Source - Napoli MONiTOR

Dove va Cuba, tra embargo e transizione capitalistica
(disegno di resli) A dicembre scorso avevo programmato un viaggio di dieci giorni a Cuba. Il suo senso è stato nel tempo modificato dagli eventi geopolitici che lo hanno trasformato in un’occasione di testimonianza diretta di un momento particolarmente difficile per l’isola, con un sostanziale collasso del sistema energetico e dei trasporti, dovuto all’inasprimento dell’embargo statunitense dopo la cattura di Maduro, il 3 gennaio scorso. Amici, colleghi, familiari e compagni si sono interessati al mio viaggio e mi hanno chiesto di scrivere qualcosa. Ma scrivere di Cuba è estremamente difficile: fin dal 1959, ma soprattutto dopo che la fine della Guerra Fredda ha spazzato via le altre esperienze socialiste in giro per il mondo, il mito della rivoluzione cubana è un articolo di fede incrollabile per quel che resta della sinistra internazionale. È necessaria allora un’avvertenza: ciò che scrivo è frutto di impressioni di prima mano, di ciò che ho visto e del dialogo con le persone con cui ho parlato. Non mi è possibile tracciare uno spaccato dell’isola nel suo complesso perché, a causa del prezzo della benzina ormai alle stelle (in media otto dollari al litro nel mercato nero, mentre in quello ufficiale non è disponibile) e delle enormi difficoltà a muoversi, sono rimasto per quasi tutto il tempo a L’Avana, fatto salvo un breve viaggio a Trinidad e Santa Clara (L’Avana è da sempre il polo più economicamente dinamico di Cuba, con maggior turismo e con una popolazione più scontenta in relazione al regime politico rispetto alle province orientali). Nella mia vita, ho avuto la fortuna di andare a Cuba parecchie volte: questa è stata la quarta (le altre sono state nel 2010, nel 2012, e nel 2016, quando presi un volo di fretta e furia dal Messico per assistere ai funerali e alle celebrazioni per la morte di Fidel Castro). In relazione a tutte le mie esperienze precedenti, la Cuba che ho visto è profondamente cambiata. In passato l’avevo sempre percepita come un paese povero, con enormi difficoltà di vario genere, dovute in parte all’embargo in parte a problemi interni, con un certo scontento nella popolazione, ma anche come un paese che, se confrontato con i suoi vicini immediati dei Caraibi e dell’America Centrale, poteva vantare alcune conquiste indiscutibili: era sicuro, nessuno viveva per strada o moriva di fame, tutti avevano la possibilità di studiare e di curarsi e c’era – nonostante alcune liberalizzazioni in corso e gli squilibri dovuti alla dipendenza dal settore turistico – una relativa uguaglianza di fatto. Qualcosa che poteva, forse, davvero essere chiamato socialismo, con tutti i limiti che l’esperienza storica di questo sistema ha dimostrato. La Cuba del 2026 è l’opposto di tutto questo: sebbene sia ancora un paese piuttosto sicuro, dove nonostante i sempre più frequenti black out non si incorre in grandi rischi a passeggiare la notte a piedi, è un paese che ha importato tutti gli altri principali aspetti (e vizi) della società capitalista: una disuguaglianza sempre più accentuata, una miseria dilagante, la fame, perfino la droga. La disuguaglianza oggi è palpabile e non è più circoscritta alle differenze tra i lavoratori che hanno o non hanno accesso al settore turistico, anche perché, in questo periodo, di turismo a Cuba quasi non ce n’è, in risultato alle politiche assassine di Donald Trump. Sebbene sia difficile sostenere l’esistenza di una borghesia (nel senso tradizionale e marxista di proprietari dei mezzi di produzione privati), è sempre esistita una classe dirigente statale che gode di un livello di vita molto sopra la media (nel vecchio socialismo reale sovietico era chiamata “nomenclatura”). Oltre a essa, oggi a L’Avana esiste una classe media in crescita, che frequenta locali hipster con prezzi insostenibili per un salario cubano, dotata di macchine elettriche di ultima generazione che non soffrono i rincari al costo della benzina. Il salario di un medico è oggi a Cuba di ventiquattro dollari, ma al Festival della Salsa in cui siamo stati nel Vedado (e che era predominantemente popolare), il costo di ingresso dell’area VIP, vicino al palco, era di quarantacinque dollari, e l’area vip era strapiena di cubani. Questa nuova classe media in ascesa è rappresentata soprattutto dai cosiddetti mipymes (padroni di micro, piccole e medie imprese, fino a un massimo di cento impiegati per azienda), la cui esistenza è stata formalizzata nel 2021 e che dominano oggi i settori del commercio e della ristorazione. Sono in parte persone con parenti all’estero, che hanno facilitato gli investimenti iniziali, in parte persone vincolate in qualche modo all’élite dirigente socialista. In quest’ultimo caso, l’impressione è che esista una tendenza della classe dirigente a sfruttare le aperture economiche per riciclarsi nella prospettiva di una transizione definitiva al capitalismo: in questo stesso senso potrebbe andare la recente apertura alla possibilità di possedere fino a tre case per persona, quando all’indomani della Rivoluzione il limite era una. La crescita delle disuguaglianze va di pari passo con la perdita drammatica del potere d’acquisto dei salari. Gli unici salari sopra la soglia di povertà sono quelli privati (una minoranza della fascia salariale, seppure in crescita), dove si registra però un’assoluta precarizzazione delle condizioni di lavoro e assenza di libertà sindacale. Oggi a Cuba non si può vivere di salario, chi sopravvive lo fa perché esiste qualche altra fonte di reddito: affittare una stanza ai turisti, offrire un mezzo di trasporto, vendere oggetti elettronici per strada, mettere da parte della benzina dei camion e rivenderla al mercato nero… Per paradosso, nel paese dove lo Stato, fino agli anni Ottanta, possedeva e controllava tutto, oggi la vita economica non dipende più dallo Stato, che a sua volta non riesce più a garantire i servizi vitali. Con il recente blocco energetico, i trasporti pubblici già precari sono diminuiti del novanta per cento, la spazzatura si accatasta ovunque nelle strade, mentre la sanità, una volta il fiore all’occhiello del modello cubano, è entrata anch’essa in crisi e regge a fatica il peso delle epidemie sempre più frequenti di Dengue e Chicongunya. La miseria a Cuba è ormai enorme, alla luce del sole, ovunque. La pratica di chiedere soldi per strada ha ormai affiancato (e in parte sostituito) quella del jineterismo, l’arrangiarsi magari fregando il turista. Mentre l’inflazione è alle stelle e i salari sono al palo da decenni, la libreta (libretto a disposizione di ogni cubano per ricevere beni di prima necessità in forma gratuita o quasi gratuita), che fino agli anni Ottanta garantiva parte del fabbisogno alimentare completo di una famiglia, oggi si limita a pane, farina e zucchero. Le proteine sono praticamente inaccessibili, trenta uova costano sei dollari. In questo processo di impoverimento – costante e crescente negli ultimi anni – un fattore importante è portato dall’escalation recente del blocco di Trump: la fine del turismo è stato un colpo mortale soprattutto per chi viveva delle briciole di quel settore. Parte di questi nuovi miserabili sembrano essere vittime anche di un altro vizio tipico del capitalismo e quasi sconosciuto nella Cuba del passato: la droga, e specialmente il Fentanil, che a Cuba chiamano el Químico. Molte persone stanno oggi vivendo per la prima volta l’esperienza del mendicante: lottano per mantenere, principalmente a se stessi, una parvenza di dignità, fingono di star lavorando, di offrire un servizio, di venderti per cento pesos (venti centesimi) una moneta di tre pesos con la faccia di Che Guevara. È molto doloroso: si tratta di persone spesso con ottima istruzione e capitale culturale, che si trovano sul crinale della disumanizzazione, ma che provano a non arrendersi a questa evidenza. Un aspetto relativo a questa perdita del settore pubblico è rappresentato dall’enorme diminuzione dei negozi e ristoranti pubblici. I negozi al dettaglio, in particolare, sono ormai tutti dominati dai mipymes, mentre lo Stato si riserva il monopolio di alcuni negozi di prodotti cari di importazione, prezzati direttamente in dollari. È, questo, un tema particolarmente spinoso: per quanto possano persistere dubbi in relazione alla politica della nazionalizzazione forzata delle piccole attività economiche (parrucchieri, bar, negozietti, officine meccaniche individuali) realizzata dal governo cubano a partire dal 1968, quando sotto il governo di Raúl Castro sono cominciate le prime liberalizzazioni, l’opzione cooperativista è stata sconfitta da una scelta più incline alla libera proprietà individuale. La sensazione è che il modo in cui si sta operando questa nuova trasformazione, quasi sessant’anni dopo dalla prima, abbia più a che vedere con l’imposizione di un capitalismo straccione che con qualsiasi prospettiva socialista. Con l’aumento di miseria e disuguaglianza, e il venir poco a poco meno dell’unico aspetto che rappresentava, pur con tutti i limiti e le difficoltà, la specificità cubana, è comprensibile che diminuisca l’appoggio al governo. A sentire alcuni interlocutori – o a leggere le poche analisi disponibili – sembra di capire che non più del venti per cento della popolazione appoggi convintamente il governo (storicamente, dagli anni Novanta in poi, questa cifra era stata di più o meno un terzo della popolazione). Anche quel venti per cento, tuttavia, è molto critico nei confronti della corruzione, di Raúl Castro, che ha cominciato a togliere le assicurazioni sociali, di Díaz Canel, del processo rivoluzionario che sta perdendo la sua forza… Quanto al resto, neanche a parlarne: la maggioranza nega addirittura l’esistenza dell’embargo («Ma quale embargo, l’embargo è interno!»). Trump è, nel migliore dei casi, considerato “un pazzo”, e nel peggiore “un salvatore” (per molti in ogni caso è un “male minore”). I cubani di Miami non sono più gusanos (vermi), ma anzi salvatori della patria, perché garantiscono il mantenimento del poco che funziona. Certo, da qui a essere “opposizione” al governo ce ne passa: forse per disillusione, forse per paura della repressione, non sembra esserci un’opposizione sociale organizzata a Cuba, sebbene alcuni episodi recenti rappresentino delle avvisaglie: l’enorme movimento spontaneo del 21 luglio 2021, le proteste di questi giorni (a Ciego di Ávila è stato dato fuoco a una sede del Partito Comunista), alcune scritte sui muri di L’Avana (Vivimos en la mierda, circo sin pan…) potrebbero indicare un’indisposizione che, a torto o a ragione, individua sempre più nel governo, e sempre meno nell’embargo straniero, la causa dei problemi. Certamente, in questi scontenti si mescolano elementi tra loro diversi e contraddittori: se per gli avversari più ideologici del governo (e spesso per chi viene dalla classe medio-alta impoverita dalla rivoluzione) il problema è il modello socialista in quanto tale, molti altri sembrano additare le mancate risposte del governo alla crisi sociale, la politica di liberalizzazione che ha favorito solo alcuni, la riduzione della libreta, l’inflazione, il non funzionamento dei trasporti e dei servizi pubblici, la corruzione. Paradossalmente, tuttavia, non sembrano esistere rivendicazioni esplicite di un “socialismo” diverso, più vero, più profondo, di fronte al dramma del presente. Anzi, il socialismo viene associato alla politica del governo, qualunque essa sia, e in quanto tale soffre un processo di grande delegittimazione. Un altro aspetto drammatico di questa totale perdita di legittimità del regime politico è l’abbandono quasi totale della propaganda socialista e patriottica, tanto presente nelle strade cubane fino a dieci-quindici anni fa. Pochissime immagini di Fidel, Che Guevara e Camilo Cienfuegos, quasi nessuna denuncia pubblica dell’embargo (la scritta “Tumbar el bloqueo” l’abbiamo vista un paio di volte in dieci giorni di viaggio). Sembra proprio che lo stesso governo abbia rinunciato a fare propaganda di qualcosa a cui la gente ha da tempo smesso di credere. L’unico mito socialista che non è ancora crollato è quello di Fidel: a dieci anni dalla morte, sembra essere ancora maggioritario il rispetto per la figura del líder maximo. È però un sentimento confuso, espressione soprattutto di una nostalgia da parte delle vecchie generazioni di un tempo passato, migliore del presente, tanto che non è raro incappare in persone che manifestano contestualmente approvazione per Castro e per Trump. E qui si arriva a una questione dolente, un problema che è cominciato ben prima di Trump, ben prima della morte di Fidel, ben prima della caduta del muro di Berlino: la sensazione, comune a tutti, che le decisioni sono prese chissà dove, in qualche spazio al quale il popolo cubano non ha accesso. È il problema della mancanza di partecipazione democratica, qualunque cosa questa parola possa significare. Torno da questo viaggio, in sostanza, con la sensazione, o forse l’illusione, che se dieci o venti anni fa ci fosse stato un processo costituente aperto, un tentativo di condividere con la popolazione le decisioni strategiche fondamentali per la vita in comune, forse ci sarebbero stati gli anticorpi per un esito non catastrofico, o per la preservazione materiale e simbolica di alcune delle conquiste della rivoluzione, o quanto meno di certa capacità di resistenza collettiva di fronte alle minacce di oggi. È evidente che l’embargo e tutti i problemi menzionati abbiano una relazione, spesso decisiva, con ciò che sta accadendo a Cuba. Ma non si possono ignorare fattori interni, se si vuole analizzare la realtà per quella che è, sottraendola ai nostri sogni e alle nostre illusioni. La transizione al capitalismo è un processo già in corso a Cuba, non in discussione. Quel che è in discussione è la gestione e il ritmo di questo processo, lo spazio che in esso avranno le imprese statunitensi in relazione al peso che ha oggi la collaborazione con Cina e Russia, se ci sarà una terapia dello shock o un’apertura più graduale, e quanto potere politico ed economico riuscirà a preservare l’establishment attuale. Non sono questioni minori, ma hanno poco a che vedere con la rivoluzione e il socialismo. (perez gallo)
May 28, 2026
Napoli MONiTOR
Retoriche di una festa. Torino capitale europea del rimosso
(disegno di cristina moccia) Lo scorso fine settimana molte vie di Torino sono state chiuse al traffico e messe a disposizione della Festa dei vicini. Da quando vivo qui ne ho spesso sentito parlare ma non l’ho mai attraversata. Sul sito del Comune scopro che è un’iniziativa nata in Francia nel 1999 e importata a Torino nel 2006 con l’obiettivo di promuovere “la socialità, il senso di comunità e le relazioni tra chi abita nello stesso quartiere”. Da allora queste feste sono cresciute numericamente e la macchina organizzativa che le sostiene si è affinata progressivamente: comitati, associazioni e cittadini vogliosi di animarle avanzano le loro proposte all’ente, che decide i criteri di ammissibilità e le modalità di sostegno: “la valorizzazione degli spazi di quartiere, la creazione di reti sociali, la promozione di legami di prossimità e solidarietà”; “la concessione del suolo pubblico, la chiusura al traffico veicolare, la fornitura di materiali come sedie, tavoli o transenne e la fornitura di materiali grafici per la promozione dell’evento”. Quest’anno, per il ventennale dell’iniziativa, l’amministrazione ha deciso di darle maggiore enfasi inserendola nel calendario degli eventi in preparazione della candidatura di Torino a capitale europea della cultura 2033. E per chiudere il cerchio simbolico, il programma della festa ha incluso anche una “speciale festa per nuovi cittadini”, dedicata a chi ha ottenuto la cittadinanza italiana nel 2026. Il convergere delle celebrazioni mi sembra l’occasione giusta per fare un giro tra le strade occupate da due di questi presidi di “partecipazione civica”, che scelgo per il loro “valore simbolico”: la Festa dei vicini di via Po, dove si è svolta anche la celebrazione dei nuovi cittadini, e quella del quartiere Aurora, allestita in via Alessandria, una via diventata nota negli ultimi anni perché lì c’era la sede dell’ex asilo occupato dagli anarchici, sgomberata nel 2019 dalla giunta Appendino. Quando arrivo in via Po, sabato mattina, il sole batte caldo sulle divise della polizia locale e della vigilanza privata, che sorvegliano le transenne e i passanti. La lunga “tavolata conviviale” è già apparecchiata in mezzo alla strada in attesa del pranzo condiviso. Ciascun posto a sedere è segnato con una tovaglietta di carta che invita i commensali a partecipare a un questionario accessibile tramite un QR code: “La ricetta per una capitale europea della cultura” è il tema dell’indagine, e come una qualsiasi ricetta culinaria riporta gli ingredienti e il procedimento per la preparazione. Aprendo il link al questionario si può rispondere a domande semplici poste con linguaggio infantile: “Qual è l’ingrediente che non può mancare nella Torino del 2033?”, “Perché hai scelto proprio questo ingrediente? (raccontacelo in poche righe)”. Insieme alle tovagliette, dei foglietti di carta bianca riportano le sigle delle associazioni a cui è garantito un posto a sedere. Poco oltre, verso piazza Vittorio Veneto, davanti alla chiesa di San Francesco da Paola è stato allestito lo spazio che ospita la cerimonia per i nuovi cittadini. Un tram storico della città ha le porte aperte verso la facciata della chiesa ed è utilizzato come palcoscenico per i relatori e i festeggiati. Ad affiancarli per tutto il tempo ci sono due agenti del servizio d’onore della municipale in divisa storica. Ai piedi del tram, alcuni posti a sedere sono riservati ad altre personalità pubbliche; chi è venuto a curiosare, insieme ad amici e parenti dei nuovi cittadini, sta in piedi alle loro spalle. I pochi metri che separano il tram dalla facciata della chiesa sono occupati dalla banda del corpo di polizia locale di Torino, che scandisce la cerimonia suonando l’inno nazionale e quello europeo. La scenografia dello spazio, oltre al tricolore e alla bandiera dell’Europa, comprende i manifesti della festa dei nuovi cittadini e di Torino capitale europea della cultura 2033, evento sponsorizzato anche da alcuni enormi palloncini blu. I saluti che precedono il giuramento dei nuovi cittadini vengono affidati ai rappresentanti di Ascom, Confesercenti e Associazione dei commercianti di via Po. I loro discorsi enfatizzano il ruolo del commercio come «vettore di ricchezza, non solo dal punto di vista economico, ma anche ricchezza della società, dell’integrazione, del modo di stare insieme e di creare comunità» (Vincenzo Nettis, presidente provinciale di Confesercenti), ed esprimono apprezzamenti per la festa dei vicini «perché nella vicinanza, nella prossimità, sta quella relazione che è alla base della nostra comunità, e che rende Torino una città accogliente e viva» (Federica Fiore, vicedirettrice di Ascom Torino). Nettis approfitta anche per ricordare l’esistenza di una campagna di raccolta firme, tuttora in corso, volta a istituire le Zes, Zone economiche speciali, tramite una legge che tuteli il commercio di prossimità con «presidi di sicurezza, di civiltà e di convivenza nelle zone e nei quartieri che viviamo». È il momento del discorso del sindaco: «Lo spirito della festa dei vicini è quello che ci ha guidato in tutti questi