Source - Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica

𝐋𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐀𝐂𝐈 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐀𝐂𝐈 𝐈𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚
Egregio Presidente Avv. La Russa Facciamo seguito ai nostri incontri del 5/11/25 e del 10/3/26, nei quali ha manifestato l’intenzione di garantire le prospettive future delle lavoratrici e dei lavoratori di ACI Informatica e in generale di tutti i dipendenti delle società del gruppo ACI insieme alla più ampia disponibilità al confronto sindacale senza pregiudizio. Purtroppo, gli incontri conseguenti alle dichiarazioni di principio espresse allora, avvenuti con il management di ACI Informatica e di ACI Mobility, hanno rappresentato una realtà ben diversa, foriera di un’aspra vertenza che ha costretto le lavoratrici e i lavoratori di ACI Informatica ad una forte mobilitazione, con scioperi in corso da tre mesi. Il 4/6 p.v. avremo un nuovo incontro sull’annunciata volontà di trasferimento della direzione DTNA presso ACI Mobility (di cui abbiamo avuto modo di dimostrarne l’illegittimità), mentre la trattativa sul contratto integrativo e le prospettive future di ACI Informatica è ferma alle intransigenti posizioni espresse dal management di ACI Informatica. Questa precipitazione della vertenza impone la massima chiarezza, al fine di definire ogni conseguente responsabilità nell’evoluzione della trattativa. Le rappresentiamo, innanzi tutto, che la Direzione di ACI Informatica ha operato un gravissimo tentativo di repressione dell’attività e libertà sindacale, comminando tre provvedimenti disciplinari a una lavoratrice, un lavoratore e un delegato sindacale, attraverso una maldestra operazione di controllo dell’assemblea sindacale. Un atto già grave per qualunque azienda, ulteriormente aggravato dalla natura pubblica di una società in house dell’ACI, che è chiamata a rispondere delle azioni commesse dal management delle proprie aziende. Le rappresentiamo inoltre che, nel corso di un infruttuoso tentativo di incontro sul piano industriale di ACI Informatica, è stato affermato dal D.G. Minenna che l’attuale piano industriale “è utile solo per giocare al lotto”. Un’affermazione che evidenzia l’assoluta indeterminatezza delle prospettive di tutela e valorizzazione del patrimonio pubblico ACI Informatica. Le rappresentiamo, ancora, che nel corso degli incontri avvenuti finora sull’annunciata volontà di trasferimento della Direzione DTNA ad ACI Mobility, è stata rifiutata ogni informazione utile a comprenderne gli impatti e le conseguenze, nonostante le nostre chiare richieste scritte, così come è stata negata ogni risposta di merito alle nostre evidenze sull’illegittimità della tentata operazione, negando così qualunque reale e concreto confronto sul tema e vanificando in questo modo qualunque tavolo di trattativa, in barba persino alle più elementari norme in materia. Siamo sicuri che può comprendere le conseguenze di qualunque atto che dovesse essere accertato come illegittimo in un’amministrazione pubblica. Le rappresentiamo infine, a margine, che queste attività vengono realizzate attraverso l’utilizzo della consulenza di uno studio legale famoso per i proprio onorari, onorari pagati con i soldi della collettività per la quale opera l’Ente Pubblico non Economico ACI. Ad aggravare la situazione di oggettiva crisi in corso causata dal management di ACI Informatica, ci sembra opportuno segnalarle che nel tentativo di arginare gli effetti degli scioperi, vengono poste in atto iniziative che possono realizzare nocumento all’integrità del servizio pubblico fornito dall’Ente. Ci riferiamo, ad esempio, a esternalizzazioni di attività che possono essere svolte dalle professionalità esistenti (con inutile aggravio dei costi), all’attivazione di processi estranei ai consolidati processi aziendali (che possono contraddire le certificazioni aziendali e creare un pesante fardello operativo per il futuro), ad interventi effettuati senza rispettare adeguate misure di sicurezza (che potrebbero generare perdita dati, come parrebbe sia avvenuto per il sistema NSTAR), etc. Tutte iniziative, e relative conseguenze, delle quali vogliamo che siano chiare le responsabilità esclusivamente in capo al management aziendale. Egregio Presidente Avv. La Russa Riteniamo di aver evidenziato con la chiarezza che sempre ci contraddistingue lo stato della vertenza in atto, le cause e le responsabilità. Una chiarezza necessaria anche nei confronti di tutto il personale dell’Ente che potrebbe stare vivendo dei disagi nelle proprie attività a causa delle mobilitazioni in corso a cui ci hanno costretto le posizioni estremiste, illegittime, persecutorie e incomprensibili del management di ACI Informatica. Siamo come sempre disponibili a rappresentare le nostre ragioni in ogni sede, così come siamo determinati a supportare le nostre ragioni con ogni mobilitazione necessaria. Egregio Presidente Avv. La Russa, abbiamo voluto informarla dello stato della vertenza perché in virtù del suo ruolo è responsabile di qualunque azione attuata dal management delle Società dell’Ente, consapevoli che in assenza di una Sua presa di posizione diversa tali azioni vanno considerate frutto anche del Suo informato consenso quando non addirittura di una Sua deliberata decisione. RSU ACI INFORMATICA 29/05/2026 The post 𝐋𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚 𝐚𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐀𝐂𝐈 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐀𝐂𝐈 𝐈𝐧𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐭𝐢𝐜𝐚 first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Milano, il business dei data center
