Source - ReCommon

ReCommon - Contro le ingiustizie per natura

Clima e salute mentale, nuovo studio su Ecoansia: “Nel 44% dei giovani italiani la crisi climatica ha un impatto sul benessere psicologico”
ROMA, 16.12.25 – L’emergenza climatica ha un impatto anche sulla salute mentale e sul benessere psicologico, in particolare su quello dei giovani italiani, alimentando sentimenti di ansia, sfiducia e rabbia nei confronti del futuro. È quanto emerge dalla prima indagine sull’ecoansia condotta su un ampio campione di giovani italiani tra i 18 e i 35 anni, realizzata dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management (IEP) per conto di Greenpeace Italia e ReCommon, con la collaborazione di Unione degli universitari (UDU) e Rete degli studenti (RdS), e pubblicata sul Journal of Health and Environmental Research. I dati sono stati raccolti tra giugno e novembre 2024 con un questionario diffuso dalle associazioni studentesche in scuole e università italiane e online, compilato da 3.607 persone. Dalle risposte, emerge che il 41% dei giovani intervistati associa il tema del cambiamento climatico a sentimenti di ansia per il futuro, il 19% a una sensazione di rabbia e frustrazione, il 16% ad impotenza e rassegnazione. Solo l’1% ha risposto affermando di sentirsi responsabile o di avere dei doveri nei confronti del Pianeta. Infine, per il 44% l’ansia generata dal cambiamento climatico ha un effetto negativo sul benessere psicologico nella vita di tutti i giorni.   «Il cambiamento climatico non è solo un problema ambientale ma è diventato a tutti gli effetti una crisi emotiva e valoriale che interessa profondamente i giovani italiani, incidendo sul modo in cui immaginano il futuro, sulle decisioni quotidiane e persino sulle relazioni sociali», spiega Rita Erica Fioravanzo, presidente dello IEP. «Per tutelare i giovani, dobbiamo riconoscere la gravità del loro disagio e affrontarlo insieme alle cause strutturali del cambiamento climatico». foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon L’analisi evidenzia forti collegamenti tra l’ecoansia e un maggiore disagio psicologico generale, evidente non solo tra i giovani che sono stati colpiti direttamente da eventi climatici estremi, come alluvioni e ondate di calore, ma anche tra coloro che possiedono semplicemente una consapevolezza della minaccia climatica. Particolarmente colpiti risultano i giovani che vivono al Sud e nelle Isole, i quali presentano in media sia più preoccupazione per gli effetti della crisi climatica, sia in alcuni casi sintomi psicologici più intensi, come ad esempio insoddisfazione, ruminazione e ansia. Dall’analisi emerge che l’impatto del cambiamento climatico sul disagio psicologico è prevalentemente indiretto ed è mediato da tre fattori psicologici: l’ecoansia, il pessimismo nei confronti del futuro e, soprattutto, la mancanza di scopo nella vita. L’analisi meticolosa delle risposte conferma la presenza diffusa di forte sfiducia, rabbia e frustrazione, sentimenti che sembrano prevalere nettamente sulla percezione della propria capacità individuale di poter contrastare le conseguenze dei cambiamenti climatici. «L’emergenza climatica incide drasticamente sulla nostra vita, con impatti ambientali già molto visibili. Questa indagine mostra che è anche una questione di salute mentale, che non possiamo continuare a ignorare», dichiara Simona Abbate della campagna Clima di Greenpeace Italia. «Chiediamo al governo di riaccendere la speranza nel futuro agendo contro le cause della crisi climatica e facendo pagare ai suoi principali responsabili, le aziende del gas e del petrolio, i danni che stanno causando con le loro emissioni, oltre a garantire un supporto concreto alla salute delle persone, inclusa quella mentale, minacciata dagli effetti diretti e indiretti dei cambiamenti climatici».
“ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”: la multinazionale italiana rinuncia alle licenze di esplorazione in acque palestinesi?
