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Arrevuoto, vent’anni di teatro in movimento
(foto di stefano cardone) A fine maggio è andato in scena, al teatro San Ferdinando, XX Movimento. Sospesi tra le stelle, spettacolo annuale del progetto di arte e pedagogia Arrevuoto. Per qualche mese ho seguito alcuni dei laboratori, in particolare quello di Scampia, che si svolge da Chikù – Cibo e cultura, ristorante di donne rom e napoletane che si trova esattamente sopra l’Auditorium Fabrizio De André (i laboratori si svolgono in un ristorante perché il teatro c’è, ma è chiuso a causa di vicissitudini burocratiche, talvolta grottesche, dal 2017). Insieme al gruppo di Scampia hanno partecipato scuole come la Madonna Assunta di Bagnoli e il Casanova-Costantinopoli del centro storico di Napoli, e poi associazioni, centri educativi, cooperative sociali come Stelle sulla Terra (Materdei) e L’Orsa Maggiore (Rione Traiano). Per capire Arrevuoto bisogna tornare indietro di vent’anni: «Era un momento cupo, con una guerra di camorra in atto», racconta Emma Ferulano, una delle coordinatrici del progetto. Arrevuoto nasce infatti negli anni della faida di Scampia, quando nel quartiere – parallelamente al diffondersi di un morboso interesse mediatico – artisti, educatori, insegnanti e operatori culturali iniziano a interrogarsi su come intervenire nei territori senza appiattirsi sulle logiche emergenziali legate alle politiche repressive. Da quella domanda nasce un incontro inedito. Da una parte ci sono le realtà che da anni lavorano nel quartiere, come il Gridas e altri gruppi informali educativi. Dall’altra Goffredo Fofi, che insieme ad altri pensa di portare a Napoli l’esperienza della Non scuola del Teatro delle Albe di Ravenna, un metodo teatrale che viene rielaborato per coinvolgere non solo le scuole, ma anche i centri educativi (formali e informali) che operano nei differenti territori e i ragazzi che la scuola non la frequentano affatto. Il progetto trova il sostegno di Roberta Carlotto, all’epoca direttrice del teatro Mercadante, in un’alleanza per una volta lungimirante tra istituzioni e realtà territoriali. Arrevuoto si concretizza sulla base di un’idea semplice e radicale insieme: mescolare le carte, attraversare la città, portare gruppi di adolescenti provenienti da contesti diversi a condividere lo stesso spazio scenico. «Mischiare i ragazzi del campo rom e napoletani di Scampia con quelli del centro, i ricchi ai poveri, e così via», spiega Ferulano. Già molte ore prima, il giorno dello spettacolo, in platea si riuniscono ragazze, ragazzi e guide teatrali, guide pedagogiche, registe e registi, e con loro tutte le persone, molte delle quali sono attivisti dei differenti quartieri, che negli ultimi mesi hanno lavorato alla costruzione dello spettacolo. Prima che il pubblico entri in sala c’è il rito. Lo richiama Maurizio Braucci, che in Arrevuoto funge da direttore artistico, alzando l’indice verso l’alto. «Quindi…». La parola passa di bocca in bocca, fino a trasformarsi in coro. Braucci racconta una storia su Maradona, e in riferimento alla prima del giorno precedente, conclude: «Ieri è andato in scena un miracolo. Se si ripete non è più un miracolo, ma Arrevuoto». Vent’anni dopo il primo movimento, quel nome continua a raccontare qualcosa del progetto. Il sostantivo deriva dal verbo “arrevotare”, che significa in napoletano rivoltare, ribaltare, mettere sottosopra. Secondo uno dei racconti che circolano tra i “vecchi” del progetto, nacque durante uno dei primi laboratori, a Scampia, quando E., adolescente del quartiere, minacciava continuamente di far saltare il banco, di “fare arrevotare tutto”. Quella parola, che raccontava insieme insofferenza, energia e desiderio di rompere gli schemi, finì per dare il nome a un’intera esperienza. Anche la geografia dei laboratori è cambiata col tempo. A partire dai quattro gruppi iniziali Arrevuoto ha coinvolto via via educatori e ragazzi di diversi quartieri, spesso proprio quando questi attraversavano momenti particolarmente difficili. Ma la scelta non è mai stata casuale. «A Caivano ci abbiamo provato per una vita», racconta Emma Ferulano. «Non ci siamo riusciti perché mancava una rete sul territorio». Prima ancora dei laboratori, Arrevuoto costruisce infatti relazioni: con associazioni, scuole e realtà educative, condividendo quello che Ferulano definisce il «senso politico e pedagogico profondo del progetto. Quando è mancata questa cosa, i laboratori non sono andati bene». Se la storia di Arrevuoto nasce dentro la faida di Scampia, anche il ventesimo movimento, così come hanno fatto tutti gli altri, prova a riportare alcune delle contraddizioni del presente della città sul palco. Durante lo spettacolo, per esempio, Mirella La Magna, storica attivista del Gridas, incontra finalmente il sindaco di Napoli. È un incontro immaginario, ovviamente, che richiama una vicenda reale: dal 2021 il Gridas ha chiesto un confronto con l’amministrazione senza aver mai ricevuto risposta, in riferimento alle ordinanze di sgombero che pendono sul destino dello storico spazio sociale. La scena si muove tra ironia e denuncia, due elementi che attraversano da sempre tanto il lavoro del Gridas quanto quello di Arrevuoto. La finzione diventa un luogo in cui ciò che nella realtà continua a non accadere può avere visibilità pubblica. Alla fine, in scena arrivano gli alieni. La domanda che ha accompagnato la costruzione di Sospesi tra le stelle è semplice: cosa accadrebbe se centinaia di navicelle spaziali accerchiassero la Terra? In realtà gli extraterrestri non hanno alcuna intenzione di invadere il pianeta, anzi la loro tecnologia ha la forza di disinnescare ogni arma e a fermare ogni conflitto. Non cercano presidenti, generali o capi di Stato, vogliono soltanto bere un caffè, quello più buono di Napoli, preparato da Totore l’Asteroide, un giovane barista disposto a tutto pur di liberarsi dell’acne che gli copre il volto. Quando finalmente ottiene ciò che desidera, rinunciando al proprio talento, il ragazzo viene accolto e riconosciuto da una società che fino a quel momento lo aveva ignorato. Qualcosa però si rompe. Il dono che rendeva speciale il suo caffè scompare e con esso l’equilibrio che aveva costruito intorno a sé. Il sipario si chiude mentre i partecipanti cantano una delle canzoni parte del rito. La platea si svuota lentamente, abbracci e sorrisi accompagnano attori, pubblico ed educatori verso l’uscita. Nel piazzale antistante al teatro una domanda ritorna più di tutte: «L’anno prossimo si fa Arrevuoto?». (pasquale frattini)
July 2, 2026
Napoli MONiTOR
Una casa a Napoli per l’Arte irritata. Inizia domani il mese inaugurale
(al telefono 1 – scarabocchi | archivio dell’arte ir-ritata) Da domani, 18 giugno, apre a Napoli una casa per accogliere la ricerca dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata di Sensibili alle foglie, ricerca cominciata più di trent’anni fa in una condizione di isolamento carcerario. Ci è piaciuto denominare Casa questo spazio perché si presenta come un luogo dell’abitare, ma soprattutto perché come una casa – un contesto relazionale di scambi esperienziali – lo abbiamo immaginato quando questa ricerca ebbe inizio, come ir-ritazione della deprivazione reclusiva. Quest’archivio non poteva quindi somigliare né a un museo, con la sua impronta coloniale, né a un contenitore passivo di opere (come scrivemmo in un documento di progettazione del 1992), né ancora a una galleria d’arte, più attenta ai prodotti artistici che non ai processi relazionali che li generano.  (napoleone, di margherita cinque | archivio dell’arte ir-ritata) Francesco Crisafulli viveva in un quartiere periferico di Catania, prigioniero dello stigma di “invalido di mente al cento per cento”, quando cominciò a inviarci le sue poesie, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, su sollecitazione di un gruppo antipsichiatrico della città che conosceva la nostra ricerca. In una di queste poesie concludeva: “Siamo qui e andiamo fermi, almeno io, finché la mia fantasia vaga e trova spazio anche in te”. L’esigenza principale di Francesco era che la sua fantasia trovasse spazio anche in altre persone. E come ebbe a dire in un’altra lettera: la narrazione poetica costituiva per lui “l’ultima e unica carta ancora da giocare”.  Non sembra diversa l’urgenza creativa che muove Nur, una ragazza palestinese di Gaza, che nella quotidianità del genocidio, il 17 luglio del 2024, scrive una poesia dedicata alla terra. Non riuscendo ad accettare perché lei, la sua famiglia, la sua comunità, il suo popolo, debbano soffrire così a lungo, attraverso i suoi versi sembra voler dire che resistere è in fondo continuare ostinatamente a esistere, come fa la terra, seppure estenuata e contaminata dai bombardamenti israeliani:  La terra dà i suoi frutti Sfidando assedio e carestia. I pomodori germogliano I peperoni e le melanzane, nonostante l’acqua interrotta nonostante i bombardamenti illeciti. […] Solo a Gaza La terra combatte con la sua gente. L’intento della Casa è proprio questo: favorire che le creazioni simboliche, nate sfidando contesti di mortificazione e di morte, trovino casa nel cuore e nella mente di altre persone. Qualunque sia il linguaggio espressivo usato da una persona in difficoltà – scarabocchio, disegno, dipinto, scrittura – l’atto creativo rappresenta per colui o colei che lo produce una risorsa vitale, e per la società il documento significativo di una reazione non acquiescente a una condizione mortificante e mortale.  (cartolina a matita di mari | archivio dell’arte ir-ritata) Le opere custodite a oggi dall’Archivio, in forma di piccoli fogli manoscritti o di grandi dipinti che pian piano verranno ad abitare a Napoli, sono circa un migliaio. Fra esse ci sono alcune delle produzioni creative dei più significativi laboratori d’arte sorti negli ultimi cinquant’anni in istituzioni psichiatriche, psichiatrico-giudiziarie e carcerarie. Quelle di ottantuno autori e autrici saranno visibili dal 18 giugno (ore 18) in una esposizione avrà come titolo Identità creatrici. Si documenta in questo modo la resistenza creativa prodotta dal carcere, dalle pene capitali, dalle istituzioni per persone anziane e da quelle psichiatriche o psichiatrico-giudiziarie, fino all’istituzione coloniale del genocidio palestinese.  La Casa si trova in vico Neve 21, a Materdei, e sarà aperta per il mese inaugurale tutti giorni dalle 18 alle 22. (sensibili alle foglie – casa dell’arte ir-ritata)
June 17, 2026
Napoli MONiTOR
Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma
DAL 16 AL 21 GIUGNO 2026 AL PARCO DELLE VALLI ARCI ROMA PRESENTA “ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO”   MARTEDÌ 16 GIULIA MEI OPEN SELTON MERCOLEDÌ 17  99 POSSE / ASIAN DUB FOUNDATION (UK) GIOVEDÌ   18 BANDABARDÒ OPEN ALDOLÀ CHIVALÀ VENERDÌ 19 FRANKIE HI-NRG MC SABATO 20 PRISCILLA | SARAFINE DOMENICA 21 47 SOUL (PALESTINE) / OPEN FUCKSIA CON UNA GRAN VOGLIA DI BALLARE, DAL FIUME AL MARE qui il programma sera per sera Lo storico appuntamento dell’Estate Romana si reinventa al Parco delle Valli intrecciando la storia del laghetto di Villa Ada con quella della Festa dei circoli Arci  della città metropolitana. 90 circoli, più di 100mila socз, 6 giornate di festa, 10 concerti live, incontri, dj set, laboratori artistici e tanta voglia di tornare a stare insieme C’è un suono che non si è mai spento del tutto! Un’energia rimasta sospesa, in attesa del momento giusto: è Roma Incontra il Mondo, sei giorni concentrati, intensi, necessari. Dal 16 al 21 giugno all’Arena Rino Gaetano del Parco delle Valli, senza biglietto d’ingresso – per questa edizione – e aperti a tutti coloro che vorranno far parte della rete Arci. Un’edizione compatta, radicale nella forma e fedele nello spirito che ha contraddistinto le trenta edizioni di Villa Ada, con il patrocinio del III Municipio che ha accolto con entusiasmo il nostro storico format all’insegna dell’incontro fra le culture, dell’aspirazione alla pace tra i popoli e alla giustizia sociale. Un palco d’eccezione, un modello di convivialità e socialità attento alla relazione con il territorio, con l’ambiente, curioso della città, solidale con le vertenze sociali. STESSA ATTITUDINE, NUOVA INTENSITÀ.                     Tutto ciò accadrà intrecciando la scena con quella della Festa dei Circoli di Arci Roma, giunta alla terza edizione dopo aver risuonato festosamente a Parco Pallavicini e al Parco Marta Russo di Labaro. Con i suoi 90 circoli e 100.000 sociз, più di 5mila iniziative l’anno, Arci Roma anima il territorio metropolitano promuovendo cultura, partecipazione e diritti. E’ un motore di produzione culturale diffusa: sostiene la nascita di associazioni e spazi indipendenti. I circoli sono sempre più protagonisti della scena artistica romana, del dibattito politico e culturale, delle attivazioni territoriali, ciascuno nella sua autonomia e secondo le rispettive vocazioni. I DIALOGHI I temi che risuoneranno ad Arci Roma Incontra il Mondo sono quelli più cari allз sociз e ai circoli: la solidarietà con i popoli oppressi, la denuncia del neocolonialismo in ogni sua forma, l’attenzione alla Palestina (21 giugno), alla sua cultura, al suo popolo che resiste al genocidio. Il 20 giugno, giorno del Roma Pride, il festival vibrerà in connessione stretta con le comunità lgbtqia+ e agli spazi del transfemminismo. Particolare attenzione verrà posta sulle politiche giovanili (siamo la rete nazionale con l’età media più bassa) a partire dal grande tema della “città della notte” cancellato dall’agenda politica mainstream decisamente ignara dei nuovi modelli di aggregazione sociale e di fruizione culturale e per questo incapace di rispondere ai bisogni di socialità se non attraverso le lenti fuorvianti delle categorie decoro/degrado e con strette securitarie. I dialoghi serali, immediatamente prima dei concerti, vedranno ogni sera sul palco intellettuali, esponenti politici, giornalistз. Si apre il 16 giugno con le “domande vere sulla sinistra” che Salvatore Cannavò (direttore di Jacobin) rivolgerà a Pier Luigi Bersani. Il giorno successivo, mercoledì 17, Sandro Medici e Christian Raimo si confronteranno su “A che punto è la città”, con loro il giornalista. Giuliano Rosciarelli. L’internazionalismo e il mutualismo conflittuale saranno al centro dei ragionamenti del dialogo del 18 giugno tra l’attivista fiorentina Antonella Bundu, già candidata governatorƏ della Regione Toscana, e la scrittrice Valentina Petrini. Il 19 giugno, Martina De Felice (Il Fatto Quotidiano) intervista il professor Alessandro Orsini: “Capire la guerra, immaginare la pace”. Si chiude all’insegna della Palestina, domenica 21 giugno quando Francesca Fornario intervisterà Maya Issa, presidente del Movimento Studenti Palestinesi in Italia e, in collegamento, Enzo Iachetti. L’intervista sarà preceduta da una tavola rotonda sul boicottaggio culturale curata dalla rete del BDS Roma. I progetti Sai Aida gestiti da Arci Roma nei Comuni di Roma e Monterotondo, il Progetto Sai Gea gestito da Arci solidarietà a Roma, promuoveranno una serie di attività nell’ambito del festival in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato: mostre, incontri, laboratori e momenti pubblici di confronto. Già il 16 Giugno è previsto un momento inaugurale a cura di OMAR – Orchestra Multietnica Arcobaleno Roma – in versione acustica, progetto che vuole favorire l’integrazione e il dialogo interculturale, offrire spazi di espressione a musicisti migranti e rifugiatз e testimoniare la ricchezza delle diversità. Per il 17 giugno si prevede l’inaugurazione dello spazio espositivo curato dai progetti Sai Gea e Sai Aida di Roma Capitale con varie mostre: “Andare, Abitare, Sognare”, “Geografie Ribelli”, “Radici in cammino”, “Abitare le distanze” “AIDALANDtrait”. Di particolare rilevanza, giovedì 18 giugno, l’attività di formazione a cura di Papia Aktar, responsabile dello sportello immigrazione di Arci Roma, dal titolo “Il nuovo Patto Europeo sul diritto d’asilo: uno stravolgimento del sistema democratico che mette tutti a rischio”, dedicata all’analisi delle trasformazioni in corso nelle politiche europee sull’asilo. Venerdì 19 giugno sarà la giornata Mondiale del Rifugiato. Si inizierà con il laboratorio di arti visive “Nuvole e Arcobaleni” in cui lз partecipanti verranno guidate attraverso una fiaba alla realizzazione di un manufatto artistico collettivo prodotto dall’inclusione dei singoli segni e dalla scoperta delle loro relazioni. Seguirà l’assemblea pubblica “Parlano loro: gli ostacoli all’integrazione raccontati da chi li ha vissuti. Praticare l’antirazzismo”, spazio di confronto collettivo e partecipazione. L’assemblea si concluderà con un momento conviviale dedicato allз ospiti dei progetti. Il concerto serale verrà introdotto da un cortometraggio “Abitare le distanze”, una restituzione delle aspettative di rifugiatз accolte a Roma, realizzato dal progetto Sai Gea. Attraverso questo percorso di sei giorni, il festival si configura come uno spazio pubblico di narrazione e restituzione del lavoro del SAI, con l’obiettivo di promuovere pratiche concrete e condivise di accoglienza e convivenza. LA MUSICA Arci Roma Incontra il Mondo si muove nel solco dell’esperienza di Villa Ada stabilendo il contatto tra le tendenze artistiche internazionali e la rete dei circoli romani. Si apre il 16 Giugno con il concerto di Giulia Mei, che proprio al Parco delle Valli inaugura il suo tour estivo con una nuova scaletta. Il pop d’autore di Giulia Mei intreccia la vocazione cantautorale, gli influssi elettronici e la formazione classica di questa giovane pianista palermitana. Travolgente ed ironica, Giulia porterà tutta la sua energia sul palco, dove incontrerà anche il sound dei Selton. Nati a Porto Alegre, persi a Barcellona e ritrovati a Milano, i Selton mescolano pop, cantautorato e tropicália. Il loro live è una festa di qualità che sorprende. Oltre ai loro classici, i brani estratti dal doppio album Gringo per la prima volta sui palchi dei festival italiani. Il 17 Giugno due band iconiche per un concerto unico, due progetti sonori che hanno segnato la storia della musica alternativa e la colonna sonora dei movimenti sociali: 99 Posse e Asian Dub Foundation. Lo storico gruppo napoletano, pilastro del rap/dub italiano, nato nel 1991 come espressione di un centro sociale occupato, e la band londinese fondata da artisti di seconda generazione, famosa per il sound unico che combina ritmi ragga jungle, linee di basso dub, chitarre punk e trascinanti liriche militanti. Il 18 Giugno arriva al festival una delle band più amate della scena indipendente italiana: Bandabardò. Sarà la tappa romana del tour celebrativo di Se mi rilasso… collasso, lo storico album live che, a venticinque anni dall’uscita, torna a risuonare nella sua dimensione naturale: il palco. Il progetto continua a evolversi tra musica, parola e sperimentazione, mantenendo un’identità originale e riconoscibile. Una serata per ritrovarsi sotto palco, tra musica, memoria e la potenza di un live anticonformista che continua a parlare al presente. Prima di Bandabardò salirà sul palco Aldolà Chivalà. Dai soliloqui provocatori di Aldo nei locali del centro di Napoli prende forma un progetto unico: parole recitate e slam si fondono con elettronica e sample, dando vita a una forma ibrida tra poesia orale e canzone. Le liriche, prevalentemente in dialetto napoletano, giocano con suono e significato, attraversando attualità, esistenzialismo e nonsense con ironia e provocazione. Dal primo disco “Discontinuo” (2011), il progetto cresce nella scena underground campana e nei live in Italia e all’estero, tra festival, club e palchi importanti. Dopo anni di silenzio discografico, e a pochi mesi dal ritorno con un nuovo album, Frankie hi-nrg mc approda il 19 giugno sul palco del festival per una delle rarissime date italiane di “Voce e batteria”, un progetto essenziale, fisico e potentissimo. L’artista che ha riscritto le regole del rap italiano con brani entrati nella storia della scena sceglie di spogliarsi di tutto il superfluo e riportare la musica alla sua ossatura primaria: voce, batteria, ritmo. Un ritorno all’origine dell’hip hop, senza sequenze né loop, dove ogni suono nasce dal vivo attraverso le bacchette di Donato Stolfi, batterista e compagno di questo viaggio sonoro. Un confronto artistico nato dalla consapevolezza che i testi di Frankie continuano a parlare con impressionante lucidità al presente, conservando intatta la loro forza politica, ironica e visionaria. “Perché c’è bisogno di muoversi ragazzi – ricorda Frankie – altrimenti è un casino”: ed è proprio questa urgenza, viva e pulsante, a rendere “Voce e batteria” molto più di un concerto. Al ritorno dalla parade del Pride, il sabato del festival, il 20 Giugno, proporrà una performance di Priscilla, attivista queer, antifascista e transfemminista. Si definisce “artivista” perché crede che l’arte possa essere uno strumento rivoluzionario, a disposizione delle lotte per l’autodeterminazione. Per Priscilla ogni lotta è internazionale e in ogni sua performance porta sul palco la Kefiah. A seguire “Questo è il nostro show”, progetto live con cui Sarafine, cantautrice e produttrice calabrese, continua a ridefinire i confini della performance musicale contemporanea tra dubstep, techno, trap e pop una musica cruda, lucida, personale. Dopo un primo percorso come cantante e chitarrista folk, vive per molti anni tra Belgio e Lussemburgo dove il suo stile si evolve contaminato dalle sonorità elettroniche tipiche del nord Europa. Nel marzo 2026 pubblica il nuovo singolo “Potevamo fare schifo insieme” e annuncia il “Tour estate 2026”, che la porterà con la sua band nelle città italiane e sui palchi dei principali festival. Fucksia e 47 Soul saranno protagonistз della serata conclusiva, il 21 Giugno, dedicata alla Palestina. Tra dj set e live experience, le Fucksia sono un trio italo-brasiliano transfemminista e queer che unisce attitudine punk, estetica rave e sonorità dance/rap, dando vita a una musica ad alta energia e fortemente politica con testi e pratiche artistiche esplicitamente schierate su temi femministi, queer e politici. Formate nel 2021 con il loro primo EP d’esordio “Twelve” hanno poi nel 2024 pubblicato il loro primo album “EXAGERATE”. Il 4 ottobre 2025 è uscito  il singolo” MURO DI CASSE” che diventa un simbolo delle lotte pro pal in tutta italia. Si susseguono poi la pubblicazione di “1312” condannando gli abusi di potere e la repressione, “BLOCCHEREMO TUTTO” fino all’ultimo singolo uscito ad aprile 2026 “BELLA MER” Un brano che parla di liberazione, resistenza e rifiuto delle narrazioni tossiche. 