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Venezuela: una «caduta del muro di Berlino» per la sinistra?
IL DISCREDITO DI NICOLÁS MADURO È TALE DA PARALIZZARE OVUNQUE LE AZIONI CONTRO LA PIÙ GRAVE INTERVENTO IMPERIALISTA DEGLI ULTIMI TEMPI Pablo Stefanoni su El Pais Nell’agosto 2024, dopo le elezioni venezuelane, concludevo così un articolo pubblicato su El País: «Le immagini della repressione in Venezuela – e di un governo che si barrica senza nemmeno voler mostrare i verbali della sua presunta vittoria – costituiscono un regalo inestimabile per i reazionari di ogni schieramento. Un “socialismo” associato alla repressione, alle carenze quotidiane e al cinismo ideologico non sembra essere la base migliore per “make progressism great again”, per così dire. » Sottolineavo che «se in passato il chavismo era una risorsa – materiale e simbolica – per le sinistre regionali, dalla metà degli anni 2010 è diventato sempre più un peso». Alla fine del XX secolo, per una sinistra che credeva di dover affrontare ancora molti anni di disordine politico, il chavismo è caduto dal cielo come un miracolo. Dopo la caduta del muro di Berlino e in pieno regno del «pensiero unico» neoliberista, sentire un presidente latinoamericano parlare di socialismo era davvero qualcosa di inaspettato. Chávez era in grado di citare il libro Bolshevism: The Road to Revolution, del marxista britannico Alan Woods –  sull’importanza del partito rivoluzionario – e di leggerne alcuni brani in televisione. Oppure di regalare una copia di Le vene aperte dell’America Latina (di Eduardo Galeano) a Barack Obama, o ancora di invitare pensatori di sinistra a discutere delle loro visioni sul cambiamento sociale a Caracas. In breve, Chávez riapriva il dibattito sul socialismo proprio quando questo sembrava chiuso dal crollo del blocco sovietico e dall’inserimento della Cina nella globalizzazione neoliberista. LA PRECOCE EMERGENZA DI UNA «CASTA BUROCRATICA» Diverse iniziative di «potere popolare» sembravano dare corpo a questa rivoluzione: Fidel Castro aveva finalmente trovato a chi passare il testimone. L’America Latina era tornata ad essere il territorio dell’utopia e un variegato turismo rivoluzionario sbarcava a Caracas e nei suoi quartieri più combattivi, come l’emblematico 23 de Enero. Ma sotto questo manto di radicalità si formò rapidamente un’élite che utilizzò lo Stato come fonte di arricchimento personale e di saccheggio delle risorse nazionali, compreso il petrolio. I servizi pubblici che la rivoluzione bolivariana avrebbe dovuto garantire si deteriorarono rapidamente o diedero luogo fin dall’inizio a esperienze fallimentari. Il “potere popolare” nascondeva una casta burocratica e autoritaria che controllava il potere reale e uno Stato che rendeva inutilizzabile tutto ciò che nazionalizzava. Le famose “missioni” sanitarie organizzate da Cuba, oggi esaurite o svanite, erano in realtà operazioni di squadre di medici di base il cui sviluppo è stato parallelo alla distruzione del sistema sanitario pubblico. Paradosso di un «socialismo» che ha smantellato le forme di welfare state, modeste ma reali, che esistevano prima di Chávez in Venezuela e le ha sostituite con iniziative irregolari finanziate dalle risorse petrolifere. Tutto ciò è peggiorato dopo la morte di Chávez. Una parte della sinistra – dentro e fuori il Venezuela – ha allora cercato delle scuse attribuendo tutti i mali al «madurismo», che si era allontanato dalla strada tracciata da Chávez: il «chavismo non madurista». L’ERA «MADURISTA» Con l’aggravarsi delle crisi successive, dopo il periodo di prosperità petrolifera, l’energia della popolazione si è concentrata sulla ricerca di soluzioni improvvisate ai problemi quotidiani. Questa ricerca di risposte individuali a una vita quotidiana diventata impossibile ha trovato la sua espressione più drammatica in uno dei più grandi – se non il più grande – esodo migratorio dell’America Latina. Nel frattempo, il regime si allontanava sempre più dalla sua base di legittimità elettorale, che era stata uno dei motori del chavismo. Un populismo senza popolo sostituiva il “popolo di Chávez”. Sui muri delle città venezuelane si poteva vedere ovunque il disegno stilizzato degli “occhi di Chávez” – come comandante eterno –, ma quello sguardo vigile era sempre più invisibile all’uomo della strada. Come era già successo in passato con il «socialismo reale», le parole avevano perso il loro significato. Ancora una volta, come ieri a Cuba, la fonte della legittimità politica non erano più le conquiste sociali, ma la resistenza all’«accerchiamento imperialista» (che certamente aveva una parte di realtà). Il fatto che il Venezuela fosse una potenza petrolifera alimentava anche il sospetto che l’Impero cercasse di “rubarne” il petrolio – un’idea un po’ semplicistica che Donald Trump sta cercando oggi di rilanciare, anche se le compagnie petrolifere statunitensi sembrano mostrare un certo scetticismo al riguardo. L’epopea della resistenza ha sostituito quella della costruzione di un modello politicamente democratico ed economicamente sostenibile. Come scrive il filosofo cubano Wilder Pérez Varona a proposito del proprio Paese, il lessico della rivoluzione – sovranità, popolo, uguaglianza, giustizia sociale – ha smesso di funzionare come grammatica comune e come orizzonte di senso in grado di organizzare l’esperienza sociale. Il rovescio della medaglia è una crescente repressione, con la partecipazione attiva del temibile e temuto Servizio di intelligence nazionale bolivariano (Sebin), che gode del potere di incarcerare chiunque senza il minimo rispetto per i diritti umani. Il Venezuela si è così trasformato in un potente strumento di propaganda per la destra. I media internazionali hanno finito per concentrarsi su questo paese caraibico rispetto ad altri regimi autoritari: il Venezuela faceva vendere. le Venezuela faisait vendre. L’ASSENZA PREGIUDIZIALE DI UNA CRITICA DA SINISTRA L’emigrazione di massa ha poi reso il dibattito sul chavismo un argomento di attualità nazionale in vari paesi. L’enorme numero di venezuelani sparsi in tutto il mondo rappresentava una testimonianza militante molto più potente di quella di Corina Machado o dei suoi predecessori nei forum della destra – e dell’estrema destra – mondiale. Ogni emigrante venezuelano era una testimonianza del fallimento del sistema. In generale, con alcune eccezioni, la sinistra latinoamericana non è riuscita a trovare né il linguaggio né il quadro teorico che le consentisse di mettere in discussione le derive del regime bolivariano, né è riuscita a ritagliarsi uno spazio nel dibattito pubblico su questo tema, anche se spesso ha preso silenziosamente le distanze dal Venezuela. Nei dibattiti interni dei vari paesi, criticare il chavismo sembrava equivalere a schierarsi con la destra, il che non aiutava a definire un «luogo di enunciazione» adeguato. Lo stesso vale in gran parte anche per l’invasione russa dell’Ucraina. Oggi il risultato è catastrofico. Stiamo assistendo a una sorta di caduta del muro di Berlino per le sinistre latinoamericane – e anche per quelle di alcuni paesi europei. Il discredito di Maduro è tale da paralizzare ovunque le azioni contro la più grave intervento imperialista degli ultimi tempi, che rimane impunito. La Casa Bianca ha chiaramente indicato che sta attuando il «corollario Trump» della dottrina Monroe, tuttavia dichiarata decaduta dal Segretario di Stato John Kerry nel 2013. Questa dottrina, concepita contro l’intervento delle potenze extra-continentali alla fine delle lotte per l’indipendenza, avrebbe finito per giustificare, come spiega il politologo brasiliano Reginaldo Nasser, la pura e semplice ingerenza di Washington negli affari interni dei suoi vicini di fronte a qualsiasi minaccia o presunta minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Il «corollario Trump» serve oggi a difendere spudoratamente gli interessi statunitensi e a rafforzare le forze di estrema destra nella regione. A differenza dei neoconservatori dell’era Bush, Trump non parla più di democrazia e diritti umani per giustificare i suoi interventi. Non c’è alcuna ipocrisia nei suoi discorsi, è imperialismo allo stato puro che si permette di rapire Maduro, di aspirare a rubare la Groenlandia alla Danimarca, o di dire che gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela fino a quando non ci sarà una transizione accettabile per Washington, facendo spazio alle compagnie petrolifere gringas. Infatti, perché un «lumpencapitalista» con velleità autocratiche nel proprio paese, che disprezza e sabota l’ordine multilaterale, dovrebbe pretendere di instaurare la democrazia oltre i propri confini? La sua politica gode del sostegno della galassia dell’estrema destra regionale, che considera Trump, sotto molti aspetti, come il «suo» presidente. La voce più forte di questo coro è quella dell’argentino Javier Milei, che si commuove quasi fino alle lacrime ogni volta che racconta i suoi incontri con il magnate newyorkese. L’eredità tossica di Maduro oggi squalifica le azioni anti-imperialiste e, proprio come durante la caduta del muro di Berlino, le macerie di questo crollo ricadono sia su coloro che hanno criticato Maduro sia su coloro che lo hanno sostenuto. Le crisi di tipo catastrofico non tengono conto delle sfumature: fanno oscillare il pendolo all’estremo opposto. Oggi, questo estremo è l’ondata reazionaria che si sta abbattendo sulla regione e che definisce il difficile nuovo campo di battaglia politico su cui devono agire le forze democratiche di sinistra, indebolite ma non sconfitte. The post Venezuela: una «caduta del muro di Berlino» per la sinistra? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Venezuela: una «caduta del muro di Berlino» per la sinistra? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Mamdani: «Governerò come socialista democratico»
IL SINDACO ZOHRAN MAMDANI SFIDA IL FREDDO E GLI INVITI A SPOSTARSI AL CENTRO CON LA PROMESSA DI UNA NEW YORK CHE APPARTIENE ALLE PERSONE CHE LA ABITANO D.D. Guttenplan su The Nation Quanto faceva freddo nel City Hall Park la mattina in cui è stato insediato il “111° o 112° sindaco” di New York? Così freddo che ho dovuto riporre continuamente la penna in tasca per evitare che l’inchiostro si congelasse. Faceva così freddo che il difensore civico Jumaane Williams, in attesa sul palco che la cerimonia avesse inizio, tremava visibilmente, anche se lui, come il controllore Mark Levine e il sindaco eletto (e l’ex sindaco Bill de Blasio, anch’egli sul podio) è rimasto a capo scoperto per tutto il tempo. Quando Bernie Wagenblast, meglio conosciuta, come lei stessa ha sottolineato, come la voce che esorta i pendolari a “stare lontani dal bordo della piattaforma” , ha presentato la rappresentante Alexandria Ocasio Cortez per dare inizio al programma, molte delle decine di migliaia di persone riunite per quella che era stata annunciata come “una festa di quartiere gratuita e aperta al pubblico” nelle strade a sud della piazza del municipio, e che avevano atteso al freddo per oltre tre ore, saltellavano da un piede all’altro solo per mantenere attiva la circolazione. Eppure solo una manciata di persone se n’è andata prima del tempo. E quando il procuratore generale di New York Letitia James, lei stessa bersaglio del vendicativo Dipartimento di Giustizia del presidente Donald Trump, che aveva ufficialmente insediato Zohran Mamdani allo scoccare della mezzanotte (e che si era saggiamente tenuta al caldo con un cappotto color cammello e un berretto abbinato), ha prestato giuramento a Levine, i temi della giornata – e della nuova amministrazione – hanno cominciato ad emergere. Il primo era l’affermazione che la diversità è l’arma segreta di New York. Come ha osservato Levine, “Oggi abbiamo tre giuramenti: uno da parte di un leader che usa il Corano, uno da parte di un leader che usa la Bibbia cristiana e uno da parte di un leader che usa il Chumash, o Bibbia ebraica”. Levine, che ha parlato brevemente in spagnolo, ebraico e greco oltre che in inglese, ha osservato che “mentre la nostra città è in forte espansione per le persone al vertice, sta diventando sempre più difficile per le famiglie lavoratrici”. Il secondo tema era che New York deve mantenere, celebrare e proteggere il suo status di “Madre degli esuli”. Come ha ricordato alla folla Williams, egli stesso figlio di migranti provenienti da Grenada, “questa celebrazione al Municipio si svolge a pochi isolati dalla tribolazione di Federal Plaza”. Williams è stato presentato dall’attore e produttore Amadou Ly, la cui odissea personale da immigrato senza documenti dal Senegal alla cittadinanza statunitense – argomento di un articolo in prima pagina sul New York Times nel 2006 – sembra ora un relitto di un’epoca perduta. Ma lo stesso vale per l’invocazione di Williams del rivoluzionario grenadiano Maurice Bishop, che «ha intrapreso la lotta per ideali socialisti “radicali” come l’alloggio, l’assistenza sanitaria e l’istruzione». Fu Bishop, ha detto Williams, a proclamare che “i rivoluzionari non hanno il diritto di essere codardi”. Entrambi i funzionari che lo hanno preceduto hanno concordato con il messaggio di Mamdani secondo cui, affinché New York appartenga veramente alle persone che vi vivono, la città deve diventare più accessibile. È stato proprio Bernie Sanders a smorzare i toni accesi della giornata, ricordando alla folla: «Nel Paese più ricco della storia del mondo, garantire che le persone possano vivere in alloggi a prezzi accessibili non è una cosa radicale… Fornire servizi di assistenza all’infanzia gratuiti e di alta qualità non è una cosa radicale. Paesi di tutto il mondo lo fanno da anni». Tuttavia, la natura storica della vittoria di Mamdani e le aspettative genuinamente radicali che essa ha suscitato non potevano essere negate. Quando il senatore del Vermont ha anche cercato di sottolineare che «chiedere ai ricchi e alle grandi aziende di iniziare a pagare la loro giusta quota di tasse» non era esattamente radicale – come Sanders ha spesso osservato altrove, sotto il presidente repubblicano Dwight Eisenhower l’aliquota fiscale marginale sui più ricchi americani era del 92% – la folla è esplosa in cori di «Tassate i ricchi!». Mamdani si è limitato a sorridere, ma come tutti quelli che potevano vedere uno dei tanti maxischermi intorno al municipio hanno potuto notare, sua moglie, Rama Duwaji, protetta dal freddo da quello che il New York Times ha descritto come un “cappotto di tendenza”, annuiva in segno di approvazione. Per quanto riguarda il nuovo sindaco, ha iniziato dimostrando lo stesso mix di eloquenza altisonante e semiologia da strada che lo ha portato da meno dell’1% nei sondaggi