione possibile, da un lato perchè il governo ha in mano ormai solo il potere della repressione, e dall’altro perchè i corpi intemedi sono del tutto inefficaci. E si prepara l’ennesimo decreto sicurezza. Nelle prossime settimane in Italia sono indetti due scioperi, entrambi in modi diversi potrebbero essere momenti per rilanciare la lotta e creare spazi di convergenza, se fossero capaci di mettere al centro le rivendicazioni delle giovani generazioni, e di lato le dinamiche identitarie e competitive che li contraddistinguono. L’Europa è in fiamme: dalla Francia all’Albania, dalla Spagna all’Italia: in queste proteste, moti, atti insorgenti e sommosse soggiace l’unica possibilità di difesa contro la fascistizzazione della società. Non è più il momento di guardare le vetrine. Immagine di copertina di Gianfranco Giovanni Candida via Milano in Movimento Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 20, 2026
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Dal movimento studentesco ai Gilets Jeunes
Una nuova e giovanissima generazione meticcia, i Gilets Jeunes [giovani] sta sintetizzando e rilanciando tutte le ondate di lotta e i protagonisti degli anni precedenti, compresi i Gilets Jaunes [gialli], del resto ora redivivi in piazza. UN CICLO DECENNALE DI LOTTE Il movimento studentesco che da ormai più di tre settimane scuote la Francia non ha solo stravolto completamente il dibattito politico del paese, irrompendo senza invito al tavolo delle trattative intorno alla nuova, ennesima legge finanziaria lacrime-e-sangue, imponendo le sue priorità al governo e costringendolo a dei primi, timidi passi indietro. Esso costituisce soprattutto, e già fin d’ora, un passaggio storico: una tappa ulteriore all’interno del grande ciclo di lotte francesi iniziato nel 2016, innanzitutto, ma i cui effetti e significati si estendono tuttavia anche al di là di quest’ultimo per assumere i contorni di un evento propriamente generazionale. > Il primo, evidente elemento di novità a caratterizzare il movimento in corso è > che si tratta della prima, grande mobilitazione studentesca iniziata, trainata > ed egemonizzata dagli studenti racisés delle banlieues e delle zone più povere > del paese. Una nuova generazione di banlieusards si costituisce in soggetto > politico e si trascina dietro i coetanei bianchi, che non aspettavano altro. Il tutto avviene con una spontaneità disorientante, che spazza via decenni di difficoltà di comunicazione tra i due lati della linea del colore e che sembra più che altro un dato di fatto generazionale che aspettava solo di materializzarsi (ci torniamo dopo). Questa nuova, è il caso di dirlo, composizione politica dell’ultima generazione del proletariato racisé, ossia il suo presentarsi sulla scena politica come studenti, ha come primo effetto importante di disinnescare o meglio rendere visibile come tale il trattamento differenziato delle banlieue e dei suoi abitanti da parte delle forze dell’ordine –vale a dire il razzismo strutturale della polizia e i suoi metodi di matrice coloniale. La risposta feroce dell’apparato repressivo, che accumula a oggi quasi 8000 arresti, centinaia di feriti e diverse mutilazioni di studenti in larghissima parte minorenni (senza contare il già pesante bilancio del 17 Ottobre), è infatti tipica – pur se inedita nelle dimensioni – delle modalità di risposta poliziesche alle sommosse urbane (émeutes) delle banlieues, di solito giustificate tanto delle forze dell’ordine quanto dall’opinione pubblica francese come unica risposta possibile a movimenti prepolitici e nichilistici. In questa occasione, tuttavia, il fatto che si sia trattato come un émeute un movimento studentesco ha reso evidente il carattere schiettamente razzista della risposta poliziesca,  sollevando un coro di critiche persino dai settori più moderati della socialdemocrazia francese e costringendo il governo a vietare l’uso delle granate assordanti e a chiedere alle forze dell’ordine di essere più moderati nei loro interventi. > La violenza invisibile subita ogni giorno dalle banlieues è balzata così > improvvisamente sulle prime pagine di tutti i giornali, svelata e nominata > come tale. Pur se inaspettata nei tempi e nei modi, questa esplosione non viene dal nulla. Il movimento studentesco in corso è anzi un condensato esemplare delle lotte che lo hanno preceduto in questo ciclo. Da un lato, esso appare come l’esito ultimo di una straordinaria stratificazione di esperienze di soggettivazione politica di massa che hanno interessato i giovani francesi razzializzati nel giro di tre anni: le rivolte a seguito dell’assassinio di Nahel del 2023, il movimento pro-Palestina subito dopo e l’elezione di sindaci LFI cresciuti nelle comunità in questione. Dall’altro, il movimento si riferisce esplicitamente agli altri movimenti sociali di questi anni, dai Gilets Jaunes al movimento contro la riforma delle pensioni, incorporandone pratiche e linguaggi: dai primi, in particolare, esso riprende la natura autonoma rispetto a partiti e sindacati (i sindacati dei liceali, pur agendo come