47SOUL è un collettivo nato nel 2013 tra Giordania, Palestina e Londra che ha creato lo “Shamstep”, un mix di elettronica, hip-hop e Dabke tradizionale. Strumenti e sonorità del Levante e influenze globali per un suono ibrido e testi politicamente inequivocabili. Sul palco si distinguono per live ad altissima energia e quasi sempre sold out nelle principali città globali. Il loro nome allude al 1947, l’anno immediatamente precedente a quello della fondazione dello stato di Israele e della prima guerra arabo-israeliana, prima di confini che i 47 Soul vogliono cancellare, celebrando la memoria di quel 1947 a suon di musica. LA LOGISTICA Il parco delle Valli fa parte della Riserva Naturale Valle dell’Aniene e si trova all’interno della zona urbanistica di Conca D’Oro del III Municipio. Una pista ciclabile lo collega con Villa Ada, la location in cui, tra il 1995 e il 2021, si è tenuta la storica manifestazione dell’Estate Romana. Il festival è a pochi metri dalla fermata Conca d’Oro della linea B1 della metropolitana e non è distante dalla stazione ferroviaria di Roma Nomentana della FL2. Dopo le ore 24 funzionano i bus notturni MB1 e n92. LA SOCIALITÀ Lo spazio del festival sarà aperto dalle 15 alle due del mattino. Funzionerà un’area bimbi e ci saranno spazi a disposizione di ONG e associazioni del territorio. Stiamo selezionando i migliori food truck per un’offerta culinaria variegata. La mescita sociale riprodurrà l’atmosfera di socialità dei nostri circoli, con estrema attenzione all’impatto ambientale della festa a partire dalla messa al bando dei prodotti sotto boicottaggio da parte delle campagne contro sionismo e colonialismo e della plastica nelle bottiglie e nelle stoviglie. Prodotti e bevande verranno proposti anche sulla base dell’attenzione dei produttori alla sostenibilità socio-ambientale degli ingredienti e delle filiere. Sarà disponibile solo acqua pubblica e gratuita. L’ingresso al festival, per questa edizione, è gratuito – sarà sufficiente mostrare all’ingresso la tessera Arci – così che chi frequentava Villa Ada possa incrociare la comunità dell’Arci e confrontarsi insieme su un modello alternativo di aggregazione sociale, capace di sottrarre i linguaggi dell’arte e della cultura a ogni logica consumista e restituirli alla città. Non è intrattenimento. È spazio politico. È socialità che non si compra. pressikit  ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO Arena Rino Gaetano, Parco delle Valli Via Conca d’Oro – Roma Dalle ore 21.30 a mezzanotte concerti main stage a seguire djset. Sito web: https://www.arciroma.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ArciRomaIncontrailMondo/ Instagram: https://www.instagram.com/arci_roma_incontra_il_mondo/ media partner Rete No Bavaglio | Radio Rock INFO PER IL PUBBLICO arciromaincontrailmondo@gmail.com Info line (+39) 0641734712 The post Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 12, 2026
Popoff Quotidiano
Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class
DAL 12 AL 14 GIUGNO TORNA A ROMA IL FESTIVAL CONTRATTACCO DI EDIZIONI ALEGRE Inizia venerdì 12 giugno e andrà avanti fino a domenica 14 il Festival di letteratura sociale Contrattacco, organizzato da Edizioni Alegre a Roma al Parco del Torrione al Pigneto, a Roma (via Prenestina 73), ospiti per tre giorni dell’Estate al Torrione organizzata dai circoli Arci del quartiere, Sparwasser e Trenta formiche, e dall’Associazione mutualistica Nonna Roma. Nei tre giorni si parlerà di Giacobini neri in rivolta, fornelli da assaltare, letteratura working class femminista e senza patria, movimenti di resistenza al genocidio in Iran e in Palestina, Flotille di mare e Flotille di terra lanciate contro l’ingiustizia. Tra gli altri interverranno il professor Alessandro Portelli, la storica fondatrice del manifesto Luciana Castellina, la scrittrice Giusi Palomba, il giornalista Gabriele Polo, l’attivista iraniana Negin Bank, la politologa Paola Rivetti, l’operaio dell’ex Gkn Dario Salvetti e gli attori Nicola Borghesi e Niccolò Fettarappa. Clicca per leggere tutto il programma The post Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 11, 2026
Popoff Quotidiano
Femministe musulmane, un saggio grafico di Ouazzani e Fasiki
(disegno di zainab fasiki) Si presenta domani, venerdì 12 giugno 2026, alle ore 18 nella libreria Ubik di via Benedetto Croce, 28 a Napoli, il libro scritto da Jamal Ouazzani e illustrato da Zainab Fasiki, Femministe musulmane. 20 ritratti: voci e visioni, edizioni Astarte. Intervengono Ersilia Francesca, Valentina Marcella, Marta Tarantino e Marika Visconti. Pubblichiamo qui una delle due prefazioni all’edizione italiana del libro, quella di Renata Pepicelli. L’altra è di Asma Lamrabet. Cosa si intende con l’espressione “femministe musulmane”? In questo libro, con tale terminologia, si fa riferimento a venti studiose, teologhe, giuriste, attiviste e imam di diversi paesi, dal Marocco agli Stati Uniti, dalla Malesia alla Francia, che rivendicano uguaglianza e diritti da una prospettiva islamica, vale a dire sulla base di una rilettura dei testi religiosi volta a fare emergere il messaggio di giustizia di genere insito nell’islam. Tutte loro possono essere ricondotte a quell’ampio e diversificato movimento che è stato definito “femminismo islamico” o anche “gender jihad”, in virtù dello sforzo (jihād) ermeneutico portatore di istanze di libertà che contraddistingue quest’espressione del pensiero critico e attivismo in contesti musulmani. Si tratta di una corrente impegnata nella reinterpretazione del Corano, degli ḥadīth (detti e fatti attribuiti al Profeta) e della storia islamica volta a far emergere il vero messaggio portato dal profeta Muhammad all’umanità nel VII secolo: l’uguaglianza tra tutti gli esseri umani, senza alcuna gerarchia tra i generi. In questo saggio grafico, Jamal Ouazzani, saggista, attivista per i diritti umani e artista multidisciplinare franco-marocchino, e Zainab Fasiki, fumettista e femminista marocchina, tratteggiano, attraverso parole e immagini, i profili di venti figure di donne rinomate a livello internazionale. Asma Lamrabet, amina wadud, Zahra Ali, Zainah Anwar, Ziba Mir-Hosseini, Sherin Khankan, Asma Barlas, Malika Hamidi, Shereen El Feki, Olfa Youssef, Margot Badran, Linda Sarsour, Blair Imani, Kecia Ali, Samar Habib, Hanane Karimi, Nayla Tabbara, Hidayet Şefkatli Tuksal, Omaima Abou-Bakr, Ndella Paye sono diverse tra loro per storie e posizionamenti, ma sono allo stesso tempo connesse le une alle altre dal comune impegno per la giustizia di genere e da un approccio teorico-critico volto alla rilettura delle fonti islamiche. Alla fine del volume Ouazzani e Fasiki aggiungono anche un uomo, Ludovic-Mohamed Zahed, imam franco-algerino dichiaratamente omosessuale: la sua inclusione in questa antologia di ritratti mostra l’ampiezza, e anche la diversità che caratterizza quella galassia estremamente variegata al suo interno che viene definita “femminismo islamico”, ma che sarebbe forse più corretto chiamare “femminismi islamici”, al plurale, che include anche uomini e soggettività LGBTQIA+. Gli orientamenti di questo movimento sono plurali, non necessariamente coincidenti su tutto – per esempio, sull’imamato femminile o su questioni queer possono esserci opinioni divergenti – ma vi è sicuramente in comune la convinzione che il Corano non contenga alcuna traccia di misoginia o patriarcato. Anzi, il testo sacro è portatore di un messaggio di liberazione e di giustizia. Sono state interpretazioni misogine del Corano, consolidatesi nel corso dei secoli, a far emergere una giurisprudenza islamica e tradizioni che discriminano le donne rispetto agli uomini e che hanno costruito una gerarchia tra i generi. Tali letture tradiscono il messaggio dell’islam e nascondono quella che è stata la vera storia di giustizia di genere della prima comunità di fedeli, uomini e donne, riunitasi attorno al profeta Muhammad. Nei primi secoli dell’era islamica, infatti, le donne partecipavano a tutti gli ambiti della vita dell’umma (comunità) islamica e alla costruzione del sapere religioso. La loro progressiva esclusione dall’esegesi coranica, dall’insegnamento religioso, e dalla sfera pubblica ha portato all’emersione di un messaggio patriarcale, che oggi le femministe musulmane stanno mettendo in discussione attraverso nuove interpretazioni dei testi religiosi, a partire dal Corano. Il femminismo islamico inizia a emergere alla fine degli anni Ottanta, per poi svilupparsi negli anni Novanta del Novecento e affermarsi nei primi anni Duemila. Dopo quattro decenni di attività, si presenta come una realtà plurale e situata in molti paesi e contesti dell’umma transnazionale, dai paesi a maggioranza musulmana dell’Africa e dell’Asia a quelli caratterizzati dalla presenza di un islam diasporico in Europa e in Nord America. In questi anni il femminismo islamico si è diversificato e sviluppato lungo linee differenti, mostrando la specificità e la pluralità di un approccio che si muove nella cornice di un’ermeneutica femminista. Esso è una delle anime del movimento delle donne nei contesti musulmani: una realtà molto articolata e in costante evoluzione, come dimostrano i precedenti volumi pubblicati della collana Manifesta di Astarte Edizioni dedicati ai movimenti femministi e queer nella regione dell’Asia sud-occidentale e del Nord Africa. Non è sempre facile tracciare i confini delle diverse correnti dei movimenti delle donne nei contesti musulmani, poiché esistono zone di sovrapposizione e porosità. Inoltre, le terminologie utilizzate spesso non riescono a restituire la complessità e la fluidità dei posizionamenti, né le autodefinizioni. Se si accettano i limiti delle categorizzazioni, si può parlare di tre grandi filoni che oggi compongono il movimento: femminismo secolare, femminismo islamico e attivismo di genere in una cornice islamista. Il femminismo secolare, che ha una lunga storia alle spalle, si fonda principalmente sul paradigma dei diritti umani e mira alla riforma delle norme giuridiche discriminanti. Esso si articola attraverso diverse voci e le nuove generazioni spesso si identificano nelle rivendicazioni dei transfemminismi globali. Il femminismo islamico, come si è detto, opera invece all’interno di una cornice religiosa attraverso la reinterpretazione delle fonti religiose in chiave di genere per poi arrivare a riformare codici della famiglia patriarcali. Differentemente, l’attivismo di genere in ambito islamista si sviluppa nell’alveo dell’islam politico, promuovendo rivendicazioni che privilegiano il principio di equità rispetto a quello di uguaglianza e concentrandosi maggiormente su una trasformazione nella sfera pubblica piuttosto che in quella privata. L’affermazione del femminismo islamico negli anni Novanta ha rappresentato un’importante discontinuità rispetto alle tensioni interne al campo dei movimenti delle donne, caratterizzato, nel corso del XX secolo, da una netta contrapposizione tra femministe secolari e attiviste islamiste. Questa nuova corrente ha infatti condiviso, da un lato, la radicalità del discorso femminista delle prime in termini di rivendicazioni di uguaglianza, dall’altro, la necessità di agire attraverso una reinterpretazione delle fonti religiose propria delle seconde. Il volume Femministe musulmane, con l’immediatezza e la potenza di un saggio grafico, riesce a restituire a un pubblico ampio la pluralità dei percorsi del femminismo islamico nel mondo, i principali temi affrontati e la metodologia seguita per proporre nuove interpretazioni dei testi religiosi. È un libro che sovverte da una prospettiva decoloniale pregiudizi e stereotipi orientalisti sulle donne e l’islam, offrendo strumenti di lettura preziosi per chi si interessa alle questioni di genere, ai femminismi, alle questioni queer e ai mondi musulmani. (renata pepicelli)
