
Omar Barghouti: BDS vuol dire decolonizzare le nostre menti
Popoff Quotidiano - Wednesday, December 17, 2025Intervista di Anwaar Ahmed ed Elias Ayoub a Omar Barghouti, cofondatore del movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) sul potere dell’azione collettiva
abbiamo tradotto questa intervista su gentile concessione di United EdgeCome ha fatto il movimento BDS ad avere così tanto successo nel confrontarsi con i sistemi imperialisti e coloniali quando si tratta della lotta palestinese, e in che modo questo fornisce un modello per altre lotte e cause attuali e future? Come avete smascherato questi sistemi politici ed economici corrotti?
OB: Ci sono diversi fattori che hanno contribuito a far sì che il movimento BDS raggiungesse questo livello di impatto nell’isolare il regime israeliano di colonialismo, apartheid e occupazione militare. Il BDS è guidato dalla più grande coalizione della società civile palestinese. Questo gli conferisce l’autorità morale di rappresentare il consenso palestinese quando dialoga con i partner e gli alleati solidali e quando fa campagna per porre fine alla complicità di Stati, aziende e istituzioni.
Come forma integrante della resistenza popolare palestinese e forma più importante di solidarietà internazionale con la lotta di liberazione palestinese, il BDS è un insieme di principi e di strumenti strategici. Uno dei fattori più importanti, forse, nella crescita impressionante dell’impatto del movimento è la sua capacità di mantenere un equilibrio perfetto tra principi etici ed efficacia strategica, o quello che chiamiamo, in breve, radicalismo strategico. In altre parole, le campagne BDS sono non violente, antirazziste, basate su principi, orientate agli obiettivi e strategiche, e aderiscono ai principi operativi del movimento di sensibilità al contesto, gradualità e sostenibilità.
Un altro fattore chiave è il successo del movimento nel trasformare il significato stesso di solidarietà internazionale, ponendo al centro il dovere etico e legale di porre fine alla complicità.
Omar BarghoutiIl BDS prende di mira la complicità, non l’identità. Prende di mira le istituzioni, non gli individui. Comprende, tra l’altro, boicottaggi economici, finanziari, accademici, culturali e sportivi; embarghi militari e di sicurezza; il disinvestimento da – e l’esclusione dai contratti – delle società e delle banche complici dei crimini di guerra, dei crimini contro l’umanità e ora del genocidio commessi da Israele; nonché sanzioni mirate e legittime, tra cui esercitare pressioni sui governi, sugli enti locali, sugli organismi regionali, ecc. affinché adempiano ai loro obblighi ai sensi del diritto internazionale ponendo fine a ogni complicità con il regime di oppressione di Israele.
La teoria del cambiamento del BDS ruota attorno alla costruzione del potere dal basso verso l’alto per influenzare il cambiamento politico. Il diritto internazionale e i principi etici, dopo tutto, sono condizioni necessarie ma purtroppo insufficienti per ottenere giustizia ed emancipazione dalla sottomissione coloniale, come i palestinesi sanno da decenni. Solo un maggiore potere popolare, un potere dal basso, incanalato in particolare verso boicottaggi efficaci e strategici, disinvestimenti e sanzioni legali, può costringere l’asse genocida USA-Israele a fermare il genocidio e può contribuire in ultima analisi allo smantellamento del regime di apartheid coloniale di Israele.
Di fronte al genocidio di Israele, reso possibile dall’Occidente, ed esercitando la nostra responsabilità morale, noi del movimento BDS abbiamo imparato a incanalare con perseveranza il nostro dolore e la nostra rabbia in un’energia strategica e basata su principi per porre fine al genocidio di Israele, smantellare il suo regime di colonialismo e apartheid e assicurare alla giustizia i responsabili e i loro complici. I palestinesi non si fanno illusioni, però, che la giustizia ci verrà concessa dalla Corte internazionale di giustizia o dall’ONU. Abbiamo dalla nostra parte il diritto internazionale e l’autorità morale, in quanto popolo indigeno che resiste a un sistema di oppressione depravato e genocida per ottenere i propri diritti. L’etica e il diritto sono necessari in ogni lotta di liberazione, ma non sono mai sufficienti. Per resistere e smantellare un sistema di oppressione, gli oppressi hanno inevitabilmente bisogno anche di potere: il potere del popolo, il potere efficace della solidarietà, il potere della base, il potere della coalizione intersezionale, il potere dei media, il potere culturale, tra le altre forme.
