Source - ReCommon

Finalmente arriva la direttiva anti-greenwashing! Peccato che il marketing sia già andato oltre.
Marzo 2026, Snam, l’azienda partecipata dallo Stato che possiede e gestisce le infrastrutture di trasporto del gas in Italia, presenta il suo nuovo logo. Via il verde, via le sfumature. “La tipografia è stata ridisegnata per risultare più nitida, razionale e dinamica, la nuova palette cromatica, dominata dal blu acceso, richiama il mondo delle infrastrutture e dell’innovazione, dando prospettive di solidità ed energia.” si legge sul sito dell’azienda. Il motivo? Quanto è già evidente per qualsiasi esperto di comunicazione visiva viene esplicitato dall’azienda stessa a beneficio di qualsiasi utente, sempre sul suo sito: “In un contesto in cui la narrativa teorica della transizione energetica lascia il posto alla concretezza dell’integrazione energetica come unica soluzione per la sicurezza degli approvvigionamenti e per lo sviluppo e la competitività dell’Italia (…) Snam: dove il gas diventa sicurezza, connessione e futuro. Sosteniamo l’evoluzione del sistema energetico e lo sviluppo della Nazione.” La narrativa “teorica” sulla transizione lascia spazio alla “concretezza” e allora giù la maschera, un colpo di spugna all’identità dell’azienda fortemente voluta dall’ex amministratore delegato Marco Alverà, tutta improntata alla sostenibilità, che è valsa a Snam anche numerosi riconoscimenti internazionali. Oggi non serve più, il “contesto” consente all’azienda di promuovere con orgoglio il suo core business: tornare a proporre il gas come prezioso alleato della nostra industria ma anche della nostra quotidianità di consumatori alle prese con bollette sempre più alte. Questo non è che un esempio. Pensiamo a Eni, che celebra quest’anno il suo centenario. Come lo fa? Ostentando il suo ruolo di campione nazionale, di pilastro dell’economia italiana, di alleato di famiglie e lavoratori. Mostre, eventi, la sponsorizzazione di Sanremo con il marchio principale (addio green carpet di Plenitude, anche qui torna il blu), persino un libro “100 anni di energia. Da Agip a Eni. Una storia italiana”, edito da Rizzoli, che può essere tuo per soli 54 euro. E ancora è Enilive, mica Plenitude a sponsorizzare la Serie A di calcio, campeggiando a bordo campo e sul fondale sponsor più visto d’Italia. Riconosciamo a Eni in questo caso un approccio più furbo di di quello di Snam, il blu arriva anche qui ma entra in punta di piedi, gioca ancora con le sfumature e il razionale pubblicato sul sito è ancora intriso di parole chiave green, la fiamma questa volta è sostituita da una sorta di baffo che dovrebbe evocare la svolta verso una mobilità più sostenibile. Tutto questo accade mentre l’Italia recepisce la normativa europea che dovrebbe mettere fine al greenwashing. È in vigore dallo scorso 27 settembre, modifica il Codice del consumo e introduce quattro divieti assoluti: * usare marchi di sostenibilità senza che vi sia una certificazione di un ente terzo o pubblico; * usare frasi green generiche che l’azienda non sia in grado di dimostrare; * presentare come green interi prodotti quando la sostenibilità riguarda un solo aspetto; * ottenere dicitura “carbon neutral” solo comprando crediti di compensazione. A sanzionare è l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, fino a dieci milioni di euro. Il perimetro non si ferma ai prodotti: anche un marchio, il nome di una società o un messaggio sull’azienda nel suo complesso possono essere un’asserzione ambientale. Un logo, per intenderci, può essere un’asserzione ambientale. La direttiva serve ad esempio a impedire che ci rivendano il gas come prodotto green. Il problema, però, è che hanno smesso di provarci. Il nuovo logo di Snam non promette niente di verde, promette sicurezza, solidità, competitività della Nazione. Il centenario di Eni non promette un futuro a basse emissioni, rivendica un secolo di storia italiana. Il gas non è verde e sostenibile, è necessario e indispensabile. Contro questo non c’è direttiva che tenga.  -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE --------------------------------------------------------------------------------
October 16, 2026
ReCommon
Più sussidi pubblici globali alle rinnovabili. L’Italia fa eccezione, con SACE che alimenta gli extra-profitti fossili.
Roma, 14 ottobre 2026 – Fra il 2023 e il 2025, per la prima volta, la media triennale dei finanziamenti destinati all’energia pulita erogati dalle istituzioni finanziarie pubbliche internazionali del G20 e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB) ha superato quella relativa ai combustibili fossili. Lo rileva  un nuovo studio intitolato ‘Tipping the scales’ realizzato dalle organizzazioni Oil Change International e Friends of Earth Stati Uniti, a cui ha contribuito anche ReCommon. Il documento esamina i flussi finanziari destinati ai combustibili fossili e alle energie pulite provenienti dalle istituzioni finanziarie bilaterali per lo sviluppo (DFI) del G20, dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle banche multilaterali di sviluppo (MDB). Download Finanziamenti pubblici dei paesi del G20 al settore energetico: il caso dell’Italia REPORT PDF | 332.81 KB Scarica il fact sheet (ITA) Il nostro Paese è però in controtendenza. Fra il 2023 e il 2025, l’Italia ha erogato in media 3,36 miliardi di euro all’anno a sostegno dei combustibili fossili. Si tratta di una cifra quasi 7 volte superiore a progetti per le fonti energetiche rinnovabili, che nello stesso periodo è stata in media di 500,9 milioni di euro all’anno. Ciò rende l’Italia il quarto maggiore finanziatore dei combustibili fossili tra i paesi del G20, dopo Canada, Giappone e Stati Uniti. Sempre nello stesso periodo esaminato, a fare la parte del leone è stato il gas, che ha ricevuto il 44% dei finanziamenti, seguito dal petrolio con il 36%. La parte restante dei finanziamenti è stata destinata a progetti misti di petrolio e gas. SACE, l’assicuratore pubblico italiano controllato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, svolge un ruolo fondamentale nel supporto al comparto fossile. Solo nel 2025, SACE ha erogato 2,1 miliardi di euro a favore dei combustibili fossili rispetto a 142,5 milioni di euro destinati all’energia pulita. Si segnala in particolare il sostegno a progetti petroliferi e di gas in Angola, Ungheria e Arabia Saudita. La SACE è il terzo maggiore finanziatore tra le agenzie di credito all’esportazione (ECA) del G20. La policy di SACE sui finanziamenti alle fossili è del tutto inadeguata rispetto a quanto prevede la Clean Energy Transition Partnership, iniziativa a cui l’Italia ha aderito durante la conferenza sul clima di Glasgow del 2021, tanto che è stato possibile finanziare progetti di esplorazione e produzione di gas fino al gennaio del 2026, mentre le esenzioni esistenti potrebbero posticipare ulteriormente la scadenza, come già visto con il sostegno finanziario alla Fase 3 del progetto di gas Sakarya in Turchia. Per quanto riguarda il finanziamento in corso dei progetti midstream gas (trasporto e stoccaggio), attualmente non esiste una scadenza entro la quale i finanziamenti debbano terminare, in quanto è “ancora da definire”. La condotta di SACE rispecchia la linea politica del governo Meloni, che da quando è in carica sta puntando forte sul settore dell’oil&gas. L’Italia sta attualmente valutando di sostenere progetti disastrosi in cui è coinvolta la principale multinazionale fossile italiana, Eni, come Argentina LNG nella Patagonia settentrionale, che prevede l’installazione di sei navi galleggianti per la liquefazione del gas naturale (FLNG) nel Golfo di San Matías, un’area incontaminata. Inoltre, l’Italia ha recentemente ribadito il proprio impegno a sostegno di tutti i progetti di GNL nel Mozambico settentrionale, nonostante sia in corso un’indagine su potenziali crimini di guerra legati alle attività della multinazionale francese TotalEnergies e nonostante le preoccupazioni espresse da vari esperti ONU sui finanziamenti al progetto Coral North FLNG del Cane a sei zampe. Infrastrutture, quelle in Argentina, Mozambico e Turchia, che niente hanno a che fare con gli approvvigionamenti energetici italiani. «Invece di agevolare la realizzazione e la diffusione di progetti che non impattano il clima e l’ambiente, SACE contribuisce ad ‘agevolare il lavoro’ delle grandi aziende fossili, che in questo periodo sotto sotto la luce dei riflettori anche per gli enormi extra-profitti che stanno incamerando a causa dei conflitti armati in atto» ha dichiarato Simone Ogno di ReCommon. «Interrompere il sostegno di SACE al comparto fossile è una delle maniere più immediate per rompere la dipendenza italiana da petrolio e gas e, di conseguenza, la spirale di inflazione. Si favorirebbero così politiche che portino beneficio alle fasce più vulnerabili della popolazione e non alle tasche di pochi», conclude.