alla vittoria a settembre – l’elezione che normalmente decide le sorti in questa città a stragrande maggioranza democratica – e a novembre. Rivolgendosi ai “newyorkesi che guardano dalle cucine anguste di Flushing e dai barbieri di East New York, dai cellulari appoggiati sui cruscotti dei taxi parcheggiati a LaGuardia, dagli ospedali di Mott Haven e dalle biblioteche di El Barrio che da troppo tempo conoscono solo l’abbandono“, Mamdani ha detto di stare al fianco di ”ogni persona che giorno dopo giorno, anche quando sembra impossibile, sceglie di chiamare la nostra città casa”. Coloro che hanno guardato sperando in una svolta verso il centro – un segnale che, come osservò una volta un politico della generazione precedente, “si fa campagna elettorale con la poesia, ma si governa con la prosa” e che ora era il momento di cominciare a ridimensionare le aspettative – devono essere rimasti profondamente delusi: Troppo spesso nel nostro passato, momenti di grandi possibilità sono stati prontamente ceduti a una scarsa immaginazione e a ambizioni ancora più scarse. Ciò che era stato promesso non è mai stato perseguito, ciò che avrebbe potuto cambiare è rimasto uguale. Per i newyorkesi più desiderosi di vedere la nostra città rinnovata, il peso è solo diventato più pesante, l’attesa solo più lunga. Ha continuato: Mi è stato detto che questa è l’occasione per ridefinire le aspettative, che dovrei cogliere questa opportunità per incoraggiare i newyorkesi a chiedere poco e ad aspettarsi ancora meno. Non farò nulla di tutto ciò. L’unica aspettativa che intendo ridefinire è quella delle piccole aspettative. A partire da oggi, governeremo in modo espansivo e audace. Potremmo non avere sempre successo. Ma non saremo mai accusati di non avere il coraggio di provarci. E infine, per fugare ogni dubbio: Sono stato eletto come socialista democratico e governerò come socialista democratico. Non abbandonerò i miei principi per paura di essere considerato radicale. Come disse una volta il grande senatore del Vermont: «Ciò che è radicale è un sistema che dà così tanto a così pochi e nega a così tante persone i beni di prima necessità». Per quello che il mio defunto amico Paul Du Brul e l’ex collega Jack Newfield hanno definito il «governo permanente» della città, queste sono parole di sfida. L’ultimo socialista democratico ad aver assunto il potere nel municipio è stato David Dinkins (anche lui, come Mamdani, membro pagante del DSA). Ero presente anche quando prestò giuramento e ricordo le grandi speranze suscitate dalla sua dichiarazione che «siamo tutti soldati in marcia verso la libertà», dalla sua visione di «uno splendido mosaico di razze e fedi religiose, di origini nazionali e orientamenti sessuali, di individui le cui famiglie sono arrivate ieri o generazioni fa, passando per Ellis Island o l’aeroporto Kennedy o sugli autobus diretti alla Port Authority». Anche Dinkins promise un’amministrazione che avrebbe “difeso e sostenuto la giustizia in tutto il mondo”. Questo accadeva 35 anni fa. E mentre Mamdani ha citato il suo predecessore socialista democratico, insieme a de Blasio e Fiorello La Guardia, solo uno di questi sindaci è ampiamente considerato un successo. E LaGuardia aveva un alleato alla Casa Bianca, mentre Mamdani ha… qualcosa di completamente diverso. Eppure, anche se ha suscitato grandi aspettative, Mamdani ha riconosciuto che solo mantenendo quelle promesse nel governo potrà riscattare il suo impegno a guidare una città che “appartiene a tutti coloro che vi abitano”. Per ora, va sottolineato che ha iniziato bene e che nella battaglia che lo attende, il nostro nuovo sindaco non solo può contare sulle sue notevoli risorse di intelligenza, carisma e sicurezza politica, ma anche su un esercito di fedeli sostenitori – decine di migliaia di persone – che giovedì hanno sfidato il freddo proprio come hanno sfidato le aspettative a novembre. Il governatore Kathy Hochul, la cui collaborazione sarà fondamentale per fornire le risorse finanziarie necessarie all’ambizioso programma di Mamdani per la ricostruzione urbana e la rinascita del settore pubblico, deve aver guardato la folla che riempiva un tratto della parte bassa di Broadway noto come Canyon of Heroes con un misto di ammirazione e invidia. 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USA: la vittoria di Mamdani dà slancio ai candidati progressisti
MAMDANI È SINDACO DI NEW YORK DAL 1° GENNAIO E LA SINISTRA OSCILLA TRA LA SPERANZA DI SUCCESSO AL MIDTERMS E LO SPETTRO DEL COMPROMESSO Alexis Buisson per Mediapart New York (Stati Uniti).– Un’aria di radicalità aleggia in questa serata di dicembre nella sede del South Bronx United, un’associazione sportiva del Bronx. In una piccola sala adiacente a un campo da calcio indoor, sui muri sono affissi manifesti con slogan provocatori: «Fate pagare i miliardari», “Votate socialista”, “Fermate la guerra contro l’America nera”… Siamo a una delle riunioni della campagna elettorale di Andre Easton. Questo candidato progressista si presenta al Congresso contro il rappresentante uscente, il democratico moderato Ritchie Torres, al quale rimprovera in particolare di aver ricevuto il sostegno finanziario della potente lobby filoisraeliana Aipac (“American Israel Public Affairs Committee”). Quella sera, davanti a una ventina di persone, l’insegnante di origine giamaicana tiene un workshop tematico sulle questioni che riguardano il sud del Bronx, il collegio elettorale che vuole rappresentare a Washington. Sebbene abbia dichiarato la sua candidatura prima dell’elezione di Zohran Mamdani, che ha assunto la carica di sindaco di New York il 1° gennaio, Andre Easton fa parte dei candidati “gauche de gauche” che sperano di sfruttare la sua vittoria in vista del midterms di novembre prossimo, queste elezioni locali, statali e nazionali di metà mandato. Non è certo l’unico a voler beneficiare di questo “Zohmentum” – fusione di Zohran e momentum (“slancio”). Diversi giovani outsider progressisti si stanno già affollando alle primarie democratiche per sostituire i candidati uscenti, giudicati distaccati dalla realtà e troppo deboli e molli nella loro opposizione a Donald Trump. In questa ondata troviamo in particolare la deputata filopalestinese Ruwa Romman, candidata alla carica di governatore della Georgia; l’ostricoltore Graham Platner, che spera di diventare senatore del Maine; o ancora Saikat Chakrabarti, ex collaboratore di Alexandria Ocasio-Cortez, che punta al seggio di rappresentante di San Francisco occupato da Nancy Pelosi. Kshama Sawant, in copertina Mamdani e sua moglie Rama Duwaji UN SUCCESSO REPLICABILE “Ci sarà un prima e un dopo Zohran”, afferma Andre Easton. “Ha dimostrato in particolare che il denaro non è una garanzia di vittoria. I suoi avversari hanno speso decine di milioni di dollari per diffamarlo con pubblicità razziste e islamofobe. Ma lui è riuscito a superare le percezioni negative attraverso le sue interazioni quotidiane e dirette con gli abitanti, difendendo al contempo una visione di trasformazione. Chiunque voglia vincere un’elezione oggi deve adottare una versione di ciò che ha fatto Zohran”. Sebbene ogni elezione sia diversa, il trionfo di Mamdani offre insegnamenti universali. Ha dimostrato che un democratico-socialista, musulmano e immigrato, può affermarsi in una grande città sulla base di un programma specifico e concreto per ridurre il costo della vita (gratuità dei trasporti pubblici, congelamento degli affitti…) e rivolgendosi a tutti gli elettori ed elettrici, non solo a quelli già convinti. Si stima infatti che il 10% dell’elettorato di Mamdani abbia votato Trump nel 2024. Il redattore capo di Left Voice, una pubblicazione socialista, Juan Cruz Ferre assicura che la vittoria di «Zohran» può essere replicata al di fuori della roccaforte democratica che è la «Grande Mela», come hanno dimostrato i buoni risultati ottenuti negli ultimi mesi dai candidati apertamente filopalestinesi e critici del capitalismo nel resto del Paese (ad esempio nel New Jersey o nell’Ohio). Anche negli Swing States, i famosi «Stati altalenanti» noti per la loro moderazione che determinano l’esito delle elezioni presidenziali, i giovani progressisti hanno ottenuto notevoli successi in diverse elezioni locali (municipi, consigli scolastici…), a volte contro avversari democratici più esperti. “È un momento storico per costruire un movimento popolare”, riprende Juan Cruz Ferre. “Il socialismo non è più così stigmatizzato negli Stati Uniti. Inoltre, la Palestina è diventata una questione importante per i giovani. Ce l’hanno con i due grandi partiti per il genocidio a Gaza. Questa tendenza va oltre New York”. Per Geoff Simpson, responsabile dei finanziamenti della campagna di Justice Democrats, un gruppo che sostiene le candidature progressiste, il successo di Zohran Mamdani offre all’ala sinistra l’opportunità di rimodellare il Partito Democratico. Secondo lui, infatti, la sua vittoria ha inviato un segnale chiaro: i tempi in cui il partito si inchinava alle lobby favorevoli a Israele o alle criptovalute e ai grandi donatori e donatrici sono finiti. «Abbiamo l’opportunità di riallineare il Partito Democratico a favore delle classi popolari nel 2026. La vittoria di Zohran ci fornisce una tabella di marcia per farlo”, ha affermato durante una conferenza virtuale a dicembre. LO SPETTRO DEL COMPROMESSO L’emergere di questa sinistra popolare non avverrà in un batter d’occhio. Dipenderà in parte dall’ecosistema dei gruppi che forniscono supporto logistico, finanziario e umano ai candidati. Tra i progressisti, Justice Democrats, ma anche altre organizzazioni come il Working Families Party (WFP) e Democratic Socialists of America (DSA) sono state accusate di sostenere solo le campagne che hanno buone possibilità di vincere alle primarie. «Siamo in un momento in cui dobbiamo essere disposti a correre grandi rischi», ha riconosciuto Geoff Simpson. «Se vincerà solo Zohran, il nostro movimento avrà fallito». Ma all’estrema sinistra, alcuni non sono convinti che il nuovo sindaco di New York sia l’esempio da seguire. A Seattle, culla di Amazon sulla costa occidentale, la socialista Kshama Sawant rimprovera al sindaco di New York di seguire la via del compromesso di Alexandria Ocasio-Cortez e di «capitolare di fronte all’establishment democratico». L’ex consigliera comunale, che ha acquisito fama nazionale guidando la lotta per l’aumento del salario minimo locale a 15 dollari lora, critica la decisione di Mamdani di confermare Jessica Tisch, capo della polizia per conto del sindaco centrista uscente, Eric Adams, criticato per la sua gestione delle manifestazioni filopalestinesi. Il team di transizione di Mamdani, incaricato di preparare l’insediamento del nuovo sindaco, comprende anche Jed Walentas, un ricco imprenditore immobiliare, e personalità del mondo della finanza. In contrasto con il messaggio di uguaglianza economica sostenuto durante la campagna elettorale. Zohran Mamdani è inoltre intervenuto presso il DSA, di cui è membro, per dissuadere il partito dal sostenere la candidatura di Chi Ossé, consigliere comunale progressista di 27 anni, contro il leader della minoranza democratica alla Camera dei Rappresentanti, Hakeem Jeffries, alle prossime primarie. Eletto a Brooklyn e volto dell’establishment detestato dalla base, quest’ultimo aveva tuttavia esitato a sostenere la campagna di Zohran Mamdani. «È molto sorprendente che qualcuno che si dichiara contro la guerra possa difendere Hakeem Jeffries, che è stato favorevole al finanziamento del genocidio a Gaza», si indigna Kshama Sawant a proposito del sindaco. Da parte sua, ha deciso di sfidare il rappresentante democratico di Seattle e dintorni, Adam Smith, alle elezioni di medio termine di novembre, promuovendo un «socialismo rivoluzionario» portatore di riforme radicali (aumento significativo del salario minimo, copertura sanitaria per tutti…). «Da un lato, è tragico per le classi popolari che i cosiddetti socialisti finiscano per vendere la loro anima. Dall’altro, è utile che vedano che questa strategia, che consiste nel fare pace con il Partito Democratico e nel trattare con i guanti la classe dei miliardari, non funziona», afferma la candidata. 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1995, la “vittoria” che ha disarmato la gauche
TRENT’ANNI DOPO GLI SCIOPERI CONTRO IL PIANO JUPPÉ, IL MITO FONDATIVO CHE HA PARALIZZATO LA SINISTRA FRANCESE Trent’anni fa giunsero anche in Italia le immagini di Parigi completamente bloccata dallo sciopero dei lavoratori dei trasporti e del settore pubblico contro i tentativi del governo Juppé di riformare i regimi pensionistici. Colpì soprattutto l’empatia con cui centinaia di migliaia di utenti solidarizzarono con gli scioperanti, partecipando a manifestazioni oceaniche in tutto il Paese. In Francia, il trentennale degli scioperi dell’autunno 1995 ha riaperto un dibattito importante. Nel senso comune, quelle settimane di scioperi riconducibili contro il “piano Juppé” restano l’ultimo esempio di una sinistra capace di far arretrare un governo. Per altri, al contrario, il 1995 rappresenta una trionfo solo apparente, una sorta di vittoria di Pirro che in realtà ha contribuito a disarmare strategicamente il movimento sociale per i decenni successivi. È questa la tesi centrale sviluppata da Romaric Godin su Mediapart: il mito del 1995 non rafforza le lotte contemporanee, ma le indebolisce, perché fissa come orizzonte insuperabile una forma di mobilitazione che ha prodotto più passività che potenza collettiva. Il punto chiave è la natura stessa del movimento: uno “sciopero per procura”, fondato sulla centralità dei settori pubblici strategici – in particolare SNCF e RATP – e sull’adesione benevola, ma sostanzialmente passiva, del resto del mondo del lavoro. Un modello spettacolare, per usare il lessico di Guy Debord, che mette in scena una minoranza attiva mentre la maggioranza osserva, sostiene nei sondaggi, applaude nelle manifestazioni, ma si continua ad andare al lavoro o a cercare di andare al lavoro, applaudendo gli scioperanti. Chi ha vissuto il movimento del 1995 ricorda le barche affollate sulla Senna che trasportavano, come potevano, i lavoratori favorevoli al movimento, ma sempre desiderosi, da parte loro, di andare al lavoro. Scrive ancora Godin: L’immensa ondata di occupazioni di fabbriche che ha invaso il Paese tra il 15 e il 31 maggio 1968, poi all’inizio degli anni ’70, appartiene ormai al passato. I lavoratori sono ora terrorizzati e atomizzati. Ognuno cerca di cavarsela al meglio, anche se i sogni neoliberisti, dall’ingresso nell’euro alla globalizzazione, stanno distruggendo la sua vita quotidiana. I giorni passano e lo sciopero continua. Ogni giorno, ingorghi mostruosi complicano l’accesso e l’uscita dalla capitale. Come quel 30 novembre 1995 a Bagnolet (Seine-Saint-Denis). DALLO SCIOPERO SPETTACOLARE ALLA PASSIVITÀ POLITICA Lo schema dello sciopero per procura segna una rottura netta con i grandi movimenti offensivi del Novecento, dal 1936 al 1968. Nel dicembre 1995 non si occupano fabbriche, non si costruisce un controllo diffuso dei luoghi di produzione, non si generalizza lo sciopero oltre i comparti già sindacalizzati. La “solidarietà” si gioca nello spazio mediatico: dichiarazioni di intellettuali, come quella celebre di Pierre Bourdieu alla Gare de Lyon sulla “lotta contro la distruzione della civiltà”, e una aspettativa diffusa che il governo ceda prima delle vacanze di Natale. Quando Alain Juppé ritira la parte del piano relativa ai regimi pensionistici speciali, l’episodio viene letto come una vittoria. A rafforzare questa percezione contribuisce la vittoria elettorale della “sinistra plurale” nel 1997. Ma proprio qui si annida un secondo pilastro del mito: l’idea che l’unità sindacale e la mobilitazione sociale conducano automaticamente a uno sbocco politico progressivo. In realtà, l’elettoralismo che segue il 1995 riproduce la stessa passività: si delega al voto ciò che non si è costruito come rapporto di forza permanente. Il governo Jospin potrà così sviluppare, senza una pressione sociale costante, un compromesso di classe che combina globalizzazione, privatizzazioni e finanziarizzazione con la riforma delle 35 ore, ultimo grande aumento di produttività a beneficio del capitale. Per aiutare i lavoratori non scioperanti a recarsi al lavoro, vengono messi a disposizione mezzi di trasporto sorprendenti. Autobus e battelli gratuiti vengono così messi a disposizione degli utenti, come in questo caso, il 4 dicembre 1995. UNA VITTORIA CHE APRE LA STRADA ALLE SCONFITTE Il punto forse più controverso dell’analisi riguarda però la natura concreta della “vittoria” del 1995. Perché mentre la riforma delle pensioni viene congelata, il cuore del piano Juppé sulla sicurezza sociale passa. Come ricorda J.