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Un viaggio nel tempo e nella storia. Maria Pace Ottieri in Benin
(disegno di sam3) “Se credi nell’invisibile, raddoppi il volume dell’esistenza, io li invidio gli africani, diceva Ulisse”. Maria Pace Ottieri La prima volta che siamo stati bianchi, di Maria Pace Ottieri, Sellerio, pubblicato nel 2026, ha la vestizione classica dell’editore palermitano: formato tascabile, copertina morbida, pagina snella. È rassicurante, come certi prodotti che abbiamo tra le mani da molti anni e sono diventati oggetti cari. Anche il nome della collana in cui è inserito – il divano – ci rassicura. Ma tutto ciò depista, perché mentre leggiamo, ci rendiamo conto di essere davanti a un libro col doppio fondo, cha parte da un viaggio, e dentro quel viaggio cadono una a una tutte le cose rassicuranti, mettendoci di fronte a interrogativi inediti, o forse dimenticati, evidenziando lo sfondo da cui emerge ciò che siamo oggi. Nel 1975, poco più che ventenne, l’autrice si ritrovò a far parte di una spedizione nel Dahomey, oggi Benin, per girare un film documentario sulla cultura vudu. Siamo nell’Africa Occidentale subsahariana, sul golfo di Guinea, stretti tra Togo a occidente e Nigeria a oriente. Un viaggio in un territorio che corrisponde a meno dell’un per cento di quello che noi da fuori, superficialmente, chiamiamo Africa. Questo libro è il resoconto di quelle settimane, dentro un paese in grande cambiamento dopo l’indipendenza dalla Francia, che nel 1960 prende il nome di Repubblica del Dahomey. Dopo un decennio caratterizzato da numerosi golpe e cambi di potere, Mathieu Kérékou, instaurò un regime di tipo marxista-leninista e nel 1975 il paese fu rinominato Repubblica Popolare del Benin. Forse l’arrivo di questo nuovo regime, spinge il re Aho René Glelé in persona, erede della monarchia decaduta e capo vodun, a invitare la troupe a documentare “la magia dell’Africa, le divinità, le medicine, i miti”. Un invito inaspettato, da chi contrastava il nuovo regime che vedeva nella religione vudun un retrogrado apparato a uso delle monarchie decadute. Il viaggio assume da subito un carattere epico, tra la ricerca di qualcosa di mai visto, di spettacolare, da mostrare in televisione, e il susseguirsi di una serie di ostacoli burocratici che aprono strade inaspettate: alternative e coraggiose. Un’esperienza rocambolesca di un manipolo di yovo (letteralmente: uomo bianco, europeo) alla ricerca di autenticità. Il libro descrive gli incontri con Aho, ultimo esponente della dinastia monarchica, avvolto in un alone di mistero; le feste danzanti, il sacrificio legato al culto degli antenati e l’incontro con una vodunsi: una delle numerose sorelle di Aho, attraversata dall’esperienza dell’invisibile, che svela la costruzione dell’altare di un vodun: “Ci vuole una stoffa pulita che copra una tavoletta, poi sopra ci metti tutto ciò che in natura possiede una qualche vibrazione: pietre, piante, foglie, una piccola zucca con l’acqua, un’altra zucca per la farina coi cereali, di miglio, di fagioli, di riso, così rinfreschi gli antenati e li nutri”. Il libro è una ricerca, ai limiti del tempo possibile, in un mondo in via di estinzione, o meglio, in via di trasformazione, con una religione ostacolata dalla nuova Repubblica, ma fortemente radicata nel passato impero del Dahomey, con la ferita aperta di quattro secoli di tratta degli schiavi. “L’atmosfera cupa e arcana del luogo – scrive Ottieri – ricordava a ogni passo l’odiosa piaga della schiavitù, ma non la si nominava mai, quattro secoli di abominio non avevano ancora trovato il loro posto nella memoria del paese, milioni di vite cancellate senza traccia […], ad Abomey tutto era riverbero di un’epoca di barbarico, purpureo splendore”. Un viaggio in Africa è molto di più che un viaggio. È un affaccio nell’inconscio dell’Occidente, un luogo – come suggerisce il titolo – dove il punto di vista è ribaltato. Un viaggio verso quella parte ancestrale che probabilmente ha richiesto all’autrice un allontanamento nel tempo e cinquant’anni di elaborazione. Ottieri torna in Benin all’inizio degli anni Novanta – quasi vent’anni dopo il viaggio del ’75 –, quando per la prima volta nel dibattito pubblico si parla apertamente dei quattro secoli di tratta degli schiavi e di un secolo di colonialismo, che hanno depresso buona parte dell’Africa. Dopo la caduta del regime marxista-leninista, il vodun “riemerge, come indispensabile culto dell’identità ancestrale, espressione di un’essenza primordiale africana perduta e da ritrovare tutti insieme. […] Sono gli anni in cui irrompe ovunque, sulla scena culturale e politica, la questione dell’identità; e poiché la carne dell’identità è la memoria, ecco che un’identità inquieta, discorde e conflittuale, tutta da ricomporre e reinventare, non può che richiamarsi alla memoria. Ma la memoria di chi?”, insiste l’autrice. Degli eredi di chi era deportato o di chi deportava? “Memoria privata e memoria storica si mescolano in un’intricata foresta di rimozione, vergogna, ricerca di riscatto, in cui le differenze tra le vittime e i carnefici appaiono sfocate, se non addirittura cancellate in nome dell’invenzione di una nuova comunità omogenea”. Le cerimonie del vudu sono state impacchettate a uso dei turisti e quindici anni dopo quella spedizione, molti dei suoi elementi costitutivi non sono riconoscibili. “Molti viaggiatori cercano illusione dell’autenticità”, ma “il vudu plasticamente si adatta”, rimane e si mostra, nella sua messa in scena, chissà se ancora nella parte autentica. Ma, come chiosa Ottieri, “forse l’autentico è, e può essere, solo nel desiderio dello sguardo di chi osserva”. Il viaggio della Ottieri assume il carattere di un viaggio nel tempo e la storia del Benin diventa emblematica di come si possa provare a raccontare una cultura, contraddittoria, oppressa, deturpata… ma viva, nonostante tutto. Questo libro mi pare che trovi la sua forma nel tentativo di costruire uno sfondo di conoscenza e di storia a favore di quelle donne e uomini, talvolta appena neonati, che raggiungono – o non raggiungono – le coste d’Europa, non più deportati con le pesanti catene della tratta atlantica, ma costretti a viaggi senza speranza dalla chiusura delle frontiere, dall’essere considerati fuorilegge per nascita e usati come arma di ricatto tra stati e merce di scambio. “Nella tratta degli schiavi convergono gli interessi delle classi dirigenti dei due continenti”, scrive l’autrice. Il potere cambia volto, ma non la sostanza. (daniele balzano)
September 3, 2026
Napoli MONiTOR
Il tramonto dei baby boomer, tra la morte di Guccini e l’Ulisse di Nolan
(disegno di escif) Francesco Guccini è morto il 6 agosto scorso, all’età di ottantasei anni, a Pavana, sull’Appennino tra la Toscana e l’Emilia Romagna. Senza dubbio Guccini è stato un punto di riferimento anche per la mia generazione, quella X, che con tanta sobrietà e fatalismo benpensante è stata definita “generazione dimenticata”, nel senso di poco appetibile economicamente e politicamente. Bontà loro. Ma la generazione di Guccini è stata quella prima, la sua stessa, quella dei baby boomer, dei “gloriosi trenta”, durante i quali per un attimo sembrò possibile a molti avere il “pane e le rose”. Mi piace dire baby boomer e non boomer, forse perché ho avuto un’infanzia, un’adolescenza e una giovinezza quasi interamente analogiche; forse perché sono cresciuto con i genitori e un ecosistema fortemente influenzato dai militanti del Pci; forse perché ho studiato storia e l’ho amata come disciplina, considerandola un elemento fondamentale per stare al mondo; forse perché vivo in un periodo storico in cui la storia è una disciplina disprezzata e la parola conserva una sua rispettabilità solo se riferita all’incontinenza comunicativa della sfera social; forse per questi, e altri motivi, ritengo che l’uso che si fa del termine boomer sia perfettamente in linea col general intellect dei giorni nostri: cioè una spanna oltre l’idiozia. Boomer è un cazzeggio in un mondo nel quale il cazzeggio è diventato la sola logica del senso. Baby boomer, invece, è un termine preciso, che sinteticamente ti dice quello che ti deve dire e cioè che dopo la carneficina della Seconda Guerra Mondiale, che era separata dalla carneficina della Prima Guerra Mondiale solo dalla più grande crisi economica della modernità, la demografia registrava un incremento delle nascite e della popolazione che arriverà fino ai primi anni Sessanta: un boom di bambini che seguiva i boom mortali della guerra mondiale. Guccini è stato, quindi, un riferimento soprattutto per la sua generazione, di cui ha condiviso la parabola ascendente e discendente. Lui e De André hanno costituito gli assi portanti di una narrazione generazionale che non ha precedenti e probabilmente non avrà epigoni. Sia lui che De André, per la verità, sono nati nel 1940, all’inizio della guerra e non subito dopo la sua fine, in questo senso simbolicamente rappresentano il passaggio da un mondo all’altro: dal mondo dei fascismi, del crack del ’29, della guerra e dell’Olocausto, al mondo del boom economico, della decolonizzazione, del ’68, delle grandi trasformazioni sociali e della convinta aspirazione alla rivoluzione. La rivoluzione come orizzonte, come riferimento, come generatore simbolico, come pretesto, come guarnizione e, in alcuni casi, come pratica. Questa generazione che aggrediva il potere perché vecchio e soffocante, che lo dileggiava, che voleva prenderlo, ma poi forse preferiva liberarsene, comportandosi come i bambini per i quali il cibo, nella fase in cui stanno imparando a mangiare da soli, prima che nutrimento, prima che valore, è gioco. Questa generazione ha guardato a Guccini e De André (non solo a loro certamente, ma forse nessun altro come loro due ha travalicato la dimensione corporea per diventare un’immagine oracolo) per sentir dire di sé ciò che non poteva dirsi da sola. La generazione X ha guardato a quella precedente in un modo del tutto simile a come i baby boomer guardavano ai partigiani, con un misto di senso di inferiorità, rispetto, desiderio di emulazione, risentimento per non aver fatto la rivoluzione e invidia per esserci andati tanto vicini. Nel fermento degli anni Novanta sembrava che anche questi “bamboccioni”, traditi dai loro predecessori ormai imborghesiti, fossero riusciti a trovare la loro rivoluzione globale… ma è stato un attimo. Sono rimasti un po’ di ragazzi morti, tante botte e la consapevolezza di aver perso il giro. Per loro, Guccini e De André erano i cantori di quello che, come generazione, non sarebbero mai riusciti a essere. È per questo che la morte di Guccini per un baby boomer e per una generazione X ha un peso e un senso completamente diversi. Per i cinquantenni di oggi Guccini e De André non sono mai stati vivi, ma sempre l’immagine del mondo dei padri e delle madri, l’immagine della nostalgia per quell’infanzia vissuta tra gioia e rivoluzione che poi è passata come tutte le fasi della vita, lasciando solo le canzoni, gli slogan e il vintage. Per i baby boomer, invece, la morte di Guccini è l’ennesima morte di uno di loro, che a differenza di De André non se n’è andato prematuramente ucciso da un tumore, ma è morto vecchio, come vecchi sono tutti loro. La morte di Guccini ci annuncia che i baby boomer stanno finendo per cause naturali e che quel mondo, la gioia e la rivoluzione, la lotta armata e non, il desiderio e la liberazione, finirà con loro. Rimarranno le canzoni, le immagini d’archivio e il vintage. I DUE ULISSE DEL CINEMA Quel mondo è finito e non è la morte di Guccini ad averne decretato la fine, e nemmeno il dato biologico. Quel mondo è stato ammazzato con un veleno lieve, propinato goccia a goccia per oltre trent’anni, ormai quasi quaranta. La caduta del muro di Berlino ha avuto la stessa funzione simbolica del Cavallo di Troia: sembrava un regalo, un gesto di pace, un momento di libertà e invece è stato l’inizio dello sterminio. La cosa più interessante del film di Nolan sull’Odissea è il modo in cui ha risignificato Ulisse, rendendo il suo personaggio incredibilmente corrispondente alla generazione dei baby boomer di oggi. Nel film di Nolan, Ulisse diviene il simbolo di una generazione che ha perso la strada di casa perché non è pronta a tornarci, perché ha su di sé la