portavoce del movimento, sono largamente sovradeterminati dalla base) e la struttura orizzontale, diffusa e molecolare, nonché la pratica dei blocchi diffusi e delle manifestazioni selvagge. UNA CRITICA MATERIALE AL NEOLIBERALISMO Ma è soprattutto nelle sue rivendicazioni che il movimento non solo riassume le istanze delle piazze di questi anni, ma le porta a un grado ulteriore di elaborazione, producendone una sintesi più matura. Da un lato, infatti, esso si fa portavoce del rifiuto delle politiche di austerity, denunciando la distruzione dei servizi pubblici e la neoliberalizzazione della selezione universitaria e, a fortiori, dell’ingresso al mercato del lavoro, nonché l’aggravarsi delle disuguaglianze sociali e la militarizzazione; dall’altro, espone il razzismo strutturale della società francese, di cui la violenza poliziesca non è che l’espressione più elementare. > Questo movimento soprattutto coglie le politiche di austerity e le > disuguaglianze in quanto forme di razzismo strutturale e quest’ultimo come > elemento centrale del neoliberalismo autoritario. Così facendo, il movimento dei liceali si muove infine in direzione di quell’unione da tempo ricercata tra le istanze del proletariato e delle classi medie impoverite bianche del paese, espresse dai Gilets Jaunes e dai movimenti sindacali, e le rivendicazioni portate in questi anni dalla popolazione racisée; e, in questo modo, si pone all’altezza della nuova configurazione politica assunta dal neoliberismo francese nel suo divenire autoritario, caratterizzata (come già notavamo qui) da una convergenza oggettiva col fascismo nella forma di un nuovo patto etno-razziale necessario al proseguimento delle politiche di austerity. Il tutto in una forma finalmente offensiva, che non ha aspettato l’ennesima riforma da contestare per partire all’attacco: un’altra novità significativa rispetto ai movimenti che lo hanno preceduto. GLI ELEMENTI DI NOVITÀ Come dicevamo, il movimento in corso non è tuttavia leggibile soltanto come sviluppo ulteriore del formidabile ciclo di lotte francesi apertosi nel 2016 con la contestazione della Loi Travail; esso segna anche l’ingresso definitivo della gen-z francese sulla scena politica, configurandosi come evento propriamente generazionale. Se è infatti certamente vero che i liceali avevano già preso parte alla grande mobilitazione contro la riforma delle pensioni del 2023, nonché alle rivolte seguite all’assassinio di Nahel dello stesso anno, questo movimento li vede però finalmente come protagonisti e come forza trainante; in questo movimento, la gen-z si presenta e si rappresenta insomma come tale. Non a caso, sono frequenti i rimandi simbolici (uno su tutti, la bandiera dei pirati ispirata da One Piece) alle altre sollevazioni della stessa generazione che hanno interessato negli ultimi anni molti paesi del mondo, in particolare nel sud-est asiatico. Ora, le caratteristiche  del movimento in corso che abbiamo analizzato sembrano poter essere ricondotte, almeno in parte, ad una tale dimensione generazionale. Non è forse un caso, in altre parole, che la giunzione politica tra popolazione francese racisée e bianca si presenti come dato di fatto proprio della generazione che ha conosciuto solo Macron come presidente e che, come effetto diretto della sua agenda neoliberale e dell’impoverimento generale che ha prodotto, soprattutto nelle classi medie bianche, si ritrova a essere la generazione socialmente più meticcia della storia del paese. > Per gli stessi motivi, non sorprende che sia proprio questa generazione, che > non può che percepire neoliberali e fascisti come un unico blocco di potere, a > formulare il primo attacco frontale al neoliberismo autoritario alla francese. Al netto delle specificità della società francese, soprattutto per quanto riguarda la storia coloniale del paese, forte è del resto la tentazione di cogliere in queste caratteristiche una prefigurazione della forma e delle rivendicazioni che l’attivismo della nuova generazione assumerà in Occidente nei prossimi anni. Un ulteriore elemento di novità del movimento in corso è il suo rapporto con il partito della sinistra di rottura e con i sindacati. Il primo ha preso immediatamente la forma di una dialettica virtuosa e, per fortuna, nettamente sbilanciata in favore dell’autonomia del movimento. Se infatti da un lato la France Insoumise esce rafforzata dalla sequenza poiché è riuscita a porsi con successo come referente istituzionale e cassa di risonanza di un movimento il cui sostegno è largamente maggioritario nel paese, per altro incorporandone nel programma alcune rivendicazioni. > Molto più interessante è l’uso che il movimento ha saputo fare del partito, e > in particolare dei suoi sindaci neoeletti: e cioè come strumento di autodifesa > e tutela rispetto alle violenze della polizia e di allargamento del proprio > spazio autonomo di agibilità politica. Le scene ormai celebri di sindaci insoumis che si frappongono letteralmente tra polizia e manifestanti dimostrano così in una maniera che difficilmente avrebbe potuto