June 11, 2026
Napoli MONiTOR
Scatti di liberazione: come si riuscì a chiudere i manicomi
DAL 5 GIUGNO AL 18 OTTOBRE LA TORRE DEI VESCOVI DI LUNI OSPITA UNA DELLE PIÙ AMPIE RICOGNIZIONI FOTOGRAFICHE DEDICATE ALLA RIVOLUZIONE BASAGLIANA Dal 5 giugno al 18 ottobre 2026 la Torre dei Vescovi di Luni, a Castelnuovo Magra (La Spezia), ospiterà La liberazione possibile. Il manicomio, Franco Basaglia e noi, una delle più ampie ricognizioni fotografiche dedicate alla rivoluzione basagliana e alla rappresentazione della malattia mentale nell’Italia contemporanea. Curata da Archivi della Resistenza con la collaborazione della studiosa Tatiana Agliani, la mostra riunisce per la prima volta opere di Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Luciano D’Alessandro, Uliano Lucas, Paola Mattioli, Emilio Tremolada ed Enzo Umbaca, autori che hanno documentato, interpretato e accompagnato il lungo processo che ha portato alla chiusura dei manicomi e alla trasformazione dell’assistenza psichiatrica italiana. La mostra fotografica delinea un percorso storico e civile che attraversa uno dei passaggi più radicali della storia repubblicana: la messa in discussione dell’istituzione manicomiale e l’affermazione di una nuova idea di cura fondata sulla dignità e sui diritti della persona. Al centro del progetto c’è naturalmente la figura di Franco Basaglia, lo psichiatra veneziano che tra gli anni Sessanta e Settanta guidò una battaglia destinata a cambiare profondamente il rapporto tra società e sofferenza mentale. Il suo lavoro culminò nella Legge 180 del 1978, che sancì il superamento degli ospedali psichiatrici, ma fu il risultato di un movimento molto più ampio che coinvolse medici, infermieri, operatori sociali, intellettuali, artisti e fotografi. Proprio la fotografia ebbe un ruolo decisivo. Se oggi le immagini dei manicomi sono entrate nella memoria collettiva del Paese, lo si deve soprattutto a due libri pubblicati nel 1969: Morire di classe di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati e Gli esclusi di Luciano D’Alessandro. Le fotografie contenute in quei volumi mostrarono per la prima volta all’opinione pubblica le condizioni di segregazione, abbandono e privazione dei diritti all’interno delle istituzioni psichiatriche italiane. Furono immagini difficili da ignorare, capaci di trasformare una questione confinata agli specialisti in un tema politico e sociale nazionale. La mostra prende avvio proprio da questi lavori fondamentali. Il percorso espositivo si sviluppa nei sei livelli della Torre dei Vescovi di Luni e segue una scansione cronologica e tematica. Al primo piano trovano spazio le fotografie di Gli esclusi di Luciano D’Alessandro; al secondo quelle di Morire di classe di Berengo Gardin e Cerati; al terzo il reportage realizzato da Paola Mattioli nel 1973 all’ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste, uno dei luoghi simbolo dell’esperienza basagliana. Il quarto piano è dedicato a Uliano Lucas, che dagli anni Settanta fino ai giorni nostri ha continuato a documentare le trasformazioni del sistema psichiatrico italiano. Seguono il progetto Una perfezione manicomiale di Emilio Tremolada e l’installazione Quasi 1000 – Archivio di Enzo Umbaca, realizzata nel 1994. Accanto alle fotografie, installazioni audiovisive e materiali documentari accompagneranno i visitatori in un viaggio che non si limita alla denuncia del passato. Il titolo stesso, La liberazione possibile, suggerisce infatti una riflessione più ampia: se la chiusura dei manicomi fu una liberazione concreta e realizzabile, quali altre forme di esclusione e marginalità attendono oggi di essere messe in discussione? La mostra si inserisce nel lavoro pluriennale di Archivi della Resistenza, associazione impegnata nella raccolta di testimonianze orali e nella gestione del Museo Audiovisivo della Resistenza di Fosdinovo. Negli ultimi anni il gruppo ha realizzato esposizioni dedicate a figure centrali della fotografia italiana e internazionale – Letizia Battaglia, Tano D’Amico, Uliano Lucas, Vivian Maier ecc.. – trasformando Castelnuovo Magra in un osservatorio originale sui rapporti tra memoria, impegno civile e linguaggio fotografico. L’apertura è stata accompagnata da una cena sociale al Museo Audiovisivo della Resistenza e dal concerto E ti chiamaron matta di Alessio Lega e Rocco Marchi, omaggio all’omonimo album pubblicato nel 1971 da Giovanna Marini e Gianni Nebbiosi, una delle prime opere musicali italiane dedicate alla denuncia della realtà manicomiale. Nei mesi successivi sono previsti incontri con gli autori ancora viventi, seminari, proiezioni, gruppi di lettura e laboratori dedicati ai temi della salute mentale, della fotografia e dei diritti. A quasi cinquant’anni dalla Legge Basaglia, la mostra offre così l’occasione per tornare a interrogarsi non solo su ciò che è stato il manicomio, ma anche sull’eredità lasciata da quella stagione irripetibile di trasformazione sociale e culturale che contribuì a ridefinire il concetto stesso di cittadinanza. The post Scatti di liberazione: come si riuscì a chiudere i manicomi first appeared on Popoff Quotidiano. 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June 9, 2026
Popoff Quotidiano
La provincia tra macerie e memorie. Appunti su Invelle e Le città di pianura
(disegno di cyop&kaf) Continuavamo a guardare il mare, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro. Era così ogni volta, prima di ripartire. Ma l’unica cosa che succedeva era che il pomeriggio cedesse il passo all’imbrunire, un faro neon si accendeva in lontananza e la luce biancastra si frantumava sulla superficie dell’acqua. La cosa difficile era lasciarselo alle spalle, il mare. Pensare a quello che restava, a quelli che restavano. Il peggio non era che le cose continuavano mentre eravamo altrove, era che cambiavano. Quando tornavamo, i luoghi avevano cambiato connotati, un frammento dopo l’altro, metamorfosi impercettibili. Gli ulivi seccati, tagliati, bruciati. Le campagne incolte, deserte, stravolte. Coste, lungomare e centri storici imbellettati, confezionati e venduti al turismo. Tornavo e non li riconoscevo. Montava una rabbia ingenua perché nessuno mi aveva avvisato, passato parola, eppure ero cresciuta lì. “Fra le varie epoche vi è una zona di crepuscolo nella quale ci si smarrisce facilmente e ci si perde in modo misterioso. […] Il mondo fa quello che gli riesce più facile: tace. La luce è mutata. Tutti gli oggetti, persino gli alberi, sono aguzzi, stridenti, taglienti”. L’avevo sottolineato in un libro di Christa Wolf, Nessun luogo, da nessuna parte. Perdevo qualcosa un poco per volta. Dove andare adesso, senza una geografia interiore, se le cose che prima erano al centro non sono più lì ma spostate? Sono almeno dieci anni che mi sento fuori posto, che ingoio questo spaesamento. Dopo un po’ non sanguini più. Partire, tornare, andarsene, scivolare come un raggio fino al calare della luce. Le cose ammucchiate dentro, il portabagagli carico di scatoloni ma l’auto costretta a girare a vuoto, senza un posto in cui traslocare. Nessun luogo, da nessuna parte. Nel dialetto di Pergola, un paese nell’entroterra marchigiano tra Pesaro e Urbino, per dire “in nessun luogo” si dice “invelle”. L’ho scoperto da un film d’animazione che porta questo nome, Invelle, realizzato da Simone Massi e uscito nell’estate del 2024. Invece in un film del 2025, Le città di pianura di Francesco Sossai, ambientato tra Venezia e la provincia di Treviso, un personaggio riflette a voce alta: “Distruggeranno tutto, non rimarrà più nulla di questa regione, solo un’enorme infrastruttura, solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare”. Questi film si intrecciano, parlando del rapporto con il passato e con il paesaggio, della memoria dei luoghi, tra rurale e urbano, tra periferia e città, tra vuoto e pieno. INVELLE Simone Massi, illustratore artigiano, intreccia tre generazioni: Zelinda è una bambina alla fine del primo conflitto mondiale, poi madre di Assunta con l’armistizio del ’43, e nonna di Icaro mentre in tv passa la notizia del sequestro di Moro. Con le loro storie graffiate tra nero e bianco e i dialoghi in dialetto marchigiano, Invelle racconta la guerra che si abbatte sulla campagna povera come un colpo di zappa su un formicaio, la fame, il lavoro infantile, l’emigrazione, i partigiani e i nazifascisti. Sono scene di vita quotidiana: una nenia per addormentare un figlio, il raccoglimento intorno a un lutto, la festa del paese e un cantastorie in piazza, gli attrezzi e gli animali per il lavoro nei campi, prendere l’acqua alla fontana. Ma interrogano continuamente su cosa è stato, cosa è rimasto di cosa è stato, qual è il posto per quelle storie. Il racconto porta fino all’esodo verso le fabbriche e l’abbandono delle campagne, la periferia fatta di cantieri e case popolari appena costruite: “Vedi che sono andati via tutti, mi spieghi perché ti ostini a rimanere qui?”; “con la mucca? la mucca si può anche vendere, nella casa nuova la stalla non c’è”; “il bagno, che ti credi, in città c’è tutte le comodità”; “e questo cos’è? un termosifone, ce n’è uno per stanza, ti scalda tutta casa”. La migrazione ai bordi della città di migliaia di persone che per adeguarsi alla modernità sono state indotte a rinnegare la propria cultura, la rinuncia al poco per avere ancora meno. Il padre di Icaro lo rimprovera: “Cos’è questa storia che a scuola parli in dialetto? Me l’ha raccontato la maestra, non son mica contento. L’hai visto che vita fa tuo padre, l’altro giorno a momenti m’attacco col padrone”. Perché Icaro, come tutti i figli di contadini e subalterni, deve fare quello che sua madre, sua nonna e chi è venuto ancora prima non hanno potuto fare. Se gli altri bambini in tono di scherno lo chiamano contadino, allora come non sentire vergogna per quelle origini tanto da volersene disfare? I figli come Icaro saranno uomini che si lasciano definire solo per negazione: non sono più e non sono ancora, contadini de-contadinizzati, sradicati in fuga da se stessi ma verso “nessun luogo”. Come può dopotutto avere un posto da occupare quella classe contadina che ha servito i padroni della terra, è stata carne da macello in due guerre mondiali e poi nelle fabbriche, ma dimenticata e stigmatizzata da un sistema che ora ne canta i bei tempi andati. La distruzione delle basi economiche della civiltà agropastorale ha comportato la disgregazione dei gruppi sociali tradizionali, ha guastato la terra e guastato le relazioni tra le comunità e la terra. “What are the roots that clutch, what branches grow / Out of this stony rubbish?” interroga T. S. Eliot in The waste land (che forzando, forse, la traduzione, è la terra guasta, appunto). Quali radici si afferrano, quali rami crescono da queste macerie di pietra? Figlio dell’uomo, tu non puoi dirlo, né indovinarlo – tu conosci soltanto un mucchio di frante immagini, là dove batte il sole, e l’albero morto non dà riparo, né il grillo dà conforto, e l’arida pietra non dà suono d’acqua.  