-C. Delavigne sull’ Hebdo L’Anticapitaliste (il settimanale del Noveau Parti Anticapitaliste), è in quegli anni che vengono introdotti strumenti destinati a strutturare l’austerità sanitaria e sociale per i decenni successivi: – la CRDS (Contribution au remboursement de la dette sociale), un contributo proporzionale che finanzia la CADES (Caisse d’amortissement de la dette sociale), sottraendo risorse alla Sécurité sociale; – l’ONDAM (Objectif national des dépenses d’assurance maladie), che fissa tetti di spesa annuali per la sanità, aprendo la strada all’austerità ospedaliera; – l’aumento delle tariffe ospedaliere, la riduzione dei rimborsi dei farmaci, la fiscalizzazione crescente del finanziamento della protezione sociale. Il risultato paradossale è che la “vittoria” del 1995 crea le condizioni politiche e mediatiche per il racconto del “buco della Sécurité sociale”, utilizzato poi per giustificare riforme sempre più dure. In questo senso, il 1995 non frena il neoliberismo: ne stabilizza l’architettura. IL CICLO CHE SI CHIUDE: DAL COMPROMESSO ALLA VIOLENZA Secondo Godin, l’umiliazione politica di Juppé ha un effetto duraturo: insegna ai governi successivi a non cedere più. Dopo la crisi del 2008, l’ipotesi stessa di compromesso sociale scompare. Alle sconfitte del 2003, 2010, 2016, 2020 e 2023 risponde una crescente violenza istituzionale, in particolare poliziesca, che mira a disciplinare il conflitto sociale. Popoff ha scritto spesso del vistoso aumento della delinquenza poliziesca in Francia. Dal 2005, più di 500 persone sono morte durante un’interazione con le forze dell’ordine – come segnala un rapporto della Ong Flagrant déni – negli ultimi anni, il numero di questi omicidi ha raggiunto soglie senza precedenti – fino a 65 morti nella sola annata 2024. Così il “sostegno senza partecipazione” non basta più. Le manifestazioni restano l’unica arma, ma sono strutturalmente incapaci di bloccare le riforme. Il movimento sociale, anziché fare la storia, la subisce. È in questo vuoto che prospera l’estrema destra, capace di catturare la rabbia sociale e di trasformarla in razzismo e autoritarismo, mentre il neoliberismo radicalizzato e la reazione culturale finiscono per funzionare come due facce della stessa dominazione. Sul piano strategico, lo «sciopero spettacolare» ereditato dal 1995 presenta fragilità strutturali destinate a emergere nel tempo. La prima è la dipendenza da una minoranza attiva chiamata a “scioperare per gli altri”, una dinamica difficilmente riproducibile all’infinito per stanchezza o mancanza di interesse diretto. Non a caso, nel 2023 i trasporti – storicamente perno del blocco del Paese – hanno in larga parte disertato la mobilitazione contro la riforma delle pensioni. Di fronte alla passività della maggioranza, diventa sempre più arduo mandare ripetutamente in prima linea gli stessi settori. La seconda fragilità riguarda il fatto che il capitale non resta mai immobile: ridefinisce continuamente i propri snodi strategici, costringendo il movimento sociale a inseguirli. Digitalizzazione, telelavoro ed espansione del terziario hanno ridotto il peso dei settori tradizionali, mentre moderazione salariale, delocalizzazioni e precarietà hanno accresciuto i costi dello sciopero nel settore privato. In questo contesto, i trasporti risultano meno decisivi di un tempo e le alternative appaiono rare e frammentate. OLTRE LA NOSTALGIA: IL PROBLEMA STRATEGICO DELLA SINISTRA Qui si innesta il ragionamento di Joseph Confavreux, sempre su Mediapart, che invita a diffidare di una nostalgia “in seppia” per il 1995. Quel momento storico conteneva già molte delle contraddizioni esplose negli anni successivi: politiche di rigore, securitarismo, razzializzazione del dibattito pubblico, fratture interne alla sinistra. Il problema, oggi, non è rimpiangere una presunta età dell’oro, ma interrogarsi sulle condizioni di possibilità di un fronte per l’uguaglianza e l’emancipazione in un contesto segnato da un’offensiva reazionaria globale, sostenuta da miliardari, apparati mediatici e nuove tecnologie. Le divisioni della sinistra – sull’Europa, sulla laicità, sull’anticolonialismo, sulla geopolitica – non possono essere superate né dall’irenismo colpevole né dal settarismo. Come ricorda Frédéric Lordon, si tratta di riconoscere l’uguale legittimità delle lotte contro le dominazioni, senza pretendere che una annulli le altre. Mettere fine al mito del 1995 non significa rinnegare quella mobilitazione, ma liberarsi della sua ombra paralizzante. Significa riconoscere che uno sciopero fondato sulla delega e sulla passività non può affrontare un capitalismo entrato in una fase autoritaria. Se una lezione può essere tratta, è quella indicata – in modo paradossale – da esperienze recenti come la vittoria di Zohran Mamdani a New York: centralità delle questioni sociali materiali, radicamento territoriale, rinnovamento generazionale, capacità di tenere insieme conflitto sociale e battaglia culturale senza irrigidirsi in una postura minoritaria. Trent’anni dopo, il problema non è celebrare il 1995, ma evitare che continui a funzionare come un alibi. Perché, parole di Godin, con vittorie di questo tipo non c’è nemmeno bisogno delle sconfitte.   The post 1995, la “vittoria” che ha disarmato la gauche first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo 1995, la “vittoria” che ha disarmato la gauche sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
«L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile»
IL FILOSOFO PAUL B. PRECIADO RIFIUTA DI LASCIARSI ANDARE ALLA DISPERAZIONE DI FRONTE ALL’ASCESA DELL’ESTREMA DESTRA E INVITA A LANCIARSI IN UN ESPERIMENTO SOCIALE ESUBERANTE E COLLETTIVO. PERCHÉ ABBIAMO PROVATO TUTTO, TRANNE QUESTO. Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su Mediapart Filosofo e autore di importanti libri sulle esperienze queer, trans e subalterne (Dysphoria Mundi, Fandango 2022; Sono un mostro che vi parla, Fandango 2021…), Paul B. Preciado è uno dei pensatori più agili e curiosi della nostra epoca: tutto lo interessa, dall’«happening con la motosega» di Javier Milei in Argentina alle farneticazioni di Elon Musk sulla colonizzazione del pianeta Marte. Rifiuta di lasciarsi andare alla disperazione di fronte all’ascesa dell’estrema destra e invita a lanciarsi in un esperimento sociale esuberante e collettivo. Mediapart: Nel suo libro “Dysphoria Mundi”, lei sostiene l’idea che il crollo dei pilastri storici del pensiero di sinistra (il progresso, l’universalismo, la grande rivoluzione, ecc.) apra nuovi spazi di emancipazione. Ma non è forse l’estrema destra che oggi approfitta dell’indebolimento del progressismo? Paul B. Preciado: I movimenti femministi, omosessuali e antirazzisti in Europa e negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’70 ma soprattutto negli anni ’80-’90, hanno modellato le loro strategie di emancipazione sulle politiche di identità. Era quasi inevitabile: i movimenti subalterni si sono organizzati seguendo le segmentazioni identitarie della modernità coloniale. Ciò ha portato a lotte per «integrare», ovvero normalizzare – in realtà disciplinare – un insieme di minoranze in una società maggioritaria apparentemente democratica, ma ancora patriarcale e razzista. Storicamente, il linguaggio identitario è quello del fascismo. L’estrema destra reclama oggi una «rivoluzione paleoconservatrice», per dirla con Joe Lowndes [ricercatore in scienze politiche – ndr], ma alimenta paradossalmente strategie che, alla base, sono state sviluppate dalle politiche emancipatorie. Ha persino recuperato le politiche performative dei movimenti minoritari subalterni, compresi quelli queer, come si è potuto vedere durante il fallito colpo di Stato al Campidoglio il 6 gennaio 2022, con l’attivista Jake Angeli e il suo copricapo di pelle di coyote con le corna; o negli «happening con la motosega» di Milei e Musk, che ricordano una sorta di drag ultranazionalista e ultramachista. Ma dietro questa nuova teatralizzazione del nazionalismo suprematista bianco, ci sono anche nuove strategie necropolitiche, politiche estreme della morte. Cosa intende per necropolitica? È l’uso che il potere sovrano, e oggi tecno-corporativo, fa della morte come tecnica di governo. Achille Mbembe mostra che questo governo attraverso la violenza e la morte si perpetua con il dominio coloniale. I Queer e il Transfemminismo spiegano che il Patriarcato è una forma di necropolitica naturalizzata, attraverso la violenza inflitta ai corpi delle donne e dei bambini, ma anche attraverso il dominio dei corpi sessuali e dei generi subalterni. Si potrebbe avere l’impressione che la democratizzazione nell’era moderna abbia eliminato questa politica di morte. Ma guardate cosa sta succedendo negli Stati Uniti con Trump: la rapidità con cui si sta instaurando una forma di necropolitica estrema, che prima era utilizzata solo nel contesto coloniale o ai confini degli Stati, rivela quanto l’architettura cognitiva delle istituzioni (la rappresentazione che esse hanno del proprio ruolo) fosse patriarcale e coloniale. E quindi sistematicamente violenta. Trump è la versione kitsch e heavy metal della necropolitica, e Musk il suo braccio tecnopolitico. E noi, dall’altra parte, suoniamo tre flauti. No! Qui bisogna dare il massimo nella depatriarcalizzazione e nella decolonizzazione. La depatriarcalizzazione può essere condotta dai movimenti femministi, queer, decoloniali, antirazzisti? Penso che non si possano più immaginare strategie di emancipazione e resistenza in termini di identità: nera, lesbica, femminista, omosessuale… È a livello del corpo politico che avviene, non a livello di «identità» né a livello di «individuo». Da un lato, l’identità produce naturalizzazione e quindi esclusione. Come nel versante transfobico del femminismo conservatore, che pensa di poter utilizzare un’identità “femminile”, definita in termini “biologici”, per escludere le donne trans. D’altra parte, l’individuo è una variabile di consumo tecnologico depoliticizzato. Non si può chiedere all’individuo di agire perché, per definizione, appena diventa individuo, significa che è depoliticizzato. Ciò che lo costituisce come soggetto politico, ovvero le sue relazioni con gli altri, viene reciso e distrutto. Dobbiamo costruire una composizione trasversale dei corpi viventi di fronte alla distruzione necropolitica planetaria. Ma sono comunque molto ottimista. Perché noi, i subalterni, siamo dalla parte dei vivi e della realtà. La vita è fatta della proliferazione costante delle differenze, non delle identità. Sono mutazioni e transizioni in tutti i sensi. Per fissare un’identità nazionale, è necessario uno sforzo straordinario, terribile. Buona fortuna… Cosa bisognerebbe fare secondo lei? Il 90% delle proposte di Elon Musk sono totalmente deliranti, distopiche, assurde. Andare su Marte è la soluzione? In realtà è molto più ragionevole aprire le frontiere o abolire le prigioni e la fissazione sul genere che andare su Marte. Se la distopia radicale è possibile, come si vede con Trump, Elon Musk e questa alleanza tra epistemologia politica arcaica e nuove tecnologie cibernetiche, allora solo un’utopia dei corpi viventi potrà tirarci fuori da dove siamo. L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile. L’utopia nel senso di una radicalità nei progetti di trasformazione planetaria. Perché tutto il resto è già stato sperimentato. Abbiamo sperimentato la violenza estrema. Abbiamo sperimentato i massacri alle frontiere. Abbiamo sperimentato tutto a livello familiare: il potere totale del Pater Familias. L’estrazione di ogni potere e di ogni produzione sui corpi naturalizzati “donne”, “bambini”, “binari”, ‘razzializzati’, “animalizzati”, ecc. Proviamo il contrario, no? Vediamo come va. Con #MeToo, siamo andati nella direzione della criminalizzazione e della sorveglianza della sessualità, e quindi di dare più potere allo Stato. Non abbiamo provato l’altra strada, quella della soggettivazione radicale delle culture subalterne. Non ci siamo mai detti: svuotiamo l’Assemblea nazionale e mettiamoci tutti i bambini che sono stati vittime di abusi sessuali, e diamo loro un mese, due mesi, un anno per scrivere una carta delle nuove pratiche relazionali e sociali. Perché no? Le critiche istituzionali a partire dagli anni ’70 non sono state sufficientemente radicali nel loro lavoro di defascistizzazione e decolonizzazione di queste strutture. Ci sono degli zombie all’interno delle nostre istituzioni. Per liberarcene, lanciamoci in un esperimento sociale esuberante e collettivo. Questa intervista fa parte della serie di Mediapart dal titolo Neuf idées pour empêcher une société fasciste Il fascismo che ha caratterizzato l'Europa negli anni '30 ha assunto forme (regime totalitario, leader carismatico, asservimento di un'intera società e militarizzazione estrema) che oggi non si ritrovano più tali e quali. La diffusione di idee di estrema destra aggressive, trasgressive, popolari tra un numero crescente di persone e coronate da successi elettorali in Europa e nel continente americano sembra aprire la strada a sentimenti politici e desideri di potere autoritario che delineano una forma di fascismo contemporaneo. Le nove persone scelte per questa serie di interviste sono state selezionate sulla base di un libro, un'opera o un intervento militante particolarmente significativo. Appartenenti a generazioni diverse, hanno la particolarità di articolare nel loro lavoro riflessioni teoriche e proposte concrete. The post «L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo «L’utopia è più necessaria che mai, perché è assolutamente possibile» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Gli aderenti a Your Party non vogliono i parlamentari star
