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Lettera dal Brasile: il rischio di un “7 a 1 sociale”
CRONACHE DI MONDIALI E DI LOTTE. CI SCRIVE SOLANGE CAVALCANTE, AUTRICE DI “COMPAGNI DI STADIO. SÓCRATES E LA DEMOCRAZIA CORINTHIANA” (FANDANGO LIBRI) La maggior parte dei brasiliani è solita scansionare la vita attraverso i Mondiali di calcio. Io, per esempio, ricordo di essere stata malata durante i Mondiali del 1966. e quanto fosse rassicurante avere i miei accanto a me, ancora vivi [lacrime]. Ai Mondiali del 1970, perfino chi era ancora bambino come me, si accorse che nel Paese c’era qualcosa che non andava. Alla vigilia dell’inizio del torneo, e senza alcun preavviso, i militari andarono a prendersi una Nazionale già pronta, la strapparono dalle mani dell’allenatore (il compagno comunista João Saldanha) e la consegnarono a Mario Zagallo, servo dei golpisti. Sì, vincemmo il Mondiale. E allora? La Storia racconta che fu proprio in quel periodo che la dittatura militare torturò tanti prigionieri politici in Brasile, nascondendosi dietro le vittorie della nostra nazionale. Per i brasiliani che amano il calcio d’arte (e per me, con tutto l’amore che ho per la mia sempre cara Democracia Corinthiana) il Mondiale più bello resterà sempre quello del 1982. Avere Sócrates in Nazionale e vederla giocare con quel tanto di bellezza significava dimostrare che il calcio ha tutto a che fare con la politica. Ah, sì, il Brasile non alzò la Coppa. Ma, come diceva il nostro Doutor: «Vincere o perdere, sempre con democrazia». La verità è che il calcio d’arte è morto, travolto dal calcio-business. Mi perdonino i tifosi più fanatici, ma i successi successivi del Brasile si devono a un certo talento combinato con l’ascesa continua di un calcio di destra, sopravvalutato, planetario e alimentato da cifre astronomiche. E, come ogni bolla economica, il calcio delle società di scommesse, degli influencers, delle modelle hype e dei calciatori con abbastanza denaro da comprarsi le società sportive, la stampa, gli allenatori e le coscienze non durerà per sempre. Speriamo. Oggi, vigilia della finale del 2026, i militanti della Conspiração Socialista, legati alla scuola pubblica, sono stati convocati per un impegno politico nella sede del nostro sindacato degli insegnanti, un piccolo edifício in un piccolo quartiere nell’immensa città di San Paolo. Sappiamo che è tempo di Mondiali e di vacanze scolastiche, ma sappiamo anche che siamo nel pieno della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, del Senato, della Camera federale, delle Assemblee legislative statali e dei governatori, previste per il prossimo ottobre. È una splendida mattina di sole, nel pieno dell’inverno. È quasi uno spreco essere chiusi nel sindacato così presto, di sabato. «Non possiamo parlare dei Mondiali?», chiede qualcuno. Ridiamo una risata assonnata. E, siccome ogni brasiliano che si rispetti ricorre alle metafore calcistiche per spiegare la vita, un altro compagno risponde: «Altro che Mondiali. È il momento di pensare alla politica, perché ogni giorno è un 7 a 1 diverso». La metafora del 7 a 1 richiama la nostra sconfitta contro la Germania nel 2014 e, da allora, è diventata il modo di nominare le situazioni più difficili. La riunione comincia. Il nostro recente sciopero per un salario dignitoso e per la stabilità lavorativa è stato un disastro e non è riuscito né a fermare la privatizzazione né la precarizzazione della scuola pubblica. Siamo sempre più isolati come categoria. Lottiamo da soli, senza i bancari (praticamente scomparsi dopo la digitalizzazione delle banche), senza i lavoratori della metropolitana, senza gli autisti dei trasporti pubblici, senza gli addetti ai servizi idrici e senza quelli dell’energia elettrica. Negli ultimi anni, i servizi pubblici dello Stato e della città di San Paolo sono stati quasi tutti privatizzati. Nell’istruzione siamo arrivati al 35% di insegnanti precari nella rete comunale e al 50% in quella statale. Cominciamo a definire un calendario di attività per la campagna elettorale, ma dovremo agire con estrema prudenza. Il sindaco di destra vuole che qualsiasi dipendente pubblico che esprima le proprie opinioni sui social network possa arrivare a perdere il posto di lavoro. Silenzio. Ognuno di noi prende il proprio cellulare per controllare se, e in quale misura, abbia manifestato recentemente le proprie opinioni politiche sui social. Sul piano nazionale, la situazione non è più incoraggiante. I risultati dei sondaggi elettorali che, da qualche giorno, indicano Lula in vantaggio hanno provocato le più gravi minacce di Trump contro il Brasile, a cominciare dall’imposizione di dazi del 25% sui prodotti brasiliani. Per evitare queste tariffe, gli Stati Uniti pretendono che Lula abbandoni gli accordi commerciali firmati con la Cina. Le conseguenze di un rifiuto potrebbero avvicinarci a quanto è accaduto – e continua ad accadere – in Venezuela, Ecuador, Bolivia, Cile, Perù e Colombia. Compagni di stadio NE «Le elezioni di ottobre saranno una guerra, con la pesante interferenza di Trump, di Rubio e della rete di relazioni della famiglia Bolsonaro, oggi un nome consolidato della destra», osserva una compagna. Mi guardo intorno. Siamo pochi. Siamo stanchi, invecchiati, e alcuni se ne sono andati troppo presto, ancora prima della pensione. Ho paura di ciò che i nostri nemici di classe potrebbero ancora riuscire a sottrarci. Ma so anche che sessant’anni di Mondiali e quattro decenni di lotte non sono poca cosa. Mentre scrivo questo testo per i cari compagni italiani, è prudente non fidarsi dei sondaggi e continuare a lavorare con determinazione in vista delle prossime elezioni. Non sappiamo ancora chi vincerà il Mondiale del 2026. Basta però guardare le tante squadre per capire che continuiamo a vivere nella genetica dei tanti calciatori di etnie diverse. Perché siamo stati, siamo e continueremo a essere seme e resistenza. Até a vitória, companheiros. Sempre. 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July 20, 2026
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Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane»
«C’È UNA GENERAZIONE, LA GENERAZIONE GAZA, LA GENERAZIONE CHE HA VINTO IL REFERENDUM E CHE GUIDA TUTTE LE LOTTE DI QUESTO TEMPO INFAME A CUI PASSIAMO IL TESTIMONE». L’INTERVENTO DI RAFFAELLA BOLINI ALL’ASSEMBLEA NO KINGS, 25 ANNI DOPO IL SOCIAL FORUM Noi che abbiamo organizzato Genova, ogni volta che si avvicina un anniversario, abbiamo sempre paura che interessi solo noi reduci. Invece, ogni volta, sono tantissimi i giovani che ne vogliono parlare. Ed è un segno che qui si tenga, ad un quarto di secolo dal Genoa Social Forum, l’assemblea No Kings – il movimento dei movimenti più giovane, la convergenza più larga di questo periodo. Noi siamo diventati vecchi. Iniziamo ad andare via: in pochi mesi abbiamo perso – ed erano i più giovani fra di noi-Stefano Kovac, Matteo Jade, Anubi D’Avossa. Ma c’è una generazione, la generazione Gaza, la generazione che ha vinto il referendum e che guida tutte le lotte di questo tempo infame a cui, con grande fiducia, passiamo il testimone. Noi fummo vittime della più grande repressione del dopoguerra, loro vivono in un tempo in cui la repressione è strumento normale di governo e di dominio Noi volevamo evitare la guerra, loro lottano in un mondo in cui la guerra ha sostituito la politica. Per noi un mondo diverso era possibile, per loro è indispensabile. RAFFAELLA BOLINI RETE STOP REARM EUROPE —— 25 anni fa, l’avevamo capito dove ci stava portando il capitalismo. Avevamo ragione, non ci hanno permesso di invertire la rotta, e siamo arrivati fino a qui, a questo mondo impossibile. Ma non è vero che a Genova il movimento dei movimenti sia nato e pure finito. Non è vero. L’anno dopo, quello stesso movimento portò 100.000 persone al Forum Sociale Europeo di Firenze. E li promuovemmo il 15 febbraio del 2003, la manifestazione più grande mai realizzata al mondo, 110 milioni di persone in piazza contro la guerra all’Iraq. E quelle resistenze, quelle lotte sono passate nel DNA delle generazioni successive. Nella sponda sud del Mediterraneo, il movimento ispirò le rivoluzioni arabe: tenemmo due enormi Forum Sociali Mondiali a Tunisi, ospitati da chi la rivoluzione l’aveva fatta. In America Latina, il movimento dei forum diede la spinta decisiva alla vittoria della sinistra in cinque paesi, uno dietro l’altro. In Grecia, dal movimento nacque una sinistra nuova, che dal 3% passò al governo prima di essere strangolata dalla Troika. —— Ma fu una eccezione, la Grecia, in Europa. Perché in Europa tutto il quadro politico mainstream, inclusa la famiglia progressista, non stava con noi, stava dalla parte del neoliberismo. In Italia e in Europa fummo lasciati soli, da chi sarebbe dovuto stare al nostro fianco. —— È da inizio millennio che nella sfera della rappresentanza manca un progetto alternativo all’esistente. E questo ha lasciato uno spazio enorme alla destra, che è stata capace di intercettare le paure e le frustrazioni della gente. E ora siamo qui, nel mezzo di una nuova transizione verso forme sempre più estreme di dominazione globale, per centralizzare il controllo, reprimere e chiudere gli spazi democratici, privatizzare ed estrarre profitto da tutto ciò che esiste. Con la forza, con la guerra, con la repressione, distruggendo il diritto internazionale, lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Per il capitalismo, la democrazia è solo ormai un impiccio. —— E ancora una volta, la montagna che abbiamo di fronte si chiama Europa. L’Unione Europea, in un mondo di guerra e di despoti, sceglie la guerra e il riarmo. Conferma l’austerità, l’estrattivismo, la fortezza Europa fino alla remigrazione, e continua a sostenere il genocidio in Palestina. Ora Trump dice che ci abbandona: dovremmo approfittare di questa opportunità per liberarci dalla gabbia atlantica e occidentale in cui siamo prigionieri da ottant’anni, e invece l’Europa ne rinforza le sbarre. Noi non siamo Occidente, noi siamo per geografia, storia e cultura un continente intersezionale fra tre grandi regioni del mondo. Dovrebbe essere la nostra ricchezza, l’essere ponte, invece ci circondiamo di muri e cannoni. —— L’anno prossimo andranno al voto la Francia, l’Italia, la Spagna. In tutti questi tre paesi, la destra reazionaria, razzista fascista, può vincere o rimanere al governo. Per batterla, bisogna contare su quel nostro popolo che si sente abbandonato da anni. Che va rimesso al centro di un progetto politico di democrazia radicale, di uguaglianza radicale, di un orizzonte di alternativa di sistema. E l’ideale socialista che ricomincia a conquistare spazio, e a vincere, a partire dal centro dell’impero, negli Stati Uniti, è una speranza. —— Il metodo che usammo per fare Genova ancora ci può dire qualcosa. Le prime volte qui ci guardavamo con sospetto e diffidenza. Venivamo da mondi ed esperienze diverse. Scegliemmo di mettere al centro ciò che ci univa, non mediando al ribasso i nostri contenuti, ma trovando il contenuto più radicale che apparteneva a tutti: voi 8, noi 6 miliardi. Quello slogan vale oggi più che mai: voi pochissimi, noi tutto il pianeta. No Kings: ci impegniamo a mettere insieme i frammenti di alternativa che ciascuno di noi possiede, per rendere visibile un progetto leggibile di un’altra società contro tutti i re e le loro guerre. Per essere non tante oasi nel deserto, ma carovana che insieme attraversi il deserto e approdi a un nuovo mare. E in quest’autunno, irromperemo dal basso con i nostri contenuti e le nostre lotte nella campagna elettorale. Oggi siamo qui per questo, oggi qui faremo la nostra agenda. E discuteremo delle nuove forme per fare insieme conflitto e consenso. —— E lavoriamo per superare i confini nazionali, perché abbiamo bisogno con il pane di un movimento dei movimenti europeo. Dalla prima manifestazione europea contro il riarmo del 14 giugno a Bruxelles è uscita una proposta: organizzare il 21 novembre, il giorno dopo del possibile sciopero europeo degli studenti, manifestazioni nazionali in tutti i paesi dove sarà possibile. ‘ “Stato sociale, non Stato di guerra” mentre i governi europei e la stessa Unione staranno discutendo le loro leggi di bilancio, che saranno ovunque una gigantesca macelleria sociale. E anche di questa proposta, cominciamo a discutere qui oggi. Buon lavoro, e avanti tutta, No Kings. Con Carlo, sempre per sempre, nel cuore. The post Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 19, 2026
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Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente»
