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Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane»
«C’È UNA GENERAZIONE, LA GENERAZIONE GAZA, LA GENERAZIONE CHE HA VINTO IL REFERENDUM E CHE GUIDA TUTTE LE LOTTE DI QUESTO TEMPO INFAME A CUI PASSIAMO IL TESTIMONE». L’INTERVENTO DI RAFFAELLA BOLINI ALL’ASSEMBLEA NO KINGS, 25 ANNI DOPO IL SOCIAL FORUM Noi che abbiamo organizzato Genova, ogni volta che si avvicina un anniversario, abbiamo sempre paura che interessi solo noi reduci. Invece, ogni volta, sono tantissimi i giovani che ne vogliono parlare. Ed è un segno che qui si tenga, ad un quarto di secolo dal Genoa Social Forum, l’assemblea No Kings – il movimento dei movimenti più giovane, la convergenza più larga di questo periodo. Noi siamo diventati vecchi. Iniziamo ad andare via: in pochi mesi abbiamo perso – ed erano i più giovani fra di noi-Stefano Kovac, Matteo Jade, Anubi D’Avossa. Ma c’è una generazione, la generazione Gaza, la generazione che ha vinto il referendum e che guida tutte le lotte di questo tempo infame a cui, con grande fiducia, passiamo il testimone. Noi fummo vittime della più grande repressione del dopoguerra, loro vivono in un tempo in cui la repressione è strumento normale di governo e di dominio Noi volevamo evitare la guerra, loro lottano in un mondo in cui la guerra ha sostituito la politica. Per noi un mondo diverso era possibile, per loro è indispensabile. RAFFAELLA BOLINI RETE STOP REARM EUROPE —— 25 anni fa, l’avevamo capito dove ci stava portando il capitalismo. Avevamo ragione, non ci hanno permesso di invertire la rotta, e siamo arrivati fino a qui, a questo mondo impossibile. Ma non è vero che a Genova il movimento dei movimenti sia nato e pure finito. Non è vero. L’anno dopo, quello stesso movimento portò 100.000 persone al Forum Sociale Europeo di Firenze. E li promuovemmo il 15 febbraio del 2003, la manifestazione più grande mai realizzata al mondo, 110 milioni di persone in piazza contro la guerra all’Iraq. E quelle resistenze, quelle lotte sono passate nel DNA delle generazioni successive. Nella sponda sud del Mediterraneo, il movimento ispirò le rivoluzioni arabe: tenemmo due enormi Forum Sociali Mondiali a Tunisi, ospitati da chi la rivoluzione l’aveva fatta. In America Latina, il movimento dei forum diede la spinta decisiva alla vittoria della sinistra in cinque paesi, uno dietro l’altro. In Grecia, dal movimento nacque una sinistra nuova, che dal 3% passò al governo prima di essere strangolata dalla Troika. —— Ma fu una eccezione, la Grecia, in Europa. Perché in Europa tutto il quadro politico mainstream, inclusa la famiglia progressista, non stava con noi, stava dalla parte del neoliberismo. In Italia e in Europa fummo lasciati soli, da chi sarebbe dovuto stare al nostro fianco. —— È da inizio millennio che nella sfera della rappresentanza manca un progetto alternativo all’esistente. E questo ha lasciato uno spazio enorme alla destra, che è stata capace di intercettare le paure e le frustrazioni della gente. E ora siamo qui, nel mezzo di una nuova transizione verso forme sempre più estreme di dominazione globale, per centralizzare il controllo, reprimere e chiudere gli spazi democratici, privatizzare ed estrarre profitto da tutto ciò che esiste. Con la forza, con la guerra, con la repressione, distruggendo il diritto internazionale, lo Stato di diritto e lo Stato sociale. Per il capitalismo, la democrazia è solo ormai un impiccio. —— E ancora una volta, la montagna che abbiamo di fronte si chiama Europa. L’Unione Europea, in un mondo di guerra e di despoti, sceglie la guerra e il riarmo. Conferma l’austerità, l’estrattivismo, la fortezza Europa fino alla remigrazione, e continua a sostenere il genocidio in Palestina. Ora Trump dice che ci abbandona: dovremmo approfittare di questa opportunità per liberarci dalla gabbia atlantica e occidentale in cui siamo prigionieri da ottant’anni, e invece l’Europa ne rinforza le sbarre. Noi non siamo Occidente, noi siamo per geografia, storia e cultura un continente intersezionale fra tre grandi regioni del mondo. Dovrebbe essere la nostra ricchezza, l’essere ponte, invece ci circondiamo di muri e cannoni. —— L’anno prossimo andranno al voto la Francia, l’Italia, la Spagna. In tutti questi tre paesi, la destra reazionaria, razzista fascista, può vincere o rimanere al governo. Per batterla, bisogna contare su quel nostro popolo che si sente abbandonato da anni. Che va rimesso al centro di un progetto politico di democrazia radicale, di uguaglianza radicale, di un orizzonte di alternativa di sistema. E l’ideale socialista che ricomincia a conquistare spazio, e a vincere, a partire dal centro dell’impero, negli Stati Uniti, è una speranza. —— Il metodo che usammo per fare Genova ancora ci può dire qualcosa. Le prime volte qui ci guardavamo con sospetto e diffidenza. Venivamo da mondi ed esperienze diverse. Scegliemmo di mettere al centro ciò che ci univa, non mediando al ribasso i nostri contenuti, ma trovando il contenuto più radicale che apparteneva a tutti: voi 8, noi 6 miliardi. Quello slogan vale oggi più che mai: voi pochissimi, noi tutto il pianeta. No Kings: ci impegniamo a mettere insieme i frammenti di alternativa che ciascuno di noi possiede, per rendere visibile un progetto leggibile di un’altra società contro tutti i re e le loro guerre. Per essere non tante oasi nel deserto, ma carovana che insieme attraversi il deserto e approdi a un nuovo mare. E in quest’autunno, irromperemo dal basso con i nostri contenuti e le nostre lotte nella campagna elettorale. Oggi siamo qui per questo, oggi qui faremo la nostra agenda. E discuteremo delle nuove forme per fare insieme conflitto e consenso. —— E lavoriamo per superare i confini nazionali, perché abbiamo bisogno con il pane di un movimento dei movimenti europeo. Dalla prima manifestazione europea contro il riarmo del 14 giugno a Bruxelles è uscita una proposta: organizzare il 21 novembre, il giorno dopo del possibile sciopero europeo degli studenti, manifestazioni nazionali in tutti i paesi dove sarà possibile. ‘ “Stato sociale, non Stato di guerra” mentre i governi europei e la stessa Unione staranno discutendo le loro leggi di bilancio, che saranno ovunque una gigantesca macelleria sociale. E anche di questa proposta, cominciamo a discutere qui oggi. Buon lavoro, e avanti tutta, No Kings. Con Carlo, sempre per sempre, nel cuore. The post Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «No Kings, la convergenza più larga e più giovane» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 19, 2026
Popoff Quotidiano
Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente»
«ED È DENTRO QUESTA REGOLA CHE OGGI SI LOTTA PER IL DIRITTO ALL’ABITARE NELLE NOSTRE CITTÀ». L’INTERVENTO DI DOMENICO “MEGU” CHIONETTI ALLA PLENARIA NO KINGS NEL VENTICINQUENNALE DELLE GIORNATE DI LUGLIO 2001 Genova 2001, per molti, è la storia di responsabilità individuali mai punite. Ma in realtà è qualcosa di molto più profondo. È il momento in cui un apparato di potere non si è limitato a proteggere sé stesso: ha ostentato quella protezione e quella impunità, le ha esibite, come un’associazione a delinquere che uso’ il terrore come strumento di governo. E ha trasformato quell’impunità in un precedente politico e storico, fino a farla diventare una regola. Una regola che oggi è la regola del nuovo mondo. Ed è dentro questa regola che oggi si combatte anche la battaglia per la casa e per il diritto all’abitare nelle nostre città. Mentre le guerre e il riarmo drenano risorse, energie e attenzione, noi diciamo: nessuno basta a se stesso, solidarietà e azione collettiva sono la nostra forza, l’unica via di uscita. Costruiamo alleanze trasversali. Il Social Forum dell’Abitare è fatto proprio di questo: terzo settore e sindacato, spazi sociali e mondo cattolico, urbanisti, comitati, studenti. Se riusciamo a costruire queste alleanze, a individuare obiettivi comuni e a far diventare il diritto all’abitare una priorità politica nazionale, saremo più forti. Perché la crisi dell’abitare è già oggi una crisi sociale. È già oggi una forza espulsiva che attraversa le nostre città, allontana le persone, rompe le comunità, aumenta le diseguaglianze. La lotta per il diritto all’abitare non può limitarsi a rincorrere l’emergenza, sfratto dopo sfratto. Serve aprire una fase nuova, per aprire una stagione di mobilitazioni sull’abitare e il diritto alla città. Non una semplice vertenza destinata a consumarsi nell’autunno, ma una stagione lunga, radicale e determinata, in cui il diritto alla casa diventa diritto alla città. Perché la domanda vera è un’altra: chi governa le nostre città? Chi decide chi può restare e chi deve andarsene? Chi decide cosa si costruisce e cosa si demolisce? Chi governa le trasformazioni urbane mentre il capitale si mangia il territorio, lo stravolge e lo domina? Per questo crediamo nelle agenzie sociali per la casa, con una forte regia pubblica: strumenti capaci di mettere in relazione enti locali, proprietari, inquilini e terzo settore, per aumentare gli alloggi accessibili, prevenire gli sfratti, accompagnare le persone più fragili e restituire alla politica un ruolo di governo del diritto all’abitare. Il Social Forum dell’Abitare che si terrà a Genova il 12, 13 e 14 novembre sarà il luogo in cui confrontarci su questa proposta e provare a costruirla insieme. Il Social Forum sta facendo partire anche una Carovana per l’Abitare, per tenere insieme le esperienze dei territori, connettere le lotte e costruire una richiesta chiara: una legge scritta dal basso, da chi l’espulsione