Source - ReCommon

Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al TAR del Lazio contro il decreto del Ministero dell’Ambiente per la compatibilità ambientale del progetto “CCS Pianura Padana”di Snam Rete Gas
Roma, 20 maggio 2026 – Il mega progetto di Eni e Snam per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio nell’Alto Adriatico della CO₂ presenta delle criticità molto serie; per questo Greenpeace Italia e ReCommon hanno presentato un ricorso al TAR Lazio-Roma per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del 30 gennaio scorso di valutazione positiva di impatto ambientale relativa al progetto di sviluppo delle infrastrutture del “CCS Pianura Padana” presentato da Snam, contestando in particolare il frazionamento dell’opera, attuato approfittando di un iter autorizzativo più “agile”. Il tutto con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico.  “CCS Pianura Padana” consiste nei primi cento chilometri di infrastrutture e gasdotti su terra per il potenziamento del già avviato progetto “Ravenna CCS”, a sua volta pietra angolare del “CCS Integrato Callisto”, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi a largo di Ravenna, e sviluppare la rete delle infrastrutture necessarie a costruire un mercato della CO₂ nel Mediterraneo. Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna CCS, che comprende sia le infrastrutture su terra del CCS Pianura Padana che quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO2. > Un futuro per niente remoto I motivi del ricorso al TAR partono dalla scelta, secondo Greenpeace Italia e ReCommon illegittima, di frazionare un progetto unico iniziando la fase pilota dello stoccaggio in mare senza una valutazione complessiva di impatto ambientale dell’intero intervento. L’unica parte sottoposta finora a un’effettiva valutazione di impatto ambientale è quella relativa alle infrastrutture su terra ferma, denominata per l’appunto CCS Pianura Padana. Ma è evidente l’interdipendenza della parte in mare e di quella su terra dello stesso grande progetto, compresa la Fase 2 e il suo futuro sviluppo internazionale che gli ha garantito lo status di “Progetto di Interesse Comune” della Commissione europea. Nella fase industriale 2, che verrà presumibilmente avviata nel 2027, il progetto prevede di trasportare e stoccare nei giacimenti a largo di Ravenna anche una parte della CO₂ emessa dagli impianti industriali francesi di Fos, Etang de Berre e della valle del Rodano, che verrebbe trasportata su nave e/o camion. Un progetto avveniristico, con un computo energetico importante, che non viene per niente considerato nella valutazione di impatto ambientale ministeriale, e la cui analisi costi e benefici richiesta da ReCommon alla Commissione europea non è stata tuttora divulgata pubblicamente. Greenpeace Italia e ReCommon hanno partecipato alle fasi di consultazione pubblica nell’ambito del procedimento di valutazione ambientale del progetto CCS Pianura Padana. Fra il settembre del 2024 e l’aprile del 2025, hanno presentato varie osservazioni e contro-osservazioni, buona parte delle quali non hanno trovato risposte adeguate da parte della società proponente. La procedura rientrava nell’ambito del  PNRR-PNIEC, ed era quella accelerata applicata a progetti definiti di “sicurezza energetica”, con tempi dimezzati per la consultazione pubblica.  Greenpeace Italia e ReCommon hanno riscontrato delle carenze della valutazione di incidenza (VINCA), in particolare rispetto agli impatti sulle 12 zone protette che dovrebbero essere direttamente o indirettamente impattate dal progetto Pianura Padana CCS. «Dalla documentazione del progetto emergono, a nostro avviso, criticità che non sono state adeguatamente approfondite prima del rilascio della VIA in termini di sicurezza, ambiente ed impatto sulle aree protette. Per questo le associazioni hanno deciso di rivolgersi al TAR. Se tali carenze istruttorie saranno accertate dal giudice amministrativo, verrebbero confermati anche i timori sui rischi di significativi impatti che il progetto CCS Pianura Padana potrebbe comportare, senza sufficienti garanzie sulla sua sostenibilità nel lungo periodo», hanno commentato gli avvocati Luca Maria Brigida e Matteo Ceruti, legali delle associazioni ricorrenti. «Inoltre nel ricorso sono state evidenziate delle carenze nella valutazione dell’incidenza reale della sismicità, della liquefazione dei terreni e degli impatti della subsidenza e delle alluvioni che sempre di più stanno colpendo la regione Emilia Romagna» hanno aggiunto gli avvocati. «Ma quale sicurezza energetica! Questo progetto punta ad allungare la vita di infrastrutture fossili e addirittura costruirne di nuove, dietro la falsa promessa di una cattura “permanente” della CO₂ tutta da provare. Questo si aggiunge alle criticità importanti che abbiamo rilevato non solo sulla costruzione ma anche sul funzionamento e il mantenimento del progetto, che potrebbero generare costi sociali, ambientali ed economico-finanziari per le casse dello Stato nell’ordine di decine di miliardi» ha affermato Elena Gerebizza di ReCommon. «Il CCS Pianura Padana rischia di diventare un buco nero per le finanze pubbliche, favorendo l’accelerazione dei cambiamenti climatici invece di ridurla»  ha concluso Gerebizza. «La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa si costruisce accelerando una vera transizione verso le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’elettrificazione, non investendo miliardi in false soluzioni come la cattura e lo stoccaggio della CO₂. Per Greenpeace il CCS è soprattutto un modo per le industrie fossili di buttare fumo negli occhi all’opinione pubblica: promettere di catturare le emissioni domani per continuare oggi a garantirsi profitti da petrolio e gas e rallentare la transizione energetica di cui abbiamo urgente bisogno», ha dichiarato Simona Abbate, campaigner energia e clima di Greenpeace Italia. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7]
May 20, 2026
ReCommon
Finanziamenti fossili, l’Italia parla turco
Pubblicato su Il Manifesto, 14/05/26 C’è un filo rosso che unisce la guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, «la più grande scoperta di gas nel Mar Nero» e gli interessi italiani: si chiama «sicurezza energetica». NELL’ESTATE DEL 2020, la Turchia annunciò un’importante scoperta di gas nel Mar Nero, al largo della costa di Zonguldak: il Sakarya Gas Field, con riserve pari a 710 miliardi di metri cubi. Sulla carta, una vera e propria manna dal cielo per un Paese avido di risorse energetiche, in buona parte importate dall’estero. Sakarya incarna ogni ambizione autarchica della Turchia, a partire da quella di affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo, fino a presentarsi sul mercato globale come potenziale esportatore. DAI POZZI SOTTOMARINI, IL GAS ARRIVA sulla terraferma all’impianto di Filyos attraverso un gasdotto di circa 170 chilometri posato a 2.200 metri di profondità. Il trasporto e l’installazione dell’infrastruttura è in capo a Saipem, principale società ingegneristica italiana nel settore petrolio & gas, i cui azionisti di riferimento sono Eni e Cassa Depositi e Prestiti. MA SAIPEM NON È L’UNICA ENTITÀ ITALIANA impegnata a sostenere il settore del gas turco. A maggio 2023 Sace, l’agenzia italiana di credito all’esportazione, rilasciò una garanzia sui prestiti per la prima fase del progetto del valore di 243 milioni di dollari, proprio per facilitare l’operatività di Saipem. A dicembre 2024, l’agenzia concesse una seconda garanzia da circa 660 milioni di euro per la fase due e ora sembrerebbe pronta a procedere con una terza tranche di sostegno, come riportato sul suo sito istituzionale. Per comprendere meglio come opera Sace, va evidenziato come sia controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e lavora attraverso il cosiddetto «derisking dell’investimento»: un’assicurazione pubblica che rimborsa aziende o banche finanziatrici in caso di fallimento del progetto. In entrambi i casi, l’intervento avviene con soldi pubblici. Lo stato italiano sta quindi aiutando la Turchia a sviluppare il suo settore energetico attraverso l’impegno di denaro pubblico, per di più in un momento di grande incertezza dovuta dalle crisi energetica in corso. E non tutto sembra procedere per il verso giusto. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7] SE NELL’APRILE DEL 2023, poco prima delle elezioni presidenziali, il già presidente Recep Tayyip Erdogan inaugurò in pompa magna l’arrivo dei primi metri cubi a Filyos, enfatizzando la velocità di realizzazione del progetto e riservando stoccate a giganti come Shell e BP che avevano fallito i precedenti round esplorativi, in seguito le cose non sono andate secondo i piani. GIÀ NEL 2024 ANKARA AVEVA RIVISTO al ribasso l’impatto della seconda fase di Sakarya, posticipando al 2026 l’obiettivo di 20 di milioni di metri cubi (mmc) giornalieri. Tuttavia, secondo i dati aggiornati a febbraio 2026 dell’Autorità di regolazione energetica, si evince che nel 2025 la media giornaliera si è fermata a 7,7 mmc, salendo appena a 8,2 nei primi due mesi di quest’anno. Il progetto non solo è in ritardo sulla seconda fase, ma non soddisfa nemmeno le stime della prima (10 mmc al giorno), ufficialmente conclusa. Inoltre, l’Italia non ha beneficiato di un solo metro cubo di gas estratto al largo delle coste turche, e mai lo farà. NONOSTANTE CIÒ, COME GIÀ ACCENNATO, Sace potrebbe rilasciare a breve una terza garanzia per agevolare ulteriormente Saipem. Un’operazione che da un lato si inserisce nel solco della relazione speciale tra Sace e il settore fossile, e dall’altro è in aperto contrasto con quanto la stessa agenzia e il governo avevano promesso alla COP26 di Glasgow, in Scozia, a novembre 2021. A quel vertice l’Italia si era impegnata a cessare il sostegno pubblico ai combustibili fossili entro la fine del 2022, firmando la Clean Energy Transition Partnership, meglio conosciuta come Dichiarazione di Glasgow. La policy climatica di Sace scaturita da quell’impegno è però così debole da fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto al mondo. Il supporto alla terza fase di Sakarya violerebbe persino questa debole policy, che esclude garanzie per esplorazione e produzione di gas dal 1 gennaio 2026. Per quanto esistano clausole di eccezione per quei progetti orientati al rafforzamento della sicurezza energetica italiana, i numeri di Sakarya non bastano neppure per quella turca. NON È SOLO UNA QUESTIONE CLIMATICA e ambientale, ma di gestione delle risorse pubbliche. Un progetto che rende meno delle aspettative aumenta il rischio di insolvenza delle società coinvolte. La crisi energetica derivante dalla guerra all’Iran rischia poi di aumentare la dipendenza italiana dalle fonti fossili, con pesanti impatti economici sulle fasce più vulnerabili della popolazione. Tuttavia, dietro il mantra della sicurezza energetica sembrano materializzarsi anche operazioni che niente hanno a che fare con l’effettivo fabbisogno di gas, quanto con il vantaggio per le tasche delle multinazionali. Alcune rese possibili da enti pubblici come Sace.
May 14, 2026
ReCommon
SACE pronta a finanziare il progetto gasiero di ENI Coral North FLNG in Mozambico. ReCommon: «Soldi pubblici per l’ennesimo progetto fossile, per giunta macchiato da un potenziale conflitto di interesse»
Roma, 13 maggio 2026 – ReCommon denuncia il potenziale conflitto d’interesse all’interno dell’assicuratore pubblico italiano SACE, pronto a finanziare il progetto Coral North FLNG di ENI in Mozambico sebbene nel suo consiglio d’amministrazione sia presente anche un membro del CdA del Cane a sei zampe, Cristina Sgubin, appena confermata dall’assemblea degli azionisti svoltasi a porte chiuse lo scorso 6 maggio.  L’agenzia di credito all’export italiana negli ultimi giorni ha comunicato sul suo sito di aver ricevuto «domanda di copertura assicurativa per il progetto Coral North  Development, che riguarda la realizzazione e l’esercizio di un impianto galleggiante per il trattamento, la liquefazione, lo stoccaggio e l’esportazione di gas naturale (Floating Liquefied Natural Gas – FLNG)». La piattaforma galleggiante sorgerebbe al largo delle coste di Cabo Delgado, la provincia più settentrionale del Mozambico. La zona è teatro da più di nove anni di un conflitto armato fra l’esercito di Maputo e insorti che si dichiarano affiliati allo Stato islamico.  L’infrastruttura è di fatto la copia di Coral South FLNG, che è invece attiva ed esporta gas fossile (GNL) da novembre 2022. Le due piattaforme, qualora anche la seconda vedesse la luce, finirebbero per distare solo 10 chilometri l’una dall’altra. In merito a Coral South FLNG, nel marzo 2025 ReCommon aveva rivelato nel suo rapporto “Fiamme Nascoste” che l’impianto era stato protagonista di numerosi fenomeni di flaring dall’inizio della sua attività nel 2022. Il tutto si evinceva dall’analisi dei dati pubblici e delle immagini satellitari esaminati dall’associazione e dai suoi consulenti, dati non adeguatamente riportati dalla compagnia petrolifera. Le analisi alimentano anche il sospetto che le immagini della piattaforma sul sito istituzionale di Eni possano essere state ritoccate per rimuovere le fiamme associate al flaring e conferire una veste “più green”.  Sempre a proposito di conflitto di interesse, la puntata della trasmissione della RAI Report dello scorso 10 maggio ha rivelato come l’operazione per l’acquisto da parte del Gruppo San Donato di una parte della sanità polacca, per un esborso di 600 milioni di euro, fosse segnata da una forte anomalia: era stata garantita dalla SACE, nonostante il Vice-presidente fosse all’epoca Ettore Sequi, figura apicale della fondazione che fa capo a Kamel Ghribi, “timoniere” proprio del Gruppo San Donato. Va inoltre ricordato che lo scorso marzo esperti delle Nazioni Unite hanno fortemente criticato il sostegno finanziario di 150 milioni di dollari accordato al progetto Coral North FLNG dalla Banca africana di sviluppo, rimarcando che l’opera «rischia di aggravare le violazioni dei diritti  umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già  scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie  rinnovabili». Gli esperti hanno espresso la loro convinzione che l’opera possa esacerbare indirettamente le tensioni causate dal  settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. «Da tre anni SACE e il governo continuano a farsi gioco degli impegni internazionali, impegnando in questo lasso di tempo 3,97 miliardi di euro di soldi pubblici per progetti fossili che niente hanno a che fare con la sicurezza energetica italiana» ha commentato Simone Ogno di ReCommon. «Si fa sempre più forte il sospetto che l’operatività della principale agenzia pubblica italiana sia orientata alla sola tutela del profitto delle multinazionali, a scapito dei bisogni della collettività. È arrivato il momento che il Parlamento ponga fine a questo scempio» ha concluso Ogno.