colpa di aver tradito se stessa. L’Ulisse del 2026 è la versione invecchiata e stanca di quello del 1954 interpretato da Kirk Douglas: dove quest’ultimo era sfrontato, irriverente, con un ghigno ironico perennemente stampato in faccia, quello di Matt Damon e corrucciato, triste, smarrito. Sono passati settantadue anni e si sentono tutti. Ulisse è invecchiato, i suoi sogni sono infranti, oggi è uno sconfitto e sa che il responsabile della sua sconfitta è lui stesso perché non ha saputo essere all’altezza della sfida che aveva lanciato alla storia. Entrato a Troia, l’Ulisse del ’54, getta a terra la statua di Poseidone; nelle sue peregrinazioni sfida e provoca gli dèi senza curarsi delle conseguenze che affliggono soprattutto i suoi compagni, che cadono uno a uno a causa delle sue trasgressioni, ma lui insiste, non arretra, gode della compagnia di Circe e di Nausicaa fino a quando non se ne sente appagato e si rimette in viaggio. L’Ulisse di Douglas parla di una giovane generazione di baby boomer che muove i suoi primi passi scoprendo libertà nuove in un mondo che voleva togliersi di dosso la puzza opprimente della morte; è la generazione delle prime culture giovanili ribelli, dedite all’omicidio simbolico del padre: un’immagine iconica della hybris dei baby boomer e l’“attentato del topless” subito da Adorno durante il ’68 tedesco, nel quale alcune studentesse mostrarono il seno allo sconcertato cofondatore della Scuola di Francoforte che in tutta risposta chiamò la polizia. La paura che avevano dei giovani i padri del pensiero critico, Horkheimer e Adorno, è l’indice più esplicito di come la violenza vitale di quella generazione ambisse a divorare la realtà. Nel 2026 l’Ulisse Matt Damon guarda rotolare sconvolto la testa della statua di Atena, che non è stato lui a tagliare, è disorientato dalla violenza e dalla brutalità che ha consentito si scatenasse grazie allo stratagemma che aveva ideato per violare le porte di Troia. Se la sua versione giovane si abbandonava alle avventure che lo portavano lontano dalla patria, a causa della collera di Poseidone, senza arretrare di un passo e con il piglio di chi vuole sperimentare le più disparate esperienze, la sua versione odierna tentenna indecisa e spaurita; non se lo dice, ma non vuole tornare a casa, forse pensa che tornando profanerebbe la sua stessa terra come aveva profanato quella di Troia fingendo un dono di pace, si sente maledetto e ha paura di portare con sé la sua maledizione, è sopraffatto dal senso di responsabilità che scaturisce dal senso di colpa, vuole salvare i suoi uomini, ma sa per certo di averli condannati a morte. Lui solo tornerà a casa ed è così che pagherà la sua colpa. Nel suo peregrinare si imbatte nell’isola dei lotofagi dove incontra Calipso, inizia a divorare fiori di loto come i baby boomer iniziarono a imbottirsi di eroina alla fine dei Settanta, per non pensare o rendere più sopportabile il peso di una inesorabile sconfitta. In settant’anni l’Ulisse Kirk Douglas diventa l’Ulisse Matt Damon; lo sfrontato, feroce, libero, si ritrova a obbedire ad Agamennone verso il quale non fa che ribadire la sua sottomissione, dal quale accetta una guerra pur sapendola sbagliata; lui che diffida delle credenze e delle ideologie dei suoi soldati, dei subalterni, non riesce a sottrarsi alla gerarchia “naturale” del potere. Se la hybris di Kirk Douglas lo portava ad aprirsi all’imprevedibile, quella di Matt Damon consiste nel negare che possa esserci altro da quello che c’è. Così la generazione dei baby boomer, quelli dell’assalto al cielo, del siamo realisti vogliamo l’impossibile, nello snodo drammatico del 1989, rinuncia all’orizzonte rivoluzionario per salvaguardare realisticamente quel benessere borghese che sente minacciato dal cambiamento del ciclo economico. Con la corsa al centro, il riformismo e i moderati, i baby boomer costruiscono un Cavallo di Troia fatto di “miglior mondo possibile”, di “capitalismo dal volto umano”, di riforme del mercato del lavoro, della previdenza, della scuola, della Costituzione, del sistema elettorale. Ma da quel cavallo di Troia non ci passa il miglior mondo possibile, ci passa il ritorno in grande stile del fascismo, della guerra, dello sfruttamento, del razzismo e del nazionalismo suprematista. Come nel film di Nolan, Ulisse scopre che sono gli Achei stessi, dopo la distruzione di Troia, il “popolo del mare” che arriverà a distruggere la propria stessa civiltà, così i baby boomer hanno finito per devastare quel mondo nuovo che avrebbero voluto costruire, hanno distrutto quella promessa di rivoluzione che era stata il segno più evidente della loro cultura. Guccini è morto. Quella storia è finita e i baby boomer un po’ alla volta lasciano il campo, più che altro per ragioni biologiche. Ma l’Ulisse Matt Damon scopre comunque una possibilità, decide di tornare a Itaca solo quando si assume la responsabilità del suo fallimento, e dopo aver opportunamente massacrato i proci sceglie l’esilio, lascia spazio al figlio e a un mondo nuovo tutto da farsi. E non importa che Ulisse e Penelope predicano che si ripeteranno gli errori del passato; con Nietzsche, infatti, potremmo dire che dimenticare è necessario perché possa esserci un futuro, perché possa esserci storia e perché possa esserci vita. Lo sa bene la “generazione dimenticata”, cresciuta nel culto dei padri e delle madri, e ridotta all’insignificanza; lo sanno bene i fascisti, che hanno dichiarato guerra agli adolescenti. L’esilio è la condizione preliminare perché ci sia la possibilità di un mondo nuovo. Guccini è morto e il mondo dei baby boomer è finito, ma quando e se la generazione Z troverà il modo per vedere se stessa oltre la brutale repressione con la quale questo vecchio mondo vorrebbe neutralizzarla, se riuscirà a tirarsi dietro gli adolescenti di oggi assurti a nemico pubblico numero uno del decoro borghese, allora può darsi che si aprirà un nuovo orizzonte, allora può darsi che si vedrà ancora in lontananza arrivare quel mostro strano, con un potere tremendo, che divora la pianura lanciato a bomba contro l’ingiustizia. Con amore, a tutti i baby boomer. (emiliano schember)
August 31, 2026
Napoli MONiTOR
Cardini: basta insegnare solo l’Occidente
Non è lontano il tempo – manca ormai una manciata di settimane – nel quale ricomincerà la scuola: e con essa forse il tormentone della “riforma dell’insegnamento” della Storia avanzata mesi fa dal ministro Valditara con l’invito a tornare a mettere al centro del lavoro scolastico la storia dell’Italia. Al […] L'articolo Cardini: basta insegnare solo l’Occidente su Contropiano.
August 26, 2026
Contropiano
La storia non ha ancora finito di parlare
LE STRAGI NAZIFASCISTE SULLE APUANE, 82 ANNI DOPO ESCE UN TESTO DI MARCO DE PAOLIS E PAOLO PEZZINO SU UNA DELLE PAGINE PIÙ DRAMMATICHE DELLA GUERRA NELL’ITALIA OCCUPATA Con Le stragi sulle Apuane. Bardine di San Terenzo, Valla, Vinca. Il processo, la storia, i documenti, pubblicato da Viella nel 2026 nella collana I processi per i crimini di guerra tedeschi in Italia, Marco De Paolis e Paolo Pezzino tornano su una delle pagine più drammatiche della guerra nell’Italia occupata. Il volume, 180 pagine, affronta gli eccidi di Bardine di San Terenzo, Valla e Vinca intrecciando tre prospettive che raramente vengono tenute insieme con altrettanta efficacia: la ricostruzione storica, la vicenda giudiziaria e la documentazione processuale. È proprio questo intreccio a costituire la cifra più interessante del libro: la strage non viene considerata come un episodio concluso nell’agosto 1944, ma come un evento destinato a produrre una lunga scia di conseguenze nella memoria, nelle indagini e nella ricerca della responsabilità. Il saggio di Paolo Pezzino ricostruisce gli eventi collocandoli nel contesto della progressiva radicalizzazione della guerra antipartigiana nell’estate del 1944. Le Apuane e la Lunigiana, con il rafforzarsi della Resistenza e l’avvicinarsi del fronte, assunsero un’importanza strategica crescente. La repressione tedesca finì così per investire non soltanto le formazioni partigiane, ma le stesse comunità civili, considerate parte dell’ambiente che offriva sostegno alla Resistenza. Uno dei meriti principali di Pezzino consiste tuttavia nel non trasformare questo quadro in una spiegazione semplicistica della violenza. La presenza partigiana è un elemento indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi, ma non diventa mai una giustificazione delle stragi. La violenza viene invece ricondotta all’interazione fra strategia militare tedesca, ideologia persecutoria, controllo del territorio, prossimità del fronte, attività partigiana e radicalizzazione delle operazioni di rastrellamento. La ricostruzione degli episodi di Bardine, San Terenzo e Valla mostra progressivamente il salto qualitativo della repressione. A Bardine, dopo l’attacco partigiano del 17 agosto, 53 uomini catturati a Sant’Anna di Stazzema e detenuti a Nozzano Castello furono trasportati sul luogo e fucilati il 19 agosto. I cadaveri vennero lasciati deliberatamente esposti, alcuni legati alla carcassa di un automezzo tedesco, altri ad alberi e pali dei vigneti: una violenza pensata anche come messaggio rivolto alla popolazione. Nella stessa giornata la repressione colpì San Terenzo e Valla, dove oltre cento civili, soprattutto donne, anziani e bambini, furono uccisi. È proprio nella sequenza di questi episodi che il libro permette di cogliere il passaggio dalla rappresaglia alla violenza indiscriminata contro le comunità civili. A Vinca questo processo raggiunse una dimensione ancora più ampia. Dopo l’uccisione di un ufficiale tedesco lungo la strada tra Monzone e Vinca, le autorità tedesche predisposero una vasta operazione di Säuberung, una vera e propria “ripulitura” del territorio. Il 24 agosto le truppe circondarono il paese; molti uomini erano già fuggiti nei boschi e a rimanere esposti alla violenza furono soprattutto donne, anziani e bambini. Il rastrellamento proseguì nei giorni successivi, estendendosi alle montagne, alle grotte e agli anfratti in cui i civili avevano cercato rifugio. La ricostruzione di Pezzino, in accordo con i dati dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, individua in 162 le vittime di Vinca, all’interno di un’operazione che interessò un territorio molto più vasto. Uno degli aspetti più importanti del volume riguarda però il ruolo degli italiani. A Vinca la violenza non fu infatti esclusivamente tedesca: parteciparono all’operazione uomini della Brigata Nera di Carrara, i “Mai Morti”, e membri della Guardia Nazionale Repubblicana. La questione non è marginale, perché obbliga a fare i conti con la natura propriamente nazifascista dell’eccidio. Le diverse testimonianze raccolte nel libro divergono sul grado di autonomia con cui la Brigata Nera aderì all’operazione, ma non mettono in discussione la sua partecipazione. La documentazione processuale consente così di superare una rappresentazione degli italiani come semplici comparse o ausiliari della repressione tedesca: essi furono, in diversi casi, protagonisti attivi della violenza contro i civili. È qui che il contributo di Marco De Paolis acquista particolare rilievo. La sua ricostruzione giudiziaria allarga lo sguardo dalle figure dei comandanti ai numerosi uomini che contribuirono concretamente alla realizzazione delle operazioni criminali. La vicenda di Walter Reder rimane naturalmente centrale, ma il libro mostra quanto sia insufficiente concentrare tutta la responsabilità sulla figura del comandante. La violenza fu infatti il risultato di una macchina repressiva nella quale intervennero diversi livelli di comando, organizzazione, collaborazione ed esecuzione. Individuare le responsabilità individuali significa dunque non soltanto stabilire chi debba essere giudicato, ma comprendere come concretamente funzionò quella macchina. La storia giudiziaria raccontata da De Paolis è, a sua volta, una storia di tempi lunghissimi. Dal processo contro il generale Max Simon nel 1947 si passa al processo contro gli uomini della Brigata Nera a Perugia nel 1950 e a quello contro Walter Reder a Bologna nel 1951, fino alla riapertura delle indagini molti decenni dopo, culminata nei procedimenti del Tribunale Militare di La Spezia e del Tribunale Militare di Roma. Più di mezzo secolo separa