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Le basi genocidarie e stupratrici seriali dell’entità malvagia difesa dai valvassini italiani
Asia Occidentale. Queste sono le “basi” dell’entità coloniale chiamata Israele. L’Ingiustizia italiana dovrebbe documentarsi a fondo, storicamente, su cosa rappresenti questa cosa in Medio Oriente Diamo un piccolo assaggio storico, facilmente verificabile. Poi, l’Ingiustizia si può arrampicare sui vetri come vuole, tenendo in galera patrioti palestinesi accusati di “terrorismo” per il solo fatto di portare aiuti umanitari e per denunciare lo sterminio dei nativi di Palestina. Ma tant’è: ciò che si affanna a difendere in tutti i modi è un’entità coloniale genocida e stupratrice di donne e uomini, piccoli e grandi. 12 agosto 1949. Nirim, deserto del Negev, Palestina. I militari israeliani ricevono un ordine scritto dal comando: “Dovete sparare per uccidere ogni arabo nel vostro settore”. La zona è inospitale, vivono solo due tribù beduine palestinesi, i militari dell’IDF scorgono un uomo e una ragazzina, mirano all’uomo e lo uccidono. La ragazzina viene rapita, portata nell’avamposto militare e rinchiusa in una baracca. Lungo la strada incontrano una mandria di cammelli al pascolo. Il convoglio si ferma, i militari scendono dai mezzi, estraggono le armi e aprono il fuoco. Sessanta cammelli vengono uccisi a colpi di mitra. È sera. I militari sono a cena, tre lunghe tavolate. Entra il comandante dell’avamposto, il sottotenente Moshe, ha una proposta per i soldati: “Abbiamo un’araba nella baracca, lascio a voi la scelta, volete che diventi la nostra cuoca o la nostra schiava sessuale?” Scrive Haaretz “I militari rispondono entusiasti, sco-pa-re, sco-pa-re”. Stabiliscono i turni: prima gli ufficiali, poi i soldati. Gli autisti degli ufficiali protestano “vogliamo partecipare anche noi!” “Calma” dice il comandante “verrà anche il vostro turno, come anche per il cuoco, l’infermiere e il medico” Il comandante ordina di prelevare la ragazzina e di tagliarle i capelli. La conduce nella doccia, la lava con le sue mani e la stupra davanti ai soldati che osservano. L’idea piace a un altro ufficiale che decide di stuprarla allo stesso modo. La ragazzina viene stuprata per tre lunghi giorni da 20 militari dell’IDF. La storia della ragazzina palestinese stuprata a turno la conoscono in tanti, troppi, la voce arriva a Ben-Gurion, che ordina di riportarla nel villaggio da dove era stata rapita. Ma le condizioni di salute della ragazzina sono gravissime, ha perso conoscenza, ha bisogno di cure urgenti. Alcuni militari, su ordine del comandante dell’avamposto, contraddicendo agli ordini di Ben-Gurion, la caricano su una jeep, la portano nel deserto e la uccidono con un colpo al cuore. Scavano una buca, scoppia una lite tra i militari, nessuno vuole più scavare, la buca è di soli 30 cm, la gettano dentro, la cospargono di benzina e la ricoprono con la sabbia del deserto. Ben-Gurion va su tutte le furie, un sottotenente non ha eseguito un suo ordine. Decide di dargli una lezione. Pretende che venga processato in segreto da una corte marziale per stupro e omicidio e che gli atti del processo vengano secretati. Il comandante dell’avamposto viene condannato a 16 anni, gli altri militari stupratori, compreso gli esecutori dell’omicidio, a pene simboliche. Gli atti processuali verranno desecretati solo nel 2003, visionati da alcuni storici e pubblicati da Haaretz, poi dal Guardian. Cito due episodi agghiaccianti emersi dagli atti processuali: • viene rilevata l’impossibilità di dare un nome alla ragazza poiché “nessuno dei soggetti con cui ha avuto contatto ha chiesto il suo nome”; • L’età della ragazza è incerta in quanto “alcuni militari riferiscono che avesse 18-19 anni, altri 13-15, altri ancora, 10 anni” (!) Lo storico israeliano Benny Morris, intervistato da Haaretz su questa vicenda, ha affermato che, durante le sue ricerche negli archivi militari israeliani è rimasto “sorpreso dalla quantità di casi di stupro” “molti dei quali si concludono con l’omicidio della vittima” * Fonti: vari articoli di Haaretz (consultabili in un unico link), Al-Arabiya, Diario di Ben Gurion.
