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Entreremo in guerra per difendere una rovinosa dipendenza energetica?
Nella giornata di ieri, al Senato, la presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni è intervenuta in merito ai cosiddetti “sviluppi della crisi in Medio Oriente”. La Premier ci ha tenuto a rimarcare che «non siamo in guerra, e non vogliamo entrare in guerra». Fino a qui, tutto bene. Salvo poi aggiungere che sia necessario fare qualcosa «a difesa delle nostre economie». La risoluzione presentata dalla maggioranza ha chiarito cosa possa essere questo “qualcosa”: l’Italia potrebbe entrare in guerra – di soppiatto, si intende – sia per avere la certezza della consegna delle commesse energetiche – ora interrotte dalla chiusura de facto dello Stetto di Hormuz – che a tutela di quelle infrastrutture energetiche a monte delle commesse, cioè raffinerie e, soprattutto, impianti di estrazione e liquefazione di gas.   Si staglia quindi all’orizzonte l’ennesima missione militare a tutela dei cosiddetti “interessi strategici nazionali”, cioè le infrastrutture e le rotte di approvvigionamento di petrolio e gas. Questo già avviene, ad esempio, nel Mediterraneo centrale e orientale e nel Golfo di Guinea. Senza contare le “deviazioni” legate alle missioni EUNAVFOR Aspides e EUNAVFOR Atalanta. Queste due missioni riguardano il pattugliamento del Mar Rosso e dell’Oceano indiano nord-occidentale, ma le “deviazioni” permettono alla marina militare italiana di spingersi fino al Canale di Mozambico per difendere gli interessi strategici “nostrani”. Dati alla mano, però, non si capisce bene quali siano, questi interessi. In quel tratto di mare si trova la piattaforma di estrazione e liquefazione di gas Coral South FLNG di ENI, ma nel 2016 la multinazionale ha firmato un accordo con BP «per la vendita del gas naturale liquefatto (GNL) prodotto dall’impianto». BP lo rivende sul mercato al miglior offerente, ragion per cui su oltre 100 carichi di GNL solo due sono arrivati in Italia. L’economia italiana è sottoposta costantemente a forti pressioni, causate dalla fluttuazione del costo delle materia prime, soprattutto gas e petrolio, perché ne è dipendente. Ridurre questa dipendenza sarebbe l’unica mossa sensata da fare. E invece il governo cosa fa? Decide, potenzialmente, di inviare la marina militare a rafforzare queste catene di dipendenza, che non sono altro che catene di fragilità economica. Catene che così si stringono al collo della popolazione, soprattutto a quello delle fasce economicamente più vulnerabili. È la dipendenza dalle fonti fossili a creare povertà energetica e, di conseguenza, povertà economica. Una dipendenza – è necessario dirlo ad alta voce – che affama le persone, costrette a scegliere tra la spesa e il carburante solo perché le multinazionali energetiche e le istituzioni finanziarie non vogliono saperne di mollare la presa sui loro profitti, resi possibili grazie a questo business e alla speculazione sui mercati. Insomma, il nostro Paese rischia di entrare in guerra per difendere gli interessi di pochi. I soliti pochi.
March 12, 2026
ReCommon
ReCommon diffida SACE dal sostenere finanziariamente il devastante progetto Argentina LNG, che vede anche il coinvolgimento di ENI
Roma, 12 marzo 2026 – ReCommon ha inviato oggi una lettera all’assicuratore pubblico italiano SACE e alla sua controllante ministero dell’Economia e delle Finanze – di concerto con il ministero per gli Affari esteri e della Cooperazione internazionale – per diffidarlo dal sostenere il progetto Argentina LNG nella Patagonia argentina. Il progetto prevede, tra l’altro, l’installazione di 6 navi di liquefazione di gas (FLNG) nell’incontaminato Golfo San Matías, due delle quali saranno realizzate da ENI, alla quale SACE garantirebbe l’operazione con soldi pubblici. Le 6 unità galleggianti riceveranno il gas da trasformare in forma liquida per l’export dall’immenso giacimento di Vaca Muerta, seconda riserva di gas di scisto del mondo. L’iniziativa è in capo a YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata  dallo Stato. Sotto il profilo finanziario e del conseguente rischio d’investimento, l’operazione coinvolge un contesto nazionale – quello argentino – caratterizzato da strutturale fragilità economica e da un’elevata esposizione a variabili macroeconomiche e politiche. È molto rilevante che la stessa SACE, nell’ambito delle proprie analisi, attribuisca all’Argentina un rischio politico medio-alto (71/100 di Media Rischio politico) e un rischio di credito alto (82/100). Sotto il profilo ambientale e sanitario, le criticità appaiono ancor più rilevanti. La vicina Penisola di Valdés è stata dichiarata nel 1999 patrimonio dell’umanità dall’UNESCO per l’unicità dell’habitat e per la presenza di specie marine di elevatissimo valore conservazionistico, tra le quali figurano la balena franca australe, orche, leoni marini sudamericani, elefanti marini, delfini scuri e pinguini di Magellano. L’area interessata comprende inoltre riserve naturali quali Punta Bermeja, il cui promontorio ospita La Lobería, la colonia di leoni marini più grande del continente sudamericano, Caleta de Los Loros e Bahía de San Antonio, precedentemente tutelate contro la contaminazione da idrocarburi attraverso una legge abrogata nell’agosto 2022 al solo fine di consentire illegittime operazioni, particolarmente inquinanti, nell’area. L’ubicazione delle unità galleggianti di liquefazione del gas, nonché il traffico marittimo a esse associato, interferirebbe inoltre con le rotte migratorie della balena franca australe. La Lobería, la colonia di leoni marini più grande del continente sudamericano. Foto Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon, dicembre 2025. «Durante la nostra recente missione sul campo in Argentina, nell’area interessata dal progetto, abbiamo appreso che gravi sono state anche le criticità dal punto di vista delle consultazioni pubbliche. Le riunioni con le comunità locali, promosse dalla società YPF, si sono svolte in un contesto militarizzato e caratterizzato da tensioni tali da determinare un clima intimidatorio nei confronti di cittadini e associazioni locali contrarie alla realizzazione del progetto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «E c’è di più: si tratterebbe dell’ennesimo progetto che aggrava la dipendenza italiana dai combustibili fossili, una scelta miope se guardiamo a quanto sta avvenendo con la chiusura dello Stretto di Hormuz in questi giorni. Per tutte queste ragioni, ci vediamo costretti a diffidare la SACE affinché denaro pubblico non sia usato per un tale scempio» ha concluso Ogno. 
