La sinistra e le teorie del complotto: perché non bisogna combattere con le armi altrui
LA TEORIA DEL COMPLOTTO È UNA FORMA DI SUPERSTIZIONE CHE PORTA SEMPRE VANTAGGI
POLITICI ALLA DESTRA, MAI ALLA SINISTRA. E RISULTA SUPERFLUA PER LA CRITICA
POLITICA A ISRAELE.
Edmundo Artl per El Salto
Norman Finkelstein, noto per il suo vasto lavoro sul conflitto
israelo-palestinese, ha suscitato polemiche nella sinistra antisionista. La sua
posizione è critica nei confronti dell’uso delle teorie del complotto e del
conseguente abbandono del rigore fattuale. Questa critica è rivolta in
particolare alla destra MAGA, che ha strumentalizzato tali teorie come tattica
per svincolare la politica estera degli Stati Uniti da Israele. Così, il
politologo ha criticato aspramente idee assurde, come la tesi di Tucker Carlson
sulla responsabilità israeliana nell’assassinio di Kennedy o l’affermazione di
Candace Owens secondo cui i sopravvissuti all’Olocausto erano comunisti
infiltrati. La tensione all’interno della sinistra nasce, proprio, quando
Finkelstein denuncia che accettare questi alleati tattici implica importarne
l’irrazionalità.
Sono pienamente d’accordo con Finkelstein per diverse ragioni. La prima è che la
teoria del complotto è una forma di superstizione che porta sempre vantaggi
politici alla destra, mai alla sinistra. Questo anche se ricerche empiriche
indicano che le popolazioni incluse in entrambi gli spettri del panorama
politico sono altrettanto inclini ad abbracciare le tesi di tali teorie.
Tuttavia, è possibile osservare che nelle democrazie avanzate la sinistra si è
mostrata in generale restia nei confronti del loro contenuto e del loro impiego
politico. Per quanto possa sembrare anacronistico sottolinearlo, la
caratteristica distintiva della sinistra è il suo impegno nei confronti della
razionalità.
Le migliori argomentazioni a sostegno di questa posizione si trovano nel
marxismo analitico e nell’anarchismo comunista. È questa ragione che permette di
fondare l’uguaglianza umana non su criteri biologici o morali, ma sulla capacità
universale di lavorare; una condizione ontologica da cui derivano obblighi
collettivi nei confronti di coloro che non possono esercitarla. Per questo la
sinistra si oppone tanto alle caste elette da Dio quanto alla mera riproduzione
del capitale nei lignaggi familiari. Da qui deriva, ad esempio, la massima
socialista: «Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi
bisogni». E anche la massima anarchica della «massima libertà universale
possibile accompagnata dalla massima ricchezza universale possibile attraverso
l’aiuto reciproco». In base a questi principi, la distribuzione razionale dei
frutti del lavoro mira a ottimizzare i rendimenti socio-tecnologici —sanità,
istruzione, alloggio, ecc. Di conseguenza, risulta logicamente incompatibile
dichiararsi razionali e, contemporaneamente, essere antivaccinisti o credere in
complotti sui governi mondiali («i globalisti») guidati da George Soros.
Allo stesso modo, concordo con Finkelstein sul fatto che, da un punto di vista
strettamente razionale, le teorie della cospirazione risultano superflue per la
critica politica a Israele. I social media, nonostante la saturazione
propagandistica delle parti in conflitto, hanno permesso di monitorare la
politica interna israeliana con una vicinanza senza precedenti, diffondendo
informazioni attendibili sui crimini di guerra e sulle violazioni dei diritti
umani legati all’occupazione della Cisgiordania e, soprattutto, al genocidio a
Gaza. Ho approfondito questo punto qui. Ricorrere alla teoria del complotto è,
quindi, controproducente: quel “pacchetto” argomentativo non solo contiene un
profondo antisemitismo, ma trascina con sé agende assolutamente estranee — e
spesso antagoniste — a qualsiasi progetto di sinistra.
Mi permetto di spiegare quest’ultimo punto con un esempio concreto. Tucker
Carlson ha sollevato due domande fondamentali per smontare la logica
argomentativa dei difensori della politica israeliana. La prima è perché gli
Stati Uniti debbano trattare Israele come un alleato speciale che, spesso,
riesce a imporre i propri interessi su quelli americani; il sostegno al
genocidio a Gaza o alla guerra contro l’Iran sarebbero esempi lampanti di
Washington che appoggia un’agenda estranea ai propri interessi. Il momento
decisivo di questa domanda si trova nell’intervista che Carlson ha realizzato al
politico repubblicano Ted Cruz quasi un anno fa, il quale si autodefinisce
«l’uomo» della lobby israeliana al Congresso americano.