dunque il crimine dall’ultima stagione investigativa. È proprio questa distanza temporale a porre una delle domande più difficili affrontate dal libro: che cosa significa fare giustizia quando sono trascorsi decenni dal crimine? La risposta non può essere soltanto giudiziaria. La riapertura delle indagini dimostra infatti che il processo può diventare anche uno strumento di produzione di conoscenza: il recupero dei documenti, la rilettura delle testimonianze e l’individuazione di nuove responsabilità permettono di illuminare aspetti che i procedimenti dell’immediato dopoguerra non avevano potuto o voluto approfondire. La lunga vicenda processuale assume allora un significato che va oltre l’accertamento delle responsabilità penali. I processi celebrati a distanza di decenni dagli eccidi rappresentano, per le vittime e soprattutto per i loro familiari, una forma di giustizia tardiva, arrivata quando molti dei protagonisti erano ormai scomparsi, ma non per questo priva di significato. Il tempo trascorso non cancella infatti la violenza subita, né elimina il diritto delle famiglie a conoscere ciò che accadde ai propri cari e a vedere riconosciute le responsabilità di chi partecipò agli eccidi. In questo senso, la storia giudiziaria delle stragi sulle Apuane mostra una particolare forma di “giustizia tardiva”: tardiva perché giunge oltre mezzo secolo dopo i fatti, ma ancora necessaria perché il tempo può attenuare le tracce del crimine, non necessariamente il dolore di chi lo ha ereditato. Il dolore, in questo senso, non va in prescrizione, afferma De Paolis. I processi diventano così anche luoghi della memoria: attraverso documenti, testimonianze e responsabilità individuali, restituiscono un nome e una dimensione pubblica a vicende che per decenni hanno rischiato di rimanere confinate nella memoria privata delle famiglie. In questo percorso si inserisce inevitabilmente la questione dell’“armadio della vergogna”. L’occultamento dei fascicoli sui crimini di guerra commessi durante l’occupazione tedesca ebbe conseguenze profonde sulla possibilità di perseguire tempestivamente i responsabili. Nel caso di Vinca e San Terenzo Monti, il ritardo dell’accertamento giudiziario si tradusse in decenni di attesa per le famiglie delle vittime. La storia della giustizia diventa così parte integrante della storia della strage: anche il silenzio istituzionale, l’occultamento dei documenti e la tardiva riapertura delle indagini devono essere considerati elementi da spiegare. Altrettanto importante è il rapporto fra memoria e storia. Le testimonianze raccolte nel corso degli anni restituiscono una memoria locale tutt’altro che uniforme, attraversata da ricordi differenti e talvolta contraddittori. Pezzino non utilizza queste testimonianze come semplici conferme della ricostruzione documentaria, ma le sottopone alla critica storica, considerandole anche come tracce della sedimentazione del trauma e della memoria collettiva. È una scelta metodologica importante: rispettare la memoria dei sopravvissuti non significa rinunciare alla verifica delle fonti. Al contrario, sono proprio le contraddizioni e le divergenze a diventare materia della ricerca. Ne deriva una concezione della storia della strage molto più complessa di quella suggerita da una cronologia essenziale di date, luoghi e vittime. Per comprendere Bardine, Valla e Vinca bisogna ricostruire il contesto militare, le modalità dei rastrellamenti, la composizione dei reparti, le responsabilità dei comandanti e degli esecutori, le esperienze dei civili, la memoria dei sopravvissuti e il lungo percorso della giustizia. La sezione documentaria conclusiva, con una selezione degli atti processuali, rafforza questa impostazione e offre al lettore la possibilità di confrontarsi direttamente con alcune delle fonti sulle quali si fonda la ricostruzione. È probabilmente questo il principale merito di Le stragi sulle Apuane: non separare la storia dalla giustizia e la giustizia dalla memoria, ma mostrare come queste tre dimensioni si illuminino reciprocamente. Lo storico ricostruisce contesti e dinamiche; il giudice accerta responsabilità individuali sulla base delle prove e delle norme; le testimonianze conservano l’esperienza di chi ha vissuto il trauma. Nessuna di queste prospettive, da sola, è sufficiente a restituire la complessità di una strage. Il libro di De Paolis e Pezzino ricorda così che una strage non finisce quando cessano gli spari. Dopo l’estate del 1944 vengono il tempo della memoria, quello dell’oblio, quello della ricerca e, infine, quello della giustizia. Le stragi sulle Apuane non è quindi soltanto la ricostruzione di tre eccidi: è anche un’indagine sulla lunga durata del crimine, della memoria e della responsabilità, e sulla possibilità, anche a distanza di oltre ottant’anni, di tornare sui documenti per restituire alle vittime una storia che non sia stata cancellata dal tempo. The post La storia non ha ancora finito di parlare first appeared on Popoff Quotidiano. 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August 15, 2026
Popoff Quotidiano
Il cronista e l’AI. Un corpo a corpo
MENTRE L’IA DIVENTA SEMPRE PIÙ CAPACE, CHE COSA CONVIENE CONTINUARE A FARE CON LA NOSTRA TESTA? E QUANTO POSSIAMO DELEGARLE SENZA CAMBIARE ANCHE NOI? RILANCIAMO VOLENTIERI QUESTO PEZZO CON CUI MARCO D’AURIA INAUGURA UN FILONE SU OPEN ITALY, IL SUO BLOG SU SUBSTACK Ammazza quanto sono bravo. È la prima cosa che ho pensato quando, un paio di settimane dopo il lancio, ho cominciato a spippolare con ChatGPT. Qualsiasi cosa scrivessi, la trasformava in testi chiari, ordinati. Plasticosi, spesso, a volte un po’ vuoti. Ma con le versioni successive sempre meglio, perfino brillanti. Certe frasi dicevano esattamente quello che avrei voluto dire, a volte rendevano più efficaci i concetti che volevo esprimere. C’erano collegamenti che mi sembravano intelligenti, conclusioni convincenti, parole che sentivo mie. Non sempre, però. Ma alla fine il testo, con un bel po’ di lavoro di rifinitura, funzionava. E, siccome filava, una parte di me se ne attribuiva il merito. Poi mi sono fatto una domanda: quanto di quella “intelligenza” era davvero mia? Avevo fornito il tema, indicato una direzione, corretto e ricorretto frasi, eliminato le esagerazioni, gli AI sounding, scelto la versione finale. Ma i passaggi migliori? Il collegamento al quale non avevo pensato? La formulazione capace di tenere insieme due idee che nella mia testa non erano ancora collegate? Quelle intuizioni sagaci erano mie perché le avevo approvate oppure appartenevano all’IA che me le aveva proposte? Ancora non riesco a capire dove passa il confine: tra quello che penso io e quello che mi sembra mio quando me lo ritrovo formulato bene da qualcun altro. Succede anche fuori da ChatGPT. C’è chi riesce a dire così bene qualcosa che avevi già in testa che finisci per riconoscerti nelle sue parole. E magari lo voti, compri il suo libro o cominci a considerarlo un punto di riferimento. L’intelligenza artificiale rende facilmente accessibile una capacità espressiva che fino a poco tempo fa presupponeva, almeno in parte, comprensione, cultura, dimestichezza con la scrittura e lavoro di elaborazione. Oggi si può produrre in pochi secondi una lettera impeccabile o una presentazione autorevole, e con la stessa facilità un post brillante o un curriculum perfetto. Anche un articolo che può avere le sembianze di un buon articolo. Poi scopri che quel conoscente che finora sui social ha pubblicato solo le foto delle vacanze e delle cene al ristorante figo adesso discetta di delicate questioni di politica estera. Con testi plausibili, ben scritti, ma un po’ vuoti. E, conoscendolo, sai che da solo non sarebbe in grado di sostenerli. Perché ha scoperto che si può ottenere un testo complesso senza essere capaci di ricostruirne fino in fondo il ragionamento. Che magari non saprebbe difenderlo in una discussione. Che potrebbe non accorgersi di un errore concettuale se nessuno glielo facesse notare e firmare un ragionamento convincente senza avere gli strumenti per stabilire quanto valga. Con l’IA possiamo fare un figurone anche su cose che non padroneggiamo davvero. E il primo a cascarci può essere proprio chi firma. Se vuoi seguire questo viaggio dentro quello che l’IA sta facendo a noi, iscriviti a Open Italy. È gratis. Il rischio? Se il testo viene bene, ce ne attribuiamo il merito. E se ChatGPT prende una tua frase ancora confusa e la rende brillante, è facile convincersi che fosse già tutto nella nostra testa. Qualche volta è vero: abbiamo effettivamente un’ottima idea. Ed è anche uno degli aspetti più interessanti dell’intelligenza artificiale. Una persona può avere un’esperienza importante, un’intuizione originale, perfino una visione molto lucida di un problema, e non avere gli strumenti linguistici per esprimerla. L’IA può aiutarla a colmare quella lacuna. Può permettere a chi non sa scrivere bene di dire finalmente bene qualcosa che ha davvero pensato. Sarebbe assurdo considerarlo un impoverimento. È difficile – e questo è forse il cuore del problema – capire se l’intelligenza artificiale ha dato forma a un mio pensiero originale oppure se quel pensiero me l’ha fornito lei. Nel mio caso la risposta è ancora più complicata, perché con l’intelligenza artificiale ci faccio a lotta. Spesso impiego più tempo a correggere le sue risposte di quanto ne avrei impiegato a scrivere da solo. Sono soddisfatto raramente. Le faccio riscrivere una frase e poi le dico che la nuova versione è peggiore. Le segnalo le ripetizioni, le formule prevedibili, le opposizioni costruite per sembrare incisive, e tolgo le parole astratte in cerca del fatto concreto, cambiando il ritmo. Una frase può essere formalmente corretta e continuare a non piacermi. A volte la discussione diventa surreale. ChatGPT mi dà ragione, si scusa, assicura di avere capito e due risposte dopo ricade nello stesso difetto. Faccio il giornalista. Per me scegliere una parola o controllare un nesso non è una rifinitura. Neppure capire se una frase aggiunge qualcosa. È l’essenza del mio lavoro. Un testo può essere scritto benissimo e avere dentro pochissimo. E questo succedeva già molto prima dell’intelligenza artificiale. L’esperienza professionale mi permette almeno di difendermi da alcune cose. Mi accorgo quando una frase non mi appartiene o quando un’affermazione è troppo sicura rispetto ai fatti disponibili; lo stesso vale per un collegamento che non regge. Riconosco molte formulazioni standard dell’IA appena le leggo. Eppure sarebbe falso sostenere che l’IA si limiti a sistemare quello che avevo già pensato. A volte propone un collegamento che non avevo visto. Apre una strada. Formula una domanda migliore della mia. Mette in relazione una riflessione ancora abbozzata con qualcosa che conosco ma che in quel momento non avevo richiamato. Posso controllare quel suggerimento, svilupparlo o buttarlo via. Resta il fatto che, prima che comparisse sullo schermo, non ci avevo pensato. Il momento in cui mi sento davvero autore, però, è spesso quello in cui una sua proposta la scarto. ChatGPT può trovare una frase migliore della mia, ma dentro quella frase infilare una conclusione che io non avrei tratto o una certezza che non ho. A chi appartiene, allora, l’idea? La domanda non nasce con ChatGPT. Le idee arrivano dai libri, dalle persone con cui parliamo, da un’osservazione ascoltata per caso. Nessuno pensa nel vuoto. Una frase di un amico può diventare l’inizio di un lavoro molto personale. Un libro, un articolo o un’esperienza possono farci vedere qualcosa che avevamo sotto gli occhi da anni. Con l’intelligenza artificiale, però, basta una domanda per ricevere una formulazione già pronta, spesso molto convincente, e incorporarla nel nostro ragionamento quasi senza accorgerci del momento in cui è entrata. Potremmo chiamarla “intelligenza in prestito”. La prova dell’intelligenza in prestito Chiudi ChatGPT e prova a spiegare l’idea senza riaprire la chat. Se qualcuno la contesta o salta fuori un fatto che la smentisce, riesci a discuterla e magari a cambiarla? Se no, forse quell’idea è ancora in prestito. Perché c’è una grande differenza tra usare l’intelligenza artificiale per sviluppare un pensiero nostro e adottare un pensiero che ci convince soprattutto perché ChatGPT l’ha