July 21, 2026
InfoPal
𝗖𝗔𝗦𝗢 𝗔𝗛𝗠𝗔𝗗𝗜𝗡𝗘𝗝𝗔𝗗. 𝗟𝗔 𝗕𝗨𝗙𝗔𝗟𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗜𝗟 𝗡𝗘𝗪 𝗬𝗢𝗥𝗞 𝗧𝗜𝗠𝗘𝗦 𝗡𝗢𝗡 𝗥𝗜𝗘𝗦𝗖𝗘 𝗔 𝗦𝗘𝗣𝗣𝗘𝗟𝗟𝗜𝗥𝗘
Di Pino Cabras. Ventiquattr’ore dopo il mio pezzo sulla «Fabbrica del Sogno e della Menzogna», l’ufficio di Mahmoud Ahmadinejad ha diffuso la smentita ufficiale: nessun arresto domiciliare, nessuna trama con il Mossad, e un giudizio tagliente sul New York Times, definito un giornale «noto per pubblicare notizie false e invenzioni», capace di riproporre «dopo 55 giorni» lo stesso «scenario hollywoodiano» già servito il 20 maggio. Il comunicato è stato pubblicato integralmente dalle principali testate iraniane e ripreso da varie agenzie internazionali. Potrei fermarmi qui e passare all’incasso. Non lo farò, perché sarebbe un errore di metodo, e il metodo è precisamente ciò di cui voglio parlare. 𝗜𝗹 𝗽𝗲𝘀𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝘀𝗺𝗲𝗻𝘁𝗶𝘁𝗲 Il comunicato di Teheran contiene due smentite di diverso peso. La prima riguarda la sostanza dell’accusa: nessuna intesa con il Mossad, nessun ruolo assegnato nel dopo-regime. Su questo piano, per come vanno le cose, una smentita non chiude nulla: l’ufficio di un ex presidente respingerebbe un’accusa simile in ogni caso, e con tanta più energia quanto più fosse scomoda. È il territorio delle affermazioni interessate: né il comunicato di Teheran né le confidenze anonime degli apparati costituiscono, da sole, una prova. Con una differenza non secondaria: la prima parte si assume pubblicamente la responsabilità di ciò che afferma, le seconde no. Anche se – dati i precedenti – un’idea possiamo farcela da subito. La seconda smentita è invece di tutt’altra pasta: «Ahmadinejad non è agli arresti domiciliari». Va oltre una mera professione d’innocenza, perché fa un’affermazione fattuale sul presente, verificabile e falsificabile: o un uomo è recluso in casa propria, o non lo è. E qui il New York Times ha commesso l’errore che ogni disinvolto costruttore di narrazioni dovrebbe evitare: infilare nel pacchetto un elemento controllabile. Con un dettaglio già oggi imbarazzante: pochi giorni prima dell’articolo, Ahmadinejad era comparso in pubblico ai funerali di Ali Khamenei, ripreso dalle telecamere di mezzo mondo, nella sua prima uscita dopo la guerra (quella guerra in cui la stessa compagnia di giro aveva perfino strombazzato che era morto). E c’è di più: la voce degli arresti domiciliari nacque proprio dentro quella bufala. Il 1° marzo il quotidiano israeliano Ma’ariv dava Ahmadinejad contemporaneamente agli arresti domiciliari e ucciso in un attacco mirato sulla sua residenza: recluso e defunto nello stesso dispaccio, poi smentito dai fatti. Una genealogia che parla da sola. Si potrà obiettare che un arresto domiciliare può essere morbido, intermittente, sospeso ad hoc per un’uscita di rappresentanza. Ma il carico della prova si è rovesciato: da qui in avanti, ogni apparizione pubblica dell’ex presidente sarà un piccolo referendum sull’affidabilità del New York Times. E quando la parte controllabile di un racconto è la prima a vacillare, è lecito chiedersi quanto valga la parte incontrollabile che le è stata cucita addosso. Resta poi il problema che precede ogni smentita: come si costruisce una notizia mondiale. E qui il quadro è impietoso: un reportage fondato in modo pressoché integrale su fonti anonime degli apparati di intelligence di due Paesi che hanno appena bombardato l’Iran, diffuso in tempo di guerra (sì, la guerra c’è ancora), privo di qualunque possibilità