«ED È DENTRO QUESTA REGOLA CHE OGGI SI LOTTA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE NELLE NOSTRE CITTÀ». L’INTERVENTO DI DOMENICO “MEGU” CHIONETTI ALLA PLENARIA NO KINGS NEL VENTICINQUENNALE DELLE GIORNATE DI LUGLIO 2001 Genova 2001, per molti, è la storia di responsabilità individuali mai punite. Ma in realtà è qualcosa di molto più profondo. È il momento in cui un apparato di potere non si è limitato a proteggere sé stesso: ha ostentato quella protezione e quella impunità, le ha esibite, come un’associazione a delinquere che uso’ il terrore come strumento di governo. E ha trasformato quell’impunità in un precedente politico e storico, fino a farla diventare una regola. Una regola che oggi è la regola del nuovo mondo. Ed è dentro questa regola che oggi si combatte anche la battaglia per la casa e per il diritto all’abitare nelle nostre città. Mentre le guerre e il riarmo drenano risorse, energie e attenzione, noi diciamo: nessuno basta a se stesso, solidarietà e azione collettiva sono la nostra forza, l’unica via di uscita. Costruiamo alleanze trasversali. Il Social Forum dell’Abitare è fatto proprio di questo: terzo settore e sindacato, spazi sociali e mondo cattolico, urbanisti, comitati, studenti. Se riusciamo a costruire queste alleanze, a individuare obiettivi comuni e a far diventare il diritto all’abitare una priorità politica nazionale, saremo più forti. Perché la crisi dell’abitare è già oggi una crisi sociale. È già oggi una forza espulsiva che attraversa le nostre città, allontana le persone, rompe le comunità, aumenta le diseguaglianze. La lotta per il diritto all’abitare non può limitarsi a rincorrere l’emergenza, sfratto dopo sfratto. Serve aprire una fase nuova, per aprire una stagione di mobilitazioni sull’abitare e il diritto alla città. Non una semplice vertenza destinata a consumarsi nell’autunno, ma una stagione lunga, radicale e determinata, in cui il diritto alla casa diventa diritto alla città. Perché la domanda vera è un’altra: chi governa le nostre città? Chi decide chi può restare e chi deve andarsene? Chi decide cosa si costruisce e cosa si demolisce? Chi governa le trasformazioni urbane mentre il capitale si mangia il territorio, lo stravolge e lo domina? Per questo crediamo nelle agenzie sociali per la casa, con una forte regia pubblica: strumenti capaci di mettere in relazione enti locali, proprietari, inquilini e terzo settore, per aumentare gli alloggi accessibili, prevenire gli sfratti, accompagnare le persone più fragili e restituire alla politica un ruolo di governo del diritto all’abitare. Il Social Forum dell’Abitare che si terrà a Genova il 12, 13 e 14 novembre sarà il luogo in cui confrontarci su questa proposta e provare a costruirla insieme. Il Social Forum sta facendo partire anche una Carovana per l’Abitare, per tenere insieme le esperienze dei territori, connettere le lotte e costruire una richiesta chiara: una legge scritta dal basso, da chi l’espulsione dalla città la subisce e da chi ogni giorno la contrasta. Ed è su questo terreno che misuriamo e respingiamo il Piano Casa del governo Meloni: risorse bloccate per cinque anni, un Commissario di Governo che decide al posto delle comunità locali, patrimonio pubblico venduto per fare cassa. E, per finanziare gli interventi sugli sfratti, si mettono le mani anche sulle risorse provenienti dagli affitti delle case popolari. Ancora una volta sono i più deboli a sostenere il peso delle politiche pubbliche, mentre lo Stato scarica il costo delle proprie scelte su chi ha meno. Domenico “Megu” Chionetti a Roma per una manifestazione a Spin Time nel gennaio scorso E, come se non bastasse, si accelerano le procedure di sfratto, come se questa fosse la vera emergenza del Paese. Il comitato Quarticciolo Ribelle, a Roma, lo scrive su un muro: “Ater, il vostro abbandono è il nostro degrado.” Credo che questa debba diventare un’agenda politica. Non è accettabile che pezzi fondamentali del governo delle nostre città siano sottratti al controllo democratico e alla politica, come se fossero poteri intoccabili. Vanno analizzati, criticati, messi in discussione e riportati dentro un confronto pubblico. E torno a Genova. Perché quel potere che nel 2001 ostentò la propria impunità non appartiene soltanto al passato: è diventato un paradigma. È la convinzione che tutto sia consentito, che la forza prevalga sul diritto, che chi detiene il potere possa agire senza rispondere delle proprie azioni. È lo stesso paradigma con cui oggi l’Europa assiste , perdendo la sua dignità alla più grande speculazione e demolizione genocidaria a Gaza. L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente. Per questo dobbiamo lottare. Per questo dobbiamo organizzarci. Per questo dobbiamo farlo insieme, tutte e tutti The post Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 18, 2026
Popoff Quotidiano
Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere
L’INTELLETTUALE ALBANESE FATOS LUBONJA: IN DISCUSSIONE È UN INTERO MODELLO DI SVILUPPO, FONDATO SULL’ESPROPRIAZIONE E SULLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA Fabien Escalona per Mediapart A prima vista, è un bel libro un po’ «di nicchia». Sessanta studi di architettura descrivono, in un voluminoso volume intitolato The Albanian Files (Lars Müller Publishers, 2026), il modo in cui hanno colto «l’opportunità specifica» offerta dal «rinnovamento» dell’Albania dopo la caduta del comunismo. Il tutto con una prefazione di Edi Rama, primo ministro, al potere da quasi tredici anni dopo aver ottenuto un quarto mandato nel maggio 2025. Il 1° luglio, tuttavia, questo libro è stato consegnato al tribunale speciale incaricato dei casi di corruzione e criminalità organizzata (Spak) da un gruppo di cittadin·e che vi vedono «una sintesi dei crimini commessi» dal capo del governo albanese. I progetti immobiliari portati avanti in spregio alle regole e all’interesse generale sono diventati l’incarnazione di un modello di sviluppo viziato, fondato sull’espropriazione della gente comune, sulla concentrazione della ricchezza e sul riciclaggio di denaro sporco. Ed è proprio un progetto turistico di lusso, promosso da una società legata al genero e alla figlia di Donald Trump (Jared Kushner e Ivanka Trump), che è all’origine della «rivoluzione dei fenicotteri rosa». Il movimento di protesta, senza precedenti per portata e durata, prende il nome dalla sosta di questi uccelli migratori nell’area protetta di Vjosa-Narta, dove le autorità pubbliche hanno autorizzato la costruzione del complesso alberghiero. Dopo oltre un mese di mobilitazione, sabato 4 luglio si è raggiunto il culmine con la marcia di decine di migliaia di persone nella capitale, Tirana. Sabato 11 sono attesi nuovamente raduni di grande portata. Per comprendere le motivazioni di questo movimento storico, Mediapart ha intervistato lo scrittore Fatos Lubonja. Ex prigioniero politico sotto la dittatura comunista di Enver Hoxha tra il 1972 e il 1991, è una voce importante della vita intellettuale albanese e della difesa dei diritti umani sin dal passaggio a un regime pluralista. «Mediapart»: Il 4 luglio, la 35ª manifestazione della «rivoluzione dei fenicotteri rosa» ha mobilitato più che mai contro l’esecutivo. Come ha fatto il movimento a raggiungere una tale portata di massa? Fatos Lubonja: All’inizio, il progetto attribuito alla coppia Kushner-Trump ha suscitato la contestazione degli ambientalisti e degli abitanti della regione. Mentre si opponeva ai lavori nell’area protetta, un manifestante è stato colpito e poi trascinato via con la forza da diversi uomini legati alla sicurezza privata, sotto gli occhi dei poliziotti che non hanno impedito l’intervento. Le immagini, ampiamente diffuse sui social, hanno suscitato forte indignazione in tutto il Paese. Il giorno seguente, il 31 maggio, sono iniziate le manifestazioni a Tirana. I partecipanti non protestavano più solo contro il progetto di Zvërnec, ma anche contro la violenza subita. In questo modo, la composizione sociale del movimento è cambiata. Al nucleo iniziale di manifestanti si sono aggiunti altri strati della società: i giovani, tra cui molti studenti; la classe media, tormentata dallo spopolamento del Paese e dall’impossibilità di costruirsi una vita dignitosa; o ancora persone sconvolte dalla mancanza di solidarietà con la Palestina da parte dell’esecutivo socialista, preoccupato di mantenere buoni rapporti con l’amministrazione Trump. Se questo allargamento è stato possibile, è perché il progetto immobiliare in questione è emblematico. Contestarlo significa prendere di mira i quattro pilastri del potere in Albania: la classe oligarchica dell’1% più ricco, come negli altri paesi capitalisti; i media, di cui quell’1% è per lo più proprietario; la criminalità organizzata, che è il principale investitore in Albania; e infine la tattica del potere di legittimarsi grazie a appoggi stranieri. In realtà, la gente si è identificata con i fenicotteri rosa, in quanto vittime di uno sviluppo che privatizza lo spazio pubblico e impedisce una vita normale, privando l’accesso alle risorse, facendo scomparire paesaggi, parchi, spazi per i bambini, ecc. Da dove deriva un simile modello di (mal)sviluppo? È necessario ricordare che il comunismo albanese era molto isolato, praticamente privo di proprietà privata, tanto che la “terapia d’urto” neoliberista degli anni ’90 si è svolta partendo da zero, senza risorse produttive né capitali interni. Nel corso di due decenni sono emersi imprenditori edili che hanno utilizzato il denaro degli emigranti per investire in progetti residenziali. Edi Rama, all’epoca sindaco di Tirana, ha costruito la sua ascesa politica proprio in relazione a questa industria del cemento. Ma a metà degli anni 2000 si è raggiunto il picco della domanda di alloggi, poiché l’Albania si era svuotata dei suoi abitanti. Metà della popolazione si è esiliata. In assenza di un’economia sostenibile, il denaro proveniente dal traffico di droga ha assunto un ruolo sempre più importante. Sono stati avviati progetti di costruzione di grattacieli che non rispondono ad alcuna esigenza, ma contribuiscono ad aumentare i prezzi degli immobili. Si parla anche molto di resort di lusso, ma non si tratta nemmeno di veri e propri progetti turistici, bensì di ville il cui acquisto permette alla criminalità organizzata di riciclare denaro sporco. Numerose indagini di polizia e giudiziarie in Europa lo hanno dimostrato: questo riciclaggio di denaro è massiccio e coinvolge anche rappresentanti dello Stato albanese. È per questo che il libro «Albanian Files» è stato accolto così male. Perché si sa che sono stati chiamati studi di architettura internazionali per legittimare questi circuiti economici contrari all’interesse generale. Il loro intervento rientra in quella logica generale di legittimazione attraverso l’estero di cui parlavo, e che spiega perché Edi Rama abbia offerto un pezzo di territorio a Giorgia Meloni [Presidente del Consiglio in Italia – ndr] per trasferirvi la detenzione dei migranti richiedenti asilo. Con un certo successo, dato che Meloni ha recentemente smentito il lavoro dell’emittente pubblica italiana, indignandosi per il fatto che l’Albania fosse presentata come uno Stato del narcotraffico e ritenendo che ciò meritasse delle scuse da parte di Edi Rama. In un recente editoriale, del resto, lei ha insistito molto sulla ricorrenza, nella storia dell’Albania, di questi sostegni ricercati con ogni mezzo all’esterno del Paese, che oggi suscitano indignazione… Il destino dell’Albania è stato fortemente segnato da due fattori: il vassallaggio e la sua posizione periferica. È proprio rendendo servizi al «centro», pur essendo sottoposti a un controllo minimo da parte di quest’ultimo, che molti leader hanno attinto alle risorse necessarie per governare e legittimarsi. Hanno riprodotto il proprio dominio basato sulle culture locali più retrograde, dannose per la maggioranza della popolazione, mentre i tutori o i protettori esterni chiudevano un occhio. Questo è stato il caso di numerosi governatori albanesi durante l’esistenza dell’Impero ottomano. Il meccanismo si è poi riproposto durante il periodo sovietico. Ma i dirigenti comunisti albanesi si sono talmente fusi con lo stalinismo che, quando quest’ultimo è stato condannato all’interno del blocco dell’Est, Enver Hoxha ha rotto con l’URSS. Poi il paradigma del vassallaggio e della periferia si è rinnovato con la ripresa dei legami con l’Occidente a cavallo degli anni ’90. Il nostro primo ministro, Edi Rama, paga a caro prezzo per farsi fotografare con Trump, si mette al servizio di Meloni, cerca attivamente l’appoggio di Macron, ecc.  