dalla città la subisce e da chi ogni giorno la contrasta. Ed è su questo terreno che misuriamo e respingiamo il Piano Casa del governo Meloni: risorse bloccate per cinque anni, un Commissario di Governo che decide al posto delle comunità locali, patrimonio pubblico venduto per fare cassa. E, per finanziare gli interventi sugli sfratti, si mettono le mani anche sulle risorse provenienti dagli affitti delle case popolari. Ancora una volta sono i più deboli a sostenere il peso delle politiche pubbliche, mentre lo Stato scarica il costo delle proprie scelte su chi ha meno. Domenico “Megu” Chionetti a Roma per una manifestazione a Spin Time nel gennaio scorso E, come se non bastasse, si accelerano le procedure di sfratto, come se questa fosse la vera emergenza del Paese. Il comitato Quarticciolo Ribelle, a Roma, lo scrive su un muro: “Ater, il vostro abbandono è il nostro degrado.” Credo che questa debba diventare un’agenda politica. Non è accettabile che pezzi fondamentali del governo delle nostre città siano sottratti al controllo democratico e alla politica, come se fossero poteri intoccabili. Vanno analizzati, criticati, messi in discussione e riportati dentro un confronto pubblico. E torno a Genova. Perché quel potere che nel 2001 ostentò la propria impunità non appartiene soltanto al passato: è diventato un paradigma. È la convinzione che tutto sia consentito, che la forza prevalga sul diritto, che chi detiene il potere possa agire senza rispondere delle proprie azioni. È lo stesso paradigma con cui oggi l’Europa assiste , perdendo la sua dignità alla più grande speculazione e demolizione genocidaria a Gaza. L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente. Per questo dobbiamo lottare. Per questo dobbiamo organizzarci. Per questo dobbiamo farlo insieme, tutte e tutti The post Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Speciale Genova. «L’impunità di allora è diventata il paradigma del presente» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 18, 2026
Popoff Quotidiano
Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro
A VENTICINQUE ANNI DALLE GIORNATE DEL LUGLIO GENOVESE, L’INTERVENTO DEL PORTAVOCE DI ATTAC ITALIA 1.    Genova prima di Genova  Venticinque anni fa oltre 300mila persone arrivarono a Genova per contestare il vertice dei G8 che si sarebbe tenuto nella città. Ci arrivarono nonostante una campagna di stampa trasversale che preannunciava indicibili assalti e barbarie e riempirono la città dei colori di una moltitudine attraversata dalla speranza in un mondo migliore. Gli assalti e le barbarie in effetti ci furono, ma coi protagonisti rovesciati: quel movimento fu vittima della più grande violazione dei diritti umani dal dopoguerra, come giustamente sentenziò Amnesty International, e tornò da quelle piazze senza Carlo Giuliani, giovane ragazzo ucciso in Piazza Alimonda. Quel movimento non nacque a Genova, perché il nuovo secolo politico inizia in due contesti e tempi distinti, nel sud e nel nord del pianeta. Il primo atto di nascita è stata sicuramente l’insurrezione zapatista nel Chiapas messicano, che esplode il 1 gennaio 1994, giorno nel quale entra in vigore il Trattato di libero scambio fra Usa, Canada e Messico: quel giorno la sapienza della cultura indigena della Selva Lacandona indica al mondo la cifra della globalizzazione liberista come nuovo attacco ai diritti, ai beni comuni, ai territori e alla democrazia. Il secondo atto è la contestazione al vertice dell’Organizzazione Mondiale del Commercio a Seattle nel 1999, quando la protesta assume la sfida della messa in discussione della legittimità da parte delle multinazionali e delle lobby finanziarie di poter esercitare il proprio potere a detrimento dei diritti umani, della giustizia sociale e della democrazia. Fino a prima di Seattle, ogni incontro delle grandi istituzioni internazionali (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Ocse, G8 etc.) vedeva in campo la società civile con contro-convegni che, dal basso, contestavano la narrazione del modello liberista sulle magnifiche sorti e progressive di una società regolata interamente dalle leggi del mercato e interamente votata alla produzione di profitti. Un modello con già quasi tre decenni alle spalle, dato che, pur con qualche cautela, possiamo collocare l’inizio della fase neoliberista del capitalismo in due eventi (anche questi uno nel sud e uno nel nord del pianeta) e contesti diversi e complementari: il colpo di Stato militare in Cile del settembre 1973, che rovesciò il governo democratico e socialista di Salvador Allende per consegnare il paese al generale fascista Pinochet e ai Chicago Boys, gli economisti liberisti statunitensi che lo affiancarono nelle scelte economico-sociali, e l’avvento di Margareth Thatcher al governo del Regno Unito, con la brutale repressione del movimento operaio agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso. Fu la stessa Thatcher a proclamare lo slogan che poi divenne il mantra dell’ideologia liberista. “La società non esiste, esistono solo gli individui e le famiglie”. A Seattle, e per la prima volta, i movimenti non si limitarono a criticare i contenuti della globalizzazione neoliberista, documentando con analisi ed evidenze i disastri che avrebbe prodotto dal punto di vista dei diritti umani, della giustizia sociale e della crisi ecologica, ma posero con forza il tema della legittimità del potere decisionale delle multinazionali e dei grandi interessi finanziari, bloccando fisicamente la partecipazione dei delegati al vertice dell’OMC e scontrandosi per giorni con le forze di polizia. Da allora, il tema della legittimità si pose in tutti gli incontri delle grandi istituzioni internazionali, che dovettero abbandonare nel tempo la scenografia ‘medievale’ di rappresentazione del potere con la quale quei vertici erano costruiti, per doversi confrontare con mobilitazioni sociali sempre più ampie, determinate e diffuse. Nel frattempo, nel gennaio 2001 a Porto Alegre in Brasile si riunì per la prima volta il Forum Sociale Mondiale in aperta contrapposizione con l’annuale Forum Economico Mondiale, che, negli stessi giorni, si teneva a Davos in Svizzera e a cui partecipavano tutti i motori politici, economici e finanziari della globalizzazione neoliberista. Fu a Porto Alegre che venne lanciata la sfida più alta, dichiarando, in radicale contrapposizione al “There is no alternative” di Margareth Thatcher, “Un altro mondo è possibile” e aprendo la sfida per il cambiamento globale. Genova arrivò sei mesi dopo, mentre quattro mesi prima e -importante sottolinearlo- con un governo di centro-sinistra, a Napoli vi fu una sorta di anticipazione e di prova della repressione contro i movimenti scesi in piazza per contestare il Global Forum, promosso da Ocse, Onu e Ue. continua qui https://attac-italia.org/a-genova-per-riaprire-il-futuro/ The post Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Marco Bersani: A Genova per riaprire il futuro sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
July 9, 2026
Popoff Quotidiano
«Hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra»
MONI OVADIA A VIAREGGIO: «IL SIONISMO NON HA NIENTE A CHE FARE CON L’EBRAISMO. È UN FENOMENO COLONIALISTA» C’è una barca che attraversa il Mediterraneo e le coste italiane con un carico insolito: non merci, non turisti, ma testimonianze, solidarietà e una richiesta di giustizia. Si chiama Ghassan Kanafani, come lo scrittore e intellettuale palestinese assassinato nel 1972, ed è il simbolo del progetto nazionale “Cento porti, cento città”, la campagna promossa da Freedom Flotilla Italia per tenere alta l’attenzione sulla tragedia che si consuma in Palestina. Dopo essere partita simbolicamente da Taranto il 2 maggio, la Flotilla sta risalendo la penisola affiancata da un camper che attraversa l’entroterra, con l’obiettivo di unire città, associazioni e cittadini in una mobilitazione permanente contro la guerra e l’assedio di Gaza. Dal 19 al 21 giugno la Ghassan Kanafani ha fatto tappa a Viareggio, dove Freedom Flotilla Italia e il Coordinamento Versilia per la Palestina hanno organizzato tre giornate di incontri, dibattiti e iniziative culturali. Il momento più atteso è stato l’intervento di Moni Ovadia, attore, musicista e intellettuale da anni impegnato sui temi della pace e dei diritti umani. Fin dalle prime battute Ovadia chiarisce la propria posizione senza lasciare spazio ad ambiguità. «Io sono un antinazionalista radicale, sono ebreo e sono anti-sionista. Il sionismo non ha niente a che fare con l’ebraismo. È un fenomeno colonialista». Una distinzione che attraversa tutto il suo ragionamento e che diventa la chiave di lettura storica e politica dell’attuale conflitto. Per spiegare le origini del colonialismo moderno, Ovadia richiama la Conferenza di Berlino del 1884-1885, quando le potenze europee si spartirono il continente africano introducendo il principio della terra nullius, la “terra di nessuno”. «Nel 1884 a Berlino i colonialisti si incontrarono per spartirsi le terre. Dichiararono che esistevano terrae nullius, non perché fossero disabitate, ma perché abitate da selvaggi.» Secondo l’artista, quella cultura coloniale costituisce il terreno storico sul quale si è sviluppato il progetto sionista, pur essendo nato ufficialmente alcuni anni dopo con il Congresso di Basilea del 1897. Ma è sul piano etico e religioso che Ovadia costruisce la sua critica più radicale. Richiamando il Levitico, ricorda come nella tradizione ebraica la terra non appartenga agli uomini, ma a Dio. «C’è un passo del Levitico che racconta bene la differenza