Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”

Popoff Quotidiano - Saturday, May 23, 2026

Lettera aperta al rientro della Flotilla: «Coltivare l’efficacia e non la testimonianza, interrogarsi sulla resistenza prolungata, sui rapporti di forza e non sull’evento singolo»

Ciao a tutte/i. Mi scuso se riemergo solo ora e con un testo lungo, ma si sono accumulate un po’ di cose da dire.

  1. Il primo ringraziamento va alla resistenza palestinese. Per essere il fronte principale, forse per alcuni aspetti l’unico, in grado di minare il sionismo. Per aiutarci a tenere gli occhi aperti. Il punto non è stabilire se l’ideologia sionista sia più o meno fascista di molte altre correnti reazionarie presenti su questa terra. Il punto è il ruolo chiave che gioca oggi nello spingere, sperimentare, mettere in pratica lo sterminio, l’escalation bellica mondiale, il riarmo e la società autoritaria.
  2. Per questo il tema è esattamente il rapporto tra il sionismo e l’intero sistema mondiale. Provare ora a individuare Ben Gvir come unico responsabile di un sistema di impunità e complicità che è esteso, internazionale, radicato e prolungato nel tempo è semplicemente ridicolo. Non si è mai visto un circo con un solo clown. E nel circo di cui ci credete spettatori i clown sono almeno due: Ben Gvir e chiunque provi a presentarlo come unico responsabile di quanto accaduto.
  3. Il secondo ringraziamento va a chi è stato a terra. A chiunque si è mobilitato, si è preoccupato, ha sostituito quello che non potevamo fare durante tutta la navigazione e poi il sequestro. Nel mio caso specifico devo ringraziare le compagne e compagni del Collettivo di Fabbrica e della Soms Insorgiamo e tutta la rete solidale. In particolare a chi ha tenuto botta nella campagna di reindustrializzazione dal basso e nel presidio. Dopo 5 anni di presidio permanente, è stata una fatica in più. So che in questo mese non sono state tutte rose e fiori ma a me da quelle barche siete sembrati semplicemente perfetti.
  4. Ci chiedete come stiamo e non è facile rispondere a questa domanda. Innanzitutto perchè il pensiero che ti porti dietro e che ti scava dentro è questo: hai sopportato, sei passato da una esperienza traumatica nella consapevolezza che stava per finire. Mentre stanotte ho dormito in un letto pulito, mentre scrivo ora, c’è qualcuno in quelle prigioni sottoposto a trattamenti ben peggiori e senza nessuna prospettiva di vederne la fine.
  5. E qualsiasi parola trovassimo per descrivere come stiamo sarebbe sbagliata. Io ad esempio dovrei definirmi “fortunato”. Non credo di avere riportato danni di nessun tipo (la formula condizionale è dovuta al tipo di sostanze chimiche che hanno usato e al lato psicologico), perchè mi hanno picchiato in punti dove non si generano fratture e solo punzecchiato e minacciato con il coltello senza affondare il colpo. Ma “fortunato” è esattamente la parola più sbagliata che si può usare, perché sminuirebbe lo stato di privazione, sequestro, umiliazione, tortura psicologica, e banalmente il fatto che la detenzione non può essere mai sinonimo nè di rapimento nè di privazione di uno stato di diritto.
  6. Stiamo male per quello che abbiamo visto e la rabbia che ne consegue. Stiamo bene, perchè il livello di serenità, coraggio e fermezza delle attiviste e degli attivisti che abbiamo visto nelle ore di sequestro è una forza che nella vita non ti abbandonerà mai.
  7. Per dovere di cronaca e di denuncia, continueremo a restituire ogni dettaglio e racconto di quanto ci è successo. Ma i riflettori non devono rimanere lì. Devono essere spostati immediatamente su una vasta campagna di boicottaggio, rottura di ogni rapporto, a ogni livello con il sionismo. A ogni organizzazione, istituzione, realtà economica va chiesto: cosa stai facendo per togliere terreno al sionismo. Non abbiamo nessuna intenzione che l’indignazione “per noi” diventi una forma emotiva usata per non agire oltre a quello che ci è accaduto.
  8. Abbiamo usato la parola lager e campo di concentramento galleggiante e in miniatura senza alcuna esagerazione polemica o leggerezza. Non c’è solo un fatto “estetico”. Non esiste nessuna altra definizione tecnica per individuare il regime di privazione della libertà a cui siamo sottoposti sulla nave prigione. Sequestrati con un mitra puntato, portati su quella nave, fatti oggetti di violenza senza alcuna logica se non la violenza stessa, senza potere contattare nessuno, con il passaporto sequestrato e sostituito da un braccialetto con un numero, non eravamo coperti più da alcuna forma di diritto. Non sapevamo più cosa fossimo. Non era “carcere duro”, non era proprio carcere. Se qualcuno ha qualsiasi altra definizione che non sia appunto lager, si faccia avanti e ce la dia.