Accanto allo slogan «L’Albania non è in vendita» è fiorito l’appello a una «nuova Albania». Cosa si nasconde dietro questo termine, sapendo che la composizione del movimento dei «fenicotteri rosa» è molto eterogenea? Con questa espressione, la gente si oppone a un sistema predatorio che l’ha esclusa dal processo decisionale. Non si tratta di uno slogan contro il capitalismo in quanto tale, ma del rifiuto di essere espropriati degli spazi sia pubblici che privati a vantaggio di investitori più potenti. È la manifestazione della volontà che la giustizia non permetta che ciò avvenga in Albania, che non sia più la legge del più forte a dettare legge. Le dimissioni di Rama, richieste durante le manifestazioni, sarebbero solo l’inizio della costruzione di una nuova Albania. Il compito rimarrebbe molto difficile, poiché gli strati sociali del movimento sono molto eterogenei, ma non vi si riscontra, d’altra parte, un’espressione organizzata dei lavoratori e delle lavoratrici. Si tratta di una dimensione importante che ancora manca. D’altra parte, non esiste un’alternativa politica immediata che possa essere fornita dall’opposizione. Affinché questa possa emergere progressivamente, una condizione necessaria rimane comunque la fine del “Regime Rana”. L’opposizione tradizionale, incarnata da Sali Berisha, è infatti respinta tanto quanto il governo di Edi Rama. Come si è configurato il panorama politico albanese? Fin dall’inizio del cambio di regime, tutti i partiti albanesi si sono strutturati secondo lo stesso modello: organizzazioni di oligarchi, legate a ricchi imprenditori edili e proprietari dei principali mezzi di comunicazione. Anche il Partito Socialista di Edi Rama ha fatto da portavoce dei loro interessi. Per un certo periodo si è verificata un’alternanza regolare tra i due principali partiti di centro-sinistra e di centro-destra, senza che ciò cambiasse granché, poiché erano legati allo stesso sistema. La gente ha perso la speranza che l’opposizione potesse fare qualcosa, e l’opposizione non è credibile nelle sue attuali denunce a causa del suo passato. Da diversi anni, Edi Rama ha riunito sotto la sua ala tutti gli oligarchi che erano divisi tra diversi partiti, non senza una certa somiglianza con il patto stretto da Vladimir Putin all’inizio della sua ascesa al potere in Russia. Esistono sì due o tre partiti che si sono formati al di fuori di questo duopolio controllato da Rama e Berisha, ma mancano di risorse in un gioco politico piuttosto chiuso. E c’è una sola vera formazione di sinistra, il movimento Bashkë (Insieme), mentre l’Albania avrebbe bisogno di un partito di sinistra che rappresenti la parte vulnerabile della società. Va detto che nel nostro Paese la parola «sinistra» fa immediatamente riaffiorare la memoria traumatica del comunismo. I manifestanti di oggi gridano «Abbasso i comunisti», ma non bisogna interpretarlo come un rifiuto dell’egualitarismo in quanto tale. È uno slogan rivolto a chi detiene il potere e agisce contro gli interessi del popolo, senza rendere conto a nessuno. Cosa rappresenta l’Unione europea (UE) per questo ideale di una «nuova Albania»? È una promessa di affrancamento dalla tutela, o il rischio di una nuova forma di subordinazione?  L’utopia di entrare a far parte dell’Europa è stata importante, perché offre una direzione mobilitante, orientata verso i principi del pluralismo e dello Stato di diritto. E se proprio si deve far parte di un insieme geopolitico, tanto vale che sia quello europeo, che riduce al minimo i rischi di una ricostituzione della dittatura. D’altra parte, bisogna constatare che l’UE, a questo punto, ha fallito. L’approccio dei suoi leader denota uno spirito neocoloniale. Si considerano i padroni di una terra promessa, desiderosi di aiutare le élite dei paesi vicini a raggiungerla. Ma prestano pochissima attenzione alle popolazioni governate che, tuttavia, desiderano l’integrazione. E molti di loro hanno in realtà una visione molto strumentale dei paesi in questione (come quella di trasformarli in un territorio «di scarto» per i migranti che i paesi del centro non vogliono accogliere). I valori europei non vengono presi sul serio quando si pensa di accettare uno Stato controllato dal narcotraffico nel club europeo.   The post Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Albania, i fenicotteri all’attacco dei pilastri del potere sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 12, 2026
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Che cos’è l’economia americana?
IL DIVARIO TRA CIÒ CHE DICONO I NUMERI E COME SI SENTONO LE PERSONE NON HA FATTO CHE AUMENTARE. Robert B. Reich su The Nation Spesso mi viene chiesto di esprimere un parere sull’economia americana: come sta andando, dove sta andando, come sarà tra un decennio, se favorirà i Democratici o i Repubblicani alle prossime elezioni. Ma che cos’è “l’economia americana”? I fondatori dell’esperimento americano fornirono le linee guida per un sistema economico nel 1776 e poi nuovamente nel 1787. Si stavano ribellando contro un impero che imponeva loro le proprie condizioni e cercavano di creare qualcosa di nuovo. Col tempo, ci riuscirono. Ma a che punto siamo ora che sono trascorsi 250 anni? Gli indicatori standard che utilizziamo per valutare l’economia mostrano un sistema che funziona abbastanza bene. Se si guarda più a fondo, però, si nota qualcosa di talmente fuori rotta che la maggior parte degli abitanti degli Stati Uniti potrebbe presto essere pronta a sostenere un cambiamento rivoluzionario — proprio come lo erano molti dei loro predecessori coloniali quando si stancarono delle manipolazioni della Compagnia britannica delle Indie orientali negli anni ’70 del Settecento. L’indicatore contemporaneo più comune della salute economica è il Prodotto Interno Lordo, che mostra come l’economia americana abbia continuato a crescere a un tasso annualizzato rispettabile dello 0,7% nel quarto trimestre dello scorso anno. La spesa dei consumatori è in aumento. Gli investimenti delle imprese sono in aumento. L’inflazione, misurata dall’Indice dei Prezzi al Consumo, si è attestata al 2,4%. Gli utili delle imprese sono a livelli record. La disoccupazione è relativamente bassa, al 4,3%. Allora perché così tante persone sono preoccupate per l’economia? Tutti i sondaggi mostrano che gli americani sono profondamente insoddisfatti della situazione. La fiducia dei consumatori è scesa di circa il 20 per cento rispetto a un anno fa. Se vogliamo spiegare il divario tra ciò che dicono i numeri e come le persone li vivono effettivamente, dovremmo partire dall’assistenza sanitaria, dagli alloggi, dai servizi pubblici, dal carburante e dai servizi finanziari. La maggior parte di noi sta pagando di più per tutte queste cose rispetto a uno o due anni fa — non perché ci piaccia consumarle molto di più o perché siano molto migliori, ma perché non abbiamo scelta. La maggior parte delle grandi aziende deve affrontare una concorrenza minore che mai sotto Donald Trump, che ha di fatto posto fine all’applicazione delle norme antitrust. Queste aziende stanno approfittando del loro potere di mercato per aumentare i prezzi, che i dazi di Trump hanno fatto salire ancora di più. Hanno inoltre aggiunto commissioni inspiegabili in ogni occasione possibile, hanno reso quasi impossibile parlare con una persona in carne e ossa per ottenere una risposta, hanno imposto procedure kafkiane per comprendere o contestare le fatture e hanno sottoposto i clienti a pratiche burocratiche infinite, percorsi online sempre più contorti e tempi di attesa più lunghi. Nel frattempo, i beni pubblici hanno subito un duro colpo. L’ambiente sta diventando sempre più inquinato. Le banche stanno assumendo maggiori rischi con il denaro altrui. I lavoratori sono esposti a maggiori pericoli sul posto di lavoro. Il tasso di disoccupazione ufficiale può essere relativamente basso, ma è diventato più difficile trovare un lavoro o lasciare quello che si ha per uno migliore. Mentre nel 2024 — l’ultimo anno dell’amministrazione dell’ex presidente Joe Biden — gli Stati Uniti hanno creato 1,46 milioni di posti di lavoro, nel 2025 ne sono stati creati solo 181.000 in tutto l’anno. Ciò rende il 2025 l’anno peggiore per l’occupazione dal 2003 (a parte il periodo più critico della pandemia di Covid). Nel 2025, il settore manifatturiero ha perso 108.000 posti di lavoro. Fino alla fine di febbraio, quando Trump è entrato in guerra con l’Iran, il valore di borsa delle società con sede negli Stati Uniti ha continuato a salire, così come il mercato stesso. Fino alla fine di febbraio, l’indice S&P 500 era a livelli quasi record. Ma questo è irrilevante per il 90 per cento degli americani che possiede poche o nessuna azione. Il tenore di vita della maggior parte delle persone dipende dal proprio reddito, non dai guadagni in conto capitale. E sebbene il salario medio degli americani stia aumentando, la retribuzione dei super-ricchi è cresciuta così tanto e così rapidamente da far salire la media. (Sapere che Shaquille O’Neal e io abbiamo un’altezza media di sei piedi non ti dà un’idea chiara della reale differenza di statura tra noi.) Osservare la retribuzione mediana degli americani ci avvicina di più alla realtà, perché una mediana significa che metà della popolazione si trova al di sopra di essa e metà al di sotto. Ma mentre la classe media si riduce e chi sta in cima vive sempre più come dei re, mentre un numero sempre più vasto di persone in fondo alla scala sociale è senza tetto, in cattive condizioni di salute e affamato, nemmeno la mediana descrive ciò che sta realmente accadendo. Come ha dimostrato l’economista francese Gabriel Zucman, l’attuale concentrazione della ricchezza è la più alta mai registrata nella storia della nostra nazione. Diciannove dei patrimoni più ingenti del Paese ammontano complessivamente a circa 3,4 trilioni di dollari — l’equivalente dell’11 per cento di tutti i beni e servizi prodotti negli Stati Uniti in un anno. Si tratta di quasi tre volte il valore dei patrimoni degli americani più ricchi al culmine dell’Età dell’Oro, al netto dell’inflazione. Sotto l’amministrazione Trump, la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 22% nel 2025, passando da 6,7 trilioni di dollari a 8,2 trilioni, e il numero dei miliardari è aumentato da 814 a 935. Ma la maggior parte delle persone negli Stati Uniti sta a galla a fatica o sta affondando. Che cos’è, allora, l’economia americana? È il tenore di vita della maggior parte delle persone che vivono, lavorano e cercano di sbarcare il lunario in un posto chiamato Stati Uniti. Secondo questo metro di misura, l’economia americana è un disastro. Non solo i posti di lavoro scarseggiano, i salari sono miseri e i servizi pubblici sono disfunzionali, ma anche molte delle altre cose su cui la gente fa affidamento stanno andando in pezzi. La concentrazione della ricchezza in America ha creato un sistema educativo in cui i super ricchi possono comprare l’ammissione all’università per i propri figli, un sistema politico in cui possono comprare il Congresso e la presidenza, un sistema sanitario in cui possono acquistare cure personalizzate, un clima in cui possono comprarsi aria e acqua pulite e l’accesso a montagne e litorali incontaminati, e un sistema giudiziario in cui possono comprarsi la libertà dalla prigione. Quasi tutti gli altri sono stati catapultati in una distopia fatta di arbitrarietà burocratica, indifferenza delle grandi aziende, peggioramento della qualità dell’aria e dell’acqua, e le voragini legali e finanziarie che sono diventate i tratti distintivi della vita americana moderna. Tutto questo andava male già prima di Trump. Lui ha peggiorato notevolmente la situazione. La buona notizia è che ora la maggior parte degli americani se ne sta rendendo conto. Lo stato reale dell’economia americana è stato nascosto dietro il PIL, l’IPC, l’indice S&P 500 e il tasso di disoccupazione. Eppure l’economia reale non può più essere nascosta, perché la maggior parte delle persone la sta vivendo in prima persona ogni giorno ed è spaventata e furiosa. Ricordate i «codici di rivelazione» nel software WordPerfect che vi mostravano sullo schermo i tag di formattazione nascosti incorporati in un testo? È come se la maggior parte di noi stesse ora cliccando su quei codici di rivelazione e vedesse la vera struttura della ricchezza e del potere in America. Non è un bel quadro. Ma