Memoria e giustizia dopo una dittatura

Popoff Quotidiano - Thursday, May 7, 2026

Né oblio né perdono di Nicholas Rapetti (Laterza) si inserisce nel dibattito sulla gestione dei passati traumatici in America Latina, con particolare riferimento al caso argentino

Né oblio né perdono di Nicholas Rapetti (Bari-Roma, Laterza 2026), si inserisce nel dibattito sulla gestione dei passati traumatici in America Latina, con particolare riferimento al caso argentino. Il volume offre una riflessione articolata sui rapporti tra memoria, giustizia e riconciliazione nel contesto post-dittatoriale, collocandosi all’intersezione tra storia contemporanea, memory studies e transitional justice.

Il titolo, fortemente programmatico, racchiude già il nucleo teorico dell’opera. La negazione tanto dell’oblio quanto del perdono segnala il rifiuto di due soluzioni apparentemente opposte ma ugualmente problematiche: da un lato la rimozione, dall’altro una riconciliazione prematura o imposta. Rapetti respinge entrambe le opzioni come soluzioni semplificatrici, sottolineando come i processi di elaborazione del passato siano intrinsecamente conflittuali e politicamente situati. In questo senso, il volume dialoga con una consolidata tradizione di studi sulla giustizia di transizione, pur evitando un’adesione normativa ai suoi modelli più codificati[1]. Rapetti si muove quindi in uno spazio intermedio, in cui la memoria non è pacificazione ma terreno di conflitto, e la giustizia non è mai completamente risolutiva. Il nodo centrale dell’opera — esplicitato già nel titolo — è la tensione tra l’esigenza di preservare il ricordo delle violenze e quella di costruire un ordine politico stabile dopo la fine della dittatura. In questo senso, il lavoro dialoga con una consolidata tradizione di studi sulle transizioni democratiche in America Latina, evidenziando le ambivalenze dei processi di elaborazione del passato[2]. Rapetti mostra come la dicotomia tra oblio e perdono non sia mai risolta, ma continuamente negoziata nello spazio pubblico.

Il libro prende avvio dal “terrorismo di Stato” in Argentina, già in parte attivo prima dell’istaurarsi della Junta militar, con la scomparsa di oppositori politici, tacciati di essere terroristi e guerriglieri di sinistra, per poi approfondire le azioni repressive, i crimini contro l’umanità, e quello che in alcuni casi si è configurato giuridicamente come genocidio, perpetrati dalla dittatura di Videla a partire dal colpo di Stato del 24 marzo 1976. Come dichiarato nel 1977 da Ibérico Saint Jean, governatore della provincia di Buenos Aires, la lotta al nemigo interno prevedeva: “prima uccideremo tutti i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, poi quelli che restano indifferenti e infine uccideremo i timidi” (p. 15). Attraverso il cosiddetto Proceso de Reorganización Nacional, lo Stato ha liberamente rapito, torturato, detenuto illegalmente, ucciso (anche attraverso i voli della morte), sottratto alle madri in fasce circa 30.000 persone, per lo più desaperecidos.

Il cuore del libro è rappresentato dall’Argentina post-1976. Rapetti ricostruisce con attenzione le diverse fasi della gestione del passato, partendo dalla caduta della dittatura e i primi tentativi di accertamento della verità attraverso le denunce dei Familiares de Desaparecidos y Detenidos por Razones Políticas, le raccolte di testimonianze da parte del Centro de Estudios Legales y Sociales e di vari organismos “che hanno sostenuto lo slogan Juicio y Castigo e che non smetteranno di rivendicarlo fino al suo definitivo adempimento” (p. 44).