anni […], con l’obiettivo di stare insieme, incontrarsi, parlarsi […] perché da questa condivisione nasce il senso di identità profondo di questa città». Lo Russo ricorda poi i principi su cui si fonda la repubblica: «Uno di questi è la capacità di essere un paese in grado di accogliere e integrare le persone che arrivano da altre parti del mondo», principio che lui vede anche «nella natura di questa nostra città, una città che si è costruita nei secoli attraverso le tante persone che sono arrivate a cercare condizioni di vita migliore, a fare una famiglia per stabilirsi». Riconosce infine che «prendere la cittadinanza italiana è difficilissimo» ed esprime vicinanza verso coloro che «questa fatica l’hanno fatta», dimostrando «di avere voglia di diventare cittadine e cittadini»; per questi motivi, li ringrazia ripetutamente. Finito il suo discorso, il sindaco invita sul palco i dieci nuovi cittadini preventivamente selezionati a recitare la formula del giuramento: «Giuro di essere fedele alla repubblica e di osservare la costituzione e le leggi dello stato». A ciascuno di loro consegna il documento, offre grandi sorrisi, baci, abbracci e qualche pacca sulle spalle. A chiudere gli interventi istituzionali è il direttore dalla candidatura di Torino a capitale della cultura 2033, Agostino Riitano. Per lui si tratta di «una giornata che rende visibili tantissimi dei valori che stanno caratterizzando il percorso di candidatura […], valori che oggi possiamo toccare con mano nelle vibranti emozioni di questi giuramenti, perché riteniamo l’accoglienza di questa città come una pratica civica, l’intercultura come una risorsa pubblica e la cultura come spazio di relazione per creare e rafforzare quei legami che caratterizzano la temperatura di una città moderna e aperta al futuro, e la dimensione dell’Europa come dimensione e orizzonte di convivenza democratica». A cerimonia appena conclusa, mentre i musicisti della banda scappano dal sole e i parenti dei nuovi cittadini si ricongiungono ai festeggiati, i giornalisti li rincorrono per strappare loro dichiarazioni emozionate ed entusiaste. Prima di scioglierci, una macchina fotografica professionale punta il volto di una ragazza nera che ho avuto accanto nell’ultima mezz’ora; il fotografo chiede di poterla ritrarre, lei declina l’offerta con un gesto della testa e lui desiste con una smorfia stizzita e delusa. Mi trattengo un po’, ma senza aggiungermi al gruppo di avvoltoi che stanno spolpando i protagonisti della festa con le loro domande. Mentre passeggio nel tratto che separa il tram dalla “tavolata conviviale” vedo i primi commensali seduti nei posti a loro assegnati, e i nuovi cittadini appena celebrati allontanarsi con le loro famiglie; immagino allora che stiano andando a pranzare altrove. Vado via anch’io. La festa dei vicini di via Alessandria si svolge la domenica, tra pomeriggio e sera. Mentre mi avvicino sento la musica da lontano e intravedo gruppi di gente sparsa tra postazioni di gioco e banchetti allestiti con vari tipi di materiali, oltre a quello di Legambiente. Qui l’atmosfera è più informale e giocosa rispetto a quella percepita in via Po. L’area chiusa al traffico è transennata ma non vedo la municipale né altre guardie private. Tra chi partecipa c’è rilassatezza e gentilezza; i genitori sembrano felici di poter fare scorrazzare i propri piccoli senza il pericolo del traffico, e tutti sembrano disposti a prendersene cura indipendentemente dal fatto che siano figli loro. Anche questa “tavolata conviviale” è allestita con le tovagliette che promuovono il questionario che ho visto il giorno prima, ed è piena di cibo e bevande che ciascuno dei partecipanti si è preoccupato di portare. C’è poi una scacchiera gigante per terra, un campetto da minivolley, chi gioca a calcio liberamente, chi fa balli di gruppo e altre pratiche corporee; una porzione del suolo è diventato una lavagna su cui far disegnare i bambini coi gessetti. C’è poi un enorme foglio bianco affisso sulla facciata dell’ex asilo; una scritta a mano dice “Aurora siamo noi” e il resto dello spazio è destinato a essere riempito di faccine e nomi degli abitanti, disegnati a mano. Insieme a questo pannello è affisso un manifesto stampato che titola “Il quartiere Aurora è anche tuo”; è stato scritto dal comitato Aurora, nato a gennaio di quest’anno con l’intento di creare “un quartiere più vivo, più bello e più nostro”. Mi allontano anche da questa festa senza avervi davvero partecipato. La due giorni è finita e lascio che i miei sentimenti prendano la forma di riflessioni più ordinate. I discorsi istituzionali ascoltati sabato mattina alla festa dei nuovi cittadini, le parole del sindaco democratico e inclusivo, sarebbero commoventi se non fosse per la quantità sottintesi, omissioni e rimossi. Chi ha parlato da quel palco ha riaffermato tra le righe la differenza tra immigrati “buoni” e “cattivi”, tra chi ce l’ha fatta perché ha saputo fronteggiare le condizioni imposte dalle politiche dell’integrazione e chi probabilmente non ce la farà mai perché quelle condizioni non riesce o non vuole accettarle, trovandole ingiuste, e finisce persino per lasciare il paese per sfinimento. Chi ha parlato dal palco ha dimenticato di nominare le innumerevoli angherie, gli abusi e soprusi che lo stato e le sue diramazioni infliggono alle persone immigrate, soprattutto se povere e prive di reti sociali solide. Eppure di queste angherie e abusi strutturali abbiamo le prove certificate: l’inferno burocratico che bisogna subire per ottenere i permessi necessari a non farsi espellere dal paese; i Cpr in cui si rischia di finire se quel permesso non viene concesso; le trafile estenuanti per ottenere un posto in cui vivere o semplicemente dormire; le persecuzioni a cui si va incontro se, per ragioni di sopravvivenza, si prova a svolgere lavori abusivi pure in luoghi in cui storicamente è stato consentito. E allora, in questo giorno di festa, nella via storica da cui ogni traccia di conflitto e dissenso è stata puntualmente cancellata, mentre osservo l’entusiasmo legittimo di chi ce l’ha fatta, non posso che provare amarezza per il modo in cui le istituzioni locali, con la stampa e il terzo settore che le legittimano, strumentalizzano anche questa loro conquista per accaparrarsi consensi. Vista da qui, Torino sembra più che altro la capitale europea del rimosso. A questa percezione contribuisce la festa dei vicini di via Alessandria, con lo slogan “Aurora siamo noi” e l’ambizione a creare un quartiere “più nostro”. Chi sta dentro o fuori questi “noi” e “nostro”? Gli organizzatori hanno probabilmente dimenticato il ruolo politico e sociale dell’occupazione anarchica sgomberata sei anni fa, oppure l’hanno sempre disprezzata per le modalità conflittuali e tutt’altro che concilianti dei suoi occupanti. Eppure, quella era una sede del pensiero critico che si opponeva alle ingiustizie appena menzionate: la lotta contro i Cpr, le deportazioni e il razzismo delle istituzioni; contro gli sfratti e gli sgomberi delle occupazioni abitative che davano rifugio a centinaia di persone; contro gli abusi di polizia, la militarizzazione e la gentrificazione. Oggi al posto di quella occupazione sta per nascere quello che l’assessore Jacopo Rosatelli ha definito un “presidio educativo e solidale capace di intercettare i bisogni delle giovani generazioni e delle famiglie, promuovendo inclusione, partecipazione e legami di comunità”. A gestire le attività dello spazio per i prossimi vent’anni sarà il Sermig (Servizio Missionario Giovani), ente che in questo giornale abbiamo più volte criticato per la sua tendenza a reprimere i poveri laddove questi non rientrino nel suo giro di affari. Tra gli animatori della festa corre voce che anche il comitato Aurora stia provando a dialogare con il Sermig per accaparrarsi uno spazio da gestire nell’ex asilo di via Alessandria. Di fronte a un destino che sembra già segnato, continuare a osservare in controluce, evidenziare rimozioni e contraddizioni, rischia di diventare più una sfida a sé stessi che ai soggetti criticati. Eppure, oggi rimanere in silenzio mi sembra ancora più rischioso. (alessandra ferlito)
May 26, 2026
Napoli MONiTOR
“Qui una volta era un ghetto”. Come ci stanno raccontando la riapertura del cimitero delle Fontanelle
(disegno di lorenzo la rocca) È quasi ora di pranzo, cercando di non far rumore mi chiudo il portone alle spalle ed esco. Salita Capodimonte è più placida del solito. Il palazzo dove vivo da sempre è tappezzato di manifesti delle onoranze funebri. Ieri c’è stato il funerale del marito di Stefy. «Stev’ chin’ ‘e tumor’», mi ha detto la signora di fronte. Scendendo per la strada incupita dall’atmosfera mortuaria, cerco su Google maps la posizione del Cimitero delle Fontanelle. Non ci vado da sette, otto anni e non ricordo precisamente dove sia. L’ex cava di tufo, usata per secoli come luogo di sepoltura fuori dalle mura della città, divenne alla fine dell’Ottocento l’ossario di Napoli. Negli anni Trenta si sviluppò il culto delle anime pezzentelle: l’adozione e la cura di teschi anonimi in cambio di protezione. Il credo raggiunse il suo apice nel dopoguerra, per poi essere bandito dal cardinale Ursi, che chiuse il cimitero per arginare pratiche considerate incompatibili con la modernizzazione della Chiesa introdotta dal Concilio Vaticano II. Da allora il sito alterna lunghi periodi di chiusura e riaperture precarie. Il 18 aprile 2026, dopo sei anni dalla chiusura per il Covid, il cimitero è stato riaperto al pubblico. Percorrendo salita Capodimonte verso la Sanità, vedo una scolaresca in gita fuori la Basilica di San Severo. Alle loro spalle un manifesto pubblicizza il “Figlio Velato” dello scultore Jago, uno dei nuovi volti della riqualificazione del rione. Li guardo quasi con sospetto perché, nonostante i cosiddetti “viaggi d’istruzione” a Napoli siano sempre più gettonati nelle scuole di tutta Italia, devo ancora abituarmi a vedere classi intere di turisti in giro per il mio quartiere. Superata piazza della Sanità, comincio a vedere le prime indicazioni per il Cimitero delle Fontanelle. Sono grandi banner con scritto “Vien’ appriess’ a mme! / Come with me”. Li hanno realizzati i bambini di una scuola del quartiere che, a pennarello, hanno descritto il percorso da seguire per raggiungere l’ex cava diventata cimitero. Superata la Basilica di Santa Maria della Sanità, mi affaccio all’ingresso-shop delle Catacombe di San Gaudioso. Sono esposti frammenti di maioliche e vasi rimessi insieme alla meglio, senza nessuna indicazione. Vendono tote bags, qualche calamita, occhi della madonna in resina stampati in 3D, venticinque euro mi sembra un po’ tanto. C’è anche una selezione di libri tra cui spicca Noi del Rione Sanità. I giovani e la forza del cambiamento di padre Antonio Loffredo. Per un attimo mi compiaccio del look moderno, da galleria d’arte europea dell’ingresso delle catacombe e poi ritorno sulla strada. Camminando verso le Fontanelle, passo per l’ex largo Vita, ribattezzato largo Totò nel 2017, in occasione dei cinquant’anni dalla morte dell’attore nato e cresciuto nella Sanità. L’iniziativa fu promossa dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, fondata da padre Antonio Loffredo. Lì, davanti al monolite in cui è scavata l’iconica sagoma con la bombetta di Totò, qualche anziano fuma seduto sulle panchine e gruppi di ragazzini giocano a pallone. La primavera sta lasciando spazio all’estate e bambini e bambine sono in fila davanti al carretto di Gennaro delle granite che gratta il blocco di ghiaccio con la pialla d’acciaio, producendo quel suono che per me è indissolubilmente legato alle calde giornate d’agosto passate a Napoli. Dietro le bottiglie di sciroppi dolciastri dai colori brillanti guardo l’insegna del family restaurant srilankese sul marciapiede di fronte: a sinistra la bandiera con il leone cingalese, a destra lo stemma della SSC Napoli. Proseguo verso il cimitero seguendo Maps. Su uno dei manifesti pubblicitari-segnaletici leggo: “Cammina ancora ‘nu poco. Ce sta ‘nu cancello blu. Si arrivato! Chill è o cimitero d’ ‘e fontanelle” – Stephan Fernando, 10 anni, 4°A plesso Lombardi. Sono arrivato. Davanti alla biglietteria, su uno slargo giallo tufo, ci sono turisti di diverse età e provenienze, oltre a decine di studenti, anche loro in viaggio con la scuola. Entro. La ragazza in cassa mi chiede se ho prenotato la visita. Le dico di no e lei mi risponde che c’è uno slot libero tra venti minuti. Le chiedo se posso semplicemente farmi un giro autonomamente, senza guida. Mi dice di no, e aggiunge che la gestione adesso è molto diversa dal passato. Prima, racconta, era tutto più libero: potevano entrare anche trecento persone insieme, le guide a volte facevano addirittura i tour col megafono… Il biglietto costa otto euro, quando però le dico che sono del quartiere mi chiede la carta d’identità per controllare. «Ok, allora non paghi niente, per i residenti della seconda e terza municipalità è gratis». Mi dice di scaricare l’applicazione “IntoRioneSanità” per avere l’audioguida nella cava, dove la rete internet non è stata ancora messa in funzione. Poi aggiunge che la nuova gestione del sito è frutto di una partnership tra il comune di Napoli e la cooperativa la Paranza, nata nel rione Sanità intorno all’esperienza di padre Antonio Loffredo e che già gestisce le Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso, tra i principali punti di attrazione del quartiere. Per i lavori di ristrutturazione dell’ex cava, La Paranza ha investito circa 650 mila euro, attivando risorse messe a disposizione dalla Fondazione Con il Sud e dalla Fondazione di Comunità San Gennaro, oltre al sostegno di soggetti privati e donatori. A questi si aggiungono 200 mila euro del Comune per interventi di messa in sicurezza. Il rifacimento dell’ingresso e la trasformazione del vecchio marciapiede in basoli nello slargo color tufo dove sosta la scolaresca del nord Italia, rientra invece nel progetto “G124 – Sanità” sviluppato da giovani architetti del Dipartimento di Architettura dell’Università di Napoli Federico II, coordinato da Renzo Piano.  La ragazza della biglietteria mi saluta e mi dice di aspettare il mio turno nella chiesa accanto. Mi fermo a guardare lo shop dove vendono maglie, cartoline, segnalibri e notebook a tema ossa e cape di morto. Anche qui, tra i libri spicca quello di padre Loffredo. Nell’aletta anteriore si parla della Sanità come “cuore autentico” della città e del parroco come uomo coraggioso, che ha saputo vedere nella povertà del quartiere una ricchezza nascosta, arrivando a trasformare il ghetto in un polo di attrazione capace di richiamare centinaia di migliaia di visitatori, generando nuove opportunità, lavoro e prospettive per il futuro. Alle 14:45 spaccate è il nostro turno. Nella chiesa arriva Raffaella, la guida: «Il Cimitero delle Fontanelle è sicuramente uno dei luoghi più importanti e simbolici di Napoli. Il sito però è stato chiuso per tanti anni. Da parte di noi abitanti del rione c’è sempre stata la voglia di restituire questo luogo alla collettività e di raccontarlo. Già nel 2010 occupammo pacificamente il sito, e ci passammo una notte per chiederne la riapertura, che aspettavamo dal 2006, dopo i lavori di messa in sicurezza fatti dal Comune. Poi nel 2020, tra pandemia e problemi strutturali mai del tutto risolti, arrivò una nuova chiusura. Solo nelle ultime settimane, il cimitero è tornato a essere accessibile al pubblico. Fino a vent’anni fa il rione Sanità era un quartiere famoso per spaccio, criminalità, povertà educativa. Era proprio un ghetto! Un luogo che persino molti abitanti del posto tendevano a evitare…». Una delle persone sedute sulle panche della parrocchia mormora: «Ma come un ghetto, io qua ci vivo! Come si permette questa di dire che noi abitanti evitavamo il nostro stesso quartiere, ora me ne vado!». Il vociare del gruppo di turisti copre l’intervento del residente, che decide di non trasformare il commento in una discussione aperta. La guida allora continua indisturbata: «Il cambiamento è iniziato nel 2001, quando nel quartiere è arrivato un nuovo parroco: padre Antonio Loffredo. Lui ha avuto la capacità di vedere che qui non c’era solo marginalità e problemi sociali, ma anche un enorme e prezioso patrimonio culturale, all’epoca in gran parte chiuso o mal tenuto, e tanti giovani su cui investire. È in questo contesto che è nata la cooperativa La Paranza, che ha iniziato a gestire prima le catacombe di San Gaudioso e poi quelle di San Gennaro. Per il cimitero delle Fontanelle la svolta è arrivata nel 2023, quando il comune di Napoli ha deciso di affidare la gestione a soggetti esterni, pubblicando un bando per la valorizzazione del sito rivolto al terzo settore. La mia cooperativa ha partecipato insieme ad altre realtà, anche più strutturate, e ha vinto per la proposta fortemente radicata nel territorio…». Raffaella ci chiede poi se tutti abbiamo scaricato l’app e ci conduce nel cimitero dal nuovo ingresso disegnato dall’archistar. Qui la situazione è molto diversa da come la ricordavo. Un nuovo sistema di luci accompagna il percorso dentro la cava, illuminando la scena in maniera quasi cinematografica. Anche le capuzzelle, sia quelle contenute nelle teche dove venivano custodite dopo le “grazie” ricevute, sia quelle ammassate a terra, mi sembrano più ordinate e pulite di come le ricordavo, con un effetto molto più museale che inquietante. La visita consiste in un accompagnamento per le tredici tappe previste dall’audioguida. A ogni stop Raffaella ci introduce al contenuto che andremo ad ascoltare e si attiva un audio con la voce di un abitante del quartiere che racconta una storia del luogo, in una sorta di preservazione della memoria orale. L’ambiente è sorvegliato con telecamere ovunque. Ci sono estintori, percorsi delimitati e, in alcuni tratti, per facilitare il passaggio delle persone in sedia a rotelle, addirittura moquette color tufo. Chiodature e reti d’acciaio contengono eventuali distacchi della roccia, mentre vetrini fessurimetri controllano lo stato delle pareti e sensori monitorano la presenza di radon, gas radioattivo cancerogeno rilasciato dal tufo. Le uscite di sicurezza sono ben segnalate da luci led verdi con l’omino che corre, a desacralizzare ulteriormente il cimitero già ampiamente secolarizzato dalla nuova gestione. Raffaella ci dice anche di non distaccarci dal gruppo e di non avventurarci nelle gallerie, «per non perderci» in uno spazio che tutto sommato non è né così grande né tantomeno, vista anche la nuova illuminazione, particolarmente labirintico. Qualcuno viene redarguito per essersi spostato dal gruppo di sei o sette metri. Abituato al laissez-faire della gestione precedente, questo atteggiamento mi infastidisce un po’, ma mi dico che in fondo Raffaella sta solo facendo il suo lavoro, per cui mi tengo le mie remore. Tra una tappa e l’altra, scambio due chiacchiere con Raffaella, siamo coetanei. Mi racconta di avere appena finito la triennale in psicologia e di essere poi entrata nel programma di formazione gratuito per guide turistiche che ha coinvolto venti giovani del quartiere. Di questi, lei e altri dieci sono stati inseriti a lavorare nella cooperativa La Paranza. Mi dice: «Vabbè, lo sai pure tu che sei di qua, già solo il fatto di avere un contratto fa veramente la differenza. Per me entrare nella Paranza è stata una grande svolta». Dopo quaranta minuti esatti la visita termina. Raffaella ringrazia i turisti per aver scelto di guardare il quartiere «da un’altra prospettiva», e ricorda che con lo stesso biglietto si ha uno sconto del quindici per cento per l’accesso al resto dei siti del quartiere gestiti dalla cooperativa. Ci suggerisce anche un ristorante nella Sanità per un pranzo tipicamente napoletano, dove i visitatori del cimitero ricevono il dieci per cento di sconto. Per curiosità lo cerco su Google. È di gran lunga il locale con più recensioni di tutto il rione Sanità. Chissà se anche loro devono ringraziare padre Antonio Loffredo per il successo. (errico forte)
