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La riforma dell’ingiustizia
SÌ & NO. LE RAGIONI PER NON ESSERE COMPLICI DI CERTA POLITICA AL REFERENDUM SULLA MAGISTRATURA Diciamolo subito: non mi sarei occupato del tema se un tal avvocato non mi ci avesse tirato per i capelli (che non ho). Non direttamente, ma propugnando le ragioni del sì. E siccome dell’amico in questione ho sincera stima e non dubito della sua integrità intellettuale, tantomeno morale, va da sé che mi tocca scrivere dell’imminente referendum sulla giustizia. Diciamolo prima: non ne avrei scritto per una semplice, duplice ragione. Perché reputo che una questione eminentemente tecnica come quella posta dal referendum del 22 e 23 marzo non si possa risolvere affidandosi alle ragioni del sì e del no ma piuttosto ai tecnici, appunto, esperti di diritto et similia, anziché al volgo. E perché sono restìo a modifiche della Costituzione, che nonostante limiti e acciacchi porta piuttosto bene i suoi ottant’anni e passa, e se i costituenti han deciso in un senso meglio non mettere a soqquadro casa. Ma tant’è, i giuristi sono in questo caso equiparabili a medici e meccanici: ognuno dice la sua, il conto sale e la macchina non cammina. Per capirci qualcosa, fuori dal coro, m’accompagno a esperti del settore. I primi, ancorché trapassati, corifèi del sì d’opposte sponde. DUE CORIFEI DEL SÌ Era l’immediato primo dopoguerra quando l’avvocato Giacomo Matteotti, non sospetto di simpatie fasciste, scrisse sulla necessità di separare le carriere nella magistratura tra giudicante e requirente, per garantirne autonomia e trasparenza. Erano gli anni ‘70 quando un ex repubblichino, fascistissimo e privo di titoli di studio, ma poeta a tempo perso e intrallazzone al punto d’avere l’Italia praticamente in mano per un decennio, Licio Gelli, fece scrivere sul suo Piano di rinascita democratica, meglio noto come P2, Propaganda due, la necessità di separare le carriere dei magistrati e duplicarne gli organi di controllo per ridurne l’indipendenza, sottomettendola all’autorità dell’esecutivo. Il testo della riforma della magistratura a firma Carlo Nordio è un copincolla di quello scritto allora dal notabile democristiano Francesco Cosentino. TRE RAGIONI DEL NO Non sbroglia la matassa l’accompagnarsi a due eminenti giuristi & garantisti, Giuliano Vassalli e Piero Calamandrei, attivi nella Resistenza da socialista l’uno e azionista l’altro, fautori delle ragioni del sì e del no, rispettivamente, con le medesime motivazioni. Passiamo in quest’ultimo campo per sfogliare l’ultimo numero de Lavialibera, bel bimestrale illustrato a cura dell’omonima associazione antimafie e del Gruppo Abele, interamente dedicato al tema della giustizia riformata. Nell’editoriale a cura del direttore, don Luigi Ciotti, può leggersi: “Non fermiamoci ai tecnicismi. Non spaventiamoci di fronte alla fatica di comprendere e decidere. Perché in gioco non ci sono formule astratte, c’è un delicato assetto istituzionale che costituisce la spina dorsale della nostra democrazia”. Giusto. Poi leggo, nell’editoriale della direttrice Elena Ciccarello, le tre ragioni “non tecniche ma politiche” da tenere a mente per il voto: la riforma non migliora affatto la giustizia; è animata da spirito punitivo nei confronti della magistratura disallineata col governo; dà alla maggioranza un assegno in bianco nel momento in cui si serra il nodo del premierato. Più che giusto. Anche se le motivazioni addotte a riprova della bontà di certe decisioni dei magistrati a salvaguardia dei diritti dei cittadini, poche pagine avanti, dalla santità del fine vita all’adozione per coppie dello stesso sesso, all’accoglienza agli stranieri tout court e via includendo & sfarfallando fanno nutrire dubbi su tanta bontà. La questione, però, è un’altra. Fuori da ogni questione di merito o tecnica: tutta politica. UNA QUESTIONE POLITICA È politica la decisione di riproporre una riforma della giustizia svicolando da modifiche costituzionali per le quali il governo non avrebbe la maggioranza necessaria in parlamento, col ricorso a un referendum confermativo per il quale non occorre quorum ma che lo stesso governo potrebbe tranquillamente ignorare anche in caso di vittoria del no. È anche politica la strumentalizzazione di una vicenda privata e dolorosa come quella della famiglia del bosco per denunciare le presunte malefatte di certa magistratura. Non è solamente politica la volontà di vari esponenti del governo e della maggioranza di votare sì per scampare ai propri guai giudiziari, con improvvide dichiarazioni. Proprio come i due compari, Bibi e Big Don, che hanno incendiato il Medio Oriente e con esso il mondo anche per non finire ai ceppi. È totalmente politica la volontà di questo governo di maldestri – in senso letterale – servi del potere globale di ridurre ogni dissenso al lumicino. Per questo, per non spegnere anche gli ultimi cerini, è bene dire no. Anche se in buona fede e con buone ragioni, agli amici del sì dico meglio un no chiaro che complici di certa politica. L’Italietta ammanta di politica, di destra e sinistra che più non sono, pure quello che si mette nel piatto, ma dalle mie parti si dice che dove non c’è guadagno la remissione è certa. La giustizia giusta è un pleonasmo: meglio così che peggio. www.mauriziozuccari.net The post La riforma dell’ingiustizia first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La riforma dell’ingiustizia sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 20, 2026
Popoff Quotidiano
50 anni di Repubblica, 150 di Corriere: il compleanno dei morti
PRESENTE E FUTURO DI UN GIORNALISMO CHE NON C’È PIÙ Cinquant’anni sono una bella età, figurarsi 150. Centocinquanta sono gli anni del Corrierone sulla breccia, un terzo quelli di Repubblica. Un bell’anniversario, duplice e tondo, che nelle due città di riferimento vede una panoplìa d’eventi festeggiare degnamente le due maggiori testate nazionali. A Milano s’è scomodata la Scala per le celebrazioni di rito, a Roma una bella mostra al Mattatojo rievoca gli anni del giornale fondato e retto da Scalfari per un ventennio. Fatto più unico che raro nel panorama giornalistico, non solo italiano. A rivederla, la prima pagina di quest’ultima, colonne piombate che manco la Pravda, viene un misto di mestizia e d’orrore. Eppure quella grafica, la formula del tabloid, al tempo era una novità non da poco. A rileggerli, quei titoli su Moro e Berlinguer, si ha un sorriso che sa di paresi. A passeggiarci, tra le cupe pannellature rossonere dell’ex scannatojo romano, in tema e in tinta col luogo, si è presi da una sorta d’angoscia per quel che è stato e più non è. Mai più sarà, nonostante i proclami di rito e di reviviscenza del panorama giornalistico (inter)nazionale. Ha un bel dire Luciano Fontana, attuale direttore del Corriere, che «solo chi utilizza il passato non come una vetrina ma come una leva per progettare il futuro ha lo sguardo giusto». Hanno un bel cantarsi la mezza messa i soloni della comunicazione. Anche gli occhi più foderati di prosciutto, come spesso accade per convenienza e autoinganno a quelli dei giornalisti d’ogni parrocchia, troppo occupati a guardarsi l’ombelico per vedere ciò che accade attorno a loro; anche gli orbi che volgono lo sguardo per non vedere ciò che è hanno sotto gli occhi, la dura realtà. I DATI ADS OGGI, MA È GIÀ DOMANI I dati appena resi noti da Ads sulla diffusione dei quotidiani parlano chiaro, ma non abbastanza. Sono velati d’ottimismo, tarati come sono sull’oggi mentre è già domani. Stando ai numeri – vedi sopra – Repubblica è calata sotto le centomila copie di venduto, il Corriere veleggia poco sopra. Con le copie digitali si arriva un po’ più su, ma con quelle neanche puoi incartarci le verdure al mercato, per non parlare d’altri meno nobili scopi, per quel che valgono. Degli altri meglio non parlare, un tracollo continuo, un rosso esangue. Il fatto è uno e uno solo. Il giornalismo cartaceo è finito e l’altro, televisivo, radiofonico, online eccetera non se la passa niente bene. Tra qualche anno – tempo che schiattino gli ottuagenari e chiudano l’ultime edicole – i giornali saranno un ricordo. Neanche carta straccia. Pezzi da museo come le linotype. Sopravviveranno, forse, poche grandi testate e qualche prodotto di nicchia, per un pubblico specialistico, ma la loro funzione residuale, larvale, non potrà risollevarsi. Checché ne dicano i sedicenti esperti che puntano sulla deficienza artificiale per l’auspicata rinascita. Confondendo pii desideri per fatti – come al tempo della fola che la free press avrebbe guarito il malato terminale – e continuando così a gettare benzina sul rogo del morto. Colpa della tecnologia che fa strame d’ogni passato? Del fato? Colpa d’Alfredo? Colpa, o meglio responsabilità, di nessuno e di tutti quanti in questo mestiere hanno creduto e han vissuto. FOGLI E FIGLI MIGLIORI Quando nacque il Corriere, ai primi di marzo del 1876, con trentamila lire di tre soci meneghini, l’ideatore e fondatore, il napoletano Eugenio Torelli Viollier, scrisse nel suo primo editoriale: “Se c’è una cosa che abbiamo in odio è il giornale a tesi”. Quindi, spazio alla libertà di giudizio, nel momento del trapasso dalla destra alla sinistra storica. Vent’anni dopo il nuovo direttore, Domenico Oliva, lamentava che Bava Beccaris fosse stato troppo morbido a prendere a cannonate la folla provocando centinaia tra morti e feriti. Quando nacque Repubblica, nel gennaio 1976, il fondatore e ideatore Eugenio Scalfari (nato a Civitavecchia ma d’origini calabresi), scrisse: “Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere operato una scelta di campo”. Cioè di buttarsi a sinistra, togliendo spazio e idee ai progressisti in funzione antisovietica – come già vent’anni prima con l’Espresso ­– grazie anche al mancorrente e al placet d’oltre Oceano, decretando così la morte di un’altra gloria del giornalismo nostrano, Paese Sera. Erano gli anni dell’apertura al centrosinistra e della carta morotea che Scalfari, da ex deputato socialista, volle giocarsi. Tant’anni dopo, nel suo ultimo editoriale, “il morso velenoso del serpente russo” sulla guerra in Ucraina, il vecchio liberale non rinnegava le sue idee radicalmente antirusse. Il suo giornale, voce di libertà oggi in vendita, sarebbe divenuto organo ufficiale del Pud, il Partito unico dominante. Sempre in prima fila nello spacciare verità di comodo e conformismo di tendenza per obiettività di giudizio. Illeggibile, come (quasi) tutti. E se questi sono stati i fogli e i figli migliori, figurarsi gli altri, quelli che manco sanno quello che scrivono e per chi lo fanno. L’ETÀ DELL’ORO È TRAPASSATA Così, non ci si può lagnare più di tanto se sui muri appare da tempo una scritta: giornalista terrorista. Se nessuno che abbia meno di vent’anni (ma anche assai di più) abbia mai sfogliato un giornale e se a scuola ti guardano come un alieno se solo ci provi a raccontare com’è fatto. La sua funzione, ormai residuale e larvale, è stata fin dalla nascita quella d’indottrinare le masse più che d’informarle, secondo i desiderata dei gruppi di potere di riferimento e con rarissime eccezioni. Oggi che la loro età dell’oro – il secolo appena trascorso – è trapassata, sono roba buona per addetti ai lavori e anziani ai giardinetti. Quanto ai giovani, neanche quel che passa la rete o la tivù vedono, figurarsi un pezzo di carta straccia. Altro che insegnare loro a leggere con incredulità i giornali, come ammoniva Bertrand Russell. È già una scommessa fargli staccare l’occhi dal cellulare e il cervello dall’algoritmo che li devasta. Sia festa, dunque, per il doppio anniversario. È il compleanno dei morti. www.mauriziozuccari.net The post 50 anni di Repubblica, 150 di Corriere: il compleanno dei morti first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo 50 anni di Repubblica, 150 di Corriere: il compleanno dei morti sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 18, 2026
Popoff Quotidiano
I No per fermare la svolta autoritaria