May 13, 2026
ReCommon
Diffida con richiesta di rettifica di ENI e chiarimenti di ReCommon in merito al post pubblicato su Instagram in data 28 Aprile 2026
In data 30 aprile 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida per responsabilità civile da diffamazione continuata e incitamento all’odio” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A., relativamente alla pubblicazione, in data 28 aprile 2026,  di un post in collaborazione con BDS Italia, Ultima Generazione, Extinction Rebellion Italia, Un Ponte Per sull’account Instagram di ReCommon, relativo alla sponsorizzazione di ENI (Plenitude) del concerto del Primo Maggio di Roma. Secondo ENI “tali affermazioni hanno causato e continuano a causare ingiusto danno alla reputazione della scrivente e, ancor più gravemente alimentano un clima di odio e ostilità verso ENI, e i suoi dipendenti, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie”. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): Premesse 1. I PRECEDENTI: DIFFIDA DEL 13 GENNAIO 2026 E LA MEDIAZIONE FALLITA+ [ENI] In data 13 gennaio 2026, ENI ha inviato a ReCommon ETS e alla Signora Eva Pastorelli una prima diffida stragiudiziale per le dichiarazioni false e diffamatorie rese da quest’ultima durante la trasmissione “Report” del 14 dicembre 2025 e negli articoli pubblicati sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 e 5 febbraio 2026. La mancata risposta a tale diffida ha comportato l’avvio di un procedimento di mediazione che si è concluso con esito negativo, non essendo stato possibile raggiungere alcun accordo di conciliazione per il rifiuto di ReCommon di rettificare le sue dichiarazioni. ReCommon ETS, durante e dopo la mediazione, ha continuato a diffondere le medesime falsità attraverso i propri canali social, strumentalizzando il procedimento stesso e accusando pubblicamente ENI di volerla mettere a tacere con l’ennesima SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), alimentando ulteriormente il clima di ostilità verso l’azienda. ReCommon ha sostenuto che ENI avrebbe chiesto un risarcimento di ottocentomila euro al fine di indurre artatamente in errore i suoi sostenitori. In realtà ENI ha chiesto la rimozione e/o la rettifica delle dichiarazioni non corrette, mentre l’indicazione di ottocentomila euro, riportata nella comunicazione di ReCommon, è relativa ad un valore che deve essere necessariamente indicato a fini procedurali, in merito all’ammontare di un possibile danno causato dalla comunicazione diffamatoria. La domanda di ENI a ReCommon era invece quella di astenersi dalla diffusione di ulteriori dichiarazioni diffamatorie e la rimozione dai suoi profili social di tali contenuti in merito al tema delle licenze per l’esplorazione di gas al largo delle coste israeliane. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon sulla diffida del 22 gennaio 2026 e la mediazione rifiutata Innanzitutto si precisa che la data di ricezione della prima diffida è il 22 gennaio 2026, e non il 13 gennaio 2026, come erroneamente riportato da ENI. Poi, non è corretto affermare che non ci sia stata una risposta alla diffida da parte di ReCommon, quando il testo integrale di questa e le risposte dell’Associazione sono state pubblicate nella sezione “Notizie” del sito di ReCommon, a questo link, dopo aver notiziato la stessa ENI. Piuttosto sarebbe più appropriato affermare che ENI, non soddisfatta della risposta, abbia proceduto a citare Eva Pastorelli e ReCommon a un procedimento di mediazione che si è concluso con esito negativo per il rifiuto di ReCommon di rettificare le sue dichiarazioni, perché le contestazioni dell’azienda non hanno fondamento e quella di ENI è l’ennesima azione legale strumentale nei confronti dell’associazione. In merito alla comunicazione durante e dopo il processo di mediazione, posto che in Italia vi è ancora la libertà di espressione e informazione e che non può essere certo ENI a definire quando ReCommon possa esercitare questo diritto costituzionale – nonostante l’azienda abbia deciso, a cadenza ormai quasi regolare, di diffidare l’Associazione ogniqualvolta la stessa esercita o intenda esercitare questa facoltà – si respinge al mittente qualsiasi accusa di condotta lesiva o di strumentalizzazione del procedimento. In particolare, in merito alla comunicazione sulla lite temeraria si fa notare che ReCommon ha correttamente riportato che 800.000 euro era il “valore della controversia” stimato da ENI. È inoltre paradossale affermare che sia l’azienda che avvia una strategia di pressione legale nei nostri confronti a sentirsi attaccata e ad accusare un clima ostile; tra l’altro senza addurre alcuna evidenza di tale affermazione, questa sì con possibili margini diffamatori. -------------------------------------------------------------------------------- 2. LE NUOVE PUBBLICAZIONI DIFFAMATORIE DEL 28 APRILE 2026+ [ENI] In data 28 Aprile 2026, in occasione delle manifestazioni del Concerto del Primo Maggio, ReCommon ETS ha pubblicato sul proprio profilo Instagram ufficiale un post contenente nuove affermazioni false e gravemente diffamatorie nei confronti di ENI, con l’intento dichiarato di opporsi alla sponsorizzazione da parte di ENI Plenitude delle manifestazioni del Primo Maggio. Il post, visibile nella documentazione allegata, contiene le seguenti affermazioni: “IL CONCERTO DEL PRIMO MAGGIO SPONSORIZZATO DA PLENITUDE” “NO, NON CI STIAMO” “RITENIAMO INACCETTABILE ASSOCIARE QUESTO MOMENTO AD UN’AZIENDA COME ENI:” * “COINVOLTA, SECONDO DIVERSE DENUNCE, IN ATTIVITÀ CHE POTREBBERO ESSERE CONNESSE AL CONTESTO DI GUERRA E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI” * “LEGATA A SOCIETÀ INSERITE NELLA LISTA ONU DELLE IMPRESE COMPLICI DEL REGIME ISRAELIANO DI OCCUPAZIONE, APARTHEID E GENOCIDIO” * “ANCORA FORTEMENTE BASATA SU UN MODELLO FOSSILE, INCOMPATIBILE CON UNA GIUSTA TRANSIZIONE CLIMATICA” rilevato che 1. Falsità e manipolazione strumentale delle notizie Le affermazioni contenute nel post pubblicato da ReCommon sul suo profilo Instagram sono palesemente false e prive di fondamento fattuale e prendono artatamente spunto dalla sponsorizzazione dell’evento del Concerto del primo maggio da parte della Società ENI Plenitude per reiterare la diffusione di notizie gravemente lesive della reputazione della Società ENI S.p.A. In particolare: a) presunto coinvolgimento in attività connesse al contesto di guerra e violazioni dei diritti umani L’affermazione secondo cui ENI sarebbe “coinvolta, secondo diverse denunce, in attività che potrebbero essere connesse al contesto di guerra e violazioni dei diritti umani” è falsa e fuorviante. L’utilizzo di formule dubitative (“secondo diverse denunce”, “potrebbero essere connesse“) non esclude la natura diffamatoria delle affermazioni, quando esse siano insinuanti e suggestive, idonee a ingenerare nel lettore il convincimento dell’effettiva rispondenza a verità del fatto adombrato. Come ha chiarito la giurisprudenza, “le espressioni dubitative o interrogative possono integrare il reato di diffamazione quando, pur formulate in termini ipotetici, risultino insinuanti e suggestive, idonee a ingenerare nel lettore il convincimento dell’effettiva rispondenza a verità del fatto adombrato” (Cassazione penale Sez. V sentenza n. 26136 del 3 Luglio 2024). -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon sulla presunta falsità e manipolazione strumentale delle notizie ENI risulta destinataria, sulla base di denunce formali presentate da organismi internazionali, organizzazioni non governative accreditate e autorità giudiziarie di diversi Stati, di contestazioni relative al proprio operato in contesti caratterizzati da conflitti armati e da accertate violazioni dei diritti umani fondamentali. Tali contestazioni — alcune delle quali hanno dato origine a procedimenti giudiziari conclusisi con esiti diversi, altre oggetto di rapporti ufficiali di organi delle Nazioni Unite, altre ancora in fase di documentazione da parte di soggetti terzi qualificati — riguarderebbero, in particolare, la conduzione di attività estrattive in zone di conflitto armato attivo, l’intrattenimento di rapporti commerciali con soggetti successivamente identificati come responsabili di gravi abusi, e la realizzazione di operazioni in contesti in cui le autorità locali sono state ritenute, da organismi internazionali competenti, responsabili di sistematiche violazioni dei diritti umani. Si precisa che le suddette contestazioni non implicano, di per sé, l’accertamento di responsabilità penali o civili in capo alla società, salvo quanto già definitivamente statuito nelle sedi giudiziarie competenti. Ciononostante è assolutamente lecito che il pubblico possa dubitare dell’eticità di tali comportamenti tenuti dall’azienda, seppure in rispetto della legge. A titolo esemplificativo e non esaustivo: – Mozambico: forti preoccupazioni espresse dagli esperti delle Nazioni Unite in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno del progetto di ENI Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno affermato gli esperti, che si sono detti anche convinti che Coral North possa esacerbare le tensioni causate dal settore del gas nella provincia di Cabo Delgado. E ancora, «Le istituzioni finanziarie e le imprese hanno la responsabilità, ai sensi dei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, di identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio agli impatti sui diritti umani legati alle loro attività e relazioni commerciali» hanno dichiarato gli esperti. – Egitto: ENI intrattiene rapporti commerciali strategici con il governo di al-Sisi che, come documentato negli anni da Human Rights Watch, Amnesty International, lo U.S Department of State, EuroMed Rights, pratica una repressione sistematica e istituzionalizzata dei diritti fondamentali. Le autorità ricorrono abitualmente a detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate, tortura e isolamento dei prigionieri, con totale impunità per i responsabili. I prigionieri politici sono i più numerosi dell’intera regione mediorientale: giornalisti, avvocati, attivisti e oppositori vengono arrestati con accuse generiche di terrorismo o “diffusione di notizie false”. –Israele: comunicazione ufficiale ONU (rif. AL OTH 149/2025), firmata da Francesca Albanese (Relatrice Speciale per i territori palestinesi occupati) e da Pichamon Yeophantong (Presidente del Gruppo di Lavoro ONU su imprese e diritti umani), e indirizzata personalmente all’amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi. Nella lettera sono esplicitati i rischi per ENI di violare il diritto internazionale attraverso licenze esplorative in acque palestinesi occupate, la fornitura di greggio all’esercito israeliano e i legami con il gruppo Delek (presente nel database OHCHR per attività legate agli insediamenti illegali nei territori occupati). – Libia. ENI opera attraverso la joint venture Mellitah Oil & Gas (50% ENI, 50% NOC), in un contesto dove le milizie controllano le infrastrutture energetiche e il traffico di esseri umani. Nel 2018 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha sanzionato sei presunti trafficanti di esseri umani e contrabbandieri operanti in Libia: tra questi risulta Ahmad Oumar al-Dabbashi, detto “Al Ammu”, comandante della brigata “Anas al-Dabbashi”. Lui e i suoi uomini si sarebbero occupati della sicurezza del compound di Mellitah — la joint venture ENI-NOC — traendo profitti consistenti da quell’attività. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] b) presunta “complicità” con il “regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio” L’affermazione secondo cui ENI sarebbe “legata a società inserite nella lista ONU delle imprese complici del regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio” costituisce un’incontrollata aggressione alla reputazione dell’azienda. Come già chiarito nella diffida del 13 gennaio 2026: non esiste alcun “legame” tra ENI e il c.d. “regime israeliano“. Non sussiste alcun legame diretto tra le attività, prodotti o servizi di Ithaca (società quotata, operante in UK nel Mare del Nord, di cui ENI detiene una partecipazione azionaria) ed eventuali impatti negativi sui diritti umani nei territori Palestinesi occupati. Si ribadisce che il database Onu nel quale è iscritta la società Delek, socia di maggioranza di Ithaca, non rileva illeciti a carico dei soggetti elencati, non è alla base di un impianto sanzionatorio, né prova un’automatica violazione di diritti umani. ReCommon utilizza la grave situazione umanitaria in Palestina, ingannando anche su questo punto i suoi sostenitori, per proseguire la sua azione diffamatoria verso ENI. Le affermazioni di ReCommon violano palesemente i principi consolidati dalla giurisprudenza di legittimità in materia di diritto di cronaca e critica. Come stabilito dalla Cassazione, “il requisito della verità della notizia, necessario per l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca e critica, non si limita alla corrispondenza al vero dei singoli fatti narrati, ma si estende al significato complessivo della notizia diffusa. Non sussiste tale requisito quando, pur essendo veri i singoli fatti riferiti, siano dolosamente o colposamente taciuti altri fatti strettamente ricollegati ai primi e idonei a mutarne completamente il significato” (Cassazione Civile Sez. I, ordinanza n. 21651 del 20 Luglio 2023). Nel caso di ReCommon: (i) i fatti non sono veri, (ii) il significato complessivo è dolosamente manipolato e (iii) vengono taciuti fatti idonei a mutarne completamente il senso. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta  di ReCommon sul legame con società inserite nella lista ONU delle imprese complici del regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio In merito alla relazione di ENI con Delek Group, ReCommon ha già ribadito che la lista stilata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani comprende la stessa Delek Group ed evidenzia come le attività della società israeliana abbiano “sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani”. Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività: * (e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l’esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport); * (g) L’uso delle risorse naturali, in particolare dell’acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes). Sulla presunta inesistenza di legame diretto tra le attività, prodotti o servizi di Ithaca ed eventuali impatti negativi sui diritti umani nei territori Palestinesi occupati: a Delek, in quanto azionista, spetta il diritto alla partecipazione agli utili attraverso i dividendi, i quali costituiscono “vantaggi economici”. Secondo il quotidiano finanziario israeliano Globes, il gruppo Delek ha registrato un fatturato di 4,3 miliardi di NIS nel terzo trimestre, il 64% in più rispetto ai 2,6 miliardi di NIS registrati nel trimestre corrispondente, in parte grazie alla fusione tra Ithaca Energy ed ENI UK, che ha incrementato il fatturato di Ithaca Energy. Nel 2025 Ithaca Energy ha già versato centinaia di milioni di sterline sotto forma di dividendi al Gruppo Delek grazie alle sue vaste attività nel Mare del Nord. Il Gruppo Delek fornisce carburante, tramite una sua controllata, all’esercito israeliano. In proposito, restano ancora prive di risposta le domande pubblicamente rivolte ad ENI sull’avvenuto svolgimento o meno del processo di due diligence sui diritti umani prima di concludere l’accordo di aggregazione con Ithaca Energy, e sulle risultanze di questa valutazione. Per quanto riguarda la presunta inesistenza di un legame tra ENI e il c.d. “regime israeliano“, si ritiene che questo legame sia sostanziato dalla presentazione da parte di ENI di un’offerta vincolante nell’ambito del 4° Offshore Bid Round per l’assegnazione di blocchi esplorativi nell’offshore di Israele, approvata dal Consiglio di Amministrazione di ENI il 22 giugno 2023. Le regole di gara prevedevano un bonus di firma minimo pari a $400.000; secondo i dati reperibili  nella “Relazione sui pagamenti ai governi 2023”, l’azienda avrebbe versato € 7.283.000 al Ministero dell’energia e delle infrastrutture di Israele “a seguito dell’aggiudicazione avvenuta a ottobre 2023 nell’ambito del 4° offshore Bid Round internazionale”. ReCommon ritiene quindi eticamente molto grave che la più influente multinazionale italiana, partecipata dallo Stato italiano, neghi alle cittadine e ai cittadini italiani qualcosa di cui invece ha informato i propri investitori. È lecito chiedersi, quindi, perché ENI teme di informare il pubblico italiano di questo pagamento a favore del governo israeliano. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] c) presunta incompatibilità del modello di business di ENI con la “giusta transizione climatica” L’affermazione per cui ENI sarebbe “ancora fortemente basata su un modello fossile, incompatibile con una giusta transizione climatica” è del tutto infondata. Al riguardo, ENI ha definito un piano di decarbonizzazione finalizzato al raggiungimento della Neutralità Carbonica al 2050 che si articola in una serie di obiettivi, con tappe intermedie e leve, ampiamente descritto nel reporting di sostenibilità pubblicamente accessibile. Come detto in tale sede, pur nei limiti del confronto tra contesto aziendale e scenari globali, la strategia di decarbonizzazione di Eni, in termini di leve e obiettivi di riduzione delle emissioni, risulta sostanzialmente compatibile con gi scenari Net Zero presi a riferimento. