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Dalla regolarizzazione all’organizzazione
IL COMPITO DELLA SINISTRA RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALISTA NON CONSISTE SOLO NELL’AMPLIARE I DIRITTI, MA NEL COSTRUIRE QUELLA FORZA SOCIALE IN GRADO DI TRASFORMARE I RAPPORTI DI POTERE SU CUI SI REGGE IL CAPITALISMO Iosu del Moral su El Salto La recente regolarizzazione di decine di migliaia di migranti nello Stato spagnolo costituisce, senza dubbio, una buona notizia. Per coloro che per anni sono rimasti intrappolati nell’economia sommersa, privati dei diritti e condannati a un’esistenza amministrativa invisibile, ottenere un permesso di soggiorno significa smettere di essere un fantasma per lo Stato. Significa poter accedere a un lavoro con maggiori garanzie, affittare un alloggio o esercitare diritti che non avrebbero mai dovuto dipendere da un documento. Ogni estensione dei diritti per la classe lavoratrice merita di essere difesa. Tuttavia, sarebbe un errore politico fermarsi qui nell’analisi. La regolarizzazione è una conquista, ma non una soluzione. È l’inizio di un compito molto più ambizioso. La sinistra rivoluzionaria non può accontentarsi del fatto che una parte di coloro che ieri erano considerati «clandestini» oggi entri a far parte della forza lavoro legalmente sfruttabile. La domanda veramente importante non è quante persone ottengano i documenti, ma cosa succeda dopo. Perché il problema non è mai stato solo amministrativo; il problema rimane chi detiene il potere e chi ne subisce le conseguenze di un sistema economico costruito per beneficaire una minoranza a costo del lavoro dell’immensa maggioranza. La migrazione non può essere intesa come una semplice questione umanitaria. Fa parte del normale funzionamento del capitalismo contemporaneo. Per secoli, le potenze occidentali hanno costruito gran parte della loro ricchezza attraverso il colonialismo, il saccheggio delle risorse e la subordinazione economica di vaste regioni dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina. L’indipendenza politica non è mai stata accompagnata da una vera emancipazione economica. Sono cambiate le bandiere, ma non i rapporti di dipendenza. Laddove un tempo governavano le amministrazioni coloniali, oggi lo fanno il debito estero, gli organismi finanziari internazionali, i trattati commerciali iniqui o le grandi multinazionali che continuano ad appropriarsi delle risorse e della ricchezza del Sud del mondo. E poi ci chiediamo perché milioni di persone abbandonino le proprie case. La risposta è ben meno misteriosa di quanto alcuni vogliano far credere. La stragrande maggioranza delle migrazioni contemporanee è conseguenza della povertà, della guerra, del saccheggio economico o dell’assoluta assenza di prospettive di vita. Nessuno attraversa il Mediterraneo su una barca di fortuna per spirito avventuroso. Quando una persona è disposta a rischiare la vita per attraversare un confine è perché restare comporta, molto spesso, un rischio ancora maggiore. L’orizzonte della sinistra internazionalista non può limitarsi a facilitare i processi di regolarizzazione, ma deve aspirare a un mondo in cui nessuno debba abbandonare la propria terra per sopravvivere e dove chiunque possa spostarsi liberamente per propria scelta e non per necessità. Ecco perché risulta profondamente ipocrita ascoltare certi discorsi sull’«invasione migratoria». Il capitalismo non ha mai avuto un problema con l’immigrazione. Ciò che lo infastidisce sono i lavoratori che godono di diritti. Ha sempre avuto bisogno di manodopera abbondante, a basso costo e vulnerabile. Chi teme l’espulsione o di perdere il permesso di soggiorno accetta condizioni che difficilmente accetterebbe chi può rivolgersi a un sindacato o denunciare l’azienda per cui lavora. In sostanza, più paura hai, più sei redditizio per il sistema. L’irregolarità amministrativa non costituisce un difetto del sistema. Fa parte del suo funzionamento. È uno strumento che permette di disciplinare la forza lavoro, contenere i salari e aumentare lo sfruttamento. Marx definì questo meccanismo come l’esercito industriale di riserva. Più di un secolo e mezzo dopo, continua ad essere pienamente vigente. La minaccia non è più solo la disoccupazione; lo è anche l’esistenza di centinaia di migliaia di lavoratori privati dei propri diritti, la cui vulnerabilità serve a esercitare pressione al ribasso sulle condizioni di lavoro dell’intera classe operaia. Nel frattempo, ci tengono occupati discutendo di frontiere. Questa è sempre stata una delle maggiori vittorie ideologiche del capitalismo: riuscire a far sì che i penultimi in fondo alla scala sociale puntino il dito contro gli ultimi, mentre coloro che realmente concentrano la ricchezza rimangono accuratamente fuori dal centro dell’attenzione. Chi è nato qui finisce per vedere come una minaccia chi è appena arrivato, quando entrambe le persone condividono esattamente lo stesso problema. Dipendono dalla vendita della propria forza lavoro per sopravvivere, mentre una minoranza vive appropriandosi del lavoro altrui. Neanche la comunità dei migranti costituisce una realtà omogenea. Anche tra coloro che attraversano i confini esistono classi sociali. Ci sono imprenditori, grandi patrimoni ed élite economiche per i quali i confini praticamente non esistono. Il denaro non ha mai avuto bisogno di un visto. Chi ne ha bisogno sono coloro che possiedono solo la propria forza lavoro. La stragrande maggioranza dei migranti appartiene, tuttavia, alle classi lavoratrici e popolari. Ciò non significa che condividano automaticamente la stessa coscienza politica. Tra loro troviamo persone profondamente influenzate dall’ideologia neoliberista, altre prive di esperienza organizzativa e molte la cui priorità quotidiana consiste semplicemente nel sopravvivere. Lo sfruttamento, di per sé, non genera mai coscienza di classe. Se così fosse, il capitalismo sarebbe scomparso da tempo. La coscienza si costruisce attraverso l’organizzazione, l’esperienza collettiva e il conflitto. Pensare che la precarietà produca automaticamente soggetti rivoluzionari significa abbandonare uno dei compiti fondamentali della sinistra, che non è altro che contendere l’egemonia ideologica là dove oggi domina l’individualismo. È inoltre opportuno mettere in discussione un certo paternalismo presente anche in alcuni settori progressisti. Spesso l’immigrazione viene giustificata affermando che «abbiamo bisogno di persone che lavorino per prendersi cura dei nostri anziani o per raccogliere la frutta». Apparentemente sembra un argomento solidale, ma riduce il valore dei migranti alla loro utilità economica. Non risulta nemmeno più convincente rispondere dicendo che «arrivano anche professionisti del settore medico o dell’ingegneria», come se ciò conferisse maggiore legittimità all’attraversamento di una frontiera. Da una prospettiva socialista, nessuna attività socialmente necessaria possiede maggiore dignità di un’altra. Una società non può reggersi senza chi pulisce gli ospedali, coltiva il cibo, costruisce abitazioni o si prende cura delle persone non autosufficienti. Il classismo non scompare solo perché si cambia discorso. La questione veramente decisiva inizia quando la regolarizzazione smette di essere l’obiettivo e diventa solo il punto di partenza. Ottenere i documenti modifica la situazione giuridica di una persona, ma altera appena il rapporto di forze che determina la sua posizione all’interno dei rapporti di produzione. L’organizzazione, invece, trasforma sì quel rapporto perché converte i problemi individuali in conflitti collettivi e dota la classe lavoratrice della capacità di contendere il potere al capitale. Questa è la differenza tra una conquista amministrativa e una strategia di emancipazione. Per troppo tempo una parte importante della sinistra ha incentrato la propria azione politica, a ragione, sulla denuncia della Ley de Extranjería, combattere il razzismo istituzionale o rivendicare processi di regolarizzazione. Tutto ciò rimane indispensabile, ma non può diventare il limite massimo delle nostre aspirazioni. Integrare meglio i migranti in un sistema basato sullo sfruttamento non elimina tale sfruttamento. Il compito della sinistra rivoluzionaria e internazionalista non consiste solo nell’ampliare i diritti, ma nel costruire la forza sociale capace di trasformare i rapporti di potere su cui si regge il capitalismo. A tal fine è necessario prendere atto di una realtà che troppe organizzazioni continuano a non voler vedere. La composizione della classe operaia è profondamente cambiata. Il proletariato europeo del XXI secolo è molto più diversificato, più femminilizzato e più razzializzato. Pretendere di ricostruire il movimento operaio ignorando questa trasformazione equivale a organizzare una classe che non esiste più. La sinistra di rottura non dovrebbe basarsi su un insieme di risposte immutabili, ma cercare di applicare un metodo per comprendere una realtà in continuo mutamento. E quella realtà ci dice che gran parte del conflitto tra capitale e lavoro si svolge oggi proprio là dove si concentrano i settori più precari della popolazione migrante. Non è un caso che gran parte di questi lavoratori finisca per occupare i lavori più duri e peggio retribuiti, come l’agricoltura, l’edilizia, il settore alberghiero, la logistica, le pulizie, le consegne, il lavoro domestico o l’assistenza. Si tratta di settori caratterizzati da lavoro a tempo determinato, subappalto, infortuni sul lavoro ed enormi difficoltà nell’esercizio dei diritti sindacali. Proprio per questo costituiscono alcuni degli spazi strategici da cui mettere in pratica un sindacalismo di classe in grado di rispondere alla realtà del XXI secolo. Ma l’organizzazione non nasce per decreto. La fiducia si costruisce lentamente, condividendo i conflitti quotidiani, partecipando alla vita dei quartieri, alle associazioni di quartiere, alle piattaforme per il diritto alla casa, alle reti di sostegno reciproco o alle stesse organizzazioni promosse dalle comunità migranti. È lì che emergono figure di riferimento capaci di trasformare i problemi individuali in rivendicazioni collettive. La sinistra rivoluzionaria deve abbandonare ogni tentazione paternalistica. Non