La riforma dell’ingiustizia
SÌ & NO. LE RAGIONI PER NON ESSERE COMPLICI DI CERTA POLITICA AL REFERENDUM
SULLA MAGISTRATURA
Diciamolo subito: non mi sarei occupato del tema se un tal avvocato non mi ci
avesse tirato per i capelli (che non ho). Non direttamente, ma propugnando le
ragioni del sì. E siccome dell’amico in questione ho sincera stima e non dubito
della sua integrità intellettuale, tantomeno morale, va da sé che mi tocca
scrivere dell’imminente referendum sulla giustizia. Diciamolo prima: non ne
avrei scritto per una semplice, duplice ragione. Perché reputo che una questione
eminentemente tecnica come quella posta dal referendum del 22 e 23 marzo non si
possa risolvere affidandosi alle ragioni del sì e del no ma piuttosto ai
tecnici, appunto, esperti di diritto et similia, anziché al volgo. E perché sono
restìo a modifiche della Costituzione, che nonostante limiti e acciacchi porta
piuttosto bene i suoi ottant’anni e passa, e se i costituenti han deciso in un
senso meglio non mettere a soqquadro casa. Ma tant’è, i giuristi sono in questo
caso equiparabili a medici e meccanici: ognuno dice la sua, il conto sale e la
macchina non cammina. Per capirci qualcosa, fuori dal coro, m’accompagno a
esperti del settore. I primi, ancorché trapassati, corifèi del sì d’opposte
sponde.
DUE CORIFEI DEL SÌ
Era l’immediato primo dopoguerra quando l’avvocato Giacomo Matteotti, non
sospetto di simpatie fasciste, scrisse sulla necessità di separare le carriere
nella magistratura tra giudicante e requirente, per garantirne autonomia e
trasparenza. Erano gli anni ‘70 quando un ex repubblichino, fascistissimo e
privo di titoli di studio, ma poeta a tempo perso e intrallazzone al punto
d’avere l’Italia praticamente in mano per un decennio, Licio Gelli, fece
scrivere sul suo Piano di rinascita democratica, meglio noto come P2, Propaganda
due, la necessità di separare le carriere dei magistrati e duplicarne gli organi
di controllo per ridurne l’indipendenza, sottomettendola all’autorità
dell’esecutivo. Il testo della riforma della magistratura a firma Carlo Nordio è
un copincolla di quello scritto allora dal notabile democristiano Francesco
Cosentino.
TRE RAGIONI DEL NO
Non sbroglia la matassa l’accompagnarsi a due eminenti giuristi & garantisti,
Giuliano Vassalli e Piero Calamandrei, attivi nella Resistenza da socialista
l’uno e azionista l’altro, fautori delle ragioni del sì e del no,
rispettivamente, con le medesime motivazioni. Passiamo in quest’ultimo campo per
sfogliare l’ultimo numero de Lavialibera, bel bimestrale illustrato a cura
dell’omonima associazione antimafie e del Gruppo Abele, interamente dedicato al
tema della giustizia riformata. Nell’editoriale a cura del direttore, don Luigi
Ciotti, può leggersi: “Non fermiamoci ai tecnicismi. Non spaventiamoci di fronte
alla fatica di comprendere e decidere. Perché in gioco non ci sono formule
astratte, c’è un delicato assetto istituzionale che costituisce la spina dorsale
della nostra democrazia”. Giusto. Poi leggo, nell’editoriale della direttrice
Elena Ciccarello, le tre ragioni “non tecniche ma politiche” da tenere a mente
per il voto: la riforma non migliora affatto la giustizia; è animata da spirito
punitivo nei confronti della magistratura disallineata col governo; dà alla
maggioranza un assegno in bianco nel momento in cui si serra il nodo del
premierato. Più che giusto. Anche se le motivazioni addotte a riprova della
bontà di certe decisioni dei magistrati a salvaguardia dei diritti dei
cittadini, poche pagine avanti, dalla santità del fine vita all’adozione per
coppie dello stesso sesso, all’accoglienza agli stranieri tout court e via
includendo & sfarfallando fanno nutrire dubbi su tanta bontà. La questione,
però, è un’altra. Fuori da ogni questione di merito o tecnica: tutta politica.
UNA QUESTIONE POLITICA
È politica la decisione di riproporre una riforma della giustizia svicolando da
modifiche costituzionali per le quali il governo non avrebbe la maggioranza
necessaria in parlamento, col ricorso a un referendum confermativo per il quale
non occorre quorum ma che lo stesso governo potrebbe tranquillamente ignorare
anche in caso di vittoria del no. È anche politica la strumentalizzazione di una
vicenda privata e dolorosa come quella della famiglia del bosco per denunciare
le presunte malefatte di certa magistratura. Non è solamente politica la volontà
di vari esponenti del governo e della maggioranza di votare sì per scampare ai
propri guai giudiziari, con improvvide dichiarazioni. Proprio come i due
compari, Bibi e Big Don, che hanno incendiato il Medio Oriente e con esso il
mondo anche per non finire ai ceppi. È totalmente politica la volontà di questo
governo di maldestri – in senso letterale – servi del potere globale di ridurre
ogni dissenso al lumicino. Per questo, per non spegnere anche gli ultimi cerini,
è bene dire no. Anche se in buona fede e con buone ragioni, agli amici del sì
dico meglio un no chiaro che complici di certa politica. L’Italietta ammanta di
politica, di destra e sinistra che più non sono, pure quello che si mette nel
piatto, ma dalle mie parti si dice che dove non c’è guadagno la remissione è
certa. La giustizia giusta è un pleonasmo: meglio così che peggio.
www.mauriziozuccari.net
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