essere più efficace quanto scrivevamo su queste pagine pochi mesi fa, ossia che i nuovi sindaci rappresentavano «avamposti insieme difensivi e offensivi contro l’avanzata fascista, la svolta autoritaria dello Stato e il razzismo strutturale della République». Con buona pace di media e partiti di destra e del governo, che hanno passato le ultime settimane ad accusare LFI e i suoi «proxy di estrema sinistra» (e si noti il gergo militare) di aver sobillato e organizzato il movimento, è insomma piuttosto quest’ultimo a usare il partito per i suoi propri fini. La forza espressa dal movimento è poi riuscita finora a dettare ai sindacati il calendario delle mobilitazioni, rovescando il rapporto di forza mortifero che aveva caratterizzato in larga parte il movimento contro la riforma delle pensioni. In piena negoziazione intorno alla nuova legge finanziaria, e avendo già annunciato una giornata di mobilitazione a novembre completamente slegata dal movimento studentesco, i sindacati dell’educazione si sono trovati costretti dalla spinta delle basi a dichiarare due giornate di sciopero nel giro di una settimana, assecondando così le richieste dei liceali. UNA CONVERGENZA COMPLESSA A fronte di tutto questo, la giornata del 17 Ottobre segna per il movimento un ulteriore, e vertiginoso, salto di qualità. La scommessa di una convergenza con una nuova, possibile riapparizione dei Gilets Jaunes è riuscita ogni oltre aspettativa, con esiti pre-insurrezionali (paragonabili solo ai primi atti dei Gilets Jaunes, anche se con numeri e intensità superiori) in quasi tutte le grandi città francesi. L’imponente dispositivo poliziesco, composto da 5000 agenti solo nella capitale, è stato completamente travolto da una massa di circa un milione di manifestanti che ha ovunque rifiutato di sottostare agli esigui percorsi autorizzati dalle prefetture per prendere letteralmente il controllo dei centri cittadini, attaccando le forze dell’ordine, le sedi del potere statale,  i negozi di lusso e i supermercati. Una rivolta generalizzata e gioiosa ha finalmente trovato il modo di rispondere alle inaudite violenze poliziesche dell’ultimo mese. Al contempo, le straordinarie piazze del 17 hanno mostrato tutta la complessità di una tale convergenza. Certo, si è assistito effettivamente a un ritorno in piazza assieme agli studenti di vecchi militanti dei Gilets Jaunes storici e, almeno in parte, del pezzo di paese di cui quel movimento era stato espressione (principalmente, le classi medie impoverite e popolari delle zone periurbane). Ben più significativo è tuttavia constatare che, molto più che ritrovare i vecchi Gilets Jaunes, i giovani e giovanissimi hanno indossato loro stessi il gilet giallo, raccogliendo il testimone lasciato da quel movimento. I nuovi Gilets Jeunes sono molto più giovani dei loro fratelli maggiori, nonché molto più razzializzati. Essi ne riprendono l’assenza di struttura e le pratiche e sono in grado di esprimere una potenza d’attacco senza precedenti recenti nella storia del paese. Ma, soprattutto, articolano una critica globale al neoliberismo macronista e al suo mondo fatto di disuguaglianze monumentali, razzismo, guerre e catastrofi ecologiche. > Il 17 Ottobre segna insomma il salto di qualità che rende il movimento > studentesco un vero e proprio movimento sociale, in grado di rappresentare ed > esprimere la rabbia immensa di un’intera nuova generazione di francesi e di > ispirare, come si è visto in questi giorni in Italia, Belgio e Albania, i > coetanei in tutta Europa. I prossimi giorni diranno se il movimento sarà in grado di riprodursi in altre giornate di questa ampiezza e potenza, nonché di resistere alla prevedibile ondata di repressione che gli si rovescerà contro (con già più di duemila arresti nella giornata di ieri). A tal proposito, il ministro degli interni Nuñez ha per altro presentato le sue dimissioni a seguito del clamoroso fallimento della gestione dell’ordine pubblico nella giornata, causato anche da una totale sottovalutazione del numero dei manifestanti previsti: dimissioni altrettanto clamorosamente rifiutate da Macron, prova ulteriore – se mai ce ne fosse stato bisogno – della sua sconnessione radicale dalla realtà del paese. La prossima giornata di mobilitazione sindacale, a cui gli studenti hanno già aderito e che era stata chiamata prima della giornata di ieri, è prevista per il 5 Novembre, mentre alcune organizzazioni di Gilets Jaunes annunciano un atto II del movimento il 24 Ottobre. Al netto di queste considerazioni, però, il movimento ha già tracciato chiaramente il cammino per navigare i mesi che ci separano dalle elezioni presidenziali: quella di un movimento autonomo in grado al contempo di sostenere la sinistra di rottura, dettare a quest’ultima le sue priorità e travalicarne largamente i limiti, ossia di imporre e consolidare un dualismo di potere in grado di farsi potenza costituente. Immagine di copertina pagina facebook della CGT Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Dal movimento studentesco ai Gilets Jeunes proviene da DINAMOpress.