si tratta di organizzare i migranti, ma di organizzarsi con loro, costruendo strumenti politici che rispondano alla composizione reale dell’attuale classe lavoratrice. La storia è piena di esempi che dimostrano che questa strada non solo è possibile, ma anche efficace. Negli anni Trenta del secolo scorso, la Cannery and Agricultural Workers’ Industrial Union organizzò migliaia di lavoratori agricoli e delle conserve, molti dei quali migranti, in California. Decenni dopo, la campagna «Justice for Janitors», promossa dal Service Employees International Union (SEIU), trasformò il sindacalismo dei lavoratori delle pulizie negli Stati Uniti organizzando migliaia di lavoratori migranti attraverso la mobilitazione e l’azione diretta. Più recentemente, organizzazioni come United Voices of the World o l’Independent Workers’ Union of Great Britain hanno dimostrato che anche i settori più precari possono conquistare diritti quando c’è organizzazione. Nella Spagna, le lotte delle lavoratrici domestiche e di assistenza rappresentano anch’esse una delle esperienze più preziose del sindacalismo di classe degli ultimi anni. Tutto ciò pone una responsabilità ineludibile per il sindacalismo combattivo e per le organizzazioni rivoluzionarie. Per troppo tempo abbiamo aspettato che questi lavoratori e queste lavoratrici arrivassero alle nostre strutture. Forse è giunto il momento di comprendere che siamo noi a dover essere presenti là dove oggi si trova la nuova composizione della classe lavoratrice. È nei quartieri popolari, nelle zone industriali, negli alberghi, nelle serre o negli spazi comunitari che si costruiscono legami di solidarietà. Non per parlare a nome di nessuno, ma per costruire un’organizzazione insieme a chi subisce le forme più intense di sfruttamento. Forse il più grande trionfo del neoliberismo non è stato solo la privatizzazione delle imprese pubbliche o la distruzione dei diritti del lavoro. La sua più grande vittoria è stata quella di convincere milioni di persone che non fanno più parte di una stessa classe sociale. Ci hanno insegnato a competere piuttosto che a cooperare e a cercare soluzioni individuali a problemi profondamente collettivi. Mentre il penultimo punta il dito contro l’ultimo, chi sta in cima continua ad accumulare ricchezza. Perché le élite economiche non hanno mai perso la loro coscienza di classe. Non hanno mai smesso di organizzarsi. Si coordinano attraverso consigli di amministrazione, fondi di investimento, grandi multinazionali e lobby imprenditoriali per difendere interessi comuni. Il paradosso è che chi ha meno bisogno di organizzarsi è chi è meglio organizzato. Al contrario, chi produce tutta la ricchezza sociale è stato convinto che ognuno debba cavarsela da solo. Ecco perché il muro più alto del nostro tempo non separa i paesi; separa le classi sociali. La vera frontiera non divide chi è nato a Bilbao da chi è nato a Dakar, Bogotá o Shanghai. Divide chi vive del proprio lavoro da chi vive appropriandosi del lavoro altrui. Tutto il resto sono frontiere politiche e culturali che lo stesso sistema alimenta per impedire alla maggioranza sociale di identificare dove risiede realmente il potere. La regolarizzazione può restituire diritti e dignità a migliaia di persone, e per questo merita di essere difesa. Ma l’organizzazione può fare qualcosa di molto più importante: trasformare un insieme di lavoratori isolati in una forza collettiva capace di contendere il potere economico. Questo dovrebbe essere uno dei compiti fondamentali del sindacalismo di classe e della sinistra rivoluzionaria nei prossimi anni. Perché nessun fondo di investimento ha mai mietuto un raccolto, pulito un ospedale, assistito una persona non autosufficiente o costruito un’abitazione. Tutto ciò che sostiene questo mondo nasce, ieri come oggi, dalle mani di chi lavora. La questione non è se la classe lavoratrice abbia forza sufficiente per cambiare la società. La questione è per quanto tempo continuerà a ignorare che quella forza è sempre stata sua. *Antikapitalistak Euskal Herria   The post Dalla regolarizzazione all’organizzazione first appeared on Popoff Quotidiano. 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August 2, 2026
Popoff Quotidiano
Le potenti resistenze popolari interne negli Stati Uniti contro Trump
NEL CORSO DEL SUO PRIMO MANDATO (2017-2021), COSÌ COME DEL SUO SECONDO MANDATO INIZIATO NEL GENNAIO 2025, TRUMP HA DOVUTO AFFRONTARE RESISTENZE INTERNE DI NOTEVOLE ENTITÀ Éric Toussaint su El Salto Uno degli elementi essenziali per comprendere la politica internazionale di Donald Trump è non considerare gli Stati Uniti come un blocco omogeneo che sostiene il proprio presidente. Nel corso del suo primo mandato (2017-2021), così come del suo secondo mandato iniziato nel gennaio 2025, Trump ha dovuto affrontare resistenze interne di notevole entità. Queste resistenze hanno assunto molteplici forme: mobilitazioni di massa, azioni sindacali, campagne elettorali, movimenti di solidarietà internazionale, disobbedienza civile e l’emergere di candidature di sinistra in alcune grandi città. Queste lotte sono riuscite in alcune occasioni a frenare, modificare o delegittimare determinate politiche di Trump. Hanno inoltre messo in luce l’esistenza, all’interno stesso della società statunitense, di un profondo conflitto tra un progetto autoritario, nazionalista e reazionario, e le aspirazioni democratiche, egualitarie e internazionaliste. LE MOBILITAZIONI DELLE DONNE PER IL DIRITTO ALL’ABORTO Fin dall’arrivo di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2017, milioni di donne hanno manifestato nell’ambito della Marcia delle Donne (Women’s March), organizzata all’indomani del suo insediamento. Questo movimento ha rappresentato una delle mobilitazioni più importanti della storia degli Stati Uniti. Esprimeva il rifiuto del sessismo di Trump, dei suoi commenti misogini e della sua volontà di mettere in discussione i diritti riproduttivi. La Marcia delle Donne del gennaio 2017 rimane una delle più grandi manifestazioni della storia degli Stati Uniti, con una partecipazione stimata tra i tre e i cinque milioni di persone. Ha dimostrato fin da subito che l’elezione di Trump suscitava un’opposizione di massa, in particolare tra le donne, le minoranze e i movimenti progressisti. La questione dell’aborto è passata in primo piano quando la Corte Suprema, rafforzata dalle nomine di giudici conservatori effettuate da Trump, ha annullato nel giugno 2022, durante il mandato di Joe Biden, la sentenza Roe contro Wade, che garantiva dal 1973 il diritto costituzionale all’aborto. Questa decisione ha provocato un’ondata di proteste in tutto il paese e ha contribuito a una forte mobilitazione elettorale a favore dei candidati che difendevano il diritto all’aborto. In reazione all’annullamento della sentenza Roe v. Wade nel giugno 2022 da parte della Corte Suprema, influenzata da Trump e dalla sua fazione, l’elettorato statunitense è stato chiamato a pronunciarsi direttamente sull’aborto in sedici stati tra il 2022 e il 2024. In tredici di essi, lo schieramento favorevole al mantenimento o all’ampliamento del diritto all’aborto si è imposto alle urne, persino in diversi stati conservatori come Kansas, Kentucky, Montana, Ohio, Missouri e Arizona. Questi risultati dimostrano che la volontà di criminalizzare l’aborto non gode di un sostegno maggioritario uniforme tra l’elettorato statunitense e che suscita un’importante resistenza popolare, persino nelle roccaforti repubblicane. Così, la difesa dei diritti delle donne è diventata uno dei principali punti di cristallizzazione dell’opposizione a Trump e al trumpismo. MOBILITAZIONI ECOLOGISTE E SCIENTIFICHE La Marcia per la Scienza, organizzata nell’aprile 2017, ha costituito una risposta diretta al negazionismo climatico di Trump e ai suoi attacchi contro le agenzie scientifiche federali. Circa un milione di persone ha partecipato a manifestazioni in più di seicento città, denunciando la messa in discussione dei dati scientifici sul cambiamento climatico. La Marcia Popolare per il Clima, svoltasi sempre nel 2017, ha riunito circa duecentomila persone a Washington e diverse centinaia di migliaia in tutto il paese, protestando contro il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e contro le politiche favorevoli alle industrie dei combustibili fossili. MOBILITAZIONI CONTRO LE ARMI DA FUOCO In seguito alla strage di Parkland, in Florida, nel febbraio 2018, il movimento March for Our Lives ha mobilitato tra uno e due milioni di persone, principalmente giovani. Si sono tenute oltre ottocento manifestazioni in tutti i cinquanta stati. Questo movimento ha messo in discussione il sostegno di Trump alla lobby delle armi, la National Rifle Association (NRA), e ha contribuito a trasformare la regolamentazione delle armi da fuoco in un tema politico di primissimo piano. GLI SCIOPERI DEL PERSONALE SCOLASTICO Gli scioperi del personale docente e scolastico del 2018 e del 2019 hanno segnato una svolta nelle lotte sociali statunitensi. Più di cinquecentomila lavoratori della scuola hanno partecipato a scioperi in diversi stati, spesso conservatori. Queste mobilitazioni chiedevano aumenti salariali, un miglior finanziamento dell’istruzione pubblica e una riduzione delle disuguaglianze educative. BLACK LIVES MATTER E LA LOTTA CONTRO IL RAZZISMO SISTEMICO Il movimento Black Lives Matter, nato a seguito di casi di violenza poliziesca contro le persone afroamericane, ha raggiunto il suo apice nel 2020 dopo l’uccisione di George Floyd per mano di un agente di polizia a Minneapolis. Il movimento Black Lives Matter ha rappresentato la più grande ondata di mobilitazioni della storia recente degli Stati Uniti. Dopo l’uccisione di George Floyd nel maggio 2020, si sono tenute manifestazioni in oltre duemila città e località. Alcuni studi stimano che tra i quindici e i ventisei milioni di persone abbiano partecipato ad almeno una manifestazione, il che lo renderebbe il più grande movimento di protesta nella storia degli Stati Uniti. Trump ha reagito adottando una linea di scontro aperto. Ha definito alcuni manifestanti “criminali” e ha minacciato di schierare l’esercito contro le proteste. Questa risposta ha rafforzato la percezione di un presidente