May 25, 2026
Napoli MONiTOR
Noi siamo portatori di scintille. La lotta ecologista in Tunisia tra repressione e resistenza
(disegno dall’archivio monitor) Nei mesi scorsi abbiamo raccontato le mobilitazioni dell’autunno 2025 a Gabès, la città del sudest tunisino trasformata in una zona di sacrificio da oltre cinquant’anni di attività del Groupe Chimique Tunisien (GCT). Il 21 ottobre, oltre centomila persone sono scese in piazza in quello che viene considerato il più grande sciopero per l’ambiente del Nord Africa. A febbraio 2026, il tribunale di Gabès ha risposto con due sentenze che rischiano di segnare uno spartiacque: l’assoluzione dell’ecocidio, da una parte, e la criminalizzazione della resistenza, dall’altra. È il 13 dicembre 2025. Mi trovo a Chott Essalem, il quartiere costruito a meno di un chilometro dagli impianti del Groupe Chimique Tunisien. Conservo ancora gli appunti raccolti quel giorno in un caffè che affaccia sul mare: la gola brucia, il petto è pesante. Mentre camminiamo per le strade del suo quartiere, Islem (venticinque anni, attivista di Stop Pollution) mi ferma e dice: «Questo lo devi fotografare, è importante». Sul muro si legge: “Il popolo soffoca tutti i giorni, mentre lo Stato respira indifferente. Come può la nazione essere costruita sulle vite che vengono uccise dai veleni dell’inquinamento?”. Sono le tracce urbane di una catastrofe ecologica in corso da oltre cinquant’anni. A Gabès, l’incubo comincia negli anni Settanta, ma affonda le sue radici in epoca coloniale. Con la scoperta di giacimenti ad alta concentrazione mineraria di fosfati, la Tunisia viene trasformata in una fabbrica a cielo aperto per la produzione di fertilizzanti da esportare in Europa. Da allora, il vortice di estrazione, saccheggio e degradazione ambientale non ha avuto fine. Nel 1972 viene inaugurato il primo impianto delle Industries chimiques maghrébines, con un’estensione del complesso fino alla nascita del Groupe Chimique Tunisien nel 1992. La scelta di Gabès come polo di trasformazione risale al piano di sviluppo decennale (1962-1971) del ministro socialista Ahmed Ben Salah, che mirava a rompere con il dominio coloniale favorendo l’industrializzazione. Nacque così quello che gli abitanti chiamano il “complesso della morte”. Oggi il GCT fornisce il cinquantasette per cento della produzione nazionale di acido fosforico (usato in laboratori, industrie metallurgiche, ma anche in bibite, fertilizzanti e detergenti) e conta circa quattromila posti di lavoro diretti. L’impatto ambientale è devastante su tutti i fronti: gli impianti basano tre quarti del loro approvvigionamento sulle acque di falda della regione, prosciugando le sorgenti naturali che un tempo irrigavano un sistema unico al mondo di oasi litorali. A Chenini, ricordata come un paradiso terrestre, le quattrocento sorgenti che garantivano un’irrigazione gratuita e collettiva sono oggi tutte esaurite. Il disastro ecologico è palpabile sulla spiaggia di Chott Essalem. Ormai nota come Chott el-maut (“spiaggia della morte”), questa costituisce un hot-spot dell’inquinamento nel Mar Mediterraneo. Ogni giorno quarantaduemila metri cubi di fanghi di fosfogesso – un rifiuto pericoloso contenente metalli pesanti e materiali radioattivi come stronzio, cadmio, piombo, radio e uranio – vengono scaricati senza alcun trattamento nel golfo. Questo, un tempo considerato la più grande riserva di pesci e di conchiglie della Tunisia, si è ridotto a un cimitero: il crollo della biodiversità è stato tale da passare da duecentocinquanta specie marine nel 1965 a cinquanta oggi. Infine, le emissioni atmosferiche – diossido di zolfo, ossidi di azoto, fluoruro di idrogeno, ammoniaca – superano gli standard internazionali fino a otto volte determinando una catastrofe sanitaria nelle aree circostanti. L’incorporazione delle tossine si manifesta in un’epidemia silenziosa e silenziata di cancro, infertilità, malattie respiratorie e cutanee, malformazioni alla nascita. Dal 1972, il “complesso della morte” non ha mai smesso di divorare vite e risorse. Eppure, qualcosa rimane. Sotto la pelle bruciata di questo corpo collettivo, persiste una tensione pronta a esplodere: una lunga storia di resistenza attraversa questo territorio e ha visto diversi cicli di mobilitazione culminare nell’autunno dello scorso anno. A innescare la nuova ondata di proteste sono stati, come spesso accade a Gabès, gli incidenti industriali. Il drastico incremento dei ritmi di produzione, nel contesto di un impianto in pessime condizioni di manutenzione, si è tradotto in un susseguirsi di fughe di gas tossici che hanno avvolto la città. Centinaia di bambini e bambine sono state trasferite in ospedale, in preda a crisi respiratorie di breve e lungo periodo. Gli eventi che ne sono seguiti, culminati il 21 ottobre 2025 in uno sciopero di oltre centomila persone, sono già storia: la più grande mobilitazione per l’ambiente del Nord Africa, il più grande sciopero dalla caduta di Ben Ali nel 2011. Eppure, una volta che la marea si abbassa, lo sforzo necessario è quello di guardare agli eventi dell’autunno senza idealizzarli. Il 21 ottobre, più che un momento straordinario, è stato un momento storico nel suo senso più stretto di accumulazione. Guardare a questo momento con lenti diverse permette di considerarlo nella sua complessità e ci fornisce strumenti utili nel momento in cui la mobilitazione si arresta. Il movimento Stop Pollution, attivo sul territorio da oltre dieci anni, incarna questa complessità meglio di chiunque altro. Nato come una campagna informale all’indomani della rivoluzione (“Voglio vivere!”), è diventato negli anni un contenitore capace di tenere insieme le anime più disparate della città: dai pescatori di Chott Essalem espropriati delle loro terre, ai giovani ultras cresciuti a gas lacrimogeni e repressione, dagli storici militanti agli agricoltori dell’oasi. Una “grande famiglia”, la chiamano, unita da una rivendicazione tanto semplice quanto radicale: il diritto alla vita. Ma la vera peculiarità di Stop Pollution, ciò che lo rende un unicum nel panorama tunisino e al tempo stesso un avversario così temibile, è la sua natura anfibia. Il movimento è infatti capace di muoversi su piani diversi e complementari: è movimento di piazza, capace di paralizzare una città mobilitando oltre centomila persone in un solo giorno; ma è anche un soggetto politico capace di strategie e lungimiranza, pronto a utilizzare i canali istituzionali quando necessario. Tenere insieme queste due dimensioni è stata per anni la chiave della sua efficacia. Ed è proprio questa doppia natura a essere oggi sotto attacco. Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulle immagini dello sciopero del 21 ottobre, sotto le pieghe degli eventi si muovevano processi meno spettacolari, destinati a segnare la fase successiva della mobilitazione. Un gruppo di avvocati di Gabès, legati al movimento, aveva intrapreso un’azione legale contro il GCT: una causa d’urgenza che chiedeva la cessazione immediata delle attività inquinanti del complesso. Era il braccio istituzionale di una lotta che nelle strade si combatteva con i corpi e i fumogeni. DUE SENTENZE Nell’asimmetria originaria tra lo Stato e i corpi, la questione su chi ha il diritto di difendersi e chi invece resta indifendibile è antica: così i corpi dei dominati vengono sistematicamente disarmati, esposti alla violenza, resi vulnerabili. E quando, nonostante tutto, provano a reagire, la loro reazione viene letta come aggressione, violenza ingiustificata, rottura dell’ordine. A Gabès questa dialettica assume forme specifiche. I corpi sono disarmati non solo in termini simbolici, ma proprio materiali: non hanno armi, non hanno mezzi per opporsi alla violenza delle forze dell’ordine se non i loro stessi corpi. Ma sono anche disarmati in un senso più profondo: sono corpi che lo Stato ha reso indifendibili, corpi la cui esposizione alla violenza – industriale, prima ancora che repressiva – è considerata normale, accettabile e persino necessaria al funzionamento dell’economia nazionale. Nessuna resistenza può essere ammessa, nessun danno può essere riconosciuto. Riconoscerlo significherebbe ammettere l’illegittimità delle fondamenta stesse dello Stato. È in questa logica che va letta la risposta del sistema alla doppia offensiva di Stop Pollution. A febbraio, nella stessa settimana, il tribunale di primo grado di Gabès ha respinto la causa contro il GCT per “mancanza di prove di danno” e ha condannato a oltre un anno di carcere Khayreddine Debaya, volto storico del movimento, insieme ad altri dodici militanti, per un sit-in del 2020. Due sentenze in pochi giorni. Da un lato l’assoluzione dell’ecocidio. Dall’altro la criminalizzazione della resistenza. Il processo di involuzione democratica inaugurato da Kais Saied nel 2021 con la sospensione arbitraria del parlamento e la concentrazione del potere nelle sue mani sta giungendo a un punto critico e di non ritorno. La sensazione diffusa nel paese è di assistere a una sclerotizzazione del sistema politico e social che si traduce in un’esacerbazione dei conflitti territoriali. Gabès ne è il banco di prova più estremo e le sentenze di febbraio squarciano il velo di ambiguità dietro cui il potere si era trincerato. Per mesi, infatti, il regime era riuscito a mantenere un delicato equilibrio. Da un lato, le promesse del presidente che in passato aveva definito quanto accadeva a Gabès “un crimine”. Dall’altro, la repressione: i lacrimogeni sparati dentro le case di Chott Essalem, le centinaia di arresti indiscriminati, i soprusi della polizia a porte chiuse. Questo gioco di ambiguità si reggeva anche sul costante rinvio della causa indetta dagli avvocati del movimento contro il GCT. Otto udienze rimandate. Un processo sospeso in un limbo che permetteva al potere di non prendere posizione, di non scoprirsi. Gabès, però, non dimentica. Tiene a mente le responsabilità e le promesse mai mantenute. «Ha definito quanto accadeva qui un crimine… Ma spetta a lui stesso la responsabilità di fermarlo», ricorda Islem. Ciò che rimane, nel momento in cui il velo cade, è l’immagine di un sistema in preda alla schizofrenia. La “mancanza di prove di danno” addotta dal tribunale per assolvere il GCT è una pura negazione della realtà. Perché il danno non è solo inciso nei corpi dei malati di cancro, nell’ecosistema distrutto del golfo, nelle crisi respiratorie che colpiscono bambini e bambine nelle scuole. È un danno che lo stesso GCT, in un report ufficiale del luglio 2025, ha apertamente riconosciuto. «L’inquinamento a Gabès non ha bisogno di statistiche – osserva Islem –, non ha bisogno di prove scientifiche. Devi solo avere degli occhi ed essere umano per rendertene conto. Per me, questo è stato il più grande insulto per la gente di Gabès. Dopo tutto quello che hanno sofferto, gli dici che non ci sono prove del danno? È semplicemente un insulto». Parallelamente, la condanna di Khayreddine e degli altri dodici attivisti è arrivata con modalità che dicono molto sulla natura del sistema che l’ha prodotta. Condannati in contumacia – nessuna notifica ufficiale, nessuna citazione preventiva – per un sit-in di sei anni prima. Il capo d’accusa: “Ostacolo alla libertà di lavoro”. Spiega Islem: «Stanno criminalizzando l’attivismo ambientale. Gente come me, che ha sofferto tutta la vita per l’inquinamento, che vive davanti a un mare in cui non può nuotare, che ha visto amici e persone care morire di cancro. E quando finalmente dici qualcosa contro tutto questo, sei un criminale». È a questo punto che il sistema tunisino compie il suo passaggio più pericoloso: da schizofrenico – capace di tenere insieme promesse e repressione, negazione e riconoscimento del danno – a paranoico. Nei mesi autunnali, centinaia di persone sono state arrestate nei quartieri popolari. Retate casuali, che non risparmiavano nemmeno chi era fuori città al momento dei fatti. «La polizia entrava nelle case senza permesso, picchiando, arrestando e portando via le persone. Lanciavano gas lacrimogeni fin dentro le abitazioni, abbiamo visto anziani e bambini soffocare», racconta Islem. A questa violenza, si è aggiunta l’istituzionalizzazione della repressione attraverso la magistratura. La subordinazione del potere giudiziario all’esecutivo – processo in corso su scala nazionale dal 2021, con l’epurazione di decine di giudici e avvocati – è arrivata anche a Gabès. Un meccanismo che finora aveva risparmiato la città – proprio per la delicata relazione tra il presidente e un territorio che in passato lo aveva sostenuto – ma che oggi non conosce più eccezioni. Eppure, anche in questo momento buio la resistenza non si arresta. Stop Pollution torna a mobilitarsi prima il 5 e poi il 6 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell’ambiente. «La prossima ondata sarà ancora più alta di quella passata – dice Islem –. La resistenza contro l’inquinamento a Gabès non si fermerà finché il complesso chimico esisterà. Se non oggi, sarà domani. Forse non nella mia vita, ma in quella dei miei figli». La crisi di Gabès rappresenta un banco di prova cruciale per Kais Saied. Un tempo sostenitrice del presidente, oggi la città è diventata il termometro della sua deriva autoritaria. Ciò che accadrà nei prossimi mesi – la sentenza d’appello per Khayreddine e gli altri attivisti, la capacità del movimento di riorganizzarsi – dirà molto non solo sul futuro di Gabès, ma su quello dell’intero paese. (nina malatesta)
May 21, 2026
Napoli MONiTOR
Isernia e le aree interne. Quel confine sottile tra gestione del declino e abbandono
(disegno di ginevra naviglio) Mi trovo su un pullman mezzo vuoto, partito con qualche minuto di ritardo dal Metropark di Napoli, direzione Isernia. Sto tornando per trascorrere il ponte del primo maggio con la mia famiglia e i vecchi amici del liceo e, come me, anche gli altri ragazzi sul pullman, a giudicare dalla mole delle valigie che si trascinano dietro. Siamo arrivati a Venafro, l’ultima fermata che mi separa da casa. Come sempre, mando un messaggio sul gruppo di famiglia per avvisare che a breve arriverò in stazione. Durante l’ultima mezz’ora, osservo gli alberi e le montagne che sembrano ripetersi. Ci stiamo avvicinando a Isernia, precisamente al suo lato meridionale. Una volta in città, ad accoglierci è un edificio con le mura di un color salmone un po’ sbiadito, ovvero l’ospedale Veneziale di Isernia. Sul marciapiede antistante, c’è una tenda da campeggio azzurra, che da oltre cento giorni è diventata il simbolo delle gravi carenze della sanità molisana. Di fianco, uno striscione in caratteri cubitali rossi: “Quanto vale qui una vita?”. A montarli è stato Piero Castrataro, sindaco d’Isernia e indipendente di centro-sinistra, che dorme lì da ormai più di tre mesi. Dietro a tale gesto c’è la volontà di riportare l’attenzione sulle condizioni in cui versa l’ospedale del capoluogo pentro e cercare di trovare delle soluzioni pratiche. La situazione a Isernia è problematica da diversi anni, ma le criticità si estendono a tutta la regione. In Molise, infatti, la sanità è commissariata da diciassette anni e, in questo tempo, si sono accumulati oltre cinquecento milioni di debiti, portando così la regione in un regime di piano di rientro. In particolare, l’ospedale Veneziale, l’unico del territorio, negli ultimi anni ha visto un drastico calo del personale: al pronto soccorso lavorano quattro medici sui tredici previsti, mentre in radiologia sono tre su dodici.   Sebbene molti problemi fossero già noti, per il sindaco il punto di rottura è arrivato lo scorso dicembre, dopo aver letto le dichiarazioni di uno dei subcommissari, secondo il quale andrebbe disattivato il punto nascita di Isernia e mantenuto quello di Termoli, che avrebbe migliori prospettive di crescita demografica. Uno dei problemi principali, infatti, è strettamente numerico: secondo il decreto ministeriale 70 ci sono dei parametri che andrebbero rispettati per mantenere funzionanti le strutture ospedaliere, ma Isernia, che è sottoposta a un massiccio spopolamento, non è in grado di soddisfarli. L’epilogo di questa vicenda è arrivato proprio negli ultimi giorni: il punto nascita del Veneziale chiude i battenti. Non si nascerà più a Isernia, ma si dovrà necessariamente arrivare a Campobasso. In stazione trovo mia madre ad attendermi. Il breve tragitto in auto è tutto un aggiornarsi di cose successe nelle settimane trascorse dalla mia ultima visita. Arriviamo a casa, una villetta trifamiliare tinteggiata di un arancione vivace, circondata da diverse file di ulivi, che si trova a metà strada tra Isernia e Miranda, il paesino in cui sono cresciuta. Visto da casa mia, Miranda sembra una macchietta colorata in mezzo alle montagne che, di questi giorni, sono di un verde brillantissimo. Che quel verde fosse così vitale per me l’ho realizzato solo quando mi sono trasferita a Napoli, dove, tra i palazzi del centro storico, è quasi inesistente. Passano un paio d’ore, salgo in auto e inizio a guidare in direzione Miranda. La strada per arrivare in paese è un susseguirsi di tornanti e curve strettissime, sulle quali a volte capita di incontrare qualche animale selvatico. È maggio, ma a Miranda fa ancora freddo, e l’aria odora di fumo di camino. Sono venuta a trovare mia nonna, che abita nel centro storico di questo paese, ormai ridotto a un insieme di case per la maggior parte vuote. La sua, di quelle proprio a forma di “casa”, come le disegnano i bambini, grande e gialla, di pietra, col tetto a due spioventi e le tegole color terracotta, è una delle uniche ancora abitate in questa strada. Arrivata la sera, mi ritrovo al bar con gli amici, come sempre. O meglio, come quelle tre o quattro volte l’anno che, tornati dalle nostre rispettive città, ci riuniamo. A Miranda ci sono due bar, ai due estremi della piccola piazza principale, che a causa della loro posizione vengono chiamati il “bar di sopra” e il “bar di sotto”. Stasera siamo tutti al bar di sopra. In un angolo, affissa su una bacheca, c’è la civetta di un giornale locale che riferisce: “A Isernia non si nascerà più”. Ne parlo con Simone, che ha ventinove anni e da cinque si occupa di ricerca e consulenza. Dopo triennale e magistrale in economia e management, ha fatto il dottorato e ora sta portando avanti le sue ricerche con una borsa di studio all’Università D’Annunzio di Pescara. «È la questione più importante, da cui dipende il futuro di questo posto. Perdiamo 30 mila persone ogni dieci anni e nel momento in cui si riduce il gettito fiscale ci sono meno soldi a disposizione per le misure pubbliche. La situazione dell’ospedale è solo un anticipo di quel che accadrà in questi territori, ovvero il totale smantellamento della sanità pubblica e in generale dei servizi pubblici. C’è poi la connivenza con i poteri poco trasparenti e più o meno leciti della