(Fonte) Andrea Cegna – 20 maggio 2026 Milano e la Lombardia stanno entrando nella geografia globale delle città-data center. Non è più soltanto la capitale italiana della finanza, della moda o del real estate: sta diventando una gigantesca piattaforma infrastrutturale per il cloud, l’intelligenza artificiale e la circolazione dei dati: una nuova fase della messa a valore del territorio.  Circa 50 di sindaci si sono detti preoccupati e hanno chiesto che la regione Lombardia, il 26 maggio, li ascolti. Al di là della retorica dell’innovazione, la realtà materiale dei data center è fatta di grandi infrastrutture energivore: consumo di suolo, pressione sulla rete elettrica, uso intensivo di acqua e trasformazione silenziosa degli spazi urbani. Nell’area metropolitana milanese sono attivi circa 33 data center. Il dato più significativo è però quello prospettico: tra progetti approvati, cantieri e richieste di connessione elettrica, il settore prevede un’espansione rapidissima entro il 2030, con centinaia di megawatt aggiuntivi destinati soprattutto all’hinterland sud e ovest della città. Si tratta di una vera e propria riconversione infrastrutturale del territorio metropolitano. Negli ultimi quindici anni il capoluogo lombardo è stato trasformato in una macchina estrattiva basata su grandi eventi, turismo, finanza e valorizzazione permanente dello spazio urbano. I data center rappresentano un ulteriore salto: per estrarre valore bastano spazi, energia, connessione e rendita. I server devono essere raffreddati costantemente e molti impianti utilizzano sistemi evaporativi o pozzi di falda. In una regione attraversata da estati sempre più torride e periodi di siccità, la competizione per le risorse idriche rischia di diventare un tema politico centrale. Ma la politica cittadina, regionale e nazionale sembra orientata soprattutto ad accelerarne la costruzione. Tutto questo rientra nella dinamica della trasformazione delle città in cui, secondo logiche di mercato e profitto, si sostituiscono i residenti con attività ad alta redditività, trasformando i quartieri in asset finanziari o turistici. The post Milano, il business dei data center first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Le Lavoratrici e i Lavoratori di ACI Informatica in presidio all’EUR Comunicato Stampa del 20/5/2026
Si è svolto nel pomeriggio di ieri 19/5/2026 un partecipato e rumoroso presidio all’EUR, presso la stazione metro di EUR Fermi, a sostegno di una vertenza che vede coinvolti le lavoratrici e i lavoratori di ACI Informatica. ACI Informatica è una società in house dell’ACI, Ente Pubblico non Economico, di cui cura tutti gli aspetti legati alla digitalizzazione dei servizi forniti ai cittadini. Proprio grazie ad ACI Informatica, che occupa circa 600 dipendenti oltre all’indotto e considerata un fiore all’occhiello della pubblica amministrazione, l’ACI riesce a fornire ai cittadini servizi all’avanguardia nel campo della mobilità (pratiche automobilistiche, tasse automobilistiche, assistenza, etc..). I lavoratori hanno organizzato questo presidio a supporto delle richieste al tavolo di confronto convocato presso la sede dell’ANIASA in merito ad un’ipotesi di cessione di una parte dei lavoratori ad altra azienda. Questo progetto si inserisce in un più generale processo di riorganizzazione delle società del gruppo ACI che, a seguito di interventi legislativi che hanno modificato la natura autonoma dell’Ente, da alcuni mesi vede fusioni, liquidazioni e trasferimenti. Contemporaneamente i lavoratori di ACI Informatica denunciano la posizione massimalista assunta dal management che rifiuta di assumere impegni adeguati sul rinnovo del contratto integrativo, sulle necessarie assunzioni e sul piano industriale. In pratica i lavoratori di ACI Informatica denunciano l’assenza di un progetto di sviluppo dell’azienda e temono che, al contrario, le posizioni assunte dal management siano mirate ad una progressiva smobilitazione. Ad aggravare il quadro l’azienda ha comminato 3 pretestuose e illegittime contestazioni disciplinari a 2 lavoratori e 1 delegato sindacale, nel tentativo di intimidire e reprimere le mobilitazioni in corso. Il presidio ha animato il quartiere per tutta la durata dell’incontro, concluso in modo interlocutorio con un nuovo appuntamento fissato per il 4 giugno prossimo. Nell’assemblea svolta oggi 20/5/2026 i lavoratori hanno comunque deciso di proseguire e incrementare le mobilitazioni a supporto dell’intera vertenza. 20/5/2026 The post Le Lavoratrici e i Lavoratori di ACI Informatica in presidio all’EUR Comunicato Stampa del 20/5/2026 first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Il primo caso italiano di licenziamento e AI si chiude con una condanna per l’azienda
(Fonte) Samuele Maccolini – 29 Aprile 2026 Il Tribunale di Genova ha stabilito che la società Maersk dovrà reintegrare una lavoratrice. Sullo sfondo riorganizzazione, delocalizzazione e uso dell’intelligenza artificiale Al Tribunale di Genova il giudice della sezione Lavoro ha condannato l’azienda Maersk al reintegro della lavoratrice licenziata e al pagamento di un indennizzo. I fatti risalgono al 17 gennaio del 2025, quando quattro dipendenti del customer service di Maersk a Genova  vengono convocati dal capo reparto con la motivazione di una riunione sui risultati di performance e KPI. Si sarebbero invece ritrovati a tu per tu con il responsabile delle risorse umane, che avrebbe comunicato loro la cessazione immediata del rapporto di lavoro.  Nelle comunicazioni di licenziamento Maersk scriveva che «l’attività inerente il cosiddetto reparto Workflow è stata delocalizzata presso il team Gsc (sito in India e Filippine) con conseguente soppressione delle posizioni lavorative» ricoperte dai quattro dipendenti coinvolti. Non veniva fatto nessun riferimento all’AI. La motivazione ufficiale è quindi un piano di riorganizzazione interna, che sarebbe stato comunicato senza alcun preavviso e in termini generici, come una strategia di “trasformazione digitale” e “ottimizzazione dei flussi”. Una dei quattro lavoratori, una dipendente cinquantenne ha deciso di intraprendere una battaglia legale per essere ricollocata in servizio. Nel ricorso presentato dai legali si contesta all’azienda di non aver rispettato la normativa vigente relativa ai licenziamenti. I punti da chiarire sono diversi, a partire dalle tempistiche. Sebbene in Italia sia obbligatoria la preventiva comunicazione della procedura di licenziamento all’Ispettorato Territoriale del Lavoro (ITL), ai lavoratori coinvolti il licenziamento è stato comunicato direttamente con un documento che attestava la cessazione del rapporto di lavoro e hanno dovuto consegnare il loro PC aziendale. Hanno poi ricevuto una proposta di indennità economica, comunque legata alla firma di una lettera con cui si rinunciava a ogni contestazione futura. Oggi è plausibile ritenere che quei licenziamenti siano dovuti all’implementazione dell’intelligenza artificiale nei processi produttivi.  