vederla è l’inizio di un grande cambiamento strutturale. Quando il divario tra gli ideali delle persone e le realtà conosciute raggiunge un punto di rottura, abbiamo una reale possibilità di attuare una riforma rivoluzionaria. E con questo intendo riformare il nostro sistema politico-economico in modo rivoluzionario — ad esempio eliminando il grande capitale dalla politica, in modo da poter aumentare le tasse sui ricchi per finanziare l’assistenza sanitaria universale, l’assistenza all’infanzia, l’assistenza agli anziani e alloggi a prezzi accessibili. Intendo aumentare il salario minimo per renderlo un salario di sussistenza. Garantire a tutti congedi familiari e medici retribuiti, un reddito di base universale, una buona istruzione e un’istruzione superiore accessibile. Smantellare i monopoli per abbassare i prezzi e ridurre il potere politico dei colossi aziendali concentrati. Una riforma rivoluzionaria significa anche democrazia economica: rafforzare i sindacati e dare ai lavoratori voce in capitolo su come viene organizzato il lavoro. Condividere i profitti con i lavoratori. Garantire loro una maggiore sicurezza lavorativa. E significa invertire il cambiamento climatico e salvare il pianeta per le generazioni future. Quella che viene definita “l’economia americana” non è un sistema autonomo al di là del nostro potere di cambiarlo. È il prodotto di leggi e norme che regolano la fiscalità, l’antitrust, il lavoro e l’ambiente — che abbiamo il potere di modificare. Ma oggi non possiamo farlo, perché Trump, i suoi adulatori e i suoi sostenitori plutocratici hanno il controllo. Tuttavia, sempre più americani stanno decifrando i codici segreti e scoprendo la vera struttura della ricchezza e del potere in questo Paese — creando così le basi per una riforma rivoluzionaria. Questo è il lato positivo in questa cupa nube trumpiana. Man mano che il divario tra ciò che pensiamo che l’economia americana dovrebbe offrire e ciò che offre realmente diventa evidente a un numero sempre maggiore di noi, abbiamo una possibilità concreta di trasformare l’economia americana in un sistema che funzioni per tutti noi. Robert Reich è professore emerito all’Università della California, Berkeley, ed ex segretario di stato al lavoro nell’amministrazione Clinton. Il suo ultimo libro è *Coming Up Short: A Memoir of My America*.     The post Che cos’è l’economia americana? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Che cos’è l’economia americana? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 12, 2026
Popoff Quotidiano
Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro
A VENTICINQUE ANNI DALLE GIORNATE DEL LUGLIO GENOVESE, L’INTERVENTO DEL PORTAVOCE DI ATTAC ITALIA 1.    Genova prima di Genova  Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore. Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda. Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta. Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia. Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia. Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti. Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”. A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia. Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse. Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista. Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale. Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue. continua qui https://attac-italia.org/a-genova-per-riaprire-il-futuro/ The post Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 9, 2026
Popoff Quotidiano
Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima
IL MONDO IN CUI NON SI POTEVA MORIRE DI CALDO IN UNO DEI PAESI PIÙ RICCHI DEL MONDO NON TORNERÀ PIÙ. È IL MOMENTO DEL LUTTO, DELLA RABBIA E DELL’AZIONE Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su Mediapart Finalmente la pioggia. E con essa l’oblio? I temporali e le masse d’aria più fresca che dovrebbero estendersi verso l’interno del Paese durante il fine settimana porteranno con sé anche un senso di sollievo e la voglia di voltare pagina. Finalmente è finita l’ondata di caldo! La comunità nazionale potrebbe immaginare di tornare alla normalità: lavoro, famiglia, vacanze, campagna elettorale. Ma sarebbe un grave errore. Il tempo del mondo di un tempo, in cui non si poteva morire di caldo in uno dei paesi più ricchi del mondo, non tornerà più. L’ondata di caldo del giugno 2026 in Francia è storica per la sua brutalità e la sua portata; ma costituisce anche la nostra nuova normalità. È fondamentale che alle nostre notti insonni segua un risveglio collettivo: siamo entrati nel vivo del cambiamento climatico. Ed è orribile. Allora balliamo sotto la pioggia per qualche ora, ma teniamo ben presente che è tempo di lutto, di rabbia e di azione. RENDERE OMAGGIO AL LUTTO Non dimentichiamo quei due fratellini di 2 e 4 anni morti di disidratazione in un’auto parcheggiata nel vialetto di una villetta a Carpentras (Vaucluse). Né quel bambino di 3 anni morto in Val-d’Oise dopo essere soffocato in un’automobile, bloccata dal “sistema di sicurezza per bambini”. Non dimentichiamo le oltre cinquanta persone che sono annegate in una settimana nel tentativo di sfuggire al caldo: due giovani di 23 anni sul lago di Annecy (Alta Savoia), un bambino di 6 anni a Bègles Plage (Gironda), un giovane calciatore della Ligue 2 a Caluire-et-Cuire nel Rodano, un padre di famiglia di 50 anni nella Sarthe al termine di un picnic. Ricordiamo Daniel S., morto durante la prima ondata di caldo, a fine maggio, per ipertermia nella Drôme, dopo aver lavorato tutto il giorno su un tetto. Pensiamo a quell’anziano in Gironda morto nella propria abitazione fin dal primo giorno dell’ondata di caldo, seguito da altre tre persone nel Pas-de-Calais. Nel 2003 ci sono voluti mesi per stabilire un bilancio di 15.000 persone, per lo più di età superiore ai 65 anni, morte da sole durante l’ondata di caldo. Migliaia di persone anche nel 2022, così come nel 2025. Il caldo miete almeno 5.400 vittime all’anno in Francia, secondo uno studio di Oxfam. Ricordiamo Eden, 18 anni, che vive negli edifici surriscaldati del Crous di Nanterre e non ha i mezzi per comprarsi un ventilatore portatile. Le infermiere della clinica Saint-Grégoire, a Rennes (Ille-et-Vilaine), che sono state vittime di ipertermia e hanno dovuto ricevere flebo. O ancora gli insegnanti che appendono coperte termiche alle finestre delle scuole e si mettono collettivamente in sciopero dopo aver dovuto accogliere i bambini in condizioni indegne. Al punto che quando il ministro dell’education nationale ha deciso di confermare le prove d’esame, la segretaria generale del sindacato Snes-FSU s’è domandata se fosse «incoscienza o provocazione». Non dimentichiamo nemmeno le centinaia di pesci morti per il caldo in uno stagno delle Côtes-d’Armor. Né quegli animali che muoiono a migliaia negli allevamenti della nostra industria alimentare spazzatura. Ricordiamo che a volte abbiamo anche riso durante questa ondata di caldo. Quando il presidente della Repubblica ha postato sul social network X che bisognava ricordarsi di bere acqua. Ballando, il 21 giugno, durante la Festa della Musica che sembrava un’apocalisse gioiosa. Stupendosi, davanti al parco giochi di Clichy-sous-Bois (Seine-Saint-Denis) durante la notte più calda della storia della Grande Parigi, quando i bambini, in preda alla follia, scivolavano dimenandosi su uno scivolo bagnato, in piena notte, e una domanda tormentava una bambina a cui raramente era stato permesso di stare sveglia così tardi: «A che ora arrivano i mostri?» Questi modi di non disperare di fronte a un mondo che ci sfugge sono anche punti d’appoggio per costruirne uno che possa rimanere vivibile. L’ARMA DELLE URNE: PUNIRE E SORVEGLIARE Il primo gradino del risveglio collettivo ha come arma le urne, mentre mancano ormai solo pochi mesi a un voto decisivo. Il Rassemblement National (RN), che oggi cerca di far dimenticare decenni di negazionismo climatico, deve essere respinto non solo in nome della sua eredità xenofoba, ma anche del suo DNA antiecologico. Il centro-destra che governa la Francia da dieci anni, e osa ancora ostentare la propria autocompiacenza mentre il Paese soffoca, dopo aver gettato al secchio ogni politica climatica ambiziosa, non merita altro che disprezzo e scherno. Ma, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali, è in realtà ogni candidato che si rifiuterà di elaborare il proprio programma per rispondere a queste tragedie che dovrebbe subire tre misure politiche praticate per secoli e cadute troppo a lungo in disuso: la destituzione, l’ostracismo e la damnatio memoriae (la cancellazione dalla memoria collettiva). Procedure che sarebbe legittimo estendere ai ministri che si rifiutano di prendere in considerazione un «congedo climatico» quando la temperatura sul posto di lavoro diventa insopportabile; agli architetti che hanno continuato a costruire edifici inadeguati e vietano di aggiungervi tende o persiane; ai rettori e alle rettrici che si sono rifiutati di chiudere gli istituti scolastici per evitare che l’economia rallentasse; ai prefetti e alle prefette che non hanno previsto il sovraffollamento degli ospedali e danno la caccia ai momenti di festa; ai decisori economici che sono pronti a farci bruciare pur di non mettere a rischio i dividendi. SOLUZIONI SUL TAVOLO Il secondo livello del risveglio collettivo richiede di riaprire alcuni fascicoli e di applicare determinati rapporti. L’azione pubblica, le cui carenze sono oggi così evidenti, dispone di una moltitudine di piani, applicabili senza indugio, per invertire la tendenza mortale. Alcuni rientrano addirittura nel quadro tradizionale della pianificazione economica e avrebbero potuto avviare la necessaria trasformazione senza attendere la grande rivoluzione. Il rapporto dell’economista Jean Pisani-Ferry e Selma Mahfouz, presentato a Élisabeth Borne nel maggio 2023, spiegava già che non serviva a nulla «ritardare gli sforzi» in nome del contenimento del debito pubblico, poiché «ciò non farebbe che aumentare il costo per le finanze pubbliche e lo sforzo necessario negli anni successivi» per raggiungere i nostri obiettivi climatici. La Convention citoyenne pour le climat, le cui conclusioni erano state ampiamente smontate dal governo di Jean Castex prima di finire ridotte a una legge di compromesso, tracciava un quadro molto completo delle azioni da intraprendere con urgenza per attuare una politica climatica degna di questo nome. Anche i rapporti del Segretariato generale per la pianificazione ecologica avevano delineato in lungo e in largo i possibili scenari d’azione per decarbonizzare il Paese nei settori dei trasporti, dell’edilizia abitativa, dell’agricoltura, dell’industria e dei consumi, nonché per proteggere la biodiversità – prima che tale segretariato venisse smantellato da Gabriel Attal e poi da François Bayrou. Sotto le sue sembianze idealistiche, se non addirittura utopistiche, la tabella di marcia proposta dal Laboratorio sulle disuguaglianze globali per decarbonizzare l’economia, riducendo al contempo le disuguaglianze, si basa su una diagnosi di precisione chirurgica sulla distribuzione della ricchezza nel mondo. Il suo strumento di punta, il «Fondo per la giustizia mondiale», finanziato dalla tassazione dei miliardari, ha anche il merito di ricordare un’evidenza: sebbene il «Titanic» climatico riguardi l’intero pianeta, noi non siamo tutti sulla stessa barca. La lotta contro il disastro ecologico ha senso e può essere efficace solo se è strettamente correlata a una massiccia ridistribuzione delle ricchezze accumulate, all’altezza delle vertiginose disuguaglianze attuali. LA RAGIONE DELL’UTOPIA Il «cerchio della ragione» che pretenderebbe di escludere alcune delle numerose proposte oggi sul tavolo deve fare i conti con una situazione sempre più evidente: la realtà non è più quella di un tempo. Di conseguenza, nemmeno «l’utopia». Oggi più che mai, è la realtà a essere invivibile e l’utopia l’unica via ragionevole. In un mondo in cui l’uomo più ricco del mondo raccoglie miliardi di dollari per finanziare la colonizzazione di Marte, le coordinate del reale si invertono. «Se la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa fusione tra l’epistemologia politica arcaica e le nuove tecnologie cibernetiche, allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove ci troviamo», spiegava recentemente a Mediapart il filosofo Paul B. Preciado. In altre parole, «l’utopia è più necessaria che mai, perché è del tutto