La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui

Popoff Quotidiano - Sunday, May 24, 2026

La teoria del complotto è una forma di superstizione che porta sempre vantaggi politici alla destra, mai alla sinistra. E risulta superflua per la critica politica a Israele.

Edmundo Artl per El Salto

Norman Finkelstein, noto per il suo vasto lavoro sul conflitto israelo-palestinese, ha suscitato polemiche nella sinistra antisionista. La sua posizione è critica nei confronti dell’uso delle teorie del complotto e del conseguente abbandono del rigore fattuale. Questa critica è rivolta in particolare alla destra MAGA, che ha strumentalizzato tali teorie come tattica per svincolare la politica estera degli Stati Uniti da Israele. Così, il politologo ha criticato aspramente idee assurde, come la tesi di Tucker Carlson sulla responsabilità israeliana nell’assassinio di Kennedy o l’affermazione di Candace Owens secondo cui i sopravvissuti all’Olocausto erano comunisti infiltrati. La tensione all’interno della sinistra nasce, proprio, quando Finkelstein denuncia che accettare questi alleati tattici implica importarne l’irrazionalità.

Sono pienamente d’accordo con Finkelstein per diverse ragioni. La prima è che la teoria del complotto è una forma di superstizione che porta sempre vantaggi politici alla destra, mai alla sinistra. Questo anche se ricerche empiriche indicano che le popolazioni incluse in entrambi gli spettri del panorama politico sono altrettanto inclini ad abbracciare le tesi di tali teorie. Tuttavia, è possibile osservare che nelle democrazie avanzate la sinistra si è mostrata in generale restia nei confronti del loro contenuto e del loro impiego politico. Per quanto possa sembrare anacronistico sottolinearlo, la caratteristica distintiva della sinistra è il suo impegno nei confronti della razionalità.

Le migliori argomentazioni a sostegno di questa posizione si trovano nel marxismo analitico e nell’anarchismo comunista. È questa ragione che permette di fondare l’uguaglianza umana non su criteri biologici o morali, ma sulla capacità universale di lavorare; una condizione ontologica da cui derivano obblighi collettivi nei confronti di coloro che non possono esercitarla. Per questo la sinistra si oppone tanto alle caste elette da Dio quanto alla mera riproduzione del capitale nei lignaggi familiari. Da qui deriva, ad esempio, la massima socialista: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni». E anche la massima anarchica della «massima libertà universale possibile accompagnata dalla massima ricchezza universale possibile attraverso l’aiuto reciproco». In base a questi principi, la distribuzione razionale dei frutti del lavoro mira a ottimizzare i rendimenti socio-tecnologici —sanità, istruzione, alloggio, ecc. Di conseguenza, risulta logicamente incompatibile dichiararsi razionali e, contemporaneamente, essere antivaccinisti o credere in complotti sui governi mondiali («i globalisti») guidati da George Soros.

Allo stesso modo, concordo con Finkelstein sul fatto che, da un punto di vista strettamente razionale, le teorie della cospirazione risultano superflue per la critica politica a Israele. I social media, nonostante la saturazione propagandistica delle parti in conflitto, hanno permesso di monitorare la politica interna israeliana con una vicinanza senza precedenti, diffondendo informazioni attendibili sui crimini di guerra e sulle violazioni dei diritti umani legati all’occupazione della Cisgiordania e, soprattutto, al genocidio a Gaza. Ho approfondito questo punto qui. Ricorrere alla teoria del complotto è, quindi, controproducente: quel “pacchetto” argomentativo non solo contiene un profondo antisemitismo, ma trascina con sé agende assolutamente estranee — e spesso antagoniste — a qualsiasi progetto di sinistra.

Mi permetto di spiegare quest’ultimo punto con un esempio concreto. Tucker Carlson ha sollevato due domande fondamentali per smontare la logica argomentativa dei difensori della politica israeliana. La prima è perché gli Stati Uniti debbano trattare Israele come un alleato speciale che, spesso, riesce a imporre i propri interessi su quelli americani; il sostegno al genocidio a Gaza o alla guerra contro l’Iran sarebbero esempi lampanti di Washington che appoggia un’agenda estranea ai propri interessi. Il momento decisivo di questa domanda si trova nell’intervista che Carlson ha realizzato al politico repubblicano Ted Cruz quasi un anno fa, il quale si autodefinisce «l’uomo» della lobby israeliana al Congresso americano.