schierato a favore di un apparato di polizia militarizzato e rifiutatosi di riconoscere l’esistenza del razzismo sistemico. Ciononostante, Black Lives Matter ha ottenuto importanti traguardi: la messa in discussione di determinate pratiche di polizia, dibattiti sui finanziamenti alle forze dell’ordine, la rimozione di simboli razzisti in varie città e l’integrazione del tema del razzismo strutturale nel dibattito politico nazionale. DOPO IL 6 GENNAIO 2021 L’assalto al Campidoglio da parte dei sostenitori di Trump il 6 gennaio 2021 ha provocato un’ondata di mobilitazioni a difesa della democrazia. Si sono svolte manifestazioni in numerose città statunitensi per denunciare il tentativo di sovvertire l’esito delle elezioni presidenziali del 2020 e per esigere la tutela delle istituzioni democratiche. LA SOLIDARIETÀ CON LA PALESTINA La questione palestinese è diventata un altro importante fronte di resistenza interna. Durante il primo mandato di Trump, il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d’Israele nel 2017, seguito dal trasferimento dell’ambasciata statunitense, ha suscitato una forte opposizione in una parte della società americana. Questa opposizione si è intensificata a partire dal 2023 con la guerra genocida condotta da Israele contro Gaza, guerra che ha contato sul sostegno attivo dell’amministrazione democratica di Joe Biden. Il movimento è proseguito durante il secondo mandato di Trump. Centinaia di migliaia di persone hanno manifestato nelle grandi città statunitensi per denunciare il sostegno militare e diplomatico degli Stati Uniti a Israele. I campus universitari hanno svolto un ruolo fondamentale. Gli studenti hanno organizzato accampamenti, occupazioni e azioni di disinvestimento rivolte contro aziende collegate all’industria militare israeliana. Nonostante una repressione spesso brutale, queste mobilitazioni hanno contribuito a far evolvere il dibattito pubblico: per la prima volta da decenni, una parte significativa della gioventù statunitense mette apertamente in discussione il sostegno incondizionato di Washington a Israele. Le mobilitazioni di solidarietà con la Palestina hanno raggiunto una portata senza precedenti a partire dal 2023. Nelle giornate di azione più importanti, diverse centinaia di migliaia di persone hanno manifestato contemporaneamente nelle grandi città statunitensi. Gli accampamenti universitari si sono estesi a più di un centinaio di atenei e istituti di istruzione superiore, con la partecipazione diretta di decine di migliaia di studenti che ha portato a centinaia di arresti. LE MOBILITAZIONI CONTRO L’ICE E LE POLITICHE MIGRATORIE Anche le politiche migratorie di Trump hanno suscitato una resistenza mascolina e diffusa. Già nel 2017, le manifestazioni contro il “Muslim ban”, che impediva l’ingresso a persone provenienti da diversi paesi a maggioranza musulmana, hanno riempito gli aeroporti statunitensi. La separazione di migliaia di bambini e bambine migranti dai propri genitori al confine con il Messico ha provocato l’indignazione internazionale. Il movimento “Families Belong Together” ha organizzato manifestazioni su vasta scala per chiedere la ricongiunzione familiare. Durante il secondo mandato, le mobilitazioni contro l’ICE (Immigration and Customs Enforcement) si sono intensificate di fronte alle retate, alle espulsioni e ai centri di detenzione per migranti. In diverse città si sono create reti di solidarietà per proteggere le persone minacciate di espulsione e per documentare gli abusi commessi dalle autorità d’immigrazione. Le azioni hanno mobilitato in modo continuativo diverse centinaia di migliaia di persone in oltre 16 grandi metropoli e in centinaia di comuni rurali o periurbani. Si sono registrate migliaia di azioni legate ai diritti delle persone immigrate e all’opposizione all’ICE in tutti i 50 stati. Se si includono le mobilitazioni di No Kings (vedi sotto), sono più di 10 milioni le persone che hanno partecipato a manifestazioni di piazza per denunciare la politica anti-immigrati e i metodi dell’ICE. IL MOVIMENTO «NO KINGS» Il movimento “No Kings” è nato come risposta diretta agli eccessi autoritari di Trump. Denuncia l’accentramento del potere presidenziale, gli attacchi contro le istituzioni democratiche, le minacce ai mezzi di informazione e la volontà di governare per decreto. Le manifestazioni di “No Kings” hanno riunito cittadini di diverse tendenze politiche, uniti dal rifiuto che gli Stati Uniti evolvano verso un regime sempre più autoritario. Questo movimento ha ricordato che la difesa delle libertà democratiche rimane un perno centrale della resistenza al trumpismo. Il movimento “No Kings” costituisce una delle espressioni più significative dell’opposizione al secondo mandato di Trump. Le principali giornate nazionali di mobilitazione, in particolare nel 2026, hanno riunito, secondo le stime, tra i tre e i cinque milioni di persone in oltre millecinquecento città e località. Questa portata la rende una delle più grandi mobilitazioni contro Trump dalla Marcia delle Donne del 2017. Queste le tre date chiave delle mobilitazioni di No Kings: * 14 giugno 2025 (No Kings 1.0): circa 5 milioni di persone in oltre 2.100 luoghi. * 18 ottobre 2025 (No Kings 2.0): circa 7 milioni di persone in oltre 2.700 luoghi. * 28 marzo 2026 (No Kings 3.0): circa 8 milioni di persone riunite in oltre 3.300 luoghi. LE MOBILITAZIONI LGBTQ+ Le politiche di Trump volte a limitare i diritti delle persone transgender, in particolare nell’esercito e in determinati ambiti della vita pubblica, hanno suscitato una forte opposizione. Tra il 2022 e il 2026, le mobilitazioni contro le leggi anti-trans hanno riunito decine, se non centinaia di migliaia di persone in alcune giornate nazionali di azione. LA RESISTENZA SINDACALE E SOCIALE Non va dimenticato il ruolo dei sindacati e dei movimenti sociali. Gli anni 2021-2026 sono stati caratterizzati da una rinascita delle lotte operaie negli Stati Uniti: scioperi nel settore automobilistico, nel terziario, nei magazzini Amazon, nelle caffetterie Starbucks e nel settore dell’istruzione. Queste mobilitazioni hanno spesso travalicato le rivendicazioni salariali per denunciare le disuguaglianze sociali, la precarietà lavorativa e il potere eccessivo delle grandi multinazionali. Hanno dimostrato che una parte importante della classe lavoratrice statunitense non si identifica né con il neoliberismo del Partito Democratico né con il nazionalismo reazionario di Trump. I SUCCESSI ELETTORALI DELLA SINISTRA: IL CASO DI ZOHRAN MAMDANI La resistenza a Trump non si limita alle manifestazioni di piazza. Si manifesta anche in ambito elettorale, soprattutto attraverso l’emergere di candidati di sinistra in alcune grandi città. Il caso di Zohran Mamdani è particolarmente significativo. Membro dei Democratic Socialists of America (DSA), ha vinto le primarie democratiche per la carica di sindaco di New York, battendo i candidati sostenuti dai vertici del Partito Democratico. È stato eletto sindaco di New York nel novembre 2025 nonostante le minacce di Trump e la campagna lanciata contro di lui da 26 miliardari statunitensi che, secondo la rivista Forbes, hanno speso oltre 22 milioni di dollari per impedirne l’elezione. Fortunatamente, la volontà e l’energia popolare, soprattutto tra i più giovani, hanno trionfato sul potere del denaro e del capitale. La sua campagna, incentrata sull’edilizia popolare accessibile, i trasporti pubblici gratuiti, la tassazione dei grandi patrimoni e la solidarietà con la Palestina, ha mobilitato una gran parte della gioventù e dei ceti popolari. Ha dimostrato che negli Stati Uniti può emergere un’alternativa politica di sinistra, nonostante il peso del sistema bipartitico e l’influenza del denaro nelle campagne elettorali. Il successo di Mamdani s’iscrive in una dinamica più ampia, che include le vittorie di figure come Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib, Ilhan Omar e altri eletti progressisti. Questa sinistra statunitense rimane di minoranza, ma rappresenta una forza in ascesa capace di sfidare sia il trumpismo sia le linee centriste del Partito Democratico. UNA RESISTENZA MULTIFORME Le resistenze interne negli Stati Uniti dimostrano che il progetto politico di Trump deve fare i conti con un’opposizione profonda e duratura. Sommando queste diverse ondate di mobilitazione, si osserva che decine di milioni di persone hanno preso parte, in un momento o nell’altro, ad azioni di protesta contro le politiche di Trump o contro le tendenze autoritarie, razziste, patriarcali, belliciste e neoliberiste del trumpismo. Questi movimenti non formano un blocco omogeneo, ma costituiscono un mosaico di resistenze che attraversa l’intera società statunitense: donne, afroamericani, latinoamericani, studenti, lavoratori e lavoratrici, scienziati, insegnanti, attivisti ecologisti, difensori dei diritti LGBTQ+ e sostenitori della democrazia. Queste mobilitazioni hanno a volte ottenuto vittorie concrete, ma si scontrano anche con una repressione crescente, con la potenza dei media conservatori e con la polarizzazione politica del paese. Come simbolo di questa repressione, Renee Nicole Good e Alex Pretti, che cercavano di frapporsi durante le operazioni anti-migranti a Minneapolis, sono stati entrambi uccisi da agenti dell’ICE. Tuttavia, questi movimenti costituiscono un elemento fondamentale per comprendere i limiti del potere di Trump. Ricordano che, persino nel cuore della prima potenza imperialista mondiale, esistono forze sociali e politiche che si oppongono all’autoritarismo, al razzismo, al patriarcato, al militarismo e alle politiche neoliberiste. Così, la storia del trumpismo non può essere scritta unicamente dal punto di vista della Casa Bianca. Deve essere raccontata anche a partire dai milioni di persone che, nelle strade, nei campus, nei luoghi di lavoro e nelle urne, si sono opposte e continuano a opporsi al suo progetto politico. The post Le potenti resistenze popolari interne negli Stati Uniti contro Trump first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Le potenti resistenze popolari interne negli Stati Uniti contro Trump sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 29, 2026
Popoff Quotidiano
25 anni da Genova: ferita aperta o cicatrice?