di verifica indipendente, con protagonisti che non possono replicare se non per comunicato. Trentaquattro anni fa si sarebbe chiamata, con elegante eufemismo, «informazione di fonte governativa». Oggi si chiama giornalismo investigativo, e magari vince dei premi. Assegnati da un’apposita giuria di bugiardi. Quando avevo scritto che non mi fidavo, non possedevo informazioni segrete. Ero semplicemente fornito di un criterio: quando le stesse strutture che hanno preparato, gestito e raccontato una guerra ti servono un piatto così ben guarnito di dettagli romanzeschi (l’auto nera che sfreccia dopo il bombardamento, il rifugio segreto, l’ex presidente trasformato in asset del Nemico) la prima domanda non è «sarà vero?», ma «a chi serve che io lo creda?». 𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗲𝗰𝗲𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗤𝗮𝗮𝗻𝗶, 𝗼𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗲𝗱𝗶𝗻𝗮 𝗽𝗲𝗻𝗮𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗳𝗼𝗻𝘁𝗶 Le fonti anonime hanno una storia, e la storia si può verificare. Prendete il comandante delle Forze Quds, Esmail Qaani: nei mesi scorsi le stesse filiere informative lo hanno dato per morto, poi resuscitato, poi arrestato per tradimento, poi addirittura rifugiato in Israele. L’altro giorno era in prima fila ai funerali di Ali Khamenei, visibilmente vivo e visibilmente non a Tel Aviv a sorseggiarsi un drink. Questo non è un dettaglio pittoresco: è il tasso di errore documentato di un canale informativo. Nessun laboratorio si fiderebbe di uno strumento che ha sbagliato le ultime quattro misurazioni. Il giornalismo occidentale, invece, rimette ogni volta lo strumento sul bancone e lo presenta come nuovo. Ci sarà sempre un Molinari o un suo clone che vi vorrà addestrare alla creduloneria. 𝗜𝗹 𝗰𝗮𝘀𝗼 𝗗𝗲𝗹𝗶: 𝗹’𝘂𝗻𝗶𝗰𝗮 𝗳𝗼𝗻𝘁𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝘂𝗻 𝗻𝗼𝗺𝗲, 𝗴𝘂𝗮𝗿𝗱𝗮𝘁𝗮 𝗱𝗮 𝘃𝗶𝗰𝗶𝗻𝗼 Sarei un pessimo avvocato della mia tesi se ignorassi l’unico elemento del reportage dotato di nome e cognome: Gergely Deli, rettore dell’Università Ludovika di Budapest, che al New York Times ha dichiarato di aver ricevuto all’inizio del 2024 la richiesta, da un alto funzionario del governo ungherese, di organizzare una conferenza sul clima e invitare Ahmadinejad, con l’intesa che l’evento avrebbe offerto l’occasione per colloqui riservati con esponenti dell’intelligence israeliana. Deli è arrivato a definirsi uno «Strohmann»: alla lettera, un uomo di paglia, un prestanome, un cieco strumento di occhiuta manipolazione. Prendiamo la dichiarazione sul serio, perché è l’unico appiglio verificabile dell’intera costruzione. Che cosa prova, esattamente? Prova – ammesso che Deli riferisca il vero – che qualcuno gli raccontò che la conferenza sarebbe servita a quello scopo. Deli non ha assistito ad alcun incontro, non ha visto alcun documento, non conosce alcun contenuto: la sua è una testimonianza di seconda mano sulla cornice, non sulla sostanza. Tra «mi dissero che l’evento avrebbe potuto favorire dei colloqui» e «il Mossad ha reclutato Ahmadinejad per farne il leader del dopo-regime» corre la stessa distanza che passa tra il racconto di seconda mano di un presunto invito a cena e un solenne contratto di matrimonio. A ben guardare, la figura che Deli incarna è quella antichissima del sensale di paese: l’uomo che combina l’incontro tra le due famiglie e apparecchia la stanza buona. Ma il sensale può testimoniare di una cosa sola: di aver vagamente favorito la possibilità di combinare un