October 20, 2026
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La destra all’attacco del V Municipio di Roma
Mi alzo presto questa mattina, vado a fare colazione al bar, in via di Torpignattara c’è chi non è mai andato a dormire dalla notte precedente, chi ha bevuto troppo, chi vive per strada, in queste strade sporche, c’è immondizia e pure un topo morto in un’aiuola. Al bar la discussione tra le colleghe al bancone è sulla condizione della stazione Malatesta di notte, il senso di insicurezza, la paura di essere una donna da sola al buio la sera o la mattina molto presto. E come non capirle, la sento anche io quella paura. E dal senso di insicurezza, si passa al degrado per concludere con il problema dell’immigrazione, causa di tutti i mali. Anche se due su tre delle bariste sono di origine migrante, in effetti sono arrivate con il bus, spiegano alla terza. E così si rimodula la conversazione, il problema sono gli uomini neri e arabi (non bianchi, quelli no, sono bravissimi a nascondere la violenza dentro casa e sotto le coperte), il razzismo è salvo, e mette d’accordo le tre lavoratrici. E avrebbe trovato l’accordo della destra ed estrema destra europea che utilizza le donne come ancelle del peggior razzismo e dell’odio islamofobico. > Nessun commento sul salario o sugli orari di lavoro, nonostante il commercio > abbia tra le peggiori condizioni lavorative, come la ristorazione e > l’edilizia. E forse non sarà un caso che due su tre delle lavoratrici erano di > origine migrante. Mangio il mio cornetto, e mi sale già la rabbia, e mi prendo pure una pizzetta rossa per la mia seconda colazione. Poi dici che c’ho l’acidità. Cammino verso la Casilina, e guardo le rotaie vuote del trenino, tra le pietre dei binari si incastrano bottiglie di plastica, e sulle panchine dove prima aspettavamo il trenino giallo, ora dorme una persona senza casa e con problemi di dipendenze. Ora posso decidere se aspettare il 105, sempre pieno anche alle 6 del mattino, il 409 o l’inutile navetta che porta alla metro C, dove nelle banchine senza segnale telefonico puoi attendere il treno fino a venti minuti, manco fosse un regionale. Insomma il trenino giallo faceva schifo, era sporco, inaccessibile e lento, ma ci ritroviamo a rimpiangere pure quello. Rimangono le rotaie vuote e la promessa di un tram, di cui non esiste nemmeno un calendario lavori. > Ecco come sta il quadrante est. A Torpignattara siamo esattamente a metà tra > gentrification e turistificazione, che alzano i prezzi e svuotano i quartieri, > e il completo abbandono delle aree periferiche, dove si lascia che intere aree > dismesse diventino i luoghi di nessuno, le case di edilizia pubblica cascano a > pezzi, si aspetta l’autobus ben più di mezz’ora, o si fanno file chilometriche > in auto. E soprattutto le strade sono invase dal crack. Sotto casa mia, davanti a una scritta “remigrazione”, ci sono due ragazzi con una pipetta, e qualche giorno fa ne ho visti altri due che fumavano in pieno giorno sulle panchine. I pezzi di verde abbandonato diventano rifugio per gli ultimi degli ultimi, in fuga anche da se stessi. Forse loro avevano la pelle nera o marrone, ma ne ho conosciuti tanti di amici e di amiche di pelle bianca, anzi bianchissima, che si sono persi in appartamenti sulla Casilina per giorni, a volte settimane, qualcuno ci ha perso la vita. > La situazione è rovente. E i sassi delle rotaie abbandonate sembrano tizzoni > ardenti. La destra e l’estrema destra hanno deciso di soffiare e far bruciare > l’intero municipio. La strategia è semplice: attaccare chi è più in basso di > te, chi non può difendersi, chi non ha i mezzi per prendere parola. E allora il problema sono le persone tossicodipendenti, non le narcomafie che mettono le bombe. Il problema sono le persone migranti che lavorano sfruttate per 3-5 euro l’ora sotto il ricatto del permesso di soggiorno, non chi affitta in nero dei tuguri o fa lavorare senza rispettare i contratti. Il problema sono i poveri, non la povertà e lo sfruttamento. Che poi il lavoro in nero, lo sfruttamento, gli affitti troppo alti sono un problema comune a chiunque vive in questo quadrante. Eppure sono riusciti a dividerci con tagli netti seguendo la linea del colore, perché per noi persone bianche rispecchiarci nelle persone bengalesi, arabe, cinesi ci fa troppo paura. Ci ricorda che alla fine anche la nostra condizione di classe media, più o meno benestante, si sta sgretolando sotto i nostri piedi. E rischiamo di caderci anche noi in quella povertà, un po’ come rischiamo di cadere nelle buche dei nostri marciapiedi, attorno alle quali viene messo del nastro bianco e rosso per segnalarle, ma nessuno le ripara mai. Attenzione: pericolo povertà. Invece di dirci poveri, di nuovo poveri, come le nostre nonne o bisnonne emigrate nelle Americhe, preferiamo continuare a tappare le buche. Senza contratti, senza lavoro, in naspi, senza diritti, senza