GENOVA 2001 HA DIMOSTRATO LE REALI CAPACITÀ DI COORDINAMENTO INTERNAZIONALE E DI ARTICOLAZIONE DI STRUTTURE COME I FORUM SOCIALI MONDIALI, GETTANDO LE BASI ORGANIZZATIVE PER LE LOTTE FUTURE Richard Crowbar su El Salto illustrazioni di Emanuele Giacopetti Ultimamente non mi sembra strano ricordare, nelle conversazioni con gli amici e le amiche, cose accadute 25 anni fa. È questo il problema di avere i capelli grigi. Alcuni ricordi sono sfocati, ma questo è nitido. Eravamo tutti su quell’autobus: quei ragazzi di Siviglia con gli occhi che brillavano per l’entusiasmo di partecipare a un evento come quello e che sono tornati con il braccio al collo e il corpo pieno di lividi, quella compagna che stava finendo l’università e ora ha un lavoro precario come consulente, quel vecchio militante che, dopo tanti anni di lotte in città, si è ritirato a vivere in campagna, quel giovane punk che ormai non è più così giovane, ha una figlia adolescente e continua a lavorare nel settore della ristorazione rimanendo punk, quella compagna a cui quell’esperienza è costata un tentativo di suicidio, quel giovane libertario che anni dopo avrebbe condotto uno sciopero della fame di oltre 50 giorni in seguito alle mobilitazioni di Salonicco, quella ragazza che era nell’assemblea della facoltà di giornalismo e poi è diventata consigliera comunale, quello studente di dottorato che cercava di diventare docente universitario ma che, per riuscirci, ha dovuto emigrare, quella storica militante femminista che continua a lottare in prima linea, quell’hacker che fu imprigionato a Bolzaneto e tornò col terrore di ciò che aveva vissuto, ancora impresso nei suoi occhi, quel giovane che proveniva dalle Gioventù Comuniste e che poi divenne vicepresidente del Governo, quell’attivista ambientalista che continua a insistere nel costruire speranza con un sorriso stampato sul volto, quel tenace sindacalista ormai anziano che non è più tra noi… Quell’autobus era stato noleggiato dal Movimento di Resistenza Globale (MRG). Si trattava di una rete nata da un incontro convocato a L’Hamsa, storico centro sociale occupato del quartiere di Sants a Barcellona, un anno prima, con l’obiettivo di coordinare le azioni e la comunicazione tra i collettivi in vista delle proteste antiglobalizzazione a Praga indette in occasione del vertice del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Si tratta della prima, e forse unica, esperienza di una casa comune della sinistra radicale a livello nazionale nella nostra storia recente. Più tardi sarebbe arrivato lo slancio del 15M e i suoi epitaffi sotto forma di iniziativa elettorale e diversi tentativi di fronti ampi che ancora oggi danno segni di vita. Ma credo che nessuno sia stato in grado di cogliere la diversità che si respirava in quelle mobilitazioni, su quell’autobus. Dopo molte ore di viaggio arrivammo a Genova: la vista del porto della città, con centinaia di furgoni dei Carabinieri e i cassonetti della spazzatura che non erano stati ritirati dalle strade, era il presagio della battaglia che si sarebbe combattuta due giorni dopo. Arrivammo allo stadio Carlini. Era uno degli spazi destinati della città dove migliaia di persone fummo alloggiate per quelle giornate. Il clima era impressionante, i laboratori di disobbedienza e le assemblee riempivano ogni angolo dello spazio. Tutti sembravano avere ben chiaro cosa dovevano fare, quale fosse il proprio ruolo in quel formicaio di attivisti. La mattina seguente, prima di partire per la manifestazione che avrebbe cercato di sfondare la zona rossa, il cordone di polizia attorno al vertice del G8, un vecchio militante dell’autonomia madrilena prese la parola e, incitando i presenti, disse che stavamo per vivere una giornata storica di lotta. Credo che non potesse immaginare la reale portata di quelle parole. Non ho mai più rivissuto con quella stessa intensità la sensazione di stare costruendo la storia con i nostri stessi corpi. Come è ben noto, poche ore dopo, i Carabinieri uccisero Carlo Giuliani con un colpo di pistola alla testa e le scie di sangue provocate dalla brutale repressione della polizia italiana ricoprirono le strade del capoluogo ligure, dimostrando chiaramente che la liberalizzazione globale dei mercati e la democrazia sono come l’acqua e l’olio. Basti ricordare che i fatti di Genova furono definiti da Amnesty International come la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dal secondo dopoguerra e che, quattordici anni dopo, la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò lo Stato italiano per quanto accaduto, qualificando quei fatti come tortura. C’è chi vede Genova come una ferita aperta, sottolineando che il danno inflitto dagli apparati dello Stato italiano continua a causare sofferenza a causa dell’impunità e della mancanza di risarcimento. Ricordando il trauma della violenza di Stato incentrato sulla morte del giovane attivista Carlo Giuliani, i brutali assalti della polizia alla scuola Díaz e le torture sistematiche nella caserma di Bolzaneto hanno lasciato un dolore fisico e psicologico che la giustizia istituzionale ha riconosciuto a malapena e solo grazie all’enorme pressione e al lavoro dei team legali che hanno sostenuto le persone torturate e detenute. La violenza perpetrata dagli apparati dello Stato italiano a Genova, unita al radicale cambiamento geopolitico provocato dall’11 settembre, avvenuto appena poche settimane dopo, ha rappresentato una brusca cesura che ha interrotto l’ascesa di una promettente resistenza globale. La sensazione è quella di un corpo politico che è stato mutilato prima di raggiungere la maturità, lasciando un vuoto che ancora fa male quando si ricorda il potenziale troncato. C’è chi ricorda Genova come una cicatrice, riconoscendo che, sebbene il tessuto sociale sia stato gravemente danneggiato, la pelle si è ricucita, trasformando il dolore in memoria, esperienza, apprendimento e struttura. Tracciando a colpi di punti di sutura la mappa di un territorio che risultava sconosciuto, la cicatrice come prova visibile di una battaglia vinta o persa, ma soprattutto della sopravvivenza. Genova ha dimostrato le reali capacità di coordinamento internazionale e di articolazione di strutture come i Forum Sociali Mondiali, gettando le basi organizzative per le lotte future che avrebbero attinto dagli insegnamenti tratti dalla brutalità del sistema globalizzato, rafforzando la resistenza dei movimenti sociali del XXI secolo. Le analisi e gli insegnamenti che le cicatrici di Genova ci ricordano riguardo alla crisi climatica, alle disuguaglianze causate dalle grandi multinazionali e al controllo delle frontiere non sono scomparsi; si sono trasformate e hanno dato forma a movimenti successivi come le mobilitazioni contro la guerra in Iraq, il 15M, Occupy Wall Street o le attuali resistenze ecosociali, le lotte contro il sistema delle frontiere o le mobilitazioni di denuncia del genocidio israeliano contro il popolo palestinese. Forse Genova non è né l’una né l’altra cosa, ma entrambe allo stesso tempo in un costante processo dialettico. È una ferita perché l’ingiustizia e il dolore delle vittime dirette non scompaiono con il passare degli anni. Tuttavia, si è trasformata anche in una cicatrice che ricorda alle nuove generazioni il prezzo della dissidenza e la necessità costante di tessere reti globali di resistenza di fronte a un sistema che, in modo apparentemente inesorabile, guida un treno, a velocità sempre maggiore, verso un abisso, incapace di dare risposta alle molteplici crisi ecosociali che dobbiamo affrontare. Ferite e cicatrici che ci ricordano che, dato l’attuale stato delle cose, sembra evidente che le ipotesi e le diagnosi di 25 anni fa fossero a tutti gli effetti corrette e che, nonostante l’assalto alle recinzioni che delimitavano le zone rosse in cui si rifugiavano imprenditori e capi di Stato nei vari vertici del ciclo di mobilitazioni contro la globalizzazione, la rivoluzione non è tanto una presa del Palazzo d’Inverno, quanto piuttosto un modo di vivere la vita, che ancora oggi cerchiamo di mettere in pratica. In definitiva, la ferita e la cicatrice ci insegnano che i processi di cambiamento radicale sono possibili solo a partire da un soggetto politico che si configura attraverso un’espressione multitudinaria, nel senso descritto da Michael Hardt e Antonio Negri, che si riconosce nella diversità in cui il rapporto tra l’individuale e il collettivo si trasforma rispetto alle identità rivoluzionarie classiche. Nel frattempo, quella notte del 20 luglio 2001, una madre aspettava angosciata la telefonata di sua figlia, un padre guardava in televisione le notizie sull’omicidio di Giuliani al termine della sua giornata lavorativa pensando che suo figlio fosse a quella manifestazione, una sorella rivedeva le immagini dell’omicidio di Carlo cercando di confermare che quel cadavere non fosse quello di suo fratello, un fidanzato riceveva un SMS dal suo compagno che gli diceva che stava bene. The post 25 anni da Genova: ferita aperta o cicatrice? first appeared on Popoff Quotidiano. 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July 23, 2026
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Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane»
«C’È UNA GENERAZIONE, LA GENERAZIONE GAZA, LA GENERAZIONE CHE HA VINTO IL REFERENDUM E CHE GUIDA TUTTE LE LOTTE DI QUESTO TEMPO INFAME A CUI PASSIAMO IL TESTIMONE». L’INTERVENTO DI RAFFAELLA BOLINI ALL’ASSEMBLEA NO KINGS, 25 ANNI DOPO IL SOCIAL FORUM Noi che abbiamo organizzato Genova, ogni volta che si avvicina un anniversario, abbiamo sempre paura che interessi solo noi reduci. Invece, ogni volta, sono tantissimi i giovani che ne vogliono parlare. Ed è un segno che qui si tenga, ad un quarto di secolo dal Genoa Social Forum, l’assemblea No Kings – il movimento dei movimenti più giovane, la convergenza più larga di questo periodo. Noi siamo diventati vecchi. Iniziamo ad andare via: in pochi mesi abbiamo perso – ed erano i più giovani fra di noi-Stefano Kovac, Matteo Jade, Anubi D’Avossa. Ma c’è una generazione, la generazione Gaza, la generazione che ha vinto il referendum e che guida tutte le lotte di questo tempo infame a cui, con grande fiducia, passiamo il testimone. Noi fummo vittime della più grande repressione del dopoguerra, loro vivono in un tempo in cui la repressione è strumento normale di governo e di dominio Noi volevamo evitare la guerra, loro lottano in un mondo in cui la guerra ha sostituito la politica. Per noi un mondo diverso era possibile, per loro è indispensabile. RAFFAELLA BOLINI RETE STOP REARM EUROPE —— 25 anni fa, l’avevamo capito dove ci stava portando il capitalismo. Avevamo ragione, non ci hanno permesso di invertire la rotta, e siamo arrivati fino a qui, a questo mondo impossibile. Ma non è vero che a Genova il movimento dei movimenti sia nato e pure finito. Non è vero. L’anno dopo, quello stesso movimento portò 100.000 persone al Forum Sociale Europeo di Firenze. E li promuovemmo il 15 febbraio del 2003, la manifestazione più grande mai realizzata al mondo, 110 milioni di persone in piazza contro la guerra all’Iraq. E quelle resistenze, quelle lotte sono passate nel DNA delle generazioni successive. Nella sponda sud del Mediterraneo, il movimento ispirò le rivoluzioni arabe: tenemmo due enormi Forum Sociali Mondiali a Tunisi, ospitati da chi la rivoluzione l’aveva fatta. In America Latina, il movimento