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Nei files Epstein ci sono molti POLITICI ITALIANI, che ora sono RICATTATI da Israele a danno del popolo italiano. Vogliamo sapere chi sono, perché hanno consegnato l’Italia al MOSSAD
Da Stefania Ascari. Negli Epstein Files compaiono anche nomi di politici italiani. Per questo ho presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo che vengano resi pubblici. Quando esponenti politici diventano vulnerabili al ricatto, smettono di rappresentare gli interessi dei cittadini e delle cittadine e finiscono per servire equilibri di potere costruiti sull’orrore, contribuendo a nascondere crimini indicibili. È così che si erode la democrazia. Oggi abbiamo approfondito questi temi in un importante evento nell’Aula dei Gruppi parlamentari, che ha visto la partecipazione di circa 300 persone. Ringrazio la collega Alessandra Maiorino , Eleonora Sgaravatti (ideatrice di Artists for Gaza), la divulgatrice Virginia Veludo (Rossa Perpendicolare), il professor Sergio Petrella, e ancora Rula Jebreal, Veronica Gentili, Francesca Albanese e Tomaso Montanari per i loro contributi preziosi. È possibile rivedere l’intero evento a questo link: https://www.youtube.com/live/tEgHxW2_ofc
May 29, 2026
InfoPal
Il New York Magazine avverte che il “Consiglio per la Pace” sostenuto da Trump potrebbe distruggere Gaza
Gaza. Un reportage del giornalista palestinese Mohammed R. Mhawish sostiene che il “Consiglio per la Pace” promosso da Trump presenta il futuro di Gaza come un progetto immobiliare e di investimento, escludendo i palestinesi dalle decisioni riguardanti la propria terra e il proprio futuro. Il reportage evidenzia i piani promossi da Jared Kushner per lo sviluppo di complessi residenziali di lusso, zone turistiche e ingenti progetti di investimento in tutta Gaza, nonostante la Striscia rimanga devastata dal genocidio, dagli sfollamenti, dalla distruzione delle infrastrutture, dagli ordigni inesplosi e da una profonda crisi umanitaria. Secondo il reportage, il quadro proposto conferirebbe un potere enorme ai funzionari statunitensi e israeliani, limitando al contempo la rappresentanza politica palestinese. Il progetto rischia di trasformare Gaza in un’enclave economicamente dipendente, allontanandola ulteriormente dalla Cisgiordania occupata e minando le prospettive di un’autentica autodeterminazione e di uno Stato palestinese.
May 29, 2026
InfoPal
Netanyahu ordina all’esercito israeliano di estendere l’occupazione di Gaza al 70%
Gaza. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dato istruzioni all’esercito israeliano di estendere l’occupazione di Gaza al 70%, mentre il suo ministro ha confermato il piano del regime per la pulizia etnica nella Striscia. “Attualmente controlliamo pienamente il 60% del territorio della Striscia di Gaza… e la mia direttiva è di arrivare al 70%”, ha dichiarato Netanyahu giovedì alla Conferenza della Valle del Giordano, nella Cisgiordania occupata. Quando un membro del pubblico ha chiesto l’occupazione del “100%” di Gaza, Netanyahu ha risposto che “procediamo per gradi”, lasciando intendere che questo sia l’obiettivo a lungo termine del suo regime. “Prima il 70%”, ha detto. “Cominceremo da lì”. La settimana scorsa, Netanyahu ha riconosciuto pubblicamente le notizie secondo cui le forze israeliane occupano attualmente il 60% di Gaza, una percentuale significativamente superiore al 53% consentito dall’accordo di cessate il fuoco dello scorso anno con Hamas. I ministri del governo Netanyahu hanno dichiarato di voler occupare completamente Gaza ed espellere i suoi quasi due milioni di abitanti palestinesi per spianare la strada agli insediamenti israeliani illegali nella Striscia. La guerra genocida di Israele contro Gaza ha ucciso più di 72.700 palestinesi e