VOTARE NO PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE E COSTRUIRE L’OPPOSIZIONE SOCIALE ALLE DESTRE E ALLA GUERRA [FRANCO TURIGLIATTO] Il voto referendario del 22-23 marzo ha assunto una forte rilevanza politica e democratica, sia per la natura delle norme sottoposte al giudizio popolare, sia per il contesto politico complessivo che si è determinato nel paese, per non parlare di una situazione internazionale segnata da una drammatica corsa alla guerra e dal venir meno di qualsiasi tenuta delle fragili norme del diritto internazionale. Battere il governo nel referendum sarebbe una importante vittoria democratica e anche un tassello nella costruzione della opposizione sociale alle destre e dell’indispensabile movimento di massa contro il riarmo e la guerra. RIFORMA DELLA GIUSTIZIA O RIFORMA DELLA MAGISTRATURA Il governo Meloni che ha promosso questa controriforma costituzionale credeva di poter ottenere nel referendum confermativo un facile cammino che rafforzasse la sua egemonia politica ed il suo potere aprendo la strada al suo successivo progetto di involuzione istituzionale, il premierato. Così non è stato. Il quadro politico sociale è risultato più articolato, con un parziale indebolimento degli assetti governativi e la crescente difficoltà della Meloni di surfeggiare nei rapporti internazionali e nelle scelte che ne conseguono. Il risultato elettorale sembra essere diventato più incerto, per cui la violenta campagna delle forze governative di queste ultime settimane, particolarmente sguaiata, piena di assurde falsità e di fantasiose forzature su una presunta riforma salvifica della giustizia. Come in tanti hanno scritto non siamo di fronte a una riforma della giustizia, ma a una riorganizzazione della Magistratura, cioè del suo ordine interno e del suo funzionamento. Di certo la giustizia italiana conosce problemi gravissimi, da cui emerge in forme acute il suo carattere di classe, al servizio e a garanzia della borghesia che già erano ben espresse nell’articolo di Ennio Minervini di gennaio che qui riprendiamo: 1. “I tempi della giustizia, sia penale che civile, che consentono ai più forti, attraverso il patrocinio di costosi avvocati, di negare giustizia procrastinando i processi e, anche in sede civile, negando diritti ai più fragili, sia nei rapporti di lavoro che nella vita civile quotidiana; 2. lo stato disastroso delle carceri, il sovraffollamento e la presenza, strettamente legata al primo punto, di un numero abnorme di detenuti per reati facenti riferimento direttamente a disagio economico o sociale, spesso in attesa di giudizio per anni. La controriforma di Nordio e Meloni interviene pesantemente su un cardine centrale dell’assetto costituzionale, quello della separazione dei poteri dello stato, e del loro equilibrio e bilanciamento, cioè tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, che è alla base delle moderne costituzioni democratiche, se pure interne al quadro del sistema borghese. La separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo sono state particolarmente rafforzate nella Costituzione del 1948, dopo la terribile esperienza della dittatura fascista con il suo potere di governo autoritario e predeterminante tutti gli organi istituzionali. Vedasi in proposito l’assemblea a Torino con Alessandra Algostino e si quanto scrive l’ex magistrato Livio Pepino: “Il referendum sulla giustizia ha poco a che fare con la fiducia nei magistrati, l’efficienza della giurisdizione e le garanzie del processo. La posta in gioco è il permanere di un potere di governo soggetto a regole che valgono per tutti (anche a tutela di chi dissente) o la sua sostituzione con un potere assoluto, legittimato dal consenso elettorale a fare quello che crede senza limiti e controlli.” L’ANELLO DI UNA CATENA Questa modifica costituzionale costituisce solo un anello della catena che le forze della estrema destra stanno costruendo fin dall’insediamento del governo Meloni nell’autunno del 2022, una catena funzionale alle loro concezioni autoritarie, alla totale preminenza dei poteri del governo segnata dal moltiplicarsi di misure repressive con cui si vuole affrontare le problematiche e le contraddizioni sociali. Di qui un susseguirsi di leggi  (5 o 6 decreti sempre più violenti e antidemocratici che il Presidente della Repubblica ha fatto correggere lievemente ogni volta, mentre invece avrebbe dovuto tutti quanti rimandarli al Parlamento come prevede la Costituzione) che puniscono le ribellioni giovanili, le resistenze sociali, per non parlare delle lotte sindacali, con una particolare avversione, anzi di odio vero e proprio nei confronti dei migranti, dei settori più deboli della società e verso i presunti settori devianti. Non meno grave è il fatto che nel corso di questi anni il governo Meloni abbia già trasformato il Parlamento in un semplice organismo di registrazione delle sue proposte di legge e soprattutto dei suoi decreti di leggi che sono diventati la normale prassi di attività legislativa, quando dovrebbero essere invece l’eccezione di urgenza. La stessa rapida parvenza di discussione è diventata ormai prerogativa di una sola solo delle due camere, l’altra semplicemente è chiamata ad alzare le mani per una breve conferma formale. In altri termini il potere legislativo è diventato insignificante. Le leggi le fa direttamente il governo, le Camere sono ridotte a una mera formalità. Questo processo di involuzione democratica in realtà è presente ormai da molti anni in tutti i paesi europei, con una borghesia liberista sempre più insofferente dei limiti che ancora pongono al suo operato le costituzioni democratiche sorte dopo la seconda guerra mondiale. Queste carte costituzionali ancora pongono molta attenzione ai diritti sociali e civili delle cittadine e dei cittadini, ed anche al sistema di welfare che le mobilitazioni delle classi lavoratrici avevano saputo conquistare e che alcuni decenni di politiche di austerità, funzionali al conseguimento dei profitti capitalisti, hanno già largamente eroso. Naturalmente le estreme destre sono le forze politiche più decise ed esperte nel rimettere in discussione questi assetti democratici e sociali; il nostro governo anzi produce quotidianamente atti e narrazioni ideologiche reazionarie, razziste, nazionaliste e colonialiste, con l’intento di riscrivere la storia stessa del paese. Per altro queste destre, come loro stesso hanno detto, sono state ai margini della vita politica del paese nel secondo dopoguerra, per il semplice fatto che gli assetti democratici sono stati costruiti grazie alla loro sconfitta nella Resistenza. Meloni e soci lavorano alla loro revanche completa anche perché sospinti dal vento fascista che soffia in tutto il mondo. LA MAGISTRATURA Alle estreme destre non basta aver asservito il parlamento grazie a una debordante maggioranza ottenuta con una legge elettorale antidemocratica; nella loro concezione del potere serve anche un ordine giudiziario che sia sempre, sottolineo sempre, coerente con le scelte del governo, che ad esso sia subordinato, applicando le leggi in funzione degli interessi della classe dominante e dei governanti; così si sono espressi in modo esplicito, in queste settimane, molti dei loro esponenti. Ora sia ben chiaro: la magistratura è e resta uno degli organi dello stato borghese ed è strutturalmente funzionale al mantenimento dell’ordine capitalista, della proprietà privata e quindi anche dello sfruttamento delle classi lavoratrici. Come ha scritto Marco Parodi “Sia chiaro, in premessa, che ogni liberaldemocrazia condivide certamente un approccio formale e borghese nei confronti dell’ordinamento giurisdizionale, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la classe lavoratrice. Come ogni aspetto di una democrazia formale, anche la giustizia risulta profondamente incancrenita dalle profonde disuguaglianze economiche e sociali, prodotte in misura sempre crescente dal capitalismo” , aggiungendo poi che essa mostra le sue contraddizioni “nella discriminazione diffusa, nella vergognosa disparità di trattamento dei diritti e nella negazione delle libertà fondamentali, soprattutto nei confronti della classe lavoratrice, a partire dalle forme di repressione e alienazione prima e durante la fase processuale, per arrivare sino alla vergogna della detenzione infame e del sovraffollamento carcerario…” Nel nostro paese, dopo la guerra, fu varata la Costituzione democratica, ma non ci fu, in particolare nella Magistratura, una reale epurazione dei suoi uomini del passato, né per molti anni un reale rinnovamento, per cui la magistratura rimase per tutti gli anni ’50 e 60” un ordine profondamente conservatore e la sua “indipendenza” dal potere governativo rimase ancor più sulla carta. Solo con le grandi lotte dal ’68, e ’69 in poi il sommovimento della società rideterminando i rapporti di forza tra le classi, ha condizionato in parte gli assetti della magistratura e l’agire di alcune sue parti più attente ai diritti delle classi lavoratrici e ai principi democratici, anche se molte volte astratti, della Costituzione. Questo processo di rinnovamento è avvenuto con l’inserimento dei giovani nella magistratura e poi con l’attività di una sua corrente Magistratura democratica, particolarmente attiva nel corso degli anni. Ma anche allora non era oro tutto quello che luccicava. Anzi, basti pensare al terribile depistaggio che fu messo in atto dagli apparati dello stato e da settori della magistratura per coprire gli orribili attentati delle organizzazioni neofasciste, anche se altri magistrati hanno lavorato incessantemente perché le verità venissero a galla. Resta il fatto che il principio per cui i magistrati devono solo rispondere alle leggi e non al governo, cioè il principio della separazione dei poteri, resta un principio valido, pur nella sua formalità. E’ questo che ancora oggi permette a molti giudici e tribunali di non avallare o convalidare atti e scelte del governo in palese contrasto con le norme democratiche della Costituzione e/o con leggi nazionali vigenti e ben precise norme democratiche europee. E’ questo che ha permesso che la magistratura non convalidasse certe misure razziste e violente del governo rispetto ai migranti o anche a certi tribunali di respingere interpretazioni e accuse assurde nei confronti di militanti sociali da parte di certe procure prone alle indicazioni e richieste governative. Vedi la lotta No tav e l’inchiesta su Askatasuna. Ed è proprio questa indipendenza di giudizio che le destre al governo vogliono spezzare con la controriforma costituzionale. LA CONCEZIONE A DUE VELOCITÀ DELLA GIUSTIZIA DI MELONI E SOCI Le misure proposte dalla controriforma governativa approvate dalla maggioranza delle Camere, non tanto la separazione della carriere, ma soprattutto la frammentazione della organizzazione della magistratura, con il Consiglio Superiore diviso in due, il sorteggio per la sua elezione, l’Alta Corte Disciplinare, hanno lo scopo di porre sotto tutela questo potere dello stato e di avere pubblici ministeri espressione diretta del governo e giudici subalterni che rispondono alle attese dell’esecutivo, dimentichi delle leggi (almeno fino a che ci siano leggi effettivamente democratiche) e dei diritti sociali. Come scrive L. Pepino: “In sintesi: si andrebbe verso una magistratura costituita da tante monadi separate, non comunicanti e burocratizzate (in conseguenza della rappresentanza definita per sorteggio e dell’indebolimento delle correnti interne e del pluralismo politico-culturale da esse indotto), i magistrati sarebbero assoggettati a una sorta di gerarchia interna (conseguente al ruolo di vertice attribuito ai magistrati di legittimità) e la componente politica assumerebbe un maggior peso negli organi di governo autonomo. Si realizzerebbe, in sostanza, un ritorno, almeno parziale, al modello di magistrato degli anni ‘50 e ‘60”. Questa controriforma istituzionale corrisponde alla concezione del mondo e della giustizia che le estreme destre reazionarie e fasciste hanno della giustizia: un mondo costruito sul dominio e gli interessi dei capitalisti e dei potenti e sullo sfruttamento delle classi subalterne, una giustizia rispettosa e servizievole verso costoro e i loro gestori politici, una giustizia di classe pienamente aperta e dispiegata in cui i Re e i loro cortigiani siano “legibus solutus” (sciolti dalle leggi) con una magistratura che assolve e lascia fuori dalla legge i potenti e i ricchi, (grazie naturalmente anche agli avvocati ben pagati), e nello stesso tempo una magistratura implacabile che  colpisce  senza pietà chi sta in basso, i migranti, le classi subalterne, i poveracci e i devianti dall’ingiusto ordine capitalista. Con i referendum del prossimo 22-23 marzo il governo punta a una magistratura pienamente conseguente con le sue scelte politiche e sociali di dominio. E’ quanto il loro capobastone di riferimento, insediato alla Casa Bianca, ha espresso più volte in modo chiaro, non risponde ad alcuna legge, le sue scelte sono determinate solo dalla sua forza e dalla sua presunta moralità. Quale sia l’attuale mondo capitalista dei Re e dei potenti è ben espresso da quel grumo impressionante di potere e di violenza, in particolare poi di violenza contro le donne, espressa negli Epstein files. Andiamo tutte e tutti il 22-23 marzo a votare NO per battere il disegno della Meloni, Salvini e soci di costruire uno stato autoritario da loro comandato e al servizio della classe capitalista sulle spalle delle classi popolari. E scendiamo tutte e tutti a Roma il 28 marzo per la grande manifestazione contro il governo ed i Re. The post I No per fermare la svolta autoritaria first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I No per fermare la svolta autoritaria sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 18, 2026