Il secondo capitolo è dedicato ai processi ai militari iniziati sotto la presidenza di Raúl Alfonsín, che nel 1983 “a soli cinque giorni dal suo insediamento istituì la Comisión Nacional sobre la Desapareción de Personas (CONADEP) con l’obiettivo di indagare sui fatti accaduti durante la dittatura appena conclusa” (p. 51); questa redasse il vastissimo rapporto poi riassunto in formato libro con il titolo Nunca más e diede inizio al Juicio a la Juntas, il processo agli altri comandanti militari, che “a soli due anni dalla fine della dittatura condannò nove membri delle giunte militari che avevano governato fra il 1976 e il 1982” (p. 58), e “stabilì per sempre che l’Argentina non aveva vissuto una guerra sociale bensì  un progetto di sterminio messo in atto dei vertici dello Stato” (p.59). 

In questo quadro, un nodo interpretativo centrale — affrontato implicitamente ma con chiarezza — è rappresentato dalla cosiddetta “teoria dei due demoni”. Tale paradigma, affermatosi nel contesto della transizione democratica e diffuso anche attraverso il rapporto della CONADEP, proponeva una lettura simmetrica della violenza degli anni Settanta, attribuendo responsabilità equivalenti tanto alle organizzazioni guerrigliere quanto allo Stato[3]. Rapetti si colloca in una posizione critica rispetto a questa interpretazione, evidenziandone i limiti analitici e le implicazioni politiche. Nel volume emerge infatti con forza l’asimmetria tra la violenza esercitata dallo Stato — sistematica, clandestina e organizzata — e quella dei gruppi armati. Il rifiuto di una narrazione simmetrica consente all’autore di decostruire l’idea della “guerra sporca” come conflitto tra due attori equivalenti, restituendo invece centralità alla nozione di terrorismo di Stato. In questo senso, la teoria dei due demoni appare non solo storiograficamente problematica, ma anche funzionale, nel contesto degli anni Ottanta e Novanta, alla legittimazione di politiche di limitazione della responsabilità penale dei militari[4].

L’autore evidenzia come i passaggi legislativi non costituiscano una traiettoria lineare verso la giustizia, ma piuttosto una sequenza di avanzamenti e arretramenti, compromessi e rotture. La giustizia emerge così come un processo incompiuto, segnato da tensioni tra esigenze etiche, vincoli politici e pressioni sociali.

Particolarmente efficace è la discussione sul ruolo delle istituzioni giudiziarie e delle commissioni della verità. Il volume affronta criticamente le leggi di impunità (come le leyes de obediencia debida e punto final del dicembre 1986) che hanno comportato l’interruzione dei processi e la lunga stagione dell’oblio istituzionale, che si è protratto con i governi del neoliberista Carlos Menem e del radicale Fernando De la Rúa che, oltre ad assicurare la completa impunità si perpetratori in Argentina, “avevano bloccato la possibilità che militari fossero processati all’estero attraverso decreti che evocavano il principio di territorialità” (p. 84).

Significativa è anche la riflessione sul rapporto tra giustizia formale e percezione sociale: Rapetti mette in luce la distanza tra la dimensione giudiziaria e la ricezione delle sue conclusioni all’interno della società argentina, evidenziando come la verità processuale non coincida necessariamente con una memoria condivisa[5]. Tale osservazione consente all’autore di interrogare criticamente i limiti della giustizia penale nel rispondere ai crimini di massa.

È proprio in questo contesto di impunità che assumono particolare rilevanza pratiche di giustizia “dal basso” come gli escraches – a cui è dedicato il terzo capitolo del saggio- promossi a partire dagli anni Novanta dal collettivo H.I.J.O.S., (Hijos por la Identidad y la Justicia contra el Olvido y el Silencio), formato da figli di desaparecidos. Gli escraches, azioni pubbliche di denuncia, attraverso cartelli, vernice sui muri ed altre forme performative, rendono visibili il passato nello spazio urbano e evidenziano l’identità dei responsabili dei crimini della dittatura nei loro spazi quotidiani, creando stigmatizzazione nei confronti dei responsabili dei crimini. Gli escraches rappresentano una risposta diretta all’assenza di giustizia istituzionale,  incarnano il rifiuto dell’oblio e contribuiscono a mettere in crisi la logica di equivalenza implicita nella teoria dei due demoni. Gli escraches possono essere letti come forme di memoria performativa e di pressione sociale, che trasformano lo spazio urbano in un luogo di conflitto memoriale In questo contesto, Rapetti evidenzia la distanza tra giustizia formale e percezione sociale, mostrando come la ricerca della verità e della responsabilità penale sia stata ostacolata da compromessi politici e resistenze istituzionali[6]. Queste forme di giustizia dal basso anticipano, in parte, la successiva riapertura dei processi[7].

