Balcani. Passaggio in Bosnia
Balcani. Passaggio in Bosnia
Giampiero Comolli
Anita Romanello Dom, 25/10/2026 - 03:10
Eravamo appena saliti nel nostro alloggio al quarto piano, e subito ci venne
voglia di aprire la finestra: la luce era limpida, l’aria fresca e quieta. Poco
sotto di noi, i grandi alberi del viale Franjo Tudjman nascondevano in parte le
grigie facciate dei modesti palazzi, mentre appena più lontano, già in
periferia, si stagliavano le tettoie azzurre dei capannoni industriali. Poi però
la vista si apriva sulla dolce conca verdeggiante della città di Knin, con le
colline boscose che, fra i canaloni scavati dai torrenti, s’innalzavano adagio
fino alle pareti biancheggianti del vasto monte Dinara. Di là da quello
cominciava la Bosnia. “Oh, ascoltami!” – stava dicendo Gigliola – “Voglio
assolutamente raggiungere la Bosnia! Non possiamo lasciare Knin senza vedere
quel che c’è al di là di quelle montagne!”. Non era nei nostri programmi, ma si
poteva fare: lei aveva ragione.
Knin, in primo piano il viale Tudjman, sulla sfondo il monte Dinara al confine
con la Bosnia. foto di Gigliola Foschi.
Da Knin fino alla frontiera sono appena 35 km: prima di arrivarci abbiamo quindi
tempo per una breve deviazione fino al vicino abitato di Kovačić. Qui infatti ci
sono le sorgenti del magnifico fiume Krka, che poi attraversa tutta la Krajina.
In un paesaggio di rupi e boschi, ecco infatti sgorgare dalla roccia un flusso
abbondante di stupenda acqua smeraldina, accanto al quale si erge giallastra una
parete di travertino, ora asciutta, ma che nella stagione invernale verrà
inondata da un’immane cascata d’acqua, la Slap Krčić. Potremmo percorre da qui
un bel sentiero a piedi, ma noi dobbiamo andare in Bosnia, e riprendiamo quindi
la strada che sale dolcemente in un tranquillo paesaggio agreste di mezza
montagna, con gli orti ben curati e gli umili casolari dei contadini. Lo si
direbbe un mondo permeato di antica pace, se non fosse che, di tanto in tanto,
riappaiono le solite case in rovina, coi tetti sfondati durante la guerra, coi
muri su cui spiccano grandi strisce di vernice bluastra, profuse a piene mani
per cancellare gli slogan e i proclami bellicosi dei serbi ormai sconfitti. Poi
i boschi si fanno via via più fitti, si diradano le abitazioni, compare
d’improvviso il posto di controllo sulla linea di confine. Tutto a posto? Si
direbbe di sì. A parte noi due, nessun altro viaggiatore: doganieri croati e
doganieri bosniaci controllano indifferenti le nostre carte d’identità, ci
lasciano passare senza un commento, siamo in Bosnia. E qui però comincia
l’incertezza, perché, a pensarci bene, in quale Bosnia ci troviamo, visto che ce
ne sono due per non dire tre? Non siamo molto preparati, avremmo dovuto pensarci
prima, ad ogni modo qualche dato essenziale più o meno lo conosciamo, se non
altro per averlo letto prima di partire sull’autorevole Calendario Atlante De
Agostini 2025, che è didascalico, sintetico, preciso e permette almeno di non
smarrirsi subito nel labirinto balcanico. Citiamo, perché si tratta di
informazioni basilari:
«Ordinamento dello Stato di Bosnia ed Erzegovina. Già parte della Repubblica
federativa socialista jugoslava (1945-91), la Bosnia ha dichiarato
l’indipendenza il 9-1-1992. Lo stesso anno è scoppiata una feroce guerra civile
tra i diversi gruppi etnici – i bosgnacchi (bosniaci di fede musulmana), i
croati e i serbi – terminata solo grazie all’intervento delle forze dell’ONU e
della NATO. Il 21-11-1995 l’accordo di Dayton ha sancito l’integrità e la
sovranità della repubblica, seppure divisa in due entità, ciascuna dotata di un
proprio Parlamento e governo: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH,
croato-musulmana, 51% del territorio) e la Repubblica Serba o Srpska (RS, 49%
del territorio). Gruppi etnici: Bosgnacchi 50,1%, Serbi 30,8%, Croati, 15,4%,
altri 3,7%. Popolazione: Federazione della Bosnia ed Erzegovina: 2.150.054.