giornate di riposo e con i salari più bassi d’Europa, con la benzina a 2,20 €, con le scuole dove piove dentro, senza riuscire a prenotare delle visite mediche, preferiamo scegliere la via più semplice. E allora lo vedi che a Torpignattara aprono solo negozi gestiti da persone migranti che vendono cianfrusaglie e cibi che io non mangio? E allora lo vedi che il quartiere è sempre più sporco? E chi è che sporca? Lo vedi che fanno il mercatino la sera? Cercano nell’immondizia e poi la lasciano tutto fuori dal cassonetto? A breve credo che uscirà una teoria del complotto sul trenino, lo sapete chi è stato, no ma chi è stato veramente? E se invece ci chiedessimo: se il trenino fosse passato a Collina Fleming sarebbe andata a finire allo stesso modo? > Ora è stata indetta una nuova fiaccolata da un comitato dietro il quale > probabilmente si cela Fratelli d’Italia. Infatti alla piazza di domenica > scorsa, che non è mai riuscita a partire, dal megafono hanno parlato quasi > esclusivamente eletti nelle liste della destra del V municipio. Tra le tante, direi tantissime, persone di sinistra che abitano questi quartieri sento spesso dire che “la sinistra ha smesso di parlare alle periferie”. E in un certo senso hanno ragione, ma sarebbe più corretto dire che “il centro-sinistra, il PD o tutti quei partiti e sindacati che hanno aperto la strada alle politiche neoliberali” hanno smesso di vivere e parlare con le periferie. Ma qui, in queste strade, esiste un variegato mondo di associazioni, comitati, centri sociali, gruppi informali, che spesso non vanno nemmeno d’accordo, che questi quartieri li hanno abitati, costruiti e curati. Doposcuola autogestiti, centri estivi a prezzi popolari, sport accessibili, corsi di italiano L2, cori di musica popolare, festival del cinema multiculturale, librerie dove scegli tu il prezzo dei libri, gruppi che puliscono le aree verdi, gruppi di acquisto solidale, volontariato che distribuisce pacchi alimentari, eventi culturali, festival musicali… Tutto questo esiste solo grazie al contributo volontario di decine, centinaia di persone che a Torpignattara, come in tutto il quadrante est, hanno costruito un’alternativa contro l’abbandono istituzionale, la povertà e lo sfruttamento. Qui le scuole hanno lottato per diventare presidi multietnici e antirazzisti, costruendo solidarietà tra genitori, insegnanti e studenti contro la discriminazione e la ghettizzazione. Qui ci sono presidi dei diritti umani come la palestra popolare di Quarticciolo. E luoghi fondativi per il punk, l’hip-hop e la musica techno come il Forte Prenestino. E potremmo andare avanti, perché ci sono davvero tanti esempi. Questa incredibile rete, che non si parla, e spesso non si capisce, è stata ciò che ha permesso alle persone di sostenere la vita in questi quartieri, e ha bloccato i discorsi faciloni della destra ed estrema destra, che qui è sempre stata presente. > Ma ora con affitti alle stelle, sfratti, carovita, povertà, spaccio, > dipendenze, l’odio contro “l’altro” riesce a trovare nuovo spazio. L’abbandono > e la povertà sono pronti a bruciare nelle fiaccolate dei comitati > anti-degrado, per trasformarsi velocemente in ronde anti-immigrato. Pompate da > influencer pagati con i soldi delle lobby trumpiane. Dopo quattro anni di governo Meloni, e non so nemmeno quanti decreti sicurezza, la destra si prepara all’ennesima campagna elettorale sulla sicurezza. Ed è l’evidenza che le loro stesse politiche non servono a nulla. Anzi costruiscono e alimentano insicurezza, povertà, discriminazione e sfruttamento. Nel frattempo grazie a istituzioni locali assolutamente manchevoli, stiamo ancora aspettando nuove corse del 105, per poi rimanere imbottigliate nel traffico della Casilina, e arrivare in ritardo al nostro lavoro sottopagato. Forse è proprio arrivato il momento di uscire da questa poliedrica e stancante frammentazione della sinistra non istituzionale. Bisogna rivendicare molto di più da queste istituzioni locali di centro-sinistra e allo stesso tempo distruggere la campagna d’odio montata dalla destra. Io a Torpignattara ci abito, in V municipio ci insegno, non ho intenzione di stare a guardare comitati e ronde che distruggono reti di solidarietà costruite in decenni di lavoro. E non ho intenzione di permettere che un municipio multietnico e multilinguistico sia portato a farsi la guerra, dopo anni di vita in comune, portata avanti con tutte le sue difficoltà. Non posso accettare che paladini autonominati sfilino in queste vie per aizzare odio e paura. In queste strade c’è molto di più, tanti progetti per quartieri migliori, molta rabbia per l’abbandono in cui ci costringono a vivere, e molta più voglia di vivere insieme, è ora che tutto questo si riprenda le strade. Immagine di copertina di Indeciso42 da wikimedia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo La destra all’attacco del V Municipio di Roma proviene da DINAMOpress.