Popoff Quotidiano
Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca
LA GUERRA CONTRO IRAN E LIBANO PRESENTA IL CONTO ANCHE AI PIÙ POVERI ITALIANI ED EUROPEI. LA DENUNCIA DEL CILAP La guerra in corso contro Iran e Libano è certamente la prosecuzione del genocidio a Gaza. Ma sta presentando il conto anche ai settori popolari, i più poveri, di paesi molto lontani dai teatri bellici. Un media indipendente dello Stato spagnolo, un paio di giorni fa, titolava così: Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca. A causa dell’aumento dei costi energetici e dell’inflazione, il rischio immediato è la crescita del numero di persone in povertà in Europa e in Italia, dice anche il CILAP – Collegamento Italiano per la Lotta alla Povertà, che chiede misure urgenti a tutela delle famiglie vulnerabili in Italia e in Europa. Con la guerra si rischiano tra 4 e 18 milioni di persone a rischio povertà in più nell’Unione Europea e tra 600mila e 4 milioni di persone in più in Italia. UNA CRISI CHE SI AGGIUNGE A UNA CRISI: LA POVERTÀ ENERGETICA Prima ancora che il conflitto iniziasse, la situazione europea era già preoccupante. In Italia quasi 6 milioni di persone vivono in povertà assoluta, di cui oltre un milione sono minori. In Europa, 93 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale. Secondo Eurostat, nel 2024 il 9,2% della popolazione dell’Unione europea non riusciva a riscaldare adeguatamente la propria casa (in Italia l’8,6%). Secondo l’indicatore utilizzato dall’Osservatorio Italiano Povertà Energetica, nello stesso anno 2,4 milioni di famiglie in Italia si trovavano in povertà energetica: il livello più alto mai registrato dall’inizio delle serie storiche. Dall’Eurobarometro del dicembre 2025 emerge inoltre che il 38% degli europei chiede una protezione più forte per i consumatori vulnerabili, in particolare per chi vive condizioni di povertà energetica. Un segnale evidente di quanto il problema sia ormai diffuso e percepito dall’opinione pubblica europea. LO SHOCK ENERGETICO COLPISCE I POVERI DUE VOLTE La guerra rischia ora di aggravare questa situazione già critica. Nei primi giorni della crisi energetica i prezzi spot del gas in Europa hanno raggiunto i 45–60 euro per megawattora. Un’eventuale interruzione dei flussi energetici dal Golfo potrebbe mantenere i prezzi su livelli simili per diversi mesi, a seconda della durata del conflitto. Se il prezzo del petrolio Brent dovesse stabilizzarsi attorno ai 100 dollari al barile, l’inflazione nell’area euro potrebbe tornare sopra il 3% nel corso dell’anno. Per l’Italia il rischio è ancora maggiore: fino a circa un punto percentuale in più rispetto alle previsioni precedenti al conflitto, a causa della forte dipendenza energetica dall’estero e del peso del gas nel sistema energetico nazionale. Non si tratta di numeri astratti. Le analisi del Joint Research Centre mostrano che shock energetici e inflazionistici colpiscono in modo sproporzionato le famiglie a basso reddito e possono aumentare sensibilmente i livelli di povertà ed esclusione sociale. Applicando queste dinamiche ai dati di Eurostat, anche un aumento di pochi punti percentuali del rischio di povertà significherebbe milioni di persone in più in difficoltà: tra 4 e 18 milioni nell’Unione Europea. In Italia si tratterebbe di un aumento compreso tra 600 mila e 4 milioni di persone rispetto agli attuali 13,5 milioni già a rischio. Le famiglie più povere subiscono questo shock in modo doppio: spendono una quota proporzionalmente molto più alta del proprio reddito in energia e cibo e dispongono di riserve minime, spesso nulle, per assorbire i rincari. SE LE RISORSE VANNO ALLE ARMI, NON ALLE PERSONE Esiste poi un secondo canale, meno visibile ma altrettanto pesante: lo spostamento delle risorse pubbliche verso la spesa militare. I bilanci degli Stati membri europei stanno aumentando le allocazioni per la difesa, e ogni euro destinato agli armamenti rischia di essere sottratto ai servizi sociali, alla sanità territoriale, ai centri per l’impiego e alle politiche di contrasto alla povertà. L’Unione Europea si è impegnata a ridurre di 15 milioni il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale entro il 2030. Ma i progressi finora sono minimi: meno di un milione di persone è uscito dalla soglia di rischio tra il 2019 e il 2024. Con questa guerra, anche questo obiettivo rischia di diventare irraggiungibile. SERVONO MISURE IMMEDIATE E STRUTTURALI Il CILAP chiede con urgenza che i governi europei e quello italiano adottino misure immediate e strutturali a tutela delle famiglie vulnerabili. Tra le priorità indicate: l’estensione e il rafforzamento dei bonus energetici, con procedure di accesso semplificate che non penalizzino chi ha meno strumenti digitali; il blocco degli aumenti tariffari per le utenze domestiche delle famiglie in povertà assoluta; la tutela esplicita dei fondi destinati al contrasto della deprivazione materiale da qualsiasi taglio legato all’aumento delle spese militari; e un piano europeo coordinato di sostegno ai redditi più bassi, che non lasci soli i paesi più esposti agli shock energetici come Italia, Grecia, Portogallo e Bulgaria. «La guerra ha sempre un conto. In Europa, come sempre, a pagarlo per primi sono i più poveri. Non lo accettiamo come inevitabile», conclude la nota del CILAP, associazione che studia il fenomeno della povertà in Italia e in Europa e promuove politiche di contrasto strutturale all’esclusione sociale. AUMENTO DEI COSTI OPERATIVI PER LE IMPRESE Ad aggravare ulteriormente il quadro c’è anche l’aumento dei costi operativi per le imprese. Secondo Confesercenti, nei 18 giorni successivi allo scoppio del conflitto in Iran i prezzi all’ingrosso di elettricità e gas sono saliti rispettivamente del 24% e di quasi il 33%. Una simulazione elaborata dall’organizzazione insieme a Innova indica che, se questi livelli dovessero mantenersi fino alla fine dell’anno, per le Pmi del commercio, del turismo e dei servizi la bolletta energetica potrebbe salire nel 2026 a 3,8 miliardi di euro: circa 880 milioni in più rispetto al 2025. L’aumento medio della spesa annua sarebbe di quasi 1.500 euro per attività, con differenze significative tra i comparti: circa 2.700 euro in più per un supermercato, 529 euro per un minimarket, 109 euro per un piccolo esercizio non alimentare, 1.010 euro per un bar, 1.830 euro per un ristorante e oltre 2.700 euro per un albergo di 30 camere. Questi rincari si sommerebbero a una frenata dei consumi reali delle famiglie stimata in circa 4 miliardi di euro. Nel commercio, nel turismo e nei servizi, elettricità e gas rappresentano costi strutturali difficili da comprimere e impossibili da assorbire a lungo senza conseguenze. IL RISCHIO DELLE SPECULAZIONI SUI PREZZI Nel frattempo crescono anche le preoccupazioni per possibili fenomeni speculativi. Il Codacons ha presentato un esposto in 104 procure italiane denunciando forti rincari registrati in diverse filiere dopo lo scoppio della guerra. Il rialzo dei carburanti sta già producendo effetti sui prezzi dei prodotti alimentari, con aumenti segnalati su diverse categorie ortofrutticole. Segnali di tensione emergono anche nel settore industriale: alcuni fornitori di materie plastiche utilizzate per le bottiglie di acqua minerale avrebbero richiesto aumenti fino al 30%, con incrementi stimati tra 200 e 250 dollari a tonnellata. Anche altre materie prime utilizzate nell’edilizia e nell’industria mostrano rialzi significativi: il rame ha registrato aumenti che sfiorano il 40%, ferro e profilati di alluminio circa il 20%. Nel settore delle costruzioni si segnalano aumenti del 18% per il conglomerato bituminoso, del 10% per il calcestruzzo e fino al 30% per alcune plastiche utilizzate nella meccanica. Anche il legno inizia a risentire delle tensioni, con rincari tra il 10 e il 15%. Segnali che indicano come il costo della guerra non resti confinato ai fronti militari, ma si propaghi rapidamente nell’economia quotidiana, fino ai conti delle famiglie. E, ancora una volta, sono i più fragili a rischiare di pagare il prezzo più alto. The post Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump e Netanyahu bombardano il tuo conto in banca sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 18, 2026
Popoff Quotidiano
Caso Deranque, parlano tre attiviste della Jeune Garde
IL CONCETTO DI AUTODIFESA, I PERCORSI POLITICI E LO CHOC COLLETTIVO DOPO L’OMICIDIO, A LIONE, DEL GIOVANE NEOFASCISTA Camille Polloni e Laura Wojcik per Mediapart Dal 13 febbraio e dalla rissa che è costata la vita all’attivista neofascista Quentin Deranque, gli ex membri della Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, tacciono. Diversi ex militanti dell’organizzazione sono oggi indagati in questa inchiesta per omicidio volontario, tra cui Jacques-Élie Favrot, ex collaboratore parlamentare del deputato insoumis Raphaël Arnault, cofondatore del gruppo, oggi pubblicamente messo in discussione per i suoi metodi. A parte un breve comunicato del deputato, due post su Instagram dell’ex portavoce della Jeune Garde Maya Valka e la testimonianza di un militante anonimo su Le Parisien, la maggior parte degli antifascisti che hanno fatto parte dell’organizzazione preferisce evitare di esprimersi. In segno di solidarietà, l’intero ambiente stringe i ranghi, anche a costo di mettere da parte le critiche rivolte alla Jeune Garde prima dei recenti avvenimenti. È quindi un’occasione rara quella che Mediapart ha colto recandosi a Lione, il 25 febbraio, per incontrare tre ex militanti del gruppo antifascista. Quest’ultimo ha contestato il proprio scioglimento dinanzi al tribunale amministrativo, ma l’udienza che avrebbe dovuto tenersi a febbraio presso il Consiglio di Stato è stata rinviata a data da destinarsi. La Jeune Garde non può più svolgere alcuna attività in attesa dell’esito, pena l’avvio di un procedimento giudiziario. Sebbene la Jeune Garde sia nota per aver annoverato tra le sue fila una percentuale di donne superiore rispetto ad altri gruppi antifascisti – l’organizzazione dichiarava che il 30% delle militanti fosse donna, senza che fosse possibile verificare tale cifra –, nessuno contesta il fatto che esse rimanessero una minoranza. Il gruppo non sfuggiva nemmeno a certi codici maschili. Eppure sono state tre donne a offrirsi volontarie per testimoniare. Hanno posto alcune condizioni a questo colloquio, al quale ha assistito la loro avvocatessa. Per sfuggire alle molestie, i loro volti non dovevano apparire sullo schermo e volevano essere indicate con nomi di fantasia. Si potevano porre loro tutte le domande, comprese quelle sul caso in cui sono coinvolti alcuni dei loro compagni, ma si riservavano il diritto di non rispondere. «USCIRE DAL FOLKLORE DELL’ANTIFASCISMO» Déborah* e Myriam*, entrambe di 23 anni, si sono unite alla Jeune Garde nel 2024. Era la loro prima esperienza di attivismo. Lola*, 29 anni, ha invece frequentato «un gruppo femminista e un gruppo anarchico» a partire dal 2014, prima di unirsi alla Jeune Garde alla sua fondazione, nel 2018. Il contesto lionese degli ultimi quindici anni è segnato da ripetuti attacchi dell’estrema destra contro individui, spazi e manifestazioni. La promessa di «far uscire l’antifascismo dal suo folklore», come racconta Déborah, di renderlo popolare e di praticarlo a viso scoperto, in un contesto unitario, rispecchia le loro aspirazioni. Myriam non ha quindi alcuna esitazione a investire «il terreno istituzionale» e ad allearsi con La France insoumise (LFI), «una delle principali forze del [loro] campo in questo momento a sinistra». Apprezzano inoltre che alla Jeune Garde sia vietato il corteggiamento tra militanti, in nome della «sicurezza delle donne», e rivendicano il recupero di codici più tradizionali dell’antifascismo, come le foto di gruppo in pose che