incontro. Il New York Times, invece, dal racconto del sensale deduce le nozze celebrate, la dote versata e perfino il nome dei figli. E c’è una domanda che il New York Times non si pone: perché un rettore ungherese, figura istituzionale di un Paese che gioca da anni una delicatissima partita di equilibrio tra Bruxelles, Mosca, Tel Aviv e Washington, decide proprio ora di confermare pubblicamente una simile cornice? Chi ha interesse, a Budapest o altrove, ad accreditare oggi quel racconto? Il reportage tratta Deli come un certificato di autenticità; io lo tratto come un ulteriore tassello da spiegare, perché le conferme che arrivano puntuali quanto le accuse meritano lo stesso scetticismo delle accuse. 𝗤𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗖𝗡𝗡 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗶 𝗰𝗿𝗲𝗱𝗲 Che il mio non sia lo scetticismo isolato di un commentatore «eretico» lo dimostra la reazione di Christiane Amanpour, volto storico della CNN e certo non ascrivibile al fronte antimperialista: davanti al reportage ha manifestato pubblicamente la propria incredulità: davvero Ahmadinejad, il presidente che metteva in discussione il sistema di narrazione dell’Olocausto, l’uomo accusato di voler cancellare Israele dalle mappe (in realtà disse una cosa assai diversa che documentai 18 anni fa, ma così lo raccontavano), l’uomo di Stato che accelerò il programma nucleare, sarebbe stato il cavallo su cui il Mossad puntava così tante carte da buttarsi in guerra costasse quel che costasse? Il New York Times è stato costretto a difendersi in pubblico da Amanpour, rivendicando la solidità delle proprie fonti e la firma di quattro dei suoi corrispondenti più titolati. Registriamo il fatto: il mainstream si è diviso. Quando perfino chi abita nello stesso ecosistema informativo alza il sopracciglio, non è più tanto questione di malizia dei critici, quanto di fragilità del prodotto. 𝗜𝗹 𝗰𝗮𝗹𝗲𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶𝗼 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮: 𝟱𝟱 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗶 𝗲 𝘂𝗻 𝗳𝘂𝗻𝗲𝗿𝗮𝗹𝗲 Resta la domanda regina, quella che nessuna fonte anonima può eludere: perché adesso? Il primo articolo esce il 20 maggio e cade nel vuoto. La replica ampliata arriva 55 giorni dopo – lo ha contato, con precisione notarile, lo stesso comunicato di Teheran – a ridosso dei funerali di Ali Khamenei e della prima riapparizione pubblica di Ahmadinejad dopo mesi, cioè nel momento esatto in cui la Repubblica Islamica attraversa il passaggio successorio più delicato della sua storia. Un momento in cui tutte le figure più esposte della vita pubblica iraniana hanno dovuto adottare misure straordinarie per non essere bombardate non appena la traccia di una loro apparizione fosse finita nel mirino elettronico degli utilizzatori di Palantir e altre piattaforme sicarie di IA. In un frangente simile, una storia come questa non funge da informazione ma da operazione speciale. Serve a due scopi che avevo già indicato e che confermo. Verso l’esterno, accredita retrospettivamente l’idea che l’azzardo di forzare il crollo dello Stato iraniano avesse davvero appigli interni, e dunque una sua razionalità. Verso l’interno, semina il sospetto tra le classi dirigenti iraniane nell’ora in cui si ridisegnano le gerarchie, additando come possibile traditore una figura ancora relativamente popolare (per quanto ultimamente defilata e senza particolare presa sugli apparati). Due piccioni con una fava: legittimare retrospettivamente la guerra e avvelenare il passaggio successorio iraniano. 