possibile. L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria». Partendo da qui, si possono effettivamente ribaltare i termini del dibattito e conciliare pragmatismo e radicalità. Perché non dovrebbe essere possibile smettere di pagare l’affitto se la temperatura della propria abitazione supera i 33 °C e che il proprietario non abbia avviato lavori di riqualificazione energetica? Sì, EDF fa bene a stanziare 80 milioni di euro per dotare rapidamente le scuole di «soluzioni di raffreddamento». Ma nel nuovo mondo in cui siamo collettivamente catapultati, non dovremmo forse anche requisire i superprofitti di TotalEnergies per rendere più verdi tutte le scuole elementari e medie della Francia? E tassare molto di più i GAFAM e i loro data center ad alto consumo energetico per ristrutturare e isolare termicamente tutti gli edifici che lasciano passare il calore e quelli che lo generano in eccesso sul territorio? Affinché queste soluzioni di emergenza non si riducano a un imperativo di adattamento al ribasso, continuando a sottomettere le nostre vite alle logiche del capitale, il terzo livello del risveglio collettivo consiste nel smentire un vecchio adagio: quello del professore di letteratura statunitense Fredric Jameson, secondo cui sarebbe più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo. Come riuscirci quando non è mai stato così evidente che l’umanità fosse sull’orlo del precipizio? In realtà, le vie alternative, le zone di resistenza, le strategie di sabotaggio e i desideri di rivolta contro il sistema estrattivista, coloniale e patriarcale non sono forse mai stati così vivaci, combattivi e creativi come oggi. Esistono molteplici «percorsi che possono contribuire a costruire una società più libera e appagante, più rispettosa del pianeta», come quelli, ad esempio, elencati in un’ambiziosa opera dedicata ai mondi post-capitalisti pubblicata di recente. Come si poteva leggere nelle manifestazioni per il clima degli ultimi anni: «Anche i dinosauri pensavano di avere tempo». The post Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Dopo la canicola, l’impossibile ritorno al mondo di prima sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista
I COMUNISTI CONSOLIDANO LA LORO PRESENZA A GRAZ, SECONDA CITTÀ DEL PAESE DOPO LA VITTORIA A SORPRESA DI CINQUE ANNI FA. MERITO DEL LAVORO DI PROSSIMITÀ DI ELKE KAHR Vianey Lorin su Mediapart Ancora una volta, la sorpresa era all’ordine del giorno. Se la rielezione di Elke Kahr, prima sindaca comunista di Graz, seconda città dell’Austria con oltre 300.000 abitanti, era stata annunciata, il risultato ottenuto dal suo partito, il KPÖ, lo era molto meno. I comunisti hanno raccolto quasi il 36% dei voti alle elezioni comunali di domenica 28 giugno. Un aumento di sette punti rispetto alle precedenti elezioni, cinque anni fa, dalle quali erano già usciti in testa, suscitando lo stupore tra i commentatori politici. Questa ampia vittoria conferma la strategia del partito e della sua leader, Elke Kahr, che punta sulla vicinanza ai cittadini e coltiva la sua immagine di rappresentante accessibile. Ha così rinunciato a utilizzare l’auto di servizio del Comune e quando, un anno fa, la città è stata sconvolta da una sparatoria mortale in un liceo, si è precipitata sul posto al volante della sua vecchia Citroën, riporta il quotidiano Der Standard. Secondo il giornale, due mesi fa, in occasione di un incendio, si è recata nuovamente sul posto e ha accompagnato personalmente un residente che aveva appena perso il proprio appartamento in un alloggio provvisorio. La rappresentante riceve regolarmente i cittadini per ascoltare i loro problemi: casa, difficoltà finanziarie, lavoro. Cinque anni fa Mediapart aveva assistito a uno di questi incontri in cui Elke Kahr aveva aiutato un’anziana signora a trovare una nuova sistemazione o una ragazza a finanziare l’intervento chirurgico del suo cane. Infatti, a Graz, il KPÖ non si limita a fornire consigli, ma a volte può offrire un aiuto finanziario ai residenti, prelevato in parte dallo stipendio dei propri rappresentanti eletti. OLTRE 300.000 EURO DEVOLUTI Elke Kahr devolve così più di due terzi del suo stipendio di sindaco e si trattiene 2.300 euro al mese. Anche gli altri rappresentanti eletti del KPÖ fanno lo stesso e, ogni anno, il partito organizza una conferenza stampa per presentare l’importo totale di queste donazioni: oltre 300.000 euro nel 2025, a beneficio di più di 2.500 famiglie. Un dato che fa digrignare i denti ad alcuni oppositori, che denunciano un approccio populista, se non addirittura un acquisto di voti. Questa pratica esiste tuttavia dal 1988 ed è ormai parte integrante del DNA del KPÖ a Graz. Dal 2005, Elke Kahr avrebbe così devoluto 1,3 milioni di euro. Questa immagine di eletta vicina alla gente, consapevole delle difficoltà dei suoi amministrati, spiega in parte i successi elettorali dei comunisti: «La dimensione personale è importante. Elke Kahr riesce a raggiungere un pubblico che va oltre la consueta base elettorale del KPÖ», analizza Matthias Kaltenegger, politologo dell’Università di Vienna, in un’intervista a Mediapart. La debolezza del partito a livello nazionale – il 2,4% dei voti alle ultime elezioni legislative del 2024 – può inoltre giocare a suo favore a livello locale, mobilitando i voti di protesta, secondo il ricercatore: «Il Partito Comunista non è più rappresentato in Parlamento dagli anni ’50. Nel suo programma critica il sistema politico, quindi può anche attrarre persone che guardano con sospetto alle istituzioni politiche». Un altro pilastro dell’identità politica del partito è la questione abitativa. Nel 1992, Ernest Kaltenegger, artefice delle prime vittorie del KPÖ, istituì il Mieternotruf, «il numero di emergenza per gli inquilini», che esiste ancora oggi. Chiamando questo numero, gli abitanti di Graz possono ricevere consulenza dal KPÖ in caso di controversie con un proprietario, per problemi relativi alla restituzione della cauzione o anche per far verificare il proprio contratto di locazione e accertarsi che i vari costi accessori non siano eccessivi. LA «MIGLIORE SINDACA DEL MONDO» Da allora, il partito non ha mai smesso di impegnarsi in questo ambito. Durante i suoi cinque anni alla guida della città, sono stati consegnati 420 nuovi alloggi comunali, ovvero alloggi sociali di proprietà del Comune. Il Comune ha acquisito terreni per costruire altri alloggi e per potenziare i trasporti pubblici. L’esecutivo comunale ha inoltre deciso di ridurre da cinque a un anno il periodo di residenza in città necessario per poter beneficiare di un alloggio comunale. Questa politica sociale è valsa a Elke Kahr il titolo di «miglior sindaco del mondo» nel 2024, assegnatole da City Mayors Foundation, una fondazione londinese che ha sottolineato «la sua dedizione e il suo altruismo al servizio della sua città e dei suoi cittadini». Si tratta tuttavia di misure che devono essere finanziate. Il Comune, però, è oggi indebitato per 2 miliardi di euro. Intervistata dall’emittente televisiva pubblica ORF su questo tema, Elke Kahr ha ricordato che la sua amministrazione aveva ereditato un debito di 1,6 miliardi, pur facendo fronte alle spese per l’edilizia abitativa e le infrastrutture pubbliche. Ha tuttavia ammesso di dover procedere a «adeguamenti strutturali», precisando: «Ma senza che ciò vada a discapito della popolazione. » Un altro punto di tensione: la politica di sviluppo dei trasporti pubblici, percepita da una parte della popolazione come ostile agli automobilisti. In particolare, sono stati eliminati 1.500 posti auto. Ciò limiterebbe l’attrattiva del centro città e l’attività commerciale, secondo i critici. «Bisogna chiedersi chi fa questo genere di affermazioni e perché. In realtà, grazie allo sviluppo dei trasporti pubblici e degli spazi verdi, il centro città sta diventando più attraente», ha risposto la sindaca nella sua intervista all’ORF. Un altro dato degno di nota di queste elezioni è il risultato modesto dell’FPÖ, il partito di estrema destra austriaco, che si è classificato al quarto posto con il 12% dei voti. Eppure governa la regione e rappresenta la prima forza politica del Paese. Un risultato che si spiega con la tradizionale divisione elettorale tra grandi città e zone rurali, ma anche con un caso di corruzione che continua a pesare sull’FPÖ a Graz, secondo Matthias Kaltenegger. Grazie a questo risultato, il KPÖ, che finora governava insieme ad altri due partiti, i socialdemocratici dell’SPÖ e i Verdi (Die Grünen), potrebbe limitarsi a un unico partner di coalizione, a priori gli ecologisti. Elke Kahr ha tuttavia promesso di avviare negoziati con tutti i partiti prima di prendere una decisione. Una cosa è certa: la prima sindaca comunista nella storia di Graz rimarrà tale. The post Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Austria, la “migliore sindaca del mondo” è una comunista sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 30, 2026
Popoff Quotidiano
Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis
LE DIREZIONI DI ECOLOGISTI, PCF E PLACE PUBLIQUE STANNO MOLTIPLICANDO LE MISURE PUNITIVE CONTRO I DISSIDENTI CHE APPOGGEREBBERO MÉLENCHON Sarah Benhaïda e Pauline Graulle su Mediapart A meno di un anno dalle elezioni presidenziali, i partiti di sinistra si dividono in due categorie: quelli che, come La France insoumise (LFI), si sono già schierati in ordine di battaglia dietro Jean-Luc Mélenchon e quelli che stanno perdendo terreno. Oltre al Partito Socialista (PS), che annaspa in un pantano strategico senza fine, è anche il caso di Place publique (PP), il cui «candidato» Raphaël Glucksmann si concede ancora tre mesi per decidere se si candiderà davvero. La situazione è altrettanto complessa anche all’interno del Partito comunista francese (PCF), dove il segretario nazionale Fabien Roussel sembra sempre più deciso a lanciarsi nella corsa nonostante la riluttanza di una parte dei suoi sostenitori. E non è più semplice nemmeno tra gli Ecologisti, dove regna l’incomprensione di fronte alle velleità di Marine Tondelier di rimanere candidata in assenza di primarie a cui ormai nessuno crede più. Finora incapaci di unirsi attorno a una prospettiva politica chiara e terrorizzate da una possibile fuga di militanti verso il sostegno al candidato di La France Insoumise, le direzioni di questi apparati di partito preferiscono stringere i bulloni per arginare le impazienze. Minacce, introduzione di nuove procedure per sospendere o espellere i dissidenti, moltiplicarsi delle commissioni disciplinari… In questo chiaroscuro strategico, i leader sono improvvisamente colti da una grave forma di «sanzionite». Ultimamente, è all’interno di Les Écologistes che il clima si è deteriorato in modo particolarmente marcato. Nell’organizzazione di Marine Tondelier, le tensioni non sono una novità. Già a gennaio, la segretaria nazionale aveva subito un primo avvertimento con la defezione di un certo numero di dissidenti verso LFI, sotto la bandiera dei Verts populaires. Sebbene all’epoca la vicenda avesse dato adito a una serie di minacce e ad alcune sanzioni a titolo di avvertimento per i militanti tentati di seguire l’esempio, non ha sortito l’effetto sperato. Per il momento, nessuna figura di spicco degli Ecologisti ha annunciato di voler sbattere la porta. Ma molti ci stanno pensando seriamente. Sull’ala sinistra, Sandrine Rousseau non nasconde più che alla fine potrebbe sostenere la candidatura di Jean-Luc Mélenchon, mentre all’altra estremità dello spettro ecologista, Yannick Jadot si mostra al fianco di esponenti socialdemocratici pubblicamente ostili alle primarie della sinistra. FEBBRILITÀ Temendo che una tale frammentazione possa portare all’implosione prima ancora del 2027, il Consiglio federale degli Ecologisti ha votato a larga maggioranza, a metà giugno, un ulteriore inasprimento delle misure, introducendo una sanzione finora senza precedenti: un’espulsione «definitiva» – in realtà di tre anni. Anticipando i fatti, l’ex candidato alle presidenziali Yannick Jadot ha recentemente espresso allarme per un tentativo di «epurazione» nei suoi confronti, sostenendo su L’Opinion che «escludere il candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti nella storia dell’ecologia politica – 3 milioni alle elezioni europee del 2019», non risolverà nulla dei «problemi di Marine Tondelier». Sandrine Rousseau, dal canto suo, critica aspramente «l’autoritarismo» del suo partito. «In mancanza di un vero dibattito interno, la nostra unica opzione è quella di far sentire la nostra voce all’esterno attraverso la