Republika Srpska: 1.114.819».
Krajina bosniaca. Foto di Gigliola Foschi.
Tutto chiaro? No, mica tanto. Perché, appena superata la frontiera, ci rendiamo
conto di non essere ben sicuri di quale sia la Bosnia in cui abbiamo fatto
ingresso. Con una certa baldanza potremmo sostenere: non siamo entrati nella
Republika Srpska, perché sappiamo che i suoi confini interni corrono un po’ a
semicerchio, lungo tutto il territorio periferico dello Stato bosniaco, mentre
la parte centrale del Paese appartiene alla Federazione della Bosnia ed
Erzegovina. Della Federazione però fanno parte sia bosgnacchi sia croati: due
popolazioni che a loro volta non vivono frammiste fra di loro, ma suddivise in
parti distinte del territorio. Grosso modo, i bosgnacchi si trovano insediati
verso sud-est, con la stupenda, martoriata città di Sarajevo. Mentre i croati se
ne stanno in Erzegovina, più o meno a ridosso del confine con lo Stato croato.
Dunque, se noi veniamo da Knin, dovremmo ora trovarci in Erzegovina. E di
conseguenza – concludiamo abbastanza fiduciosi – il primo insediamento che ci si
farà incontro risulterà abitato da croati cattolici: penoso errore di due
ingenui che non hanno tenuto conto del groviglio balcanico, dove niente è come
appare, i sentieri si biforcano e le vie dritte s’interrompono o finiscono in un
fosso.
Nel frattempo avanziamo con cautela lungo una strada che serpeggia entro un
paesaggio montuoso e boscoso, di proporzioni sempre più estese, immerso in un
silenzio e una solitudine che a poco a poco finiscono per suscitare un senso
d’inquietudine. Abbiamo fatto ingresso nella Bosanska Krajina, cioè nella
Krajina bosniaca, così diversa dalla Krajina croata, col suo altopiano piatto e
frastagliato di rovi e contorti arbusti. Qui invece, a perdita d’occhio, ripidi
dossi e fitte foreste, un’altra metamorfosi dell’impressionante, selvaggia
grandiosità balcanica. Dapprima vediamo monti scoscesi, interrotti da profonde
vallate ricoperte di fitta boscaglia, con il piatto altopiano della Krajina
croata che ancora s’intravede in lontananza, fra le brume. Poi però la scena
cambia: a questi dirupi silvestri fa seguito infatti un vasto pianoro ondulato,
dove i prati e i boschi si alternano armoniosi, come in una romantica sinfonia
pastorale. Solo che non vediamo case, malghe, alpeggi; mancano le pecore, le
mucche e i fienili. Di più: non c’è anima viva, nessun essere umano da nessuna
parte. Una wilderness sterminata, stupenda, neanche fossimo finiti nell’Oregon o
nel Montana. Mi verrebbe voglia di scendere da cavallo, accendere un falò,
posare sull’erba il cappello da cowboy, e cantare Red River Valley oppure Home
on the Range, come fantasticavo di fare da bambino. Ma basta un interrogativo
inquietante per dissolvere subito tale infantile fantasticheria: dove sono
andati tutti? Perché qui non si vede nessuno di nessuno?
Monti della Krajina bosniaca. Sullo sfondo l'altopiano della Krajina croata.
Foto di Gigliola Foschi.
