Germania: Sappiamo bene cosa accadde
Germania: Sappiamo bene cosa accadde
Uwe Timm
Anita Romanello Dom, 06/09/2026 - 03:10
Il 28 agosto scorso, anniversario della nascita di Goethe, è stato conferito
allo scrittore tedesco Uwe Timm il prestigioso Premio Goethe, che viene
attribuito ogni tre anni e che in passato è stato assegnato a figure del calibro
di Sigmund Freud, Thomas Mann, Albert Einstein, Ingmar Bergman, Max Planck. In
quell’occasione Timm ha pronunciato un breve discorso di alto spessore civico e
politico che partendo da un importante, seppur non conosciutissimo scritto di
Goethe, Campagna in Francia ripercorre a volo d’uccello il confronto, la
contrapposizione fra due visioni diametralmente opposte della Storia e della
democrazia tedesca: una visione autoritaria, nazionalista e sciovinista e una
visione democratica, equa e inclusiva. Arrivando fin all’oggi, a pochi giorni
dalle elezioni nella regione del Sachsen-Anhalt dove per la prima volta la AfD
potrebbe diventare forza di governo. Riportiamo qui, nella versione di Matteo
Galli – che di Timm ha tradotto nel corso degli ultimi vent’anni sette romanzi –
il discorso tenuto nella “Paulskirche”, la chiesa sconsacrata di Francoforte
dove si riunì fra il 1848 e il 1849 il primo parlamento democratico tedesco. E
dove, come sempre, si è svolta la cerimonia della premiazione.
Sappiamo bene cosa accadde
La linea 9 della metropolitana di Berlino è particolarmente rumorosa: stridii,
colpi sulle rotaie e clangori metallici. Sento il telefono che vibra, non
capisco nulla, prometto che richiamerò alla stazione successiva: la
Spichernstraße. Parlo con Mike Josef, sindaco di Francoforte: la giuria, mi
dice, le ha assegnato il Premio Goethe, mi chiede se lo accetto, il premio. Non
ci ho messo molto a decidere.
Me ne stavo lì impalato, a fissare il cartello con la scritta Spichernstraße.
C’è forse qualcuno oggi a cui il nome Spichern dice qualcosa? Io invece,
cresciuto sentendo mio padre che raccontava sempre di guerre e battaglie, sapevo
bene che cosa fosse: era in quel luogo che nel 1870 si era combattuta la prima
battaglia tra Germania e Francia. E proprio questo mi stava passando per la
testa, insieme al pensiero che anche la nostra epoca è segnata nello stesso
identico modo da sconvolgimenti, catastrofi e guerre. La parola Zeitenwende
(svolta epocale) è ormai di uso comune.
Fu Goethe, nel 1792, a parlare di una nuova epoca che stava nascendo. Ho sentito
così il bisogno di tornare a leggere quel suo scritto autobiografico intitolato
Campagna in Francia. Il caso, a chi capita, apre un nuovo spazio di senso e
d'azione.
Il maestro pellicciaio Walter Kruse, che faceva parte dell’Associazione per
l’Istruzione Operaia, aveva consigliato a me, apprendista sedicenne, di leggere
Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister. Dopo tutti gli altri libri che
leggevo – anzi, che divoravo – un po’ alla rinfusa di sera e di notte, quel
romanzo segnò una cesura, così tanto che mi ritrovai a rileggerlo subito, questa
volta con più lentezza, con più incertezza, con più domande in testa rispetto
alla prima lettura. Certe situazioni, certe frasi e certi personaggi, come ad
esempio Philine, mi hanno da allora accompagnato per tutta la vita. Fu una
folgorazione che ho continuato a inseguire durante gli studi universitari, e che
ha lasciato tracce nei romanzi Kerbels Flucht [La fuga di Kerbel], La volatilità
dell’amore e Un mondo migliore. Ed è stato anche grazie questo rapporto con
Goethe, nato da letture che ormai durano da una vita, che Mike Josef mi ha
chiamato, sulla U9, a Berlino.
La cosiddetta campagna, la spedizione militare della monarchia austriaca e di
quella prussiana contro la Francia rivoluzionaria, ebbe inizio nel luglio del
1792. L'obiettivo era ripristinare i pieni poteri di monarca assoluto di Luigi
XVI, formalmente ancora re ma a quel tempo costretto agli arresti domiciliari.