March 12, 2026
ReCommon
La crisi di Hormuz rafforza gli Stati Uniti e lascia l’Europa col fiato sul collo
Il blocco dello stretto di Hormuz, causato dall’escalation militare seguita agli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta mandando in pezzi la sicurezza energetica europea. Da lì, infatti, passa circa un quinto del commercio globale di gas naturale liquefatto (GNL) e una quota significativa del GNL che arriva nei terminal europei, soprattutto dal Qatar, attraversa proprio il passaggio marittimo tra Iran e Oman. Non è un dettaglio marginale neppure per l’Italia. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si recò in Qatar insieme all’amministratore delegato di ENI Claudio Descalzi per negoziare nuovi accordi di fornitura di GNL destinati a garantire la “sicurezza energetica” del Paese. Oggi il Qatar resta uno dei pilastri di questo sistema: nel 2025 il GNL ha coperto circa un terzo dei consumi italiani di gas, e circa il 24% del GNL importato in Italia proviene dal Qatar. Non a caso, la compagnia statale QatarEnergy ha appena dichiarato la “force majeure” su alcune forniture di GNL dopo attacchi alle infrastrutture energetiche del Paese, una clausola che consente di sospendere temporaneamente le consegne e che riguarda anche i contratti di lungo periodo con compagnie europee, tra cui ENI. Secondo una recente analisi dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA), una chiusura dello stretto potrebbe mettere a rischio circa il 10% delle importazioni europee di GNL. I mercati del gas reagiscono in tempo reale a queste dinamiche. Negli ultimi giorni i prezzi del gas europeo sono schizzati alle stelle, riaccendendo i timori di una nuova fase di volatilità energetica. Per paesi fortemente dipendenti dalle importazioni come l’Italia, questo significa una prospettiva molto concreta: instabilità dei prezzi, con costi più alti per imprese e famiglie e il rischio che le bollette tornino a salire. La crisi nel Golfo Persico non riguarda solo il Medio Oriente. Rivela qualcosa di più profondo: la fragilità della strategia energetica europea degli ultimi anni. Non è la prima volta che accade. È già successo con la guerra in Ucraina e i suoi effetti sul mercato energetico europeo. Dopo il 2022, il Vecchio Continente ha costruito nuovi terminal di rigassificazione e ha aumentato massicciamente le importazioni di gas naturale liquefatto. Questa strategia ha permesso all’Europa di superare lo shock energetico iniziale e di diversificare le forniture. Ma ha anche prodotto una nuova realtà: la dipendenza energetica non è scomparsa, si è semplicemente spostata. E qui entrano di nuovo in ballo gli Stati Uniti che oggi sono diventati il principale fornitore di GNL dell’Unione Europea. Nel secondo trimestre del 2025 hanno coperto circa il 27% di tutte le importazioni di gas europee e circa il 58% del gas liquefatto importato dal continente. Secondo diverse analisi, se le tendenze attuali continueranno, entro il 2030 gli Stati Uniti potrebbero arrivare a fornire tra il 75 e l’80% del GNL importato dall’Europa. In altre parole, la dipendenza energetica europea non è finita. Ha cambiato direzione. Il gas liquefatto viene spesso presentato come una soluzione che garantisce sicurezza e flessibilità. Ma in realtà lega l’Europa a un mercato globale molto più volatile. A differenza dei gasdotti, il GNL è una commodity globale: le navi metaniere vanno dove il prezzo è più alto. In caso di tensioni internazionali, Europa e Asia competono per gli stessi carichi. Il risultato è un sistema energetico in cui i prezzi possono cambiare drasticamente nel giro di pochi giorni. Come osserva Seb Kennedy in un’analisi pubblicata da Energy Flux, “Questa guerra è una manna per gli esportatori di GNL statunitensi e una catastrofe per tutti gli altri.” Ogni shock geopolitico nel mercato globale del gas tende oggi a rafforzare la posizione degli Stati Uniti come fornitore dominante. Più aumenta l’incertezza su altri produttori o su alcune rotte marittime, più il GNL americano diventa centrale per l’equilibrio del sistema. Questo rafforza il peso geopolitico degli Stati Uniti nel sistema energetico globale. Per l’Europa, invece, significa entrare in un sistema molto più instabile, esposto alle crisi geopolitiche, alla competizione con l’Asia per gli stessi carichi di GNL e alla volatilità dei mercati. L’Italia è pienamente inserita in questa nuova geografia energetica. Non a caso, nelle ore successive all’attacco statunitense contro l’Iran, il governo italiano ha convocato immediatamente ENI e Snam per valutare possibili contromisure e monitorare l’impatto sul sistema energetico nazionale. Su queste contromisure, tuttavia, si sa molto poco: nessun dettaglio è stato reso pubblico su quali scenari siano stati discussi e su quali strumenti il governo intenda utilizzare. ENI ha firmato nel 2025 un contratto ventennale con la società statunitense Venture Global per l’acquisto di circa due milioni di tonnellate di GNL all’anno. Snam gestisce gran parte delle infrastrutture di trasporto e rigassificazione che permettono l’arrivo di questi carichi nel Paese. Dietro c’è anche la finanza italiana: Intesa Sanpaolo è tra le principali banche europee coinvolte nel finanziamento di nuovi progetti GNL negli Stati Uniti, con miliardi di dollari destinati negli ultimi anni allo sviluppo di nuovi terminal. Il risultato è che una parte crescente del sistema energetico europeo, e italiano, è ormai legata all’espansione del gas liquefatto statunitense. La narrativa della “liberazione dal gas russo” ha quindi nascosto un paradosso: l’Europa ha sostituito la dipendenza dai gasdotti russi con una dipendenza da un mercato globale molto più instabile, in cui rotte marittime, conflitti regionali e competizione tra continenti possono ridisegnare gli equilibri nel giro di poche settimane. I “vincitori” di questa partita sono le grandi compagnie fossili che continuano a beneficiare dell’instabilità geopolitica. Le crisi energetiche, come si è visto già nel 2022, si traducono spesso in profitti straordinari per i produttori di petrolio e gas. Un paradosso che rende ancora più evidente il nodo politico della questione energetica europea.
March 9, 2026
ReCommon
Webinar | Fondi ESG: nuove regole UE, greenwashing e scelte dei risparmiatori
Data: 5 mar 2026 04:30 PM Link per iscrizione zoom: Fondi ESG: nuove regole UE, greenwashing e scelte dei risparmiatori Negli ultimi anni i fondi ESG sono cresciuti rapidamente, attirando l’interesse di milioni di risparmiatori. Ma quanto sono davvero sostenibili questi prodotti finanziari? Le nuove regole europee – dalle linee guida ESMA sui nomi dei fondi alla proposta di revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR 2.0) – promettono di contrastare il greenwashing nella finanza sostenibile. Allo stesso tempo, inchieste giornalistiche e analisi indipendenti continuano a sollevare dubbi sulla reale destinazione dei risparmi investiti. Questo webinar vuole fare il punto su cosa sta cambiando nel mercato dei fondi ESG e su cosa significa per i risparmiatori. Durante l’incontro: – presenteremo i risultati del report Finally Fossil Free sulle nuove regole europee e il greenwashing nei fondi ESG; – analizzeremo il caso italiano, con un focus sugli investimenti dei fondi di Intesa Sanpaolo; – discuteremo il ruolo dei consumatori nella finanza sostenibile; – approfondiremo le recenti inchieste sugli investimenti ESG nell’industria delle armi. Il webinar è aperto a tutte le persone interessate a capire meglio dove finiscono i propri risparmi e come sta evolvendo la regolazione europea della finanza sostenibile. Relatori: – Andrea Barolini, direttore di Valori.it – Carlotta Indiano, giornalista di IrpiMedia – Daniela Finamore, campaigner finanza e clima di ReCommon modera Andrea Di Turi, giornalista freelance che si occupa di finanza sostenibile per testate come Avvenire e la stessa Valori e si autodefinisce attivista per la giustizia climatica.
March 3, 2026
ReCommon
Azione digitale di ReCommon su SACE: «non finanziate la distruzione della Patagonia argentina!»
Roma, 3 marzo 2026 – ReCommon lancia oggi un mailbombing su SACE per chiedere che l’assicuratore pubblico italiano non contribuisca alla distruzione di un tratto di costa della Patagonia settentrionale, attraverso il sostegno finanziario ad Argentina LNG. Il progetto prevede, tra l’altro, l’installazione di 6 navi di liquefazione di gas (FNLG) nell’incontaminato Golfo San Matías, due delle quali saranno realizzate da ENI, alla quale SACE garantirebbe l’operazione con soldi pubblici. Le 6 unità galleggianti riceveranno il gas da trasformare in forma liquida per l’export dall’immenso giacimento di Vaca Muerta, sito nelle province occidentali argentine di Neuquén, Rio Negro Pampa y Mendoza, seconda riserva di gas di scisto del mondo. L’iniziativa è in capo a YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Il gas di Vaca Muerta è prodotto prevalentemente attraverso il fracking, una pratica ultra-invasiva che richiede grandi quantità di acqua e l’uso di sostanze chimiche, e di conseguenza aumenta il rischio di inquinamento da idrocarburi delle falde acquifere. L’intero progetto Argentina LNG, sia nella parte di estrazione che di processamento per l’export, prevede un costo complessivo intorno ai 50 miliardi di dollari. Le comunità del Golfo San Matías vivono in simbiosi con il mare, da cui da decenni traggono sostentamento, ma è proprio questo ecosistema unico al mondo a essere a rischio a causa del potenziale intensificarsi del traffico marittimo e dall’inquinamento provocato dalle navi FLNG. All’estremità meridionale del Golfo si trova la Penisola di Valdés, patrimonio dell’umanità UNESCO per la presenza di diverse specie marine, tra cui spicca la balena franca australe. L’area dove dovrebbero essere posizionate le 6 unità galleggianti per il gas corrisponde proprio a quella interessata dalle rotte migratorie del cetaceo. «Ai finanziatori di questo progetto dico di tornare a casa. Vogliamo continuare a convivere con il mare, che è vivo e che vogliamo difendere» ha dichiarato Raquel Perrier, biologa marina residente nell’area interessata dalle navi FLNG. «Chiedo a coloro che vogliono finanziare Argentina LNG di guardare e sentire il Golfo San Matías come lo guardiamo e lo sentiamo noi che viviamo qui: è la nostra casa, abbiamo un legame d’amore che ci unisce, ci dà cibo e lavoro. Non è un luogo da riempire di navi inquinanti. Lo vogliamo così, blu per sempre, e lo difenderemo ogni volta che qualcuno lo metterà a rischio» ha aggiunto Fabricio Di Giacomo della Multisectorial Golfo San Matías, assemblea nata in difesa del golfo. In un Paese economicamente fragile come l’Argentina, è pressoché impossibile che un’azienda privata, nel caso specifico di questa operazione ENI, si muova senza un forte sostegno pubblico. Per questa ragione entrano in gioco le agenzie di credito all’esportazione come SACE, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Val la pena ricordare che l’attività prevalente di queste agenzie è il rilascio di garanzie, una sorta di assicurazione pubblica: se le cose vanno male, SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato capitali alle aziende per i loro investimenti esteri. In entrambi i casi lo fa con soldi pubblici. Per molti anni l’operatività di SACE in Argentina è proceduta con il contagocce, ma l’affinità politica tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente argentino Javier Milei ha contribuito enormemente a invertire la rotta. «È l’operatività di SACE a fare dell’Italia il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile in Europa e il quarto a livello globale. Non si tratta però solo di clima: in gioco ci sono anche la tutela dei diritti umani e l’utilizzo problematico di risorse pubbliche. Un vero e proprio gioco d’azzardo sulla pelle delle persone. L’agenzia e il governo hanno l’opportunità di invertire la rotta, iniziando dal non sostenere finanziariamente Argentina LNG», ha affermato Simone Ogno di ReCommon.