mirano a «trasmettere forza». Anche a costo di «focalizzare l’attenzione dell’estrema destra» sulla Jeune Garde, come un parafulmine per gli altri. In linea con la posizione ufficiale della Jeune Garde, e sebbene questa sia smentita dai fatti, le tre attiviste continuano a sostenere che la loro organizzazione si limitasse a praticare «l’autodifesa», ovvero un uso ragionato e strettamente difensivo della violenza volto esclusivamente a rispondere alle aggressioni dell’estrema destra. «È l’avversario che ci impone l’uso della violenza», afferma Lola. In nome dell’«autodifesa» promossa dalla Jeune Garde e condivisa dai suoi alleati di La France Insoumise, Déborah, Lola e Myriam hanno definito alcuni limiti all’uso della violenza tollerato dall’organizzazione: niente «incursioni nei quartieri avversari per attaccarli», niente «pattugliamenti per strada»; non «sferrare mai il primo colpo», né pretendere di «sostituirsi alla polizia». Pochi giorni dopo l’incriminazione di diversi antifascisti per l’«omicidio» di Quentin Deranque, le tre attiviste si mostrano tuttavia in imbarazzo di fronte a tutte le domande che associano la Jeune Garde a questo crimine. Questo gruppo, che voleva essere innovativo, non sarebbe forse caduto anch’esso in un culto virilista della lotta di strada? Si tratta di un’operazione di «autodifesa» finita male? Si tratta di attacchi sleali o di risposte sproporzionate, potenzialmente pericolose? Déborah, Lola e Myriam si sono rifiutate di visionare i video pubblicati sul canale Telegram «Antifa Squad», che, secondo la didascalia che li accompagna, mostrerebbero aggressioni commesse da membri della Jeune Garde. Senza guardarli, escludono quindi che queste violenze filmate possano avere alcun legame con la loro organizzazione e sostengono che questa non le «rivendichi». Si rifiutano inoltre di commentare la condanna di Raphaël Arnault per violenze di gruppo commesse in occasione di una sorta di controllo di strada. In questo contesto, le attiviste definiscono la morte di Quentin Deranque un «dramma» e un «incidente» che nessuno, nel loro «campo sociale e politico», ha voluto. Sono preoccupate per il futuro del movimento antifascista, che potrebbe ridursi alla sua «criminalizzazione». A Lione, dove le attiviste di sinistra negli ultimi anni sono riusciti a ottenere «la chiusura dei locali fascisti» e lo scioglimento di diverse fazioni di estrema destra, come da loro richiesto, temono però, come dice Myriam, di essere «tornati al punto di partenza». The post Caso Deranque, parlano tre attiviste della Jeune Garde first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Caso Deranque, parlano tre attiviste della Jeune Garde sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 14, 2026
Popoff Quotidiano
Una lunga settimana di passioni
IL PUNTO SULLA GUERRA IN IRAN E QUELLA CHE VERRÀ SE L’EUROPA E IL MONDO NON SI LIBERERANNO DEI LIBERATORI Una lunga settimana di passioni, potrebbe dirsi parafrasando il bel libro di Sebastien Japrisot e l’omonimo film, capolavoro del pari, che ne ha tratto Jean Pierre Jeunet. Una lunga settimana di passioni è quella vissuta nel mondo con l’attacco dei due compari all’Iran, plausibile abbrivio alla Terza guerra mondiale. Tralasciando quest’ultimo aspetto in chiusa, facciamo il punto su cosa è successo sotto e fuori dai riflettori, sul campo e altrove. OCCHIO ALLA CABALA Come già nella guerra dei dodici giorni dello scorso giugno – stando alla cabala, dopo quella dei sei giorni nel ‘67 questa potrebbe durarne 24 – si è sparacchiato nei due sensi buona parte dell’arsenale disponibile. Al punto che i missili scarseggiano pure nel fornitissimo arsenale di Bibi & Big Don e quest’ultimo, bontà sua, ha dovuto mandare i “vecchi” bombardieri B52, con le loro bombe di penetrazione, per stanare i lanciamissili iraniani dai loro bunker sotterra. Al di là della carenza d’armi nei due schieramenti che tanto appassiona gli esperti da salotto, gli Usa continuano a martellare il possibile e gli orfani dell’ayatollah replicano fin dove possono, negli stati contigui e nel mezzo dello stretto dove passa un bel po’ del greggio mondiale. Con effetti devastanti per la traballante economia europea già provata dalla guerra in Ucraina e le tasche di tutti. Gli eredi di Khamenei dopo l’iniziale ammuina che ha sforacchiato le difese delle basi Usa nel Golfo, hanno dichiarato che non ostacoleranno alcun transito e non attaccheranno più i cattivi vicini, togliendosi dall’arco le frecce rimaste e mostrando quanto siano disponibili a porgere l’altra guancia e il resto pur di leccarsi in pace le ferite. Mojtaba, il figlio del defunto ayatollah che ne ha ereditato il posto, ha le stesse possibilità di sopravvivenza di un sorcio in un cat cafè. Alla Casa Bianca si canta già vittoria e si preannuncia che, caschi il regime o meno, nessuno che non sia gradito durerà più d’un gatto in tangenziale, tanto per restare in tema. Magari un erede di quello scià che fu il miglior alleato d’Israele e Usa nel Golfo, e anche perciò cadde. Il modello Venezuela fa scuola, insomma. LE NOVITÀ, TRA CRONACA E STORIA Più che sul campo di battaglia, però, le novità vengono da fuori. È già storia il video di Donaldone I assiso in trono, attorniato dai suoi dignitari che, mani sulle spalle, pregano perché Iddio conceda all’imperatore salute e vittoria. Resta confinata alla cronaca, invece, e all’umana miseria per la quale la malattia mentale si traveste da volontà di Dio, la hit Batti & colpisci della ministra della fede Paula White. Una bella tipa che sembra generata dalla medesima deficienza artificiale che seleziona i bersagli da colpire in Persia, e forse lo è. Neanche il ministro della Guerra Pete Hegseth se la passa male a castronerie – ma almeno lui, si sa, ogni tanto dà fondo alla bottiglia e questo con quel che Dio vuole c’entra poco. Certo è che se i fanatici sono quegli altri col turbante nero, chi li combatte se la passa mica male. TAFAZZI D’EUROPA Di tutt’altra pasta i leader europei, ancorché flaccidi e imbelli, come l’ha etichettati Netanyahu. Prendi il segretario della Nato, il norvegese Mark Rutte, re dei Tafazzi d’Europa. Neanche il tempo di riaversi dai ceffoni ricevuti dall’imperatore sulla Groenlandia, affaire tuttora in corso, che ha tenuto a precisare che la guerra, pur non essendo affare dell’Alleanza, la vuole senz’altro schierata dalla parte di chi vede negli europei un branco d’utili idioti, e il mondo un posto migliore senza Khamenei. Vedi il premier inglese, Starmer, capofila della categoria sunnominata, che per non restare indietro, con sprezzo del buon senso e della semantica fornisce ai bombardieri Usa le basi per la loro guerra “difensiva”. Vedi Macron, bel tipo di liberale europeo. Manco sta nella Nato, la Francia, dai tempi di De Gaulle, che dona le chiavi della base navale di Marsiglia ai due compari e mandato il gioiello della flotta, la portaerei omonima, a Cipro tanto per essere della partita. Nell’isola, estremo lembo d’Europa, fanno rotta tutte le marine dell’Europa libera – gli inglesi ci stanno già di casa – Spagna e Italia comprese. PEDRO SCHIENADRITTA E LA MELONA Se il premier spagnolo, il socialista Pedro Sanchez ha mostrato, almeno a parole, d’avere la schiena dritta davanti alle minacce dell’imperatore, la Melona, bell’esemplare di destra nostrana, con fermezza tutta italica ha chiarito che il nostro paese non è in guerra e le nostre basi non sono disponibili. A meno che non ce le chiedano. Niente, va detto, a confronto delle perle di saggezza distribuite ai media e al volgo dai nostri ministri degli Esteri e della Difesa. Tajani ha consigliato agli italiani d’Oriente di non sostare sui balconi quando passano i droni; l’altro colto alla sprovvista a Dubai non si sa ancora a fare cosa e informato dei fatti dalla tivù, a riprova di come nessuno conti più di noi nello scacchiere internazionale, nonostante le zerbinature dei nostri ai diktat d’oltre oceano, ha ribadito che quella Usa non è una guerra secondo le regole del diritto internazionale. Ma noi tireremo dritto e chissenefrega, secondo la migliore tradizione italiota e alla faccia delle anime belle. In chiusa, torniamo all’abbrivio. I PUNTI FERMI DELLA GUERRA IN CORSO Dalle passioni della settimana emergono chiaramente alcuni punti. Primo: la guerra durerà, a Dio e al duo piacendo, fino all’annichilimento delle residuali capacità belliche iraniane. Secondo: questa risolverà in maniera radicale i diritti conculcati delle donne iraniane, come dimostra la scuola femminile rasa al suolo e oltre il centinaio di bambine uccise, figlie di pasdaràn, e libererà gli iraniani, almeno i sopravvissuti. Terzo: quanto al cambio di regime, senza ombra di dubbio ogni iraniano di buon senno, come le dozzine di ragazzotti che hanno ballato sul molo di Trieste mentre i loro connazionali venivano trucidati sulle note della macarena – non vede l’ora di sostituire ai ceffi col turbante nero l’effige del macellajo di Sion. La stella di Davide apportatrice di libertà come l’altre assieme alle strisce, invece della sanguinaria spada dell’Islam. Quarto: Israele è a un passo dal divenire quel che nemmeno nei sogni più grandiosi di Herzl poteva aversi: il dominio pressoché assoluto sull’intero Medio Oriente, se non sul mondo, grazie al suo compiacente padron servente. E Netanyahu, checché ne dicano gli acchiappanuvoli, passerà alla storia come lo statista che ha realizzato il sogno della grande Israele. Costi quel che costi e crepi Sansone con ogni filisteo. Corollario a questo punto è lo spettro, sempre più materico, d’una terza guerra mondiale. LO SPETTRO MATERICO DELLA GUERRA CHE VERRÀ Il dado è quasi tratto. Nessuna guerra, checché ne dicano i manuali, è iniziata in un giorno. La prima non è cominciata a Sarajevo, non la seconda sul confine polacco. Ogni guerra, mondiale o in quanto tale, è preceduta da conflitti più o meno celati, più o meno laceranti, per esplodere con un casus belli buono per i libri di storia. E noi italiani abbiamo sempre avuto un ruolo decisivo nell’innescare la miccia. Fortuna vuole che stavolta al governo vi siano tali pagliacci da disinnescare il pericolo, ma anche dal ridere si può morire. Si ha un bel ridere di Donaldone, dei suoi crimini e delle sue mattane, della pochezza del ceto dirigente d’America come d’altrove, fatto è che nessuno sfugge al proprio destino. Persona, paese o impero che sia. Il destino dell’impero amerikano è in quel batti & colpisci ripetuto come un mantra dalla trista ministra della Fede Usa. Trump come Rimbam Biden, prima di lui Osama, i due Bush eccetera, lo sanno. Non c’è pace se vuoi colpire i tuoi nemici, battere la Cina, non essere costretti a dividere la torta del potere mondiale coi musi gialli e chissà chi altri. LA LOGICA DEL POTERE IMPERIALE Non era diverso ai tempi dell’impero romano: Traiano arrivò a Babilonia e sul Bosforo, Adriano dovette fare marcia indietro ma la sostanza dell’impero non cambiò. Finito d’espandersi cominciò a perdere pezzi e divorare sé stesso, fino a quel capolavoro d’insipienza politica di Diocleziano che si rivelò un rimedio peggiore del male che pretendeva curare. Mutatis mutandis, nulla muta nella logica del potere imperiale, del potere in quanto tale. Il destino dell’Amerika imperiale è segnato dalla storia, come quella di qualunque impero, ma non per questo eviterà a sé stessa e al mondo lacrime e sangue, con la pretesa di dargli benessere e libertà, sotto l’occhio vigile dei media compiacenti e dei servitori di turno. Neppure Cuba, antico sogno di rivincita yankee, potrà salvarsi da tanta grazia. Donaldone ha già promesso di riportarla nell’alveo della libertà. Dai ghiacci della Groenlandia al sole dei Caraibi, tutto un tripudio di stelle & strisce, dal Nilo all’Eufrate una sola stella di Davide, nel deserto d’intorno. Un deserto chiamato pace, per dirla come Tacito. È tempo di liberarsi da tali liberatori, ma non saranno gli asserviti d’Europa a farlo.   The post Una lunga settimana di passioni first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Una lunga settimana di passioni sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 11, 2026
Popoff Quotidiano
«La nuova definizione di antisemitismo erode la qualità della nostra democrazia»