October 14, 2026
ReCommon
Il gas del Qatar che arriva in Italia parte dal Texas
Lo scorso 11 settembre, Reuters ha rivelato che QatarEnergy, principale azienda petrolifera e del gas statale di Doha, sta trattando con vari produttori statunitensi contratti pluriennali di gas naturale liquefatto (GNL) fino al 2031. Due delle tre fonti dell’agenzia indicano tra gli interlocutori Venture Global, Cheniere e Woodside; il braccio di trading della compagnia qatariota cerca tra i due e i tre milioni di tonnellate l’anno. In precedenza QatarEnergy aveva acquistato decine di carichi americani sul mercato spot(a breve termine), mentre adesso punta a contratti di lungo periodo. Il secondo esportatore di GNL del mondo, il Qatar, si mette così in fila per comprare dal primo, gli Usa. foto devopstom, CC BY-SA 2.0 Il motivo è noto. Con la chiusura dello Stretto di Hormuz, a marzo QatarEnergy ha fermato la produzione, e il 18 marzo i missili iraniani hanno colpito Ras Laffan, la principale zona industriale del Qatar per la produzione e l’esportazione di gas naturale liquefatto. Due dei quattordici treni di liquefazione e un impianto gas-to-liquids (GTL) hanno subito danni, per 12,8 milioni di tonnellate l’anno, circa il 17% della capacità di esportazione del Qatar. A New York, il 20 settembre, l’amministratore delegato Saad al-Kaabi ha spiegato che riparare i due treni richiederà tre anni, mentre l’impianto GTL dovrebbe tornare in funzione nel primo trimestre del 2027. Dallo scorso marzo, QatarEnergy ha notificato ai propri clienti l’impossibilità di adempiere ai propri impegni causa “forza maggiore”. Fino a fine agosto il Qatar aveva esportato appena 18 carichi di GNL, a fronte dei 509 dello stesso periodo dell’anno precedente. A riempire il vuoto sono gli Stati Uniti. Nel primo trimestre del 2026, secondo il think tank indipendente statunitense IEEFA, il 63% del GNL importato dall’Europa è arrivato da lì, e sull’intero anno la quota salirà a due terzi; entro il 2028 potrebbe toccare l’80% delle importazioni di GNL dell’Unione. IEEFA prevede che quest’anno gli Stati Uniti supereranno la Norvegia come primo fornitore di gas dell’Europa, ed è, in media, il gas più caro per gli acquirenti europei. Questa è la storia che si racconta da mesi: l’Europa sostituisce il gas qatariota con quello americano. Quello che non si racconta è che anche il Qatar sta facendo lo stesso. A Sabine Pass, in Texas, sorge l’impianto di liquefazione Golden Pass da circa 18 milioni di tonnellate l’anno a regime, posseduto al 70% da QatarEnergy e al 30% da ExxonMobil. La decisione finale di investimento risale al 2019, per oltre dieci miliardi di dollari, più di otto dei quali messi dal Qatar. I due soci l’hanno finanziato con i propri bilanci, senza contratti di vendita già firmati. Il primo GNL è stato prodotto da Golden Pass lo scorso 30 marzo, mentre la prima nave è stata caricata il 22 aprile. L’ad di QatarEnergy al-Kaabi ha affermato che il secondo e il terzo treno saranno pienamente operativi nel 2027. Come si può immaginare visto l’assetto societario, a QatarEnergy Trading spetta il 70% della produzione. In Italia, al largo di Porto Levante, nel Rodigino, il terminale Adriatic LNG riceve dal 2009 il GNL destinato a Edison nell’ambito del contratto venticinquennale con Qatar Energy:  6,4 miliardi di metri cubi l’anno, circa il 10% dei consumi italiani, e oltre quattro quinti del portafoglio GNL di lungo periodo di Edison. Quel contratto è sotto forza maggiore da aprile. Il 28 settembre Edison ha comunicato che QatarEnergy cancellerà altri sei carichi: le consegne mancate salgono così a 35, e fino all’inizio di dicembre non arriverà nulla. Fin da aprile Edison ha detto di stare sostituendo quei volumi soprattutto con GNL statunitense; al 30 giugno aveva rimpiazzato 14 dei 21 carichi cancellati fino ad allora. I numeri del terminal lo dimostrano: nel primo semestre ad Adriatic LNG sono arrivate 41 metaniere, 28 dagli Stati Uniti e 13 dal Qatar, a detta della stessa Edison. Su scala nazionale, secondo i dati Snam, dei 113 carichi di GNL arrivati in Italia tra gennaio e giugno 70 venivano dagli Stati Uniti, il 62%, contro il 47% dello stesso periodo del 2025. Reuters scriveva ad aprile che da giugno i carichi di Golden Pass avrebbero cominciato ad arrivare ad Adriatic LNG. Il primo carico di Golden Pass di cui si è avuta notizia in Italia è sbarcato a luglio a Piombino, al rigassificatore di Snam, che ne ha confermato la provenienza: stando a Shipping Italy, QatarEnergy ha usato uno slot previsto per un carico di altra origine, nell’ambito di un contratto di lungo periodo. Così il cerchio si chiude. Il gas che il Qatar non riesce a far uscire dal Golfo viene consegnato all’Italia sotto forma di quello che produce in Texas. Una normale dinamica di mercato, che però manda in pezzi la parola su cui si regge tutta la retorica italiana degli ultimi quattro anni, la diversificazione. Diversificare significa che l’interruzione di una fornitura non mette in crisi il sistema. Sul GNL è accaduto l’opposto: in pochi mesi gli arrivi italiani si sono spostati verso un unico fornitore alternativo per effetto di un singolo evento in un singolo paese. Inoltre quel fornitore è anche il più caro e a sua volta rifornisce il fornitore “in sospeso”. L’esposizione geopolitica non è stata ridotta, ma cambiata di indirizzo e concentrata. Nell’accordo commerciale con Washington, nel luglio 2025, l’Unione europea si era impegnata ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia americana in tre anni.. Diversi analisti l’avevano definito irrealizzabile ma ciò che un accordo commerciale poteva difficilmente raggiungere la guerra lo sta ottenendo per via di mercato. Il GNL statunitense si sta prendendo la quota di mercato europea che la diplomazia commerciale non era riuscita a procurargli, con prezzi più che raddoppiati per chi compra. Il Qatar, che di quella quota era il concorrente, oggi la alimenta, con gli acquisti dai produttori americani e con il proprio impianto in Texas. A luglio, l’Italia è diventata il primo importatore di GNL d’Europa. Il gas che arriva nei suoi terminal proviene sempre più da un solo paese, quello che lo vende più caro. E quando arriva dal Qatar, ormai, proviene dal Texas. -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE --------------------------------------------------------------------------------
October 12, 2026
ReCommon
Slapp, il governo recepisce la Direttiva ma lascia senza tutela nove casi su dieci. Il 22 ottobre protesta a Roma
SLAPP, il Governo recepisce la direttiva contro le azioni legali temerarie ai danni di giornalisti, attiviste e whistleblower, ma lascia senza tutela 9 casi su 10 CASE Italia denuncia le criticità del decreto, porterà la questione all’attenzione della Commissione europea e il 22 ottobre scenderà in piazza a Roma per chiedere maggiori tutele contro le querele bavaglio. Alla fine è accaduto. Da quanto apprendiamo, lo scorso venerdì il Governo ha recepito la direttiva europea (Ue) 2024/1069, contro le SLAPP – Strategic Lawsuits Against Public Participation – conosciute anche come querele bavaglio, con un atto normativo deludente  che arriva addirittura a restringere la portata delle tutele previste dalla direttiva. Le SLAPP sono tutte quelle azioni legali manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici, esponenti del mondo imprenditoriale e aziende con il solo intento di intimidire, silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti, attivisti, ricercatori, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse collettivo. Il decreto con cui l’Italia recepisce la direttiva europea contro le SLAPP offre protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che rappresentano almeno il 90% dei casi registrati. Il provvedimento, inoltre, si applica inoltre solo nei procedimenti civili e lascia fuori quelli penali, inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi informa o critica in Italia, Paese dove si registra il numero più alto di SLAPP in tutta l’UE. Questo significa di fatto lasciare senza tutele 9 casi su 10, come denuncia da tempo  CASE Italia, il gruppo di lavoro italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe, che riunisce 17 organizzazioni della società civile. Purtroppo però il decreto non si limita a ignorare le le raccomandazioni della Commissione europea (2022/758) e del Consiglio d’Europa (CM/Rec(2024)2), che invitavano i Paesi dell’Ue ad estendere le protezioni della direttiva a tutti i tipi di procedimenti – civili, penali, amministrativi, e a tutti i casi di SLAPP – transfrontalieri e nazionali, su cui le istituzioni europee non erano riuscite a intervenire a causa dei limiti imposti dai trattati. La norma approvata dal Governo introduce una nozione più restrittiva dei casi transfrontalieri rispetto a quella delineata dalla direttiva. Quest’ultima stabilisce infatti che un caso  può essere considerato transfrontaliero non solo quando attore e convenuto siano domiciliati in Paesi differenti, ma anche quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti con un altro Stato. Proprio per evitare esclusioni indebite, l’articolo 5 della Direttiva richiede che una controversia possa considerarsi priva di implicazioni transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano situati unicamente in tale Stato. Per l’Italia, invece, basta il solo fatto che attore e convenuto siano domiciliati in Italia per essere sicuramente di fronte a un caso “non transfrontaliero” e quindi privo di tutele. Una scelta che rende l’applicazione delle protezioni legali contenute nel decreto ancora più marginale e che solleva dubbi in merito alla conformità della disciplina nazionale al diritto europeo. L’esame finale del Consiglio dei Ministri del 2 ottobre arriva al termine di un percorso che ha messo alla prova il processo di partecipazione e consultazione della società civile, caratterizzato da numerosi inviti inascoltati da parte di CASE Italia ad un confronto concreto con il Ministero della Giustizia e da un processo parlamentare incardinato a ridosso della chiusura estiva che si è ridotto ad un esercizio di partecipazione meramente formale. Le competenti Commissioni parlamentari hanno esaminato lo schema di decreto legislativo in meno di un mese e le osservazioni delle organizzazioni della società civile, comprese quelle presentate da CASE Italia nel corso dell’audizione, non sono state recepite nel testo finale.  “Il nostro Paese arriva in ritardo, dando un esempio che rischia di trasformarsi in una vera e propria bad practice a livello europeo. Riteniamo che questo risultato così deludente sia anche il riflesso del rifiuto di un confronto effettivo con le componenti più rilevanti della società civile. – dichiara Sielke Kelner, portavoce di CASE Italia. “A fronte di un risultato così problematico, CASE Italia porterà all’attenzione della Commissione europea le principali criticità del decreto, affinché venga valutata la conformità rispetto agli obblighi previsti dalla Direttiva. Ciò avviene peraltro in un contesto in cui la Commissione ha già inviato all’Italia una lettera di richiamo per il mancato recepimento della Direttiva entro i termini previsti. (7 maggio).”  Il 22 ottobre la coalizione scenderà in piazza Capranica, a Roma dalle ore 10 alle ore 13, per protestare contro una legge incapace di difendere la libertà di espressione e per costruire insieme a giornalisti, attiviste, giuristi e organizzazioni della società civile una risposta più forte alle querele bavaglio: chiederemo al Governo e al Parlamento di intervenire per correggere una normativa che rischia di lasciare senza protezione la grande maggioranza delle vittime di SLAPP. L’azione cade pochi giorni dopo l’anniversario dell’assassinio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017, un omicidio che, a distanza di nove anni, rimane tutt’oggi impunito. Al momento della sua morte, Daphne Caruana Galizia stava fronteggiando una cinquantina di SLAPP, molte delle quali avviate da esponenti del governo maltese dell’epoca nel tentativo di ostacolare e mettere a tacere le sue inchieste sulla corruzione, l’abuso di potere e i legami tra politica e interessi economici a Malta. È anche per questo, e per il significativo contributo della famiglia di Daphne al movimento europeo contro le SLAPP e al processo che ha portato all’adozione della Direttiva europea, che quest’ultima è nota come «legge Daphne».
October 9, 2026
ReCommon
Inizia il procedimento amministrativo di ReCommon e Greenpeace Italia sul progetto CCS Pianura Padana
Roma, 8 ottobre 2026 – Si è tenuta nella giornata di ieri l’udienza davanti alla terza sezione del TAR del Lazio per il ricorso presentato da ReCommon e Greenpeace Italia per chiedere l’annullamento del decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del 30 gennaio scorso di valutazione positiva di impatto ambientale relativa al progetto di sviluppo delle infrastrutture del “CCS Pianura Padana” presentato da Snam. Le due associazioni contestano in particolare il frazionamento dell’opera, da una parte il gasdotto e dall’altra il deposito della CO2, approfittando così di un iter autorizzativo più “agile” che impedisce la valutazione degli impatti complessivi del progetto. Il tutto con potenziali effetti negativi sull’ambiente e sul paesaggio dei fragili territori costieri e delle province di Ferrara, Ravenna e Rovigo, oltreché dell’Alto Adriatico, sottoposte alla tutela dei due parchi regionali del Delta del Po e considerate dall’UE zona speciale di conservazione.  L’udienza ha permesso circa 30 minuti di dibattimento in cui le parti hanno approfondito i motivi del ricorso, con particolare riferimento alle censure di violazione delle norme del Piano paesaggistico regionale dell’Emilia Romagna e della carente valutazione rischi del progetto anche in relazione ai profili sismici, di subsidenza ed idraulici. Ora si dovrà attendere il deposito della sentenza, previsto entro un termine di circa un mese. “CCS Pianura Padana” consiste nei primi cento chilometri di infrastrutture e gasdotti su terra per il potenziamento del già avviato progetto “Ravenna CCS”, la cui fase di sperimentazione ha dato esiti che sono stati secretati, a sua volta pietra angolare del “CCS Integrato Callisto”, che vedrebbe anche il coinvolgimento della Francia. Obiettivo finale dell’intera opera è quello di stoccare fino a 4 milioni di tonnellate di CO₂ entro il 2030 – con lo sviluppo del progetto Ravenna CCS Fase 2, al momento in fase di valutazione di impatto ambientale – e fino a 16 milioni di tonnellate di CO₂ all’anno entro il 2050 nei diversi giacimenti esausti di idrocarburi a largo di Ravenna, e sviluppare la rete delle infrastrutture necessarie a costruire un mercato della CO₂ nel Mediterraneo. Snam prevede di investire 800 milioni di euro nel progetto Ravenna CCS, che comprende sia le infrastrutture su terra del CCS Pianura Padana che quelle in joint venture con Eni relative allo stoccaggio di CO2. «L’udienza ha rappresentato un’importante occasione per sottoporre all’attenzione del TAR le numerose criticità che, a nostro avviso, caratterizzano la valutazione ambientale del progetto», dichiarano gli avvocati Matteo Ceruti e Luca Maria Brigida. «In particolare, abbiamo evidenziato come un’opera di tale portata richieda una valutazione rigorosa e complessiva dei suoi impatti, che non può prescindere dall’esame dei rischi ambientali e paesaggistici né essere rinviata alle successive fasi realizzative. Attendiamo ora la decisione del Tribunale, confidando che venga riconosciuta la necessità di garantire una tutela effettiva dei territori interessati» hanno concluso gli avvocati.
October 8, 2026
ReCommon
Lo sconto di Eni cancella la tassa sugli extra-profitti?
Eni, e in rapida successione IP e Q8, hanno fissato un tetto temporaneo ai prezzi dei carburanti alla pompa. Secondo vari media è stata proprio la premier Giorgia Meloni a sollecitare l’ad di Eni, Claudio Descalzi, a fare qualcosa per alleviare il peso della crisi energetica sulle tasche dei cittadini. La mossa di Eni arriva in un momento topico per la discussione sull’imposizione di una tassa specifica sugli extra-profitti che le grandi società energetiche stanno accumulando in seguito all’aumento del prezzo di petrolio e gas sui mercati mondiali in seguito all’aggressione statunitense e israeliana di fine febbraio 2026. -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Profitti in eccesso generati non per la sapienza dei manager delle società ma semplicemente per fattori esogeni e non dovuti al loro operato, che nella letteratura economica anglosassone sono chiamati “windfall profits”. Dalla trimestrale del periodo aprile-giugno 2026, Eni ha riportato un raddoppio dell’utile netto su base annua. Facendo una proiezione a partire dai dati 2025, se la situazione di crisi permanesse fino a fine anno Eni potrebbe generare un utile netto di circa 10 miliardi di euro nell’anno in corso. Pur lasciando un margine di discrezione e ricordando che la stragrande maggioranza dei profitti della società sono ancora generati dal business dell’estrattivismo fossile, questo vorrebbe significare un extra-profitto di 4,5 miliardi di euro, che tassato al 33 per cento genererebbe un introito di 1,5 miliardi di euro. Ma nulla proibisce l’imposizione di un’aliquota maggiore. Quindi il “contributo di solidarietà” volontario di Eni è davvero poca roba rispetto a quello che lo Stato potrebbe riscuotere con una tassazione dei profitti generati in seguito alla crisi. Facendo due calcoli sulla base di dati pubblici, con lo “sconto alla pompa” Eni ci rimette circa 100 milioni di euro al mese. Essendo però un’azienda integrata che opera in ogni settore della filiera petrolifera, dall’estrazione alla vendita passando per la raffinazione, la società avrebbe ampi margini per compensare il mancato introito. Ad esempio, Eni vende anche il petrolio che va nelle raffinerie e i derivanti prodotti finiti. Senza considerare il trading finanziario dell’azienda che accompagna ogni passaggio lungo tutta la filiera degli idrocarburi. Non è un caso che chi critica la mossa di Eni da un punto di vista di mercato sono proprio i competitor che non hanno una presenza in tutti i segmenti della filiera. Si aggiunga che Eni si è già impegnata a dare un extra-dividendo ai suoi azionisti riguardo ai risultati del 2026 se il prezzo del greggio rimarrà sopra un certo livello. Situazione che continua a verificarsi, e quindi la decisione di Eni sul prezzo di vendita dei carburanti non impatta in ogni caso tale decisione, ne contrarierà alcun azionista. Questa presunta beneficenza va quindi rispedita al mittente, e chiesto con ancora maggiore forza al governo di prendersi le proprie responsabilità e tassare gli extra-profitti fossili di Eni e delle altre società energetiche italiane.