ne ha feriti oltre 172.000 dal 7 ottobre 2023. Il cessate il fuoco, sostenuto dagli Stati Uniti e annunciato a ottobre, aveva lo scopo di fermare la guerra e facilitare l’ingresso di aiuti, cibo, carburante e medicinali a Gaza. Tuttavia, con il tacito appoggio degli Stati Uniti, Israele ha sostanzialmente mantenuto il blocco, lasciando le condizioni umanitarie catastrofiche nella Striscia assediata e densamente popolata. Nel frattempo, gli attacchi aerei e i bombardamenti israeliani sono continuati, uccidendo centinaia di palestinesi dal cessate il fuoco. Katz conferma l’obiettivo della pulizia etnica di Gaza. Mercoledì, il ministro degli affari militari israeliano ha dichiarato di essere impegnato nella pulizia etnica di Gaza attraverso lo sfollamento forzato su larga scala dei palestinesi, nell’ambito dei piani a lungo termine di Israele per il territorio. In una dichiarazione, Israel Katz ha affermato che il regime sionista avrebbe attuato un piano per l’espulsione di un gran numero di palestinesi da Gaza “al momento giusto e nel modo giusto”. Il piano viola l’accordo di cessate il fuoco per Gaza, firmato da Israele lo scorso anno. Il secondo punto del piano recita: “Gaza sarà ricostruita a beneficio della popolazione di Gaza, che ha sofferto fin troppo”. Lo sfollamento forzato di popolazioni civili è un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. Funzionari israeliani, incluso Katz, usano il termine “migrazione volontaria” per descrivere i loro piani di pulizia etnica della Striscia. Organizzazioni per i diritti umani e avvocati con sede in Israele hanno avvertito che le condizioni imposte da Israele a Gaza significano che nessuna partenza può essere considerata volontaria e che la politica costituisce un piano di pulizia etnica. “Creare condizioni di vita che non consentano la sopravvivenza, la libertà e la dignità, e sottoporre i civili a tali condizioni finché non dichiarano di voler andarsene, non è un piano per ‘incoraggiare l’emigrazione volontaria’, bensì un piano di evacuazione ed espulsione forzata”, ha affermato l’Associazione per i diritti civili in Israele lo scorso anno. (Fonti: PressTV e Quds News).
May 29, 2026
InfoPal
Coalizione Epstein contro la Striscia di Gaza, il genocidio continua. Giorno 965. 10 persone uccise, tra cui una mamma e 5 bambini
Gaza-InfoPal. Non si ferma il genocidio “a bassa intensità” perpetrato dall’entità coloniale terrorista israeliana. Giovedì, decine di palestinesi nella Città di Gaza si sono riuniti per le preghiere funebri in memoria delle 10 persone uccise negli attacchi israeliani della notte precedente, tra cui cinque bambini e un anziano. Gli attacchi sono avvenuti il primo giorno dell’Eid al-Adha, la “Festa del Sacrificio”, una festività islamica celebrata da milioni di musulmani in tutto il mondo. Oltre 20 persone sono rimaste ferite negli attacchi, secondo l’ospedale Shifa. Mohammed Shawish, rimasto ferito e vedovo della moglie, è scoppiato in lacrime mentre teneva tra le braccia il suo corpo all’obitorio dell’ospedale, dicendo: “Ho sposato mia moglie per amore. Per amor di Dio, l’ho scelta per amore”. Tra le vittime c’era anche Imad Isleim, combattente della resistenza di Hamas. Giovedì, i presenti hanno portato a spalla il suo corpo avvolto in un sudario bianco e ricoperto da una bandiera di Hamas. Da quando il fragile cessate il fuoco è entrato in vigore lo scorso ottobre, 922 palestinesi sono stati uccisi a Gaza e altri 2.786 sono rimasti feriti, secondo il ministero della Salute della Striscia. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: Genocidio e pulizia etnica a Gaza
May 29, 2026
InfoPal
Israele nella lista nera dell’ONU. Le spie, i sostenitori materiali e ideologici e i valvassini dell’entità terrorista su suolo italiano commettono reato?