VALENTINA PINSATY, DOCENTE DI SEMIOTICA ALL’UNIVERSITÀ DI BERGAMO SPIEGA LA TORSIONE DEL CONCETTO CLASSICO DI ANTISEMITISMO PROMOSSO DALLA DESTRA ISRAELIANA Ricard González su El Salto Sulla scia delle proteste per il genocidio a Gaza, in diversi paesi occidentali sono stati vietati eventi, licenziati professori e persino deportati o arrestati attivisti filopalestinesi. Spesso tutto ciò è stato fatto con l’accusa di «antisemitismo». Valentina Pinsaty, docente di Semiotica all’Università di Bergamo, ha recentemente pubblicato un libro, intitolato Antisemita: Una Parola in Ostaggio (Bompiani 2025), in cui offre un’analisi dettagliata della trasformazione del concetto classico di antisemitismo promosso dai successivi governi di destra israeliani per utilizzarlo politicamente contro i propri critici. Come si è evoluto il significato della parola “antisemita”? Si tratta di un concetto abbastanza recente, apparso intorno al 1870, che si è stratificato con il suo uso. Inizialmente si riferiva alla Lega antisemita tedesca, un’organizzazione che si autodefiniva “antisemita” e che era contraria all’emancipazione degli ebrei. Nei decenni successivi, il termine si è esteso fino a includere altre manifestazioni di ostilità antiebraica, soprattutto in Russia con i pogrom. Alla fine, si consolida raccogliendo una serie di stereotipi che si trovano nei Protocolli dei Savi di Sion; vale a dire, l’ebreo cospiratore, falso, avido dal punto di vista economico, ecc. Dopo la seconda guerra mondiale, assume un significato così negativo che nessuno si è più definito “antisemita”. Fino a questo punto, l’evoluzione del termine è stata normale, cristallizzandosi nei dizionari in una definizione formale attraverso una convenzione sociale. Poi, le cose cambiano. Valentina Pinsaty Quando appare quella che viene chiamata la “nuova definizione di antisemitismo” e a partire da quale meccanismo? Nel primo decennio del 2000, il governo di destra israeliano del Likud, con il sostegno di varie entità, soprattutto statunitensi, impegnate nella lotta contro l’antisemitismo e allineate con la sua agenda politica, come l’Anti-defamation League, intuiscono il potenziale strategico di questa parola. Data la sua carica negativa, capiscono che chiunque venga accusato di antisemitismo viene escluso dal consenso civile, perde la capacità di essere ascoltato in una società democratica. Con gli antisemiti, come con i razzisti, non si discute. Quindi, vogliono passare a utilizzare questa parola non più per delegittimare gli antisemiti, ma tutti coloro che si oppongono in modo molto aperto e viscerale alle politiche israeliane. E quello che fanno è promuovere un cambiamento dall’alto, e non in modo spontaneo, della definizione ufficiale del concetto di antisemitismo. E qual è questa nuova definizione? Fondamentalmente, assimilano il concetto di antisemitismo a quello di antisionismo, e vincolano inoltre il sionismo all’azione del governo di Netanyahu, che già è al potere da anni. Così chiunque esprima apertamente il proprio dissenso nei confronti delle sue decisioni politiche viene accusato di antisemitismo. Questo cambiamento semantico ha attraversato diverse fasi. Cambiare il significato di un concetto non deve essere facile. Qual è stato il processo? Inizialmente, non era stato concepito come uno strumento giuridico o politico, ma scientifico, destinato alle istituzioni che dovevano monitorare e raccogliere dati sulla trasformazione della retorica antisemita nel XXI secolo. Ed era comprensibile, perché poteva succedere che qualcuno, partendo da una critica a Israele, riproponesse i vecchi stereotipi antisemiti, ricorrendo alla cospirazione ebraica, ecc. Infatti, in un primo momento, la definizione raccoglieva diversi esempi di azioni che “avrebbero potuto costituire espressioni di antisemitismo”. Tra queste, esigere da Israele uno standard diverso da quello degli altri paesi. Dopo un’intensa campagna da parte delle entità sopra menzionate, nel 2016 la nuova definizione è stata ufficialmente approvata in un congresso dell’IHRA (Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto), eliminando la formulazione che utilizzava il condizionale per passare al modo indicativo: sono espressioni di antisemitismo. Quindi, la nuova definizione specifica comportamenti concreti? La nuova definizione contiene una definizione generale e poi un elenco di undici azioni che sono espressioni di antisemitismo. Di queste, sette si riferiscono ai discorsi sullo Stato di Israele e almeno quattro sono molto problematiche. Si tratta di quattro discorsi che sono abituali nella critica dura a Israele, ma che non hanno una matrice antisemita. E poi questa definizione assume un valore giuridico… Esatto, la maggior parte dei governi occidentali ha aderito a questa definizione, che è stata incorporata nelle leggi, nei regolamenti interni dei partiti politici, delle università, ecc. In definitiva, viene utilizzata per delegittimare e persino licenziare dal lavoro persone ingiustamente accusate di antisemitismo. Ad esempio, sulla base di questa definizione, Jeremy Corbyn è stato destituito dalla carica di leader del Partito Laburista britannico, o sono state vietate iniziative culturali in Germania. E questo non è avvenuto attraverso una sorta di cospirazione, ma è stato fatto alla luce del sole. È possibile tracciare passo dopo passo la strategia che ha portato a questa situazione. Ritiene che questa nuova definizione metta in pericolo la democrazia e le libertà fondamentali? Contribuisce a ridurre il perimetro del dibattito pubblico e quindi ostacola la libera espressione delle idee politiche su una questione controversa come le azioni di Israele a Gaza. Il dibattito è stato manipolato perché la parte filopalestinese non ha la possibilità di esprimere le proprie posizioni senza essere criminalizzata. Tra gli attori che hanno contribuito a promuovere questa nuova definizione c’è l’estrema destra occidentale. Perché agisce in questo modo? Perché c’è stato uno scambio di favori tra l’estrema destra occidentale e il governo Netanyahu. Da un lato, Israele chiede a questi partiti un sostegno incondizionato alle sue politiche in Palestina; in cambio, i partiti ultras ricevono la patente di immunità da qualunque accusa di antisemitismo o razzismo. Questo patto è solito includere una visita in Israele, in qualche luogo o museo dedicato all’Olocausto accompagnato dai leader israeliani. A parte questo, è vero che la piattaforma ideologica del governo Netanyahu coincide con quella di questi partiti di estrema destra. Israele rappresenta il sogno di questi partiti. Ciò che non si capisce è perché i partiti di altre ideologie abbiano aderito a questa nuova definizione e a tutto ciò che essa comporta, poiché erode la qualità della nostra democrazia. Alcuni amici di Israele in Occidente dicono che ora l’antisemitismo è un fenomeno soprattutto di sinistra. È vero? No, mi sembra ridicolo. Il problema è che collegando le entità citate e mescolando l’antisemitismo con l’antisionismo nei loro rapporti, ci impediscono di avere un quadro chiaro dell’antisemitismo reale. Ed è un peccato, perché credo che attualmente ci sia un aumento dell’antisemitismo. In ogni caso, tutto indica che le manifestazioni di antisemitismo classico provengono soprattutto da persone di destra. Un chiaro esempio è il “mito Soros”, ovvero le accuse di cospirazione intorno alla figura di George Soros. È possibile che, soprattutto sui social network, persone di sinistra facciano commenti critici nei confronti di Israele in cui assimilano il termine “ebreo” a quello di “israeliano”. E questo è problematico, ma è il risultato dell’assimilazione delle definizioni di antisemitismo – che è una forma di razzismo – e antisionismo – che è una posizione politica. Ritiene che la battaglia per la definizione dell’antisemitismo sia perduta? No, è una battaglia aperta. Al di là delle posizioni dei governi europei, per non parlare degli Stati Uniti, a livello di base molte persone non sono affatto d’accordo. Anche nelle stesse comunità ebraiche molte persone sono contrarie alla posizione adottata dalle istituzioni ebraiche ufficiali, che sostengono il cambiamento della definizione.   The post «La nuova definizione di antisemitismo erode la qualità della nostra democrazia» first appeared on Popoff Quotidiano. 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March 10, 2026
Popoff Quotidiano
Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza
LO SCOOP DI UN SITO AMERICANO RIVELA L’ESISTENZA DI UN RAPPORTO INTERNO DEI DEMOCRATICI CHE QUEL PARTITO NON VUOLE RENDERE PUBBLICO Lo scoop pubblicato dal sito di informazione statunitense Axios ha riaperto una frattura che attraversa da mesi la politica americana: il sostegno dell’amministrazione di Joe Biden e della candidata democratica Kamala Harris al genocidio a Gaza da parte di Israele potrebbe essere costato ai democratici una parte decisiva dell’elettorato nelle presidenziali del 2024, vinte da Donald Trump. Secondo Axios, un’“autopsia” interna del Democratic National Committee (DNC) – il vertice esecutivo del partito – avrebbe rilevato che la linea seguita dalla campagna Harris, cioè il rifiuto di rompere con la politica di Biden di armare e sostenere militarmente Israele durante la devastazione di Gaza, ha avuto un impatto elettorale negativo. Il rapporto non è stato reso pubblico, ma Axios afferma di aver verificato in modo indipendente che gli analisti incaricati dal partito hanno riconosciuto come la questione di Gaza abbia danneggiato la posizione dei democratici tra diversi segmenti dell’elettorato. La notizia è emersa anche grazie a un incontro tra funzionari del DNC e rappresentanti dell’Institute for Middle East Understanding Policy Project, un gruppo di advocacy impegnato sul tema dei diritti dei palestinesi. Durante il confronto, secondo quanto riportato, i dirigenti democratici avrebbero ammesso che i dati interni indicavano come la politica su Gaza fosse stata – nelle loro parole – una “net negative”, un fattore nettamente sfavorevole per il partito alle urne. Per molti attivisti pro-Palestina si tratta di una conferma tardiva di ciò che denunciano da oltre un anno: il sostegno quasi incondizionato di Washington alla guerra israeliana ha alienato una parte significativa della base progressista, in particolare giovani, elettori arabo-americani e indipendenti. Un segreto imbarazzante per il Partito Democratico La rivelazione ha alimentato accuse di insabbiamento nei confronti della leadership democratica. Diverse organizzazioni chiedono che il rapporto venga pubblicato integralmente, sostenendo che la sua segretezza serva proprio a evitare un dibattito sulla responsabilità politica del partito nella guerra di Gaza. Il sito britannico Novara Media, attraverso un articolo del giornalista Joshua Carroll, ha interpretato la vicenda come un possibile momento di resa dei conti interno al campo progressista statunitense. Se le conclusioni dell’autopsia fossero confermate, scrive Carroll, rappresenterebbero una rivincita per quei settori della sinistra che hanno sostenuto per mesi che la posizione della candidata democratica su Gaza fosse una delle cause centrali della sconfitta. Ma l’aspetto più significativo non è tanto il contenuto del rapporto quanto il fatto che il partito sembri riluttante a discuterne apertamente. Il nodo politico è evidente: riconoscere che la linea filo-israeliana abbia contribuito alla sconfitta significherebbe mettere in discussione decenni di consenso bipartisan sulla politica mediorientale degli Stati Uniti. Ed è qui che il dibattito si allarga oltre lo scoop di Axios. James Zogby: “Non serve un’autopsia” Secondo James Zogby, fondatore e presidente dell’Arab American Institute e per anni membro del DNC, l’intera discussione sull’autopsia rischia di essere fuorviante. In un lungo intervento pubblicato da The Nation, James Zogby sostiene che il rapporto non potrà dire nulla che già non sia evidente da tempo. Zogby parla con una lunga esperienza interna al partito: ha fatto parte del comitato esecutivo democratico per sedici anni e per oltre un decennio ha presieduto il comitato per le risoluzioni. La sua conclusione è netta: la leadership democratica ha sistematicamente evitato di affrontare la questione dei diritti dei palestinesi, temendo il costo politico di una rottura con il consenso pro-israeliano. L’episodio più emblematico, ricorda, risale alla convention democratica del 1988 ad Atlanta, quando intervenne per sostenere la piattaforma di Jesse Jackson, che chiedeva riconoscimento reciproco e autodeterminazione sia per israeliani sia per palestinesi. Per quella presa di posizione, racconta Zogby, gli fu chiesto di lasciare il DNC: i dirigenti temevano che i repubblicani avrebbero sfruttato la sua difesa dei diritti palestinesi come arma elettorale. La paura dell’establishment