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon sulla incompatibilità del modello di business di ENI con la giusta transizione climatica ReCommon respinge l’accusa di infondatezza dell’affermazione e rimanda, per un approfondimento, alle memorie presentate nell’ambito del procedimento civile in corso presso il Tribunale di Roma “La Giusta Causa”. Come ricordato nell’atto di citazione, infatti, ENI si è dotata di un piano di decarbonizzazione al 2050 che, però, non prevede che l’azienda abbandoni completamente i combustibili fossili, e inoltre lascia la riduzione di circa il 65% delle emissioni della compagnia a dopo il 2030, in contrasto con le indicazioni della comunità scientifica rispetto all’urgenza di ridurre gran parte delle emissioni nel decennio in corso. Questo punto è fondamentale rispetto alla ipotetica decarbonizzazione di ENI, che prevede di diminuire di appena il 35% le proprie emissioni entro il 2030, e rimanda interventi più importanti a partire dal prossimo decennio. La riduzione delle emissioni, secondo il piano, sarà ottenuta combinando almeno 5 diverse strategie:  1) aumento della quota di gas in una produzione di upstream in diminuzione (dopo il 2030) e diminuzione del gas flaring;  2) focalizzazione sul gas di propria produzione, sul bio-metano e sulle rinnovabili (con una capacità installata di rinnovabili di 60 GW al 2050);  3) conversione delle raffinerie europee in bio-raffinerie;  4) conservazione delle foreste (progetti REDD+);  5) CCS (Carbon Capture Storage – cattura e stoccaggio del carbonio). Il piano resta abbastanza vago in diversi passaggi ed ENI fornisce come motivazione il fatto che il piano di sviluppo strategico “ha una grande flessibilità per adattarsi ai cambiamenti dei mercati” nei prossimi trent’anni. Se questo può avere senso in una prospettiva di lungo periodo, sarebbe però opportuno che ENI fornisse agli investitori e a tutti i cittadini interessati almeno 3-4 scenari di sviluppo diversi, basati su un diverso andamento atteso dei mercati. ENI sottolinea inoltre che, entro il 2030, arriverà ad azzerare le emissioni nette Scope 1 e 2 (upstream). Tale obiettivo, non particolarmente ambizioso considerando che, come detto, più dell’80% delle emissioni dell’azienda è di tipo Scope 3, sarebbe raggiunto attraverso una serie di strategie che includono anche progetti di dubbia efficacia come la cattura e lo stoccaggio della CO₂ (CCS) e i crediti di emissioni derivanti da progetti di preservazione delle foreste (REDD+) che hanno riscontrato in passato diversi problemi, sia in termini di conteggio dei crediti di emissione che di impatto sulle comunità locali che abitano le diverse foreste.  Se il piano è vago nel medio e lungo periodo, è invece chiaro che nel breve periodo ENI intende aumentare – anziché diminuire – la propria produzione di idrocarburi (petrolio e gas). Nel periodo 2026-2030 se ne prevede infatti una crescita media annua del 3-4% all’anno fino al picco di produzione del 2030 con l’obiettivo di raggiungere la soglia di 2 milioni di barili di petrolio equivalente estratti al giorno. Ciò significa di fatto rimandare il taglio delle emissioni e non decarbonizzare il proprio mix energetico, puntando solamente su strumenti di compensazione come quelli sopra citati. […] In sostanza, a fronte di un’emergenza climatica già oggi gravissima, ENI decide di rimandare l’adozione di incisive misure di riduzione delle emissioni di gas serra a dopo il 2030 e di continuare ad aumentare la sua produzione di petrolio e gas, mentre la comunità scientifica concorda nell’individuare nel decennio 2020-2030 la finestra di opportunità decisiva per l’azione climatica: se non verranno messe in campo tutte le azioni possibili per abbattere le emissioni nel decennio in corso, la situazione futura potrebbe non essere più recuperabile (Grasso e Vergine, 2020). Insomma, un’adeguata decarbonizzazione non può prevedere solamente lo spostamento – peraltro lento – della produzione dal petrolio al gas, ma deve invece programmare un abbandono, graduale ma costante, degli idrocarburi nel loro complesso senza basarsi sulla cattura e lo stoccaggio del carbonio o la rimozione del carbonio dall’atmosfera. Questo elemento è del tutto assente nei piani dell’azienda che, solo nel primo quadrimestre del 2026 ha annunciato scoperte di idrocarburi per 1 miliardi di barili equivalenti di petrolio in nuove riserve, un ammontare già superiore rispetto a quanto scoperto nel 2025. Ogni barile di petrolio e gas estratto sarà inevitabilmente usato e bruciato. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2. Incitamento all’odio e pericolo concreto per l’incolumità dei lavoratori Le modalità con cui ReCommon ETS si è espressa nel citato post del 28 Aprile 2026 hanno alimentato un clima di odio e ostilità che ha già prodotto e continua a produrre conseguenze concrete e pericolose: a) manifestazioni di protesta presso le sedi aziendali A titolo esemplificativo e non esaustivo si rappresenta che in data 27 novembre 2025, presso la sede ENI di San Donato Milanese si sono già verificate manifestazioni di movimenti Pro Palestina. La campagna diffamatoria e menzognera di cui le dichiarazioni di ReCommon ETS sono parte peggiorerà il clima e alimenterà nuove proteste. b) pericolo concreto per l’incolumità dei dipendenti Le false accuse diffuse da ReCommon, in particolare l’accostamento di ENI ai termini “genocidio”, “apartheid”, “complicità”, alimentano sentimenti di odio che mettono in serio pericolo la sicurezza dei lavoratori ENI operanti sia in Italia che all’estero, nonché delle loro famiglie. Come evidenziato dalla giurisprudenza, la responsabilità per diffamazione si aggrava quando le condotte poste in essere sono idonee a creare un clima di ostilità e pericolo per le persone coinvolte. 3. Danno all’immagine e alla sicurezza Le false affermazioni diffuse da ReCommon ETS hanno causato e continuano a causare: a) grave danno all’immagine e alla reputazione di ENI, società quotata sui mercati nazionali ed internazionali la cui credibilità costituisce asset fondamentale; b) danno alla sicurezza dei lavoratori: le manifestazioni di protesta già verificatesi dimostrano il concreto pericolo per l’incolumità del personale in Italia come all’estero; c) danno alle relazioni commerciali e istituzionali: il clima di ostilità alimentato compromette i rapporti con partner e istituzioni; d) danno alle famiglie dei dipendenti: l’odio generato, fomentato e alimentato verso ENI attraverso l’accostamento ai termini “genocidio”, “apartheid”, “complicità” si riflette inevitabilmente sui familiari dei lavoratori anche in paesi dove la situazione di sicurezza è già compromessa. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon sul presunto incitamento all’odio e pericolo concreto per l’incolumità dei lavoratori e sugli ulteriori profili di presunta responsabilità Le affermazioni di ReCommon non sono in alcun momento scomposte ovvero incitanti all’odio nei confronti dell’azienda e tantomeno dei suoi dipendenti. In particolare, si respinge con fermezza l’accusa di contribuire ad alimentare un clima di odio ed ostilità che avrebbe già prodotto una serie di “conseguenze concrete e pericolose” per l’incolumità dei dipendenti e per la violazione degli obblighi di sicurezza sul lavoro, la cui infondatezza risulta talmente evidente da non richiedere ulteriori precisazioni, poiché ReCommon non ritiene di dover commentare sulla campagna pubblica di odio e di discredito portata avanti dal 2021 dal senior management dell’azienda nei confronti dell’associazione e dei suoi associati. Invitiamo fermamente ENI a moderare il suo linguaggio altamente diffamatorio e calunniatorio e lesivo della reputazione di ReCommon e dei suoi associati. Quanto poi al preteso “supporto” ad una manifestazione di protesta di movimenti Pro Palestina presso la sede aziendale di San Donato Milanese (punto a della diffida), a cui  ReCommon è totalmente estranea, si consideri se non altro l’oggettivo dato cronologico: la segnalata manifestazione si è svolta il 27 novembre 2025 e, dunque, prima del post del 28 aprile, non può certo aver “prodotto” questa “conseguenza pericolosa”, come si sostiene invece nella diffida. Nessun illecito civile, tantomeno da responsabilità aggravata può essere dunque imputato all’associazione, né in termini di danno all’immagine, che alla reputazione e alla sicurezza dei lavoratori (paragrafi 2 e 3 della diffida). Al contrario riteniamo che le ripetute molestie legali mosse nei confronti di ReCommon danneggino l’immagine e la credibilità della società ed in particolare del suo senior management, a scapito proprio dei lavoratori dell’azienda. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ l’Associazione ReCommon ETS a: 1. cessare immediatamente ogni ulteriore diffusione delle affermazioni diffamatorie contenute nel post pubblicato su Instagram in data 28 Aprile 2026 e di qualsiasi altro contenuto basato sulle medesime falsità; 2. rimuovere immediatamente il post pubblicato su Instagram in data 28 Aprile 2026 e ogni altro contenuto diffamatorio pubblicato sui canali social di ReCommon (Facebook, Instagram, X/Twitter, sito web, newsletter) che contenga le affermazioni sopra contestate; 3. pubblicare una rettifica integrale delle false affermazioni diffuse, su tutti i canali social di ReCommon e sul sito web dell’Associazione, chiarendo pubblicamente: 1. che ENI non è coinvolta in attività connesse al contesto di guerra o violazioni dei diritti umani; 2. che ENI non è “(…) legata a società complici del regime israeliano di occupazione, apartheid e genocidio“,; 3. che tutte le affermazioni contenute nel post del 28 Aprile 2026 sono false, fuorvianti e lesive della reputazione di ENI; 4. Astenersi in futuro dal diffondere contenuti che possano alimentare odio, ostilità o sentimenti di vendetta verso ENI, i suoi dipendenti e le loro famiglie, nel rispetto dei principi deontologici del giornalismo e della responsabilità civile. avvertendo che in caso di mancato riscontro alla presente diffida entro 10 giorni dal ricevimento, ovvero di riscontro non satisfattivo, ENI si riserva ogni azione per ottenere la cessazione delle descritte condotte lesive e le necessarie rettifiche. Milano – Roma, 30 Aprile 2026 -------------------------------------------------------------------------------- ReCommon esprime preoccupazione per il ricorso alla diffida come strumento volto a scoraggiare la pubblicazione di informazioni di pubblico interesse. Tale pratica, nota a livello internazionale come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), è oggetto di specifica attenzione da parte delle istituzioni europee, che con la Direttiva (UE) 2024/1069 hanno introdotto misure di protezione per i soggetti — giornalisti, ricercatori, organizzazioni della società civile — esposti ad azioni legali abusive finalizzate a silenziarne l’attività. ReCommon si riserva di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente, inclusi quelli introdotti dalla suddetta Direttiva, qualora la società dovesse proseguire con azioni giudiziarie prive di fondamento. In ogni caso ReCommon considera l’atteggiamento tenuto dall’azienda negli ultimi due anni come altamente diffamatorio e lesivo della reputazione di ReCommon e si riserva il diritto di agire nelle sedi competenti per porre fine a questa reiterata molestia legale. Per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, ci si rende disponibili a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