Una vera breaking news, riportata dalla trasmissione RAI Report nel servizio “Chi prega per la guerra”, andato in onda domenica 14 dicembre su Rai3, e realizzato dalla giornalista Nancy Porsia. La risposta di ENI a Report, consultabile sulla pagina del programma, è tanto chiara quanto inattesa: “Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. Questa frase implicherebbe che ENI non ha intenzione di effettuare esplorazioni nelle acque palestinesi alla ricerca di gas e che, di conseguenza potrebbe uscire dal consorzio aggiudicatario delle licenze, composto anche da Dana Petroleum (società anglo-coreana) e Ratio Energies (società israeliana). O almeno, è quello che ci aspettiamo che ENI faccia a seguito di questa dichiarazione dirompente, frutto della pressione nazionale e internazionale sull’azienda legata all’assegnazione delle licenze di esplorazione delle acque antistanti Gaza a tre settimane dall’inizio del genocidio in Palestina. Il 29 ottobre 2023, infatti, un consorzio guidato da ENI si era aggiudicato sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo, il 62% delle quali, secondo il diritto internazionale, si trova all’interno della Zona economica esclusiva palestinese. A seguito di questa assegnazione illegittima, nel febbraio 2024 le organizzazioni palestinesi Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights avevano inviato una diffida a ENI affinché desistesse “dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree della ‘Zona G’ che ricadono nelle aree marittime dello Stato di Palestina”, sottolineando che tali attività costituirebbero una chiara violazione del diritto internazionale. In Italia la notizia aveva generato una discreta eco, tanto da mobilitare i parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle a interrogare in più occasioni il ministero degli Esteri, che si era limitato a riportare la posizione dell’azienda: “da quanto riferisce ENI il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse”. La medesima risposta era arrivata agli azionisti critici del Cane a sei zampe in occasione delle assemblee degli azionisti del 2024 e del 2025. Nel frattempo le mobilitazioni di piazza in Italia denunciavano a gran voce il genocidio del popolo palestinese e gli interessi delle aziende italiane tramite la fornitura di armi ed energia all’occupazione israeliana, riportati con dovizia di dati dal lavoro di inchiesta e analisi di Altreconomia e della Special Rapporteur ONU Francesca Albanese. Presentando il suo rapporto sull’economia del genocidio durante il Rumore Festival di Fanpage dell’ottobre 2025, Francesca Albanese aveva fatto nomi e cognomi, denunciando come il silenzio dei governi di fronte al genocidio fosse motivato dal voler proteggere le tante aziende  che hanno un ruolo attivo in Palestina. Due gli esempi italiani menzionati da Albanese: Leonardo ed ENI. Insomma, mentre secondo ENI sul versante palestinese era tutto fermo , le manovre più corpose con Israele avvenivano a un’altra latitudine, attraverso l’accordo di fusione tra la controllata ENI UK e la britannica Ithaca Energy, allora per l’89% di proprietà dell’israeliana Delek Group, nella lista nera dell’ONU per il supporto agli insediamenti illegali e l’uso commerciale delle risorse naturali palestinesi. A poche settimane dalla notizia, nel luglio 2024, ReCommon aveva denunciato pubblicamente l’accordo e lanciato una petizione per chiedere a ENI di interromperlo. La petizione aveva raccolto migliaia di firme e l’adesione di molte realtà della società civile italiana. “La risposta di ENI al servizio di Report di domenica 14 dicembre (la stessa che l’azienda ha dato nella richiesta di rettifica alla nostra newsletter del 10 ottobre 2025 “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo”) è un goffo tentativo di spostare la responsabilità di questo accordo sulla sua controllata, ENI UK, come se le due non avessero una stretta relazione. Come per ogni accordo di fusione, ENI deve eseguire un processo di due diligence, cioè quell’analisi approfondita che un’azienda compie prima di finalizzare accordi, per raccogliere e analizzare tutte le informazioni rilevanti (finanziarie, legali, fiscali, operative) sulla controparte, al fine di valutare rischi, opportunità e il reale valore dell’operazione. E la due diligence riguarda, ovviamente, anche il rispetto dei diritti umani da parte della controparte, controllata da Delek Group. ENI ci fa sapere che “in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani” e sappiamo dal suo Codice Etico che “nello sviluppo sia delle proprie attività di impresa internazionale sia di quelle in partecipazione con i partner, ENI e le sue controllate si ispirano alla tutela e alla promozione dei diritti umani”. Cristallizziamo queste informazioni e riteniamole la bussola che guida l’azione dell’azienda. Chiediamoci allora: ENI ha svolto un processo di due diligence sui diritti umani prima dell’accordo di fusione con Ithaca Energy, allora controllata all’89% da Delek Group? Quali sono state le risultanze di questa valutazione? Queste domande restano aperte e ci aspettiamo che l’azienda chiarisca e riveda la sua posizione sull’accordo con Ithaca Energy e quindi con Delek Group, azienda che continua a foraggiare il genocidio ancora in corso. Nel frattempo ci permettiamo di celebrare la rinuncia alle attività esplorative nelle acque palestinesi come una vittoria collettiva. Un piccolo grande passo alla volta.
Precisazione sull’operato di ENI in Egitto
Con le affermazioni espresse da Antonio Tricarico nelle trasmissioni di Report del 5 maggio 2024 e 17 novembre 2024 e con le affermazioni contenute nei post di ReCommon relativi a dette trasmissioni non si è inteso né si intende sostenere l’esistenza di un ruolo di ENI nel rapimento e nell’uccisione di Giulio Regeni, bensì l’esistenza di una sovrapposizione storica e temporale tra il sequestro, l’uccisione ed il ritrovamento di Regeni con la firma degli accordi operativi successivi alla assegnazione della licenza del campo di Zohr,avvenuta mesi prima senza per questo alludere che le due vicende fossero collegate.
