
La convergenza nasce solo da parole d’ordine limpide
Popoff Quotidiano - Saturday, November 15, 2025La Palestina è la lente con cui osservare le strutture contemporanee della violenza coloniale e del capitalismo estrattivo (Maya Issa*)
A Gaza la devastazione continua senza sosta. I bombardamenti proseguono, le incursioni militari in Cisgiordania si intensificano e quella definita “tregua” resta un artificio retorico, disancorato dalla realtà materiale. Le macerie della Striscia testimoniano un processo sistematico di distruzione, mentre il governo italiano prepara la propria “partecipazione alla ricostruzione”, trasformando una tragedia storica in terreno di profitto per grandi gruppi industriali del cemento, dell’energia e delle infrastrutture.
Mentre da Palazzo Chigi si istituiscono task force per la “ricostruzione politica ed economica”, l’Italia continua a sostenere – direttamente o indirettamente – l’apparato militare che devasta Gaza. Le parole di pace vengono usate come copertura a un sistema di interessi che converte la guerra in business e la sofferenza in opportunità economica.
Nel frattempo, il Ministero dell’Università promuove progetti accademici “solidali” ma preserva intatti i rapporti con il complesso militare-industriale israeliano. È la solita solidarietà di facciata che evita accuratamente ogni analisi delle responsabilità dell’Italia e delle sue istituzioni.

L’opinione pubblica riduce spesso tutto all’attuale governo israeliano, ma le radici dell’oppressione affondano in un impianto politico che da decenni struttura il controllo del territorio, l’ingegneria demografica e la sorveglianza su un’intera popolazione. Il sionismo, come progetto politico statuale, ha edificato un apparato coloniale che oggi funge da laboratorio globale per tecnologie di dominio e dispositivi repressivi. Criticarlo significa analizzare un sistema di potere, non un popolo né una religione.
Mentre questo accade, l’Italia procede verso una deriva autoritaria evidente: repressione del dissenso, criminalizzazione delle proteste studentesche, retoriche securitarie onnipresenti, impoverimento democratico e concentrazione del potere esecutivo. La militarizzazione esterna trova un’eco diretta nella compressione delle libertà interne.
La manovra finanziaria si inscrive perfettamente in questa tendenza: incrementa la spesa militare, alimenta la corsa al riarmo, sottrae risorse a sanità, istruzione e welfare. Non si può parlare di protezione sociale mentre si investe in armamenti. Ci opponiamo alla manovra perché consolida un’economia costruita sulla guerra.
Chiediamo sanzioni reali contro il governo israeliano e un immediato disinvestimento da tutte le aziende che traggono profitto dall’oppressione del popolo palestinese. L’ENI, con le sue operazioni di estrazione del gas nelle acque palestinesi occupate, viola il diritto internazionale e rinforza l’economia dell’occupazione: è urgente una campagna nazionale che denunci e interrompa questa complicità.
La lotta per la Palestina riguarda anche la giustizia sociale, l’ambiente, i diritti del lavoro, l’università, la libertà delle donne e dei popoli. La Palestina è una lente attraverso la quale osservare le strutture contemporanee della violenza coloniale e del capitalismo estrattivo.
Ribadiamo la richiesta di liberazione dei prigionieri politici palestinesi Marwan Barghouti e Ahmad Sa’adat, e di Anan Yaesh, detenuto in Italia. Chiediamo la fine della detenzione amministrativa e la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane.
Rifiutiamo l’imposizione dall’esterno del mantra dei “due popoli, due Stati”: l’autodeterminazione appartiene solo al popolo palestinese. Nessuno da qui può prescrivere soluzioni politiche.
Ribadiamo la necessità dell’uscita dell’Italia dalla NATO, una delle principali strutture che alimentano la militarizzazione globale.
Non è possibile parlare di Palestina senza ascoltare le reti palestinesi. Decolonizzare il linguaggio significa ridare centralità alle voci palestinesi, senza eufemismi e senza ambiguità.
E va detto con chiarezza: questo movimento non è nato negli ultimi mesi. Non è il prodotto improvviso di una singola iniziativa o di un evento mediatico. È il risultato della resistenza continua del popolo palestinese e del lavoro costante di chi, qui, da due anni scende in piazza quando la Palestina era ancora un tema scomodo, rimosso, ignorato. È grazie a chi non ha mai smesso di mobilitarsi anche quando molti non avevano il coraggio di chiamare ciò che accade con il suo nome: genocidio.
Il 29 novembre scenderemo in piazza non solo per la Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese, ma contro il governo Meloni, contro la sua agenda autoritaria, contro il riarmo e la militarizzazione del Paese, contro una manovra finanziaria che impoverisce le persone mentre finanzia le armi.
E scenderemo in piazza per affermare con forza la necessità del boicottaggio politico, economico, culturale e istituzionale verso chi perpetua la violenza e l’oppressione, chiedendo l’isolamento totale del governo israeliano e la fine di ogni rapporto politico, economico, militare e accademico con un sistema che perpetua crimini e oppressione.
La convergenza nasce solo da parole d’ordine limpide, da un linguaggio che non trema, da posizioni che non hanno paura di esporsi.
