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Scuola neoliberale e docenti tiranni
(archivio disegni monitor) A chi osserva l’istituzione dal suo interno la scuola appare come un ircocervo, o disordinato corpo di pratiche, regole e convenzioni che si sono cristallizzate nei decenni con le diverse riforme e convivono nonostante le contraddizioni. Nell’arco di una stessa giornata un insegnante può costringere gli studenti a stare in piedi accanto alla porta dell’aula per punizione, rivendicare la democrazia degli organi collegiali, stipulare piani di studio per allievi cui è stato diagnosticato un disturbo del comportamento secondo la classificazione del manuale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La coercizione dei vecchi tempi, la difesa degli organi democratici istituiti negli anni Settanta e gli interventi personalizzati sugli studenti stabiliti dalla legislazione del nuovo millennio coesistono nel medesimo, confuso spazio istituzionale. In un saggio contenuto in un libro del 2021 (La relazione educativa, a cura di Alessandro Mariani) Massimo Baldacci, studioso di pedagogia, sostiene che a causa di un “accavallarsi dei cambiamenti della scuola”, “una fase sopravviene sulla precedente prima che questa sia esaurita”. Baldacci individua nell’istituzione contemporanea la sopravvivenza di aspetti della scuola fascista, e classista, della riforma Gentile e la persistenza residuale delle trasformazioni democratiche realizzate quando era forte il movimento operaio. Più recente incrostazione è quella della “scuola neoliberista” che, secondo Baldacci, non mira più alla formazione di “cittadini critici” ma di “produttori competenti”, incentivando le eccellenze e la selezione dei meritevoli. La linea neoliberale è ormai dominante e forse il governo attuale si distingue per l’abilità di aggregare i valori aggiornati del capitalismo alle nostalgie reazionarie: la riforma del voto in condotta ne è una prova. Di recente due opere – un film e una raccolta di saggi – hanno ragionato sull’egemonia e sulla storia della scuola neoliberale. Il film D’istruzione pubblica di Federico Greco e Mirko Melchiorre propone una storia delle riforme neoliberali dagli anni Novanta a oggi: da Berlinguer a Moratti, Gelmini e Renzi. Il film alterna la descrizione delle riforme all’osservazione di aule, uffici e corridoi di un istituto di Torino, soffermandosi sulla figura del dirigente e di alcuni docenti della secondaria di primo grado. Il libro Contro la scuola neoliberale (Nottetempo, 2026), curato da Mimmo Cangiano, raccoglie saggi di docenti e accademici attenti a descrivere gli aspetti peculiari della nuova scuola trasformata in azienda, come l’ossessione per la valutazione, le contraddizioni della formazione dei docenti, l’esito dei finanziamenti imposti dal Pnrr. D’istruzione pubblica e Contro la scuola neoliberale propongono, in sintonia, un disegno complesso di scuola neoliberale e sono due opere organiche ai movimenti di docenti che negli anni hanno lottato contro le diverse riforme. La diminuzione dei finanziamenti statali è solo uno degli aspetti affrontati e non il più rilevante. La scuola neoliberale, secondo entrambe le opere, è un’istituzione che pensa e si comporta come un’azienda in competizione sul territorio, trasformando gli studenti in clienti. Questa istituzione appare sempre più ibrida, ovvero disponibile alla collaborazione con i privati: aziende e fondazioni si insinuano con insistenza nei percorsi didattici e nelle proposte educative. Ancora, la scuola neoliberale indebolisce la trasmissione delle conoscenze a vantaggio dell’acquisizione delle competenze, ovvero s’impegna a modellare soggetti docili e adeguati a un mondo del lavoro precario e flessibile. Infine, la scuola neoliberale s’impegna a liquidare il potere dei docenti prosciugando il ruolo degli organi democratici a vantaggio della figura apicale di un dirigente sempre più simile a un capo d’impresa. Sia il libro che il film hanno il merito di mostrare il ruolo complice della sinistra nel decennale processo di trasformazione della scuola. È un merito importante perché un quadro di lungo respiro – e spietato nei confronti delle forze progressiste – permette all’osservatore di non concentrarsi solo sulle derive reazionarie del governo vigente. La critica al ruolo della sinistra è utile a corrodere ipocrisia e illusioni di un sistema scolastico che si vorrebbe attento alle diversità. Non vi è alcuna emancipazione, per esempio, nella variazione personalizzata degli strumenti didattici a partire da diagnosi formulate grazie alle classificazioni delle discipline mediche e psichiatriche. Anziché richiedere più insegnanti, compresenze  in aula e gruppi classe ridotti in modo da esaudire davvero le esigenze degli allievi, la scuola neoliberale consente agli studenti bisognosi l’impiego di strumenti compensativi (più tempo per le prove, la disponibilità di consultare schemi, e altro ancora) affinché tutti possano partecipare alla medesima procedura valutativa. “Inclusione”, in questo senso, corrisponde a una cieca fiducia in una competizione meritocratica accessibile a tutti. Così, alla fine della selezione, la responsabilità del fallimento va attribuita all’individuo che non s’è impegnato abbastanza. Le tesi di fondo del film e della raccolta di saggi sono valide ed è importante insistere sulla collaborazione delle forze progressiste nel modellare il volto dell’economia e della società odierna. Le due opere, tuttavia, mostrano limiti nella costruzione formale del discorso e nelle modalità dello sguardo adottate. D’istruzione pubblica è un documentario a tesi dove una voce narrante accompagna lo spettatore lungo un tracciato critico definito e stringente. Da qui discende uno sguardo filmico poco incline all’esplorazione e poco sensibile nei confronti degli studenti, mere comparse in un montaggio didascalico. I saggi di Contro la scuola neoliberale sembrano più interessati a ponderare le letture accademiche sull’interpretazione della fase attuale del capitalismo, e intervenire nel dibattito teorico, ma mostrano scarsa attenzione alla formazione concreta dei ragazzi e al rapporto con loro. Tale approccio – tutto concentrato sulle tesi da dimostrare e le teorie da elaborare – spinge le due opere a una polemica contro le derive dei saperi pedagogici che vengono piegati e rielaborati dalle esigenze della scuola neoliberale. In questa lettura i docenti “democratici”, fautori di una didattica e pedagogia innovative, sarebbero impegnati in un conflitto contro i docenti “autoritari”, legati alle desuete pratiche della scuola novecentesca. Scrive Lo Vetere nel primo saggio di Contro la scuola neoliberale: “Il dibattito pedagogico corrente ama voltolarsi nell’antinomia metafisica tra pedagogia democratica e pedagogia autoritaria, tra desiderio di innovazione e resistenza luddista, tra riformismo e gentilianesimo”. Un conflitto sterile, secondo gli autori di entrambe le opere, perché sarebbe proprio la tradizione democratica della pedagogia – ormai deviata, fuorviata – a consentire l’accelerazione delle riforme neoliberali. Gli autori, così, liquidano le critiche alla “tirannia degli insegnanti” perché queste sarebbero funzionali alla trasformazione dell’istruzione in un addestramento aziendale. Chi osserva aule e corridoi ogni giorno, tuttavia, può notare che i professori tiranni, aguzzini, guardiani della morale ci sono, e sono la maggioranza. Che la scuola neoliberale sia dolce, attenta alle diversità, più semplice per gli studenti, è un mito. Certo gli studenti imparano meno rispetto a un tempo – hanno ragione gli autori –, eppure sono sottoposti a un regime sottilmente coercitivo, soffocante, ossessivo nella richiesta continua di prestazione, e in ultima istanza vessatorio. Non vedere questo aspetto comporta un duplice limite: non si coglie il fondamento dell’esperienza d’apprendimento odierna, non s’afferra la natura capillarmente coercitiva, seppure ipocrita, del capitalismo contemporaneo. Se gli studenti non sono più cittadini critici in formazione, ma carne da macello per il lavoro precario, allora la scuola deve insegnare loro a comportarsi bene, non protestare, essere mansueti e flessibili – e i docenti sono i nuovi direttori di una pedagogia oppressiva. Non è un caso che in queste opere non vi sia alcuno spazio per la voce degli studenti. La loro presa di parola non interessa, eppure è quanto di più auspicabile in questo momento. Che cosa pensano gli studenti? Qual è il loro rapporto con la scuola? E non è solo interessante la voce critica – e in un certo senso attesa, decodificata, per quanto ricca di speranza – degli studenti dei licei disposti a occupare gli istituti. È necessario ascoltare la voce degli studenti dei tecnici e dei professionali, tanto nelle metropoli quanto delle province di questo paese. Non sono degli zombie alienati come molti credono: vi sono in loro più pulsazioni di quante ve ne siano nel corpo docente, e hanno idee, esigenze e slanci vitali, per quanto agli adulti spesso illeggibili. Anche gli atti vandalici contro gli oggetti nei laboratori di un professionale o contro gli arredi di un tecnico sono messaggi importantissimi, che dovrebbero essere letti e interrogati, e non meramente puniti. Se la scuola non fa altro che costruire un’architettura dell’obbedienza alla barbarie, insegnando a eseguire ordini in uno stato di insensibilità, senza chiedere, capire o criticare il perché e il per che, allora questi gesti non vengono da criminali nati o bruti da civilizzare, ma dai prodotti della fabbrica-scuola. Dobbiamo difendere la scuola pubblica dallo smantellamento messo in atto dal capitalismo neoliberale, non c’è dubbio. Questa difesa – che deve essere strenua e appassionata – non deve però rimuovere una contraddizione che disorienta: la scuola pubblica va difesa dagli attacchi del capitale affinché siano gli studenti a smantellarla, a smantellarci. Anziché addestrare gli studenti per competenze, è opportuno insegnare loro come liberarsi di noi docenti e della scuola. Fino a che ai ragazzi sarà impedito di sentire la scuola come uno spazio di crescita di cui hanno bisogno, ma come una caserma, un carcere, un luogo di costrizione, di performance valutate, di ordini immotivati da eseguire per non essere puniti, allora servirà il lavoro di noi docenti per dissodare il terreno verso la dissoluzione dell’istituzione scolastica. I docenti, che sempre più ripetono di trovarsi a fare scuola nonostante la scuola, con i tempi della didattica rosicchiati da attività inutili ma obbligatorie, le incombenze burocratiche, la disarticolazione, hanno il compito di insegnare questo agli studenti: a fare scuola nonostante la scuola, a individuarne le contraddizioni e mappare le incoerenze, perché sono proprio queste incoerenze che creano aperture nelle maglie, che ci permettono ancora di agire. Vi è un’immagine forte e vivace in D’istruzione pubblica, anche se forse i registi non lo sanno: alla fine suona la campanella di giugno e i ragazzi, finalmente liberi, corrono fuori, urlanti, a godersi l’estate. L’energia utopica della conclusione rovescia, in modo imprevisto, l’intero discorso del film. (francesco migliaccio, chiara romano)
March 23, 2026
Napoli MONiTOR
La parola della settimana. Guai
(disegno di ottoeffe) Ovunque giocherai combineremo guai per difendere te! (coro ultras napoli)  La settimana scorsa ho passato un po’ di tempo con M., un amico che non vedevo da un po’. M. ha due grossi baffi, un bel po’ di tatuaggi e vive la vita come se fosse in una puntata di South Park. Al momento è di stanza in Irlanda, ma ha divieto di risiedere in almeno un paio di paesi dell’Unione europea in cui ha vissuto in precedenza. È un ottimo cuoco, fa lo chef in un albergo importante e ha messo su un gruppetto di lavoro niente male. All’interno del gruppo c’è un ebreo ungherese, filonazista, che però vorrebbe vedere Orban morto perché ha proibito di fumare erba per strada. M. è molto innamorato di J., ragazza dolce e con una pazienza infinita, che lo ha supportato e sopportato per tanti anni a dispetto dei guai da lui combinati. Di tanto in tanto lei lo molla, ma sono troppo innamorati e finora sono sempre tornati insieme. Questa volta, però, pare sia diverso, e così se ti incontra in questo periodo, M., che prima di dodici ore filate passate a bere non è mai ubriaco, ti chiede come sta il tuo cuore, e poi ti dice: «Il mio è rotto». Guai,  non devi dirlo mai che adesso non lo sai se poi mi amerai tutta la vita.  Tu dimmi solo se adesso sei con me oppure non mi vuoi ed è finita.  In napoletano l’espressione “fare il guaio” si utilizza per indicare una gravidanza non prevista, anche se non necessariamente non desiderata. La responsabilità dell’atto viene attribuita quasi tutta al maschio (“ha fatto il guaio”), tanto che un amico divenuto papà a meno di vent’anni fu soprannominato da altri amici, appunto, Guaio. Ho messo incinta la mia ragazza pe’ troppo amore se pò sbaglia’, mo’ ce vulesse ‘nu colpo ‘e genio e tutt’ cos’ se pò accuncia’. Vorrei sposare la mia ragazza, vorrei affrontare la vita in due ma comme faccio senza ‘na lira, senza ‘nu posto pe’ fatica’. […] Papà aiutame, papà aiutame, so’ troppo giovane e sul’ io me pozz’ perdere! Papà aiutame, papà aiutame, chistu problema sul’ tu m’o può risolvere, papà! (tony marciano, ho messo incinta la mia ragazza) Sempre a Napoli, si dice “guaio ‘e notte” per una persona talmente difficile da gestire e sopportare da paragonarla non semplicemente a un guaio, ma a un guaio che arriva nel momento meno opportuno. In gergo di strada, invece, “fare i guai” indica il commettere reati: non è troppo importante se si parla di fare il palo in una base, fare piccoli furti o rapine in banca, sempre di guai si tratta (al massimo gli si accosta un aggettivo, tipo “sta facendo guai seri”, o “quello fa guai grossi”). «’Cca parlano tutte quante ‘e vuje…». «Over’?». «Site guagliun’ cu ‘e palle, e me servite. Pecché nun ve luvate ‘a miezo e trasite dint’a banda cu mico? Avite sorde, motociclette, tutto chello ca vulite…». (Pisellino scuote la testa) «Io già v’aggio apparato ‘na vota, pecché chisti ‘cca ve vonno male tutt’ quant’ dint’a zona… state facenno troppi guai!». «No, nuje vulimm’ sta sule nuje. Nun vulimm’ sta sotto a nisciuno. A nuje sti ‘ccose nun ce piaciono, ‘e sta sotto ‘a gente. Nuje simm’ sul’ pe’ nuje, e basta». (dialogo tra zì vittorio, marco e pisellino in gomorra – il film) Il condottiero gallo Brenno, vissuto circa quattrocento anni prima di Cristo, era il capo della tribù celitca dei Senoni. Nel 390, partendo da Senigallia, nelle Marche, mise a ferro e fuoco Roma, tanto che nella capitale dell’impero il 18 luglio, il dies Alliensis (dal fiume Allia, dove le truppe romane furono sconfitte) fu per molti secoli sinonimo di sciagura e inserito addirittura nei calendari imperiali come “dies nefastus”. Nella foga distruttrice Brenno e i suoi bruciarono l’archivio di stato, massacrarono i senatori e razziarono le campagne circostanti per molti chilometri. Leggenda vuole che Brenno accettò dai romani un riscatto di mille libre d’oro puro per interrompere l’assedio. Qualcuno tra i tribuni, però, mentre avveniva la pesatura dell’oro su un’enorme bilancia, protestò perché la riteneva truccata. Brenno non si scompose, si avvicinò e in segno di spregio piazzò la sua enorme spada sul piatto il cui peso avrebbe dovuto essere pareggiato con l’oro, rendendo il calcolo ancora più discutibile. Poi fulminò i romani con uno sguardo e disse serafico: «Vae victis!» (guai ai vinti), lasciando intendere che a dettare le condizioni di resa sarebbe stato lui e nessun altro (la parte più noiosa della storia è che, secondo quanto raccontato da Tito Livio, Marco Furio Camillo si oppose in seguito alla concessione del riscatto, in quanto stabilito illegalmente durante la sua assenza da Roma: sosteneva che «non auro sed ferro recuperanda est patria!», cioè che non con l’oro ma con il ferro si sarebbe ripreso Roma, così riorganizzò le truppe e mise in fuga il povero Brenno, costringendolo a tornare in Gallia). Cercai di non guardare il tubo di metallo sulla punta della Woodsman. Una fiamma brillò nel fondo dei suoi occhi, piccola, debole, quasi fumosa, parve farsi più grande e più chiara. Naso bianco guardò il pavimento ai suoi piedi. Lanciai uno sguardo all’interruttore della luce ma era troppo lontano. Rialzò gli occhi molto lentamente. Cominciò a svitare il silenziatore. Lo tenne in mano svitato, lo lasciò cadere in tasca. Si alzò tenendo in mano le due pistole, una per mano. […] Venne verso di me attraverso la stanza: «Credo che questo sia il tuo giorno fortunato», disse. «Devo andare in un posto a vedere una persona». […] Mi girò delicatamente intorno, andò alla porta, la aprì pochi centimetri e fece per uscire attraverso la piccola apertura, sorridendo di nuovo. «Devo vedere una persona», disse passandosi la lingua sulle labbra. «Non ancora», dissi io, e scattai. Colpii la porta con forza e lui fece in tempo a ritirare la mano ma non riuscì a sfilarsi. Lo tenni schiacchiato con tutta la mia forza. Mi aveva concesso una tregua e tutto quello che dovevo fare era starmene tranquillo e lasciarlo andare. Ma anche io avevo una persona da vedere e volevo vederla per primo. Mi guardò biecamente, grugnì e cercò di liberare la mano dalla porta. Mi spostai di colpo e lo colpii alla mascella con quanta forza avevo. Vacillò, lo colpii di nuovo. Batté la testa contro il legno. Lo colpii una terza volta. In vita mia non ho mai colpito più forte. Allora levai il mio peso dalla porta e lui scivolò verso di me con gli occhi ciechi, le ginocchia molli. Lo presi, lo lasciai cadere e restai in piedi sopra di lui ansante. […] Poco tempo dopo i suoi occhi si aprirono tremolanti e mi guardarono. Mormorò tristemente: «Perché ho lasciato St. Louis?». (raymond chandler, specialista in guai). a cura di riccardo rosa