Le fondazioni Compagnia di Sanpaolo e Cariplo voltano le spalle ai territori, alle persone e al Pianeta
Rappresentanti di 11 comunità che vivono sulle coste del Texas e della Louisiana, insieme a 14 organizzazioni della società civile internazionale, tra cui ReCommon, hanno inviato una lettera alle fondazioni Compagnia di San Paolo e Cariplo – due influenti azionisti della banca – chiedendo di spingere Intesa Sanpaolo a interrompere il finanziamento alle compagnie e ai progetti di produzione del GNL, a disinvestire dal gas fossile e a rafforzare la propria policy Oil & Gas escludendo esplicitamente l’espansione del GNL tra i criteri di finanziamento. Non è arrivata alcuna risposta. Intesa Sanpaolo è conosciuta in Italia come la “banca dei territori”. Negli Stati Uniti, però, finanzia pesantemente l’espansione del GNL, che ha un impatto devastante sulle comunità che vivono vicino ai nuovi gasdotti e terminal per l’export. Un silenzio particolarmente grave, considerando che entrambe le fondazioni dichiarano di operare in favore dello sviluppo sociale, della cultura e della sostenibilità. In quanto azionisti di riferimento, hanno infatti un dovere morale e fiduciario a garantire che la banca sia allineata con questi principi. Flaring dalle torce dell’impianto di Sabine Pass, in Texas, gestito da Cheniere Energy, il più grande degli Stati Uniti. Da qui prende il via la maggior parte del gas “naturale” liquefatto (Gnl) diretto in Europa. Foto © Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon Accade invece il contrario. Intesa Sanpaolo è tra le prime 20 istituzioni finanziarie globali nel sostegno all’espansione del GNL e tra le 5 più grandi in Europa. A marzo 2024 la banca ha contribuito a organizzare l’emissione di un’obbligazione da 1.5 miliardi di dollari per Cheniere Energy. A luglio 2025, ha partecipato a una nuova emissione da 1 miliardo per l’espansione del terminal Sabine Pass LNG in Louisiana. Nel 2023 ha sostenuto Next Decade con 278,75 milioni di dollari in un’obbligazione e 1.08 miliardi di dollari di finanziamento per il terminal Rio Grande LNG. Da anni la prima banca italiana finanzia alcune delle più dannose compagnie di GNL e le loro infrastrutture sulle coste del golfo del Messico negli Stati Uniti, tra cui Sabine Pass, Corpus Christi, Golden Pass, Lake Charles, Freeport LNG e Cameron LNG. Il costo umano e ambientale di questi progetti è allarmante. La concentrazione di terminal di GNL, raffinerie e impianti petrolchimici tra Texas e Louisiana sta aggravando una lunga eredità di razzismo ambientale e ingiustizia, esponendo le comunità a rischi sanitari gravissimi, inquinamento dell’aria e dell’acqua e tassi elevati di malattie. Ai sei impianti attualmente operativi si aggiungono oltre 20 nuovi progetti di GNL in fase di proposta. Nell’agosto 2025, un grave incidente di dragaggio al terminal Calcasieu Pass di Venture Global ha sversato tonnellate di fango tossico nei bayou, contaminando pesci, ostriche e gamberi e devastando la pesca locale, già colpita dalle industrie della zona. Nonostante tutte queste evidenze, l’ultima policy Oil & Gas di Intesa Sanpaolo non include nessuna restrizione per il finanziamento al GNL, e resta tra le più deboli d’Europa. “Le organizzazioni della società civile e i rappresentanti delle comunità locali hanno cercato il dialogo con la banca in numerose occasioni, attraverso lettere, appelli pubblici e domande dirette, senza mai ricevere risposta” commenta Susanna De Guio di ReCommon. “Ora i maggiori azionisti della banca – due fondazioni che si definiscono impegnate nel sostegno delle persone e del Pianeta, si stanno comportando nello stesso modo. Il loro silenzio di fronte alla nostra lettera è una chiara presa di posizione contro i territori statunitensi e le loro comunità, che evita le responsabilità della banca nel frenare il cambio climatico”.
Le agenzie di credito all’export di Regno Unito e Olanda escono dal controverso progetto di TotalEnergiesMozambique LNG. L’italiana SACE invece rimane.