sanità privata, che con le cliniche convenzionate sta facendo concorrenza al pubblico». La conversazione si allarga dall’ospedale alla questione delle aree interne. Simone, che su questo ci ha fatto pure un master e lavora con varie associazioni in paese, si ritiene un vero e proprio attivista della causa. «La Strategia Nazionale delle Aree Interne individua gli enti locali e li definisce secondo la distanza dai centri dell’offerta di servizi, individuando tre elementi fondamentali: sanità, trasporti e istruzione di secondo grado. Per farla breve, va a classificare tra “enti centrali, di cintura, di nodo, periferici e ultra-periferici”, a seconda che siano lontani dai dieci ai quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi. Miranda, per esempio, è un ente locale periferico, perché è a più di quarantacinque minuti dal centro di offerta dei servizi, il cosiddetto polo, che per noi non è più Isernia, ma Campobasso, il posto che rispetta tutti e tre i requisiti individuati dalla Strategia Nazionale». Quello delle aree interne non è un problema solo molisano, ma una realtà sempre più presente nel territorio italiano. La Strategia Nazionale di cui parla Simone è una politica volta a migliorare la qualità dei servizi essenziali, avviata dallo Stato nel 2014, poi confermata per il ciclo 2021-2027. Nel Piano Strategico stilato a marzo 2025, vengono distinte quattro tipologie di obiettivi, in funzione delle condizioni di partenza di ogni realtà locale. L’obiettivo numero 4, chiamato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, sostiene che alcune aree interne, a causa di fattori demografici quali la popolazione di piccole dimensioni, “non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma non possono nemmeno essere abbandonate a sé stesse”. Viene evidenziata la necessità di un piano che possa assistere queste aree in un “percorso di cronicizzato declino” per renderlo “socialmente dignitoso per chi ancora vi abita” Simone, dal suo canto, crede che si possa fare qualcosa di concreto. «Da abitante delle aree interne, conosco perfettamente il fatalismo dei cittadini: “qui si è sempre fatto così, non abbiamo la forza per cambiare le cose”. Io invece penso che questo possa accadere, ne ho avuto testimonianza diretta durante la mia esperienza di visiting in un’area interna dell’Abruzzo, Gagliano Aterno, dove, grazie a un sindaco illuminato e a un gruppo di ricercatori e volontari, in cinque anni si è ribaltato un paese e le sue tendenze demografiche, mettendo una pezza a questa emorragia. Per fare qualcosa, però, bisogna ripartire dalla partecipazione, senza la quale il destino è abbastanza segnato». Ed è proprio questo l’obiettivo di Miror, l’associazione nata nel 2019, di cui Simone è parte attiva. «Miror nasce come reazione a un’assenza totale di un discorso sulla cultura. Sono state varie le iniziative di questi anni, dai momenti di festa a quelli di dibattito, anche politico. Tre anni fa è nato un gruppo di lettura, poi c’è stato “chiese aperte” col racconto della Chiesa di Miranda, e poi ancora Memoranda, che ha raccolto le memorie degli abitanti ultraottantenni di Miranda sul periodo del fascismo, ed è stato un lavoro di raccolta e di salvaguardia della memoria storica». Quattro anni fa, da Miror nasceva il festival Marginalia, citando le note ai margini dei libri ricopiati dagli amanuensi, che spesso nascondevano significati molto più importanti rispetto al corpus del libro. «Giocando – continua Simone – sul significato della marginalità geografica, culturale e politica, diventa la sfida di portare qualcosa della città al paese. Nell’ultima edizione abbiamo regalato alla cittadinanza, insieme alle altre associazioni del territorio, un murales fatto da Claudia Romagnoli, in arte Croma, che si trova sulla Casa La Terra e che era legato al tema dell’anno scorso, la migrazione: rappresenta una famiglia del secolo scorso che va via da Miranda; e c’è questa bimba che si gira, all’ultimo, per dare l’ultima occhiata al paese, con uno sguardo nostalgico ma direi anche speranzoso, che non esclude un potenziale ritorno, come è stato per i nostri nonni, bisnonni e zii, e un po’ anche per noi, come generazione di persone costrette a migrare loro malgrado». Senza rendercene conto, abbiamo passato quasi mezz’ora a parlare. Nel frattempo, ci siamo spostati al bar di sotto. Prendiamo un’altra birra e continuiamo la nostra conversazione. Simone si scusa, dice che quando parla di questo argomento si accalora tantissimo: «Il futuro di Miranda e di Isernia non mi fa dormire la notte. Mi sento responsabile ogni volta che torno nel mio paese e vedo i miei amici che sono rimasti qui a lottare. Io parlo spesso di aree interne, faccio ricerche, sono un ragazzo di paese e anche un consulente per gli enti locali e le aree interne, però di fatto vivo in città, il che fa di me un privilegiato. Sta a noi giovani trovare delle soluzioni, che poi magari non saranno efficaci, però sento spesso parlare di problemi e mai di soluzioni, invece mai come ora il Molise ha bisogno di trovare tante piccole soluzioni». Il barista interrompe la nostra conversazione per raccontare una barzelletta. Ridiamo di gusto, anche se la barzelletta non è granché. Rimaniamo con gli altri a chiacchierare, a ridere, a giocare a biliardino. Guardo l’orologio, si è fatto tardi. Saluto tutti, probabilmente li rivedrò quest’estate. Dopo baci e abbracci di rito, mi dirigo verso la mia auto. Il paese è vuoto, non c’è nessuno per le strade. A rompere il silenzio, di tanto in tanto, le risate squillanti dei ragazzi rimasti al bar, che ormai sento in lontananza. Sono le 8:55 di lunedì. Mi trovo alla stazione di Isernia, in attesa dell’autobus che mi porterà a Napoli. Si è creata una piccola fila al botteghino per comprare i biglietti. Molti hanno la mia età, e riconosco anche un paio di persone. Ognuno di loro si trascina dietro almeno una valigia, qualcuno ha anche una borsa frigo. Arriva il mio autobus e quasi contemporaneamente appare da dietro l’angolo anche quello per Roma. Saliamo tutti in maniera composta e i pullman partono, uno dopo l’altro. Guardo fuori dal finestrino, la piazza si è svuotata quasi del tutto. (caterina marzano)
May 20, 2026
Napoli MONiTOR
Un traditore ad Algeri. Viaggio sulle tracce di Fernand Iveton
(disegno di otarebill) Dal numero 15 (dicembre 2025) de Lo stato delle città A El Mouradia, quartiere popolare di Algeri, mi svegliavo all’alba quando cantavano il muezzin e il gallo. Nell’incertezza del risveglio le voci si mescolavano e immaginavo che il gallo annunciasse il sole che sorgeva, la tenuta del mondo un giorno ancora e l’immensità dell’universo. La finestra della mia stanza s’affacciava sul minareto della moschea e in basso, nel cortile, c’era un pollaio: ero sulle colline di Algeri e si sentiva ancora la presenza antica della campagna. Uscivo in strada presto, quando il ferramenta era ancora chiuso e il fruttivendolo esponeva le merci nelle cassette, saliva l’odore di pomodori marci e schiacciati. Un venditore ambulante di sardine aspettava sul bordo della via. All’incrocio c’era una piccola rivendita di pentole e accanto Amin, l’uomo dei telefoni, scambiava sottobanco euro con dinari a un tasso conveniente. Al bar chiedevo il solito caffè e il dolce al cioccolato, parlavano solo arabo ma ci intendevamo e sul televisore seguivo le azioni migliori della nazionale algerina. Vedevo sulle insegne di alcuni negozi il nome francese La Redoute e i primi giorni non capivo perché. Due panettieri mi dicevano “arrivederci” in italiano quando camminavo lungo la via che portava alla rotonda e alla strada larga, là dove finiva El Mouradia. Davanti alla rotonda stazionava sempre una camionetta della polizia, giorno e notte, e un contingente di agenti sostava con aria pigra e sfaccendata. Dall’altra parte della strada larga si trovava la residenza presidenziale, in un quartiere inaccessibile di bianchi edifici coloniali. Prendevo un taxi collettivo per lasciarmi alle spalle il presidio di polizia e i palazzi del potere, scendevo in basso verso il porto e la casbah. Il mare appariva dalle curve sinuose, ero su un vasto terrazzo d’asfalto. Tornavo a casa al tramonto, prima del canto serale, quando donne e uomini si affrettavano per gli ultimi acquisti e il panettiere vendeva le baguette che restavano. I ragazzi giravano in bici e nel bar si beveva solo gazzosa Hamoud, la stessa dall’Ottocento. Una sera il mio occhio vagava sui muri del quartiere, seguivo le scritte – spesso in italiano – lasciate dagli ultras del Mouludia, slogan in rosso e verde, quando a un tratto vidi su un muro di cinta alcune piastrelle verdi dove era scritto in caratteri gialli “Paroisse Sainte Anne” e due pesci stilizzati sormontavano la scritta. Era un resto, un segno del mondo precedente alla guerra d’Algeria. El Mouradia si chiamava La Redoute e qui vivevano comunità di pieds-noirs, gli europei d’Algeria, coloni e discendenti di coloni, ma ora non ci sono più. C’era una chiesa, la chiesa di Sainte Anne con due palme all’ingresso. Le palme esistono ancora, ma l’edificio cristiano è stato abbattuto e oggi sorge un edificio in vetro sede dell’Anam, l’Agence nationale des activités minières. Alla sera osservavo i tetti e cercavo quelli spioventi: leggevo forse i segni di vite coloniali scomparse. Come interpretare questi resti? Ero disorientato. Gli strumenti che avevo appreso in Palestina erano inutili – impossibile osservare le macerie coloniali con lo stesso sguardo dedicato alle pietre di villaggi scomparsi in Galilea – e certo non riuscivo a contemplare con nostalgia le piastrelle che ricordavano una comunità cristiana scomparsa. A El Mouradia, un tempo La Redoute, ho scoperto fantasmi a me nuovi e non sapevo quale sguardo adottare per loro. FERNAND IVETON, TORNITORE Uno stimolo per una nuova configurazione dello sguardo mi attendeva nell’antica casbah di Algeri. Andavo spesso a osservare la moschea Ketchaoua, oltre la via dei venditori di datteri, ai piedi della cittadella ottomana. La moschea fu innalzata nel Quindicesimo secolo dal dey Hassan Pacha, ma fu demolita dai francesi che costruirono nell’Ottocento una cattedrale cattolica in stile moresco. L’edificio è tornato luogo di culto islamico nel 1962, dopo la sconfitta del governo coloniale. Il mio sguardo vagava incerto tra minareti che ricordavano campanili, solidi muri di navata con arabeschi. Salivo tra le vie della casbah sopra la moschea e nel viavai di un mercato di frutta e verdura sostavo sotto l’antica sinagoga, oggi una moschea con gli arbusti che crescono dalle sporgenze e un alto minareto con le finestre ocra. Un mattino ho proseguito oltre e ho raggiunto il piccolo museo dedicato ad Ali La Pointe, sottoproletario e militante del Fronte di liberazione nazionale, personaggio protagonista nel film di Gillo Pontecorvo. Nell’unica stanza del museo c’era la riproduzione di un documento che riportava la lista di tutti i combattenti e rivoluzionari condannati a morte ad Algeri durante la guerra anticoloniale dal 1954 al 1962. Comparivano i sessantasette giustiziati e si riportava la loro professione, la data di detenzione e il giorno della morte. Ho riconosciuto subito nomi arabi e cabili. Il quarto nome è stato un richiamo: “Fernand Iveton”. Fernand Iveton – vi era scritto – nato ad Algeri il 1926, tornitore, catturato il 19 novembre 1956 e decapitato all’alba di un febbraio del 1957. Un francese d’Algeria, un pied-noir tra i combattenti caduti per decreto dello stato. Ho ritrovato il nome di Iveton nella città coloniale quello stesso pomeriggio. Ero alla Librairie du Tiers Monde in piazza Emir Abdelkader. Sfogliavo un pamphlet di Rachid Boudjedra, scrittore e intellettuale comunista algerino. Nel piccolo libro del 2017, Les contrabandiers de l’Histoire, Boudjedra si scaglia contro gli artisti e intellettuali algerini che negli ultimi decenni hanno iniziato un’opera di revisionismo storico, criticando la lotta coloniale e dipingendo con colori nostalgici gli occupanti cacciati. Verso la fine l’autore mostra come il revisionismo tenda a cancellare il contributo degli algerini di origine francese alla lotta contro la madrepatria e menziona Fernand Iveton, “comunista algerino” che “fu militante della causa nazionale” e fu ucciso “sotto il regno dei socialisti” quando François Mitterand era ministro della giustizia e “rifiutò di accordargli la grazia”. Oggi Iveton è dimenticato ad Algeri. Esiste una piccola via con il suo nome alle estreme propaggini della città, presso l’ultima fermata della metro. Un suo ricordo, tuttavia, è mantenuto in Francia ed è merito di Jean-Luc Einaudi, storico indipendente francese, e di estrema sinistra, che ha dedicato le sue ricerche ai militanti comunisti francesi d’Algeria, alle violenze e ai crimini commessi dal governo coloniale durante gli anni della guerra. Nel 1986 Einaudi ha scritto un libro d’inchiesta dedicato al giovane militante algerino ghigliottinato: Pour l’exemple. L’affaire Fernand Iveton. Qui ho scoperto che Iveton nacque sulle colline di Algeri, quando la città estendeva appena le sue dita su un territorio di campagna. Era di Clos-Salembier, oggi El Madania, un quartiere sorto accanto a El Mouradia, a pochi minuti a piedi dalla casa dove vivevo. Ho visitato El Madania una sera e ricordo vecchi algerini giocare a carte sugli scalini, accanto a un albero, e un uomo dai capelli bianchi che pittava il muro della via dove abitavano gli Iveton. Il padre di Fernand era un comunista e la famiglia si installò prima in una baracca, poi costruì una casa in muratura. Vivevano accanto agli arabi musulmani e agli ebrei e la povertà li accomunava. Iveton era andato a scuola vicino Clos-Salembier e poi, da maggiorenne, frequentava la sezione del partito comunista algerino a La Redoute. Era il 1947 e il partito, dopo le esitazioni del dopoguerra, aveva sostenuto le prime rivolte nazionaliste e anticoloniali. Molti pieds-noirs uscirono dal partito comunista per questo, mentre vi entrarono nuovi lavoratori arabi. Iveton vi rimase e racconta un suo compagno, Ahmed Akkache: “Aveva una voce grave, seria. Aveva dei movimenti lenti, ma fermi e sicuri. Era un ragazzo un po’ sentimentale. La domenica, all’uscita dello stadio, andava a vendere i giornali”. Per ricostruire, a quasi vent’anni dalla morte, la storia di Iveton, Einaudi consulta documenti dell’epoca – le sue lettere, le parole lasciate al processo, le audizioni verbali dei testimoni, le dichiarazioni dei suoi compagni di lotta di allora – e raccoglie testimonianze orali di chi gli è stato vicino e gli è sopravvissuto. Emerge tra loro la voce di Hélène, la compagna polacca che lo raggiunse in Algeria nel 1954. Trovarono casa ancora in Clos-Salembier, El Madania. Fernand lavorava nel quartiere di Hamma, era operaio presso il gasometro che forniva l’energia elettrica alle strade della città. Hélène non aveva le stesse convinzioni di Fernand, ma era sconcertata dalle ineguaglianze, in particolare dalle condizioni dei braccianti. E racconta a Einaudi di aver comparato la situazione algerina a quello che aveva visto in Francia sotto l’occupazione tedesca: “Che cosa hanno fatto i ragazzi quando non ne potevano più? Ils sont partis dans le maquis, sono diventati partigiani. Qui è la stessa cosa”. Si sposarono nel luglio del 1955, ad agosto esplose l’insurrezione guidata dal Fln e un mese dopo il partito comunista algerino fu dichiarato illegale dal governo coloniale. Nei primi mesi del conflitto Fernand, raccontano i testimoni, accoglieva con un senso di malessere e di impotenza le ambiguità del partito comunista algerino. Legati alla linea del partito comunista francese, i dirigenti algerini sostenevano che gli atti di insurrezione servivano al gioco dei colonialisti, erano mere provocazioni. Eppure, all’interno del partito algerino era nata un’organizzazione militare, le Combattants de la libération, conosciuta anche come Maquis Rouge. I militanti del Cdl desideravano unirsi alla battaglia, ma erano osservati con sospetto dai nazionalisti che temevano la concorrenza di forze politiche alternative nella lotta per la liberazione. Così i comunisti algerini erano schiacciati tra la linea del partito francese, incapace di fare i conti con il colonialismo, e i sospetti del Fln. Al Maquis Rouge aderì Henri Maillot, ragazzo di Clos-Salembier e amico d’infanzia di Iveton. Una sera a El Mouradia sono uscito per mangiare una pizza da Mario in cima alla salita oltre il portone. Quando non c’era il sole le strade diventavano libero territorio di scarafaggi e di richiami divertiti tra i giovani alla fine dell’estate. Dalla pizzeria ho poi passeggiato verso il cimitero cristiano. Davanti ai suoi cancelli c’erano un hotel chiuso e abbandonato, la casupola di un parrucchiere e la luce di un chiosco che vendeva caffè la notte. Gli edifici si affacciavano su una piccola piazza e la targa riportava il nome di Henri Maillot. Nell’ottobre del 1955 Maillot fu costretto a servire nell’esercito francese. Accolse la chiamata con l’intento di disertare al momento giusto. L’occasione si presentò nella primavera del 1956. A Maillot fu affidata la direzione di un convoglio d’armi e il militante riuscì a dirottare un camion carico di più di cento mitragliatrici, centoquaranta revolver e casse di granate. Fuggì con le armi e si diede alla macchia assieme a compagni di partito. Sia il governo che i nazionalisti algerini iniziarono a cercare il gruppo di Maillot per neutralizzarlo: era un pericolo per entrambe le compagini. Maillot e i suoi compagni furono uccisi a freddo dopo essere stati catturati dai soldati francesi, era il giugno del 1956. La morte dell’amico convinse Iveton della necessità di passare all’azione. Ci fu un accordo tra Fln e partito comunista algerino: i militanti di quest’ultimo potevano unirsi all’insurrezione a titolo individuale, accettando di essere inquadrati nelle strutture nazionaliste. Iveton divenne parte di una cellula comunista che rispondeva agli ordini del Fln. Tra loro c’era anche un ingegnere che forniva gli esplosivi agli insorti: era Georges Arbib, un ebreo di origine italiana nato a Tunisi. Racconta Arbib a Einaudi: “Ho percepito l’antisemitismo molto presto e per questo mi sono avvicinato a persone che erano maltrattate come noi. Ho compreso che il problema era lo stesso. A questo si aggiungeva la miseria raccapricciante che vedevo intorno a me, le ingiustizie palesi. […] Ho aderito al partito comunista a diciassette anni, quando era illegale in Tunisia. Volevamo rivoltarci e il partito comunista era l’organizzazione che, all’epoca, nella lotta antifascista, ci permetteva di esprimere al meglio la nostra rivolta. […] Tutto ciò che vedevamo intorno a noi, la nostra situazione di minorità, non oppressa da un punto di vista economico, ma disprezzata e rigettata, ci costrinse a batterci per avere un posto al sole, contro le discriminazioni e le leggi antiebraiche, e tutto questo mi ha portato a riflettere sul problema dei musulmani. Così abbiamo sentito un moto di avvicinamento a loro”. LA SOLITUDINE DI IVETON Il 30 settembre 1956 esplosero due bombe in luoghi pubblici di Algeri – una nel Milk-Bar – e colpirono civili, anche donne e bambini. Erano le prime bombe poste dal Fln nella capitale. Racconta un compagno di Iveton: “Non eravamo d’accordo nel fare delle vittime nei bar. Iveton era contro le operazioni del Milk-Bar […]. C’erano delle vittime che non avevano fatto nulla. Noi siamo contro l’esercito, i