dei forum diede la spinta decisiva alla vittoria della sinistra in cinque paesi, uno dietro l’altro. In Grecia, dal movimento nacque una sinistra nuova, che dal 3% passò al governo prima di essere strangolata dalla Troika. —— Ma fu una eccezione, la Grecia, in Europa. Perché in Europa tutto il quadro politico mainstream, inclusa la famiglia progressista, non stava con noi, stava dalla parte del neoliberismo. In Italia e in Europa fummo lasciati soli, da chi sarebbe dovuto stare al nostro fianco. —— È da inizio millennio che nella sfera della rappresentanza manca un progetto alternativo all’esistente. E questo ha lasciato uno spazio enorme alla destra, che è stata capace di intercettare le paure e le frustrazioni della gente. E ora siamo qui, nel mezzo di una nuova transizione verso forme sempre più estreme di dominazione globale, per centralizzare il controllo, reprimere e chiudere gli spazi democratici, privatizzare ed estrarre profitto da tutto ciò che esiste. Con la forza, con la guerra, con la repressione, distruggendo il diritto internazionale, lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Per il capitalismo, la democrazia è solo ormai un impiccio. —— E ancora una volta, la montagna che abbiamo di fronte si chiama Europa. L’Unione Europea, in un mondo di guerra e di despoti, sceglie la guerra e il riarmo. Conferma l’austerità, l’estrattivismo, la fortezza Europa fino alla remigrazione, e continua a sostenere il genocidio in Palestina. Ora Trump dice che ci abbandona: dovremmo approfittare di questa opportunità per liberarci dalla gabbia atlantica e occidentale in cui siamo prigionieri da ottant’anni, e invece l’Europa ne rinforza le sbarre. Noi non siamo Occidente, noi siamo per geografia, storia e cultura un continente intersezionale fra tre grandi regioni del mondo. Dovrebbe essere la nostra ricchezza, l’essere ponte, invece ci circondiamo di muri e cannoni. —— L’anno prossimo andranno al voto la Francia, l’Italia, la Spagna. In tutti questi tre paesi, la destra reazionaria, razzista fascista, può vincere o rimanere al governo. Per batterla, bisogna contare su quel nostro popolo che si sente abbandonato da anni. Che va rimesso al centro di un progetto politico di democrazia radicale, di uguaglianza radicale, di un orizzonte di alternativa di sistema. E l’ideale socialista che ricomincia a conquistare spazio, e a vincere, a partire dal centro dell’impero, negli Stati Uniti, è una speranza. —— Il metodo che usammo per fare Genova ancora ci può dire qualcosa. Le prime volte qui ci guardavamo con sospetto e diffidenza. Venivamo da mondi ed esperienze diverse. Scegliemmo di mettere al centro ciò che ci univa, non mediando al ribasso i nostri contenuti, ma trovando il contenuto più radicale che apparteneva a tutti: voi 8, noi 6 miliardi. Quello slogan vale oggi più che mai: voi pochissimi, noi tutto il pianeta. No Kings: ci impegniamo a mettere insieme i frammenti di alternativa che ciascuno di noi possiede, per rendere visibile un progetto leggibile di un’altra società contro tutti i re e le loro guerre. Per essere non tante oasi nel deserto, ma carovana che insieme attraversi il deserto e approdi a un nuovo mare. E in quest’autunno, irromperemo dal basso con i nostri contenuti e le nostre lotte nella campagna elettorale. Oggi siamo qui per questo, oggi qui faremo la nostra agenda. E discuteremo delle nuove forme per fare insieme conflitto e consenso. —— E lavoriamo per superare i confini nazionali, perché abbiamo bisogno con il pane di un movimento dei movimenti europeo. Dalla prima manifestazione europea contro il riarmo del 14 giugno a Bruxelles è uscita una proposta: organizzare il 21 novembre, il giorno dopo del possibile sciopero europeo degli studenti, manifestazioni nazionali in tutti i paesi dove sarà possibile. ‘ “Stato sociale, non Stato di guerra” mentre i governi europei e la stessa Unione staranno discutendo le loro leggi di bilancio, che saranno ovunque una gigantesca macelleria sociale. E anche di questa proposta, cominciamo a discutere qui oggi. Buon lavoro, e avanti tutta, No Kings. Con Carlo, sempre per sempre, nel cuore. The post Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 19, 2026
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Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente»
«ED È DENTRO QUESTA REGOLA CHE OGGI SI LOTTA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE NELLE NOSTRE CITTÀ». L’INTERVENTO DI DOMENICO “MEGU” CHIONETTI ALLA PLENARIA NO KINGS NEL VENTICINQUENNALE DELLE GIORNATE DI LUGLIO 2001 Genova 2001, per molti, è la storia di responsabilità individuali mai punite. Ma in realtà è qualcosa di molto più profondo. È il momento in cui un apparato di potere non si è limitato a proteggere sé stesso: ha ostentato quella protezione e quella impunità, le ha esibite, come un’associazione a delinquere che uso’ il terrore come strumento di governo. E ha trasformato quell’impunità in un precedente politico e storico, fino a farla diventare una regola. Una regola che oggi è la regola del nuovo mondo. Ed è dentro questa regola che oggi si combatte anche la battaglia per la casa e per il diritto all’abitare nelle nostre città. Mentre le guerre e il riarmo drenano risorse, energie e attenzione, noi diciamo: nessuno basta a se stesso, solidarietà e azione collettiva sono la nostra forza, l’unica via di uscita. Costruiamo alleanze trasversali. Il Social Forum dell’Abitare è fatto proprio di questo: terzo settore e sindacato, spazi sociali e mondo cattolico, urbanisti, comitati, studenti. Se riusciamo a costruire queste alleanze, a individuare obiettivi comuni e a far diventare il diritto all’abitare una priorità politica nazionale, saremo più forti. Perché la crisi dell’abitare è già oggi una crisi sociale. È già oggi una forza espulsiva che attraversa le nostre città, allontana le persone, rompe le comunità, aumenta le diseguaglianze. La lotta per il diritto all’abitare non può limitarsi a rincorrere l’emergenza, sfratto dopo sfratto. Serve aprire una fase nuova, per aprire una stagione di mobilitazioni sull’abitare e il diritto alla città. Non una semplice vertenza destinata a consumarsi nell’autunno, ma una stagione lunga, radicale e determinata, in cui il diritto alla casa diventa diritto alla città. Perché la domanda vera è un’altra: chi governa le nostre città? Chi decide chi può restare e chi deve andarsene? Chi decide cosa si costruisce e cosa si demolisce? Chi governa le trasformazioni urbane mentre il capitale si mangia il territorio, lo stravolge e lo domina? Per questo crediamo nelle agenzie sociali per la casa, con una forte regia pubblica: strumenti capaci di mettere in relazione enti locali, proprietari, inquilini e terzo settore, per aumentare gli alloggi accessibili, prevenire gli sfratti, accompagnare le persone più fragili e restituire alla politica un ruolo di governo del diritto all’abitare. Il Social Forum dell’Abitare che si terrà a Genova il 12, 13 e 14 novembre sarà il luogo in cui confrontarci su questa proposta e provare a costruirla insieme. Il Social Forum sta facendo partire anche una Carovana per l’Abitare, per tenere insieme le esperienze dei territori, connettere le lotte e costruire una richiesta chiara: una legge scritta dal basso, da chi l’espulsione dalla città la subisce e da chi ogni giorno la contrasta. Ed è su questo terreno che misuriamo e respingiamo il Piano Casa del governo Meloni: risorse bloccate per cinque anni, un Commissario di Governo che decide al posto delle comunità locali, patrimonio pubblico venduto per fare cassa. E, per finanziare gli interventi sugli sfratti, si mettono le mani anche sulle risorse provenienti dagli affitti delle case popolari. Ancora una volta sono i più deboli a sostenere il peso delle politiche pubbliche, mentre lo Stato scarica il costo delle proprie scelte su chi ha meno. Domenico “Megu” Chionetti a Roma per una manifestazione a Spin Time nel gennaio scorso E, come se non bastasse, si accelerano le procedure di sfratto, come se questa fosse la vera emergenza del Paese. Il comitato Quarticciolo Ribelle, a Roma, lo scrive su un muro: “Ater, il vostro abbandono è il nostro degrado.” Credo che questa debba diventare un’agenda politica. Non è accettabile che pezzi fondamentali del governo delle nostre città siano sottratti al controllo democratico e alla politica, come se fossero poteri intoccabili. Vanno analizzati, criticati, messi in discussione e riportati dentro un confronto pubblico. E torno a Genova. Perché quel potere che nel 2001 ostentò la propria impunità non appartiene soltanto al passato: è diventato un paradigma. È la convinzione che tutto sia consentito, che la forza prevalga sul diritto, che chi detiene il potere possa agire senza rispondere delle proprie azioni. È lo stesso paradigma con cui oggi l’Europa assiste , perdendo la sua dignità alla più grande speculazione e demolizione genocidaria a Gaza. L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente. Per questo dobbiamo lottare. Per questo dobbiamo organizzarci. Per questo dobbiamo farlo insieme, tutte e tutti The post Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 18, 2026
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Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro
A VENTICINQUE ANNI DALLE GIORNATE DEL LUGLIO GENOVESE, L’INTERVENTO DEL PORTAVOCE DI ATTAC ITALIA 1.    Genova prima di Genova  Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore. Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda. Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta. Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia. Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia. Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti. Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”. A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia. Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse. Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista. Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale. Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue. continua qui https://attac-italia.org/a-genova-per-riaprire-il-futuro/ The post Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 9, 2026
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«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»