Roma, 2 dicembre 2025 – Con decisioni che hanno pochi precedenti, i governi della Gran Bretagna e dei Paesi Bassi hanno scelto di interrompere il sostegno finanziario al progetto Mozambique LNG, gestito dalla multinazionale francese TotalEnergies. Un’opera che vede un considerevole coinvolgimento italiano, dal momento che l’agenzia  di credito all’esportazione SACE dovrebbe rilasciare una garanzia di 950 milioni di euro, con cui  coprire i prestiti per le operazioni di  Saipem, tra cui quello di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) del valore di  650 milioni di euro. Come riportato dal quotidiano Politico, lunedì scorso il ministro britannico per gli Affari economici Peter Kyle ha comunicato l’annullamento dell’operazione da oltre 1 miliardo di dollari a sostegno del progetto di gas naturale liquefatto del colosso fossile transalpino, poiché metterebbe a rischio i soldi dei contribuenti alla luce delle gravi vicende riguardanti l’infrastruttura. Nella stessa giornata, il ministro delle Finanze olandese Eelco Heinen ha confermato al Parlamento nazionale che «i Paesi Bassi non saranno più coinvolti nel finanziamento del progetto in Mozambico». Sito di costruzione del progetto Mozambique LNG. foto JA! Lo scorso novembre, l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), una delle più importanti Ong europee per la difesa dei diritti umani, ha presentato in Francia una denuncia penale contro TotalEnergies per complicità in crimini di guerra, tortura e sparizioni forzate. La multinazionale del petrolio e del gas è accusata di aver finanziato direttamente e sostenuto materialmente la Joint Task Force, composta dalle forze armate mozambicane, che tra luglio e settembre 2021 avrebbe arrestato, torturato e ucciso decine di civili sul perimetro del sito estrattivo in quello che è stato definito “il massacro dei container”. Una vicenda ripresa nel settembre 2024 sempre da Politico in un’inchiesta curata dal giornalista indipendente Alex Perry e, successivamente, da Le Monde e Source Material, e in cui si segnalava, grazie anche a una richiesta di accesso agli atti inoltrata da ReCommon a CDP, come TotalEnergies avesse tutti gli elementi a disposizione per essere a conoscenza degli abusi commessi dai militari mozambicani già prima dell’estate del 2021. A seguito di un attacco alla città di Palma da parte del gruppo armato Ahl al-Sunnah wa al Jamma’ah nel marzo e nell’aprile 2021, l’esercito mozambicano – compresi i membri della Joint Task Force sostenuta da TotalEnergies – avrebbe arbitrariamente detenuto decine di civili in container metallici situati all’ingresso dello stabilimento tra luglio e settembre 2021. I civili stavano fuggendo dai loro villaggi a causa degli attacchi degli insorti quando sono stati intercettati dall’esercito. Secondo le ricostruzioni, i detenuti sono stati torturati, sottoposti a sparizioni forzate e alcuni di loro sono stati uccisi sommariamente. Nel settembre 2021, gli ultimi 26 detenuti sono stati rilasciati. La Joint Task Force è stata istituita con un memorandum del 2020 tra la filiale mozambicana di TotalEnergies e il governo mozambicano come unità di sicurezza dedicata alla protezione delle operazioni del progetto Mozambique LNG. «Chiediamo che il governo italiano prenda posizione su questa vicenda così drammatica e obblighi SACE e CDP a ritirarsi finanziariamente da Mozambique LNG. Dopo l’uscita delle agenzie di credito all’export di Regno Unito e Paesi Bassi, sarebbe scandaloso se centinaia di milioni dei contribuenti italiani continuassero a essere destinati per un progetto così rischioso e macchiato da possibili gravi violazioni dei diritti umani» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. Il sostegno finanziario britannico e olandese, sotto forma di prestiti e garanzie pubblici per gli esportatori e le banche che sostengono il progetto, era stato sospeso dopo che TotalEnergies aveva invocato la forza maggiore – una clausola contrattuale che consente alle aziende di sospendere gli obblighi in caso di calamità – a seguito del deterioramento della situazione della sicurezza nella regione. SACE ha già supportato finanziariamente un altro progetto in Mozambico, con una  garanzia di 700 milioni di euro: si tratta di Coral South FLNG, progetto offshore di ENI, la multinazionale energetica occidentale più attiva in Mozambico insieme proprio a TotalEnergies. Nella penisola di Afungi, dove è in fase di costruzione Mozambique LNG, dovrebbe sorgere anche l’impianto Rovuma LNG di ExxonMobil ed ENI.
La trappola di Fiume Santo
La centrale a carbone di Fiume Santo, già foriera di gravi impatti sull’ambiente e sulla salute delle persone, potrebbe continuare a funzionare per bruciare gas. L’impianto diventerebbe così uno dei principali tasselli del processo di metanizzazione della Sardegna. Le istituzioni locali e nazionali, ma anche la potente multinazionale Snam, provano così a perpetuare l’uso dei combustibili fossili sull’isola, nascondendosi dietro la falsa immagine della transizione energetica. Download La trappola di Fiume Santo REPORT PDF | 1.22 MB Download
TotalEnergies denunciata in Francia per presunti crimini di guerra nel progetto in Mozambico in cui è coinvolta anche SACE. ReCommon: «Se SACE sapeva, adesso rischia un’incriminazione?»
