Scuola neoliberale e docenti tiranni
(archivio disegni monitor)
A chi osserva l’istituzione dal suo interno la scuola appare come un ircocervo,
o disordinato corpo di pratiche, regole e convenzioni che si sono cristallizzate
nei decenni con le diverse riforme e convivono nonostante le contraddizioni.
Nell’arco di una stessa giornata un insegnante può costringere gli studenti a
stare in piedi accanto alla porta dell’aula per punizione, rivendicare la
democrazia degli organi collegiali, stipulare piani di studio per allievi cui è
stato diagnosticato un disturbo del comportamento secondo la classificazione del
manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La coercizione dei vecchi
tempi, la difesa degli organi democratici istituiti negli anni Settanta e gli
interventi personalizzati sugli studenti stabiliti dalla legislazione del nuovo
millennio coesistono nel medesimo, confuso spazio istituzionale.
In un saggio contenuto in un libro del 2021 (La relazione educativa, a cura di
Alessandro Mariani) Massimo Baldacci, studioso di pedagogia, sostiene che a
causa di un “accavallarsi dei cambiamenti della scuola”, “una fase sopravviene
sulla precedente prima che questa sia esaurita”. Baldacci individua
nell’istituzione contemporanea la sopravvivenza di aspetti della scuola
fascista, e classista, della riforma Gentile e la persistenza residuale delle
trasformazioni democratiche realizzate quando era forte il movimento operaio.
Più recente incrostazione è quella della “scuola neoliberista” che, secondo
Baldacci, non mira più alla formazione di “cittadini critici” ma di “produttori
competenti”, incentivando le eccellenze e la selezione dei meritevoli. La linea
neoliberale è ormai dominante e forse il governo attuale si distingue per
l’abilità di aggregare i valori aggiornati del capitalismo alle nostalgie
reazionarie: la riforma del voto in condotta ne è una prova.
Di recente due opere – un film e una raccolta di saggi – hanno ragionato
sull’egemonia e sulla storia della scuola neoliberale. Il film D’istruzione
pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre propone una storia delle riforme
neoliberali dagli anni Novanta a oggi: da Berlinguer a Moratti, Gelmini e Renzi.
Il film alterna la descrizione delle riforme all’osservazione di aule, uffici e
corridoi di un istituto di Torino, soffermandosi sulla figura del dirigente e di
alcuni docenti della secondaria di primo grado. Il libro Contro la scuola
neoliberale (Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, raccoglie saggi di
docenti e accademici attenti a descrivere gli aspetti peculiari della nuova
scuola trasformata in azienda, come l’ossessione per la valutazione, le
contraddizioni della formazione dei docenti, l’esito dei finanziamenti imposti
dal Pnrr.
D’istruzione pubblica e Contro la scuola neoliberale propongono, in sintonia, un
disegno complesso di scuola neoliberale e sono due opere organiche ai movimenti
di docenti che negli anni hanno lottato contro le diverse riforme. La
diminuzione dei finanziamenti statali è solo uno degli aspetti affrontati e non
il più rilevante. La scuola neoliberale, secondo entrambe le opere, è
un’istituzione che pensa e si comporta come un’azienda in competizione sul
territorio, trasformando gli studenti in clienti. Questa istituzione appare
sempre più ibrida, ovvero disponibile alla collaborazione con i privati: aziende
e fondazioni si insinuano con insistenza nei percorsi didattici e nelle proposte
educative. Ancora, la scuola neoliberale indebolisce la trasmissione delle
conoscenze a vantaggio dell’acquisizione delle competenze, ovvero s’impegna a
modellare soggetti docili e adeguati a un mondo del lavoro precario e
flessibile. Infine, la scuola neoliberale s’impegna a liquidare il potere dei
docenti prosciugando il ruolo degli organi democratici a vantaggio della figura
apicale di un dirigente sempre più simile a un capo d’impresa.
Sia il libro che il film hanno il merito di mostrare il ruolo complice della
sinistra nel decennale processo di trasformazione della scuola. È un merito
importante perché un quadro di lungo respiro – e spietato nei confronti delle
forze progressiste – permette all’osservatore di non concentrarsi solo sulle
derive reazionarie del governo vigente. La critica al ruolo della sinistra è
utile a corrodere ipocrisia e illusioni di un sistema scolastico che si vorrebbe
attento alle diversità. Non vi è alcuna emancipazione, per esempio, nella
variazione personalizzata degli strumenti didattici a partire da diagnosi
formulate grazie alle classificazioni delle discipline mediche e psichiatriche.
Anziché richiedere più insegnanti, compresenze in aula e gruppi classe ridotti
in modo da esaudire davvero le esigenze degli allievi, la scuola neoliberale
consente agli studenti bisognosi l’impiego di strumenti compensativi (più tempo
per le prove, la disponibilità di consultare schemi, e altro ancora) affinché
tutti possano partecipare alla medesima procedura valutativa. “Inclusione”, in
questo senso, corrisponde a una cieca fiducia in una competizione meritocratica
accessibile a tutti. Così, alla fine della selezione, la responsabilità del
fallimento va attribuita all’individuo che non s’è impegnato abbastanza.
Le tesi di fondo del film e della raccolta di saggi sono valide ed è importante
insistere sulla collaborazione delle forze progressiste nel modellare il volto
dell’economia e della società odierna. Le due opere, tuttavia, mostrano limiti
nella costruzione formale del discorso e nelle modalità dello sguardo
adottate. D’istruzione pubblica è un documentario a tesi dove una voce narrante
accompagna lo spettatore lungo un tracciato critico definito e stringente. Da
qui discende uno sguardo filmico poco incline all’esplorazione e poco sensibile
nei confronti degli studenti, mere comparse in un montaggio didascalico. I saggi
di Contro la scuola neoliberale sembrano più interessati a ponderare le letture
accademiche sull’interpretazione della fase attuale del capitalismo, e
intervenire nel dibattito teorico, ma mostrano scarsa attenzione alla formazione
concreta dei ragazzi e al rapporto con loro.