tra la realtà dell’ebraismo e la sua interpretazione sionista. Dio dice: “Questa terra è mia e voi l’abiterete come ospiti e stranieri”.» E ancora: «La terra non verrà venduta in perpetuità perché la terra è mia. Tu abiterai quella terra come soggiornante straniero insieme allo straniero che godrà dei tuoi stessi statuti.» Per Ovadia il principio fondamentale dell’ebraismo non è il possesso, ma l’ospitalità, il riconoscimento dell’altro, la memoria di essere stati a propria volta stranieri. Da qui nasce quella che definisce la più grande distorsione ideologica del nostro tempo. «I sionisti hanno scambiato una Terra Promessa per una promessa di terra.» Una frase che sintetizza l’intero impianto del suo intervento e che il pubblico accoglie con un lungo applauso. L’attore non risparmia parole durissime contro quanto sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, parlando di un processo di progressiva disumanizzazione del popolo palestinese e di una violazione sistematica del diritto internazionale. «Non c’è mai stato un sionismo buono. Lo sarebbe stato soltanto se fossero state rispettate tutte le risoluzioni dell’ONU, a partire dalla 194 sul diritto al ritorno dei profughi palestinesi.» Secondo Ovadia, il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente. L’impunità di cui avrebbe goduto il governo israeliano rappresenterebbe un precedente destinato ad avere conseguenze globali. «L’impunità concessa al governo sionista è cresciuta deliberatamente come laboratorio. Le azioni militari e politiche a Gaza e in Cisgiordania sono tollerate dall’Occidente e diventano un modello di controllo esportabile altrove». Il suo sguardo si allarga quindi alle trasformazioni della società contemporanea, denunciando un sistema economico che sacrifica i diritti e la dignità delle persone agli interessi finanziari. «Dobbiamo prepararci a una lunga marcia. Non dobbiamo farci prendere dallo sconforto e non dobbiamo fermarci mai». E aggiunge: «Non dobbiamo accettare l’economia liberista ma lottare per un’economia umana, che anteponga il benessere sociale e la salvaguardia dell’individuo agli interessi finanziari». Nel corso dell’incontro viene ricordato anche il riconoscimento conferito a Moni Ovadia dal Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, che gli ha attribuito la cittadinanza palestinese honoris causa. Un riconoscimento che Ovadia interpreta come una responsabilità morale più che come un’onorificenza. «Sono solo un libero cittadino, ma credo che la liberazione del popolo palestinese e i suoi pieni diritti siano un valore che riguarda tutti.» E ancora: «Io, da ebreo, mi sento profondamente palestinese. Come ricordava Marek Edelman, un ebreo deve stare con gli oppressi.» Il suo intervento si chiude con una riflessione che supera la politica e diventa una domanda rivolta a ciascuno dei presenti. «Quella dei palestinesi è una delle più gravi ingiustizie della modernità. Se non contribuiremo alla loro piena dignità e ai loro diritti, saremo giudicati dalle generazioni future. Io non voglio che sputino sulla mia tomba». Poi l’ultima esortazione, pronunciata quasi sottovoce ma destinata a rimanere impressa. «Siamo un popolo di partigiani, dobbiamo ancora esserci. Dobbiamo dire a tutti che stiamo rischiando di perdere il nostro statuto di esseri umani». Ed è probabilmente questa l’immagine che resta al termine dell’incontro di Viareggio: una barca che continua il suo viaggio lungo le coste italiane, una folla che ascolta in silenzio e una domanda che attraversa il mare e raggiunge ogni porto. Perché il punto, alla fine, non è soltanto scegliere da che parte stare in un conflitto. Il punto è decidere se vogliamo ancora appartenere a un’umanità capace di riconoscere il dolore dell’altro. Se perdiamo questa capacità, nessuna vittoria politica potrà restituirci ciò che avremo definitivamente smarrito: la nostra coscienza. 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June 20, 2026
Popoff Quotidiano
Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi
«FUCK CAPITALISM JAM», L’EVENTO DEDICATO AI VIDEOGIOCHI CHE RIFIUTA DI PIEGARSI ALL’INDUSTRIA, PER «CONTRIBUIRE IL PIÙ POSSIBILE A SVILUPPARE UN PENSIERO CRITICO» Théo Dezalay per Mediapart Il mondo dei videogiochi è abituato alle jam (o jam-session), quei momenti in cui diversi team informali di sviluppatori e sviluppatrici si riuniscono per creare giochi su un tema comune. Alcune si svolgono in uno spazio fisico e seguono temi consensuali: «crescere» o «onde». La «Fuck Capitalism Jam» (FCJ), invece, si svolge online per un mese intero e il suo tema rimane lo stesso nel corso degli anni: «Fanculo il capitalismo». Dal 2023, questa jam permette ogni anno la creazione di 70-110 videogiochi (o talvolta testi, musiche, giochi di ruolo da tavolo…) accomunati dall’odio per il sistema capitalista. Tra i titoli di punta degli ultimi anni: un simulatore politico in cui si cerca di condurre una campagna elettorale in America Latina nel 1972 sotto il naso della CIA, un gioco dell’oca che esplora la rete solidale berlinese e un’appassionante riproduzione del padiglione sovietico dell’Esposizione Universale del 1925, con il suo «club dei lavoratori» di Alexander Rodchenko. Per innovare nella forma, alcuni giochi si divertono anche a stravolgere i codici del genere. Centrist Simulator è un «idle game», quel tipo di gioco in cui solitamente si vince lasciando scorrere il tempo, solo che qui si tratta invece di agire il più rapidamente possibile per contrastare l’inazione climatica, che miete nuove vittime ogni secondo. Il curatissimo F<3ck Capitalism è un “dating sim”, un gioco di flirt – in questo caso con il capitalismo e il socialismo personificati. Mentre The Tower must Fall è una parodia del successo indipendente Slay the Spire, un gioco di combattimento con le carte, questa volta contro mostri che rappresentano il capitale, la televisione e la polizia. Va precisato che i giochi sono pensati piuttosto per anglofoni a proprio agio con i videogiochi. D’altra parte, possono essere installati su qualsiasi computer e spesso sono persino giocabili direttamente dal browser. «UN SEMPLICE INGRANAGGIO IN UNA MACCHINA» Naturalmente, la Fuck Capitalism Jam ha più da offrire di una manciata di giochi ben rifiniti. Come tutte le jam di videogiochi, assume la forma di un allegro caos in cui si mescolano piccoli progetti divertenti, prototipi incomprensibili, grandi creazioni curate e volantini dal potenziale ludico discutibile. Un’eterogeneità benvenuta: la diversità dei formati, dei temi, delle intenzioni e dei risultati permette proprio di esplorare in profondità la questione anticapitalista. L’obiettivo è «creare un senso di comunità, fare rumore e aiutare il più possibile a sviluppare un pensiero critico», spiega a Mediapart il collettivo organizzatore dell’evento, «un piccolo gruppo di amici» che coltiva l’anonimato e di cui si ignora il paese di provenienza. «Eravamo tutti appassionati di jam e allergici al capitalismo, quindi l’idea della FCJ è nata in modo naturale», spiegano. I temi dei giochi creati durante la jam evolvono con l’attualità, dalla rielezione di Donald Trump all’ascesa dell’intelligenza artificiale. Quest’anno, la nota di intenti della FCJ ha adottato un discorso febbrile contro la guerra: «Il capitalismo sta crollando […]. Quei fottuti psicopatici che ci governano stanno cercando di trascinarci in una nuova guerra mondiale. […] Non possiamo farci cogliere di sorpresa, […] bisogna porre fine all’escalation della guerra.» Ma il cuore della Fuck Capitalism Jam è sempre consistito in un insieme di giochi personali, racconti intimi, saggi spietati sulla difficoltà del mondo del lavoro, della società della sorveglianza, dello stile di vita operaio. Una tradizione cara agli organizzatori e alle organizzatrici, convinti che «la condivisione di esperienze personali e commoventi» sia particolarmente incisiva. Le reazioni dei giocatori e delle giocatrici abbondano in questo senso, poiché, spesso, altri partecipanti alla jam o semplici passanti digitali lasciano un commento commosso quando il gioco è riuscito a toccare un punto sensibile. «Rende davvero bene l’impressione di essere un semplice ingranaggio in una macchina», commenta qualcuno sulla pagina di I am Fortunate, dove si discute con i colleghi durante un viaggio in ascensore lugubre e interminabile. «È allo stesso tempo «Deprimente e realistico», commenta con entusiasmo un altro internauta davanti a You Don’t Have to Smile, dove bisogna sforzarsi di mantenere un grande sorriso mentre si preparano i caffè. L’abbondanza di giochi molto critici nei confronti del mondo del lavoro è uno degli aspetti salienti della FCJ. Nei videogiochi, le critiche sociali vengono solitamente espresse in modo ironico e con molta cautela. Gli eccessi delle multinazionali possono essere derisi, ma non attaccati frontalmente; in ogni caso, è raro che il mondo del lavoro venga preso di mira, forse perché la maggior parte dei giochi viene prodotta in spazi il cui nome incantevole di «studio» nasconde una banale realtà aziendale. RITARDO Ma all’interno della Fuck Capitalism Jam, senza scopo di lucro né criteri di ammissione, tutto è permesso. Così molti lavoratori e lavoratrici si prendono qualche ora o qualche giorno per dare vita a una testimonianza sull’alienazione che subiscono. La precisione chirurgica di You Can’t Win This Game, gioco minimalista su un musicista che si logora in un lavoro di ripiego aggrappandosi al suo sogno di registrare un album, ha così suscitato una valanga di elogi da parte di utenti che vi si riconoscevano