Il mutevole panorama politico, sociale ed economico globale, che include la riduzione degli spazi civici e la regressione di alcune libertà per proteggere Israele da parte di molti governi, ha introdotto molte sfide al movimento BDS. Come state affrontando queste sfide?
OB: Come recentemente rivelato in un rapporto investigativo pubblicato su The Nation, Israele e i suoi gruppi di pressione solo negli Stati Uniti hanno stanziato circa 900 milioni di dollari per combattere il BDS in un periodo di pochi anni. Infatti, Israele, una potenza nucleare armata fino ai denti dagli Stati Uniti, dalla Germania e da altre potenze coloniali, dal 2014 ha designato il movimento non violento BDS come una “minaccia strategica” e, successivamente, come una “minaccia esistenziale” al suo regime di oppressione. Sebbene abbia mobilitato ingenti risorse finanziarie, di intelligence, legali, propagandistiche e diplomatiche nella sua guerra contro il BDS, Israele ha fallito miseramente nel tentativo di rallentare il nostro movimento, grazie alla resilienza, alla creatività e al radicalismo strategico di milioni di sostenitori, sostenitrici e organizzatori del BDS in tutto il mondo.
Non è facile combattere un movimento che gode del consenso della comunità oppressa, sostiene la resistenza non violenta basata sui principi universali del diritto internazionale e dei diritti umani, rifiuta ogni forma di razzismo in modo moralmente coerente e, soprattutto, è molto abile nell’elaborare strategie efficaci e basate su principi per costruire il potere popolare e sfidare ogni forma di complicità nel regime di oppressione coloniale di Israele.
Negli ultimi due decenni, il movimento BDS ha costruito una vasta rete mondiale, sostenuta da sindacati, coalizioni di agricoltori e movimenti per la giustizia razziale, sociale, di genere e climatica, che insieme rappresentano decine di milioni di persone in tutto il mondo.
Come valuta la mobilitazione globale delle persone a favore della lotta palestinese, specialmente nei paesi occidentali? Pensa che si possa fare di più, e in che modo?
OB: Lo sciopero nazionale del 22 settembre in Italia, organizzato dai sindacati dei lavoratori portuali e dai loro alleati contro il genocidio perpetrato da Israele e la complicità dell’Italia, è stato un esempio brillante e molto stimolante di cosa significhi una solidarietà significativa. Questo sciopero nazionale senza precedenti in solidarietà con la lotta di liberazione palestinese sta fungendo da esempio per le mobilitazioni di solidarietà in altri paesi, come dimostra lo sciopero nazionale indetto di recente in Spagna dai sindacati locali.
Tutto questo e le massicce vittorie del BDS a livello globale sono ottimi risultati, ma non sono ancora sufficienti per porre fine a ogni complicità nel genocidio perpetrato da Israele e nel regime di apartheid coloniale che lo sostiene. Dobbiamo costruire più potere popolare, coalizioni intersezionali più ampie, adottare tattiche più efficaci, ecc. per costringere i governi ad adottare un embargo militare, un embargo completo, compresi i beni a duplice uso e il transito di forniture militari verso Israele; embarghi energetici; sanzioni commerciali e finanziarie; sanzioni accademiche, culturali e sportive; espulsione di Israele dall’ONU, dalla FIFA, dalle Olimpiadi, dall’Eurovision, ecc. Israele deve essere ritenuto responsabile del suo genocidio, dell’apartheid e dell’occupazione militare in corso, proprio come lo fu un tempo il Sudafrica dell’apartheid.
In che modo United Edge e la sua variegata gamma di attivisti possono sostenere un movimento come il BDS?