MONI OVADIA A VIAREGGIO: «IL SIONISMO NON HA NIENTE A CHE FARE CON L’EBRAISMO. È UN FENOMENO COLONIALISTA» C’è una barca che attraversa il Mediterraneo e le coste italiane con un carico insolito: non merci, non turisti, ma testimonianze, solidarietà e una richiesta di giustizia. Si chiama Ghassan Kanafani, come lo scrittore e intellettuale palestinese assassinato nel 1972, ed è il simbolo del progetto nazionale “Cento porti, cento città”, la campagna promossa da Freedom Flotilla Italia per tenere alta l’attenzione sulla tragedia che si consuma in Palestina. Dopo essere partita simbolicamente da Taranto il 2 maggio, la Flotilla sta risalendo la penisola affiancata da un camper che attraversa l’entroterra, con l’obiettivo di unire città, associazioni e cittadini in una mobilitazione permanente contro la guerra e l’assedio di Gaza. Dal 19 al 21 giugno la Ghassan Kanafani ha fatto tappa a Viareggio, dove Freedom Flotilla Italia e il Coordinamento Versilia per la Palestina hanno organizzato tre giornate di incontri, dibattiti e iniziative culturali. Il momento più atteso è stato l’intervento di Moni Ovadia, attore, musicista e intellettuale da anni impegnato sui temi della pace e dei diritti umani. Fin dalle prime battute Ovadia chiarisce la propria posizione senza lasciare spazio ad ambiguità. «Io sono un antinazionalista radicale, sono ebreo e sono anti-sionista. Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista». Una distinzione che attraversa tutto il suo ragionamento e che diventa la chiave di lettura storica e politica dell’attuale conflitto. Per spiegare le origini del colonialismo moderno, Ovadia richiama la Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando le potenze europee si spartirono il continente africano introducendo il principio della terra nullius, la “terra di nessuno”. «Nel 1884 a Berlino i colonialisti si incontrarono per spartirsi le terre. Dichiararono che esistevano terrae nullius, non perché fossero disabitate, ma perché abitate da selvaggi.» Secondo l’artista, quella cultura coloniale costituisce il terreno storico sul quale si è sviluppato il progetto sionista, pur essendo nato ufficialmente alcuni anni dopo con il Congresso di Basilea del 1897. Ma è sul piano etico e religioso che Ovadia costruisce la sua critica più radicale. Richiamando il Levitico, ricorda come nella tradizione ebraica la terra non appartenga agli uomini, ma a Dio. «C’è un passo del Levitico che racconta bene la differenza tra la realtà dell’ebraismo e la sua interpretazione sionista. Dio dice: “Questa terra è mia e voi l’abiterete come ospiti e stranieri”.» E ancora: «La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia. Tu abiterai quella terra come soggiornante straniero insieme allo straniero che godrà dei tuoi stessi statuti.» Per Ovadia il principio fondamentale dell’ebraismo non è il possesso, ma l’ospitalità, il riconoscimento dell’altro, la memoria di essere stati a propria volta stranieri. Da qui nasce quella che definisce la più grande distorsione ideologica del nostro tempo. «I sionisti hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra.» Una frase che sintetizza l’intero impianto del suo intervento e che il pubblico accoglie con un lungo applauso. L’attore non risparmia parole durissime contro quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, parlando di un processo di progressiva disumanizzazione del popolo palestinese e di una violazione sistematica del diritto internazionale. «Non c’è mai stato un sionismo buono. Lo sarebbe stato soltanto se fossero state rispettate tutte le risoluzioni dell’ONU, a partire dalla 194 sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.» Secondo Ovadia, il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente. L’impunità di cui avrebbe goduto il governo israeliano rappresenterebbe un precedente destinato ad avere conseguenze globali. «L’impunità concessa al governo sionista è cresciuta deliberatamente come laboratorio. Le azioni militari e politiche a Gaza e in Cisgiordania sono tollerate dall’Occidente e diventano un modello di controllo esportabile altrove». Il suo sguardo si allarga quindi alle trasformazioni della società contemporanea, denunciando un sistema economico che sacrifica i diritti e la dignità delle persone agli interessi finanziari. «Dobbiamo prepararci a una lunga marcia. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto e non dobbiamo fermarci mai». E aggiunge: «Non dobbiamo accettare l’economia liberista ma lottare per un’economia umana, che anteponga il benessere sociale e la salvaguardia dell’individuo agli interessi finanziari». Nel corso dell’incontro viene ricordato anche il riconoscimento conferito a Moni Ovadia dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, che gli ha attribuito la cittadinanza palestinese honoris causa. Un riconoscimento che Ovadia interpreta come una responsabilità morale più che come un’onorificenza. «Sono solo un libero cittadino, ma credo che la liberazione del popolo palestinese e i suoi pieni diritti siano un valore che riguarda tutti.» E ancora: «Io, da ebreo, mi sento profondamente palestinese. Come ricordava Marek Edelman, un ebreo deve stare con gli oppressi.» Il suo intervento si chiude con una riflessione che supera la politica e diventa una domanda rivolta a ciascuno dei presenti. «Quella dei palestinesi è una delle più gravi ingiustizie della modernità. Se non contribuiremo alla loro piena dignità e ai loro diritti, saremo giudicati dalle generazioni future. Io non voglio che sputino sulla mia tomba». Poi l’ultima esortazione, pronunciata quasi sottovoce ma destinata a rimanere impressa. «Siamo un popolo di partigiani, dobbiamo ancora esserci. Dobbiamo dire a tutti che stiamo rischiando di perdere il nostro statuto di esseri umani». Ed è probabilmente questa l’immagine che resta al termine dell’incontro di Viareggio: una barca che continua il suo viaggio lungo le coste italiane, una folla che ascolta in silenzio e una domanda che attraversa il mare e raggiunge ogni porto. Perché il punto, alla fine, non è soltanto scegliere da che parte stare in un conflitto. Il punto è decidere se vogliamo ancora appartenere a un’umanità capace di riconoscere il dolore dell’altro. Se perdiamo questa capacità, nessuna vittoria politica potrà restituirci ciò che avremo definitivamente smarrito: la nostra coscienza. 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June 20, 2026
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Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi
«FUCK CAPITALISM JAM», L’EVENTO DEDICATO AI VIDEOGIOCHI CHE RIFIUTA DI PIEGARSI ALL’INDUSTRIA, PER «CONTRIBUIRE IL PIÙ POSSIBILE A SVILUPPARE UN PENSIERO CRITICO» Théo Dezalay per Mediapart Il mondo dei videogiochi è abituato alle jam (o jam-session), quei momenti in cui diversi team informali di sviluppatori e sviluppatrici si riuniscono per creare giochi su un tema comune. Alcune si svolgono in uno spazio fisico e seguono temi consensuali: «crescere» o «onde». La «Fuck Capitalism Jam» (FCJ), invece, si svolge online per un mese intero e il suo tema rimane lo stesso nel corso degli anni: «Fanculo il capitalismo». Dal 2023, questa jam permette ogni anno la creazione di 70-110 videogiochi (o talvolta testi, musiche, giochi di ruolo da tavolo…) accomunati dall’odio per il sistema capitalista. Tra i titoli di punta degli ultimi anni: un simulatore politico in cui si cerca di condurre una campagna elettorale in America Latina nel 1972 sotto il naso della CIA, un gioco dell’oca che esplora la rete solidale berlinese e un’appassionante riproduzione del padiglione sovietico dell’Esposizione Universale del 1925, con il suo «club dei lavoratori» di Alexander Rodchenko. Per innovare nella forma, alcuni giochi si divertono anche a stravolgere i codici del genere. Centrist Simulator è un «idle game», quel tipo di gioco in cui solitamente si vince lasciando scorrere il tempo, solo che qui si tratta invece di agire il più rapidamente possibile per contrastare l’inazione climatica, che miete nuove vittime ogni secondo. Il curatissimo F<3ck Capitalism è un “dating sim”, un gioco di flirt – in questo caso con il capitalismo e il socialismo personificati. Mentre The Tower must Fall è una parodia del successo indipendente Slay the Spire, un gioco di combattimento con le carte, questa volta contro mostri che rappresentano il capitale, la televisione e la polizia. Va precisato che i giochi sono pensati piuttosto per anglofoni a proprio agio con i videogiochi. D’altra parte, possono essere installati su qualsiasi computer e spesso sono persino giocabili direttamente dal browser. «UN SEMPLICE INGRANAGGIO IN UNA MACCHINA» Naturalmente, la Fuck Capitalism Jam ha più da offrire di una manciata di giochi ben rifiniti. Come tutte le jam di videogiochi, assume la forma di un allegro caos in cui si mescolano piccoli progetti divertenti, prototipi incomprensibili, grandi creazioni curate e volantini dal potenziale ludico discutibile. Un’eterogeneità benvenuta: la diversità dei formati, dei temi, delle intenzioni e dei risultati permette proprio di esplorare in profondità la questione anticapitalista. L’obiettivo è «creare un senso di comunità, fare rumore e aiutare il più possibile a sviluppare un pensiero critico», spiega a Mediapart il collettivo organizzatore dell’evento, «un piccolo gruppo di amici» che coltiva l’anonimato e di cui si ignora il paese di provenienza. «Eravamo tutti appassionati di jam e allergici al capitalismo, quindi l’idea della FCJ è nata in modo naturale», spiegano. I temi dei giochi creati durante la jam evolvono con l’attualità, dalla rielezione di Donald Trump all’ascesa dell’intelligenza artificiale. Quest’anno, la nota di intenti della FCJ ha adottato un discorso febbrile contro la guerra: «Il capitalismo sta crollando […]. Quei fottuti psicopatici che ci governano stanno cercando di trascinarci in una nuova guerra mondiale. […] Non possiamo farci cogliere di sorpresa, […] bisogna porre fine all’escalation della guerra.» Ma il cuore della Fuck Capitalism Jam è sempre consistito in un insieme di giochi personali, racconti intimi, saggi spietati sulla difficoltà del mondo del lavoro, della società della sorveglianza, dello stile di vita operaio. Una tradizione cara agli organizzatori e alle organizzatrici, convinti che «la condivisione di esperienze personali e commoventi» sia particolarmente incisiva. Le reazioni dei giocatori e delle giocatrici abbondano in questo senso, poiché, spesso, altri partecipanti alla jam o semplici passanti digitali lasciano un commento commosso quando il gioco è riuscito a toccare un punto sensibile. «Rende davvero bene l’impressione di essere un semplice ingranaggio in una macchina», commenta qualcuno sulla pagina di I am Fortunate, dove si discute con i colleghi durante un viaggio in ascensore lugubre e interminabile. «È allo stesso tempo «Deprimente e realistico», commenta con entusiasmo un altro internauta davanti a You Don’t Have to Smile, dove bisogna sforzarsi di mantenere un grande sorriso mentre si preparano i caffè. L’abbondanza di giochi molto critici nei confronti del mondo del lavoro è uno degli aspetti salienti della FCJ. Nei videogiochi, le critiche sociali vengono solitamente espresse in modo ironico e con molta cautela. Gli eccessi delle multinazionali possono essere derisi, ma non attaccati frontalmente; in ogni caso, è raro che il mondo del lavoro venga preso di mira, forse perché la maggior parte dei giochi viene prodotta in spazi il cui nome incantevole di «studio» nasconde una banale realtà aziendale. RITARDO Ma all’interno della Fuck Capitalism Jam, senza scopo di lucro né criteri di ammissione, tutto è permesso. Così molti lavoratori e lavoratrici si prendono qualche ora o qualche giorno per dare vita a una testimonianza sull’alienazione che subiscono. La precisione chirurgica di You Can’t Win This Game, gioco minimalista su un musicista che si logora in un lavoro di ripiego aggrappandosi al suo sogno di registrare un album, ha così suscitato una valanga di elogi da parte di utenti che vi si riconoscevano tristemente. Per gli organizzatori e le organizzatrici della FCJ, questa emulazione comunitaria è solo la punta dell’iceberg. Introducendo l’anticapitalismo nell’ambiente dei videogiochi indipendenti, sperano che sempre più creatori e creatrici ne facciano proprio. «Ha funzionato per i movimenti femministi e LGBTQ+, almeno nel milieu da cui proveniamo», precisa il gruppo. «Tra qualche anno, quando