March 3, 2026
ReCommon
Tour nei santuari fossili trumpiani, tra petrolio e gas
pubblicato sul Manifesto del 26/02/26 «Lavori in corso» è l’ipotetico cartello che sormonta il tratto di costa del Golfo del Messico tra il Texas e la Louisiana. Lì, infatti, ci sono alcuni dei più importanti terminal per l’esportazione di gas naturale liquefatto attualmente in fase di espansione o di costruzione ex novo. Perché agli slogan trumpiani, drill, baby drill, fanno seguito i fatti. Estrarre più petrolio e il gas a esso associato vuol dire non solo puntare sull’aumento del consumo interno dei combustibili fossili, ma anche destinare una bella fetta della produzione ai mercati internazionali. In particolare quello europeo, «affrancatosi» dalla dipendenza russa. Gas flaring nel bacino Permiano. Foto ReCommon PER QUESTA RAGIONE IL PANORAMA dell’area costiera del Golfo del Messico, già pesantemente segnata da decenni di trivellazioni soprattutto offshore, si sta «arricchendo» di impianti di trasformazione del gas in forma liquida, poi caricato su gigantesche navi che fanno il giro del mondo. In quest’area si contano sei terminal attivi e altrettanti in fase di realizzazione o progettazione. CAMERON PARISH, costa sudoccidentale della Louisiana, è uno dei luoghi in cui l’espansione del business del gas naturale liquefatto raggiunge la sua massima concentrazione, sia in termini industriali che di impatti, perché invade un territorio composto da terre umide, canali e comunità costiere già esposte a erosione, uragani e decenni di precedenti estrazioni. CON CAPACITÀ DI CIRCA 10 MILIONI di tonnellate l’anno (MTPA) di gas naturale liquefatto, Calcasieu Pass LNG è il terminal già attivo, ma a poche centinaia di metri decine di gru testimoniano che sono già iniziati i lavori per Calcasieu Pass LNG 2, altra mega-opera dall’esorbitante costo di 28 miliardi di dollari. I DUE TERMINAL SONO DI PROPRIETÀ di Venture Global, società molto vicina all’attuale inquilino della Casa Bianca. La stessa con cui Eni, nel luglio 2025, ha siglato un contratto per l’acquisto di 2 milioni di tonnellate di gas l’anno per i prossimi 20 anni. Facendo così contenti sia Donald Trump che la sua amica Giorgia Meloni. LA CRESCITA DI «VENTURE GLOBAL» è strettamente «connessa» all’amministrazione Trump, tanto che è spesso citata come una delle compagnie che più hanno beneficiato di iter autorizzativi accelerati. QUESTA DIMENSIONE POLITICA è diventata rilevante in una recente inchiesta del Guardian. Secondo quanto scoperto dal quotidiano inglese, i co-fondatori di Venture Global, Michael Sabel e Robert Pender, avrebbero acquistato milioni di azioni della propria società pochi giorni dopo incontri con alti funzionari dell’amministrazione Trump e immediatamente prima del rilascio di autorizzazioni chiave per l’espansione del Gnl, incluso il progetto Calcasieu Pass 2. PER «CALCASIEU PASS LNG 2» i tempi di realizzazione stimati sono molto contenuti: «solo» 29 mesi. Al momento sono impiegati 7 mila lavoratori, ma quando l’impianto sarà attivo si ridurranno a poche centinaia. «I migranti sono tantissimi, ma qui non abbiamo mai notato una presenza reale dell’Ice», sottolinea James Hiatt, fondatore di Better Bayou You, organizzazione di base che cerca di contrastare con ogni mezzo, anche per vie legali, l’espansione dei terminal Gnl. In realtà ci era anche riuscita con uno stop ai tempi dell’amministrazione Biden, poi con il nuovo inquilino della Casa Bianca si è ribaltato tutto. E i generosi finanziamenti del settore fossile a Trump sono forse alla base di questa presenza «discreta» dell’Ice da queste parti. CAMERON PARISH HA STORICAMENTE basato la sua economia su pesca, acquacoltura e allevamento di crostacei. Attraversiamo il bacino d’acqua accanto ai due terminal di Calcasieu su una barca, accompagnati dal volo di stormi di pellicani. A guidarla è Sky Leger, un pescatore che ci racconta che lui è ormai uno degli ultimi attivi sul territorio e che all’inizio dei lavori di realizzazione del nuovo terminal ingenti scarichi di fango hanno distrutto migliaia di ostriche, eccellenza di questa regione. Chissà se hanno avuto un impatto anche sui delfini, che qui sembrano essere numerosi. SE PER I PESCATORI IL DANNO è soprattutto economico, per i residenti l’espansione dei terminal significa convivere con impianti ad alto rischio, dove gli incidenti sono all’ordine del giorno. L’ultimo si è verificato solo un paio di giorni prima del nostro arrivo, un’esplosione con un ferito grave vicino a Holly Beach. Una spiaggia con alle spalle una manciata di case su palafitte, struttura singolare usata per far fronte agli allagamenti. Perché qui, dopo decenni di tregua, a causa della crisi climatica sono tornati gli uragani. Rita e Ike nel 2008 e Laura e Delta nel 2020, ci ricordano dei cartelli posti su un albero. Continuare a sfruttare il gas perpetua un circolo vizioso fatto di estrazioni e disastri climatici. E arricchisce gli azionisti di Venture Global ed Eni. IL GAS CHE SARÀ SPEDITO IN EUROPA e Asia giunge sulla costa dalle aride pianure del Bacino Permiano, mille chilometri più a nord. In realtà in questa area del Texas battuta continuamente dal vento il re incontrastato è ancora il petrolio. A leggere gli ultimi dati ufficiali, relativi al 2024, se ne producono sei milioni di barili al giorno, più di ogni altra regione al mondo. Più si pompa petrolio dalle viscere delle terra, più esce fuori anche gas, che in qualche modo tocca smaltire, solo in parte vendendolo. NON A CASO QUANDO SI ATTERRA a Midland, che con la città gemella Odessa forma la principale conurbazione dell’area, si scorgono già all’orizzonte le fiammate del flaring, ovvero il gas bruciato in torcia connesso proprio all’estrazione del petrolio. «Paradossalmente è meno grave che ci sia il flaring visibile a occhio nudo, piuttosto che le emissioni di metano nascoste», ci spiega Sharon Wilson dell’organizzazione locale Oilfield Witness, che individua le emissioni nascoste di cui ci parla con una termo-camera di ultima generazione, la quale dimostra quanto dai vari impianti le fuoriuscite non controllate come il flaring siano a tratti davvero massicce. A dirla tutta anche il flaring non sarebbe legale, ma c’è una soglia di tolleranza che le imprese dell’oil&gas sfruttano al meglio, senza essere troppo incalzate dalle autorità locali, si lamenta Wilson, che ci ribadisce che anche da queste