Ad aprile Marc Degrelle – che guida il Customer Experience (Customer Service) a livello globale – pubblicava un post su Linkedin in cui lodava l’implementazione dell’intelligenza artificiale in due centri Gsc a Pune e Mumbai, in India. Entusiasta, il manager di Maersk scriveva: «Vedere l’AI in azione, non più un concetto ma una realtà, con prove concrete: sta migliorando l’affidabilità, la velocità e il CSAT (Customer Satisfaction Score). L’AI, potenziata da interazioni umane significative, è imbattibile». L’azienda non ha mai confermato né smentito che la delocalizzazione prevedesse il ricorso a sistemi di AI. Ma alla richiesta dell’assessore al lavoro di Genova di avere chiarimento da Copenhagen, nessuno si è presentato all’incontro. Con l’approvazione dell’AI Act avvenuta giugno del 2024, alle aziende viene richiesto di informare i rappresentanti sindacali e i lavoratori prima di introdurre un sistema di AI considerato ad alto rischio. Parliamo di sistemi con capacità simili a quelle di un essere umano, che vengono utilizzati per la selezione del personale, per decidere eventuali promozioni e licenziamenti e per monitorare e valutare i dipendenti. L’AI Act vieta l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale in grado di desumere le emozioni di una persona sul luogo di lavoro – tranne che per motivi medici o di sicurezza. Ai tentativi di regolamentazione, le aziende “globali” rispondono con la delocalizzazione verso Paesi in cui ci sono meno vincoli. Saranno le motivazioni della sentenza di reintegrazione – pubblicate entro 60 giorni – a chiarire in maniera più approfondita alcuni passaggi della vicenda, ma intanto è questa la realtà con cui la forza lavoro dovrà fare i conti in futuro. The post Il primo caso italiano di licenziamento e AI si chiude con una condanna per l’azienda first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Samsung, la protesta dei lavoratori contro salari stagnanti e bonus insufficienti, nonostante i profitti dell’intelligenza artificiale
Decine di migliaia di persone, prima sedute e poi in piedi, che si muovono e cantano insieme come in una gigantesca coreografia. Le immagini in arrivo da Pyeongtaek, qualche decina di chilometri a sud di Seul, non sono usuali per la Corea del sud. Soprattutto, non sono usuali nel gigantesco stabilimento industriale di Samsung Electronics, l’azienda fiore all’occhiello dell’innovazione sudcoreana. Eppure, circa 40 mila manifestanti hanno “invaso” pacificamente il complesso, nella protesta più grande di sempre nella storia del gigante tecnologico.ù Samsung non ha mai tollerato le unioni sindacali, caratteristica assai diffusa tra i grandi chaebol, i colossi a guida familiare con una presa tentacolare sui gangli del potere sudcoreano, sia economico che politico. Ma, negli ultimi anni, la Samsung Electronics Labour Union ha visto aumentare in modo esponenziale i suoi iscritti, arrivando a superare quota 90 mila e rappresentando il 70% della forza lavoro sudcoreana del gruppo. Un processo favorito dalla crescente insoddisfazione sulla mancata condivisione dei benefici per i profitti del boom dell’intelligenza artificiale, traino dell’azienda e dell’economia del paese, cresciuta dell’1,7% nel primo trimestre del 2026 proprio grazie all’export di chip per l’IA. I lavoratori vedono profitti record e contemporaneamente percepiscono salari stagnanti, con una crescente distanza tra la retorica del successo aziendale e la loro realtà quotidiana. Le richieste sindacali sono precise: aumento salariale del 7%, destinazione del 15% dell’utile operativo ai bonus di performance e abolizione del tetto massimo ai bonus, oggi fissato al 50% dello stipendio base annuo. La dirigenza ha risposto offrendo il 10% dell’utile operativo e fondi aggiuntivi per garantire compensi migliori nel 2026, ma il sindacato considera questa proposta insufficiente. Il management difende il controllo centralizzato della redistribuzione, i lavoratori rivendicano una compartecipazione strutturale ai profitti. Ad aumentare la frustrazione il confronto con SK Hynix. La grande rivale di Samsung nel settore dei chip ha scelto una politica retributiva molto più aggressiva, accettando di eliminare il tetto ai bonus, garantendo compensi più elevati e riformando il sistema di incentivazione. In una cultura aziendale iper-gerarchica come quella di Samsung, questo gesto ha un significato enorme. Si va oltre la semplice contestazione, è la rottura pubblica del principio di deferenza verso il vertice aziendale. In assenza di un accordo, il sindacato ha minacciato uno sciopero di 18 giorni a partire dal 21 maggio. Qualora si andasse in fondo, l’impatto sul comparto produttivo dei chip potrebbe non essere banale. La protesta operaia in Corea del sud è stata uno dei motori fondamentali della democratizzazione. Il movimento sindacale nasce e si sviluppa dentro una storia di industrializzazione autoritaria, in cui la crescita economica rapidissima del dopoguerra fu costruita spesso attraverso disciplina forzata, repressione politica e compressione dei diritti. Le grandi ondate di scioperi degli anni Ottanta, soprattutto dopo la rivolta democratica del 1987, hanno cambiato radicalmente il panorama politico nazionale. Molti grandi gruppi hanno progressivamente accettato una presenza sindacale, ma Samsung è rimasta uno dei bastioni dell’antisindacalismo industriale.  Non a caso, la storia dice che i vertici aziendali non dialogano con i gruppi organizzati di lavoratori. Nemmeno nel 2014, quando Samsung è stata denunciata per una serie di suicidi di dipendenti emarginati o vessati per la loro iscrizione al sindacato coreano dei metalmeccanici. Ora, però, la pressione si sta facendo più forte. La crescita del sindacato interno è sia quantitativa che qualitativa. Non è più una presenza marginale tollerata a fatica, sta diventando un soggetto politico e sociale in grado di mettere sul tavolo la possibilità di 18 giorni di sciopero, con potenziali effetti globali sulla catena di approvvigionamento dei chip. The post Samsung, la protesta dei lavoratori contro salari stagnanti e bonus insufficienti, nonostante i profitti dell’intelligenza artificiale first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Che cosa fa l’intelligenza artificiale in guerra