Il duca Carl August aveva chiesto a Goethe di accompagnarlo in quella
spedizione.
Quasi trent'anni dopo, nel 1820, Goethe cominciò a mettere per iscritto il
racconto di quella vicenda vissuta in prima persona. Campagna in Francia non è,
malgrado la forma apparente, un diario, bensì una ricostruzione narrativa. Ha
inizio il 23 agosto 1792 e procede giorno dopo giorno fino al 30 ottobre. Goethe
descrive la marcia delle truppe prussiane e austriache attraverso la Lorena fino
alla Champagne: pioggia, strade piene di fango, la carrozza di Goethe che resta
impantanata, si va a cavallo oppure a passo di marcia, si dorme dentro tende
gocciolanti accanto a granatieri che russano, fame, sete, diarrea, case
requisite, pecore macellate, maiali arrostiti – e il pittoresco che finisce per
prendere il sopravvento.
Dopo settimane Goethe torna di nuovo a guardarsi allo specchio e si vede, come
scrive, con una barba «cespugliosa», i lunghi capelli «spandersi tutt’intorno
come una matassa di canapa aggrovigliata». Descrive la vita quotidiana della
provincia francese, le case, gli arredi, le sottili sfumature nel modo di
vestire, i cibi, la frutta candita, ma anche il pot-au-feu che bolle sul fuoco
all'aperto; elogia il buon vino, le donne vivaci ed eleganti nel vestire e, di
continuo, con entusiasmo: il pane bianco. Ma per quanto ammiri lo stile di vita
francese, con altrettanta fermezza respinge la Rivoluzione.
Georg Melchior Kraus: Johann Wolfgang Goethe
1775/76, Öl auf Leinwand, Klassik Stiftung Weimar.
Possiamo presumere che durante la campagna in Francia Goethe non abbia sparato
colpi veri, ma forse, come apprendiamo indirettamente, era armato: una volta, ad
esempio, infila nella fondina della pistola una salsiccia che gli hanno
regalato.
Dalla distanza temporale il poeta rivolge lo sguardo a situazioni esemplari,
scrive episodi aneddotici, talvolta persino di carattere novellistico, e qua e
là compaiono brani che colpiscono per la loro spontanea immediatezza: «Nei
luoghi colpiti dai cannoni si vedeva una gran miseria: i cadaveri abbandonati,
privi di sepoltura e gli animali gravemente feriti che non riuscivano a morire.
Vidi un cavallo che aveva impigliato le zampe anteriori nelle proprie viscere,
fuoriuscite dal corpo ferito, e avanzava così, zoppicando miseramente».
Goethe assiste alla battaglia di Valmy seduto a cavallo, sotto la grandine delle
palle di cannone che gli piovono intorno e si conficcano nel fango. L’esercito
rivoluzionario francese che dal punto di vista tattico aveva conquistato una
posizione vantaggiosa, su un’altura, fermò l’esercito prussiano costringendolo
alla ritirata. Questa fu la nascita del mito di Valmy. «[...] da qui e da oggi
ha inizio una nuova epoca della storia del mondo, e voi potrete dire di esserci
stati». Goethe cita se stesso; non è certo, tuttavia, che questa frase l'abbia
realmente pronunciata in quell'occasione.
In questa biografia di guerra troviamo digressioni di geologia, di storia
dell’arte, letterarie, ma nessuna traccia di quelle che ci saremmo aspettati dal
Goethe giurista e uomo di Stato, dal «Canzeleymann» dal “cancelliere” come egli
stesso si definisce – nessuna presa di posizione sul conflitto politico che
tutto muoveva, sulla Rivoluzione e la rivendicazione di libertà e uguaglianza.
Il consigliere segreto scrive del malcontento popolare, della violazione
dell'ordine costituito. Nessuna riflessione sul fatto che un ordine avvertito
come ingiusto porti in sé la forza dirompente della resistenza. Perché mai
soldati arruolati a forza dalle terre tedesche dovrebbero rischiare la vita,
affinché Luigi XVI possa essere reinsediato, tornando ai suoi pieni poteri?
