Francia, i partiti cercano di soffocare il richiamo degli Insoumis
LE DIREZIONI DI ECOLOGISTI, PCF E PLACE PUBLIQUE STANNO MOLTIPLICANDO LE MISURE
PUNITIVE CONTRO I DISSIDENTI CHE APPOGGEREBBERO MÉLENCHON
Sarah Benhaïda e Pauline Graulle su Mediapart
A meno di un anno dalle elezioni presidenziali, i partiti di sinistra si
dividono in due categorie: quelli che, come La France insoumise (LFI), si sono
già schierati in ordine di battaglia dietro Jean-Luc Mélenchon e quelli che
stanno perdendo terreno. Oltre al Partito Socialista (PS), che annaspa in un
pantano strategico senza fine, è anche il caso di Place publique (PP), il cui
«candidato» Raphaël Glucksmann si concede ancora tre mesi per decidere se si
candiderà davvero.
La situazione è altrettanto complessa anche all’interno del Partito comunista
francese (PCF), dove il segretario nazionale Fabien Roussel sembra sempre più
deciso a lanciarsi nella corsa nonostante la riluttanza di una parte dei suoi
sostenitori. E non è più semplice nemmeno tra gli Ecologisti, dove regna
l’incomprensione di fronte alle velleità di Marine Tondelier di rimanere
candidata in assenza di primarie a cui ormai nessuno crede più.
Finora incapaci di unirsi attorno a una prospettiva politica chiara e
terrorizzate da una possibile fuga di militanti verso il sostegno al candidato
di La France Insoumise, le direzioni di questi apparati di partito preferiscono
stringere i bulloni per arginare le impazienze. Minacce, introduzione di nuove
procedure per sospendere o espellere i dissidenti, moltiplicarsi delle
commissioni disciplinari… In questo chiaroscuro strategico, i leader sono
improvvisamente colti da una grave forma di «sanzionite».
Ultimamente, è all’interno di Les Écologistes che il clima si è deteriorato in
modo particolarmente marcato. Nell’organizzazione di Marine Tondelier, le
tensioni non sono una novità. Già a gennaio, la segretaria nazionale aveva
subito un primo avvertimento con la defezione di un certo numero di dissidenti
verso LFI, sotto la bandiera dei Verts populaires. Sebbene all’epoca la vicenda
avesse dato adito a una serie di minacce e ad alcune sanzioni a titolo di
avvertimento per i militanti tentati di seguire l’esempio, non ha sortito
l’effetto sperato.
Per il momento, nessuna figura di spicco degli Ecologisti ha annunciato di voler
sbattere la porta. Ma molti ci stanno pensando seriamente. Sull’ala sinistra,
Sandrine Rousseau non nasconde più che alla fine potrebbe sostenere la
candidatura di Jean-Luc Mélenchon, mentre all’altra estremità dello spettro
ecologista, Yannick Jadot si mostra al fianco di esponenti socialdemocratici
pubblicamente ostili alle primarie della sinistra.
FEBBRILITÀ
Temendo che una tale frammentazione possa portare all’implosione prima ancora
del 2027, il Consiglio federale degli Ecologisti ha votato a larga maggioranza,
a metà giugno, un ulteriore inasprimento delle misure, introducendo una sanzione
finora senza precedenti: un’espulsione «definitiva» – in realtà di tre anni.
Anticipando i fatti, l’ex candidato alle presidenziali Yannick Jadot ha
recentemente espresso allarme per un tentativo di «epurazione» nei suoi
confronti, sostenendo su L’Opinion che «escludere il candidato che ha ottenuto
il maggior numero di voti nella storia dell’ecologia politica – 3 milioni alle
elezioni europee del 2019», non risolverà nulla dei «problemi di Marine
Tondelier».
Sandrine Rousseau, dal canto suo, critica aspramente «l’autoritarismo» del suo
partito. «In mancanza di un vero dibattito interno, la nostra unica opzione è
quella di far sentire la nostra voce all’esterno attraverso la stampa. E quando
lo facciamo, ci sanzionano e ci cacciano!», si lamenta con Mediapart.
