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Srebrenica, la memoria profanata
UN RADUNO PER MLADIĆ NELLA CITTÀ DEL GENOCIDIO RIACCENDE GLI ODI DELLA GUERRA C’è qualcosa di profondamente inquietante, sconcertante, mostruoso nel fatto che, a trentuno anni dal genocidio di Srebrenica, proprio nella città che ne è divenuta il simbolo sia stato annunciato un raduno il 2 settembre per commemorare Ratko Mladić, il comandante dell’Esercito della Republika Srpska condannato in via definitiva per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, deceduto il 27 agosto all’Aia, dove stava scontando l’ergastolo. A dare oggi la notizia è l’Oslobođenje, uno dei più importanti e storicamente prestigiosi quotidiani della Bosnia-Erzegovina, fondato a Sarajevo nel 1943, e noto soprattutto per aver continuato le pubblicazioni durante l’assedio di Sarajevo. Secondo quanto riferito da Crna Hronika, un portale d’informazione online bosniaco, fondato nel specializzato soprattutto in cronaca e attualità della Bosnia-Erzegovina, la manifestazione è prevista per il 2 settembre e il raduno è annunciato nel parcheggio antistante la kafana (bar) “Lipa”, a Srebrenica. Il manifesto con cui è stata diffusa l’iniziativa invita a dare un commiato «con dignità al nostro generale» e utilizza l’espressione “Srpska Srebrenica”, “Srebrenica serba”. È una formula dal peso simbolico enorme, perché richiama direttamente la retorica utilizzata da Mladić nel luglio 1995, dopo la conquista della città da parte delle forze serbo-bosniache. L’iniziativa è stata denunciata dalla stampa bosniaca e ha provocato l’immediata reazione del Centro memoriale di Srebrenica-Potočari, che ha chiesto al Ministero dell’Interno della Republika Srpska e alla polizia locale di chiarire chi abbia organizzato il raduno, se questo sia stato regolarmente autorizzato e quali misure siano state adottate per garantirne la sicurezza. Il Centro memoriale ha domandato anche di accertare, tra le altre cose, se siano stati valutati i rischi per la sicurezza, se esistano profili di responsabilità penale o amministrativa e se siano state informate le autorità giudiziarie. Ha inoltre richiamato l’obbligo di prevenire l’incitamento all’odio e all’intolleranza nazionale e religiosa, oltre all’eventuale uso di uniformi, insegne e simboli. Non si tratta soltanto della celebrazione postuma di un comandante militare. La scelta di Srebrenica come luogo del raduno e il linguaggio utilizzato trasformano la commemorazione in un gesto dal fortissimo significato politico e identitario. Srebrenica non è un luogo qualsiasi: è il luogo nel quale, nel luglio 1995, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. È il luogo che i tribunali internazionali hanno riconosciuto come teatro di un genocidio. È il luogo nel quale migliaia di famiglie continuano ancora oggi a cercare, identificare e seppellire i propri morti. Per questo è difficile non provare sconcerto e sdegno di fronte all’idea che, proprio lì, si possa celebrare l’uomo che fu uno dei principali responsabili delle operazioni militari che portarono alla caduta dell’enclave e ai crimini successivi. Ma l’aspetto forse più preoccupante della vicenda emerge dalla reazione nello spazio digitale. Alcuni commenti comparsi sui social e sulle pagine delle testate che hanno riportato la notizia mostrano un livello di odio e di contrapposizione etnica che sembrava appartenere al passato e che invece riemerge con una violenza impressionante. In alcuni interventi compaiono minacce esplicite, linguaggio celebrativo della violenza e riferimenti a un ipotetico «secondo round». In altri, Srebrenica viene rivendicata come parte della Republika Srpska e la figura di Mladić viene associata alla memoria del «Generale» e della «Patria». È proprio questa territorializzazione della memoria a destare particolare preoccupazione. Il problema non è soltanto che qualcuno continui a considerare Mladić un eroe: è che la memoria del criminale di guerra viene utilizzata per riaffermare una contrapposizione territoriale ed etnica. Srebrenica torna così a essere rappresentata non come luogo della memoria delle vittime, ma come terreno sul quale riaffermare appartenenze antagonistiche. E la spirale non si ferma qui. Nelle stesse ore è emerso il caso di Đoko Novaković, giovane chirurgo dell’Ospedale cantonale di Orašje, che sui social avrebbe espresso gratitudine nei confronti di Mladić, dichiarandosi «eternamente grato» all’ex comandante. La vicenda ha provocato la protesta dell’associazione dei veterani della polizia militare dell’HVO della Posavina bosniaca, che ha chiesto provvedimenti nei suoi confronti. Pochi giorni prima, un episodio analogo aveva riguardato una dottoressa del Centro sanitario di Tomislavgrad, accusata di avere elogiato pubblicamente Mladić. È particolarmente grave che siano proprio medici, vincolati dal Giuramento di Ippocrate alla tutela della vita e alla cura di ogni essere umano, a esprimere gratitudine verso chi è stato riconosciuto responsabile di un genocidio e di migliaia di uccisioni. La morte di Mladić sembra avere riaperto una ferita che in Bosnia-Erzegovina non si è mai completamente rimarginata: quella della competizione fra memorie contrapposte, nella quale la vittima di una comunità può diventare il bersaglio della celebrazione dell’altra. È questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi la preoccupazione delle istituzioni. Non si tratta soltanto di stabilire se un raduno debba essere autorizzato o meno. Si tratta di capire quali messaggi vengono trasmessi nello spazio pubblico e quali conseguenze possano produrre, soprattutto in una città nella quale convivono ancora le memorie dolorose della guerra e nella quale la pace è inseparabile dal riconoscimento della verità sui crimini commessi. È una richiesta che va oltre la singola manifestazione. Perché ciò che è in gioco, a Srebrenica, non è soltanto il diritto di riunione, ma il delicatissimo confine tra libertà di espressione e glorificazione di coloro che sono stati condannati per crimini internazionali; tra memoria privata e celebrazione pubblica; tra diritto alla commemorazione e rispetto dovuto alle vittime. A Srebrenica il passato non è ancora passato. La morte di Mladić lo ha dimostrato ancora una volta. La possibilità di una manifestazione in suo onore proprio nella città del genocidio, insieme alla violenza verbale riemersa sui social network, mostra quanto siano fragili i processi di riconciliazione e quanto facilmente possano riaccendersi gli odi costruiti durante la guerra. Per questo lo sconcerto davanti al raduno annunciato non dovrebbe essere liquidato come una semplice polemica politica. È, soprattutto, una questione di memoria, responsabilità e convivenza civile. Quando un criminale di guerra viene trasformato in un eroe e il luogo delle sue vittime viene utilizzato per celebrarlo, il rischio non riguarda soltanto il passato: riguarda il modo in cui una società sceglie di costruire il proprio futuro. The post Srebrenica, la memoria profanata first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Srebrenica, la memoria profanata sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 31, 2026
Popoff Quotidiano
“Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa”
L’ANNUNCIO DEL FUNERALE DI STATO PER RATKO MLADIĆ RIAPRE UNA FERITA MAI RIMARGINATA, A OLTRE TRENT’ANNI DALLE GUERRE JUGOSLAVE L’annuncio del funerale di Stato per Ratko Mladić riapre una ferita che, a oltre trent’anni dalle guerre jugoslave, non si è mai rimarginata, anche perché gli odi che hanno portato al genocidio sono ancora lì, e non nascosti sotto la cenere, ma anche ostentati. Ci restituiscono il dolore umano che sta dietro a questa vicenda le parole che mi ha detto oggi la mia amica Nadja Mujčić, che vive in Italia dove è arrivata da Srebrenica come profuga di guerra con i figli piccoli, mentre Mladić con le sue truppe massacrava suo fratello e suo marito, che eppure era interprete per i caschi blu olandesi a Potočari, e ne sembravano e occultavano talmente bene il corpo che a 31 anni di distanza non si è trovato neppure un brandello “Io non riesco neanche a incazzarmi per i funerali di stato, io piango, non riesco a fermare le lacrime”. Immaginiamo una madre di Srebrenica – che ha trascorso decenni alla ricerca dei resti di un figlio, di un padre, di un fratello, di un marito – che guarda le immagini che già circolano dell’annunciato funerale. E poi immaginiamo che sullo schermo compaiano soldati in uniforme, onori militari, simboli dello Stato e una cerimonia solenne per l’uomo che i tribunali penali internazionali hanno indicato come responsabile di alcuni dei crimini più terribili commessi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Che cosa dovrebbe pensare quella persona? Forse non può neppure pensare ma solo provare dolore e impotenza. E piangere, come Nadja Perché mentre ad est della Drina si preparano solenni onori a Ratko Mladić, ad ovest di essa si continua a cercare ossa nelle fosse comuni, a ricomporre corpi, a identificare vittime, a dare un nome ai morti riconosciuti mentre di un migliaio di altri non si è trovato ancora neppure un frammento. E forse è proprio questa la più dolorosa delle ingiustizie: un uomo condannato per i crimini di Srebrenica può essere accompagnato alla tomba con gli onori di una patria; molte delle sue vittime, invece, sono ancora private persino del diritto di avere una tomba. È qui che il funerale diventa una scena pubblica nella quale si misura una contraddizione terribile: da una parte la memoria delle vittime, dall’altra la celebrazione di chi è stato condannato per aver pianificato e perpetrato un genocidio. LA SERBIA NON È UN PAESE QUALSIASI Non è soltanto una questione di memoria: è una questione di giustizia, di responsabilità, è una domanda sull’idea di Serbia che si vuole costruire. La Serbia non è un Paese qualsiasi. È uno Stato europeo candidato all’Unione europea, è parte di una regione nella quale la memoria delle guerre degli anni Novanta continua a essere una questione politica, diplomatica e sociale. Per questo la domanda che Belgrado dovrebbe porsi non è soltanto come salutare Mladić. Dovrebbe chiedersi chi vuole essere. Uno Stato che riconosce le proprie vittime, accetta le sentenze dei tribunali internazionali e considera la memoria dei crimini commessi in suo nome una parte irrinunciabile della propria responsabilità democratica oppure uno Stato disposto a trasformare un uomo condannato per genocidio in un simbolo nazionale? La domanda, a questo punto, va ben oltre l’annunciato funerale di Stato di Ratko Mladić. Riguarda la direzione stessa che la Serbia ha scelto di imboccare. Perché il problema non nasce oggi. Da anni, il rapporto con le guerre degli anni Novanta costituisce uno dei terreni sui quali si misura l’arretramento democratico del Paese: il ridimensionamento o la negazione delle responsabilità per i crimini di guerra, la persistenza di narrazioni nazionaliste che trasformano gli aggressori in vittime e le vittime in elementi marginali della memoria pubblica, la difficoltà di accettare pienamente le sentenze dei tribunali internazionali. A questo si aggiunge una politica estera che mantiene un rapporto privilegiato con Mosca. La Serbia continua a non aderire alle sanzioni europee contro la Russia e Aleksandar Vučić ha ribadito la volontà di preservare la cooperazione con Vladimir Putin. Non si tratta, evidentemente, di sostenere che la sola vicinanza alla Russia renda uno Stato non democratico; ma, inserita insieme agli altri elementi, questa scelta contribuisce a delineare una politica sempre più distante dai valori e dagli standard democratici che l’Unione Europea richiede ai Paesi candidati. E si somma anche una politica interna sempre più autoritaria e liberticida. Dal movimento studentesco nato dopo il crollo della stazione ferroviaria di Novi Sad del novembre 2024, le proteste contro la corruzione e il governo Vučić sono diventate una delle più grandi mobilitazioni della storia recente della Serbia. Di fronte ad esse, sono state documentate intimidazioni, pressioni e un crescente uso della forza: nell’agosto 2025 l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani aveva già denunciato l’escalation della repressione delle proteste pacifiche; nel marzo 2026 nuovi scontri hanno opposto studenti e polizia a Belgrado. È la convergenza di questi fenomeni a rendere l’annuncio del funerale di Mladić politicamente significativo. Il problema non è soltanto chi verrà eventualmente sepolto con gli onori, ma quale idea di Stato quegli onori intendano rappresentare. Se un Paese relativizza i crimini del proprio passato, celebra i responsabili, reprime chi chiede trasparenza e responsabilità e contemporaneamente mantiene una posizione di sostanziale prossimità politica a un regime autoritario come quello russo, allora il funerale di un condannato per genocidio non è più soltanto una questione di memoria: diventa il simbolo di una scelta politica. LA SCELTA FRA DUE IDEE OPPOSTE DI SERBIA Da una parte, una Serbia capace di guardare il proprio passato, riconoscere le vittime, rispettare le sentenze internazionali e difendere il diritto dei cittadini a protestare e a chiedere conto al potere, dall’altra, una Serbia nella quale la memoria viene selezionata secondo la convenienza politica, i crimini vengono relativizzati, i condannati possono essere trasformati in eroi e il dissenso viene trattato come una minaccia. È questa, in fondo, la domanda che l’annuncio del funerale di Mladić lascia aperta: non soltanto quale memoria della guerra voglia conservare la Serbia, ma quale democrazia voglia essere. La risposta non riguarda soltanto una cerimonia, riguarda la memoria, riguarda la giustizia, riguarda l’Europa. E riguarda soprattutto le vittime. Perché alla fine, davanti a un funerale annunciato, non sono soltanto i morti a essere giudicati. Sono i vivi che scelgono che cosa ricordare, che cosa onorare e che cosa non devono mai più glorificare.   The post “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo “Il funerale di Mladić, la memoria del genocidio e la sua strada verso l’Europa” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 30, 2026
Popoff Quotidiano
Chi era il boia di Srebrenica
È MORTO ALL’AIA RATKO MLADIĆ, EX COMANDANTE SERBO-BOSNIACO ALL’ERGASTOLO PER CRIMINI CONTRO L’UMANITÀ, CRIMINI DI GUERRA E PER GENOCIDIO   Leggo la notizia e chiamo la mia amica Nadja Mujčić, profuga bosniaca in Italia, che nel genocidio di Srebrenica ha perso un fratello e il marito, i cui resti, a distanza di trenta anni, non sono stati ancora trovati.. “La sua morte non risolve niente” mi dice,, “il male che ha fatto rimane per sempre”. “ Verissimo”, rispondo. “Però un criminale in meno al mondo”. E lei riconosce: “è vero, uno di meno. Ma muoiono sempre troppo tardi i boia. Muoiono e l’orrore che hanno generato sopravvive a loro. Muoiono e lasciano dolore nel cuore. E il dolore non muore né va in prescrizione” La morte di Mladić chiude la parabola personale di uno dei principali responsabili della guerra in Bosnia, ma riapre una domanda che accompagna da trent’anni la memoria di Srebrenica: anche se alla fine i perpetratori sono stati condannati, una pace, seppur fragile e imperfetta come gli accordi di Dalton, è stata fatta, cosa ne è oggi di quel riuscito melting pot che era la Bosnia prima della guerra? E potrà mai  Srebrenica – ancora parte della entità della  Repubblica Srpska, che dal sangue della genocidio sia nutrita e che da quel sangue è nata – tornare a vivere, quando ancora circa 1000 corpi smembrati senza nome né tomba? Ratko Mladić è morto il 27 agosto 2026 in un ospedale carcerario delle Nazioni Unite all’Aia, mentre stava scontando la condanna all’ergastolo pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Aveva 84 anni. La sua morte arriva a quasi trentuno anni dall’incriminazione e a cinque anni dalla sentenza definitiva. Ma chi era il boia di Srebrenica, il generale che trasformò la guerra in una campagna di terrore prima e poi in un genocidio? Nato il 12 marzo 1942 nell’area dell’odierna Bosnia-Erzegovina, all’ epoca  in cui il maresciallo Tito combatteva i nazisti e i fascisti invasori in Jugoslavia, Mladić aveva fatto carriera nell’Esercito popolare jugoslavo. Con la dissoluzione della federazione nel 1992, divenne comandante dello Stato maggiore dell’esercito della Republika Srpska, la formazione militare dei serbo-bosniaci. Assunse formalmente l’incarico il 12 maggio 1992 e rimase al vertice del comando fino al novembre 1995. Il suo nome è legato soprattutto a due luoghi: Sarajevo e Srebrenica. A Sarajevo le forze sotto il suo comando sottoposero la popolazione civile a un assedio durato quasi 4 anni -il più lungo della storia europea, compresi quelli di Leningrado e Stalingrado e terminato oltre la firma dei trattati di Pace – caratterizzato da bombardamenti e attacchi dei cecchini. Ma è a Srebrenica che il nome di Mladić è diventato sinonimo di genocidio. Nel luglio 1995, dopo più di tre anni di guerra e di assedio, l’esercito serbo-bosniaco conquistò Srebrenica, formalmente dichiarata dalle Nazioni Unite «safe area». Migliaia di civili bosgnacchi si rifugiarono a Potočari, presso il compound delle Nazioni Unite, mentre almeno  quindicimila  uomini tentarono di raggiungere il territorio controllato dal governo bosniaco attraverso le montagne, venendo però inseguiti e uccisi anche dopo che si erano consegnati. La caduta della città fu seguita dalla separazione degli uomini dalle donne e dai bambini, che furono deportati. I maschi adolescenti  e adulti, furono detenuti in stadi, fattorie, scuole e progressivamente trasferiti nei luoghi delle esecuzioni. Nei giorni successivi, più di 8.000 uomini e ragazzi bosgnacchi furono uccisi. I loro corpi vennero