stampa. E quando lo facciamo, ci sanzionano e ci cacciano!», si lamenta con Mediapart. Se molti ritengono normale sanzionare i transfughi – nella storia recente del partito, numerose figure di primo piano si erano unite a Emmanuel Macron nel 2017 –, alcuni vi vedono tuttavia un segnale preoccupante di chiusura. «Questo può essere visto come un modo per cercare di unire il partito contro alcune personalità. Non mi sembra un buon metodo per garantire la nostra coesione», commenta Cyrielle Chatelain, presidente del gruppo all’Assemblea nazionale, preoccupata dal ritorno alla logica del “meglio un piccolo posto tutto nostro che un grande posto tra gli altri”. Il nervosismo della dirigenza degli Ecologisti ha dato luogo a un nuovo episodio di gioco al bluff alla fine della scorsa settimana. Per avallare il mantenimento della candidatura di Marine Tondelier alle presidenziali – con o senza primarie –, la direzione ha messo su una consultazione diretta dei militanti ritenuti più favorevoli all’idea rispetto al Consiglio federale. Ma invece di darsi per vinti dopo che gli organi interni hanno definito «irregolare» tale procedura, l’entourage della segretaria nazionale si è affrettato a pubblicare giovedì un comunicato in cui annunciava che la suddetta consultazione sarebbe stata «ben organizzata» all’inizio di luglio, «come confermato dal Consiglio statutario». «Una manipolazione!», esclama indignato un ecologista che preferisce rimanere anonimo, denunciando una «distorsione della realtà». «I dirigenti di questo partito sono alle corde, sembrano dei pazzi rinchiusi nel loro bunker che sparano a tutti», afferma questa fonte. «Le questioni relative ai metodi e alle procedure servono a garantire che alla fine tutti rispettino la decisione. Invito tutti a seguire le regole», avverte con parole misurate il deputato Jérémie Iordanoff, ricordando che solo i 120 membri eletti del consiglio federale sono autorizzati a decidere in materia strategica. Riconoscendo a Mediapart che la «formulazione» scelta avrebbe potuto prestarsi a «interpretazioni», François Thiollet, vice segretario nazionale per gli affari interni degli Ecologisti, respinge tuttavia qualsiasi intenzione di aggirare il Consiglio federale. «Fin dall’inizio sapevamo che questa consultazione non avrebbe avuto valore decisionale», afferma. «Ciò che ci interessa è il parere degli iscritti, che potrà orientare la decisione del Consiglio federale». Un modo per riconoscere che, senza l’influenza dei militanti sul parlamentino del partito, la validazione della candidatura autonoma di Marine Tondelier sarà tutt’altro che una formalità. «PURO DOGMATISMO» Anche per il PCF il percorso verso le presidenziali è costellato di ostacoli. Il 40° congresso deciderà alla fine di questa settimana sull’opportunità di una nuova candidatura di Fabien Roussel (2,28% dei voti nel 2022). Anche in questo caso, la scadenza si preannuncia delicata per la dirigenza uscente, il cui testo ha raccolto solo il 61% dei voti degli iscritti, ovvero 20 punti in meno rispetto al congresso precedente. Quindi anche qui si sta stringendo la morsa, ritengono gli oppositori della dirigenza, che non hanno esitato a interpretare i procedimenti disciplinari avviati all’indomani delle elezioni comunali come «un’intollerabile strumentalizzazione a fini politici», secondo le parole della corrente «Alternative communiste». «La candidatura di Mélenchon crea un effetto ventosa, per cui si avverte che è in corso un inasprimento delle misure per eliminare le voci dissidenti», afferma il militante unitarista Robert Injey, che cita le turbolenze provocate nelle Alpi Marittime, nel Tarn o nelle Bocche del Rodano. «Il moltiplicarsi delle riunioni della commissione per i conflitti è diventato un metodo per trattenere le persone. Ma questo comportamento è guidato esclusivamente dalla sopravvivenza dell’apparato», deplora ancora. Contattata da Mediapart, Marie-Jeanne Gobert, presidente della commissione per i conflitti e la mediazione del PCF, non ha dato seguito alle nostre richieste. A «Place publique», è la questione della linea politica e delle alleanze a dividere. Anche in questo caso, le elezioni comunali hanno lasciato tracce e rancori. Nella Mosella, nel Rodano, nei Pirenei Orientali o ancora in Indre-et-Loire, le e-mail hanno cominciato a piovere per annunciare «sospensioni a titolo cautelare» nelle città in cui era stata presa in considerazione l’alleanza con LFI. Una nuova raffica di lettere disciplinari è arrivata nel mese di maggio, accusando ancora una volta i responsabili di «mancato rispetto della posizione adottata dagli organi competenti del partito in materia di alleanze». Prima di dare ai militanti interessati la possibilità di scegliere: o porre fine volontariamente alla propria adesione al PP, oppure «presentare una memoria scritta e/o documenti giustificativi» per essere ascoltati da una commissione ad hoc. Quante espulsioni sono state pronunciate da allora? Difficile dirlo. A Lione (Rodano), in primavera si è verificata una vera e propria emorragia. Dopo aver sospeso prima del primo turno i militanti che si erano schierati a fianco di Georges Képénékian, l’erede dell’ex sindaco Gérard Collomb, la direzione ha sospeso nel periodo tra i due turni un’altra parte delle proprie truppe: i candidati di «Place publique» presenti nella lista nata dall’alleanza tecnica tra gli Ecologisti e i «Insoumis» per contrastare la candidatura di Jean-Michel Aulas. «In un primo momento siamo stati espulsi dai canali interni con l’accusa di antisemitismo. Poi non abbiamo più ricevuto alcuna notizia dalla sede nazionale», testimonia un eletto di Lione. Come una dozzina di altri membri di PP, anch’essi eletti su liste di unione della sinistra, l’interessato ha iniziato a redigere una memoria per presentare la propria difesa presso quella famosa commissione ad hoc, «di cui nessuno, dice, sa come funzioni». Nel frattempo, traccia un bilancio amaro della sua esperienza: «Stavamo vivendo la nostra prima vera campagna locale, gli ecologisti hanno giocato la partita fino in fondo mantenendo l’accordo anche se non avevamo più un’appartenenza politica. Siamo riusciti a farci rispettare, a farci valere sul campo, a ottenere dei rappresentanti eletti… Ma come ringraziamento, verremo espulsi», sospira questo eletto, scettico nel vedere il suo partito lanciarsi nella campagna presidenziale tagliandosi fuori da decine di rappresentanti eletti – e dai finanziamenti pubblici che ne derivano – «per puro dogmatismo». Un’opinione condivisa da un’attivista della Francia occidentale che ha recentemente lasciato il PP: «La regola di non stringere alleanze con LFI non è mai stata votata. Ok, a Raphaël Glucksmann non piace Jean-Luc Mélenchon, ma è una ragione sufficiente? Tanto più in occasione di elezioni locali in cui Mélenchon non è nemmeno candidato!» Nel suo comune, anche gli attivisti del PP che volevano stringere un’alleanza con LFI per opporsi a una candidatura di destra «che flirta con l’estrema destra» sono stati invitati a dimettersi dal partito. «Questo ha suscitato grande scalpore», riferisce. Alla direzione del PP si minimizzano questi casi, assicurando che la stragrande maggioranza dei candidati alle elezioni comunali ha accettato di ritirarsi piuttosto che stringere un’alleanza con LFI. Jérôme Auslender, membro della direzione che ha perso a sua volta il posto di consigliere comunale a Clermont-Ferrand (Centro) ritirandosi, assume questa scelta: «Siamo una sinistra democratica nel proprio DNA, mentre LFI è autoritaria sia nel suo funzionamento interno che nel sostegno a regimi autoritari», sostiene. «Sappiamo che una parte dell’elettorato non ci seguirà mai se ci sarà la minima ambiguità». 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June 30, 2026
Popoff Quotidiano
«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»
MONI OVADIA A VIAREGGIO: «IL SIONISMO NON HA NIENTE A CHE FARE CON L’EBRAISMO. È UN FENOMENO COLONIALISTA» C’è una barca che attraversa il Mediterraneo e le coste italiane con un carico insolito: non merci, non turisti, ma testimonianze, solidarietà e una richiesta di giustizia. Si chiama Ghassan Kanafani, come lo scrittore e intellettuale palestinese assassinato nel 1972, ed è il simbolo del progetto nazionale “Cento porti, cento città”, la campagna promossa da Freedom Flotilla Italia per tenere alta l’attenzione sulla tragedia che si consuma in Palestina. Dopo essere partita simbolicamente da Taranto il 2 maggio, la Flotilla sta risalendo la penisola affiancata da un camper che attraversa l’entroterra, con l’obiettivo di unire città, associazioni e cittadini in una mobilitazione permanente contro la guerra e l’assedio di Gaza. Dal 19 al 21 giugno la Ghassan Kanafani ha fatto tappa a Viareggio, dove Freedom Flotilla Italia e il Coordinamento Versilia per la Palestina hanno organizzato tre giornate di incontri, dibattiti e iniziative culturali. Il momento più atteso è stato l’intervento di Moni Ovadia, attore, musicista e intellettuale da anni impegnato sui temi della pace e dei diritti umani. Fin dalle prime battute Ovadia chiarisce la propria posizione senza lasciare spazio ad ambiguità. «Io sono un antinazionalista radicale, sono ebreo e sono anti-sionista. Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista». Una distinzione che attraversa tutto il suo ragionamento e che diventa la chiave di lettura storica e politica dell’attuale conflitto. Per spiegare le origini del colonialismo moderno, Ovadia richiama la Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando le potenze europee si spartirono il continente africano introducendo il principio della terra nullius, la “terra di nessuno”. «Nel 1884 a Berlino i colonialisti si incontrarono per spartirsi le terre. Dichiararono che esistevano terrae nullius, non perché fossero disabitate, ma perché abitate da selvaggi.» Secondo l’artista, quella cultura coloniale costituisce il terreno storico sul quale si è sviluppato il progetto sionista, pur essendo nato ufficialmente alcuni anni dopo con il Congresso di Basilea del 1897. Ma è sul piano etico e religioso che Ovadia costruisce la sua critica più radicale. Richiamando il Levitico, ricorda come nella tradizione ebraica la terra non appartenga agli uomini, ma a Dio. «C’è un passo del Levitico che racconta bene la differenza tra la realtà dell’ebraismo e la sua interpretazione sionista. Dio dice: “Questa terra è mia e voi l’abiterete come ospiti e stranieri”.» E ancora: «La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia. Tu abiterai quella terra come soggiornante straniero insieme allo straniero che godrà dei tuoi stessi statuti.» Per Ovadia il principio fondamentale dell’ebraismo non è il possesso, ma l’ospitalità, il riconoscimento dell’altro, la memoria di essere stati a propria volta stranieri. Da qui nasce quella che definisce la più grande distorsione ideologica del nostro tempo. «I sionisti hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra.» Una frase che sintetizza l’intero impianto del suo intervento e che il pubblico accoglie con un lungo applauso. L’attore non risparmia parole durissime contro quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, parlando di un processo di progressiva disumanizzazione del popolo palestinese e di una violazione sistematica del diritto internazionale. «Non c’è mai stato un sionismo buono. Lo sarebbe stato soltanto se fossero state rispettate tutte le risoluzioni dell’ONU, a partire dalla 194 sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.» Secondo Ovadia, il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente. L’impunità di cui avrebbe goduto il governo israeliano rappresenterebbe un precedente destinato ad avere conseguenze globali. «L’impunità concessa al governo sionista è cresciuta deliberatamente come laboratorio. Le azioni militari e politiche a Gaza e in Cisgiordania sono tollerate dall’Occidente e diventano un modello di controllo esportabile altrove». Il suo sguardo si allarga quindi alle trasformazioni della società contemporanea, denunciando un sistema economico che sacrifica i diritti e la dignità delle persone agli interessi finanziari. «Dobbiamo prepararci a una lunga marcia. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto e non dobbiamo fermarci mai». E aggiunge: «Non dobbiamo accettare l’economia liberista ma lottare per un’economia umana, che anteponga il benessere sociale e la salvaguardia dell’individuo agli interessi finanziari». Nel corso dell’incontro viene ricordato anche il riconoscimento conferito a Moni Ovadia dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, che gli ha attribuito la cittadinanza palestinese honoris causa. Un riconoscimento che Ovadia interpreta come una responsabilità morale più che come un’onorificenza. «Sono solo un libero cittadino, ma credo che la liberazione del popolo palestinese e i suoi pieni diritti siano un valore che riguarda tutti.» E ancora: «Io, da ebreo, mi sento profondamente palestinese. Come ricordava Marek Edelman, un ebreo deve stare con gli oppressi.» Il suo intervento si chiude con una riflessione che supera la politica e diventa una domanda rivolta a ciascuno dei presenti. «Quella dei palestinesi è una delle più gravi ingiustizie della modernità. Se non contribuiremo alla loro piena dignità e ai loro diritti, saremo giudicati dalle generazioni future. Io non voglio che sputino sulla mia tomba». Poi l’ultima esortazione, pronunciata quasi sottovoce ma destinata a rimanere impressa. «Siamo un popolo di partigiani, dobbiamo ancora esserci. Dobbiamo dire a tutti che stiamo rischiando di perdere il nostro statuto di esseri umani». Ed è probabilmente questa l’immagine che resta al termine dell’incontro di Viareggio: una barca che continua il suo viaggio lungo le coste italiane, una folla che ascolta in silenzio e una domanda che attraversa il mare e raggiunge ogni porto. Perché il punto, alla fine, non è soltanto scegliere da che parte stare in un conflitto. Il punto è decidere se vogliamo ancora appartenere a un’umanità capace di riconoscere il dolore dell’altro. Se perdiamo questa capacità, nessuna vittoria politica potrà restituirci ciò che avremo definitivamente smarrito: la nostra coscienza. 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June 20, 2026