tristemente. Per gli organizzatori e le organizzatrici della FCJ, questa emulazione comunitaria è solo la punta dell’iceberg. Introducendo l’anticapitalismo nell’ambiente dei videogiochi indipendenti, sperano che sempre più creatori e creatrici ne facciano proprio. «Ha funzionato per i movimenti femministi e LGBTQ+, almeno nel milieu da cui proveniamo», precisa il gruppo. «Tra qualche anno, quando alcuni di questi sviluppatori e sviluppatrici ricopriranno posizioni influenti all’interno di grandi aziende, vedremo apparire un numero maggiore di giochi destinati al grande pubblico che veicolano messaggi anticapitalisti, anche se solo in modo indiretto», prosegue il collettivo. «Le persone che ci governeranno tra venti o trent’anni saranno cresciute giocando ai videogiochi, forse più che guardando film o leggendo libri. Non è così assurdo pensare che i giochi sviluppati nei prossimi decenni potrebbero gettare i semi di un futuro più benevolo», spera. Va detto che, in materia di politica, i videogiochi sono in ritardo rispetto alle altre arti. Se basta entrare in una libreria o in un negozio di dischi per riempire una carriola di libri sovversivi o di dischi punk, il compito è più complesso con i negozi di videogiochi. Mediapart ha già raccontato come la politica sia vista come un elemento repellente sia dagli editori che dagli sviluppatori: è un elemento che rischia di far perdere vendite e di attirare guai piuttosto che creare consenso attorno al videogioco. Le eccezioni esistono, e si distinguono per la loro capacità di parlare della società senza mezzi termini, ma rimangono rare. Anche se l’evento rimane semiclandestino, la proliferazione di rivendicazioni del Fuck Capitalism Jam è quindi preziosa. Lo si capisce ancora di più se lo si mette a confronto con il Summer Game Fest, il grande raduno annuale dei videogiochi. Questo festival festoso, in combutta con l’industria, si è specializzato nel tacere o minimizzare le turbolenze del settore, nonostante sia stato colpito da una valanga di piani di licenziamento dal 2022. Si svolge proprio questo fine settimana, cinque giorni dopo la chiusura dell’edizione 2026 del Fuck Capitalism Jam. Cinque giorni di distanza, ma un mondo di differenza. The post Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Fanculo il capitalismo, iniziando dai videogiochi sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
June 7, 2026
Popoff Quotidiano
Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”
LETTERA APERTA AL RIENTRO DELLA FLOTILLA: «COLTIVARE L’EFFICACIA E NON LA TESTIMONIANZA, INTERROGARSI SULLA RESISTENZA PROLUNGATA, SUI RAPPORTI DI FORZA E NON SULL’EVENTO SINGOLO» Ciao a tutte/i. Mi scuso se riemergo solo ora e con un testo lungo, ma si sono accumulate un po’ di cose da dire. 1. Il primo ringraziamento va alla resistenza palestinese. Per essere il fronte principale, forse per alcuni aspetti l’unico, in grado di minare il sionismo. Per aiutarci a tenere gli occhi aperti. Il punto non è stabilire se l’ideologia sionista sia più o meno fascista di molte altre correnti reazionarie presenti su questa terra. Il punto è il ruolo chiave che gioca oggi nello spingere, sperimentare, mettere in pratica lo sterminio, l’escalation bellica mondiale, il riarmo e la società autoritaria. 2. Per questo il tema è esattamente il rapporto tra il sionismo e l’intero sistema mondiale. Provare ora a individuare Ben Gvir come unico responsabile di un sistema di impunità e complicità che è esteso, internazionale, radicato e prolungato nel tempo è semplicemente ridicolo. Non si è mai visto un circo con un solo clown. E nel circo di cui ci credete spettatori i clown sono almeno due: Ben Gvir e chiunque provi a presentarlo come unico responsabile di quanto accaduto. 3. Il secondo ringraziamento va a chi è stato a terra. A chiunque si è mobilitato, si è preoccupato, ha sostituito quello che non potevamo fare durante tutta la navigazione e poi il sequestro. Nel mio caso specifico devo ringraziare le compagne e compagni del Collettivo di Fabbrica e della Soms Insorgiamo e tutta la rete solidale. In particolare a chi ha tenuto botta nella campagna di reindustrializzazione dal basso e nel presidio. Dopo 5 anni di presidio permanente, è stata una fatica in più. So che in questo mese non sono state tutte rose e fiori ma a me da quelle barche siete sembrati semplicemente perfetti. 4. Ci chiedete come stiamo e non è facile rispondere a questa domanda. Innanzitutto perchè il pensiero che ti porti dietro e che ti scava dentro è questo: hai sopportato, sei passato da una esperienza traumatica nella consapevolezza che stava per finire. Mentre stanotte ho dormito in un letto pulito, mentre scrivo ora, c’è qualcuno in quelle prigioni sottoposto a trattamenti ben peggiori e senza nessuna prospettiva di vederne la fine. 5. E qualsiasi parola trovassimo per descrivere come stiamo sarebbe sbagliata. Io ad esempio dovrei definirmi “fortunato”. Non credo di avere riportato danni di nessun tipo (la formula condizionale è dovuta al tipo di sostanze chimiche che hanno usato e al lato psicologico), perchè mi hanno picchiato in punti dove non si generano fratture e solo punzecchiato e minacciato con il coltello senza affondare il colpo. Ma “fortunato” è esattamente la parola più sbagliata che si può usare, perché sminuirebbe lo stato di privazione, sequestro, umiliazione, tortura psicologica, e banalmente il fatto che la detenzione non può essere mai sinonimo nè di rapimento nè di privazione di uno stato di diritto. 6. Stiamo male per quello che abbiamo visto e la rabbia che ne consegue. Stiamo bene, perchè il livello di serenità, coraggio e fermezza delle attiviste e degli attivisti che abbiamo visto nelle ore di sequestro è una forza che nella vita non ti abbandonerà mai. 7. Per dovere di cronaca e di denuncia, continueremo a restituire ogni dettaglio e racconto di quanto ci è successo. Ma i riflettori non devono rimanere lì. Devono essere spostati immediatamente su una vasta campagna di boicottaggio, rottura di ogni rapporto, a ogni livello con il sionismo. A ogni organizzazione, istituzione, realtà economica va chiesto: cosa stai facendo per togliere terreno al sionismo. Non abbiamo nessuna intenzione che l’indignazione “per noi” diventi una forma emotiva usata per non agire oltre a quello che ci è accaduto. 8. Abbiamo usato la parola lager e campo di concentramento galleggiante e in miniatura senza alcuna esagerazione polemica o leggerezza. Non c’è solo un fatto “estetico”. Non esiste nessuna altra definizione tecnica per individuare il regime di privazione della libertà a cui siamo sottoposti sulla nave prigione. Sequestrati con un mitra puntato, portati su quella nave, fatti oggetti di violenza senza alcuna logica se non la violenza stessa, senza potere contattare nessuno, con il passaporto sequestrato e sostituito da un braccialetto con un numero, non eravamo coperti più da alcuna forma di diritto. Non sapevamo più cosa fossimo. Non era “carcere duro”, non era proprio carcere. Se qualcuno ha qualsiasi altra definizione che non sia appunto lager, si faccia avanti e ce la dia. 9. Il mar Mediterraneo è uno dei mari più pattugliati e controllati al mondo. Non c’è stato un solo momento che non avessimo droni sulla testa – non solo sionisti, ma di svariata natura – o navi all’orizzonte. E poi ci sono i radar, i satelliti ecc. Impossibile pensare che almeno 2 navi-lager e 3 navi da guerra possano rastrellare il Mediterraneo senza che questo sia noto e conosciuto alle autorità dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. 10. Il dibattito su quello che è accaduto alla Flotilla è infatti un dibattito generale su cosa sia il Mediterraneo oggi: è quindi un dibattito sul Sea Rescue, le migliaia di morti nel tentativo di attraversarlo, il suo surriscaldamento ecc. La convergenza di tutte le “nostre forze” marittime è una priorità assoluta. 11. E il dibattito però è anche a terra. La priorità ovviamente è l’onda che la Flotilla ha generato nel riaprire il dibattito verso la società sulla questione palestinese. E lì vanno le nostre forze ed energie. Ma esiste anche l’onda generata verso il nostro interno. Prima della partenza della missione, il dibattito sui suoi limiti, i suoi rischi, le sue inopportunità è stato silenzioso ma corrosivo. Ora sarebbe il caso invece di trasformare tutto questo in un dibattito aperto e positivo sulla efficacia o meno dei metodi di lotta. Coltivare l’efficacia e non la testimonianza, interrogarsi sul processo e non sul singolo atto, sulla resistenza prolungata e non sull’evento singolo, sui rapporti di forza e non sulla mutevole opinione. 12. L’immagine più forte che mi porto dietro è quella durante la seconda intercettazione, quella del 18 maggio. Mentre il Don Juan, la barca su cui ero, cambia direzione nel tentativo diversivo di sfuggire ai gommoni dei reparti speciali della marina sionista, vedo all’orizzonte una scena che non sapevo se interpretare come un effetto ottico. Si stagliano una davanti all’altra una nave di guerra e una piccola barca a vela. E la barca a vela punta la prua dritto per dritto verso la nave da guerra. Evidentemente sono troppo vicini, non possono scappare, possono solo fare il contrario: andare sotto navigazione della nave da guerra e renderle la vita impossibile. 13. La barca a vela con gente comune disarmata che va contro la nave da guerra armata fino ai denti, che non scappa ma gira la prua esattamente nella direzione dove nessuno si aspetterebbe, credo simboleggi a pieno la situazione mondiale e globale in cui ci troviamo. E’ il Davide contro Golia. E’ il fatto che tra la catastrofe, la guerra, la violenza generalizzate e il nostro futuro, ci frapponiamo solo “noi”. Niente e nessun altro. 