Dario Salvetti: “Dalla Flotilla alla ex Gkn: costruire il ‘noi’”
LETTERA APERTA AL RIENTRO DELLA FLOTILLA: «COLTIVARE L’EFFICACIA E NON LA
TESTIMONIANZA, INTERROGARSI SULLA RESISTENZA PROLUNGATA, SUI RAPPORTI DI FORZA E
NON SULL’EVENTO SINGOLO»
Ciao a tutte/i. Mi scuso se riemergo solo ora e con un testo lungo, ma si sono
accumulate un po’ di cose da dire.
1. Il primo ringraziamento va alla resistenza palestinese. Per essere il
fronte principale, forse per alcuni aspetti l’unico, in grado di minare il
sionismo. Per aiutarci a tenere gli occhi aperti. Il punto non è stabilire
se l’ideologia sionista sia più o meno fascista di molte altre correnti
reazionarie presenti su questa terra. Il punto è il ruolo chiave che gioca
oggi nello spingere, sperimentare, mettere in pratica lo sterminio,
l’escalation bellica mondiale, il riarmo e la società autoritaria.
2. Per questo il tema è esattamente il rapporto tra il sionismo e l’intero
sistema mondiale. Provare ora a individuare Ben Gvir come unico
responsabile di un sistema di impunità e complicità che è esteso,
internazionale, radicato e prolungato nel tempo è semplicemente ridicolo.
Non si è mai visto un circo con un solo clown. E nel circo di cui ci
credete spettatori i clown sono almeno due: Ben Gvir e chiunque provi a
presentarlo come unico responsabile di quanto accaduto.
3. Il secondo ringraziamento va a chi è stato a terra. A chiunque si è
mobilitato, si è preoccupato, ha sostituito quello che non potevamo fare
durante tutta la navigazione e poi il sequestro. Nel mio caso specifico
devo ringraziare le compagne e compagni del Collettivo di Fabbrica e della
Soms Insorgiamo e tutta la rete solidale. In particolare a chi ha tenuto
botta nella campagna di reindustrializzazione dal basso e nel presidio.
Dopo 5 anni di presidio permanente, è stata una fatica in più. So che in
questo mese non sono state tutte rose e fiori ma a me da quelle barche
siete sembrati semplicemente perfetti.
4. Ci chiedete come stiamo e non è facile rispondere a questa domanda.
Innanzitutto perchè il pensiero che ti porti dietro e che ti scava dentro è
questo: hai sopportato, sei passato da una esperienza traumatica nella
consapevolezza che stava per finire. Mentre stanotte ho dormito in un letto
pulito, mentre scrivo ora, c’è qualcuno in quelle prigioni sottoposto a
trattamenti ben peggiori e senza nessuna prospettiva di vederne la fine.
5. E qualsiasi parola trovassimo per descrivere come stiamo sarebbe sbagliata.
Io ad esempio dovrei definirmi “fortunato”. Non credo di avere riportato
danni di nessun tipo (la formula condizionale è dovuta al tipo di sostanze
chimiche che hanno usato e al lato psicologico), perchè mi hanno picchiato
in punti dove non si generano fratture e solo punzecchiato e minacciato con
il coltello senza affondare il colpo. Ma “fortunato” è esattamente la
parola più sbagliata che si può usare, perché sminuirebbe lo stato di
privazione, sequestro, umiliazione, tortura psicologica, e banalmente il
fatto che la detenzione non può essere mai sinonimo nè di rapimento nè di
privazione di uno stato di diritto.
6. Stiamo male per quello che abbiamo visto e la rabbia che ne consegue.
Stiamo bene, perchè il livello di serenità, coraggio e fermezza delle
attiviste e degli attivisti che abbiamo visto nelle ore di sequestro è una
forza che nella vita non ti abbandonerà mai.
7. Per dovere di cronaca e di denuncia, continueremo a restituire ogni
dettaglio e racconto di quanto ci è successo. Ma i riflettori non devono
rimanere lì. Devono essere spostati immediatamente su una vasta campagna di
boicottaggio, rottura di ogni rapporto, a ogni livello con il sionismo. A
ogni organizzazione, istituzione, realtà economica va chiesto: cosa stai
facendo per togliere terreno al sionismo. Non abbiamo nessuna intenzione
che l’indignazione “per noi” diventi una forma emotiva usata per non agire
oltre a quello che ci è accaduto.
8. Abbiamo usato la parola lager e campo di concentramento galleggiante e in
miniatura senza alcuna esagerazione polemica o leggerezza. Non c’è solo un
fatto “estetico”. Non esiste nessuna altra definizione tecnica per
individuare il regime di privazione della libertà a cui siamo sottoposti
sulla nave prigione. Sequestrati con un mitra puntato, portati su quella
nave, fatti oggetti di violenza senza alcuna logica se non la violenza
stessa, senza potere contattare nessuno, con il passaporto sequestrato e
sostituito da un braccialetto con un numero, non eravamo coperti più da
alcuna forma di diritto. Non sapevamo più cosa fossimo. Non era “carcere
duro”, non era proprio carcere. Se qualcuno ha qualsiasi altra definizione
che non sia appunto lager, si faccia avanti e ce la dia.