(Fonte) Andrea Daniele Signorelli – 8 Aprile 2026 Gli impieghi militari dell’intelligenza artificiale hanno principalmente due scopi: ridurre l’incertezza – raccogliendo, filtrando e interpretando enormi quantità di dati provenienti da sensori, satelliti, droni e sistemi di intelligence – e aumentare la velocità decisionale, valutando le opzioni operative in tempi ridotti, stimando rischi e conseguenze, coordinando le unità e reagendo quasi in tempo reale agli sviluppi del conflitto. Il paradosso è che questi algoritmi predittivi producono una tale quantità di informazioni da rendere la loro interpretazione e gestione particolarmente complessa: i modelli linguistici di OpenAI, Anthropic, xAI e, in Europa, Mistral hanno il compito di aiutare a dissipare la coltre di nebbia provocata dall’enorme mole di dati prodotti dai sistemi predittivi. Il ruolo cruciale dell’AI predittiva I large language model non possono riconoscere automaticamente i bersagli, non guidano i missili o i droni, non raccolgono informazioni, non analizzano direttamente i dati dei sensori e non eseguono autonomamente azioni nel mondo reale. La capacità fondamentale di ChatGPT e dei suoi compagni è infatti (provare a) comprendere, elaborare e generare il linguaggio umano sulla base del dataset testuale su cui sono stati addestrati. Sul campo di battaglia, il grosso del lavoro sporco lo svolgono quindi i sistemi basati su algoritmi predittivi. Due dei casi più (tristemente) noti sono quelli relativi alle piattaforme di intelligenza artificiale massicciamente impiegate dall’esercito israeliano durante l’invasione di Gaza: The Gospel e Lavender. The Gospel analizza direttamente i dati raccolti tramite intelligence e sorveglianza per identificare obiettivi infrastrutturali – edifici, tunnel, depositi – che vengono poi colpiti dall’esercito. Lavender è invece un sistema statistico che assegna a ogni individuo presente nella Striscia di Gaza un punteggio relativo alla probabilità di appartenenza a gruppi armati, elaborando dati provenienti anche in questo caso da intelligence e sorveglianza, oltre a segnali comportamentali e indicatori demografici. Secondo le inchieste del magazine israeliano +972, nel corso del conflitto Lavender ha identificato – con un margine di errore accettato del 10% – circa 37mila palestinesi come potenziali bersagli. Per quanto invece riguarda gli Stati Uniti (e la NATO), il più diffuso sistema di supporto decisionale (DSS, decision support system) è il Maven Smart System. Sviluppato a partire dal 2017 da Palantir – subentrata dopo il passo indietro di Google, che al tempo aveva rinunciato in seguito alle proteste dei dipendenti – in collaborazione con Amazon (che fornisce in appoggio la piattaforma cloud AWS), una prima versione di Maven è stata impiegata nel 2021 durante il ritiro statunitense dall’Afghanistan. Successivamente è stato utilizzato in supporto a Israele durante l’invasione di Gaza ed è fino a oggi stato impiegato anche per gli attacchi contro l’Iran. A differenza di The Gospel, Maven non è solo un sistema di AI assisted targeting, ma una piattaforma di comando e controllo che offre anche “consapevolezza situazionale in tempo reale”: Maven fornisce ai comandanti delle “abilità in stile videogioco” di supervisionare ciò che avviene sul campo di battaglia. Che cosa fanno i modelli linguistici Principalmente i modelli linguistici vengono impiegati dagli eserciti per riassumere i manuali operativi, i rapporti delle missioni, i briefing dell’intelligence e altro ancora. Viceversa, possono essere utilizzati anche per generare, a partire dalle indicazioni dei soldati, rapporti, traduzioni, trascrizioni e documentazione di vario tipo. Durante le esercitazioni, questi sistemi possono anche contribuire alla generazione di scenari bellici; Nei casi più avanzati, bisogna invece immaginare l’impiego bellico di Claude o ChatGPT come una “interfaccia conversazionale” integrata, per esempio, in Maven Smart System, che permette agli utenti di interpretare più facilmente le informazioni provenienti dalle piattaforme di supporto decisionale. Il large language model viene quindi integrato nelle piattaforme predittive per rendere più facilmente comprensibile la complessità delle informazioni da essi ricavate e aiutare l’operatore umano nell’analisi e nella valutazione dei dati in tempo reale, accorciando così il ciclo operativo e fornendo un vantaggio decisivo sul campo di battaglia. Per fare un esempio, il modello linguistico integrato nella piattaforma di comando incrocia dati di guerra provenienti da sistemi diversi. In pochi minuti — anziché nelle ore che servirebbero a un team di analisti — genera un briefing sintetico con le possibili azioni. Il comandante lo legge, interroga il sistema su ulteriori aspetti specifici e decide il da farsi. Nel corso degli attacchi in Iran, scrive il Washington Post, “Maven ha suggerito centinaia di obiettivi, fornito coordinate di localizzazione precise e dato priorità a questi obiettivi in base alla loro importanza. L’integrazione tra Maven e Claude ha creato uno strumento che sta accelerando il ritmo della campagna, riducendo la capacità dell’Iran di contrattaccare e trasformando una pianificazione delle operazioni che richiedeva settimane in operazioni in tempo reale”. Uno studio della Georgetown University ha invece analizzato i modi in cui il 18° Airborne Corps dell’esercito statunitense utilizza Maven e Claude, concludendo, tra le altre cose, che consente di fare con una squadra di 20 persone ciò che prima ne avrebbe richieste duemila. Nel 2024 Anduril ha avviato una collaborazione con OpenAI: mentre Anduril già utilizza l’AI per analizzare video e dati dei sensori e individuare minacce, l’apporto di OpenAI riguarda soprattutto sistemi conversazionali, che permettono ai militari di interagire con queste tecnologie in linguaggio naturale. Anche in Europa si registrano sviluppi: la francese Mistral AI ha firmato a fine 2025 un accordo triennale con il Ministero delle Forze Armate per integrare modelli linguistici nelle operazioni militari e in enti strategici. Gli utilizzi principali includono analisi documentale, traduzioni, briefing e supporto alle decisioni, con la particolarità che l’infrastruttura resta interamente francese per garantire maggiore sicurezza dei dati. Le criticità dell’AI in guerra Quando i sistemi di supporto decisionale vengono usati per massimizzare la velocità, i soldati finiscono spesso per limitarsi ad approvare decisioni prese dall’AI. In questo scenario, il sistema passa da “supporto” a vero e proprio decisore. L’integrazione dei modelli linguistici accentua il problema: se da un lato rendono le informazioni più accessibili e immediate, dall’altro le rendono anche più difficili da verificare, aumentando il rischio di un’accettazione automatica e poco consapevole delle decisioni generate dalla macchina. Diversi fattori riducono infatti la qualità della supervisione: la “resa cognitiva” (minore attenzione alla verifica), il cosiddetto