14. Cosa sia questo “noi”, allargarlo e definirlo allo stesso tempo è oggi la priorità e l’urgenza assoluta per arrivare prima che arrivino “loro”, con il loro fascismo e la loro guerra. Non sto parlando di definire questo “noi” nel senso militante del termine o in piccole cerchie organizzate. Non sto dicendo che bisogna riscrivere il primo capitolo del Manifesto del Partito Comunista, “Borghesi e proletari”, che ognuno può autonomamente leggere e apprezzare. Sto parlando del blocco sociale, del senso di appartenenza, comunitario, di interesse condiviso nella testa di milioni di persone. Noi, la classe, la gente, il popolo, “los de abajos”, un abbozzo di futura umanità, ambientaliste, transfemministe, antifasciste, con le proprie radici ben piantate e contemporaneamente a casa ovunque ci sia mondo, eterogenei e contraddittori ma guidati da una sensazione di comune appartenenza che dal basso si contrappone all’alto, all’oligarchia, allo sfruttamento, all’abbrutimento, alla classe “Epstein”. 15. E senza che niente sia modello, niente sia idealizzato, si prenda quanto meno atto di una cosa: è attraverso una banale azione di mutualismo conflittuale, che 500 persone, di 70 nazionalità, religioni assai diverse, credi politici ben disparati, hanno trovato la via per essere “abbozzo di umanità” tanto da navigare a testa alta contro quelle 48-72h di violenza ed uscirne sereni e consapevoli. Forse non è questa la via, ma almeno qualsiasi proposta alternativa provi a produrre qualcosa di più avanzato. La critica all’imperfezione dell’azione non può diventare una perfetta inazione. 16. Per quanto mi riguarda, nel piccolo, il contributo a tutto questo dibattito avviene attraverso il tentativo di concretizzare 5 anni di lotta alla ex Gkn. Abbiamo un mese di azionariato popolare e un tenetevi libere e liberi per l’11-12 luglio. Stateci appiccicate e appiccicati come a una piccola Flotilla nell’economia. Forse non è il tempo della vittoria per come ce la aspettavamo, ma sicuramente non è tempo di lasciare la resistenza. The post Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’” first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’” sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
May 23, 2026
Popoff Quotidiano
Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense?
LA STORIA DI UNA GUERRA NASCOSTA CONDOTTA CONTRO L’ESTREMA DESTRA, PER LO PIÙ LONTANA DAGLI SCONTRI DI PIAZZA DI UN TEMPO Dan Clayton su Novaramedia Quando si annuncia che il fascismo è alle porte, c’è sempre il rischio di finire come «il ragazzo che gridava al lupo, al lupo». Ma quando si ha un’amministrazione statunitense i cui canali social, secondo le parole di Christopher Mathias, autore di To Catch a Fascist, “tweetano vera e propria propaganda nazista, usando parole come ‘sostituzione’ e ‘rimigrazione’ che venivano usate dai gruppi nazisti dieci anni fa e parlando in termini esplicitamente nazionalisti bianchi”, e persino The Atlantic afferma “Sì, è fascismo”, allora forse ci siamo già. Come ha detto Mathias quando abbiamo parlato alla fine di marzo: “Siamo in un momento fascista completamente smascherato”. Il problema nel cercare di definire il fascismo, lo stadio in cui siamo arrivati e se dovremmo addirittura usare la parola con la F, è che, un po’ come la rana apocrifa nell’acqua bollente, stiamo tutti gradualmente venendo bolliti vivi – venendo acculturati al fascismo mentre questo si manifesta tutt’intorno a noi. Se stiamo aspettando un momento decisivo, varrebbe la pena ricordare le parole dell’icona punk antifascista Thomas ‘Mensi’ Mensforth degli Angelic Upstarts, che nel 1993 ricordò alla gente che «il fascismo non inizia con i campi di concentramento; è lì che finisce». Gli antifascisti negli Stati Uniti non sono rimasti ad aspettare che il resto del mondo decidesse, e il nuovo libro di Mathias racconta la storia di una guerra nascosta condotta dall’antifa contro l’estrema destra, per lo più lontana dagli scontri di piazza di un tempo e non solo, come egli stesso afferma, riguardo a «la maggior parte del lavoro che svolgono effettivamente: raccolta di informazioni, ricerche, attività di spionaggio e identificazione, smascheramento e doxing di migliaia di membri di questo nuovo movimento fascista in America». Mathias definisce l’antifa come «una rete clandestina e decentralizzata composta in gran parte da anarchici, socialisti e comunisti, dedita a distruggere l’estrema destra con ogni mezzo necessario». Gran parte della sua attività ha comportato la rimozione delle maschere per rivelare le identità di coloro che si celano dietro attacchi razzisti, marce in uniforme, atti di vandalismo e propaganda e retorica violente, ma Mathias spiega che anche qui c’è una triste ironia. «In epoche precedenti in America, quando si indossava una maschera nel fascismo organizzato», ha detto, «lo si faceva nella speranza di creare un mondo in cui non ci fosse più bisogno di alcuna maschera». Cosa succede quindi quando quel mondo è stato creato e le maschere sono davvero state tolte? E quali sono le lezioni per gli antifascisti del Regno Unito mentre affrontiamo quella che è forse la minaccia di estrema destra più significativa dalla fine degli anni ’70? In un certo senso, ci siamo già passati. La tradizione antifascista del Regno Unito ha offerto un modello alle controparti statunitensi all’inizio degli anni ’90, in termini di attivismo di strada, mobilitazione di massa e raccolta di informazioni. Nei decenni precedenti, movimenti come l’Anti-Nazi League e Rock Against Racism, che portarono centinaia di migliaia di persone in piazza contro il fascismo, furono una parte importante dell’attivismo degli anni ’70. Red Action, Anti-Fascist Action e gruppi antifascisti autonomi in Germania e in Italia furono influenze dirette sui precursori dell’antifa statunitense, Anti-Racist Action e i Minneapolis Baldies prima di loro. E questa tradizione risale al 62 Group, al 43 Group (ex militari ebrei che affrontarono i fascisti britannici del dopoguerra) e ai primi antifascisti che non solo affrontarono l’ondata crescente del fascismo e del nazismo in Germania e in Italia negli anni ’30 e ’40, ma furono anche i primi a diventare bersaglio quando il fascismo salì al potere. Ma come nel Regno Unito, dove l’avvento delle telecamere a circuito chiuso e della sorveglianza di massa ha segnato la fine degli scontri di piazza che avevano caratterizzato molte delle attività di strada di quei gruppi, anche negli Stati Uniti si è assistito a una sorta di declino degli scontri diretti da parte degli antifascisti e a un passaggio verso un’organizzazione più radicata nella comunità e alla raccolta di informazioni. Questo non è una novità per gli antifascisti nel Regno Unito e, in vari momenti negli ultimi decenni, abbiamo visto il lavoro di intelligence svolto da Searchlight, Hope Not Hate e Red Flare, che hanno identificato attivisti di estrema destra, esercitato pressioni politiche e legali sulle loro organizzazioni e ostacolato e minato il loro lavoro il più possibile. È proprio quest’ultimo elemento a costituire il fulcro dell’opera di Mathias, il cui libro include storie avvincenti di infiltrazione nell’estrema destra, di ciò che è stato scoperto e di come è stato utilizzato. In un caso, “Vincent” si infiltra per cinque mesi nel Patriot Front, un gruppo di adoratori del nazismo responsabile di graffiti razzisti, marce provocatorie in tenuta paramilitare e srotolamento di striscioni sui ponti. Condivide con vari ricercatori antifascisti una miniera di informazioni, tra cui screenshot di chat private, registrazioni audio e foto e video realizzati mentre era il fotografo ufficiale del gruppo. Ciò ha portato a un flusso costante di doxing: le identità di questi fascisti, fino ad allora riservati e anonimi, sono state rese pubbliche. In un’altra operazione sotto copertura, la spia antifascista “Will” si è infiltrata in Identity Evropa – una delle organizzazioni responsabili della mortale manifestazione “Unite the Right” di Charlottesville del 2017 – raccogliendo “moltissimi dati, i loro messaggi e i meme che condividevano… prove del loro intento omicida per quel giorno”. Mathias lo descrive come “un flusso apparentemente infinito di pura sete di sangue e piani espliciti di violenza”. A seguito della manifestazione, in cui la assistente legale trentaduenne Heather Heyer è stata uccisa da un sedicente suprematista bianco e decine di altre persone sono rimaste ferite, una causa contro gli organizzatori della manifestazione ha attinto ampiamente ai dati raccolti, portando allo scioglimento di Identity Evropa e al doxing di molti altri coinvolti. Per sua stessa natura, il doxing si basa su ciò che Mathias descrive come «tabù sociali esistenti contro il razzismo esplicito, il bigottismo, la supremazia bianca e il fascismo». Utilizza quei tabù per creare «un costo sociale per chi fa parte del fascismo organizzato». Denunciare e svergognare richiede un minimo di… beh, vergogna – quindi come funziona quando il fascista viene trascinato alla luce, gli viene strappata la maschera e la reazione è solo un’alzata di spalle? Abbiamo già assistito a una graduale erosione di quei tabù nel Regno Unito. Nonostante le dichiarazioni secondo cui avrebbe inasprito le procedure di controllo, Reform UK continua a essere coinvolta in una serie ininterrotta di scandali che vedono protagonisti attivisti e candidati – con due casi che hanno fatto notizia solo