alcuni di questi sviluppatori e sviluppatrici ricopriranno posizioni influenti all’interno di grandi aziende, vedremo apparire un numero maggiore di giochi destinati al grande pubblico che veicolano messaggi anticapitalisti, anche se solo in modo indiretto», prosegue il collettivo. «Le persone che ci governeranno tra venti o trent’anni saranno cresciute giocando ai videogiochi, forse più che guardando film o leggendo libri. Non è così assurdo pensare che i giochi sviluppati nei prossimi decenni potrebbero gettare i semi di un futuro più benevolo», spera. Va detto che, in materia di politica, i videogiochi sono in ritardo rispetto alle altre arti. Se basta entrare in una libreria o in un negozio di dischi per riempire una carriola di libri sovversivi o di dischi punk, il compito è più complesso con i negozi di videogiochi. Mediapart ha già raccontato come la politica sia vista come un elemento repellente sia dagli editori che dagli sviluppatori: è un elemento che rischia di far perdere vendite e di attirare guai piuttosto che creare consenso attorno al videogioco. Le eccezioni esistono, e si distinguono per la loro capacità di parlare della società senza mezzi termini, ma rimangono rare. Anche se l’evento rimane semiclandestino, la proliferazione di rivendicazioni del Fuck Capitalism Jam è quindi preziosa. Lo si capisce ancora di più se lo si mette a confronto con il Summer Game Fest, il grande raduno annuale dei videogiochi. Questo festival festoso, in combutta con l’industria, si è specializzato nel tacere o minimizzare le turbolenze del settore, nonostante sia stato colpito da una valanga di piani di licenziamento dal 2022. Si svolge proprio questo fine settimana, cinque giorni dopo la chiusura dell’edizione 2026 del Fuck Capitalism Jam. Cinque giorni di distanza, ma un mondo di differenza. The post Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 7, 2026
Popoff Quotidiano
Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”
LETTERA APERTA AL RIENTRO DELLA FLOTILLA: «COLTIVARE L’EFFICACIA E NON LA TESTIMONIANZA, INTERROGARSI SULLA RESISTENZA PROLUNGATA, SUI RAPPORTI DI FORZA E NON SULL’EVENTO SINGOLO» Ciao a tutte/i. Mi scuso se riemergo solo ora e con un testo lungo, ma si sono accumulate un po’ di cose da dire. 1. Il primo ringraziamento va alla resistenza palestinese. Per essere il fronte principale, forse per alcuni aspetti l’unico, in grado di minare il sionismo. Per aiutarci a tenere gli occhi aperti. Il punto non è stabilire se l’ideologia sionista sia più o meno fascista di molte altre correnti reazionarie presenti su questa terra. Il punto è il ruolo chiave che gioca oggi nello spingere, sperimentare, mettere in pratica lo sterminio, l’escalation bellica mondiale, il riarmo e la società autoritaria. 2. Per questo il tema è esattamente il rapporto tra il sionismo e l’intero sistema mondiale. Provare ora a individuare Ben Gvir come unico responsabile di un sistema di impunità e complicità che è esteso, internazionale, radicato e prolungato nel tempo è semplicemente ridicolo. Non si è mai visto un circo con un solo clown. E nel circo di cui ci credete spettatori i clown sono almeno due: Ben Gvir e chiunque provi a presentarlo come unico responsabile di quanto accaduto. 3. Il secondo ringraziamento va a chi è stato a terra. A chiunque si è mobilitato, si è preoccupato, ha sostituito quello che non potevamo fare durante tutta la navigazione e poi il sequestro. Nel mio caso specifico devo ringraziare le compagne e compagni del Collettivo di Fabbrica e della Soms Insorgiamo e tutta la rete solidale. In particolare a chi ha tenuto botta nella campagna di reindustrializzazione dal basso e nel presidio. Dopo 5 anni di presidio permanente, è stata una fatica in più. So che in questo mese non sono state tutte rose e fiori ma a me da quelle barche siete sembrati semplicemente perfetti. 4. Ci chiedete come stiamo e non è facile rispondere a questa domanda. Innanzitutto perchè il pensiero che ti porti dietro e che ti scava dentro è questo: hai sopportato, sei passato da una esperienza traumatica nella consapevolezza che stava per finire. Mentre stanotte ho dormito in un letto pulito, mentre scrivo ora, c’è qualcuno in quelle prigioni sottoposto a trattamenti ben peggiori e senza nessuna prospettiva di vederne la fine. 5. E qualsiasi parola trovassimo per descrivere come stiamo sarebbe sbagliata. Io ad esempio dovrei definirmi “fortunato”. Non credo di avere riportato danni di nessun tipo (la formula condizionale è dovuta al tipo di sostanze chimiche che hanno usato e al lato psicologico), perchè mi hanno picchiato in punti dove non si generano fratture e solo punzecchiato e minacciato con il coltello senza affondare il colpo. Ma “fortunato” è esattamente la parola più sbagliata che si può usare, perché sminuirebbe lo stato di privazione, sequestro, umiliazione, tortura psicologica, e banalmente il fatto che la detenzione non può essere mai sinonimo nè di rapimento nè di privazione di uno stato di diritto. 6. Stiamo male per quello che abbiamo visto e la rabbia che ne consegue. Stiamo bene, perchè il livello di serenità, coraggio e fermezza delle attiviste e degli attivisti che abbiamo visto nelle ore di sequestro è una forza che nella vita non ti abbandonerà mai. 7. Per dovere di cronaca e di denuncia, continueremo a restituire ogni dettaglio e racconto di quanto ci è successo. Ma i riflettori non devono rimanere lì. Devono essere spostati immediatamente su una vasta campagna di boicottaggio, rottura di ogni rapporto, a ogni livello con il sionismo. A ogni organizzazione, istituzione, realtà economica va chiesto: cosa stai facendo per togliere terreno al sionismo. Non abbiamo nessuna intenzione che l’indignazione “per noi” diventi una forma emotiva usata per non agire oltre a quello che ci è accaduto. 8. Abbiamo usato la parola lager e campo di concentramento galleggiante e in miniatura senza alcuna esagerazione polemica o leggerezza. Non c’è solo un fatto “estetico”. Non esiste nessuna altra definizione tecnica per individuare il regime di privazione della libertà a cui siamo sottoposti sulla nave prigione. Sequestrati con un mitra puntato, portati su quella nave, fatti oggetti di violenza senza alcuna logica se non la violenza stessa, senza potere contattare nessuno, con il passaporto sequestrato e sostituito da un braccialetto con un numero, non eravamo coperti più da alcuna forma di diritto. Non sapevamo più cosa fossimo. Non era “carcere duro”, non era proprio carcere. Se qualcuno ha qualsiasi altra definizione che non sia appunto lager, si faccia avanti e ce la dia. 9. Il mar Mediterraneo è uno dei mari più pattugliati e controllati al mondo. Non c’è stato un solo momento che non avessimo droni sulla testa – non solo sionisti, ma di svariata natura – o navi all’orizzonte. E poi ci sono i radar, i satelliti ecc. Impossibile pensare che almeno 2 navi-lager e 3 navi da guerra possano rastrellare il Mediterraneo senza che questo sia noto e conosciuto alle autorità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. 10. Il dibattito su quello che è accaduto alla Flotilla è infatti un dibattito generale su cosa sia il Mediterraneo oggi: è quindi un dibattito sul Sea Rescue, le migliaia di morti nel tentativo di attraversarlo, il suo surriscaldamento ecc. La convergenza di tutte le “nostre forze” marittime è una priorità assoluta. 11. E il dibattito però è anche a terra. La priorità ovviamente è l’onda che la Flotilla ha generato nel riaprire il dibattito verso la società sulla questione palestinese. E lì vanno le nostre forze ed energie. Ma esiste anche l’onda generata verso il nostro interno. Prima della partenza della missione, il dibattito sui suoi limiti, i suoi rischi, le sue inopportunità è stato silenzioso ma corrosivo. Ora sarebbe il caso invece di trasformare tutto questo in un dibattito aperto e positivo sulla efficacia o meno dei metodi di lotta. Coltivare l’efficacia e non la testimonianza, interrogarsi sul processo e non sul singolo atto, sulla resistenza prolungata e non sull’evento singolo, sui rapporti di forza e non sulla mutevole opinione. 12. L’immagine più forte che mi porto dietro è quella durante la seconda intercettazione, quella del 18 maggio. Mentre il Don Juan, la barca su cui ero, cambia direzione nel tentativo diversivo di sfuggire ai gommoni dei reparti speciali della marina sionista, vedo all’orizzonte una scena che non sapevo se interpretare come un effetto ottico. Si stagliano una davanti all’altra una nave di guerra e una piccola barca a vela. E la barca a vela punta la prua dritto per dritto verso la nave da guerra. Evidentemente sono troppo vicini, non possono scappare, possono solo fare il contrario: andare sotto navigazione della nave da guerra e renderle la vita impossibile. 13. La barca a vela con gente comune disarmata che va contro la nave da guerra armata fino ai denti, che non scappa ma gira la prua esattamente nella direzione dove nessuno si aspetterebbe, credo simboleggi a pieno la situazione mondiale e globale in cui ci troviamo. E’ il Davide contro Golia. E’ il fatto che tra la catastrofe, la guerra, la violenza generalizzate e il nostro futuro, ci frapponiamo solo “noi”. Niente e nessun altro. 14. Cosa sia questo “noi”, allargarlo e definirlo allo stesso tempo è oggi la priorità e l’urgenza assoluta per arrivare prima che arrivino “loro”, con il loro fascismo e la loro guerra. Non sto parlando di definire questo “noi” nel senso militante del termine o in piccole cerchie organizzate. Non sto dicendo che bisogna riscrivere il primo capitolo del Manifesto del Partito Comunista, “Borghesi e proletari”, che ognuno può autonomamente leggere e apprezzare. Sto parlando del blocco sociale, del senso di appartenenza, comunitario, di interesse condiviso nella testa di milioni di persone. Noi, la classe, la gente, il popolo, “los de abajos”, un abbozzo di futura umanità, ambientaliste, transfemministe, antifasciste, con le proprie radici ben piantate e contemporaneamente a casa ovunque ci sia mondo, eterogenei e contraddittori ma guidati da una sensazione di comune appartenenza che dal basso si contrappone all’alto, all’oligarchia, allo sfruttamento, all’abbrutimento, alla classe “Epstein”. 15. E senza che niente sia modello, niente sia idealizzato, si prenda quanto meno atto di una cosa: è attraverso una banale azione di mutualismo conflittuale, che 500 persone, di 70 nazionalità, religioni assai diverse, credi politici ben disparati, hanno trovato la via per essere “abbozzo di umanità” tanto da navigare a testa alta contro quelle 48-72h di violenza ed uscirne sereni e consapevoli. Forse non è questa la via, ma almeno qualsiasi proposta alternativa provi a produrre qualcosa di più avanzato. La critica all’imperfezione dell’azione non può diventare una perfetta inazione. 16. Per quanto mi riguarda, nel piccolo, il contributo a tutto questo dibattito avviene attraverso il tentativo di concretizzare 5 anni di lotta alla ex Gkn. Abbiamo un mese di azionariato popolare e un tenetevi libere e liberi per l’11-12 luglio. Stateci appiccicate e appiccicati come a una piccola Flotilla nell’economia. Forse non è il tempo della vittoria per come ce la aspettavamo, ma sicuramente non è tempo di lasciare la resistenza. The post Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
May 23, 2026
Popoff Quotidiano
Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense?