sepolti in fosse comuni, molte delle quali furono successivamente riaperte e i resti dispersi in altre fosse nel tentativo di nascondere le dimensioni del crimine. Il Tribunale internazionale per la Ex Jugoslavia (ICTY)  ha stabilito che a Srebrenica fu commesso genocidio e che Mladić ebbe un ruolo centrale nell’impresa criminale finalizzata all’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca dell’area. La giustizia internazionale arrivò sulla carta già durante la guerra. L’ ICTT, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993, incriminò Mladić il 25 luglio 1995, pochi giorni dopo il genocidio di Srebrenica, mentre la guerra è formalmente finita il 21 novembre 1995. Le accuse comprendevano genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Ma tra un’incriminazione e un arresto passarono quasi sedici anni. È questo uno degli elementi più significativi della vicenda Mladić. Nel momento in cui il suo nome era già associato ai più gravi crimini commessi in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, il generale non era in carcere. Era latitante. E non si trattò di una fuga breve o improvvisata. Dal 1995 al 2011 Mladić riuscì a sottrarsi alla cattura. Per anni visse in una sorta di zona grigia nella quale l’esistenza del mandato di arresto internazionale si scontrava con la mancanza di volontà politica, di consegnarlo alla giustizia. Nel 2001 il procuratore del Tribunale riferiva al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di avere ricevuto informazioni considerate molto affidabili secondo cui Mladić sarebbe stato protetto dalle strutture militari della Repubblica Federale di Jugoslavia e si sarebbe trovato in Serbia, probabilmente a Belgrado. Non basta  dire che Mladić «fu bravo a nascondersi». Per una parte consistente della sua latitanza egli beneficiò di una rete di protezioni, sostegni e complicità che rese possibile la sua permanenza fuori dalla portata della giustizia internazionale. Anche dopo la fine della guerra, Mladić continuò a godere di una significativa rete di sostegno. La sua figura era diventata quella di un eroe per una parte del nazionalismo serbo, il cui volto è soggetto tuttora di numerosi murales a Belgrado, Banja Luka e inoltre varie cittadine serve di qua e di là dalla Drina. La sua cattura avrebbe significato, per la Serbia, affrontare direttamente il tema delle responsabilità dello Stato e delle strutture politiche e militari che avevano sostenuto i serbo-bosniaci. Quelle responsabilità che tutt’ora rifiuta protestando offesa per la istituzione due anni fa da parte delle Nazioni Unite della giornata internazionale per la memoria delle vittime di Srebrenica . La pressione internazionale crebbe progressivamente. La collaborazione con il Tribunale dell’Aia divenne una questione centrale nei rapporti della Serbia con l’Unione europea e con la comunità internazionale. Solo il 26 maggio 2011 Mladić venne arrestato in Serbia, nel villaggio di Lazarevo. Aveva trascorso quasi sedici anni da latitante. Il 31 maggio fu trasferito all’Aia. Il processo cominciò il 16 maggio 2012 e si concluse, dopo anni di testimonianze, documenti e prove, con la sentenza del 22 novembre 2017. Il Tribunale lo riconobbe colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra e gli inflisse l’ergastolo. La sentenza non riguardò soltanto Srebrenica. I giudici riconobbero la responsabilità di Mladić per una serie di crimini commessi in diverse parti della Bosnia-Erzegovina e per il suo ruolo in quattro distinti «joint criminal enterprises», cioè imprese criminali comuni. Una riguardava il progetto più generale di rimozione permanente dei musulmani bosniaci e dei croati bosniaci dai territori rivendicati dai serbo-bosniaci. Una seconda riguardava Sarajevo e la campagna di cecchinaggio e bombardamento contro la popolazione civile. Una terza riguardava direttamente Srebrenica e l’eliminazione della popolazione musulmana bosniaca. La quarta riguardava la presa in ostaggio del personale delle Nazioni Unite per impedire i bombardamenti NATO. Mladić non accettò la condanna e presentò appello. L’8 giugno 2021 la Camera d’appello del Meccanismo residuale internazionale per i tribunali penali confermò sostanzialmente la sentenza. Furono respinte le principali contestazioni della difesa relative alle imprese criminali comuni riguardanti la Bosnia, Sarajevo e Srebrenica e furono confermate le condanne per genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione, trasferimento forzato e altri crimini. Anche la condanna all’ergastolo venne confermata. Da quel momento la condanna è diventata definitiva. Mladić, non ha mai mostrato pentimento. Durante il procedimento mantenne un atteggiamento di aperta ostilità nei confronti del Tribunale e continuò a respingere le accuse. La sua morte arriva dunque senza una confessione e senza una richiesta pubblica di perdono alle vittime. Anche per questo la morte di Mladić non può essere letta soltanto come la scomparsa di un ex generale. Srebrenica continua infatti a porre la stessa domanda che la sua morte non può chiudere: come fu possibile che, un genocidio si sia consumato nel cuore dell’Europa? Ratko Mladić è morto in carcere, anziano. Le sue vittime, invece, sono morte molto prima, a Srebrenica, a Sarajevo, nei villaggi della Bosnia orientale e nei luoghi dove furono compiute le esecuzioni. Alma Mustafić, ricercatrice, il cui padre proprio come il marito di Nadja lavorava per il Dutchbat – il battaglione olandese delle Nazioni Unite che avrebbe dovuto difendere Srebrenica e che invece me ha consegnato gli uomini a Mladić come carne da macello – proprio oggi ha ricevuto il HU Genotenprijs – il più alto riconoscimento della Hogeschool Utrecht – per i suoi molti anni di impegno, contributo scientifico e sociale nell’aumentare la conoscenza e la consapevolezza sul genocidio di Srebrenica. Proprio oggi, che è stato annunciato anche che il criminale di guerra Ratko Mladić è morto. Coincidenza bizzarra, quasi irreale. Mentre l’artefice del genocidio lasciava definitivamente la sua cella del carcere di Scheveningen nei Paesi Bassi, lei, in quello stesso Stato, saliva sul palco per essere onorata per aver costruito pace ed istruzione. La prima domanda che le hanno fatto  è: “Come ti senti?”. Le sue parole ricordano molto quelle di Nadja – il dolore ha una sola voce e non varia – : “l’uomo che ha distrutto migliaia di vite non è più tra noi. L’uomo che ha fatto baciare ai miei figli una lapide invece di un nonno non c’è più. Ma l’ideologia malvagia che ha portato a questi orrori è ancora molto viva. In Serbia e in alcune parti della Bosnia, Mladić è ancora considerato un eroe dai suoi sostenitori. Finché quell’odio continuerà, il pericolo non è passato. Dobbiamo continuare a combattere contro quel male. Il genocidio non finisce con l’ultimo proiettile o con l’ultima fossa comune. Finisce solo quando affrontiamo l’ideologia fascista che lo sostiene”. Ratko Mladić è morto. Ma Srebrenica no. Resta nei nomi delle vittime, nelle fosse che ancora aspettano di essere aperte, nelle famiglie che cercano un corpo per poter finalmente dare un luogo al proprio lutto. Resta nella memoria di chi è sopravvissuto e nella responsabilità di chi, oggi, deve scegliere se guardare quella storia negli occhi o trasformarla in una pagina da dimenticare. La morte di un uomo non cancella i crimini che ha commesso, né scioglie le responsabilità di chi lo ha protetto, sostenuto o celebrato. E soprattutto non cancella un’ideologia quando quella ideologia continua a trovare spazio, parole e simboli. Forse è questo il senso più profondo della coincidenza di oggi: mentre Mladić usciva per sempre dalla sua cella, Alma Mustafić veniva premiata per aver dedicato la propria vita alla conoscenza e alla costruzione della pace. Da una parte la morte di chi ha incarnato l’odio; dall’altra una donna che ha scelto di trasformare il proprio dolore in memoria e consapevolezza. Perché il vero superamento del genocidio di Srebrenica non sarà la morte dell’ultimo dei suoi carnefici. Sarà il giorno in cui nessuno avrà più bisogno di ricordare perché tutti avranno imparato. Fino ad allora, il dolore continuerà a parlare. E noi abbiamo il dovere di ascoltarlo.             The post Chi era il boia di Srebrenica first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Chi era il boia di Srebrenica sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 29, 2026
Popoff Quotidiano
La guerra infinita contro Cuba
L’ULTIMA FRONTIERA CONTRO IL COLONIALISMO USA VICINA AL CROLLO. DONALDONE RIUSCIRÀ DOVE TUTTI HANNO FALLITO? C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste al. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa. L’ISOLA È ALLO SVUOTAMENTO DEI POSACENERE Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta. IL TRADIMENTO VENEZUELANO Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili. Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l’armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa. IL CANCRO DI GUANTANAMO Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano (vedi mappa), oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante. IL BUON GIOCO DI DONALDONE Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici maduristi passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare un po’, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote e le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti, in prima fila nel codazzo dei servi. QUESTIONE DI TEMPO, O DI UN MIRACOLO È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco & tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Donaldone e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un gran miracolo pure per la Madonna nera di Cuba. The post La guerra infinita contro Cuba first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La guerra infinita contro Cuba sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 15, 2026
Popoff Quotidiano
La storia non ha ancora finito di parlare
LE STRAGI NAZIFASCISTE SULLE APUANE, 82 ANNI DOPO ESCE UN TESTO DI MARCO DE PAOLIS E PAOLO PEZZINO SU UNA DELLE PAGINE PIÙ DRAMMATICHE DELLA GUERRA NELL’ITALIA OCCUPATA Con Le stragi sulle Apuane. Bardine di San Terenzo, Valla, Vinca. Il processo, la storia, i documenti, pubblicato da Viella nel 2026 nella collana I processi per i crimini di guerra tedeschi in Italia, Marco De Paolis e Paolo Pezzino tornano su una delle pagine più drammatiche della guerra nell’Italia occupata. Il volume, 180 pagine, affronta gli eccidi di Bardine di San Terenzo, Valla e Vinca intrecciando tre prospettive che raramente vengono tenute insieme con altrettanta efficacia: la ricostruzione storica, la vicenda giudiziaria e la documentazione processuale. È proprio questo intreccio a costituire la cifra più interessante del libro: la strage non viene considerata come un episodio concluso nell’agosto 1944, ma come un evento destinato a produrre una lunga scia di conseguenze nella memoria, nelle indagini e nella ricerca della responsabilità. Il saggio di Paolo Pezzino ricostruisce gli eventi collocandoli nel contesto della progressiva radicalizzazione della guerra antipartigiana nell’estate del 1944. Le Apuane e la Lunigiana, con il rafforzarsi della Resistenza e l’avvicinarsi del fronte, assunsero un’importanza strategica crescente. La repressione tedesca finì così per investire non soltanto le formazioni partigiane, ma le stesse comunità civili, considerate parte dell’ambiente che offriva sostegno alla Resistenza. Uno dei meriti principali di Pezzino consiste tuttavia nel non trasformare questo quadro in una spiegazione semplicistica della violenza. La presenza partigiana è un elemento indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi, ma non diventa mai una giustificazione delle stragi. La violenza viene invece ricondotta all’interazione fra strategia militare tedesca, ideologia persecutoria, controllo del territorio, prossimità del fronte, attività partigiana e radicalizzazione delle operazioni di rastrellamento. La ricostruzione degli episodi di Bardine, San Terenzo e Valla mostra progressivamente il salto qualitativo della repressione. A Bardine, dopo l’attacco partigiano del 17 agosto, 53 uomini catturati a Sant’Anna di Stazzema e detenuti a Nozzano Castello furono trasportati sul luogo e fucilati il 19 agosto. I cadaveri vennero lasciati deliberatamente esposti, alcuni legati alla carcassa di un automezzo tedesco, altri ad alberi e pali dei vigneti: una violenza pensata anche come messaggio rivolto alla popolazione. Nella stessa giornata la repressione colpì San Terenzo e Valla, dove oltre cento civili, soprattutto donne, anziani e bambini, furono uccisi. È proprio nella sequenza di questi episodi che il libro permette di cogliere il passaggio dalla rappresaglia alla violenza indiscriminata contro le comunità civili. A Vinca questo processo raggiunse una dimensione ancora più ampia. Dopo l’uccisione di un ufficiale tedesco lungo la strada tra Monzone e Vinca, le autorità tedesche predisposero una vasta operazione di Säuberung, una vera e propria “ripulitura” del territorio. Il 24 agosto le truppe circondarono il paese; molti uomini erano già fuggiti nei boschi e a rimanere esposti alla violenza furono soprattutto donne, anziani e bambini. Il rastrellamento proseguì nei giorni successivi, estendendosi alle montagne, alle grotte e agli anfratti in cui i civili avevano cercato rifugio. La ricostruzione di Pezzino, in accordo con i dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, individua in 162 le vittime di Vinca, all’interno di un’operazione che interessò un territorio molto più vasto. Uno degli aspetti più importanti del volume riguarda però il ruolo degli italiani. A Vinca la violenza non fu infatti esclusivamente tedesca: parteciparono all’operazione uomini della Brigata Nera di Carrara, i “Mai Morti”, e membri della Guardia Nazionale Repubblicana. La questione non è marginale, perché obbliga a fare i conti con la natura propriamente nazifascista dell’eccidio. Le diverse testimonianze raccolte nel libro divergono sul grado di autonomia con cui la Brigata Nera aderì all’operazione, ma non mettono in discussione la sua partecipazione. La documentazione processuale consente così di superare una rappresentazione degli italiani come semplici comparse o ausiliari della repressione tedesca: essi furono, in diversi casi, protagonisti attivi della violenza contro i civili. È qui che il contributo di Marco De Paolis acquista particolare rilievo. La sua ricostruzione giudiziaria allarga lo sguardo dalle figure dei comandanti ai numerosi uomini che contribuirono concretamente alla realizzazione delle operazioni criminali. La vicenda di Walter Reder rimane naturalmente centrale, ma il libro mostra quanto sia insufficiente concentrare tutta la responsabilità sulla figura del comandante. La violenza fu infatti il risultato di una macchina repressiva nella quale intervennero diversi livelli di comando, organizzazione, collaborazione ed esecuzione. Individuare le responsabilità individuali significa dunque non soltanto stabilire chi debba essere giudicato, ma comprendere come concretamente funzionò quella macchina. La storia giudiziaria raccontata da De Paolis è, a sua volta, una storia di tempi lunghissimi. Dal processo contro il generale Max Simon nel 1947 si passa al processo contro gli uomini della Brigata Nera a Perugia nel 1950 e a quello contro Walter Reder a Bologna nel 1951, fino alla riapertura delle indagini molti decenni dopo, culminata nei procedimenti del Tribunale Militare di La Spezia e del Tribunale Militare di Roma. Più di mezzo secolo separa dunque il crimine dall’ultima stagione investigativa. È proprio questa distanza temporale a porre una delle domande più difficili affrontate dal libro: che cosa significa fare giustizia quando sono trascorsi decenni dal crimine? La risposta non può essere soltanto giudiziaria. La riapertura delle indagini dimostra infatti che il processo può diventare anche uno strumento di produzione di conoscenza: il recupero dei documenti, la rilettura delle testimonianze e l’individuazione di nuove responsabilità permettono di illuminare aspetti che i procedimenti dell’immediato dopoguerra non avevano potuto o voluto approfondire. La lunga vicenda processuale assume allora un significato che va oltre l’accertamento delle responsabilità penali. I processi celebrati a distanza di decenni dagli eccidi rappresentano, per le vittime e soprattutto per i loro familiari, una forma di giustizia tardiva, arrivata quando molti dei protagonisti erano ormai scomparsi, ma non per questo priva di significato. Il tempo trascorso non cancella infatti la violenza subita, né elimina il diritto delle famiglie a conoscere ciò che accadde ai propri cari e a vedere riconosciute le responsabilità di chi partecipò agli eccidi. In questo senso, la storia giudiziaria delle stragi sulle Apuane mostra una particolare forma di “giustizia tardiva”: tardiva perché giunge oltre mezzo secolo dopo i fatti, ma ancora necessaria perché il tempo può attenuare le tracce del crimine, non necessariamente il dolore di chi lo ha ereditato. Il dolore, in questo senso, non va in prescrizione, afferma De Paolis. I processi diventano così anche luoghi della memoria: attraverso documenti, testimonianze e responsabilità individuali, restituiscono un nome e una dimensione pubblica a vicende che per decenni hanno rischiato di rimanere confinate nella memoria privata delle famiglie. In questo percorso si inserisce inevitabilmente la questione dell’“armadio della vergogna”. L’occultamento dei fascicoli sui crimini di guerra commessi durante l’occupazione tedesca ebbe conseguenze profonde sulla possibilità di perseguire tempestivamente i responsabili. Nel caso di Vinca e San Terenzo Monti, il ritardo dell’accertamento