formulato bene. E non succede solo quando scriviamo. Se chiedo a ChatGPT di aiutarmi a capire una guerra o una scelta politica, le sue risposte orientano il modo in cui guardo il mondo. Mi è capitato con una crisi internazionale che seguivo distrattamente. Ho chiesto a ChatGPT di ricostruirmi cause e responsabilità, poi ho controllato le fonti, come faccio sempre. I fatti tornavano. Ma a un certo punto mi sono accorto che avevo adottato anche il modo in cui ChatGPT li aveva messi insieme: quali fatti venivano prima, quali sembravano più importanti, da dove partire per spiegare quello che stava succedendo. Insomma, avevo verificato le informazioni, ma la lettura del problema me l’aveva già suggerita l’IA. La domanda allora è: quanto sono mie le idee con cui giudico ciò che succede? Qui c’è di mezzo l’autonomia. E se quelle idee contribuiscono a formare le nostre scelte pubbliche, anche la cittadinanza. Si dice spesso che con l’intelligenza artificiale bisogna imparare a fare le domande giuste. È vero. Ma una buona domanda non coincide con un buon prompt. Per fare una domanda interessante bisogna prima accorgersi che esiste un problema, sapere abbastanza dell’argomento per vedere quello che manca, capire quali presupposti diamo per scontati e riconoscere quando una spiegazione è troppo facile. Una domanda può essere tecnicamente impeccabile e intellettualmente povera. Poi bisogna saper leggere la risposta. Per anni – questo è il paradosso – abbiamo spiegato ai ragazzi che con Filosofia e Lettere sarebbe stato difficile trovare lavoro, mentre il futuro apparteneva agli informatici. Adesso arriva un’intelligenza artificiale che scrive, traduce, programma, riassume e mette insieme informazioni a una velocità impossibile per un essere umano. E improvvisamente il problema non è più soltanto saper fare. È capire se quello che è stato fatto ha senso. E allora sì: su questo terreno il laureato in Filosofia o in Lettere può battere l’informatico quattro a zero, e non c’è partita. Se hai passato anni a leggere, discutere, distinguere concetti, ricostruire un ragionamento, riconoscere una citazione travestita da idea nuova, accorgerti che una parola è usata male o che manca un pezzo di storia, hai esattamente gli strumenti che servono davanti a un sistema capace di produrre risposte molto convincenti. Più l’intelligenza artificiale diventa brava a rispondere, più diventa importante sapere se la risposta vale qualcosa. Una laurea umanistica, naturalmente, non immunizza dalle sciocchezze. Ma senza una cultura con cui confrontare la risposta dell’IA è più difficile capire il valore di una risposta. Altrimenti rischiamo di giudicare tutto soprattutto da come suona. Per questo fenomeno esiste ormai anche un nome: epistemia. Nel significato legato all’intelligenza artificiale, il termine è stato introdotto nel 2025 da Edoardo Loru, Jacopo Nudo, Niccolò Di Marco e altri ricercatori del gruppo coordinato da Walter Quattrociocchi. In uno studio pubblicato su PNAS hanno chiesto a sei grandi modelli linguistici di valutare l’affidabilità e l’orientamento politico di oltre duemila siti di informazione e hanno confrontato i risultati con quelli di valutatori esperti e di persone coinvolte in un esperimento. Spesso i modelli arrivavano a conclusioni simili a quelle degli esperti. La conclusione, però, poteva essere giusta anche perché il sistema riconosceva parole, formule e altri segnali che aveva imparato ad associare a una fonte affidabile, senza valutarla come farebbe una persona competente. È come giudicare un ristorante senza aver mangiato. Guardi l’ingresso, il menu, il modo in cui sono scritti i piatti, magari perfino il quartiere. Sono segnali che associ a un certo livello di qualità. E magari ci prendi. Ma non hai giudicato il cibo: hai giudicato ciò che di solito accompagna un buon ristorante. Gli autori chiamano epistemia l’illusione di conoscenza che nasce quando una risposta plausibile prende il posto della verifica. Va fatta però una distinzione: lo studio riguarda il modo in cui i modelli valutano una fonte, non quello che succede a noi quando leggiamo una risposta di ChatGPT. Ma io mi chiedo: se una risposta suona bene e arriva alla conclusione giusta, quanto siamo ancora portati a chiederci come sia stata ottenuta? E se quella risposta l’abbiamo chiesta noi, quanto è facile scambiare la sua qualità per nostra? Lo confermano anche i dati di alcune riviste scientifiche: con l’intelligenza artificiale produciamo di più. Non necessariamente meglio. A un certo punto mi sono accorto che ChatGPT stava lasciando qualche traccia anche nel mio modo di scrivere. All’inizio riconoscevo subito certi suoi tic proprio perché non mi appartenevano. Leggevo una costruzione e pensavo: questa non la scriverei mai. Poi ho passato ore davanti a quei testi, a correggerli e farli riscrivere, ma intanto continuavo a leggerli. Finché mi sono sorpreso a usare da solo una locuzione che qualche tempo prima avrei attribuito immediatamente all’IA. Non la stavo copiando e ChatGPT non era nemmeno aperto. Mi era entrata in testa. È normale: impariamo anche per esposizione. Il linguaggio degli altri modifica il nostro. Leggere Hemingway, Flaiano o il tuo quotidiano preferito per anni lascia inevitabilmente qualcosa nella scrittura. E ChatGPT lo usano ogni giorno milioni di persone. Quindi: se passiamo ore a leggere testi scritti dall’IA, alla fine finiamo anche noi per scrivere come lei? Qualche indizio, però, c’è. Viene da Your Brain on ChatGPT, uno studio di Nataliya Kosmyna e altri ricercatori legati al MIT Media Lab. Ha coinvolto 54 persone: un gruppo scriveva usando ChatGPT, uno poteva usare un motore di ricerca, un terzo doveva fare tutto da solo. Durante il lavoro i ricercatori misuravano anche l’attività cerebrale. Nel compito di scrittura, il gruppo che usava l’intelligenza artificiale mostrava una connettività cerebrale complessivamente più debole, ricordava peggio quello che aveva appena scritto e sentiva meno proprio il testo prodotto. Lo studio è ancora un preprint, quindi questi risultati vanno presi con cautela. Alla quarta prova hanno partecipato in tutto soltanto 18 persone, quindi servono conferme su numeri più grandi. Ma nel gruppo che aveva usato ChatGPT e poi ha scritto senza alcun aiuto continuavano a comparire parole e costruzioni già usate nelle sessioni precedenti con l’IA. La macchina tace. Ma intanto ci ritroviamo le sue parole in bocca. Se questo effetto esiste, allora l’IA lascia tracce anche nei testi che scriviamo senza usarla. E il risultato può essere persino una buona scrittura: testi ben fatti, perfettamente presentabili, che però finiscono per assomigliarsi sempre di più. Uno stile personale non è sempre pulito. A volte lo riconosci proprio da una frase un po’ storta che un buon editor sistemerebbe e che invece, proprio così, appartiene a chi l’ha scritta. Se usiamo sempre l’IA come editor, finiamo per farci correggere anche quella. Scrivere non significa semplicemente mettere sulla pagina un pensiero già completo. L’IA tende a sistemare subito quello che nel testo non torna. Se manca un passaggio, ne propone uno; se una conclusione non arriva, te ne offre una. È comodo. Ma a volte quel punto irrisolto è lì perché non abbiamo ancora capito bene che cosa vogliamo dire. A chi non è capitato di capire meglio qualcosa proprio mentre provava a scriverla? Una frase che non viene può voler dire che l’idea non è ancora a fuoco. Ci torni sopra, cambi una parola, provi a rimettere in ordine il ragionamento e, facendo quello sforzo, capisci meglio anche che cosa stai cercando di dire. Quella fatica è parte del lavoro di capire. Se l’IA ci dà subito la frase che mancava o la conclusione che non riuscivamo a trovare, possiamo superare quel punto senza aver capito davvero che cosa ci stava bloccando. Risparmiamo tempo, certo. Ma qualche volta saltiamo proprio lo sforzo che ci avrebbe fatto capire qualcosa in più. Tornare alla macchina da scrivere o rifiutare l’intelligenza artificiale sarebbe ridicolo, oltre che incoerente con il modo in cui lavoro io. Dovremo però imparare a decidere anche quando usarla. In certi momenti può essere straordinariamente utile averla accanto. In altri può valere la pena provare prima a scrivere, cancellare, cercare il collegamento che non arriva, lasciando per un po’ irrisolto un problema invece di ottenere immediatamente una risposta plausibile. Resta la domanda da cui sono partito: quanto dell’intelligenza che vediamo in un testo appartiene davvero a chi lo firma? Un confine preciso, credo, non lo troveremo. Probabilmente cambierà anche il significato della parola autore. Il valore di un lavoro non dipenderà necessariamente dall’avere digitato personalmente ogni frase. Potrà stare soprattutto nel giudizio: nelle domande che facciamo, in quello che accettiamo o rifiutiamo delle risposte, nelle verifiche che siamo capaci di fare. Ma per giudicare bisogna avere un criterio proprio, e quel criterio si costruisce con ciò che sappiamo e con l’esperienza. L’IA può farci sembrare competenti senza che lo siamo davvero. Il rischio è che a un certo punto ci crediamo anche noi. Finché sappiamo che quell’intelligenza è in prestito, possiamo usarla, imparare da essa e magari trasformarla in qualcosa di nostro. La competenza importante, leggendo un articolo, sarà ancora quella che era prima di ChatGPT: capire se quelle pagine ci fanno comprendere qualcosa che prima non avevamo capito e se chi le firma è in grado di assumersi la responsabilità di ciò che dicono. Chissà se un giorno faremo con gli articoli quello che già facciamo con il cibo. Leggeremo l’etichetta e controlleremo gli ingredienti, cercando di capire quanto il prodotto sia stato lavorato. Pezzo scritto a mano. Pezzo scritto con l’IA. E, per quelli peggiori, pezzo ultraprocessato. E QUESTO ARTICOLO, SECONDO VOI, È FATTO A MANO, CON L’AIUTO DELL’IA OPPURE ULTRAPROCESSATO? Questo progetto vive grazie al tempo, all’attenzione di chi legge — e a un bel po’ di lavoro dietro le quinte. Se ti piace il modo in cui racconto l’Italia, puoi sostenerlo con un contributo libero, per tenerlo aperto e accessibile a tutti. Clicca qui per sostenere il progetto  The post Il cronista e l’AI. Un corpo a corpo first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Il cronista e l’AI. Un corpo a corpo sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
August 11, 2026
Popoff Quotidiano
“Non vi sembra strano?” L’irresistibile fascino delle teorie del complotto