Eppure, a ben vedere, permangono i segni sparuti della presenza umana: molti
prati sono stati falciati, un sentiero incerto s’intravede, ed ecco laggiù un
esile palo della luce. Alcuni abitanti dunque devono aggirarsi nei dintorni, sia
pure in numero ridotto. Il fatto è che forse, malgrado le magnifiche apparenze,
non ci troviamo di fronte a un disabitato paesaggio naturale, bensì a un
territorio spopolato, devastato dalla guerra, e che evidentemente non si è
ancora ripreso, malgrado siano passati tre decenni dalla fine del conflitto. Se
non si scorge nessuno al lavoro fra i campi, è perché in tanti se ne sono
fuggiti, essendo rimasti privi di risorse. Oppure sono stati uccisi. Chi è
rimasto non è un pioniere avventuroso, ma un tragico superstite. Tale cruda
constatazione fa emergere in noi un profondo turbamento: ci sarebbe piaciuto,
certo, inoltrarci fra questi splendidi campi solitari, ma poi? E se saltiamo su
una mina inesplosa? E se veniamo sbranati da un branco di lupi che si aggirano
famelici in una simile landa abbandonata? O se ci imbattiamo in una banda di
tagliagole? Fantasie eccessive, certo, ma sufficienti per spegnere la voglia di
avanzare spensierati in una contrada dove, oltretutto, non si trovano
indicazioni di percorsi a piedi, né una malga lontana quale meta da raggiungere.
Facciamo fatica a decifrare i segni di un territorio per noi troppo sconosciuto,
e che per di più ci si mostra anche tramite altre sgradevolissime rimanenze.
Ai nostri piedi infatti, in tutti gli slarghi dove ci fermiamo, dobbiamo
scavalcare cumuli di immondizie fatiscenti: sacchi di plastica colmi di rifiuti
organici, schegge di vetro, bottiglie infrante, mucchi di carta straccia,
rottami di lavandini… Come se da queste parti non esistesse alcun servizio di
nettezza urbana, e gli abitanti dei villaggi, anche se pochi, per non
intossicarsi coi loro stessi avanzi puzzolenti, fossero costretti a salire in
macchina e abbandonare la spazzatura ai bordi della strada. Ci troviamo dunque
in uno “Stato fallito”, in un “Paese malato”? O siamo noi che non capiamo bene
cos’è successo qui, e come funzionano oggi le cose in Bosnia? Nell’incertezza
abbandoniamo l’idea di una passeggiata nei boschi, e decidiamo di proseguire
almeno fino al prossimo villaggio. Ancora qualche curva, compaiono addirittura
una o due automobili, i boschi si diradano, ecco un pianoro con case sparse. Un
cartello annuncia: BOSANSKO GRAHOVO. Vediamo i primi edifici, i primi cartelli
con alcune scritte: sono tutte in alfabeto cirillico. Altro che croati
cattolici! Siamo entrati in un paese abitato da serbi.
Chioschi dismessi sulla strada principale di Bosansko Grahovo. Foto di Gigliola
Foschi.
Ed ecco, infatti, su una collinetta verdeggiante, proprio all’ingresso del
paese, una piccola, ben curata chiesa ortodossa. Parcheggiamo, poi cominciamo a
percorrere a piedi la via centrale, e il senso di desolazione ci prende subito
alla gola. Poche persone che vagolano qua e là come ombre; fatiscenti chioschi
di bibite o gelati, con le serrande sgretolate, chiusi evidentemente da anni e
anni; un edificio pubblico (forse una scuola, forse un dopolavoro) coi
calcinacci di fronte all’ingresso sprangato, l’erba che cresce selvaggia sul
marciapiede antistante… Ma almeno un caffè aperto, almeno qualche casa coi panni
stesi alla finestra. Avanza a fatica, nella mia direzione, una signora anziana
poggiata a una stampella: la saluto toccandomi il berretto stropicciato. Lei mi
ricambia con un sorriso attonito, l’occhio sbalordito, neanche fossi
un’apparizione, un cavaliere del Seicento che le fa un inchino togliendosi il
cappello piumato…
Torniamo indietro: ai piedi della collinetta dove sorge la chiesa, ci
soffermiamo di fronte a un monumento commemorativo, sormontato da tre grandi
croci ortodosse e con due bandiere ai lati. Nel nostro breve giro, è questo
l’unico manufatto lucido e ben curato in cui ci siamo imbattuti. Su un lastrone
di marmo nero, il memoriale riporta scolpiti in bianco i nomi dei serbi di
Bosansko Grahovo, caduti fra il 1992 e il 1995, durante la guerra coi croati.