October 2, 2026
ReCommon
Progetto CCS di Eni e Snam a Ravenna, i dubbi aumentano
Ravenna CCS è il progetto promosso dalle multinazionali fossili italiane Eni e Snam, parte del più grande progetto Callisto, finalizzato a catturare la CO2 e stoccarla nei giacimenti esausti del cane a sei zampe in mare, al largo di Ravenna. Attualmente si è conclusa la fase pilota e, dai pochi dati pubblici a disposizione, per lo più aggregati, sembra emergere una realtà a tinte più fosche del grande successo declamato da Eni. A fronte delle 25mila tonnellate di CO2 che secondo la legge si sarebbero potute stoccare (una quantità davvero irrisoria, ndr.), i documenti pubblicati per la consultazione pubblica sul Ravenna Fase 2 parlano di circa 11mila tonnellate di CO2 iniettate fra il 1 agosto 2024 e il 31 agosto 2025. Ravenna CCS si collega al carbonodotto promosso da Snam, il “CCS Pianura Padana”, che prevede di costruire una rete di circa 100 chilometri di gasdotti dedicati al trasporto dell’anidride carbonica per convogliare quella raccolta inizialmente dalle zone industriali di Ferrara e di Ravenna, e successivamente anche dal polo industriale di Marghera, verso l’impianto di raccolta e liquefazione che verrà costruito a Casalborsetti. Da lì la CO2 sarà infine trasportata e iniettata nei giacimenti esauriti sul fondo del mare Adriatico. > Un futuro per niente remoto La raccolta della CO2 da questi impianti avverrebbe nella cosiddetta Fase 2, in cui Eni e Snam promettono di trasportare e sotterrare fino a 4 milioni di tonnellate di CO2 l’anno entro il 2030. Secondo lo Studio CCUS pubblicato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica a luglio 2025, la CO2 dovrebbe essere trasportata inoltre anche in forma liquida, via treno, autobotte e nave verso il Ravenna Hub, che Eni prevede di costruire nella zona industriale di Ravenna, sul canale Candiano. Il Ravenna CCS con le sue infrastrutture su terra e in mare fa parte del più grande progetto Callisto che, in una fase di ulteriore espansione assieme alla società francese Air Liquide, dovrebbe raccogliere e stoccare fino a 16 milioni di tonnellate di CO2 l’anno proveniente addirittura dal distretto industriale di Fos e Etang de Berre in Francia. Questa immensa quantità di CO2 sarebbe poi trasportata via nave fino al Ravenna Hub. Come mai il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica abbia deciso di non pubblicare informazioni che sono di interesse pubblico, relative alla fase pilota del progetto Ravenna CCS, ma di accettare che solo dati aggregati venissero pubblicati dalle aziende proponenti, rimane una domanda aperta. Il CCS di Ravenna è il primo progetto di questo tipo in fase di realizzazione nel nostro paese. Sulla tecnologia sono molte le voci critiche che sollevano dubbi sia sulla sua efficacia che sui costi, ma anche sugli impatti sull’ambiente e sulla salute delle persone, in particolare in caso di incidente. Dubbi che abbiamo sollevato in relazione alla parte delle infrastrutture incluse nel CCS Pianura Padana, sia nelle osservazioni alla valutazione di impatto ambientale che nel ricorso che abbiamo presentato al TAR della regione Lazio. Come gestire i diversi aspetti dello sviluppo di queste infrastrutture e tecnologie, e quale sarà il regime di remunerazione per il gestore, è tutto da definire. Visti i costi e i rischi (economico finanziari, ma non solo), le corporation vorrebbero che la Commissione europea pagasse una parte dell’investimento (stimato in oltre un miliardo per il CCS di Ravenna) e che lo Stato facesse da garante per la remunerazione attesa del ricavo dall’investimento sia per lo stoccaggio che per il trasporto della CO2. In altre parole, che la tecnologia funzioni o meno, le aziende dovrebbero essere ripagate dalle casse pubbliche, scaricando quindi costi e rischi sulle bollette e sulla collettività. In un momento in cui si discute molto del costo della bolletta energetica per le famiglie e le imprese, crediamo sia cruciale aprire spazi pubblici per discutere e analizzare pro e contro delle diverse possibilità, evitando che siano le famiglie a pagare il costo di scelte affrettate. Per altro scelte fatte basandosi sulle richieste delle aziende ma in assenza di una discussione pubblica e informata. ReCommon lo ha segnalato alla Commissione 8 del Senato, incaricata di decidere se deve essere appunto il Parlamento a legiferare in materia, o se invece la competenza deve essere delegata al governo. Come fortemente auspicato dalle aziende. -------------------------------------------------------------------------------- Iscriviti al webinar Progetti CCS: rischi certi e “impatto trascurabile”. clicca qui per registrarti
September 25, 2026
ReCommon
La protesta contro Eni arriva al festival di Mantova, autrici e autori contestano la multinazionale petrolifera italiana
Una prima volta assoluta: mai durante il Festivaletteratura di Mantova un gruppo di autrici e autori internazionali aveva preso posizione pubblicamente contro la sponsorizzazione di Eni e chiesto ai vertici del festival di non rinnovare la partnership in atto. È successo durante l’ultima edizione della kermesse tenutasi nella città lombarda dal 9 al 13 settembre scorsi. Eyal Weizman, Isabella Hammad, Lina Attalah e altri ospiti internazionali hanno aderito alla lettera promossa da BDS Italia, che sollecita, inoltre, la manifestazione a dotarsi di criteri etici e trasparenti nella scelta dei finanziatori. “Eni ha un debito da saldare, non dovrebbe essere un sostenitore della letteratura”, ha dichiarato Eyal Weizman, fondatore dell’agenzia di ricerca Forensic Architecture. “Dovremmo invece sostenere e prendere esempio dalle azioni del BDS, uno dei modi più efficaci sul versante della resistenza e della solidarietà con i palestinesi”. La scrittrice britannico-palestinese Isabella Hammad, durante l’incontro con Veronica Fernandes, ha indicato la contraddizione alla base della protesta: “Eni non è interessata alla cultura, né sul palco né fuori dal palco”. Nel mirino ci sono soprattutto i rapporti economici che legano Eni al sistema energetico israeliano. Nel dicembre 2025 la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla Palestina, Francesca Albanese, e il Gruppo di lavoro dell’Onu su imprese e diritti umani hanno inviato due comunicazioni al governo italiano e all’azienda, rese pubbliche nel febbraio successivo. Gli esperti hanno contestato tanto le forniture di greggio quanto la partecipazione al bando israeliano per l’esplorazione delle acque palestinesi, denunciando il rischio che possano contribuire al mantenimento dell’occupazione e alle operazioni militari israeliane. La protesta contro Eni non è del tutto nuova per il Festival di Mantova. Nel 2023 l’attivista di Fridays for Future Sofia Pasotto, invitata alla manifestazione, e il giornalista Ferdinando Cotugno furono identificati dalla Digos durante un evento organizzato dall’azienda. Agli attivisti vennero sottratti anche alcuni cartelli. Dal 2025 anche la rivista culturale La Balena Bianca, che seguiva Festivaletteratura dal 2012, ha deciso di non raccontare più la manifestazione proprio a causa della presenza di Eni. Una scelta confermata quest’anno, mentre BDS Italia annuncia che continuerà a raccogliere adesioni tra scrittori e scrittrici.