L’art. 270-bis cod. pen., rubricato «Associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico», punisce, al primo comma, con la reclusione da sette a quindici anni, «Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico»; e, al secondo comma, sancisce che «Chiunque partecipa a tali associazioni è punito con la reclusione da cinque a dieci anni». La Decisione quadro 2002/475/GAI dell’Unione Europea, prima modificata dalla Decisione quadro 2008/919/GAI e poi sostituita dalla più recente Direttiva 2017/541/UE, che all’art.3, § 1, ha stabilito che «Gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché siano considerati reati di terrorismo i seguenti atti intenzionali, definiti reati in base al diritto nazionale che, per la loro natura o per il contesto in cui si situano, possono arrecare grave danno a un paese o a un’organizzazione internazionale, quando sono commessi con uno degli scopi elencati al paragrafo 2»; ed il § 2 ha previsto che tali scopi consistano nel: «a) intimidire gravemente la popolazione; b) costringere indebitamente i poteri pubblici o un’organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto; c) destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche, costituzionali, economiche o sociali fondamentali di un paese o di un’organizzazione internazionale». Ci chiediamo, pertanto, usando la logica e il principio di analogia, se le spie, i sostenitori materiali e ideologici e i valvassini dell’entità terrorista israeliana sul suolo italiano rientrino in tali crimini contro il popolo e le istituzioni italiane, soprattutto alla luce dell’inserimento di Israele, da parte dell’ONU, nella lista del terrorismo internazionale.
May 28, 2026
InfoPal
Israele terrorista. Lo dice anche l’ONU, che lo accusa di violenze sessuali sui palestinesi e lo inserisce nella lista nera
L’ONU accusa Israele di violenze sessuali sui palestinesi e lo inserisce nella lista nera accanto a diverse organizzazioni terroristiche Le Nazioni Unite hanno inserito diverse entità israeliane, tra cui il Servizio Penitenziario Israeliano, all’interno della “lista nera” dei soggetti che commettono violenze sessuali nelle zone di conflitto. La decisione colloca ufficialmente queste istituzioni nello stesso elenco in cui figurano diverse organizzazioni terroristiche. La reazione del governo israeliano, guidata dall’ambasciatore presso le Nazioni Unite, Danny Danon, è stata classica: la negazione delle prove. Tuttavia, l’attacco frontale sferrato da Danon contro l’integrità dell’ONU riaccende i riflettori non solo sulle accuse documentate dagli esperti internazionali, ma anche sulla storia e sulla “moralità” politica dello stesso ambasciatore. Danon ha liquidato il provvedimento come un’infamia politica, annunciando il congelamento della presunta “cooperazione” con l’ufficio del Segretario Generale dell’ONU, Antonio Guterres. Il dossier sulle carceri: abusi e impunità. Come riportato da Le Monde, a metà maggio 2026 la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Tortura, Alice Jill Edwards, ha denunciato pubblicamente come le misure di emergenza introdotte da Israele abbiano esposto i detenuti palestinesi a torture, trattamenti degradanti e morti potenzialmente illegali. Secondo l’esperta, “il numero e la crudeltà delle accuse dimostrano un totale disprezzo da parte di Israele del suo dovere di trattare tutti i detenuti in modo umano”. I numeri raccolti dal rapporto ONU delineano un quadro drammatico: 1. Abusi e torture sessuali in cella: Edwards ha esaminato nello specifico 33 casi di tortura sessuale e altre forme di abuso sessuale, inseriti all’interno di una più ampia documentazione di gravi maltrattamenti (pestaggi, posizioni di stress, elettrocuzione, privazione del sonno e malnutrizione). 2. Morti sospette in custodia: il rapporto esprime forte allarme per almeno 94 decessi avvenuti in carcere dall’ottobre 2023, rimasti privi di indagini adeguate. Le autopsie hanno rivelato fratture costali multiple, emorragie cutanee e lesioni agli organi interni. 