QUALI INDICAZIONI PER CORBYN E SULTANA DALLA CONFERENZA ORGANIZZATIVA DEL NUOVO PARTITO DELLA SINISTRA BRITANNICA Steven Methven su Novara Media Alla fine lo Your Party è stato fondato. Ma anche dopo la conferenza di novembre, rimangono alcune domande. La leadership collettiva finirà per collassare in litigi settari? La doppia appartenenza riempirà il partito di trotskisti e piantagrane? E, vista la sua nascita travagliata, riuscirà mai a vincere le elezioni? Personalmente, ho ancora fiducia nei 55.000 membri del Your Party che, sì, hanno votato per la leadership collettiva, con grande orrore dei commentatori politici, che ora dovranno sforzarsi di capirla; e sì, hanno votato per la doppia appartenenza, il che significa che i membri di piccoli partiti di sinistra più radicali potrebbero essere ammessi (questo è stato un particolare campanello d’allarme per alcuni esponenti di sinistra di lunga data, che temono che le lotte intestine e il soffocamento teorico possano prosciugare la spinta elettorale del partito). Ma la copertura di altri voti importanti è stata pari a zero. Insieme, questi voti rivelano una visione democratica che mantiene il partito nelle mani dei membri e che, con una gestione adeguata, potrebbe ancora avere successo. Dimostrano che i membri di Your Party, lungi dall’essere capricciosi, romantici o semplicemente pazzi come i media vorrebbero far credere, sono razionali, concentrati e laboriosi. Dopo tutto, hanno letto, modificato e discusso instancabilmente i documenti del partito, organizzando e partecipando alle assemblee regionali in tutto il paese. Ma quei voti potrebbero anche contenere una critica fondamentale nei confronti dei suoi cofondatori, Jeremy Corbyn e Zarah Sultana, la cui frattura, alimentata da un’irrazionalità petulante, continua a dominare e minaccia di deformare in modo permanente l’impresa. È fondamentale che prestino attenzione a questo aspetto. Altrimenti, Your Party apparirà sempre più chiuso in se stesso, mentre l’elettorato lo guarderà con disprezzo. UNA CHIESA APERTA Al centro della visione che i membri hanno del partito ci sono stati tre voti espressi durante la conferenza di novembre, che ne hanno definito la dichiarazione politica. Your Party deve essere un partito di massa, esplicitamente socialista, con al centro la classe operaia e che comprenda la più ampia alleanza sociale possibile. Il riferimento alla “più ampia alleanza sociale possibile” contiene una chiara istruzione alla cofondatrice Zarah Sultana di ritrattare la sua affermazione secondo cui non c’è spazio per i conservatori sociali nel partito, punto e basta (lei ha già iniziato a farlo). Ciò non significa che i membri abbiano abbandonato i valori fondamentali del partito: alla conferenza si sono impegnati a lottare per la liberazione dei trans, proprio la questione che ha scatenato una lite pubblica tra Sultana e il deputato dell’Independent Alliance (IA) Adnan Hussain (Hussain si è poi ritirato da Your Party dopo che Novara Media gli ha chiesto se ne facesse ancora parte). In interviste più recenti, Sultana non definisce più i diritti dei trans e il conservatorismo sociale come un circolo vizioso. È una scelta saggia: conciliare le due cose è una necessità se Your Party vuole costruire una base che includa sia i musulmani che una classe operaia diversificata – alcuni dei quali potrebbero identificarsi come socialmente conservatori su una serie di questioni – insieme agli “urban progressives”*. Sultana è ora più concentrata sull’identificazione di un nemico comune. La classe dirigente, ha detto a Middle East Eye, divide i più emarginati, compresi i trans e i musulmani. «Dobbiamo costruire coalizioni». Potrebbe essere che questa sia una lotta per la libertà, e non per ciò che passa per la testa delle persone? REPULSIONE PER L’ESPULSIONE Ciò che i militanti vogliono, i militanti ottengono. È stato così anche alla conferenza, quando hanno votato a stragrande maggioranza a favore della doppia appartenenza, suscitando fantasie esagerate di imminenti prese di potere da parte dei trotskisti tra alcuni esponenti esterni al partito. Se questa è una possibilità reale, per ora è rimandata, poiché deve ancora essere deciso a quali altri gruppi potranno appartenere i militanti di Your Party. Questo e molti altri aspetti saranno determinati dalla nuova leadership collettiva, il Comitato esecutivo centrale (CEC) ancora da eleggere (va notato che il voto per la leadership collettiva è stato approvato con un margine piuttosto esiguo, forse a dimostrazione del fatto che i membri lo considerano sperimentale e soggetto a revisione tra 21 mesi). La decisione del CEC sui gruppi ammessi sarà ratificata o modificata solo alla conferenza del prossimo anno e, anche in quel caso, sarà soggetta a revisione costante. La mia impressione è che i membri abbiano votato a favore della doppia appartenenza in parte come protesta contro le espulsioni avvenute durante la conferenza, ma anche perché desiderano sinceramente un’ampia sinistra. Ancora una volta, sono razionali. Quello che cercano è una coalizione socialista agile e lungimirante; qualsiasi gruppo considerato eccessivamente dirompente non durerà a lungo, azzarderei. Come misura di salvaguardia, gli iscritti hanno adottato politiche che potrebbero limitare drasticamente le opportunità delle fazioni di destabilizzare o dirottare il partito. Fondamentalmente, i membri hanno concordato che le future attività del partito saranno decise con il sistema “un membro, un voto” (OMOV), aperto a tutti i membri tramite voto online, piuttosto che dai delegati delle sezioni durante le conferenze. Ciò renderà infinitamente più difficile per i piccoli gruppi influenzare i voti senza prima ottenere un consenso più ampio tra i membri. D’altra parte, l’OMOV può anche favorire gli obiettivi di coloro che dispongono delle maggiori risorse per comunicare con i membri, vale a dire i parlamentari e i personaggi pubblici. Il rischio è maggiore quando il potere si concentra attorno a uno o a un piccolo numero di leader. Ma anche in questo caso, il desiderio dei membri di una leadership collettiva dovrebbe compensare in parte tale rischio, purché il CEC sia ragionevolmente diversificato. COSTITUZIONE DEL POLITBURO Come funzionerà la selezione del CEC? Fino all’inizio del prossimo anno, il comitato direttivo – composto da Corbyn e dagli altri due parlamentari dell’IA che rimangono legati a Your Party, Ayoub Khan e Shockat Adam – preparerà l’elezione di 20 persone al CEC. Mi risulta che a loro si unirà un comitato di membri ordinari selezionati a sorte (cioè scelti in modo casuale) per garantire il controllo democratico e la responsabilità fino all’insediamento del CEC. Sultana – che sostiene di essere stata esclusa dall’IA, anche se secondo loro se n’è andata – dovrebbe sicuramente tornare. Sarà sostenuta dai membri per il suo aperto sostegno alla leadership collettiva e alla doppia appartenenza, due questioni costituzionali di primo piano. Questo è quanto di più vicino si sia mai arrivati a un mandato democratico da parte dei membri del partito. Ma i membri vorranno che Sultana utilizzi tale mandato per costruire ponti e promuovere il progresso, cosa che lei deve ancora dimostrare di saper fare; e vorranno che anche l’IA faccia lo stesso. I 20 posti disponibili nel CEC, che dovrebbero essere assegnati entro la fine di febbraio, includono solo quattro posti riservati a titolari di cariche pubbliche: parlamentari, consiglieri, sindaci e simili. Gli altri 16 possono essere qualsiasi membro che non sia anche parlamentare. Tre di loro diventeranno presidente, vicepresidente e portavoce del partito, mentre altri quattro ricopriranno altri ruoli dirigenziali, tutti decisi, a quanto mi risulta, tra i membri del CEC. In seguito, ci saranno quattro seggi aggiuntivi per le sezioni organizzate all’interno del partito e seggi regionali per la Scozia e il Galles. I dettagli delle elezioni del CEC sono ancora in fase di definizione. Nell’organizzare le elezioni, l’IA (si spera includendo Sultana) potrebbe fissare delle soglie di nomina. È qui che entreranno in gioco l’organizzazione locale, di blocco e forse anche dei piccoli partiti, anche se un’ulteriore decisione dei membri di tenere elezioni regionali piuttosto che nazionali per il CEC potrebbe favorire gli organizzatori radicati nella comunità. Chi saranno i candidati? Mi aspetto figure note e dinamiche con idee populiste e solide basi di movimento. Mi aspetto anche di vedere liste: gruppi di candidati che mettono in comune le risorse per candidarsi sulla base delle stesse piattaforme politiche, ideologiche o elettorali, anche se dovranno anche fare appello all’ampia base di membri che vogliono che il partito lavori per il maggior numero di persone possibile. I membri saranno particolarmente colpiti dalle figure che ritengono adatte a ricoprire le cariche di presidente, vicepresidente e portavoce. Chiunque occuperà tali posizioni potrebbe anche diventare un importante rappresentante mediatico e, potenzialmente, un candidato alle elezioni future. I membri vorranno vedere persone con comprovate capacità politiche tra tutti i candidati del CEC, ma, in assenza di leader unici o co-leader, soprattutto tra coloro che hanno maggiori probabilità di occupare posizioni chiave. ZITTI E (NON METTETEVI IN MEZZO) GUIDATE E la strategia elettorale più ampia di Your Party? Anche in questo caso, i membri hanno agito in modo razionale, date le risorse attuali e le recenti fratture. Hanno optato per un approccio altamente mirato alle cruciali elezioni locali del prossimo maggio, sostenendo un numero limitato di candidati del partito dove hanno solide possibilità di vittoria, ma anche mettendo le risorse del partito a disposizione di candidati indipendenti politicamente allineati in luoghi dove non ne hanno. Credo che ci sia ancora spazio per l’ottimismo. Ma ecco la mia principale preoccupazione: l’IA e Sultana riusciranno a lavorare insieme, mantenendo l’adesione al partito abbastanza a lungo da istituire un CEC? Il passato non fa ben sperare, ma la nascita del partito potrebbe ancora essere un evento galvanizzante per tutti i soggetti coinvolti. In politica, il passato è inevitabilmente presente. Sembra che anche i membri lo abbiano tenuto presente. Il corbynismo ha galvanizzato milioni di persone e ha portato un leader progressista e socialista vicino al potere per la prima volta in decenni. Ma è stato anche ostacolato dal fazionalismo centralizzato del partito e minato da decisioni prese da cricche e prive di sensibilità, soprattutto in merito alla Brexit. Alcuni voti possono essere interpretati come correttivi a tali difetti. Sono state inoltre notate le escalation pubbliche di Sultana e l’eccessiva dipendenza dal sostegno di elementi più radicali. I voti dei militanti riflettono una fiducia sempre più scarsa nella leadership centrale e nei singoli detentori del potere, nonché nelle tattiche dei gruppi radicali che potrebbero sostenerla. Dimostrano anche che i militanti vogliono una leadership basata sul consenso. Un’azione solitaria e avventata è un modo per danneggiare tale consenso; un altro è evitare il conflitto e delegare la responsabilità ad altri. Questi due lati della medaglia problematica dei cofondatori sono ciò che dovrà essere superato. Se i partecipanti hanno fatto del loro meglio per plasmare il partito, hanno anche fatto del loro meglio per guidarne i fondatori. Resta da vedere se questi ultimi saranno disposti ad ascoltarli. Senza dubbio ci saranno discussioni accese. Speriamo che avvengano in buona fede e a porte chiuse. Steven Methven è il redattore di Novara Live, il programma serale di attualità e politica di Novara Media trasmesso su YouTube. *Il “conservatore sociale” di sinistra può essere molto redistributivo in economia, ma preferisce cambiamenti culturali lenti e consultati. È il profilo spesso definito “left on economics, conservative on culture”. Gli urban progressives sono la componente cosmopolita, istruita e culturalmente liberal della sinistra britannica, dominante nelle grandi città e portatrice di un’agenda fortemente orientata a diritti civili, clima e apertura globale. The post Gli aderenti a Your Party non vogliono i parlamentari star first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Gli aderenti a Your Party non vogliono i parlamentari star sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Le “lettere dalla prigione” di Boris Kagarlitsky