colonialisti, coloro che agivano”. Un altro membro della cellula era contrario a quegli attentati, “ma bisognava comprendere il perché di queste bombe. C’era paura da parte della popolazione algerina in seguito alla bomba della casbah [posta dalla polizia francese]. Bisognava dimostrare a questa popolazione che il Fln era capace di fare altrettanto. Era una risposta. Anche se questa azione non ha scusanti, si può spiegare”. E disse Iveton a Hélène: “Non è così che si deve agire, non è uccidendosi tra loro che troveranno una soluzione”. Iveton sentiva il bisogno di agire perché percepiva l’apertura di un divario sempre più netto tra il mondo arabo e quello europeo. La guerra – con la repressione del governo coloniale e gli attentati in risposta – stava nutrendo le identità contrapposte. Mesi dopo, durante il processo intentato contro di lui, Iveton avrebbe detto al giudice: “Sono sincero nelle mie idee politiche e pensavo che la mia azione poteva provare che non tutti gli europei d’Algeria sono anti-arabi, perché c’è questo fossato tra noi che si scava sempre di più…”. L’azione, per Iveton, era un tentativo di colmare quel fossato. La cellula di Iveton scelse come obiettivo il gasometro nel quartiere di Hamma. Iveton poteva accedervi facilmente perché vi lavorava. Non c’era l’intenzione di far saltare la struttura principale: era troppo sorvegliata e l’esplosione avrebbe sventrato l’intero quartiere causando vittime civili. Scelsero di piazzare la bomba accanto al tubo che collegava al gasometro il forno dove bruciava il carbone. Era un gesto dimostrativo: avrebbero lasciato la città al buio. L’ordigno era programmato per esplodere alle sei e mezza di sera, ma Iveton chiese di ritardare di un’ora la deflagrazione per avere la certezza di non ferire alcun operaio. Il 14 novembre 1956 raggiunse il posto di lavoro con la bomba nel borsone, la depositò in uno sgabuzzino, ma un collega, insospettito dai suoi movimenti, denunciò la presenza dell’ordigno. Giunsero i militari ad arrestare Iveton. Imprigionato e interrogato, a inizio dicembre Iveton scrisse un resoconto sulle torture subite: “Mi hanno fatto passare su tutto il corpo, il collo, le parti eccetera, la corrente elettrica. Se la mia immaginazione è buona (perché avevo gli occhi bendati), penso che dovesse avvenire con un apparecchio del tipo spinterogeno. […] Vedendo di certo che non avevo più spazio per la corrente perché ero del tutto bruciato […] mi hanno fatto subire il supplizio dell’acqua. Sempre nudo, mi hanno avvolto il corpo con una coperta umida, sdraiato su un tavolo e legato molto forte, il collo che cadeva indietro all’estremità del tavolo, un uomo, qualche volta due, seduto sulla mia pancia, uno straccio a mo’ di garza sulla bocca e sul naso. Mi portano sotto un lavandino e l’acqua inizia a scendere; lo straccio si attacca al naso, impedendomi di respirare e sono obbligato a bere fino al soffocamento completo”. La simulazione d’annegamento era stata praticata anche dalla Gestapo nell’ultimo conflitto mondiale. Iveton era solo. L’attenzione internazionale era concentrata sull’Algeria e la Francia intendeva dimostrare che la lotta anticoloniale aveva una matrice comunista e il paese, in caso di sconfitta di Parigi, sarebbe entrato nell’orbita sovietica. Iveton era un utile simbolo da immolare per validare il teorema. Il Fln, invece, non aveva alcun interesse a rivendicare l’attentato al gasometro di Hamma, anzi il supplizio di Iveton consentiva di allontanare l’attenzione dai suoi quadri. Così il processo al giovane militante divenne funzionale alle compagini in guerra. Il dibattimento si svolse rapido e Iveton fu condannato a morte, la grazia non fu mai concessa. Scriveva al suo avvocato a dicembre: “Viva la fraternità dei nostri due popoli, viva l’Algeria liberata per sempre dal colonialismo dove, uniti fraternamente, europei e musulmani formeranno l’Algeria di domani”. La sua solitudine mi appare ora come allegoria di una possibilità storica mancata. E ancora, a fine gennaio, quando attendeva con speranza la grazia dal presidente della Repubblica, scriveva: “Penso che per l’Algeria di domani, con la lotta di classe che si annuncia, noi avremo bisogno di tutti i compagni e gli algerini d’origine europea vi devono partecipare. Alla fine è il mio punto di vista. Ma quando dico questo, nel mio spirito non c’è distinzione razziale perché anche i musulmani sanno che dovranno lottare per le loro rivendicazioni sociali. E tutti insieme, europei e musulmani, faremo dell’Algeria un bel paese, fraternamente unito…”. Dicono che un giorno Iveton abbia detto al suo carceriere francese: “Imbecille, non hai capito che lotto anche per te?”. I prigionieri erano rinchiusi in cima alla casbah nella prigione di Barbarossa, costruita tra i bastioni delle fortificazioni ottomane. Dall’alto della cittadella vedevo l’intero tratto costiero, d’estate il cielo era di cobalto e pesava sui polmoni, il mare una lastra immobile d’argento. I terrazzi delle case mi ricordavano Napoli e le strette vie erano frequentate da un silenzioso turismo interno. Gli avventori s’aggregavano ai tavolini dei ristoranti che friggevano sardine. Giravo lo sguardo ai vuoti lasciati dagli edifici crollati per cogliere d’improvviso uno scorcio lontano. Raccontano anche che l’11 febbraio 1957, mentre camminava nel corridoio della prigione che portava alla ghigliottina, Fernand Iveton abbia urlato in maldestro arabo: “Tahia el Djazaïr!”,  “Viva l’Algeria!”. LA CATENA DEL DOMINIO La vicenda di Fernand Iveton mostra una modalità di interpretare il mondo: la storia di un traditore che attraversa i confini tra le identità diventa una mappa per agire e pensare. Dalle testimonianze di amici e compagni emerge il suo animo sentimentale, eppure non  credo che Iveton fosse un ingenuo. Ancora, il desiderio di lottare insieme agli oppressi senza colpire i civili e adeguarsi così ai metodi del nemico non è l’esito di un’attitudine romantica. Nell’impostazione di Iveton intravedo un progetto politico capace di immaginare un’Algeria possibile – socialista, indipendente e aperta alle nazionalità araba, cabila ed europea – dopo la sconfitta francese e la dissoluzione del colonialismo. La mia interpretazione è suggerita dalla scoperta di un’altra storia, quella di Bachir Hadj Ali. Ali era originario della casbah di Algeri, aveva pochi anni in più di Iveton. Era un poeta, musicologo, appassionato di musica popolare algerina e comunista. Aderì anch’egli, come Iveton e Maillot, al gruppo dei Combattants de la libération e durante la guerra anticoloniale divenne il segretario del partito comunista algerino. Alla fine del conflitto il Fln assunse il governo del paese e dopo pochi mesi l’esecutivo dichiarò il partito comunista fuori legge. Nel giugno 1965 il colonnello e ministro della difesa Houari Boumediène organizzò un colpo di stato e prese il controllo della repubblica algerina. La giunzione tra i vertici del Fln e le gerarchie dell’esercito – consolidata dal carisma del presidente Boumediène – garantì per decenni la stabilità politica, soffocando però la speranza di una rivoluzione sociale. A pochi giorni dal colpo di stato Bachir Hadj Ali creò una organizzazione di resistenza popolare, nel settembre fu arrestato e torturato nelle prigioni del nuovo regime repubblicano. Bachir Hadj Ali subì le torture della polizia algerina per settimane. Riuscì tuttavia a scrivere un memoriale della sua prigionia su fogli di carta igienica che nascose all’interno di sigarette svuotate. Consegnò poi i testi alla moglie durante i colloqui e il suo racconto venne pubblicato in Francia l’anno dopo da Éditions de Minuit con il titolo L’arbitraire. Leggo dal capitolo dedicato alle torture fisiche: “Affondo nella morte. Risalita, urla, domande, silenzio, ‘Non so nulla’, affondato, risalita, urla, silenzio, urla fino a far esplodere le corde vocali, affondato. Mi risveglio, sdraiato sul cemento bagnato, vicino agli escrementi di coloro che mi hanno preceduto, uno stivale pesante e sporco si schiaccia sulla mia pancia gonfia d’acqua a dismisura. Prenderò questo bagno forzato ancora due volte”. Ancora la tortura dell’annegamento, la stessa che fu riservata a Iveton dal governo coloniale. Frequentavo spesso un bar ai piedi della casbah, davanti al porto dei pescherecci dove tirava vento. Il locale era accanto all’antica moschea almoravide El Kebir e al bancone c’era sempre un ragazzo con la maglia del Napoli. Prendevo un caffè e un makroud con pasta di datteri. Al tavolino leggevo di Iveton e Bachir Hadj Ali, trovavo nei loro fantasmi il lascito di speranze irrealizzate e il monito che il potere cambia, muore e rinasce e spesso ripete le sue forme e tecniche di sopraffazione. Le loro figure mi sembravano argini impotenti, eppure necessari, alla barbarie del dominio cangiante e perpetuo degli uomini. L’11 febbraio 1957, quando uccisero Fernand Iveton, nella prigione Barbarossa era reclusa una militante anticoloniale di origine europea. Scrisse quel mattino una poesia e riuscì a consegnarla a Hélene Iveton. Gli ultimi versi erano: “Puis le coq a chanté / Ce matin ils ont osé, / Ils ont osé vous assassiner. / En nos corps fortifiés / Que vive notre idéal / Et vos sangs entremêlés / Pour que demain, ils n’osent plus / Ils n’osent plus, nous assassiner”. (francesco migliaccio)
May 19, 2026
Napoli MONiTOR
Nakba in immagini. Sul cinema di Kamal Aljafari
(disegno di cyop&kaf) Kamal Aljafari è un regista palestinese nato nel 1972 a Ramla e cresciuto a Jaffa. Il suo primo film dedicato alla Palestina è The Roof(2006) ed è ambientato a Ramla; in Port of Memory (2010) appare invece il vecchio porto di Jaffa. Nel 2015 Aljafari realizza Recollection, un’esplorazione delle immagini di Jaffa depositate in vecchie pellicole di finzione israeliane e statunitensi. Grazie alla manipolazione dei materiali di repertorio Recollection mostra un mondo rimosso: la città palestinese ricordata, i suoi edifici e gli abitanti ormai scomparsi. Cinque anni dopo Aljafari lavora con nuovi materiali: le videocassette di una camera di videosorveglianza posta dal padre fuori dalla casa di Ramla, d’estate. An Unusual Summer è un’opera dove l’inconscio ottico della videosorveglianza coglie personaggi legati alla memoria affettiva dell’autore. A Fidai Film del 2024 recupera un archivio visivo disperso: Aljafari rielabora brandelli di sequenze tratte da un repertorio palestinese depredato dall’esercito israeliano. Poi nel 2025 ha realizzato With Hasan in Gaza: il film s’origina dal ritrovamento di immagini catturate dallo stesso autore al tempo della seconda Intifada a Gaza, dove era andato alla ricerca di un amico conosciuto nelle carceri israeliane. Compare un appunto in An Unusual Summer: “La vita deve essere distrutta per essere rivelata”. Il cinema di Aljafari manipola le immagini di repertorio fin quasi alla consunzione, ma da questa ricerca emergono persistenti le tracce di una vita, quella palestinese, che si vorrebbe cancellata e rimossa sin dal giorno della Nakba, il 15 maggio 1948. Il Museo Nazionale del Cinema ha organizzato una retrospettiva questa primavera. Trascrivo qui la traduzione del discorso che Kamal Aljafari ha tenuto al cinema Massimo di Torino il 23 aprile, stimolato dalle domande di Carlo Chatrian e Grazia Paganelli. (francesco migliaccio) *     *     * Sono nato a Ramla e sono cresciuto a Jaffa, il posto da cui viene mia madre. Ho realizzato il mio primo film nel 2006, The Roof, e il film era dedicato al tornare indietro. Stavo studiando all’accademia di Colonia e ho fatto il mio primo film sul tornare indietro al primo luogo, al luogo originario. Questa tendenza a tornare indietro riguardava i due luoghi dove sono nato e dove sono cresciuto e ho trascorso la mia infanzia. E questi due luoghi sono Ramla e Jaffa. Queste due città sono oggi parte di Israele, sono diventate Israele nel 1948 con l’occupazione della costa e dopo il 1948 solo una piccola minoranza di palestinesi può vivere lì. La maggioranza dei palestinesi si è dispersa altrove, ha abbandonato le città, ma fino al 1948 Jaffa era la più importante città portuale in Palestina, la più importante città da un punto di vista culturale ed economico. Prima del 1948 abitavano a Jaffa cento ventimila palestinesi e dopo solo duemila sono rimasti. Fu davvero la fine di una società, di quella società che abitava la città. È stato puramente per caso che sono nato in Palestina, perché i miei nonni, quando scappavano dalla guerra, erano già su una nave che andava a Beirut nel 1948 e c’era una tempesta in mare e il capitano del vascello disse: «È meglio se torniamo indietro, perché possiamo morire in mare: morire per morire, meglio morire nel nostro paese». Tornarono indietro e si nascosero nella zona del porto per due settimane e poi l’esercito decise di permettere a questi palestinesi di restare lì, ma erano tutti costretti a vivere in un solo quartiere che praticamente divenne una sorta di ghetto. Lo stesso accadde in una città, Ramla, molto importante da un punto di vista geografico perché si trovava sulla via che connetteva Gerusalemme a Jaffa. Nel 1948 la città fu occupata, molti fuggirono e solo una piccola minoranza rimase fra cui i miei nonni dalla parte di mio padre. Lo stesso accadde a loro: furono costretti a vivere in un quartiere che è proprio chiamato “il Ghetto”. Ancora oggi quando torno a visitare la mia famiglia a Ramla e prendo un taxi, cerco di evitare questo nome perché trovo sia veramente terribile. Inizio a spiegare l’indirizzo, descrivo il luogo, e la risposta è: «Ah, certo: il Ghetto. Tu intendi: il Ghetto!». È qualcosa che veramente… Ho vissuto per anni in Germania e avevo una consapevolezza del tutto differente su questo termine, sul suo significato e sul suo uso, e mi colpiva il fatto che venisse importato e adattato al contesto della Palestina. Ho realizzato che una persona può esprimere tutto a partire dal movimento di ritorno verso il luogo da cui è partito, oppure a partire dalla permanenza in un luogo. Forse conoscete lo scrittore egiziano Nagib Mahfuz che ha scritto innumerevoli romanzi a partire dal singolo quartiere dove viveva. Mahfuz era solito dire che tutto quello che devi fare per scrivere dell’intera umanità è stare in un unico luogo. Credo che stare in un luogo o tornare indietro in un luogo per realizzare i film dipenda a volte da una scelta deliberata, altre volte non posso farne a meno come in A Fidai Film dove ho lavorato su materiali di archivio ritrovati e che provengono anche da Jaffa e Ramla. Recollection è l’inizio del mio lavoro con i materiali di archivio ritrovati, materiali d’archivio già esistenti. La realizzazione di Recollection è legata al ritorno in luoghi che di fatto non esistono più nella realtà. Jaffa è stata via via distrutta e poi mangiata da Tel Aviv. Ma negli anni Sessanta molti film israeliani erano girati a Jaffa e negli anni Ottanta era lo stesso per molti film americani. Ricordo che quando ero bambino un giorno tornavo da scuola e andavo alla casa dei miei nonni. C’era un gruppo di bambini riunito e la strada era piena di immagini di Khomeini e di svariati slogan libanesi perché proprio a Jaffa stavano girando un film sulla guerra civile in Libano. Rimasi con i bambini lì e stavo aspettando che le scene venissero girate. Vidi un furgoncino bianco, un Volkswagen bianco. Nel furgoncino c’erano due uomini e uno di loro era Chuck Norris che è morto pochi giorni fa. Quando ero bambino vidi Chuck Norris dal vivo mentre girava questo film, Delta Force One. E Delta Force One era un film girato a Jaffa, ma nel film Jaffa era Beirut durante la guerra civile. Era un tipico film di azione americano sui terroristi che dirottano un aereo e lo portano a Beirut, ma Chuck Norris arriva a liberare gli ostaggi. Io stavo lì e iniziarono a girare e vidi Chuck Norris con la mitragliatrice che sparava ovunque dal veicolo in movimento con la portiera aperta. Da bambino, come tutti i bambini, ero eccitato a vedere questa scena e non potevo capire il senso dietro questo tipo di film, non potevo capire il modo in cui stavano usando la città. Molti anni dopo nel 2010 ero invitato a proiettare un film a Londra e mi trovavo in un hotel e nella stanza c’era un messaggio di benvenuto sul televisore e diceva: “Welcome mister Kamal Aljafari”, poi cambiai canale e andai a farmi una doccia, uscii dalla doccia e vidi quella esatta scena trasmessa dal televisore. Era veramente incredibile: non avevo mai visto quel film, ma potevo riconoscere quella scena, così mi sedetti e vidi il film per la prima volta. Guardavo il film – lasciamo perdere che questi film sono orrendi – e potevo vedere sullo sfondo molti luoghi che non esistono più perché sono stati distrutti. Aspettavo solo che gli attori lasciassero l’inquadratura ma il film era americano, il che significa che l’inquadratura non è mai lasciata vuota. Così quando sono tornato a casa ho ordinato il DVD del film e ho iniziato a vedere i film girati a Jaffa perché volevo fare un film sui luoghi che appaiono sullo sfondo. Ma vorrei fare ancora un riferimento a Delta Force One: è un film veramente brutto per il modo in cui sono rappresentate le persone, ad esempio i terroristi erano interpretati da ebrei mizrahi [ebrei originari di paesi arabi] e non da palestinesi e parlavano un arabo davvero strano, un arabo che in certi passaggi non aveva alcun senso. E nella scena finale Chuck Norris arriva con questa Delta Force armata e attaccano il luogo dove gli ostaggi erano trattenuti. Questo luogo era una vecchia scuola vuota che la municipalità di Tel Aviv aveva concesso alla produzione. E nella scena finale l’edificio è fatto esplodere e l’esplosione è girata in presa diretta. Quindi alla fine della scena questa vecchia scuola non esisteva più. Allora era lo stesso cinema a produrre una violenza cinematografica e al contempo a partecipare alla distruzione materiale del luogo. Recollection è stata la prima volta in cui ho iniziato a lavorare con il materiale di archivio. Con Recollection ho lavorato con i film di finzione e ironicamente erano film di finzione israeliani. E perché erano girati a Jaffa e non a Tel Aviv? Perché Jaffa era una vecchia città e girare in una vecchia città fa una differenza narrativa enorme perché tu hai un luogo carico di storia.  