giudiziario si tradusse in decenni di attesa per le famiglie delle vittime. La storia della giustizia diventa così parte integrante della storia della strage: anche il silenzio istituzionale, l’occultamento dei documenti e la tardiva riapertura delle indagini devono essere considerati elementi da spiegare. Altrettanto importante è il rapporto fra memoria e storia. Le testimonianze raccolte nel corso degli anni restituiscono una memoria locale tutt’altro che uniforme, attraversata da ricordi differenti e talvolta contraddittori. Pezzino non utilizza queste testimonianze come semplici conferme della ricostruzione documentaria, ma le sottopone alla critica storica, considerandole anche come tracce della sedimentazione del trauma e della memoria collettiva. È una scelta metodologica importante: rispettare la memoria dei sopravvissuti non significa rinunciare alla verifica delle fonti. Al contrario, sono proprio le contraddizioni e le divergenze a diventare materia della ricerca. Ne deriva una concezione della storia della strage molto più complessa di quella suggerita da una cronologia essenziale di date, luoghi e vittime. Per comprendere Bardine, Valla e Vinca bisogna ricostruire il contesto militare, le modalità dei rastrellamenti, la composizione dei reparti, le responsabilità dei comandanti e degli esecutori, le esperienze dei civili, la memoria dei sopravvissuti e il lungo percorso della giustizia. La sezione documentaria conclusiva, con una selezione degli atti processuali, rafforza questa impostazione e offre al lettore la possibilità di confrontarsi direttamente con alcune delle fonti sulle quali si fonda la ricostruzione. È probabilmente questo il principale merito di Le stragi sulle Apuane: non separare la storia dalla giustizia e la giustizia dalla memoria, ma mostrare come queste tre dimensioni si illuminino reciprocamente. Lo storico ricostruisce contesti e dinamiche; il giudice accerta responsabilità individuali sulla base delle prove e delle norme; le testimonianze conservano l’esperienza di chi ha vissuto il trauma. Nessuna di queste prospettive, da sola, è sufficiente a restituire la complessità di una strage. Il libro di De Paolis e Pezzino ricorda così che una strage non finisce quando cessano gli spari. Dopo l’estate del 1944 vengono il tempo della memoria, quello dell’oblio, quello della ricerca e, infine, quello della giustizia. Le stragi sulle Apuane non è quindi soltanto la ricostruzione di tre eccidi: è anche un’indagine sulla lunga durata del crimine, della memoria e della responsabilità, e sulla possibilità, anche a distanza di oltre ottant’anni, di tornare sui documenti per restituire alle vittime una storia che non sia stata cancellata dal tempo. The post La storia non ha ancora finito di parlare first appeared on Popoff Quotidiano. 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August 15, 2026
Popoff Quotidiano
Il cronista e l’AI. Un corpo a corpo
MENTRE L’IA DIVENTA SEMPRE PIÙ CAPACE, CHE COSA CONVIENE CONTINUARE A FARE CON LA NOSTRA TESTA? E QUANTO POSSIAMO DELEGARLE SENZA CAMBIARE ANCHE NOI? RILANCIAMO VOLENTIERI QUESTO PEZZO CON CUI MARCO D’AURIA INAUGURA UN FILONE SU OPEN ITALY, IL SUO BLOG SU SUBSTACK Ammazza quanto sono bravo. È la prima cosa che ho pensato quando, un paio di settimane dopo il lancio, ho cominciato a spippolare con ChatGPT. Qualsiasi cosa scrivessi, la trasformava in testi chiari, ordinati. Plasticosi, spesso, a volte un po’ vuoti. Ma con le versioni successive sempre meglio, perfino brillanti. Certe frasi dicevano esattamente quello che avrei voluto dire, a volte rendevano più efficaci i concetti che volevo esprimere. C’erano collegamenti che mi sembravano intelligenti, conclusioni convincenti, parole che sentivo mie. Non sempre, però. Ma alla fine il testo, con un bel po’ di lavoro di rifinitura, funzionava. E, siccome filava, una parte di me se ne attribuiva il merito. Poi mi sono fatto una domanda: quanto di quella “intelligenza” era davvero mia? Avevo fornito il tema, indicato una direzione, corretto e ricorretto frasi, eliminato le esagerazioni, gli AI sounding, scelto la versione finale. Ma i passaggi migliori? Il collegamento al quale non avevo pensato? La formulazione capace di tenere insieme due idee che nella mia testa non erano ancora collegate? Quelle intuizioni sagaci erano mie perché le avevo approvate oppure appartenevano all’IA che me le aveva proposte? Ancora non riesco a capire dove passa il confine: tra quello che penso io e quello che mi sembra mio quando me lo ritrovo formulato bene da qualcun altro. Succede anche fuori da ChatGPT. C’è chi riesce a dire così bene qualcosa che avevi già in testa che finisci per riconoscerti nelle sue parole. E magari lo voti, compri il suo libro o cominci a considerarlo un punto di riferimento. L’intelligenza artificiale rende facilmente accessibile una capacità espressiva che fino a poco tempo fa presupponeva, almeno in parte, comprensione, cultura, dimestichezza con la scrittura e lavoro di elaborazione. Oggi si può produrre in pochi secondi una lettera impeccabile o una presentazione autorevole, e con la stessa facilità un post brillante o un curriculum perfetto. Anche un articolo che può avere le sembianze di un buon articolo. Poi scopri che quel conoscente che finora sui social ha pubblicato solo le foto delle vacanze e delle cene al ristorante figo adesso discetta di delicate questioni di politica estera. Con testi plausibili, ben scritti, ma un po’ vuoti. E, conoscendolo, sai che da solo non sarebbe in grado di sostenerli. Perché ha scoperto che si può ottenere un testo complesso senza essere capaci di ricostruirne fino in fondo il ragionamento. Che magari non saprebbe difenderlo in una discussione. Che potrebbe non accorgersi di un errore concettuale se nessuno glielo facesse notare e firmare un ragionamento convincente senza avere gli strumenti per stabilire quanto valga. Con l’IA possiamo fare un figurone anche su cose che non padroneggiamo davvero. E il primo a cascarci può essere proprio chi firma. Se vuoi seguire questo viaggio dentro quello che l’IA sta facendo a noi, iscriviti a Open Italy. È gratis. Il rischio? Se il testo viene bene, ce ne attribuiamo il merito. E se ChatGPT prende una tua frase ancora confusa e la rende brillante, è facile convincersi che fosse già tutto nella nostra testa. Qualche volta è vero: abbiamo effettivamente un’ottima idea. Ed è anche uno degli aspetti più interessanti dell’intelligenza artificiale. Una persona può avere un’esperienza importante, un’intuizione originale, perfino una visione molto lucida di un problema, e non avere gli strumenti linguistici per esprimerla. L’IA può aiutarla a colmare quella lacuna. Può permettere a chi non sa scrivere bene di dire finalmente bene qualcosa che ha davvero pensato. Sarebbe assurdo considerarlo un impoverimento. È difficile – e questo è forse il cuore del problema – capire se l’intelligenza artificiale ha dato forma a un mio pensiero originale oppure se quel pensiero me l’ha fornito lei. Nel mio caso la risposta è ancora più complicata, perché con l’intelligenza artificiale ci faccio a lotta. Spesso impiego più tempo a correggere le sue risposte di quanto ne avrei impiegato a scrivere da solo. Sono soddisfatto raramente. Le faccio riscrivere una frase e poi le dico che la nuova versione è peggiore. Le segnalo le ripetizioni, le formule prevedibili, le opposizioni costruite per sembrare incisive, e tolgo le parole astratte in cerca del fatto concreto, cambiando il ritmo. Una frase può essere formalmente corretta e continuare a non piacermi. A volte la discussione diventa surreale. ChatGPT mi dà ragione, si scusa, assicura di avere capito e due risposte dopo ricade nello stesso difetto. Faccio il giornalista. Per me scegliere una parola o controllare un nesso non è una rifinitura. Neppure capire se una frase aggiunge qualcosa. È l’essenza del mio lavoro. Un testo può essere scritto benissimo e avere dentro pochissimo. E questo succedeva già molto prima dell’intelligenza artificiale. L’esperienza professionale mi permette almeno di difendermi da alcune cose. Mi accorgo quando una frase non mi appartiene o quando un’affermazione è troppo sicura rispetto ai fatti disponibili; lo stesso vale per un collegamento che non regge. Riconosco molte formulazioni standard dell’IA appena le leggo. Eppure sarebbe falso sostenere che l’IA si limiti a sistemare quello che avevo già pensato. A volte propone un collegamento che non avevo visto. Apre una strada. Formula una domanda migliore della mia. Mette in relazione una riflessione ancora abbozzata con qualcosa che conosco ma che in quel momento non avevo richiamato. Posso controllare quel suggerimento, svilupparlo o buttarlo via. Resta il fatto che, prima che comparisse sullo schermo, non ci avevo pensato. Il momento in cui mi sento davvero autore, però, è spesso quello in cui una sua proposta la scarto. ChatGPT può trovare una frase migliore della mia, ma dentro quella frase infilare una conclusione che io non avrei tratto o una certezza che non ho. A chi appartiene, allora, l’idea? La domanda non nasce con ChatGPT. Le idee arrivano dai libri, dalle persone con cui parliamo, da un’osservazione ascoltata per caso. Nessuno pensa nel vuoto. Una frase di un amico può diventare l’inizio di un lavoro molto personale. Un libro, un articolo o un’esperienza possono farci vedere qualcosa che avevamo sotto gli occhi da anni. Con l’intelligenza artificiale, però, basta una domanda per ricevere una formulazione già pronta, spesso molto convincente, e incorporarla nel nostro ragionamento quasi senza accorgerci del momento in cui è entrata. Potremmo chiamarla “intelligenza in prestito”. La prova dell’intelligenza in prestito Chiudi ChatGPT e prova a spiegare l’idea senza riaprire la chat. Se qualcuno la contesta o salta fuori un fatto che la smentisce, riesci a discuterla e magari a cambiarla? Se no, forse quell’idea è ancora in prestito. Perché c’è una grande differenza tra usare l’intelligenza artificiale per sviluppare un pensiero nostro e adottare un pensiero che ci convince soprattutto perché ChatGPT l’ha formulato bene. E non succede solo quando scriviamo. Se chiedo a ChatGPT di aiutarmi a capire una guerra o una scelta politica, le sue risposte orientano il modo in cui guardo il mondo. Mi è capitato con una crisi internazionale che seguivo distrattamente. Ho chiesto a ChatGPT di ricostruirmi cause e responsabilità, poi ho controllato le fonti, come faccio sempre. I fatti tornavano. Ma a un certo punto mi sono accorto che avevo adottato anche il modo in cui ChatGPT li aveva messi insieme: quali fatti venivano prima, quali sembravano più importanti, da dove partire per spiegare quello che stava succedendo. Insomma, avevo verificato le informazioni, ma la lettura del problema me l’aveva già suggerita l’IA. La domanda allora è: quanto sono mie le idee con cui giudico ciò che succede? Qui c’è di mezzo l’autonomia. E se quelle idee contribuiscono a formare le nostre scelte pubbliche, anche la cittadinanza. Si dice spesso che con l’intelligenza artificiale bisogna imparare a fare le domande giuste. È vero. Ma una buona domanda non coincide con un buon prompt. Per fare una domanda interessante bisogna prima accorgersi che esiste un problema, sapere abbastanza dell’argomento per vedere quello che manca, capire quali presupposti diamo per scontati e riconoscere quando una spiegazione è troppo facile. Una domanda può essere tecnicamente impeccabile e intellettualmente povera. Poi bisogna saper leggere la risposta. Per anni – questo è il paradosso – abbiamo spiegato ai ragazzi che con Filosofia e Lettere sarebbe stato difficile trovare lavoro, mentre il futuro apparteneva agli informatici. Adesso arriva un’intelligenza artificiale che scrive, traduce, programma, riassume e mette insieme informazioni a una velocità impossibile per un essere umano. E improvvisamente il problema non è più soltanto saper fare. È capire se quello che è stato fatto ha senso. E allora sì: su questo terreno il laureato in Filosofia o in Lettere può battere l’informatico quattro a zero, e non c’è partita. Se hai passato anni a leggere, discutere, distinguere concetti, ricostruire un ragionamento, riconoscere una citazione travestita da idea nuova, accorgerti che una parola è usata male o che manca un pezzo di storia, hai esattamente gli strumenti che servono davanti a un sistema capace di produrre risposte molto convincenti. Più l’intelligenza artificiale diventa brava a rispondere, più diventa importante sapere se la risposta vale qualcosa. Una laurea umanistica, naturalmente, non immunizza dalle sciocchezze. Ma senza una cultura con cui confrontare la risposta dell’IA è più difficile capire il valore di una risposta. Altrimenti rischiamo di giudicare tutto soprattutto da come suona. Per questo fenomeno esiste ormai anche un nome: epistemia. Nel significato legato all’intelligenza artificiale, il termine è stato introdotto nel 2025 da Edoardo Loru, Jacopo Nudo, Niccolò Di Marco e altri ricercatori del gruppo coordinato da Walter Quattrociocchi. In uno studio pubblicato su PNAS hanno chiesto a sei grandi modelli linguistici di valutare l’affidabilità e l’orientamento politico di oltre duemila siti di informazione e hanno confrontato i risultati con quelli di valutatori esperti e di persone coinvolte in un esperimento. Spesso i modelli arrivavano a conclusioni simili a quelle degli esperti. La conclusione, però, poteva essere giusta anche perché il sistema riconosceva parole, formule e altri segnali che aveva imparato ad associare a una fonte affidabile, senza valutarla come farebbe una persona competente. È come giudicare un ristorante senza aver mangiato. Guardi l’ingresso, il menu, il modo in cui sono scritti i piatti, magari perfino il quartiere. Sono segnali che associ a un certo livello di qualità. E magari ci prendi. Ma non hai giudicato il cibo: hai giudicato ciò che di solito accompagna un buon ristorante. Gli autori chiamano epistemia l’illusione di conoscenza che nasce quando una risposta plausibile prende il posto della verifica. Va fatta però una distinzione: lo studio riguarda il modo in cui i modelli valutano una fonte, non quello che succede a noi quando leggiamo una risposta di ChatGPT. Ma io mi chiedo: se una risposta suona bene e arriva alla conclusione giusta, quanto siamo ancora portati a chiederci come sia stata ottenuta? E se quella risposta l’abbiamo chiesta noi, quanto è facile scambiare la sua qualità per nostra? Lo confermano anche i dati di alcune riviste scientifiche: con l’intelligenza artificiale produciamo di più. Non necessariamente meglio. A un certo punto mi sono accorto che ChatGPT stava lasciando qualche traccia anche nel mio modo di scrivere. All’inizio riconoscevo subito certi suoi tic proprio perché non mi appartenevano. Leggevo una costruzione e pensavo: questa non la scriverei mai. Poi ho passato ore davanti a quei testi, a correggerli e farli riscrivere, ma intanto continuavo a leggerli. Finché mi sono sorpreso a usare da solo una locuzione che qualche tempo prima avrei attribuito immediatamente all’IA. Non la stavo copiando e ChatGPT non era nemmeno aperto. Mi era entrata in testa. È normale: impariamo anche per esposizione. Il linguaggio degli altri modifica il nostro. Leggere Hemingway, Flaiano o il tuo quotidiano preferito per anni lascia inevitabilmente qualcosa nella scrittura. E ChatGPT lo usano ogni giorno milioni di persone. Quindi: se passiamo ore a leggere testi scritti dall’IA, alla fine finiamo anche noi per scrivere come lei? Qualche indizio, però, c’è. Viene da Your Brain on ChatGPT, uno studio di Nataliya Kosmyna e altri ricercatori legati al MIT Media Lab. Ha coinvolto 54 persone: un gruppo scriveva usando ChatGPT, uno poteva usare un motore di ricerca, un terzo doveva fare tutto da solo. Durante il lavoro i ricercatori misuravano anche l’attività cerebrale. Nel compito di scrittura, il gruppo che usava l’intelligenza artificiale mostrava una connettività cerebrale complessivamente più debole, ricordava peggio quello che aveva appena scritto e sentiva meno proprio il testo prodotto. Lo studio è ancora un preprint, quindi questi risultati vanno presi con cautela. Alla quarta prova hanno partecipato in tutto soltanto 18 persone, quindi servono conferme su numeri più grandi. Ma nel gruppo che aveva usato ChatGPT e poi ha scritto senza alcun aiuto continuavano a comparire parole e costruzioni già usate nelle sessioni precedenti con l’IA. La macchina tace. Ma intanto ci ritroviamo le sue parole in bocca. Se questo effetto esiste, allora l’IA lascia tracce anche nei testi che scriviamo senza usarla. E il risultato può essere persino una buona scrittura: testi ben fatti, perfettamente presentabili, che però finiscono per assomigliarsi sempre di più. Uno stile personale non è sempre pulito. A volte lo riconosci proprio da una frase un po’ storta che un buon editor sistemerebbe e che invece, proprio così, appartiene a chi l’ha scritta. Se usiamo sempre l’IA come editor, finiamo per farci correggere anche quella. Scrivere non significa semplicemente mettere sulla pagina un pensiero già completo. L’IA tende a sistemare subito quello che nel testo non torna. Se manca un passaggio, ne propone uno; se una conclusione non arriva, te ne offre una. È comodo. Ma a volte quel punto irrisolto è lì perché non abbiamo ancora capito bene che cosa vogliamo dire. A chi non è capitato di capire meglio qualcosa proprio mentre provava a scriverla? Una frase che non viene può voler dire che l’idea non è ancora a fuoco. Ci torni sopra, cambi una parola, provi a rimettere in ordine il ragionamento e, facendo quello sforzo, capisci meglio anche che cosa stai cercando di dire. Quella fatica è parte del lavoro di capire. Se l’IA ci dà subito la frase che mancava o la