democratico di affrontare la questione palestinese, sostiene Zogby, non è dunque una novità ma una costante della politica americana. Un cambiamento nell’opinione pubblica statunitense Il punto centrale dell’analisi di Zogby è che la politica statunitense verso Israele sta cambiando molto più rapidamente di quanto l’establishment voglia ammettere. Sondaggi recenti mostrano un’erosione significativa del sostegno pubblico a Israele. Un’indagine citata da Zogby, condotta da The Economist nell’agosto 2025, indica che il 43% degli elettori statunitensi è favorevole a ridurre gli aiuti militari a Israele, mentre solo il 13% vorrebbe aumentarli. Tra gli elettori democratici il divario è ancora più netto: il 58% sostiene una riduzione e appena il 4% un aumento. Ancora più significativo è il dato sulla percezione della guerra di Gaza: il 44% degli elettori ritiene che Israele stia commettendo un genocidio, contro il 28% che non lo pensa. Tra i democratici la percentuale sale al 68%. Anche altri istituti demoscopici registrano la stessa tendenza. Un sondaggio di Gallup ha mostrato per la prima volta che negli Stati Uniti più persone dichiarano di simpatizzare con i palestinesi che con gli israeliani. Secondo Zogby, questi dati spiegano molto più della presunta autopsia del DNC: indicano una trasformazione strutturale dell’opinione pubblica americana, accelerata dalla distruzione di Gaza e dal numero enorme di vittime civili palestinesi. Il “terzo binario” della politica americana Per decenni criticare Israele è stato considerato il “terzo binario” della politica statunitense: un tema talmente pericoloso che qualsiasi candidato rischiava di bruciarsi politicamente solo toccandolo. Zogby sostiene che questo paradigma si stia rovesciando. Sempre più candidati democratici stanno prendendo le distanze dalle lobby pro-israeliane e rifiutando i finanziamenti dei loro comitati d’azione politica. Più di tre dozzine di aspiranti membri del Congresso hanno già dichiarato che non accetteranno contributi dell’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) o di altri gruppi analoghi. Tra questi figurano anche parlamentari in carica che in passato avevano ricevuto milioni di dollari da organizzazioni filo-israeliane. Se questa tendenza continuerà, sostiene Zogby, il vero tema controverso nelle elezioni di metà mandato del 2026 potrebbe non essere più la critica a Israele, ma il suo contrario: il sostegno incondizionato alle politiche israeliane. Il futuro della sinistra americana La battaglia per la pubblicazione dell’autopsia del DNC può avere un valore simbolico, ma secondo Zogby non è la priorità. La questione centrale è un’altra: costruire un nuovo equilibrio politico che rifletta il cambiamento dell’elettorato democratico. Ciò significa sostenere candidati che rifiutano i finanziamenti delle lobby pro-israeliane e che mettono apertamente in discussione la politica mediorientale degli Stati Uniti. Se il Partito Democratico non saprà adattarsi a questo cambiamento, la frattura tra leadership e base rischia di allargarsi ulteriormente. E la lezione delle elezioni del 2024 – qualunque cosa dica o non dica il rapporto segreto del DNC – potrebbe essere solo la prima avvisaglia di una trasformazione più profonda della politica americana.   The post Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Trump ha vinto perché Kamala non ha condannato il genocidio a Gaza sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 8, 2026
Popoff Quotidiano
Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo»
VERSO TOGETHER. L’INTERVENTO DI MAYA ISSA, DEL MOVIMENTO STUDENTI PALESTINESI IN ITALIA, ALL’ASSEMBLEA DEI NO KINGS Dobbiamo rompere il muro di ipocrisia che circonda il massacro in corso. Dal momento esatto in cui è stato annunciato il fantomatico “cessate il fuoco”, sono stati uccisi oltre 600 palestinesi. Questa non è una tregua: è la prosecuzione metodica di un genocidio che non si è mai fermato. Dobbiamo essere chiari: quello a cui assistiamo non è un’operazione di sicurezza, ma l’attuazione violenta del progetto della “Grande Israele”. Israele mira all’espansione totale, cancellando i confini e annientando il popolo palestinese per occuparne ogni centimetro di terra. Ma questa non è solo una questione regionale: Israele rappresenta oggi una minaccia globale. Insieme agli Stati Uniti, agisce come un braccio armato che calpesta il diritto internazionale, come dimostra l’attacco all’Iran. L’obiettivo è destabilizzare intere aree per imporre regimi servili, come quello di Pahlavi, funzionali agli interessi imperialisti. 1 marzo 2026, l’assemblea nazionale del Movimento No Kings ospitata nella sala Ilaria Alpi dell’Arci Nazionale IL SIONISMO INQUINA LE DEMOCRAZIE La destra sa perfettamente cosa fare. Sta portando avanti la propria agenda con ferocia: dai decreti sicurezza che criminalizzano il dissenso, ai tentativi di equiparare per legge l’antisionismo all’antisemitismo per tappare la bocca a chiunque critichi il regime coloniale. Noi non possiamo rispondere con un linguaggio banale o appiattito. Serve una reale agenda politica capace di fermare le destre e il progetto sionista. E dobbiamo lottare da qui, perché il sionismo non è un concetto lontano: è presente nelle nostre città, nelle nostre istituzioni. Il sionismo è una forza che inquina le nostre democrazie, finanzia lobby come l’Enet con sede qui a Roma — l’equivalente dell’AIPAC — e spinge per leggi liberticide che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo. Il governo italiano è complice due volte. Prima ha finanziato il genocidio e fornito armi; ora, attraverso il “Board of Peace” — un organismo palesemente incostituzionale — cerca di ripulirsi l’immagine parlando di pace. Ma dietro la parola “ricostruzione” si nasconde lo sciacallaggio. I grandi gruppi italiani — Webuild, Buzzi Unicem, Cementir, Leonardo, Terna, Italferr — sono già pronti a lucrare sulle macerie di Gaza. Vogliono trasformare la distruzione in profitto, trasformando il sangue palestinese in contratti per il cemento e le infrastrutture. Maya Issa, presidente del Movimento studenti palestinesi in Italia INTERSEZIONALITÀ E AUTODETERMINAZIONE Lottare per la Palestina significa lottare per ogni popolo oppresso. Non possiamo più separare le lotte: serve un’intersezionalità reale. Il filo conduttore che ci unisce non è solo l’opposizione ai nemici comuni, USA e Israele, ma la difesa dell’autodeterminazione. Oggi non servono parole banali, serve un’agenda politica di rottura: *  Sanzioni e isolamento totale di Israele. *  Embargo militare immediato. *  Boicottaggio di ogni azienda complice. Nella manifestazione del 28, la Palestina deve essere il cuore pulsante. La Palestina è la nostra cartina di tornasole: ci sta insegnando che è la sua resistenza a liberare noi, svelando la ferocia del sistema globale e ridandoci la dignità di lottare. The post Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 1, 2026
Popoff Quotidiano
Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour
IL GREEN PARTY SCALZA IL LABOUR DA UN COLLEGIO DEL “RED WALL”. E CORBYN VINCE LA BATTAGLIA PER LA LEADERSHIP DEL NUOVO YOUR PARTY La candidata dei Verdi ha vinto l’elezione suppletiva destinata a rinnovare un seggio di deputato nel collegio di Gorton and Denton, tradizionale bastione del cosiddetto “muro rosso” dell’Inghilterra del nord. Il risultato viene definito da Dave Kellaway, su Anticapitalist Resistance, come storico: si trattava del 38° collegio più sicuro per il Labour e il settimo maggiore swing contro un governo laburista. Non era nemmeno un obiettivo prioritario per i Verdi. L’affluenza, simile a quella delle elezioni generali, dimostra che non si è trattato di un voto “anomalo”: molti elettori laburisti non sono rimasti a casa, ma sono passati direttamente ai Verdi, permettendo loro di eleggere il primo deputato nel Nord dell’Inghilterra e di vincere la prima suppletiva della loro storia. Questa sconfitta segna il fallimento della strategia della leadership laburista guidata da Keir Starmer, accusata di inseguire gli elettori di destra di Reform UK nei collegi ex “red wall”, trascurando l’elettorato progressista. Kellaway paragona questa linea alla “strategia Macron”, puntare sul voto utile contro l’estrema destra invece che su un programma capace di mobilitare. Figure della sinistra laburista come John McDonnell avevano già avvertito che inseguire Reform su temi come l’immigrazione avrebbe solo rafforzato la destra. Il risultato ha visto non solo Reform superare il Labour, ma lo hanno fatto anche i Verdi. Un tema centrale della campagna è stato il sostegno del Labour a Israele nella guerra a Gaza, che ha alienato molti elettori, soprattutto tra chi ha partecipato alle mobilitazioni per la Palestina. La nuova deputata verde, Hannah Spencer, ha collegato esplicitamente la crisi del costo della vita a Manchester con le sofferenze dei palestinesi a Gaza. Reform ha reagito accusando i Verdi di “settarismo” e insinuando brogli elettorali nelle comunità musulmane, accuse smentite pubblicamente da commentatori come Dan Hodges. Kellaway sostiene che la vittoria verde non sia stata solo un voto tattico anti-Reform, ma il frutto di un programma progressista rafforzato dalla nuova leadership di Zack Polanski, che ha affiancato a quello ambientalista un profilo socialdemocratico di sinistra. I Verdi hanno difeso politiche radicali su droghe, diritti LGBT+ e immigrazione, resistendo alla campagna di attacco del Labour. Una lezione per i socialisti: è possibile vincere con un programma coerentemente progressista, senza piegarsi al “consenso del centro estremo”. Il testo invita anche la sinistra marxista a non liquidare i Verdi come forza piccolo-borghese o destinata al tradimento, riconoscendo che oggi comprendono decine di migliaia di lavoratori e giovani. Pur sostenendo la necessità di un nuovo partito di sinistra, Kellaway propone un rapporto di alleanza e collaborazione con i Verdi, citando positivamente l’appello al voto verde di Jeremy Corbyn e Zarah Sultana. Per il Labour si apre ora una crisi interna: la sconfitta potrebbe favorire una sfida alla leadership, con figure come Andy Burnham o Angela Rayner viste come possibili alternative “soft left”, anche se giudicate insufficienti su temi come Palestina e diritti dei migranti. Intanto Reform, pur forte nei sondaggi, mostrerebbe limiti strutturali nell’andare oltre una solida base del 30%, e la vittoria verde dimostrerebbe che anche settori della classe operaia bianca nel Nord possono essere sottratti alla destra. Tutto ciò in un momento in cui è sempre più evidente la compromissione di pezzi del suo cerchio magico nell’affaire Epstein a partire dal potente e chiacchierato capo di gabinetto del premier, Morgan McSweeney,  indicato da più parti come una sorta di figlioccio politico del 72enne Peter Mandelson, considerato compromesso fino al collo con Epstein, e come promotore della sua nomina ad ambasciatore. Proprio da questi ambienti nostalgici del blairismo è partita la feroce campagna contro la sinistra del Labour che ha portato al disarcionamento di Corbyn e alle calunnie su un suo presunto antisemitismo. E proprio nella sinistra a sinistra del Labour, questi giorni registrano la vittoria di Jeremy Corbin nelle elezioni per il comitato centrale del nuovo soggetto politico di cui Popoff ha spesso dato conto del lungo processo di gestazione. “Jeremy Corbyn ora controlla Your Party. È una cosa positiva?”, si chiede Novara Media titolando il pezzo di Rivkah Brown che analizza l’esito delle votazioni.  