March 21, 2026
Napoli MONiTOR
Melodia e il violino dell’ordine
(disegno di francesca ferrara) Molti anni fa, in un paese lontano, sorgeva un piccolo villaggio chiamato Melodia. Per tanto tempo quel villaggio era stato governato da un capo antipatico e autoritario. Il suo nome era Testa d’uovo. Da bambino aveva avuto una madre severissima e un padre che lo maltrattava. «Un, due, tre! Testa, spalle, gambe e piè!», era l’insopportabile marcetta che accompagnava ogni ordine dato dallo scorbutico genitore al ragazzo, e così nessuno si stupì quando Testa d’uovo diventò un adulto odioso, ossessionato dall’essere rispettato e convinto in fondo di una sola cosa: chi comanda deve essere obbedito. Un giorno Testa d’uovo decise di imparare a suonare uno strumento, pensando che questo lo avrebbe fatto apprezzare da qualcuno. Si fece comprare così un violino nero che suonava sempre allo stesso modo. «Ascolta che belle note, pulite e ordinate!», continuava a ripetere ai suoi amici. «Sarà…», gli rispose un giorno Occhi Belli, una compagna di scuola a cui aveva provato a dedicare una sonata. «Ma c’è qualcosa che non va. Il motivo è noioso, ci vorrebbe un po’ di fantasia, o qualche altro strumento ad accompagnare…». L’ultima cosa che aveva dentro di sé Testa d’uovo era però la fantasia. E così, frustrato, rispose così a Occhi Belli. «Non capisci niente, sei solo una femminuccia! La fantasia non serve a niente, e crea confusione. Questa è vera musica, e questo è l’unico strumento buono!» (Testa d’uovo non aveva mai imparato ad accettare le critiche, soprattutto non aveva mai imparato a suonare nessun altro strumento, e forse per questo non poteva tollerarli). Col tempo, a furia di suonare la stessa musica semplice, ordinata e sempre, sempre uguale, Testa d’uovo riuscì a convincere molte persone delle sue teorie e addirittura a farsi nominare capo di Melodia. «In discarica tutti gli altri strumenti», gridava dal terrazzo di casa e faceva scrivere sui manifesti. «Niente flauti, tamburi, trombe e chitarre. Basta coi cori, le bande e le orchestre!». I suoi strampalati ordini venivano eseguiti dai Controllori del suono che si era messo accanto, un gruppo di giovani sempliciotti che mai si erano sentiti prima di allora così importanti. «Chissà cosa succederebbe se il violino di Testa d’uovo suonasse con una corda in meno», aveva detto un giorno uno di loro, dopo aver bevuto un po’ troppo nettare frizzante. «Ma cosa dici, imbecille!», gli aveva risposto il capo-controllore. «È come se adesso qualcuno si mettesse a scrivere con la mano sinistra o a dipingere macchine volanti. Il violino è il violino, così è sempre stato e così sempre sarà». Così, per anni, nel villaggio di Melodia fu ascoltata solo la musica, incredibilmente monotona, che Testa d’uovo imponeva. Chi provava anche solo a costruirsi da sé uno strumento diverso, e a suonarlo tra amici, veniva punito. Con il passare del tempo però gli abitanti del villaggio cominciarono a stancarsi. La musica del violino nero era noiosa, non faceva divertire e non serviva neanche a far addormentare i bambini. Piano piano alcuni iniziarono a pensare che era arrivato il momento di riprendere gli strumenti e decidere liberamente che musica ascoltare e soprattutto suonare. «Mi ricordo che quando ero bambino mio padre mi suonava una musica bellissima, credo avesse un flauto». «A casa mia non c’erano soldi e così io e i miei fratelli avevamo costruito dei piccoli tamburi di latta con le scatole di pomodoro». «Certo, anche riempendo una bottiglia con i sassolini che potremmo trovare giù al torrente potrebbe venir fuori un ritmo divertente». Idee di questo tipo cominciarono a diffondersi sempre più tra gli abitanti di Melodia, che presero una notte una decisione coraggiosa: distrussero (quasi) tutti i violini neri costruiti per volere di Testa d’uovo e lo mandarono via su una nave, lontano dal villaggio, affinché non potesse più tornare a comandare. Il giorno dopo Melodia si riempì di suoni nuovi. Immediatamente gli abitanti uscirono di casa e cominciarono a suonare tutti gli strumenti che per anni erano stati proibiti. Si sentivano chitarre, sassofoni, trombe, pianoforti e mille accordi differenti. Cominciarono a suonare insieme in bande musicali, e ognuno strimpellava la musica che gli piaceva, bella o brutta che fosse. Un giorno alcuni cittadini suggerirono di adottare una regola: se non volevano che un solo uomo tornasse a comandare, dovevano inventare dei modi diversi di governare Melodia. Crearono così tre assemblee: ognuna aveva un compito, e messe insieme avrebbero fatto sì che mai più la musica avrebbe potuto essere decisa da una sola persona. In primavera, con il sole e il vento caldo, fu scritto il Grande spartito musicale del villaggio, che conteneva alcune regole, condivise dopo lunghe chiacchierate davanti al fuoco l’inverno precedente, per poter scrivere canzoni in grado di accontentare un po’ tutti. «Una di queste assemblee deve essere sempre in contatto con il villaggio», disse il vecchio saggio Barba bianca, mentre sgranocchiava dei biscotti e accarezzava il suo cane. «Deve ascoltare tutti e trovare delle regole perché ognuno possa scrivere e suonare cose che non facciano male agli altri. Potremmo chiamarla Musicamento». «Sì, ma non possiamo far finta che non esistano uomini e musiche malvage», fece riflettere Naso di cane, proprio lui che odiava norme e obblighi di ogni tipo, e che aveva cresciuto i propri figli insegnandogli che l’uguaglianza vive nella libertà. «Temo ci tocchi creare un Gruppo Musicale per controllare che tutti rispettino le regole». «Eh già! Così verranno fuori degli altri Testa d’uovo e ci convinceranno di nuovo a suonare una sola musica, con la chitarra o il contrabbasso stavolta!», fece qualcuno da fondo sala. «Ma cosa dici, non può succedere! Ormai abbiamo capito!», rispose Naso di cane, mentre Barba bianca meditava e condivideva gli ultimi biscotti col suo fido pastore maremmano. Dopo grandi discussioni la proposta di Naso di cane fu solo un po’ modificata e accettata. Si decise che chi non rispettava le regole poteva essere punito: chi la faceva più grossa veniva mandato a lavorare nella fabbrica degli strumenti musicali, oppure costretto a studiare a memoria tutte le canzoni consentite. Il che, è facile immaginarlo, era molto noioso, e così la maggior parte delle persone pensò che fosse giusto rispettare le regole. Per evitare che il Gruppo Musicale decidesse tutto da solo, si formò anche un Consiglio degli Scrittori di Musica (di cui facevano parte degli usignoli e altri appartenenti al Gruppo Musicale). Il Consiglio aveva il compito di studiare a fondo le musiche inventate per giudicarle con attenzione. (disegno di francesca ferrara) Vi spiego qualcosa degli usignoli. Erano uccelli dalle penne bianche e marroni che da sempre cantavano nei boschi vicino al villaggio. Non erano compositori del Gruppo Musicale, ma diffondevano nella natura note da secoli e secoli, e sapevano riconoscere quando una musica era giusta, cioè rispettava le regole scelte dal Musicamento, e quando invece non lo era. Certo, non tutti gli usignoli la pensavano allo stesso modo, e a dirla tutta alcuni non erano nemmeno simpaticissimi. Ma il loro compito era di controllare che le decisioni dei compositori non fossero dettate dall’arroganza o dall’invidia di voler essere loro a scegliere se una musica fosse giusta o sbagliata, e così, per molti anni, pur nella loro superbia e nel loro saltellare in giro credendosi chissà chi, tutto mantenne un certo equilibrio. La musica non piaceva sempre a tutti, ma la maggioranza degli abitanti pensava che fosse meglio avere tante canzoni, anche se non sempre belle, piuttosto che una sola, sempre uguale. «Certo – disse un giorno ai suoi amici un giovane dagli occhi vispi e una grossa coppola in testa – sarebbe bello se ognuno potesse suonare quello che vuole, senza dar troppo conto a nessuno». «Già…», gli fece eco Chiodino, un personaggio buffo e mingherlino che aveva la fissa di montare e smontare tutto quello che gli capitava sottomano. «Potremmo modificare gli strumenti e crearne di nuovi. La musica è di tutti e ci si dovrebbe poter giocare senza che qualcuno decida cosa si può fare o cosa no». Penna bianca, una bellissima ragazza con un ciuffo nevoso tra i capelli nero pece intanto annotava tutto su un pentagramma ingiallito che aveva trovato in un vecchio cassetto, tra i documenti appartenuti ai suoi nonni. “E se la musica decidesse da sé?”, aveva appuntato con un grande punto interrogativo in un angolo del foglio, ma poi si perse a guardare gli alberi mentre gli altri continuavano a parlare, e seguì da sola i suoi pensieri fino all’alba. Quegli e altri amici dopo qualche tempo fondarono la Banda della libera musica. Non erano esattamente ben voluti dalle assemblee che mantenevano l’ordine a Melodia, né tantomeno dagli usignoli. Dovevano stare attenti a non dire certe cose ad alta voce, e soprattutto nel diffondere certe idee di uguaglianza e libertà che davano fastidio a chi temeva che Melodia potesse diventare un grande villaggio-orchestra, che potesse suonare liberamente tutto il giorno, senza ruoli, maestri né gerarchie tra strumenti. Bisognava per questo stare attenti a non ammettere con leggerezza di essere parte della banda: i Musicali, infatti, avevano deciso a un certo punto che le regole delle melodie dovevano essere decise solo da loro, perché – così dicevano – avevano il consenso degli altri abitanti di Melodia. (disegno di francesca ferrara) Col passare del tempo le cose andarono peggio. Le bande musicali furono sempre meno e meno geniali. Alcuni compositori, che stavano lì solo perché volevano decidere, pur senza capire quasi nulla di note e spartiti, cominciarono a scrivere musiche sempre più brutte: melodie confuse, prive di armonia, con testi banali e che dicevano sempre le stesse cose. «Abbiamo cambiato musica – cominciava a bofonchiare qualcuno –, ma queste canzoni non sono poi tanto migliori di quella di prima. Adesso però ci tocca pagare non solo uno scrittore, ma tanti!». Non era una frase molto intelligente, eppure in molti iniziarono a ripeterla. Nel villaggio, in particolare, prendeva sempre più voce il branco delle Pecore belanti. Le pecore erano sempre state per conto proprio. Non gli piaceva cantare né suonare, non avevano mai pensato molto alla musica, ma sentendo ripetere ogni giorno che le nuove canzoni erano inascoltabili, finirono per crederci e si misero a dirlo a tutti gli altri animali. E poi c’erano quelli che non avevano mai smesso di rimpiangere la vecchia musica. «Quando c’era il violino nero – continuava a ripetere Zanna grigia, un tarchiatello con un pizzetto mefistofelico e un occhio di vetro – la musica era chiara e forte e nessuna confusione era accettata. Guardate ora che casino!». Zanna grigia, Pino appuntito, Tacco di ferro e tutti gli altri, alcuni dei quali erano stati Controllori del suono ai tempi di Testa d’uovo, cominciarono a dire che era necessario costruire di nuovo violini neri, proibiti fino a quel momento perché simbolo di quel periodo così triste e noioso. «Gli usignoli sono solo uccelli», disse un giorno Tacco di ferro. «Cosa possono mai capirne della musica e di ciò che vogliono gli abitanti di Melodia!». Tacco di ferro era una persona abbastanza rozza, e a dire il vero emanava anche un fastidioso puzzo di muffa. Ma aveva una voce molto forte, gridava sempre e a furia di ripetere queste sciocchezze riuscì a convincere sempre più persone che fosse arrivato il momento di cambiare il Gruppo musicale. La sua vera preoccupazione era in realtà che i suoi amici potessero decidere tutto e che il valore del Consiglio degli Scrittori di Musica fosse ridotto. Intanto, le canzoni del Gruppo musicale diventavano sempre più stonate, e più questo succedeva, più le fanfaronate dei vecchi Controllori trovavano ascolto. Così, a un certo punto, molti abitanti del villaggio cominciarono a chiedersi se non fosse tempo di costruire di nuovo i violini neri e tornarono a dare sempre più potere, nel Musicamento, a Zanna grigia e ai suoi. Questi però avevano un problema. Visto che il Grande spartito musicale del villaggio era stato scritto dai rappresentanti degli abitanti dopo la cacciata di Testa d’Uovo, fu necessario chiedere a ciascuno di loro se davvero fosse giusto modificare la composizione del Consiglio degli Scrittori, mettendoci dentro quegli abitanti che facevano parte del Gruppo musicale, che già intanto decideva abbastanza cose da solo, senza dar conto a nessuno. Fu proclamata così una Grande Consultazione: ogni cittadino avrebbe ricevuto un pezzettino di pentagramma su cui avrebbe dovuto scrivere una certa nota per indicare la sua scelta. Per un po’ di tempo a Melodia non si parlò d’altro, solo che molti abitanti con il tempo si erano disinteressati alla musica per colpa delle brutte canzoni che avevano ascoltato, e così non sapevano decidere cosa scegliere. Quel che è certo è che nessuno, o quasi, aveva dato ascolto a quelli che facevano parte della Banda della libera musica, che erano stati dimenticati, isolati e avevano dovuto addirittura cambiare villaggio. Eppure, non sarebbe stato più facile se tutti avessero avuto la possibilità di esprimersi senza dover pensare alle regole imposte e imparando gli uni dagli altri? Nonostante fosse un po’ difficile da immaginare per alcuni, è proprio quello che si impara facendo parte di una Banda! Troppo pochi erano rimasti invece quelli che avevano la capacità di fare quello che desideravano in libertà, perché, in fondo, si erano dimenticati di quanto fosse bello e ne avevano paura. Cosa venne fuori dalla Consultazione io non l’ho mai saputo, anche se mi piace pensare che gli abitanti di Melodia abbiano preferito ascoltare qualche canzone in più, piuttosto che sempre la stessa. Ciò che spero davvero, naturalmente, è che ognuno di loro possa tornare a sentirsi libero di suonare la musica che preferisce. (-gt)
March 20, 2026
Napoli MONiTOR
Il teatro e il suo ruolo. Intervista a Claudia Castellucci