Roma, 18 novembre 2025 – L’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR), una delle più importanti Ong europee per la difesa dei diritti umani, oggi ha presentato in Francia una denuncia penale contro TotalEnergies per complicità in crimini di guerra, tortura e sparizioni forzate. La multinazionale del petrolio e del gas è accusata di aver finanziato direttamente e sostenuto materialmente la Joint Task Force, composta dalle forze armate mozambicane, che tra luglio e settembre 2021 avrebbe arrestato, torturato e ucciso decine di civili nel sito di estrazione del gas di TotalEnergies denominato Mozambique LNG. Il progetto vede un considerevole coinvolgimento italiano, dal momento che l’agenzia di credito all’esportazione SACE dovrebbe rilasciare una garanzia di 950 milioni di euro, con cui  coprire i prestiti per le operazioni di Saipem, tra cui quello di Cassa Depositi e Prestiti (CDP) del valore di 650 milioni di euro. Il supporto finanziario di SACE e CDP in Mozambique LNG era stato confermato dal governo nella risposta all’interpellanza urgente sulla questione presentata dall’onorevole Angelo Bonelli lo scorso 24 gennaio. Sulla base della risposta del governo, già a gennaio 2024 SACE aveva giudicato favorevolmente l’emissione di una garanzia sui prestiti, senza aver svolto ulteriori valutazioni di natura ambientale e, soprattutto, sociale, dopo quelle di giugno 2017. SACE ha già supportato finanziariamente un altro progetto in Mozambico, con una  garanzia di 700 milioni di euro: si tratta di Coral South FLNG, progetto offshore di ENI, la multinazionale energetica occidentale più attiva in Mozambico insieme proprio a TotalEnergies. Sul sito di Mozambique LNG dovrebbe sorgere anche l’impianto Rovuma LNG di ExxonMobil ed ENI. La denuncia nei confronti della multinazionale transalpina è stata presentata al Procuratore nazionale antiterrorismo francese (PNAT), che ha anche il mandato di indagare sui crimini internazionali. La denuncia arriva proprio mentre TotalEnergies ha appena annunciato la revoca della forza maggiore dichiarata nell’aprile 2021 per Mozambique LNG, nonostante il persistere del conflitto, l’intensificarsi degli attacchi e una grave crisi umanitaria. Il riavvio definitivo del progetto dipende tuttavia dall’accordo con il governo mozambicano sulla copertura dei costi aggiuntivi del progetto, pari a 4,5 miliardi di dollari. La denuncia verte sul cosiddetto “massacro dei container”, avvenuto sul perimetro del sito che ospiterebbe l’infrastruttura. Queste accuse sono state riportate per la prima volta dal quotidiano Politico nel settembre 2024. Come segnalato anche nell’inchiesta curata dal giornalista indipendente Alex Perry e, successivamente, da Le Monde e Source Material, proprio grazie a una richiesta di accesso agli atti inoltrata da ReCommon a CDP, si è appreso che TotalEnergies avesse tutti gli elementi a disposizione per essere a conoscenza degli abusi commessi dai militari mozambicani già prima dell’estate del 2021. A seguito di un attacco alla città di Palma da parte del gruppo armato Ahl al-Sunnah wa al Jamma’ah nel marzo e nell’aprile 2021, l’esercito mozambicano – compresi i membri della Joint Task Force sostenuta da TotalEnergies – avrebbe arbitrariamente detenuto decine di civili in container metallici situati all’ingresso dello stabilimento tra luglio e settembre 2021. I civili stavano fuggendo dai loro villaggi a causa degli attacchi egli insorti quando sono stati intercettati dall’esercito. Secondo le accuse riportate, i detenuti sono stati torturati, sottoposti a sparizioni forzate e alcuni di loro sono stati giustiziati. Nel settembre 2021, gli ultimi 26 detenuti sono stati rilasciati. La Joint Task Force è stata istituita con un memorandum del 2020 tra la filiale mozambicana di TotalEnergies e il governo mozambicano come unità di sicurezza dedicata alla protezione delle operazioni del progetto Mozambique LNG. «TotalEnergies sapeva che le forze armate mozambicane erano state accusate di sistematiche violazioni dei diritti umani, ma ha continuato a sostenerle con l’unico obiettivo di proteggere i propri impianti» ha dichiarato Clara Gonzales dell’ECCHR. «I documenti che abbiamo ottenuto riguardanti questa vicenda ci portano a pensare che SACE e CDP sapessero della criticità della situazione, ma hanno preferito rimanere tra gli sponsor finaziari del progetto, aggravando così la loro posizione» ha affermato Simone Ogno di ReCommon. «Riteniamo che, qualora TotalEnergies dovesse essere perseguita penalmente, anche le due istituzioni finanziarie pubbliche rischino concretamente un’incriminazione, e chiediamo che le forze politiche si attivino per fare luce sulla vicenda e che il supporto finanziario venga sospeso».
HyNet, l’inchiesta di ReCommon sul mega progetto green di Eni
Il governo britannico ha destinato fino a 21,7 miliardi di sterline per la realizzazione di due mega progetti per la cattura e lo stoccaggio di CO2 . Quello in fase più avanzata è HyNet North West, che quindi beneficerà di ingenti sussidi per la realizzazione delle infrastrutture del gasdotto che dovranno raccogliere l’anidride carbonica catturata da su una ventina di siti industriali della Baia di Liverpool. Una volta catturata e trasformata per il trasporto, la CO2 arriverà al terminal di Point of Ayr, sulla costa del Nord del Galles, per poi andare sotto il mare e raggiungere tre dei giacimenti di gas quasi esauriti operati da Eni, giacimenti che saranno riempiti con il gas killer del clima. Un’inchiesta dell’associazione ReCommon fa luce sul progetto HyNet North West ascoltando chi si oppone alla sua costruzione e dando voce alle tante preoccupazioni di chi vive nell’area sui possibili rischi. Nuovi tubi per la Co2 saranno posati per 35 chilometri, mentre altri 149 chilometri di gasdotti esistenti saranno riadattati. L’obiettivo di Eni è arrivare a stoccare 4,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno in una prima fase del progetto, per poi raggiungere fino a 10 milioni a pieno regime. Ma i dubbi, dice Recommon, sull’efficacia di questa tipologia di progetti rimangono, sia sul versante della sicurezza che su quello dell’efficacia. Nel 2023, un carbonodotto è esploso a Satartia in Mississipi con decine di feriti e negli ultimi 15 anni sono state documentate ben 76 fuoriuscite della CO2 negli Usa. Uno studio dell’Imperial College di Londra, pubblicato a inizio settembre sul sito della rivista Nature, evidenzia come il rischio di terremoti, problemi tecnici o dispute territoriali renda possibile immagazzinare in modo sicuro e su scala globale solo 1.500 gigatonnellate di CO2, un numero ben inferiore alle 40mila gigatonnellate precedentemente stimate. Uno rapporto di ReCommon e Greenpeace Italia ha rilevato come, dal 2009, i governi di tutto il mondo abbiano stanziato 8,5 miliardi di dollari per progetti di CCS, ma solo il 30% di questi finanziamenti sia stato speso. Questo perché alcuni progetti non sono riusciti a partire, mentre molti altri sono in ritardo o hanno ottenuto risultati così deludenti da essere già stati abbandonati per insostenibilità economica o problemi tecnici.