Provo a contarli: sono circa 180 morti, un numero esorbitante, orripilante, per
una cittadina tanto piccola. Guardo le date, con gli anni di nascita e di morte:
il combattente più anziano era del 1930 ed è caduto nel 1994, a 64 anni; il più
giovane era venuto in questo nostro mondo nel 1974 e se n’è volato via nel 1995,
a 21 anni. Riesco con un po’ di fatica a trascrivere dall’alfabeto cirillico i
loro nomi: Djuran Ilija, il primo, e Djuran Miladin, il secondo. Che fossero
padre e figlio? Quale pena! Sostiamo ancora un poco di fronte a questo
lacrimevole inventario di poveri caduti. O forse no, per rispetto nei loro
confronti non dovrei esprimermi così, visto che il fiammeggiante memoriale,
guarnito di vessilli e stemmi, intende piuttosto celebrare uno ad uno gli eroici
guerrieri che hanno offerto la loro vita per la gloria imperitura della Serbia.
E noi invece? Qual è il messaggio che questi ignoti morti vorrebbero offrire
proprio a noi? Me lo chiedo mentre saliamo in macchina, rifacciamo la strada di
prima, torniamo in Croazia.
Edificio pubblico in rovina sulla strada principale di Bosansko Grahovo. Foto di
Gigliola Foschi.
Ma qualche giorno dopo, una volta tornato a casa, vado a consultare alcuni libri
e soprattutto il sito web dell’importante centro di ricerche Osservatorio
Balcani e Caucaso: un “think tank” (così si autodefinisce) che si occupa di
trasformazioni sociali, politiche e culturali del Sud-est Europa, oltre che
della Turchia e del Caucaso. E cosa scopro? Che il comune di Bosansko Grahovo –
situato nel Cantone 10 della Federazione di Bosnia ed Erzegovina – ha subito un
drammatico calo demografico in seguito ai tragici eventi della guerra. Nel 1991
infatti si contavano qui 8300 abitanti, mentre oggi la popolazione residente è
crollata a meno di 2000 persone, oltretutto con grave tendenza
all’invecchiamento. Per mancanza di investimenti pubblici, oggi l’economia
locale si basa solo su un’agricoltura di sussistenza e sullo sfruttamento
forestale, mentre la maggior parte dei giovani è emigrata all’estero o verso
città più grandi. Per quanto qui ci si trovi nell’Erzegovina croata, a Bosansko
Grahovo e nei territori limitrofi sono presenti da secoli insediamenti serbi che
proprio nella nostra cittadina raggiungono il 90% della popolazione.
Ma che successe da queste parti durante la guerra? Dopo oltre tre anni di
conflitti feroci, il 26 luglio del 1995, dunque pochi giorni prima
dell’Operazione Tempesta, le forze croate lanciarono una potente offensiva
contro il territorio di Bosansko Grahovo e lo conquistarono in pochi giorni,
costringendo l’esercito serbo a una rovinosa ritirata, cui si aggiunsero a
migliaia i fuggiaschi civili, atterriti da una paventata vendetta dei croati. Ma
la caduta di Bosansko Grahovo interruppe pure lo strategico collegamento fra la
Repubblica Serba di Krajina e i territori serbi della Bosnia sudoccidentale, che
rifornivano Knin di aiuti militari. E in questo modo permisero, ai primi di
agosto, il repentino tracollo dell’intera Repubblica Serba di Krajina.