nell’ultima settimana. A Manchester, Adam Mitula risulterebbe ancora indicato come agente elettorale di tre candidati di Reform in vista delle elezioni locali di maggio, nonostante sia stato sospeso dal partito a causa di commenti razzisti e antisemiti. Nell’Essex, Aaron Taylor, proprietario di un salone di abbronzatura ed ex tesoriere della sezione locale di Reform, ha giocato la carta del “probabilmente avevo bevuto una birra” quando è stato interrogato dal Mirror sui suoi post a favore di Hitler. Mathias ritiene che il doxing rimanga uno strumento potente, in quanto modo «per le comunità di sapere chi tra i loro vicini ha queste convinzioni perché rappresenta una minaccia: potrebbe commettere atti di violenza». Ad esempio, quando i suprematisti bianchi di Charlottesville sono stati smascherati, tra loro c’erano un marine statunitense, un dipendente di un importante appaltatore della difesa con autorizzazione di sicurezza governativa e un insegnante di scuola media della Carolina del Sud. Una delle lezioni che gli antifascisti nel Regno Unito possono trarre dal libro di Mathias è la necessità di mantenere un costo sociale per il fascismo e un tabù esplicito contro di esso. Anche se può sembrare che la marea stia montando contro di noi, rimane un disgusto diffuso per le parole e le azioni del fascismo, e mettere nero su bianco esattamente ciò in cui le persone credono davvero nei loro momenti di maggiore disattenzione ha ancora il potere di scioccare anche un pubblico compiacente. Sulla scia della repressione dell’immigrazione voluta dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, durante la quale gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) hanno sparato e ucciso a Minneapolis, nel mese di gennaio, la madre disarmata Renee Good, e gli agenti della Customs and Border Protection hanno sparato e ucciso, poche settimane dopo, l’infermiera di terapia intensiva Alex Pretti, Matthias definisce «significativo» il fatto che «gran parte dell’impegno antifascista si sia orientato verso l’identificazione di questi agenti dell’ICE mascherati, creando un costo sociale per chi fa parte dell’ICE». Questo collegamento tra ciò che spesso può essere visto come un antifascismo ristretto e una politica e un’organizzazione antirazzista e di classe più ampia, sembra un passo importante per gli antifascisti sia negli Stati Uniti che qui. Mathias sottolinea che «ciò che è accaduto a Minneapolis è stata una rivolta contro l’ICE che aveva molti elementi antifascisti militanti ma non era necessariamente sotto la bandiera dell’antifa». Dietro molte delle doxing ci sono attivisti pronti a mettere a rischio la propria vita – e questo tipo di lavoro va avanti da decenni nei circoli antifascisti di tutto il mondo – ma dietro di loro c’è un gruppo meno visibile, ma non per questo meno notevole, che setaccia i dati, individuando luoghi, identificando tipi di scarpe o parti di tatuaggi. Parte del lavoro antifa consiste nel creare o sostenere nuove forme di media per raggiungere persone diverse e aggirare i monopoli consolidati dai vecchi magnati dei media e dai nuovi giganti della tecnologia, oppure nel collaborare con giornalisti simpatizzanti dei media mainstream per diffondere il messaggio. Mathias sottolinea il ruolo di siti web come Unicorn Riot, ma anche delle persone che collaborano e dialogano all’interno delle proprie comunità. Questo tipo di reti è estremamente importante, soprattutto ora che anche le grandi aziende tecnologiche si stanno piegando all’estrema destra: un articolo su The Intercept suggerisce infatti che Meta abbia imposto nuove regole che censurerebbero i post in cui si menziona “antifa” insieme ad altri “segnali di minaccia”, impedendo di fatto a chiunque di parlare di antifascismo, della Battaglia di Cable Street o persino della Seconda Guerra Mondiale. È chiaro anche che gran parte di questo ha radici nelle comunità. Proprio come i primi Baldies di Minneapolis sono nati perché i nazisti hanno invaso la loro scena e la loro comunità, gli attivisti anti-ICE a Minneapolis si sono uniti ai loro vicini e amici per respingere l’attacco e difendere se stessi e gli altri. A volte si dice che quando l’America starnutisce, il mondo prende il raffreddore. Forse ora che gli Stati Uniti hanno un caso di influenza in piena regola, se studiamo i sintomi che gli antifascisti dall’altra parte dell’Atlantico hanno identificato – e almeno alcuni dei rimedi che hanno utilizzato – potremo essere meglio preparati per gli anni a venire. Dan Clayton è un linguista, scrittore ed editore nel settore dell'istruzione. The post Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense? first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Cosa possono imparare gli antifascisti dall’Antifa statunitense? sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
April 19, 2026
Popoff Quotidiano
I No per fermare la svolta autoritaria
VOTARE NO PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE E COSTRUIRE L’OPPOSIZIONE SOCIALE ALLE DESTRE E ALLA GUERRA [FRANCO TURIGLIATTO] Il voto referendario del 22-23 marzo ha assunto una forte rilevanza politica e democratica, sia per la natura delle norme sottoposte al giudizio popolare, sia per il contesto politico complessivo che si è determinato nel paese, per non parlare di una situazione internazionale segnata da una drammatica corsa alla guerra e dal venir meno di qualsiasi tenuta delle fragili norme del diritto internazionale. Battere il governo nel referendum sarebbe una importante vittoria democratica e anche un tassello nella costruzione della opposizione sociale alle destre e dell’indispensabile movimento di massa contro il riarmo e la guerra. RIFORMA DELLA GIUSTIZIA O RIFORMA DELLA MAGISTRATURA Il governo Meloni che ha promosso questa controriforma costituzionale credeva di poter ottenere nel referendum confermativo un facile cammino che rafforzasse la sua egemonia politica ed il suo potere aprendo la strada al suo successivo progetto di involuzione istituzionale, il premierato. Così non è stato. Il quadro politico sociale è risultato più articolato, con un parziale indebolimento degli assetti governativi e la crescente difficoltà della Meloni di surfeggiare nei rapporti internazionali e nelle scelte che ne conseguono. Il risultato elettorale sembra essere diventato più incerto, per cui la violenta campagna delle forze governative di queste ultime settimane, particolarmente sguaiata, piena di assurde falsità e di fantasiose forzature su una presunta riforma salvifica della giustizia. Come in tanti hanno scritto non siamo di fronte a una riforma della giustizia, ma a una riorganizzazione della Magistratura, cioè del suo ordine interno e del suo funzionamento. Di certo la giustizia italiana conosce problemi gravissimi, da cui emerge in forme acute il suo carattere di classe, al servizio e a garanzia della borghesia che già erano ben espresse nell’articolo di Ennio Minervini di gennaio che qui riprendiamo: 1. “I tempi della giustizia, sia penale che civile, che consentono ai più forti, attraverso il patrocinio di costosi avvocati, di negare giustizia procrastinando i processi e, anche in sede civile, negando diritti ai più fragili, sia nei rapporti di lavoro che nella vita civile quotidiana; 2. lo stato disastroso delle carceri, il sovraffollamento e la presenza, strettamente legata al primo punto, di un numero abnorme di detenuti per reati facenti riferimento direttamente a disagio economico o sociale, spesso in attesa di giudizio per anni. La controriforma di Nordio e Meloni interviene pesantemente su un cardine centrale dell’assetto costituzionale, quello della separazione dei poteri dello stato, e del loro equilibrio e bilanciamento, cioè tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario, che è alla base delle moderne costituzioni democratiche, se pure interne al quadro del sistema borghese. La separazione dei poteri e l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo sono state particolarmente rafforzate nella Costituzione del 1948, dopo la terribile esperienza della dittatura fascista con il suo potere di governo autoritario e predeterminante tutti gli organi istituzionali. Vedasi in proposito l’assemblea a Torino con Alessandra Algostino e si quanto scrive l’ex magistrato Livio Pepino: “Il referendum sulla giustizia ha poco a che fare con la fiducia nei magistrati, l’efficienza della giurisdizione e le garanzie del processo. La posta in gioco è il permanere di un potere di governo soggetto a regole che valgono per tutti (anche a tutela di chi dissente) o la sua sostituzione con un potere assoluto, legittimato dal consenso elettorale a fare quello che crede senza limiti e controlli.” L’ANELLO DI UNA CATENA Questa modifica costituzionale costituisce solo un anello della catena che le forze della estrema destra stanno costruendo fin dall’insediamento del governo Meloni nell’autunno del 2022, una catena funzionale alle loro concezioni autoritarie, alla totale preminenza dei poteri del governo segnata dal moltiplicarsi di misure repressive con cui si vuole affrontare le problematiche e le contraddizioni sociali. Di qui un susseguirsi di leggi  (5 o 6 decreti sempre più violenti e antidemocratici che il Presidente della Repubblica ha fatto correggere lievemente ogni volta, mentre invece avrebbe dovuto tutti quanti rimandarli al Parlamento come prevede la Costituzione) che puniscono le ribellioni giovanili, le resistenze sociali, per non parlare delle lotte sindacali, con una particolare avversione, anzi di odio vero e proprio nei confronti dei migranti, dei