conclusione che non riuscivamo a trovare, possiamo superare quel punto senza aver capito davvero che cosa ci stava bloccando. Risparmiamo tempo, certo. Ma qualche volta saltiamo proprio lo sforzo che ci avrebbe fatto capire qualcosa in più. Tornare alla macchina da scrivere o rifiutare l’intelligenza artificiale sarebbe ridicolo, oltre che incoerente con il modo in cui lavoro io. Dovremo però imparare a decidere anche quando usarla. In certi momenti può essere straordinariamente utile averla accanto. In altri può valere la pena provare prima a scrivere, cancellare, cercare il collegamento che non arriva, lasciando per un po’ irrisolto un problema invece di ottenere immediatamente una risposta plausibile. Resta la domanda da cui sono partito: quanto dell’intelligenza che vediamo in un testo appartiene davvero a chi lo firma? Un confine preciso, credo, non lo troveremo. Probabilmente cambierà anche il significato della parola autore. Il valore di un lavoro non dipenderà necessariamente dall’avere digitato personalmente ogni frase. Potrà stare soprattutto nel giudizio: nelle domande che facciamo, in quello che accettiamo o rifiutiamo delle risposte, nelle verifiche che siamo capaci di fare. Ma per giudicare bisogna avere un criterio proprio, e quel criterio si costruisce con ciò che sappiamo e con l’esperienza. L’IA può farci sembrare competenti senza che lo siamo davvero. Il rischio è che a un certo punto ci crediamo anche noi. Finché sappiamo che quell’intelligenza è in prestito, possiamo usarla, imparare da essa e magari trasformarla in qualcosa di nostro. La competenza importante, leggendo un articolo, sarà ancora quella che era prima di ChatGPT: capire se quelle pagine ci fanno comprendere qualcosa che prima non avevamo capito e se chi le firma è in grado di assumersi la responsabilità di ciò che dicono. Chissà se un giorno faremo con gli articoli quello che già facciamo con il cibo. Leggeremo l’etichetta e controlleremo gli ingredienti, cercando di capire quanto il prodotto sia stato lavorato. Pezzo scritto a mano. Pezzo scritto con l’IA. E, per quelli peggiori, pezzo ultraprocessato. E QUESTO ARTICOLO, SECONDO VOI, È FATTO A MANO, CON L’AIUTO DELL’IA OPPURE ULTRAPROCESSATO? Questo progetto vive grazie al tempo, all’attenzione di chi legge — e a un bel po’ di lavoro dietro le quinte. Se ti piace il modo in cui racconto l’Italia, puoi sostenerlo con un contributo libero, per tenerlo aperto e accessibile a tutti. Clicca qui per sostenere il progetto  The post Il cronista e l’AI. Un corpo a corpo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il cronista e l’AI. Un corpo a corpo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 11, 2026
Popoff Quotidiano
Dalla regolarizzazione all’organizzazione
IL COMPITO DELLA SINISTRA RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALISTA NON CONSISTE SOLO NELL’AMPLIARE I DIRITTI, MA NEL COSTRUIRE QUELLA FORZA SOCIALE IN GRADO DI TRASFORMARE I RAPPORTI DI POTERE SU CUI SI REGGE IL CAPITALISMO Iosu del Moral su El Salto La recente regolarizzazione di decine di migliaia di migranti nello Stato spagnolo costituisce, senza dubbio, una buona notizia. Per coloro che per anni sono rimasti intrappolati nell’economia sommersa, privati dei diritti e condannati a un’esistenza amministrativa invisibile, ottenere un permesso di soggiorno significa smettere di essere un fantasma per lo Stato. Significa poter accedere a un lavoro con maggiori garanzie, affittare un alloggio o esercitare diritti che non avrebbero mai dovuto dipendere da un documento. Ogni estensione dei diritti per la classe lavoratrice merita di essere difesa. Tuttavia, sarebbe un errore politico fermarsi qui nell’analisi. La regolarizzazione è una conquista, ma non una soluzione. È l’inizio di un compito molto più ambizioso. La sinistra rivoluzionaria non può accontentarsi del fatto che una parte di coloro che ieri erano considerati «clandestini» oggi entri a far parte della forza lavoro legalmente sfruttabile. La domanda veramente importante non è quante persone ottengano i documenti, ma cosa succeda dopo. Perché il problema non è mai stato solo amministrativo; il problema rimane chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze di un sistema economico costruito per beneficaire una minoranza a costo del lavoro dell’immensa maggioranza. La migrazione non può essere intesa come una semplice questione umanitaria. Fa parte del normale funzionamento del capitalismo contemporaneo. Per secoli, le potenze occidentali hanno costruito gran parte della loro ricchezza attraverso il colonialismo, il saccheggio delle risorse e la subordinazione economica di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. L’indipendenza politica non è mai stata accompagnata da una vera emancipazione economica. Sono cambiate le bandiere, ma non i rapporti di dipendenza. Laddove un tempo governavano le amministrazioni coloniali, oggi lo fanno il debito estero, gli organismi finanziari internazionali, i trattati commerciali iniqui o le grandi multinazionali che continuano ad appropriarsi delle risorse e della ricchezza del Sud del mondo. E poi ci chiediamo perché milioni di persone abbandonino le proprie case. La risposta è ben meno misteriosa di quanto alcuni vogliano far credere. La stragrande maggioranza delle migrazioni contemporanee è conseguenza della povertà, della guerra, del saccheggio economico o dell’assoluta assenza di prospettive di vita. Nessuno attraversa il Mediterraneo su una barca di fortuna per spirito avventuroso. Quando una persona è disposta a rischiare la vita per attraversare un confine è perché restare comporta, molto spesso, un rischio ancora maggiore. L’orizzonte della sinistra internazionalista non può limitarsi a facilitare i processi di regolarizzazione, ma deve aspirare a un mondo in cui nessuno debba abbandonare la propria terra per sopravvivere e dove chiunque possa spostarsi liberamente per propria scelta e non per necessità. Ecco perché risulta profondamente ipocrita ascoltare certi discorsi sull’«invasione migratoria». Il capitalismo non ha mai avuto un problema con l’immigrazione. Ciò che lo infastidisce sono i lavoratori che godono di diritti. Ha sempre avuto bisogno di manodopera abbondante, a basso costo e vulnerabile. Chi teme l’espulsione o di perdere il permesso di soggiorno accetta condizioni che difficilmente accetterebbe chi può rivolgersi a un sindacato o denunciare l’azienda per cui lavora. In sostanza, più paura hai, più sei redditizio per il sistema. L’irregolarità amministrativa non costituisce un difetto del sistema. Fa parte del suo funzionamento. È uno strumento che permette di disciplinare la forza lavoro, contenere i salari e aumentare lo sfruttamento. Marx definì questo meccanismo come l’esercito industriale di riserva. Più di un secolo e mezzo dopo, continua ad essere pienamente vigente. La minaccia non è più solo la disoccupazione; lo è anche l’esistenza di centinaia di migliaia di lavoratori privati dei propri diritti, la cui vulnerabilità serve a esercitare pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro dell’intera classe operaia. Nel frattempo, ci tengono occupati discutendo di frontiere. Questa è sempre stata una delle maggiori vittorie ideologiche del capitalismo: riuscire a far sì che i penultimi in fondo alla scala sociale puntino il dito contro gli ultimi, mentre coloro che realmente concentrano la ricchezza rimangono accuratamente fuori dal centro dell’attenzione. Chi è nato qui finisce per vedere come una minaccia chi è appena arrivato, quando entrambe le persone condividono esattamente lo stesso problema. Dipendono dalla vendita della propria forza lavoro per sopravvivere, mentre una minoranza vive appropriandosi del lavoro altrui. Neanche la comunità dei migranti costituisce una realtà omogenea. Anche tra coloro che attraversano i confini esistono classi sociali. Ci sono imprenditori, grandi patrimoni ed élite economiche per i quali i confini praticamente non esistono. Il denaro non ha mai avuto bisogno di un visto. Chi ne ha bisogno sono coloro che possiedono solo la propria forza lavoro. La stragrande maggioranza dei migranti appartiene, tuttavia, alle classi lavoratrici e popolari. Ciò non significa che condividano automaticamente la stessa coscienza politica. Tra loro troviamo persone profondamente influenzate dall’ideologia neoliberista, altre prive di esperienza organizzativa e molte la cui priorità quotidiana consiste semplicemente nel sopravvivere. Lo sfruttamento, di per sé, non genera mai coscienza di classe. Se così fosse, il capitalismo sarebbe scomparso da tempo. La coscienza si costruisce attraverso l’organizzazione, l’esperienza collettiva e il conflitto. Pensare che la precarietà produca automaticamente soggetti rivoluzionari significa abbandonare uno dei compiti fondamentali della sinistra, che non è altro che contendere l’egemonia ideologica là dove oggi domina l’individualismo. È inoltre opportuno mettere in discussione un certo paternalismo presente anche in alcuni settori progressisti. Spesso l’immigrazione viene giustificata affermando che «abbiamo bisogno di persone che lavorino per prendersi cura dei nostri anziani o per raccogliere la frutta». Apparentemente sembra un argomento solidale, ma riduce il valore dei migranti alla loro utilità economica. Non risulta nemmeno più convincente rispondere dicendo che «arrivano anche professionisti del settore medico o dell’ingegneria», come se ciò conferisse maggiore legittimità all’attraversamento di una frontiera. Da una prospettiva socialista, nessuna attività socialmente necessaria possiede maggiore dignità di un’altra. Una società non può reggersi senza chi pulisce gli ospedali, coltiva il cibo, costruisce abitazioni o si prende cura delle persone non autosufficienti. Il classismo non scompare solo perché si cambia discorso. La questione veramente decisiva inizia quando la regolarizzazione smette di essere l’obiettivo e diventa solo il punto di partenza. Ottenere i documenti modifica la situazione giuridica di una persona, ma altera appena il rapporto di forze che determina la sua posizione all’interno dei rapporti di produzione. L’organizzazione, invece, trasforma sì quel rapporto perché converte i problemi individuali in conflitti collettivi e dota la classe lavoratrice della capacità di contendere il potere al capitale. Questa è la differenza tra una conquista amministrativa e una strategia di emancipazione. Per troppo tempo una parte importante della sinistra ha incentrato la propria azione politica, a ragione, sulla denuncia della Ley de Extranjería, combattere il razzismo istituzionale o rivendicare processi di regolarizzazione. Tutto ciò rimane indispensabile, ma non può diventare il limite massimo delle nostre aspirazioni. Integrare meglio i migranti in un sistema basato sullo sfruttamento non elimina tale sfruttamento. Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire la forza sociale capace di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo. A tal fine è necessario prendere atto di una realtà che troppe organizzazioni continuano a non voler vedere. La composizione della classe operaia è profondamente cambiata. Il proletariato europeo del XXI secolo è molto più diversificato, più femminilizzato e più razzializzato. Pretendere di ricostruire il movimento operaio ignorando questa trasformazione equivale a organizzare una classe che non esiste più. La sinistra di rottura non dovrebbe basarsi su un insieme di risposte immutabili, ma cercare di applicare un metodo per comprendere una realtà in continuo mutamento. E quella realtà ci dice che gran parte del conflitto tra capitale e lavoro si svolge oggi proprio là dove si concentrano i settori più precari della popolazione migrante. Non è un caso che gran parte di questi lavoratori finisca per occupare i lavori più duri e peggio retribuiti, come l’agricoltura, l’edilizia, il settore alberghiero, la logistica, le pulizie, le consegne, il lavoro domestico o l’assistenza. Si tratta di settori caratterizzati da lavoro a tempo determinato, subappalto, infortuni sul lavoro ed enormi difficoltà nell’esercizio dei diritti sindacali. Proprio per questo costituiscono alcuni degli spazi strategici da cui mettere in pratica un sindacalismo di classe in grado di rispondere alla realtà del XXI secolo. Ma l’organizzazione non nasce per decreto. La fiducia si costruisce lentamente, condividendo i conflitti quotidiani, partecipando alla vita dei quartieri, alle associazioni di quartiere, alle piattaforme per il diritto alla casa, alle reti di sostegno reciproco o alle stesse organizzazioni promosse dalle comunità migranti. È lì che emergono figure di riferimento capaci di trasformare i problemi individuali in rivendicazioni collettive. La sinistra rivoluzionaria deve abbandonare ogni tentazione paternalistica. Non si tratta di organizzare i migranti, ma di organizzarsi con loro, costruendo strumenti politici che rispondano alla composizione reale dell’attuale classe lavoratrice. La storia è piena di esempi che dimostrano che questa strada non solo è possibile, ma anche efficace. Negli anni Trenta del secolo scorso, la Cannery and Agricultural Workers’ Industrial Union organizzò migliaia di lavoratori agricoli e delle conserve, molti dei quali migranti, in California. Decenni dopo, la campagna «Justice for Janitors», promossa dal Service Employees International Union (SEIU), trasformò il sindacalismo dei lavoratori delle pulizie negli Stati Uniti organizzando migliaia di lavoratori migranti attraverso la mobilitazione e l’azione diretta. Più recentemente, organizzazioni come United Voices of the World o l’Independent Workers’ Union of Great Britain hanno dimostrato che anche i settori più precari possono conquistare diritti quando c’è organizzazione. Nella Spagna, le lotte delle lavoratrici domestiche e di assistenza rappresentano anch’esse una delle esperienze più preziose del sindacalismo di classe degli ultimi anni. Tutto ciò pone una responsabilità ineludibile per il sindacalismo combattivo e per le organizzazioni rivoluzionarie. Per troppo tempo abbiamo aspettato che questi lavoratori e queste lavoratrici arrivassero alle nostre strutture. Forse è giunto il momento di comprendere che siamo noi a dover essere presenti là dove oggi si trova la nuova composizione della classe lavoratrice. È nei quartieri popolari, nelle zone industriali, negli alberghi, nelle serre o negli spazi comunitari che si costruiscono legami di solidarietà. Non per parlare a nome di nessuno, ma per costruire un’organizzazione insieme a chi subisce le forme più intense di sfruttamento. Forse il più grande trionfo del neoliberismo non è stato solo la privatizzazione delle imprese pubbliche o la distruzione dei diritti del lavoro. La sua più grande vittoria è stata quella di convincere milioni di persone che non fanno più parte di una stessa classe sociale. Ci hanno insegnato a competere piuttosto che a cooperare e a cercare soluzioni individuali a problemi profondamente collettivi. Mentre il penultimo punta il dito contro l’ultimo, chi sta in cima continua ad accumulare ricchezza. Perché le élite economiche non hanno mai perso la loro coscienza di classe. Non hanno mai smesso di organizzarsi. Si coordinano attraverso consigli di amministrazione, fondi di investimento, grandi multinazionali e lobby imprenditoriali per difendere interessi comuni. Il paradosso è che chi ha meno bisogno di organizzarsi è chi è meglio organizzato. Al contrario, chi produce tutta la ricchezza sociale è stato convinto che ognuno debba cavarsela da solo. Ecco perché il muro più alto del nostro tempo non separa i paesi; separa le classi sociali. La vera frontiera non divide chi è nato a Bilbao da chi è nato a Dakar, Bogotá o Shanghai. Divide chi vive del proprio lavoro da chi vive appropriandosi del lavoro altrui. Tutto il resto sono frontiere politiche e culturali che lo stesso sistema alimenta per impedire alla maggioranza sociale di identificare dove risiede realmente il potere. La regolarizzazione può restituire diritti e dignità a migliaia di persone, e per questo merita di essere difesa. Ma l’organizzazione può fare qualcosa di molto più importante: trasformare un insieme di lavoratori isolati in una forza collettiva capace di contendere il potere economico. Questo dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali del sindacalismo di classe e della sinistra rivoluzionaria nei prossimi anni. Perché nessun fondo di investimento ha mai mietuto un raccolto, pulito un ospedale, assistito una persona non autosufficiente o costruito un’abitazione. Tutto ciò che sostiene questo mondo nasce, ieri come oggi, dalle mani di chi lavora. La questione non è se la classe lavoratrice abbia forza sufficiente per cambiare la società. La questione è per quanto tempo continuerà a ignorare che quella forza è sempre stata sua. *Antikapitalistak Euskal Herria   The post Dalla regolarizzazione all’organizzazione first appeared on Popoff Quotidiano. 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August 2, 2026
Popoff Quotidiano
Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta
PERCHÉ IN DECINE DI MIGLIAIA HANNO TENTATO DI ATTRAVERSARE IL CONFINE CHE È UNA CLASSICA LEVA DI PRESSIONE DIPLOMATICA PER IL MAROCCO? INTERVISTA CON LA GIURISTA MARIE-LAURE BASILIEN GAINCHE Ilyes Ramdani su Mediapart La situazione a Ceuta è «praticamente» tornata alla normalità, hanno assicurato sabato pomeriggio le autorità spagnole, dopo l’arrivo di «50.000 o 60.000 persone» entrate illegalmente nell’exclave nei giorni precedenti provenienti dal Marocco. Le stesse fonti hanno indicato che 48.000 di loro sono state ricondotte in territorio marocchino, con l’aiuto dell’esercito spagnolo mobilitato d’urgenza. La polemica, invece, continua: l’Italia e la sua leader, Giorgia Meloni, stanno cercando di spingere l’Unione europea a sospendere la partecipazione della Spagna agli accordi di Schengen. Pedro Sánchez, il primo ministro spagnolo, ha denunciato la «demagogia» di una proposta «contraria al diritto europeo, al diritto umanitario e ai legami di solidarietà» che uniscono i membri dell’Unione europea. Nella stessa lettera indirizzata ai vertici delle istituzioni europee e resa nota dall’AFP, ha chiesto una riunione urgente dei ministri dell’Interno dei Ventisette. Marie-Laure Basilien Gainche è docente di diritto pubblico all’Università di Lione III Jean-Moulin e membro senior dell’Institut universitaire de France. Esperta di frontiere e politiche migratorie, analizza per Mediapart quella che percepisce come una «doppia strumentalizzazione» dai risvolti geopolitici, a spese di una società marocchina afflitta da disuguaglianze e difficoltà socio-economiche. Secondo i dati del Ministero dell’Interno spagnolo, sono morte almeno sessantasette persone, in particolare per annegamento. Mediapart: «Quasi la totalità» delle persone entrate illegalmente a Ceuta è tornata in Marocco, hanno dichiarato sabato le autorità spagnole. Come descriverebbe questi ultimi giorni di crisi e la loro portata? Marie-Laure Basilien Gainche: È l’esempio lampante di un caso di strumentalizzazione della migrazione. Una strumentalizzazione opera da parte delle autorità marocchine, a pochi giorni dal vertice diplomatico tra Spagna e Algeria. Da diversi decenni il Marocco dimostra di utilizzare i migranti per esercitare pressioni diplomatiche sulla Spagna, e persino sull’Unione europea. Lo scopo era ottenere o sovvenzioni tramite fondi europei, o cambiamenti nelle posizioni diplomatiche. Va notato che il Marocco è caratterizzato da evidenti disuguaglianze socio-economiche, da una povertà quasi endemica e da un tasso di disoccupazione giovanile – in particolare tra i giovani uomini – particolarmente elevato. Sebbene le partenze dal Marocco verso la Spagna siano fortemente diminuite, sono molti coloro che intendono emigrare. È ipotizzabile che le autorità marocchine abbiano permesso ai propri cittadini di radunarsi alle porte di Ceuta, impedendo loro inizialmente di dirigersi verso l’exclave e poi, una volta raggiunta una massa critica, lasciandoli partire via mare. Altri attribuiscono questo fenomeno alla decisione della Corte Suprema spagnola, resa pubblica l’8 luglio, che impedisce il rimpatrio immediato di un migrante giunto via mare. Non sono convinta che l’episodio sia interamente attribuibile alla decisione della Corte Suprema spagnola, secondo cui la legge del 2015 che autorizza le autorità a effettuare i «rechazos en frontera» [respingimenti alla frontiera – ndr] non si applica alle frontiere marittime. Forse le voci diffuse dai social network hanno avuto un ruolo nel mobilitare i marocchini e nel spingerli a radunarsi alle porte di Ceuta. Ma non riesco a immaginare che l’episodio abbia avuto un tale effetto di massa senza che le guardie di frontiera marocchine fossero coinvolte, almeno con la loro passività. L’effetto è in ogni caso immediato su una parte dei leader e dei responsabili politici europei, che vi vedono un pericolo imminente per l’Europa. È qui che entra in gioco la seconda strumentalizzazione. La destra e l’estrema destra europee utilizzano queste immagini per illustrare la sovversione migratoria e la «grande sostituzione», fenomeni che non esistono, ma che giustificano la loro stessa esistenza. Sfruttano le immagini di queste migliaia di marocchini arrivati a Ceuta per nutrire gli spettri, per attizzare le paure, alimentare gli odi. L’episodio rafforza le loro posizioni in materia di migrazione e asilo, che propendono per politiche ancora più restrittive e severe. D’altra parte, anche se queste persone fossero rimaste in Europa, il normale funzionamento delle frontiere tra il Marocco e l’Unione europea è già particolarmente restrittivo. Ceuta è un’exclave. Si tratta di un territorio spagnolo situato all’interno dello stesso territorio marocchino, con un litorale. Si tratta quindi di un pezzo di Spagna sul continente africano. Quando un marocchino arriva sul territorio dell’exclave spagnola, si trova su territorio spagnolo. Ma ciò non significa che possa beneficiare della libera circolazione nello spazio Schengen, poiché esistono misure restrittive che limitano la possibilità di recarsi da Ceuta alla penisola iberica. Ricordiamo che oltre l’80% dei marocchini giunti nelle ultime ore a Ceuta è già stato rimpatriato nel proprio paese d’origine. È lecito ritenere che nessuno di coloro che hanno partecipato alla traversata metterà piede sul continente europeo. Diversi capi di Stato o di governo, a cominciare da Donald Trump e Giorgia Meloni, hanno colto l’occasione per puntare il dito, più o meno esplicitamente, contro la politica condotta in Spagna dal governo di Pedro Sánchez. Si è assistito, dal suo arrivo al potere, a un allentamento dei controlli alle frontiere? Bisogna riconoscere al governo Sánchez di avere un discorso che si mostra aperto alla migrazione e che riconosce i diritti fondamentai dei migranti. Ma alcune delle misure adottate dal governo spagnolo presentano analogie con quelle adottate da Meloni in Italia. La politica di regolarizzazione di 500.000 cittadini di paesi terzi in Spagna consente a coloro che ne beneficiano di ottenere un permesso di soggiorno della durata di un anno. Ebbene, l’Italia di Meloni ha cercato di regolarizzare 500.000 cittadini di paesi terzi per soddisfare le esigenze dell’economia nazionale, concedendo anch’essa permessi di soggiorno della durata di un anno. I discorsi sono divergenti. Ma alcune politiche sono simili. Ad esempio? A Ceuta e Melilla, la Spagna applica una politica che illustra perfettamente ciò che l’Unione europea intende fare in materia di migrazione: istituire un filtro il più rigoroso possibile per impedire ai migranti ritenuti indesiderati di accedere al territorio europeo. Questa settimana, la reazione immediata è stata l’invio di forze militari e l’azione diplomatica congiunta con il Marocco per organizzare i rimpatri. Tale sviluppo è in linea con gli orientamenti del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo. In altre parole, il governo di Sánchez ha reagito con rapidità e fermezza, assicurandosi che i migranti marocchini non raggiungessero il suolo europeo. Si potrebbe parlare ancora di più dei «rechazos en frontera», praticati al confine terrestre tra il Marocco e la Spagna. Si tratta nientemeno che di respingimenti, come quelli effettuati dalla Polonia e dall’Ungheria per respingere gli stranieri rispettivamente verso Bielorussia e Serbia. L’Italia, insieme alla Danimarca e alla Finlandia, sta spingendo affinché l’Unione europea sospenda la Spagna dallo spazio Schengen. Cosa significa questa proposta e cosa ne pensa? Nel regime dello spazio Schengen non esiste un meccanismo che consenta di sospendere la partecipazione di uno Stato a tale spazio. Esiste invece la possibilità per gli altri Stati membri di ripristinare i controlli alle frontiere interne. Va notato che l’Italia, la Finlandia e la Danimarca non hanno frontiere terrestri con la Spagna. Al massimo, potranno rafforzare i controlli sui voli in arrivo dalla Spagna sul proprio territorio. Non dimentichiamo che numerosi Stati membri hanno ripristinato i controlli alle frontiere interne dal 2015, rinnovando da allora le relative misure ogni sei mesi. Ci si arriva persino a chiedere se lo spazio Schengen offra realmente uno spazio di libera circolazione delle persone, quando i controlli alle frontiere vengono applicati in numerosi valichi di frontiera da oltre dieci anni. Cosa resterà di questi ultimi giorni di luglio? Resteranno delle immagini, che saranno utilizzate dai partiti di destra e di estrema destra per illustrare le loro tesi sul «grande rimpiazzo». Al contrario, le circa sessanta persone che hanno perso la vita durante questo episodio saranno dimenticate. I loro nomi saranno cancellati. Dietro questa strumentalizzazione della migrazione, si dimenticano le vite umane che ne sono colpite, che sono state perdute. Si dimenticano le vite e le voci di chi vive nella miseria, di chi cerca nuove prospettive: non vengono ascoltate. Bisogna sia allargare lo sguardo, per capire che si tratta di un fenomeno episodico che è stato strumentalizzato, sia restringere lo sguardo, per cogliere che ognuno di queste decine di migliaia di marocchini rivela un’angoscia umana e una speranza infranta. L’angoscia non deriva solo dai conflitti e dalle persecuzioni; scaturisce anche da condizioni socio-economiche deleterie. Ma chi si interesserà alle condizioni di vita della gioventù marocchina? Chi parlerà della disoccupazione, dell’analfabetismo, dello sfruttamento? LA CRONACA CEUTA: LA CRISI È SOPRATTUTTO POLITICA ALL’INTERNO DELL’UNIONE EUROPEA «Quasi la totalità» delle decine di migliaia di migranti entrati negli ultimi giorni nell’enclave spagnola di Ceuta è tornata in Marocco, secondo il governo spagnolo. La Francia e l’Italia, tra gli altri, hanno provocato una crisi nell’UE. * Agence France-Presse e la redazione di Mediapart «Quasi tutti» i decine di migliaia di migranti entrati negli ultimi giorni nell’enclave spagnola di Ceuta sono tornati in Marocco, secondo il governo spagnolo, bersagliato dalle critiche degli altri paesi dell’Unione europea. Sul posto, in una fitta nebbia, sabato mattina alcuni giovani continuavano ad attraversare il confine in senso inverso, sotto lo sguardo dei militari e della Guardia Civile spagnola, come ha constatato una giornalista dell’AFP. Chi si attardava troppo sul lungomare veniva immediatamente spinto verso l’uscita dai soldati, mentre l’AFP ha visto, nella direzione opposta, due uomini uscire dall’acqua sulla spiaggia adiacente al confine, crollare sulla sabbia, visibilmente allo stremo delle forze al loro arrivo. «Un amico mi ha chiamato, mi ha detto che il confine era aperto», ha raccontato all’AFP Soufiane, un marocchino di 42 anni, anch’egli giunto a Ceuta nuotando per «tre, cinque minuti» nella speranza di raggiungere Madrid, centinaia di chilometri più a nord, per vedere sua madre, «affetta da leucemia». Secondo lui, l’afflusso massiccio di migranti negli ultimi giorni dimostra «che tutti vogliono “salire” (in Spagna) e sperano in un futuro migliore, che in Marocco non hanno». Venerdì sera, il governo spagnolo ha assicurato che «quasi la totalità» dei migranti arrivati negli ultimi giorni era già tornata in Marocco: dei «50.000, 60.000» migranti arrivati dal Marocco questa settimana, secondo il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlask, più di 48.000 sono già rientrati in Marocco. Almeno 67 morti in mare Queste decine di migliaia di migranti, in stragrande maggioranza marocchini, e principalmente giovani uomini e adolescenti, erano arrivati dall’inizio della settimana attraversando il confine terrestre o via mare. Sessantasette sono morti, molti dei quali annegati, secondo il ministro dell’Interno spagnolo. Questo piccolo territorio di 84.000 abitanti, situato all’estremità settentrionale del Marocco, confina con lo stretto di Gibilterra e costituisce uno dei due confini terrestri tra l’Africa e l’Europa (insieme a Melilla, l’altra enclave spagnola). Per impedire d’ora in poi ai migranti di attraversare a nuoto lo stretto tra il Marocco e Ceuta, è in fase di installazione nel Mar Mediterraneo una barriera gonfiabile lunga 500 metri, come annunciato sabato mattina dal ministero dell’Interno spagnolo. Più nell’entroterra, l’AFP ha visto centinaia di migranti, tra cui molti africani subsahariani, in attesa davanti al centro di accoglienza per migranti, che rimane chiuso, con la polizia che ne blocca l’accesso. Le immagini di questa crisi migratoria, senza precedenti per la sua portata a Ceuta, hanno suscitato vive reazioni in seno all’UE, in particolare da parte della destra e dell’estrema destra, tra l’altro in merito alla questione dei controlli alle frontiere dello spazio Schengen. Già giovedì l’Italia aveva annunciato l’intenzione di sospendere la Spagna dallo spazio Schengen, una misura per la quale Roma ha ottenuto il sostegno della Finlandia e della Danimarca. Sulla scia di ciò, Madrid si è opposta con forza a questa proposta «demagogica» e di portata incerta; i giuristi consultati dall’AFP hanno infatti assicurato che è impossibile applicarla nell’attuale quadro giuridico. Da sabato, l’Italia di Georgia Meloni ha ripristinato i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna, mentre la Francia ha quintuplicato, portandolo a 334, il numero di poliziotti e gendarmi in rinforzo al confine franco-spagnolo, in pieno periodo delle vacanze estive. All’unisono con l’estrema destra, lo stesso presidente Emmanuel Macron ha chiesto di «rafforzare i controlli al confine con la Spagna». «Non dividerci» In questo contesto teso, il primo ministro Pedro Sánchez, il cui governo difende un approccio più aperto in materia di immigrazione rispetto a molti altri paesi europei, venerdì ha esortato i suoi colleghi dell’UE a «non dividerci ». Sabato, in una lettera indirizzata ai vertici delle istituzioni europee, Pedro Sánchez ha denunciato l’atteggiamento degli europei che «va contro gli interessi a lungo termine» del Vecchio Continente. Il suo ministro Fernando Grande-Marlaska ha invece denunciato davanti ai giornalisti «la malafede» di alcuni che «hanno la memoria molto corta», ricordando in particolare il sostegno offerto dalla Spagna all’Italia durante la crisi migratoria sull’isola di Lampedusa nel 2023. Venerdì da Ceuta, il leader socialista – il cui governo ha avviato un ampio piano di regolarizzazione dei migranti privi di documenti, per il quale sono state presentate circa 1,2 milioni di domande da parte di stranieri in situazione irregolare – aveva parlato «un attacco, una violazione dell’integrità territoriale della Spagna» e accusato alcune «mafie» di essere all’origine della voce sull’apertura del confine. A Madrid venerdì sera, diverse centinaia di manifestanti anti-migranti si sono radunati davanti all’ambasciata del Marocco per «difendere l’identità spagnola», come ha constatato un giornalista dell’AFP. A Washington, Donald Trump, che da diversi mesi è ai ferri corti con Pedro Sánchez, ha definito le immagini di Ceuta simili a «un’invasione di un Paese», accusando su X Madrid di aver intrapreso «azioni deliberate» che hanno favorito questa immigrazione clandestina.     The post Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marocco ed estrema destra, la doppia strumentalizzazione di Ceuta sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 2, 2026
Popoff Quotidiano
Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa
LA COPPIA ORTEGA-MURILLO GESTISCE LO STATO COME UNA TENUTA PRIVATA. LE ISTITUZIONI E I MECCANISMI DI RIPRODUZIONE POLITICA ED ECONOMICA SONO SUBORDINATI AI DISEGNI DELLA FAMIGLIA Ana Marcela Montanaro per El Salto L’America Centrale, la cintura dell’America Latina, compare nel dibattito pubblico europeo in modo intermittente; è quasi una regione invisibile. Una catastrofe naturale, le carovane di migranti verso gli Stati Uniti, la violenza delle bande, la violazione dei diritti umani nei megacarceri o alcune elezioni controverse riportano, in modo momentaneo e secondario, la regione sulla scena dell’informazione. Il Nicaragua, il paese che nel 1979 rovesciò la dittatura della famiglia Somoza dopo una lunga lotta rivoluzionaria, condivide questa invisibilità con il resto dell’istmo. La commemorazione del 47° anniversario della Rivoluzione sandinista, lo scorso 19 luglio, ha posto il paese sotto i riflettori internazionali. Di fronte a una folla e in difesa della Rivoluzione, Daniel Ortega, che governa il Paese insieme alla moglie, Rosario Murillo, ha annunciato tra applausi e cori che in Nicaragua «non ci saranno più elezioni» e ha assicurato che promuoverà leggi per impedire che alcune forze politiche, che ha collegato agli Stati Uniti e all’eredità del somocismo, tornino a contendersi il potere. Ortega e Murillo, questa volta senza alcuna reticenza e al di là dell’abituale denigrazione di un’opposizione sottoposta da anni a una repressione sistematica, hanno precluso ogni possibilità di confronto politico e di alternanza al governo. Tre giorni dopo, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Gustavo Porras, ha affermato che le elezioni si terranno, sebbene in un quadro costituzionale che le “protegga” dall’ingerenza straniera e dai “traditori della patria”. Nessuno ha spiegato chi potrà candidarsi né secondo quali regole, né ha fatto riferimento alle centinaia di oppositori incarcerati, esiliati, banditi o privati della cittadinanza. È opportuno sottolineare, inoltre, la presenza significativa di persone appartenenti a comunità indigene tra i prigionieri politici. La deriva antidemocratica e la violazione dei diritti umani e delle libertà civili non sono un fenomeno recente. Dal 2018 si è inasprita la repressione contro chi si oppone a Ortega; nel 2021 il regime ha incarcerato o ineleggibilizzato i sette precandidati presidenziali con reali possibilità di competere contro di lui, assicurandosi una rielezione senza una vera opposizione. Nel 2025, una riforma costituzionale ha nominato Rosario Murillo copresidente, ha esteso il mandato presidenziale e ha conferito al potere esecutivo l’autorità di «coordinare» i poteri legislativo e giudiziario. Maurice e Daniel Edmundo Ortega Murillo, due dei figli della coppia presidenziale, ricoprono incarichi all’interno di una rete familiare legata al commercio dell’oro e alle confische forzate di proprietà. Nell’aprile del 2026, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti li ha sanzionati, insieme a vari funzionari e imprenditori minerari, per il ruolo che hanno svolto in tale rete. Dal 2021, il