(archivio disegni napolimonitor) Claudia Castellucci vive a Cesena, e nel teatro Comandini, storica sede della Societas Raffaello Sanzio, sta costruendo il suo ultimo happening del 2025. Drammaturga e coreografa, dagli anni Novanta ha sperimentato la scuola come luogo di ricerca intorno alla rappresentazione, pubblicando nel 2015 per l’editore Quodlibet, Setta. Scuola di tecnica drammatica. Nel 2014 ha fondato la Scuola Cònia, un corso estivo di Tecnica della Rappresentazione che ha diretto fino al 2025, rivolto “a studenti che vogliono realizzare le loro idee in un contesto critico, alimentato da diversi docenti esterni, specialisti di discipline estetiche”. Nel 2020 Claudia Castellucci con lo spettacolo Fisica dell’aspra comunione ha ricevuto il Leone d’Argento per la sezione danza della Biennale di Venezia curata da Marie Chouinard. La sua storia artistica prende avvio nel 1981 quando col fratello Romeo e i fratelli Chiara e Paolo Guidi, fonda la compagnia teatrale Societas Raffaello Sanzio per “un teatro dalla scena prevalentemente visiva, plastica e sonora”. Il loro modo innovativo di concepire l’arte scenica si afferma nel panorama internazionale già dagli anni Novanta e dal 2006 la compagnia “si trasforma in Societas, dando luogo a sviluppi artistici distinti per ognuno degli artisti fondatori”. Siamo nella cucina del teatro Comandini, perché le sale sono in allestimento per la serata, quando Claudia Castellucci inizia a parlarci del suo lavoro. «Fin da giovanissima c’è stato da parte mia un interesse a sviluppare delle idee e a realizzarle principalmente insieme ad altri, attraverso lo strumento del teatro e quindi della rappresentazione. Tutto questo a livello intuitivo, perché quando ero molto giovane esempi non ce n’erano, anche perché ho sempre vissuto in provincia, anzi, nei primi anni della vita in un piccolo paese e quindi i paragoni erano veramente pochissimi. Ciò che mi ha ispirato è stato il gioco infantile, che poi è diventato una cosa più seria perché regolare e regolata. Il gioco è di per sé una trasformazione della realtà da parte dei bambini, che col crescere e acquisire coscienza, diventa più serio. Ciò che loro immaginano esiste e in questo senso è serio, ma quando c’è il passaggio nell’età della consapevolezza, questa serietà assume anche il carattere del grave». CONTADO Claudia Castellucci nell’ultimo anno, insieme a Sissj Bassani e Pier Paolo Zimmermann, parte della sua compagnia di danza Mòra, ha lavorato a Contado, in cui musica dal vivo, bar, consultazione di articoli su arte e letteratura, sala da ballo e happening, si susseguono durante la serata. «Contado – dice – è un progetto che cerchiamo di far accadere periodicamente, in modo da creare un’abitudine. Tra la città e la provincia, i tempi della vita fisica e del tempo fisico sono percepiti e vissuti in maniera diversa, non dico né migliore né peggiore. Questa diversità per noi è il terreno di ricerca, facendo leva su alcune caratteristiche tipiche della città di provincia – il torpore, la vicinanza delle cose, la fissità dei panorami, la lontananza dal “centro” – per elettrizzare, per ionizzare le idee rispetto alla metropoli. Contado dunque è un luogo di incontro, discussione e sperimentazione. Un luogo che per alcuni versi si ispira al Cabaret Voltaire, quando Hugo Ball, uno studioso del cristianesimo bizantino, sentì il bisogno di azzerare il linguaggio – che sentiva identico a quello utilizzato dai promotori della Grande Guerra – e di fondare un luogo aperto a tutti come un bar, aperto anche a nuovi alfabeti così come a tutti gli analfabeti». Il lavoro sulla provincia e la relazione con il centro, la città, è per Claudia Castellucci parte della sua biografia, da dove costruire un dialogo che probabilmente non è con la città, ma con l’opera stessa. «La  parola Contado, più che un’elegia nei confronti della provincia, indica una funzione che le città di provincia devono perseguire rispetto alle metropoli, sulle quali convergono tutte le arti. Le cose sono molto cambiate rispetto a pochi decenni fa, il più piccolo paese è collegato alla metropoli ed è del tutto omologo alla mentalità corrente. Dal punto di vista fisico la distinzione ancora c’è, solo che bisogna trovarla, non è automatico vivere in una città di provincia ed essere arricchiti da fantomatiche caratteristiche che la provincia avrebbe in sé. Occorre capire la condizione provinciale come favorevole a una via decentrata. Contado è una parola medievale che si riferisce a tutto ciò che era fuori le mura della città, all’attività rurale di persone, spesso servi della gleba, e in senso metaforico allude al fatto che Cesena, la città in cui si svolge, è lontana dai punti nevralgici dell’arte contemporanea che generalmente insistono nelle metropoli. C’è una credenza, un atteggiamento e una disposizione che mirano a raggiungere la città per essere dentro a questo estuario dell’arte. Ma Contado ne resta fuori». LAUDES PLEBIS Alla terza serata di Contado, il 12 dicembre 2025, Claudia Castellucci è arrivata attraverso un seminario denominato Laudes Plebis, un seminario sulle acclamazioni corali in cui ha preso forma un happening con quindici persone. Le Laudes Plebis interrompono la proiezione di un film con una serie di cori, maschili e femminili. Il film è Solo sotto le stelle, una traduzione infelice di Lonely Are the Brave del 1962, diretto da David Miller e sceneggiato da Dalton Trumbo, membro della Hollywood Ten, un gruppo di professionisti del cinema che nel 1947 si rifiutarono di testimoniare davanti alla Commissione per le attività antiamericane sulla loro adesione al comunismo. Inserito nella Lista nera di Hollywood, Trumbo nel 1950 fu condannato a undici mesi di prigione. «Prima di parlare delle Laudes Plebis – dice Castellucci –, bisogna parlare del concetto di happening che caratterizza Contado. Io, di età avanzata, e due ragazzi sotto i trent’anni portiamo avanti questa invenzione che è stata molto lunga, con processi di crisi, necessità di sospendere, e un tempo proprio di decantazione e di critica. Eravamo partiti in un certo modo, poi qualcuno ha abbandonato, di conseguenza abbiamo sospeso il lavoro di creazione incontrandoci regolarmente per cinque mesi soltanto per leggere un libro, il cui primo paragrafo faceva capo alla pioggia di atomi di Epicuro e alla minima deviazione di uno di essi come origine di qualcosa d’altro rispetto alla fissità cosmica delle apparenze pre-mondiali. Non a caso il titolo del primo happening nella prima serata di Contado era Piove. Che questo sia dunque un inizio sulla semplice pioggia. In quel testo si parla della necessità di creare un vuoto, non in senso pneumatico, spirituale, ma per sgomberare il campo dalle nozioni, da tutto quello che si sa, far sì che nell’estrema povertà qualcosa emerga, qualcosa accada, qualche coincidenza si accenda, ma bisogna essere specificamente attenti a questo. Il concetto di happening l’abbiamo spiegato attraverso qualcosa che era già accaduto nella storia, negli anni Cinquanta per la precisione, quindi non un’invenzione assoluta». Nell’happening c’è la brusca interruzione del film, con quindici persone mischiate tra il pubblico che all’improvviso si alzano e gridano le acclamazioni corali. Tre per la precisione sono le rotture, le interruzioni; e a ogni interruzione il film proiettato assume una distorsione, vocale e visiva. Questa è una delle battute detta da Kirk Douglas, che mostra il tono del film: “Un uomo dell’Ovest ama gli spazi aperti. Ciò significa che deve odiare i recinti. E più recinti ci sono, più li odia… Hai mai notato quanti recinti stanno spuntando? E i cartelli che ci mettono sopra: divieto di caccia, divieto di escursione, vietato l’ingresso, proprietà privata, zona chiusa, circolare, andatevene, sparite, crepate!”. «L’happening – continua Castellucci – è appunto un accadere delle cose, anche fuori dalla galleria, fuori dai teatri, ma l’importante è che siano accadimenti preparati non troppo a lungo, senza tutte le necessità legate alla tecnica, alla tecnologia, al disporre di molti mezzi finanziari. Abbiamo scelto l’happening per la sua immediatezza, come interruzione di qualcosa, senza stare troppo a pensarci, quindi fare e poi capire, arare e poi pensare. Un capovolgimento della cronologia solita per cui prima penso e poi faccio. No, in questo caso prima faccio e poi penso; conservando un’espressione immediata, impetuosa, di qualcosa che bisogna fare anche rischiando e buttandosi. Non è un divertimento esteriore per riderci su, uno scherzo che non fa male a una mosca, no, c’è proprio il rischio dell’interrompere, e perché appunto questa immediatezza sia luminosa, sia chiara, è importante essere precisi in poco tempo; è una particolare azione che si può individuare anche in altre aree dell’attività umana, che ha come caratteristica quella di una risposta non predisposta da un piano, ma immediata e precisa… Tutto nasce dalla frequentazione delle manifestazioni per la Palestina. Lì mi è sorta l’idea di immaginare dei cori, mi sono ricordata di un libro di Kantorowicz sulle Laudes Regiæ sull’attitudine umana all’acclamazione corale e popolare riferite agli imperatori romani, e quando l’impero romano ha permesso il cristianesimo ed è diventato cristiano esso stesso, allora la Chiesa ha mutuato queste Laudes sostituendo a Cesare Gesù Cristo. Sono documentate con un passaggio assolutamente identico. Poi lungo la storia è successa un’altra rivolta, quando l’imperatore cristiano è divenuto più importante rispetto al papa. Le Laudes in origine erano rivolte all’imperatore romano, poi a Cristo, infine rivolte all’imperatore cristiano, dove il papa figurava per ultimo nella gerarchia delle acclamazioni. Quando anche gli imperatori romani scomparvero, le Laudes Regiæ sopravvissero per secoli nei riti più solenni della Chiesa Cattolica. In ultimo, e sul versante politico, le riesumò –identiche– Benito Mussolini, dove l’esaltazione era verso il duce, e questo mi ha abbastanza colpito. Ho voluto da un lato tenere presente questo aspetto storico, che ha sempre visto l’uso dell’acclamazione corale nell’espressione politica popolare, soprattutto nei regimi totalitari, e fare una sorta di controcanto dalla parte plebea, rivisitata ai giorni nostri». LA FORMAZIONE DEL LUOGO Con Claudia Castellucci quest’estate ho frequentato il primo anno della Scuola Cònia, che è combaciato col suo ultimo anno di direzione (la scuola però non si fermerà, ma si sposterà a Genova dall’estate 2026, diretta da un gruppo di scolari della scuola cesenate del passato), e ho partecipato in questo scorcio d’autunno, a cavallo tra novembre e dicembre 2025, al seminario sulle acclamazioni corali. Nell’uno come nell’altro caso, lo spazio della ricerca e lo spazio collettivo sono tutt’uno. La creazione diventa corale e così la costruzione del luogo. Così lo spiega Claudia Castellucci: «Attualmente sono interessata ai luoghi, a far sì che i luoghi sorgano, più che altro dati dal convegno di persone che liberamente si mettono insieme per studiare. Lo studio vuol dire discutere in modo impegnato. C’è l’aspetto della spontaneità, ma c’è anche una serietà. Perciò mi interessa pensare ai luoghi, non da sola, mai da sola. Con gli altri la solitudine non è fugata ma messa al lavoro, espressa, perché la solitudine coincide con il desiderio di tutti di creare un luogo. Non c’è un credo che ci raduna, non c’è una direzione preconcetta che fa sì che tutte le persone possano identificarsi. Semplicemente c’è un’intuizione, lanciata da qualcuno, e così comincia questo incontrarsi, questa discussione; a quel punto la persona che ha avuto la prima intuizione cessa di essere la protagonista, ma ora che la discussione è avviata cominciano ad alternarsi altre proposizioni. Di solito ciò che creo lo creo insieme ad altri, quindi c’è questa necessità di procurarsi dei compagni, che si esprime attraverso il convenire insieme, in una maniera possibilmente regolare, perché la costituzione del luogo è quasi più temporale che spaziale, la periodicità con la quale ci si incontra corrisponde a un sentire profondo, che è quello di appuntamenti lungo l’anno, con tutti i cambiamenti che l’anno procura; e il sapere che ci incontriamo in quel giorno, ci prepariamo per quel giorno, crea una cadenza temporale che corrisponde a una cadenza cardiaca, personale». E continua ancora sulla relazione tra creazione e denaro, proprio per significare e sottolineare la relazione tra periferia e centro: «C’è una polemica sotterranea nei confronti della metropoli, il cui monopolio (centralità) delle idee (riconosciute) è quasi schiacciato, coincidente con la realtà del denaro. Le invenzioni che vogliamo fare per il luogo Contado, si riferiscono direttamente al concetto del denaro in rapporto all’arte. Ancora non è palese, ancora dobbiamo arrivarci, perché Contado, come tutte le invenzioni dei luoghi, non è fatta una volta per tutte, ma occorre lavorarvi tutte le volte. Qui si apre un altro discorso che forse è bene non affrontare, neanche Contado finora l’ha affrontato, un discorso che riguarda proprio il denaro. Nella metropoli il denaro si fa sentire, si fa sentire con l’arte schiacciandola; anche i comportamenti si informano molto spesso in funzione del denaro. Il denaro pare essere una leva necessaria per poter creare, e nelle sfere più alte il denaro è completamente identificato con l’arte; qui invece è bene cercare di separare il discorso del denaro dall’arte, nel senso che il rapporto con il denaro c’è e deve esserci, ma in un modo problematico». ARTE E DENARO «Il denaro è una grandissima potenza, trans-storica, trans-nazionale, trans-religiosa, il denaro comanda su tutto, tutti sono d’accordo rispetto a questo tipo di transazione, però sta prendendo un accento crematistico che ingloba l’arte in una maniera davvero importante, per cui la frizione che c’è sempre stata non c’è più, adesso questo rapporto è diventato monodimensionale». Qui Claudia Castellucci risponde alla mia domanda sulla relazione medievale e poi rinascimentale che si crea tra il committente e l’artista, che molte volte lavorava e viveva nella corte di una famiglia nobile, benestante, o sotto la protezione della Chiesa, in cui l’artista doveva cercare la sua libertà espressiva, pur in questa relazione dispari. «Questa è la frizione: pur avendo commissioni ben precise quanto a soggetto, dimensione, posizione, quantità di colore prescritta in grammi… documenti in cui si precisa che i colori delle terre avevano prezzi tutti diversi, e così l’uso del lapislazzuli da parte di un committente voleva dire: guardate io sono così munifico che spendo molto denaro pur di usare il lapislazzuli… L’arte è costellata di strettoie ma ciò non di meno e ciò nonostante, era un esercizio di libertà. È lì che è espressa la libertà, nella costrizione. Nell’arte contemporanea c’è una tendenza ancora concettuale, mentale, encefalica che supera la necessità della bottega (apprendistato) e dell’artigianalità, ma ciò determina un finto strapotere della capacità mentale e del concetto. L’imposizione della propria idea è ancora percepita come molto più importante della capacità tecnica e dell’abilità mimetica, e sempre più l’arte si sta identificando con la sua giustificazione storiografica e concettuale. Se la Chiesa e il signore del Rinascimento pagavano molti soldi e assoggettavano l’artista con una serie di richieste precise, lo facevano per esporre l’arte, quindi per conferire all’arte un uso rappresentativo, non importa di cosa, ma era un’arte dell’uso, era utile perché fungeva, aveva una funzione. Con il dominio sempre più piatto del denaro c’è stata la totale identificazione dell’arte con il denaro: essa è soltanto una funzione del denaro. Quindi abbiamo l’artista completamente libero di fare tutto ciò che vuole, ma perde di vista il senso dell’uso, quindi la funzione della rappresentazione. L’arte è soltanto una funzione del denaro. Se i primi collezionisti esponevano le loro opere, ora le mettono direttamente in cassaforte, non le guardano più perché sono soltanto investimenti di denaro… Parlavo della crematistica perché è attualmente la nostra legge, la legge che domina tutto, schiaccia tutto. Se vogliamo rivoltarci a questa situazione non bisogna illudersi di fare rivoluzioni palingenetiche, ma occorre cercare altre persone che corroborino un’arte utile a decorare e/o a rappresentare. Bisogna essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera. Questo non vuol dire che l’arte deve essere necessariamente collettiva, ma in questo momento storico è importante ricostruire il tessuto dello stare insieme per un edificio temporale prima ancora che spaziale. È il convegno cadenzato la prima architettura». LA COSTRUZIONE DELL’EDIFICIO E LA POLITICA Dal «bisogna essere in tanti, da soli ci si perde, da soli ci si dispera», Claudia Castellucci introduce il tema della politica e come l’arte, il teatro si debbano relazionare a essa. E così