automation bias (fiducia eccessiva nella macchina) e il de-skilling, cioè la progressiva perdita di competenze decisionali umane dovuta alla delega all’AI. A questi si aggiunge il fenomeno della AI sycophancy, per cui i sistemi tendono a confermare le aspettative degli utenti, e il problema delle “allucinazioni”, cioè errori o informazioni inventate presentate come vere. Spesso non è  nemmeno chiaro né tracciato il ruolo dell’AI nelle decisioni operative, rendendo difficile attribuire responsabilità. Episodi recenti suggeriscono inoltre che errori nei dati o nelle analisi automatizzate possano contribuire a conseguenze gravi e tragiche, soprattutto in contesti bellici. Da questo punto di vista, un recente e tragico episodio avvenuto agli inizi dei bombardamenti sull’Iran riassume perfettamente quanto ciò possa essere problematico. Un numero schiacciante di prove indica che gli Stati Uniti siano responsabili dell’attacco alla scuola di Minab, in Iran, in cui hanno perso la vita 175 persone, la maggior parte delle quali studentesse. Attacco che potrebbe essere stato condotto a causa di dati di intelligence obsoleti, risalenti a quando il sito faceva effettivamente parte di una base navale adiacente delle Guardie Rivoluzionarie iraniane. Nonostante l’applicazione dei sistemi AI in guerra possa aumentare il rischio di errori, non sembra esserci ancora alcuna intenzione a regolamentare l’impiego dell’intelligenza artificiale in ambito bellico.   The post Che cosa fa l’intelligenza artificiale in guerra first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Vietato schedare gli addetti con l’uso di un algoritmo
(fonte) – Sole24ore – 30 marzo 2026 Il Garante della Protezione dei dati personali ha chiarito in un provvedimento che è vietato per le aziende “schedare” i lavoratori e raccogliere dati su patologie, attività sindacali, vita personale e dei familiari, senza alcun legame con la valutazione della professionalità dei dipendenti. Il provvedimento trae origine da un’attività ispettiva avviata d’ufficio nei confronti di Amazon Italia Logistica Srl, nello stabilimento di Passo Corese (Rieti), in seguito alla pubblicazione di notizie riguardanti il trattamento dei dati personali dei lavoratori presso alcuni magazzini della società.  Dalle verifiche, relative all’uso di strumenti digitali e sistemi di videosorveglianza, è emerso che la società usava una piattaforma informatica collegata al sistema di rilevazione delle presenze, che utilizzava l’algoritmo Bradford Factor, che genera alert per i responsabili in caso di assenze brevi e frequenti. A queste assenze facevano seguito dei colloqui registrati in piattaforma. Tali annotazioni contenevano una grande quantità di informazioni personali non pertinenti all’attività lavorativa, tra cui dati relativi a condizioni di salute dei lavoratori, informazioni sulla partecipazione a scioperi o ad attività sindacali, elementi riguardanti la vita privata e familiare. Secondo il Garante, la raccolta sistematica di questi dati eccede manifestamente i limiti posti dall’articolo 113 del Codice della privacy (che rinvia all’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori), il quale vieta al datore di lavoro di raccogliere e trattare informazioni non rilevanti per valutare l’attitudine professionale del dipendente. I dati, inoltre, erano conservati per tutta la durata del rapporto di lavoro e fino a dieci anni dopo la cessazione, ed erano accessibili a una pluralità di soggetti interni all’organizzazione, con livelli di accesso molto ampi. L’Autorità ha rilevato irregolarità nei sistemi di controllo utilizzati. In particolare, quattro telecamere posizionate vicino agli accessi ai bagni e alle aree ristoro permettevano di identificare i lavoratori che vi accedevano, circostanza incompatibile con le garanzie previste per la tutela della dignità dei lavoratori. Considerata la gravità delle violazioni e il numero elevato di lavoratori coinvolti, il Garante ha disposto con urgenza: * la limitazione definitiva del trattamento dei dati contenuti nelle annotazioni presenti nei campi liberi della piattaforma usata per gestire i colloqui con i dipendenti; * l’obbligo per la società di verificare entro sette giorni la liceità delle annotazioni in tutti gli stabilimenti in cui la piattaforma è usata; * la limitazione definitiva del trattamento effettuato tramite le quattro telecamere collocate in prossimità degli accessi ai bagni e alle aree ristoro. L’istruttoria prosegue e potrebbe portare a sanzioni.     The post Vietato schedare gli addetti con l’uso di un algoritmo first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
InvestCloud di Marghera licenzia tutti i 37 dipendenti, “sostituiti dall’Ai”
(fonte) Mario Pomini – 23 marzo 2026 L’azienda Usa che si occupa di soluzioni finanziarie tech vuole chiudere la sede di Marghera e concentrare il lavoro in altri paesi. Chiusura totale all’incontro con i sindacati che chiedono un tavolo di crisi in regione. Il caso Investcloud riguarda la decisione della multinazionale americana di chiudere la sede di Marghera e licenziare tutti i 37 dipendenti, nonostante la realtà italiana sia in utile e non presenti criticità produttive. La filiale di Marghera è stata chiusa anche se il suo bilancio 2024 era in attivo: con un fatturato annuale di 10 milioni di euro e un utile di 500.000, non poteva essere definita un’azienda in crisi o con problemi di mercato, anzi era in espansione. Il problema di fondo consisteva nel fatto che i profitti non erano considerati soddisfacenti dalla casa madre, cioè dagli azionisti. Da qui la scelta di chiudere per delocalizzare. Siamo di fronte a un inedito caso della chiusura di un’attività economica ampiamente in attivo. Non importa poi se la ricerca del massimo profitto a tutti i costi lascerà a casa 37 dipendenti, con un costo umano e sociale molto rilevante.  Il licenziamento è stato giustificato con la necessità di adeguare i modelli di business al nuovo contesto delle piattaforme integrate con la Ai ma l’azienda parla più in generale di una scelta industriale e organizzativa. I sindacati contestano fortemente la decisione, sottolineando come si tratti di fatto di una delocalizzazione, resa ancora più critica dal fatto che non è motivata da una crisi ma da logiche di ottimizzazione e riduzione dei costi. La preoccupazione principale riguarda non solo la perdita immediata dei posti di lavoro, ma anche il rischio che questo modello si diffonda, mettendo sotto pressione l’intero settore ICT.   The post InvestCloud di Marghera licenzia tutti i 37 dipendenti, “sostituiti dall’Ai” first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA
(Fonte) Silvano Cacciari – 18 Marzo 2026 E’ ormai consolidato il fatto che la AI è la principale arma di guerra di ogni esercito, specie in scenari adattivi complessi come quelli attuali e a maggior ragione  per gli Stati Uniti. Eppure la simulazione AI della crisi di Hormuz, che sta strangolando gli Usa, pare non essere stata davvero elaborata, causando una seria crisi strategico-militare per gli USA. La pianificazione dell’Operazione Epic Fury non si è basata su un unico modello, ma su un doppio binario di simulazione: quello tecnologico-operativo affidato all’AI e quello strategico-geopolitico elaborato dai think tank negli ultimi diciassette anni. Sul piano tecnologico, il cuore del sistema è stata l’integrazione tra il modello Claude di Anthropic e la piattaforma Gotham di Palantir. Claude ha processato decine di migliaia di documenti persiani dell’IRGC, da quello che si sa non quelli classificati,  mappato le reti comunicative della leadership iraniana e simulato un numero compreso tra diecimila e centomila scenari d’attacco, proponendo l’ordine ottimale dei bersagli e le finestre temporali con la massima probabilità di successo. La piattaforma Gotham, di Palantir, ha funzionato come sistema nervoso centrale, integrando dati satellitari, comunicazioni intercettate, consumi energetici e persino le rotte di fuga di emergenza dei vertici iraniani. Sul piano strategico, la cassetta degli attrezzi concettuale era invece già stata preparata nel 2009 dalla Brookings Institution con il rapporto “Verso la Persia: opzioni per una nuova strategia americana verso l’Iran”. Il documento prevedeva con precisione la sequenza: attacco aereo con obiettivo di decapitazione, rappresaglia missilistica iraniana contro basi USA nel Golfo, coinvolgimento di Hezbollah, e la variabile critica dello Stretto di Hormuz come “variabile che le forze armate non hanno ancora pienamente testato“. Nonostante la potenza di calcolo e la profondità di analisi strategica, il sistema ha mostrato almeno tre grandi zone d’ombra che i modelli non avevano catturato e che gli Usa stanno fortemente pagando sul campo e in termini di guerra finanziaria: la resilienza del sistema di potere iraniano alla decapitazione; la sottovalutazione sistematica della chiusura di Hormuz; la rapidità della reazione a catena assicurativo-logistica.  Ma perché sia sul piano tecnologico che su quello strategico gli USA sembrano non aver tenuto conto proprio dello scenario che si è realizzato, una guerra asimmetrica nel quale il soggetto militarmente più debole mette in difficoltà strategica quello più forte? Le fonti disponibili suggeriscono che le simulazioni non hanno previsto la chiusura di Hormuz per una combinazione di bias cognitivo umano, limiti strutturali dei modelli predittivi e – probabilmente – un’indicazione implicita dai vertici di privilegiare scenari che mantenessero aperta quella opzione. I funzionari hanno tacitamente ammesso al Congresso di non aver pianificato lo scenario peggiore della chiusura dello Stretto. Questo rivela un primo livello di fallimento: il bias della “razionalità condivisa”. I modelli AI, addestrati su dati storici, avevano incorporato questa stessa convinzione dei funzionari. Il piano della selezione dei modelli. Nelle settimane precedenti l’attacco, il Pentagono stava utilizzando Claude di Anthropic per simulazioni strategiche e analisi di intelligence. Ma il 27 febbraio, poche ore prima dell’attacco, Trump ha firmato un ordine esecutivo che imponeva a tutte le agenzie federali di cessare l’uso di Claude, definendo Anthropic una “azienda di sinistra radicale” e dichiarandola “rischio per la catena di fornitura”. Il motivo? Anthropic si rifiutava di rimuovere le salvaguardie etiche che impedivano l’uso del modello per operazioni letali e chiedeva garanzie contro l’impiego in sistemi d’arma autonomi. Questo significa che il modello più sofisticato, quello che aveva processato decine di migliaia di documenti persiani e simulato fino a centomila scenari, è stato messo da parte proprio nel momento cruciale. Al suo posto, il Pentagono si è rivolto a OpenAI, il cui CEO Sam Altman aveva accettato di fornire servizi per l’analisi di documenti classificati. La domanda sorge spontanea: perché silurare proprio il modello che aveva la maggiore capacità predittiva? Una possibile risposta è che Claude, con le sue simulazioni, stesse producendo scenari sgraditi – magari proprio quelli che includevano la chiusura di Hormuz e le sue conseguenze catastrofiche. Sostituirlo con modelli più “accomodanti” (o semplicemente meno sofisticati) potrebbe essere stata una scelta politica, non tecnica. Al di là delle ipotesi sul bias deliberato, esiste un problema strutturale che nessuna regolazione degli input può risolvere. Come emerge da un’analisi approfondita pubblicata su una piattaforma cinese, l’AI militare americana ha un tallone di Achille: la “data boundary” (confine dei dati). I sistemi di intelligenza artificiale utilizzati in guerra – dai droni autonomi ai modelli predittivi – funzionano sulla base di dati storici e parametri predefiniti. Le loro capacità operative (tempi di reazione, raggi di rilevamento, logiche di riconoscimento) sono “bloccate” in fabbrica e non possono essere aggiornate in tempo reale durante il combattimento . Questo crea un paradosso: più l’AI è sofisticata, più è vulnerabile una volta che i suoi parametri vengono esposti. Facciamo un esempio: se un drone americano con tempi di reazione di 0,32 secondi viene catturato o analizzato, il nemico può sviluppare contromisure con tempi di reazione di 0,27 secondi, rendendolo obsoleto. Applicato alle simulazioni strategiche, questo significa che, usciti dalla “fabbrica”,  i modelli predittivi lavorano su scenari “noti” e comportamenti “già visti”. L’Iran non aveva mai chiuso completamente Hormuz in risposta a un attacco USA. Non c’erano dati su cui addestrare la previsione. L’AI non poteva “immaginare” una mossa che non era nei suoi archivi. The post Come è passata tramite la AI la strategia sbagliata degli USA first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Le teorie di Peter Thiel prendono forma nel Regno Unito, i dati sulla salute degli inglesi verranno gestiti da Palantir