La lobby fossile fa il record di presenze alla COP30 in Brasile. ReCommon: “Belém assediata dai giganti dell’oil&gas”
Roma, 14 novembre 2025 –  Come membro della coalizione internazionale Kick Big Polluters Out (KBPO), che chiede di escludere i lobbisti fossili dalle Conferenze per il clima, ReCommon ha avuto accesso a documenti confidenziali della COP30. Dall’analisi delle carte,  emerge che in totale i lobbisti fossili presenti al vertice di Belém sono 1.602, di gran lunga il numero più alto dei rappresentanti di quasi tutte le delegazioni nazionali presenti, superati solo dal Brasile (3805), Paese ospitante. Uno ogni 25 delegati presenti, in termini percentuali un aumento del 12% rispetto ai negoziati sul clima dello scorso anno a Baku, in Azerbaigian e la più grande concentrazione di lobbisti dei combustibili fossili alla COP da quando KBPO ha iniziato ad analizzare i partecipanti alla conferenza. Tra i dati che spiccano maggiormente, va segnalato che i lobbisti fossili hanno ricevuto il 66% in più di pass per la COP30 rispetto a tutti i delegati dei 10 paesi più vulnerabili al cambiamento climatico messi insieme (1061). Una sproporzione che dimostra, ancora una volta, come chi è responsabile dell’aggravarsi della crisi climatica continui a godere di un accesso privilegiato ai tavoli multilaterali dove si decide il futuro del pianeta. I lobbisti italiani sono complessivamente 17, con 3 esponenti della Fondazione Enrico Mattei, collegata al campione nazionale del fossile ENI, 2 di Confindustria, 4 di ACEA, società che sta puntando con decisione su progetti per lo sfruttamento del gas, 6 di Enel, che conferma di essere particolarmente attiva in America Latina, uno di Edison, tra le società più attive nell’import di GNL nel nostro paese, e uno della Venice Sustainability Foundation, fondazione con governance a guida fossile presente alla COP con il direttore generale Alessandro Costa, dipendente del leader europeo e italiano delle infrastrutture gasiere Snam. Massiccio il contingente di esponenti di organizzazioni di lobbying che promuovono una considerevole fetta del greenwashing del settore fossile, ovvero i bio-carburanti e la cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCS) anche collegata alla produzione di idrogeno e ammoniaca da fonti fossili. Queste organizzazioni annoverano tra i loro membri anche ENI e Snam, che a Ravenna, sono impegnate nel primo progetto di CCS italiano. Una tecnologia, quest’ultima, che ReCommon denuncia come estremamente costosa, poco sicura e non efficace, che necessita di ingenti sussidi pubblici. Il progetto di Eni e Snam, al momento in fase sperimentale, ha potuto beneficiare di una legislazione a maglie larghe che le stesse corporation hanno contribuito a definire, in pieno conflitto di interessi, come spiegato in un recente report dell’associazione. . La presenza record di lobbisti fossili alla COP30 rafforza l’urgenza di introdurre un quadro vincolante di trasparenza e prevenzione dei conflitti di interesse all’interno dell’ambito ONU. Senza tali garanzie, i negoziati continueranno ad essere vulnerabili all’influenza delle stesse corporation che stanno alimentando la crisi climatica «A 10 anni dall’Accordo di Parigi, la presenza dei lobbisti fossili nelle COP, dove non dovrebbero trovarsi, continua a crescere» ha dichiarato Elena Gerebizza di ReCommon. «Stanno promuovendo “soluzioni” che vanno bene per i loro affari, ma non per le persone e il clima come il CCS, l’idrogeno e il biogas, che dovrebbero essere etichettati come greenwashing per l’espansione dell’estrazione di petrolio e gas che continua ad avvenire. Le compagnie fossili, invece, dovrebbero pagare per l’impatto globale delle loro attività» ha concluso Gerebizza.    «L’ennesima “invasione” di una COP da parte di manager fossili è intollerabile. L’obiettivo di questi “personaggi” è di garantirsi altri decenni di petrolio, gas e mega infrastrutture LNG spacciate come transizione. Per questo o si caccia l’industria fossile dalle COP o la crisi climatica continuerà a essere scritta da chi ne trae profitto» ha dichiarato Daniela Finamore di ReCommon.