LA SCONFITTA DELL’ARGENTINA AI MONDIALI HA DATO ORIGINE A TEORIE DEL COMPLOTTO CHE NASCONO PER INDIVIDUARE SCHEMI CHE DIANO UN SENSO A UN MONDO INCERTO Pablo Elorduy per El Salto 105° minuto. L’attaccante spagnolo non posiziona bene il corpo e la palla finisce pochi centimetri sopra la traversa. Dopo un paio di occasioni minori, la finale dei Mondiali arriva ai rigori. L’Argentina vince la sua quarta Coppa del Mondo. La Spagna è triste. Nelle ore successive si parla di «rapina» e «furto» sportivo. Si ricorda un gol che non è stato convalidato per un leggero fallo di piede, si denunciano le decisioni a favore dell’avversario, si tirano fuori immagini di mondiali passati: il gol non concesso in Corea del Sud, la gomitata sul naso di un centrocampista. Lo sconforto, trasformato in rabbia, ha bisogno di una dose più forte di emozione; nei giorni successivi, l’Instagram degli appassionati di calcio spagnoli — e di molti che non sono né spagnoli né appassionati di calcio — si riempie di versioni elaboratissime della stessa idea di furto. Gli influencer, gli youtuber, chi monetizza le fake news guadagnano «like» aggiungendo commenti del tipo: «non ti sembra strano?» e «non sapremo mai la verità» a un tripudio di congetture tra cui compaiono Israele, il silenzio di Javier Milei di fronte alla nuova ondata di estrazione petrolifera nelle Falkland come pagamento per i Mondiali, l’accordo faustiano tra il presidente della Fifa e il miglior giocatore dell’Argentina; l’accordo faustiano tra Donald Trump e proprio Milei; il castigo Maga alla Spagna woke; l’arte maldestra del mercato internazionale dei pronostici. E’ il golden gol della teoria della cospirazione: alla Spagna avrebbero rubato il Mondiale. Non è successo nulla di tutto ciò, lo sapete bene. Il 19 luglio, l’attaccante spagnolo si è posizionato bene. La palla è entrata. L’Argentina ha perso. Il calcio, un gioco fondato su un numero limitato di riflessi e reazioni condizionate in un determinato lasso di tempo, ha un contesto che non è mai estraneo alla politica, il che permette interpretazioni che spaziano dal materialismo alla filosofia, la rivendicazione di un’infanzia perduta e, naturalmente, l’eco di connessioni inaspettate e l’individuazione di schemi proprio là dove tutto sembra caos. A questo punto avrete già sentito le congetture su cui si basa il contenuto di decine di influencer e giornalisti argentini. L’FBI stava per arrestare il presidente dell’Associazione Calcistica Argentina (AFA) e i giocatori ne erano a conoscenza. I giocatori hanno lasciato che la squadra perdesse perché, a seguito della loro coraggiosa rivendicazione delle Malvinas come territorio argentino, la FIFA aveva minacciato di espellere la nazionale dalle competizioni internazionali per i successivi dieci anni. La scelta era tra perdere o rinunciare a partecipare ai prossimi due mondiali. Il presidente della FIFA aveva bisogno che vincesse una nazionale europea per assicurarsi i voti in vista della sua rielezione. Le scommesse sportive e il fiorente mercato dei pronostici hanno determinato il risultato. I punti da collegare si uniscono a una serie di indizi: i giocatori sembrano abbattuti in un video, il miglior giocatore del mondo non accelera in una corsa che sembrava potesse vincere, due giocatori si infortunano, un attaccante di prestigio non gioca un minuto della finale; era tutto scrito in un reportage dell’Economist, in un comunicato dell’Adidas. Eccetera… “Non vi pare strano?”. Perché la cosa funzioni sono necessari coloro che diffondono e monetizzano tali contenuti. I giornalisti argentini Eduardo Feinmann e Pablo Carrozza, nonché l’ex presidente del club argentino Independiente di Avellaneda, Andrés Ducatenzeiler, detto “Duka”, sono stati i principali promotori dell’idea di una grande cospirazione contro l’Argentina. Uno dei post di Ducatenzeiler, condiviso da un account di informazione di sinistra, ha raggiunto 394.000 “mi piace” su Instagram; il video di Carrozza intitolato “La finale che nessuno osa spiegare” supera le 890.000 visualizzazioni su YouTube. Feinmann, già coinvolto in passato in altri episodi di fake news relativi alla tragedia della discoteca República Cromañón (2004), ha inizialmente lanciato l’idea che «qualcosa fosse successo» nelle ore precedenti la partita, per poi smentire la teoria del complotto e dedicare diverse puntate dei suoi programmi all’esistenza di un complotto internazionale anti-argentino. Oltre 80.000 persone hanno firmato una petizione su Change.org per ripetere la finale dei Mondiali — 20 milioni hanno firmato per espellere l’Argentina dallo stesso campionato — e il 17% delle conversazioni sui social media nel Paese del Cono Sud ha fatto riferimento ad alcune delle ipotesi della cospirazione. La reazione della maggior parte degli analisti argentini è stata quella di respingere la narrativa della cospirazione attraverso l’umorismo o il giornalismo critico, ma a prescindere dal caso specifico, l’aspetto fondamentale delle teorie della cospirazione è che sono immuni alla verifica e il loro scopo non è la ricerca della verità nascosta, ma piuttosto i vantaggi che tale esca offre. Il giornalista Mariano Angarolla, la cui risposta a queste teorie è diventata a sua volta virale, risponde alla domanda di El Salto sul fatto che, dopo la frustrazione dei primi giorni, l’ondata complottista si sia attenuata: «L’entusiasmo si sta placando perché, come sempre accade, una notizia ne copre un’altra; quindi, con il passare delle settimane, non se ne parlerà più e sicuramente molti di coloro che oggi credono a queste teorie complottistiche cambieranno persino idea, ma in linea generale, a milioni di argentini rimarrà impresso nella mente che “è successo qualcosa di strano”, e lo racconteranno ai propri figli tra vent’anni. Soprattutto con il calcio, che qui è una religione, e ad esempio si parla ancora della finale persa dall’Argentina contro la Germania nel 1990 a causa di un arbitraggio molto controverso e del caso di doping di Maradona nel 1994. In Argentina ci sono precedenti che inducono a credere che la FIFA possa aver fatto qualcosa alla Nazionale argentina, ma per fatti avvenuti più di 25 anni fa. E inoltre, perché il calcio argentino è molto compromesso. Il suo presidente, Claudio Tapia, ha molti procedimenti aperti per riciclaggio di denaro, deve rendere conto alla giustizia degli Stati Uniti e persino la squadra di cui è stato presidente, il Barracas Central, un club di terza divisione che non ha più di 2.000 tifosi, oggi gioca in Prima Divisione, con uno stadio rinnovato dotato di palchi con poltrone in pelle e aria condizionata e arbitraggi chiaramente favorevoli. Un presidente dell’AFA che è arrivato persino ad annullare le retrocessioni in una stagione della Liga per favorire alcune squadre e guadagnare così voti per la sua rielezione, oppure ha inventato dei campioni a metà stagione (…) Quindi, l’argentino è stato punito così duramente dalla politica, sia quella del Paese che quella del calcio, che ha anche lui motivo di sospettare di tutto, anche se si tratta di teorie ridicole, come quelle sui Mondiali. Non credo che l’argomento avrà maggiore risonanza, ma la convinzione, per molti, rimarrà. E credo che non basterebbe nemmeno che Messi uscisse allo scoperto per dire che non è successo nulla. Infatti, diversi calciatori della Nazionale hanno già parlato e smentito tutto questo, ma comunque nessuno crede né a loro né ai giornalisti più rispettati che seguono la Nazionale da anni. Ma credono invece a un tizio che promuove corsi di imprenditoria sospetti su TikTok, la cui teoria del complotto raccoglie un milione di like. La cosa più dolorosa e contraddittoria è che Messi lasci la Nazionale e milioni di argentini rimangano con l’impressione che abbia fatto un passo indietro, proprio Messi, che ha dato la vita per la Nazionale ed è stato lui a portarci alla gloria. Ma gli argentini lo hanno punito così tanto, che lo capisco anch’io, ed è per questo che hanno persino votato un presidente di estrema destra che ha fatto campagna solo su TikTok e oggi vuole abrogare la legge sulle terre affinché gli stranieri possano comprare ciò che vogliono. Ma quell’estrema destra è arrivata al potere perché la sinistra ha lasciato centinaia di casi di corruzione. Siamo così, non ci sono vie di mezzo. Ti amo e ti odio, persino con Messi”. IL «WOKE» E ALTRE TRIBÙ NASCOSTE Sebbene Javier Milei non si sia unito esplicitamente a queste teorie, la sua reazione a quel clima rafforza una delle condizioni basilari affinché la cospirazione funzioni. Con il suo messaggio dopo la finale, “ci hanno invidia”, Milei rafforza l’idea di coesione interna e la creazione artificiale di gruppi che ispira le teorie del complotto. L’ex deputata al Congresso dei Deputati Pilar Rahola sviluppava questa idea nel programma di Eduardo Feinmann. “Stiamo parlando di tutto il *wokismo* internazionale, che si è alleato in questa follia, in questa confabulazione (…) questa è una campagna di coloro che odiano ciò che l’Argentina ha di buono”, spiegava Rahola. “Cos’è l’Argentina in questo momento: la difesa della democrazia liberale, la difesa dei valori giudeo-cristiani, la difesa di un modello economico di relazioni nel mondo… e questo lo odiano ‘gli Irene Montero, i Pablo Iglesias, i Bardem’, ecc.”. Daniel Jolley, professore di psicologia sociale all’Università di Nottingham, è una delle persone che ha condotto più studi sulle teorie del complotto, come dimostra la sua pagina sul portale di divulgazione scientifica *The Conversation*. Per Jolley, questo serrare le fila del gruppo è uno degli effetti immediati dell’adesione a questa ideologia: “Uno dei motivi per cui le teorie del complotto possono essere così attraenti è che aiutano le persone a dare un senso a eventi deludenti o inaspettati. Se la tua squadra perde una partita importante, di solito è più facile credere che ci sia stata un’ingiustizia piuttosto che accettare che abbia vinto la squadra migliore. Le teorie del complotto forniscono una spiegazione chiara e, cosa ancora più importante, qualcuno — o un altro gruppo rivale — da incolpare”. I fatti, le percezioni, la rabbia e l’ira possono essere catalizzatori per la diffusione di queste ipotesi. È un fatto che la rivendicazione delle Malvine da parte di diversi giocatori della nazionale argentina dopo la semifinale contro l’Inghilterra — che è la potenza occupante di quelle isole — possa comportare sanzioni importanti per la AFA, dato che è quanto stabilito dal regolamento della FIFA. È un fatto che la AFA sia sotto indagine per riciclaggio di denaro da parte dell’FBI. È un fatto che l’adozione della tecnologia di revisione di gara, il cosiddetto VAR, non abbia messo fine alla percezione di ingiustizia per le decisioni determinanti nelle partite di calcio, ma semmai il contrario. È un fatto anche che la FIFA abbia firmato un contratto di sponsorizzazione con la società di pronostici *Adi Predictstreet*, un’azienda sotto indagine in Germania la cui attività è al vaglio dei regolatori di diversi paesi europei. Nel ventaglio di spiegazioni sociali sulla necessità di coesione del gruppo, è un fatto che ci siano stati attacchi sui social network al popolo argentino diffusi da sinistra a destra. È anche vero che, dopo la finale, ci sono state più di 20 aggressioni ad argentini in Spagna, due delle quali molto gravi. È un fatto che, con un’inversione dell’opinione pubblica e nell’arco di un mese e mezzo, l’Argentina sia passata dall’essere il popolo del *Ni una menos* al “popolo più razzista del mondo”, per usare le parole dell’attore statunitense Samuel L. Jackson. È anche un fatto che i tifosi del Real Madrid abbiano storicamente mostrato il loro astio nei confronti del capitano dell’Argentina perché giocava nel Barcellona. Ed è un fatto che in Spagna ci sia razzismo (come in quasi tutti i paesi del mondo) e uno sguardo coloniale impossibile da schivare quando si parla di America Latina. Ma molti fatti messi insieme non formano una trama. La teoria del complotto, per essere tale, si consolida quando si prende una serie di fatti e si compie un salto logico verso le conclusioni. Noel Ceballos, giornalista e autore di *El pensamiento conspiranoico* (Arpa, 2021), proponeva in quel saggio una serie di idee sulla cospiranoia — un termine inserito nel dizionario della Real Academia solo nel 2022. Tra queste c’è il fatto che le dinamiche interne del potere (e i segreti di Stato) “generano uno scenario escludente; di conseguenza, la nozione che esistano indizi apparentemente innocui che, se interpretati nel modo corretto, potrebbero darci accesso a una visione d’insieme, diventa via via sempre più attraente”. Dinamiche interne del potere: Infantino, il CEO del calcio mondiale, la FIFA, Donald Trump, l’FBI, un giro d’affari da oltre dieci miliardi di dollari. Una scatola nera di interessi attorno alla massima istituzione del calcio mondiale che, come il Comitato Olimpico Internazionale, è un covo di corruzione quasi fin dalla sua nascita. Indizi: due infortunati, un discorso motivazionale privo di grinta. Visione attraente: la sconfitta non è dovuta alla vecchia dicotomia tra sfortuna e mancanza di talento, ma a una verità che rimane nascosta, che è possibile enunciare ma che sarà difficilissimo provare. Eppure, sembra essere in ogni *frame* di ogni video, in audio in cui si può intuire una spiegazione, in un’atmosfera torbida. “Non vi sembra strano?”