riprende il ragionamento: «In questo momento bisogna trascurare un po’ questa parola; è chiaro che è una parola centrale, ma è talmente confusa, vessata, che è meglio tenerla nascosta per un po’, perché la politica manifesta è ora veramente impraticabile. Intendo quella dei partiti. Ciò non significa che bisogna fare finta che non esista la dimensione politica. In questo momento bisogna cercare proprio di ricostruire il politico, cioè lo stare insieme, perché è questa la cosa distrutta, distrutta completamente». E poi ai luoghi collettivi: «Si collega al discorso iniziale del costituire i luoghi, anche senza spazio; con lo spazio è meglio, cioè poter avere una casa è meglio, un luogo dove ritrovarsi insieme, ma se non c’è, l’importante è proprio lo stare insieme, con le idee e la realizzazione delle idee. Non ho in mente un aspetto espansivo, che sarebbe più politico, non ho in mente il fatto che il nostro modo possa essere esemplare. Se una cosa è efficace, lo è nel senso della moltiplicazione, di una certa immediatezza, così pure come di un’estensione di quello che costituisce, ma se ciò avverrà lo sarà a prescindere da specifiche intenzioni in questo senso. In una condizione di disastro di un linguaggio comune, è inefficace partire con il presupposto di dover impiantare qualcosa di comprensibile per il maggior numero di persone possibili. Bisogna evocare il segreto. Ciò che dico non è fare delle società segrete, non è fare dei piccoli club, delle élite (anche se di fatto si è in pochi), ma è un impegno già orientato alla presa di (al fare presa su) altri e forse molti altri; senza avere idee di palingenesi politica, e senza neanche voler dire limitiamoci al piccolo: no, semplicemente si fa, c’è bisogno che si faccia, e si fa. Delle conseguenze ne parleranno altri, se vogliono, ma per ora è qualcosa di concreto che non facciamo a porte chiuse». «A Contado abbiamo discusso se fare l’ingresso gratuito o a pagamento. Ci siamo detti, se facciamo pagare l’ingresso nessuno entra. Nessuno che non sia di questa parrocchia. Per parrocchia intendo il teatro contemporaneo, ma proprio per il fatto che non siamo un club privato, cerchiamo di estenderlo a tutti, inizialmente. Poi è chiaro che le persone potranno dire: cos’è ‘sta roba, me ne vado; va bene, d’accordo. Ma questa apertura gratuita è una ricchezza per noi, non per gli altri, perché ci dà modo di creare e di pensare. Abbiamo deciso di continuare Contado fino a maggio, per poi connetterci idealmente al festival chiamato Catalysi, un esperimento che tentammo due anni fa e che abbiamo dovuto chiudere per mancanza di denaro. Quest’anno sperimentiamo questi appuntamenti senza grandi mezzi per punteggiare questo periodo di tempo con una regolarità di incontri. E poi speriamo di continuare, perché non è esaurito ancora l’esperimento, siamo agli inizi, ci sono tante cose ancora da risolvere. Il dialogo è formato da qualcuno che parla e parlando non detta. Parla, immagina, esprime, interroga e dall’altra parte c’è chi coglie questa espressione come qualcosa che è rivolta a lui o a lei, ed è chiamato a sua volta a esprimersi, a parlare, discutere, quindi è un edificio che si compie, nel senso che si costruisce innanzitutto la relazione e poi un oggetto, per esempio uno spettacolo, un libro, un’azione di qualsiasi natura, politica, artistica, sociale. È un edificio che non è più individuale come un’opera d’arte. L’opera d’arte di solito la si immagina individuale, ma in questo caso è un’opera (non necessariamente d’arte), che si basa su un “automatismo” inizialmente innescato da una persona per avviare il movimento di altri e questo in un ordine di reale convivialità, non di guida carismatica. Poi se questo innesco provoca un reale incontro e questa relazione dura, allora comincia l’edificio, ed è grazie a questa reciprocità che avviene una trasformazione». (daniele balzano)
March 18, 2026
Napoli MONiTOR
Ruggine a Taranto. Il dissalatore per una città senza confronto
(disegno di irene servillo) A Taranto, proprio al confine con i comuni di Massafra e Statte, è stata fortemente voluta da Acquedotto Pugliese la realizzazione del più grande dissalatore d’Italia, quello alla sorgente del fiume Tara. Il Tara è un fiume carsico lungo appena due chilometri, con una portata media ridotta. Il fiume, di cui abbiamo già scritto, rappresenta però un luogo di assoluto valore ambientale e soprattutto sociale: durante le calde estati sono rituali i bagni refrigeranti e i trattamenti con i fanghi, ritenuti benefici dalla comunità ampia ed eterogenea che si riversa sulle sponde e nelle conche del fiume. Con un trampolino e qualche struttura arrangiata a riva tra le canne di giunco, il Tara è l’unica oasi per ragazzi e anziani dei quartieri operai che faticano a raggiungere i tratti di spiaggia balneabile oltre gli impianti della zona industriale, l’acciaieria e la raffineria dell’Eni. La costruzione del dissalatore viene giustificata da Acquedotto Pugliese come mezzo per contrastare la crisi idrica in Puglia, ma lega a sé innumerevoli interrogativi, alcuni tuttora irrisolti. In partenza, il costo dell’opera previsto si aggirava intorno ai 98 milioni di euro, di cui circa 27 da finanziamenti Pnrr e oltre 70 dal Fondo Sviluppo e Coesione. A marzo dello scorso anno, in seguito a una variazione del quadro economico approvata dall’Autorità Idrica Pugliese, l’opera raggiunge un costo di circa 130 milioni di euro, dove l’incremento dovrebbe giungere dai proventi tariffari dell’Acquedotto. Ciò che fa più rumore riguarda la provenienza delle acque del Tara: trattandosi di un fiume carsico, la sua portata dipende direttamente dai fenomeni piovosi. Perciò è lecito chiedersi come possa tale impianto rimediare alla carenza di acqua se il suo stesso funzionamento dipenderà dalle variazioni di portata del fiume. Può la Regione Puglia spingere per la realizzazione di questo progetto, con simili investimenti e un significativo impatto ambientale (visto che sul Tara sussiste già un prelievo di 1.100 l/s destinato all’ex Ilva e all’agricoltura), senza impegnarsi a pensare ad alternative al progetto se non l’utilizzo delle autobotti? Nel frattempo, secondo l’Istat, la rete idrica pugliese registra perdite pari al 46,3 per cento delle acque trasportate e ad ottobre è stato dichiarato per la Puglia lo stato d’emergenza idrica. Caso simile persiste in Sicilia, dove la costruzione di diversi dissalatori non sembra aver minimamente posto rimedio alla carenza di acqua. LA TECNICA COME MURO Se con il precedente articolo si è voluto restituire una fotografia del contesto in cui si colloca l’opera, questo vuole essere invece uno strumento di analisi e comprensione delle dinamiche politico-amministrative che hanno accompagnato il progetto fino a oggi. Nonostante l’iter autorizzativo si sia concluso i primi giorni di settembre e i lavori siano partiti a pieno ritmo alla fine dello stesso mese, con nove ditte previste sul cantiere e circa centoventi lavoratori, l’opposizione della comunità, che non comprende le iniziative della politica locale e degli enti pubblici, rimane forte e ha acquisito sempre più consapevolezza nel tempo. Due strade perfettamente parallele, mobilitazione e iter autorizzatorio, che non hanno mai avuto modo di incontrarsi, nemmeno quando la mobilitazione ha espresso la necessità di sviluppare un confronto politico serio e motivato sull’opera. Le rivendicazioni della comunità del Tara sono in linea con quelle di altre vertenze del territorio: la discarica di inerti alle porte del quartiere Paolo VI, la proposta di costruire un impianto di rigassificazione nel porto di Taranto, le sempre più inquietanti vicende dell’ex Ilva che continua a mietere vittime tra operai e cittadini, la raffineria dell’Eni. E ancora: la volontà di realizzare un impianto fotovoltaico off-shore nel porto di Taranto, l’ampliamento dell’inceneritore di Massafra, le discariche, la marina militare che non intende indietreggiare restituendo spazi sottratti alla città per più di un secolo. Quelle elencate sono tutte vicende che hanno come comune denominatore l’appropriazione dei luoghi a danno delle comunità che li vivono e che non vengono minimamente coinvolte nei processi decisionali, opere tutte giustificate dall’invocazione di un presunto bene superiore o dalla presenza di altre opere impattanti. È un paradosso che Taranto continua a vivere anche con la vicenda del dissalatore: una delle aree pugliesi che più soffre i disservizi della rete idrica viene chiamata a sacrificare un pezzo di sé, mettendo a rischio uno dei pochi luoghi rimasti indenni dal feroce sviluppo industriale e urbanistico degli ultimi decenni. A testimonianza di ciò si prenda la motivazione al parere negativo all’opera, in conferenza di servizi, da parte della Soprintendenza del ministero della cultura. Tra le oltre cinquanta pagine di motivato dissenso si legge: “La realizzazione del progetto trasformerebbe in modo irreversibile il paesaggio identitario. Il paesaggio non è soltanto un fatto visivo. La convenzione europea del paesaggio lo definisce come ‘una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni’, il cui carattere deriva dall’azione congiunta di fattori naturali e umani. Il territorio diventa paesaggio quando gli abitanti si riconoscono in esso, nei suoi tratti identitari, contribuendovi non solo con interventi materiali ma anche in senso culturale e simbolico. Solo attraverso tale processo può maturare una percezione positiva del paesaggio. Tale dinamica difficilmente può attivarsi in un contesto in cui la trasformazione avviene in tempi così rapidi e mediante l’introduzione di impianti e infrastrutture di grande scala, come nel caso in esame”. Nonostante questo dissenso all’opera, la Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio della Regione Puglia, come si legge dal verbale della conferenza di servizi, ritiene che non ci siano criticità rilevate dal punto di vista paesaggistico. La conferenza si conclude a gennaio 2025, oltre i novanta giorni regolamentari, nonostante il parere del ministero, nonostante le prescrizioni significative da parte di Arpa Puglia, nonostante le prescrizioni dell’Asl di Taranto, nonostante i dubbi sulle interferenze con la rete gas di Snam. Tale conclusione coincide con il rilascio della Valutazione di impatto ambientale dell’opera, una delle principali autorizzazioni che concorrono al rilascio del Paur (Provvedimento autorizzatorio unico regionale), il vero e proprio via libera ai lavori. Il 20 febbraio 2025 viene rilasciata, sempre dalla Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio, l’autorizzazione paesaggistica all’opera, altro tassello necessario al rilascio del Paur. Il ruolo ricoperto in questa vicenda dalla Regione non è affatto marginale, ma centrale e soprattutto decisionale. Lo stesso rilascio del Paur è responsabilità della Regione, che coordina la conferenza di servizi, cura l’istruttoria e i rapporti con gli enti coinvolti. A maggio, in occasione della presentazione dei candidati alle elezioni amministrative di Taranto per il Pd, un gruppo di cittadini riuniti nella rete civica Difesa fiume Tara, ha colto l’opportunità per interrogare sulla vicenda Emiliano, sempre presente agli eventi di partito, che spesso si svolgono nei salotti buoni della città e per il solo periodo di campagna elettorale. Alla fine dell’evento, l’ex governatore regionale decideva di accettare il confronto con la compagine civica, mentre gli altri partecipanti, attoniti, facevano da cornice alla discussione. Da queste parti, infatti, cercare un confronto schietto con i vertici politici dei partiti non è pratica diffusa. Il presidente, incalzato dalla rete, respingeva ogni attribuzione di responsabilità politica rispetto alla vicenda: «Per Acquedotto Pugliese decide la sua governance», «io non sono il faraone», «se Acquedotto Pugliese ha scelto è perché ci sono delle motivazioni tecniche». Quest’ultima affermazione è stata il vero e proprio leitmotiv con il quale la mobilitazione ha dovuto fare i conti. Pur trattandosi di scelte innanzitutto politiche, la stessa politica, a ogni livello, quando interrogata sulle proprie responsabilità, ha sempre ricondotto il dibattito a una mera questione tecnica. In occasione del sit-in promosso dalla rete civica nell’aprile 2025 presso la presidenza della Regione Puglia a Bari, nonostante fosse stato chiesto un incontro di natura esclusivamente politica con Emiliano, a presentarsi sono stati tre dirigenti di Acquedotto Pugliese, uno di Arpa Puglia e uno della Regione. La giustificazione fornita è che il governatore non avrebbe potuto rispondere a questioni decisionali di Acquedotto Pugliese in quanto frutto di scelte tecniche. La tecnica ancora una volta usata come un muro tra comunità e politica.  DOPO LE ELEZIONI La scorsa primavera una scarna e poco partecipata campagna elettorale per le elezioni amministrative, la retorica stanca di una classe dirigente che si reinventa da ormai trent’anni, hanno tracciato un solco invalicabile tra interessi comunitari e politica locale. Tutti i candidati hanno parlato del dissalatore: chi avrebbe voluto farlo a mare (come se spostare un problema ambientale equivalesse a eliminarlo), chi si dichiarava totalmente contrario. Lo stesso futuro sindaco Piero Bitetti, nella settimana precedente il ballottaggio, ha dichiarato che il Tara sarebbe stato difeso con ogni strumento giuridico e urbanistico. Le elezioni comunali si sono svolte tra maggio e giugno e, per tutta la successiva estate, si è assistito al progressivo rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie alla conclusione del Paur. Intanto, la cittadinanza ha tentato invano di conoscere le reali posizioni della nuova amministrazione sul dissalatore, la discarica di inerti nel quartiere Paolo VI, la nave rigassificatrice nel porto di Taranto e l’accordo di programma per l’ex Ilva. Pur rivendicando, con presidi in occasione dei vari consigli comunali, la volontà di partecipare alle decisioni che riguardano le proprie vite, non hanno ricevuto risposte esaurienti. Alle dichiarazioni della campagna elettorale non è seguita alcuna azione, ma piuttosto un imbarazzante silenzio proveniente dal Palazzo di Città, o qualche sparuto “bisogna valutare”. A inizio settembre, tutte le autorizzazioni necessarie concesse, è stato dichiarato concluso il procedimento di rilascio del Paur. In risposta a ciò, la comunità ha chiesto che fosse il comune di Taranto a farsi carico del ricorso presso il Tribunale amministrativo regionale, dando seguito alle promesse fatte durante la campagna elettorale. Il sindaco non sarebbe obbligato a presentare ricorso, ma ci si aspetta che venga effettuata una valutazione di merito sulla correttezza dell’iter autorizzativo, magari assegnando un mandato all’avvocatura comunale, oppure ascoltando i cittadini che nel frattempo avevano studiato le carte e richiesto un incontro al sindaco innumerevoli volte, senza mai ricevere risposta. La stessa rete Difesa fiume Tara ha preparato un dossier contenente una serie di punti dell’iter meritevoli di attenzione. Il dossier è stato consegnato nei primi giorni di ottobre all’assessora all’ambiente (in quota AVS), ma nonostante le parole del suo partito durante la campagna elettorale rispetto al tema dissalatore, la cittadinanza non ha potuto constatare alcuna azione dell’amministrazione in difesa del fiume Tara, tantomeno l’allontanamento del partito dal governo cittadino. L’ultimo episodio, che sancisce la rottura di ogni rapporto istituzionale (se così può definirsi) tra comune di Taranto e mobilitazione è avvenuto il 13 ottobre 2025, in occasione di un consiglio comunale durato nove ore. Tra i punti all’ordine del giorno vi era una mozione che chiedeva alla giunta e in particolare al sindaco di impugnare il Paur presso il Tar. La mozione veniva emendata e trasformata in un impegno non più a impugnare, ma a valutare se vi fossero i motivi per impugnare, insomma un’ulteriore dilazione di fronte alla scadenza dei termini per effettuare il ricorso, fissata al 4 novembre. Nonostante questo, la rete Difesa fiume Tara non ha smesso di cercare un modo per presentare il ricorso, creando una collaborazione con il Gruppo di intervento giuridico, un’associazione che utilizza lo strumento del diritto per tutelare l’ambiente e i contesti a esso collegati. Il vero colpo di scena riguarda però i termini di presentazione del ricorso: si è scoperto che il Paur non era stato ancora pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione Puglia e che, secondo una legge regionale, i termini per impugnare un atto cominciano a decorrere dal momento della pubblicazione. Il Paur è stato pubblicato il 4 dicembre, addirittura dopo l’inizio dei lavori presso i cantieri del dissalatore. Così il Gruppo di intervento giuridico ha preso in carico il dossier ignorato dall’assessora, presentando ricorso presso il Tar del Lazio. Si è scelta la sede di Roma in quanto competente per le controversie che riguardano opere finanziate tramite Pnrr. Contestualmente la rete civica continua a proporre eventi di autofinanziamento che serviranno a sostenere le spese processuali. In attesa dell’esito del ricorso, resta una certezza: mentre istituzioni e politica hanno scelto di non assumersi responsabilità, assecondando le scelte di Acquedotto Pugliese, della Regione Puglia e dell’Autorità Idrica Pugliese, la difesa del Tara è ormai interamente sulle spalle della comunità locale. (domenico colucci)