Se molti ritengono normale sanzionare i transfughi – nella storia recente del
partito, numerose figure di primo piano si erano unite a Emmanuel Macron nel
2017 –, alcuni vi vedono tuttavia un segnale preoccupante di chiusura. «Questo
può essere visto come un modo per cercare di unire il partito contro alcune
personalità. Non mi sembra un buon metodo per garantire la nostra coesione»,
commenta Cyrielle Chatelain, presidente del gruppo all’Assemblea nazionale,
preoccupata dal ritorno alla logica del “meglio un piccolo posto tutto nostro
che un grande posto tra gli altri”.
Il nervosismo della dirigenza degli Ecologisti ha dato luogo a un nuovo episodio
di gioco al bluff alla fine della scorsa settimana. Per avallare il mantenimento
della candidatura di Marine Tondelier alle presidenziali – con o senza primarie
–, la direzione ha messo su una consultazione diretta dei militanti ritenuti più
favorevoli all’idea rispetto al Consiglio federale.
Ma invece di darsi per vinti dopo che gli organi interni hanno definito
«irregolare» tale procedura, l’entourage della segretaria nazionale si è
affrettato a pubblicare giovedì un comunicato in cui annunciava che la suddetta
consultazione sarebbe stata «ben organizzata» all’inizio di luglio, «come
confermato dal Consiglio statutario».
«Una manipolazione!», esclama indignato un ecologista che preferisce rimanere
anonimo, denunciando una «distorsione della realtà». «I dirigenti di questo
partito sono alle corde, sembrano dei pazzi rinchiusi nel loro bunker che
sparano a tutti», afferma questa fonte. «Le questioni relative ai metodi e alle
procedure servono a garantire che alla fine tutti rispettino la decisione.
Invito tutti a seguire le regole», avverte con parole misurate il deputato
Jérémie Iordanoff, ricordando che solo i 120 membri eletti del consiglio
federale sono autorizzati a decidere in materia strategica.
Riconoscendo a Mediapart che la «formulazione» scelta avrebbe potuto prestarsi a
«interpretazioni», François Thiollet, vice segretario nazionale per gli affari
interni degli Ecologisti, respinge tuttavia qualsiasi intenzione di aggirare il
Consiglio federale. «Fin dall’inizio sapevamo che questa consultazione non
avrebbe avuto valore decisionale», afferma. «Ciò che ci interessa è il parere
degli iscritti, che potrà orientare la decisione del Consiglio federale». Un
modo per riconoscere che, senza l’influenza dei militanti sul parlamentino del
partito, la validazione della candidatura autonoma di Marine Tondelier sarà
tutt’altro che una formalità.
«PURO DOGMATISMO»
Anche per il PCF il percorso verso le presidenziali è costellato di ostacoli. Il
40° congresso deciderà alla fine di questa settimana sull’opportunità di una
nuova candidatura di Fabien Roussel (2,28% dei voti nel 2022). Anche in questo
caso, la scadenza si preannuncia delicata per la dirigenza uscente, il cui testo
ha raccolto solo il 61% dei voti degli iscritti, ovvero 20 punti in meno
rispetto al congresso precedente.
Quindi anche qui si sta stringendo la morsa, ritengono gli oppositori della
dirigenza, che non hanno esitato a interpretare i procedimenti disciplinari
avviati all’indomani delle elezioni comunali come «un’intollerabile
strumentalizzazione a fini politici», secondo le parole della corrente
«Alternative communiste». «La candidatura di Mélenchon crea un effetto ventosa,
per cui si avverte che è in corso un inasprimento delle misure per eliminare le
voci dissidenti», afferma il militante unitarista Robert Injey, che cita le
turbolenze provocate nelle Alpi Marittime, nel Tarn o nelle Bocche del Rodano.
«Il moltiplicarsi delle riunioni della commissione per i conflitti è diventato
un metodo per trattenere le persone. Ma questo comportamento è guidato
esclusivamente dalla sopravvivenza dell’apparato», deplora ancora. Contattata da
Mediapart, Marie-Jeanne Gobert, presidente della commissione per i conflitti e
la mediazione del PCF, non ha dato seguito alle nostre richieste.