LE CITTÀ DI PIANURA Non c’è nessun luogo che conosca che sia fervido in me come quelli in cui sono cresciuta: i colori, l’aria, le forme. Ogni cosa ha una sostanza primordiale, suprema, tanto che non si può immaginare che ci sia altro dopo. Eppure, non c’è nessun luogo in cui mi senta più forestiera di quelli in cui sono cresciuta, quasi una comparsa per strade e paesi che pure conosco a memoria. Per anni mi sono ostinata, ogni volta che tornavo, a percorrere una per una tutte quelle strade di campagna, a tratti sterrate, a tratti soffocate da rovi e sterpaglia, che, come un apparato radicale in superficie, si dipanano tra un paese e l’altro, ma nessuno le usa più (se non chi ha un terreno in zona e non ha ceduto all’abbandono) preferendo la statale dritta e scorrevole. Volevo orientarmi in quel sistema di stradine e pezzo dopo pezzo comporre una mappa scarabocchiata su post-it giustapposti, come se districando gli incroci, localizzando le edicole votive, i crocicchi, sarei poi stata capace di riconoscere una mappa interiore, di campare anche lontano da lì. Quando ho letto La casa in collina di Pavese, ho trovato parole: “Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere”. In fondo, questo racconta Le città di pianura: la periferia, le zone industriali, i vuoti, lo spaesamento che provoca viverci. I protagonisti, Carlobianchi e Doriano, amici storici di mezza età, si muovono per i paesi tra le Dolomiti bellunesi e la laguna di Venezia come accampati, inseguendo un’ultima bevuta e in attesa di un amico che sta per fare ritorno al paese dopo anni altrove. Sono individui incapaci di trovare uno spazio e una misura, figli delusi della loro epoca in cui ogni “noi” si disgrega, mentre l’“io” resta in balia della propria quotidiana percezione dell’ingiustizia, consegnato inerme ai propri dubbi, alla disperazione. Incrociano Giulio, uno studente di architettura, che si ritrova in macchina con loro e i tre sembrano assecondare il corso delle cose di straforo, di sbieco, non la linea retta e l’impatto frontale della controllata vita di città. Torno ancora a La casa in collina: “Ci si poteva abbandonare e poi riprendere; nulla accadeva e tutto aveva sapore. Domani, chi sa”. Le città di pianura, girato in pellicola, è un film sul paesaggio: quello del Veneto, sì, ma più alla larga quello della provincia italiana che ha attraversato il boom economico e si ritrova casolari, viadotti incompiuti, cemento armato. Per tutto il film sento familiarità con le inquadrature: la statale, le rotonde, i capannoni, i campi che si alternano a qualche rustico abbandonato col cancello corroso, gli sterrati, i tralicci, le villette bifamiliari con i serramenti nuovi e le ringhiere lucide, i casali con i tetti sfondati, i cartelli “vendesi” scoloriti e penzolanti. Quando, verso la fine del film, al tavolo di un bar Giulio abbozza sui tovagliolini satinati una mappa delle zone che hanno attraversato, ho ripensato a quel mosaico di post-it per mappare le mie strade di campagna. Così diversa da quella fatta di vita e di fatica di Invelle, ora la campagna mi sembra uno sfondo, una scenografia per le seconde case dei villeggianti cittadini. Una zona franca che costeggia le autostrade che prendono il venerdì quando vanno a passare il fine settimana fuori città e poi riprendono la domenica sera per fare ritorno a casa. La campagna oggi è una terra straniera: non sappiamo riconoscere le colture e le pratiche tramandate per secoli, i tempi per seminare e raccogliere, il legame tra dare e ricevere. Tra un bicchiere e l’altro, i protagonisti di Le città di pianura si fingono geometri per un conte che cerca di salvare la sua villa cinquecentesca dalla costruzione di un’autostrada che distruggerebbe la sua proprietà. “Un’infrastruttura essenziale per lo sviluppo del territorio, così mi hanno detto; ma perché la gente non usa più la parola terra?”, si indigna il conte. Poi scandisce: “Territorio, che schifo”. In un libro di Georges Perec ho sottolineato, a tratto doppio e triplo: “Viviamo nello spazio, in questi spazi, in queste città, in queste campagne, in questi corridoi, in questi giardini. Ci sembra evidente. Forse dovrebbe essere effettivamente evidente. Ma non è evidente, non è scontato. […] Il problema non è tanto sapere come ci siamo arrivati, quanto semplicemente riconoscere che ci siamo arrivati, che ci siamo […]. Insomma, gli spazi si sono moltiplicati, spezzettati, diversificati. Ce ne sono di ogni misura e di ogni specie, per ogni uso e per ogni funzione. Vivere, è passare da uno spazio all’altro, cercando il più possibile di non farsi troppo male”. DALLE MACERIE Di Pergola, paese d’origine di Massi e delle storie di Invelle, Wikipedia dice tra le prime righe che “la cittadina è stata inserita tra i borghi più belli d’Italia dall’associazione omonima”. Una trovata per trarre profitto dai luoghi con la retorica delle aree interne da rigenerare: “borghi” da ripopolare rendendoli attrattivi ai turisti, ai creativi, ai professionisti che possono trasferirsi dalla città e lavorare da remoto, finalmente in un posto dove l’aria è buona. Una trasformazione a cui si prodigano community manager, paesologi, innovatori sociali, ricercatori territorialisti, che impatta sul paesaggio, convertendo locali legati ai servizi di prossimità in spazi residenziali per il turismo breve o lungo. Artigiani e piccoli commercianti vengono sostituiti da spazi funzionali al consumo veloce: souvenir, ristorazione standardizzata, intrattenimento. Mentre resta fuori la gente che in quel posto ancora ci prova a vivere, gente con i suoi bisogni reali, poco spendibili dentro il racconto della rigenerazione. In un paese vicino al mio, far parte dei “borghi più belli d’Italia” è stata la legittimazione a un’ordinanza con cui si vietano iniziative politiche, manifestazioni e volantinaggi nel centro storico per la stagione estiva. La sindaca ha giustificato il divieto sottolineando l’importanza di non creare disagi ai turisti “interessati alle attività di puro svago” e di preservare la reputazione della cittadina. Il mio paese conta meno di duemila abitanti, hanno chiuso uno dopo l’altro il forno, la macelleria, l’alimentari e la scuola. Eppure possiamo vantare una bottega di “vintage furniture and art showroom” dove arnesi e arredi contadini trovano nuovi (ricchi) proprietari, e una boutique di tessili antichi e pregiati abiti artigianali tessuti al telaio (per chi ci vuole credere). Se già lo spaesamento viene dagli spazi vitali stravolti e dallo smarrimento del senso legato ai luoghi, mi disorienta il culto di un mondo che non c’è più e temo la trasformazione della tradizione in identità. Non ho mai ceduto a mitizzare la civiltà contadina, che felice lo è solo nelle pagine scritte dagli altri, dai colti. I racconti che mi hanno cresciuta da sempre parlano di fame, miseria, fatica, stenti. “Non sono un nostalgico delle società pastorali, non sono il turista che ama trascorrere il weekend in campagna. Non ho mai detto a un montanaro ‘beato te che respiri quest’aria sana, beato te che vivi delle nostre cose perdute’”, scrive Nuto Revelli. La periferia, la provincia ai margini non ha mai potuto pensarsi da sé: la civiltà contadina non ha fatto in tempo a immaginare la terra che lavorava come luogo su cui costruire futuro, è passata da un padrone all’altro. Se la terra se la passano di mano i padroni, allora l’emancipazione non deve passare attraverso il superamento della cultura tradizionale di matrice rurale, ma attraverso il mantenimento della memoria, demolendo una volta per tutte i confini del ghetto. Nella furia di somigliare all’urbano e al centro, dimentichiamo il buono dell’essere ai margini. La memoria dei luoghi così tanto intrecciata a quella della fatica, dell’ingiustizia, della miseria, dell’esodo, può salvarci se ritroviamo nella storia contadina la vocazione all’eresia. Questo mi dice Invelle: ritrovare il legame con quella cultura prima della distorsione, prima che fosse ridotta a simulacro per profitto di altri. Se sradicare i popoli conquistati è sempre stata la politica dei conquistatori, allora quella cultura può ancora dirci come sanare una terra guasta, una cultura col senso del limite e con la cura delle relazioni, cultura dell’interdipendenza e non del dominio degli umani sul non-umano. Possiamo guardare il presente e fare della memoria il grimaldello per ribaltarlo. Certo, serve essere lucidi, non cadere in facili propositi di palingenesi; serve essere intransigenti, non confondersi con le “buone pratiche” esistenti, non lasciarsi inglobare. Dopo Le città di pianura, mi torna in mente un pensiero condiviso con altri in passato: e se l’età industriale fosse stata una parentesi, solo una grande alluvione, o inondazione? Ha spazzato via in poco tempo una civiltà millenaria, eppure ora le acque defluiscono, le fabbriche e i fabbricati restano come vuoti urbani e le macerie contadine galleggiano come relitti. In questo andare e tornare, mi domando se qualcosa di spurio possa venir fuori dai detriti. Se sia arrivato il tempo di vedere cosa emerge nel disastro. Fosse anche per caso, uno scarto. Non farsi fottere dalla nostalgia, ma trarne forza e senso. Trovare radici in un punto di fuga all’orizzonte. Perché se io ho potuto studiare, partire, è perché mia nonna e mia madre hanno lavorato col tabacco per decenni, ma mio nonno è emigrato in Svizzera e solo quando è tornato ha avuto un pezzo di terra che potesse dire sua. Scriveva Antonio Neiwiller: “È tempo di convivere con le macerie e l’orrore, per trovare un senso. […] Luoghi visibili e luoghi invisibili, luoghi reali e luoghi immaginari popoleranno il nostro cammino. […] Essere in viaggio ma lasciare tracce, edificare luoghi, unirsi a viaggiatori inquieti. E se a qualcuno verrà in mente, un giorno, di fare la mappa di questo itinerario, di ripercorrere i luoghi, di esaminare le tracce, mi auguro che sarà solo per trovare un nuovo inizio”. (chiara romano)
June 8, 2026
Napoli MONiTOR
I fantasmi di Antonio Gramsci