IL PRIGIONIERO PIÙ CELEBRE DELLA SINISTRA RUSSA, HA RILASCIATO UN’INTERVISTA CHE GLI È COSTATA ALCUNI GIORNI DI ISOLAMENTO Boris Kagarlítsky e Antonio Airapetov da El Salto Boris Kagarlitski è il prigioniero politico più famoso della sinistra russa. Sociologo, teorico marxista e professore alla Scuola Superiore di Economia, non ha mai lasciato scampo a nessuno. Oggetto delle sue critiche sono stati il Cremlino, Kiev e i governi occidentali, l’opposizione liberale russa, quella nazionalista e il Partito Comunista. E nonostante ciò, lo stile argomentato e rispettoso del professore gli ha fatto guadagnare un sostegno eterogeneo quando nel 2023 è stato incarcerato e condannato a cinque anni di prigione per la sua ferma opposizione all’invasione dell’Ucraina. Grazie alla Campagna Internazionale di Solidarietà sono state raccolte centinaia di firme a favore della sua liberazione tra personalità di spicco della sinistra internazionale, come Naomi Klein, Jean-Luc Mélenchon, Slavoj Žižek, Jeremy Corbyn, Ken Loach o Tariq Ali, tra gli altri. Nel mese di novembre, appena compiuti i 67 anni, Kagarlitski ha trascorso tre giorni in una cella di isolamento della colonia penitenziaria IK-4, in condizioni che minacciano il suo fragile stato di salute, secondo quanto denunciato dal suo avvocato. Si trattava di una punizione per l’estesa intervista rilasciata a Véstnik Buri, uno dei media più rilevanti nella sinistra russa. Le sue risposte sono state trascrutte e montate in video grazie a un’app di AI che successivamente ha avuto un’ampia diffusione dentro e fuori la Federazione Russa. Ne citiamo di seguito alcuni frammenti: A PROPOSITO DEL CARCERE Non è la prima volta che finisce dietro le sbarre: ha già scontato una pena nel 1982, quando era ancora nell’Unione Sovietica, nell’ambito del processo contro il gruppo dissidente dei Giovani Socialisti; è stato nuovamente arrestato nel 1993 dalla polizia di Boris Eltsin durante il colpo di Stato da lui orchestrato, e per la terza volta dalla polizia di Vladimir Putin nel 2020 durante le proteste contro l’abolizione del limite dei mandati presidenziali. Nel 2023, prima di entrare definitivamente in prigione, il regime gli ha dato la possibilità di andare all’estero, come hanno fatto tanti altri oppositori. Sempre nel rispetto di coloro che hanno scelto l’esilio, Kagarlitsky difende la strada scelta: «Non ho rimpianti. Ho preso una decisione e la considero non solo giusta, ma estremamente importante. […] Alcuni dall’esilio, altri dall’interno del Paese, altri ancora dalla prigione: l’importante è che tutti manteniamo la solidarietà e la fede nella nostra causa». Kagarlitsky è il più famoso, ma non è affatto l’unico prigioniero della sinistra russa. Solo per citare alcuni casi: in Russia sono ben noti i processi contro gli antifascisti di Tyumen, il Circolo Marxista di Ufa, il matematico e professore dell’Università di Mosca Azat Miftáhov, o i tre adolescenti di Kansk che sono stati arrestati all’età di soli 14 anni e sono in carcere da tre anni per aver attaccato degli adesivi di solidarietà con Azat. “Nell’IK-4”, spiega Kagarlítsky, “si è formata una comunità di prigionieri politici il cui nucleo è composto da persone di sinistra”. In questo caso si riferisce al militante antifascista libertario Denís Ushakov e al socialdemocratico di sinistra Gáguik Grigorián. Tuttavia il veterano marxista va sempre oltre: “Per quanto possa sembrare paradossale, la maggior parte dei detenuti per reati politici non sono molto politicizzati. Sono semplicemente persone indignate dagli eventi degli ultimi anni che hanno espresso la loro indignazione sui social network e sono finite così nell’IK-4. È stato una volta qui, incontrando altri prigionieri politici, che hanno iniziato a pensare in termini politici […] e hanno scoperto di essere, in modo istintivo, di sinistra. Non perché abbiano letto la teoria, ma per la loro esperienza di vita». A PROPOSITO DELLA GUERRA La guerra è molto presente nella vita della colonia. I detenuti ricevono visite dai reclutatori e le autorità li informano puntualmente su cosa devono fare per arruolarsi nelle forze armate: “I dati sul reclutamento vengono pubblicati mensilmente. […] Nel 2023 ci sono stati mesi in cui centinaia di persone hanno firmato il contratto. Nella primavera del 2024 le cifre oscillavano intorno alle 35-45 persone e poi, dalla fine dell’estate, hanno iniziato a diminuire rapidamente, fino a dicembre, quando si è arruolata una sola persona. Poi c’è stato un certo aumento, ma nulla di spettacolare, tra le 8 e le 11 persone al mese. E anche questa piccola ripresa è legata alle aspettative di pace. Parlo con molti reclute e mi assicurano che non arriveranno al fronte perché il cessate il fuoco è imminente. Inoltre, gli stessi reclutatori insistono su questo punto. Purtroppo, per il momento, ciò non si è verificato. […] Non solo non ho trovato nessuno ideologicamente motivato, anzi, al contrario, ho incontrato più di un convinto oppositore della guerra che si è arruolato. Perché? Per uscire di prigione e guadagnare soldi per le rispettive famiglie. […] Abbiamo anche un certo numero di fanatici che ripetono gli slogan della propaganda, ma nessuno di loro si è arruolato per combattere. Nessuno!” Alla domanda sulle possibilità di un accordo tra Putin e Trump, Kagarlitsky si mostra scettico: «Trump pensava che, offrendo a Mosca condizioni vantaggiose, avrebbe ottenuto rapidamente il risultato desiderato. Ma non capiva affatto le cause e le dinamiche di questo conflitto, che non risiedono nella disputa territoriale o ideologica […], ma nei problemi interni della politica russa e, in parte, anche di quella ucraina. Se non sono in grado di raggiungere un accordo geopolitico, è semplicemente perché la geopolitica, e persino il controllo delle terre rare, sono questioni del tutto secondarie. La questione principale è il cambio al Cremlino. E suppongo che anche in Ucraina sia sul tavolo il problema della ripartizione del potere, anche se in altra forma”. “Il ritardo gioca chiaramente a sfavore della Russia: […] Trump ha già fatto fin dall’inizio il massimo delle concessioni possibili e la logica degli eventi lo costringe a irrigidire la sua posizione”. Ma le dinamiche interne impediscono al regime russo di porre fine al conflitto: «La propaganda del Cremlino e quella liberale coincidono nella stessa visione di élite coese con un leader unico che aspira a un obiettivo globale di cui solo lui ne è a conoscenza. Nulla di più lontano dalla realtà. E’ parecchio tempo che non esiste una leadership unica; le élites sono profondamente divise al loro interno e perseguono obiettivi molto diversi, spesso incompatibili. Ma temono anche una rottura pubblica […]. Di conseguenza, le decisioni […] vengono rinviate. È come una nave che continua ad andare alla deriva mentre sul ponte di comando si discute all’infinito su dove andare. Quanto tempo si può andare avanti così? […] Finché non compare un iceberg. […] Se ci sarà un cambio al potere, ci saranno anche un accordo di pace e un’amnistia. Ma devo ricordare ancora una volta che non si tratta solo dei prigionieri politici. Nelle carceri ci sono migliaia di persone condannate per assenteismo militare. […] E anche per i reati penali comuni […] i tribunali stanno infliggendo pene chiaramente gonfiate per stimolare le persone a firmare contratti con l’esercito. L’amnistia deve essere ampia e non riguardare solo i prigionieri politici”. SULLA SINISTRA “Con la crisi economica mondiale del 2008-2010 è iniziata un’epoca che non è ancora finita. […] In Russia, a livello locale, il modello di ”democrazia guidata” è entrato in crisi. […] Il bivio politico era abbastanza evidente per tutti: una vera democratizzazione o, al contrario, un autoritarismo più esplicito. Le élite russe temevano una democratizzazione perché avrebbe potuto portare alla perdita di controllo. Non solo le élite al potere: anche i leader dell’opposizione liberale, così come i rappresentanti dell’imprenditoria che li sostenevano, temevano un processo incontrollabile. Di conseguenza, invece di cambiamenti radicali, abbiamo assistito all’inutile “protesta di Bolotnaya” [2011-2012]. Il nome stesso è simbolico [Bolotnaya plóschad significa la piazza del pantano]: tutta l’energia della protesta si ritrovò impantanata nell’opportunismo liberale. […] Quegli eventi rafforzarono e, in un certo senso, crearono una nuova sinistra”. Una nuova generazione, che non si era più formata nell’URSS, ha alimentato progetti mediatici solidi nella sinistra durante il decennio 2010. Tuttavia, questi non sono mai riusciti a concretizzarsi in un proprio progetto politico: “Abbiamo raggiunto un pubblico stabile che ha resistito alla prova di questi tre anni di guerra; abbiamo un ambiente, una struttura, una cultura e una tradizione propri. […] Sullo sfondo del crollo morale e politico della vecchia opposizione sistemica, siamo più visibili e meglio preparati a sviluppare iniziative politiche indipendenti. Ma, allo stesso tempo, la società è schiacciata, non solo dalla repressione ma anche dalla depressione. I problemi della sinistra sono, in ultima analisi, i problemi della società russa in generale”. Kagarlítsky considera il periodo bellico come un’impasse: “Siamo in un periodo di transizione. Si è protratto in modo esasperante, ma continua a mancare di contenuti propri. […] A livello globale sta già maturando un nuovo processo di formazione della sinistra. Si pensi al nuovo partito dei sostenitori di Jeremy Corbyn nel Regno Unito o ai nuovi leader della sinistra negli Stati Uniti. […] [In Russia] la coalizione non si costruirà attorno ai diversi atteggiamenti nei confronti di Stalin, ma attorno alle questioni della democratizzazione, della nazionalizzazione dei monopoli naturali e della socializzazione delle piattaforme, delle questioni di guerra e pace, educazione e diritti sociali. […] Bisogna formare una coalizione ampia sulla base di un programma di riforme democratiche e sociali”. A PROPOSITO DI MEMORIA STORICA «Cosa rivendicano le persone [quando difendono la memoria sovietica]? Quale Unione Sovietica? […] Posso rispondere per me stesso. Senza dubbio, considero un risultato della rivoluzione lo Stato sociale […]. L’istruzione delle masse, non solo attraverso la scuola e l’università, ma anche attraverso la diffusione dell’alta cultura. E, naturalmente, l’enorme lavoro di trasformazione di un paese agricolo in uno industriale, lo sviluppo della scienza, ecc. Ma la società sovietica era estremamente contraddittoria. Questi aspetti non solo coesistevano con la repressione, l’annullamento dell’individuo, le campagne denigratorie contro la genetica o il “cosmopolitismo”, un burocratismo esacerbato, ecc., ma erano anche strettamente correlati. […] Per noi, come sinistra, è fondamentale trarre conclusioni critiche da questa esperienza per non ripeterla e non ripetere così la sconfitta”. Lo stalinismo si è trovato inaspettatamente al centro dell’attenzione dei media della sinistra russa negli ultimi mesi. Le diverse fazioni staliniste sono fortemente polarizzate sulla questione della guerra: «C’è un aspetto curioso riguardo agli stalinisti post-sovietici. L’ideologia stalinista storica ha attraversato diverse fasi e ha subito mutamenti sostanziali. Una cosa era l’ideologia degli anni ‘30, in cui c’era ancora molta retorica rivoluzionaria, riferimenti all’interesse di classe, ecc. E un’altra era l’ideologia del periodo 1948-1953, che in sostanza ha preparato l’attuale ‘imperialismo rosso’. […] Nel 2022 è diventato evidente su quale periodo della storia sovietica ciascuno si concentrasse. Tra coloro che si orientavano verso le idee degli anni ’30, molti hanno adottato una posizione critica nei confronti dell’invasione dell’Ucraina, mentre gli “imperialisti rossi” hanno naturalmente sostenuto il regime. Tutto molto logico. D’altra parte, il Partito Comunista della Federazione Russa ha dato una svolta rinnegando ufficialmente la condanna dello stalinismo adottata dal Partito Comunista Sovietico nel XX Congresso del 1956: “Le rappresaglie contro i comunisti nell’URSS sono un fatto noto da tempo. […] Sono stati condotti molti studi. Alcuni di essi [che stimano in circa 700.000 le persone giustiziate dalle troike di Stalin] sono spesso citati dagli stessi stalinisti quando vogliono dimostrare che il numero delle vittime è stato inferiore a quello sostenuto dai liberali. […] Allora perché proprio ora la dirigenza del Partito Comunista rinnega ufficialmente le risoluzioni del XX Congresso, senza alcun nesso diretto con il momento attuale? Mi sembrano esserci due ragioni. La prima è che la storia sta sostituendo la politica. Non si tratta nemmeno di depoliticizzazione, è peggio: la difesa dei miti diventa la sua attività principale. […] Miti, per giunta, reazionari. Il mito del grande leader è di per sé reazionario perché mira a sopprimere l’attività autonoma e democratica delle masse. […] E la seconda ragione è che, forse in modo inconscio, vogliono compiacere l’attuale leadership del Paese. Non è un segreto che l’eredità autoritaria dell’URSS sia accettata e approvata dal regime attuale, a differenza dell’eredità progressista sovietica (l’emancipazione delle donne, la separazione della scuola e della cultura dalla Chiesa, ecc. […] Proprio ora che la lotta per le libertà democratiche diventa un aspetto chiave della lotta per la trasformazione sociale, ci viene offerto il culto dell’autoritarismo e del conservatorismo. […] Da ciò deriva una conclusione. Anche se alcuni non lo vogliono, sarà necessario affrontare la questione della democrazia, perché, in ultima analisi, è anche una questione sociale, una questione di classe”. SULLA DEMOCRAZIA Ponendo la lotta per la democratizzazione del Paese in una posizione così privilegiata, Kagarlitsky entra nel vivo di un’altra questione molto controversa per la sinistra russa: il rapporto con l’opposizione democratico-liberale: «La maggior parte degli oppositori liberali si rifiutava categoricamente di vedere le radici sistemiche ed economiche di ciò che stava accadendo. Non chiedevano di cambiare il sistema, ma di sostituire alcune persone, molto cattive e corrotte, provenienti dai servizi segreti, con altre persone, molto buone e oneste, provenienti dal mondo degli affari”. “La situazione ha iniziato a cambiare verso la fine del decennio 2010 con l’arrivo di una nuova generazione di giornalisti professionisti che non provavano odio verso le idee di sinistra e, in alcuni casi, addirittura simpatizzavano con esse”. Gli attivisti liberali stanno attraversando un processo molto importante di revisione dei propri valori. Ciò non significa che da un giorno all’altro diventeranno tutti di sinistra (anche se alcuni lo hanno già fatto). Ma, almeno, saranno più disposti a dialogare con noi, e in questa situazione il nostro dovere è quello di esporre in modo chiaro e convincente questioni concrete, rispettare gli avversari ed esigere lo stesso rispetto nei nostri confronti. […]. Qualcuno mi mostri, per favore, una citazione di Marx, Lenin o anche Stalin, che affermi esplicitamente che la dittatura borghese è migliore della democrazia borghese. Nessun “classico” ha mai detto una simile assurdità. Ai più ostinati consiglio di leggere il discorso di Stalin al XIX Congresso del PCUS. Il tema chiave è che i comunisti dei paesi capitalisti devono mettersi alla testa della lotta per la democrazia. Perché dico che la questione della democrazia è una questione di classe? Perché l’auto-organizzazione di massa dei lavoratori sarà possibile solo in condizioni di libertà e apertura, quando molti membri della classe operaia, non solo leader e attivisti isolati, potranno affiliarsi a organizzazioni di sinistra, esprimere le loro opinioni senza timore di ritorsioni e, in ultima analisi, influenzare la politica. A SPASSO CON IL LEVIATANO Il ricongiungimento con la famiglia e il suo programma di azione politica non sono le uniche cose che occupano la mente del detenuto. Kagarlitsky ha anche altri progetti letterari: “Sto prendendo appunti sulle storie più curiose e sui personaggi più interessanti. Spero di pubblicare un libro, se mai riuscirò a uscire di qui un giorno, con tutte le storie divertenti, comiche, grottesche e, a volte, ovviamente, un po’ inquietanti che ho osservato durante le mie peregrinazioni nelle carceri. […] Ho già anche il titolo: “Passeggiate con Leviatano”. […] I miei compagni e persino alcuni funzionari sono già a conoscenza di questo libro. Ricordo che a Rzhev il capo della sezione operativa mi chiamò nel suo ufficio e mi chiese: “È vero che sta scrivendo un libro sulla prigione?”. Gli risposi di sì. “Beh, per favore, scriva dei nostri problemi. Abbiamo pochi fondi e non possiamo fare una riforma come si deve”. Gli promisi che l’avrei fatto e lo farò!”. The post Le “lettere dalla prigione” di Boris Kagarlitsky first appeared on Popoff Quotidiano. 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UK, Your Party si chiamerà così ma ancora non sa chi è