Le promesse impossibili sul gas e cosa rischiamo
Quando lo scorso luglio Donald Trump e Ursula von der Leyen hanno annunciato un nuovo “patto energetico” tra Stati Uniti e Unione Europea, il messaggio era semplice e politicamente potente: più gas americano in Europa e un obiettivo ambizioso di 750 miliardi di dollari di scambi energetici entro il 2028. È un numero che fa effetto, ma non corrisponde a contratti vincolanti. Di fatto è un impegno politico, non un obbligo di acquisto. Donald Trump e Ursula Von der Leyen © European Union, 2025, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons Un impegno politico, però, che si scontra con la realtà: l’Europa consuma meno gas, sta costruendo troppa capacità infrastrutturale e sta introducendo regole, seppure non perfette, che rendono difficile impegnarsi a lungo su combustibili fossili. Diverse analisi dell’’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), stimato think tank statunitense, confermano queste false promesse. Dopo la crisi del 2022 e la corsa a sostituire il gas russo, l’UE ha visto un calo dei consumi di circa il 20% fra il 2021 e il 2024, mentre l’import LNG, dopo il boom iniziale, nel 2024 è sceso del 19% rispetto all’anno precedente. Nel 2024, i terminal LNG europei hanno lavorato con un utilizzo medio del 42%, già in calo rispetto al 58% del 2023. Nel frattempo, però, si è costruita capacità infrastrutturale a ritmi record. Entro il 2030 la capacità europea può superare 400 miliardi di metri cubi (bcm) l’anno, mentre la domanda prevista si attesta attorno ai 127 bcm. Questo significa che fino a metà della capacità potrebbe rimanere inutilizzata: oltre il 50% delle infrastrutture LNG dell’Unione Europea può diventare economicamente inutile entro il 2030 qualora la domanda continuasse a scendere. Come è molto probabile che accada. L’Italia è tra i Paesi più esposti, perché sta vivendo una rapida fase di espansione delle infrastrutture GNL. Snam ha un ruolo centrale nello sviluppo e nella gestione della filiera. Sul fronte operativo, il rigassificatore di Piombino può trattare 5 bcm/anno ma nei primi nove mesi del 2024 ha rigassificato solo 2,45 bcm, circa metà della capacità. Il rigassificatore di Ravenna aggiunge altri 5 bcm l’anno: è entrato in servizio a maggio 2025, dopo l’ormeggio avvenuto il 28 febbraio, e ha ricevuto il primo cargo commerciale dagli USA l’11 giugno 2025. La capacità quindi cresce velocemente ed è destinata quasi a triplicarsi, passando da 16,1 miliardi di metri cubi nel 2022 a 47,5 miliardi previsti entro il 2026. Intanto, però, la domanda nazionale di gas continua a scendere in modo netto di anno in anno. Qui, allora, entra in gioco il concetto di stranded assets: infrastrutture costose che non ripagano l’investimento perché sottoutilizzate, terminal che lavorano sotto la piena capacità e ricavi regolati che non sempre coprono il costo del capitale senza ricorrere a meccanismi tariffari. Nella filiera del gas, il “bene” che rischia di arenarsi non è solo l’infrastruttura. Lo sono anche i contratti di fornitura: se un’impresa ha preso impegni pluriennali su volumi che poi non riesce a collocare, può finire per pagare penali o rivendere i carichi in perdita. A livello di sistema, questo si traduce in costi finanziari e opportunità mancate che non compaiono subito nelle bollette, ma prima o poi emergono. Quando un’infrastruttura resta mezza vuota, i costi fissi non spariscono. Nelle reti regolate tendono a essere spalmati sulle tariffe, quindi su famiglie e imprese. Se gli asset sono detenuti (direttamente o indirettamente) da soggetti a controllo pubblico, una parte del rischio grava anche sui conti dello Stato. In aggiunta, il settore bancario vede salire il rischio di credito se i flussi di cassa attesi non si materializzano.  La promessa fatta nell’acquisto del gas statunitense rischia quindi essere molto problematica: capacità in più, domanda in meno, e un sistema che per restare in piedi spalma i costi fissi sui consumatori. Miliardi che potevano essere destinati a promuovere una transizione vera e giusta in Europa e in Italia resteranno inchiodati a infrastrutture che non rendono come promesso. Gli stranded assets non “esplodono” in un giorno: si sedimentano. E quando diventano evidenti è perché il conto è già maturato. Ecco perché aumentare ancora la capacità o blindare acquisti pluriennali rischia di trasformare gli impegni politici di oggi in un costo duraturo per domani.