settori più deboli della società e verso i presunti settori devianti. Non meno grave è il fatto che nel corso di questi anni il governo Meloni abbia già trasformato il Parlamento in un semplice organismo di registrazione delle sue proposte di legge e soprattutto dei suoi decreti di leggi che sono diventati la normale prassi di attività legislativa, quando dovrebbero essere invece l’eccezione di urgenza. La stessa rapida parvenza di discussione è diventata ormai prerogativa di una sola solo delle due camere, l’altra semplicemente è chiamata ad alzare le mani per una breve conferma formale. In altri termini il potere legislativo è diventato insignificante. Le leggi le fa direttamente il governo, le Camere sono ridotte a una mera formalità. Questo processo di involuzione democratica in realtà è presente ormai da molti anni in tutti i paesi europei, con una borghesia liberista sempre più insofferente dei limiti che ancora pongono al suo operato le costituzioni democratiche sorte dopo la seconda guerra mondiale. Queste carte costituzionali ancora pongono molta attenzione ai diritti sociali e civili delle cittadine e dei cittadini, ed anche al sistema di welfare che le mobilitazioni delle classi lavoratrici avevano saputo conquistare e che alcuni decenni di politiche di austerità, funzionali al conseguimento dei profitti capitalisti, hanno già largamente eroso. Naturalmente le estreme destre sono le forze politiche più decise ed esperte nel rimettere in discussione questi assetti democratici e sociali; il nostro governo anzi produce quotidianamente atti e narrazioni ideologiche reazionarie, razziste, nazionaliste e colonialiste, con l’intento di riscrivere la storia stessa del paese. Per altro queste destre, come loro stesso hanno detto, sono state ai margini della vita politica del paese nel secondo dopoguerra, per il semplice fatto che gli assetti democratici sono stati costruiti grazie alla loro sconfitta nella Resistenza. Meloni e soci lavorano alla loro revanche completa anche perché sospinti dal vento fascista che soffia in tutto il mondo. LA MAGISTRATURA Alle estreme destre non basta aver asservito il parlamento grazie a una debordante maggioranza ottenuta con una legge elettorale antidemocratica; nella loro concezione del potere serve anche un ordine giudiziario che sia sempre, sottolineo sempre, coerente con le scelte del governo, che ad esso sia subordinato, applicando le leggi in funzione degli interessi della classe dominante e dei governanti; così si sono espressi in modo esplicito, in queste settimane, molti dei loro esponenti. Ora sia ben chiaro: la magistratura è e resta uno degli organi dello stato borghese ed è strutturalmente funzionale al mantenimento dell’ordine capitalista, della proprietà privata e quindi anche dello sfruttamento delle classi lavoratrici. Come ha scritto Marco Parodi “Sia chiaro, in premessa, che ogni liberaldemocrazia condivide certamente un approccio formale e borghese nei confronti dell’ordinamento giurisdizionale, con tutte le conseguenze che ciò comporta per la classe lavoratrice. Come ogni aspetto di una democrazia formale, anche la giustizia risulta profondamente incancrenita dalle profonde disuguaglianze economiche e sociali, prodotte in misura sempre crescente dal capitalismo” , aggiungendo poi che essa mostra le sue contraddizioni “nella discriminazione diffusa, nella vergognosa disparità di trattamento dei diritti e nella negazione delle libertà fondamentali, soprattutto nei confronti della classe lavoratrice, a partire dalle forme di repressione e alienazione prima e durante la fase processuale, per arrivare sino alla vergogna della detenzione infame e del sovraffollamento carcerario…” Nel nostro paese, dopo la guerra, fu varata la Costituzione democratica, ma non ci fu, in particolare nella Magistratura, una reale epurazione dei suoi uomini del passato, né per molti anni un reale rinnovamento, per cui la magistratura rimase per tutti gli anni ’50 e 60” un ordine profondamente conservatore e la sua “indipendenza” dal potere governativo rimase ancor più sulla carta. Solo con le grandi lotte dal ’68, e ’69 in poi il sommovimento della società rideterminando i rapporti di forza tra le classi, ha condizionato in parte gli assetti della magistratura e l’agire di alcune sue parti più attente ai diritti delle classi lavoratrici e ai principi democratici, anche se molte volte astratti, della Costituzione. Questo processo di rinnovamento è avvenuto con l’inserimento dei giovani nella magistratura e poi con l’attività di una sua corrente Magistratura democratica, particolarmente attiva nel corso degli anni. Ma anche allora non era oro tutto quello che luccicava. Anzi, basti pensare al terribile depistaggio che fu messo in atto dagli apparati dello stato e da settori della magistratura per coprire gli orribili attentati delle organizzazioni neofasciste, anche se altri magistrati hanno lavorato incessantemente perché le verità venissero a galla. Resta il fatto che il principio per cui i magistrati devono solo rispondere alle leggi e non al governo, cioè il principio della separazione dei poteri, resta un principio valido, pur nella sua formalità. E’ questo che ancora oggi permette a molti giudici e tribunali di non avallare o convalidare atti e scelte del governo in palese contrasto con le norme democratiche della Costituzione e/o con leggi nazionali vigenti e ben precise norme democratiche europee. E’ questo che ha permesso che la magistratura non convalidasse certe misure razziste e violente del governo rispetto ai migranti o anche a certi tribunali di respingere interpretazioni e accuse assurde nei confronti di militanti sociali da parte di certe procure prone alle indicazioni e richieste governative. Vedi la lotta No tav e l’inchiesta su Askatasuna. Ed è proprio questa indipendenza di giudizio che le destre al governo vogliono spezzare con la controriforma costituzionale. LA CONCEZIONE A DUE VELOCITÀ DELLA GIUSTIZIA DI MELONI E SOCI Le misure proposte dalla controriforma governativa approvate dalla maggioranza delle Camere, non tanto la separazione della carriere, ma soprattutto la frammentazione della organizzazione della magistratura, con il Consiglio Superiore diviso in due, il sorteggio per la sua elezione, l’Alta Corte Disciplinare, hanno lo scopo di porre sotto tutela questo potere dello stato e di avere pubblici ministeri espressione diretta del governo e giudici subalterni che rispondono alle attese dell’esecutivo, dimentichi delle leggi (almeno fino a che ci siano leggi effettivamente democratiche) e dei diritti sociali. Come scrive L. Pepino: “In sintesi: si andrebbe verso una magistratura costituita da tante monadi separate, non comunicanti e burocratizzate (in conseguenza della rappresentanza definita per sorteggio e dell’indebolimento delle correnti interne e del pluralismo politico-culturale da esse indotto), i magistrati sarebbero assoggettati a una sorta di gerarchia interna (conseguente al ruolo di vertice attribuito ai magistrati di legittimità) e la componente politica assumerebbe un maggior peso negli organi di governo autonomo. Si realizzerebbe, in sostanza, un ritorno, almeno parziale, al modello di magistrato degli anni ‘50 e ‘60”. Questa controriforma istituzionale corrisponde alla concezione del mondo e della giustizia che le estreme destre reazionarie e fasciste hanno della giustizia: un mondo costruito sul dominio e gli interessi dei capitalisti e dei potenti e sullo sfruttamento delle classi subalterne, una giustizia rispettosa e servizievole verso costoro e i loro gestori politici, una giustizia di classe pienamente aperta e dispiegata in cui i Re e i loro cortigiani siano “legibus solutus” (sciolti dalle leggi) con una magistratura che assolve e lascia fuori dalla legge i potenti e i ricchi, (grazie naturalmente anche agli avvocati ben pagati), e nello stesso tempo una magistratura implacabile che  colpisce  senza pietà chi sta in basso, i migranti, le classi subalterne, i poveracci e i devianti dall’ingiusto ordine capitalista. Con i referendum del prossimo 22-23 marzo il governo punta a una magistratura pienamente conseguente con le sue scelte politiche e sociali di dominio. E’ quanto il loro capobastone di riferimento, insediato alla Casa Bianca, ha espresso più volte in modo chiaro, non risponde ad alcuna legge, le sue scelte sono determinate solo dalla sua forza e dalla sua presunta moralità. Quale sia l’attuale mondo capitalista dei Re e dei potenti è ben espresso da quel grumo impressionante di potere e di violenza, in particolare poi di violenza contro le donne, espressa negli Epstein files. Andiamo tutte e tutti il 22-23 marzo a votare NO per battere il disegno della Meloni, Salvini e soci di costruire uno stato autoritario da loro comandato e al servizio della classe capitalista sulle spalle delle classi popolari. E scendiamo tutte e tutti a Roma il 28 marzo per la grande manifestazione contro il governo ed i Re. The post I No per fermare la svolta autoritaria first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo I No per fermare la svolta autoritaria sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 18, 2026
Popoff Quotidiano
Caso Deranque, parlano tre attiviste della Jeune Garde