OB: Gli organizzatori in qualsiasi ambito sanno bene come dimostrare una solidarietà efficace e basata sui principi. I palestinesi non stanno implorando il mondo di fare beneficenza; chiediamo una solidarietà significativa. Ma prima di tutto chiediamo la fine della complicità, di non causare danni. Porre fine alla complicità in gravi violazioni dei diritti umani è un dovere, non una scelta discrezionale.
Come ha dimostrato la lotta che ha abolito l’apartheid in Sudafrica, porre fine alla complicità dello Stato, delle aziende e delle istituzioni nel sistema di oppressione israeliano, soprattutto attraverso le tattiche non violente del BDS, è la forma più efficace di solidarietà. In questo momento così buio, il BDS aiuta a decolonizzare le nostre menti dall’impotenza e dalla disperazione con cui Israele e i suoi partner coloniali hanno cercato incessantemente di colonizzarle.
Il modo migliore per porre fine alla complicità di una determinata rete o istituzione è quello indicato dagli organizzatori che operano in quel contesto sulla base di principi.

Scheda/ Genocidio in Palestina
Il contesto giuridico internazionale che circonda la situazione in Palestina è cambiato profondamente negli ultimi anni, con un crescente riconoscimento globale del fatto che le azioni di Israele violano i principi fondamentali del diritto internazionale.
Nel gennaio 2024, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha riscontrato che Israele sta plausibilmente commettendo un genocidio a Gaza ai sensi della Convenzione sul genocidio e ha ordinato misure provvisorie che impongono a tutti gli Stati l’obbligo di prevenire ulteriori atrocità. Più tardi nello stesso anno, la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la presenza continuativa di Israele nei territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, è illegale. Questa decisione ha ribadito che Israele viola i diritti umani internazionali, il diritto umanitario e la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale.
Queste sentenze hanno accelerato le richieste da parte degli organismi delle Nazioni Unite, degli esperti in materia di diritti umani e della società civile internazionale affinché gli Stati interrompano ogni forma di cooperazione militare, economica, accademica e politica che contribuisca alle violazioni di Israele. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno anche confermato che la fame a Gaza viene utilizzata come arma di guerra, definendola come un’altra manifestazione di crimini di massa.
Vent’anni di resistenza non violenta
In questo contesto, il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) è emerso come una delle risposte più influenti della società civile globale. Lanciato nel 2005 da un’ampia coalizione di attori della società civile palestinese, il BDS è un movimento non violento che prende a modello la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Chiede la fine dell’occupazione israeliana, il raggiungimento dell’uguaglianza per i cittadini palestinesi di Israele e il rispetto dei diritti dei rifugiati palestinesi.
Il movimento è saldamente radicato nei diritti umani universali, si oppone categoricamente a tutte le forme di razzismo, compreso l’antisemitismo, e si concentra sulla complicità istituzionale piuttosto che sugli individui. La sua strategia enfatizza la pressione non violenta per porre fine ai sistemi di oppressione e raggiungere la giustizia e l’uguaglianza.
Negli ultimi due decenni, il BDS ha influenzato in modo significativo il dibattito e l’azione a livello globale. Dal punto di vista politico, il movimento ha contribuito a un aumento del numero di Stati – in Africa, Asia, America Latina e in alcune parti dell’Europa – che hanno pubblicamente ridotto i legami con Israele o sostenuto sanzioni mirate. Israele è ora sottoposto a un controllo senza precedenti nei forum internazionali e diversi paesi occidentali hanno iniziato a rivalutare la loro cooperazione militare ed economica. Dal punto di vista economico, Israele sta registrando un marcato calo della fiducia degli investitori, con le grandi società che si ritirano dal mercato, le agenzie di rating che abbassano le sue prospettive e i fondi globali che disinvestono dalle aziende complici delle violazioni. Questa pressione reputazionale e finanziaria è stata descritta da alcuni economisti israeliani come una crisi crescente con implicazioni a lungo termine.