Infatti, a partire dagli anni 2000, i governi di Néstor Kirchner e Cristina Fernández de Kirchner (2003-2015) – cui è dedicato il quarto capitolo – “rappresentano per l’Argentina un profondo quanto inaspettato cambio di paradigma in materia di diritti umani” (p. 119), infatti, si assiste a una radicale trasformazione delle politiche della memoria e della giustizia: l’annullamento delle leggi di impunità, la riapertura sistematica dei processi per crimini contro l’umanità e la centralità assunta dai diritti umani nel discorso pubblico segnano una cesura rispetto al periodo precedente[8].In questo contesto, istanze originariamente sviluppatesi “dal basso” — come quelle espresse dagli escraches e dai movimenti dei familiari delle vittime — vengono progressivamente incorporate nelle politiche statali, contribuendo a ridefinire il rapporto tra memoria e istituzioni.

La politica kirchnerista si configura inoltre come un superamento esplicito della teoria dei due demoni: attraverso il riconoscimento della responsabilità specifica dello Stato e la qualificazione delle violenze della dittatura come terrorismo di Stato, essa contribuisce a ridefinire il quadro interpretativo dominante. Tuttavia, come suggerisce implicitamente anche l’analisi di Rapetti, questo processo di istituzionalizzazione della memoria non elimina del tutto il conflitto, ma lo riorganizza su nuove basi, aprendo a sua volta interrogativi sul rischio di costruzione di narrazioni egemoniche.

Rapetti mette in luce la distanza tra la dimensione giudiziaria e la ricezione delle sue conclusioni all’interno della società argentina, evidenziando come la verità processuale non coincida necessariamente con una memoria condivisa[9]. Tale osservazione consente all’autore di interrogare criticamente i limiti della giustizia penale nel rispondere ai crimini di massa.

Uno dei contributi più significativi del volume, infatti, è l’analisi della memoria come pratica sociale, politica e come campo di conflitto. Rapetti insiste sul fatto che non esiste una memoria unitaria del passato dittatoriale, ma una pluralità di narrazioni in competizione: la memoria delle vittime e dei familiari, la memoria istituzionale, le memorie negazioniste o giustificazioniste. Questa pluralità rende evidente come la memoria sia inseparabile da rapporti di potere.

Un altro elemento centrale è l’attenzione alle pratiche sociali della memoria, in particolare al ruolo delle associazioni di familiari delle vittime, come le Madres e Abuelas de Plaza de Mayo, che hanno contribuito in modo decisivo a mantenere viva la memoria dei desaparecidos e a promuovere una cultura dei diritti umani. Le prime, dal 30 aprile 1977, crearono le rondas di fronte alla Casa Rosada, sede del governo, indossando i pañuelos sulla testa, come simbolo della loro maternità violata, e, benché più volte malmenate e aggredite e incarcerate, attraverso la loro tenacia, hanno fatto conoscere al mondo il dramma della desaparición dei loro figli. Le seconde hanno reso manifesto il crimine della apropriación e, attraverso lo sviluppo dell’índice de abuelidad hanno restituito il diritto all’identità a molti bambini sottratti.