3. Impunità totale: a fronte di 1.680 denunce presentate contro i servizi di sicurezza israeliani, nessuna ha portato a un atto d’accusa, evidenziando una pratica di totale impunità strutturale. In Cisgiordania la violenza sessuale viene usata come arma per costringere al trasferimento forzato. Le ultime indagini, dell’aprile 2026, documentano come la violenza di genere e la violenza sessualizzata non avvengano in modo isolato, ma vengano perpetrate dai coloni israeliani e dai soldati all’interno di un “ambiente coercitivo” studiato per spingere le comunità palestinesi ad abbandonare le proprie terre. Se l’ambasciatore israeliano accusa l’ONU di non avere “alcun senso della moralità”, la sua biografia politica offre una chiave di lettura speculare su cosa consideri legittimo o etico nella gestione di un conflitto. Le posizioni pubbliche di Danny Danon, raccolte nel corso degli anni, mostrano una visione radicale che esclude il compromesso e che, in più occasioni, ha invocato misure estreme contro la popolazione civile palestinese: 1. Fermo oppositore della soluzione a due Stati, ha sempre spinto per l’annessione e l’estensione della sovranità israeliana sulla maggior parte della Cisgiordania, suggerendo che Israele non dovrebbe avere alcuna responsabilità per i palestinesi, confinati in aree non annesse per sventare la “minaccia” demografica; 2. Ha proposto di “cancellare” un intero quartiere di Gaza per ogni razzo lanciato da Hamas; 3. Ha difeso la deportazione e la pulizia etnica dei palestinesi e l’espulsione dei migranti africani in Australia per conservare “l’identità dello Stato ebraico” Il durissimo scontro verbale tra Danny Danon e le Nazioni Unite mette in luce un paradosso di fondo. Da un lato, la “diplomazia” israeliana accusa l’ONU di parzialità e di “collasso morale” per aver accostato le proprie istituzioni a gruppi terroristici. Dall’altro, le Nazioni Unite rivendicano la necessità di applicare gli standard dei diritti umani in modo universale, basandosi sui gravissimi e documentati casi di violenza sessuale, tortura e decessi sospetti avvenuti sia all’interno del Servizio Penitenziario Israeliano sia sul territorio della Cisgiordania. Nel mezzo rimane la figura di Danon: un diplomatico che accusa il mondo di immoralità, ma la cui carriera si fonda su tesi politiche che prevedono la punizione collettiva di Gaza, l’annessione della Cisgiordania e il trasferimento forzato della sua popolazione. C.L.Dias Fonti 1. Haaretz: “UN Adds Israel to Blacklist of Perpetrators of Sexual Violence in Conflict Zones, Ambassador Says” (28/05/2026) 2. The Jerusalem Post: “UN adds Israeli entities to blacklist of countries that commit sexual violence in conflict” (28/05/2026) 3. Le Monde: “UN expert says Palestinian detainees in Israel face torture, sexual violence and mistreatment” (19/05/2026) 4. United Nations Human Rights: “Sexual and gender-based violence against Palestinians driving displacement, warn UN experts” (30/04/2026) 5. Norwegian Refugee Council: “Sexual violence and forcible transfer in the West Bank” (20/04/2026) 6. Università di Padova: ““More than a human can bear”: Report by the UN Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory on sexual violence, 13 March 2025” (14/03/2025) 7. The Guardian: “Israel’s new UN ambassador is a rightwing thorn in Netanyahu’s side” (01/10/2015) Altri articoli: https://it.search.yahoo.com/search?fr=mcafee&type=E210IT1589G91984&p=L%27ONU+accusa+Israele+di+violenze+sessuali+sui+palestinesi+e+lo+inserisce+nella+lista+nera+accanto+a+diverse+organizzazioni+terroristiche
May 28, 2026
InfoPal
L’Iran e la Resistenza contro la Terza Guerra Mondiale