parti l’Ice non sembra troppo interessata a stare con il fiato sul collo della forza lavoro, in buona parte di origini latino-americane. ATTRAVERSARE L’IMMENSO BACINO Permiano ha un effetto straniante. I pozzi e le infrastrutture legate all’estrazione sono ovunque, anche a pochi metri da interi quartieri, come il Pavilion Park di Midland. Decine di chilometri di terra un tempo fertile ma dove ora ci sono solo pochi ettari di campi di cotone bruciato dall’ondata di freddo anomalo che ha investito la zona pochi giorni prima della nostra venuta. Come le emissioni svelate dalla termo-camera, non si vedono gli intrichi di tubature sotterranee che collegano i pozzi alle strutture di processamento. Un’immensa ragnatela, segnalata qua e là da cartelli dai toni allarmisti – «attenzione, questo gas potrebbe essere tossico». A TRATTI L’ARIA È IRRESPIRABILE ma mai come nei pressi del laghetto di Bohemer, a un’ora e mezza di macchina da Midland. Un invaso formatosi a causa delle acque di scarto delle lavorazione del petrolio, dove in alcuni punti l’acqua ribolle in maniera inquietante e sia dentro che nelle immediate vicinanze del bacino non ci sono segni di vita. A UNA MANCIATA DI CHILOMETRI dal laghetto c’è un groviglio di tubi e impianti ancor più esteso di altri. È il Waha Hub, il punto di scambio del gas del Texas occidentale. Qui, a dimostrazione di come non sia tutto rose e fiori nemmeno per il comparto dell’oil&gas, nel 2024 il prezzo del gas al Waha è sceso sottozero per una quota significativa dell’anno, perché la produzione superava la capacità delle pipeline di portare il gas fuori dal bacino. In diversi momenti, i produttori hanno dovuto pagare per liberarsi del gas, pur di continuare a estrarre petrolio. LA TAPPA FINALE DEL NOSTRO TOUR in questa zona di sacrificio è un autogrill dall’effetto profondamente distopico: davanti alla stazione di servizio c’è la riproduzione di una colt alta 20 metri, una forma di pubblicità «adeguata» al luogo in cui ci troviamo, mentre all’interno si vendono cappellini con la scritta Oil Field Mafia, dove il termine italiano ha evidentemente un’accezione positiva. Chissà se anche Trump ne ha uno nella sua collezione.
February 26, 2026
ReCommon
Fondi ESG: le nuove regole UE contro il greenwashing lasciano fuori gran parte del mercato. Il caso Intesa Sanpaolo
Roma, 25 febbraio 2026 – Le nuove regole europee sui fondi “sostenibili” – dalle linee guida dell’Autorità europea dei mercati finanziari (ESMA) sui nomi dei fondi alla proposta di riforma della normativa europea SFDR – rappresentano un primo passo contro il greenwashing, ma lasciano ancora scoperta la parte più ampia del mercato. È quanto emerge dal nuovo rapporto Finally Fossil Free? (scaricabile in inglese a questo link) pubblicato da Urgewald, Finanzwende e Facing Finance. ReCommon ha analizzato separatamente i dati relativi al mercato italiano, con un focus specifico su Intesa Sanpaolo (qui sotto il report in italiano). Download Finalmente Fossil Free? REPORT PDF | 317.23 KB Download Le linee guida ESMA stabiliscono che i fondi che presentano nel nome termini come “sustainable”, “environment” o “impact” devono limitare gli investimenti nei combustibili fossili. Alla fine del 2024 in Europa esistevano 4.037 fondi con queste denominazioni. Prima delle nuove regole, circa la metà investiva ancora 18 miliardi di euro nei combustibili fossili. Dopo l’entrata in vigore, alcuni fondi hanno disinvestito 3,3 miliardi di euro. Molti gestori però hanno scelto di cambiare nome ai fondi invece di disinvestire: 604 fondi hanno eliminato i riferimenti alla sostenibilità, evitando così la vendita di 11,4 miliardi di euro di titoli fossili. Nei fondi che continuano a usare termini “green” restano comunque 1,9 miliardi di euro di investimenti fossili. Il problema principale riguarda però molti fondi che dichiarano di promuovere caratteristiche ambientali o sociali – come previsto dalla normativa europea SFDR – ma non lo indicano nel nome. Questi fondi non rientrano nelle esclusioni previste dalle linee guida ESMA e, secondo l’attuale proposta di riforma della SFDR (la cosiddetta “SFDR 2.0”), non sarebbero soggetti nemmeno ai nuovi criteri che richiederebbero il disinvestimento dalle aziende che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Di conseguenza, la parte più ampia del mercato dei fondi ESG resterebbe fuori dalle nuove esclusioni sull’espansione fossile. La riforma della SFDR potrebbe comunque avere un impatto su una parte del mercato: alcuni fondi dovrebbero vendere complessivamente circa 5 miliardi di euro di investimenti fossili. Tuttavia, una categoria di fondi “ESG basics” non avrebbe obblighi sull’espansione dei combustibili fossili. Questi fondi potrebbero escludere solo alcune società del carbone per circa 3,9 miliardi di euro, pur detenendo oltre 100 miliardi di euro in aziende che stanno ampliando le attività fossili. -------------------------------------------------------------------------------- Ne abbiamo parlato in un webinar sulla finanza sostenibile, insieme aa Andrea Barolini di Valori.it, Carlotta Indiano di IrpiMedia e il giornalista Andrea Di Turi. -------------------------------------------------------------------------------- Particolarmente significativo è il caso di Intesa Sanpaolo. I fondi del gruppo risultano esposti per circa 3,62 miliardi di euro a imprese che stanno espandendo le attività nei combustibili fossili. Solo il 3,3% di questa esposizione ricadrebbe nei fondi coperti dalle nuove regole ESMA e dalla riforma SFDR, mentre il 96,7% – circa 3,5 miliardi di euro – resterebbe fuori dalle nuove esclusioni. In altre parole, le nuove norme toccherebbero solo una piccola parte dei fondi del gruppo. Nel dettaglio, gli investimenti in Eni tramite fondi del gruppo ammontano a circa 314 milioni di euro, di cui il 99,85% non coperto dalle nuove esclusioni. Gli investimenti in Snam ammontano invece a circa 60 milioni di euro, di cui il 99,24% non coperto. “Il caso Intesa Sanpaolo è emblematico: parliamo della prima banca fossile italiana e quasi tutta l’esposizione dei suoi fondi all’espansione dei combustibili fossili resterebbe fuori dalle nuove esclusioni europee. Senza regole più ampie, il rischio concreto è che gran parte dei fondi che si presentano come sostenibili continui a finanziare l’espansione delle attività fossili”, commenta Daniela Finamore di ReCommon.
