
Fare rete non è un esercizio: è un atto di resistenza
Popoff Quotidiano - Saturday, November 15, 2025Amnesty International contro il restringimento dello spazio civico. La trappola del decreto sull’antisemitismo. L’urgenza della costruzione di solidarietà trasversali (Laura Renzi)
L’assemblea Contro i Re e le loro guerre si tiene in un momento particolarmente complesso per i diritti umani, sia a livello internazionale sia nel nostro Paese. Come Amnesty International sentiamo la responsabilità di portare in questo spazio la nostra analisi e le nostre preoccupazioni con la speranza di poter rinnovare questa alleanza che fino ad oggi ci ha permesso di rivendicare i nostri diritti con voce più forte.
Negli ultimi mesi abbiamo osservato con allarme i disegni di legge 1004, 1575 e 1627, che propongono di adottare nel nostro ordinamento la definizione operativa di antisemitismo. Così come sono formulati, rischiano di produrre l’effetto contrario: invece di contrastare l’antisemitismo, possono essere usati per zittire il dibattito e l’attivismo critico verso le politiche del governo israeliano. In altri Paesi questa definizione, adottata senza adeguate garanzie, è già stata utilizzata per intimidire studiosi, attivisti e organizzazioni. Il dissenso politico non può e non deve essere confuso con l’odio antisemita. Per questo dobbiamo vigilare quando il Parlamento tornerà a discutere questi provvedimenti.
Mentre discutiamo di queste dinamiche interne, non possiamo ignorare ciò che continua ad accadere a Gaza. Abbiamo documentato gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, con attacchi e un numero altissimo di vittime civili. È una crisi umanitaria devastante, sempre più rimossa dal dibattito pubblico. Questo silenzio rischia di normalizzare l’orrore. E ricordiamo che tutti gli Stati, Italia inclusa, devono garantire che armi e materiali militari non contribuiscano a crimini di guerra. Le esportazioni italiane verso Israele pongono interrogativi importanti sul rispetto degli obblighi internazionali e sulla complicità del governo italiano al genocidio in corso.
In questo contesto, riteniamo necessario ricordare che tutti gli Stati, Italia compresa, hanno l’obbligo giuridico di garantire che armi e materiali militari non contribuiscano alla commissione di crimini di guerra. La prosecuzione delle esportazioni di armi da parte dell’Italia verso Israele, nonostante l’evidenza ampiamente documentata di violazioni, solleva interrogativi importanti sulla conformità del nostro Paese agli obblighi internazionali.
Parallelamente, notiamo un progressivo restringimento dello spazio civico. Le libertà di riunione e di espressione – ricordo, diritti fondamentali e presupposti della democrazia – sono sotto pressione, sotto minaccia. Le nuove misure introdotte dall’ultimo decreto sicurezza rischiano di ampliare ulteriormente i margini di intervento punitivo contro forme di mobilitazione sociale. E le ulteriori proposte presentate in questi giorni dalla Lega, volte a restringere ancora di più lo spazio civico, si inseriscono in un contesto già caratterizzato da preoccupanti tentativi di limitare il dissenso.
In questo scenario, i disegni di legge sull’antisemitismo rischiano di aggravare ulteriormente un clima in cui esprimere opinioni critiche può diventare motivo di intimidazione o delegittimazione.
Ma la compressione dello spazio civico non avviene solo attraverso gli strumenti legislativi. Esiste un clima narrativo che continua a criminalizzare il dissenso, ad associare l’attivismo alla pericolosità, a presentare le persone marginalizzate e le fasce più vulnerabili come una minaccia. È una dinamica che abbiamo visto emergere in molti Paesi e che rappresenta un chiaro segnale di derive autoritarie. Quando la propaganda sostituisce il dialogo, quando la stigmatizzazione prende il posto dell’ascolto, quando il conflitto sociale viene trattato come un problema di ordine pubblico anziché come un segnale democratico, allora la qualità della democrazia si deteriora rapidamente.
Di fronte a tutto ciò, la domanda che dobbiamo porci è come può e deve reagire la società civile? Noi siamo convinti che la risposta risieda nel rafforzamento delle reti, nella costruzione di solidarietà trasversali, nell’intersezionalità delle lotte e nella difesa collettiva dei diritti umani universali. Significa lavorare insieme per proteggere lo spazio civico, per ricordare che il dissenso non è una minaccia ma un pilastro della democrazia, per rivendicare il diritto di raccontare e denunciare le violazioni dei diritti umani ovunque esse avvengano. Significa continuare a esercitare pressione sulle istituzioni perché rispettino i propri obblighi internazionali e perché garantiscano che la tutela della sicurezza non diventi una giustificazione per comprimere libertà fondamentali. E significa ricordare, ogni giorno, che la dignità e i diritti umani non sono negoziabili e non possono essere sacrificati sull’altare della sicurezza o della convenienza politica.
Continuare a fare rete non è un esercizio organizzativo: è un atto di resistenza. È la scelta di riconoscerci reciprocamente, di non lasciare indietro nessuno, di mantenere viva la consapevolezza che le nostre lotte sono intrecciate. Quando difendiamo il diritto di espressione, difendiamo anche il diritto alla libertà accademica; quando sosteniamo chi subisce discriminazioni, rafforziamo la dignità di tutte e di tutti; quando ci mobilitiamo per i diritti del popolo palestinese, difendiamo il principio universale che ogni vita ha uguale valore.
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