. I social network forniscono l’ambiente ideale per questo tipo di contenuti perché ricompensano la curiosità e l’interazione, segnala Daniel Jolley: “I post che insinuano che ‘qualcosa non quadra’ spingono le persone a fermarsi, guardare il video e, spesso, condividerlo. Il contenuto è intrattenimento e fa leva sulla nostra naturale curiosità. È importante sottolineare che il creatore non ha sempre bisogno di portare prove né una conclusione chiara. Il semplice instillare sospetti può essere sufficiente per catturare l’attenzione”. Jolley spiega che questo “crea una struttura di incentivi in cui porre domande provocatorie è spesso più redditizio che offrire risposte ben fondate”. Tra i gruppi che adottano queste idee per motivi sociali o politici, le dinamiche stesse della cospiranoia resistono ai tentativi del giornalismo di smontarle. Man mano che l’incertezza è cresciuta in un pianeta in crisi, la grande narrazione sul giornalismo ha subito un declino in tutto il mondo. Ma non si tratta solo di questa crisi di legittimità — giustificata o meno — dei mezzi di informazione; come hanno esposto i ricercatori guidati da Karen M. Douglas nello studio *The Psychology of Conspiracy Theories*, le teorie del complotto sono “resistenti alla falsificazione, poiché presuppongono che i cospiratori usino la segretezza e la disinformazione per coprire le proprie azioni, il che implica che chi tenta di screditare le teorie del complotto potrebbe, a sua volta, far parte del complotto”. Un altro articolo, pubblicato nel 2024 dalla professoressa di psicologia sociale Colleen Sinclair, sottolinea un aspetto che può sembrare evidente, ma che è fondamentale per comprendere la diffusione del fenomeno: chi diffonde la teoria cospirativa non deve necessariamente crederci per propagarla. Il fenomeno si verifica quindi per motivi quali la conquista dell’attenzione, il profitto monetizzabile attraverso click e *like* e il reclutamento di persone predisposte alla radicalizzazione attraverso una “cospirazione di iniziazione” apparentemente neutrale dal punto di vista politico, come la credenza nella vita aliena. Daniel Jolley non ritiene che i social network generino teorie cospirative da soli, ma riconosce loro un necessario effetto amplificatore: “Le piattaforme facilitano la rapida diffusione di affermazioni speculative, connettono comunità affini e mantengono gli utenti legati a contenuti sempre più simili. Di conseguenza, ciò che inizia come una vaga sensazione che ‘qualcosa non quadri’ può, con il tempo, trasformarsi in una convinzione molto più forte che ci sia stato un complotto, specialmente quando fornisce una spiegazione semplice per un evento inaspettato e individua chiaramente un gruppo colpevole”, spiega l’esperto. Angarolla concorda: “Gli algoritmi sono sempre più veloci, quindi tu vedi un video su TikTok in cui Messi ha la faccia preoccupata e ti dicono che ‘è successo qualcosa’, ed entro 10 secondi ogni video successivo che guardi su TikTok, Instagram o X parla a sua volta della faccia preoccupata di Messi prima della finale. E questa ripetizione, nel giro di pochissimi minuti, ti ficca un’idea in testa; un’idea che oltretutto è comoda per qualsiasi essere umano, perché è più facile attribuire colpe, per qualsiasi motivo, piuttosto che fare autocritica. (…) Di conseguenza qui vincono solo in pochi: quelli che magari sanno benissimo che la finale mondiale non ha avuto nulla di strano, ma creano questo tipo di contenuti sapendo che genereranno interazioni, guadagnando così qualche dollaro”. LA GRANDE IDEOLOGIA Il fatto che il presidente degli Stati Uniti abbia fatto proprie alcune di queste teorie o si sia fatto strada grazie ad esse — in casi come il *Pizzagate* o il “furto elettorale” delle elezioni del 2020, che portò all’assalto al Campidoglio del gennaio 2021 — o che lo stesso Milei sventoli quella che è stata definita una “politica estera cospiratoria”, basata sulla dicotomia tra le forze del bene e del male, o del Cristo-Anticristo nella narrazione di personaggi influenti come Peter Thiel, dimostra la forza della cospiranoia come grande ideologia del nostro tempo. In casi come il negazionismo della crisi climatica, sostenuto da politici conservatori, non conta tanto il fatto in sé, quanto ciò che viene interpretato come un attacco al proprio stile di vita (quello dei madrileni, degli andalusi, ecc.). Alcuni degli ultimi studi pubblicati a livello mondiale, nel quadro del crescente interesse per i meccanismi psicosociali che influenzano l’ascesa della cospiranoia, stanno confutando l’idea che queste teorie si diffondano maggiormente tra le persone con un basso livello di istruzione. Sottolineano, al contrario, che hanno a che fare con personalità narcisistiche. È quanto rileva il già citato studio di Douglas: “La credenza nel complotto è predetta anche dal narcisismo collettivo: una convinzione nella grandezza del proprio gruppo di appartenenza unita all’idea che gli altri non lo apprezzino abbastanza”. In un mondo in cui l’idea di comunità minacciate vince le elezioni e legittima il potere in Russia, India o negli Stati Uniti, o rappresenta un’attrazione elettorale crescente in Germania, Regno Unito e Francia, la teoria del complotto come quella della “grande sostituzione” è l’espressione più aggiornata della cospiranoia in chiave suprematista e xenofoba. La storiografia ha reso la teoria dei *Protocolli dei Savi di Sion* la prima cospiranoia moderna. Questo falso antisemita fu adottato dall’estrema destra europea all’inizio del XX secolo come tabella di marcia per i *pogrom* contro gli ebrei in tutto il continente, ma affascinò anche una parte della sinistra, mostrando una trasversalità delle teorie del complotto che dura fino a oggi. Dalle scie chimiche alla pandemia di Covid-19, passando per la cospirazione sull’AIDS o sulla seconda vita di Jesús Gil y Gil, le narrazioni del complotto confermano che, nonostante l’attuale ascesa dell’estrema destra, la cospiranoia funziona come un magnete per chiunque pensi che qualcosa non funzioni. In una recente intervista, il sociologo César Rendueles affermava che l’ascesa della cospiranoia come grande ideologia del nostro tempo “ha a che fare con una certa individualizzazione delle passioni politiche: ‘È prendere l’idea del pensiero critico — che riguardava l’elaborazione collettiva: insieme siamo capaci di pensare a qualcosa che sfida le verità più o meno stabilite — e portarla sul terreno individuale. *Io sono più furbo degli altri, mi sono informato su YouTube e tu, pecora, credi agli esperti del governo*. È intendere le conquiste della conoscenza come qualcosa di individuale, legato al segreto che io stesso ho scoperto'”. Steven Forti, storico specializzato in estrema destra, conferma l’idea che ci siano sempre state “cospirazioni per tutti i gusti o complotti che possono essere fino a un certo punto trasversali, vale a dire spendibili da persone che difendono visioni del mondo opposte”. Tuttavia, per Forti, l’uso generalizzato della cospiranoia da parte dell’estrema destra risponde a un’idea basilare di comportamento sociale. L’uso massiccio di *fake news* e teorie del complotto risponde all’obiettivo “di accrescere la diffidenza e il risentimento nella popolazione: una società più diffidente è terreno fertile per le idee estremiste o, semplicemente, per quelle di ‘legge e ordine’. Tenendo conto di ciò, tutto porta a credere che il suo utilizzo rimarrà predominante da parte dell’estrema destra”, afferma l’autore di *Democrazie in estinzione* (Siglo XXI, 2024). La giornalista Nuria Alabao insiste sull’idea che le teorie cospirative “funzionano perché danno un senso ai malesseri diffusi della gente. Possono essere di natura materiale o di altro tipo, e offrono questa risposta emotiva in momenti di crescente incertezza. Ciò permette di costruire una comunità basata sia sul sospetto sia sull’accesso a una verità rivelata a cui non tutti hanno accesso. E naturalmente, in un’epoca di crescente disaffezione politica in cui le persone hanno smesso di credere nelle istituzioni, nei media e nella politica, il complotto offre l’illusione della verità e al contempo spoliticizza. Perché se il problema non è il sistema economico, ma c’è una cospirazione talmente grande da includere tutte le élite del pianeta, in un certo senso tu non puoi fare nulla organizzandoti politicamente. La tua sola azione consisterà nel rivelare quella verità a cui hai accesso insieme al tuo gruppo di pari. In questo senso, le *fake news* o le cospirazioni sostituiscono quelle che un tempo erano le grandi narrazioni di classe o di nazione”. Forti segnala che il futuro potrebbe rendere la sinistra più incline ad accettare l’ideologia cospirativa in base a tre elementi: “Da un lato, l’aumento dei livelli di sfiducia verso le istituzioni, ma anche verso i media e gli esperti, colpisce anche chi si definisce progressista; ancor più laddove governa l’estrema destra. Dall’altro, la viralizzazione di bufale e fantasie cospirative da parte di Internet, dei social network e ora dell’IA riguarda l’intera popolazione, sebbene vi sia una maggiore predisposizione nell’elettorato conservatore. Infine, le cospiranoie tendono ad aumentare in contesti di crisi o incertezza: e la congiuntura storica in cui viviamo è rappresentata esattamente da questi due concetti”. Nel 2001, l’anno dell’attentato alle Torri Gemelle — uno degli eventi più rivisitati nella storia del complottismo —, il neuroscienziato Peter Brugger riprese il concetto di “apofenia”, nato qualche decennio prima e inizialmente associato alla psicosi. L’apofenia, secondo Brugger, è intesa come una percezione non motivata di connessioni, una tendenza a individuare schemi regolari anche dove non c’è motivo per tale deduzione. Secondo la psicologia moderna, l’apofenia può contribuire a dare un senso al mondo che ci circonda. Con un taglio provocatorio, gli economisti Jim Powers e Chris Johns si sono riferiti alla religione come alla teoria del complotto più longeva, indicando la crisi della fede in Dio come un fattore determinante per l’attuale boom della cospiranoia. E in fondo, non vi sembra strano che ci sia un vecchio lassù che controlla tutto ciò che accade nel mondo, fino a un dettaglio in teoria così irrilevante come un calciatore che posiziona bene il corpo al momento giusto? The post “Non vi sembra strano?” L’irresistibile fascino delle teorie del complotto first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo “Non vi sembra strano?” L’irresistibile fascino delle teorie del complotto sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 29, 2026
Popoff Quotidiano
Arrevuoto, vent’anni di teatro in movimento
(foto di stefano cardone) A fine maggio è andato in scena, al teatro San Ferdinando, XX Movimento. Sospesi tra le stelle, spettacolo annuale del progetto di arte e pedagogia Arrevuoto. Per qualche mese ho seguito alcuni dei laboratori, in particolare quello di Scampia, che si svolge da Chikù – Cibo e cultura, ristorante di donne rom e napoletane che si trova esattamente sopra l’Auditorium Fabrizio De André (i laboratori si svolgono in un ristorante perché il teatro c’è, ma è chiuso a causa di vicissitudini burocratiche, talvolta grottesche, dal 2017). Insieme al gruppo di Scampia hanno partecipato scuole come la Madonna Assunta di Bagnoli e il Casanova-Costantinopoli del centro storico di Napoli, e poi associazioni, centri educativi, cooperative sociali come Stelle sulla Terra (Materdei) e L’Orsa Maggiore (Rione Traiano). Per capire Arrevuoto bisogna tornare indietro di vent’anni: «Era un momento cupo, con una guerra di camorra in atto», racconta Emma Ferulano, una delle coordinatrici del progetto. Arrevuoto nasce infatti negli anni della faida di Scampia, quando nel quartiere – parallelamente al diffondersi di un morboso interesse mediatico – artisti, educatori, insegnanti e operatori culturali iniziano a interrogarsi su come intervenire nei territori senza appiattirsi sulle logiche emergenziali legate alle politiche repressive. Da quella domanda nasce un incontro inedito. Da una parte ci sono le realtà che da anni lavorano nel quartiere, come il Gridas e altri gruppi informali educativi. Dall’altra Goffredo Fofi, che insieme ad altri pensa di portare a Napoli l’esperienza della Non scuola del Teatro delle Albe di Ravenna, un metodo teatrale che viene rielaborato per coinvolgere non solo le scuole, ma anche i centri educativi (formali e informali) che operano nei differenti territori e i ragazzi che la scuola non la frequentano affatto. Il progetto trova il sostegno di Roberta Carlotto, all’epoca direttrice del teatro Mercadante, in un’alleanza per una volta lungimirante tra istituzioni e realtà territoriali. Arrevuoto si concretizza sulla base di un’idea semplice e radicale insieme: mescolare le carte, attraversare la città, portare gruppi di adolescenti provenienti da contesti diversi a condividere lo stesso spazio scenico. «Mischiare i ragazzi del campo rom e napoletani di Scampia con quelli del centro, i ricchi ai