Cruz si è comportato come chi ha potere ma non legittimità, trovandosi nell’impossibilità di articolare un’argomentazione logica per difendere la tesi secondo cui è un dovere considerare Israele come un alleato speciale. La seconda domanda riguarda il significato della tesi secondo cui Israele possiede un diritto inalienabile di esistere come Stato etnosuprematista — lo definisco così partendo dal presupposto che esso miri a mantenere una maggioranza etnica ebraica sulle popolazioni autoctone. Perché Israele possiede questo diritto, ed è forse esclusivo di questo Stato? Se si risponde che esso deriva dall’indicibile sofferenza dell’Olocausto, l’argomento non è universalizzabile: altri popoli hanno subito orrori equivalenti senza che venisse loro riconosciuto il diritto a uno Stato etnosuprematista. Se l’argomento è teologico – una promessa biblica sulla terra promessa che coinvolgerebbe paesi come Egitto, Giordania, Siria, Libano e Iraq – risulta impossibile argomentare razionalmente come si attuerebbe tale espansione statale sotto una premessa di supremazia etnica. Ci troveremmo di fronte ad argomentazioni del tipo: Dio starebbe giustificando ciò che accade al popolo palestinese. Carlson ha utilizzato questa argomentazione negli ultimi mesi contro l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee; contro la direttrice del prestigioso giornale liberale The Economist, Zanny Minton; o, molto recentemente, contro la giornalista responsabile per Israele e Palestina del New York Times, Lulu Garcia-Navarro. In tutti i casi manca un’articolazione logicamente coerente per rispondere a entrambe le tesi. Essendo Carlson un eccellente comunicatore, è riuscito a sfruttare abilmente ciascuna di queste occasioni al di là del suo classico pubblico Maga.

A prima vista, l’argomentazione di Carlson sembra impeccabile; non è facile contrastare la sua logica interna quando si attiene all’evidenza della contraddizione liberale relativa all’etnosuprematismo. Tuttavia, il suo attacco non si limita alle dimensioni geopolitiche. Carlson porta avanti un programma tutto suo che la sinistra dovrebbe mettere radicalmente in discussione. Innanzitutto, sostenendo senza prove che Israele fosse dietro l’assassinio di JFK e/o che fosse la mente dietro la guerra in Iraq, ricorre a prove indiziarie talmente deboli da costituire un esempio da manuale del principio di esplosività: se si accetta come base una premessa irrazionale, qualsiasi conclusione successiva risulta convalidata.

Ma il punto più critico risiede nel modo in cui Carlson strumentalizza l’etnosuprematismo israeliano. Con acume, egli sottolinea che i liberali non riescono a risolvere la contraddizione di giustificare il controllo demografico in Israele mentre lo vietano negli Stati Uniti o in Europa. Tuttavia, Carlson non risolve la contraddizione esigendo che Israele abbandoni tali politiche, ma facendo appello alla necessità che l’Occidente le adotti per frenare il grande rimpiazzo demografico. In questo modo, la critica allo Stato etnico si trasforma in un’apologia della deportazione di massa, senza mai chiarirne i limiti giuridici o morali.

Prendendo le dovute distanze, è imperativo sottolineare che il grande rimpiazzo non è altro che un richiamo all’omonima teoria del complotto. Tale tesi sostiene che i cambiamenti demografici generati dalla migrazione siano una politica deliberata delle élite liberali — i globalisti — che cercano di sostituire le popolazioni autoctone per consolidare un progetto di capitalismo globale cosmopolita. I fondamenti della teoria sono stati esposti dal filosofo francese Renaud Camus, venendo rapidamente adottata dalle destre radicali europee. Nella versione tedesca, il libro di Camus è stato pubblicato dalla casa editrice di estrema destra Antaios, che pubblica anche il piano di remigrazione del leader neofascista identintario austriaco, Martin Sellner.

Concludo ribadendo la tesi iniziale: la destra utilizza le teorie del complotto come tattica nell’ambito di una strategia politica coerente che combina propaganda, superstizione e maldicenza. Si tratta di un’arma efficace perché, presentandosi come una verità nascosta, sembra priva di orientamento politico. Tuttavia, la sinistra che adotta questi schemi non solo tradisce il suo principio fondamentale di razionalità, ma cade in un infantilismo strategico nel tentativo di attaccare il nemico con armi altrui. Questa deriva deve essere un campanello d’allarme che invita alla riflessione, specialmente di fronte alla mercificazione delle idee su schermi interattivi generatori di dopamina, che erodono sistematicamente la capacità di sostenere un’argomentazione razionale.

In definitiva, la sinistra non può permettersi il lusso di abbracciare le teorie del complotto senza tradire la propria natura razionale. Ma la letteratura empirica ci impone un’onestà scomoda: non esiste una relazione sistematica e universale che colleghi la mentalità complottista a un unico orientamento politico. La differenza rilevante non è tanto chi crede, ma cosa si fa con quella credenza. Mentre la destra ha dimostrato più volte di saper sfruttare elettoralmente le voci e le superstizioni — trasformandole in mobilitazione, leggi e, all’estremo, in violenza — la sinistra che ricorre alle stesse armi riesce solo a minare il proprio prestigio epistemico. La questione, quindi, non è se la sinistra possa cadere nella cospirazione (può farlo, come qualsiasi altro estremo dello spettro politico), ma se debba farlo. E la risposta, alla luce dei fatti e della sua stessa tradizione, è un no categorico. La lezione di Finkelstein non è empiricamente indiscutibile, ma è strategicamente inappellabile: chi combatte con le armi altrui finisce sempre per spararsi sui piedi.

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