May 8, 2026
ReCommon
Assemblea degli azionisti di ENI, ReCommon: «Descalzi incoronato monarca assoluto dell’oil&gas, così il governo archivia la lotta alla crisi climatica»
Roma, 6 maggio 2026 – In occasione della settima assemblea degli azionisti consecutiva di ENI a porte chiuse, ReCommon denuncia come il quinto mandato da amministratore delegato di Claudio Descalzi sarà contraddistinto da un crescente aumento degli investimenti e delle attività estrattive del Cane a sei zampe nel comparto fossile. Ormai ENI non parla più di transizione, le scoperte di nuovi e ingenti giacimenti di petrolio e gas aumentano e la società non sembra nemmeno interessata a fare greenwashing per dipingere come sostenibili le sue operazioni. In questo modo è sempre più un ostacolo nel far sì che l’Italia riesca a rispettare gli impegni presi alla COP21 di Parigi nel 2015 per contrastare la crisi climatica. Eppure ENI è partecipata al 30 per cento dallo Stato italiano, che sembra solo preoccuparsi di intascare un lauto dividendo legato alle attività estrattive della società. Il governo guidato da Giorgia Meloni ha deciso di confermare per un quinto mandato Descalzi, stabilendo un record che fa dell’ad una sorta di monarca dell’oil&gas italiano. ReCommon ribadisce che l’iter per le nomine delle grandi partecipate pubbliche andrebbe profondamente rivisto, garantendo maggior trasparenza e uno scrutinio parlamentare che al momento sono totalmente assenti in tutto il processo. Quasi pleonastico ribadire tutte le perplessità legate anche alla nomina della nuova presidente di ENI, Giuseppina Di Foggia, che così tante polemiche ha suscitato a livello nazionale. Nei primi quattro mesi del 2026, ENI ha realizzato nuove scoperte di giacimenti di petrolio e gas per un miliardo di barili equivalenti di petrolio di riserve da sfruttare nei prossimi anni; come raffronto, in tutto il 2025 le scoperte erano state di 900 milioni di barili. Allo stesso tempo, la stragrande maggioranza degli investimenti nel nuovo piano industriale 2026-2030 continuerà ad andare al core business fossile dell’esplorazione ed estrazione di petrolio e gas, con l’obiettivo di continuare a far crescere la produzione complessiva annua del 3 per cento, fino a toccare i due milioni di barili al giorno. «Questa assemblea degli azionisti stabilisce dei record negativi: quinto mandato per un amministratore delegato che non si scosta di una virgola dal business as usual e settimo incontro a porte chiuse, così da evitare che qualcuno, come noi azionisti critici, possa disturbare il manovratore» ha affermato Antonio Tricarico di ReCommon. «In Italia, ENI è il più grande ostacolo alla lotta alla crisi climatica. Per questo, insieme a Greenpeace Italia e a 12 cittadine e cittadini, nel 2023 abbiamo intentato la Giusta Causa contro la società e i suoi azionisti pubblici Ministero delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. In risposta ENI ha mosso ben tre cause per diffamazione e un esposto penale nei nostri confronti. Molestie legali inaccettabili se si pensa che ENI è la più influente azienda partecipata italiana, ossia che per il 30 per cento sono i cittadini e cittadine a esserne proprietari» ha aggiunto Tricarico. RESTA AGGIORNATO ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER [contact-form-7]
May 6, 2026
ReCommon
L’assemblea degli azionisti di Snam torna a essere a porte chiuse. ReCommon manifesta lo stesso tutte le sue perplessità sul piano di metanizzazione della Sardegna, fortemente voluto dalla multinazionale fossile italiana
Roma, 29 aprile 2026 – Oggi Recommon non potrà intervenire in qualità di “azionista critico” all’assemblea degli azionisti di Snam. La società, infatti, dopo aver tenuto le assemblee a porte aperte durante gli ultimi due anni, ha deciso di limitare la partecipazione diretta degli azionisti, seguendo l’esempio delle altre grandi multinazionali e banche italiane. In questo modo, denuncia ReCommon, si riducono gli spazi di confronto pubblico su decisioni strategiche di queste grande aziende che sono spesso anche partecipate dallo Stato, come Snam.    Nonostante queste limitazioni, ReCommon ha sottoposto a Snam una serie di domande scritte relative al piano di metanizzazione della Sardegna, un progetto che punta a introdurre il gas nell’isola con decenni di ritardo, in un contesto storico in cui la priorità dovrebbe essere ridurre la dipendenza dalle fonti fossili e accelerare la transizione energetica. Il piano di metanizzazione della Sardegna partirebbe con una prima fase incentrata con la presenza di una nave rigassificatrice FSRU nel porto di Oristano e la realizzazione di una dorsale di gasdotti per portare il gas fino al Sulcis e Cagliari. La seconda fase prevede un’altra FSRU a Porto Torres, legata però alla possibile conversione a gas della centrale di Fiume Santo di Ep Produzione (filiale della società ceca EPH), oggi ancora a carbone. Il gas in forma liquida arriverebbe in Sardegna attraverso le cosiddette “virtual pipeline”, cioè navi spola che trasporterebbero il gnl dai rigassificatori dell’Italia continentale, principalmente dal terminale OLT a Livorno, per il quale Snam prevede anche un ampliamento.    Le perplessità di ReCommon riguardano, in particolare, nella Fase 1 del progetto il fatto che oltre il 50% della domanda prevista di gas risulta legata a un unico soggetto industriale, Eurallumina. Snam afferma che il progetto della dorsale sud resta economicamente sostenibile anche senza il contributo della domanda di Eurallumina. Questa la risposta fornita dalla società: “Sono state effettuate delle analisi di sensitività sulla potenziale variazione della domanda attesa, che confermano come i benefici della metanizzazione siano comunque superiori ai costi nel periodo considerato, anche in presenza di una domanda significativamente inferiore”. Sede di Snam, foto Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon, 2025 Questa affermazione rappresenta un elemento di forte vulnerabilità, anche perché Eurallumina non è oggi un consumatore industriale attivo. Lo stabilimento è in forte crisi e non produce più dal 2009. Nel piano decennale di Snam ed Enura, Eurallumina viene comunque considerata come principale driver della domanda futura di gas in Sardegna. ReCommon crede sia rischioso legare la realizzazione di un ampio progetto infrastrutturale a un impianto che non è operativo da oltre dieci anni e la cui riattivazione resta incerta e costosa. L’associazione solleva dubbi sulla solidità degli scenari delineati da Snam, specialmente in assenza dell’eventuale impiego del gas da parte di Eurallumina.   Sempre in merito al progetto di metanizzazione della Sardegna, permangono poi forti criticità legate all’assenza di un’analisi costi-benefici recente, indipendente e trasparente. Le analisi finora richiamate da Snam risultano infatti basate su studi antecedenti alle profonde trasformazioni del contesto energetico mondiale e italiano, determinate dalla crisi del 2021-2022 e da quella attuale, che hanno provocato un’estrema volatilità dei prezzi e delle forniture di gas. In questo contesto, la Sardegna potrebbe rappresentare un caso emblematico di transizione diretta dal carbone a un sistema energetico maggiormente elettrificato e autosufficiente, senza un passaggio strutturale al gas, opzione che ad oggi non sembra nemmeno essere stata valutata. Nelle risposte che Snam ha fornito a ReCommon su questo tema, la società fa sempre riferimento a un’analisi costi-benefici aggiornata nell’ambito del Piano Unico di Sviluppo 2025–2034, precisando che si tratta di una revisione interna elaborata dagli stessi soggetti promotori dell’infrastruttura e non di una nuova valutazione indipendente esterna.   Un altro elemento di incertezza che rimane è sulla coerenza tra il progetto di Snam, le infrastrutture previste tra fase 1 e fase 2 della metanizzazione e l’effettiva domanda di gas dell’isola, anche considerando la mancanza di dati pubblici dettagliati e indipendenti su domanda attesa, scenari di consumi e il livello di utilizzo delle infrastrutture previste nel medio e lungo periodo.   «Il piano di Snam allarga alla Sardegna la dipendenza dal gas, e in particolare dal gas naturale liquefatto importato, di cui soffre il sistema economico italiano, e chiude gli spazi per costruire  un sistema energetico realmente sostenibile. Questo carica sulle spalle delle generazioni future dei costi che né Snam, né il  governo vogliono stimare, e che si aggiungono ai gravi danni alla salute  delle persone e all’ambiente generati dal carbone» ha affermato Paola Matova di ReCommon.