LA CONFERENZA DI LIVERPOOL APPROVA IL NOME DEL NUOVO PARTITO DELLA SINISTRA BRITANNICA MA SI SCOPRE CAOTICA E LITIGIOSA Doveva essere il lancio ufficiale di Your Party – il progetto lanciato da Jeremy Corbyn insieme alla deputata Zarah Sultana – del nuovo partito socialista di massa, quello di “tutti i socialisti” (appellativo che in UK ha un’accezione molto più nobile e radicale di quanto ne abbia in Italia dopo l’era Craxi) ma la due giorni di Liverpool è stata caotica e la leadership di Corbyn non ha offerto lo spettacolo edificante come era parso – a vederlo dall’Italia – al tempo della sua ascesa nel Labour. Sabato, infatti, quella che è stata definita la sua “cricca” è stata accusata di aver dato vita a una sorta di “caccia alle streghe” per fare fuori sul nascere l’adesione di settori critici della sinistra. Una lotta per l’egemonia che si incrocia con la competizione a sinistra con un Green Party molto più vivace e radicale di un tempo sotto la guida del nuovo leader Zack Polanski. Il dilemma, almeno uno dei dilemmi, è se YP sarà un partito dei socialisti oppure un Labour 2.0, molto meno radicale e  dove i militanti sono soldatini dei parlamentari. Your Party vuole incarnare la promessa di un nuovo socialismo di massa capace di riorganizzare la sinistra dopo la normalizzazione starmeriana. Corbyn ha parlato di un’“opportunità unica” per costruire un soggetto capace di contrastare “il triopolio del pensiero politico in parlamento”, ma la conferenza di Liverpool ha mostrato fin da subito le linee di frattura. Secondo il Guardian, il debutto del partito è stato oscurato da conflitti interni, un lancio fallimentare dell’adesione e persino minacce di azioni legali. Due parlamentari indipendenti coinvolti nel processo fondativo, Adnan Hussain e Iqbal Mohamed, hanno abbandonato la partita. E come loro, molti degli 800 mila che avevano pre-aderito alla piattaforma hanno scelto di stare alla larga da un processo costituente già percepito come contraddittorio. Anticapitalist Resistance, un gruppo ecosocialista della Quarta Internazionale impegnato nella costruzione di YP, ha sintetizzato così il malessere: “migliaia di persone si aspettano che il partito si dia una regolata, diventi una forza democratica e cominci a radicarsi nelle comunità della classe operaia. La domanda è se YP voglia davvero essere un partito di sinistra aperto oppure una struttura rigida che esclude i socialisti in quanto membri di altre organizzazioni”. Una domanda che diventa centrale quando emerge che le decisioni più importanti sulla doppia appartenenza sono state prese prima che la conferenza potesse esprimersi, e che le espulsioni sono iniziate prima ancora che la regola fosse discussa. A Liverpool hanno votato in 9 mila, in presenza o online, e solo il 37 per cento ha confermato il nome Your Party, scelto in via provvisoria mesi fa. Il resto dei voti si è diviso fra For The Many, Popular Alliance e Our Party. Ma è stata Sultana a riaccendere il dibattito. Ha boicottato la prima giornata in solidarietà con diversi membri del Socialist Workers Party espulsi all’ultimo minuto ed è tornata domenica sul palco con un discorso durissimo contro le decisioni prese “al vertice”, accusando la dirigenza di pratiche antidemocratiche. Novara Media, che ha sostenuto il progetto fin dalle prime fasi, ha confermato che una delle controversie maggiori riguarda proprio le orchestrazioni attribuite al cerchio ristretto attorno a Corbyn, percepite come un tentativo di blindare l’impianto del partito impedendo modifiche da parte dei membri. La regola sulla doppia appartenenza, che vieterebbe agli iscritti di militare in altri partiti, è diventata il punto di rottura. Per gruppi della sinistra radicale come SWP, ACR, Socialist Party o il PCR (erede del Militant di Ted Grant) significherebbe la richiesta implicita di sciogliersi per confluire in un progetto che non ha ancora un manifesto politico. ACR lo ha definito irrealistico: perché organizzazioni con decenni di storia dovrebbero sciogliersi in un soggetto non ancora definito? La conferenza ha finito per ribaltare questo orientamento. Il voto sulla doppia appartenenza ha segnato una vittoria netta per le posizioni di Sultana, con il 69,2 per cento favorevole e il 30,8 contrario, ma le espulsioni erano già avvenute, rendendo evidente la frattura tra democrazia formale e prassi del gruppo dirigente. Il conflitto ha attraversato anche il tema della leadership. I delegati hanno scelto di affidare il partito a un esecutivo collegiale con il 51,6 per cento dei voti, respingendo l’idea del leader unico che Corbyn auspicava per ragioni di chiarezza mediatica. È un voto che congela, per ora, un possibile scontro diretto tra Corbyn e Sultana, ma apre comunque a una revisione futura che potrebbe riportare in auge un modello più tradizionale, forse prima delle elezioni generali. Sultana, dal palco, ha ammesso che la formazione del partito è stata segnata da “intoppi”, ma ha insistito sull’esigenza di far luce sulle decisioni prese ai vertici. Ha chiesto una linea esplicitamente antisionista e la rottura di ogni legame con “lo Stato genocida e apartheid di Israele”, mentre i sostenitori di Corbyn la accusano in privato di avere una visione purista del socialismo e di voler marginalizzare la componente musulmana “socialmente conservatrice” che ha sostenuto il progetto di rinascita corbynista. Sullo sfondo, resta la questione della stampa: il Socialist Worker, organo dello SWP, non ha ottenuto l’accredito per la conferenza mentre lo hanno avuto testate di destra, un dettaglio che ha contribuito a far crescere la percezione di una gestione opaca. L’atmosfera al congresso è stata spesso caotica. Delegati costretti ad agitare le braccia o illuminare il palco con i telefoni per chiedere la parola, espulsioni comunicate la sera prima della conferenza, e persino interventi di Karie Murphy, storica collaboratrice di Corbyn, che durante un comizio pre-congresso indicava alle guardie chi allontanare dalla sala. Un portavoce di Your Party ha giustificato l’esclusione di membri del Revolutionary Communist Group accusandoli di aggressioni politiche a Corbyn, mentre il caso dello SWP si è ulteriormente complicato quando Corbyn ha dichiarato alla stampa che il partito sarebbe registrato presso la Commissione elettorale. Non lo è, e non si opporrebbe ai candidati di YP. Il punto resta quindi politico, non legale. Prima che la conferenza si chiudesse con i delegati che cantavano Bella ciao, Corbyn ha lanciato un appello all’unità dicendo di comprendere tutte le frustrazioni che circondano il processo costituente. Ma la sintesi arriva ancora una volta dalla stampa militante: “La leadership di Your Party perde i voti chiave alla conferenza”, ha titolato il Socialist Worker, ricordando che la base non ha convalidato la centralizzazione che il cerchio magico del vecchio leader sperava di ottenere. Il progetto che doveva unire “tutti i socialisti” parte così in un campo minato, diviso fra eredità corbynista, nuove ambizioni movimentiste e una competizione crescente con un Green Party che intercetta energie giovanili e radicali. La domanda su cosa sarà davvero Your Party rimane aperta. E il dilemma iniziale, se essere un partito socialista di massa o un Labour 2.0, rischia di diventare la frattura fondativa del nuovo soggetto. L’editoriale del Guardian titola: “La prima conferenza del vostro partito non sembra promettere un nuovo inizio”. The post UK, Your Party si chiamerà così ma ancora non sa chi è first appeared on Popoff Quotidiano. 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La lunga fine dell’estate della sinistra greca
DIECI ANNI DOPO LA CAPITOLAZIONE DAVANTI ALLA TROIKA, LA SINISTRA CERCA DI RISORGERE MA NON HA UN PROGETTO CHIAVE NÉ UNA LEADERSHIP Queralt Castillo Cerezuela da El Salto Quest’estate ricorre il decimo anniversario di quel fatidico 5 luglio 2015, quando i cittadini greci si opposero alla troika e si rifiutarono di firmare un terzo memorandum di misure di austerità impossibili da attuare. Ignorando ciò che dicevano i greci, Alexis Tsipras, all’epoca primo ministro del Paese e primo esponente di sinistra a ricoprire tale carica in Europa, obbedì agli ordini di Bruxelles. Questo ha segnato una svolta non solo per Syriza, il partito al governo, ma anche per il resto della sinistra europea. “L’ondata di speranza generata da Syriza era stata accolta con entusiasmo da Podemos e da altre forze emergenti dell’Europa meridionale. L’Oxi greco è diventato, per alcuni giorni, lo slogan internazionale della resistenza all’austerità. Tuttavia, la svolta di 180 gradi dopo il referendum ha agito come un segnale di avvertimento. Ha servito a mostrare i limiti del populismo di sinistra quando raggiunge il potere: senza un sostegno istituzionale o economico sufficiente, i gesti simbolici possono ritorcersi contro chi li promuove”, spiegava alcune settimane fa a El Salto Kostis Kornetis, professore di Storia contemporanea all’Università Autonoma di Madrid e membro consultivo del Commissariato spagnolo e membro consultivo del Commissario España in Libertad 50 años. Tsipras, che aveva vinto le elezioni generali nel gennaio dello stesso anno, non ha avuto vita facile durante il suo mandato (2015-2019): alla grande delusione da parte dei cittadini greci si sono aggiunti gli attacchi della destra e dell’estrema destra, oltre a una povertà strutturale e sistemica le cui conseguenze sono ancora visibili nel Paese ellenico. A poco a poco, la formazione della “sinistra radicale” si è spostata verso il centro, ha adottato una narrativa meno progressista e si è cominciato a parlare della pasokizzazione di Syriza, una deriva verso una posizione ideologica molto più moderata e vicina ai socialdemocratici del PASOK. La Grecia di oggi è molto diversa da quella del 2015, ma nel Paese permangono alcune dinamiche che sono il risultato di tutto ciò. “Ci sono indicatori macroeconomici che fanno pensare che stiamo meglio rispetto al 2015, e questo è vero, ma ciò nasconde anche gravi problemi di disuguaglianza e povertà, molto più visibili allora. Nonostante ciò, il governo presenta la situazione attuale come una storia di successo ed è questa la versione che trasmette alle istituzioni europee, quando chiaramente non è così”, spiega a El Salto Ioannis Katsaroumpas, professore di diritto del lavoro alla Facoltà di Giurisprudenza del Sussex (Regno Unito). Le politiche neoliberiste e anti-immigrazione di Nuova Democrazia, il partito al governo, i problemi strutturali dell’economia o la privatizzazione delle infrastrutture e dei servizi fondamentali per il paese, oltre ai vari casi di corruzione e scandali, hanno indebolito il governo dell’attuale primo ministro Kyriakos Mitsotakis, ma non abbastanza da metterlo in pericolo rispetto a nessun rivale di peso. Dopo l’abbandono della scena politica greca da parte di Tsipras in seguito alla sconfitta elettorale del 2023, in Grecia si ha la sensazione che la sinistra sia alla deriva. Le numerose scissioni e la mancanza di un progetto politico solido da parte dei partiti che sono nati rendono il panorama, al momento, desolante. “Abbiamo diversi partiti di sinistra, ma stanno faticando a trovare una narrativa e un’ideologia che abbiano senso”, afferma Katsaroumpas, che ritiene che “ci sia un fallimento in termini di ideologia e narrativa coerente. E questo è proprio uno dei problemi della sinistra greca: l’assenza di una visione, di un orientamento, di obiettivi. Si tratta di uno spettro politico che continua a fare i conti con l’eredità dell’austerità a tutti i livelli”. Ed è proprio così: la sinistra greca deve affrontare un’eredità complessa e controversa, a cui si aggiungono una frammentazione e una mancanza di leadership evidenti. “Non c’è nessuna figura pubblica che ispiri, come ha fatto Alexis Tsipras alcuni anni fa”, afferma. Attualmente non esiste nemmeno un partito politico forte in grado di guidare questo spettro politico. Alcuni ci provano da tempo, ma non riescono a raggiungere l’obiettivo. Ora, però, potrebbe succedere qualcosa che qualcosa che sconvolga tutto; una svolta di cui si parla da settimane in Grecia: il possibile ritorno di Alexis Tsipras. TORNERÀ? Sebbene le voci sul possibile ritorno di Tsipras abbiano iniziato a circolare all’inizio dell’estate, è stato lo scorso 5 settembre, in occasione del V Vertice Metropolitano di Salonicco, organizzato da The Economist, che le voci hanno preso corpo. L’ex primo ministro ha presentato un Piano Nazionale di Ripresa nell’ambito di una proposta che mira a cambiare il modello produttivo e a migliorare la situazione economica del Paese. In Grecia ci sono opinioni di ogni tipo: chi pensa che si tratti di speculazioni infondate e chi ritiene che l’ex primo ministro abbia dato segnali sufficienti per considerare il suo ritorno come qualcosa di reale e possibile. “Tsipras sta compiendo alcune mosse politiche e, se tornerà, molto probabilmente formerà un nuovo partito, diverso da Syriza. Non sarà un partito di sinistra, ma piuttosto di centro-sinistra, socialdemocratico, progressista, o come si voglia chiamarlo. Quindi non stiamo parlando di una rinascita di Syriza o qualcosa di simile”. Chi parla è Yorgos Siakas, professore associato del Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Democrito di Tracia. Secondo l’analista, un possibile ritorno dell’ex leader riconfigurerebbe il panorama politico greco, o almeno quello di una sinistra