Dieci anni perduti
COME I PROTAGONISTI DELL’ESTRATTIVISMO FOSSILE ITALIANO HANNO MINATO L’ACCORDO DI PARIGI Download Dieci anni perduti REPORT PDF | 2.26 MB scarica il report “Dieci anni perduti – Come i protagonisti dell’estrattivismo fossile italiano hanno minato l’Accordo di Parigi” è lo studio di ReCommon lanciato alla vigilia della COP30 in Brasile che analizza le attività dei protagonisti del comparto fossile e finanziario pubblico e privato oggetto delle campagne dell’associazione: ENI, Snam, SACE e Intesa Sanpaolo. Di fatto tutti soggetti impegnati a sabotare l’Accordo di Parigi. Alla COP21, tenutasi nel 2015 nella capitale francese, i paesi firmatari dell’accordo, compresa l’Italia, avevano promesso di «tenere le temperature ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali».
Le corporation fossili e la finanza pubblica e privata italiana hanno affossato l’Accordo di Parigi, lo rivela il nuovo rapporto di ReCommon “Dieci anni perduti”
Roma, 6 novembre 2025 – A pochi giorni dall’inizio della COP30 di Belém, in Brasile, ReCommon lancia oggi il rapporto “Dieci anni perduti – Come i protagonisti dell’estrattivismo fossile italiano hanno minato l’Accordo di Parigi”. Download Dieci anni perduti REPORT PDF | 2.26 MB scarica il report Lo studio si concentra sulle attività dei protagonisti del comparto fossile e finanziario pubblico e privato oggetto delle campagne dell’associazione: ENI, Snam, SACE e Intesa Sanpaolo, di fatto tutti impegnati a sabotare l’Accordo di Parigi. Alla COP21 tenutasi nel 2015 nella capitale francese, val la pena ricordarlo, i paesi firmatari dell’accordo, compresa l’Italia, avevano promesso di «tenere le temperature ben al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli pre-industriali, e proseguire l’azione volta a limitare l’aumento di temperatura a 1,5 gradi rispetto ai livelli pre-industriali». Dalla COP21 di Parigi, in Italia si sono succeduti cinque governi ed ENI ha prodotto in totale circa 6,39 miliardi di barili equivalenti di petrolio e gas, dichiarando ogni anno la propria volontà di aumentare la produzione di combustibili fossili almeno fino al 2030. Così la più importante multinazionale italiana potrebbe sforare del 73% (2024) e dell’89% (2025) i parametri previsti dagli scenari di zero emissioni nette (NZE) dell’Agenzia Internazionale dell’Energia per raggiungere l’obiettivo di limitare l’aumento di temperatura entro 1,5 gradi.    Nello stesso lasso di tempo, Snam e le altre grandi società di trasporto del gas hanno speso fino a 900mila euro in attività di lobbying a Bruxelles, riuscendo a ottenere quasi 50 incontri con i massimi funzionari politici della Commissione europea per discutere i loro progetti di gasdotti da costruire o acquisire. La società di San Donato Milanese è divenuta in pochi anni il più grande operatore della rete di trasporto del gas in Europa per infrastrutture controllate, corrispondenti a oggi a una rete di oltre 40mila chilometri di gasdotti, terminal di rigassificazione per 28 miliardi di metri cubi di capacità annua gestita, depositi di stoccaggio per 16,9 miliardi di metri cubi. Piani di investimento incentrati su petrolio e gas che non sarebbero possibili senza la mediazione e il supporto delle istituzioni finanziarie, a partire da quelle pubbliche. Controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze, SACE è l’agenzia di credito all’esportazione italiana. Il suo ruolo è quello di rilasciare garanzie – cioè un’assicurazione pubblica – sia alle aziende, i cui progetti all’estero possono essere assicurati, sia alle banche commerciali, per garantire i prestiti ai progetti esteri delle aziende. Negli ultimi 10 anni, SACE ha rilasciato garanzie per il settore dell’energia fossile pari a 22,18 miliardi di euro. È l’operatività di SACE a fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto a livello globale. C’è, infine, il più grande gruppo bancario privato italiano: Intesa Sanpaolo. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel solo 2024 i finanziamenti a carbone, petrolio e gas da parte della banca di Corso Inghilterra sono aumentati del 18% rispetto all’anno precedente, raggiungendo la cifra di 11 miliardi di dollari, mentre gli investimenti sono saliti del 16% (10 miliardi a inizio 2025). ENI si conferma come la corporation fossile più finanziata da Intesa Sanpaolo; forte è anche la crescita del sostegno a Snam (+60% negli investimenti e +96% di finanziamenti nel 2024).  «Quando si parla di crisi climatica c’è chi ha maggiori, incomparabili, responsabilità rispetto al singolo individuo: i gruppi industriali e finanziari, che sono parte strutturale di un sistema improntato sull’energia fossile. L’Italia non fa eccezione», commenta Simone Ogno di ReCommon. «Per troppo tempo questa crisi è stata raccontata come un fenomeno astratto,  nascondendo così il fatto che ne stiamo già pagando, letteralmente, le conseguenze sul piano materiale. Crisi climatica significa infatti impatti sociali, economici e ambientali. È arrivato il momento che i responsabili siano in prima fila a pagare i costi di questa crisi», conclude Ogno.