March 17, 2026
Napoli MONiTOR
Se la periferia non si adegua. La strana storia del Museo dei bambini a Bologna
(archivio disegni monitor) La vicenda della costruzione del Muba – Museo delle bambine e dei bambini nel quartiere popolare del Pilastro a Bologna (ricostruita per Monitor da Salvatore Papa) mette in luce due elementi ricorrenti nelle politiche urbanistiche degli ultimi anni: l’uso strumentale delle istituzioni culturali e la manipolazione dei processi di partecipazione. Nel caso specifico, a questi due ingredienti si aggiunge la militarizzazione dell’area in cui sorgerà la nuova opera. Ma andiamo con ordine. UN OGGETTO MAGICO… Innanzitutto bisogna cercare di capire che cosa è il Muba, pensato – come si legge nei documenti ufficiali – per la fascia da 0 a 12 anni, per le scuole e le famiglie. Colpisce il fatto che, nonostante il cantiere sia ormai avviato, manchi ancora il progetto culturale. Le uniche informazioni disponibili sono contenute nel Documento di indirizzo alla progettazione (Dip), allegato al bando di concorso per la progettazione architettonica dell’edificio pubblicato nell’ottobre 2022. La descrizione generale è questa: “Il nuovo Muba dovrà essere un luogo magico, capace di stimolare la curiosità, motivare l’apprendimento, stimolare i sensi dei piccoli visitatori, che dovranno poter fare in questo nuovo spazio una esperienza unica e irripetibile. Il Muba dovrà essere un luogo per giocare, per sperimentare, per studiare, per imparare e per comprendere. Una palestra mentale dove i bambini dovranno essere messi nelle condizioni ideali di conoscere per scoperta, valorizzando la dimensione ludica e imparando a osservare le cose e le situazioni da più punti di vista”.     Non molto, come si può vedere. Una definizione generica, qualche luogo comune, un po’ di enfasi più adatta a un depliant promozionale che a un documento di progettazione. Qualche elemento in più lo troviamo nella descrizione degli ambienti. Al piano terra sono previsti: un’esposizione degli elaborati realizzati durante gli atelier, uno “spazio interattivo ad alto contenuto tecnologico […] in cui i bambini dovranno poter costruire la propria carta di identità digitale”, una palestra sensoriale per i bambini da 0 a 3 anni, un’area dedicata al cibo (non poteva mancare nella città che del cibo ha fatto il suo brand principale) denominata “spazio per il food”: qui sono previsti un ristorante “a misura di bambino” e una caffetteria. Al primo piano troviamo l’area dei laboratori, dedicati a tre temi: spazio, memoria, città e cittadinanza. Ciascuna di queste aree è dotata di una stanza “pensata come un  ambiente immersivo in cui significante e significato corrispondono” (un passaggio illuminante circa la tendenza a ricorrere a frasi prive di senso per supplire alla carenza di idee) e di un atelier per la “rielaborazione pratica e attiva dei contenuti fruiti nelle stanze espositive”. Infine il tetto, per attività ludiche, sportive e di psicomotricità.  A questo testo se ne aggiunge un altro, più breve, intitolato Documento di indirizzo alla progettazione del concetto educativo-museografico. Non aggiunge molto, ma contiene un passaggio rivelatore. Nel sottolineare che il Muba dovrà essere – tra le altre cose – un luogo creativo, afferma che “la creatività aiuta a sviluppare il cosiddetto problem solving, ovvero la capacità di trasformare un’esperienza difficile e problematica in un processo di crescita costruttiva personale”. Come è noto il problem solving è un concetto che ha origine nella cultura aziendale e rappresenta uno dei termini più in voga del vocabolario neoliberista. Viene correntemente impiegato per supportare una visione utilitaristica dell’educazione, che – secondo questa prospettiva – dovrebbe fornire non più un sapere critico, ma strumenti operativi per “risolvere problemi” contingenti e funzionali alla flessibilità nel mondo del lavoro. È agli antipodi della creatività, nonostante l’anonimo estensore del documento creda che si tratti di un sinonimo. Questo riduzionismo aziendalista trova un riscontro anche nel progetto vincitore del concorso, firmato dal raggruppamento temporaneo di imprese guidato dallo studio Aut Aut di Roma. Nello spiegare perché l’edificio che verrà realizzato ha la forma di una fabbrica (una “reinterpretazione giocosa e singolare dell’archetipo della fabbrica”, è scritto nelle note), gli architetti affermano di essersi ispirati a Loris Malaguzzi, il creatore dei servizi per l’infanzia di Reggio Emilia a partire dagli anni Sessanta, “secondo il quale il bambino è un produttore di conoscenza”. Chissà se questa ridicola sciocchezza – basata su un evidente fraintendimento della visione educativa di Malaguzzi – ha fatto guadagnare punti nel concorso. Non sappiamo chi abbia scritto gli indirizzi. Sappiamo, però, che l’ordine logico della progettazione è stato sovvertito. Nell’immaginare un servizio pubblico, infatti, sarebbe necessario seguire poche e semplici regole. Si dovrebbe partire da un’analisi dei bisogni (qual è il servizio necessario per quello specifico contesto sociale?) e su questa sviluppare la progettazione. Entrambi gli aspetti dovrebbero essere affidati prioritariamente a coloro che operano nel territorio negli ambiti professionali identificati dal servizio. La progettazione architettonica degli spazi dovrebbe partire da questi due elementi ed essere condotta in stretta collaborazione con chi ci lavorerà. Il piano di gestione, infine, dovrebbe essere sviluppato contemporaneamente alle altre fasi. Nel caso del Muba nulla di tutto questo è accaduto. L’analisi dei bisogni non c’è stata (ci torneremo nel prossimo paragrafo). Nelle polemiche delle ultime settimane, l’amministrazione comunale ha difeso il progetto sostenendo che era nel programma elettorale della maggioranza. Questa è dunque la ragione principale alla base della scelta, come se un’opera pubblica indicata in un programma elettorale debba trovare giustificazione in se stessa, senza necessità di essere sottoposta a una verifica e a un’analisi dettagliata. La progettazione culturale non è ancora completa, e la sua versione preliminare, estremamente generica, non è il frutto di chi lavora nel territorio. La progettazione architettonica è stata fatta solo sulla base di queste indicazioni di massima, e successivamente è stata in qualche modo modificata (ma i contenuti di questo confronto non sono di dominio pubblico) dal Comitato scientifico, che è stato nominato due mesi dopo l’affidamento dell’incarico allo studio Aut Aut (e non include nessuno degli operatori che lavorano nel territorio in campo culturale e educativo). Infine, il progetto di gestione non esiste. Mentre le ruspe hanno iniziato a scavare non sappiamo ancora chi gestirà il museo, quanti saranno gli operatori, quali saranno gli orari di apertura, quali saranno i prezzi delle attività a pagamento, a quanto ammonta il budget e quali sono le previsioni di incasso, ecc. L’amministrazione comunale si limita a ripetere che sarà un museo “a guida pubblica”. Nella sua ambiguità, questa formulazione svela che la gestione sarà affidata molto probabilmente a soggetti privati.   …CHE PORTA “BELLEZZA” Giunti a questo punto dell’analisi, non è ancora emersa una valida giustificazione della scelta di collocare il museo al Pilastro. Torniamo quindi al Documento di indirizzo alla progettazione alla ricerca di un nesso tra il contesto e l’opera da realizzare. Il Dip contiene un paragrafo intitolato “Contesto di vulnerabilità”, nel quale riporta l’Indicatore sintetico di fragilità demografica, sociale ed economica. Questa sezione evidenzia le criticità del quartiere, anche se purtroppo è piuttosto scarna. I dati relativi al disagio socio-economico sono comunque reperibili in rete, aggiornati a febbraio 2026. Il Pilastro risulta al primo posto tra le aree di disagio a Bologna. Se questo dato complessivo viene scomposto, troviamo che almeno quattro indicatori risultano i peggiori non solo nell’ambito comunale, ma anche rispetto ai quattordici comuni capoluogo di città metropolitana presi in considerazione dall’indagine Istat: – incidenza percentuale di individui con basso livello di istruzione; – incidenza percentuale di individui di età compresa tra 15 e 29 anni che non sono occupati e non sono iscritti ad alcun corso di studi; – incidenza percentuale di studenti che abbandonano la scuola o ripetono l’anno; – incidenza percentuale di individui con occupazione “non stabile”. Altri indicatori estremamente negativi sono riferiti all’incidenza percentuale di individui a basso reddito e al tasso di occupazione nella fascia 25-64 anni.  Di fronte a questo scenario, l’idea del Muba viene argomentata in questo modo: “La scelta di localizzare la struttura in quest’area particolare della città, oltre che per le peculiari caratteristiche di fragilità economico-sociale e di povertà educativa del contesto più prossimo, risiede nella profonda convinzione che proprio laddove si verificano condizioni di disagio e difficoltà si debba agire portando bellezza nei luoghi, cura e ricchezza nelle proposte, dando vita a opportunità inedite non solo per chi risiede e abita l’area oggetto di intervento, ma per tutte e tutti coloro che, da ogni territorio, potranno e vorranno raggiungere il Pilastro per vivere un’esperienza estetica, ludica e formativa di altissima qualità. Imperdibile occasione è quindi quella di considerare il Muba un attrattore a livello nazionale, capace di riqualificare un’area inserendola nei luoghi di interesse turistico e educativo per le scuole e le famiglie […]. Non è rintracciabile alcun nesso logico tra il disagio sociale del quartiere e la realizzazione del museo, nulla che vada oltre semplici affermazioni di principio non corredate da vere e proprie argomentazioni (siccome il quartiere è povero, ci mettiamo un museo: questo è il senso della prima frase, che non articola un ragionamento ma stabilisce un dogma). In sostanza, l’idea poggia su due basi: la prima è una concezione paternalistica dell’intervento pubblico (noi amministratori regaliamo un elemento di “bellezza” al rione), la seconda è l’attrattività, chiodo fisso delle politiche urbanistiche dei nostri tempi, fossilizzate nella convinzione che lo sviluppo delle aree urbane venga da fuori, e che un ruolo decisivo debba essere giocato da attori di passaggio, che non vivono o lavorano stabilmente nelle città ma, con la loro presenza occasionale o temporanea, portano benessere e ricchezza. Il turismo è in cima ai loro pensieri. Talmente in cima che a Bologna gli amministratori locali sognano di portarlo anche in un quartiere popolare e periferico, per salvarlo da se stesso. Ecco quindi che il Muba, più che un valore per il quartiere, è un pretesto. È un oggetto-calamita, il cui effetto di attrazione dall’esterno è più importante rispetto al contenuto e alla sua capacità di incidere sul tessuto sociale della zona. Ma non è detto che l’attrazione funzioni. A poca distanza dal Pilastro c’è un altro ingombrante oggetto-calamita su cui la precedente amministrazione comunale aveva puntato moltissimo: Fico (Fabbrica italiana contadina), ora ribattezzato Grand Tour Italia, un progetto commerciale infiorettato con improbabili velleità culturali inaugurato nel 2017 e tenuto faticosamente in piedi fino a oggi nonostante l’evidente fallimento. Il Muba potrà contare sull’attività didattica con le scuole, ma cosa ne ricaverebbe il quartiere? Questa domanda indirizza verso un altro aspetto che i documenti del comune di Bologna non chiariscono, e che rappresenta un aspetto decisivo della questione: come può il Muba diventare un luogo di frequentazione quotidiana per chi abita nella zona, come auspicato anche nel Dip e come ripetuto in continuazione dagli amministratori locali per cercare di convincere gli scettici? Come può offrire tutti i giorni “una esperienza unica e irripetibile”? Non può farlo, evidentemente. La sua natura è diversa, l’esperienza che può offrire è episodica, non può essere replicata con continuità.  Di fronte al futuro museo c’è la biblioteca di quartiere Luigi Spina. È lì dal 1974, ed è un punto di riferimento importante per la comunità locale, come riconosciuto anche nel Dip. È un luogo gratuito, rivolto a tutte le età, ricco di attività, e garantisce una possibilità di frequentazione quotidiana che a un museo è negata. Però, come tutte le biblioteche di quartiere, è in sofferenza: spazi, personale, fondi non sono sufficienti, l’orario è ridotto rispetto alle necessità. Il disimpegno del Comune in questo ambito è sotto gli occhi di tutti ed è oggetto da tempo di una mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori dei musei e delle biblioteche pubbliche, che denunciano carenze strutturali, esternalizzazioni, mancanza di finanziamenti. L’impegno di assumere centocinquanta persone è stato disatteso (ne sono state assunte solo quarantuno). Di fronte a tutto questo, la realizzazione di una nuova struttura, i cui costi di gestione non sono neanche stati definiti e i cui contenuti risultano in gran parte indeterminati, assume il sapore di una beffa. Nel quartiere c’è anche molto altro. A fianco della biblioteca c’è Casa gialla, uno spazio per adolescenti aperto nel 2022. E molti altri servizi pubblici per bambini, adolescenti, immigrati, ecc., gestiti dal Comune e da associazioni, attivi da anni, la gran parte dei quali non sono stati coinvolti nella progettazione del Muba. Eppure al  Muba viene assegnato il ruolo di “fulcro” di tutti i servizi attivi nella zona, di coordinamento di quello che viene chiamato “ecosistema educativo”. Perché questo ruolo dovrebbe essere assunto da una struttura nuova affidata alla gestione di persone che non hanno conoscenza ed esperienza del territorio? In che modo il Muba potrebbe svolgere questo ruolo? A queste domande cruciali non c’è risposta: finora hanno prevalso gli slogan e le enunciazioni astratte. IL DISCO ROTTO DELLA PARTECIPAZIONE Di fronte alle critiche crescenti dal momento in cui il cantiere si è installato al Pilastro, l’amministrazione comunale ha rivendicato di avere realizzato un lungo percorso di partecipazione intorno al progetto del museo, articolato in decine di incontri che avrebbero coinvolto associazioni, cittadini e scuole. Proviamo a verificare quanto c’è di vero in questa versione attraverso i rapporti della Fondazione Innovazione Urbana, che ha gestito gli incontri. La prima fase della partecipazione si è svolta tra ottobre e novembre 2022. In quel periodo sono stati realizzati: un incontro con i “corpi intermedi” (le associazioni e le organizzazioni attive nel quartiere, di cui però non è riportato l’elenco), due laboratori con i bambini della scuola primaria Romagnoli (e una mostra con i lavori realizzati), un incontro con una dozzina di adolescenti presso la Casa gialla. Tutto qui. Molto poco, se si pensa che il resoconto di questa fase è stato allegato ai documenti del bando di concorso per la progettazione, e doveva quindi servire da orientamento per i partecipanti. Anche sul contenuto c’è da riflettere, specie per quanto riguarda i passaggi relativi al verde, uno degli