April 29, 2026
ReCommon
Il nuovo rapporto di ReCommon svela gli interessi fossili e gli aiuti pubblici dell’imprenditore ceco che vuole convertire a gas la centrale a carbone di Fiume Santo in Sardegna
Roma, 27 aprile 2026 – ReCommon lancia oggi la pubblicazione “Il miliardario ceco e Fiume Santo – gli interessi di EPH (e Snam) nel business del gas, dalla Repubblica Ceca alla Sardegna”. Il rapporto esce all’inizio degli Action Days contro EPH, giornate di mobilitazione internazionale promosse dalla rete Stop EPH dal 27 al 29 aprile, con azioni coordinate in diversi Paesi europei per denunciare il ruolo della multinazionale nell’espansione delle infrastrutture fossili, anche in Sardegna, dove opera tramite la controllata EP Produzione. Download Il miliardario ceco e il carbone di Fiume Santo - gli interessi di EPH (e Snam) nel business del gas, dalla Repubblica Ceca alla Sardegna REPORT PDF | 463.26 KB Download La figura di Daniel Křetínský è poco conosciuta in Italia ma la sua compagnia, EPH, è tra le maggiori emettitrici di gas serra in Europa – nel 2022 era addirittura terza con 69 milioni di tonnellate CO2.  EPH è il quinto produttore di energia elettrica in Italia, con una capacità installata di circa 4,6 GW e una produzione annua di circa 13 TWh. Il rapporto rivela i molteplici interessi di Křetínský, che spaziano dal settore energetico all’editoria, ma soprattutto come per le centrali a carbone, gli impianti a gas e i progetti a biomasse siano segnati da controversie e foraggiati da abbondanti finanziamenti pubblici. L’impianto di Fiume Santo, nei pressi di Porto Torres, nel nord della Sardegna, è ancora alimentato a carbone e collocato in un’area SIN (sito d’interesse nazionale) a elevato impatto ambientale e sanitario. Nonostante il phase-out nazionale del carbone fosse previsto per la fine del 2025 (ma ora si è deciso di spostarlo al 2038), l’impianto continuerà a operare e bruciare carbone per produrre energia elettrica almeno fino al 2028, quando si prevede di convertirlo a gas. «La centrale di Fiume Santo è l’emblema delle strategie imprenditoriali di Křetínský: acquistare a prezzi bassi aziende in crisi, mantenere la proprietà per anni, senza spezzettarla ma senza nemmeno preoccuparsi di rilanciarla, sfruttando dove possibile l’erogazione di fondi pubblici. Il tutto per perpetuare un modello sempre più fallimentare, ma che i governi continuano a sussidiare. Basta pensare ai 1,75 miliardi di euro ricevuti da EPH dal governo tedesco come compensazioni per la graduale chiusura delle centrali a carbone in Germania, dove nel 2023 le miniere di proprietà di EPH hanno estratto oltre 50 milioni di tonnellate di carbone» ha dichiarato Paola Matova di ReCommon, autrice del rapporto. «Val la pena ricordare che il passaggio da carbone a gas rappresenta un tassello decisivo anche per Snam, che infatti fa dipendere proprio dalla conversione o meno di Fiume Santo la seconda fase della metanizzazione della Sardegna, inclusa la collocazione di una nave rigassificatrice a Porto Torres. Senza questa riconversione, l’intero investimento rischierebbe di perdere giustificazione e senso» ha concluso Matova. Sempre nell’ambito degli Action Days contro EHP, il 28 aprile dalle ore 9:00, nei pressi della centrale elettrica di Fiume Santo, si terranno un sit-in e una conferenza stampa. Il 29 di aprile alle ore 18:30 a Sassari, presso la sala Arci in Piazza Castello 11 piano A, si svolgerà un incontro-dibattito a cui parteciperà l’esponente di ReCommon Paola Matova.
April 27, 2026
ReCommon
8,9 milioni di volte “no king!”