𝗗𝘂𝗲 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗱𝘂𝗲, 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 Torno allora al bivio da cui ero partito, per quanto le smentite di Teheran non scioglieranno tutti i nodi agli occhi dell’Occidente. Pongo l’attenzione soprattutto su quella verificabile, la storia degli arresti domiciliari, smentita da un uomo che le telecamere hanno appena mostrato in pubblico. O il New York Times non è in grado di sottoporre a verifica minima il materiale che gli arriva dagli apparati, e allora trasforma spazzatura di intelligence in notizia mondiale per incapacità; oppure sa perfettamente fare due più due, e allora lo fa in malafede, prestando la propria autorevolezza residua a un’operazione psicologica in corso. Tertium non datur, e in entrambi i casi il verdetto deontologico è identico: inaffidabilità. Io, con mezzi infinitamente minori di quelli della più celebre redazione del mondo, avevo scritto il mio giudizio prima della smentita. Non per merito divinatorio, ma per l’applicazione di un criterio che chiunque può adottare gratuitamente: guardare chi parla, che cosa ci guadagna, e quante volte ha già mentito. È un metodo antico, si chiamava giornalismo.
July 15, 2026
InfoPal
1.013 giorni di genocidio della Coalizione Epstein a Gaza. Massacri e bombardamenti continuano. Piani per insediamenti sionisti
Asia Occidentale. Il genocidio perpetrato dalla Coalizione Epstein nella Striscia di Gaza, prosegue ininterrottamente da 1.013: continuano i bombardamenti su ciò che resta delle abitazioni ancora in piedi e delle tende affollate di rifugiati. I terroristi israeliani massacrano quotidianamente bambini, donne, soccorritori, forze di sicurezza. Nel frattempo, il governo di Tel Aviv porta avanti i piani per costruire insediamenti sul territorio della Striscia di Gaza etnicamente ripulito dalla popolazione palestinese. Il mondo tace, Italia compresa, perseguitando le vittime e facendo affari con i carnefici. Benvenuti nel mondo sottomesso alla Classe pedosatanista Epstein, che non è mai stata più viva e attiva di oggi, infiltrata dovunque, a livello istituzionale in tutta l’Europa. Italia compresa. Seguiteci su Telegram: Asia Occidentale https://t.me/+gwAS5VcX6_NiY2Rk
July 14, 2026
InfoPal
Italia-Israele, i dossier nascosti
Un qualsiasi cittadino dotato di capacità critiche si chiede il motivo di tanta sudditanza immorale e anti-etica delle nostre istituzioni all’entità genocida israeliana. Che cosa lega così tanto l’Italia ad Israele da impedire al nostro governo di prendere le distanze da chi sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza, in Cisgiordania ed in Libano? Ce lo spiega su Instagram, con un video diviso in tre parti, @pistafredda, una pagina di informazione indipendente. Seconda parte Fonte video Instagram
July 14, 2026
InfoPal
Terroristi condannati da tutti i Giusti della Terra, liberate il dott. Safiya
Il dott. Hussam Abu Safiya: «La mia detenzione è ingiusta e arbitraria e chiedo il mio immediato rilascio. Sono un pediatra che fornisce servizi medici e assistenza ai pazienti, ai feriti e alle persone vulnerabili nella Striscia di Gaza. Ho svolto il mio lavoro nel rispetto del diritto internazionale e dei principi umanitari. Il mio lavoro è con i bambini. Sono un pediatra». Terroristi disprezzati e condannati da tutti i Giusti della Terra: liberate il dott. Safiya
July 8, 2026
InfoPal
STRISCIA DI GAZA, HAMAS SI FA DA PARTE E ADESSO QUAL È LA SCUSA?