Tale approccio – tutto concentrato sulle tesi da dimostrare e le teorie da
elaborare – spinge le due opere a una polemica contro le derive dei saperi
pedagogici che vengono piegati e rielaborati dalle esigenze della scuola
neoliberale. In questa lettura i docenti “democratici”, fautori di una didattica
e pedagogia innovative, sarebbero impegnati in un conflitto contro i docenti
“autoritari”, legati alle desuete pratiche della scuola novecentesca. Scrive Lo
Vetere nel primo saggio di Contro la scuola neoliberale: “Il dibattito
pedagogico corrente ama voltolarsi nell’antinomia metafisica tra pedagogia
democratica e pedagogia autoritaria, tra desiderio di innovazione e resistenza
luddista, tra riformismo e gentilianesimo”. Un conflitto sterile, secondo gli
autori di entrambe le opere, perché sarebbe proprio la tradizione democratica
della pedagogia – ormai deviata, fuorviata – a consentire l’accelerazione delle
riforme neoliberali. Gli autori, così, liquidano le critiche alla “tirannia
degli insegnanti” perché queste sarebbero funzionali alla trasformazione
dell’istruzione in un addestramento aziendale.
Chi osserva aule e corridoi ogni giorno, tuttavia, può notare che i professori
tiranni, aguzzini, guardiani della morale ci sono, e sono la maggioranza. Che la
scuola neoliberale sia dolce, attenta alle diversità, più semplice per gli
studenti, è un mito. Certo gli studenti imparano meno rispetto a un tempo –
hanno ragione gli autori –, eppure sono sottoposti a un regime sottilmente
coercitivo, soffocante, ossessivo nella richiesta continua di prestazione, e in
ultima istanza vessatorio. Non vedere questo aspetto comporta un duplice limite:
non si coglie il fondamento dell’esperienza d’apprendimento odierna, non
s’afferra la natura capillarmente coercitiva, seppure ipocrita, del capitalismo
contemporaneo. Se gli studenti non sono più cittadini critici in formazione, ma
carne da macello per il lavoro precario, allora la scuola deve insegnare loro a
comportarsi bene, non protestare, essere mansueti e flessibili – e i docenti
sono i nuovi direttori di una pedagogia oppressiva.
Non è un caso che in queste opere non vi sia alcuno spazio per la voce degli
studenti. La loro presa di parola non interessa, eppure è quanto di più
auspicabile in questo momento. Che cosa pensano gli studenti? Qual è il loro
rapporto con la scuola? E non è solo interessante la voce critica – e in un
certo senso attesa, decodificata, per quanto ricca di speranza – degli studenti
dei licei disposti a occupare gli istituti. È necessario ascoltare la voce degli
studenti dei tecnici e dei professionali, tanto nelle metropoli quanto delle
province di questo paese. Non sono degli zombie alienati come molti credono: vi
sono in loro più pulsazioni di quante ve ne siano nel corpo docente, e hanno
idee, esigenze e slanci vitali, per quanto agli adulti spesso illeggibili. Anche
gli atti vandalici contro gli oggetti nei laboratori di un professionale o
contro gli arredi di un tecnico sono messaggi importantissimi, che dovrebbero
essere letti e interrogati, e non meramente puniti. Se la scuola non fa altro
che costruire un’architettura dell’obbedienza alla barbarie, insegnando a
eseguire ordini in uno stato di insensibilità, senza chiedere, capire o
criticare il perché e il per che, allora questi gesti non vengono da criminali
nati o bruti da civilizzare, ma dai prodotti della fabbrica-scuola.
Dobbiamo difendere la scuola pubblica dallo smantellamento messo in atto dal
capitalismo neoliberale, non c’è dubbio. Questa difesa – che deve essere strenua
e appassionata – non deve però rimuovere una contraddizione che disorienta: la
scuola pubblica va difesa dagli attacchi del capitale affinché siano gli
studenti a smantellarla, a smantellarci. Anziché addestrare gli studenti per
competenze, è opportuno insegnare loro come liberarsi di noi docenti e della
scuola. Fino a che ai ragazzi sarà impedito di sentire la scuola come uno spazio
di crescita di cui hanno bisogno, ma come una caserma, un carcere, un luogo di
costrizione, di performance valutate, di ordini immotivati da eseguire per non
essere puniti, allora servirà il lavoro di noi docenti per dissodare il terreno
verso la dissoluzione dell’istituzione scolastica. I docenti, che sempre più
ripetono di trovarsi a fare scuola nonostante la scuola, con i tempi della
didattica rosicchiati da attività inutili ma obbligatorie, le
incombenze burocratiche, la disarticolazione, hanno il compito di insegnare
questo agli studenti: a fare scuola nonostante la scuola, a individuarne le
contraddizioni e mappare le incoerenze, perché sono proprio queste incoerenze
che creano aperture nelle maglie, che ci permettono ancora di agire.
Vi è un’immagine forte e vivace in D’istruzione pubblica, anche se forse i
registi non lo sanno: alla fine suona la campanella di giugno e i ragazzi,
finalmente liberi, corrono fuori, urlanti, a godersi l’estate. L’energia utopica
della conclusione rovescia, in modo imprevisto, l’intero discorso del film.
(francesco migliaccio, chiara romano)