governo ha concesso oltre 1,2 milioni di ettari, pari a un decimo del territorio nazionale, sotto forma di concessioni minerarie ad aziende cinesi, molte delle quali situate in territori indigeni e di discendenza africana. La coppia Ortega-Murillo e la rete familiare costruita attorno a loro gestiscono lo Stato come una tenuta privata. In essa si confondono i confini tra pubblico e privato, tra lecito e illecito; le istituzioni e i meccanismi di riproduzione politica ed economica sono subordinati ai disegni della famiglia. In Nicaragua, come in tutta l’America Latina, lo Stato-nazione è legato a un’esperienza coloniale che non si è conclusa con l’indipendenza politica dalla Corona spagnola, ma che sopravvive in un continuum di eredità coloniale con accento creolo, capace di configurare cittadinanze degradate e di valore diseguale. Le élite nicaraguensi hanno amministrato e riprodotto quell’eredità che perdura, imponendosi sui popoli indigeni, sulle comunità di discendenza africana, sulle dissidenze e sulle donne, su corpi-territori assoggettati alla logica del capitalismo, del patriarcato e della colonialità. Daniel Ortega e Rosario Murillo sono un’espressione di quell’eredità. Si presentano come eredi della Rivoluzione sandinista, ma non rompono con quella matrice coloniale-imperiale. Si rivestono del discorso e della simbologia della lotta contro il somozismo e contro l’impero statunitense, una lotta che nel 1979 aprì un orizzonte rivoluzionario e antimperialista di costruzione del socialismo. È vero che l’ingerenza statunitense è reale e storica. Gli Stati Uniti hanno sostenuto il somozismo e in seguito hanno cercato con ogni mezzo di distruggere il processo di trasformazione. Nel 1986, la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che gli Stati Uniti avevano violato il diritto internazionale attraverso il loro sostegno alla Contra e le loro azioni contro il Nicaragua, volte a vanificare i programmi della Rivoluzione, tra cui l’alfabetizzazione, la riforma agraria, la sanità comunitaria e il progresso dei diritti delle donne e delle popolazioni indigene. È inoltre innegabile che gran parte dell’opposizione provenga proprio da quella stessa eredità imperiale e si sfreghi le mani in attesa del crollo degli Ortega-Murillo. Ciò non scagiona coloro che oggi detengono il potere assoluto. Il fatto è che alcune frange della sinistra interpretano qualsiasi critica all’orteguismo come un megafono dell’impero e della destra e, nel rimpiangere così tanto una Rivoluzione che non era certo esente da eccessi, finiscono per proteggere coloro che riproducono la violenza in tutte le sue espressioni contro cui la stessa Rivoluzione si era ribellata. Mónica Baltodano, sandinista dissidente, avverte che la deriva autoritaria del Nicaragua non è scaturita dalla Rivoluzione, bensì da un accumulo di tradimenti e complicità successivi. Tra questi, sottolinea il patto del 1999 tra Ortega e l’ex presidente liberale Arnoldo Alemán, il silenzio dei settori imprenditoriali, le collusioni religiose con l’ortegismo e l’indifferenza della comunità internazionale. Per gli Ortega Murillo, le vite, i corpi e i diritti delle donne sono sempre stati merce di scambio. Nel 1998, Zoilamérica Narváez, figliastra di Daniel Ortega, lo denunciò pubblicamente per gli abusi sessuali che, secondo la sua testimonianza, aveva subito fin da bambina. L’apparato orteguista la screditò, respinse l’accusa e protesse Ortega con l’immunità parlamentare. Nel 2006, ormai riconciliatosi con il cardinale Miguel Obando y Bravo, il Congresso approvò, con i voti dell’ortegismo, il divieto totale dell’aborto terapeutico, nell’ambito della sua alleanza con le gerarchie religiose. Ortega vinse quelle elezioni e il femminismo nicaraguense, protagonista della guerra contro Somoza e del processo rivoluzionario, fu sacrificato in quella transazione. La deriva autoritaria non è esclusiva del Nicaragua. In El Salvador, l’Assemblea ha approvato e ratificato in un solo giorno, senza dibattito, una riforma che consente la rielezione a tempo indeterminato di Nayib Bukele. In Costa Rica, l’amministrazione di Laura Fernández e l’ex presidente Rodrigo Chaves hanno intensificato i loro attacchi contro il potere giudiziario e altri contrappesi istituzionali. Non si tratta di regimi equivalenti, ma in tutti e tre i casi si riconosce lo stesso movimento verso l’autoritarismo, nel tentativo di modificare le regole dall’alto affinché il potere smetta di essere realmente in gioco. In Nicaragua ci sono molte persone che sostengono il governo, che si sentono libere e lo difendono. Fanno parte della stessa contraddizione, perché un governo può garantire un tetto e del cibo e, al contempo, imprigionare chi dissente. Nessun processo, nemmeno quello intrapreso in nome della liberazione, è al riparo dal riprodurre ciò che ha combattuto. I processi di trasformazione politica non sono un orizzonte armonioso. Sono permeati da tensioni che non sempre è possibile risolvere; anzi, rendere visibile il conflitto stesso permette di trovare vie d’uscita. È il «ch’ixi» del pensiero aymara a cui si riferisce Rivera Cusicanqui, quel grigio screziato le cui macchie convivono senza mai fondersi. Non si tratta di conciliare le contraddizioni né di cancellarle in una sintesi consolatoria, ma di mantenere la differenza che le rende visibili. Questa prospettiva è importante per comprendere appieno parte di ciò che sta accadendo in Nicaragua. La democrazia non si esaurisce nel votare ogni certo periodo. È la libertà di espressione, è il diritto di partecipare alla politica, è l’esistenza di fonti di informazione indipendenti dal governo, è la separazione dei poteri, è un sistema di controlli e contrappesi e il fatto che i cittadini abbiano spazi e capacità per frenare o promuovere le leggi che li riguardano. La democrazia è anche giustizia sociale, riconoscimento e ridistribuzione. È la possibilità di trovare un percorso collettivo e proprio verso una vita dignitosa e buona. Nulla di tutto ciò è realizzabile in un contesto di saccheggio, corruzione, impunità, abuso, repressione, limitazione dei diritti e delle libertà e, soprattutto, manipolazione della memoria. Coloro che mettono in discussione il potere degli Ortega-Murillo possono pagare col carcere, l’esilio, la privazione della cittadinanza, la confisca dei propri beni o addirittura la vita. Questo cerchio repressivo aiuta a spiegare perché non si intravede un’alternativa in grado di spezzare quella matrice né la logica della colonialità della democrazia. Per questo motivo, la via d’uscita va oltre il ripristino di una democrazia procedurale. Perché in Nicaragua, come nel resto dell’istmo centroamericano, non è mai stata costruita una democrazia in grado di garantire libertà e diritti a coloro che sono stati storicamente esclusi dalla democrazia stessa. La nostalgia e la malinconia non favoriscono alcun processo di liberazione né la democrazia stessa, perché la memoria della Rivoluzione può conservare la sua forza emancipatoria, legata alla giustizia sociale e al «buon vivere», solo se viene sottoposta a una critica che la proietti come orizzonte di trasformazione. The post Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il Nicaragua e la rivoluzione che ha smesso di confrontarsi con se stessa sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 31, 2026
Popoff Quotidiano
Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio
IL RAPPORTO ANNUALE DELLA SCUOLA DI CULTURA DELLA PACE DELL’UAB INDIVIDUA 40 GUERRE IN CORSO NEL MONDO E METTE IN GUARDIA DA UN AUMENTO DEI CONFLITTI ARMATI E DELLE LORO CONSEGUENZE UMANITARIE da El Salto, Josep Maria Royo, Scuola di Cultura della Pace dell’UAB Il mondo sta vivendo una nuova ondata di violenza armata a livello globale. Nel 2025 sono stati registrati 40 conflitti armati attivi (37 nel 2024), il dato più elevato dal 2011 e uno dei più alti da quando la Escola de Cultura de Pau (ECP) dell’Universitat Autònoma de Barcelona redige i propri rapporti annuali sui conflitti internazionali. La tendenza all’aumento del numero di conflitti armati negli ultimi anni è andata di pari passo con un significativo incremento delle tensioni sociopolitiche a livello mondiale, per un totale di 113 nel 2025. Queste sono alcune delle principali conclusioni del rapporto «Alerta 2026! Informe sobre conflictos, derechos humanos y construcción de paz», che analizza l’evoluzione dei conflitti armati, delle tensioni sociopolitiche e dell’impatto delle guerre sulla popolazione civile e sui diritti umani. Secondo lo studio, nel corso del 2025 si sono verificati 40 conflitti armati e 113 episodi di tensione sociopolitica in tutto il mondo. L’Africa continua a registrare il maggior numero di guerre (17), seguita da Asia e Pacifico (12) e Medio Oriente (7), mentre Europa e America registrano due conflitti armati ciascuna. I conflitti armati ad alta intensità – caratterizzati da elevati livelli di letalità (oltre mille vittime all’anno) e da gravi ripercussioni in termini di sfollamento della popolazione, distruzione delle infrastrutture e conseguenze sul territorio – hanno rappresentato il 50% dei casi nel 2025. Il continente colpito dal maggior numero di conflitti ad alta intensità è stato l’Africa (11 guerre ad alta intensità e il 55% del totale dei casi più gravi al mondo), seguita dal Medio Oriente (4 casi e il 20% del totale dei casi più gravi al mondo). Tuttavia, tra questi una ventina di casi ad alta intensità ve ne sono alcuni che superano ampiamente la cifra di mille vittime. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), soprattutto nella parte orientale, nel 2025 sono state registrate oltre 6.800 vittime, per lo più civili, secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data (ACLED). La situazione nella parte orientale della RDC nel corso dell’anno è stata caratterizzata dall’aggravarsi dell’offensiva del gruppo armato M23 e del Ruanda in territorio congolese, iniziata alla fine del 2021, dal crescente coinvolgimento del Burundi a sostegno della RDC e dal fallimento delle iniziative diplomatiche degli Stati Uniti e del Qatar. Ad Haiti, secondo i dati delle Nazioni Unite, tra gennaio e novembre del 2025 sono stati registrati oltre 8.100 omicidi, una cifra che la stessa ONU ritiene possa essere sensibilmente superiore a causa delle difficoltà di accesso alle zone controllate dalle bande. La violenza complessiva in Somalia ha causato oltre 9.900 vittime uccise, sfiorando la soglia dei 10.000, secondo i dati dell’ACLED. Per quanto riguarda il conflitto nella regione del Sahel occidentale, la violenza politica ha causato oltre 10.000 morti in Burkina Faso, Mali e Niger. Ancora una volta, il Burkina Faso si è confermato il paese più colpito dalla violenza jihadista nella regione, rappresentando il 55% di tutte le vittime legate al conflitto nel Sahel. D’altra parte, la guerra civile in Sudan ha causato nel 2025 la morte di oltre 17.800 persone, risultando il conflitto armato più letale del continente africano. Il conflitto e la violenza armata in Myanmar hanno causato oltre 15.300 vittime nel 2025. L’offensiva israeliana contro Gaza ha continuato a registrare livelli di mortalità molto elevati. Secondo il bilancio dell’OCHA basato sulle informazioni del Ministero della Salute di Gaza, da ottobre 2023 fino alla fine del 2025 più di 70.000 palestinesi, uomini e donne, sono morti a Gaza, una cifra prudente secondo diverse analisi. Infine, il conflitto armato più letale del 2025 è stato quello relativo all’invasione russa e alla guerra tra Russia e Ucraina, che ha causato oltre 78.000 vittime in Ucraina, secondo l’ACLED. AUMENTO DELLE GUERRE INTERNAZIONALI Il rapporto mette in guardia in particolare dall’aumento dei conflitti internazionali. Nel 2025 sono state registrate nove guerre tra Stati diversi o chiaramente internazionalizzate, il numero più alto da quando l’ECP utilizza l’attuale metodologia di classificazione. Tra i nuovi conflitti armati identificati vi è lo scontro tra India e Pakistan, la grave escalation tra Thailandia e Cambogia e la guerra di Israele e Usa contro l’Iran, nota nel 2025 come “la guerra dei 12 giorni” e che si è riaperta nel 2026. L’ECP avverte che questa evoluzione riflette un deterioramento della sicurezza globale ed è lo specchio di un sistema internazionale in cui molti attori non danno priorità alla prevenzione, all’affrontare le cause profonde delle controversie e al sostegno al dialogo. Infine, va sottolineato che questo quadro di intensificazione dei conflitti armati e delle loro gravi ripercussioni sui civili si è verificato in un contesto di aumento delle tensioni geopolitiche a livello mondiale, in uno scenario caratterizzato da cambiamenti nell’ordine globale e da un crescente militarismo e militarizzazione. In linea con le tendenze osservate negli anni precedenti, l’analisi annuale dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma (SIPRI, dall’acronimo inglese) ha confermato un aumento senza precedenti della spesa militare a livello mondiale. Secondo i dati pubblicati nel 2025, tali spese hanno raggiunto i 2.718 milioni di dollari nel 2024, con un aumento del 9,4% rispetto al 2023, il incremento annuale più marcato almeno dalla fine della Guerra Fredda. IMPATTO DEI CONFLITTI ARMATI SULLA POPOLAZIONE CIVILE Nel 2025 la popolazione civile ha continuato a subire gravissime conseguenze derivanti dai conflitti armati, i cui effetti si sono in molti casi intrecciati con altre crisi quali l’emergenza climatica, le disuguaglianze e le situazioni di insicurezza alimentare, che hanno aggravato le violazioni dei diritti in questi contesti. Nel suo rapporto annuale sulla protezione dei civili nei conflitti armati, pubblicato nel giugno 2025 e relativo agli eventi del 2024, il segretario generale dell’ONU ha segnalato tendenze allarmanti. António Guterres ha messo in guardia sull’elevato numero di vittime e feriti tra i civili, anche a causa dell’uso di bombe di maggiori dimensioni con esplosivi ad alta potenza in zone densamente popolate, una tendenza che si è accentuata. Ha inoltre messo in guardia riguardo alle munizioni inesplose e agli ordigni esplosivi improvvisati. Secondo i dati di tale rapporto, le Nazioni Unite hanno registrato oltre 36.000 vittime civili in 14 conflitti armati. Casi come quelli di Afghanistan, Colombia, Etiopia, Libano, Myanmar, Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Ucraina e Palestina sono stati teatro di un elevato numero di morti e feriti tra i civili, come segnalato dalle Nazioni Unite. L’organismo internazionale ha inoltre documentato denunce di torture, esecuzioni extragiudiziali, arresti, detenzioni arbitrarie, prese di ostaggi, sparizioni forzate, violenza sessuale e sfollamenti forzati, tra cui in Afghanistan, Colombia, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Palestina. Spiccano inoltre i danni a beni civili e infrastrutture critiche in numerosi conflitti, tra cui, per la sua grave entità, il caso di Gaza. Un’altra tendenza preoccupante segnalata dalle Nazioni Unite è stata l’insicurezza alimentare nei contesti di conflitto. Nel 2024, oltre 280 milioni di persone hanno affrontato una situazione di elevata insicurezza alimentare (fase 3) in 59 paesi e territori, gran parte dei quali colpiti da conflitti armati. Le Nazioni Unite hanno inoltre sottolineato il persistere della violenza sessuale legata ai conflitti, con 4.500 casi verificati nel 2024. Il 93% delle vittime era costituito da donne o ragazze. Il segretario generale ha anche denunciato l’erosione del rispetto del diritto internazionale umanitario. L’analisi dei conflitti armati nel 2025 rileva il persistere delle preoccupanti tendenze evidenziate nel rapporto del Segretario Generale dell’ONU. Nel 2025 si sono distinti casi come Gaza, la Repubblica Democratica del Congo (est), il Sudan, il Sud Sudan, la Somalia, Haiti, la Russia-Ucraina o il Myanmar, tra gli altri, per la gravità delle ripercussioni sui civili. I livelli di violenza da parte di Israele contro la popolazione palestinese hanno continuato a essere esorbitanti e hanno suscitato crescenti accuse di genocidio. Nella RDC (orientale), l’M23 e il Ruanda hanno condotto una campagna sistematica di repressione nelle zone occupate, che ha incluso esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni forzate e attacchi notturni agli ospedali. Inoltre, il conflitto ha continuato a generare gravi problemi relativi alla protezione della popolazione civile, quali violenza di genere, reclutamento di minori, rapimenti e sfollamenti su larga scala. Circa 27,7 milioni di persone, più di un quarto della popolazione, necessitavano di assistenza umanitaria. In Sudan l’impatto della guerra sulla popolazione civile nel 2025 è stato devastante. Si stima che oltre 21 milioni di persone soffrissero di insicurezza alimentare acuta, con focolai di carestia in tutto il Paese, poiché entrambe le parti in conflitto bloccano attivamente gli aiuti umanitari. Nel Sud Sudan, la guerra ha esacerbato la crisi umanitaria e quasi la metà della popolazione soffriva di fame acuta. In Somalia, l’ONU ha stimato che oltre 4,4 milioni di persone avrebbero sofferto di insicurezza alimentare acuta. Ad Haiti, la crisi umanitaria e di sicurezza si è aggravata, con circa 9.000 omicidi e oltre la metà della popolazione in condizioni di insicurezza alimentare. Inoltre, l’UNICEF ha segnalato che circa la metà dei membri delle bande armate era costituita da minori. Per quanto riguarda la guerra tra Russia e Ucraina, nel corso dell’anno si è verificato un grave deterioramento delle condizioni di vita nelle regioni del fronte, con ingenti danni alle abitazioni e ad altre infrastrutture civili; secondo l’OCHA, nel 2026 10,8 milioni di persone in Ucraina avranno bisogno di assistenza umanitaria. In Siria, nel corso dell’anno si è