(Fonte) – Matteo Suanno – 17 marzo 2026 Domenica 15 marzo sono cominciate a Roma le lezioni “sull’Anticristo” di Peter Thiel. Il presidente di Palantir Technologies, società di analisi dati e sorveglianza strategica al servizio di mezzo mondo, dal governo degli Stati Uniti alla Cia, da Stellantis a British Petroleum, passando per la Nato, ha portato in Italia un format già riprodotto in passato e spesso tenutosi off the record, riservato ad auditori selezionati e con location comunicate solo poche ore prima dell’evento ai diretti interessati. È stato così solo qualche settimana fa, quando Thiel ha parlato a Cambridge sostenendo che “regolare lo sviluppo tecnologico favorirebbe il totalitarismo” e che Reform Uk, il partito di estrema destra co-fondato da Nigel Farage e attualmente in testa nei sondaggi, “è l’unica possibilità di salvezza per il Regno Unito”. Nonostante le tante proteste da parte degli studenti, legate soprattutto alle accuse documentate di un coinvolgimento di Palantir nelle operazioni militari di Israele a Gaza (ma sempre negate dall’azienda), non è un caso che Thiel abbia scelto il Regno Unito per esprimere una summa del suo pensiero, un tecno-spiritualismo dove tutto ciò che si oppone all’imporsi della tecnologia è da mettere all’indice. La piattaforma con cui si centralizzano i dati sanitari degli inglesi Nel novembre 2023, l’allora governo conservatore guidato da Rishi Sunak aveva assegnato a un consorzio guidato da Palantir un contratto da 330 milioni di sterline per la gestione dei dati dell’NHS England, il sistema sanitario nazionale. L’accordo prevedeva la creazione di un sistema centralizzato in grado di convogliare in un unico database i dati di fino a 240 realtà del sistema sanitario. Oltre ai dubbi sulla “natura proprietaria” degli algoritmi che guidano la piattaforma e le “implicazioni per la sovranità dei dati”, sono state sollevate delle criticità per il diritto alla salute dei pazienti, in un contesto in cui la crisi del sistema sanitario britannico è diventata uno dei principali temi del dibattito pubblico. Per Medact, l’ong britannica attiva nell’ambito della giustizia sanitaria, il rischio principale connesso a quello per la salute dei cittadini è che utilizzare Palantir come “autostrada” per far correre più velocemente e in modo meno frammentario i dati dei pazienti “potrebbe consentire ad altri dipartimenti del governo britannico, come l’Home Office e le forze di polizia, di accedere più facilmente alle informazioni personali.” La penetrazione di Palantir nei sistemi informatici del governo britannico In un rapporto presentato al Parlamento, l’organizzazione legale Foxglove ha avvertito che la piattaforma potrebbe creare una “centralizzazione senza precedenti dei dati sanitari” e rafforzare la dipendenza del Nhs da Palantir. Oltre al contratto con Nhs England, negli ultimi cinque anni il governo del Regno Unito ha affidato all’azienda un numero crescente di incarichi legati all’analisi e alla gestione di grandi banche dati statali. Si tratta di una sinergia che ha attraversato i governi conservatori di Boris Johnson, Rishi Sunak, i 45 giorni di Liz Truss e il governo laburista di Keir Starmer. Nel 2022 il ministero della Difesa ha firmato un accordo da circa 75,2 milioni di sterline (ampliato poi oltre i 300 milioni tra il 2025 e il 2026) per utilizzare le piattaforme analitiche di Palantir nei sistemi militari, con l’obiettivo di supportare pianificazione operativa e decisioni strategiche su dati classificati. Contratti vicini al miliardo di sterline Parallelamente la tecnologia dell’azienda ha iniziato a comparire anche in altri livelli dell’apparato statale. Nel 2026 la Metropolitan Police Service ha firmato un contratto pilota da quasi mezzo milione di sterline per una piattaforma di integrazione dei dati investigativi capace di collegare diversi database e automatizzare analisi interne. A livello locale, nel 2025, l’amministrazione della città di Coventry ha avviato un accordo da circa 500 mila sterline l’anno per applicare strumenti di analisi e intelligenza artificiale alla gestione dei servizi sociali e dei casi nei servizi per minori. Analisi indipendenti dei database di procurement pubblico e diverse inchieste giornalistiche hanno individuato almeno 34 contratti tra Palantir e istituzioni britanniche. Una traiettoria che ha alimentato il dibattito politico sulla crescente dipendenza tecnologica dello Stato da un unico fornitore privato. The post Le teorie di Peter Thiel prendono forma nel Regno Unito, i dati sulla salute degli inglesi verranno gestiti da Palantir first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
“L’IA è l’intelligenza africana”: i lavoratori che addestrano l’IA si ribellano.
(Fonte) Jason Koebler – 12 marzo 2026 Michael Geoffrey Asia lavorava in Kenya come data labeler per aziende di intelligenza artificiale: passava ore a visionare e annotare materiale pornografico per addestrare modelli di IA e, in un secondo lavoro, gestiva conversazioni sessuali fingendosi diverse identità dietro sex-bot destinati soprattutto a utenti statunitensi. Il lavoro, caratterizzato da turni lunghi, gestione algoritmica e contenuti estremi, gli ha provocato gravi conseguenze psicologiche e fisiche, tra cui insonnia, stress post-traumatico e problemi nella vita intima. Dopo aver lasciato il settore, Asia è diventato segretario generale della Data Labelers Association (DLA) in Kenya e denuncia le condizioni di sfruttamento dei lavoratori che addestrano l’IA: salari molto bassi, scarsa tutela psicologica e nessun beneficio economico nonostante il loro ruolo centrale nella crescita delle grandi aziende tecnologiche. È autore di ” The Emotional Labor Behind AI Intimacy “, una testimonianza del suo periodo come lavoratore umano dietro i sex bot basati sull’IA. Durante un incontro organizzato a Nairobi dalla Data Labelers Association (DLA), lavoratori dell’etichettatura dei dati per l’intelligenza artificiale hanno denunciato le condizioni di lavoro: ore passate a visionare contenuti traumatici, scarse tutele per la salute mentale e gestione tramite algoritmi opachi. Nel corso dell’evento è stato sottolineato come questi lavoratori, pur essendo fondamentali per il funzionamento e la crescita economica delle grandi aziende tecnologiche, restino all’ultimo gradino della filiera globale. Alcuni interventi hanno inoltre collegato la loro condizione a forme contemporanee di sfruttamento simili a dinamiche coloniali, indicando multinazionali come Apple, Meta e Gemini come i principali beneficiari di questa catena produttiva e lanciando un appello