9. Il mar Mediterraneo è uno dei mari più pattugliati e controllati al mondo.
Non c’è stato un solo momento che non avessimo droni sulla testa – non solo
sionisti, ma di svariata natura – o navi all’orizzonte. E poi ci sono i
radar, i satelliti ecc. Impossibile pensare che almeno 2 navi-lager e 3
navi da guerra possano rastrellare il Mediterraneo senza che questo sia
noto e conosciuto alle autorità dei paesi che si affacciano sul
Mediterraneo.
10. Il dibattito su quello che è accaduto alla Flotilla è infatti un dibattito
generale su cosa sia il Mediterraneo oggi: è quindi un dibattito sul Sea
Rescue, le migliaia di morti nel tentativo di attraversarlo, il suo
surriscaldamento ecc. La convergenza di tutte le “nostre forze” marittime è
una priorità assoluta.
11. E il dibattito però è anche a terra. La priorità ovviamente è l’onda che la
Flotilla ha generato nel riaprire il dibattito verso la società sulla
questione palestinese. E lì vanno le nostre forze ed energie. Ma esiste
anche l’onda generata verso il nostro interno. Prima della partenza della
missione, il dibattito sui suoi limiti, i suoi rischi, le sue inopportunità
è stato silenzioso ma corrosivo. Ora sarebbe il caso invece di trasformare
tutto questo in un dibattito aperto e positivo sulla efficacia o meno dei
metodi di lotta. Coltivare l’efficacia e non la testimonianza, interrogarsi
sul processo e non sul singolo atto, sulla resistenza prolungata e non
sull’evento singolo, sui rapporti di forza e non sulla mutevole opinione.
12. L’immagine più forte che mi porto dietro è quella durante la seconda
intercettazione, quella del 18 maggio. Mentre il Don Juan, la barca su cui
ero, cambia direzione nel tentativo diversivo di sfuggire ai gommoni dei
reparti speciali della marina sionista, vedo all’orizzonte una scena che
non sapevo se interpretare come un effetto ottico. Si stagliano una davanti
all’altra una nave di guerra e una piccola barca a vela. E la barca a vela
punta la prua dritto per dritto verso la nave da guerra. Evidentemente sono
troppo vicini, non possono scappare, possono solo fare il contrario: andare
sotto navigazione della nave da guerra e renderle la vita impossibile.
13. La barca a vela con gente comune disarmata che va contro la nave da guerra
armata fino ai denti, che non scappa ma gira la prua esattamente nella
direzione dove nessuno si aspetterebbe, credo simboleggi a pieno la
situazione mondiale e globale in cui ci troviamo. E’ il Davide contro
Golia. E’ il fatto che tra la catastrofe, la guerra, la violenza
generalizzate e il nostro futuro, ci frapponiamo solo “noi”. Niente e
nessun altro.
14. Cosa sia questo “noi”, allargarlo e definirlo allo stesso tempo è oggi la
priorità e l’urgenza assoluta per arrivare prima che arrivino “loro”, con
il loro fascismo e la loro guerra. Non sto parlando di definire questo
“noi” nel senso militante del termine o in piccole cerchie organizzate. Non
sto dicendo che bisogna riscrivere il primo capitolo del Manifesto del
Partito Comunista, “Borghesi e proletari”, che ognuno può autonomamente
leggere e apprezzare. Sto parlando del blocco sociale, del senso di
appartenenza, comunitario, di interesse condiviso nella testa di milioni di
persone. Noi, la classe, la gente, il popolo, “los de abajos”, un abbozzo
di futura umanità, ambientaliste, transfemministe, antifasciste, con le
proprie radici ben piantate e contemporaneamente a casa ovunque ci sia
mondo, eterogenei e contraddittori ma guidati da una sensazione di comune
appartenenza che dal basso si contrappone all’alto, all’oligarchia, allo
sfruttamento, all’abbrutimento, alla classe “Epstein”.
15. E senza che niente sia modello, niente sia idealizzato, si prenda quanto
meno atto di una cosa: è attraverso una banale azione di mutualismo
conflittuale, che 500 persone, di 70 nazionalità, religioni assai diverse,
credi politici ben disparati, hanno trovato la via per essere “abbozzo di
umanità” tanto da navigare a testa alta contro quelle 48-72h di violenza ed
uscirne sereni e consapevoli. Forse non è questa la via, ma almeno
qualsiasi proposta alternativa provi a produrre qualcosa di più avanzato.
La critica all’imperfezione dell’azione non può diventare una perfetta
inazione.
16. Per quanto mi riguarda, nel piccolo, il contributo a tutto questo dibattito
avviene attraverso il tentativo di concretizzare 5 anni di lotta alla ex
Gkn. Abbiamo un mese di azionariato popolare e un tenetevi libere e liberi
per l’11-12 luglio. Stateci appiccicate e appiccicati come a una piccola
Flotilla nell’economia. Forse non è il tempo della vittoria per come ce la
aspettavamo, ma sicuramente non è tempo di lasciare la resistenza.
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