September 23, 2026
ReCommon
Mentre big oil registra 700mila dollari di profitto al minuto, le persone pagano i costi della crisi energetica: è ora di tassare gli extra-profitti fossili!
In un mondo sempre più segnato da conflitti armati e sull’orlo del precipizio della crisi climatica, c’è chi sta beneficiando di questa drammatica situazione per aumentare vertiginosamente i suoi profitti. Sono le multinazionali fossili, a cominciare dal nostro campione nazionale, ENI. Lo scorso fine luglio avevamo riportato i dati ufficiali forniti dall’azienda sul secondo trimestre del 2026, che evidenziavano come il cosiddetto ebit (Earnings Before Interest and Taxes) proforma adjusted fosse salito a 5,38 miliardi di euro, quasi raddoppiando rispetto allo stesso periodo del 2025. Anche l’utile netto adjusted era incrementato in maniera significativa, arrivando a 2,3 miliardi, con più di un raddoppio su base annua. Non è un caso che sui media specializzati già filtravano voci di un dividendo straordinario da pagare agli azionisti. E che la tendenza sia globale è stato confermato, nei torridi giorni di agosto, da un’analisi del quotidiano britannico Guardian, che ha rilevato che le principali otto società petrolifere quotate in borsa (compresa ENI) hanno realizzato profitti per quasi 93 miliardi di dollari nel secondo trimestre del 2026 – il primo trimestre finanziario completo dopo che la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran aveva innescato un’impennata del prezzo del petrolio, che è arrivato a superare i 126 dollari al barile. Aramco, BP, Shell, Equinor, TotalEnergies, ENI, Chevron ed ExxonMobil hanno realizzato oltre 700mila dollari di profitto al minuto nel trimestre primaverile, mentre le loro capitalizzazioni di mercato crescevano di circa 600 miliardi di dollari fino a superare i 3.000 miliardi di dollari. -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE -------------------------------------------------------------------------------- Alla luce di fatti incontestabili – in questo periodo di molteplici crisi big oil sta festeggiando – ReCommon rilancia la sua petizione proprio finalizzata a chiedere al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti fossili legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai cambiamenti climatici e per aiutare le classi sociali più in difficoltà ad affrontarla. Sempre nella canicola agostana, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha introdotto una misura a dir poco palliativa per confermare il taglio di 17 centesimi alle accise sul gasolio fino al 5 settembre – per altro siamo in presenza dell’ennesima misura regressiva che non considera affatto le differenze di censo e va in ultima istanza a vantaggio dei petrolieri. Il decreto del governo prevedeva che tutte le compagnie energetiche che avevano registrato ricavi superiori a  20 miliardi nell’ultimo anno fossero tenute a versare in anticipo un importo corrispondente alle ritenute e alle imposte sostitutive sugli utili sotto forma di un acconto del 39%. Sopra questa soglia c’erano sono solo due aziende, ENI ed Enel, che riceveranno indietro la somma sotto forma di credito d’imposta. Insomma, una sorta di prestito che in totale ammonterebbe a 130 milioni di euro – invero una somma alquanto ridotta – che non risolve in alcun modo il problema del caro carburante e non impone una vera tassazione sugli extra-profitti fossili. In realtà sono trapelate varie indiscrezioni su un mal di pancia leghista, con i vertici del partito – ma non il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti – propensi a tassare la big oil nostrana. Quasi scontata la levata di scudi di Meloni e Tajani – notoriamente molto attente agli argomenti della lobby fossile – che per prendere tempo si sono rifugiati dietro una lettera inviata all’Unione europea. Il governo teme che, muovendosi da solo, crei uno svantaggio competitivo per la major petrolifera italiana. Un argomento smentito da quanto avvenuto nel 2022 e 2023 con la prima versione della tassa sugli extra-profitti che, seppur attuata in maniera parziale, ha generato un primo gettito, mentre il valore di ENI in borsa è addirittura aumentato.. Inaccettabile anche l’argomentazione dei petrolieri nostrani, secondo cui la tassa ridurrebbe i loro investimenti futuri nella transizione energetica. Viene da sorridere, pensando che nel caso di ENI l’80 per cento di questi investimenti è ancora in nuovo petrolio e gas. Altro che transizione fuori dal fossile! Il governo italiano ha sottoscritto insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, una missiva alla presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea per richiedere un quadro normativo comune sulla tassazione degli extra-profitti. La risposta non è tardata ad arrivare: “la tassazione degli extra-profitti è di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale”. Niente da fare, ma forse era proprio questa la risposta che si auspicava, così da potersi rifugiare dietro al motto “o tutti o nessuno”. 
September 17, 2026
ReCommon
Webinar | Progetti CCS: rischi certi e “impatto trascurabile”.
I TANTI DUBBI SU TRASPORTO E STOCCAGGIO DELLA CO2, IN ITALIA E ALL’ESTERO 13 ottobre 2026 – h. 17-18,30 La partecipazione è gratuita, ma la registrazione obbligatoria. clicca qui per registrarti Lo scorso gennaio, il governo italiano ha dato il via libera ambientale alla realizzazione del CCS Pianura Padana. Cento chilometri di gasdotti per trasportare CO2 che sono solo l’antipasto di un progetto più grande, promosso da Eni e Snam, che vedrà tra Ferrara e Ravenna lo snodo principale di un “hub mediterraneo” per la cattura, il trasporto e lo stoccaggio di CO2 denominato Callisto.  In queste infrastrutture saranno convogliate fino a 4 milioni di tonnellate di CO2 all’anno nella Fase 2 del progetto, e fino a 16 in quelle successive, prodotti dalle industrie inquinanti della Pianura Padana e addirittura dalla Francia, per poi immetterli nei giacimenti esausti nell’alto Adriatico, al largo di Ravenna. Ma oltre agli interrogativi sull’opportunità o meno di sostenere l’opera con fondi pubblici e sulla sua reale efficacia, va tenuta in considerazione la storia di progetti simili, segnata da incidenti e rischi per la salute delle persone e degli ecosistemi. Come nel caso del “carbonodotto” di quasi 1500 chilometri che attraversa Louisiana, Texas e Mississippi controllato da ExxonMobil. Snam, promotrice del CCS Pianura Padana, afferma che la probabilità di rottura di un gasdotto di questo tipo è minima, eppure nel caso di questo gasdotto negli Usa è già successo due volte: a Satartia a febbraio 2020 e a Sulphur nell’aprile 2024.  Cosa ha provocato queste rotture? Cosa è successo quando la CO2 si è dispersa nel territorio? Qual è stato l’impatto sulla salute delle persone e dell’ambiente? Quali erano i protocolli di intervento per le persone esposte al rilascio in seguito all’incidente e quali erano i protocolli per i soccorritori? Ne parliamo con: * James Hiatt, Movement for a Better Bayou (Louisiana) * Jerry Briggs, Emergency Services, Fire/EMS Coordinator, Warren County (Mississippi) * Elena Gerebizza, ReCommon Modera: * Alex Giuzio – giornalista In collaborazione con RealZeroEurope
September 9, 2026
ReCommon
Le crisi internazionali fanno volare i conti di ENI, che registra profitti record
I RISULTATI DELL’ULTIMO TRIMESTRE DI ENI Il 29 luglio ENI ha comunicato i risultati dell’ultimo trimestre, confermando le voci degli ultimi giorni che parlavano di incrementi significativi negli utili del colosso fossile italiano. La fredda contabilità, al solito infarcita di termini tecnici, riporta che nel periodo aprile-giugno 2026 il cosiddetto ebit (Earnings Before Interest and Taxes) proforma adjusted è salito a 5,38 miliardi di euro, quasi raddoppiando rispetto allo stesso periodo del 2025 e segnando un progresso del 52% sul trimestre precedente. L’utile netto adjusted si è attestato a 2,3 miliardi, più che raddoppiato su base annua. Nel periodo in esame la produzione di idrocarburi è salita dell’8%, attestandosi a 1,79 milioni di barili al giorno. I prezzi del greggio alle stelle, determinati dalla situazione di profonda instabilità del contesto internazionale, e la grande e continua corsa del cane a sei zampe alla scoperta e allo sfruttamento di nuovi giacimenti di gas e petrolio sono una combinazione perfetta per il successo finanziario della società, a netto discapito del Pianeta e di chi lo abita, profondamente colpiti dagli effetti sempre più forti della crisi climatica dovuta all’uso dei combustibili fossili. UN DIVIDENDO STRAORDINARIO PER AZIONISTI E INVESTITORI COME BLACKROCK? Già si prospetta un possibile dividendo straordinario per gli azionisti e gli investitori come il ricchissimo fondo statunitense Blackrock, su cui il management dell’azienda prenderà una decisione il prossimo autunno. Dal momento che all’orizzonte non si intravedono spiragli positivi per la soluzione dei vari conflitti in atto, i quali si intrecciano in maniera molto netta con il tema della “sicurezza energetica” (ergo, con il perpetuare il modello estrattivista fossile), non rimane che ribadire quella che ormai è un’esigenza imprescindibile: bisogna tassare gli extra-profitti delle multinazionali fossili come ENI. -------------------------------------------------------------------------------- BASTA EXTRA-PROFITTI: FACCIAMO PAGARE LA CRISI AI COLOSSI FOSSILI. FIRMA LA PETIZIONE -------------------------------------------------------------------------------- LA PETIZIONE DI RECOMMON PER TASSARE GLI EXTRA-PROFITTI FOSSILI Per questo ReCommon ha lanciato una petizione che chiede al governo italiano di introdurre subito una vera tassa sugli extra-profitti fossili legata a una serie di passi concreti per instradare una transizione  energetica in linea con gli obiettivi internazionali di lotta ai  cambiamenti climatici e per aiutare le classi sociali più in difficoltà ad affrontarla. Il governo italiano, che ha molte limitazioni di finanza pubblica per poter intervenire nella crisi sociale in corso legata a quella energetica, dovrebbe coscienziosamente introdurre subito una tassa sugli extraprofitti fossili, senza lasciare la gran parte di questi ai grandi investitori internazionali. Altrimenti le prossime relazioni trimestrali di ENI continueranno a macinare record.