alla solidarietà e alla lotta per i diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Durante un viaggio in Kenya per una conferenza su IA e giornalismo, emerge quanto l’etichettatura dei dati sia un lavoro molto diffuso nel settore tecnologico locale. Aziende come Sama, che collaborano con giganti tecnologici come Meta e OpenAI, impiegano molti lavoratori in attività di annotazione di immagini e video, spesso con salari molto bassi (circa 240 dollari al mese) e con forte esposizione a contenuti violenti, che hanno portato anche a cause legali e a casi di stress post-traumatico tra i dipendenti. Insomma, l’intelligenza artificiale non è il prodotto esclusivo delle grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley, ma si basa su una vasta catena globale di lavoro umano sottopagato, spesso invisibile, svolto soprattutto in paesi come il Kenya. Questo “lavoro fantasma” di etichettatura e moderazione dei contenuti è fondamentale per far funzionare i sistemi di IA, ma rimane poco riconosciuto e privo di tutele. Asia denuncia che gli strumenti di IA vengono costruiti grazie al lavoro precario di questi lavoratori, che poi vengono esclusi una volta che i prodotti sono pronti, mentre accordi di riservatezza molto restrittivi impediscono loro di parlare delle condizioni subite. Organizzazioni come la Data Labelers Association stanno cercando di rompere questa cultura del silenzio, mentre avvocati per i diritti dei lavoratori sottolineano come le decisioni delle grandi aziende tecnologiche negli Stati Uniti abbiano conseguenze dirette sulle condizioni di lavoro e sui diritti dei lavoratori africani. Mutemi, avvocata specializzata in diritti dei lavoratori, si è occupata della causa contro Meta e si è impegnata a contrastare gli accordi di non divulgazione (NDA) affinché i lavoratori possano parlare più liberamente delle proprie esperienze. Le aziende tecnologiche “prigioniano mentalmente le persone, facendole sentire inibite nel parlare di questi argomenti. Ma gli NDA sono insensati: le nostre leggi non li riconoscono”, ha affermato. «L’Africa si trova in fondo alla catena di approvvigionamento dell’IA. Ma in questo momento, il fatto che siamo tutti qui e che la maggior parte di voi si occupi di etichettatura dei dati – siete voi a fornire la manodopera – ci porta a pensare all’intero ecosistema dell’IA, a chi viene in mente l’ingegnere, e forse questa è l’immagine che la maggior parte del mondo ha dell’IA», ha affermato Angela. «Ed è un’immagine del tutto intenzionale. Rendere invisibile [il vostro lavoro], far apparire l’IA come un oggetto luccicante che nessuno capisce, qualcosa di automatico, bello e tecnologico. Questa è l’intenzione di nascondere il lavoro e il dietro le quinte dell’IA». The post “L’IA è l’intelligenza africana”: i lavoratori che addestrano l’IA si ribellano. first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.
Soldi a fondo perduto e inquilini valutati da un algoritmo. I nuovi ostacoli per affittare a Roma
(Fonte) – Filippo Poltronieri – 8 marzo 2026 Una provvigione all’agenzia del 15% sul canone annuo (2500 euro + 550 di iva), 50mila euro di reddito annuo lordo, un contratto a tempo indeterminato, la cittadinanza italiana e duemila euro a fondo perduto come assicurazione per il rischio morosità. Per assicurarsi un appartamento da 1.400 euro al mese al Pigneto, insomma, è necessario anticipare oltre cinquemila euro e presentare una serie di garanzie piuttosto stringenti. Negli ultimi anni il mercato immobiliare romano ha raggiunto un livello di complessità che ridefinisce completamente il concetto di cercare casa. Una trasformazione cui ha contribuito anche il sistema inventato da SoloAffitti Spa, un gruppo che conta ormai circa trecento agenzie in tutta Italia, una ventina nella Capitale, e che ha scelto di puntare tutto sulla tecnologia applicata alla locazione attraverso la piattaforma SoloAffitti PAY. Come funziona. Non si paga la caparra al proprietario dell’immobile ma a un’agenzia privata che garantisce per l’inquilino dando al proprietario la certezza dei pagamenti anche in caso di morosità, fino all’avvenuto sfratto. Il proprietario a sua volta devolve un 10% dell’incasso mensile all’agenzia. La selezione degli inquilini avviene attraverso un’istruttoria rigorosa gestita da un algoritmo. Chi cerca casa deve caricare sulla piattaforma documenti di reddito, siano essi di lavoro dipendente, autonomo o pensioni. L’algoritmo incrocia questi dati e restituisce un indicatore di solvibilità personalizzato che definisce esattamente quale appartamento il soggetto può permettersi. “Poi è il proprietario l’ultimo decisore che può imporre qualsiasi limitazione” spiega Alessandro Galardo, che gestisce una delle agenzie affiliate di Roma. A Roma poi, dove operano circa venti agenzie coordinate che possono lavorare su tutta la città pur avendo punti di riferimento, il mercato è estremamente variegato. Ancora Galardo “in città esiste un mercato del transitorio molto forte, alimentato da master annuali o trasferimenti legati alle cariche istituzionali come quelle della Camera dei Deputati, dove i contratti durano quanto la legislatura”. Il profilo dei proprietari è altrettanto specifico. Secondo Galardo, la maggior parte dei locatori ha un’età compresa tra i quaranta e i sessant’anni, persone che hanno avuto la possibilità di acquistare casa o che sono eredi dello storico tessuto dei “palazzinari” e delle imprese edili che hanno costruito massicciamente fino agli anni novanta. SoloAffitti PAY si inserisce con una forza dirompente: Galardo rivela che nel 2025 circa il 95% degli immobili da loro gestiti è stato affittato utilizzando la garanzia Rent Pass. Questa automazione della fiducia crea una forma di esclusione per chi non possiede i requisiti minimi richiesti come chi ha un lavoro atipico o fa parte di categorie storicamente fragili. Il modello si scontra quindi con una realtà economica per l’inquilino che è diventata estremamente onerosa. Oltre alla provvigione per l’agenzia, che nella Capitale si attesta solitamente sul 15% del canone annuo, l’aspirante inquilino deve versare una cifra a fondo perduto che non è un deposito cauzionale e non verrà restituita a fine contratto, ma costituisce un pagamento per il servizio di assicurazione contro la morosità, e trasforma l’accesso alla casa.   The post Soldi a fondo perduto e inquilini valutati da un algoritmo. I nuovi ostacoli per affittare a Roma first appeared on Lavoratrici e Lavoratori Aci Informatica.