IL CONCETTO DI AUTODIFESA, I PERCORSI POLITICI E LO CHOC COLLETTIVO DOPO L’OMICIDIO, A LIONE, DEL GIOVANE NEOFASCISTA Camille Polloni e Laura Wojcik per Mediapart Dal 13 febbraio e dalla rissa che è costata la vita all’attivista neofascista Quentin Deranque, gli ex membri della Jeune Garde, sciolta nel giugno 2025, tacciono. Diversi ex militanti dell’organizzazione sono oggi indagati in questa inchiesta per omicidio volontario, tra cui Jacques-Élie Favrot, ex collaboratore parlamentare del deputato insoumis Raphaël Arnault, cofondatore del gruppo, oggi pubblicamente messo in discussione per i suoi metodi. A parte un breve comunicato del deputato, due post su Instagram dell’ex portavoce della Jeune Garde Maya Valka e la testimonianza di un militante anonimo su Le Parisien, la maggior parte degli antifascisti che hanno fatto parte dell’organizzazione preferisce evitare di esprimersi. In segno di solidarietà, l’intero ambiente stringe i ranghi, anche a costo di mettere da parte le critiche rivolte alla Jeune Garde prima dei recenti avvenimenti. È quindi un’occasione rara quella che Mediapart ha colto recandosi a Lione, il 25 febbraio, per incontrare tre ex militanti del gruppo antifascista. Quest’ultimo ha contestato il proprio scioglimento dinanzi al tribunale amministrativo, ma l’udienza che avrebbe dovuto tenersi a febbraio presso il Consiglio di Stato è stata rinviata a data da destinarsi. La Jeune Garde non può più svolgere alcuna attività in attesa dell’esito, pena l’avvio di un procedimento giudiziario. Sebbene la Jeune Garde sia nota per aver annoverato tra le sue fila una percentuale di donne superiore rispetto ad altri gruppi antifascisti – l’organizzazione dichiarava che il 30% delle militanti fosse donna, senza che fosse possibile verificare tale cifra –, nessuno contesta il fatto che esse rimanessero una minoranza. Il gruppo non sfuggiva nemmeno a certi codici maschili. Eppure sono state tre donne a offrirsi volontarie per testimoniare. Hanno posto alcune condizioni a questo colloquio, al quale ha assistito la loro avvocatessa. Per sfuggire alle molestie, i loro volti non dovevano apparire sullo schermo e volevano essere indicate con nomi di fantasia. Si potevano porre loro tutte le domande, comprese quelle sul caso in cui sono coinvolti alcuni dei loro compagni, ma si riservavano il diritto di non rispondere. «USCIRE DAL FOLKLORE DELL’ANTIFASCISMO» Déborah* e Myriam*, entrambe di 23 anni, si sono unite alla Jeune Garde nel 2024. Era la loro prima esperienza di attivismo. Lola*, 29 anni, ha invece frequentato «un gruppo femminista e un gruppo anarchico» a partire dal 2014, prima di unirsi alla Jeune Garde alla sua fondazione, nel 2018. Il contesto lionese degli ultimi quindici anni è segnato da ripetuti attacchi dell’estrema destra contro individui, spazi e manifestazioni. La promessa di «far uscire l’antifascismo dal suo folklore», come racconta Déborah, di renderlo popolare e di praticarlo a viso scoperto, in un contesto unitario, rispecchia le loro aspirazioni. Myriam non ha quindi alcuna esitazione a investire «il terreno istituzionale» e ad allearsi con La France insoumise (LFI), «una delle principali forze del [loro] campo in questo momento a sinistra». Apprezzano inoltre che alla Jeune Garde sia vietato il corteggiamento tra militanti, in nome della «sicurezza delle donne», e rivendicano il recupero di codici più tradizionali dell’antifascismo, come le foto di gruppo in pose che mirano a «trasmettere forza». Anche a costo di «focalizzare l’attenzione dell’estrema destra» sulla Jeune Garde, come un parafulmine per gli altri. In linea con la posizione ufficiale della Jeune Garde, e sebbene questa sia smentita dai fatti, le tre attiviste continuano a sostenere che la loro organizzazione si limitasse a praticare «l’autodifesa», ovvero un uso ragionato e strettamente difensivo della violenza volto esclusivamente a rispondere alle aggressioni dell’estrema destra. «È l’avversario che ci impone l’uso della violenza», afferma Lola. In nome dell’«autodifesa» promossa dalla Jeune Garde e condivisa dai suoi alleati di La France Insoumise, Déborah, Lola e Myriam hanno definito alcuni limiti all’uso della violenza tollerato dall’organizzazione: niente «incursioni nei quartieri avversari per attaccarli», niente «pattugliamenti per strada»; non «sferrare mai il primo colpo», né pretendere di «sostituirsi alla polizia». Pochi giorni dopo l’incriminazione di diversi antifascisti per l’«omicidio» di Quentin Deranque, le tre attiviste si mostrano tuttavia in imbarazzo di fronte a tutte le domande che associano la Jeune Garde a questo crimine. Questo gruppo, che voleva essere innovativo, non sarebbe forse caduto anch’esso in un culto virilista della lotta di strada? Si tratta di un’operazione di «autodifesa» finita male? Si tratta di attacchi sleali o di risposte sproporzionate, potenzialmente pericolose? Déborah, Lola e Myriam si sono rifiutate di visionare i video pubblicati sul canale Telegram «Antifa Squad», che, secondo la didascalia che li accompagna, mostrerebbero aggressioni commesse da membri della Jeune Garde. Senza guardarli, escludono quindi che queste violenze filmate possano avere alcun legame con la loro organizzazione e sostengono che questa non le «rivendichi». Si rifiutano inoltre di commentare la condanna di Raphaël Arnault per violenze di gruppo commesse in occasione di una sorta di controllo di strada. In questo contesto, le attiviste definiscono la morte di Quentin Deranque un «dramma» e un «incidente» che nessuno, nel loro «campo sociale e politico», ha voluto. Sono preoccupate per il futuro del movimento antifascista, che potrebbe ridursi alla sua «criminalizzazione». A Lione, dove le attiviste di sinistra negli ultimi anni sono riusciti a ottenere «la chiusura dei locali fascisti» e lo scioglimento di diverse fazioni di estrema destra, come da loro richiesto, temono però, come dice Myriam, di essere «tornati al punto di partenza». The post Caso Deranque, parlano tre attiviste della Jeune Garde first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Caso Deranque, parlano tre attiviste della Jeune Garde sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 14, 2026
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Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo»
VERSO TOGETHER. L’INTERVENTO DI MAYA ISSA, DEL MOVIMENTO STUDENTI PALESTINESI IN ITALIA, ALL’ASSEMBLEA DEI NO KINGS Dobbiamo rompere il muro di ipocrisia che circonda il massacro in corso. Dal momento esatto in cui è stato annunciato il fantomatico “cessate il fuoco”, sono stati uccisi oltre 600 palestinesi. Questa non è una tregua: è la prosecuzione metodica di un genocidio che non si è mai fermato. Dobbiamo essere chiari: quello a cui assistiamo non è un’operazione di sicurezza, ma l’attuazione violenta del progetto della “Grande Israele”. Israele mira all’espansione totale, cancellando i confini e annientando il popolo palestinese per occuparne ogni centimetro di terra. Ma questa non è solo una questione regionale: Israele rappresenta oggi una minaccia globale. Insieme agli Stati Uniti, agisce come un braccio armato che calpesta il diritto internazionale, come dimostra l’attacco all’Iran. L’obiettivo è destabilizzare intere aree per imporre regimi servili, come quello di Pahlavi, funzionali agli interessi imperialisti. 1 marzo 2026, l’assemblea nazionale del Movimento No Kings ospitata nella sala Ilaria Alpi dell’Arci Nazionale IL SIONISMO INQUINA LE DEMOCRAZIE La destra sa perfettamente cosa fare. Sta portando avanti la propria agenda con ferocia: dai decreti sicurezza che criminalizzano il dissenso, ai tentativi di equiparare per legge l’antisionismo all’antisemitismo per tappare la bocca a chiunque critichi il regime coloniale. Noi non possiamo rispondere con un linguaggio banale o appiattito. Serve una reale agenda politica capace di fermare le destre e il progetto sionista. E dobbiamo lottare da qui, perché il sionismo non è un concetto lontano: è presente nelle nostre città, nelle nostre istituzioni. Il sionismo è una forza che inquina le nostre democrazie, finanzia lobby come l’Enet con sede qui a Roma — l’equivalente dell’AIPAC — e spinge per leggi liberticide che equiparano l’antisionismo all’antisemitismo. Il governo italiano è complice due volte. Prima ha finanziato il genocidio e fornito armi; ora, attraverso il “Board of Peace” — un organismo palesemente incostituzionale — cerca di ripulirsi l’immagine parlando di pace. Ma dietro la parola “ricostruzione” si nasconde lo sciacallaggio. I grandi gruppi italiani — Webuild, Buzzi Unicem, Cementir, Leonardo, Terna, Italferr — sono già pronti a lucrare sulle macerie di Gaza. Vogliono trasformare la distruzione in profitto, trasformando il sangue palestinese in contratti per il cemento e le infrastrutture. Maya Issa, presidente del Movimento studenti palestinesi in Italia INTERSEZIONALITÀ E AUTODETERMINAZIONE Lottare per la Palestina significa lottare per ogni popolo oppresso. Non possiamo più separare le lotte: serve un’intersezionalità reale. Il filo conduttore che ci unisce non è solo l’opposizione ai nemici comuni, USA e Israele, ma la difesa dell’autodeterminazione. Oggi non servono parole banali, serve un’agenda politica di rottura: *  Sanzioni e isolamento totale di Israele. *  Embargo militare immediato. *  Boicottaggio di ogni azienda complice. Nella manifestazione del 28, la Palestina deve essere il cuore pulsante. La Palestina è la nostra cartina di tornasole: ci sta insegnando che è la sua resistenza a liberare noi, svelando la ferocia del sistema globale e ridandoci la dignità di lottare. The post Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» first appeared on Popoff Quotidiano. L'articolo Maya Issa: «La Palestina deve essere il cuore pulsante del 28 marzo» sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.
March 1, 2026
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