Di Alfredo Facchini. Hamas, si proprio Hamas, ha dichiarato di essere disponibile a lasciare il governo della Striscia di Gaza e a trasferire la gestione del territorio a un esecutivo tecnocratico, composto da figure di competenza nazionale. Ricordiamolo: Hamas prende il controllo di Gaza nel giugno 2007, dopo gli scontri armati con Fatah culminati tra il 10 e il 15 giugno. Le elezioni palestinesi del 2006 sono il passaggio politico precedente, ma la presa effettiva della Striscia avviene nel 2007. Intendiamoci subito. Quello di Hamas non è un gesto di resa. È una mossa politica. Per quasi due anni lo Stato terrorista di Israele ha sostenuto che la guerra (il Genocidio) sarebbe continuata fino allo smantellamento del potere di Hamas. Ora Hamas dice: se il problema è il governo della Striscia, siamo pronti a fare un passo indietro. A questo punto la domanda diventa inevitabile: se l’ostacolo dichiarato viene rimosso, cosa impedirà un vero cessate il fuoco? Nel frattempo sono stati assassinati oltre mille palestinesi. In teoria la mossa sposta il peso della decisione su Israele e sui suoi alleati. Se il Genocidio dovesse continuare, sarà più difficile sostenere che dipende soltanto dalla permanenza di Hamas al governo. C’è poi un dato che spesso viene ignorato. La macchina amministrativa di Gaza, quella che esisteva prima del 7 ottobre, è stata in larga parte distrutta dai bombardamenti. Ministeri, uffici, servizi pubblici, apparati di sicurezza: gran parte delle strutture statali non funziona più come prima. In molte aree la sopravvivenza quotidiana è affidata a reti locali, comitati popolari, strutture di emergenza, volontari e a ciò che riesce ad arrivare degli aiuti umanitari. Più che un governo nel senso tradizionale del termine, oggi esiste una gestione permanente della catastrofe. Il vero obiettivo della proposta è: arrivare al “giorno dopo”. La ricostruzione di Gaza richiederà un’autorità riconosciuta sul piano regionale e internazionale. Un governo tecnocratico viene considerato, da molti attori coinvolti nei negoziati, una delle formule più accettabili per gestire questa fase. Hamas, in questo schema, rinuncerebbe al governo diretto senza rinunciare al proprio ruolo politico e al consenso di cui continua a godere in una parte della società palestinese. È una scelta tattica. Ma è soprattutto una sfida politica. Perché se il principale argomento usato per giustificare la persecuzione dei palestinesi di Gaza viene meno, quali saranno le ragioni addotte per continuarla?
July 8, 2026
InfoPal
Fondazione Hind Rajab denuncia a Roma soldato italiano per crimini di guerra a Gaza
La Fondazione Hind Rajab ha dichiarato di aver presentato una denuncia a Roma contro un soldato israeliano per aver commesso crimini di guerra a Gaza. La fondazione ha affermato che i post sui social media attribuiti al soldato israeliano, membro del 749° Battaglione del Corpo di Ingegneria da Combattimento, mostrano il suo coinvolgimento in crimini contro l’umanità e genocidio. Ciò significa che si tratta di uno degli oltre 900 (accertati) italiani con doppio passaporto che sono andati a prestare servizio nell’IDF. Ci aspettiamo che la solerte Giustizia italiana che mette in galera gli attivisti pro-Pal si interessi al caso di questo vero terrorista infanticida, di questo assassino. Sennò significa che c’è qualcosa di marcio…
July 5, 2026
InfoPal
USA, 4 luglio: la celebrazione neocoloniale di un genocidio
4 LUGLIO 1776: “SPIETATI SELVAGGI INDIANI”. DICHIARAZIONE D’INDIPENDENZA DEGLI STATI UNITI. Epistemicidio e genocidio vanno avanti di pari passo, da 500 anni a questa parte: dai nativi del Nord, Centro e Sud America fino all’Australia, passando da Africa e Asia occidentale Per togliere la terra a un popolo, bisogna prima togliergli dignità, la Storia, la Cultura e le Tradizioni, e animalizzarlo, distruggerlo antropologicamente. Per giustificare la conquista, bisogna prima trasformare nazioni, governi e culture in una minaccia: “selvaggi”, “terroristi”, “barbari”. Il 4 luglio 1776 va ricordato come la trasformazione del genocidio e dell’epistemicidio di un popolo sovrano a istituzione politica. L’indipendenza USA è una manipolazione fondativa, un’offesa a milioni di nativi americani.