LA STORIA DI UNA GUERRA NASCOSTA CONDOTTA CONTRO L’ESTREMA DESTRA, PER LO PIÙ LONTANA DAGLI SCONTRI DI PIAZZA DI UN TEMPO Dan Clayton su Novaramedia Quando si annuncia che il fascismo è alle porte, c’è sempre il rischio di finire come «il ragazzo che gridava al lupo, al lupo». Ma quando si ha un’amministrazione statunitense i cui canali social, secondo le parole di Christopher Mathias, autore di To Catch a Fascist, “tweetano vera e propria propaganda nazista, usando parole come ‘sostituzione’ e ‘rimigrazione’ che venivano usate dai gruppi nazisti dieci anni fa e parlando in termini esplicitamente nazionalisti bianchi”, e persino The Atlantic afferma “Sì, è fascismo”, allora forse ci siamo già. Come ha detto Mathias quando abbiamo parlato alla fine di marzo: “Siamo in un momento fascista completamente smascherato”. Il problema nel cercare di definire il fascismo, lo stadio in cui siamo arrivati e se dovremmo addirittura usare la parola con la F, è che, un po’ come la rana apocrifa nell’acqua bollente, stiamo tutti gradualmente venendo bolliti vivi – venendo acculturati al fascismo mentre questo si manifesta tutt’intorno a noi. Se stiamo aspettando un momento decisivo, varrebbe la pena ricordare le parole dell’icona punk antifascista Thomas ‘Mensi’ Mensforth degli Angelic Upstarts, che nel 1993 ricordò alla gente che «il fascismo non inizia con i campi di concentramento; è lì che finisce». Gli antifascisti negli Stati Uniti non sono rimasti ad aspettare che il resto del mondo decidesse, e il nuovo libro di Mathias racconta la storia di una guerra nascosta condotta dall’antifa contro l’estrema destra, per lo più lontana dagli scontri di piazza di un tempo e non solo, come egli stesso afferma, riguardo a «la maggior parte del lavoro che svolgono effettivamente: raccolta di informazioni, ricerche, attività di spionaggio e identificazione, smascheramento e doxing di migliaia di membri di questo nuovo movimento fascista in America». Mathias definisce l’antifa come «una rete clandestina e decentralizzata composta in gran parte da anarchici, socialisti e comunisti, dedita a distruggere l’estrema destra con ogni mezzo necessario». Gran parte della sua attività ha comportato la rimozione delle maschere per rivelare le identità di coloro che si celano dietro attacchi razzisti, marce in uniforme, atti di vandalismo e propaganda e retorica violente, ma Mathias spiega che anche qui c’è una triste ironia. «In epoche precedenti in America, quando si indossava una maschera nel fascismo organizzato», ha detto, «lo si faceva nella speranza di creare un mondo in cui non ci fosse più bisogno di alcuna maschera». Cosa succede quindi quando quel mondo è stato creato e le maschere sono davvero state tolte? E quali sono le lezioni per gli antifascisti del Regno Unito mentre affrontiamo quella che è forse la minaccia di estrema destra più significativa dalla fine degli anni ’70? In un certo senso, ci siamo già passati. La tradizione antifascista del Regno Unito ha offerto un modello alle controparti statunitensi all’inizio degli anni ’90, in termini di attivismo di strada, mobilitazione di massa e raccolta di informazioni. Nei decenni precedenti, movimenti come l’Anti-Nazi League e Rock Against Racism, che portarono centinaia di migliaia di persone in piazza contro il fascismo, furono una parte importante dell’attivismo degli anni ’70. Red Action, Anti-Fascist Action e gruppi antifascisti autonomi in Germania e in Italia furono influenze dirette sui precursori dell’antifa statunitense, Anti-Racist Action e i Minneapolis Baldies prima di loro. E questa tradizione risale al 62 Group, al 43 Group (ex militari ebrei che affrontarono i fascisti britannici del dopoguerra) e ai primi antifascisti che non solo affrontarono l’ondata crescente del fascismo e del nazismo in Germania e in Italia negli anni ’30 e ’40, ma furono anche i primi a diventare bersaglio quando il fascismo salì al potere. Ma come nel Regno Unito, dove l’avvento delle telecamere a circuito chiuso e della sorveglianza di massa ha segnato la fine degli scontri di piazza che avevano caratterizzato molte delle attività di strada di quei gruppi, anche negli Stati Uniti si è assistito a una sorta di declino degli scontri diretti da parte degli antifascisti e a un passaggio verso un’organizzazione più radicata nella comunità e alla raccolta di informazioni. Questo non è una novità per gli antifascisti nel Regno Unito e, in vari momenti negli ultimi decenni, abbiamo visto il lavoro di intelligence svolto da Searchlight, Hope Not Hate e Red Flare, che hanno identificato attivisti di estrema destra, esercitato pressioni politiche e legali sulle loro organizzazioni e ostacolato e minato il loro lavoro il più possibile. È proprio quest’ultimo elemento a costituire il fulcro dell’opera di Mathias, il cui libro include storie avvincenti di infiltrazione nell’estrema destra, di ciò che è stato scoperto e di come è stato utilizzato. In un caso, “Vincent” si infiltra per cinque mesi nel Patriot Front, un gruppo di adoratori del nazismo responsabile di graffiti razzisti, marce provocatorie in tenuta paramilitare e srotolamento di striscioni sui ponti. Condivide con vari ricercatori antifascisti una miniera di informazioni, tra cui screenshot di chat private, registrazioni audio e foto e video realizzati mentre era il fotografo ufficiale del gruppo. Ciò ha portato a un flusso costante di doxing: le identità di questi fascisti, fino ad allora riservati e anonimi, sono state rese pubbliche. In un’altra operazione sotto copertura, la spia antifascista “Will” si è infiltrata in Identity Evropa – una delle organizzazioni responsabili della mortale manifestazione “Unite the Right” di Charlottesville del 2017 – raccogliendo “moltissimi dati, i loro messaggi e i meme che condividevano… prove del loro intento omicida per quel giorno”. Mathias lo descrive come “un flusso apparentemente infinito di pura sete di sangue e piani espliciti di violenza”. A seguito della manifestazione, in cui la assistente legale trentaduenne Heather Heyer è stata uccisa da un sedicente suprematista bianco e decine di altre persone sono rimaste ferite, una causa contro gli organizzatori della manifestazione ha attinto ampiamente ai dati raccolti, portando allo scioglimento di Identity Evropa e al doxing di molti altri coinvolti. Per sua stessa natura, il doxing si basa su ciò che Mathias descrive come «tabù sociali esistenti contro il razzismo esplicito, il bigottismo, la supremazia bianca e il fascismo». Utilizza quei tabù per creare «un costo sociale per chi fa parte del fascismo organizzato». Denunciare e svergognare richiede un minimo di… beh, vergogna – quindi come funziona quando il fascista viene trascinato alla luce, gli viene strappata la maschera e la reazione è solo un’alzata di spalle? Abbiamo già assistito a una graduale erosione di quei tabù nel Regno Unito. Nonostante le dichiarazioni secondo cui avrebbe inasprito le procedure di controllo, Reform UK continua a essere coinvolta in una serie ininterrotta di scandali che vedono protagonisti attivisti e candidati – con due casi che hanno fatto notizia solo nell’ultima settimana. A Manchester, Adam Mitula risulterebbe ancora indicato come agente elettorale di tre candidati di Reform in vista delle elezioni locali di maggio, nonostante sia stato sospeso dal partito a causa di commenti razzisti e antisemiti. Nell’Essex, Aaron Taylor, proprietario di un salone di abbronzatura ed ex tesoriere della sezione locale di Reform, ha giocato la carta del “probabilmente avevo bevuto una birra” quando è stato interrogato dal Mirror sui suoi post a favore di Hitler. Mathias ritiene che il doxing rimanga uno strumento potente, in quanto modo «per le comunità di sapere chi tra i loro vicini ha queste convinzioni perché rappresenta una minaccia: potrebbe commettere atti di violenza». Ad esempio, quando i suprematisti bianchi di Charlottesville sono stati smascherati, tra loro c’erano un marine statunitense, un dipendente di un importante appaltatore della difesa con autorizzazione di sicurezza governativa e un insegnante di scuola media della Carolina del Sud. Una delle lezioni che gli antifascisti nel Regno Unito possono trarre dal libro di Mathias è la necessità di mantenere un costo sociale per il fascismo e un tabù esplicito contro di esso. Anche se può sembrare che la marea stia montando contro di noi, rimane un disgusto diffuso per le parole e le azioni del fascismo, e mettere nero su bianco esattamente ciò in cui le persone credono davvero nei loro momenti di maggiore disattenzione ha ancora il potere di scioccare anche un pubblico compiacente. Sulla scia della repressione dell’immigrazione voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, durante la quale gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) hanno sparato e ucciso a Minneapolis, nel mese di gennaio, la madre disarmata Renee Good, e gli agenti della Customs and Border Protection hanno sparato e ucciso, poche settimane dopo, l’infermiera di terapia intensiva Alex Pretti, Matthias definisce «significativo» il fatto che «gran parte dell’impegno antifascista si sia orientato verso l’identificazione di questi agenti dell’ICE mascherati, creando un costo sociale per chi fa parte dell’ICE». Questo collegamento tra ciò che spesso può essere visto come un antifascismo ristretto e una politica e un’organizzazione antirazzista e di classe più ampia, sembra un passo importante per gli antifascisti sia negli Stati Uniti che qui. Mathias sottolinea che «ciò che è accaduto a Minneapolis è stata una rivolta contro l’ICE che aveva molti elementi antifascisti militanti ma non era necessariamente sotto la bandiera dell’antifa». Dietro molte delle doxing ci sono attivisti pronti a mettere a rischio la propria vita – e questo tipo di lavoro va avanti da decenni nei circoli antifascisti di tutto il mondo – ma dietro di loro c’è un gruppo meno visibile, ma non per questo meno notevole, che setaccia i dati, individuando luoghi, identificando tipi di scarpe o parti di tatuaggi. Parte del lavoro antifa consiste nel creare o sostenere nuove forme di media per raggiungere persone diverse e aggirare i monopoli consolidati dai vecchi magnati dei media e dai nuovi giganti della tecnologia, oppure nel collaborare con giornalisti simpatizzanti dei media mainstream per diffondere il messaggio. Mathias sottolinea il ruolo di siti web come Unicorn Riot, ma anche delle persone che collaborano e dialogano all’interno delle proprie comunità. Questo tipo di reti è estremamente importante, soprattutto ora che anche le grandi aziende tecnologiche si stanno piegando all’estrema destra: un articolo su The Intercept suggerisce infatti che Meta abbia imposto nuove regole che censurerebbero i post in cui si menziona “antifa” insieme ad altri “segnali di minaccia”, impedendo di fatto a chiunque di parlare di antifascismo, della Battaglia di Cable Street o persino della Seconda Guerra Mondiale. È chiaro anche che gran parte di questo ha radici nelle comunità. Proprio come i primi Baldies di Minneapolis sono nati perché i nazisti hanno invaso la loro scena e la loro comunità, gli attivisti anti-ICE a Minneapolis si sono uniti ai loro vicini e amici per respingere l’attacco e difendere se stessi e gli altri. A volte si dice che quando l’America starnutisce, il mondo prende il raffreddore. Forse ora che gli Stati Uniti hanno un caso di influenza in piena regola, se studiamo i sintomi che gli antifascisti dall’altra parte dell’Atlantico hanno identificato – e almeno alcuni dei rimedi che hanno utilizzato – potremo essere meglio preparati per gli anni a venire. Dan Clayton è un linguista, scrittore ed editore nel settore dell'istruzione. The post Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 19, 2026
Popoff Quotidiano