Cruz si è comportato come chi ha potere ma non legittimità, trovandosi
nell’impossibilità di articolare un’argomentazione logica per difendere la tesi
secondo cui è un dovere considerare Israele come un alleato speciale. La seconda
domanda riguarda il significato della tesi secondo cui Israele possiede un
diritto inalienabile di esistere come Stato etnosuprematista — lo definisco così
partendo dal presupposto che esso miri a mantenere una maggioranza etnica
ebraica sulle popolazioni autoctone. Perché Israele possiede questo diritto, ed
è forse esclusivo di questo Stato? Se si risponde che esso deriva
dall’indicibile sofferenza dell’Olocausto, l’argomento non è universalizzabile:
altri popoli hanno subito orrori equivalenti senza che venisse loro riconosciuto
il diritto a uno Stato etnosuprematista. Se l’argomento è teologico – una
promessa biblica sulla terra promessa che coinvolgerebbe paesi come Egitto,
Giordania, Siria, Libano e Iraq – risulta impossibile argomentare razionalmente
come si attuerebbe tale espansione statale sotto una premessa di supremazia
etnica. Ci troveremmo di fronte ad argomentazioni del tipo: Dio starebbe
giustificando ciò che accade al popolo palestinese. Carlson ha utilizzato questa
argomentazione negli ultimi mesi contro l’ambasciatore degli Stati Uniti in
Israele, Mike Huckabee; contro la direttrice del prestigioso giornale liberale
The Economist, Zanny Minton; o, molto recentemente, contro la giornalista
responsabile per Israele e Palestina del New York Times, Lulu Garcia-Navarro. In
tutti i casi manca un’articolazione logicamente coerente per rispondere a
entrambe le tesi. Essendo Carlson un eccellente comunicatore, è riuscito a
sfruttare abilmente ciascuna di queste occasioni al di là del suo classico
pubblico Maga.
A prima vista, l’argomentazione di Carlson sembra impeccabile; non è facile
contrastare la sua logica interna quando si attiene all’evidenza della
contraddizione liberale relativa all’etnosuprematismo. Tuttavia, il suo attacco
non si limita alle dimensioni geopolitiche. Carlson porta avanti un programma
tutto suo che la sinistra dovrebbe mettere radicalmente in discussione.
Innanzitutto, sostenendo senza prove che Israele fosse dietro l’assassinio di
JFK e/o che fosse la mente dietro la guerra in Iraq, ricorre a prove indiziarie
talmente deboli da costituire un esempio da manuale del principio di
esplosività: se si accetta come base una premessa irrazionale, qualsiasi
conclusione successiva risulta convalidata.
Ma il punto più critico risiede nel modo in cui Carlson strumentalizza
l’etnosuprematismo israeliano. Con acume, egli sottolinea che i liberali non
riescono a risolvere la contraddizione di giustificare il controllo demografico
in Israele mentre lo vietano negli Stati Uniti o in Europa. Tuttavia, Carlson
non risolve la contraddizione esigendo che Israele abbandoni tali politiche, ma
facendo appello alla necessità che l’Occidente le adotti per frenare il grande
rimpiazzo demografico. In questo modo, la critica allo Stato etnico si trasforma
in un’apologia della deportazione di massa, senza mai chiarirne i limiti
giuridici o morali.
Prendendo le dovute distanze, è imperativo sottolineare che il grande rimpiazzo
non è altro che un richiamo all’omonima teoria del complotto. Tale tesi sostiene
che i cambiamenti demografici generati dalla migrazione siano una politica
deliberata delle élite liberali — i globalisti — che cercano di sostituire le
popolazioni autoctone per consolidare un progetto di capitalismo globale
cosmopolita. I fondamenti della teoria sono stati esposti dal filosofo francese
Renaud Camus, venendo rapidamente adottata dalle destre radicali europee. Nella
versione tedesca, il libro di Camus è stato pubblicato dalla casa editrice di
estrema destra Antaios, che pubblica anche il piano di remigrazione del leader
neofascista identintario austriaco, Martin Sellner.
Concludo ribadendo la tesi iniziale: la destra utilizza le teorie del complotto
come tattica nell’ambito di una strategia politica coerente che combina
propaganda, superstizione e maldicenza. Si tratta di un’arma efficace perché,
presentandosi come una verità nascosta, sembra priva di orientamento politico.
Tuttavia, la sinistra che adotta questi schemi non solo tradisce il suo
principio fondamentale di razionalità, ma cade in un infantilismo strategico nel
tentativo di attaccare il nemico con armi altrui. Questa deriva deve essere un
campanello d’allarme che invita alla riflessione, specialmente di fronte alla
mercificazione delle idee su schermi interattivi generatori di dopamina, che
erodono sistematicamente la capacità di sostenere un’argomentazione razionale.
In definitiva, la sinistra non può permettersi il lusso di abbracciare le teorie
del complotto senza tradire la propria natura razionale. Ma la letteratura
empirica ci impone un’onestà scomoda: non esiste una relazione sistematica e
universale che colleghi la mentalità complottista a un unico orientamento
politico. La differenza rilevante non è tanto chi crede, ma cosa si fa con
quella credenza. Mentre la destra ha dimostrato più volte di saper sfruttare
elettoralmente le voci e le superstizioni — trasformandole in mobilitazione,
leggi e, all’estremo, in violenza — la sinistra che ricorre alle stesse armi
riesce solo a minare il proprio prestigio epistemico. La questione, quindi, non
è se la sinistra possa cadere nella cospirazione (può farlo, come qualsiasi
altro estremo dello spettro politico), ma se debba farlo. E la risposta, alla
luce dei fatti e della sua stessa tradizione, è un no categorico. La lezione di
Finkelstein non è empiricamente indiscutibile, ma è strategicamente
inappellabile: chi combatte con le armi altrui finisce sempre per spararsi sui
piedi.
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