argomenti più sensibili. La realizzazione ha comportato infatti l’abbattimento di quattro alberi di alto fusto, derivante anche dal cambiamento della collocazione dell’edificio, prevista inizialmente al posto di una piastra di cemento adiacente la biblioteca e poi spostata di pochi metri, nel parco. Questo esito non era nei desideri di nessuno dei partecipanti agli incontri: né dei “corpi intermedi” (“Viene […] sottolineata l’importanza di un consumo di suolo più limitato possibile con l’obiettivo di valorizzare la componente verde e arborea esistente che caratterizza molto fortemente il parco”), né dei bambini, che agli alberi e alla possibilità di arrampicarsi e costruire case sul loro tronco hanno dedicato molto spazio. Gli alberi, però, sono stati abbattuti, e l’edificio occuperà 750 mq dell’area verde (che non doveva essere toccata). Difficile sostenere che la volontà dei partecipanti sia stata rispettata. Alcuni degli insegnanti coinvolti hanno raccontato che durante i laboratori alcuni bambini hanno realizzato “disegni in cui addirittura […] sognano un percorso attrezzato tra gli alberi del parco e immaginano il museo come una casa sull’albero. Di fatto sul museo si è lavorato poco, ci si è concentrati principalmente sul parco. Quando abbiamo visto quale area dovrebbe occupare il Muba, ci siamo sentiti traditi. […] Se avessimo immaginato una progettualità così estrema, non avremmo partecipato al percorso. Non siamo stati ascoltati, le idee nostre e dei bambini non sono state tenute in considerazione” (Corriere di Bologna, 1 marzo 2026). La strumentalizzazione dei bambini – non c’è altro modo di definirla – è continuata nelle parole del sindaco, che è arrivato ad attribuire proprio a loro la scelta di spostare la collocazione del Muba: “Volevamo farlo inizialmente sulla lastra di cemento, ma abbiamo cambiato […] perché bambini e ragazzi nelle loro osservazioni ci hanno chiesto di mantenere l’area dove giocavano che è quello spiazzo di cemento, non l’area verde centrale dove invece non giocano mai” (Corriere di Bologna, 13 marzo 2026). È lo stesso resoconto della Fondazione Innovazione Urbana a smentire il sindaco: nell’immagine grafica che riassume il modo in cui il parco è vissuto e i desideri per migliorarlo, sulla piastra di cemento in cui amerebbero tanto giocare, i bambini hanno collocato una cacca, il simbolo suggerito per indicare “il posto che mi piace di meno”. In altre aree, invece, hanno messo simboli divertenti per indicare i luoghi piacevoli del parco in cui giocano e stanno insieme. Il resoconto della seconda fase, realizzata tra febbraio e luglio 2023, elenca due incontri con la Consulta comunale per il superamento dell’handicap e con Cinnica – Libera consulta per una città amica dell’infanzia; due incontri con il Diversity Team del comune di Bologna; un focus group con lavoratrici e lavoratori della biblioteca Spina; un incontro “dedicato alle comunità attive (principalmente scuole) e realtà associative del Pilastro”. Vengono registrate anche le riunioni tra il Comitato scientifico e lo studio Aut Aut (ma si tratta di incontri di carattere tecnico che solo con una evidente forzatura possono essere inclusi nei processi partecipativi) e uno stand informativo durante la festa estiva della Casa gialla. Tutto qui, ancora una volta. Non sarebbe finita, in realtà. Il resoconto annuncia la terza fase, la più importante, nella quale “si prevede di coinvolgere la cittadinanza in modo più allargato rispetto a quanto fatto in precedenza”, un percorso che riguarderà “non solo il progetto architettonico ma anche quello allestitivo e dei contenuti, e sarà aperto a tutta la città”. Di questa fase non c’è traccia. Non esiste alcun resoconto, né risultano incontri per i successivi due anni e mezzo. Bisogna arrivare al 16 dicembre 2025 per trovare l’invito a partecipare – a giochi fatti – a un incontro pubblico di presentazione del progetto. Le recinzioni del cantiere erano già montate da un mese. FINZIONI, MENZOGNE E MANGANELLI Come abbiamo visto, è sufficiente una lettura dei documenti ufficiali per individuare le falle del ciclo di progettazione, l’assenza di un’analisi dei bisogni del quartiere, l’uso strumentale di un’istituzione culturale e educativa calata dall’alto, l’assenza di un vero processo di partecipazione. Quello che viene sbandierato come un percorso ininterrotto costellato da decine di incontri con associazioni, operatori, cittadini, non è mai esistito. Tutto si riduce a una manciata di incontri episodici, interrotti da molto tempo, estremamente selettivi per quanto riguarda gli interlocutori prescelti, mai aperti alla cittadinanza. Nella vicenda del Muba troviamo riprodotti tutti i difetti strutturali del sistema di partecipazione messo in piedi nel corso degli anni dal comune di Bologna, basato sull’apparenza e completamente privo di effettivi poteri decisionali (per una analisi più approfondita rinvio a questo dossier). Ora il Comune getta la maschera e impone il progetto con la forza. Forse per la prima volta (dopo quello del TAV in Valsusa) il cantiere di un’opera pubblica viene presidiato dalla polizia, che a più riprese ha effettuato cariche, picchiato i manifestanti e usato in maniera dissennata i gas lacrimogeni (a volte lanciati ad altezza d’uomo, come dimostrato chiaramente dai video che circolano sui social). Il rapporto tra centro e periferia cambia natura, il Comune sceglie il pugno duro, senza valutare le conseguenze. Nessuno può prevedere come questa storia andrà a finire. Per molti aspetti, però, è già finita male, molto male: certe lacerazioni sono difficili da ricucire. (mauro boarelli)
March 16, 2026
Napoli MONiTOR
A Bagnoli tra i lavori della vergogna
Fotogalleria di Giuseppe Carrella e Gaia Del Piano Un gruppo di abitanti e attivisti della Rete No America’s Cup è entrato ieri mattina nei cantieri sulla colmata di Bagnoli, denunciando l’opacità e la pericolosità degli interventi in atto, un disastro ambientale pianificato e attuato attraverso lo scorticamento senza precauzioni della colmata e il prossimo pericolosissimo dragaggio: la sollevazione di sabbia iper-inquinata che verrà depositata in vasche giganti esposta agli agenti atmosferici. Lavoratori senza mascherine e altre misure di sicurezza, trasporto di materiale senza copertura dei camion, una serie di altri inquietanti elementi sono stati riscontrati dagli abitanti che si sono soffermati con la stampa sul pontile nord a mostrare  il materiale foto e video raccolto: «Fino a questo momento – hanno spiegato – i presunti sopralluoghi sono stati effettuati soltanto da esponenti istituzionali, traducendosi in passerelle e patetiche marchette politiche. Da oggi incominciano i sopralluoghi popolari al cantiere, a cui tutta la popolazione è invitata a partecipare, in vista del prossimo consiglio popolare che si terrà a breve nel quartiere». La pacifica invasione è stata anche l’occasione per richiamare l’attenzione sulle complicità che il principale sponsor della manifestazione, la MSC, ha con lo stato genocida di Israele (proprio in queste ore attivisti in tutta Europa stanno denunciando la compagnia di cargo per il trasporto di materiale bellico proveniente dall’India e che ha come destinazione il porto di Haifa, dove c’è una delle più grandi fabbriche di produzione di armi di Israele. La nave cargo MSC SIENA transiterà nei prossimi giorni nel porto di Gioia Tauro). Per circa un’ora i manifestanti sono rinasti nel cantiere spingendosi fino all’ingresso principale per i camion, mentre le forze dell’ordine impedivano l’accesso a chi provava a raggiungerli. Intorno alle 11 il gruppo si è ricompattato ed è tornato prima sul pontile e poi nel quartiere per comunicare al resto degli abitanti ció che era emerso durante la giornata. (rete no america’s cup)
March 15, 2026
Napoli MONiTOR
Dalla miniera all’industria turistica. Due presentazioni a Napoli sulle economie dell’estrazione
(disegno di diego miedo) Sono in calendario in questi giorni a Napoli (entrambe alle ore 18) le presentazioni di un libro e di una rivista che possono generare riflessioni “incrociate” interessanti: oggi pomeriggio alla libreria Tamu si parlerà dell’ultimo numero di Zapruder, rivista di storia della conflittualità sociale, dal titolo “Il capitale sottostante. Realtà e immaginario della miniera” (curato da Mattia Frapporti e Gioacchino Orsenigo); venerdì allo Scugnizzo Liberato del libro Corpi urbani contesi. Etnografia dei beni comuni napoletani nella città turistica, di Martina Locorotondo. Il numero di Zapruder, a cui hanno contribuito non soltanto storici, ma anche sociologi, antropologi e studiosi dei media, offre una chiave di lettura interessante dell’universo-miniera, non solo come luogo di estrazione, ma anche di produzione di forme di vita e di potere, di organizzazione e di resistenza. Dall’alternarsi dei saggi, a dispetto dell’eterogeneità dei casi e dei punti di osservazione, emerge un filo conduttore: la miniera come strumento di analisi dello sviluppo e della trasformazione delle economie, dei territori e delle culture. Così come per tutto ciò che concerne il campo degli studi deindustriali, fondamentale è l’abbandono della prospettiva eurocentrica, e dell’istintiva postura secondo cui, una volta sparita (o meglio invisibilizzata) dal mondo occidentale la fabbrica – e con essa la fabbrica diffusa “sottostante” – questa non costituisca più un ingranaggio decisivo per il funzionamento del sistema capitalistico. Lo sfruttamento otto-novecentesco di risorse umane e materie prime, il prosciugamento dei corpi e delle loro energie, è stato invece solo delocalizzato verso altri territori, nell’ambito di un tipico processo di ciclica ristrutturazione del capitale. È, in un certo senso, proprio questo processo di auto-rinnovamento, di produzione di crisi e di conseguente riassetto dei sistemi economici attraverso lo sfruttamento di altri comparti e territori, il filo che lega le due uscite editoriali. Il libro di Locorotondo, ricercatrice in studi urbani al Gran Sasso Science Institute de L’Aquila, affronta infatti il tema – su cui esiste ormai una letteratura rilevante per quantità e qualità – della turistificazione della più grande città di mare italiana, per molti decenni metropoli industriale e industrializzata. Lo fa senza trascurare gli elementi fondamentali legati a questo processo (il lavoro e l’abitare, su tutti), ma interrogandosi, nella seconda parte del volume, sulle relazioni esistenti anche in termini di prossimità geografica tra gli spazi “liberati” a Napoli nel decennio 2010-2020 (divenuti poi per delibera comunale “beni comuni a uso civico”) e l’economia estrattiva del turismo. L’autrice indaga questa relazione raccontando le storie di uomini e donne che, pur schiacciati dalla forza propulsiva dell’industria turistica, individuano e realizzano – in maniera più o meno organizzata – pratiche di resistenza, o anche solo di sopravvivenza, a beneficio non soltanto di sé stessi, ma di differenti gruppi sociali (la mensa comunitaria, gli spazi da dedicare alla crescita di bambini e adolescenti, quelli delle comunità migranti per celebrare le proprie festività, e così via). Non si tratta, spiega Locorotondo, semplicemente di processi di mutuo aiuto, ma di (ri)costruzione di modelli che la monocultura turistica tende a eliminare, imponendone altri basati esclusivamente sul rapporto venditore-acquirente. Non è solo l’attuazione di pratiche solidali, ma il tentativo di ripristino di sistemi di convivenza, di produzione di sapere e di microeconomie alternativi, “nell’orizzonte di possibilità della città […] altrimenti offuscato da una visione unica, totalizzante, quasi gestaltica del realismo capitalista”. I processi che si articolano nell’ambito dei beni comuni cittadini vengono ben descritti nel libro, ma anche efficacemente problematizzati, fornendo elementi utili per costruire un bilancio della complessa stagione del “neomunicipalismo” napoletano. Un tema è, per esempio, la difficile “espansione” dei beni comuni, intesa non solo come conquista e sottrazione di spazi all’economia dominante (oggi il turismo, domani chissà), ma come estensione di pratiche e modelli all’esterno delle mura di questi spazi, verso il resto della città e dei suoi abitanti. Emergono così alcune domande: ha la forza, così com’è strutturato il modello dei beni comuni, per contrastare la brutale espansione della città turistica? Quali sono i motivi per cui questo modello non è riuscito a elaborare, negli anni, efficaci strategie di contrattacco, arenandosi su quelle di resistenza? Ha davvero avuto così tanta importanza il riconoscimento istituzionale di questi spazi e pratiche, considerando che l’atteggiamento indolente tenuto dalle giunte de Magistris nei confronti del fenomeno turistico ha avuto un ruolo non secondario nella creazione di un contesto che ormai circonda e minaccia quelle stesse esperienze? Naturalmente, la lettura incrociata del libro e della rivista pone anche altre questioni, difficili da sintetizzare. Su tutte, i mutevoli rapporti tra spazio urbano, uomo e macchina (il lavoro, per esempio, riorganizzato sulla base di nuove recinzioni materiali e non: dalla miniera ad altissimo tasso tecnologico, all’industria turistica basata sulle piattaforme); le conseguenze, comuni ai differenti modelli di industria estrattiva, in termini di dipendenza economica di interi territori da queste economie, di distribuzione ineguale delle ricchezze, di processi di sradicamento; la ciclicità di strategie di resistenza comunitarie, differenti a seconda dei contesti storici e geografici (dalle rivolte dei minatori inglesi degli anni Ottanta alle pratiche di resistenza informale degli abitanti del centro storico di Napoli – e attenzione a non circoscriverle ai soli attivisti consapevoli, dimenticando quelle spontanee, non sostenute da una lettura complessiva e politica, ma non per questo meno frequenti ed efficaci, da parte di tante altre possibili inesplorate “soggettività contese”). Un’ultima questione su cui è importante spendere qualche parola è la prospettiva a partire da cui questi contributi sono stati concepiti: nel più dei casi (e totalmente, nel caso del libro di Locorotondo, che di uno dei tre spazi raccontati nel volume è attivista) si tratta di una prospettiva politica, che può fornire un contributo analitico “interno” ai movimenti, in connessione con la molteplicità di pratiche ed esperienze che vi maturano. Una ricerca che va fatta con rigore ma in punta di piedi, nella consapevolezza di dover interagire con una collettività, proponendo non soluzioni ma contenuti, al fine di stimolare domande e poi – eventualmente – risposte collettive. (riccardo rosa)
March 12, 2026
Napoli MONiTOR
In corteo sulla via Appia. Il movimento Basta Impianti invade l’ex Ginori-Pozzi