ROSES FOR GRAMSCI DI ANDY MERRIFIELD RECENSITO DA ADITYA BAHL SU THE NATION A cinquant’anni dalla prima pubblicazione di Selezioni dai Quaderni dal carcere nel 1971, la battuta rimane popolare: Antonio Gramsci è un comunista che puoi portare a casa dai tuoi genitori. Non importa se sono liberali o maoisti, socialdemocratici o anti-imperialisti, populisti o pacifisti: tutti vanno d’accordo con Antonio. Le ragioni della popolarità di Gramsci, così come della sua versatilità, risiedono nella forma unica della sua opera. I suoi temi, per esempio, sono sorprendentemente vasti: romanzi a puntate e teatro popolare, consigli di fabbrica e tenute contadine, cattolicesimo e comunismo, impaginazione dei giornali e grammatica comparata, folklore e opera. C’è qualcosa per tutti. Allo stesso tempo, gli scritti carcerari di Gramsci – oltre 3.000 pagine distribuite su 33 quaderni – sono costellati da una miriade di codici e termini “esopici”. Questi codici erano originariamente destinati a confondere i censori fascisti di Benito Mussolini, ma i loro significati diffusi hanno da allora scatenato una serie di accese polemiche. E così, oltre ad attrarre un pubblico insolitamente eterogeneo, l’opera di Gramsci ha anche generato interpretazioni diverse, spesso disparate. “Subalterno” è un codice per indicare le classi lavoratrici? “Egemonia” è una forza economica o un potere culturale? Gli “intellettuali organici” sono intrinsecamente più progressisti? Le risposte a tali domande dipendono a seconda dello studioso che scegliete: che si tratti, per esempio, di un critico letterario foucaultiano o di un sociologo marxista, di uno storico dei subalterni o di un antropologo postumano. Nel corso degli anni, gli scritti di Gramsci sono stati rivisitati da critici di orientamenti così diversi che ora sono diventati uno specchio: si aprono i suoi libri solo per confermare le proprie convinzioni. Non sorprende, quindi, che quando lo scrittore inglese Andy Merrifield è arrivato a Roma, sentendosi «intellettualmente svuotato», Gramsci sia venuto in suo soccorso. Nel giugno 2023, Merrifield ha seguito la moglie in Italia per il suo nuovo lavoro. Avendo scritto una dozzina di libri – su pestilenze, città, asini, magia – non era sicuro di avere ancora un libro da scrivere. Le “faccende pratiche” del trasloco lo avevano lasciato esausto, alimentando i timori di un pensionamento anticipato. Una visita al Cimitero Non Cattolico della città, tuttavia, ha presto risolto il suo blocco dello scrittore. Una splendida fioritura di fiori, cicale, uccelli e cipressi: questo cimitero “tropicale” non assomigliava affatto al resto di Roma. Nelle vicinanze si ergeva la piramide egizia di Caio Cestio, risalente a 2.000 anni fa. Le lontane mura aureliane, altrettanto antiche, torreggiavano sulle tombe. Questo “regno magico” era un luogo di riposo appropriato per i famosi abitanti del cimitero: i poeti romantici inglesi John Keats e Percy Shelley. Ma Gramsci? La rigogliosa serenità era in contrasto con le circostanze della vita del rivoluzionario. Gramsci aveva trascorso il suo ultimo decennio sulla terra marcendo, letteralmente, nelle prigioni fasciste. Soffriva di uremia, angina, gotta, lesioni tubercolari, arteriosclerosi e morbo di Pott. Quando morì nel 1937, all’età di 46 anni, la testa di Gramsci era talmente gonfia da assomigliare alle pietre di granito ultraterrene che costellano il paesaggio meridionale della sua Ghilarza natale sin dal Neolitico. In un appropriato ribaltamento di situazione, tuttavia, la sua tomba è diventata da allora un simbolo della liberazione dell’Italia dal regime fascista. Negli ultimi anni, Merrifield si è guadagnato una reputazione per i suoi ritratti eleganti di marxisti occidentali: il situazionista francese Guy Debord; il critico, poeta e romanziere inglese John Berger; il filosofo e sociologo francese Henry Lefebvre; e, più recentemente, lo stesso Marx. Roses for Gramsci è un’aggiunta gradita, seppur prevedibile, a questa galleria di personaggi. Ciò che sorprende, però, sono i metodi non convenzionali e ludici di Merrifield. In precedenza, in The Amateur (2017), Merrifield aveva abbozzato una severa critica agli “intellettuali professionisti”, la cui ricerca rimane distaccata dal mondo al di fuori dei loro campus e uffici. Abbastanza appropriatamente, Roses for Gramsci non è interessato a riciclare esegesi accademiche dei testi di Gramsci. Merrifield cerca invece un Gramsci vivo, non più sepolto nei libri o nei musei, e tanto meno in un cimitero. Il suo viaggio alla tomba di Gramsci non è stato seguito da una visita in biblioteca. Al contrario, come si addice a un dilettante, Merrifield ha immediatamente iniziato un nuovo lavoro al cimitero. Gramsci è, a conti fatti, un pensatore incredibilmente popolare: ci sono oltre 23.000 riferimenti alla sua opera – opuscoli, tesi di laurea, articoli di giornale, saggi accademici, opere d’arte — secondo la biografia informale curata dalla Fondazione Gramsci. Solo negli ultimi due anni sono state pubblicate almeno tre nuove biografie. Gianni Fresu ha scritto una biografia intellettuale a tutto tondo, mentre Jean-Yves Frétigné ha messo sotto la lente d’ingrandimento il rivoluzionario (le appendici includono alberi genealogici e un elenco dei visitatori in carcere). George Hare e Nathan Sperber, nel frattempo, hanno ampliato la portata biografica esaminando l’eredità di Gramsci in un contesto contemporaneo di autoritarismo di destra. Roses for Gramsci, tuttavia, non è una biografia, almeno non nel senso convenzionale del termine. È un libro breve; si è tentati di descriverlo come un ritratto in miniatura. I suoi otto capitoli – con titoli accuratamente curati come “Goblin” e “Una rosa” – danno certamente l’impressione di un raffinato letterato all’opera. Ma a uno sguardo più attento, Merrifield nutre un’aspirazione più alta: vuole ridefinire le nostre idee canoniche e sacrosante sul lavoro intellettuale. La narrazione di Merrifield consiste in appunti istintivi di studi d’archivio, analisi politiche, viaggi, fotografie e ricordi personali. Si avvicina a Gramsci come una persona potrebbe avvicinarsi alla cucina o al giardinaggio. Non sorprende che alcune di queste note diaristiche siano state inizialmente pubblicate sul suo blog. La prosa di Merrifield è informale e, per questo motivo, accattivante. E non solo per i lettori generici: anche i gramsciani professionisti apprezzeranno il cambio di scenario. Al cimitero, Merrifield lavora al Centro Visitatori. Il suo ruolo di volontario influenza anche il suo ritratto di Gramsci: Merrifield avrà anche in mano il pennello, ma sono i visitatori a guidarlo. Ad esempio, se l’anziano seduto sulla «panchina di Gramsci» vuole parlare degli antagonisti di Antonio – gli ex hegeliani Benedetto Croce, che in seguito divenne un filosofo liberale, e Giovanni Gentile, che in seguito divenne ministro dell’istruzione fascista – allora quale scelta ha il custode? Dovrà tenere a freno la lingua questa mattina. Questi vincoli tornano molto utili a Merrifield. Per prima cosa, gli impediscono di scrivere come un pedante o un predicatore, ruoli altrimenti tanto cari ai marxisti di una certa vecchia guardia. Sempre al nostro fianco, Merrifield non ci sta mai addosso. Allo stesso tempo, una dispersione casuale di estranei ravviva l’ambientazione del cimitero. Oltre al flusso costante di devoti locali, che periodicamente sistemano la tomba di Gramsci, incontriamo anche una folla molto più numerosa e internazionale in occasioni festive chiave (il compleanno di Gramsci e il Giorno della Liberazione). Queste celebrazioni tradiscono anche un’inaspettata contesa politica: risulta che, al di fuori del mondo accademico, l’eredità di Gramsci sia oggetto di dispute ancora più accese. L’International Gramsci Society e la Fondazione Gramsci, i cui membri non si rivolgono la parola, organizzano commemorazioni separate nel cimitero. Merrifield fa spesso la spola tra il cimitero e i luoghi chiave della vita di Gramsci: alloggi, musei e cliniche. Qui, però, non ci si arrovella troppo sui «metodi di ricerca». Di conseguenza, i suoi cambiamenti di prospettiva mantengono la loro freschezza. Quando è pronto, Merrifield annuncia semplicemente: «Mi trovo sotto l’arco d’ingresso dell’Hotel Villa Morgagni». Cento anni fa, questa era una modesta pensione dove Gramsci fu arrestato dagli scagnozzi di Mussolini; ora è “un lussuoso hotel boutique a 4 stelle con 34 camere, dotato di vasche idromassaggio”. Poco dopo, Merrifield ci trasporta a New York, dove è andato a trovare David Harvey per discutere delle teorie economiche dell’amico di Gramsci, Pierro Sraffa. (Harvey era stato allievo di Sraffa a Cambridge e relatore di dottorato di Merrifield a Oxford.) Tra gli altri personaggi del libro – sia viventi che defunti – figurano John Berger (a cui il libro è dedicato), il pittore Renato Guttuso, la traduttrice Maria Nadotti e il regista Pier Paolo Pasolini, il cui lungo poema “Le ceneri di Gramsci” è, di fatto, ambientato al Cimitero non cattolico. Ma questa è la storia di Gramsci e, come la maggior parte degli studiosi di Gramsci, anche Merrifield incentra la sua narrazione su due figure storiche chiave. Tatiana Schucht, cognata di Gramsci, gli forniva penne e libri, fungeva da contraltare intellettuale nelle loro lettere e alla fine riuscì a far uscire di nascosto i suoi quaderni di prigione. Sraffa, dal canto suo, era il partner di dibattito preferito di Gramsci nei circoli di sinistra: anche dopo essersi trasferito in Inghilterra, continuò a pagare le spese ospedaliere e librarie di Gramsci e condusse una campagna internazionale per la sua liberazione. Le altre relazioni di Gramsci, tuttavia, si rivelarono meno fortunate e furono definitivamente interrotte dalla sua incarcerazione: la sua padrona di casa, Clara, a Torino (non venne mai a sapere della sua morte); sua madre, Giuseppina, a Ghilarza (anche in questo caso non venne mai a sapere della sua morte); e il suo figlio minore, Guiliano, a Mosca (non lo vide mai). Sette decenni dopo, Guiliano, che si era ritirato dall’insegnamento al Conservatorio di musica di Mosca, era ancora alle prese con i costi personali del fascismo italiano: Caro papà, sono invecchiato, ho ottant’anni. Tu sei sempre lo stesso: giovane, intelligente, acuto e bello. Non ti ho mai toccato con le mie mani, ma ti ho sempre accarezzato sulla carta e ti ho abbracciato nei miei sogni. Anche i gramsciani più esperti troveranno nuovi dettagli nel ritratto di Merrifield. In particolare, sono i margini banali dell’opera di Gramsci a brillare di una vivace e ammiccante freschezza. Si pensi al suo pseudonimo preferito – Raksha – per alcuni primi articoli su Avanti! e Il Grido del Popolo. Perché un rivoluzionario dovrebbe prendere in prestito le sembianze di una lupa da Il libro della giungla di Rudyard Kipling? L’attrazione peculiare, persino problematica, di Gramsci per Kipling può essere interpretata in modo proficuo come una tattica machiavellica. Nei suoi Quaderni dal carcere, Gramsci sottolinea esplicitamente l’importanza di estrarre «immagini di potente immediatezza», specialmente