February 25, 2026
ReCommon
Argentina, tutto il gas che fa gola all’Italia
pubblicato su Il Manifesto il 12 febbraio 2026 La nostra relazione con il mare non è sporadica, ci conviviamo». Biologa marina, da più di quarant’anni Raquel Perier «convive» con il Golfo San Matías nella Patagonia settentrionale argentina, battendosi per la sua salvaguardia sia dentro i laboratori che per le strade. Negli anni ‘90, le comunità di San Antonio Oeste e Las Grutas si levarono contro la costruzione di un oleodotto. Una mobilitazione che nel 1999 non portò solo alla cancellazione dell’opera, ma anche all’approvazione della legge 3308 della provincia di Río Negro, che vietava la presenza nel golfo di infrastrutture per l’energia fossile. Un divieto, però, che non è più in essere. A settembre 2022, la legge 3308 è stata infatti modificata per permettere la realizzazione di vari progetti legati allo sfruttamento di petrolio e gas, prevalentemente estratti nella formazione geologica di Vaca Muerta, nella provincia limitrofa di Neuquén. L’AFFOSSAMENTO DELLA LEGGE 33 08 è stata la precondizione all’implementazione del Régimen de Incentivo para Grandes Inversiones (RIGI) nella provincia di Río Negro. Approvato nel 2024, il RIGI è un impianto normativo che offre una vasta gamma di incentivi per attirare investimenti esteri in vari settori strategici, a partire dal comparto estrattivo. Congiuntamente agli efferati tagli alla spesa pubblica, il RIGI è il fiore all’occhiello della strategia economica del presidente argentino Javier Milei, con l’obiettivo di azzerare il deficit di bilancio per il 2026 e ridurre il debito sovrano. Una vera e propria «terapia d’urto». MILLE CHILOMETRI A SUD DI BUENOS AIRES, la città di Viedma ospita l’assemblea Multisectorial Comarca Marítima Viedma Patagones. Quando il confronto vira sulle conseguenze di un potenziale incidente a una delle infrastrutture energetiche previste nella provincia di Río Negro, c’è chi si fa il segno della croce. «Non saremmo preparate. La sanità pubblica della provincia è al collasso, soprattutto quella d’emergenza. Il solo ospedale pubblico attrezzato è quello di Viedma, e se ciò non bastasse non ci sono abbastanza ambulanze né sufficiente personale medico». Una manifestazione di protesta contro il progetto Argentina LNG – foto ©Carlo Dojmi di Delupis/ReCommon A PARLARE È MARISA ALBANO dell’Asociación Sindical de Salud Pública de Río Negro (ASSPUR), sindacato che difende i diritti di chi lavora nel settore sanitario. Il RIGI sta accelerando la riconversione della matrice produttiva della provincia da agricola e basata sulla pesca a petrolifera e mineraria, conseguenza della «terapia d’urto» di Milei. All’orizzonte si stagliano 6 unità galleggianti per la liquefazione e l’export di gas (FLNG), parte del più ampio progetto Argentina LNG. L’iniziativa è guidata da YPF, la principale società argentina del petrolio e del gas, controllata dallo Stato. Con un investimento complessivo di circa 50 miliardi di dollari, il mega-progetto si pone l’obiettivo di espandere la produzione di idrocarburi a Vaca Muerta – seconda riserva di gas di scisto al mondo – e orientarla all’export. IL GAS DI VACA MUERTA E’ PRODOTTO prevalentemente attraverso il fracking, una pratica ultra-invasiva che richiede grandi quantità di acqua e l’uso di sostanze chimiche e di conseguenza aumenta il rischio di inquinamento da idrocarburi delle falde acquifere. «A Paso Córdoba (area di Vaca Muerta, ndr) l’acqua sgorga già contaminata dal petrolio. Là si producono le rinomate pere argentine che poi vengono esportate in tutto il mondo, anche in Italia», commenta Marisa. NEI GIORNI 11 E 12 FEBBRAIO 2024 si è tenuto a Roma il primo incontro ufficiale tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Milei. La premier non ha lesinato commenti positivi per l’esito del meeting. Il 20 novembre dello stesso anno è arrivato il momento di ricambiare la cortesia istituzionale, con l’annuncio del «Piano di Azione 2025-2030 Italia-Argentina». Firmato il 6 giugno 2025, il Piano dedica ampio spazio allo sfruttamento di Vaca Muerta. Una nota a pie’ pagina precisa che «l’accordo raggiunto tra YPF ed ENI nell’aprile di quest’anno può valere come esempio di interesse strategico di entrambi i governi». COME SOVENTE ACCADE, LA PRINCIPALE multinazionale energetica italiana fa da apripista e il governo segue. Il riferimento è al memorandum firmato il 14 aprile 2025 tra ENI e YPF per valutare la partecipazione del Cane a sei zampe in Argentina LNG. È così che, contestualmente alla firma del Piano italo-argentino, ENI e YPF siglano l’accordo per Argentina LNG «per le installazioni di produzione, di trattamento, di trasporto e di liquefazione del gas attraverso unità galleggianti, per una capacità totale di 12 milioni di tonnellate di LNG all’anno». IN UN PAESE ECONOMICAMENTE FRAGILE come l’Argentina, è pressoché impossibile che un’azienda privata si muova senza forti rassicurazioni pubbliche. È qui che entrano in gioco le agenzie di credito all’esportazione. Quella italiana è SACE, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. L’attività prevalente di queste agenzie è il rilascio di garanzie, una sorta di assicurazione pubblica: se le cose vanno male, SACE rimborsa le aziende oppure le banche che hanno prestato capitali alle aziende per i loro investimenti esteri. In entrambi i casi lo fa con soldi pubblici. PER MOLTI ANNI L’OPERATIVA DI SACE in Argentina è proceduta con il contagocce, ma il RIGI e l’affinità politica tra Roma e Buenos Aires hanno cambiato le carte in tavola, con incontri d’affari presenziati dall’agenzia italiana già dal 2024. Molto spesso all’ordine del giorno c’era lo sfruttamento di Vaca Muerta. Uno dei tratti distintivi delle zone di sacrificio è la violenza sulle persone, spesso esercitata attraverso la militarizzazione dei territori interessati dai mega-progetti. Argentina LNG non sembra fare eccezione. QUANDO ARRIVO’ IL MOMENTO delle consultazioni pubbliche relative alla Fase I del progetto «San Antonio Oeste è stata militarizzata, con l’intento di scoraggiare la partecipazione pubblica», racconta Fabricio Di Giacomo, membro della Multisectorial Golfo San Matías, assemblea nata in difesa del golfo. «La presenza poliziesca era massiccia. Alcuni poliziotti erano vestiti di nero e portavano grosse armi a tracolla, come se fossero un reparto speciale. Li vedevi in due sulle moto, pronti ad avvicinarsi a ogni persona che arrivava per la consultazione». LE CONSULTAZIONI PER LA FASE III in cui è coinvolta ENI devono ancora tenersi. All’estremità meridionale del Golfo San Matías si trova la Penisola di Valdés, patrimonio dell’umanità Unesco per l’unicità dell’habitat e la presenza di diverse specie marine, tra cui spicca la balena franca australe. L’area dove dovrebbero essere posizionate le sei unità galleggianti per il gas corrisponde a quella interessata dalle rotte migratorie del cetaceo. «Le unità galleggianti occupano una superficie già di per sé molto ampia, a ciò bisogna aggiungere luci artificiali e rumori h24. La conformazione particolare del golfo porta a una circolazione delle correnti di tipo semi- chiuso. Ciò significa che, in caso di incidenti, gli agenti inquinanti stazionerebbero nelle sue acque per molto tempo», aggiunge Perier. LA TRASFORMAZIONE DI RIO NEGRO e Chubut può porre fine all’identità, come racconta Fernando Ledesma, della Comunità Mapuche Tewelche Trawun Kutral: «Quando una persona è privata del suo territorio, è privata anche dei valori che il territorio trasmette. Siamo costretti ad abbandonare le aree rurali per trasferirci in città, perdendo le pratiche e i saperi trasmessi dai nostri avi». A ciò si aggiunge la repressione: «La nostra gente è accusata di terrorismo per il semplice fatto di difendere questi territori dall’estrattivismo». Gli fa eco Ana Dominguez, coordinatrice della campagna Golfo Azul Para Siempre, una rete di organizzazioni formali e di gruppi informali nata in difesa del golfo: «Spesso veniamo accusati di dire no a qualsiasi tipo di sviluppo. Non è così. Stiamo dicendo sì allo sviluppo che già esiste, alla vita che già esiste. ENI e SACE hanno un ruolo privilegiato. Devono interrompere quello che stanno facendo. SACE non dovrebbe sprecare i soldi della cittadinanza italiana in progetti che uccidono la nostra gente».