July 30, 2026
ReCommon
Diffida con richiesta di rettifica di ENI e chiarimenti di ReCommon in merito alle affermazioni relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG diffuse tramite canali social e il report “Fiamme nascoste”
In data 14 luglio 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida e messa in mora” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.p.A., con “richiesta di rettifica di affermazioni non veritiere e/o fuorvianti relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG (Mozambico) diffuse tramite i canali social e il report ‘Fiamme nascoste’”. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): 1. PREMESSA IN FATTO+ [ENI] 1.1. In data 01 Luglio 2026, sui profili social ufficiali (Instagram e altri canali) di ReCommon (di seguito “ReCommon” o “l’Associazione”) sono stati pubblicati una serie di contenuti, nell’ambito di una campagna di comunicazione, recanti tra l’altro le seguenti affermazioni: «ENI in Mozambico distribuisce fornelli mentre ‘brucia’ gas»; «ENI brucia il gas del Mozambico, mentre distribuisce fornelli»; nonché l’affermazione secondo cui, tra giugno e dicembre 2022, le operazioni di flaring avrebbero comportato lo spreco di 435.000 metri cubi di gas, pari a circa il 40% del fabbisogno annuo del Mozambico, e l’affermazione secondo cui, del gas prodotto e liquefatto presso l’impianto Coral South FLNG, nessuna quota sarebbe utilizzata in Mozambico (di seguito, congiuntamente, i “Contenuti”). 1.2. I Contenuti richiamano espressamente il report pubblicato da ReCommon nel marzo 2025, dal titolo “Fiamme nascoste – Il flaring di Eni in Mozambico” (di seguito il “Report”), e sono stati diffusi in stretta connessione temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone. 1.3. Nei Contenuti si lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di cleancooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Il report ‘Fiamme nascoste: Gli impatti del flaring legato al progetto Coral South FLNG di ENI in Mozambico’ – come affermato anche nella premessa in fatto della diffida e messa in mora pervenuta da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A. – è uscito a marzo 2025, più precisamente in data 26 marzo. I suoi contenuti hanno quindi destato l’attenzione della società 475 giorni, o, in maniera più didascalica, 1 anno, 3 mesi e 18 giorni dopo la pubblicazione. Da allora, il tema del flaring derivante dall’operatività dell’impianto Coral South FLNG, nonché quello delle associate emissioni, è stato pubblicamente affrontato da ReCommon in numerose altre occasioni senza destare l’interesse di ENI S.p.A.[1]. Dal testo della diffida e messa in mora si evince che i contenuti avrebbero destato l’attenzione della società solo dopo un tale lasso di tempo perché condivisi nuovamente in concomitanza “temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone”, iniziativa per cui la stessa ReCommon ha riconosciuto che “riducono le emissioni” e “fanno risparmiare emissioni”. Nella diffida e messa in mora di ENI si afferma che ReCommon “lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di clean cooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti”.  Partendo dal contesto, diversamente da quanto sostenuto da ENI, le iniziative, o, per meglio dire, gli interventi in esame (l’iniziativa di clean cooking e le operazioni di flaring), sono entrambi ubicati in Mozambico. Come si può leggere dal sito istituzionale di ENI, la società opera “in Mozambico principalmente nel settore del gas naturale, dell’esplorazione offshore e di progetti legati ai biocarburanti e alla sostenibilità. Con il progetto per l’estrazione di gas Coral South, avviato dopo soli cinque anni dall’approvazione, il Paese assume un ruolo di primo piano a livello globale nella liquefazione del gas naturale (GNL). In linea con la nostra strategia, stiamo sviluppando anche Rovuma LNG e Coral North, iniziative chiave che valorizzano le ingenti risorse di gas del Mozambico e rafforzano il suo ruolo di attore globale nel GNL, contribuendo alla sicurezza energetica. La produzione di olio vegetale nel Paese integra le attività agricole locali nella filiera dei biocarburanti, contribuendo allo sviluppo economico e alla sostenibilità. Alle attività operative, affianchiamo iniziative per la crescita sostenibile, promuovendof ormazione e occupazione locale, progetti agricoli e interventi in infrastrutture, salute e istruzione, che contribuiscono a coniugare sicurezza energetica e sviluppo socio-economico. In particolare, con il Programma Clean Cooking promuoviamo l’accesso a soluzioni di cottura più efficienti, contribuendo alla transizione energetica”[2]. Nello stesso contesto, quello mozambicano, si affiancano quindi operazioni di esplorazione, trasformazione ed esportazione di gas a iniziative di “crescita sostenibile”, tra cui il Programma Clean Cooking. ENI S.p.A. inserisce quest’ultimo Programma Clean Cooking tra le “Carbon offset solutions”[3], e “permette ad Eni di generare crediti di carbonio utilizzati in linea con la strategia Net-Zero aziendale, che prevede il raggiungimento della neutralità carbonica al 2050 attraverso la riduzione delle emissioni (scope 1, 2 e 3) e la compensazione delle emissioni residue tramite iniziative di carbon offset di alta qualità”[4]. A differenza del report ‘Fiamme nascoste’ a cura di ReCommon, la cui accuratezza dei dati in materia di emissioni associate alle operazioni di flaring, quantità degli episodi e rilevanza di questi non è stata finora contestata da ENI S.p.A., nei report di sostenibilità di ENI non è quantificata la riduzione delle “emissioni associate alla combustione”[5] derivante dal Programma Clean Cooking, ancor meno la quota riguardante il Mozambico. Ciò nonostante, la società afferma che “il programma “Eni for Clean Cooking” rientra tra le soluzioni tecnologiche applicate come leva di compensazione delle emissioni residue”[6]. Al contrario, i dati riguardanti le emissioni associate al progetto Coral South FLNG, e in particolare quelle associate alle operazioni di flaring, sono verificabili su fonti aperte – come si vedrà più avanti. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.recommon.org/assemblea-degli-azionisti-di-eni-il-gas-mozambicano-non-serve-per-la-sicurezza-energetica-italiana/; https://www.recommon.org/perche-gli-istituti-finanziari-dovrebbero-lasciar-perdere-il-progetto-coral-north-flng-di-eni/; https://www.recommon.org/mozambico-gas-ed-eni-tutte-le-incognite-di-coral-north-flng/; https://www.recommon.org/il-nuovo-progetto-di-eni-in-mozambico-fortemente-criticato-dagli-esperti-delle-nazioni-unite-sui-diritti-umani/. [2]https://www.eni.com/it-IT/azioni/attivita-mondo/mozambico.html [3]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/sustainability/2024/Eni-in-Mozambique-2024.pdf (pag. 16) [4]https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2024/05/eni-rilancia-impegno-promozione-sistemi-cottura-migliorati.html [5]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/sostenibilita/2025/eni-for-2025-just-transition-ita.pdf [6]Ibidem -------------------------------------------------------------------------------- 2. LA POSIZIONE DI ENI: INESATTEZZA E CARATTERE FUORVIANTE DEI CONTENUTI+ [ENI] Eni contesta radicalmente la ricostruzione dei fatti offerta nei Contenuti, per le ragioni che seguono. 2.1. Sulla natura del flaring. Il flaring costituisce una prassi industriale necessaria per la sicurezza delle attività di estrazione e produzione di idrocarburi, riconosciuta e disciplinata dagli standard internazionali di settore, e non un’anomalia gestionale né, tantomeno, una condotta deliberatamente lesiva dell’ambiente. Gli standard internazionali distinguono infatti tra: (a) routine flaring, ossia la combustione controllata e continuativa del gas associato all’estrazione, effettuata in assenza di infrastrutture idonee al suo sfruttamento – tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG; (b) non-routine flaring, riconducibile a eventi operativi straordinari quali l’avviamento (commissioning) o il riavvio dell’impianto, di carattere occasionale, temporaneo e non pianificato; (c) safetyflaring, misura di sicurezza volta a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenzadi eventi imprevisti. Presentando, come ha fatto ReCommon nel suo Report, indistintamente ogni episodio di flaring quale “spreco” ovvero quale prassi ordinaria e deliberata, i Contenuti ingenerano nel pubblico una rappresentazione errata e fuorviante della realtà tecnica e operativa dell’impianto. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Innanzitutto ReCommon tiene a precisare che in nessun testo prodotto dall’associazione è presente l’affermazione che l’attività di flaring di ENI S.p.A. sarebbe condotta in maniera “deliberatamente lesiva dell’ambiente”. L’attività di flaring, qualsiasi azienda la pratichi, deliberatamente o meno, è intrinsecamente lesiva dell’ambiente e del clima, come riportato anche dal Global Gas Flaring Tracker Report[1], iniziativa della Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR) a cura della Banca Mondiale, di cui ENI S.p.A. è partner, donor e supporter[2]. ENI S.p.A. afferma che la sua attività di flaring non sarebbe associabile al routine flaring – affermazione anche questa mai riportata da ReCommon –, “tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG”. Se ne può quindi desumere che la sua attività di flaring associata all’impianto Coral South FLNG sia associabile al non-routine flaring e al safety flaring. Come riportato nel report ‘Fiamme Nascoste’, gli investitori coreani chiesero conto del calo del 22% della produzione di Coral South FLNG avvenuto a gennaio 2024. «Due guasti agli impianti hanno intaccato la produzione di gennaio, le cause sono ancora da identificare», avevano affermano i manager di ENI S.p.A. Il 13 gennaio 2024, infatti, il flaring a bordo della piattaforma Coral South FLNG aveva raggiunto un picco significativo. Tanto premesso, ENI S.p.A. intende affermare che, almeno fino al 13 gennaio 2024, oltre agli episodi di non-routine flaring, ci siano stati anche episodi di safety flaring volti “a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenza di eventi imprevisti”, trovandoci quindi dinanzi a un malfunzionamento di Coral South FLNG? ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a quest’ultima domanda ed ogni altra informazione relativa all’operatività dell’impianto Coral South FLNG, comprensiva dei dettagli su ogni episodio di flaring dall’entrata in funzione del progetto fino a oggi. -------------------------------------------------------------------------------- [1]“[…] emissions of carbon dioxide, unburned methane, and other air quality pollutants that are harmful to local communities and the global climate”. https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/original/Global-Gas-FlaringTracker-June-23-2026.pdf(pag. 28) [2]https://www.worldbank.org/en/programs/gasflaringreduction/Partners -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.2. Sulla conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale. Le emissioni dell’impianto Coral South FLNG sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle competenti Autorità mozambicane. L’impianto presenta performance produttive stabili e rappresenta un benchmark di settore in termini di “zero operational flaring” a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta  di ReCommon Per quanto concerne la presunta “conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale”, preme ricordare che la VIA del progetto considerava le emissioni come “trascurabili” in comparazione a quelle complessive del Mozambico, con una stima di 150.000 tonnellate di CO2e all’anno[1]. Tuttavia, secondo il dataset 2012-2025 sui volumi di flaring prodotto dalla già menzionata Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR)[2], tra il 2022 – anno della sua entrata in funzione – e il 2025, Coral South FLNG ha bruciato in torcia 1.350.000 metri cubi di gas, equivalenti a circa 3.103.000 tCO2e[3]. Scorporando il dato complessivo per ogni singolo anno si ricavano i seguenti dati emissivi: * 2022 → 789.000 m3 di gas = 1.815.080 tCO2e ca. * 2023 → 381.000 m3 di gas = 876.540 tCO2e ca. * 2024 → 125.000 m3 di gas = 287.500 tCO2e ca. * 2025 →   54.000 m3 di gas = 124.300 tCO2e ca. ENI S.p.A. riporta inoltre che le emissioni scope 1 e scope 2 associate all’operatività dell’impianto Coral South FLNG per l’anno 2025 – comprensive quindi di quelle derivanti dalle operazioni di flaring – corrispondono a 1.052.000 tCO2e[4].  Alla luce dei nostri calcoli (ma siamo disponibili a pubblicare le eventuali differenti informazioni della società sul punto), si può quindi affermare che non ci sia conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale dell’impianto Coral South FLNG.  Preme inoltre ricordare che in data 19 marzo 2026 esperti delle Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno di Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico[5]. Il progetto è, di fatto, la replica di Coral South FLNG. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno commentato gli esperti delle Nazioni Unite.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web ogni informazione che ENI vorrà comunicare sul tema e, in particolare, i documenti prodotti tra il 2022 e il 2024 da ENI S.p.A. contenenti le informazioni relative alle emissioni scope 1 e scope 2 dell’impianto Coral South FLNG, che andrebbero a completare la serie storica conclusa con il documento del 31 marzo 2026[6]. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://stopmozgas.org/wp-content/uploads/2022/04/Assessment_EIA-ENI-CORAL-FLNG-2016.03.31_EIS_Volume_II_Final_Report.pdf [2]https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/related/Flare-Volume-Estimates-by-individual-Flare-Location-2012-2025.xlsx [3]La metodologia di stima delle emissioni da gas flaring e monitoraggio dei volumi si basa sui criteri tecnici definiti in: World Bank, Monitoring & Reporting Guidelines for Flare Reduction CDM Project Activities (https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/830941468149112351). [4]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf [5]https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/03/mozambique-un-experts-concerned-african-development-bank-funding-floating [6]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.3. Sugli episodi di flaring documentati nel Report. Gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono, per la quota preponderante, alla fase di avviamento (commissioning) dell’impianto Coral South, verificatasi nel corso del 2022, e non riflettono pertanto le performance operative attuali dell’impianto. Nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale. La rappresentazione fotografica e i dati riportati nel Report di ReCommon, riferiti a specifici e limitati episodi, non sono rappresentativi del funzionamento dell’impianto nella restante parte dell’anno, né distinguono adeguatamente tra la fase di messa in servizio dell’impianto e la fase di funzionamento a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon In risposta alle domande poste da ReCommon prima dell’assemblea degli azionisti del 2025 di ENI S.p.A. in merito agli episodi di flaring dell’impianto Coral South FLNG, la società rispose che “dal 24 gennaio 2024 al 4 maggio 2025, sono avvenuti solo 9 episodi di riavvio dell’impianto”[1]. In occasione dell’assemblea degli azionisti di ENI S.p.A. tenutasi il 6 maggio 2026, alla medesima domanda posta da ReCommon la società ha risposto che “dal 24 gennaio 2024 ad oggi, sono avvenuti meno di 9 episodi all’anno di riavvio dell’impianto”[2]. Nel testo della “diffida e messa in mora” inviata da ENI S.p.A. a ReCommon in data 14 luglio 2026, la società asserisce che “nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale”. Tenendo conto di tutte le informazioni fornite, sorge spontanea una domanda di chiarimento: ENI S.p.A. sta quindi asserendo che dal 24 gennaio al 31 dicembre 2024 sono avvenuti solo due (2) episodi di flaring, gli altri sette (7) nel corso del 2025, e nessuno (0) nel 2026? Inoltre, se la risposta pre-assembleare del 2025 attestava 9 episodi di flaring, cosa significa la risposta dell’anno successivo “meno di 9”, riferita a un lasso temporale la cui data iniziale rimane sempre il 24 gennaio 2024? Anche in questo caso ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a queste precise domande. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2025/QA-Assemblea-2025.pdf [2]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2026/qa-assemblea-2026.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.4. Sull’affermazione relativa alla destinazione del gas prodotto. L’affermazione presente nei Contenuti, secondo cui “di tutto il gas prodotto e liquefatto presso Coral South FLNG, neanche un metro cubo viene usato in Mozambico”, appare fuorviante in quanto sovrappone impropriamente due piani distinti: quello della destinazione fisica del gas esportato sotto forma di GNL, e quello del beneficio economico che il progetto genera per il Mozambico. Sotto il primo profilo, il progetto Coral South FLNG nasce, per sua stessa natura progettuale, come impianto di liquefazione offshore destinato all’esportazione verso i mercati internazionali, in assenza – allo stato – di un’infrastruttura di rigassificazione e di una rete di distribuzione del gas naturale sul territorio mozambicano idonee ad assorbire e utilizzare internamente il GNL prodotto. Tale caratteristica è comune alla generalità dei progetti FLNG realizzati in contesti analoghi e riflette vincoli infrastrutturali del Mozambico preesistenti allo sviluppo del progetto stesso, piuttosto che una scelta della Società volta a sottrarre risorse al Paese. Sotto il secondo profilo, il progetto genera per il Mozambico un beneficio economico rilevante e documentabile, che l’affermazione contestata omette integralmente di considerare: i