L’Antidiplomatico. Di Seyed Majid Emami*. Oggi viviamo in un momento in cui il mondo sta attraversando uno dei periodi storici più bui e, al tempo stesso, capaci di risvegliare le coscienze. La domanda principale è: “Come possiamo fermare la Terza Guerra Mondiale?” La risposta a questa domanda passa attraverso la comprensione delle radici del bellicismo e il riconoscimento della prima linea della resistenza ad esso; e oggi, questa prima linea è, senza dubbio, Gaza e l’ideale della liberazione della Palestina. La Palestina come bussola morale e politica. Ciò che sta accadendo oggi a Gaza non è solo un conflitto regionale o una semplice crisi umanitaria; è piuttosto il crocevia di tutte le ingiustizie sistemiche globali. La Palestina di oggi è lo specchio perfetto della ferocia della macchina da guerra dell’imperialismo e del neocolonialismo. Quando voi in Italia portate avanti l’attivismo civile contro la guerra, in realtà state lottando sullo stesso fronte su cui il popolo iraniano resiste e paga un prezzo altissimo da oltre quattro decenni. E lo stesso vale per il popolo palestinese, che lotta per il diritto alla vita e all’autodeterminazione. Il nemico è uno solo, cambiano soltanto le sue maschere. In questo contesto, vorrei guardare alla questione da una prospettiva che, forse, è meno trattata dai principali media occidentali: perché il sostegno della Repubblica Islamica dell’Iran alla Palestina non è una tattica politica o uno strumento geopolitico? Per comprendere questo aspetto, bisogna guardare allo spirito che ha animato la Rivoluzione del 1979 e al nostro documento fondamentale: la Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran. Il nostro sostegno alla Palestina, prima ancora di essere una decisione governativa, è un dovere e un obbligo costituzionale esplicito. Permettetemi di citare l’Articolo 154 della Costituzione iraniana, che dichiara apertamente: “La Repubblica Islamica dell’Iran considera come proprio ideale la felicità dell’uomo in tutta la società umana e riconosce l’indipendenza, la libertà e il governo del diritto e della giustizia come un diritto di tutti i popoli del mondo. Pertanto, pur astenendosi completamente da qualsiasi ingerenza negli affari interni di altre nazioni, sostiene la giusta lotta degli oppressi contro gli oppressori in ogni parte del mondo.” Sulla base dell’Articolo 152, la politica estera della Repubblica Islamica deve fondarsi sul rifiuto di ogni forma di dominio e di sottomissione. Ciò significa non entrare nel gioco del dominio e dello sfruttamento da nessuna delle due parti, poiché ogni lato di questo gioco è immorale e disumano. L’Articolo 154 ribadisce che la Repubblica Islamica, pur nel pieno impegno al rifiuto assoluto di qualsiasi ingerenza negli affari interni altrui, sostiene la giusta lotta degli oppressi. Questo principio ha fondato la nostra dottrina di politica estera non su interessi meramente nazionalistici o su un pragmatismo capitalista, ma sul concetto di “difesa degli oppressi” (Oppressed) contro gli “oppressori” (Oppressors). Nella visione della nostra Costituzione, l’ideale della liberazione della Palestina è l’esempio più lampante di questa giusta lotta nell’era contemporanea. La politica estera iraniana: traduzione pratica della solidarietà. Su questa base, la politica estera dell’Iran negli ultimi quattro decenni è stata la traduzione pratica di questo stesso principio. Non è un caso che, nei primissimi giorni dopo la vittoria della Rivoluzione, l’ambasciata del regime sionista a Teheran sia stata chiusa e le sue chiavi consegnate ai rappresentanti dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Noi non riconosciamo l’esistenza dell’apartheid e dell’occupazione, perché la nostra Costituzione non ci permette di scendere a compromessi con un sistema fondato sulla privazione dei diritti fondamentali di un popolo. Crediamo fermamente che la vera pace nel Medio Oriente e nel mondo non si ottenga dalle canne dei fucili degli eserciti occupanti, né attraverso trattati imposti per