October 19, 2026
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Un sequestro di libri e di democrazia: il caso Sally Rooney
C’è qualcosa di profondamente sinistro nel vedere i romanzi di una delle scrittrici più celebrate della sua generazione scomparire dagli scaffali di un Paese occidentale. Chiunque entri oggi in una libreria di Londra o Manchester non troverà più le ultime copie di Intermezzo, né i longseller Persone normali o Parlarne tra amici. Non siamo di fronte a un falò dei libri di stampo inquisitorio, né a una censura moralistica sui testi. Eppure l’effetto pratico è lo stesso: Sally Rooney e la sua casa editrice Faber & Faber hanno dovuto ritirare ogni sua opera dal mercato del Regno Unito per evitare un cortocircuito penale spaventoso. Ne hanno dato l’annuncio la stessa autrice e il suo editore mercoledì scorso. PERCHÉ QUESTO? Il motivo non risiede in ciò che Rooney scrive, ma in ciò che Rooney pensa, dice e finanzia liberamente dalla Repubblica d’Irlanda, dove risiede. La scrittrice ha pubblicamente dichiarato di voler devolvere le proprie royalty a Palestine Action, un movimento di protesta britannico che da anni contrasta la complicità bellica del Regno Unito nel massacro di Gaza. Ma oltremanica, dal luglio 2025, quella sigla non è più considerata un collettivo di attivisti: il Ministero dell’Interno l’ha inserita nella lista nera delle organizzazioni terroristiche vietate ai sensi del Terrorism Act 2000. Di conseguenza, versare sterline a quel gruppo equivale a finanziare Al-Qaeda o l’Isis. Un reato da quattordici anni di galera che ha costretto l’editore al blocco preventivo della distribuzione e l’autrice a cancellare i suoi viaggi nel Paese per il concreto rischio di arresto. Questo scenario rappresenta il punto di non ritorno di una spaventosa metamorfosi autoritaria delle democrazie liberali occidentali. Quando le leggi speciali nate formalmente per contrastare le stragi di civili e l’estremismo religioso vengono piegate fino a criminalizzare la solidarietà politica e la dissidenza culturale, significa che lo Stato di diritto ha abdicato alle sue funzioni, trasformandosi in uno strumento di intimidazione di massa. LA DISTRUZIONE DELLE COSE NON È TERRORISMO Il cuore del problema risiede nella decisione, giuridicamente abnorme e politicamente speculativa, di etichettare come “terrorista” un gruppo che pratica esclusivamente l’azione diretta non violenta contro la proprietà industriale. Fin dalla sua nascita nel 2020, il modus operandi di Palestine Action è stato pubblico e trasparente: sit-in, occupazioni pacifiche di tetti, scritte con vernice rossa sulle facciate e sabotaggi mirati ai macchinari delle fabbriche di armamenti della Elbit Systems, azienda israeliana che produce droni ed equipaggiamenti militari esportati anche a Tel Aviv. Si può essere d’accordo o meno con il sabotaggio industriale, ci si può aspettare che venga sanzionato civilmente o penalmente come danneggiamento materiale (reato comune presente in ogni codice penale), ma chiamarlo “terrorismo” è una deliberata e pericolosa distorsione del linguaggio e del diritto. Come ha solennemente ricordato persino l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, Volker Türk, gli standard internazionali più basilari confinano la nozione di terrorismo ad atti che causano intenzionalmente la morte, gravi lesioni fisiche o la presa di ostaggi. Palestine Action non ha mai ferito nessuno, non ha mai preso ostaggi, né ha mai pianificato azioni contro l’incolumità delle persone. La sua violenza – se così si può definire il danneggiamento di un bullone o l’imbrattamento di un muro – è rivolta esclusivamente contro le infrastrutture che producono strumenti di morte. > Dichiarare terroristico un movimento del genere significa tracciare una linea > d’ombra intollerabile: uno Stato decide che la protezione del profitto e della > filiera delle industrie belliche private è un valore prioritario rispetto alla > tutela dei diritti civili fondamentali. È l’equivalente giuridico di equiparare le suffragette o i movimenti ecologisti radicali ai commando stragisti. Se il sabotaggio di una fabbrica di droni è terrorismo, domani lo sarà anche il blocco di una miniera di carbone da parte degli attivisti del clima. A ogni modo, la cofondatrice di Palestine Action, Huda Ammori, contesterà la messa al bando davanti alla Corte Suprema a partire dall’udienza del 4 novembre prossimo. LA REPRESSIONE NON FERMA IL DISSENSO: MIGLIAIA DI CITTADINI NEL MIRINO Nonostante il tentativo del governo britannico e delle successive sentenze d’appello di normalizzare questo abuso liberticida, la risposta della società civile è stata gigantesca, sebbene largamente silenziata dai media mainstream. Tra il 2025 e il 2026, la polizia britannica ha eseguito oltre 3.000 arresti di normali cittadini colpevoli soltanto di aver manifestato solidarietà a Palestine Action. > Secondo i dati forniti dallo stesso Ministero dell’Interno, gli arresti legati > a reati di terrorismo sono aumentati del 1.553% nell’ultimo anno, e il 94% di > essi è collegato al