February 12, 2026
ReCommon
La rotta del gas Usa in Europa: perché Trump guarda ai Balcani
Il gas non è mai una semplice merce. Ovunque, è sempre stato una leva di potere, uno strumento di influenza politica e un vincolo strutturale nei rapporti tra Stati. Quello che cambia, di volta in volta, non è la logica, ma la geografia. Oggi una di queste geografie passa dai Balcani dove si sta costruendo una nuova rotta del gas pensata per ridurre la dipendenza dai flussi russi via pipeline, attraverso l’importazione di gas liquefatto via mare, con un ruolo crescente delle forniture statunitensi. Il punto di ingresso è la Grecia, che negli ultimi anni è stata trasformata in piattaforma energetica per il Sud-Est europeo. Non si tratta solo di diversificazione delle forniture. È un riassetto infrastrutturale e politico che ridisegna dipendenze, crea nuove rendite e lega il futuro energetico di intere regioni a contratti e impianti pensati per durare decenni. Il punto di snodo è Alexandroupolis, nel nord-est della Grecia. Il terminale galleggiante di rigassificazione (FSRU) di Alexandroupolis, sviluppato da Gastrade, è entrato in operazioni commerciali nell’ottobre 2024. Sulla carta, l’impianto dovrebbe rafforzare la sicurezza energetica del Sud-Est europeo, consentendo alla Grecia di diventare un hub regionale per il gas. In realtà, Alexandroupolis è prima di tutto un’infrastruttura strategica. Si trova in un’area rilevante dal punto di vista militare, lungo l’asse che collega il Mediterraneo orientale al Mar Nero, ed è da anni sostenuta politicamente dagli Stati Uniti come parte della strategia di rafforzamento della loro presenza economica e geopolitica nella regione. Il messaggio è semplice: controllare l’ingresso del gas significa condizionare gli equilibri politici dei Paesi che ne dipendono. Questo è quello che è stato confermato anche nel meeting ministeriale della Partnership for Transatlantic Energy Cooperation (P-TEC), un importante vertice internazionale dedicato all’energia tenutosi lo scorso autunno ad Atene. Al centro del confronto tra Stati Uniti, paesi europei e istituzioni UE c’era il ruolo della Grecia come piattaforma strategica per l’importazione e la redistribuzione del gas liquefatto verso il Sud-Est e l’Est Europa. Durante l’incontro, funzionari statunitensi ed europei hanno richiamato l’importanza dei terminali greci di gas naturale liquefatto (GNL) e del cosiddetto “corridoio verticale”, la direttrice infrastrutturale che dalla Grecia risale verso i Balcani, la Romania e, in prospettiva, l’Ucraina. La narrativa è quella ormai consolidata della sicurezza energetica e della riduzione della dipendenza dal gas russo. Ma il contesto è chiaro: creare le condizioni politiche e infrastrutturali perché ilGNLstatunitense trovi uno sbocco stabile e di lungo periodo nei mercati europei. Il tassello principale per il gas che dall’altra parte dell’oceano approda ad Alexandroupolis è l’interconnettore Grecia–Bulgaria (IGB), operativo dal 2022, che permette alla Bulgaria di importare gas non russo sia dal Trans-Adriatic Pipeline (TAP) sia dai terminali GNL greci. Da lì, il disegno si estende verso Macedonia del Nord, Serbia e Balcani occidentali, con nuovi progetti di pipeline sostenuti anche da istituzioni europee e statunitensi. L’obiettivo dichiarato è la diversificazione. Il risultato concreto è la costruzione di una nuova dipendenza: infrastrutture costose, pensate per funzionare decenni, e mercati piccoli e politicamente fragili che vengono legati al gas liquefatto e ai suoi prezzi volatili. In prima fila a riservarsi un posto speciale in questo nuovo mercato troviamo Venture Global, uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti. Nel novembre 2025 l’azienda ha annunciato un accordo ventennale con la società greca Atlantic-See LNG Trade S.A., presentandolo come un contributo alla sicurezza energetica dell’Europa centrale e orientale. Si tratta del primo contratto di lungo periodo della Grecia con un esportatore GNLstatunitense, con volumi indicativi intorno a 0,7 miliardi di metri cubi l’anno a partire dal 2030.  Questa partita non riguarda solo la Grecia. L’Italia è coinvolta direttamente. Nel luglio 2025, ENI ha reso pubblica un’intesa ventennale con Venture Global per l’acquisto di circa 2 milioni di tonnellate l’anno di GNL dal progetto CP2 in Louisiana, con avvio delle forniture entro la fine del decennio. È un segnale forte: i grandi operatori italiani stanno costruendo portafogli LNG di lungo periodo legati agli Stati Uniti, contribuendo a consolidare il ruolo di Venture Global come attore centrale nel mercato europeo. Sul piano infrastrutturale entra in gioco anche Snam. Snam fa parte del consorzio Senfluga (insieme a Enagás, Fluxys e Damco) che detiene il 66% di DESFA, il gestore della rete gas greca; il restante 34% è in mano allo Stato greco. DESFA detiene a sua volta una quota del 20% in Gastrade. Non si tratta quindi di un controllo diretto, ma di una catena di interessi che collega l’infrastruttura chiave di Alexandroupolis anche al sistema del gas italiano. Una catena che produce rendite, influenza e posizionamento strategico in un’area considerata sempre più centrale. Il ruolo di Washington è dichiarato. Funzionari e documenti statunitensi parlano apertamente della Grecia come “gateway” per l’energia verso il Sud-Est europeo e della necessità di sostituire il gas russo con forniture alternative, GNL in testa. Cambia il fornitore, non la logica, e a guadagnarne sono gli esportatori di gas, che ottengono contratti ventennali, ed i grandi operatori infrastrutturali, che monetizzano rigassificazione e transito. La “sicurezza energetica” diventa sicurezza della domanda per l’industria GNL statunitense.
February 9, 2026
ReCommon
Diffida con richiesta di rettifica di Eni e chiarimenti di ReCommon in merito alle dichiarazioni rilasciate a Report e all’articolo del 18 dicembre 2025
In data 22 gennaio 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida per responsabilità civile da diffamazione e incitamento all’odio” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A., relativamente alle dichiarazioni di Eva Pastorelli, campaigner di ReCommon, rilasciate durante la trasmissione “Report” andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025, e riprese nell’articolo comparso sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 che – secondo ENI – “hanno causato ingiusto danno alla reputazione della scrivente e, ancor più gravemente, hanno alimentato sentimenti di odio e ostilità verso Eni e i suoi dipendenti, mettendo in serio pericolo l’incolumità dei lavoratori operanti in Italia e all’estero e delle loro famiglie”. In relazione alle accuse formulate da ENI, ReCommon ed Eva Pastorelli qui di seguito precisano e chiariscono la propria posizione, in primis sottolineando che le affermazioni rese da Eva Pastorelli alla trasmissione Report del 14 dicembre 2025 sono le seguenti: “Attualmente Eni ha all’attivo due partnership con società o istituzioni israeliane: la prima con il ministero dell’energia israeliano, che il 29 ottobre 2023 ha assegnato licenze di esplorazione al largo delle coste di Gaza a due consorzi di compagnie energetiche nazionali. La seconda partnership Eni l’ha stabilita con una società israeliana di nome Delek Group che si trova nella lista nera delle Nazioni Unite perché opera nei Territori Palestinesi occupati e opera illegalmente in questi.”. L’articolo a cui si fa riferimento nella diffida è, come detto, quello pubblicato su questo sito, datato 18 dicembre 2025, a firma di Eva Pastorelli, dal titolo “ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”: la multinazionale italiana rinuncia alle licenze di esplorazione in acque palestinesi?”, a cui si rinvia. Dunque, ReCommon e la signora Pastorelli sono evidentemente chiamati a rispondere alla diffida di ENI solamente in relazione alle affermazioni rese nella trasmissione e a quelle contenute nell’articolo. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): 1. FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE+ [ENI] Le affermazioni di Eva Pastorelli sono palesemente false e prive di fondamento fattuale, come risulta dalla documentazione ufficiale in possesso di Eni e dalle comunicazioni già inviate alle autorità competenti, in quanto: a) Una rapida verifica su fonti aperte avrebbe consentito di appurare che le licenze per la Zona G non sono state assegnate (mentre quelle per la zona I, annunciate nella stessa occasione, sono state assegnate ad altro consorzio ben più tardi rispetto all’annuncio dell’ottobre 2023 – fonte https://www.reuters.com/business/energy/israel-awards-natural-gas-exploration-licences-bp-socar-newmed-2025-03-17/); -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – ASSEGNAZIONE DELLE LICENZE DI ESPLORAZIONE AL LARGO DELLE COSTE DI GAZA. Le affermazioni di Eva Pastorelli, definite da ENI “palesemente false e prive di fondamento fattuale”, sono in realtà basate sull’annuncio pubblicato sulla pagina web del Ministero dell’Energia israeliano in cui il 29 ottobre 2023 si riportava la già avvenuta assegnazione di un totale di 12 licenze di esplorazione a sei compagnie, inclusa ENI (“The Ministry of Energy and Infrastructure Announces Results for Two Zones in the 4th Offshore Bid Round.12 Licenses Awarded to Six Companies,Including Four New to Israel and Two Major IOCs.”). Il Ministero, sulla medesima pagina, specificava l’aggiudicazione di 6 licenze in Zona G al consorzio composto da Eni (operatore), Dana Petroleum e Ratio Energies. La medesima notizia veniva ripresa da Reuters e Times of Israel. Si aggiunga che in una risposta ad una interrogazione parlamentare il Ministro Tajani il 12 settembre 2024 riferiva: “Sull’assegnazione di blocchi esplorativi offshore ad ENI da parte di Israele, confermo che si tratta di una gara internazionale a cui ENI ha preso parte con altri due operatori, nel rispetto delle regole. Da quanto riferisce ENI il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse”. Con questa risposta, il Ministro italiano degli esteri risulta confermare che, a seguito della gara internazionale vinta da ENI, c’era già stata l’“assegnazione dei blocchi esplorativi offshore ad ENI da parte di Israele”, anche se il contratto non risultava ancora concluso e l’estrazione non era stata avviata. Dunque, la signora Pastorelli, con la sua affermazione resa a Report, ha riportato un dato oggettivo, basato su fonti autorevoli puntualmente verificate. Nell’articolo del 18 dicembre 2025 è stata poi esattamente riportata la posizione di ENI sulle licenze per la zona G, tramite le esatte parole del Ministro degli esteri Tajani. Sempre nello stesso articolo è stata data ampia diffusione della notizia relativa al fatto che “Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro” (riportata anche nel titolo!). La risposta di ENI alle domande scritte di Report fa proprio riferimento alla domanda: “Quale è la posizione ufficiale di ENI rispetto alla possibilità di attività di esplorazione o sfruttamento di giacimenti nelle acque contese al largo di Gaza?”; dunque è ragionevole desumere che ENI non sarà coinvolta in attività di esplorazione e di sfruttamento di giacimenti nelle acque contese al largo di Gaza che sono proprio quelle relative al 62% della Zona G, quindi rinuncerà alle licenze assegnate dal Ministero dell’energia israeliano per dar seguito alle proprie dichiarazioni. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] b) quando si parla della “partnership con Delek“, si afferma falsamente che Delek è inclusa in una “lista nera ONU”, laddove detta lista non è un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi, tanto più che non è collegata in nessun modo all’applicazione di alcuna sanzione o misura restrittiva nei confronti di detti soggetti, omettendo altresì di dire che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società. In ogni caso, riteniamo utile segnalare la recente decisione dell’autorità norvegese garante dei consumatori nel procedimento instaurato da Greenpeace Nordic contro Equinor per la partnership Ithaca nel progetto petrolifero Rosebank. L’autorità norvegese ha rigettato le istanze di Greenpeace precisando che gli obblighi di due diligence si applicano solo in presenza di un collegamento diretto tra le attività di impresa e gli eventuali impatti negativi, escludendo che possano derivare indirettamente da legami societari o rapporti di investimento.”; -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – PARTNERSHIP CON DELEK Come già ampiamente argomentato in precedenti occasioni, si ribadisce che la locuzione “lista nera”, traduzione dall’inglese blacklisted, è una definizione giornalistica di cui ReCommon non è primo utilizzatore. Il termine, riferito al medesimo tema, è stato infatti riportato da: NBC News (“U.N. blacklists 68 more companies for alleged complicity in Israeli rights violations in West Bank”), Middle East Eye (“UN blacklist of firms complicit in Israeli settlement activity jumps by 70 percent”), Associated Press (“UN adds 68 companies to blacklist for alleged complicity in rights violations in Israeli settlements”), solo per citare alcuni autorevoli organi di stampa a diverse latitudini.  L’elenco in esame (che secondo ENI non sarebbe una “lista nera” e non sarebbe “un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi”) è un documento prodotto dall’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. Se si legge il documento, salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività “che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani” (that raised particular human rights concerns).  Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività: (e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l’esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport); (g) L’uso delle risorse naturali, in particolare dell’acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes). Rispetto all’accusa di aver omesso “(…) di dire che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società”,si precisa di non comprendere la rilevanza di tale obiezione in relazione alle dichiarazioni di Eva Pastorelli nell’intervista a Report e nell’articolo oggetto di contestazione. Inoltre non è dato comprendere neppure quale sia il significato di tale affermazione, dal momento che a ciascun azionista spetta il diritto alla partecipazione agli utili attraverso i dividendi, i quali costituiscono evidenti “vantaggi economici”. Quanto alla decisione dell’autorità norvegese garante dei consumatori nel procedimento instaurato da Greenpeace Nordic contro Equinor per la partnership Ithaca nel progetto petrolifero Rosebank (menzionata da ENI nella sua diffida), da un lato, non se ne vede la rilevanza con la vicenda in esame; dall’altro, non è chiaro se la citazione di questo precedente straniero sia funzionale ad escludere l’esistenza di obblighi di due diligence in capo alla società a giustificazione del fatto che tale valutazione non sarebbe stata condotta nel caso in esame. In proposito, restano ancora prive di risposta le domande pubblicamente rivolte ad ENI nell’articolo contestato sull’avvenuto svolgimento o meno del processo di due diligence sui diritti umani prima di concludere l’accordo di aggregazione con Ithaca Energy, e sulle risultanze di questa valutazione. Sulla presunta falsità, strumentalità e pericolosità di assimilare Delek a Ithaca Energy, si segnala che nella propria comunicazione istituzionale, Ithaca Energy fa un punto di forza della partnership allineata tra ENI e Delek, tanto da riportare a pagina 7 del suo report annuale del 2024 che “(…) Mentre il Gruppo entra nella sua prossima era di crescita, è sostenuto da azionisti impegnati a lungo termine e da una partnership allineata tra Delek ed Eni a sostegno della strategia di crescita di Ithaca Energy” (“As the Group enters its Next Era of growth, it is supported by committed long-term shareholders and an aligned partnership between Delek and Eni in support of Ithaca Energy’s growth strategy”).  -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] c) l’aspetto più avvilente è la confusione artatamente deliberata tra Zona G, Gaza Marine e produzione/esportazione di gas da Israele in quanto: * la Zona G è un’area offshore nella quale non sono mai state individuate risorse di idrocarburi e quindi ovviamente non produce nulla (il 62% rivendicato dalla Palestina si riferisce a questa zona nella quale non è mai stata accertata la presenza di riserve di gas); * Gaza Marine è un giacimento noto da decenni, molto più vicino alla costa della Striscia di Gaza, su cui Eni non ha mai mostrato interesse alcuno né tantomeno avanzato alcuna pretesa o diritto; * nella narrazione si parla delle due aree come se si trattasse della stessa zona, ma si tratta di due asset completamente diversi sotto tutti i profili possibili (nelle mappe mostrate nel menzionato servizio televisivo e pubblicate sul sito di ReCommon ETS con il citato articolo, si fa sempre attenzione a non mostrare la collocazione di Gaza Marine rispetto alla Zona G, presumibilmente al fine di alimentare ulteriormente la confusione tra le due aree); * infine, quando si parla di produzione di gas israeliana esistente, questa proviene da aree (prevalentemente i campi di Tamar e Leviathan in cui Eni non vanta alcun coinvolgimento) in acque al 100% israeliane, al di fuori dell’area rivendicata dalla Palestina. Pertanto fare riferimento a gas esportato da Israele come “gas sottratto alla Palestina” è inesatto e