Popoff Quotidiano
Un sabato fascista, a Roma
REMIGRAZIONISTI, PROVITA E VANNACCIANI, CIASCUNO PER SÉ, IN UN SABATO ROMANO. LA CITTÀ SI RIBELLA MA A COMPARTIMENTI STAGNI Si è conclusa con il coro “Boia chi molla è il grido di battaglia” e il saluto fascista, la manifestazione del 13 Giugno a Roma di “Remigrazione e riconquista”, dopo un corteo che ha percorso via Cola di Rienzo per chiedere l’approvazione di proposta di legge di iniziativa popolare che ha raccolto 150mila firme, il triplo del necessario. In piazza, a giudicare dalle immagini prese dall’alto c’erano forse 4-5mila persone che gli speaker hanno moltiplicato per quattro per galvanizzare un corpaccione militante che vive nel mondo immaginario della sostituzione etnica e nel terrore della crisi del maschio bianco occidentale ma che, con evidenza riesce a pescare in settori popolari smarriti dalla policrisi. “L’immigrazione non è solo un problema di sicurezza, ma di identità nazionale. È in atto una sostituzione del popolo italiano ed europeo – ha gridato durante un comizio finale a piazza Risorgimento, a pochi metri dal Vaticano, il presidente del Comitato, Luca  Marsella – e la soluzione non può essere importare qui nuovi italiani perché nuovi italiani non lo saranno mai”. Marsella è il portavoce di Casa Pound Italia, sodalizio che si autodefinisce di “squadristi del III millennio” e vanta un cumulo di condanne per reati legati a episodi di squadrismo, la più recente è la condanna del Tribunale di Bari di 12 camerati della tartaruga frecciata (simbolo di CPI), nell’inverno di quest’anno, per l’aggressione al corteo antifascista nel capoluogo pugliese avvenuta nel 2018 (tra le persone aggredite anche l’allora europarlamentare Prc, Eleonora Forenza). Eppure sono loro a sentirsi vittime: per non essere riusciti a presentare la legge in una conferenza al Parlamento, per essere stati processati (così giurano) “per aver sventolato un tricolore”, e per essere vittime della censura dei media perché «non facciamo parte di questo sistema marcio». Ecco quanti erano i remigrazionisti su via Cola di Rienzo I riconquistatori-remigrazionisti si dichiarano contro la “Società aperta” perché sarebbe questa a produrre solitudine, degrado e precarietà nelle periferie e denunciano quello che chiamano «senso di colpa europeo». Si rifanno a teorie che dalla Nouvelle Droite francese si sono riverberate nell’arco di una trentina d’anni sulle destre fascistoidi di tutta Europa, oggi ne sono alfiere esperienze naziste come gli identitari austriaci di Martin Sellner, i tedeschi di AfD, e gli autori del recentissimo pogrom di Belfast. Nessuna bandiera di partito, nessun cartello fatto in casa, «porta solo un tricolore», chiedevano i promotori negli appelli sui social, rivolgendosi a «tutti gli italiani che vogliono rialzare la testa», «non vi sarà spazio per personalismi o sigle». Remigrazione e riconquista è la coalizione di scopo con cui la diaspora fascistoide brandisce la parola d’ordine della remigrazione per coagulare forze a destra dell’attuale destra di governo con cui ha comunque molti rapporti e “porte girevoli” dalle quali transitano esponenti locali dei vari gruppuscoli. I più riconoscibili, oltre a CPI, sono il Popolo delle mamme (no vax, la cui fondatrice, Simona Boccuti, nel 2024 aveva festeggiato il compleanno del Duce a Predappio), la Rete dei Patrioti (scissione di Forza Nuova), poi c’è Rinascita nazionale, l’associazione Evita Perón, vicina a Forza Nuova, il Veneto Fronte Skinheads e alcuni amministratori locali in quota Lega che, con Borghezio prima e Salvini poi, ha sempre flirtato con ambienti identitari il cui mood si condensa così: «I popoli europei hanno diritto a esistere, a restare sé stessi, a perseverare la propria continuità storica, antropologica e culturale», come tuona dai social un faccione corrucciato convocando questa manifestazione come primo passo della “riconquista”. Il secondo sarà quello di provare a rientrare in Parlamento per illustrare la legge in una conferenza stampa. E’ esplicita la pressione sui partiti di destra perché la proposta arrivi in Aula. Il messaggio agli eletti di Lega e FdI è che tutto ciò dovrebbe rappresentare lo “spartiacque” che svelerà chi tra loro è davvero “dalla parte della nazione”. La prima volta gli è andata male: era il 30 gennaio e un parlamentare salviniano, Frugiele, aveva apparecchiato per loro la sala stampa di Montecitorio ma alcuni deputati di M5S, Pd, Alleanza Verdi e Sinistra e +Europa l’hanno occupata provocando l’annullamento della conferenza. Il 1° Aprile, l’Ufficio di presidenza della Camera dei deputati, ha sospeso per diversi giorni 32 parlamentari dell’opposizione. Ma che cos’è la proposta di legge che ha raccolto 150mila firme intercettando un senso comune degradato da decenni di emergenza sicurezza enfatizzata per coprire i mandanti reali del massacro sociale? La remigrazione sarebbe, parole loro, un po’ meno di deportazione, ma molto più di un decreto sicurezza sui rimpatri, una «postura politica dello Stato» contro tre categorie di esseri umani. Primi della lista i “clandestini”: per loro tolleranza zero, registro nazionale delle espulsioni e blocco delle Ong. In secondo luogo i “regolari” che commettono reati e allora dovrebbero scontare la pena nel paese d’origine e, se già cittadini per naturalizzazione, dovrebbero perdere la cittadinanza. Infine i regolari “non assimilati” o che pesano sullo stato sociale, ossia chi vivrebbe in “comunità separate tentando di imporre usi incompatibili con le nostre leggi” o che “lavora e grava sui servizi pubblici”, per loro niente ricongiungimenti familiari e una remigrazione “non forzata” ma “incentivata”, oltre all’abolizione del decreto flussi. Una proposta insostenibile a tutti i livelli (etico, politico, economico, storico) ma che alle destre serve per spacciare paura tra i settori popolari per i quali non possono agire collanti di altro tipo visto che ogni risorsa sarà dirottata sul riarmo negli anni a venire. il corteo antirazzista si snoda lungo via Cavour Tutto questo è avvenuto in un sabato italiano attraversato da altre manifestazioni: sul fronte destro quella dei Pro Vita, composito fronte antiabortista non meno reazionario dei remigrazionisti, e la kermesse di fondazione di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci (già intorno al 5% nei sondaggi). Quale sarà il rapporto tra i “futuristi” dell’ex europarlamentare leghista e i “riconquistatori”, futuristi anche loro nel senso dell’attitudine manesca e guerresca della tradizione marinettiana? Certo è che la remigrazione è una parola d’ordine che li accomuna dentro il medesimo milieu allucinato. Ma per adesso si profila una sorta di contesa dello spazio a destra della destra. Significative alcune parole di Marsella nel comizio finale: «Non ci servono generali, a noi servono combattenti e voi dovete esserlo – prosegue rivolgendosi ai manifestanti – noi non siamo qui per perdere ma per “vincere e vinceremo”». Da sinistra la risposta c’è stata, ma per ora solo con due manifestazioni romane e rigidamente separate a sancire una difficoltà, che segnaliamo da tempo, nella costruzione di un movimento sociale all’altezza delle necessità, convergente sulle questioni cruciali della guerra, del riarmo, dell’opposizione sociale. Da un lato l’ombra lunga del “campo largo” su alcuni importanti settori della sinistra radicale legati ad AVS e a parte del Prc, dall’altro il richiamo autorenferenziale alla costruzione di un polo indipendente da parte di Pap e Usb su posizioni anti-Cgil e pure campiste sul piano internazionale. Un contesto deformato sia dalle strettoie del sistema elettorale, sia da una attitudine alla frammentazione politica che pare inarrestabile da almeno dieci anni. Ai due cortei complessivamente hanno partecipato intorno alle 10mila persone: due terzi hanno sfilato tra il Colosseo a piazza Vittorio, nel quartiere più multietnico del centro cittadino, dietro uno striscione che diceva Fuck Remigration, i restanti (la galassia Usb) hanno raggiunto in corteo la sede del ministero dei trasporti guidato da Salvini. The post Un sabato fascista, a Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Un sabato fascista, a Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 14, 2026
Popoff Quotidiano
Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma
DAL 16 AL 21 GIUGNO 2026 AL PARCO DELLE VALLI ARCI ROMA PRESENTA “ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO”   MARTEDÌ 16 GIULIA MEI OPEN SELTON MERCOLEDÌ 17  99 POSSE / ASIAN DUB FOUNDATION (UK) GIOVEDÌ   18 BANDABARDÒ OPEN ALDOLÀ CHIVALÀ VENERDÌ 19 FRANKIE HI-NRG MC SABATO 20 PRISCILLA | SARAFINE DOMENICA 21 47 SOUL (PALESTINE) / OPEN FUCKSIA CON UNA GRAN VOGLIA DI BALLARE, DAL FIUME AL MARE qui il programma sera per sera Lo storico appuntamento dell’Estate Romana si reinventa al Parco delle Valli intrecciando la storia del laghetto di Villa Ada con quella della Festa dei circoli Arci  della città metropolitana. 90 circoli, più di 100mila socз, 6 giornate di festa, 10 concerti live, incontri, dj set, laboratori artistici e tanta voglia di tornare a stare insieme C’è un suono che non si è mai spento del tutto! Un’energia rimasta sospesa, in attesa del momento giusto: è Roma Incontra il Mondo, sei giorni concentrati, intensi, necessari. Dal 16 al 21 giugno all’Arena Rino Gaetano del Parco delle Valli, senza biglietto d’ingresso – per questa edizione – e aperti a tutti coloro che vorranno far parte della rete Arci. Un’edizione compatta, radicale nella forma e fedele nello spirito che ha contraddistinto le trenta edizioni di Villa Ada, con il patrocinio del III Municipio che ha accolto con entusiasmo il nostro storico format all’insegna dell’incontro fra le culture, dell’aspirazione alla pace tra i popoli e alla giustizia sociale. Un palco d’eccezione, un modello di convivialità e socialità attento alla relazione con il territorio, con l’ambiente, curioso della città, solidale con le vertenze sociali. STESSA ATTITUDINE, NUOVA INTENSITÀ.                     