sostegno a Palestine Action. Migliaia di persone – insegnanti, pensionati, studenti, impiegati, addirittura religiosi o ex ufficiali delle forze armate britanniche – hanno sfidato le leggi draconiane partecipando a sit-in pacifici in Parliament Square, a Trafalgar Square o organizzando veglie silenziose. Cittadini che si sono autodenunciati, firmando petizioni e manifesti pubblici in cui dichiaravano apertamente: «Se sostenere chi blocca i mercanti di morte è terrorismo, allora arrestate anche me». Questa incredibile ondata di disobbedienza civile dimostra che la coscienza collettiva ha rifiutato la narrazione della criminalizzazione. Quando migliaia di persone scelgono il rischio della fedina penale pur di non piegarsi a un’ingiustizia di Stato, non siamo di fronte a una cellula eversiva, ma a un movimento di massa che difende i principi elementari della morale umana e della libertà d’espressione. SE LA CULTURA FA PAURA ALLO STATO In questo contesto, il gesto di Sally Rooney brilla per coerenza e dignità etica. In un’epoca in cui l’industria culturale preferisce il silenzio prudente e il posizionamento di comodo per non disturbare gli algoritmi e i mercati, Rooney ha scelto di pagare il prezzo più alto per le proprie idee. Ha accettato la scomparsa dei propri libri dal suo mercato editoriale di riferimento e ha rinunciato a ritirare premi prestigiosi oltremanica per non legittimare una legge ingiusta. Il paradosso politico è totale: la Repubblica d’Irlanda considera Palestine Action un’organizzazione perfettamente legale, mentre il Regno Unito la considera terroristica. Attraversare il mare d’Irlanda trasforma istantaneamente un’intellettuale pacifista in una latitante. Quello di Sally Rooney non è un caso isolato, ma il tassello di una strategia repressiva sistemica. Lo sa bene Mo Chara, membro del gruppo rap irlandese Kneecap, finito nel mirino dell’antiterrorismo britannico con l’accusa di “sostegno al terrorismo”. Una persecuzione di Stato crollata definitivamente solo nel marzo 2026, quando l’Alta Corte di Londra ha respinto l’ennesimo ricorso del governo, confermando l’archiviazione di un processo farsa nato solo per intimidire la band. Se contro i Kneecap lo Stato ha perso la sua battaglia legale per vizi di forma, con Sally Rooney l’apparato ha trovato il modo di colpire per via finanziaria, costringendola all’esilio editoriale. Non a caso quindi, dal gruppo nordirlandese è arrivata subito la solidarietà alla scrittrice. Anche divers* parlamentari di Westminster hanno preso posizione a sostegno della scrittrice: da John McDonnell e Richard Burgon della sinistra laburista, a Zarah Sultana di Your Party, fino al giornalista Owen Jones. L’ex-leader laburista (ora Your Party) Jeremy Corbyn, insieme ad altri parlamentari indipendenti pro-palestinesi eletti ai Comuni, ha espresso solidarietà all’autrice e ha denunciato l’uso del Terrorism Act come un’arma di censura culturale ideata dal precedente governo Tory e pigramente ereditata e applicata dai laburisti, definendo il ritiro dei libri un «giorno nero per la libertà d’espressione nel Paese». Alcuni rappresentanti dei Verdi, fra cui il segretario Zack Polanski, hanno apertamente criticato l’automazione burocratica della legge che colpisce la filiera culturale, sottolineando l’assurdità di equiparare il boicottaggio pacifista e il supporto a gruppi non violenti a minacce di carattere terroristico internazionale. Infine, in Irlanda mentre lo Sinn Féin (TDs) non ha ancora emesso comunicati ufficiali, Cian O’Callaghan, deputato e portavoce dei Social Democrats nel parlamento irlandese, ha portato il caso in aula sollevando una formale obiezione contro la censura e chiedendo al Ministro degli Esteri irlandese di intervenire direttamente presso il suo omologo britannico: «In un momento in cui il diritto internazionale viene violato in modo così palese da Israele e altri, coloro che si schierano contro il genocidio e i crimini di guerra dovrebbero essere sostenuti, non puniti». Gli esponenti della sinistra socialista irlandese hanno chiesto al governo di Dublino una presa di posizione diplomatica ufficiale a tutela degli artisti irlandesi all’estero. Hanno definito la legge del Regno Unito come «draconiana», evidenziando come l’esecutivo britannico stia attivamente «privando i propri stessi cittadini della libertà di leggere opinioni dissenzienti pur di proteggere l’industria delle armi e l’asse strategico con Israele». Nel mondo della cultura, numerose librerie indipendenti nel Regno Unito stanno protestando contro la normativa esponendo cartelli vuoti o allestendo vetrine provocatorie. Molti librai hanno dichiarato alla stampa che l’assenza forzata dei libri di Rooney è «l’emblema di una censura burocratica asfissiante» e che l’autrice ha fatto l’unica scelta moralmente degna. La testata britannica indipendente Novara Media ha pubblicato un editoriale video di enorme successo intitolato “Sally Rooney ha umiliato la Gran Bretagna su Palestine Action“. Nel pezzo viene spiegato come la mossa dell’autrice abbia tolto la maschera al governo, costringendolo