in crisi. “Tutta l’opposizione di centro-sinistra sarebbe influenzata dal ritorno di Tsipras”, prevede. “L’unica cosa che sappiamo fino ad oggi sono due cose. In primo luogo, che la sua ipotetica formazione si collocherebbe nello spettro della politica progressista. E in secondo luogo: che al momento non esiste alcun partito né alcuna figura di spicco in grado di fare ombra a Mitsotakis e di assumere la guida della Grecia”. Per l’analista greca Anastasia Veneti, professore associato alla Facoltà di Comunicazione dell’Università di Bournemouth, parlare di un ipotetico ritorno di Tsipras è fantascienza: “Dare per scontato il suo ritorno è piuttosto rischioso. Se partiamo dal presupposto che tornerà in politica con un ruolo più attivo, non sappiamo se creerà un proprio partito o se tornerà a Syriza per ricoprire qualche incarico, il che richiederebbe l’avvio di una serie di procedure all’interno del partito. Dato che non sappiamo cosa significhi questo ipotetico ritorno, non possiamo fare supposizioni in questo momento”, sostiene. C’è, tuttavia, qualcosa che giocherebbe a sfavore di Tsipras nel suo ritorno come “grande salvatore” della Grecia, se questa fosse la sua intenzione. “Nonostante siamo al secondo posto peggiore di tutta l’UE in termini di potere d’acquisto, nonostante l’esistenza di cartelli e oligopoli nell’economia greca e nonostante l’alto costo della vita nel Paese, non siamo di fronte a nessuna crisi importante che possa sostenere questa rinascita”, precisa Siakas. LUGLIO 2023, IL CROLLO DI SYRIZA La ricomparsa dell’ex primo ministro greco e il suo possibile ritorno sulla scena politica avviene due anni dopo il crollo elettorale di Syriza, in quelle elezioni che hanno dato il colpo di grazia al partito. Nelle elezioni generali del 21 maggio 2023, Syriza, nonostante fosse dato da molti come secondo favorito dietro a Nuova Democrazia, non è riuscito a convincere la popolazione. Tsipras aveva assicurato che, se avesse vinto, avrebbe  contenuto i prezzi dei generi alimentari attraverso una riduzione dell’IVA, avrebbe aumentato i salari, protetto gli alloggi e controllato il mercato. Niente di tutto ciò ha conquistato il cuore degli elettori. Né la rivelazione delle intercettazioni illegali di giornalisti e politici (anche del suo stesso partito) con il software Predator, né la tragedia dei treni di Tempi del 28 febbraio dello stesso anno, che è costata la vita a 57 persone, hanno avuto ripercussioni negative su Mitsotakis, così come la cattiva gestione degli incendi boschivi che si verificano ogni estate. I risultati hanno anticipato ciò che sarebbe successo in seguito. Poiché Mitsotakis voleva governare con la maggioranza assoluta, ha indetto nuove elezioni per il 25 giugno dello stesso anno. Nuova Democrazia ha vinto con il 40,56% dei voti. Syriza ha ottenuto il 17,83%; il PASOK e il KKE (Partito Comunista Greco) hanno ottenuto rispettivamente l’11,84% e il 7,69% dei voti. Le posizioni successive furono occupate dai gruppi di estrema destra: Spartiates (Spartani), Niki (Vittoria) ed Ellinikí Lisi (Soluzione greca). Dopo la sconfitta, Tsipras, che era stato il primo ministro di estrema sinistra in Europa, lasciò un partito in rovina. Dopo la debacle e l’umiliazione subita dall’onnipotente Mitsotakis, la formazione politica che un tempo era stata il faro della sinistra europea ha iniziato a sgretolarsi. Tsipras ha puntato il dito: «Le forze progressiste a cui abbiamo chiesto collaborazione durante il periodo pre-elettorale erano schierate quasi esclusivamente contro Syriza. E ieri, al momento della storica vittoria elettorale della destra, hanno festeggiato più della ND il calo dei consensi del nostro partito”, ha detto dopo la conoscenza dei risultati. L’ex primo ministro ha lasciato tutte le sue cariche e ha lasciato la formazione, che è entrata in una spirale di lotte per la leadership che ha quasi causato la decomposizione del gruppo. Per cercare di ricomporsi e iniziare una nuova fase, Syriza ha indetto le primarie. Dopo il primo turno è arrivata la sorpresa: l’ex analista di Goldman Sachs Stefanos Kasselakis, un esterno, un intruso – dall’età di 14 anni e fino a quel momento aveva vissuto negli Stati Uniti – ha vinto, contro ogni pronostico, le elezioni interne. Ha confermato la sua vittoria al secondo turno e ha conquistato il potere nel partito. Questa vittoria ha portato gioia e diffidenza in egual misura: era un volto nuovo ed era “arrivato” per riformulare il partito, lontano dalle dinamiche viziate del passato. D’altra parte, è stato visto da una parte importante della formazione come un opportunista estraneo. Le dimissioni non si fecero attendere e alcuni membri storici, come Efi Achtsioglou, ex ministra del Lavoro tra il 2016 e il 2019 nell’esecutivo di Tsipras e uno dei volti più riconoscibili della formazione, abbandonò il gruppo. Altri furono costretti a farlo. Il regno del “Golden Boy”, tuttavia, fu breve: nel settembre 2024 subì una mozione di censura promossa da un gruppo del Comitato Centrale scontento della direzione personalistica che stava prendendo il partito e dovette andarsene. Quello che è successo negli ultimi anni fa sì che, per molte persone, Syriza sia diventato un partito praticamente irrilevante nel panorama politico greco. “La reazione del partito alla leadership di Kasselakis e il modo in cui lo ha trattato lo hanno danneggiato. Syriza è diventato un prodotto politico poco elegante“, ritiene Siakas. Anastasia Veneti, che non entra nel merito della validità politica di Kasselakis, ne sottolinea il carisma e il fatto che in poco tempo sia diventato un volto riconoscibile, un’entità a sé stante, soprattutto in un momento in cui la gente ”presta più attenzione all’immagine che alla sostanza”. Dopo l’uscita di Kasselakis e un altro turno di primarie, ora la leadership del partito è nelle mani di Socratis Famellos, deputato di Syriza dal 2015 e viceministro dell’Ambiente e dell’Energia tra il 2016 e il 2019. L’attuale leader del partito ha basato la sua campagna sull’idea di “una nuova fase”, ma la verità è che da quando è stato eletto, alla fine di novembre 2024, poco è cambiato nel partito. Il punto debole di Famellos è la sua mancanza di carisma politico. “Si sta impegnando molto, ma non sta ottenendo risultati. Purtroppo, non gode di questo tipo di riconoscimento tra l’elettorato, e lo vediamo nei sondaggi“, diagnostica Veneti, che riassume il tutto in una frase: ”Famellos non è Tsipras. Se vuole competere non solo con Mitsotakis, ma anche con Konstantopoulou (Verso la Libertà[1]) o Androulakis (PASOK) dovrà rafforzare la sua immagine e rendersi più riconoscibile, oltre a continuare a lavorare sui punti deboli del partito, indebolito dal fallimento del 2023 e da tutto ciò che ne è seguito. LE ALTRE SINISTRE (CHE NON SONO SYRIZA) Nel paniere della “sinistra greca” si trovano oggi diversi partiti, alcuni dei quali nati come scissioni di Syriza, come nel caso di MEra 25, guidato dall’ex ministro delle Finanze Yannis Varoufakis, Néa Aristerá (Nuova Sinistra) o il già citato Plefsi Eleftherias (Verso la Libertà). Nello spettro progressista si trovano anche gli anarchici di Antarsya – che non si presentano alle elezioni –, lo storico KKE (Partito Comunista Greco) o il partito di recente creazione di Stefanos Kasselakis Kínima Dimokratías (Movimento per la Democrazia). Tra le scissioni di Syriza spicca Verso la libertà, guidato da Zoi Konstantopolou, che negli ultimi anni è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel panorama politico greco. Figlia di personaggi di spicco nella lotta contro la dittatura dei colonnelli in Grecia (1967-1974), Konstantopolou è stata presidente del Parlamento greco dal febbraio 2015 fino all’estate dello stesso anno. Dopo che Alexis Tsipras ha ignorato il 61,3% della popolazione greca che ha votato contro la firma di un terzo memorandum, Konstantopoulou ha lasciato Syriza. Da allora, quando ha fondato il proprio partito, ha acquisito sempre più peso sulla scena politica greca. Non abbastanza, tuttavia, per poter affrontare Mitsotakis. La popolarità di Konstantopolou oscilla dal 3% al 10% in alcuni momenti. «Il problema di Konstantopolou è che guida un partito unipersonale, non possiamo parlare di una formazione politica con una struttura e una base stabile. Per questo motivo è considerato un partito di tendenza», spiega Yorgos Siakas. Una visione condivisa da Anastasia Veneti, che ritiene che il partito di Konstantopolou sia iperpersonalizzato. “Il partito è lei”. La diagnosi condivisa dagli analisti è che la popolazione greca si avvicina o meno al partito a seconda di ciò che fanno le altre formazioni, il che impedisce di parlare di un modello di intenzione di voto stabile. “C’è un modello di popolarità in ascesa, ma non raggiunge il 12% o il 13%. Questa è chiaramente una buona opportunità per il ritorno di Tsipras”, sostiene Siakas, che ritiene che in Grecia il clima sia favorevole alla nascita di nuove formazioni di sinistra. Un’altra formazione inizialmente interessante, nata da una scissione di Syriza e che ha perso slancio negli ultimi anni, è MeRA25. Questo progetto, nato tra il 2017 e il 2018 e guidato in origine dall’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, attualmente non ha alcun deputato o deputata in Parlamento. Nelle ultime elezioni generali ha ottenuto il 2,63% dei voti e non ha raggiunto la soglia del 3% necessaria per entrare in Parlamento. Infine, anche se non può essere considerata una formazione di sinistra, non si può non vedere l’ascesa del  PASOK, che nelle ultime europee ha sottratto a Syriza il secondo posto in Grecia. La figura del suo leader, Nikos Androulakis, è in ascesa ed è un fattore da tenere in considerazione. «Il discorso tenuto da Androulakis a Salonicco, in occasione del già citato V Vertice Metropolitano, è stato uno dei migliori che abbia mai pronunciato. La sua leadership era solitamente molto debole, ma le cose stanno cambiando», spiega Veneti, che rileva anche lo sviluppo di un programma elettorale molto più solido e definito. “Credo che Androulakis potrebbe essere un rivale competitivo per Mitsotakis, ha acquisito fiducia e appare più forte”. Una domanda che si pongono gli elettori di sinistra nel Paese è se, in vista delle prossime elezioni generali – previste per luglio 2027 – ci sia la possibilità che tutti questi gruppi formino un fronte comune, cosa che al momento sarebbe da escludere. Se si mantenessero le percentuali di voto del 2023, una coalizione formata da Syriza, PASOK, KKE, Plefsi Eleftherias e MeRA25 potrebbe raggiungere circa il 40%. “Si dovrebbe fare. Tutti questi leader politici dovrebbero sedersi a un tavolo e riflettere su come rafforzare la sinistra nel suo complesso e cercare di trovare il modo di entrare in contatto con la gente, perché credo che questo sia il problema principale dei partiti di sinistra in generale. Hanno perso la capacità di rispondere alle esigenze della popolazione“, rileva l’analista. Sebbene ci siano più punti di unione che di divisione in tutti questi gruppi, in politica, e questa sembra una premessa universale, ”gli interessi personali e/o gli ego tendono a prevalere sulle questioni politiche”, sostiene. In ogni caso, e in questo concordano tanto Siakas como Veneti, se c’è qualcuno in grado di unire tutte queste fazioni di sinistra, quello è Alexis Tsipras, «perché è una figura molto potente», sottolinea Veneti. LA FORZA DI NUOVA DEMOCRAZIA A prescindere dall’ipotetico ritorno di Tsipras, dalle fluttuazioni di popolarità di Zoi Konstantopoulou o dalla possibilità effimera di creare un fronte di sinistra, ciò che sembra evidente è che, al momento, non esiste un rivale in grado di mettere in ombra Mitsotakis. Nessuno dei recenti scandali ha provocato un crollo nella percezione da parte dei cittadini greci, anche se la manifestazione che si è tenuta nel febbraio 2025 per chiedere giustizia per le vittime dell’incidente di Tempi è stata una delle più massicce degli ultimi decenni. Dalla scomparsa, il 7 ottobre 2020, del gruppo neonazista Alba Dorata, Nuova Democrazia ha saputo approfittare del vuoto lasciato e raccogliere alcuni dei voti di coloro che un tempo votavano per la formazione ultra. Nel cuore del partito al governo convivono ora diverse fazioni di centro-destra e di estrema destra, ed è proprio qui che risiede il nocciolo della questione: l’ampiezza di ciò che questo partito abbraccia. Tuttavia, l’offerta dell’estrema destra è ampia: nelle ultime elezioni generali, quelle in cui Syriza ha subito una pesante sconfitta, il partito di ideologia neonazista Spartiátes (Spartani), sotto l’egida di Ilias Kasidiaris (ex leader di Alba Dorata e attualmente in carcere), ha ottenuto il 4,68% dei voti. Questo non è l’unico partito di ustradestra in parlamento dove coabita con Nike [Victoria], legato alla chiesa ortodossa, fondato da Dimitris Natsios, e con un’ideologia nel fondamentalismo religioso, e Ellinikí Lisi (Soluzione greca) che promuove i valori tradizionali religiosi e l’ultranazionalismo ed è capitanato da Kyriakos Velopoulos. Ioannis Katsaroumpas prevede che, se da qui alle elezioni l’estrema destra trovasse una figura di consenso, ci sarebbero possibilità di un fronte comune per le elezioni generali del 2027. «Data l’importanza della questione migratoria in Grecia, credo che l’estrema destra crescerà nel Paese», spiega. Se ciò accadesse, forse la sinistra dovrebbe ripensare alla possibilità di unirsi, come è avvenuto in altri paesi, come la Francia o la Spagna, in una sorta di coalizione comune. Per il momento, tuttavia, questa opzione non sembra essere sul tavolo. Veneti, Katasaroumpas e Siakas hanno previsioni diverse su quale direzione possa prendere la sinistra greca. Katsaroumpas, ad esempio, ritiene che al momento non ci sia nessuno in quello spettro politico in grado di contrastare Mitsotakis e lo dice chiaramente: “La principale opposizione a Nuova Democrazia verrà dalla destra o dall’estrema destra”, prevede. Più ottimista è Siakas, convinto che, in caso di ritorno di Tsipras, questi potrebbe diventare un forte rivale. Veneti è prudente. “In uno scenario come quello attuale, tutto può succedere”, conclude. DIECI ANNI DI DISASTRO L’estate del 2015, precisamente il 5 luglio, non solo ha segnato una svolta per la sinistra greca, ma anche per il resto della sinistra europea. Il 5 luglio, alla domanda se volessero che il loro governo firmasse un terzo memorandum, il 61,3% della popolazione che si è recata alle urne ha votato no: “oxi”, in greco. Stufi di un’austerità imposta da una troika che s’era dimostrata implacabile, i greci lo avevano espresso con chiarezza. Il “sí” ottenne un 38,69% dei voti. Tra le due opzioni più di venti punti percentuali di differenza. Il 62,5% della popolazione si recò alle urne. Nei mesi precedenti, i creditori avevano respinto in maniera sistematica qualsiasi proposta negoziale col governo di Atene. In Grecia, la popolazione si era sentita umiliata da Bruxelles e da una UE che la guardava dall’alto in basso e la minacciava di espulsione dall’eurozona. Sebbene Tsipras avesse promesso in tutti i modi che avrebbe ascoltato il mandato dei greci, quando è arrivato il momento ha fatto esattamente il contrario: ha capitolato davanti alla Troika. Messo alle strette dai creditori e con poche opzioni a disposizione, l’ex leader di sinistra ha firmato il terzo memorandum e ha accettato le condizioni imposte dai leader europei e dal FMI. In Grecia, gli elettori di sinistra considerarono la capitolazione come un tradimento; e il trauma è ancora vivo adesso. C’è chi continua a riferirsi a Tsipras come “prodotis”, traditore, in greco. La delusione, inoltre, non è rimasta confinata entro i confini ellenici, ma ha colpito duramente il cuore della sinistra europea. Syriza rappresentava un simbolo, e da un giorno all’altro tutto è crollato. “La capitolazione di Tsipras ha provocato un trauma alla sinistra europea, un trauma dal quale non si è ancora ripresa”, sostiene Ioannis Katsaroumpas. Nel 2015 tutti gli occhi erano puntati su Tsipras, che si era presentato all’Europa come un’alternativa al sistema. Il suo inaspettato cambiamento di posizione ha fatto capire che se Syriza non ce l’aveva fatta, nessuno avrebbe potuto farcela. Gli anni successivi e il futuro delle diverse sinistre greche sono stati profondamente segnati da quella decisione. [1] un partito di ispirazione antisistema fondato nel 2016 dall’ex-vicepresidente del Parlamento ellenico Zōī Kōnstantopoulou. I suoi membri derivano da “Unità Popolare”, scissione a sinistra di Syriza del 2015. The post La lunga fine dell’estate della sinistra greca first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo La lunga fine dell’estate della sinistra greca sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
