𝗖𝗔𝗦𝗢 𝗔𝗛𝗠𝗔𝗗𝗜𝗡𝗘𝗝𝗔𝗗. 𝗟𝗔 𝗕𝗨𝗙𝗔𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗜𝗟 𝗡𝗘𝗪 𝗬𝗢𝗥𝗞 𝗧𝗜𝗠𝗘𝗦 𝗡𝗢𝗡 𝗥𝗜𝗘𝗦𝗖𝗘 𝗔 𝗦𝗘𝗣𝗣𝗘𝗟𝗟𝗜𝗥𝗘Di Pino Cabras. Ventiquattr’ore dopo il mio pezzo sulla «Fabbrica del Sogno e
della Menzogna», l’ufficio di Mahmoud Ahmadinejad ha diffuso la smentita
ufficiale: nessun arresto domiciliare, nessuna trama con il Mossad, e un
giudizio tagliente sul New York Times, definito un giornale «noto per pubblicare
notizie false e invenzioni», capace di riproporre «dopo 55 giorni» lo stesso
«scenario hollywoodiano» già servito il 20 maggio. Il comunicato è stato
pubblicato integralmente dalle principali testate iraniane e ripreso da varie
agenzie internazionali.
Potrei fermarmi qui e passare all’incasso. Non lo farò, perché sarebbe un errore
di metodo, e il metodo è precisamente ciò di cui voglio parlare.
𝗜𝗹 𝗽𝗲𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗲
Il comunicato di Teheran contiene due smentite di diverso peso.
La prima riguarda la sostanza dell’accusa: nessuna intesa con il Mossad, nessun
ruolo assegnato nel dopo-regime. Su questo piano, per come vanno le cose, una
smentita non chiude nulla: l’ufficio di un ex presidente respingerebbe un’accusa
simile in ogni caso, e con tanta più energia quanto più fosse scomoda. È il
territorio delle affermazioni interessate: né il comunicato di Teheran né le
confidenze anonime degli apparati costituiscono, da sole, una prova. Con una
differenza non secondaria: la prima parte si assume pubblicamente la
responsabilità di ciò che afferma, le seconde no. Anche se – dati i precedenti –
un’idea possiamo farcela da subito.
La seconda smentita è invece di tutt’altra pasta: «Ahmadinejad non è agli
arresti domiciliari». Va oltre una mera professione d’innocenza, perché fa
un’affermazione fattuale sul presente, verificabile e falsificabile: o un uomo è
recluso in casa propria, o non lo è. E qui il New York Times ha commesso
l’errore che ogni disinvolto costruttore di narrazioni dovrebbe evitare:
infilare nel pacchetto un elemento controllabile. Con un dettaglio già oggi
imbarazzante: pochi giorni prima dell’articolo, Ahmadinejad era comparso in
pubblico ai funerali di Ali Khamenei, ripreso dalle telecamere di mezzo mondo,
nella sua prima uscita dopo la guerra (quella guerra in cui la stessa compagnia
di giro aveva perfino strombazzato che era morto). E c’è di più: la voce degli
arresti domiciliari nacque proprio dentro quella bufala. Il 1° marzo il
quotidiano israeliano Ma’ariv dava Ahmadinejad contemporaneamente agli arresti
domiciliari e ucciso in un attacco mirato sulla sua residenza: recluso e defunto
nello stesso dispaccio, poi smentito dai fatti. Una genealogia che parla da
sola. Si potrà obiettare che un arresto domiciliare può essere morbido,
intermittente, sospeso ad hoc per un’uscita di rappresentanza. Ma il carico
della prova si è rovesciato: da qui in avanti, ogni apparizione pubblica dell’ex
presidente sarà un piccolo referendum sull’affidabilità del New York Times. E
quando la parte controllabile di un racconto è la prima a vacillare, è lecito
chiedersi quanto valga la parte incontrollabile che le è stata cucita addosso.
Resta poi il problema che precede ogni smentita: come si costruisce una notizia
mondiale. E qui il quadro è impietoso: un reportage fondato in modo pressoché
integrale su fonti anonime degli apparati di intelligence di due Paesi che hanno
appena bombardato l’Iran, diffuso in tempo di guerra (sì, la guerra c’è ancora),
privo di qualunque possibilità di verifica indipendente, con protagonisti che
non possono replicare se non per comunicato. Trentaquattro anni fa si sarebbe
chiamata, con elegante eufemismo, «informazione di fonte governativa». Oggi si
chiama giornalismo investigativo, e magari vince dei premi. Assegnati da
un’apposita giuria di bugiardi.