la normalizzazione delle relazioni. L’ultima volta che abbiamo sperimentato la “pace e la democrazia armata” è stato tre mesi fa, quando più di 150 dei nostri bambini sono bruciati vivi in una scuola, sono morti soffocati, e uno di loro non è riuscito nemmeno a inalare un’ultima volta dal suo spray respiratorio, perché un missile Tomahawk era piombato nella sua classe. La politica estera dell’Iran propone una soluzione democratica e radicale: lo svolgimento di un referendum libero con la partecipazione di tutti gli abitanti originari e storici di quella terra — musulmani, cristiani ed ebrei — affinché possano determinare da soli il proprio destino e il proprio futuro politico. Questo è esattamente il rispetto per il “diritto all’autodeterminazione” sancito da tutti gli autorevoli documenti sui diritti umani e dalle costituzioni democratiche del mondo. Forse un tempo, agli albori della Rivoluzione Iraniana, ci criticavano chiedendoci perché considerassimo il popolo palestinese come l’emblema degli oppressi. Ma oggi, proprio qui in Italia, incontriamo raramente una persona libera che non riconosca l’oppressione del popolo palestinese. Inoltre, i popoli hanno ormai collocato dalla parte giusta della storia i sostenitori della Palestina, come l’Iran, il Libano, l’Iraq e lo Yemen. Nel giugno 2025, un sondaggio britannico di YouGov ha mostrato che solo il 6% degli italiani sostiene la risposta militare di Israele agli attacchi del 7 ottobre. Anche durante i recenti attacchi all’Iran, la società italiana si è nuovamente schierata dalla parte degli oppressi. Un sondaggio dell’istituto Ipsos (Ipsos Doxa), i cui risultati sono stati pubblicati a metà maggio 2026 sul quotidiano Corriere della Sera, dimostra la ferma opposizione degli italiani a questa azione militare: * Il 69% degli italiani ritiene che l’attacco all’Iran sia una decisione del tutto sbagliata, che comporterà gravi conseguenze globali e ingenti perdite di vite umane. * Il 74% degli italiani disapprova la gestione di questa crisi da parte del governo statunitense, e solo il 9% concorda con le politiche di Washington a riguardo. * L’85% della popolazione sottolinea che il proprio Paese non dovrebbe in alcun caso farsi coinvolgere in questa guerra in Medio Oriente. Lo sforzo per fermare la Terza Guerra Mondiale richiede la creazione di un fronte di resistenza globale. Questo fronte può prendere forma solo attraverso l’unione delle lotte locali con la solidarietà internazionale. L’impegno umano e le nobili flotte in Europa, soprattutto nelle campagne di solidarietà contro l’oppressione e nella determinazione a schierarsi al fianco del popolo di Gaza, sono proprio l’incarnazione della volontà dei popoli di cambiare il mondo. * Direttore dell’Istituto culturale iraniano in Italia
May 28, 2026
InfoPal
Coalizione Epstein contro la Striscia di Gaza, il genocidio continua. Giorno 959
Gaza. Secondo quanto comunicato sabato mattina dal ministero della Salute, il bilancio delle vittime della guerra genocida israeliana nella Striscia di Gaza, iniziata il 7 ottobre 2023, è salito a 72.783 morti (accertati e i cui corpi sono stati, in qualche modo, ritrovati). Il Ministero ha aggiunto che anche il numero dei feriti è aumentato, raggiungendo quota 172.779. Nel suo rapporto giornaliero, il Ministero ha inoltre comunicato che nelle ultime 24 ore gli ospedali hanno ricevuto otto corpi di civili e 29 feriti. Dall’entrata in vigore dell’accordo di cessate il fuoco, il 10 ottobre 2025, almeno 890 palestinesi sono stati uccisi e altri 2.677 feriti. Nella foto: un bambino in lutto rivolge un ultimo sguardo al padre, ucciso sabato pomeriggio in un attacco aereo israeliano contro un posto di polizia nella città di Gaza. Nella foto, nu bambino in lutto rivolge un ultimo sguardo al padre, ucciso questo pomeriggio in un attacco aereo israeliano contro un posto di polizia nella città di Gaza. (Fonti: Quds Press, Quds News, PressTv, PIC, Al-Mayadeen; ministero della Salute di Gaza; Euro-Med monitor, Telegram; credits foto e video: Quds News network, PIC, Wafa, ministero della Salute di Gaza, Telegram e singoli autori). Per i precedenti aggiornamenti: Genocidio e pulizia etnica a Gaza