July 4, 2026
InfoPal
Milioni di persone convergono a Teheran per i funerali della Guida Suprema Ali Khamenei
The Cradle. Il 4 luglio, una folla immensa si è radunata a Teheran per la cerimonia di commiato della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso nel primo giorno della guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica. Sventolando bandiere iraniane e reggendo ritratti di Khamenei, i cittadini hanno gremito il Grande Mosalla Imam Khomeini di Teheran e le strade circostanti, scandendo slogan che chiedevano giustizia per la sua uccisione. I media iraniani hanno descritto l’imponente partecipazione come un “rinnovamento della fedeltà agli ideali della Rivoluzione Islamica, all’Islam e ai martiri, a simboleggiare l’impegno della nazione per la dignità, l’indipendenza e la resistenza”. Il corteo funebre principale è previsto per lunedì a Teheran. Martedì si terrà una cerimonia funebre anche nella città santa sciita di Qom, prima che la salma di Khamenei venga trasferita in Iraq per le cerimonie nelle città sante di Najaf e Karbala, in programma mercoledì. Giovedì avrà luogo un’ultima cerimonia funebre nella città iraniana di Mashhad, dove la Guida Suprema verrà sepolta presso il santuario dell’Imam Reza. Si stima che fino a 30 milioni di persone parteciperanno ai sei giorni di cerimonie in Iran e Iraq. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha esortato “tutto il popolo iraniano a scrivere una pagina gloriosa nella storia dell’Iran islamico attraverso una partecipazione di massa”, sottolineando che “l’appello della nazione alla vendetta deve risuonare in tutto il mondo”. Venerdì, capi di Stato, dignitari e leader religiosi sono giunti a Teheran per rendere omaggio a Khamenei, divenuto Guida Suprema dopo la morte dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini nel 1989. Erano presenti rappresentanti di 100 paesi – tra cui Russia, Cina, India, Pakistan e Turchia – oltre a delegazioni di Hezbollah, Hamas, Jihad Islamico Palestinese (PIJ), Ansarallah e dei movimenti iracheni Kataib Hezbollah e Harakat al-Nujaba. In seguito alla morte di Khamenei in un attacco aereo israeliano il 28 febbraio, suo figlio, Mojtaba Khamenei, è stato nominato suo successore come Guida Suprema. Mojtaba è rimasto gravemente ferito nello stesso attacco e da allora non è più apparso in pubblico. Tuttavia, ha fornito istruzioni scritte ai negoziatori iraniani che si sono incontrati con le controparti statunitensi per negoziare un accordo di pace. Le due parti hanno firmato un memorandum d’intesa il 15 giugno che prevede un periodo di negoziazione di 60 giorni in un contesto di pace fragile. Non è chiaro se Mojtaba parteciperà al funerale del padre, per timore che Israele possa tentare di assassinarlo. Anche la nipotina di Khamenei di 14 mesi, Zahra Mohammadi Golpayegani, è rimasta uccisa nell’attacco israeliano, così come altri membri della famiglia. Un altro attacco statunitense contro una scuola elementare nella città di Minab, nel sud dell’Iran, avvenuto lo stesso giorno, ha causato la morte di almeno 168 persone, tra cui 120 bambini. Altri link: https://farsnews.ir/Sayeh/1783155899275234238/Millions-Mourn-Martyred-Supreme-Leader-Call-for-Justice https://twitter.com/AJEnglish/status/2073275995982111068
July 4, 2026
InfoPal