A «Place publique», è la questione della linea politica e delle alleanze a
dividere. Anche in questo caso, le elezioni comunali hanno lasciato tracce e
rancori. Nella Mosella, nel Rodano, nei Pirenei Orientali o ancora in
Indre-et-Loire, le e-mail hanno cominciato a piovere per annunciare «sospensioni
a titolo cautelare» nelle città in cui era stata presa in considerazione
l’alleanza con LFI.
Una nuova raffica di lettere disciplinari è arrivata nel mese di maggio,
accusando ancora una volta i responsabili di «mancato rispetto della posizione
adottata dagli organi competenti del partito in materia di alleanze». Prima di
dare ai militanti interessati la possibilità di scegliere: o porre fine
volontariamente alla propria adesione al PP, oppure «presentare una memoria
scritta e/o documenti giustificativi» per essere ascoltati da una commissione ad
hoc.
Quante espulsioni sono state pronunciate da allora? Difficile dirlo. A Lione
(Rodano), in primavera si è verificata una vera e propria emorragia. Dopo aver
sospeso prima del primo turno i militanti che si erano schierati a fianco di
Georges Képénékian, l’erede dell’ex sindaco Gérard Collomb, la direzione ha
sospeso nel periodo tra i due turni un’altra parte delle proprie truppe: i
candidati di «Place publique» presenti nella lista nata dall’alleanza tecnica
tra gli Ecologisti e i «Insoumis» per contrastare la candidatura di Jean-Michel
Aulas.
«In un primo momento siamo stati espulsi dai canali interni con l’accusa di
antisemitismo. Poi non abbiamo più ricevuto alcuna notizia dalla sede
nazionale», testimonia un eletto di Lione. Come una dozzina di altri membri di
PP, anch’essi eletti su liste di unione della sinistra, l’interessato ha
iniziato a redigere una memoria per presentare la propria difesa presso quella
famosa commissione ad hoc, «di cui nessuno, dice, sa come funzioni».
Nel frattempo, traccia un bilancio amaro della sua esperienza: «Stavamo vivendo
la nostra prima vera campagna locale, gli ecologisti hanno giocato la partita
fino in fondo mantenendo l’accordo anche se non avevamo più un’appartenenza
politica. Siamo riusciti a farci rispettare, a farci valere sul campo, a
ottenere dei rappresentanti eletti… Ma come ringraziamento, verremo espulsi»,
sospira questo eletto, scettico nel vedere il suo partito lanciarsi nella
campagna presidenziale tagliandosi fuori da decine di rappresentanti eletti – e
dai finanziamenti pubblici che ne derivano – «per puro dogmatismo».
Un’opinione condivisa da un’attivista della Francia occidentale che ha
recentemente lasciato il PP: «La regola di non stringere alleanze con LFI non è
mai stata votata. Ok, a Raphaël Glucksmann non piace Jean-Luc Mélenchon, ma è
una ragione sufficiente? Tanto più in occasione di elezioni locali in cui
Mélenchon non è nemmeno candidato!» Nel suo comune, anche gli attivisti del PP
che volevano stringere un’alleanza con LFI per opporsi a una candidatura di
destra «che flirta con l’estrema destra» sono stati invitati a dimettersi dal
partito. «Questo ha suscitato grande scalpore», riferisce.
Alla direzione del PP si minimizzano questi casi, assicurando che la stragrande
maggioranza dei candidati alle elezioni comunali ha accettato di ritirarsi
piuttosto che stringere un’alleanza con LFI. Jérôme Auslender, membro della
direzione che ha perso a sua volta il posto di consigliere comunale a
Clermont-Ferrand (Centro) ritirandosi, assume questa scelta: «Siamo una sinistra
democratica nel proprio DNA, mentre LFI è autoritaria sia nel suo funzionamento
interno che nel sostegno a regimi autoritari», sostiene. «Sappiamo che una parte
dell’elettorato non ci seguirà mai se ci sarà la minima ambiguità».
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