May 23, 2026
InfoPal
Distruzione diffusa: le immagini aeree documentano la devastazione immane nel sud di Gaza
Gaza. Recenti fotografie aeree hanno rivelato la vasta portata della distruzione perpetrata dalle forze di occupazione israeliane, che hanno raso al suolo interi quartieri residenziali nelle città di Rafah e Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. Le immagini, acquisite tramite Google Earth Pro, mostrano ampie zone rase al suolo, con infrastrutture civili, tra cui case, scuole e servizi, completamente distrutte. Il filmato evidenzia un modello ricorrente di distruzione totale, rafforzando l’ipotesi di un attacco sistematico alle aree popolate. Queste scene riflettono l’immensa potenza distruttiva impiegata dall’esercito di occupazione israeliano, che si estende oltre i siti isolati per inghiottire interi quartieri e città come Rafah. Gli esperti di diritto umanitario internazionale sottolineano che questa portata di devastazione costituisce una grave violazione del diritto internazionale, inclusa la distruzione sproporzionata di beni civili. Essi osservano, inoltre, che la ripetizione di questo modello in diverse località rafforza l’ipotesi di un intento deliberato di infliggere danni ingenti all’ambiente urbano e al tessuto sociale. Le immagini aeree hanno un particolare valore documentario, fornendo una prova visiva diretta della natura e della portata dei crimini israeliani. Essi rafforzano gli appelli internazionali per indagini indipendenti e trasparenti, per la responsabilità in atti di genocidio e per la protezione dei civili in conformità con gli standard del diritto internazionale. (Fonti: PIC, Quds News, Telegram).
May 23, 2026
InfoPal
Guerra di Israele contro il Libano: 11 cittadini uccisi venerdì
Libano. Secondo fonti libanesi, gli attacchi israeliani nel sud del Libano, avvenuti tra la tarda serata di giovedì e venerdì, hanno causato la morte di almeno 11 persone, tra cui paramedici, soccorritori e un bambino, e il ferimento di diverse altre. Prima dell’alba di venerdì, quattro paramedici sono stati uccisi e altri due feriti in due attacchi contro centri di emergenza nella città di Hannawiyah, nel distretto di Tiro, come riportato dall’agenzia di stampa statale libanese National News Agency. Nel corso della giornata, un raid aereo nei pressi dei villaggi di Deir Qanoun al-Nahr e Abbasiya, sempre nel distretto di Tiro, ha ucciso sei persone, tra cui due paramedici che stavano evacuando i feriti di un precedente attacco. Tra le vittime figurano anche un cittadino libanese e tre siriani, tra cui un bambino. Nella città di Nabatieh, un attacco di droni contro un pick-up ha causato un morto e due feriti, secondo quanto riportato dai media locali. Il ministero della Salute libanese ha dichiarato che un attacco aereo israeliano vicino a un ospedale governativo nella città di Tebnine ha causato gravi danni alla struttura e ferito nove persone, tra cui sette membri del personale ospedaliero, cinque dei quali donne. Nello stesso giorno, gli attacchi aerei israeliani hanno colpito anche diverse città e villaggi nel Libano meridionale. Da parte sua, Hezbollah ha risposto con una serie di operazioni, affermando di averle condotte “in rappresaglia per le violazioni del cessate il fuoco israeliano e gli attacchi contro villaggi e città del sud”. Il gruppo ha dichiarato di aver preso di mira nove assembramenti di soldati, sei siti militari e tre veicoli blindati. Hezbollah ha anche annunciato di aver lanciato un missile terra-aria contro un drone israeliano che sorvolava la regione della Beqaa, nel Libano orientale.
May 23, 2026
InfoPal