registrato un numero particolarmente elevato di massacri, con quasi 2.700 vittime in 63 episodi, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR). Nel 2025 è stato constatato l’uso della violenza sessuale in numerosi conflitti armati, tra cui Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (est), regione del Lago Ciad (da parte di Boko Haram), Somalia, Sudan, Haiti e Colombia. Tra gli altri casi, in Somalia va sottolineata la persistenza della violenza sessuale nel conflitto, di carattere generalizzato e commessa principalmente da al-Shabaab. Le autorità hanno ricevuto quasi 15.000 denunce di violenza sessuale e di genere tra marzo e agosto del 2025. Ad Haiti, le Nazioni Unite hanno segnalato l’aumento degli stupri di gruppo e hanno denunciato che nel 2025 i casi di violenza sessuale erano aumentati del 40%, quasi tutti ai danni di donne e bambine, nella stragrande maggioranza dei casi da parte delle bande armate come strategia di controllo, terrore e vendetta contro persone accusate di collaborare con lo Stato. Va sottolineato che tra gli impatti più evidenti dei conflitti armati figurano ancora gli sfollamenti forzati della popolazione. Secondo il rapporto semestrale sulle tendenze pubblicato dall’UNHCR nel novembre 2025, che riporta i dati raccolti durante il primo semestre dell’anno, la popolazione globale sfollata con la forza – sia rifugiati che sfollati interni – ammontava a 117,3 milioni di persone. Ciò ha rappresentato una diminuzione del 5% rispetto al 2024, in contrasto con la tendenza all’aumento incessante registrata negli anni precedenti. Secondo l’UNHCR, tale riduzione è stata associata al marcato aumento dei rientri di rifugiati e sfollati in alcune delle crisi più gravi, come quelle nella Repubblica Democratica del Congo, in Siria, in Sudan e in Afghanistan. Alla fine dell’anno il Sudan rappresentava la crisi di sfollamento più grave al mondo, con 12,8 milioni di persone sfollate a causa della violenza, secondo i dati dell’ONU, di cui 4,3 milioni fuggite dal Paese, principalmente verso l’Egitto, il Ciad e il Sud Sudan. RETROCESSIONI NEI DIRITTI DELLE DONNE In coincidenza con il 25° anniversario della risoluzione 1325 dell’ONU su donne, pace e sicurezza, il rapporto mette in guardia da una regressione globale dei diritti delle donne. Secondo lo studio, il 70% dei conflitti armati di massima intensità si verifica in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere. 23 dei 40 conflitti armati verificatisi nel 2025 hanno avuto luogo in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere, e 16 dei 20 conflitti armati ad alta intensità del 2025 (l’80%) si sono verificati in paesi in cui l’Associazione Internazionale di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali aveva documentato leggi o politiche che criminalizzavano la popolazione LGTBIQ+. Inoltre, la partecipazione delle donne ai processi di pace promossi dalle Nazioni Unite continua a diminuire. L’ONU ha verificato oltre 4.600 casi di violenza sessuale legata ai conflitti nel corso del 2024, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Il 93% delle vittime erano donne e ragazze. The post Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 30, 2026
Popoff Quotidiano
“Non vi sembra strano?” L’irresistibile fascino delle teorie del complotto
LA SCONFITTA DELL’ARGENTINA AI MONDIALI HA DATO ORIGINE A TEORIE DEL COMPLOTTO CHE NASCONO PER INDIVIDUARE SCHEMI CHE DIANO UN SENSO A UN MONDO INCERTO Pablo Elorduy per El Salto 105° minuto. L’attaccante spagnolo non posiziona bene il corpo e la palla finisce pochi centimetri sopra la traversa. Dopo un paio di occasioni minori, la finale dei Mondiali arriva ai rigori. L’Argentina vince la sua quarta Coppa del Mondo. La Spagna è triste. Nelle ore successive si parla di «rapina» e «furto» sportivo. Si ricorda un gol che non è stato convalidato per un leggero fallo di piede, si denunciano le decisioni a favore dell’avversario, si tirano fuori immagini di mondiali passati: il gol non concesso in Corea del Sud, la gomitata sul naso di un centrocampista. Lo sconforto, trasformato in rabbia, ha bisogno di una dose più forte di emozione; nei giorni successivi, l’Instagram degli appassionati di calcio spagnoli — e di molti che non sono né spagnoli né appassionati di calcio — si riempie di versioni elaboratissime della stessa idea di furto. Gli influencer, gli youtuber, chi monetizza le fake news guadagnano «like» aggiungendo commenti del tipo: «non ti sembra strano?» e «non sapremo mai la verità» a un tripudio di congetture tra cui compaiono Israele, il silenzio di Javier Milei di fronte alla nuova ondata di estrazione petrolifera nelle Falkland come pagamento per i Mondiali, l’accordo faustiano tra il presidente della Fifa e il miglior giocatore dell’Argentina; l’accordo faustiano tra Donald Trump e proprio Milei; il castigo Maga alla Spagna woke; l’arte maldestra del mercato internazionale dei pronostici. E’ il golden gol della teoria della cospirazione: alla Spagna avrebbero rubato il Mondiale. Non è successo nulla di tutto ciò, lo sapete bene. Il 19 luglio, l’attaccante spagnolo si è posizionato bene. La palla è entrata. L’Argentina ha perso. Il calcio, un gioco fondato su un numero limitato di riflessi e reazioni condizionate in un determinato lasso di tempo, ha un contesto che non è mai estraneo alla politica, il che permette interpretazioni che spaziano dal materialismo alla filosofia, la rivendicazione di un’infanzia perduta e, naturalmente, l’eco di connessioni inaspettate e l’individuazione di schemi proprio là dove tutto sembra caos. A questo punto avrete già sentito le congetture su cui si basa il contenuto di decine di influencer e giornalisti argentini. L’FBI stava per arrestare il presidente dell’Associazione Calcistica Argentina (AFA) e i giocatori ne erano a conoscenza. I giocatori hanno lasciato che la squadra perdesse perché, a seguito della loro coraggiosa rivendicazione delle Malvinas come territorio argentino, la FIFA aveva minacciato di espellere la nazionale dalle competizioni internazionali per i successivi dieci anni. La scelta era tra perdere o rinunciare a partecipare ai prossimi due mondiali. Il presidente della FIFA aveva bisogno che vincesse una nazionale europea per assicurarsi i voti in vista della sua rielezione. Le scommesse sportive e il fiorente mercato dei pronostici hanno determinato il risultato. I punti da collegare si uniscono a una serie di indizi: i giocatori sembrano abbattuti in un video, il miglior giocatore del mondo non accelera in una corsa che sembrava potesse vincere, due giocatori si infortunano, un attaccante di prestigio non gioca un minuto della finale; era tutto scrito in un reportage dell’Economist, in un comunicato dell’Adidas. Eccetera… “Non vi pare strano?”. Perché la cosa funzioni sono necessari coloro che diffondono e monetizzano tali contenuti. I giornalisti argentini Eduardo Feinmann e Pablo Carrozza, nonché l’ex presidente del club argentino Independiente di Avellaneda, Andrés Ducatenzeiler, detto “Duka”, sono stati i principali promotori dell’idea di una grande cospirazione contro l’Argentina. Uno dei post di Ducatenzeiler, condiviso da un account di informazione di sinistra, ha raggiunto 394.000 “mi piace” su Instagram; il video di Carrozza intitolato “La finale che nessuno osa spiegare” supera le 890.000 visualizzazioni su YouTube. Feinmann, già coinvolto in passato in altri episodi di fake news relativi alla tragedia della discoteca República Cromañón (2004), ha inizialmente lanciato l’idea che «qualcosa fosse successo» nelle ore precedenti la partita, per poi smentire la teoria del complotto e dedicare diverse puntate dei suoi programmi all’esistenza di un complotto internazionale anti-argentino. Oltre 80.000 persone hanno firmato una petizione su Change.org per ripetere la finale dei Mondiali — 20 milioni hanno firmato per espellere l’Argentina dallo stesso campionato — e il 17% delle conversazioni sui social media nel Paese del Cono Sud ha fatto riferimento ad alcune delle ipotesi della cospirazione. La reazione della maggior parte degli analisti argentini è stata quella di respingere la narrativa della cospirazione attraverso l’umorismo o il giornalismo critico, ma a prescindere dal caso specifico, l’aspetto fondamentale delle teorie della cospirazione è che sono immuni alla verifica e il loro scopo non è la ricerca della verità nascosta, ma piuttosto i vantaggi che tale esca offre. Il giornalista Mariano Angarolla, la cui risposta a queste teorie è diventata a sua volta virale, risponde alla domanda di El Salto sul fatto che, dopo la frustrazione dei primi giorni, l’ondata complottista si sia attenuata: «L’entusiasmo si sta placando perché, come sempre accade, una notizia ne copre un’altra; quindi, con il passare delle settimane, non se ne parlerà più e sicuramente molti di coloro che oggi credono a queste teorie complottistiche cambieranno persino idea, ma in linea generale, a milioni di argentini rimarrà impresso nella mente che “è successo qualcosa di strano”, e lo racconteranno ai propri figli tra vent’anni. Soprattutto con il calcio, che qui è una religione, e ad esempio si parla ancora della finale persa dall’Argentina contro la Germania nel 1990 a causa di un arbitraggio molto controverso e del caso di doping di Maradona nel 1994. In Argentina ci sono precedenti che inducono a credere che la FIFA possa aver fatto qualcosa alla Nazionale argentina, ma per fatti avvenuti più di 25 anni fa. E inoltre, perché il calcio argentino è molto compromesso. Il suo presidente, Claudio Tapia, ha molti procedimenti aperti per riciclaggio di denaro, deve rendere conto alla giustizia degli Stati Uniti e persino la squadra di cui è stato presidente, il Barracas Central, un club di terza divisione che non ha più di 2.000 tifosi, oggi gioca in Prima Divisione, con uno stadio rinnovato dotato di palchi con poltrone in pelle e aria condizionata e arbitraggi chiaramente favorevoli. Un presidente dell’AFA che è arrivato persino ad annullare le retrocessioni in una stagione della Liga per favorire alcune squadre e guadagnare così voti per la sua rielezione, oppure ha inventato dei campioni a metà stagione (…) Quindi, l’argentino è stato punito così duramente dalla politica, sia quella del Paese che quella del calcio, che ha anche lui motivo di sospettare di tutto, anche se si tratta di teorie ridicole, come quelle sui Mondiali. Non credo che l’argomento avrà maggiore risonanza, ma la convinzione, per molti, rimarrà. E credo che non basterebbe nemmeno che Messi uscisse allo scoperto per dire che non è successo nulla. Infatti, diversi calciatori della Nazionale hanno già parlato e smentito tutto questo, ma comunque nessuno crede né a loro né ai giornalisti più rispettati che seguono la Nazionale da anni. Ma credono invece a un tizio che promuove corsi di imprenditoria sospetti su TikTok, la cui teoria del complotto raccoglie un milione di like. La cosa più dolorosa e contraddittoria è che Messi lasci la Nazionale e milioni di argentini rimangano con l’impressione che abbia fatto un passo indietro, proprio Messi, che ha dato la vita per la Nazionale ed è stato lui a portarci alla gloria. Ma gli argentini lo hanno punito così tanto, che lo capisco anch’io, ed è per questo che hanno persino votato un presidente di estrema destra che ha fatto campagna solo su TikTok e oggi vuole abrogare la legge sulle terre affinché gli stranieri possano comprare ciò che vogliono. Ma quell’estrema destra è arrivata al potere perché la sinistra ha lasciato centinaia di casi di corruzione. Siamo così, non ci sono vie di mezzo. Ti amo e ti odio, persino con Messi”. IL «WOKE» E ALTRE TRIBÙ NASCOSTE Sebbene Javier Milei non si sia unito esplicitamente a queste teorie, la sua reazione a quel clima rafforza una delle condizioni basilari affinché la cospirazione funzioni. Con il suo messaggio dopo la finale, “ci hanno invidia”, Milei rafforza l’idea di coesione interna e la creazione artificiale di gruppi che ispira le teorie del complotto. L’ex deputata al Congresso dei Deputati Pilar Rahola sviluppava questa idea nel programma di Eduardo Feinmann. “Stiamo parlando di tutto il *wokismo* internazionale, che si è alleato in questa follia, in questa confabulazione (…) questa è una campagna di coloro che odiano ciò che l’Argentina ha di buono”, spiegava Rahola. “Cos’è l’Argentina in questo momento: la difesa della democrazia liberale, la difesa dei valori giudeo-cristiani, la difesa di un modello economico di relazioni nel mondo… e questo lo odiano ‘gli Irene Montero, i Pablo Iglesias, i Bardem’, ecc.”. Daniel Jolley, professore di psicologia sociale all’Università di Nottingham, è una delle persone che ha condotto più studi sulle teorie del complotto, come dimostra la sua pagina sul portale di divulgazione scientifica *The Conversation*. Per Jolley, questo serrare le fila del gruppo è uno degli effetti immediati dell’adesione a questa ideologia: “Uno dei motivi per cui le teorie del complotto possono essere così attraenti è che aiutano le persone a dare un senso a eventi deludenti o inaspettati. Se la tua squadra perde una partita importante, di solito è più facile credere che ci sia stata un’ingiustizia piuttosto che accettare che abbia vinto la squadra migliore. Le teorie del complotto forniscono una spiegazione chiara e, cosa ancora più importante, qualcuno — o un altro gruppo rivale — da incolpare”. I fatti, le percezioni, la rabbia e l’ira possono essere catalizzatori per la diffusione di queste ipotesi. È un fatto che la rivendicazione delle Malvine da parte di diversi giocatori della nazionale argentina dopo la semifinale contro l’Inghilterra — che è la potenza occupante di quelle isole — possa comportare sanzioni importanti per la AFA, dato che è quanto stabilito dal regolamento della FIFA. È un fatto che la AFA sia sotto indagine per riciclaggio di denaro da parte dell’FBI. È un fatto che l’adozione della tecnologia di revisione di gara, il cosiddetto VAR, non abbia messo fine alla percezione di ingiustizia per le decisioni determinanti nelle partite di calcio, ma semmai il contrario. È un fatto anche che la FIFA abbia firmato un contratto di sponsorizzazione con la società di pronostici *Adi Predictstreet*, un’azienda sotto indagine in Germania la cui attività è al vaglio dei regolatori di diversi paesi europei. Nel ventaglio di spiegazioni sociali sulla necessità di coesione del gruppo, è un fatto che ci siano stati attacchi sui social network al popolo argentino diffusi da sinistra a destra. È anche vero che, dopo la finale, ci sono state più di 20 aggressioni ad argentini in Spagna, due delle quali molto gravi. È un fatto che, con un’inversione dell’opinione pubblica e nell’arco di un mese e mezzo, l’Argentina sia passata dall’essere il popolo del *Ni una menos* al “popolo più razzista del mondo”, per usare le parole dell’attore statunitense Samuel L. Jackson. È anche un fatto che i tifosi del Real Madrid abbiano storicamente mostrato il loro astio nei confronti del capitano dell’Argentina perché giocava nel Barcellona. Ed è un fatto che in Spagna ci sia razzismo (come in quasi tutti i paesi del mondo) e uno sguardo coloniale impossibile da schivare quando si parla di America Latina. Ma molti fatti messi insieme non formano una trama. La teoria del complotto, per essere tale, si consolida quando si prende una serie di fatti e si compie un salto logico verso le conclusioni. Noel Ceballos, giornalista e autore di *El pensamiento conspiranoico* (Arpa, 2021), proponeva in quel saggio una serie di idee sulla cospiranoia — un termine inserito nel dizionario della Real Academia solo nel 2022. Tra queste c’è il fatto che le dinamiche interne del potere (e i segreti di Stato) “generano uno scenario escludente; di conseguenza, la nozione che esistano indizi apparentemente innocui che, se interpretati nel modo corretto, potrebbero darci accesso a una visione d’insieme, diventa via via sempre più attraente”. Dinamiche interne del potere: Infantino, il CEO del calcio mondiale, la FIFA, Donald Trump, l’FBI, un giro d’affari da oltre dieci miliardi di dollari. Una scatola nera di interessi attorno alla massima istituzione del calcio mondiale che, come il Comitato Olimpico Internazionale, è un covo di corruzione quasi fin dalla sua nascita. Indizi: due infortunati, un discorso motivazionale privo di grinta. Visione attraente: la sconfitta non è dovuta alla vecchia dicotomia tra sfortuna e mancanza di talento, ma a una verità che rimane nascosta, che è possibile enunciare ma che sarà difficilissimo provare. Eppure, sembra essere in ogni *frame* di ogni video, in audio in cui si può intuire una spiegazione, in un’atmosfera torbida. “Non vi sembra strano?”