Né viene menzionato l'altro motivo, determinante, della campagna: preservare il
potere assolutistico di Austria e Prussia. Che Goethe si schieri in modo così
indiscusso a favore dell'autorità assolutistica non appare affatto scontato, se
si pensa alle sue opere precedenti. Nel Werther e nel Wilhelm Meister si trova
una lucida critica alla nobiltà. La famosa esclamazione di Götz von Berlichingen
non è certo rivolta contro l'imperatore, ma si oppone con decisione all'ordine
dominante. L'inno Prometheus, stupefacente nella sua lingua, è una celebrazione
dell'io che crea se stesso, il netto rifiuto di ogni autorità superiore.
Lo scritto autobiografico Campagna in Francia, invece, si legge come se fosse
stato depurato da ogni critica al feudalesimo. La mancanza di valutazioni
formulate a ridosso degli eventi viene spiegata quasi incidentalmente. Sulla
strada del ritorno dalla campagna, nell'idillica Pempelfort nei pressi di
Düsseldorf, Goethe menziona un proprio taccuino di appunti: «ma poiché con miope
presunzione avevo visto male e giudicato in modo errato molte cose, e siccome
non si è mai abbastanza severi verso errori appena riconosciuti come tali, e
poiché mi sembrava inoltre rischioso esporre simili carte a un qualche
imprevisto, distrussi l'intero quaderno in un fuoco ardente di carbon fossile».
Quello sì che sarebbe stato probabilmente un diario più interessante, più irto
di contraddizioni, più capace di rendere giustizia al momento storico. Nella
Campagna viene solo avallata, sul piano letterario, la vittoria
dell'assolutismo, senza concedere spazio alcuno alle potenzialità, cariche di
così tanto presagio, del recente passato. La promessa della Rivoluzione francese
sembra affiorare in Goethe, in maniera quasi simbolica, soltanto in un
acquarello dipinto nel 1793 al confine tra il Lussemburgo e la Francia. In un
paesaggio ameno svetta l’Albero della Libertà, ornato dal berretto frigio; i
nastri bianchi, rossi e blu, fluttuano mossi dal vento; un viandante indica la
targa ovale fissata al palo, con una piccola iscrizione, rossa, dipinta con
cura, in rosso: Passans, cette terre est libre.
Che cosa avrà pensato, che cosa avrà provato il pittore, il poeta, il fedele
servitore del principe mentre lo dipingeva? Non è forse proprio questa frase ad
annunciare una nuova epoca?
La Convenzione nazionale renano-tedesca, riunita a Magonza, aveva approvato il
18 marzo 1793 un decreto, che recita: «L'intera striscia di terra da Landau a
Bingen, che invia deputati a questa Convenzione, costituirà d'ora in avanti uno
Stato libero, indipendente e indivisibile, che obbedisce a leggi comuni fondate
sulla libertà e sull'uguaglianza.» Ecco, questo è il primo Stato democratico in
Germania.
Nel 1793 Magonza, però, venne accerchiata dalle truppe prussiano-austriache
rientrate dalla Francia, venne assediata e bombardata per mesi. E ancora una
volta, su richiesta del Serenissimo, il duca di Weimar, Goethe presenziò in
veste di osservatore.
Se in Campagna si trovano ancora osservazioni critiche sulla condotta di guerra
dei Prussiani, se si fa menzione di saccheggi, violenze contro i civili e
devastazioni arbitrarie, il resoconto sull'assedio di Magonza è invece redatto
per intero dal punto di vista del vincitore, delle truppe alleate. Goethe
descrive la città distrutta dai cannoni prussiani, ma per lui la colpa non è dei
proiettili prussiani, bensì della follia della Rivoluzione: «Poiché non fu la
guerra da sola, ma l’ordine civile dissolto da quella follia, ad aver provocato
e causato una simile sciagura.»
I repubblicani, i giacobini, che avevano dichiarato Magonza territorio libero,
indipendente e democratico, erano dunque i colpevoli di quel bombardamento. Chi
tra di loro, dopo che la città era stata costretta a capitolare il 22 luglio
1793, non poté o non volle fuggire, fu perseguitato, maltrattato e torturato.
Goethe scrive di essersi opposto a questo terrore bianco, colmo di vendetta.