  9. Il mar Mediterraneo è uno dei mari più pattugliati e controllati al mondo. Non c’è stato un solo momento che non avessimo droni sulla testa – non solo sionisti, ma di svariata natura – o navi all’orizzonte. E poi ci sono i radar, i satelliti ecc. Impossibile pensare che almeno 2 navi-lager e 3 navi da guerra possano rastrellare il Mediterraneo senza che questo sia noto e conosciuto alle autorità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
  10. Il dibattito su quello che è accaduto alla Flotilla è infatti un dibattito generale su cosa sia il Mediterraneo oggi: è quindi un dibattito sul Sea Rescue, le migliaia di morti nel tentativo di attraversarlo, il suo surriscaldamento ecc. La convergenza di tutte le “nostre forze” marittime è una priorità assoluta.
  11. E il dibattito però è anche a terra. La priorità ovviamente è l’onda che la Flotilla ha generato nel riaprire il dibattito verso la società sulla questione palestinese. E lì vanno le nostre forze ed energie. Ma esiste anche l’onda generata verso il nostro interno. Prima della partenza della missione, il dibattito sui suoi limiti, i suoi rischi, le sue inopportunità è stato silenzioso ma corrosivo. Ora sarebbe il caso invece di trasformare tutto questo in un dibattito aperto e positivo sulla efficacia o meno dei metodi di lotta. Coltivare l’efficacia e non la testimonianza, interrogarsi sul processo e non sul singolo atto, sulla resistenza prolungata e non sull’evento singolo, sui rapporti di forza e non sulla mutevole opinione.
  12. L’immagine più forte che mi porto dietro è quella durante la seconda intercettazione, quella del 18 maggio. Mentre il Don Juan, la barca su cui ero, cambia direzione nel tentativo diversivo di sfuggire ai gommoni dei reparti speciali della marina sionista, vedo all’orizzonte una scena che non sapevo se interpretare come un effetto ottico. Si stagliano una davanti all’altra una nave di guerra e una piccola barca a vela. E la barca a vela punta la prua dritto per dritto verso la nave da guerra. Evidentemente sono troppo vicini, non possono scappare, possono solo fare il contrario: andare sotto navigazione della nave da guerra e renderle la vita impossibile.
  13. La barca a vela con gente comune disarmata che va contro la nave da guerra armata fino ai denti, che non scappa ma gira la prua esattamente nella direzione dove nessuno si aspetterebbe, credo simboleggi a pieno la situazione mondiale e globale in cui ci troviamo. E’ il Davide contro Golia. E’ il fatto che tra la catastrofe, la guerra, la violenza generalizzate e il nostro futuro, ci frapponiamo solo “noi”. Niente e nessun altro.
  14. Cosa sia questo “noi”, allargarlo e definirlo allo stesso tempo è oggi la priorità e l’urgenza assoluta per arrivare prima che arrivino “loro”, con il loro fascismo e la loro guerra. Non sto parlando di definire questo “noi” nel senso militante del termine o in piccole cerchie organizzate. Non sto dicendo che bisogna riscrivere il primo capitolo del Manifesto del Partito Comunista, “Borghesi e proletari”, che ognuno può autonomamente leggere e apprezzare. Sto parlando del blocco sociale, del senso di appartenenza, comunitario, di interesse condiviso nella testa di milioni di persone. Noi, la classe, la gente, il popolo, “los de abajos”, un abbozzo di futura umanità, ambientaliste, transfemministe, antifasciste, con le proprie radici ben piantate e contemporaneamente a casa ovunque ci sia mondo, eterogenei e contraddittori ma guidati da una sensazione di comune appartenenza che dal basso si contrappone all’alto, all’oligarchia, allo sfruttamento, all’abbrutimento, alla classe “Epstein”.
  15. E senza che niente sia modello, niente sia idealizzato, si prenda quanto meno atto di una cosa: è attraverso una banale azione di mutualismo conflittuale, che 500 persone, di 70 nazionalità, religioni assai diverse, credi politici ben disparati, hanno trovato la via per essere “abbozzo di umanità” tanto da navigare a testa alta contro quelle 48-72h di violenza ed uscirne sereni e consapevoli. Forse non è questa la via, ma almeno qualsiasi proposta alternativa provi a produrre qualcosa di più avanzato. La critica all’imperfezione dell’azione non può diventare una perfetta inazione.
  16. Per quanto mi riguarda, nel piccolo, il contributo a tutto questo dibattito avviene attraverso il tentativo di concretizzare 5 anni di lotta alla ex Gkn. Abbiamo un mese di azionariato popolare e un tenetevi libere e liberi per l’11-12 luglio. Stateci appiccicate e appiccicati come a una piccola Flotilla nell’economia. Forse non è il tempo della vittoria per come ce la aspettavamo, ma sicuramente non è tempo di lasciare la resistenza.

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