dalle opere di un imperialista reazionario come Kipling. Ciononostante, Merrifield avverte che il fascino deviante dei lupi e delle manguste nella vita di Gramsci non può essere semplicemente sommato come gli zero e gli uno su un abaco politico. Le radici di questo fascino per gli animali affondano nell’infanzia sarda di Gramsci. Spesso vittima di bullismo a causa del suo aspetto gobbo (la sua colonna vertebrale era deformata a seguito di un incidente avvenuto in tenera età), gli unici amici di Gramsci da bambino erano gli animali: uccelli di ogni tipo (barbagianni, fringuelli, corvi, gazze), oltre a serpenti, lucertole, donnole e ricci. Scrivendo dal carcere al figlio maggiore, Delio, Gramsci mescolava spesso brani tratti da Il libro della giungla con le sue storie sugli amici animali; per i figli di sua sorella, Gramsci tradusse le fiabe dei fratelli Grimm. Sebbene queste favole tedesche avessero ormai 100 anni, Gramsci ipotizzò che avrebbero ancora trovato riscontro nei bambini delle zone più remote del Sud Italia, dove il folklore popolare era pieno di banditi, streghe e creature magiche di ogni genere. Questa natura arcaica del suo sud natale – Gramsci la teorizzò notoriamente come la “questione meridionale” – era un prodotto storico del “colonialismo interno” dell’Italia. I contadini del sud erano costretti a estrarre materie prime, principalmente prodotti agricoli e minerali, per le fabbriche del nord, che, protette dai dazi all’importazione, godevano di un mercato interno pronto. Oltre ad essere sfruttati, quindi, i meridionali erano anche costretti ad acquistare i beni più costosi del nord. Ma questo squilibrio economico non era sostenuto solo dalla repressione politica. Secondo Gramsci, «un gruppo sociale può, e anzi deve, esercitare la “leadership” (cioè essere egemonico) prima di conquistare il potere governativo». In Italia, la base «egemonica» del «colonialismo interno» risiedeva nella formazione reazionaria della sua intellighenzia. Nel Sud, «intellettuali tradizionali» come Benedetto Croce servivano a legittimare il dominio del clero e dei proprietari terrieri, mentre nel Nord i sindacalisti diffondevano pregiudizi anti-meridionali come lubrificante essenziale per gestire le fabbriche in modo redditizio. I meridionali si ribellavano periodicamente, ma le rivolte dei banditi e dei veterani di guerra rimanevano «disorganizzate ed episodiche», piene di ogni sorta di idee reazionarie e feudali. Ciononostante, Gramsci si astenne dal liquidare le ribellioni dei subalterni come semplici sintomi di una «falsa coscienza». «Tutti gli uomini», ribatteva, «sono intellettuali», anche se la divisione capitalistica del lavoro permetteva solo a una manciata di loro di diventare «intellettuali di professione». In questo contesto, la propensione di Gramsci per il folklore meridionale era più di un semplice attaccamento sentimentale da parte di un nativo: era una risposta tattica alle forze esistenti dell’egemonia politica. Invece di importare semplicemente una linea marxista “corretta” dall’esterno, Gramsci immaginava un “Manuale popolare del marxismo”, in sintonia con le culture popolari subalterne e in grado di trasformare i semi del malcontento meridionale in germogli organici di coscienza critica. Come è ormai consuetudine nei cultural studies, Merrifield inquadra l’interesse di Gramsci per le culture subalterne come una critica implicita ai dogmi sovietici contemporanei, compresa la diffusa convinzione nel “primato dell’economia”. Le sue argomentazioni sono certamente convincenti. Né vi è alcun dubbio sull’ingegnosità di Merrifield come narratore. I suoi schizzi della vita di Gramsci scorrono fluidamente, anche se la sua devozione a volte sembra teatrale (a un certo punto, pontifica sull’«animalità» mentre accarezza «Il Generale», un gatto selvatico del cimitero a cui ha dato il soprannome di Engels). È però proprio la gestione maldestra dell’attivismo pre-carcerario di Gramsci a sminuire il suo ritratto, altrimenti vivace. Merrifield propone la consapevolezza culturale come un antidoto sicuro all’ortodossia economica. Ma la sua stessa fissazione sull’identità culturale di Gramsci — «un ragazzo del sud» — oscura i meccanismi sistemici della «questione meridionale». Come diversi teorici critici nel corso degli anni, Merrifield sostiene l’idea gramsciana di «intellettuali organici» come contrappunto agli «intellettuali tradizionali» e ai «comunisti del nord». Ma come la maggior parte di loro, anche Merrifield rende questa opposizione in termini culturali, celebrando in particolare la capacità degli intellettuali organici di articolare le «passioni elementari» delle classi subalterne. Per Gramsci, tuttavia, un intellettuale organico era essenzialmente un attore politico, uno che svolgeva “funzioni organizzative” organiche al suo contesto. Nessuna delle attività politiche di Gramsci, tuttavia, trova qui menzione. Durante il biennio russo del 1919–20, organizzò attivamente i consigli operai nelle fabbriche metallurgiche di Torino. Sistematicamente trascurati dai critici, questi episodi pre-carcerari custodiscono la chiave non solo dell’enigma della «questione meridionale», ma anche della gamma insolitamente ampia dei testi di Gramsci. Fu proprio il trambusto settentrionale dei partiti socialisti e comunisti italiani – che gestivano giornali, circoli di lettura proletari e club culturali – a plasmare Gramsci in un intellettuale unico e mutevole, altrettanto abile nel recensire romanzi a puntate e la politica del lavoro. A Torino, i consigli operai intendevano mandare all’aria il «compromesso nordico» tra i sindacati riformisti e gli imprenditori. Ma, non avendo alcun controllo sulle banche o sulla burocrazia, e tanto meno sull’esercito, la loro azione rimase fortemente limitata. Gli operai potevano occupare le fabbriche e persino dimostrare di essere in grado di gestirle autonomamente. Ma tali occupazioni non potevano durare, tanto meno trasformare i rapporti di potere esistenti in Italia. Sebbene fosse stato sonoramente sconfitto, Gramsci continuava a insistere sul fatto che una vittoria politica al nord fosse essenziale per costruire un fronte unico con i contadini del sud. Dati gli scarsi livelli di produttività agricola nel sud, la rigenerazione politica dei meridionali non era semplicemente un problema culturale. A meno che gli operai del nord non avessero conquistato in modo permanente le loro fabbriche, un trasferimento democratico di nuove tecnologie agrarie verso il sud era impossibile. In assenza di queste trasformazioni materiali, Gramsci avvertì che politiche progressiste come le riforme agrarie avrebbero solo alimentato gli «istinti da latifondista» dei compagni meridionali. Tali riflessioni interconnesse sulla politica nazionale e di classe mancano nel ritratto di Merrifield. Queste omissioni, a loro volta, influenzano anche le sue ansie riguardo alla rilevanza contemporanea di Gramsci: «No, non è stato dimenticato, mi rassicurai; no, non è stato dimenticato». Come per sottolineare questo punto, quindi, ovunque vada, Merrifield vede solo Gramsci: nei musei, negli archivi, nelle cliniche, per le strade. È significativo, inoltre, che le sue escursioni etnografiche non ci presenta mai operai, contadini, pastori o rifugiati. Al contrario, Merrifield è sempre più ossessionato dal voler catturare le proprie impressioni sull’epoca di Gramsci: «un odore, la trama del paesaggio culturale e naturale… lo sguardo sui volti delle persone, la luce e il calore della regione, la sua aridità polverosa, il sole che picchia forte». La succulenza di queste dense descrizioni, tuttavia, non alimenta la visione politica di Gramsci. Quando Merrifield occasionalmente alza lo sguardo da queste trame per valutare il mondo che lo circonda, anche le sue frasi, fino a quel momento crepitanti di arguzia e intuizione, cominciano a vacillare. Per spiegare l’attuale virata a destra del Paese, ricicla una serie di pallidi cliché, tra cui il «lavaggio del cervello diffuso». La gente, ci viene detto, soffre di «falsa coscienza». Gli intellettuali, nel frattempo, hanno «deluso il popolo, si sono ritirati nei nostri campus universitari, si sono dedicati ai comitati di gestione e alle valutazioni di ricerca». Queste critiche agli accademici sono curiose – non perché non siano vere, ma piuttosto perché, nonostante il suo vagare al di fuori dei campus, gli orizzonti politici del «dilettante» di Merrifield sembrano altrettanto limitati. Affascinato dalla figura storica di Gramsci, egli appare sempre più slegato dalle realtà politiche ed economiche contemporanee. Lavorando a Torino, Gramsci ipotizzò che la “centralizzazione industriale” si sarebbe presto “diffusa all’intero mondo dell’economia borghese”. Eppure le industrie del Nord del mondo hanno da tempo chiuso i battenti, per poi riemergere sotto forma di fabbriche informali a condizioni di sfruttamento e impianti di assemblaggio nel Sud del mondo. Analogamente, la ristrutturazione dell’agricoltura mondiale guidata dagli Stati Uniti ha da tempo vanificato le speranze riposte da Gramsci nell’agricoltura meccanizzata. A partire dal dopoguerra, i programmi statunitensi di aiuti alimentari hanno diffuso nuovi macchinari e fertilizzanti in tutto il mondo postcoloniale, esponendo i contadini locali alla concorrenza delle aziende agricole capitalistiche altamente sovvenzionate del Nord del mondo. Nel corso del tempo, le crisi economiche ed ecologiche in queste zone interne del Sud hanno creato enormi masse urbane di lavoratori superflui. Di conseguenza, i “meridionali” contemporanei appaiono sempre più intrappolati nelle maglie globali delle catene di approvvigionamento e delle rotte migratorie. Anche se Merrifield punzecchia gli “intellettuali professionisti” nelle loro gabbie universitarie, dice poco della “questione meridionale” del nostro tempo, e ancora meno degli “intellettuali organici” che combattono queste nuove divisioni globali del lavoro. Dato il suo evidente talento di scrittore, non sorprende che Merrifield sia in grado di superare questi limiti per evocare un finale, artistico volo di immaginazione. La sua narrazione si conclude con un’aria di contro-storia, indagatrice e forense: e se, nel 1937, Gramsci fosse sopravvissuto alla sua malattia a Roma, invece di morire pochi giorni prima di essere rilasciato dal carcere? E se fosse riuscito a tornare in Sardegna? È affascinante immaginare il nostro rivoluzionario appassito in modo diverso: dotato di una scintillante dentiera, mentre beve l’aperitivo con i suoi paesani, e fare tranquille passeggiate avvolti nel tipico scialle da pastore. Questa vacanza sarda, tuttavia, non poteva durare a lungo. L’esercito fascista di Mussolini avrebbe presto calpestato l’isola, pronto a gettare oltre il Mediterraneo una rete di imperialismo ancora più ampia. Dove sarebbe andato Gramsci? Un traghetto da Porto Torres a Marsiglia? E da lì, un viaggio sulla famosa Capitain Paul Lemerle verso la Martinica? Sui ponti di questa famosa nave da carico, il nostro folklorista del comunismo si sarebbe scontrato con un gruppo chiassoso di dissidenti in