fuorviante. -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SULLA PRESUNTA FALSITÀ E MANIPOLAZIONE STRUMENTALE DELLE NOTIZIE – SULLA PRESUNTA “CONFUSIONE ARTATAMENTE DELIBERATA TRA ZONA G, GAZA MARINE E PRODUZIONE/ESPORTAZIONE DI GAS DA ISRAELE” Nell’intervento di Pastorelli durante Report non è stata fatta alcuna menzione del giacimento noto come Gaza Marine; tanto meno ciò è avvenuto nell’articolo pubblicato sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025. La pretesa confusione di cui ENI accusa Pastorelli e ReCommon non è dunque sostanziata dai fatti. -------------------------------------------------------------------------------- 2. INCITAMENTO ALL’ODIO E PERICOLO PER L’INCOLUMITÀ DEI LAVORATORI 3. CONFIGURAZIONE DELL’ILLECITO CIVILE E RESPONSABILITÀ AGGRAVATA 4. DANNO ALL’IMMAGINE, ALLA REPUTAZIONE E ALLA SICUREZZA+ 2. Incitamento all’odio e pericolo per l’incolumità dei lavoratori Le modalità con cui la Signora Pastorelli di ReCommon ETS si è espressa sia durante l’intervista in data 14 dicembre 2025 che nell’articolo pubblicato sul sito dell’Associazione in data 18 dicembre 2025, hanno contribuito ad alimentare un clima di odio e ostilità che ha già prodotto le sotto descritte conseguenze concrete e pericolose: a) supporto a manifestazioni di protesta presso la sede aziendale: in data 27 novembre 2025, presso la sede ENI di San Donato Milanese si sono già verificate manifestazioni di movimenti Pro Palestina, è ovvio che la campagna diffamatoria e menzognera, di cui le dichiarazioni della Signora Eva Pastorelli e di ReCommon ETS sono parte, non può che peggiorare il clima ed alimentare nuove proteste; b) pericolo concreto per l’incolumità dei dipendenti: le false accuse diffuse hanno alimentato sentimenti di odio che mettono in serio pericolo la sicurezza dei lavoratori Eni operanti sia in Italia che all’estero, nonché delle loro famiglie; c) violazione degli obblighi di tutela della sicurezza: la diffusione di contenuti che alimentano l’odio verso l’azienda e i suoi lavoratori ha compromesso l’obbligo del datore di lavoro di garantire la sicurezza dei propri dipendenti ai sensi D.lgs. 81/2008. 3. Configurazione dell’illecito civile e responsabilità aggravata Le condotte poste in essere da ReCommon ETS integrano gli estremi dell’illecito di cui all’art. 2043 del Codice Civile, configurando un fatto doloso che ha cagionato ad Eni un danno ingiusto, aggravato dalla circostanza che le false informazioni diffuse hanno alimentato sentimenti di odio e ostilità. 4. Danno all’immagine, alla reputazione e alla sicurezza Le false affermazioni diffuse anche da ReCommon ETS hanno causato e continuano a causare: a) grave danno all’immagine e alla reputazione di Eni, società quotata sui mercati nazionali ed internazionali la cui credibilità costituisce asset fondamentale; b) danno alla sicurezza dei lavoratori: le manifestazioni di protesta già verificatesi presso la sede di San Donato Milanese dimostrano il concreto pericolo per l’incolumità del personale in Italia come all’estero; c) danno alle relazioni commerciali e istituzionali: il clima di ostilità alimentato compromette i rapporti con partner e istituzioni; d) danno alle famiglie dei dipendenti: l’odio generato, fomentato e alimentato verso ENI si riflette inevitabilmente sui familiari dei lavoratori anche in paesi lontani dove, ancora negli ultimi giorni, hanno, per motivi legati alla vicenda irresponsabilmente strumentalizzata anche dalla signora Eva Pastorelli, perso la vita molti innocenti in attentati fomentati dallo stesso clima d’odio scatenato da dichiarazioni come quelle rese nel corso della citata trasmissione RAI e pubblicate sul sito di ReCommon ETS. Come evidenziato dalla Cassazione Civile Sezione III, sentenza n. 19036 del 6 Luglio 2021, “il danno all’onore e alla reputazione non è in re ipsa, identificandosi il danno risarcibile con le conseguenze della lesione, (…) assumendo rilevanza la diffusione dello scritto e la gravità dell’offesa (…)”. -------------------------------------------------------------------------------- RISPOSTA DI RECOMMON SUL PRESUNTO INCITAMENTO ALL’ODIO E PERICOLO PER L’INCOLUMITÀ DEI LAVORATORI E SUGLI ULTERIORI PROFILI DI PRESUNTA RESPONSABILITÀ Oltre ai contenuti delle dichiarazioni, fondati su fonti autorevoli, anche le modalità con cui la signora Pastorelli si è espressa durante l’intervista e nell’articolo pubblicato il 18 dicembre 2025 sul sito di ReCommon sono rispettose e professionali, in alcun momento scomposte ovvero incitanti all’odio nei confronti dell’azienda e tantomeno dei suoi dipendenti. Sorprende che un’azienda della caratura internazionale di ENI si lanci – senza alcun elemento a supporto – in pesanti accuse nei confronti di una ONG e di una sua esponente, preannunciando azioni risarcitorie, per avere reso note circostanze sull’attività di ENI tutte puntualmente documentate. In particolare, si respinge con fermezza l’accusa di contribuire ad alimentare un clima di odio ed ostilità che avrebbe già prodotto una serie di “conseguenze concrete e pericolose” per l’incolumità dei dipendenti e per la violazione degli obblighi di sicurezza sul lavoro (punti b e c) della diffida sopra riportati), la cui infondatezza risulta talmente evidente da non richiedere ulteriori precisazioni. Quanto poi al preteso “supporto” di una manifestazione di protestadi movimenti Pro Palestinapresso la sede aziendale di San Donato Milanese (punto a della diffida), a cui in realtà la Signora Eva Pastorelli e ReCommon ETS sono totalmente estranei, si consideri se non altro l’obiettivo dato cronologico: la segnalata manifestazione si è svolta il 27 novembre 2025 e, dunque, prima sia della trasmissione di Report (14 dicembre) sia dell’articolo “incriminato” (18 dicembre), che pertanto non possono certo aver “prodotto” questa “conseguenza pericolosa”, come si sostiene invece nella diffida. Nessun illecito civile, tantomeno da responsabilità aggravata può essere dunque imputato all’associazione e alla sua esponente, né in termini di danno all’immagine, che alla reputazione e alla sicurezza dei lavoratori (paragrafi 3 e 4 della diffida). Si ritiene infatti che le informazioni contenute nelle dichiarazioni di Eva Pastorelli rilasciate durante la trasmissione “Report” andata in onda su Rai 3 in data 14 dicembre 2025 e le informazioni contenute nell’articolo comparso sul sito di ReCommon in data 18 dicembre 2025 siano veritiere e sostanziate da evidenza. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ L’Associazione ReCommon ETS e la Sua rappresentante Eva Pastorelli a: 1. cessare immediatamente ogni ulteriore diffusione delle affermazioni diffamatorie contenute nel servizio del 14 dicembre 2025, e nel successivo articolo comparso sul sito di ReCommon ETS in data 18 dicembre 2025 e tuttora ivi presente; 2. pubblicare una rettifica integrale delle false affermazioni diffuse, sul sito di ReCommon ETS, chiarendo pubblicamente: che nessuna licenza è mai stata concretamente assegnata a Eni per la Zona G; * che Eni non ha mai avviato attività di esplorazione o estrazione nell’area; * che Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro; * che Eni ha correttamente svolto la due diligence sui diritti umani; * che Ithaca, di cui a seguito della transazione Eni è diventata azionista, è una società quotata con una base azionaria diffusa, che non ha riportato vantaggi economici per Delek, altro azionista della stessa società; * che quindi è falso, pericoloso e strumentale assimilare Delek Group ad Ithaca invitando ENI a rivedere i suoi accordi con aziende che continuano “a supportare Israele con il genocidio ancora in corso”; * che ReCommon ETS non ha ottenuto la “rinuncia alle attività esplorative di ENI” (celebrata dalla Signora Eva Pastorelli come una “vittoria collettiva”) poiché come sopra spiegato e provato nessuna attività esplorativa è mai stata posta in essere. 3. pubblicare le scuse per il grave danno arrecato alla reputazione di Eni e per aver alimentato sentimenti di odio e ostilità che mettono a rischio l’incolumità dei lavoratori e delle loro famiglie; 4. astenersi in futuro dal diffondere contenuti che possano alimentare odio, ostilità o sentimenti di vendetta verso Eni, i suoi dipendenti e le loro famiglie, nel rispetto dei principi deontologici del giornalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Nell’osservare conclusivamente che ReCommon ha già risposto in modo puntuale ad una precedente diffida trasmessa dalla Direzione Affari legali di ENI del 27 ottobre 2025, relativa ai medesimi argomenti, con il comunicato del 31 ottobre 2025 diffuso tramite newsletter, per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, ci si rende disponibili a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
February 5, 2026
ReCommon