Sotto le tre presidenze dei Kirchner, si assiste a un passaggio cruciale: le organizzazioni come le Madres e Abuelas de Plaza de Mayo e gli altri organismos de derechos humanos, da soggetti di opposizione e denuncia durante la dittatura e la transizione si trasformano in interlocutori privilegiati dello Stato, acquisiscono un riconoscimento istituzionale e partecipano attivamente alla definizione delle politiche della memoria, contribuendo alla costruzione di spazi commemorativi, alla promozione dei processi giudiziari e alla diffusione di una cultura dei diritti umani[10].

L’autore approfondisce anche l’aspetto degli Espacios de Memoria, luoghi emblematici come centri clandestini di detenzione, in primis l’Espacio Memoria y Derechos Humanos (ESMA), divenuto patrimonio UNESCO nel 2023, risemantizzati e trasformati in memoriali. In linea con la letteratura sulla memoria culturale, Rapetti mostra come le pratiche commemorative – monumenti, commemorazioni, musei e discorsi pubblici – non sono semplici strumenti di trasmissione del passato, ma dispositivi di costruzione identitaria e di legittimazione politica, attraverso cui si costruiscono identità collettive e si definiscono i confini del dicibile [11].

Ma gli Espacios de Memoria diventano anche luoghi di competizione politica[12], come testimonia il recente tentativo di Melei di restituire alla famiglia che ne fu proprietaria il terreno su cui sorgeva l’ESMA, che si è salvata solo grazie all’inserimento nella lista del Patrimonio dell’Umanità.

L’analisi di Rapetti acquisisce ulteriore rilevanza se letta alla luce degli sviluppi più recenti nel contesto argentino. In particolare, l’evoluzione delle politiche della memoria e della giustizia negli ultimi anni suggerisce la necessità di interpretare tali dinamiche attraverso la lente della Regressione democratica, ultimo, dolente capitolo del saggio.

Durante la presidenza di Mauricio Macri (2015-2019), le tensioni istituzionali e le trasformazioni socio-economiche hanno rappresentato una fase di stress all’interno di un quadro ancora riconducibile alla democrazia liberale. Un mutamento più significativo emerge con la presidenza di Javier Milei (dal 2023), che si configura come una rottura autoritaria, parte di un processo di democratic backsliding, caratterizzato da tensioni nei confronti dei meccanismi di bilanciamento istituzionale, da una ridefinizione dello spazio civico e da una messa in discussione del ruolo degli organismi per i diritti umani. In questo contesto, particolare rilievo assume la riemersione di narrazioni che tendono a relativizzare la specificità della violenza di Stato, riaprendo implicitamente il campo a interpretazioni riconducibili alla “teoria dei due demoni”. Parallelamente, le politiche della memoria — inclusa la gestione di luoghi simbolici — diventano terreno di conflitto politico, evidenziando la fragilità dell’istituzionalizzazione realizzata nei decenni precedenti.

Letta in questa prospettiva, l’opera di Rapetti non si limita a offrire una ricostruzione del passato, ma fornisce strumenti analitici fondamentali per comprendere il presente. Il suo rifiuto dell’oblio e del perdono come categorie risolutive si rivela particolarmente pertinente in un contesto in cui il conflitto sulla memoria non solo persiste, ma si riattualizza in forme nuove. La traiettoria argentina dimostra, infatti, come i processi di giustizia e memoria non siano mai definitivamente consolidati, ma restino esposti a trasformazioni politiche e a possibili dinamiche di regressione.

In ultima analisi, Né oblio né perdono invita a concepire la memoria non come un esito stabilizzato, bensì come un campo aperto di negoziazione e conflitto. È proprio in questa apertura — e nella consapevolezza della sua vulnerabilità — che risiede il contributo più duraturo del volume, capace di parlare non solo al caso argentino, ma più in generale alle sfide contemporanee delle democrazie di fronte ai propri passati violenti.