poveri, e così via», spiega Ferulano. Già molte ore prima, il giorno dello spettacolo, in platea si riuniscono ragazze, ragazzi e guide teatrali, guide pedagogiche, registe e registi, e con loro tutte le persone, molte delle quali sono attivisti dei differenti quartieri, che negli ultimi mesi hanno lavorato alla costruzione dello spettacolo. Prima che il pubblico entri in sala c’è il rito. Lo richiama Maurizio Braucci, che in Arrevuoto funge da direttore artistico, alzando l’indice verso l’alto. «Quindi…». La parola passa di bocca in bocca, fino a trasformarsi in coro. Braucci racconta una storia su Maradona, e in riferimento alla prima del giorno precedente, conclude: «Ieri è andato in scena un miracolo. Se si ripete non è più un miracolo, ma Arrevuoto». Vent’anni dopo il primo movimento, quel nome continua a raccontare qualcosa del progetto. Il sostantivo deriva dal verbo “arrevotare”, che significa in napoletano rivoltare, ribaltare, mettere sottosopra. Secondo uno dei racconti che circolano tra i “vecchi” del progetto, nacque durante uno dei primi laboratori, a Scampia, quando E., adolescente del quartiere, minacciava continuamente di far saltare il banco, di “fare arrevotare tutto”. Quella parola, che raccontava insieme insofferenza, energia e desiderio di rompere gli schemi, finì per dare il nome a un’intera esperienza. Anche la geografia dei laboratori è cambiata col tempo. A partire dai quattro gruppi iniziali Arrevuoto ha coinvolto via via educatori e ragazzi di diversi quartieri, spesso proprio quando questi attraversavano momenti particolarmente difficili. Ma la scelta non è mai stata casuale. «A Caivano ci abbiamo provato per una vita», racconta Emma Ferulano. «Non ci siamo riusciti perché mancava una rete sul territorio». Prima ancora dei laboratori, Arrevuoto costruisce infatti relazioni: con associazioni, scuole e realtà educative, condividendo quello che Ferulano definisce il «senso politico e pedagogico profondo del progetto. Quando è mancata questa cosa, i laboratori non sono andati bene». Se la storia di Arrevuoto nasce dentro la faida di Scampia, anche il ventesimo movimento, così come hanno fatto tutti gli altri, prova a riportare alcune delle contraddizioni del presente della città sul palco. Durante lo spettacolo, per esempio, Mirella La Magna, storica attivista del Gridas, incontra finalmente il sindaco di Napoli. È un incontro immaginario, ovviamente, che richiama una vicenda reale: dal 2021 il Gridas ha chiesto un confronto con l’amministrazione senza aver mai ricevuto risposta, in riferimento alle ordinanze di sgombero che pendono sul destino dello storico spazio sociale. La scena si muove tra ironia e denuncia, due elementi che attraversano da sempre tanto il lavoro del Gridas quanto quello di Arrevuoto. La finzione diventa un luogo in cui ciò che nella realtà continua a non accadere può avere visibilità pubblica. Alla fine, in scena arrivano gli alieni. La domanda che ha accompagnato la costruzione di Sospesi tra le stelle è semplice: cosa accadrebbe se centinaia di navicelle spaziali accerchiassero la Terra? In realtà gli extraterrestri non hanno alcuna intenzione di invadere il pianeta, anzi la loro tecnologia ha la forza di disinnescare ogni arma e a fermare ogni conflitto. Non cercano presidenti, generali o capi di Stato, vogliono soltanto bere un caffè, quello più buono di Napoli, preparato da Totore l’Asteroide, un giovane barista disposto a tutto pur di liberarsi dell’acne che gli copre il volto. Quando finalmente ottiene ciò che desidera, rinunciando al proprio talento, il ragazzo viene accolto e riconosciuto da una società che fino a quel momento lo aveva ignorato. Qualcosa però si rompe. Il dono che rendeva speciale il suo caffè scompare e con esso l’equilibrio che aveva costruito intorno a sé. Il sipario si chiude mentre i partecipanti cantano una delle canzoni parte del rito. La platea si svuota lentamente, abbracci e sorrisi accompagnano attori, pubblico ed educatori verso l’uscita. Nel piazzale antistante al teatro una domanda ritorna più di tutte: «L’anno prossimo si fa Arrevuoto?». (pasquale frattini)
July 2, 2026
Napoli MONiTOR
Una casa a Napoli per l’Arte irritata. Inizia domani il mese inaugurale
(al telefono 1 – scarabocchi | archivio dell’arte ir-ritata) Da domani, 18 giugno, apre a Napoli una casa per accogliere la ricerca dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata di Sensibili alle foglie, ricerca cominciata più di trent’anni fa in una condizione di isolamento carcerario. Ci è piaciuto denominare Casa questo spazio perché si presenta come un luogo dell’abitare, ma soprattutto perché come una casa – un contesto relazionale di scambi esperienziali – lo abbiamo immaginato quando questa ricerca ebbe inizio, come ir-ritazione della deprivazione reclusiva. Quest’archivio non poteva quindi somigliare né a un museo, con la sua impronta coloniale, né a un contenitore passivo di opere (come scrivemmo in un documento di progettazione del 1992), né ancora a una galleria d’arte, più attenta ai prodotti artistici che non ai processi relazionali che li generano.  (napoleone, di margherita cinque | archivio dell’arte ir-ritata) Francesco Crisafulli viveva in un quartiere periferico di Catania, prigioniero dello stigma di “invalido di mente al cento per cento”, quando cominciò a inviarci le sue poesie, all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, su sollecitazione di un gruppo antipsichiatrico della città che conosceva la nostra ricerca. In una di queste poesie concludeva: “Siamo qui e andiamo fermi, almeno io, finché la mia fantasia vaga e trova spazio anche in te”. L’esigenza principale di Francesco era che la sua fantasia trovasse spazio anche in altre persone. E come ebbe a dire in un’altra lettera: la narrazione poetica costituiva per lui “l’ultima e unica carta ancora da giocare”.  Non sembra diversa l’urgenza creativa che muove Nur, una ragazza palestinese di Gaza, che nella quotidianità del genocidio, il 17 luglio del 2024, scrive una poesia dedicata alla terra. Non riuscendo ad accettare perché lei, la sua famiglia, la sua comunità, il suo popolo, debbano soffrire così a lungo, attraverso i suoi versi sembra voler dire che resistere è in fondo continuare ostinatamente a esistere, come fa la terra, seppure estenuata e contaminata dai bombardamenti israeliani:  La terra dà i suoi frutti Sfidando assedio e carestia. I pomodori germogliano I peperoni e le melanzane, nonostante l’acqua interrotta nonostante i bombardamenti illeciti. […] Solo a Gaza La terra combatte con la sua gente. L’intento della Casa è proprio questo: favorire che le creazioni simboliche, nate sfidando contesti di mortificazione e di morte, trovino casa nel cuore e nella mente di altre persone. Qualunque sia il linguaggio espressivo usato da una persona in difficoltà – scarabocchio, disegno, dipinto, scrittura – l’atto creativo rappresenta per colui o colei che lo produce una risorsa vitale, e per la società il documento significativo di una reazione non acquiescente a una condizione mortificante e mortale.  (cartolina a matita di mari | archivio dell’arte ir-ritata) Le opere custodite a oggi dall’Archivio, in forma di piccoli fogli manoscritti o di grandi dipinti che pian piano verranno ad abitare a Napoli, sono circa un migliaio. Fra esse ci sono alcune delle produzioni creative dei più significativi laboratori d’arte sorti negli ultimi cinquant’anni in istituzioni psichiatriche, psichiatrico-giudiziarie e carcerarie. Quelle di ottantuno autori e autrici saranno visibili dal 18 giugno (ore 18) in una esposizione avrà come titolo Identità creatrici. Si documenta in questo modo la resistenza creativa prodotta dal carcere, dalle pene capitali, dalle istituzioni per persone anziane e da quelle psichiatriche o psichiatrico-giudiziarie, fino all’istituzione coloniale del genocidio palestinese.  La Casa si trova in vico Neve 21, a Materdei, e sarà aperta per il mese inaugurale tutti giorni dalle 18 alle 22. (sensibili alle foglie – casa dell’arte ir-ritata)
June 17, 2026
Napoli MONiTOR
Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma
DAL 16 AL 21 GIUGNO 2026 AL PARCO DELLE VALLI ARCI ROMA PRESENTA “ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO”   MARTEDÌ 16 GIULIA MEI OPEN SELTON MERCOLEDÌ 17  99 POSSE / ASIAN DUB FOUNDATION (UK) GIOVEDÌ   18 BANDABARDÒ OPEN ALDOLÀ CHIVALÀ VENERDÌ 19 FRANKIE HI-NRG MC SABATO 20 PRISCILLA | SARAFINE DOMENICA 21 47 SOUL (PALESTINE) / OPEN FUCKSIA CON UNA GRAN VOGLIA DI BALLARE, DAL FIUME AL MARE qui il programma sera per sera Lo storico appuntamento dell’Estate Romana si reinventa al Parco delle Valli intrecciando la storia del laghetto di Villa Ada con quella della Festa dei circoli Arci  della città metropolitana. 90 circoli, più di 100mila socз, 6 giornate di festa, 10 concerti live, incontri, dj set, laboratori artistici e tanta voglia di tornare a stare insieme C’è un suono che non si è mai spento del tutto! Un’energia rimasta sospesa, in attesa del momento giusto: è Roma Incontra il Mondo, sei giorni concentrati, intensi, necessari. Dal 16 al 21 giugno all’Arena Rino Gaetano del Parco delle Valli, senza biglietto d’ingresso – per questa edizione – e aperti a tutti coloro che vorranno far parte della rete Arci. Un’edizione compatta, radicale nella forma e fedele nello spirito che ha contraddistinto le trenta edizioni di Villa Ada, con il patrocinio del III Municipio che ha accolto con entusiasmo il nostro storico format all’insegna dell’incontro fra le culture, dell’aspirazione alla pace tra i popoli e alla giustizia sociale. Un palco d’eccezione, un modello di convivialità e socialità attento alla relazione con il territorio, con l’ambiente, curioso della città, solidale con le vertenze sociali. STESSA ATTITUDINE, NUOVA INTENSITÀ.                     Tutto ciò accadrà intrecciando la scena con quella della Festa dei Circoli di Arci Roma, giunta alla terza edizione dopo aver risuonato festosamente a Parco Pallavicini e al Parco Marta Russo di Labaro. Con i suoi 90 circoli e 100.000 sociз, più di 5mila iniziative l’anno, Arci Roma anima il territorio metropolitano promuovendo cultura, partecipazione e diritti. E’ un motore di produzione culturale diffusa: sostiene la nascita di associazioni e spazi indipendenti. I circoli sono sempre più protagonisti della scena artistica romana, del dibattito politico e culturale, delle attivazioni territoriali, ciascuno nella sua autonomia e secondo le rispettive vocazioni. I DIALOGHI I temi che risuoneranno ad Arci Roma Incontra il Mondo sono quelli più cari allз sociз e ai circoli: la solidarietà con i popoli oppressi, la denuncia del neocolonialismo in ogni sua forma, l’attenzione alla Palestina (21 giugno), alla sua cultura, al suo popolo che resiste al genocidio. Il 20 giugno, giorno del Roma Pride, il festival vibrerà in connessione stretta con le comunità lgbtqia+ e agli spazi del transfemminismo. Particolare attenzione verrà posta sulle politiche giovanili (siamo la rete nazionale con l’età media più bassa) a partire dal grande tema della “città della notte” cancellato dall’agenda politica mainstream decisamente ignara dei nuovi modelli di aggregazione sociale e di fruizione culturale e per questo incapace di rispondere ai bisogni di socialità se non attraverso le lenti fuorvianti delle categorie decoro/degrado e con strette securitarie. I dialoghi serali, immediatamente prima dei concerti, vedranno ogni sera sul palco intellettuali, esponenti politici, giornalistз. Si apre il 16 giugno con le “domande vere sulla sinistra” che Salvatore Cannavò (direttore di Jacobin) rivolgerà a Pier Luigi Bersani. Il giorno successivo, mercoledì 17, Sandro Medici e Christian Raimo si confronteranno su “A che punto è la città”, con loro il giornalista. Giuliano Rosciarelli. L’internazionalismo e il mutualismo conflittuale saranno al centro dei ragionamenti del dialogo del 18 giugno tra l’attivista fiorentina Antonella Bundu, già candidata governatorƏ della Regione Toscana, e la scrittrice Valentina Petrini. Il 19 giugno, Martina De Felice (Il Fatto Quotidiano) intervista il professor Alessandro Orsini: “Capire la guerra, immaginare la pace”. Si chiude all’insegna della Palestina, domenica 21 giugno quando Francesca Fornario intervisterà Maya Issa, presidente del Movimento