Tutto ciò accadrà intrecciando la scena con quella della Festa dei Circoli di Arci Roma, giunta alla terza edizione dopo aver risuonato festosamente a Parco Pallavicini e al Parco Marta Russo di Labaro. Con i suoi 90 circoli e 100.000 sociз, più di 5mila iniziative l’anno, Arci Roma anima il territorio metropolitano promuovendo cultura, partecipazione e diritti. E’ un motore di produzione culturale diffusa: sostiene la nascita di associazioni e spazi indipendenti. I circoli sono sempre più protagonisti della scena artistica romana, del dibattito politico e culturale, delle attivazioni territoriali, ciascuno nella sua autonomia e secondo le rispettive vocazioni. I DIALOGHI I temi che risuoneranno ad Arci Roma Incontra il Mondo sono quelli più cari allз sociз e ai circoli: la solidarietà con i popoli oppressi, la denuncia del neocolonialismo in ogni sua forma, l’attenzione alla Palestina (21 giugno), alla sua cultura, al suo popolo che resiste al genocidio. Il 20 giugno, giorno del Roma Pride, il festival vibrerà in connessione stretta con le comunità lgbtqia+ e agli spazi del transfemminismo. Particolare attenzione verrà posta sulle politiche giovanili (siamo la rete nazionale con l’età media più bassa) a partire dal grande tema della “città della notte” cancellato dall’agenda politica mainstream decisamente ignara dei nuovi modelli di aggregazione sociale e di fruizione culturale e per questo incapace di rispondere ai bisogni di socialità se non attraverso le lenti fuorvianti delle categorie decoro/degrado e con strette securitarie. I dialoghi serali, immediatamente prima dei concerti, vedranno ogni sera sul palco intellettuali, esponenti politici, giornalistз. Si apre il 16 giugno con le “domande vere sulla sinistra” che Salvatore Cannavò (direttore di Jacobin) rivolgerà a Pier Luigi Bersani. Il giorno successivo, mercoledì 17, Sandro Medici e Christian Raimo si confronteranno su “A che punto è la città”, con loro il giornalista. Giuliano Rosciarelli. L’internazionalismo e il mutualismo conflittuale saranno al centro dei ragionamenti del dialogo del 18 giugno tra l’attivista fiorentina Antonella Bundu, già candidata governatorƏ della Regione Toscana, e la scrittrice Valentina Petrini. Il 19 giugno, Martina De Felice (Il Fatto Quotidiano) intervista il professor Alessandro Orsini: “Capire la guerra, immaginare la pace”. Si chiude all’insegna della Palestina, domenica 21 giugno quando Francesca Fornario intervisterà Maya Issa, presidente del Movimento Studenti Palestinesi in Italia e, in collegamento, Enzo Iachetti. L’intervista sarà preceduta da una tavola rotonda sul boicottaggio culturale curata dalla rete del BDS Roma. I progetti Sai Aida gestiti da Arci Roma nei Comuni di Roma e Monterotondo, il Progetto Sai Gea gestito da Arci solidarietà a Roma, promuoveranno una serie di attività nell’ambito del festival in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato: mostre, incontri, laboratori e momenti pubblici di confronto. Già il 16 Giugno è previsto un momento inaugurale a cura di OMAR – Orchestra Multietnica Arcobaleno Roma – in versione acustica, progetto che vuole favorire l’integrazione e il dialogo interculturale, offrire spazi di espressione a musicisti migranti e rifugiatз e testimoniare la ricchezza delle diversità. Per il 17 giugno si prevede l’inaugurazione dello spazio espositivo curato dai progetti Sai Gea e Sai Aida di Roma Capitale con varie mostre: “Andare, Abitare, Sognare”, “Geografie Ribelli”, “Radici in cammino”, “Abitare le distanze” “AIDALANDtrait”. Di particolare rilevanza, giovedì 18 giugno, l’attività di formazione a cura di Papia Aktar, responsabile dello sportello immigrazione di Arci Roma, dal titolo “Il nuovo Patto Europeo sul diritto d’asilo: uno stravolgimento del sistema democratico che mette tutti a rischio”, dedicata all’analisi delle trasformazioni in corso nelle politiche europee sull’asilo. Venerdì 19 giugno sarà la giornata Mondiale del Rifugiato. Si inizierà con il laboratorio di arti visive “Nuvole e Arcobaleni” in cui lз partecipanti verranno guidate attraverso una fiaba alla realizzazione di un manufatto artistico collettivo prodotto dall’inclusione dei singoli segni e dalla scoperta delle loro relazioni. Seguirà l’assemblea pubblica “Parlano loro: gli ostacoli all’integrazione raccontati da chi li ha vissuti. Praticare l’antirazzismo”, spazio di confronto collettivo e partecipazione. L’assemblea si concluderà con un momento conviviale dedicato allз ospiti dei progetti. Il concerto serale verrà introdotto da un cortometraggio “Abitare le distanze”, una restituzione delle aspettative di rifugiatз accolte a Roma, realizzato dal progetto Sai Gea. Attraverso questo percorso di sei giorni, il festival si configura come uno spazio pubblico di narrazione e restituzione del lavoro del SAI, con l’obiettivo di promuovere pratiche concrete e condivise di accoglienza e convivenza. LA MUSICA Arci Roma Incontra il Mondo si muove nel solco dell’esperienza di Villa Ada stabilendo il contatto tra le tendenze artistiche internazionali e la rete dei circoli romani. Si apre il 16 Giugno con il concerto di Giulia Mei, che proprio al Parco delle Valli inaugura il suo tour estivo con una nuova scaletta. Il pop d’autore di Giulia Mei intreccia la vocazione cantautorale, gli influssi elettronici e la formazione classica di questa giovane pianista palermitana. Travolgente ed ironica, Giulia porterà tutta la sua energia sul palco, dove incontrerà anche il sound dei Selton. Nati a Porto Alegre, persi a Barcellona e ritrovati a Milano, i Selton mescolano pop, cantautorato e tropicália. Il loro live è una festa di qualità che sorprende. Oltre ai loro classici, i brani estratti dal doppio album Gringo per la prima volta sui palchi dei festival italiani. Il 17 Giugno due band iconiche per un concerto unico, due progetti sonori che hanno segnato la storia della musica alternativa e la colonna sonora dei movimenti sociali: 99 Posse e Asian Dub Foundation. Lo storico gruppo napoletano, pilastro del rap/dub italiano, nato nel 1991 come espressione di un centro sociale occupato, e la band londinese fondata da artisti di seconda generazione, famosa per il sound unico che combina ritmi ragga jungle, linee di basso dub, chitarre punk e trascinanti liriche militanti. Il 18 Giugno arriva al festival una delle band più amate della scena indipendente italiana: Bandabardò. Sarà la tappa romana del tour celebrativo di Se mi rilasso… collasso, lo storico album live che, a venticinque anni dall’uscita, torna a risuonare nella sua dimensione naturale: il palco. Il progetto continua a evolversi tra musica, parola e sperimentazione, mantenendo un’identità originale e riconoscibile. Una serata per ritrovarsi sotto palco, tra musica, memoria e la potenza di un live anticonformista che continua a parlare al presente. Prima di Bandabardò salirà sul palco Aldolà Chivalà. Dai soliloqui provocatori di Aldo nei locali del centro di Napoli prende forma un progetto unico: parole recitate e slam si fondono con elettronica e sample, dando vita a una forma ibrida tra poesia orale e canzone. Le liriche, prevalentemente in dialetto napoletano, giocano con suono e significato, attraversando attualità, esistenzialismo e nonsense con ironia e provocazione. Dal primo disco “Discontinuo” (2011), il progetto cresce nella scena underground campana e nei live in Italia e all’estero, tra festival, club e palchi importanti. Dopo anni di silenzio discografico, e a pochi mesi dal ritorno con un nuovo album, Frankie hi-nrg mc approda il 19 giugno sul palco del festival per una delle rarissime date italiane di “Voce e batteria”, un progetto essenziale, fisico e potentissimo. L’artista che ha riscritto le regole del rap italiano con brani entrati nella storia della scena sceglie di spogliarsi di tutto il superfluo e riportare la musica alla sua ossatura primaria: voce, batteria, ritmo. Un ritorno all’origine dell’hip hop, senza sequenze né loop, dove ogni suono nasce dal vivo attraverso le bacchette di Donato Stolfi, batterista e compagno di questo viaggio sonoro. Un confronto artistico nato dalla consapevolezza che i testi di Frankie continuano a parlare con impressionante lucidità al presente, conservando intatta la loro forza politica, ironica e visionaria. “Perché c’è bisogno di muoversi ragazzi – ricorda Frankie – altrimenti è un casino”: ed è proprio questa urgenza, viva e pulsante, a rendere “Voce e batteria” molto più di un concerto. Al ritorno dalla parade del Pride, il sabato del festival, il 20 Giugno, proporrà una performance di Priscilla, attivista queer, antifascista e transfemminista. Si definisce “artivista” perché crede che l’arte possa essere uno strumento rivoluzionario, a disposizione delle lotte per l’autodeterminazione. Per Priscilla ogni lotta è internazionale e in ogni sua performance porta sul palco la Kefiah. A seguire “Questo è il nostro show”, progetto live con cui Sarafine, cantautrice e produttrice calabrese, continua a ridefinire i confini della performance musicale contemporanea tra dubstep, techno, trap e pop una musica cruda, lucida, personale. Dopo un primo percorso come cantante e chitarrista folk, vive per molti anni tra Belgio e Lussemburgo dove il suo stile si evolve contaminato dalle sonorità elettroniche tipiche del nord Europa. Nel marzo 2026 pubblica il nuovo singolo “Potevamo fare schifo insieme” e annuncia il “Tour estate 2026”, che la porterà con la sua band nelle città italiane e sui palchi dei principali festival. Fucksia e 47 Soul saranno protagonistз della serata conclusiva, il 21 Giugno, dedicata alla Palestina. Tra dj set e live experience, le Fucksia sono un trio italo-brasiliano transfemminista e queer che unisce attitudine punk, estetica rave e sonorità dance/rap, dando vita a una musica ad alta energia e fortemente politica con testi e pratiche artistiche esplicitamente schierate su temi femministi, queer e politici. Formate nel 2021 con il loro primo EP d’esordio “Twelve” hanno poi nel 2024 pubblicato il loro primo album “EXAGERATE”. Il 4 ottobre 2025 è uscito  il singolo” MURO DI CASSE” che diventa un simbolo delle lotte pro pal in tutta italia. Si susseguono poi la pubblicazione di “1312” condannando gli abusi di potere e la repressione, “BLOCCHEREMO TUTTO” fino all’ultimo singolo uscito ad aprile 2026 “BELLA MER” Un brano che parla di liberazione, resistenza e rifiuto delle narrazioni tossiche. 47SOUL è un collettivo nato nel 2013 tra Giordania, Palestina e Londra che ha creato lo “Shamstep”, un mix di elettronica, hip-hop e Dabke tradizionale. Strumenti e sonorità del Levante e influenze globali per un suono ibrido e testi politicamente inequivocabili. Sul palco si distinguono per live ad altissima energia e quasi sempre sold out nelle principali città globali. Il loro nome allude al 1947, l’anno immediatamente precedente a quello della fondazione dello stato di Israele e della prima guerra arabo-israeliana, prima di confini che i 47 Soul vogliono cancellare, celebrando la memoria di quel 1947 a suon di musica. LA LOGISTICA Il parco delle Valli fa parte della Riserva Naturale Valle dell’Aniene e si trova all’interno della zona urbanistica di Conca D’Oro del III Municipio. Una pista ciclabile lo collega con Villa Ada, la location in cui, tra il 1995 e il 2021, si è tenuta la storica manifestazione dell’Estate Romana. Il festival è a pochi metri dalla fermata Conca d’Oro della linea B1 della metropolitana e non è distante dalla stazione ferroviaria di Roma Nomentana della FL2. Dopo le ore 24 funzionano i bus notturni MB1 e n92. LA SOCIALITÀ Lo spazio del festival sarà aperto dalle 15 alle due del mattino. Funzionerà un’area bimbi e ci saranno spazi a disposizione di ONG e associazioni del territorio. Stiamo selezionando i migliori food truck per un’offerta culinaria variegata. La mescita sociale riprodurrà l’atmosfera di socialità dei nostri circoli, con estrema attenzione all’impatto ambientale della festa a partire dalla messa al bando dei prodotti sotto boicottaggio da parte delle campagne contro sionismo e colonialismo e della plastica nelle bottiglie e nelle stoviglie. Prodotti e bevande verranno proposti anche sulla base dell’attenzione dei produttori alla sostenibilità socio-ambientale degli ingredienti e delle filiere. Sarà disponibile solo acqua pubblica e gratuita. L’ingresso al festival, per questa edizione, è gratuito – sarà sufficiente mostrare all’ingresso la tessera Arci – così che chi frequentava Villa Ada possa incrociare la comunità dell’Arci e confrontarsi insieme su un modello alternativo di aggregazione sociale, capace di sottrarre i linguaggi dell’arte e della cultura a ogni logica consumista e restituirli alla città. Non è intrattenimento. È spazio politico. È socialità che non si compra. pressikit  ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO Arena Rino Gaetano, Parco delle Valli Via Conca d’Oro – Roma Dalle ore 21.30 a mezzanotte concerti main stage a seguire djset. Sito web: https://www.arciroma.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ArciRomaIncontrailMondo/ Instagram: https://www.instagram.com/arci_roma_incontra_il_mondo/ media partner Rete No Bavaglio | Radio Rock INFO PER IL PUBBLICO arciromaincontrailmondo@gmail.com Info line (+39) 0641734712 The post Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 12, 2026
Popoff Quotidiano