Il governo Meloni ha deciso di incoronare Claudio Descalzi con un quinto mandato alla guida di ENI. Mai nessun manager è stato alla guida della più influente multinazionale italiana così a lungo. Un’incoronazione in piena regola, che però ha indotto “Re Claudio” a osare troppo: appena rinominato ha dichiarato che bisogna ripensare la politica europea e riprendere l’import dal gas russo. Ma non solo: ha chiesto un aumento del suo salario del 23 per cento, per un totale di ben 8,9 milioni di euro, con “un aumento fino al 38% a 15,4 milioni di euro in base a un livello aggiuntivo di overperformance nel suo piano di incentivazione a lungo termine”, come riportato da Tele Borsa. Uno schiaffo in faccia a famiglie e imprese che fanno fatica a pagare le bollette ma anche al governo, che ha difficoltà a trovare i fondi per intervenire sul caro bollette e benzina. Persino l’Iss, l’entità che opera da consulente legale dei grandi fondi d’investimento, ha dato indicazione di votare contro questo aumento, perché eccessivo. La decisione sul salario di Descalzi sarà presa durante l’assemblea degli azionisti, che avverrà ancora una volta a porte chiuse e senza azionisti così da non disturbare il manovratore. Vedremo come si posizionerà il governo, che per la verità sin dall’inizio della legislatura si è mostrato riverente e dipendente dalla diplomazia del sistema Eni, in una fase storica in cui le politiche energetiche globali sono molto rilevanti. Val la pena ricordare che il nuovo piano di cooperazione Italia-Africa è stato intitolato al fondatore di ENI, Enrico Mattei. Durante i turbolenti mesi della crisi energetica del 2022, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, è stato proprio Descalzi ad “acompagnare” la presidente Meloni in giro per l’Africa a stipulare nuovi e rafforzare esistenti accordi energetici per l’import di gas in Italia.  E ancora, dopo la seconda elezione di Donald Trump, ENI ha subito agito in linea con la presidente del Consiglio per stringere nuovi accordi di import di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Con la nuova crisi mediorientale e la chiusura dello Stretto di Hormuz, è ENI ancora una volta a dettare la linea. Va ammesso che la presidente Meloni sulla questione del gas russo ha predicato cautela, ma chissà poi come andrà a finire. Le relazioni tra l’Orso russo e il Cane a sei zampe hanno degli importanti precedenti. Con questa mossa, su cui la stessa Meloni ha invitato alla cautela, il re ha mostrato in realtà di essere già nudo. È stata l’ENI di Paolo Scaroni, in cui Descalzi era il numero due e il vero factotum della società, a renderci dipendenti dal gas russo ai tempi della diplomazia filo-putiniana di Silvio Berlusconi. Quindi dal 2022 è stata ENI che ci ha reso dipendenti da nuovi dittatori (al-Sisi in Egitto, Tebboune in Algeria) e dalle monarchie del Golfo, pur di non iniziare finalmente una transizione via dal gas. Poi è stato sempre il Cane a sei zampe a puntare sempre più sul nuovo mercato del gas naturale liquefatto e rendere l’Italia più dipendente dagli Usa. Ora che sono saltati il Qatar ed i suoi terminal di export di gas nel mezzo dell’attacco di USA e Israele all’Iran, è ENI che ci vuole riportare tra le grinfie di Putin, pur di mantenerci in scacco con la dipendenza dal gas. Il governo, quindi, ha premiato chi invece doveva essere bocciato, e così dimostra tutta la sua debolezza e dipendenza dal sistema ENI, inclusi i lauti dividendi dell’azienda. -------------------------------------------------------------------------------- La verità non si difende da sola. Aiutaci a sostenere le spese legali. SOSTIENICI --------------------------------------------------------------------------------
April 23, 2026
ReCommon
Il Garante della Privacy sanziona ENI accogliendo le ragioni di Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadini italiani
ROMA, 16.04.2026 – Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato Eni S.p.A. con una multa di 96.000 euro per aver diffuso illecitamente sul proprio sito web i dati personali di 12 cittadine e cittadini italiani. Il provvedimento, il n. 207, arriva a seguito della segnalazione presentata da Greenpeace Italia e ReCommon. La vicenda risale al maggio 2023, quando i 12 cittadini e cittadine, insieme a Greenpeace Italia e ReCommon, avevano intentato la causa climatica “Giusta Causa” contro Eni. In risposta, la società aveva pubblicato sul proprio sito l’intero atto di citazione senza oscurare dati personali come luogo e data di nascita, codice fiscale e indirizzo di residenza delle 12 persone coinvolte nella causa. A seguito della segnalazione, il Garante ha avviato un’istruttoria e ha accertato che Eni ha violato gli articoli 5 e 6 del Regolamento UE 2016/679, trattando e diffondendo dati personali in assenza di un’idonea base giuridica. L’Autorità ha inoltre chiarito che il richiamo all’interesse legittimo della società a difendersi dalla campagna mediatica non poteva giustificare la pubblicazione integrale di quei dati, né risultava supportato da un adeguato bilanciamento con i diritti e le libertà delle persone coinvolte. «Anche in questo caso, Eni ha agito con l’unico obiettivo di difendere la propria immagine e i propri interessi, senza alcun rispetto per la privacy di 12 persone che hanno avuto il coraggio di chiamarla a rispondere delle sue responsabilità climatiche. Pubblicando integralmente i loro dati personali sul sito aziendale, Eni ha tentato di intimidire chi ha deciso di portarla davanti a un giudice per i danni inferti al clima del pianeta e alle tante persone che subiscono gli impatti di eventi estremi come alluvioni, ondate di calore e siccità. Ma il Garante ha stabilito un principio chiaro: nemmeno le grandi aziende come Eni possono calpestare i diritti delle persone e violare la loro privacy impunemente. Continueremo a batterci per la giustizia climatica e per il rispetto dei diritti di cittadine e cittadini», dichiarano Greenpeace Italia e ReCommon. -------------------------------------------------------------------------------- La verità non si difende da sola. Aiutaci a sostenere le spese legali. SOSTIENICI --------------------------------------------------------------------------------
April 22, 2026
ReCommon
Nuova SLAPP di ENI a ReCommon sulla questione delle licenze della multinazionale fossile in acque palestinesi. L’Associazione: «È l’ennesimo tentativo di tapparci la bocca, non ci faremo intimidire»
Roma, 15 aprile 2026 – ReCommon denuncia la volontà di ENI di intentare l’ennesima causa strumentale nei confronti dell’associazione, per provare a mettere a tacere i suoi esponenti. Una vera e propria SLAPP che introduce un nuovo contenzioso legale a pochi giorni dalla chiusura, con un accordo di mediazione, della causa che sempre ENI aveva mosso nei confronti del campaigner di ReCommon Antonio Tricarico. Lo scorso marzo, i legali di ENI hanno notificato a ReCommon la richiesta di avvio di una mediazione obbligatoria in sede civile per presunta diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo e dei social media, derivante dalle dichiarazioni rese da Eva Pastorelli nella qualità di rappresentante di ReCommon durante la trasmissione Report andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025 e riprese nell’articolo comparso sul sito dell’associazione in data 18 dicembre 2025 e nella successiva replica del 5 febbraio 2026. Secondo ENI, il valore della controversia che si intende avviare è di 800.000 euro e le dichiarazioni “diffamatorie” di ReCommon andrebbero rimosse in quanto avrebbero alimentato sentimenti di odio e ostilità verso ENI e i suoi dipendenti, mettendo addirittura in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie. La mediazione obbligatoria fa seguito a una analoga diffida con richiesta di rettifica recapitata a inizio gennaio e a cui ReCommon ha risposto punto su punto sul suo sito web. Durante la trasmissione Report, Eva Pastorelli aveva dichiarato che «ENI ha all’attivo due partnership con società o istituzioni israeliane: la prima con il ministero dell’energia israeliano, che il 29 ottobre 2023 ha assegnato licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a due consorzi di compagnie energetiche nazionali. La seconda partnership ENI l’ha stabilita con una società israeliana di nome Delek Group che si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi». -------------------------------------------------------------------------------- La verità non si difende da sola. Aiutaci a sostenere le spese legali. SOSTIENICI -------------------------------------------------------------------------------- ReCommon ha ribadito che le affermazioni sulla assegnazione delle licenze esplorative del Blocco G erano suffragate da una comunicazione apparsa sul sito del ministero dell’Energia israeliano e su organi di stampa (Times of Israel e Reuters), l’associazione aveva anzi riportato anche su un articolo comparso sul suo sito web l’intenzione espressa da ENI in risposta alla sollecitazione di Report di “di non essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. Negli ultimi giorni dello scorso marzo, un articolo apparso sul quotidiano finanziario israeliano Globes riportava la notizia che ENI era uscita dal consorzio costituito per le attività di esplorazione del tratto di Mar Mediterraneo all’interno della zona economica esclusiva palestinese. Sollecitata da vari organi di stampa, la multinazionale italiana ha avvalorato la notizia, dichiarando quanto segue: «ENI conferma il suo ritiro dal consorzio aggiudicatario del ‘Blocco G’ deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream e prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione» In merito alla relazione di ENI con Delek Group, ReCommon ha già ribadito che la locuzione “lista nera” è stata usata più volte in ambiti giornalistici, e che in ogni caso la lista stilata dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani comprende la stessa Delek Group ed evidenzia come le attività della società israeliana abbiano “sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani”. «ENI sembra intenzionata a mantenere il suo primato in Europa per numero di liti temerarie, rivolgendoci pesanti e infondate accuse con l’obiettivo di silenziare l’attività di informazione condotta dall’associazione su questioni di indiscutibile pubblico interesse. Il tutto per aver riportato dati inconfutabili, tra cui le dichiarazioni della stessa ENI! Non ci faremo zittire, continueremo a portare avanti le istanze e le voci delle comunità impattate dalle attività estrattive di ENI, in Palestina e ovunque ce ne sarà bisogno» ha dichiarato Eva Pastorelli di ReCommon. A questo punto, archiviata la fase della mediazione, ReCommon è pronta ad affrontare un’eventuale nuova citazione in giudizio da parte di ENI.
April 15, 2026
ReCommon