fuga dalla Gestapo: i surrealisti André Breton e Wilfred Lam, la fotografa Germaine Krull, l’antropologo Claude Lévi-Strauss e l’anarco-bolscevico Victor Serge. Ma la Martinica, controllata dalle forze collaborazioniste di Vichy, non avrebbe offerto un rifugio sicuro. Né Gramsci avrebbe potuto seguire i suoi compagni di viaggio a New York: gli sarebbe stato negato l’ingresso negli Stati Uniti perché era stato membro del Partito Comunista Italiano. Come il compagno Serge, allora, Gramsci si sarebbe stabilito invece a Città del Messico? E gli apparatchik di Stalin, che gli negarono la richiesta di asilo prima della sua morte (pensavano che fosse un «trotskista nascosto»), lo avrebbero alla fine seguito nella sua nuova dimora? Queste speculazioni sono stimolanti. Ma mettendoci oggi nei panni di Gramsci, non è la favola di una partenza individuale, bensì la notizia di un arrivo collettivo a stimolare la nostra immaginazione. Se socchiudessimo leggermente gli occhi, probabilmente vedremmo una strana imbarcazione alla deriva al largo di Porto Torres, che trasporta decine di rifugiati provenienti da Tunisia, Iraq, Marocco, Siria, Afghanistan, Senegal e India. Una pattuglia della Guardia di Finanza intercetterà questa imbarcazione prima che possa attraccare? Oppure i membri di Arci Mediterraneo (si riferisce a Mediterranea Saving Humans, ndT) accoglieranno i rifugiati con coperte e cibo? E che ne sarà di questi rifugiati nei prossimi giorni? Troveranno alloggio in un centro di accoglienza locale? O verranno prelevati dai famigerati caporali, che, sequestrando loro i documenti, li condanneranno al purgatorio delle campagne del Sud Italia? Raccoglieranno pomodori e angurie in Puglia o olive e agrumi in Sicilia? Intrappolati in una varietà di barracopoli e tendopoli, questi fuggitivi incontreranno mai un riferimento ad Antonio Gramsci, ad esempio, nei graffiti di strada o in una stazione radio gestita da Campagna de Lotta (così nel testo, ndT)? E se sì, cosa ne penseranno della “questione meridionale”?   The post I fantasmi di Antonio Gramsci first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I fantasmi di Antonio Gramsci sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 7, 2026
Popoff Quotidiano
Teatro d’evasione per Le Donne del Muro Alto
DA REBIBBIA AL TEATRO NAZIONALE, PER LA PRIMA VOLTA FUORI DAL CARCERE: IL 4 GIUGNO LE DETENUTE-ATTRICI PORTANO IN SCENA “DESDEMONA”  Per la prima volta nella storia del carcere femminile di Rebibbia, un gruppo di detenute varca i cancelli dell’istituto per salire sul palcoscenico del Teatro Nazionale. Il 4 giugno il Teatro dell’Opera di Roma presenta Desdemona – Studio I, spettacolo scritto e diretto da Francesca Tricarico, già rappresentato il 20 maggio all’interno della struttura penitenziaria, nell’ambito di un progetto promosso insieme all’Associazione Per Ananke con il sostegno della Chiesa Valdese, delle Officine di Teatro Sociale della Regione Lazio e di Fondazione Roma. Protagoniste sono Le Donne del Muro Alto, la compagnia composta da detenute-attrici che da anni partecipa ai laboratori teatrali coordinati da Tricarico. Clizia, Dorota, Irina, Maria e Lucia condividono la scena con le attrici Luana Basilico e Bruna Arceri e con due artiste del programma “Fabbrica” – Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma: il soprano Jessica Ricci e la pianista Elettra Aurora Pomponio. Le scene sono firmate da Sofia Sciamanna, le luci da Zofia Pinkiewicz, i costumi da Marina Sciarelli, realizzati dal Teatro dell’Opera di Roma, mentre le musiche originali sono di Gerardo Casiello. Lo spettacolo intreccia tre piani narrativi: la tragedia dell’Otello di Shakespeare, la partitura verdiana e la storia della Lady Juliana, la nave che alla fine del Settecento trasportò circa 250 donne deportate dall’Inghilterra alle colonie australiane. Teatro, opera e storia si fondono così in una riflessione sulla condanna, sulla sopravvivenza e sui meccanismi di esclusione che attraversano la condizione femminile. «È difficile accettare una Desdemona che diventa Otello – spiega Francesca Tricarico – ma è la stessa difficoltà che incontriamo quando non vogliamo confrontarci con la detenzione femminile e preferiamo vedere il reato anziché la persona. Non si tratta di giustificare, ma di comprendere: solo comprendendo le cause si può evitare che la storia si ripeta». Regista e ideatrice del progetto Le Donne del Muro Alto, Tricarico lavora dal 2013 all’interno della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia, dove ha sviluppato laboratori e produzioni teatrali nelle sezioni di Alta e Media Sicurezza, estendendo successivamente l’esperienza anche al carcere di Latina e alla sezione transgender di Rebibbia Nuovo Complesso. Nel suo percorso professionale figurano inoltre la collaborazione con i Fratelli Taviani per Cesare deve morire e quella con Mario Martone per il film Fuori. In Desdemona – Studio I l’Otello non appare mai in scena. La sua assenza diventa il centro del racconto, lasciando che sia Desdemona a farsi figura simbolica e politica. Attraverso di lei emergono le dinamiche di controllo, giudizio e disciplinamento che segnano la vita delle donne. La storia delle deportate della Lady Juliana e quella delle detenute contemporanee finiscono così per dialogare, mostrando come il linguaggio e le istituzioni abbiano spesso il potere di definire, classificare e trasformare le persone, ma anche come il teatro possa restituire loro una voce. The post Teatro d’evasione per Le Donne del Muro Alto first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Teatro d’evasione per Le Donne del Muro Alto sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
May 31, 2026
Popoff Quotidiano
La Resistenza ricordata dai giovanissimi di oggi
Al via la IV edizione di La Resistente – Festival della memoria e della Liberazione. Laboratori, visite guidate, proiezioni all’aperto Roma, 4–7 giugno 2026 Museo storico della Liberazione Via Tasso. A Roma, nel luogo simbolo della memoria della Resistenza, quest’anno prendono la parola le persone giovani. Dal 4 al 7 giugno 2026 torna La Resistente – Festival della memoria e della Liberazione, negli spazi del Museo storico della Liberazione di via Tasso, con una quarta edizione che segna un passaggio decisivo: affidare lo sguardo, il racconto e il dialogo a bambine, bambini e adolescenti. L’iniziativa è a firma del Museo storico della Liberazione, in collaborazione con A.G. Di Donato, sotto la direzione artistica di Susanna Nicchiarelli. Per la prima volta, le persone under 18 saranno parte attiva del festival: condurranno presentazioni editoriali, dialogheranno con i cast dei film in programma e accompagneranno il pubblico nelle visite guidate del Museo, in un percorso realizzato in collaborazione con Associazione Genitori Di Donato e con le scuole del territorio. La curatela di questa edizione è affidata alla regista Susanna Nicchiarelli, che, sottolineando il valore di una memoria intesa come spazio vivo e condiviso, da attraversare e interrogare continuamente, afferma “Ho scelto di affidare il Festival alle nuove generazioni perché la memoria è un terreno vivo da attraversare e interrogare. Le ragazze e i ragazzi sono parte attiva di questo processo, e il loro sguardo ci obbliga a porre domande nuove anche alle storie che pensiamo di conoscere.” Il programma si sviluppa nell’arco di quattro giornate tra incontri, presentazioni, proiezioni, visite guidate e momenti di approfondimento, mantenendo quella dimensione interdisciplinare che negli anni ha reso il Festival uno spazio riconosciuto di riflessione civile. Accanto alla ricerca storica e al racconto letterario, il linguaggio audiovisivo assume un ruolo centrale, come dispositivo capace di attivare immaginari e aprire domande. In questa direzione si inserisce la proiezione di C’è ancora domani di Paola Cortellesi, scelto per la sua capacità di parlare a un pubblico giovane attraverso un racconto accessibile e insieme profondamente politico. La scelta del film celebra inoltre una ricorrenza fondamentale: gli ottant’anni dal riconoscimento del diritto di voto alle donne in Italia, una conquista che, nel 1946, ha ridefinito l’idea stessa di cittadinanza e partecipazione.Accanto al film, la serie Fuochi d’artificio di Susanna Nicchiarelli amplia questo sguardo, proponendo una narrazione capace di intercettare il linguaggio e la sensibilità delle nuove generazioni e di riattivare, attraverso il racconto per immagini, una riflessione sulla guerra di Liberazione, sui diritti e sulla costruzione della cittadinanza. In entrambi i casi, la visione si trasforma in occasione di confronto: saranno le ragazze e i ragazzi coinvolti nel progetto a dialogare direttamente con i cast, aprendo uno spazio vivo di discussione e interpretazione. Particolarmente significativa è la scelta di affidare alle persone adolescenti la conduzione delle visite guidate del Museo storico della Liberazione: un gesto che trasforma il museo da luogo di conservazione a spazio attivo di trasmissione, in cui la memoria viene riletta, tradotta e restituita da chi oggi abita il presente. “In questo processo” continua Nicchiarelli “l’empatia diventa una leva centrale: quando le persone riescono a riconoscersi nelle storie, queste smettono di apparire lontane, e diventano materia viva. È in questo scarto che la memoria si trasforma in esperienza personale e condivisa. Affidando la parola alle nuove generazioni, il festival riconosce nelle ragazze e nei ragazzi non soltanto il pubblico di domani, ma soggetti culturali e politici del presente.” Tra gli appuntamenti, oltre alle visite guidate al Museo, presentazioni di libri curate da Rosaria Marracino, laboratori musicali con Anonima Frottolisti, workshop di scrittura creativa con Andrea Bouchard e una speciale passeggiata domenicale al Casino Giustiniani Massimo al Laterano. Gli eventi saranno distribuiti tra gli spazi interni ed esterni del museo e culmineranno nelle ore serali con proiezioni gratuite aperte alla cittadinanza alle quali saranno presenti attori e attrici protagonisti. “Nel luogo che testimonia e racconta la violenza dell’occupazione nazista e la lotta per la Liberazione, la memoria diventa, grazie al Festival, esperienza condivisa e attraversamento generazionale, capace di costruire un ponte e mettere in relazione passato e presente.” chiude il Professor Roberto Balzani, Presidente del Museo storico della Liberazione. Il programma completo del Festival sarà annunciato sul sito e sui canali social del museo. L’ identità visiva di questa edizione del festival è a cura di Luisa Montalto. Il Comitato organizzativo del Museo è costituito da: Prof. Roberto Balzani, Valerio Balzametti, Francesca Castano, Ilaria Colarossi, Chiara Leporati, Claudia Panzica, Barbara Piccolo Per info: www.museoliberazione.it ; festival@museoliberazione.it The post La Resistenza ricordata dai giovanissimi di oggi first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La Resistenza ricordata dai giovanissimi di oggi sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
May 31, 2026
Popoff Quotidiano