Studenti Palestinesi in Italia e, in collegamento, Enzo Iachetti. L’intervista sarà preceduta da una tavola rotonda sul boicottaggio culturale curata dalla rete del BDS Roma. I progetti Sai Aida gestiti da Arci Roma nei Comuni di Roma e Monterotondo, il Progetto Sai Gea gestito da Arci solidarietà a Roma, promuoveranno una serie di attività nell’ambito del festival in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato: mostre, incontri, laboratori e momenti pubblici di confronto. Già il 16 Giugno è previsto un momento inaugurale a cura di OMAR – Orchestra Multietnica Arcobaleno Roma – in versione acustica, progetto che vuole favorire l’integrazione e il dialogo interculturale, offrire spazi di espressione a musicisti migranti e rifugiatз e testimoniare la ricchezza delle diversità. Per il 17 giugno si prevede l’inaugurazione dello spazio espositivo curato dai progetti Sai Gea e Sai Aida di Roma Capitale con varie mostre: “Andare, Abitare, Sognare”, “Geografie Ribelli”, “Radici in cammino”, “Abitare le distanze” “AIDALANDtrait”. Di particolare rilevanza, giovedì 18 giugno, l’attività di formazione a cura di Papia Aktar, responsabile dello sportello immigrazione di Arci Roma, dal titolo “Il nuovo Patto Europeo sul diritto d’asilo: uno stravolgimento del sistema democratico che mette tutti a rischio”, dedicata all’analisi delle trasformazioni in corso nelle politiche europee sull’asilo. Venerdì 19 giugno sarà la giornata Mondiale del Rifugiato. Si inizierà con il laboratorio di arti visive “Nuvole e Arcobaleni” in cui lз partecipanti verranno guidate attraverso una fiaba alla realizzazione di un manufatto artistico collettivo prodotto dall’inclusione dei singoli segni e dalla scoperta delle loro relazioni. Seguirà l’assemblea pubblica “Parlano loro: gli ostacoli all’integrazione raccontati da chi li ha vissuti. Praticare l’antirazzismo”, spazio di confronto collettivo e partecipazione. L’assemblea si concluderà con un momento conviviale dedicato allз ospiti dei progetti. Il concerto serale verrà introdotto da un cortometraggio “Abitare le distanze”, una restituzione delle aspettative di rifugiatз accolte a Roma, realizzato dal progetto Sai Gea. Attraverso questo percorso di sei giorni, il festival si configura come uno spazio pubblico di narrazione e restituzione del lavoro del SAI, con l’obiettivo di promuovere pratiche concrete e condivise di accoglienza e convivenza. LA MUSICA Arci Roma Incontra il Mondo si muove nel solco dell’esperienza di Villa Ada stabilendo il contatto tra le tendenze artistiche internazionali e la rete dei circoli romani. Si apre il 16 Giugno con il concerto di Giulia Mei, che proprio al Parco delle Valli inaugura il suo tour estivo con una nuova scaletta. Il pop d’autore di Giulia Mei intreccia la vocazione cantautorale, gli influssi elettronici e la formazione classica di questa giovane pianista palermitana. Travolgente ed ironica, Giulia porterà tutta la sua energia sul palco, dove incontrerà anche il sound dei Selton. Nati a Porto Alegre, persi a Barcellona e ritrovati a Milano, i Selton mescolano pop, cantautorato e tropicália. Il loro live è una festa di qualità che sorprende. Oltre ai loro classici, i brani estratti dal doppio album Gringo per la prima volta sui palchi dei festival italiani. Il 17 Giugno due band iconiche per un concerto unico, due progetti sonori che hanno segnato la storia della musica alternativa e la colonna sonora dei movimenti sociali: 99 Posse e Asian Dub Foundation. Lo storico gruppo napoletano, pilastro del rap/dub italiano, nato nel 1991 come espressione di un centro sociale occupato, e la band londinese fondata da artisti di seconda generazione, famosa per il sound unico che combina ritmi ragga jungle, linee di basso dub, chitarre punk e trascinanti liriche militanti. Il 18 Giugno arriva al festival una delle band più amate della scena indipendente italiana: Bandabardò. Sarà la tappa romana del tour celebrativo di Se mi rilasso… collasso, lo storico album live che, a venticinque anni dall’uscita, torna a risuonare nella sua dimensione naturale: il palco. Il progetto continua a evolversi tra musica, parola e sperimentazione, mantenendo un’identità originale e riconoscibile. Una serata per ritrovarsi sotto palco, tra musica, memoria e la potenza di un live anticonformista che continua a parlare al presente. Prima di Bandabardò salirà sul palco Aldolà Chivalà. Dai soliloqui provocatori di Aldo nei locali del centro di Napoli prende forma un progetto unico: parole recitate e slam si fondono con elettronica e sample, dando vita a una forma ibrida tra poesia orale e canzone. Le liriche, prevalentemente in dialetto napoletano, giocano con suono e significato, attraversando attualità, esistenzialismo e nonsense con ironia e provocazione. Dal primo disco “Discontinuo” (2011), il progetto cresce nella scena underground campana e nei live in Italia e all’estero, tra festival, club e palchi importanti. Dopo anni di silenzio discografico, e a pochi mesi dal ritorno con un nuovo album, Frankie hi-nrg mc approda il 19 giugno sul palco del festival per una delle rarissime date italiane di “Voce e batteria”, un progetto essenziale, fisico e potentissimo. L’artista che ha riscritto le regole del rap italiano con brani entrati nella storia della scena sceglie di spogliarsi di tutto il superfluo e riportare la musica alla sua ossatura primaria: voce, batteria, ritmo. Un ritorno all’origine dell’hip hop, senza sequenze né loop, dove ogni suono nasce dal vivo attraverso le bacchette di Donato Stolfi, batterista e compagno di questo viaggio sonoro. Un confronto artistico nato dalla consapevolezza che i testi di Frankie continuano a parlare con impressionante lucidità al presente, conservando intatta la loro forza politica, ironica e visionaria. “Perché c’è bisogno di muoversi ragazzi – ricorda Frankie – altrimenti è un casino”: ed è proprio questa urgenza, viva e pulsante, a rendere “Voce e batteria” molto più di un concerto. Al ritorno dalla parade del Pride, il sabato del festival, il 20 Giugno, proporrà una performance di Priscilla, attivista queer, antifascista e transfemminista. Si definisce “artivista” perché crede che l’arte possa essere uno strumento rivoluzionario, a disposizione delle lotte per l’autodeterminazione. Per Priscilla ogni lotta è internazionale e in ogni sua performance porta sul palco la Kefiah. A seguire “Questo è il nostro show”, progetto live con cui Sarafine, cantautrice e produttrice calabrese, continua a ridefinire i confini della performance musicale contemporanea tra dubstep, techno, trap e pop una musica cruda, lucida, personale. Dopo un primo percorso come cantante e chitarrista folk, vive per molti anni tra Belgio e Lussemburgo dove il suo stile si evolve contaminato dalle sonorità elettroniche tipiche del nord Europa. Nel marzo 2026 pubblica il nuovo singolo “Potevamo fare schifo insieme” e annuncia il “Tour estate 2026”, che la porterà con la sua band nelle città italiane e sui palchi dei principali festival. Fucksia e 47 Soul saranno protagonistз della serata conclusiva, il 21 Giugno, dedicata alla Palestina. Tra dj set e live experience, le Fucksia sono un trio italo-brasiliano transfemminista e queer che unisce attitudine punk, estetica rave e sonorità dance/rap, dando vita a una musica ad alta energia e fortemente politica con testi e pratiche artistiche esplicitamente schierate su temi femministi, queer e politici. Formate nel 2021 con il loro primo EP d’esordio “Twelve” hanno poi nel 2024 pubblicato il loro primo album “EXAGERATE”. Il 4 ottobre 2025 è uscito  il singolo” MURO DI CASSE” che diventa un simbolo delle lotte pro pal in tutta italia. Si susseguono poi la pubblicazione di “1312” condannando gli abusi di potere e la repressione, “BLOCCHEREMO TUTTO” fino all’ultimo singolo uscito ad aprile 2026 “BELLA MER” Un brano che parla di liberazione, resistenza e rifiuto delle narrazioni tossiche. 47SOUL è un collettivo nato nel 2013 tra Giordania, Palestina e Londra che ha creato lo “Shamstep”, un mix di elettronica, hip-hop e Dabke tradizionale. Strumenti e sonorità del Levante e influenze globali per un suono ibrido e testi politicamente inequivocabili. Sul palco si distinguono per live ad altissima energia e quasi sempre sold out nelle principali città globali. Il loro nome allude al 1947, l’anno immediatamente precedente a quello della fondazione dello stato di Israele e della prima guerra arabo-israeliana, prima di confini che i 47 Soul vogliono cancellare, celebrando la memoria di quel 1947 a suon di musica. LA LOGISTICA Il parco delle Valli fa parte della Riserva Naturale Valle dell’Aniene e si trova all’interno della zona urbanistica di Conca D’Oro del III Municipio. Una pista ciclabile lo collega con Villa Ada, la location in cui, tra il 1995 e il 2021, si è tenuta la storica manifestazione dell’Estate Romana. Il festival è a pochi metri dalla fermata Conca d’Oro della linea B1 della metropolitana e non è distante dalla stazione ferroviaria di Roma Nomentana della FL2. Dopo le ore 24 funzionano i bus notturni MB1 e n92. LA SOCIALITÀ Lo spazio del festival sarà aperto dalle 15 alle due del mattino. Funzionerà un’area bimbi e ci saranno spazi a disposizione di ONG e associazioni del territorio. Stiamo selezionando i migliori food truck per un’offerta culinaria variegata. La mescita sociale riprodurrà l’atmosfera di socialità dei nostri circoli, con estrema attenzione all’impatto ambientale della festa a partire dalla messa al bando dei prodotti sotto boicottaggio da parte delle campagne contro sionismo e colonialismo e della plastica nelle bottiglie e nelle stoviglie. Prodotti e bevande verranno proposti anche sulla base dell’attenzione dei produttori alla sostenibilità socio-ambientale degli ingredienti e delle filiere. Sarà disponibile solo acqua pubblica e gratuita. L’ingresso al festival, per questa edizione, è gratuito – sarà sufficiente mostrare all’ingresso la tessera Arci – così che chi frequentava Villa Ada possa incrociare la comunità dell’Arci e confrontarsi insieme su un modello alternativo di aggregazione sociale, capace di sottrarre i linguaggi dell’arte e della cultura a ogni logica consumista e restituirli alla città. Non è intrattenimento. È spazio politico. È socialità che non si compra. pressikit  ARCI ROMA INCONTRA IL MONDO Arena Rino Gaetano, Parco delle Valli Via Conca d’Oro – Roma Dalle ore 21.30 a mezzanotte concerti main stage a seguire djset. Sito web: https://www.arciroma.it/ Facebook: https://www.facebook.com/ArciRomaIncontrailMondo/ Instagram: https://www.instagram.com/arci_roma_incontra_il_mondo/ media partner Rete No Bavaglio | Radio Rock INFO PER IL PUBBLICO arciromaincontrailmondo@gmail.com Info line (+39) 0641734712 The post Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Con una gran voglia di ballare: il festival di Arci Roma sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 12, 2026
Popoff Quotidiano
Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class
DAL 12 AL 14 GIUGNO TORNA A ROMA IL FESTIVAL CONTRATTACCO DI EDIZIONI ALEGRE Inizia venerdì 12 giugno e andrà avanti fino a domenica 14 il Festival di letteratura sociale Contrattacco, organizzato da Edizioni Alegre a Roma al Parco del Torrione al Pigneto, a Roma (via Prenestina 73), ospiti per tre giorni dell’Estate al Torrione organizzata dai circoli Arci del quartiere, Sparwasser e Trenta formiche, e dall’Associazione mutualistica Nonna Roma. Nei tre giorni si parlerà di Giacobini neri in rivolta, fornelli da assaltare, letteratura working class femminista e senza patria, movimenti di resistenza al genocidio in Iran e in Palestina, Flotille di mare e Flotille di terra lanciate contro l’ingiustizia. Tra gli altri interverranno il professor Alessandro Portelli, la storica fondatrice del manifesto Luciana Castellina, la scrittrice Giusi Palomba, il giornalista Gabriele Polo, l’attivista iraniana Negin Bank, la politologa Paola Rivetti, l’operaio dell’ex Gkn Dario Salvetti e gli attori Nicola Borghesi e Niccolò Fettarappa. Clicca per leggere tutto il programma The post Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Giacobini neri, fornelli in rivolta e altre storie working class sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 11, 2026
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