L’influenza del movimento si estende a diversi settori. I sindacati che rappresentano decine di milioni di lavoratori in tutto il mondo hanno appoggiato i boicottaggi o intrapreso azioni dirette bloccando le spedizioni di armi. Le istituzioni culturali e migliaia di artisti hanno sospeso la collaborazione con entità israeliane, mentre le associazioni accademiche hanno appoggiato i boicottaggi delle istituzioni complici e le università hanno lanciato campagne di disinvestimento. Nel campo dello sport, squadre e associazioni nazionali di diverse regioni si sono ritirate dalle competizioni che coinvolgono Israele, aggiungendo pressione morale e simbolica. I movimenti studenteschi di tutto il mondo hanno rilanciato la mobilitazione di massa, contribuendo alle vittorie del disinvestimento e spingendo le università ad adottare politiche di investimento più etiche. Le organizzazioni religiose, comprese le reti cristiane globali, hanno abbracciato i principi del disinvestimento e sostenuto iniziative comunitarie contro l’apartheid. Anche le reti LGBTQIA+ e gli artisti hanno rifiutato le strategie di pinkwashing e si sono allineati alle richieste di responsabilità. A livello locale, centinaia di spazi comunitari si sono dichiarati zone libere dall’apartheid, integrando la solidarietà nella pratica di base.
Giustizia più che carità attraverso l’azione collettiva
Dopo vent’anni di BDS, le riflessioni di Barghouti vanno al cuore di ciò che i movimenti per la giustizia in tutto il mondo insistono da decenni: i sistemi di oppressione non si riformano da soli, ma vengono smantellati dall’azione collettiva fondata su principi, coraggio e solidarietà. I vent’anni di storia del movimento BDS incarnano ciò che molti nel mondo umanitario e dello sviluppo stanno solo ora cominciando a esprimere: solo un cambiamento profondo e radicale del sistema, e non ulteriori aiuti, potrà invertire la tendenza all’oppressione, alla distruzione e alla sofferenza. La storia del BDS è in definitiva la storia di persone che rivendicano la propria autonomia, affrontando i sistemi piuttosto che i sintomi, e dimostrando che quando le comunità rifiutano di partecipare all’oppressione, anche le strutture più radicate cominciano a muoversi. Ma è anche un invito all’azione per continuare a far crescere le reti di solidarietà, per continuare a lavorare sempre attraverso la lente della giustizia e per non dimenticare mai che il cambiamento diventa possibile ovunque le persone comuni scelgano di unirsi in un’azione collettiva.
Who is who
Omar Barghouti è un difensore dei diritti umani palestinese, co-fondatore del movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) e voce globale di spicco per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza del popolo palestinese. È riconosciuto a livello internazionale per la sua attività di advocacy basata sulla resistenza non violenta e sul diritto internazionale, e il suo lavoro è stato premiato con numerosi riconoscimenti, tra cui il Gandhi Peace Award. Barghouti scrive e tiene conferenze sui diritti umani, la decolonizzazione e la responsabilità etica, contribuendo al dibattito accademico e pubblico sulla giustizia in Palestina e oltre.
Anwaar Ahmed, ex banchiere d’investimento presso Morgan Stanley, mette la sua esperienza di vita e le sue competenze al servizio dello sviluppo sociale e di progetti umanitari volti a promuovere la giustizia, la libertà e l’uguaglianza in tutto il mondo attraverso il Karma Yoga. Attualmente risiede a Roma, dove è membro attivo del movimento BDS e di Assopace Palestina, nonché membro del Justice Collective di United Edge.
Elias Ayoub è membro del Justice Collective di United Edge, esperto professionista nel campo dello sviluppo e dirigente. È un appassionato sostenitore dei diritti dei bambini e dei giovani, un professionista lungimirante ed esperto di scala e innovazione. Attualmente, Elias lavora a stretto contatto con le comunità locali, sia libanesi che palestinesi, attraverso approcci basati sulla giustizia e sui diritti per amplificare le voci locali e promuovere l’attivismo sia a livello micro che macro.
United Edge è un’impresa sociale che collabora con gli artefici del cambiamento per trasformare i sistemi inefficienti con modelli alternativi per la giustizia globale

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