benefici economici diretti per il paese (Royalties e Profit Gas) derivanti dal contratto per lo sfruttamento delle risorse di gas (ad oggi circa 320 milioni di dollari) hanno contribuito ad alimentare il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023; il progetto Coral South è stato inoltre indicato, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, come fattore che ha concorso in modo sostanziale alla crescita del Prodotto Interno Lordo del Mozambico nel 2023. A ciò si aggiungono le ricadute occupazionali e di sviluppo del tessuto imprenditoriale locale (oltre 100 contratti assegnati ad aziende mozambicane, oltre 120 PMI formate, oltre 700 borse di studio erogate, creazione di oltre 1400 posti di lavoro diretti e indiretti), nonché le iniziative di sviluppo sociale realizzate nelle aree di operatività, che nel loro complesso restituiscono un quadro del tutto diverso da quello, parziale e decontestualizzato, offerto dall’affermazione contestata. Anche a prescindere da tali elementi, l’affermazione secondo cui “neanche un metro cubo” di gas sarebbe utilizzato in Mozambico è presentata nei Contenuti come dato assoluto, privo di qualificazioni e senza alcun richiamo al contesto sopra descritto, così da ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che il progetto non offra alcun beneficio, diretto o indiretto, al Paese ospitante.   -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon ReCommon tiene a precisare di non aver sovrapposto impropriamente alcun piano distinto, attenendosi – come facilmente riscontrabile nei cosiddetti “Contenuti” del report ‘Fiamme nascoste – alla dimensione della produzione ed esportazione/importazione di gas, senza menzionare la più ampia dimensione economica associata alla presenza di ENI S.p.A. in Mozambico.  Avendo ENI S.p.A. menzionato “il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023”, ReCommon coglie l’occasione per chiedere alla società se possa condividere gli sviluppi giudiziari relativi alla presunta sparizione e/o utilizzo improprio di 33,65 milioni di dollari del Fondo Sovrano, denunciati da varie organizzazioni della società civile mozambicana, a partire dal Centro de Integridade Pùblica[1]. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.5. Sull’accostamento tra il Report e l’iniziativa di clean cooking L’accostamento operato nei Contenuti tra episodi di flaring risalenti in gran parte al 2022 e un’iniziativa avente, tra gli altri, risvolti di carattere sociale e ambientale di recente comunicazione appare privo di reale attinenza cronologica e argomentativa, ed è idoneo a ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che si tratti di fenomeni contestuali e reciprocamente compensativi, gettando discredito su un’iniziativa di cui ha effettivamente beneficiato circa un milione di persone in Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Si veda la risposta alle Premesse e al punto 2.2.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web le informazioni prodotte da ENI S.p.A. relative alla riduzione delle “emissioni associate alla combustione” derivanti dal Programma Clean Cooking, in particolare la quota riguardante il Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.cipmoz.org/wp-content/uploads/2025/10/UMA-CRONOLOGIA-DO-DESVIO-ANUNCIADO-DO-FUNDO-SOBERANO-DE-MOCAMBIQUE-1.pdf -------------------------------------------------------------------------------- 3. QUALIFICAZIONE GIURIDICA DELLA CONDOTTA+ [ENI] 3.1. Le condotte sopra descritte, per le modalità con cui sono state poste in essere – diffusione pubblica, tramite canali social a larga diffusione, di affermazioni non veritiere, decontestualizzate e/o fuorvianti, idonee ad essere percepite dal pubblico come dati di fatto oggettivi e attuali, in assenza delle necessarie precisazioni tecniche e temporali – sono suscettibili di arrecare pregiudizio alla reputazione commerciale e all’immagine di Eni, come peraltro dimostrato dalle richieste di chiarimento pervenute da diversi stakeholder a seguito della pubblicazione del Report. 3.2. Tali condotte, ove reiterate o non tempestivamente rettificate, sono suscettibili di integrare gli estremi dell’illecito aquiliano ex art. 2043 c.c., per lesione del diritto all’immagine e alla reputazione economica della Società, oltre a poter rilevare, a seconda delle circostanze, sotto ulteriori profili di responsabilità che la Società si riserva sin d’ora di valutare e di far valere nelle competenti sedi. Tutto ciò premesso, con la presente Eni, senza alcuna rinuncia rispetto a ogni diritto e azione ulteriore che riterrà di esercitare a tutela dei propri interessi, diffida (vedi sotto contenuto della diffida) -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Alla luce di quanto sopra precisato ReCommon respinge motivatamente le accuse formulate nella diffida e dichiara di essere disponibile ad offrire ai propri lettori ulteriori precisazioni tecniche e temporali sui temi in esame alla luce degli ulteriori chiarimenti ed informazioni che la società vorrà fornire. Nel contempo, ReCommon auspica che le affermazioni contenute nella diffida di ENI S.p.A. non siano ostative al dialogo tra ReCommon e gli stakeholder della società, rientrando nel normale confronto democratico e, come tale, non suscettibile di essere soppresso ovvero di subire limitazioni. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ codesta spett.le Associazione ReCommon a: 1) cessare immediatamente la diffusione, tramite i propri canali social e ogni altro mezzo di comunicazione, dei Contenuti, nella parte in cui presentano gli episodi di flaring relativi all’impianto Coral South FLNG quale fenomeno attuale, ordinario e deliberato, senza le doverose e corrette precisazioni circa la loro natura tecnica, la loro collocazione temporale (segnatamente, la fase di commissioning del 2022) e la loro conformità alla normativa e alla Valutazione di Impatto Ambientale applicabile; 2) pubblicare, sui medesimi canali social sui quali sono stati diffusi i Contenuti e con analoga evidenza e durata, entro e non oltre 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, una rettifica/precisazione che dia atto: (i) della distinzione tra routine, non-routine e safetyflaring, e del fatto che l’impianto Coral South FLNG non pratica routine flaring; (ii) del fatto che gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono principalmente alla fase di avviamento dell’impianto (2022) e non riflettono le performance operative attuali dell’impianto, il quale presenta “zero operationalflaring” a regime; (iii) del fatto che le emissioni dell’impianto sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle Autorità competenti;  3) astenersi, in futuro, dal diffondere affermazioni prive di adeguato riscontro fattuale e non correttamente contestualizzate in merito alle attività di Eni in Mozambico. Si precisa che, in un’ottica di leale e trasparente confronto sul merito delle questioni ambientali sollevate – che Eni non intende in alcun modo sottrarre al dibattito pubblico – la presente diffida non contiene alcuna richiesta di risarcimento del danno, fermo restando che la Società si riserva ogni più ampia facoltà ivi, comprese le iniziative giudiziarie a tutela dei propri diritti, ove le condotte sopra descritte dovessero proseguire o essere reiterate. Si resta in attesa di cortese riscontro entro il medesimo termine di 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, decorso inutilmente il quale la Società si riterrà libera di agire atutela dei propri diritti e interessi nelle sedi opportune, senza ulteriore preavviso. La presente vale quale messa in mora e atto interruttivo di ogni termine di prescrizione e/o decadenza a tutti gli effetti di legge. -------------------------------------------------------------------------------- ReCommon esprime preoccupazione per il ricorso alla diffida – l’ennesima in pochi mesi ricevuta da ENI- come strumento volto a scoraggiare la pubblicazione di informazioni di pubblico interesse. Tale pratica, nota a livello internazionale come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), è oggetto di specifica attenzione da parte delle istituzioni europee, che con la Direttiva (UE) 2024/1069 hanno introdotto misure di protezione per i soggetti — giornalisti, ricercatori, organizzazioni della società civile — esposti ad azioni legali abusive finalizzate a silenziarne l’attività. ReCommon si riserva di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente, inclusi quelli introdotti dalla suddetta Direttiva, qualora la società dovesse proseguire con azioni prive di fondamento. In ogni caso ReCommon considera l’atteggiamento tenuto dall’azienda negli ultimi due anni come lesivo del ruolo, dell’attività e della reputazione dell’associazione e si riserva il diritto di agire nelle sedi competenti. Per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, si ribadisce la disponibilità a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
July 21, 2026
ReCommon