Quando avevo scritto che non mi fidavo, non possedevo informazioni segrete. Ero
semplicemente fornito di un criterio: quando le stesse strutture che hanno
preparato, gestito e raccontato una guerra ti servono un piatto così ben
guarnito di dettagli romanzeschi (l’auto nera che sfreccia dopo il
bombardamento, il rifugio segreto, l’ex presidente trasformato in asset del
Nemico) la prima domanda non è «sarà vero?», ma «a chi serve che io lo creda?».
𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗲𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗤𝗮𝗮𝗻𝗶, 𝗼𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗲𝗱𝗶𝗻𝗮
𝗽𝗲𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗳𝗼𝗻𝘁𝗶
Le fonti anonime hanno una storia, e la storia si può verificare. Prendete il
comandante delle Forze Quds, Esmail Qaani: nei mesi scorsi le stesse filiere
informative lo hanno dato per morto, poi resuscitato, poi arrestato per
tradimento, poi addirittura rifugiato in Israele. L’altro giorno era in prima
fila ai funerali di Ali Khamenei, visibilmente vivo e visibilmente non a Tel
Aviv a sorseggiarsi un drink.
Questo non è un dettaglio pittoresco: è il tasso di errore documentato di un
canale informativo. Nessun laboratorio si fiderebbe di uno strumento che ha
sbagliato le ultime quattro misurazioni. Il giornalismo occidentale, invece,
rimette ogni volta lo strumento sul bancone e lo presenta come nuovo. Ci sarà
sempre un Molinari o un suo clone che vi vorrà addestrare alla creduloneria.
𝗜𝗹 𝗰𝗮𝘀𝗼 𝗗𝗲𝗹𝗶: 𝗹’𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗳𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗻𝗼𝗺𝗲,
𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝘃𝗶𝗰𝗶𝗻𝗼
Sarei un pessimo avvocato della mia tesi se ignorassi l’unico elemento del
reportage dotato di nome e cognome: Gergely Deli, rettore dell’Università
Ludovika di Budapest, che al New York Times ha dichiarato di aver ricevuto
all’inizio del 2024 la richiesta, da un alto funzionario del governo ungherese,
di organizzare una conferenza sul clima e invitare Ahmadinejad, con l’intesa che
l’evento avrebbe offerto l’occasione per colloqui riservati con esponenti
dell’intelligence israeliana. Deli è arrivato a definirsi uno «Strohmann»: alla
lettera, un uomo di paglia, un prestanome, un cieco strumento di occhiuta
manipolazione.
Prendiamo la dichiarazione sul serio, perché è l’unico appiglio verificabile
dell’intera costruzione. Che cosa prova, esattamente? Prova – ammesso che Deli
riferisca il vero – che qualcuno gli raccontò che la conferenza sarebbe servita
a quello scopo. Deli non ha assistito ad alcun incontro, non ha visto alcun
documento, non conosce alcun contenuto: la sua è una testimonianza di seconda
mano sulla cornice, non sulla sostanza. Tra «mi dissero che l’evento avrebbe
potuto favorire dei colloqui» e «il Mossad ha reclutato Ahmadinejad per farne il
leader del dopo-regime» corre la stessa distanza che passa tra il racconto di
seconda mano di un presunto invito a cena e un solenne contratto di matrimonio.
A ben guardare, la figura che Deli incarna è quella antichissima del sensale di
paese: l’uomo che combina l’incontro tra le due famiglie e apparecchia la stanza
buona. Ma il sensale può testimoniare di una cosa sola: di aver vagamente
favorito la possibilità di combinare un incontro. Il New York Times, invece, dal
racconto del sensale deduce le nozze celebrate, la dote versata e perfino il
nome dei figli.
E c’è una domanda che il New York Times non si pone: perché un rettore
ungherese, figura istituzionale di un Paese che gioca da anni una delicatissima
partita di equilibrio tra Bruxelles, Mosca, Tel Aviv e Washington, decide
proprio ora di confermare pubblicamente una simile cornice? Chi ha interesse, a
Budapest o altrove, ad accreditare oggi quel racconto? Il reportage tratta Deli
come un certificato di autenticità; io lo tratto come un ulteriore tassello da
spiegare, perché le conferme che arrivano puntuali quanto le accuse meritano lo
stesso scetticismo delle accuse.
𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗖𝗡𝗡 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗶 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗲
Che il mio non sia lo scetticismo isolato di un commentatore «eretico» lo
dimostra la reazione di Christiane Amanpour, volto storico della CNN e certo non
ascrivibile al fronte antimperialista: davanti al reportage ha manifestato
pubblicamente la propria incredulità: davvero Ahmadinejad, il presidente che
metteva in discussione il sistema di narrazione dell’Olocausto, l’uomo accusato
di voler cancellare Israele dalle mappe (in realtà disse una cosa assai diversa
che documentai 18 anni fa, ma così lo raccontavano), l’uomo di Stato che
accelerò il programma nucleare, sarebbe stato il cavallo su cui il Mossad
puntava così tante carte da buttarsi in guerra costasse quel che costasse? Il
New York Times è stato costretto a difendersi in pubblico da Amanpour,
rivendicando la solidità delle proprie fonti e la firma di quattro dei suoi
corrispondenti più titolati.
Registriamo il fatto: il mainstream si è diviso. Quando perfino chi abita nello
stesso ecosistema informativo alza il sopracciglio, non è più tanto questione di
malizia dei critici, quanto di fragilità del prodotto.
𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗲𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮: 𝟱𝟱 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗲 𝘂𝗻 𝗳𝘂𝗻𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲
Resta la domanda regina, quella che nessuna fonte anonima può eludere: perché
adesso? Il primo articolo esce il 20 maggio e cade nel vuoto. La replica
ampliata arriva 55 giorni dopo – lo ha contato, con precisione notarile, lo
stesso comunicato di Teheran – a ridosso dei funerali di Ali Khamenei e della
prima riapparizione pubblica di Ahmadinejad dopo mesi, cioè nel momento esatto
in cui la Repubblica Islamica attraversa il passaggio successorio più delicato
della sua storia. Un momento in cui tutte le figure più esposte della vita
pubblica iraniana hanno dovuto adottare misure straordinarie per non essere
bombardate non appena la traccia di una loro apparizione fosse finita nel mirino
elettronico degli utilizzatori di Palantir e altre piattaforme sicarie di IA.
In un frangente simile, una storia come questa non funge da informazione ma da
operazione speciale. Serve a due scopi che avevo già indicato e che confermo.
Verso l’esterno, accredita retrospettivamente l’idea che l’azzardo di forzare il
crollo dello Stato iraniano avesse davvero appigli interni, e dunque una sua
razionalità. Verso l’interno, semina il sospetto tra le classi dirigenti
iraniane nell’ora in cui si ridisegnano le gerarchie, additando come possibile
traditore una figura ancora relativamente popolare (per quanto ultimamente
defilata e senza particolare presa sugli apparati). Due piccioni con una fava:
legittimare retrospettivamente la guerra e avvelenare il passaggio successorio
iraniano.
𝗗𝘂𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝘂𝗲, 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮
Torno allora al bivio da cui ero partito, per quanto le smentite di Teheran non
scioglieranno tutti i nodi agli occhi dell’Occidente. Pongo l’attenzione
soprattutto su quella verificabile, la storia degli arresti domiciliari,
smentita da un uomo che le telecamere hanno appena mostrato in pubblico. O il
New York Times non è in grado di sottoporre a verifica minima il materiale che
gli arriva dagli apparati, e allora trasforma spazzatura di intelligence in
notizia mondiale per incapacità; oppure sa perfettamente fare due più due, e
allora lo fa in malafede, prestando la propria autorevolezza residua a
un’operazione psicologica in corso. Tertium non datur, e in entrambi i casi il
verdetto deontologico è identico: inaffidabilità.
Io, con mezzi infinitamente minori di quelli della più celebre redazione del
mondo, avevo scritto il mio giudizio prima della smentita. Non per merito
divinatorio, ma per l’applicazione di un criterio che chiunque può adottare
gratuitamente: guardare chi parla, che cosa ci guadagna, e quante volte ha già
mentito. È un metodo antico, si chiamava giornalismo.