In sintesi, le elezioni del Comitato Esecutivo Centrale (CEC) di Your Party hanno prodotto un risultato netto: la lista “The Many”, legata a Jeremy Corbyn, ha conquistato 14 dei 24 seggi, contro i 7 della corrente “Grassroots Left” vicina a Zarah Sultana. I restanti 3 sono andati a indipendenti. In termini di voti, The Many ha ottenuto circa 8.000 prime preferenze (37%), Grassroots Left circa 6.000 (28%), mentre il 35% si è distribuito su candidati indipendenti. Un dato importante: Corbyn ha la maggioranza relativa dei voti ma una quasi maggioranza assoluta nell’organo dirigente. Questo gli consente, di fatto, di orientare linea politica e scelte organizzative. Il paradosso è evidente. Il partito era nato con l’ambizione di superare personalismi e verticalismi, ma il risultato rafforza proprio la centralità del suo fondatore. L’ala di Corbyn ha già preannunciato la sua leadership parlamentare, contando sul voto compatto del proprio blocco nel CEC. L’idea di una direzione realmente collettiva esce notevolmente ridimensionata. Zarah Sultana aveva puntato su una maggiore democratizzazione interna, su proposte programmatiche radicali (abolizione della monarchia, trasparenza finanziaria, ecosocialismo esplicito) e su un modello di co-leadership. Secondo Rivkah Brown, però, avrebbe sottovalutato il peso simbolico di Corbyn nella base. Pur considerata da molti la sua erede naturale, non ha sfondato. Il tentativo di mobilitare la base contro un “establishment interno” – incarnato, ironicamente, da Corbyn stesso – non ha avuto successo. Per ora, la linea sembra chiara: collaborare con la maggioranza corbyniana sarà più produttivo che sfidarla frontalmente. Ma il rischio è che una centralizzazione eccessiva soffochi proprio quell’energia militante di cui il partito avrebbe bisogno per crescere. Secondo l’analisi di Simon Hannah su Anticapitalist Resistance, ciò che accade dentro Your Party riflette un problema più ampio: la debolezza strutturale della sinistra in Gran Bretagna. Quarant’anni di neoliberismo, austerità e campagne mediatiche razziste hanno spostato l’asse politico a destra. Dalla stagione thatcheriana in poi, sindacati combattivi sono stati sconfitti o ridimensionati; oggi il movimento sindacale opera sotto alcune delle leggi anti-lavoratori più restrittive dell’Europa occidentale. Questo contesto non può essere aggirato con ottimismo volontarista. È vero che la sinistra britannica ha saputo costruire grandi mobilitazioni – dalle proteste anticapitaliste dei primi anni 2000 al movimento contro la guerra in Iraq, fino alle campagne contro l’austerità e alla solidarietà con la Palestina – ma i movimenti, da soli, non sostituiscono un partito. Qui sta il punto centrale di Hannah: senza un partito che lotti per il potere, la sinistra resta confinata alla protesta o alla propaganda. La leadership di Corbyn nel Labour aveva rappresentato un ritorno alla strategia: la possibilità concreta di contendere il governo. Ma quell’esperienza ha anche mostrato quanto il Labour Party fosse strutturalmente radicato nell’ordine capitalistico britannico. La sconfitta del 2019 – e l’ascesa dell’ala blairiana oggi guidata da Keir Starmer – hanno chiuso quella finestra. Figure come Morgan McSweeney e gran parte del gruppo parlamentare laburista rappresentano, secondo questa lettura, la funzione storica del Labour: riformare senza mettere in discussione il capitalismo. Per anni si è chiesta la costruzione di una nuova forza a sinistra del Labour, capace di raccogliere l’eredità di Momentum. Corbyn, però, aveva esitato, limitandosi alla Peace and Justice Coalition. Questo vuoto ha permesso ai Verdi di occupare parte dello spazio elettorale a sinistra. Ma, avverte Hannah, lo “spazio” non è un oggetto astratto: è fatto di persone con bisogni, paure e contraddizioni. Un partito non cresce semplicemente presentandosi alle elezioni e proclamando il socialismo. Cresce se si radica nelle comunità operaie, nei sindacati, nelle campagne, nelle lotte contro austerità, razzismo e guerra. I Verdi, pur in crescita, restano un partito elettorale senza una strategia di trasformazione radicale dal basso. Your Party potrebbe colmare questo vuoto – ma solo se diventa un “partito utile nella lotta di classe”, per usare la formula della Quarta Internazionale: uno strumento capace di coordinare azioni efficaci e di far avanzare la coscienza collettiva contro il capitalismo. Salvo elezioni anticipate, c’è tempo fino al 2029. Questo periodo potrebbe servire a costruire una forza radicata e capace di capitalizzare la polarizzazione crescente in una società segnata da crisi economica, collasso climatico e ascesa dell’estrema destra (con figure come Nigel Farage pronte a intercettare il malcontento). Ma se Your Party resta chiuso nelle proprie faide interne – dogmatismo, settarismo, personalismi – rifletterà semplicemente le debolezze storiche della sinistra britannica. La vittoria di Corbyn nel CEC non risolve la crisi strategica: la rende più urgente. Può rappresentare una stabilizzazione necessaria oppure l’inizio di una nuova stagnazione, se non si traduce in organizzazione reale, formazione politica e intervento sistematico nelle lotte sociali. Per un osservatore italiano, la dinamica è familiare: un leader carismatico che tenta di trasformare un movimento in partito, una generazione più giovane e gli ambiti della sinistra radicale non stalinista che chiedono maggiore radicalità e democrazia interna, un contesto strutturale segnato da sconfitte storiche della sinistra. La vera domanda non è chi controlla il CEC oggi, ma se Your Party saprà diventare qualcosa di più di una proiezione del nome di Corbyn. Senza radicamento sociale e strategia di lungo periodo, anche una maggioranza interna può rivelarsi fragile. Con una strategia chiara, invece, potrebbe diventare l’inizio di una ricomposizione della sinistra britannica dopo decenni di arretramento. The post Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Regno Unito, il tempo del crepuscolo del Labour sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 28, 2026
Popoff Quotidiano
Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra
LA GUERRA RIMOSSA. IL LAVORO DEI SOCIOLOGI CHE SFIDANO IL CREMLINO: IL PS LAB, LABORATORIO INDIPENDENTE BOLLATO COME “AGENTE STRANIERO” Che cosa accade nella società russa dopo quattro anni di conflitto? In un Paese dove si può finire sotto processo per una parola sbagliata, rispondere a questa domanda è quasi impossibile. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina, la società russa è diventata sempre più chiusa nei confronti dei ricercatori. Argomenti delicati e “politicizzati”, come la percezione della guerra da parte dei russi, la propaganda russa, il servizio militare e la resistenza ad esso, la società civile (compresi i segmenti favorevoli alla guerra), ecc. sono particolarmente difficili da studiare. Eppure un gruppo di sociologi indipendenti prova a farlo, costruendo un archivio che è già, di per sé, un atto politico. Il Laboratorio di Sociologia Pubblica (PS Lab) è un gruppo di ricerca autonomo che si occupa di politica e società in Russia e nella regione post-sovietica in una prospettiva comparativa. Dal 2022 conduce un’inchiesta permanente sulla Russia in tempo di guerra. Non sondaggi – troppo esposti a distorsioni in un contesto repressivo – ma ricerca qualitativa: lunghe interviste basate sulla fiducia, etnografie della vita quotidiana, osservazioni sul campo in regioni come Kursk, Buriazia, Krasnodar. L’archivio conta oggi circa 500 interviste approfondite – con russi “apolitici”, sostenitori e oppositori della guerra, volontari, potenziali coscritti, familiari di soldati – e oltre 700 pagine di osservazioni etnografiche. Tutto è conservato in forma anonima su cloud sicuri, accessibili solo ai ricercatori. Gli argomenti sono i più sensibili: percezione della guerra, propaganda, mobilitazione militare, resistenza civile, segmenti pro-guerra della società. Dal marzo 2024 il Ministero della Giustizia russo ha designato il laboratorio come “agente straniero”, imponendo obblighi burocratici, etichette pubbliche e nuovi rischi personali per i ricercatori. Ma il lavoro continua. Il cuore della loro missione è dichiarato: combinare rilevanza pubblica, rigore metodologico e profondità teorica. Per il PS Lab non esiste conoscenza neutrale: la pretesa di apoliticità è un’illusione. Meglio riconoscere i propri presupposti e fondare l’impegno su basi metodologiche solide. “Avere impegni politici senza metodologia significa essere un politico; avere una metodologia senza impegno significa essere un positivista sterile”, sintetizzano. LA SOCIOLOGIA PUBBLICA IN UNO STATO AUTORITARIO Fondato nel 2011, all’indomani delle grandi proteste contro il potere putiniano, il PS Lab affonda però le radici ancora prima, nel movimento studentesco dell’Università Statale di Mosca del 2007. Alcuni dei suoi membri si sono incontrati per la prima volta nel 2007 nell’ambito dell’OD Group, un movimento studentesco che lottava per la qualità dell’istruzione presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università Statale di Mosca. Da allora ha studiato movimenti sociali, trasformazioni del lavoro, economia politica dei regimi autoritari, fino ad arrivare alla guerra in Ucraina. Oggi il team è diviso in due: da una parte chi raccoglie i dati sul campo e resta anonimo; dall’altra ricercatori affiliati a università, che analizzano e firmano i lavori. Una divisione necessaria per proteggere chi opera nei territori. Il laboratorio non ha sponsor. Pubblica su testate di orientamenti diversi – purché non censurino dati o conclusioni – perché considera essenziale alimentare un dibattito pubblico informato. In una società che non discute, sostengono, non può esserci alcuna influenza sugli eventi. Studiare la Russia significa anche comprendere un fenomeno più ampio: l’emergere di regimi autoritari che non si limitano alla repressione ma combinano controllo politico e redistribuzione selettiva, capitalismo di Stato e gestione ideologica. La Russia di Putin, spiegano, non è un’eccezione isolata. La tendenza autoritaria è ben più ampia, e include la Turchia di Erdoğan, l’Ungheria di Orbán o gli Stati Uniti di Trump. «Ma questi regimi non sono solo repressivi. Cercano di soddisfare la popolazione ridistribuendo la ricchezza, passando dal neoliberismo al capitalismo di Stato», continua il sociologo. Studiare la Russia significa anche cercare di capire se questi nuovi regimi autoritari riusciranno a mettere in atto un modello politico ed economico alternativo al mondo liberale», spiega uno dei sociologi, Oleg Zhuravlev, a Justine Brabant di Mediapart. Una parte dei risultati è stata pubblicata a dicembre in un numero speciale della rivista Russian Analytical Digest. Il quadro che emerge è quello di una società che, nella sua maggioranza, sceglie di non vedere. La guerra “cessa di essere qualcosa di straordinario e viene relegata ai margini dell’attenzione”, scrivono i sociologi. Gli adesivi “Z” spariscono dalle auto, le bandiere vengono ritirate, gli eventi ufficiali si svuotano. La guerra non è argomento di discussione pubblica. Brabant cita la risposta emblematica di un giovane di Kursk, a pochi chilometri dal fronte, che ride quando gli chiedono cosa significhi vivere in tempo di guerra: “Quale guerra?”. Anche dove sirene, soldati e rifugiati sono presenza quotidiana, il conflitto viene trattato come fastidio logistico – traffico, carenza di alloggi – non come scelta politica. Quando la guerra viene evocata, è attribuita a decisioni prese “lassù”: “Sanno quello che fanno”, dice un intervistato. La mobilitazione ideologica del Cremlino non ha prodotto una vera unità nazionale. “La guerra non ha creato un’unità attorno alla bandiera”, osservano i ricercatori: la crisi ha accentuato la frammentazione sociale. Persino tra i volontari che sostengono materialmente i soldati – spesso donne – il consenso non è monolitico. Molte di queste persone criticano il ministero della Difesa e concentrano la propria lealtà sui singoli soldati, non sullo Stato. Una trentenne della regione di Perm protesta – “Se dicessero le cose come stanno realmente, Putin sarebbe stato fatto a pezzi già da tempo” – e promette di essere “in prima linea per farlo”. La motivazione principale del loro volontariato non sembra risiedere nell’allineamento politico, ma la ricerca di appartenenza e riconoscimento. Il legame con la guerra è emotivo, comunitario, quasi identitario. Le trascrizioni delle interviste rendono conto in modo sorprendente del legame singolare che sviluppano con la guerra. «Quando sei lì [al fronte], nonostante tutto, ti rilassi, perché ti senti con il tuo branco, con i tuoi. Lì ti ricarichi, vedi la guerra con i tuoi occhi e poi torni con questa nuova energia. Non puoi più stare lontano: ci torni», assicura una cinquantenne della regione di Saratov. Resta aperta la domanda su cosa accadrà dopo: questa mobilitazione produrrà lealtà duratura, smobilitazione civica o frustrazione politica? La ricerca del PS Lab mostra che tra propaganda e repressione esiste uno spazio grigio fatto di rimozione, adattamento, frammentazione. In una società in guerra, capire questo spazio è già una forma di resistenza intellettuale. The post Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Russia, studiare la guerra dove non si può parlare di guerra sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 26, 2026
Popoff Quotidiano
Ma chi sono le nazi-femministe francesi?