Contro la giustizia sommaria, lo scrittore afferma: «soltanto al sovrano, al suo
ritorno, doveva spettare il diritto di stabilire la distinzione tra buoni e
cattivi cittadini».
Alla fine di Campagna, Goethe tira le somme: «Il poeta, tuttavia, che per sua
natura deve essere e rimanere imparziale, cerca di immedesimarsi nelle
condizioni di entrambe le parti in lotta, dovendo poi, quando la mediazione
diventa impossibile, decidersi a concludere il conflitto in modo tragico.»
Ma Goethe stesso non può concludere in modo tragico, essendo lui stesso quanto
mai parziale. Non stupisce che Campagna in Francia sia stato da allora
utilizzato dagli storici di orientamento nazionalista come una testimonianza
oculare di sicura autorità probatoria.
Cercare la libertà civile nell'ideale, nell'arte e nella poesia – Heinrich Heine
parla di «Kunstbehaglichkeit», di un compiacimento estetico – non può tuttavia
fungere da surrogato alla libertà politica basata sull’autodeterminazione e
capace di incidere sulla realtà.
A questo punto avrei voluto – per equità – contrapporre al Goethe di Campagna il
poeta dell'epos Hermann e Dorothea, soffermandomi sul suo sforzo di comprendere
la miseria dei profughi e di ciò che è straniero, e di racchiudere tutto ciò in
un tedesco fatto di esametri di sorprendente scioltezza. Il capitolo Polimnia
reca il significativo sottotitolo «Il cittadino del mondo». Ma i tempi che
viviamo sono ben più pressanti, più pesanti, più preoccupanti.
Wikimedia Commons.
Vorrei dunque ora soffermarmi su un luogo così importante per la democrazia
tedesca: la Paulskirche. Sappiamo che la Rivoluzione di marzo del 1848 non era
riuscita ad abbattere i troni del potere assolutistico, ma li aveva comunque
fatti vacillare. Il momento culminante, dal forte valore simbolico, fu quando a
Berlino il re di Prussia Federico Guglielmo IV fu costretto a togliersi il
cappello davanti alle salme – esposte sui catafalchi – dei rivoluzionari, uccisi
a colpi d'arma da fuoco. Il principe ereditario Guglielmo, soprannominato il
"principe della mitraglia", fuggì in Inghilterra sotto il nome di Lehmann. Nel
1849, poco più di un anno dopo, tornerà per porre fine, alla guida delle truppe
prussiane, al movimento democratico.
Nel frattempo, però, dal 18 maggio 1848 al 30 maggio 1849, proprio nella
Paulskirche, in questo luogo si erano riuniti i deputati, eletti con l'obiettivo
di unificare la Germania attraverso una costituzione nazionale. I critici
dell'Assemblea nazionale, tra cui anche Heinrich Heine, deploravano quelle
lunghe discussioni, che finirono per dare alle monarchie assolutistiche il tempo
di tornare a consolidarsi.
Eppure, le discussioni prolungate e controverse nella Paulskirche, che allora
suscitarono tanto scherno, erano, a mio avviso, necessarie. Solo attraverso di
esse fu possibile esercitare ciò che costituisce l'essenza della democrazia:
intervento e replica, ascolto critico, ponderazione, ricerca del compromesso. I
deputati eletti riuscirono a elaborare una costituzione esemplare, che prevedeva
per la Germania un impero costituzionale. A Federico Guglielmo IV fu offerta la
corona imperiale. Ma egli rifiutò di accettare una corona dalle mani dei
cittadini, dei borghesi.
Una parte dei parlamentari volle che la costituzione valesse almeno nel
Granducato di Baden. Ma uno Stato democratico su suolo tedesco era, dal punto di
vista della Prussia, del tutto inaccettabile. Le truppe al comando del principe
Guglielmo, alias signor Lehmann, assediarono la fortezza federale di Rastatt. E
dopo la capitolazione, 19 uomini furono immediatamente fucilati a Rastatt, altri
condannati a morte, altri ancora a lunga detenzione in fortezza o al carcere
duro. La maggior parte dei democratici fuggì in esilio, in Francia, in Svizzera,
negli Stati Uniti. Il tentativo di unificazione era fallito, e con esso il
tentativo di dar vita a una Germania a ordinamento democratico.