. I social network forniscono l’ambiente ideale per questo tipo di contenuti perché ricompensano la curiosità e l’interazione, segnala Daniel Jolley: “I post che insinuano che ‘qualcosa non quadra’ spingono le persone a fermarsi, guardare il video e, spesso, condividerlo. Il contenuto è intrattenimento e fa leva sulla nostra naturale curiosità. È importante sottolineare che il creatore non ha sempre bisogno di portare prove né una conclusione chiara. Il semplice instillare sospetti può essere sufficiente per catturare l’attenzione”. Jolley spiega che questo “crea una struttura di incentivi in cui porre domande provocatorie è spesso più redditizio che offrire risposte ben fondate”. Tra i gruppi che adottano queste idee per motivi sociali o politici, le dinamiche stesse della cospiranoia resistono ai tentativi del giornalismo di smontarle. Man mano che l’incertezza è cresciuta in un pianeta in crisi, la grande narrazione sul giornalismo ha subito un declino in tutto il mondo. Ma non si tratta solo di questa crisi di legittimità — giustificata o meno — dei mezzi di informazione; come hanno esposto i ricercatori guidati da Karen M. Douglas nello studio *The Psychology of Conspiracy Theories*, le teorie del complotto sono “resistenti alla falsificazione, poiché presuppongono che i cospiratori usino la segretezza e la disinformazione per coprire le proprie azioni, il che implica che chi tenta di screditare le teorie del complotto potrebbe, a sua volta, far parte del complotto”. Un altro articolo, pubblicato nel 2024 dalla professoressa di psicologia sociale Colleen Sinclair, sottolinea un aspetto che può sembrare evidente, ma che è fondamentale per comprendere la diffusione del fenomeno: chi diffonde la teoria cospirativa non deve necessariamente crederci per propagarla. Il fenomeno si verifica quindi per motivi quali la conquista dell’attenzione, il profitto monetizzabile attraverso click e *like* e il reclutamento di persone predisposte alla radicalizzazione attraverso una “cospirazione di iniziazione” apparentemente neutrale dal punto di vista politico, come la credenza nella vita aliena. Daniel Jolley non ritiene che i social network generino teorie cospirative da soli, ma riconosce loro un necessario effetto amplificatore: “Le piattaforme facilitano la rapida diffusione di affermazioni speculative, connettono comunità affini e mantengono gli utenti legati a contenuti sempre più simili. Di conseguenza, ciò che inizia come una vaga sensazione che ‘qualcosa non quadri’ può, con il tempo, trasformarsi in una convinzione molto più forte che ci sia stato un complotto, specialmente quando fornisce una spiegazione semplice per un evento inaspettato e individua chiaramente un gruppo colpevole”, spiega l’esperto. Angarolla concorda: “Gli algoritmi sono sempre più veloci, quindi tu vedi un video su TikTok in cui Messi ha la faccia preoccupata e ti dicono che ‘è successo qualcosa’, ed entro 10 secondi ogni video successivo che guardi su TikTok, Instagram o X parla a sua volta della faccia preoccupata di Messi prima della finale. E questa ripetizione, nel giro di pochissimi minuti, ti ficca un’idea in testa; un’idea che oltretutto è comoda per qualsiasi essere umano, perché è più facile attribuire colpe, per qualsiasi motivo, piuttosto che fare autocritica. (…) Di conseguenza qui vincono solo in pochi: quelli che magari sanno benissimo che la finale mondiale non ha avuto nulla di strano, ma creano questo tipo di contenuti sapendo che genereranno interazioni, guadagnando così qualche dollaro”. LA GRANDE IDEOLOGIA Il fatto che il presidente degli Stati Uniti abbia fatto proprie alcune di queste teorie o si sia fatto strada grazie ad esse — in casi come il *Pizzagate* o il “furto elettorale” delle elezioni del 2020, che portò all’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 — o che lo stesso Milei sventoli quella che è stata definita una “politica estera cospiratoria”, basata sulla dicotomia tra le forze del bene e del male, o del Cristo-Anticristo nella narrazione di personaggi influenti come Peter Thiel, dimostra la forza della cospiranoia come grande ideologia del nostro tempo. In casi come il negazionismo della crisi climatica, sostenuto da politici conservatori, non conta tanto il fatto in sé, quanto ciò che viene interpretato come un attacco al proprio stile di vita (quello dei madrileni, degli andalusi, ecc.). Alcuni degli ultimi studi pubblicati a livello mondiale, nel quadro del crescente interesse per i meccanismi psicosociali che influenzano l’ascesa della cospiranoia, stanno confutando l’idea che queste teorie si diffondano maggiormente tra le persone con un basso livello di istruzione. Sottolineano, al contrario, che hanno a che fare con personalità narcisistiche. È quanto rileva il già citato studio di Douglas: “La credenza nel complotto è predetta anche dal narcisismo collettivo: una convinzione nella grandezza del proprio gruppo di appartenenza unita all’idea che gli altri non lo apprezzino abbastanza”. In un mondo in cui l’idea di comunità minacciate vince le elezioni e legittima il potere in Russia, India o negli Stati Uniti, o rappresenta un’attrazione elettorale crescente in Germania, Regno Unito e Francia, la teoria del complotto come quella della “grande sostituzione” è l’espressione più aggiornata della cospiranoia in chiave suprematista e xenofoba. La storiografia ha reso la teoria dei *Protocolli dei Savi di Sion* la prima cospiranoia moderna. Questo falso antisemita fu adottato dall’estrema destra europea all’inizio del XX secolo come tabella di marcia per i *pogrom* contro gli ebrei in tutto il continente, ma affascinò anche una parte della sinistra, mostrando una trasversalità delle teorie del complotto che dura fino a oggi. Dalle scie chimiche alla pandemia di Covid-19, passando per la cospirazione sull’AIDS o sulla seconda vita di Jesús Gil y Gil, le narrazioni del complotto confermano che, nonostante l’attuale ascesa dell’estrema destra, la cospiranoia funziona come un magnete per chiunque pensi che qualcosa non funzioni. In una recente intervista, il sociologo César Rendueles affermava che l’ascesa della cospiranoia come grande ideologia del nostro tempo “ha a che fare con una certa individualizzazione delle passioni politiche: ‘È prendere l’idea del pensiero critico — che riguardava l’elaborazione collettiva: insieme siamo capaci di pensare a qualcosa che sfida le verità più o meno stabilite — e portarla sul terreno individuale. *Io sono più furbo degli altri, mi sono informato su YouTube e tu, pecora, credi agli esperti del governo*. È intendere le conquiste della conoscenza come qualcosa di individuale, legato al segreto che io stesso ho scoperto'”. Steven Forti, storico specializzato in estrema destra, conferma l’idea che ci siano sempre state “cospirazioni per tutti i gusti o complotti che possono essere fino a un certo punto trasversali, vale a dire spendibili da persone che difendono visioni del mondo opposte”. Tuttavia, per Forti, l’uso generalizzato della cospiranoia da parte dell’estrema destra risponde a un’idea basilare di comportamento sociale. L’uso massiccio di *fake news* e teorie del complotto risponde all’obiettivo “di accrescere la diffidenza e il risentimento nella popolazione: una società più diffidente è terreno fertile per le idee estremiste o, semplicemente, per quelle di ‘legge e ordine’. Tenendo conto di ciò, tutto porta a credere che il suo utilizzo rimarrà predominante da parte dell’estrema destra”, afferma l’autore di *Democrazie in estinzione* (Siglo XXI, 2024). La giornalista Nuria Alabao insiste sull’idea che le teorie cospirative “funzionano perché danno un senso ai malesseri diffusi della gente. Possono essere di natura materiale o di altro tipo, e offrono questa risposta emotiva in momenti di crescente incertezza. Ciò permette di costruire una comunità basata sia sul sospetto sia sull’accesso a una verità rivelata a cui non tutti hanno accesso. E naturalmente, in un’epoca di crescente disaffezione politica in cui le persone hanno smesso di credere nelle istituzioni, nei media e nella politica, il complotto offre l’illusione della verità e al contempo spoliticizza. Perché se il problema non è il sistema economico, ma c’è una cospirazione talmente grande da includere tutte le élite del pianeta, in un certo senso tu non puoi fare nulla organizzandoti politicamente. La tua sola azione consisterà nel rivelare quella verità a cui hai accesso insieme al tuo gruppo di pari. In questo senso, le *fake news* o le cospirazioni sostituiscono quelle che un tempo erano le grandi narrazioni di classe o di nazione”. Forti segnala che il futuro potrebbe rendere la sinistra più incline ad accettare l’ideologia cospirativa in base a tre elementi: “Da un lato, l’aumento dei livelli di sfiducia verso le istituzioni, ma anche verso i media e gli esperti, colpisce anche chi si definisce progressista; ancor più laddove governa l’estrema destra. Dall’altro, la viralizzazione di bufale e fantasie cospirative da parte di Internet, dei social network e ora dell’IA riguarda l’intera popolazione, sebbene vi sia una maggiore predisposizione nell’elettorato conservatore. Infine, le cospiranoie tendono ad aumentare in contesti di crisi o incertezza: e la congiuntura storica in cui viviamo è rappresentata esattamente da questi due concetti”. Nel 2001, l’anno dell’attentato alle Torri Gemelle — uno degli eventi più rivisitati nella storia del complottismo —, il neuroscienziato Peter Brugger riprese il concetto di “apofenia”, nato qualche decennio prima e inizialmente associato alla psicosi. L’apofenia, secondo Brugger, è intesa come una percezione non motivata di connessioni, una tendenza a individuare schemi regolari anche dove non c’è motivo per tale deduzione. Secondo la psicologia moderna, l’apofenia può contribuire a dare un senso al mondo che ci circonda. Con un taglio provocatorio, gli economisti Jim Powers e Chris Johns si sono riferiti alla religione come alla teoria del complotto più longeva, indicando la crisi della fede in Dio come un fattore determinante per l’attuale boom della cospiranoia. E in fondo, non vi sembra strano che ci sia un vecchio lassù che controlla tutto ciò che accade nel mondo, fino a un dettaglio in teoria così irrilevante come un calciatore che posiziona bene il corpo al momento giusto? The post “Non vi sembra strano?” L’irresistibile fascino delle teorie del complotto first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo “Non vi sembra strano?” L’irresistibile fascino delle teorie del complotto sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 29, 2026
Popoff Quotidiano
In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni
L’ANNUNCIO DURANTE LE CELEBRAZIONI PER IL 47° ANNIVERSARIO DELLA RIVOLUZIONE SANDINISTA, GLI ESPERTI E L’OPPOSIZIONE IN ESILIO SI INTERROGANO SUL FUTURO DEL REGIME, MENTRE WASHINGTON INASPRISCE I TONI Louise André-Williams su Mediapart «Qui non ci saranno più elezioni». Mentre aleggiavano dubbi sullo svolgimento di elezioni democratiche nel novembre 2026 in Nicaragua, l’annuncio clamoroso del presidente Daniel Ortega, in occasione delle commemorazioni del 47° anniversario della rivoluzione sandinista domenica 19 luglio, ha il pregio di essere chiaro. Con questa decisione, il Paese di 7 milioni di abitanti, governato con pugno di ferro dal leader sandinista da diciannove anni, compie un ulteriore passo avanti nella distruzione della democrazia. «È in un certo senso il colpo di grazia, ma in realtà non fa altro che istituzionalizzare una realtà che era già presente», afferma a Mediapart Alexandra Salazar, avvocata e attivista per i diritti umani in esilio in Spagna. Lo Stato centroamericano non ha più conosciuto elezioni senza irregolarità dal 2008. Sulla scia delle grandi manifestazioni del 2018 – durante le quali sono morte più di 300 persone, secondo le Nazioni Unite –, il governo ha lanciato una vasta ondata di repressione contro l’opposizione, le organizzazioni civili e la stampa indipendente. In occasione delle ultime elezioni del 2021, Daniel Ortega e sua moglie, Rosario Murillo, nominata copresidente nel 2014, avevano preventivamente incarcerato gli undici candidati dell’opposizione, assicurandosi così una quarta rielezione con un risultato dichiarato del 75,92% dei voti. Tale risultato non è mai stato confermato da un organismo indipendente. Nel 2025, Ortega e Murillo hanno fatto approvare una riforma costituzionale che conferisce loro pieni poteri e vieta la partecipazione alle elezioni ai partiti politici che non condividono «la stessa linea ideologica» del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN), il partito presidenziale. VERSO UN REGIME MONOPARTITICO Ormai, in Nicaragua sono di fatto autorizzati solo due partiti: l’FSLN e il Partito Liberale Costituzionalista, alleato dei sandinisti. Le figure dell’opposizione sono in carcere o in esilio. Circa 450 nicaraguensi sono stati privati della cittadinanza. In questo contesto, l’annuncio fatto dall’ex guerrigliero domenica 19 luglio non ha suscitato sorpresa. «Ortega ha sempre affermato che i partiti sono indesiderabili perché, secondo lui, dividono la società», dichiara Juan Sebastián Chamorro, uno dei candidati alla presidenza incarcerati prima delle elezioni del 2021, alla Radio y Televisión Española (RTVE). A suo avviso, Ortega vuole imporre al Nicaragua un regime monopartitico, sul modello di Cina, Cuba e Corea del Nord. Secondo il giornalista del media in esilio Divergentes Wilfredo Miranda Aburto, la decisione di sopprimere semplicemente e puramente le elezioni ha «provocato la rabbia della stessa base sandinista. Si agisce una misura che proprio [Anastasio] Somoza [Debayle, l’ex dittaore del Nicaragua – ndt] non avrebbe osato prendere». È difficile, infatti, secondo il giornalista, non paragonare il regime di Ortega-Murillo a quello che l’ex guerrigliero aveva rovesciato nel 1979. La dinastia dei Somoza aveva dominato il Paese per quarantatré anni, con il sostegno degli Stati Uniti. Per Mónica Baltodano, storica ed ex guerrigliera sandinista, il divieto di tenere le elezioni annunciato da Daniel Ortega nel giorno della commemorazione della rivoluzione del 1979 è «l’espressione stessa dell’antitesi di ciò che rappresentava quella lotta, degli obiettivi e degli impegni di una lotta che è costata la vita a così tante persone. È una vera e propria provocazione fare questo annuncio in occasione dell’anniversario della fine di una dittatura». La forma giuridica che assumerà il divieto delle elezioni è ancora incerta. Sulla stampa, l’opposizione ipotizza diversi scenari: o il regime sospenderà le elezioni tramite una riforma costituzionale, oppure trasformerà l’Assemblea nazionale in Assemblea costituente, senza indire nuove elezioni. Il vantaggio di questa seconda opzione per la coppia presidenziale? La possibilità di assicurarsi la presidenza a vita. Per l’analista politico ed ex deputato dell’opposizione Eliseo Nuñez, in esilio in Costa Rica dal 2021, questa manovra ha in ogni caso lo scopo di «garantire la successione della dinastia». Daniel Ortega ha infatti espresso il desiderio di governare per altri dieci anni, ma la sua età avanzata – 80 anni – lascia spazio a dubbi. Rimane sua moglie, Rosario Murillo, e, alle sue spalle, i nove figli della coppia, che secondo il media Nicaragua Investiga «tirano già le fila del Paese in settori chiave come gli affari, i media, la moda e lo sport». GLI STATI UNITI «NON RESTERANNO A GUARDARE» La decisione di annullare le elezioni ha scatenato un’ondata di condanne da parte della comunità internazionale, in primis da parte degli Stati Uniti, principale partner commerciale del Nicaragua, che stanno già applicando restrizioni sui visti a numerosi funzionari nicaraguensi. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha avvertito sul social network X, il 21 luglio, che Donald Trump e la comunità internazionale «non resteranno con le mani in mano mentre la dittatura […] intensifica la repressione e crea un’instabilità che minaccia la sicurezza nazionale» degli Stati Uniti. «Abolire» le elezioni «dimostra la vigliaccheria e la paura [di Daniel Ortega] nei confronti della volontà del popolo nicaraguense», ha aggiunto, invitando i membri della comunità internazionale a «unire le forze per dimostrare alla dittatura Murillo-Ortega che non può aspettarsi di mantenere relazioni con le altre nazioni come se nulla fosse». Secondo il New York Times, il discorso di Ortega riflette una «crescente paranoia» della coppia presidenziale da quando il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato catturato dalle forze statunitensi a gennaio e l’amministrazione Trump ha intensificato le pressioni su Cuba – due paesi latinoamericani alleati del Nicaragua. In America Centrale, l’annuncio ha scatenato un’ondata di proteste. Il Costa Rica, primo Paese a reagire, ha richiamato il proprio ambasciatore per consultazioni, seguito pochi giorni dopo da Panama, dal Guatemala e dalla Repubblica Dominicana. El País sottolinea tuttavia il «silenzio eloquente» del Salvador di Nayib Bukele, proprio mentre il suo alleato, gli Stati Uniti, ha condannato le azioni di Ortega. Anche il presidente honduregno, Nasry Asfura, molto vicino a Trump, è rimasto in silenzio. L’avvocata Alexandra Salazar rileva l’assenza di reazioni, finora, da parte di Messico, Colombia e Argentina. Deplora più in generale che «la situazione in Nicaragua non trovi l’eco che merita nell’attuale contesto internazionale». «Da anni, quando ci rivolgiamo alla comunità internazionale, ci troviamo di fronte a una sorta di vuoto». E aggiunge un monito: «Ci sono persone in carcere, vite messe in sospeso, persone torturate, il 10% della popolazione in esilio fuori dal territorio». La storica Mónica Baltodano giudica «incoraggianti» le recenti prese di posizione ufficiali in America centrale, la cui mancanza di solidarietà con l’opposizione è stata, secondo lei, «una delle grandi lacune degli ultimi anni». Anche Eliseo Núñez esprime «la speranza» che queste reazioni diplomatiche gli infondono: «Questa volta, Ortega potrebbe ritrovarsi davvero isolato». Accoglie inoltre con favore la reazione dell’Unione europea (UE), che ha esortato il regime nicaraguense a organizzare le elezioni «come previsto» e a garantire che si svolgano «in modo trasparente, inclusivo e credibile». Il governo del Nicaragua ha definito queste critiche «ingerenze imperialiste»: «Non siamo vassalli di nessuno». Il 27 luglio, la copresidente Rosario Murillo ha annunciato di aver avviato un «processo di consultazione», con l’obiettivo di far approvare la riforma costituzionale all’inizio di settembre.   The post In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo In Nicaragua, la “dinastia” Ortega-Murillo annuncia la fine delle elezioni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 29, 2026
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