Fotogalleria di Giuseppe Carrella Sono le due del pomeriggio di un sabato di fine febbraio. Il sole, ancora incerto, scalda quasi. Siamo in cinque, stipati in macchina, diretti al corteo regionale del movimento Basta Impianti. Dal finestrino la Campania interna: capannoni, rotonde, pescheti già rosa, stretti tra la statale e le sparute serre. Poco prima dell’uscita di Capua c’è un grosso rudere quasi completamente inghiottito dalla vegetazione –mura di edera, qualche albero che sbuca dai finestroni, una veranda in lamiera. Quaranta minuti di viaggio, poi parcheggiamo sul ciglio della via Appia, tra Sparanise e Calvi Risorta. Sul cartello quadrato è scritto VIII |188, accanto un adesivo con l’hashtag #BastaImpianti. Usciamo e siamo davanti all’ex Ginori-Pozzi: quarantasei ettari, dodici campi da calcio di rifiuti chimici tombati. Neanche due passi e si nota nel piazzale una moltitudine di blindati della polizia, una concentrazione sproporzionata di forze dell’ordine. Le sagome scure della celere sono schierate a difesa della montagna di veleni. Dietro il cordone corazzato, un camion varca il cancello secondario della struttura – probabilmente trasporta rifiuti verso le aree della Encon, attualmente attiva in una porzione del sito. La discarica, insomma, esiste ancora. Davanti si radunano molte persone. Alcune sono vestite da alberi, altre portano maschere di foglie e rami. Ognuno porta con sé qualcosa che richiami il bosco. Il furgoncino del corteo con le casse è ricoperto per metà da rami d’ulivo. Il sole brilla sull’asfalto, un vento leggero muove le bandiere. Nelle ultime settimane il movimento ha fatto passi importanti, ottenendo udienza dal presidente Fico e dalla giunta regionale. L’amministrazione si sarebbe esposta per una legge regionale finalizzata a bloccare le autorizzazioni a nuovi siti di stoccaggio e trattamento rifiuti in Terra di Lavoro. La proposta vuole rispondere alle istanze del movimento rispetto alla saturazione ambientale e sanitaria dell’alto casertano – un territorio che da decenni accumula impianti, sequestri, malattie e promesse non mantenute. La creazione di un tavolo permanente è uno dei passi in avanti. Non è un mistero, al contempo, che la partita è anche elettorale, appetibile per diversi amministratori locali vicini alla neo-insediata giunta. L’ambiente, da queste parti, è una leva potente tanto per chi lo devasta, quanto per chi promette di difenderlo. C’è una bozza di legge, un punto di partenza che come tale va trattata: restano per esempio aperti i capitoli delle bonifiche e dell’indice di saturazione ambientale, tanto che all’assemblea del 18 febbraio di Basta Impianti alcuni attivisti avevano ribadito: «Il movimento non viaggia al tempo della burocrazia: non permetteremo un arenamento dell’iter, al contrario vigileremo e ci faremo coinvolgere passo passo negli avanzamenti». Il tema della bonifica resta intanto in sospeso. Da qui la scelta del concentramento all’ex Pozzi, ferita viva per molte generazioni. Dal furgone pieno di fronde si susseguono gli interventi. Si parla di desertificazione dei territori in funzione del profitto, di gruppi speculativi ben identificati, troppo spesso vicini alle istituzioni locali. Si parla degli ultimi sequestri e dei procedimenti in essere. Poi si inizia a camminare lungo l’Appia. Sullo striscione di testa c’è scritto: “Vostri i disastri, nostri i martiri”. A bordo strada si agitano nel vento i fiori gialli di campo. Tra i fumogeni, davanti alla non lontana sede della Calenia spa, alcune persone-albero annodano uno striscione sul reticolato che la cinge: “Lega e Calenia fuori dall’Agro Caleno“. I camminanti avanzano, molti di quelli con le maschere di foglie portano percussioni, flauti, e altri strumenti. La statale è un susseguirsi di recinzioni alle zone industriali, su un cancello sono incastrati due mazzi di fiori. Ci accompagna la Clown Army: fingono di essere poliziotti con mitra di palloncino, poi si stendono morti davanti ai cancelli della Gramar srl, poco distante dalla Calenia. Anche qui uno striscione copre parte del grigio: “Ampliamento Gramar = Ampliamento malattia”. Il caso Gramar è emblematico. L’impianto di smaltimento e trattamento ha subito un sequestro preventivo nel novembre del 2025 – piazzali di stoccaggio, impianti di trattamento, sistemi di scarico reflui finiti sotto sigillo. Gli ampliamenti del sito bypassano gli strumenti autorizzativi che dovrebbero proteggere il territorio. Il problema è anche metodologico: l’Indice di Saturazione Ambientale (ISA) usato da Arpac e Regione si basa su un modello deterministico e statistico che in molti considerano superato. L’ISA calcola l’impatto tramite cerchi concentrici intorno al sito, i cosiddetti buffer, un’astrazione geometrica che ignora la fisica del trasporto inquinante e i vettori ambientali reali. Le sostanze nocive non si concentrano infatti come circonferenze: seguono l’idrografia superficiale e i venti dominanti. Il non lontano Rio Lanzi funge da nastro trasportatore di sostanze che l’indice non considera. Un impianto che appare sicuro sulla carta può essere catastrofico, se inserito in una rete idrica già compromessa. Giro di boa. Di ritorno in direzione dell’ex Pozzi, una ragazza vestita da Mazzamauriello, folletto tipico dei boschi caleni, saltella sul ciglio della strada. Continuano gli interventi dal furgoncino, la voce rimbalza amplificata sull’asfalto. Avvicinandoci al punto di partenza notiamo un altro camion che svolta dietro l’asserragliamento di blindati. Una volta nel piazzale il furgoncino del corteo si avvicina al cancello secondario, ancora aperto per il passaggio del mezzo. Entriamo. Avanziamo tra scheletri di edifici e bobine di cavi abbandonate. L’odore è quello di una discarica. Superiamo i cancelli divelti della zona interdetta. Ci vengono mostrati i campioni della caratterizzazione del 2015, lasciati lì, in parte aperti o ribaltati. Gli interventi finali sono più duri: si parla di quest’area, di quello che contiene, della totale indifferenza delle istituzioni. Qualche giorno dopo il corteo alla procura di Caserta si è riunita la commissione parlamentare Ecomafie. La seduta è stata del tutto insoddisfacente: ignoranza rispetto alla complessità del fenomeno, minimizzazione della pericolosità, una malcelata tendenza a ridimensionare l’urgenza di una bonifica che aspetta risposte da decenni, soprattutto rispetto all’ex Pozzi. Alla successiva assemblea di Basta Impianti, Salvatore Minieri, giornalista, ha spiegato i rischi concreti di un grande progetto speculativo per eludere la bonifica, richiamando dati ancora attuali: «La relazione tecnica fatta già dodici anni fa dal professor Buondonno, ordinario di pedologia alla Vanvitelli, aveva campionato il terreno ogni centoventi metri, raccogliendo ventiquattro campioni, divisi tra cancerogeni e non. Tredici su ventiquattro erano carcinogenici, con un tasso di incidenza tumorale associato al novanta per cento». Il tempo della politica, insomma, non è quello delle ferite, e le risposte mancano da quando molti di quelli che al corteo indossavano maschere di foglie erano bambini: l’ex Pozzi continua a marcire, sorvegliata speciale, in attesa che qualcuno decida se bonificarla o specularci sopra. Ora il tavolo permanente è istituito, la bozza esiste. Si avanza lentamente, ma ora avanza anche il bosco. E la primavera, a febbraio, è solo una promessa. (edoardo benassai)
March 11, 2026
Napoli MONiTOR
Il piano “deregolatore” di Torino. Uno studio sugli usi temporanei
(archivio disegni monitor) Pubblichiamo dalla pagina di Un Altro Piano per Torino Dall’autunno del 2023 come assemblea Un Altro Piano per Torino seguiamo la genesi del nuovo piano regolatore generale per conoscerne a fondo gli obiettivi, criticarne gli aspetti problematici e al contempo immaginare un piano regolatore alternativo, dal basso, capace di rispondere alle esigenze di chi abita la città. Sin dall’inizio l’assemblea ha istituito dei gruppi di lavoro per elaborare approfondimenti tematici puntuali: un gruppo si occupava di politiche abitative, uno di ambiente, un altro di sanità. C’era ancora un gruppo di lavoro dedicato alla “narrazione” e alla “comunicazione” e aveva il fine di studiare i discorsi delle classi dirigenti impegnate a sviluppare il nuovo piano regolatore, individuarne l’ideologia e gli obiettivi e procedere alla decostruzione. Se i primi gruppi avevano l’ambizione di immaginare un piano regolatore alternativo, l’ultimo intendeva invece smantellare i presupposti di quello in corso di elaborazione presso gli uffici del comune. Questo articolo intende ordinare i risultati della ricerca di quest’ultimo gruppo, e divulgarli. Nel corso delle prime riunioni dell’intera assemblea si ragionava spesso su un aspetto che emergeva dal cantiere del nuovo piano regolatore: le regole urbanistiche in gestazione apparivano più flessibili e malleabili, in modo da rendere più semplice l’intervento dei privati desiderosi di investire sulla città e sugli spazi edificabili. La delibera sull’atto di indirizzo del nuovo piano regolatore del 2023 stabilisce di “prendere atto dei contenuti della Proposta Tecnica del Progetto Preliminare della Revisione del Piano Regolatore Generale della Città di Torino”. La Proposta Tecnica era stata redatta dalla giunta precedente nella speranza di realizzare una revisione del piano, poi naufragata. Tuttavia il nuovo piano parte dai presupposti della Proposta Tecnica. Il documento della “Relazione illustrativa generale” della Proposta Tecnica sostiene la necessità di garantire velocità d’intervento degli investitori e dunque di assottigliare le regole che vincolano l’azione trasformativa. Queste regole sono le destinazioni d’uso delle aree urbane, ovvero i vincoli definiti dal piano alle attività e alle funzioni realizzabili in un determinato spazio. Già la Proposta Tecnica intendeva rarefare le destinazioni d’uso: “La presente PTPP (Proposta Tecnica del Progetto Preliminare) […] prevede una […] riduzione [delle Aree Normative] da 23 a 13. Questo significa, ovviamente, una più estesa possibilità di intervento all’interno di ciascuna Area Normativa dell’edificato esistente […]. All’interno di ciascuna Area Normativa, la distribuzione delle destinazioni edilizie, seguirà pertanto un andamento maggiormente flessibile in relazione alle esigenze del mercato”. Il nostro gruppo di lavoro intendeva quindi ragionare su questo sogno di flessibilità per comprenderlo in modo dettagliato. Sin dai primi incontri abbiamo deciso di studiare gli “usi temporanei” in città, perché apparivano come un’anticipazione della flessibilità prevista poi come strutturale nel futuro piano regolatore. Gli usi temporanei prevedono, per un periodo determinato, la possibilità di impiegare immobili o aree urbane in deroga alle regole urbanistiche vigenti. L’amministrazione pubblica deve quindi approvare un uso temporaneo di un’area e affidarne la gestione a un ente privato o del terzo settore che ha presentato un progetto. Nei mesi abbiamo analizzato iniziative capaci di insinuarsi in aree dismesse della città per organizzare eventi culturali, dibattiti, feste e serate musicali al fine di rendere più attraenti e vivi i luoghi, dunque più appetibili per gli investitori. Notavamo allora l’esistenza di strumenti amministrativi ibridi e variegati per favorire la partecipazione del privato agli interessi pubblici e la collaborazione fra terzo settore e istituzioni. Ad esempio abbiamo scoperto come già la giunta Appendino aveva accolto la richiesta del Politecnico di collocare “manufatti prefabbricati” da adibire a “spazi didattici” in un’area un tempo industriale del complesso di Mirafiori. Con la delibera 876 del settembre 2021 la Città permette l’intervento del Politecnico consentendo un “uso temporaneo” in deroga alla destinazione d’uso prevista. L’area apparteneva a Torino Nuova Economia, ente partecipato dal Comune. Nel 2024 il sito viene messo in vendita dalla società TNE e a dicembre dello stesso anno il Politecnico lo acquista definitivamente. In seguito, nel corso delle nostre discussioni, abbiamo scoperto che la Città aveva da poco messo a punto uno strumento che ha l’ambizione di dare ordine a queste iniziative, trovando una formula comune e, pertanto, più facilmente applicabile: una delibera sugli “usi temporanei”. LA DELIBERA 444 E GLI USI TEMPORANEI La delibera 444 sugli usi temporanei è stata approvata dal Consiglio comunale di Torino il 27 giugno 2022. La delibera definisce i criteri per riconoscere alle aree “nuovi usi, diversi da quelli previsti dallo strumento urbanistico vigente” e nello specifico regola “l’uso temporaneo di aree e fabbricati di proprietà privata […] di durata inferiore ai centottanta giorni annui”, “l’uso temporaneo” di “aree e fabbricati” per una durata superiore ai centottanta giorni e infine “l’uso temporaneo” di “aree libere di proprietà privata” sempre per un periodo superiore a centottanta giorni. Per i periodi più lunghi le concessioni possono durare tre anni e possono essere rinnovate di altri due, “decorsi i quali non potrà essere ulteriormente reiterata”. Eppure la delibera apre anche alla stabilizzazione: “Per tutti gli interventi autorizzati è facoltà dell’Amministrazione […] rendere stabili le destinazioni d’uso temporanee, previa verifica della dotazione degli standard urbanistici, attraverso l’adeguamento degli strumenti urbanistici e il versamento degli oneri relativi alla valorizzazione dell’area ai sensi della normativa vigente”. Interessanti sono le finalità menzionate dalla delibera stessa: “La presente deliberazione ha l’obiettivo di costruire un quadro di riferimento locale univoco e di semplice utilizzo per rendere immediatamente disponibili aree ed edifici di proprietà privata oggi in attesa di trasformazioni […] al fine di orientare le prospettive di governance dei processi di trasformazione sulla rigenerazione urbana tout-court [sic], attivando dinamiche di rinnovamento di immobili non ancora del tutto trasformati o in attesa di rifunzionalizzazione”. Dunque gli usi temporanei devono insistere su quelle zone in attesa di riqualificazione così da attirare gli investimenti: “l’attuazione dell’uso temporaneo si avvantaggia di una essenziale natura esplorativa volta ad ‘innescare’ la trasformazione di determinati luoghi”. “Da una parte – continua il testo – l’opportunità di innestare nuovi usi […] riporta un’attenzione specifica su alcuni dei luoghi abbandonati o degradati della città” e dall’altra “l’attuazione dell’uso temporaneo promuove un grado maggiore di flessibilità negli usi degli spazi, costituendo uno strumento utile per testare la ricaduta in termini qualitativi di una specifica funzione in un determinato luogo e valutarne l’efficacia rispetto alle esigenze della popolazione”. L’uso temporaneo, allora, non è solo uno strumento d’avanguardia per immaginare una città dalle regole flessibili, ma è anche un’occasione per sperimentare il tasso attrattivo di un’area, la sua possibilità di generare consumi, la disponibilità a stimolare valore simbolico. LA CAMPAGNA COMUNICATIVA PER IL NUOVO PIANO REGOLATORE Il legame fra la delibera sugli usi temporanei e il piano regolatore è stretto e questo è divenuto evidente nel corso degli eventi comunicativi dedicati al futuro urbanistico di Torino. Dall’autunno del 2023 e fino al 2025 la Città organizza momenti di confronto con la cittadinanza per favorire un sedicente coinvolgimento democratico in vista della scrittura del nuovo piano regolatore. La campagna comunicativa è gestita da Urban Lab. Urban Lab è un’associazione controllata dalla Città di Torino e dalla Compagnia di San Paolo e – si legge sul sito – è nata “per raccontare i processi di trasformazione di Torino e area metropolitana”. Urban Lab è un’agenzia di comunicazione dello sviluppo urbanistico torinese e ha organizzato dibattiti sul nuovo piano nelle circoscrizioni alla presenza di pochi cittadini, degli enti territoriali del terzo settore, degli amministratori e dell’assessore all’urbanistica Mazzoleni. I partecipanti potevano scrivere osservazioni su bigliettini e l’assessore – ovvero colui che ha la direzione politica della stesura del nuovo piano – poteva rispondere ad alcuni quesiti alla fine del suo monologo. Ancora, Urban Lab ha organizzato negli stessi mesi passeggiate nei quartieri per far sì che emergesse ulteriormente la voce degli abitanti. Le iniziative erano nel complesso insignificanti, eppure producevano foto e video utili a costruire una narrazione di partecipazione democratica. In taluni contesti, tuttavia, l’assessore è anche sceso nel merito e ha fornito spunti interessanti. Lunedì 25 marzo 2024 Urban Lab ha organizzato in Circoscrizione 1 un incontro fra l’assessore Mazzoleni e i consiglieri di circoscrizione. Ha affermato Mazzoleni: «Il lavoro che stiamo facendo è ragionare per anticipazioni. Ogni volta che capiamo una cosa – un obiettivo, o una politica che ci interessa fare, più tecnica o più alta – subito cerchiamo di capire se c’è uno strumento con cui anticiparla rispetto al piano. La logica, un po’ controintuitiva, è che vedrete arrivare pezzi di piano e poi alla fine il piano sarà completo. Non è facilissimo: la delibera sugli usi temporanei è stato il primo pezzo. L’idea che la normazione delle destinazioni d’uso possa essere più libera nelle fasi transitorie rispetto alle fasi finali è una cosa noi che vogliamo mettere nel piano, ma che siamo riusciti a fare prima. L’idea è che dobbiamo anticipare alcune delle cose, altrimenti, se stiamo qua ad aspettare due o tre anni, poi è troppo tardi». Si trattava, almeno, di una conferma in merito all’opportunità del nostro percorso di approfondimento critico. Mazzoleni è ancora più chiaro il 21 ottobre 2024 in una audizione per la Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie. “Vado velocemente al tema piano regolatore – ha affermato Mazzoleni – […] un piano regolatore fatto oggi, quarant’anni dopo, [deve] portare a un mutamento di paradigma. Questo è molto complicato in una legge regionale vecchia di cinquant’anni, quindi è una sfida complessa, che ci sta mettendo alla prova, ma che abbiamo deciso di intraprendere. […] Abbiamo in particolare varato quasi subito una delibera sugli usi temporanei, che è una specie di deregulation, ma limitata nel tempo, per cui dandosi un orizzonte di tempo finito, nel caso più lungo al massimo di cinque anni, si è molto più liberi, ma con un’approvazione politica dell’uso che viene proposto e tanti altri casi in cui si è ritenuto che si dovessero far atterrare subito sulla città alcuni principi che poi arriveranno con il Piano regolatore, ma devono essere praticabili subito”. Il termine “deregulation” non è stato mai utilizzato da Mazzoleni negli incontri pubblici. In un contesto diverso – in una audizione con la commissione parlamentare, senza la presenza di giornalisti e cittadini – l’assessore mostra in modo più chiaro la direzione ideologica del piano regolatore in formazione. GLI USI TEMPORANEI REALIZZATI Al momento esistono in città almeno cinque applicazioni delle leggi sugli usi temporanei. In due casi sono stati realizzati servizi pubblici: un ufficio postale temporaneo alle Vallette e un centro di raccolta rifiuti in via Massari. Quest’ultimo è realizzato con i fondi PNRR in un’area dismessa che appartiene già alla Città, quindi la proprietà pubblica non consente l’impiego della delibera urbana sugli usi temporanei. Si legge nella delibera relativa a questo centro di raccolta (la 604 del 2024): “In attesa dell’adeguamento del P.R.G., considerata l’urgenza di realizzare l’ecocentro determinata dalle tempistiche per l’utilizzo dei fondi assegnati, si ritiene opportuno attivare il procedimento previsto all’articolo 23 quater – Usi Temporanei del Testo Unico dell’Edilizia […]. Tale articolo prevede infatti che, allo scopo di attivare processi di recupero e valorizzazione di immobili e spazi urbani dismessi e favorire, nel contempo, lo sviluppo di iniziative economiche, sociali, culturali o di recupero ambientale, il Comune possa consentire l’utilizzazione temporanea di edifici ed aree per usi diversi da quelli previsti dal vigente strumento urbanistico”. Il piano regolatore viene quindi forzato – in attesa di uno nuovo, e più flessibile – per permettere d’impiegare in tempo i fondi PNRR: se non vale la delibera 444 sugli usi temporanei di proprietà private, allora si può far riferimento al Testo Unico dell’Edilizia. Il terzo uso temporaneo riguarda la struttura del castello di Lucento, situato vicino all’area della Thyssen. Qui una fondazione per l’infanzia e l’adolescenza ha ottenuto dalla proprietà la gestione in comodato d’uso dell’immobile per dieci anni al fine di realizzare un polo socio-educativo e culturale rivolto a bambini e giovani. La giunta comunale è intervenuta con una delibera per il riconoscimento dell’uso temporaneo al fine di consentire al piano terra la realizzazione di un polo museale, un salone polivalente e un “punto di somministrazione”, ovvero un ristorante e una caffetteria. La fondazione, infatti, oltre a realizzare progetti sociali, permette di accogliere privati che intendano organizzare compleanni, celebrazioni di laurea, matrimoni e convegni. Questa ibrida ambiguità fra servizi sociali, arte e attività private sembra una chiave interessante per leggere la città del futuro immaginata dalle classi dirigenti. L’arte, in particolare, gode di un’aura di cultura alta, disinteressata, ma nel concreto pare giustificazione e incentivo di interventi volti ad aumentare il valore di brani di città. Non è un caso, allora, se il quarto uso temporaneo riguarda un complesso immobiliare in corso Giovanni Lanza, affidato all’associazione culturale Flashback per realizzare esposizioni, residenze artistiche, eventi culturali. Non manca la somministrazione di vivande e bevande al bar e bistrot interno alla struttura e nominato “Il Circolino”. Ancora nel dicembre 2024 la Città di Torino delibera il riconoscimento di uso temporaneo a un immobile in via Cigna all’angolo con via Cervino. La struttura appartiene a AET Immobiliare Spa ed è stata affittata per sei anni da Orange Torino S.r.l., società che controlla una catena di palestre in tutta l’area metropolitana. Orange ha aperto da pochi mesi una palestra nello stabile di via Cigna e offre la disponibilità di numerosi macchinari, docce, una sauna e attività sportive su prenotazione. Per legittimare la sua esistenza in deroga al piano regolatore, la palestra deve garantire un accesso calmierato alle realtà sociali del quartiere tramite il coordinamento della Circoscrizione 7. I pesi e i tapis roulant sono disposti in lunghi corridoi sotto un alto soffitto con vetrate: è uno spazio industriale dismesso. Qui si trovava la SICME che produceva macchine per la smaltatura dei fili di rame. L’azienda è entrata in crisi a inizio secolo ed è fallita nel 2004. Nel novembre dello stesso anno gli operai della SICME hanno occupato per due giorni la portineria per protestare e vigilare sulla vendita, ma sono stati sgomberati dalla polizia. L’ala della SICME adiacente alla palestra è invece adibita a museo d’arte moderna e contemporanea: il museo Ettore Fico inaugurato nel 2014. Nella vicenda di uno stabile emerge allora la storia industriale e urbanistica della città e, di conseguenza, diventano più chiari la funzione e l’orizzonte del nuovo piano regolatore. DAGLI USI TEMPORANEI AL NUOVO PIANO REGOLATORE Flessibilità, temporaneità e ibridazione: sono queste le tre parole chiave per descrivere le peculiarità di uno strumento amministrativo come gli usi temporanei. E riteniamo che, in modo speculare, la critica agli usi temporanei potrà essere efficace anche per interpretare il piano regolatore in gestazione. L’ultima parola chiave, in particolare, merita ancora una riflessione: gli spazi ibridi mescolano servizi alla comunità e attività imprenditoriali – si fornisce supporto agli adolescenti, ma si apre il luogo alle feste private; si ospita un dibattito sull’arte e si offre la cena al bistrot; si garantisce una vaga accessibilità pubblica a una palestra che resta un’attività privata gestita da un’azienda – e questa ibridazione configura forse il volto futuro della città: ogni spazio potrà essere consegnato agli estrattori di valore e ai loro interessi in cambio di sparuti servizi gestiti dalle stesse entità private. Il 16 dicembre 2025 la giunta ha approvato il progetto preliminare del nuovo piano regolatore e ne auspica l’approvazione in consiglio comunale entro febbraio 2026. Al momento non abbiamo modo di leggere il testo e ci limitiamo a interpretare le parole veicolate dall’ufficio stampa dell’amministrazione e riportate dai giornalisti. Emerge un piano che prevede un aumento di abitanti o fruitori della città (almeno duecentomila in più) e di conseguenza una crescita edilizia all’interno della città, auspicando un incremento di volumi in altezza. Sono individuate otto zone speciali di trasformazione urbana e, grazie alla perequazione urbanistica, in queste aree elette si disarticolano i vincoli posti dalle destinazioni d’uso e si permette di costruire senza ricorrere alle procedure di variante urbanistica: il costruttore potrà edificare in cambio di interventi pubblici in altre parti di città. Il piano non è ancora stato approvato, restano ancora diversi passaggi formali: ci auguriamo che queste note critiche e analitiche possano contribuire alla forza d’una opposizione collettiva. (un altro piano per torino) 
March 10, 2026
Napoli MONiTOR
La rivolta come diserzione? Fuori la grana o vi ammazziamo! di Alèssi Dell’Umbria
(disegno di guerrilla spam) È uscito di recente per le edizioni Tabor Fuori la grana o vi ammazziamo! di Alèssi Dell’Umbria, un autore noto in ambienti di movimento in Italia, ma di cui restano fondamentali due opere non ancora tradotte: Histoire universelle de Marseille, un’imponente archeologia politica e sociale della città, apparsa proprio mentre Marsiglia veniva sacrificata sull’altare della “capitale europea della cultura”, e Tarantella! Possession et dépossession dans l’ex-royaume de Naples. Quest’ultimo è il resoconto di un Sud Italia che l’autore conosce bene, in bilico tra emarginazione sociale e recupero spettacolare. Ed è proprio da qui, da una necessaria lettura da Sud, che bisogna partire per riflettere sull’ultimo libro di Dell’Umbria. Il titolo riprende una scritta apparsa su un muro di Marsiglia nei primi anni Ottanta e ci introduce nelle vicende degli Os Cangaceiros, un gruppo fuorilegge attivo in Francia tra il 1984 e il 1992. Dell’Umbria, che di quel gruppo fece parte, non scrive una semplice memoria, ma restituisce il racconto di un’esperienza politica ed esistenziale lontana dai dogmi del militantismo tradizionale, capace di fondere l’elaborazione teorica radicale con una pratica di vita estranea alle leggi del Capitale. Tra sabotaggi, riappropriazioni e rifiuto del lavoro salariato, questa banda di giovani si organizzò per vivere senza lavorare e per sostenere le lotte sociali, dalle prigioni alle fabbriche fino alle periferie urbane. Il tutto senza abdicare alla vita, ma soprattutto senza mai rinunciare a una riflessione costante, necessaria a interpretare la realtà e a dotarsi di strumenti analitici per agire. “A differenza di quei militanti che hanno la tendenza a credersi indispensabili – scrive Dell’Umbria – pensavamo che gran parte del negativo all’opera nelle viscere di questo mondo agisse innanzitutto sotto forma di astensione”. La vicenda degli Os Cangaceiros s’inserisce in questo solco. Come scrive lo stesso autore, “bisognava organizzarsi per attraversare il deserto che avanzava”. Era indispensabile pensare alla rivoluzione attraverso l’amicizia, vendicarsi di coloro che organizzano la nostra infelicità. Erano questi gli obiettivi prioritari, come scrissero in un editoriale della rivista che pubblicavano in modo irregolare (i cui numeri possono essere sfogliati qui). L’esperienza di questo gruppo di affinità si colloca nel riflusso post ’68, quando l’interrogativo centrale riguardava la forma delle soggettività rivoluzionarie in un’epoca controrivoluzionaria. Dell’Umbria rispondeva guardando alla “resistenza per inerzia”, convinto che l’indifferenza della maggioranza dei proletari verso l’attivismo non fosse apatia, ma una forma di resistenza non catalogabile, capace di togliere ossigeno alla scena spettacolare del potere. Da questa prospettiva, ogni elogio del proletariato in quanto classe era visto come controrivoluzionario, poiché mirava a reinserire una soggettività intrinsecamente negativa nel contratto sociale attraverso i “racket sindacali e politici”, vale a dire quelle organizzazioni che gestiscono il conflitto per renderlo compatibile con il sistema. Il rifiuto del lavoro (capitalistico) è alla base di questa visione. È la diserzione generalizzata in quanto stile di vita a fare conflitto, per le strade e sul posto di lavoro. Non il volontarismo etico. Alla radice di queste scelte troviamo una lettura eterodossa degli scritti giovanili di Marx ed Engels. Dell’Umbria spiega bene come, in un’epoca di riflusso, bisognasse volgere lo sguardo ai proletari senza però invocarli come soggetto investito di una missione storica trascendente. Il proletariato veniva definito come una soggettività in atto, inafferrabile secondo le categorie classiche. Inscrivere questa soggettività negativa in un contratto sociale è esattamente il ruolo dei racket sindacali e politici. Dell’Umbria riprende la questione del “racket”, concetto caro a Max Horkheimer e a Jacques Camatte, che ne aveva scritto nella rivista neo-bordighista Invariance: quelle organizzazioni che si interpongono tra la rivolta e la realtà, gestendo il conflitto per neutralizzarlo o renderlo compatibile con il sistema. Non si trattava di imporre un livello di scontro, ma di sposare quello già in campo. In quest’ottica, il fatto che l’immensa maggioranza dei proletari resti indifferente alle ingiunzioni dell’attivismo la rende persino più minacciosa. Dell’Umbria e i suoi assistevano in diretta alla disgregazione sociale degli anni Ottanta e alla dissoluzione della classe operaia – con i sindacati ad accompagnarla e a fare in modo che l’operazione filasse liscia – guardando invece a quei cicli di rivolta che avevano ribaltato l’istituzione degli operai in quanto classe mediata dalla rappresentanza sindacale – da piazza Statuto a Mirafiori, passando per lo sciopero insurrezionale in Belgio nel 1960. Che effetto può avere questa riflessione nella città del movimento storico dei disoccupati organizzati e delle “fragili alleanze”, in una Napoli popolata da quegli “abietti” refrattari all’inquadramento in partiti e sindacati tradizionali che non sono mai riusciti ad addomesticarli? Il volume di Dell’Umbria sembra parlare a questo proletariato marginale, ma lo fa smascherando i limiti di un certo attivismo militante e del suo nichilismo passivo, laddove il rifiuto del lavoro viene sbandierato come posa ideologica da chi può permetterselo, senza però avere né la capacità di agire l’illegalità radicale, né la forza di elaborare riflessioni teoriche. Dell’Umbria, tra l’altro, spiega bene che gli Os Cangaceiros si sciolsero proprio perché non riuscivano a superare una “pura negatività” che rischiava di svuotarli dall’interno. La prima sollecitazione che emerge da un libro del genere è che la diserzione non è un’astrazione morale, ma una pratica materiale che, se non evolve in soggettività politica, si condanna all’autoconsunzione. Il secondo spunto riguarda l’alibi dell’idealizzazione. Persiste un pensiero di movimento che tende a mitizzare i subalterni solo in quanto tali, finendo però per lavarsene le mani; un pensiero che trasforma la marginalità in un santuario, producendo però solo inazione e immobilismo. Ma idealizzare il subalterno significa mummificarlo nella sua condizione di esclusione, e mentre il potere criminalizza il “refrattario”, il militante lo mimetizza nel mito. Ed entrambi gli impediscono di farsi soggetto. Questa dinamica è rischiosa soprattutto nei contesti dove il deserto sociale si espande e l’azione di chi è fuorilegge non è affatto accompagnata da elaborazioni teoriche radicali. La storia degli Os Cangaceiros suggerisce che la vera rottura non avviene tramite l’ostentazione dell’identità marginale, ma quando la soggettività diventa inafferrabile. Il lavoro, in un contesto segnato da disoccupazione endemica e stigma, non è allora solo coercizione, ma può diventare forma di emancipazione e presa di coscienza per rompere lo schema dell’invisibilità. L’emancipazione del proletariato marginale, nel nostro caso, è legata anche al lavoro, e non solo al suo rifiuto, altrimenti non si spiegherebbe l’emergere, in questo contesto, di un movimento di lotta per il lavoro che dagli anni Settanta si riproduce continuamente. Il lavoro, in questo caso, è al tempo stesso coercizione e potenziale leva per il cambiamento, per una classe, come quella del proletariato marginale, abbastanza integrata nella società per essere sfruttata, ma anche sufficientemente esclusa per essere debole politicamente. Se il Capitale tiene in pugno gli sfruttati gestendo la loro stessa riproduzione, il libro di Dell’Umbria è un invito a non farsi ingabbiare dalle nuove forme di racket politico – comprese quelle vestite di “movimentismo” radicale. Non si tratta quindi di “organizzare i subalterni” dall’alto di una presunta superiorità teorica, ma di riconoscere la potenza della diserzione generalizzata che già pulsa nelle viscere della società. Sposare il “negativo” significa smettere di guardare ai subalterni come oggetti da studiare o da proteggere, per riscoprire il gusto di una rivolta che non chiede permessi né legittimazioni. Significa rifiutare, una volta per tutte, di stare al proprio posto: al margine, e in silenzio. Chissà se il buon Dell’Umbria ha voglia di discutere del suo libro in questo Sud. Un territorio dove la diserzione e la lotta per l’esistenza continuano a confondere i confini tracciati dal potere. (andrea bottalico)
March 9, 2026
Napoli MONiTOR