Il monumento dei caduti serbi di Bosansko Grahovo vuole dunque ricordare tutti i
soldati della cittadina, che combatterono negli anni di guerra, fra il 1992 e il
1995, e che caddero non solo a Bosansko Grahovo ma anche in altre parti della
Bosnia. Il memoriale è onorato, sul lato sinistro, dalla bandiera nazionale
della Serbia e, su quello di destra, dal vessillo delle Forze Armate Serbe. Su
entrambi i drappi spicca l’aquila bicipite dell’Impero Bizantino, a sottolineare
l’ininterrotta continuità della nazione serba, che trova le sue radici nel
cristianesimo ortodosso. Entrambe le bandiere riportano quattro lettere disposte
a coppie speculari, graficamente identiche a una C latina ma corrispondenti in
cirillico a una S. Tali lettere vogliono ricordare il motto su cui si fonda
l’identità nazionale: Samo Sloga Srbina Sasava: “Solo l’unità salva i serbi”. Ed
eccola, appunto, questa “unità”, plasticamente visibile e proclamata a Bosansko
Grahovo: siamo in Erzegovina, ricordiamocelo, ma le bandiere appartengono a un
altro Stato, la Repubblica di Serbia, la quale di conseguenza vuole manifestare
anche qui la propria irrinunciabile presenza. Ma come mai ho voluto dilungarmi
su un memoriale di tal fatta? Perché esso mi pare comunicare due messaggi
compresenti e tuttavia contrapposti l’uno all’altro. Da una parte infatti questo
monumento vorrebbe dirci: “La tragedia della guerra è ormai passata, la
ricordiamo certo con rispetto, ma noi non vogliamo che faccia più ritorno”. E al
tempo stesso però vibra con enfasi anche il monito antitetico: “La guerra c’è
sempre stata e sempre tornerà; presto o tardi sarà di nuovo qui; e noi dobbiamo
tenerci pronti e uniti per rispondere alla sua ineluttabile chiamata”. Due
messaggi tragicamente inconciliabili che – si badi bene – non riguardano solo i
serbi ma anche tutti noi.
Memoriale dei caduti serbi di Bosansko Grahovo tra il 1992 e il 1995. Foto di
Gigliola Foschi.
Intanto noi due, pensosi e silenziosi, ce ne stavamo tornando verso Knin. Ed
ecco che, appena superata la frontiera, Gigliola esclama: “Ma senti, non
possiamo concludere così il nostro viaggio nei Balcani! Prima di tornare in
città, voglio assolutamente vedere i Laghi Variopinti!”. Naturalmente il mio
“nume tutelare” ha ragione un’altra volta. A pochi chilometri da Knin deviamo
così verso il villaggio di Biskupija, vicino al quale si trovano gli Šarena
Jezera, cioè appunto i Laghi Variopinti. Li troviamo subito. Proprio accanto
alla strada asfaltata, in un piatto paesaggio di canneti, contornato da morbide
colline verdi, ci si fanno incontro due o tre ampie, quiete pozze d’acqua
smagliante, con le bianche nuvole del cielo azzurro che sontuose si rispecchiano
nell’azzurro dei laghi. È tutto un tripudio di colori luccicanti che sembra
voler cancellare in un istante l’oppressione dei tanti anni di guerra, per
innalzarci verso la perfezione di un paradiso terrestre, stillante d’acqua. “Oh,
come amo la Croazia!” – sospira il mio nume tutelare – “Dobbiamo assolutamente
tornare qui!”. E una volta di più io concordo con lei.
In copertina, I Laghi Variopinti nei pressi di Knin. Foto di Gigliola Foschi.
Leggi anche:
Giampiero Comolli | Balcani. Nella Krajina croata
Giampiero Comolli | Balcani. Operazione Tempesta
Geografie