Elezioni in Cile: una comunista contro le tre destre
JEANNETTE JARA, SOSTENUTA DA TUTTA LA SINISTRA E DAL PRESIDENTE BORIC, PERDEREBBE IN QUASI TUTTI GLI SCENARI AL SECONDO TURNO (JAIME BORDEL GIL) Questo articolo è tradotto da El Salto, media indipendente dello Stato spagnolo Il 16 novembre il Cile tornerà alle urne per il primo turno delle elezioni presidenziali che decideranno chi succederà a Gabriel Boric al Palacio de La Moneda. Il Cile che domenica andrà a votare è molto diverso da quello che quattro anni fa ha dato la vittoria a un giovane deputato proveniente dal movimento studentesco. Sarà un Cile molto più numeroso: l’introduzione del voto obbligatorio dopo il primo plebiscito costituzionale del settembre 2022 ha raddoppiato il numero di elettori. Mentre nelle precedenti elezioni presidenziali era normale che partecipassero circa sette milioni di persone, nelle quattro elezioni tenutesi dall’introduzione del voto obbligatorio il numero ha superato i 13 milioni. Tre di queste elezioni erano legate ai diversi plebisciti costituzionali (2022 e 2023), mentre la quarta era quella municipale e regionale del 2024. Pertanto, nulla sembra indicare che l’affluenza sarà inferiore in un’elezione presidenziale in cui l’esperienza ci dice che le persone tendono a partecipare di più. Il Cile che voterà domenica è anche un Paese più incline alla destra, dove la candidate del partito al governo, Jeannette Jara, sostenuta da tutta la sinistra e dallo stesso presidente, parte favorita al primo turno, ma perderebbe in quasi tutti gli scenari del secondo turno. Se i sondaggi non sbagliano, sembra che il grande dubbio delle elezioni sia vedere chi affronterà Jara al ballottaggio del prossimo 14 dicembre. E il paradosso è che chi lo farà avrà molte possibilità di diventare il prossimo presidente del Cile, nonostante non raggiunga nemmeno il 30% delle preferenze al primo turno. A questo aspirano diversi candidati di destra e di estrema destra. Quello che ha più possibilità è José Antonio Kast, che ha già affrontato Boric nel 2021 e che in questa campagna ha cercato di assumere un atteggiamento più moderato e presidenziale che gli consenta di superare la campagna della paura che gli ha fatto perdere le precedenti elezioni. A tal fine, Kast ha deciso di concentrarsi sui temi più trasversali nell’odierno Cile: la sicurezza, la criminalità o l’immigrazione irregolare, lasciando in secondo piano le questioni più controverse come i diritti civili e tutto ciò che riguarda la cosiddetta “battaglia culturale”. Non si è trattato tanto di una moderazione programmatica, quanto di una selezione pragmatica dell’agenda. La strategia non è costata nulla al candidato del Partito Repubblicano. Ancora più a destra è emerso un concorrente che lo rimprovera di essersi moderato e che gli sta alle calcagna nei sondaggi: Johannes Kaiser. Kaiser, che guida una scissione del partito di Kast, rappresenta un’estrema destra di stampo libertario, molto neoliberista in campo economico e conservatrice in campo sociale, con posizioni ancora più dure di quelle di José Antonio Kast, che accusa di aver dimenticato la battaglia culturale. Lontana da questa lotta c’è Evelyn Matthei, la candidata della coalizione della destra classica cilena che ha portato due volte alla presidenza Sebastián Piñera e che oggi potrebbe rimanere fuori dal ballottaggio per la seconda elezione consecutiva. Matthei, che all’inizio era la favorita, si è indebolita con il passare delle settimane e potrebbe addirittura scendere al quinto posto. La sua campagna, incentrata sul valorizzare il suo profilo di amministratrice esperta come sindaco ed ex ministro del Lavoro, non è riuscita a sedurre i cileni, nonostante il sostegno di gran parte dell’élite politica ed economica del Paese. Non sono tempi facili per profili come quello di Matthei, troppo identificata con le élite cilene e priva del pedigree anti-establishment di cui godono altri candidati. Accanto a lei, nei sondaggi compare un altro candidato, Franco Parisi, con un discorso fortemente antielitario che rinuncia a collocarsi a destra, ma le cui proposte si inclinano chiaramente verso questo lato dello spettro politico. Parisi sembra convincere nei sondaggi circa il 10% dei cileni, e la grande incognita è se una candidatura come la sua, fortemente populista e antipolitica, possa sorprendere grazie al suo successo tra i nuovi elettori “obligados”. Domenica sera avremo la risposta. UN CONTESTO FAVOREVOLE ALL’ESTREMA DESTRA Come possiamo vedere, lo scenario politico cileno è chiaramente scoraggiante per la sinistra, che nonostante abbia molte possibilità di imporsi al primo turno, avrà grandi difficoltà al secondo. Negli ultimi quattro anni, infatti, il panorama politico è cambiato radicalmente, spostando l’asse politico verso destra. La prima cosa da sottolineare è il profondo cambiamento nelle priorità dei cileni. Fin dall’inizio, il mandato di Boric è stato segnato dalla crisi migratoria e dalla sicurezza, che sono rapidamente diventate le principali preoccupazioni dei cittadini. Un contesto che ha permesso alle diverse opzioni di destra di monopolizzare il dibattito con i propri temi e ha costretto il governo a muoversi su un terreno in cui continua a non trovarsi a proprio agio. Sebbene molte delle cose che si propongono siano irrealizzabili, la destra ha un programma e ricette chiare in materia di sicurezza: il pugno di ferro. Nel frattempo, la sinistra continua a non trovare il suo spazio, intrappolata tra l’apparire troppo morbida e buonista o l’avvicinarsi troppo a ciò che propone la destra. In questo scenario, chi sta riuscendo a convincere i cileni di poter risolvere i loro problemi sono la destra e l’estrema destra. A questa agenda dominata da temi cari all’estrema destra si aggiunge l’usura del governo di Gabriel Boric. Sebbene la sua popolarità non sia crollata come è successo ad altri presidenti, non è riuscito a superare il terzo della popolazione che lo ha sostenuto durante tutta la legislatura. In altre parole, oltre il 60% della popolazione non approva l’operato dell’attuale governo, il che lascia ampio margine di crescita a qualsiasi candidato dell’opposizione. Tutto questo grava su Jeannette Jara che, nonostante sia stata una delle figure di spicco del governo Boric nel suo ruolo di ministra del Lavoro, ha ricevuto un fardello troppo pesante. Ecco il paradosso della candidata comunista in queste elezioni: la sua principale risorsa in termini di gestione la lega inevitabilmente al governo, il che oggi è un peso troppo pesante da sopportare. IL MISTERO DEL VOTO OBBLIGATORIO Come se la situazione non fosse già abbastanza complicata, a queste elezioni si aggiunge un elemento che aumenta l’incertezza e che, salvo sorprese, non sembra favorire la sinistra: il voto obbligatorio. Circa cinque milioni di cileni che non erano soliti votare parteciperanno a queste elezioni, rischiando di essere sanzionati economicamente se non si recheranno alle urne. Si sa ancora poco di questi elettori obbligati, difficili da catturare nei sondaggi, ma i pochi indizi che abbiamo non sembrano particolarmente incoraggianti per la sinistra. Si dice che questi nuovi elettori siano più di destra, poiché sono stati determinanti nel rifiuto della proposta costituzionale del 2022 e nella vittoria del partito di Kast nel secondo consiglio costituzionale eletto nel maggio 2023 dopo il fallimento del primo processo, ma le cose non sono così semplici. Ciò che ci dicono i pochi sondaggi che hanno messo l’accento sui cosiddetti “obbligati” è che si tratta di elettori poco informati politicamente, senza una chiara appartenenza partitica e fortemente antipolitici. Si preoccupa delle stesse questioni che preoccupano la maggior parte dei cileni, come la sicurezza e la criminalità, ma ha un maggiore rifiuto nei confronti dei partiti e della classe politica. Da qui il fatto che nelle tre elezioni sul processo costituente in cui ha votato, lo ha fatto controcorrente. Prima respingendo la proposta costituzionale sostenuta dal governo. Poi dando la maggioranza nel secondo consiglio costituzionale al Partito Repubblicano di Kast, il principale oppositore. Infine, respingendo nuovamente la proposta costituzionale uscita dall’organo costituente con maggioranza repubblicana. Se fosse un elettore di destra, avrebbe approvato questa proposta, che aveva un taglio chiaramente conservatore. Ma il suo rifiuto ci porta a pensare che ciò che motiva il suo voto sia un sentimento più antipolitico che ideologico. Per quanto riguarda i candidati presidenziali, le sue preferenze sembrano orientarsi verso José Antonio Kast. Tra gli altri candidati, Parisi e Kaiser sembrano funzionare meglio tra gli elettori “obbligati” che tra quelli abituali, proprio al contrario di Jara e Matthei che, secondo i sondaggi, hanno più sostegno tra coloro che già votavano da prima dell’obbligatorietà. Questi dati sembrano essere coerenti con il suo profilo: i candidati più identificati con i partiti tradizionali si nutrono fondamentalmente dei votanti abituali, mentre gli outsider ottengono più sostegno da coloro che finora non si sono recati alle urne. Ci sono ancora molte cose da sapere su questo nuovo tipo di elettore che sarà fondamentale nelle elezioni, ma da quel poco che sappiamo finora, non sembra che la sua presenza favorirà particolarmente la sinistra. JEANNETTE JARA HA DELLE POSSIBILITÀ? Nonostante lo scenario poco incoraggiante per Jeannette Jara, la candidata del Partito Comunista non ha ancora perso tutto al secondo turno. Come ci ha insegnato l’elezione del 2021, le elezioni presidenziali a doppio turno prevedono due campagne completamente diverse, quindi bisognerà aspettare di vedere come si svolgerà la seconda. Se Jara vuole vincere, dovrebbe innanzitutto ottenere un buon risultato alle urne domenica. Se la candidata del partito di governo riuscisse a superare il 30% e a ottenere un margine di oltre cinque punti sul suo avversario, sarebbe un primo segnale forte che le consentirebbe di entrare con forza nella corsa presidenziale definitiva. Probabilmente non sarà sufficiente se dovrà affrontare Kast, che sarà sostenuto quasi all’unanimità dagli elettori di Kaiser e Matthei. Ma cosa succederebbe se fosse un’altra persona a qualificarsi per il secondo turno? Ecco la grande possibilità per Jara: se fosse Kaiser e non Kast a competere contro di lei al ballottaggio. A differenza di Kast, che dopo la sua esperienza nel 2021 ha evitato di parlare di certi argomenti, Kaiser non ha avuto remore nel difendere il colpo di Stato del 1973 o la liberazione dei militari della dittatura condannati per tortura e violazioni dei diritti umani. Il suo ruolo in queste elezioni è stato quello di un’estrema destra senza complessi, profondamente ideologica e che “osa difendere ciò che Kast non difende più”. Questo può essere utile per il primo turno, ma lascia dei debiti difficili da pagare nel secondo. Se il candidato libertario dovesse sorprendere tutti e riuscire a passare al secondo turno, dovrebbe confrontarsi con il proprio passato e lascerebbe un’occasione d’oro a Jara: quella di spostare il quadro della campagna elettorale dal settembre 2022 all’ottobre 1988. Nel settembre 2022, il Cile ha respinto con forza la proposta costituzionale promossa dal governo Boric. I cileni non solo hanno respinto il testo, ma anche la scarsa performance del governo di Gabriel Boric nei primi mesi del suo mandato. Se l’elezione si svolge in termini di rifiuto o approvazione del governo, Jara è perduta. Ma se riuscirà a cambiare il quadro della campagna come è successo nel 2021, e la disputa si svolgerà tra una candidatura che difende la democrazia e un’altra che la minaccia, il risultato potrebbe essere diverso. Jara è interessato a tornare all’ottobre 1988, quando il 55% dei cileni ha respinto il pinochetismo e ha abbracciato la democrazia nell’iconico referendum del “No”. Non sarà facile se la candidata del partito di governo dovrà affrontare Kast, che si è eretto a principale oppositore del governo e che da tempo non incute più timore ai cileni. Ma se fosse Kaiser ad arrivare secondo, la situazione potrebbe forse essere più favorevole per Jara. Non sarà facile in nessun caso, e vedremo se nelle prossime settimane la candidata del Partito Comunista Cileno riuscirà a imporsi sulle diverse versioni della destra pinochetista che le si opporranno. The post Elezioni in Cile: una comunista contro le tre destre first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Elezioni in Cile: una comunista contro le tre destre sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.