Noi, come palestinesi, siamo stanchi dei balbettii, stanchi delle mezze frasi, stanchi delle cautele che valgono solo quando si parla di noi. Siamo stanchi delle retoriche che nascondono la verità per non disturbare gli equilibri di potere.
Chi vuole davvero schierarsi deve dirlo senza girarci attorno.
E noi lo diciamo ora, come sempre: boicottare, disinvestire, isolare. Sanzionare chi opprime. Sostenere chi resiste. La Palestina deve essere libera.
*Maya Issa è la portavoce del Movimento degli studenti palestinesi in Italia. L'articolo contiene il testo dell'intervento pronunciato il 15 Novembre 2025 all'assemblea nazionale Contro i Re e le loro Guerre che si è tenuta alla Sapienza di Roma. Di seguito potete leggerne il Report conclusivo
Con l’assemblea di oggi abbiamo scommesso sull’inizio di un percorso nuovo, di convergenza, costruito non a tavolino, ma nel confronto e nella discussione collettiva, aperta, plurale e larga, nelle assemblee e in percorsi nuovi, da inventare insieme. Oggi più di 250 persone hanno riempito la sala, provenienti dai territori di tutta Italia, lotte, organizzazioni, realtà sociali e sindacali, associazioni, con collegamenti europei ed internazionali. Stiamo costruendo uno spazio politico nuovo, in controtendenza con vecchi e nuovi schemi identitari e chiusi dentro i recinti della nazione, perché è questo che hanno espresso le grandi piazze di settembre e ottobre. Se il mondo intorno a noi rompe con le certezze del passato, anche noi dobbiamo farlo.
Ci siamo trovate come realtà che dall’anno scorso hanno aperto spazi di convergenza contro il ddl sicurezza e contro la stretta repressiva che avanzava; come realtà che hanno promosso mobilitazioni contro le guerre e il riarmo europeo e nazionale, siamo le persone che hanno animato le piazze strabordanti in solidarietà con la Global Sumud Flotilla e con il popolo palestinese, riconoscendo che la lotta contro l’autoritarismo interno e quella contro l’oppressione internazionale non sono due fronti separati. Ci siamo trovate per stringere un nuovo patto tra di noi, con la scommessa di lavorare costantemente per la generalizzazione degli scioperi, per svelare nelle città e nei territori i re, i padroni, e per resistere alla svolta autoritaria cercando in ogni modo di ribaltare quei rapporti di forza che li consolidano.
I re sono Netanyahu, Trump, Giorgia Meloni. I re sono Ursula von der Leyen e i tecnocrati europei. Ma non solo. Putin, Xi Jin Ping, Modhi.
I re sono le compagnie fossili, che guadagnano dalla distruzione della crisi climatica.
I re sono gli oligarchi delle piattaforme, da Bezos a Musk.
I re sono gli immobiliaristi e i grandi fondi d’investimento che speculano sulle nostre città.
I re sono le politiche dell’economia di guerra.
I re sono i confini e il patriarcato.
I re sono i decreti che cancellano diritti.
Sono tutti coloro che provano a convincerci che la violenza è ordine, che l’ingiustizia è necessità, che l’autoritarismo è sicurezza.
Oggi possiamo dire che il primo passo è andato bene. E per mettere in pratica le tante cose che ci siamo detti e dette, non abbiamo bisogno di fissare nuove manifestazioni in un calendario già fitto, ma di confrontarci e organizzarci in una nuova grande assemblea, da svolgersi in più di un giorno, che comprenda convegni sui nuovi passaggi legislativi repressivi, tavoli di lavoro tematici che uniscano gli equipaggi di terra e di mare, e che abbia l’obiettivo di costruire una grande mobilitazione in primavera, che faccia convergere tutti i territori del paese e che, perché no, da qui a primavera scommetta che possa esondare oltre i confini nazionali e parlare alle città d’Europa e non solo. Per questo abbiamo proposto di fissare sul calendario di tutte le persone sedute in sala il 24 e 25 gennaio.
Le prossime date non sono ritualità ma spazi che ci permettono di aggredire i rapporti di forza. Per questo dobbiamo costruire un immaginario contro re e regine, un immaginario, di pratiche e di discorso, che si potrà concretizzare nei tanti appuntamenti citati durante questa assemblea: dalla partita del Maccabi a Bologna il 21 novembre, al 22 novembre, agli scioperi dell’autunno.
E con la promessa di trovarci fianco a fianco il 29 di Novembre a Roma nella giornata internazionale in solidarietà al popolo palestinese, che renda visibile con uno spezzone sociale il percorso che parte oggi e si riconosca in parole d’ordine chiare, portando la solidarietà al popolo palestinese, la richiesta della fine dell’occupazione, il rafforzamento delle iniziative di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, e una battaglia che ci accomuna tutti, la lotta per la liberazione di tutti i prigionieri politici e di Marwan Barghouti.
Vogliamo costruire un percorso di liberazione da tutti i re a partire dall’attraversamento di tutti i territori e tutte le città.
A chi ci chiede di essere suddite e sudditi rispondiamo che non abbiamo bisogno del loro permesso per essere liberi e libere.
The post La convergenza nasce solo da parole d’ordine limpide first appeared on Popoff Quotidiano.
L'articolo La convergenza nasce solo da parole d’ordine limpide sembra essere il primo su Popoff Quotidiano.