Se invece giri a Tel Aviv, dai l’impressione di essere in una città nuova e mostri che tu sei nuovo in questo luogo. Jaffa è una vecchia città, è davvero fotogenica con tante architetture antiche, ed era importante per le produzioni israeliane reclamare una narrazione carica di storia. E questi film escludono i palestinesi come se non esistessero, in fondo i palestinesi sono rimossi e sradicati per due volte: prima nella realtà e poi nei film di finzione che erano girati lì. Non appaiono e dunque non esistono. Quando ho iniziato a raccogliere immagini la mia idea originaria era di fare un film sulla città di Jaffa, ma poi, e questo veramente mi ha sorpreso, ho iniziato a notare le persone che stavano sullo sfondo: passanti, figure che guardavano fuori dalla finestra. In un film ho addirittura ritrovato mio zio che passava. Allora ho rimosso tutti gli attori per vedere i luoghi e ho scoperto questi personaggi che passavano e non erano comparse: erano palestinesi che contrabbandavano sé stessi dentro l’immagine. Questo è diventato il tema più importante: trovare i fantasmi che davvero esistevano sullo sfondo, ma a cui nessuno dedicava attenzione. Sembrava che stessero aspettando me: erano lì e io dovevo scoprirli. L’idea di impegnarmi in un film che lavorasse su archivi di immagini già esistenti mi ha portato a manipolare le immagini. Gli interventi di Recollection servono a esprimere me stesso, mi servono a trasformare l’archivio ritrovato in qualcosa di nuovo, in una nuova immagine. Non è un modo per cercare di essere oggettivo, perché non credo nell’oggettività nel cinema o nell’arte in generale. È un’operazione totalmente soggettiva: quando iniziamo a realizzare un film, ad avvicinare un tema, emerge il punto di vista del regista. E questa soggettività è un aspetto importante e in molte occasioni mi prendo la totale libertà di intervenire. Ad esempio in A Fidai Film metto maschere di colore su parti d’immagine, uso il colore rosso per coprire le frasi di propaganda impresse sulla pellicola dagli israeliani. Queste frasi in ebraico erano state aggiunte per descrivere le immagini saccheggiate nel 1982 dall’archivio audiovisivo palestinese che era conservato a Beirut. Molte persone lavorano con gli archivi e ci sono diverse tradizioni: alcuni approcci sono molto artistici, come Pelešjan, o penso alla coppia italiana Gianikian e Ricci Lucchi. Ma li ho scoperti in un secondo momento. Il mio lavoro era in molti modi legato all’esperienza e alla mia provenienza, alle esperienze che abbiamo attraversato come popolo. La rielaborazione delle immagini in A Fidai Film riguarda le poche tracce che ho trovato appartenenti ai materiali razziati dall’esercito israeliano nel 1982. Quelle immagini si trovavano in un istituto di ricerca palestinese che conteneva un grande archivio con immagini, vecchie mappe, libri – tutti materiali rubati dall’esercito. La limitazione in un certo senso ha permesso il mio intervento e mi ha aiutato a trovare una via per esprimere me stesso. Trovo sempre la limitazione veramente affascinante: quando hai pochi materiali, sei spinto a una maggiore creatività. Ma le manipolazioni non mi aiutavano solo a esprimere me stesso, ma anche a creare una nuova immagine. Gli archivi – come recita un capitolo del film – sono la macchina da presa del diseredato o di chi ha perso tutto. Raccogli tutto quello che è disponibile e lavori con questo, lavori con questa limitazione. In generale l’idea di salvare non mi è vicina, non credo che il cinema possa salvare qualcuno o qualcosa. Tutto quello che posso fare è esprimere me stesso, condividere i miei sentimenti e le mie idee con le persone. Certo è romantico credere che possiamo salvare i luoghi o le persone prendendone l’immagine. Fare film mi dà soddisfazione perché grazie a questo possiamo continuare a esistere, a sognare, anche se è un’illusione. Ma non credo che fare film o foto possa salvare alcunché, i film sono proiettati nei cinema ma allo stesso tempo il paese continua a essere distrutto, i crimini continuano a essere commessi. È questa la situazione in cui siamo, anche se vorrei che il cinema potesse cambiare la realtà. Certo, desidero che la vita che non esiste più possa tornare a esistere e questo è il caso di With Hasan in Gaza che è realizzato con riprese fatte da me nel 2001 a Gaza. Ora molti dei luoghi che si vedono non esistono più e anche le persone sono state uccise, o sono disperse, ferite: tutti sono stati toccati. Possiamo riprendere ciò che scomparirà perché grazie a questo gesto ci garantiamo un’esistenza, possiamo continuare a sperare e a sognare, ed è tutto quello che possiamo fare. Mi piace molto lavorare con l’astrazione, un’astrazione che riguarda tanto le immagini quanto i suoni. Attraverso l’astrazione puoi raggiungere l’universalità e credo davvero che la condizione palestinese sia infine una condizione umana, una condizione dell’umanità. Con il suono è possibile realizzare qualcosa che non necessita traduzione, perché le emozioni espresse dal suono possono raggiungere le persone e non importa quale lingua parlino o a quale nazionalità appartengano: il suono è suono. Ad esempio in A Fidai Film c’è una sequenza di repertorio che ho trovato dove un bambino palestinese cammina in un campo profughi in Libano, un campo dell’UNRWA. E questo film era stato realizzato dall’UNRWA perché giravano film sui rifugiati negli anni Sessanta e Settanta. Quando l’ho trovato non aveva suono, così ho creato il suono e l’ho aggiunto sull’immagine del bambino che cammina nel fango: non un suono sincronizzato, è un suono fuori sincrono. Lavoro molto con il suono non sincronizzato perché questo in qualche modo facilita l’immaginazione e permette una maggiore partecipazione. Così si trasforma la scena del bambino che cammina nel fango: quando aggiungi il suono, diventa emozionante. Sono stato davvero fortunato perché ho lavorato con due artisti del suono. Ho iniziato a lavorare con loro sei anni fa: uno è Attila Faravelli di Milano e ha realizzato molti suoni per A Fidai Film e With  Hasan in Gaza; il secondo è un musicista, Simon Fisher Turner. Lavorare con entrambi è stato un vero arricchimento per i miei ultimi film perché ho potuto lavorare con persone a cui non era necessario dicessi con le parole che cosa cercavo. Abbiamo raggiunto la condizione in cui io non ho la necessità di spiegare me stesso: hanno creato i suoni di cui il film aveva bisogno. Un esempio riguarda With Hasan in Gaza: Simon ha visto il girato e ha iniziato a inviarmi davvero tanti file, ho un archivio enorme con le sue registrazioni e alcune duravano anche tre ore e mi diceva di ascoltare tutto perché a un certo punto c’era una variazione, una trasformazione, ma non mi diceva quando. Un giorno mi ha mandato la registrazione di un allarme, un allarme simile a quello che senti quando non metti la cintura in auto. Il film aveva molte scene con le auto e mi sono ricordato che avevo questo suono in mente, ma non gliel’ho detto. Quando tornavo a casa e visitavo la mia famiglia, mio padre era già abbastanza vecchio e la sera andava al bar a incontrare i suoi amici. Il bar non era molto lontano da casa, ma lui prendeva l’auto e io andavo con lui e non metteva mai la cintura e io stavo sempre con lui sentendo questo suono. Simon ha colto questo suono, lo ha manipolato e l’ha usato molto nel film, ma io non avevo comunicato con lui a proposito di questo. Comunichiamo su un livello che è al di là della spiegazione: sono coincidenze che non sono coincidenze. Quando ho iniziato a lavorare per Recollection, ho pensato che accadeva qualcosa di irripetibile. Quando studi per diventare regista non pensi di realizzare film con materiali di repertorio: vuoi girare tu stesso quei film. Nessuno parte con l’idea di realizzare film con materiali già esistenti. Allora ho pensato che Recollection fosse un’esperienza unica, ma dopo sono andato a trovare la mia famiglia ed è stata l’occasione per poi realizzare An Unusual Summer. E mia sorella, che è avvocata, mi prendeva in giro perché ci metto molto a realizzare un film e mi ha detto: «Forse dovresti vedere le videocassette che ho trovato. Potresti fare un film con quelle». Quali videocassette? Allora mi ha raccontato una storia su mio padre, che allora era già morto. Lei ha trovato questi nastri perché quando era vivo qualcuno aveva rotto i vetri della sua auto e nostro padre voleva sapere chi era stato in quartiere a farlo e aveva filmato per un mese, senza sosta. Iniziai a guardare questi materiali e per me erano incredibili: in un mese chiunque viveva nel quartiere appariva nell’inquadratura, anche la mia famiglia appariva fra la casa e l’auto. Conosco la maggior parte di queste persone e certo ho una connessione intima con loro, emozionale. Nel film ci sono le due sorelle che camminano assieme e sin da bambino non ho mai visto queste due sorelle separate. Quando camminavano in strada, camminavano assieme. Da bambino vedevo un vicino sempre in bicicletta e di nuovo nel film appare con la sua bicicletta. Molti aspetti non potrebbero essere notati se non appartenessi a quel luogo, se non conoscessi quelle persone e la loro biografia, ma allo stesso tempo per me c’è qualcosa di universale. Infatti se metti una videocamera così, in quasi in ogni luogo del mondo troverai questi personaggi. E questo è particolarmente impressionante con la camera di videosorveglianza perché questa videocamera ha una pazienza infinita che nessun regista può avere. Nessun regista si metterebbe alla finestra per filmare il mondo per ventiquattro ore senza fermarsi. Il film è strutturato su alcuni appunti che scrissi e uno dice: “Nella videocamera di mio padre chiunque ha l’occasione di esistere”. Perché quando fai un film devi selezionare, devi fare un casting per gli attori, ma la camera di videosorveglianza non seleziona: registra chiunque, chiunque per lei può essere un criminale. With Hasan in Gaza è stata davvero una sorpresa per me perché davvero ho scoperto il materiale solo nell’ultimo anno. Stavo cercando un vecchio disco rigido e mi sono imbattuto in una cassetta Mini Dv con un titolo scritto in arabo: “With Hasan in Gaza”. Non avevo idea di che cosa fosse e sono andato in un laboratorio che aveva modo di riprodurre la cassetta e ho visto immagini di repertorio di Gaza e ancora non sapevo di che cosa si trattasse finché non ho sentito la mia voce. Poco dopo c’è una scena dove appaio. Sono tornato a casa alla ricerca di più cassette perché ho capito che dovevano essercene altre e ne ho trovate altre due senza titoli. Così ho capito perché alle scuole di cinema dicevano che bisogna sempre scrivere sulle cassette. Questi materiali erano stati girati nel 2001 a Gaza e il loro ritrovamento avvenne nel momento in cui mi stavo chiedendo, combattendo con me stesso, che tipo di film o di arte si può fare di fronte a questa distruzione di massa, a questo omicidio di massa. Come agire? E non volevo fare un film mostrando persone uccise, persone che passano attraverso eventi orribili. Non volevo mostrare di nuovo tutto ciò, ho pensato che non volevo ripetere tutto l’orrore. In un certo senso fare cinema con i materiali recenti di Gaza avrebbe urtato la dignità delle persone coinvolte, perché il cinema ha bisogno di tempo, ha bisogno di una giusta distanza che ti permette di impiegare materiali di repertorio che registrino qualcosa che cambia a fondo la vita delle persone o che distrugge quelle stesse vite. Nello stesso periodo in cui mi dibattevo in queste domande ho trovato i materiali di Gaza del 2001 e ritrovarli era la risposta naturale ai miei dilemmi. Era davvero come scoprire segni di vita catturati dalla videocamera ed era anche la prova che la distruzione non ha mai successo: ci sono sempre delle tracce.
May 15, 2026
Napoli MONiTOR
Il mio lavoro vale cento. Un driver in appalto Amazon si racconta
(disegno di otarebill) Il Grido del Popolo è un progetto editoriale di MULTI – Sindacato Sociale, che raccoglie testimonianze di vita e di lotta sotto forma di scritti, fotografie, video e altre forme espressive. “Ogni racconto – scrivono i curatori presentando il progetto sul loro sito – è parte di ciò che vive una persona, che a sua volta è collegato al vissuto di tante altre. […] Il secondo grido di questo volume de Il Grido del Popolo è il racconto in prima persona di un lavoratore della logistica e della sua esperienza in un’azienda in appalto ad Amazon. Come nella storia di Pinocchio, che viene sfruttato dal Gatto e la Volpe, queste aziende sfruttano la fiducia e l’obbedienza dei lavoratori per scaricare su di loro la responsabilità. Ma da dentro la pancia della balena, possiamo organizzarci per pretendere di essere trattati come persone, non come numeri su un dispositivo e non accontentarci di poco, perché se il nostro lavoro vale cento, noi dobbiamo pretendere cento”.  Riproponiamo questa testimonianza pubblicata sul Grido qualche giorno fa. *     *     * Sono arrivato a lavorare per Oriente Trasporti quasi per caso. Un giorno sotto casa mia qualcuno aveva lasciato una bag di Amazon con delle consegne dentro. Io facevo già il corriere, così l’ho presa e l’ho portata al magazzino di riferimento. Quando sono arrivato ho detto: «Se cercate qualcuno, io cerco lavoro. Faccio già il corriere, ma voglio cambiare». Mi hanno chiamato per un colloquio. Mi dissero che ero piaciuto come persona e come lavoratore, che le probabilità di essere assunto erano buone. Il contratto all’inizio sarebbe stato a scadenza, ma c’erano possibilità di rinnovo. In quel momento io avevo già un contratto a tempo indeterminato, portavo farmaci alle farmacie. Però mi dissero che lì avrei lavorato meno e guadagnato di più. Mi parlarono di cento euro al giorno, tredicesima, ferie, permessi, trasferte, spesso lavorando tre o quattro giorni alla settimana. Sembrava una buona occasione. Io nella vita ho fatto trent’anni il barista, poi il corriere dei farmaci. Il massimo che avevo guadagnato erano mille e settecento euro al mese lavorando sette giorni su sette per un mese di fila. Così ho deciso di provare. E poi diciamolo: Amazon è un nome che riempie la bocca. Ti incuriosisce. Mi avevano detto che i ritmi erano alti, ma che per loro contava più la qualità del lavoro che la quantità. Questa cosa me l’hanno ripetuta fino a poco prima di essere licenziato. IL LAVORO VERO All’inizio ho fatto il corso online, poi ti danno il device, il telefono con cui lavori. Il problema più grande è stato quello. All’inizio non capivo bene come usarlo. Le procedure non erano chiare e i pacchi sono tutti diversi. Per trovare quello giusto nel furgone ci vuole tempo. Quando poi impari diventa più veloce. Ma all’inizio è dura. E poi c’è l’ansia della prestazione. Io ce l’avevo tutti i giorni. All’inizio avevo settanta o ottanta consegne, poi già dal terzo giorno novantacinque, cento, anche centoventi o centotrenta. Quando non finisci le consegne ti viene in mente una cosa sola: se non finisco non mi rinnovano il contratto. In ufficio però ti dicono di stare tranquillo, che capita a tutti, che qualcuno ti darà una mano. Poi vai fuori e capisci che non è così semplice. Mi è capitato di perdermi seguendo il device. Una volta mi sono ritrovato su una collina sperduta tra gli ulivi vicino Siena. Ho perso più di mezz’ora. Un’altra volta pioveva, era buio e mi trovavo in una zona che non conoscevo. Mi chiama un responsabile e mi dice: «Ma lo vedi che sei passato davanti al numero civico?». Io rispondo che dovevo fermarmi prima. E lui mi dice: «Così non imparerai mai a lavorare. Devi svegliarti».Io lavoravo lì da una settimana. Sentirselo dire da un ragazzo che potrebbe essere tuo figlio è umiliante. Non ti dicono mai apertamente «Vai più veloce!», ti dicono: «Devi organizzarti!». Ma se ogni giorno ti cambiano zona, come fai a organizzarti? Nei messaggi scrivono: «Andate piano, rispettate i segnali». Poi però, se non finisci le consegne, ti dicono: «Ti devi organizzare». E lì capisci che qualcosa non torna. GLI ERRORI CHE DEVI PAGARE La prima cosa grossa che succede è la bag che sparisce. Era la seconda o terza volta che uscivo da solo, subito dopo aver concluso il breve periodo di affiancamento. Dentro c’erano circa venticinque pacchi. A un certo punto non c’era più. Non abbiamo mai capito dove sia sparita. Io sono abituato a chiudere il furgone, ma quando lavori in un sistema nuovo, con tutta quella pressione, una distrazione può succedere. Poi succede un’altra cosa. Mi chiamano mentre sto lavorando e mi dicono che il furgone che avevo usato giorni prima ha un danno alla targa anteriore. Mi mandano la foto. Io dico subito: «Quel danno non l’ho fatto io». Se picchi contro un palo davanti te ne accorgi. Ma alla fine la contestazione disciplinare arriva lo stesso. Da quel giorno ho iniziato a fotografare il furgone tutte le sere, prima di lasciarlo. LA VIGILIA DI NATALE A un certo punto mi scrivono chiedendomi se sono disponibile a restare. Io rispondo di sì. Poi arriva un messaggio: “Il contratto non sarà rinnovato. Il tuo ultimo giorno è il 24 dicembre”. La vigilia di Natale. Io pensavo almeno a una telefonata. Invece finisce così. Quando arriva lo stipendio mi accorgo che ci sono oltre ottocento euro di trattenute. Due mesi di lavoro duro, pioggia, strade strette, ansia, e alla fine quasi niente in tasca. Per un uomo di cinquantadue anni con una famiglia è una botta enorme. Poi ci sono altri incidenti. Una volta pioveva, la strada era stretta, con fossi ai lati. Per evitare di finire nel fosso ho strusciato il furgone. Ho chiamato subito e mandato la foto. Un’altra volta ho urtato il paraurti in retromarcia, in un punto dove non c’erano sensori. Ho sempre comunicato tutto con trasparenza. Eppure la sensazione che ti rimane è una sola. Ti senti una merda. Perché sai che quei danni possono costarti uno stipendio intero. Io pensavo che la trasparenza fosse giusta, che aiutasse tutti. Invece mi si è rivoltata contro.. PINOCCHIO A un certo punto ho capito che molte delle cose che mi erano state raccontate non funzionavano come mi avevano detto. C’è un episodio che per me spiega bene tutto il meccanismo. Un giorno mi chiamano e mi dicono di aggiornare il device, quello che decide dove andare, quale pacco consegnare, quale strada prendere. Io stavo su una strada stretta, in salita, pioveva forte. Poco spazio per manovrare. Eppure le indicazioni erano sempre le stesse: seguire il device. Io le seguivo tutte, rispettavo le regole, eppure mi sono trovato in difficoltà. Ho capito allora che non si tratta di disonestà, ma di responsabilità verso sé stessi: proteggere la propria salute, mentale e fisica, e il proprio lavoro. Pensando a tutto questo mi è venuta in mente la storia di Pinocchio. Lui si fida, segue quello che gli viene detto, e poi incontra il Gatto e la Volpe, che approfittano della sua ingenuità. La colpa non è di Pinocchio, è di chi sfrutta la fiducia. Nel lavoro succede lo stesso: fai il tuo dovere, rispetti le regole, eppure quelle regole possono diventare un modo per scaricare su di te tutta la responsabilità. Un collega più esperto, un vero Grillo Parlante, mi aveva messo in guardia. Mi diceva di fotografare il furgone ogni sera, perché i mezzi potevano essere usati da altri e i danni imputati a chi li aveva prima. Ho seguito il consiglio e ho iniziato a proteggermi così. All’inizio il lavoro sembrava un’opportunità fantastica, pochi giorni alla settimana, più guadagno, meno chilometri rispetto a prima. Poi scopri che sei sempre sulla strada dalle dieci del mattino fino alla sera, che se ti fermi a mangiare rischi di non finire le consegne, e che il contratto a scadenza diventa una forma di ricatto. Così continui a fare il massimo, cercando di dimostrare di essere all’altezza, ma rischi di essere trattato come un oggetto usato. Da questa consapevolezza nascono delusione, rabbia, frustrazione. Grazie a un collega ho conosciuto altre persone che mi hanno indicato come muovermi. È nato così un percorso di giustizia, senza vendetta, solo per far valere le cose in modo corretto. E soprattutto per aiutare altri a non subire la stessa sorte.. IL MIO GRIDO Io non voglio niente di più di quello che mi spetta. Né un euro in più né un euro in meno. Se ho sbagliato io mi inchinerò alla giustizia. Ma se il sistema è sbagliato, il sistema deve cambiare. Non siamo numeri su un dispositivo, non siamo codici dentro un algoritmo. Siamo persone. E una cosa l’ho capita bene: non bisogna mai arrendersi. Nella vita a quasi tutto c’è una soluzione. Bisogna lottare per i propri diritti e non accontentarsi. Perché se il tuo lavoro vale cento, tu devi pretendere cento!