ad “arrossire” di vergogna davanti all’opinione pubblica globale, mostrando al mondo che pur di proteggere le fabbriche di armi è disposto a far sparire la letteratura. Nelle ultime ore, piattaforme di artisti europei hanno rilanciato i discorsi di Rooney ai summit pacifisti internazionali (come il People’s Summit), usandoli come manifesto attraverso i canali social per lanciare una call-to-action immediata: «Gli artisti devono parlare ora per la Palestina, seguendo l’esempio di coraggio di Sally». Un forte parallelismo testuale su quanto espresso («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio…») arriva anche dalla massiccia lettera aperta firmata da oltre 300 scrittori ed editori nelle ultime 48 ore. Nel loro manifesto congiunto a sostegno di Rooney e Faber, la comunità letteraria accusa direttamente il governo del Regno Unito, scrivendo: «È inaccettabile che un governo possa oggi bandire di fatto una singola autrice per aver protestato contro la sovrapposizione deliberata compiuta dallo Stato tra la protesta e il terrorismo». La stessa Palestine Action ha rilasciato una nota ufficiale in cui ringrazia l’autrice, sottolineando come la decisione di Faber e Rooney smascheri la natura «politica ed economica» della legge anti-terrorismo britannica, nata per blindare i profitti dell’industria bellica («Cercano di rendere impossibile l’opposizione al genocidio, ma Rooney ha dimostrato che non ci si può comprare tutti»). Ciò che sta accadendo nel Regno Unito non è comunque solo una faccenda interna britannica, ma un severo ammonimento per tutte le democrazie occidentali. La libertà d’espressione non si misura dalla nostra tolleranza verso le opinioni innocue o di facciata, ma dalla protezione del diritto al dissenso radicale, all’azione diretta e all’opposizione intransigente verso le politiche di guerra dei nostri stessi governi. > Quando i libri spariscono perché i loro autori rifiutano di allinearsi ai > decreti di sicurezza nazionale, la democrazia smette di essere tale e diventa > un guscio vuoto. L’ostracismo forzato di Sally Rooney non spegnerà la sua voce; al contrario, rimarrà come un monumento all’ipocrisia di un governo (prima Starmer e ora Burnham) che, nel tentativo di proteggere l’export di armi, ha finito per mettere all’indice anche la grande letteratura. Immagine di copertina da Magdalena Vassilleva Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. 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October 19, 2026
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Un lago che combatte contro la speculazione
Vi ricordate quando spuntò un lago sulla Prenestina? La vicenda che vide la forza di eventi naturali vincere davanti a profitto e affarismo dei palazzinari rimarrà memorabile per tutta la città di Roma. Anni dopo quell’evento, continua la battaglia per la difesa del Lago Bullicante e perchè l’intera zona dell’ex Snia diventi monumento naturale. Nonostante l’enorme sostegno popolare che il progetto del lago ha sempre avuto, incombe ancora la minaccia del costruttore Puccini, che detiene una ampia area e che negli anni a più riprese ha proposto interventi in ottica di cementificazione, dalla logistica allo studentato. Le istituzioni preposte non hanno ancora avuto il coraggio di fare l’unica cosa necessaria, ossia un esproprio che permetta di appropriarsi di un bene comune e che garantisca a chi vive in una delle zone più cementificate di Roma di poter godere di una isola verde, anche per ripararsi da estati sempre più insopportabili. Domenica la lotta per il Lago Bullicante torna a mobilitarsi. Appuntamento alle h. 11.00 Abbiamo qui raccolto gli articoli più importanti che abbiamo scritto negli ultimi anni a sostegno di questa battaglia. VALENTINELLI: «LA RETE ECOLOGICA VA AMPLIATA E POTENZIATA» Un appello firmato da molte lotte territoriali e associazioni chiede l’ampliamento della rete ecologica del Piano regolatore. Ne abbiamo parlato con Alessandra Valentinelli del Forum Territoriale Parco delle Energie, impegnato nella difesa delle aree della Ex-Snia e del Lago Bullicante EX-SNIA: LE RUSPE NON POSSONO SRADICARE UN SOGNO Da giorni intorno al lago dell’Acqua Bullicante sono in azione le ruspe del proprietario per sradicare la natura che è cresciuta intorno ai ruderi dell’ex-fabbrica Snia Viscosa. La comunità che da anni si batte per la difesa del parco e del lago chiede di fermare il massacro della natura e che sia finalmente espropriata l’intera area e inserito il lago fra le acque demaniali EX-SNIA MONUMENTO NATURALE, MA IL LAGO CONTINUA A COMBATTERE Dopo 25 anni di lotte un primo risultato è stato raggiunto, ma non basta per mettere al sicuro l’intera area che circonda il lago Bullicante. Il territorio non si arrende e continua a battersi per ottenere l’esproprio di tutta l’area e la realizzazione di un grande parco Tutte le immagine di Ex-Snia Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580. L'articolo Un lago che combatte contro la speculazione proviene da DINAMOpress.
October 17, 2026
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