DAL RN AI NEOFASCISTI VIOLENTI, NEMESIS AL CROCEVIA DELL’ESTREMA DESTRA Gli scambi rivelati da “L’Humanité” mostrano gli stretti legami che il collettivo identitario intrattiene con i militanti neofascisti di Lione. Fin dalla sua creazione, il movimento guidato da Alice Cordier naviga all’incrocio di tutte le estrema destra, dalla più settaria alla più istituzionalizzata. Youmni Kezzouf per Mediapart «Possiamo essere due o tre ragazze a distribuire volantini dove volete che li consegniamo. Un po’ per fare da esca, e non lo rivendicheremo come Nemesis…» Questa proposta è stata formulata nell’ottobre 2025 in un gruppo Telegram di cinque persone, secondo le informazioni fornite da L’Humanité. Proviene da una responsabile locale del movimento identitario femonazionalista e si rivolge a un dirigente di Audace Lyon, un gruppuscolo neofascista lionese. Obiettivo: tendere una trappola alla «sinistra» affinché i teppisti di Audace possano aggredirla. Questo scambio getta nuova luce sulle strategie di mobilitazione di un gruppo che rivendica l’agit-prop e la provocazione pacifica, ma che allo stesso tempo frequenta sia i militanti più radicali che i dirigenti dei partiti politici. In questa conversazione su Telegram, le militanti locali di Némésis si organizzano per un’azione a cui sono abituate: una provocazione in pochi, con slogan e cartelli, per disturbare una manifestazione di sinistra o scatenare le proteste degli studenti progressisti in una delle facoltà della città. Il tutto in stretta collaborazione con Calixte Guy, leader del gruppuscolo Audace Lyon, che è succeduto al Bastion social e al Lyon populaire in seguito ai rispettivi scioglimenti. «Voi andate a Lyon 2-Lyon 3 a fare la vostra azione, noi mettiamo insieme una squadra sul posto per catturare la sinistra», suggerisce l’attivista nella registrazione riportata alla luce da L’Humanité. Sabato 21 febbraio ha partecipato alla marcia in omaggio a Quentin Deranque a Lione (Rodano). Il 23 febbraio, durante la trasmissione di CNews, la presidente di Némésis, Alice Cordier, ha accusato il giornale all’origine di queste rivelazioni di «aver perso la testa» basandosi su «un oscuro scambio su Telegram con pseudonimi che nessuno capisce ». Contattata da Mediapart, non ha risposto alle nostre richieste. In un comunicato pubblicato su X, il collettivo denuncia «un’operazione di disinformazione» e annuncia di aver presentato una denuncia per diffamazione contro L’Humanité. Gli happening sono il marchio di fabbrica del gruppo femminista nazionalista sin dalla sua creazione nel 2019. Ha ripreso il repertorio di azioni degli identitari: srotolare striscioni durante le manifestazioni, disturbare i cortei e comunicare il più possibile su questi momenti. Con i rischi che ciò comporta: uno dei primi happening si è concluso con una rapida evacuazione della marcia contro la violenza sulle donne del 23 novembre 2019, che le militanti di Némésis erano venute a disturbare con slogan contro «gli stranieri stupratori». UNA MODALITÀ DI AZIONE EREDITATA DAGLI IDENTITARI Con la crescita del gruppo, che attualmente conta 550 aderenti su tutto il territorio, le sue leader hanno creato un servizio d’ordine informale per garantire la sicurezza delle loro militanti e poter intervenire con la forza, se necessario. Hanno quindi attinto dal vivaio di giovani militanti maschi di vari gruppi estremisti. «Chiedono protezione a militanti che sono felici di fare i cavalieri, ma si integrano poco nel movimento», commenta con sarcasmo un ex militante identitario che ha lavorato nel loro servizio d’ordine. «Vogliono prendersi dei colpi, perché è il loro modello di militanza, ma senza prenderne troppi. E per questo si servono di altri militanti che corrono i rischi al posto loro. Una storia come quella di Quentin doveva inevitabilmente accadere un giorno». Nel novembre 2021, un nuovo disturbo della marcia contro la violenza sulle donne si è trasformato in una battaglia campale. Con i volti coperti, a volte armati di cinture o di un paletto metallico, alcuni squadristi hanno attaccato il corteo femminista. Tra loro: due dirigenti del sindacato di estrema destra La Cocarde, tra cui Vianney Vonderscher, che presiederà il sindacato prima di diventare collaboratore di un eurodeputato del Rassemblement national (RN). Da buoni identitari, i dirigenti di Némésis lavorano su due fronti: l’attivismo, nelle strade e sui social network, e l’istituzionalizzazione per diffondere le loro idee nelle sfere dirigenziali «Hanno ripreso ciò che c’era di più nuovo in Génération identitaire, il suo repertorio di azioni», analizza la politologa Marion Jacquet-Vaillant. «Si tratta di azioni il cui scopo principale è quello di ottenere visibilità mediatica e di disturbare eventi politici». Nel 2020, Alice Cordier, ex membro dell’Action française e a lungo vicina a un militante del gruppo neofascista Zouaves Paris, ha preso la parola durante il «forum della dissidenza», organizzato dalla fondazione identitaria Polémia di Jean-Yves Le Gallou. L’attivista ha illustrato in dettaglio il suo progetto politico: «Il nostro ruolo è quello di difendere i nostri uomini, i nostri maschi bianchi, e di ridare lustro al comunitarismo, tra persone che considerano la Francia come la loro unica nazione e la cultura europea come la loro». Qualche anno dopo, il pubblico di Alice Cordier ha ampiamente superato le sfere dell’estrema destra di nicchia. La presidente di Némésis è ora regolarmente invitata dai media Bolloré e coltiva la sua vicinanza con i politici istituzionali. Nel febbraio 2024, il senatore di Marsiglia (Bouches-du-Rhône) Stéphane Ravier ha ricevuto una delegazione del suo gruppo al Palazzo del Lussemburgo per consegnare una medaglia simbolica a una delle sue attiviste. Nel novembre dello stesso anno, il gruppo RN al consiglio regionale di Bourgogne-Franche-Comté aveva brandito nell’emiciclo un cartello xenofobo – «Stupatori stranieri fuori» – esposto pochi giorni prima da un’attivista di Némésis durante il carnevale di Besançon. Nel settembre 2024, è stata l’eurodeputata RN Virginie Joron ad accogliere Alice Cordier al Parlamento europeo per un evento sulla libertà di espressione. Una delle dirigenti del movimento, Nina Azamberti, è stata per un breve periodo assistente parlamentare del deputato RN Romain Baubry, mentre Marie-Émilie Euphrasie, membro del gruppo sin dalla sua creazione, ha rappresentato il partito RN a Parigi durante le elezioni legislative del 2022. «Nemesis […], complimenti per la vostra lotta, sapete che vi sono molto vicino», aveva risposto Bruno Retailleau, allora ministro dell’Interno, quando Alice Cordier lo aveva pubblicamente interpellato sullo scioglimento della Jeune Garde nel gennaio 2025. Le affinità non sono solo politiche. Astrid Mahé O’Chinal, cofondatrice del movimento, è la figlia di Jildaz Mahé O’Chinal, una delle figure di spicco della «GUD connection». Alla fine del 2024, Le Monde aveva rivelato che il maniero di Montretout, proprietà storica della famiglia Le Pen, era servito da base alle militanti riunite per preparare un’azione durante la manifestazione annuale del collettivo femminista #NousToutes. Le immagini che hanno permesso questa rivelazione sono state girate da Jordan Florentin, direttore della rivista Frontières e ospite abituale dell’emittente CNews, che appare regolarmente in occasione di eventi festivi al fianco dei dirigenti di Némésis. Alice Cordier è ormai presente a tutti gli eventi che riuniscono l’estrema destra, dal “vertice delle libertà” co-organizzato da Vincent Bolloré e Pierre-Édouard Stérin alla messa in suffragio di Jean-Marie Le Pen. «Fin dall’inizio, questo movimento era al crocevia dell’estrema destra. Alice Cordier era fin dall’inizio molto inserita sia nell’ambiente partitico che in quello radicale più marginale. Questo spiega in parte il successo di Nemesis», sottolinea Marion Jacquet-Vaillant, specialista dei movimenti identitari. LOTTE IDEOLOGICHE INTERNE Ora, per le sue azioni più importanti, Nemesis si avvale di un servizio d’ordine professionale, come quando il collettivo cerca di infiltrarsi nelle sfilate ufficiali delle manifestazioni femministe parigine. Questi professionisti collaborano con militanti estremisti, con volti e tatuaggi nascosti, che continuano a garantire la sicurezza del movimento. Nel mese di novembre 2025, mentre i manifestanti aspettavano al freddo la partenza del piccolo corteo identitario, un giovane confidava al suo vicino le sue motivazioni: «Ho esitato a venire, ma poi mi sono detto: “Sei un uomo in età di combattere e non verresti a sostenere le ragazze che manifestano, ma chi sei tu?…”». Nel marzo 2025, la partecipazione delle militanti di Nemesis al corteo femminista era stata resa possibile dalla benevolenza delle forze dell’ordine, unita al sostegno di militanti maschi con il volto nascosto, muniti di ombrelli per impedire alla stampa di filmare da troppo vicino. Nel movimento radicalizzato caratterizzato da un maschilismo dichiarato, la posizione politica del gruppo femonazionalista, così come il suo repertorio d’azione, continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. continua a dividere. Dopo la morte di Quentin Deranque, alcuni hanno criticato aspramente Nemesis, ritenendola colpevole di mettere consapevolmente in pericolo i camerati. Altre critiche sono di natura più politica: identitario, il gruppo di Alice Cordier sostiene incondizionatamente il regime israeliano, che percepisce come un baluardo per la civiltà europea di fronte al mondo musulmano, considerato inevitabilmente ostile. In controtendenza rispetto alla posizione storica dei gruppi nazionalisti rivoluzionari, che l’antimperialismo e l’antisemitismo hanno portato a sostenere la causa palestinese. Il 13 febbraio, Alice Cordier ha risposto a queste critiche sui social network. «Non ho nulla da imparare dai militanti di Instagram», ha affermato in un video. «Noi siamo sul campo da sei anni. Non ho nulla da imparare da persone il cui unico lavoro di militanza è stato quello di picchiare più persone di destra che antifascisti». » Ma le dispute ideologiche tra i diversi movimenti di estrema destra tendono a svanire con le dissoluzioni e le ricomposizioni, come dimostra il percorso politico di Quentin Deranque, passato dai monarchici dell’Action française ai nazionalisti rivoluzionari di Allobroges Bourgoin. «Deranque è l’ideale tipo del militante radicale contemporaneo», riassume la ricercatrice Marion Jacquet-Vaillant. The post Ma chi sono le nazi-femministe francesi? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Ma chi sono le nazi-femministe francesi? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
February 25, 2026
Popoff Quotidiano