May 14, 2026
Napoli MONiTOR
Mozzarelle di lusso e boutique della carne. Il mercato prepara l’arrivo dei nuovi abitanti a Bagnoli
(disegno di diego miedo) La linea 2 della metropolitana impiega un’ora per percorrere i due estremi della città: a est San Giovanni, a ovest Bagnoli. Il treno regionale colma il vuoto di una linea cittadina adeguata, connettendo centro e periferie. Le fermate che collegano il centro con l’area flegrea saranno soppresse tra ottobre 2026 e gennaio 2027 per i lavori di costruzione di una nuova stazione. L’obiettivo è di agevolare i flussi previsti per l’America’s Cup di vela, il grande evento che in poco tempo ha messo a soqquadro l’equilibrio, già fragile, dell’area ovest. Si procede verso una “modernizzazione” della periferia, si “rifunzionalizza” il trasporto pubblico senza interrogarsi sulle esigenze degli abitanti né considerare le loro volontà. Una dialettica tra sospensione e accelerazione attraversa Bagnoli, sede del “grande evento” velistico. Parliamo di un quartiere residenziale, con un po’ di verde e il mare, per quanto inquinato; molte scuole e un polo universitario, attività commerciali di piccola taglia, parrucchieri, alimentari, bar e pizzerie, ma anche supermercati, centri scommesse e agenzie immobiliari; e poi i grandi locali notturni (abusivi) sul litorale. Il microcosmo locale è marcato anche da elementi meno tangibili, una dimensione di scambi e relazioni umane che rispetta il ritmo di vita del quartiere. Il viale Campi Flegrei è una larga strada collocata al centro del quartiere, dalla forma simile a quella di una rambla. Il viale è composto da sei isole con alberi e panchine, circondate da un mare-strada con doppio senso di marcia. Ogni isolotto è contraddistinto da attività commerciali più o meno complementari, sedimentatesi in quella posizione nel corso del tempo: scuola guida, tabaccheria, merceria, il negozio “dei cinesi”, il ferramenta, non più di due o tre attività di food and beverage ben integrate nel tessuto locale. Navigando di isola in isola si arriva all’angolo tra viale Campi Flegrei e via Ascanio, dove ha da poco inaugurato una nuova attività dal nome familiare per chi attraversa la movida del centro di Napoli. Forte del successo nelle sedi del Vomero, di Chiaia e del centro storico, è approdata anche a Bagnoli la catena Mosto, specializzata nella vendita di birre artigianali e panini. L’insegna luminosa dal font contemporaneo, in linea con gli interni neri e il design post-industriale, stona con l’atmosfera amena che circonda la birreria. Rispetto al paesaggio circostante di alberelli e villette consunte, talvolta provate dal bradisismo, l’estetica urban di Mosto risalta per contrasto e per la sua aria cosmopolita. Il 12 marzo è stato il giorno dell’inaugurazione, annunciata con una campagna sui canali social del marchio, che giorno dopo giorno svelava nuovi dettagli sul “grande evento”. Nell’occasione, il locale proponeva per l’intera serata la “double hour”, formula con cui al costo di una singola birra nel formato più grande se ne possono prendere due, a patto di consumarle entrambe nella fascia oraria dell’aperitivo: è il modello di consumo con cui Mosto si è reso popolare in città, rivolgendosi a una clientela che può contare su una certa spendibilità, dato che una birra non costa meno di sette-otto euro. La sera dell’apertura le persone straripavano sulla strada. La composizione era mista e l’età varia, con una forte prevalenza di venti-venticinquenni, che in un quartiere con una media anagrafica molto alta è già una novità. Soprattutto, colpiva il ventaglio piuttosto largo di provenienza dei clienti, con curiosi arrivati dai comuni flegrei oltre che dal centro città. Alcune persone del quartiere hanno sperimentato la novità sgomitando nel faticoso tentativo di accedere all’interno del locale stracolmo. Tuttavia, la maggior parte dei bagnolesi ha consumato nei locali già attivi sul viale, per abitudine e per i costi più contenuti. Un giovedì sera qualsiasi sembrava celebrare però qualcosa di più grande, seppure non del tutto afferrabile, fosse anche solo per le dissonanze emerse all’improvviso. La dimensione di festa profana trasportava le persone da Bagnoli immediatamente al centro storico, nel caos dei baretti di Chiaia o dei Quartieri Spagnoli nel fine settimana. Nei giorni successivi all’inaugurazione il flusso è diminuito, facendosi più marcato durante i fine settimana e all’orario della “double hour”. La forza economica di Mosto, tuttavia, permetterà alla birreria di carburare con calma, in attesa delle trasformazioni sociali del territorio. Al momento il suo stile non sembra avere ancora la forza di creare un’alternativa alle attività di quartiere, che continuano a contare su una clientela invariata per quantità e composizione. Il modello di bar e vinerie “vincente” a Bagnoli è infatti fortemente basato sulla relazione tra esercenti e clienti, su prezzi economici e una socialità diffusa, che si articola per strada più che nei locali. Nonostante i tentativi fatti da Mosto, che passano anche per l’assunzione di giovani del quartiere tra i banconisti e i camerieri, l’atmosfera della birreria ricorda piuttosto quella dei locali sul lungomare di via Napoli: attività apparentemente accattivanti ma di fatto anonime, e soprattutto prive della capacità di creare relazioni. È interessante, in questo senso, notare che le tre vinerie bagnolesi hanno davanti al bancone uno spazio quadrato o rettangolare piuttosto grande dove la gente in fila si sofferma a parlare, mentre Mosto ha ottimizzato gli spazi posizionando la cassa a dominare l’ingresso, e stipando la gente in attesa in una sorta di corridoio, dove è piazzato un juke-box digitale con un cartello che vieta di riprodurre musica “neomelodica”. Totalmente disinteressate allo scambio con i territori su cui investono, le catene commerciali traggono d’altronde forza sul mercato dalla standardizzazione dell’offerta e dalla globalità del prodotto. Anche in questo caso la ricetta per il successo è la veste grafica riconoscibile perché ordinaria, l’estetica che vorrebbe farti sentire in bilico tra Bristol e Berlino (mentre sei solo a via Ascanio), l’efficacia di slogan e formule studiate a tavolino e buone per gruppi sociali differenti. Mosto non offre una birra, e nemmeno “un’esperienza”. Offre la replicabilità di un modo di fare aperitivo, che al momento sembrerebbe non attecchire in un quartiere dove gli spazi e le relazioni sono tali (non sappiamo ancora per quanto) per cui si esce di casa senza appuntamento, “perché tanto per strada qualcuno incontro”. Bagnoli conserva un rapporto stratificato con la sua identità culturale e politica, e non è un caso che la sera dell’inaugurazione di Mosto qualcuno ne problematizzasse l’apertura. Senza troppo puntare il dito contro questo o quel marchio, alcuni attivisti hanno voluto caratterizzare il momento di festa alzando l’attenzione sulle trame economiche e politiche che stanno guidando la trasformazione. Uno striscione bianco risaltava tra il folto degli alberi e le colorazioni dark-industrial del locale, recitando: “Bella notizia il pacco americano? Bonifica, lavoro e salute: l’unica coppa che vogliamo!” (il riferimento della prima frase è alle infelici dichiarazioni fatte dal proprietario della nuova birreria, che si era espresso in maniera entusiasta rispetto all’arrivo della Coppa America nel quartiere). La gentrificazione di Bagnoli e la Coppa America sono d’altronde tutt’altro che slegati, non solo per la convergenza temporale, ma anche alla luce delle trasformazioni che qui si pianificano da tempo, e che sembrano oggi diventare operative. Persino la recente crisi bradisismica è stata sfruttata per provare a “riordinare” il tessuto socio-abitativo, così come successo più di trent’anni fa a Pozzuoli: lo sfollamento, morbido o coatto, di decine di nuclei familiari coincide con l’arrivo di nuova gentry, sul crinale del collaudato ciclo di allontanamento verso le periferie dei residenti storici e di sostituzione degli abitanti. Il bradisismo ha provocato l’abbandono del quartiere di tante persone che non hanno potuto aggiustarsi da sé la casa (abbandonate da un governo che assegnava, nella totale indifferenza del comune di Napoli, soldi solo a pochissime tra le famiglie le cui case erano state danneggiate), proprio mentre le aspettative di sviluppo derivate dal “grande evento” inaugurano la stagione della speculazione immobiliare. Intanto nuove attività, immaginate per un target di persone più ricche, ma completamente aliene al territorio, stanno aprendo i battenti, per esempio un caseificio di lusso e una macelleria (o meglio una “boutique della carne”) al posto di negozi storici di viale Campi Flegrei. Attività a beneficio di clienti che cercano il prodotto selezionato, e un presunto scarto qualitativo rispetto all’offerta “ordinaria”. La riconfigurazione del tessuto commerciale, resa evidente dai canoni imposti dalle nuove attività, evidenzia una dialettica che, in un mercato cannibale, diventa anche conflitto: insegne luminose, arredi e layout stranianti in un contesto urbano da piccolo paese, a cinque metri da una vecchia edicola dove staziona un venditore ambulante di pannocchie; piccole vinerie e birrerie contro brand in voga e mega-locali notturni sul mare; anziani salumieri e macellai costretti a contendersi la clientela con botteghe gourmet. Quello che sta succedendo a Bagnoli, mostra come il capitale abbia la forza per attaccare la forma delle città ma anche le sue immaterialità, uniformando i modelli di consumo, cannibalizzando le specificità, riconvertendo gli spazi sulla base delle esigenze di chi spende di più, anche se viene a farlo occasionalmente e con discontinuità. È la logica della speculazione immobiliare: compro e aspetto che i tempi siano propizi per capitalizzare, per esempio attraverso il ricambio degli abitanti provocato dal costo della vita e degli affitti in aumento. D’altronde Bagnoli è tornata oggi appetibile come a inizio degli anni Duemila, quando la riqualificazione dell’ex area industriale sembrava avviarsi: intere palazzine vengono comprate a prezzi esorbitanti, in un mercato che attacca la vita individuale e modifica gli equilibri sociali. C’è da chiedersi se tra qualche tempo, quando le stazioni riapriranno dopo i lavori, continueremo a chiamare “metro” il treno regionale che ci porta nel quartiere, e se useremo ancora vecchi e rassicuranti linguaggi per nominare cose nuove, che ci respingono persino se paghiamo. Forse, chissà, riusciremo invece ad accorgerci che qualcosa sta cambiando intorno a noi e riappropriarci del potere di abitare, contestare, nominare. (lucia c. paoletti)
May 12, 2026
Napoli MONiTOR
Il poeta come outsider. Un ricordo di Nanni Cagnone
(disegno di giancarlo savino) Nel 2020 Atlantide ripubblica un vecchio libro di Colin Wilson, teorico e critico del romanzo abbastanza inclassificabile e di culto per una happy few, intitolato L’Outsider (1956). Più che un saggio sociologico alla Bourdieu, si tratta di un vero e proprio trattato di metafisica. Da Dostoevskij a Camus, dall’uomo del sottosuolo al lupo della steppa, per Wilson l’outsider è soprattutto un personaggio romanzesco, che ha incarnato la crisi dell’uomo a cavallo tra Ottocento e Novecento, un inetto, incapace di vivere da un lato perché dotato di una sensibilità più profonda del comune profilo borghese, dall’altro incapace delle cose più semplici. Seduto nel buio di una sala cinematografica, l’outsider non presterà attenzione a quella proiezione illusoria sullo schermo che è il mondo fenomenico, per lui privo di consistenza, ma girerà lo sguardo sulla polvere tra le poltrone, sui residui di cibo, sui cartelli che segnalano l’uscita di emergenza. Crisi di senso, crisi di realtà, questa figura è condannata a un fallimento inevitabile: quello dell’inespressione, di non essere compreso dai propri simili e di non comunicare con loro. La teoria di Wilson è molto convincente, ma figlia dei suoi tempi. Da un lato ignora come tutti questi autori, riuscendo a rappresentare il loro disorientamento, abbiano riscattato il loro status di outsider, dall’altro non può fare i conti con il fatto che il senso che egli dà al termine outsider sia diventato proprio di un’intera cultura, figlio di un rispecchiamento deteriore, in cui l’originalità è diventata una condanna omologante, l’inetto un blasé e la percezione di mancanza di significato del mondo un segno di riconoscimento. La tensione eterna tra Dio e il dolore di Nijinsky è mediata da un processo di culturalizzazione così forte che la svuota di ogni risvolto drammatico. Chi sono, allora, al giorno d’oggi, gli outsider, in un’epoca in cui nessuno può riconoscersi nei valori che gli sono stati tramandati e che gli appaiono estranei e irreali come i giocattoli che regaliamo ai nostri nipoti, feticci di un altro stadio di evoluzione dell’umanità? Non ho alcuna certezza nella vita, l’instabilità del mio umore, delle mie convinzioni è direttamente proporzionale alla forza con cui li affermo. Ma su una cosa non ho dubbi: che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, gli outsider non abitano il mondo della poesia. Una pratica clownesca, priva di qualsiasi rilevanza culturale, di forza espressiva e incapace di incidere sul corpo moribondo del mercato editoriale; di fare egemonia, di rivolgersi a una comunità che non sia quella dei poeti stessi. Questi, i poeti, dal canto loro, non smettono di percepire la propria marginalità come un curioso segno di nobilità ed elitarismo. Ma, soprattutto, e qui torniamo al punto iniziale, cioè a un discorso materialisticamente connotato, i poeti sono ormai tutti professori di poesia, e le rare volte che non insegnano all’università, lo fanno nelle scuole pubbliche. Se bisogna ragionare intorno a una crisi della poesia contemporanea, non lo si più fare senza tenere conto di questo irragionevole fattore materiale. Le persone credono fin troppo nella letteratura, e questa convinzione, romantica ed errata, nasce il più delle volte tra i banchi di scuola. Siamo di fronte alla famosa cattiva infinità hegeliana così ben rappresentata da Kafka. Ho parlato della mia generazione, di quella che conosco meglio, perché la frequento, ci vado al bar e a letto, ma non è sempre stato così. Quando la poesia aveva un’altra rilevanza sociale, tra gli anni Settanta e Ottanta, e in televisione apparivano Sanguineti, Zanzotto, Rosselli e Zeichen, c’era un oceano sommerso di autori che lavoravano al di fuori del canone, anzi, dei due canoni a cui, da allora e fino a oggi, la poesia è stata ridotta. Da un lato quello lirico, espressivista, in cui un io più o meno simile all’autore ci racconta i fatti di una vita più o meno simile a quella dell’autore; e quello di ricerca, sperimentale, dove la carica emotiva del testo è molto più bassa e la poesia sembra più un gioco combinatorio di linguaggio (non c’è un io, non si capisce bene cosa dica, rifiuta un registro aulico – ma non per questo uno colto –, usa in maniera critica i cliché della millenaria tradizione poetica). Appare evidente anche a un non adepto che i risultati forse più interessanti della produzione poetica degli ultimi trenta-quaranta anni si muovano sul crinale tra questi due poli, spesso rifiutando una simile bipartizione. È il caso di poeti enormi come Vito Riviello, Giuliano Mesa e Emilio Villa, autori difficilmente rintracciabili sul mercato, poco pubblicati o male, ma che hanno avuto una grande influenza sulle generazioni successive. A questi nomi si può aggiungere quello di Nanni Cagnone, scomparso il 3 aprile 2026, poco prima di compiere ottant’anni. Cagnone, nato in Liguria e morto a Bomarzo, è stato un autore inclassificabile, che si muoveva tra la saggistica, il romanzo e, soprattutto, la poesia. Ma è stato innanzitutto un batterista jazz, un critico d’arte, un giornalista, un direttore creativo d’agenzie pubblicitarie, il responsabile di una rivista di industrial design, un nottambulo. Un personaggio estremamente versatile, che appare fuori dal tempo non solo ora, ma già nella sua giovinezza: “Esistenze come la mia/ tumulto desideroso/ piovasco di figure – / ma quale spreco/ per chi veneri uno scopo. […] // Le cose nominate/ smisero di seguirci”. Dagli anni Settanta Cagnone ha pubblicato più di una decina di libri di poesia, tutti per case editrici minuscole, auto-antologizzati in un recente volume per nottetempo, A ritroso (2020), che ha riacceso un interesse discreto nei suoi confronti. Vi troviamo componimenti solitamente molto brevi, in cui una sintassi colloquiale è interrotta da lampi e agglomerati semantici che producono un forte straniamento; in questo senso, Cagnone è un poeta ancora totalmente immerso nel Novecento, che crede nella forza di una poesia che è innanzitutto visione, e fa un uso del linguaggio contropelo, rifuggendo cioè un’orizzontalità comunicativa (molto comune nella poesia di autori contemporanei). Detto ciò, le sue poesie sono quadretti abbastanza naturalistici, lontani tanto dallo sperimentalismo dell’avanguardia che dal poetichese dei lirici, evitando però al contempo una lingua piana, d’uso, ogni stile semplice: “Nelle antiche radure,/ scoprimento maggiore/ non il fuoco ma il tu,/ l’incerto chiarore/ a cui si deve/ quasi ogni pena. // Pure, ricorderai d’averlo detto:/ lontano dal tu/ non si risplende”. C’è un controllo assoluto della forma, una limpidezza e una misura che non si fa mai maniera: “Ma tu/ disperatamente non sei – / mi toglie anche il passato,/ quel tuo obbedire/ alla scarsità dei morti”. Ma la vera weirdness del monstrum Cagnone è secondo me rappresentata da libri in prosa magmatici e inclassificabili, a metà tra il saggio, lo zibaldone, la raccolta di impressioni e citazioni, libri che difficilmente oggi troverebbero un editore. In Discorde, una delle sue opere più strane (La finestra, 2015, ma raccoglie materiali di un cinquantennio), cita Walser: “Sapere tante cose, aver visto tante cose, e non avere nulla, ma proprio nulla da dire”; seguono delle prose critiche, di poetica, dove afferma di cercare una scrittura che cerchi il “compossibile”, che abbia la lucidità del sogno e l’irrealtà della veglia. “La più profonda esperienza della poesia è quella di una lontananza costitutiva”; “Pazzo, sarò colui che non perde il desiderio”. Seguono giudizi tranchant su Zanzotto, Merini e tutta la poesia mainstream del suo tempo, con squarci visivi di una mente consegnata al frammento e una scrittura procedurale che continuamente si riscrive. Se torniamo a quanto scritto sopra, si potrebbe pensare (e io sono propenso a pensare) che l’unico modo per essere un outsider, oggi, sia abbandonarsi all’afasia. Non scrivere, passare le giornate avvolti nel piumone e mettere in discussione, come il Platone di Havelock, il valore della parola scritta. Cagnone ha scelto una strada diversa, quella della poligrafia, della polimorfia, moltiplicando le forme e le maschere, i generi e le strategie testuali, inventando qualcosa di estremamente proprio, di marginale, ma non per questo di scarso valore estetico. Questo l’ha portato fuori dai circuiti principali della poesia contemporanea, ma allo stesso tempo, ha garantito la trasmissibilità di una visione assolutamente peculiare, priva di padri come di figli. Se vogliamo affrontare una teoria dell’outsider da una prospettiva laterale, l’outsider è colui che rifiuta non solo la tradizione ereditata, ma anche chi abita il mondo del Simbolico lacaniano, cioè del linguaggio, della socialità, della storia, con un solo piede: l’altro resta sospeso nel vuoto. È colui che vive fuori dal regime dei padri, e in un mondo privo di valori prova a crearsene dei propri. La posta in gioco è altissima, perché se non ci riuscirà, sarà condannato a essere un reietto. Tornando a Wilson, che chiude il suo libro citando Nietzsche, l’outsider è un profeta mascherato, colui che riesce a risolvere l’equazione di corpo, intelletto e sentimenti. In una parte piccola, mai raggiungendo le vette percettive e stilistiche di, per esempio, un Mesa, Cagnone è stato anche questo. Leggerlo, percorrere le sue pagine, ci avvicina a un’idea di poesia lontana dai canoni e profondamente fertile. (fabrizio maria spinelli)