Quando Bismarck, quindici anni dopo, nel 1864, tenne un discorso davanti al
parlamento prussiano, con cui giustificava maggiori spese militari per
un'unificazione tedesca secondo i suoi propositi, impresse la direzione che
sarebbe diventata determinante per la politica tedesca: «Non è con i discorsi e
con le decisioni prese a maggioranza che si risolvono le grandi questioni del
tempo – proprio questo fu il grande errore del 1848 e del 1849 – bensì con il
ferro e col sangue».
Ed eccoci tornati alla stazione Spichernstraße della linea 9 della metropolitana
di Berlino. Alla vittoria sulle truppe rivoluzionarie nel 1849 seguirono altre
vittorie di sangue e ferro, e a esse furono intitolate strade e stazioni
ferroviarie. Se l’unificazione tedesca fosse avvenuta attraverso elezioni,
discussioni dunque sui pro e i contro, compromessi raggiunti in modo
democratico, la storia tedesca sarebbe stata diversa e ci sarebbe stato meno
spargimento di sangue.
Norbert Elias ha messo in luce, nelle sue Studien über die Deutschen, come
questa unificazione ottenuta con la guerra abbia dato forma a una società
autoritaria, come la mentalità del ceto borghese sia stata plasmata dall'habitus
aristocratico, fondato sul lignaggio, come il militarismo abbia segnato la
gerarchia sociale – e non soltanto nelle corporazioni studentesche dedite al
duello. Ciò che il sangue blu e l'albero genealogico rappresentavano per la
nobiltà, si trasformò nel ceto borghese nel concetto di tradizione, un’eredità
che i nazionalsocialisti avrebbero poi esteso, con l'idolatria dell'ariano,
all'intero popolo, codificandolo nelle leggi razziali.
Nel novembre del 1932, il Partito Nazionalsocialista risultò al Reichstag il
partito più forte, e si vide costretto a cercare alleati per formare una
coalizione, li trovò fra i conservatori, che credevano di poter tenere a bada
Hitler. Sappiamo cosa accadde.
Oggi, a pochi giorni dalle elezioni in Sassonia-Anhalt, torna a presentarsi un
partito nazionalista. Non dispone finora di orde paramilitari come le SA, ma le
linee politiche sono simili: c'è la patria come baluardo contro tutto ciò che è
straniero, l’esigenza di virile fermezza, la vocazione materna della donna,
l'evocazione di un'origine tedesca pura e autentica, la «remigrazione» – ciò che
fa subito pensare alla privazione dei diritti e all’espulsione degli ebrei, dei
sinti e dei rom che precedettero l’Olocausto.
Si vada a leggere quali interventi l'AfD progetta o già pone in atto nelle
scuole, nei teatri, nei musei, nella radio e nella televisione. Tutto questo per
ritrasformare questa nostra società libera e aperta in una società autoritaria e
völkisch, etno-nazionalista.
La Legge fondamentale, nella quale trova espressione la lotta democratica per
l'uguaglianza e la libertà durata due secoli, va difesa con la parola, con la
scrittura e con l'azione contro gli attacchi nazionalisti, sciovinisti e
autoritari. Non riesco a comprendere come l'AfD, questo partito dichiaratamente
di estrema destra e xenofobo, possa essere equiparata dalla CDU, in una delibera
di incompatibilità, al partito della Linke. La richiesta di maggiore giustizia
sociale, dopo il suo continuo smantellamento, è il compito del momento; quanto
sia urgente lo dimostra non solo uno sguardo alle statistiche sulla disuguale
distribuzione della ricchezza, ma lo si può constatare concretamente a ogni
visita da un medico specialista.
I miei ricordi risalgono fino agli anni Cinquanta. Allora incontrai conservatori
integerrimi che si rimproveravano di aver stretto un patto con il Partito
Nazionalsocialista e di aver creduto, nel 1933, che il governo Hitler fosse
soltanto un fantasma destinato a svanire rapidamente. Non svanì, ma crebbe fino
a diventare l’orrore assoluto del XX secolo.
Ho cominciato questo discorso parlando di una svolta epocale, nel 1792, e sono
arrivato alla politica di oggi, in un luogo particolare della Germania: la
Paulskirche. È questa la patria.
In copertina, fotografia di Bernd Schwabe in Hannover - Wikimedia Commons.
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