Come l’autore ammette nella Introduzione, la vicenda delle violenze perpetrate dal regime di Videla “mi attraversa personalmente: nato a Torino da due esiliati scappati dalla morte ho trascorso la prima metà della mia vita tra l’Italia il Messico e l’Argentina dove sono infine ritornato nel 1999 e ho cominciato il militare in H.I.J.O.S.” (p.11). Egli è poi stato capogabinetto e sottosegretario per i diritti umani durante la presidenza di Alberto Fernández (2019-2023) partecipando in prima persona a quella resa dei conti con il passato che ben analizza in questo saggio.

Dal punto di vista metodologico, il volume adotta un approccio interdisciplinare, combinando analisi storica, riflessione teorica e attenzione alle dinamiche politiche. Tuttavia, questa ampiezza costituisce anche un limite: la pluralità dei temi trattati comporta talvolta una certa dispersione argomentativa, e alcuni aspetti avrebbero beneficiato di un maggiore approfondimento, in particolare per quanto riguarda il confronto con esperienze analoghe in altri contesti latinoamericani, che avrebbe rafforzato l’inquadramento teorico del volume, soprattutto alla luce del crescente interesse per le forme di coinvolgimento pubblico nella costruzione della memoria storica.

Il volume si segnala per un approccio rigoroso ma accessibile, che non riporta in nota le fonti e la bibliografia per non appesantire la lettura ma le colloca in due apposite sezioni, alla fine del saggio, di ben 50 pagine. Lo stile si configura come fortemente saggistico-argomentativo, caratterizzato da una prosa densa e strutturata che privilegia la costruzione di una tesi interpretativa rispetto alla semplice esposizione dei fatti. L’autore adotta un registro linguistico formale e sostenuto, con periodi complessi e ricchi di subordinate, funzionali a sviluppare un discorso analitico di ampio respiro. Sul piano retorico, emerge una marcata dimensione valutativa, in cui la ricostruzione storica è costantemente filtrata da un’interpretazione critica che orienta la lettura degli eventi. Tale impostazione si accompagna a un lessico spesso connotato in senso etico e politico, che contribuisce a conferire al testo una tonalità polemica e interventista. Nel complesso, l’opera si colloca nella tradizione del saggio storico di tipo militante, in cui la narrazione si intreccia con l’elaborazione di un punto di vista esplicito e dichiaratamente orientato.

[1] N. Roht-Arriaza – J. Mariezcurrena (a cura di), Transitional Justice in the Twenty-First Century, Cambridge University Press, Cambridge 2006.

[2] Cfr. R. Teitel, Transitional Justice, Oxford University Press, Oxford 2000; C. Huneeus, The Pinochet Regime, Lynne Rienner, Boulder 2007.

[3] CONADEP, Nunca Más, Buenos Aires 1984; E. Crenzel, La historia política del Nunca Más, Siglo XXI, Buenos Aires 2008.

[4] Cfr. E. Jelin, Los trabajos de la memoria, Siglo XXI, Madrid 2002.

[5] D. Orentlicher, Some Kind of Justice, Oxford University Press, Oxford 2018.

[6] C. Nino, Radical Evil on Trial, Yale University Press, New Haven 1996; K. Sikkink, The Justice Cascade, W.W. Norton, New York 2011.

[7] S. Kaiser, Postmemories of Terror, Palgrave Macmillan, New York 2005.

[8] M. C. D’Araujo, Military Courts in Transition: The Latin American Case, “US-China Law Review”, 2019, vol. 16, n. 8, pp. 303-317

[9] D. Orentlicher, Some Kind of Justice, Oxford University Press, Oxford 2018.

[10] F. Vecchioli, Human Rights Activism and the State in Argentina. Transnational Advocacy Networks and the Transformation of the National Legal Field, in Y. Dezalay, G. Bryant, (a cura di), Lawyers and the Rule of Law in an Era of Globalization, New York: Routledge, 2011, pp. 93-111.

[11] P. Nora, Les lieux de mémoire. Paris, Gallimard, 1984.

[12] Cfr. J. Assmann, La memoria culturale, Einaudi, Torino 1997; E. Jelin, Los trabajos de la memoria, Siglo XXI, Madrid 2002.

 

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