May 11, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Ultima
(disegno di ottoeffe) La sesta luna era il cuore di un disgraziato, che maledetto il giorno che era nato ma rideva sempre. (lucio dalla, l’ultima luna) Una delle cose più importanti che ho imparato nella vita è sapersi fermare in tempo, che è ben altra cosa dal riuscire effettivamente a mettere in pratica con regolarità questo fondamentale precetto. Il mio terapeuta dice sempre, però, che la consapevolezza è la cosa più importante. Una volta, quando ero ragazzo, lasciai una fidanzata a cui tenevo molto perché non mi piaceva più come andavano le cose, e pensavo che a vent’anni non ha senso stare insieme se non si è più innamorati. Qualche anno dopo fui tra i più determinati, tra i compagni di un collettivo di cui facevo parte, a spingere per il suo scioglimento, con sacrificio enorme ma perché il progetto politico che portavamo avanti ci sembrava al capolinea. Un’altra volta in un casinò in Inghilterra riuscii a smettere di giocare a Black Jack contro un indiano che tirava fuori pacchetti da cinquanta sterline come fossero fazzolettini Tempo. Da qualche anno la linfa che tiene in vita il giornale è costituita dal lavoro collettivo di una dozzina di persone […] che si adoperano quotidianamente per scrivere, disegnare, organizzare e propagandare il giornale, facendo come se. Come se a fine mese qualcuno li pagasse. Come se si rivolgessero a migliaia di lettori. Come se dal loro lavoro ben fatto dipendesse l’orgoglio e la dignità di una comunità più ampia. È una redazione giovane, e sebbene molti dei suoi membri non si curino troppo dell’esistenza di un ordine professionale, sono già tra i migliori giornalisti in città: capaci di scrivere in italiano e non nel gergo autoreferenziale della categoria, con pochi riguardi per il potere e molta curiosità, buone dosi di ironia, perseveranza e sensibilità, ma soprattutto non si prendono troppo sul serio. Forniti di mezzi adeguati sarebbero in grado di tenere in pista un periodico ben più attrezzato di questo. Purtroppo, i mezzi scarsi a nostra disposizione, uniti all’indole aristocratica e all’idiosincrasia verso il marketing, ci impediscono di raggiungere un pubblico più vasto di quello che la qualità del giornale reclamerebbe. Questa circostanza annacqua le ambizioni del gruppo e lo condanna a esprimersi al di sotto delle sue potenzialità. […]I limiti che ci frenano non sono di idee o di capacità ma esclusivamente di disponibilità economica. Nell’anno che viene, cercheremo le risorse necessarie per ridurre la periodicità, aumentare la tiratura e potenziare la distribuzione del cartaceo, e al tempo stesso per dare autosufficienza economica alla redazione. […] È probabile, conoscendo il panorama, che non ci riusciremo. Sarà allora il momento, per i nostri pochi ma tenaci lettori, di rilegare la collezione e infilarla nello scaffale che l’attende da tempo; i lettori occasionali si ritufferanno nella brodaglia dell’informazione cittadina, e anche i nostri redattori dovranno rientrare nei ranghi, chi alle calcagna di qualche tristo professore di università, chi a scrivere su qualche gazzetta dell’ultima polemica tra de Magistris e Saviano, chi a sognarsi scrittore o poeta. Prospettive che non augureremmo a gente con meno talento del loro. E che faremo il possibile per scongiurare. (luca rossomando-cyop&kaf, fare come se – dal n.45 / gennaio 2012 di napolimonitor) Forte anche di una concorrenza tutt’altro che agguerrita (ho visto quattro dei cinque film finalisti e solo uno era bello), Le città di pianura di Francesco Sossai si è aggiudicato i più importanti premi all’ultimo David di Donatello. È un film crudo e poetico, che tiene dentro umanità, insicurezze, traumi ed emozioni su un duplice sfondo: quello di due vite passate senza che i loro protagonisti si rendessero troppo conto del trascorrere del tempo, e di una pianura così orizzontale da trasformare un racconto on the road in una saga dal finale sempre aperto. In questa ciclicità tutt’altro che rassegnata, senza stare troppo a pensarci, i due antieroi si sottraggono alla norma di un non-luogo produttivo, e scelgono la felicità nella diserzione. «Avevate scoperto il segreto del mondo e non ve lo ricordate». «Eh». «Ma era il segreto del mondo-mondo? O del vostro mondo?». «E che differenza c’è?». «’Nfatti». (dialogo tra carlobianchi e giulio, le città di pianura) Oltre alla diserzione come metodo, a muovere Le città di pianura, e in fin dei conti ogni gesto dei personaggi del film, c’è l’ossessione di Doriano e Carlobianchi per il bicchiere della staffa, l’ultimo prima di andare via. Lo sanno benissimo che tra il “qui e ora” e l’ultimo bicchiere c’è sempre qualcosa che può succedere, che può deludere o svoltare, tenere lontani da casa o trascinarvici barcollando, in silenzio tra braccia amiche, o soli cantando a squarciagola. Chi ama bere sa alcune cose che gli altri non sanno, tipo che l’ultimo è una frontiera costruita per essere violata. Tenevo ‘a fede e ‘a fede aggio perduto. Ero guaglione e mo’ me so’ ‘nvicchiato. Ce steva ‘na perzona e se n’è ghiuta. Era ll’ammore e ‘ammore m’ha lassato. E ce bevimmo acopp’… e cu salute! […] Embé, cu ‘na penzata ‘e bello, mo’ ca ‘o locale ‘nzerra a tarda sera, ….‘na botta ‘e curtiello! Sott’a ‘stu scemo ‘e core e bonasera. E currite… chiammate ‘o canteniere! No, nun è niente: è’ l’urdemo bicchiere. (anepeta-letico, l’urdemo bicchiere) È molto difficile, di norma, far capire alle persone che fare bene è importante, ma tra il fare male e il non fare, la seconda è sempre l’opzione da preferire. È ciò che in molti pensiamo – anche se il Mondo non è pronto ad accettare questa verità, e quindi lo diciamo un po’ sottovoce – rispetto a quanto sta accadendo a Bagnoli. Certo, vogliamo la spiaggia libera, il mare pulito, il bosco nell’ex area industriale. Ma se devo scegliere tra una colata di cemento, un porto super-inquinante, una villa comunale piena di ristorantini e gli scheletri delle ex fabbriche, mi tengo volentieri questi ultimi. D’altro canto, è il tentativo a mantenerci vivi, e l’errore è l’unico elemento, in assenza di genialità, a permettere di aggiustare il tiro. L’importante è procedere con metodo e accettare – quando il momento è giunto – la battaglia in campo aperto, mettendo in conto la possibilità di una sconfitta. Le scienze naturali, come pure le scienze sociali, partono sempre da problemi; da ciò che in qualche modo suscita la nostra meraviglia, come dicevano i filosofi greci. Per la soluzione dei problemi le scienze utilizzano fondamentalmente lo stesso metodo, quello usato dal comune buon senso: il metodo del tentativo e dell’errore. Detto più precisamente: è il metodo consistente del proporre tentativi di soluzione del nostro problema, e nell’eliminare le soluzioni false come erronee. Questo metodo presuppone che noi lavoriamo con un gran numero di tentativi di soluzioni. Una soluzione dopo l’altra viene messa a prova ed eliminata. (karl popper) Con questa ultima puntata va in pensione “La parola della settimana”, divertissement che ho pubblicato per novantadue domeniche da inizio 2024, prima di non averne più voglia. A qualche lettore mancheranno le futili elucubrazioni, le storie di vita e le tirate inutilmente polemiche di questa rubrica. Altri non leggeranno mai questo testo e non si accorgeranno del cambiamento. Tra qualche tempo, con ogni probabilità, mi inventerò qualcos’altro per colmare l’horror vacui del mio poco tempo libero, o semplicemente per complicarmi la vita. Ricominciando per scommessa, perché un giorno ho creduto che una certa cosa andasse fatta, l’ho fatta e l’ho continuata a fare fin quando ho creduto opportuno. C’era un brav’uomo, nostro vicino, era vecchio e così povero, s’ammazzava di fatica. Io scavavo un fosso per lo scolo delle acque, proprio al confine. Lui portava una tuta e fumava una grande pipa. Sai, il più delle volte non ci metteva il tabacco, lui odiava il lavoro. C’era caldo e polvere e… mi faceva male la schiena. Allora mi mettevo a guardare la sua saliva che scivolava lungo il cannello e si raccoglieva all’estremità della pipa. E scommettevo con me stesso sul momento in cui sarebbe caduta la goccia. (paul, ultimo tango a parigi) a cura di riccardo rosa
May 10, 2026
Napoli MONiTOR
Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona
(disegno di simone massi) Proprio mentre si celebrava il congresso mondiale dei progressisti (al quale partecipa anche il sindaco di Roma Gualtieri, che sta svendendo la città alle grandi corporazioni immobiliari e alberghiere) ho attraversato Barcellona con un amico architetto, italiano. Mentre lui fotografava i parchi e le piazze costruite negli ultimi anni, io cercavo di spiegargli come dietro quegli artefatti di indubbia bellezza si nascondesse un’ombra, il male, l’orrore: la violenza urbanistica, le espulsioni di massa, le ondate di suicidi degli sfrattati degli scorsi decenni. Sempre il solito mio discorso: Barcellona città morta (come nel documentario omonimo), promessa al diavolo dall’alto della montagna del Tibidabo, che significa proprio “te la darò”. Lo ripeto stancamente al malcapitato mentre entriamo in plaça de les Glòries Catalanes, porta dell’antico quartiere industriale di Poblenou, oggi trasformato nel “distretto della tecnologia e dell’innovazione” grazie al cambio di destinazione d’uso di duecento ettari di città nei primi anni Duemila. La brutalità della spianata di cemento, le nuove architetture da rivista patinata del museo del design, la copertura scintillante del nuovo mercato sono stemperate da un nuovo parco, meraviglioso e accessibile, dalle aiuole rigogliose, dai bambù e dai cactus che sorgono dalla torba che interrompe la pavimentazione di pietra. Cerco di descrivergli cosa ci fosse prima, come se i relitti industriali fossero le vere glorie catalane del nome della piazza – un nome sarcastico, giacché la storia della Catalogna è soprattutto una storia di sconfitte: dal 1714 al 1939, fino al 2017. Ma il mio ricordo è avvolto nella nebbia. Alzo gli occhi all’enorme Torre Glòries di Jean Nouvel, il grattacielo più alto di Barcellona, la cui forma fallica si erge imponente contro il cielo, inaugurando la fila di palazzoni di vetro che costeggia la Diagonal fino al mare. L’ho vista crescere, prima si chiamava Torre Agbar: ricordo i peruviani che giocavano a pallavolo intorno al suo cantiere, i gitani che occupavano le fabbriche vicino, gli okupas che manifestavano contro il progresso e contro il consenso fabbricatovi intorno. La piazza era un enorme ovale sopraelevato in cui confluivano le tre grandi arterie metropolitane, sotto il quale brulicava un grande mercato delle pulci. Mentre la torre si alzava, piano dopo piano, calava l’ombra sulle antiche fabbriche di mattoni rossi, sulle casette imbiancate demolite a mucchi. Le scritte sui muri profetizzavano una catastrofe, il crollo di quei grandi oggetti singolari: “Torres más altas hemos visto caer” (“Abbiamo visto cadere torri più alte” – eravamo poco dopo l’11 settembre), o: “Un día la gran polla de la Torre Agbar caerá en el coño de la plaça Glòries”. Oggi che la sopraelevata è stata sotterrata, l’analogia femminile non regge più. Quella maschile è più erta che mai. Il progetto del distretto dell’innovazione aveva avuto sempre andamenti altalenanti. Le imprese tech trovavano Barcellona più adatta a congressi sporadici per pippare cocaina nelle discoteche del litorale che ad aprirvi una sede. Quando arrivò la “sindaca ribelle” Colau, l’intero progetto di trasformazione urbana rimase in piedi, ma cambiò il discorso: alla retorica progressista dell’innovazione si sommò quella della “sostenibilità”, e la gentrificazione divenne “green gentrification”, molto più insidiosa. Nel 2018 Facebook annunciò che avrebbe affittato dieci piani della Torre Glòries per farne un bastione della lotta alla disinformazione e alle fake news, in realtà un centro di moderazione di contenuti. Colau annunciò l’accordo come prova del successo nell’attrarre le imprese tecnologiche anche sotto la sua amministrazione, anche perché le loro tasse avrebbero permesso di investire nello spazio pubblico. Ma era la seconda giunta dei “Comuns”, quando il potenziale trasformativo degli anni degli indignados era sfumato. L’amministrazione si fece imbrogliare dalla promessa di un milione di euro della Coppa America, spendendone quattro e mezzo per preparare il porto; anche il greenwashing di progetti speculativi – come i mille appartamenti di lusso a Bon Pastor, presentati come un ecodistretto contro l’emergenza climatica – riusciva sempre meno bene. Oggi intorno alla Torre non ci sono più né gli okupas che protestano, né i gitani nelle fabbriche – e io non ho visto neanche i peruviani che giocavano a pallavolo. I prezzi delle case sono impazziti, le case in affitto sono più introvabili che a New York, e per strada si sente più inglese che catalano. C’è un parco dedicato all’attivista indigena Berta Cáceres, ma lo frequentano soprattutto tech boys e nomadi digitali nordeuropei che fanno jogging. Gli indios de Barcelona, catalani e non, sono emigrati nell’entroterra, nonostante lo stato preoccupante dei trasporti. L’oscurità calata su quel deserto chiamato distretto tecnologico però non è solo la sostituzione della popolazione operaia con gli expat dalla pelle più chiara. C’è qualcosa di più cupo, dentro i nuovi grattacieli di Poblenou. Già qualche anno dopo l’apertura del centro moderazione di Meta sui giornali si iniziò a parlare del malessere dei seicento dipendenti, che però avevano firmato accordi aggressivi di “non disclosure” con l’azienda subcontrattata (Barcelona Digital Services, poi Telus Digital). Nel 2023 una web aveva lanciato l’allarme sullo stress post-traumatico nella Torre, chiamandolo addirittura “Sindrome Torre Glòries”. Per chi ci lavorava, quel luogo era Mordor: la reggia tetra di un oscuro sire chiamato Mark Zuckerberg. Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli. Questa primavera, dopo la chiusura dell’azienda e il licenziamento di tutti i lavoratori, uno di loro ha violato il patto del silenzio con Meta, rivelando l’oscurità dell’abisso tecnologico. In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale. Perché gli operai e le operaie che “puliscono quotidianamente la merda secondo i capricci del signorino Mark” avevano corpi e vite, fuori dalla Torre. I video visionati tornavano nei loro sogni, o durante le conversazioni con le amiche, o al bar, come crisi di pianto, o dolori inspiegabili che non riuscivano neanche a ricondurre allo stress post-traumatico. L’azienda minimizzava: “Immaginate di star vedendo un film dell’orrore”, consigliava il dipartimento di wellness, fomentando lo scollamento tra realtà e rappresentazione che regge l’intero impero digitale. Quando Horacio e i suoi colleghi protestarono perché un video di violenze pedofile indicibili continuava a tornare online nonostante le loro segnalazioni, i dirigenti li rimproverano: “Fate troppo rumore!”. Un impiegato traumatizzato a un certo punto prende a capocciate l’ascensore, mentre aspetta lo sblocco del sistema digitale; viene subito licenziato per “poco autocontrollo”. Horacio dice che il problema “era proprio il contrario: ci stavamo controllando troppo”. La fanzine riporta estratti delle interviste a molti dipendenti per ricostruire l’orrore che Meta aveva infilato nelle loro vite. Un lavoratore colombiano si era suicidato, distrutto dalle immagini che aveva dovuto visionare. Quasi nessuno riusciva a parlare del suo lavoro. Molti avevano rotto con i partner. Uno si ubriacava dalla fine del turno fino all’inizio del turno successivo. Una donna rifiutava il contatto con il figlio piccolo, allo stesso tempo era terrorizzata per lui. La sequenza di stupri, pedofilia e violenze impresse nelle loro menti, la coscienza del fatto che non erano un film, non poteva lasciare indifferenti dei corpi umani. E poi c’erano i manuali su cosa tecnicamente andava considerato un cadavere; i protocolli per fare eccezione ai contenuti nazisti se provenivano dall’Ucraina; la sensazione che tutto quell’orrore non venisse mai realmente cancellato, solo tolto dalla circolazione e immagazzinato altrove, per essere poi usato chissà come. Gli stessi dati delle lavoratrici e dei lavoratori, i loro registri, commenti, scambi di opinioni sul lavoro, sono sicuramente custoditi da qualche parte, anche dopo la chiusura, pronti ad essere utilizzati per estrarne nuovi profitti. “In internet tutto è eterno”, scrive Horacio. Solo qualche settimana dopo la fanzine è uscita la notizia che Meta usa i dati dei lavoratori per addestrare l’AI che li licenzierà. All’improvviso, lo scorso aprile, l’impresa ha chiuso. Era il giorno in cui Trump annunciò i dazi a mezzo pianeta, il cosiddetto Liberation day. I lavoratori hanno avuto pochi minuti per riprendere le loro cose dagli armadietti, alcuni non sono neanche riusciti a farlo. Già da qualche mese erano in cassa integrazione per presunti “problemi finanziari” dell’azienda (problemi finanziari, Facebook?). Lo stato spagnolo aveva dovuto pagare prima un expediente temporal de regulación de empresa – una misura pensata per il Covid-19, ma molti anni dopo la pandemia; e poi un expediente definitivo, tutti soldi dei contribuenti per coprire i presunti problemi finanziari di Zuckerberg. Nessuno credeva che il governo socialista avrebbe accettato; e invece ha accettato. Poi il sistema sanitario pubblico catalano ha dovuto curare, o almeno provare a curare, le centinaia di persone lasciate da sole con i loro incubi. Fortunatamente quattrocento ex dipendenti hanno intentato una causa all’azienda per danni psicologici: “Ride bene chi ride ultimo” è la frase che conclude la fanzine. La questione non è certo idealizzare il passato industriale. Le fabbriche di Poblenou erano già chiuse a fine anni Novanta, alcune occupate da punk o gitani, altre diventate locali notturni mitologici come il Razzmatazz. Ma per tante persone il quartiere era uno spazio familiare, o un luogo di lavoro, ancora nei primi anni Duemila. C’erano vicoli pieni di case dove ora ci sono le sedi delle mega-multinazionali informatiche. Nei laboratori industriali di Can Ricart, dove ora c’è il Parc Central di Jean Nouvel, c’erano tornitori che producevano componenti metalliche per la Seat; altri che avevano lavorato alle macrostrutture delle Olimpiadi del 1992; c’era anche un grande laboratorio di candele artigianali con quaranta dipendenti, che chiuse per sempre con la riqualificazione tecnologica. Il comune le considerava “imprese rumorose e inquinanti”, e ne promosse la chiusura o la delocalizzazione. Le aziende di oggi sono sicuramente più silenziose, ma infinitamente più inquinanti. Oltre a Meta e ai suoi abissi di perversione, a Poblenou c’è la sede di Indra, una delle imprese militari più importanti della Spagna; ci sono Unmanned Life e Dronelab, che producono droni; non è lontano anche Airbus Intelligence, partner di guerra di Israele e di Palantir. Siamo molto oltre la gentrificazione. Per quanto siano belli i parchi e le piazze, per quanto gli architetti apprezzino i nuovi edifici, la città è stata consegnata a un’ombra, i cui danni non sono neanche più esternalizzati altrove. (stefano portelli)
May 8, 2026
Napoli MONiTOR