“ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”: la multinazionale italiana rinuncia alle licenze di esplorazione in acque palestinesi?

ReCommon - Thursday, December 18, 2025

Una vera breaking news, riportata dalla trasmissione RAI Report nel servizio “Chi prega per la guerra”, andato in onda domenica 14 dicembre su Rai3, e realizzato dalla giornalista Nancy Porsia. La risposta di ENI a Report, consultabile sulla pagina del programma, è tanto chiara quanto inattesa: “Eni non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”.

Questa frase implicherebbe che ENI non ha intenzione di effettuare esplorazioni nelle acque palestinesi alla ricerca di gas e che, di conseguenza potrebbe uscire dal consorzio aggiudicatario delle licenze, composto anche da Dana Petroleum (società anglo-coreana) e Ratio Energies (società israeliana). O almeno, è quello che ci aspettiamo che ENI faccia a seguito di questa dichiarazione dirompente, frutto della pressione nazionale e internazionale sull’azienda legata all’assegnazione delle licenze di esplorazione delle acque antistanti Gaza a tre settimane dall’inizio del genocidio in Palestina.

Il 29 ottobre 2023, infatti, un consorzio guidato da ENI si era aggiudicato sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo, il 62% delle quali, secondo il diritto internazionale, si trova all’interno della Zona economica esclusiva palestinese. A seguito di questa assegnazione illegittima, nel febbraio 2024 le organizzazioni palestinesi Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e Palestinian Centre for Human Rights avevano inviato una diffida a ENI affinché desistesse “dall’intraprendere qualsiasi attività nelle aree della ‘Zona G’ che ricadono nelle aree marittime dello Stato di Palestina”, sottolineando che tali attività costituirebbero una chiara violazione del diritto internazionale.

In Italia la notizia aveva generato una discreta eco, tanto da mobilitare i parlamentari di Alleanza Verdi e Sinistra e del Movimento 5 Stelle a interrogare in più occasioni il ministero degli Esteri, che si era limitato a riportare la posizione dell’azienda: “da quanto riferisce ENI il contratto è ancora in via di finalizzazione e il consorzio non ha titolarità sull’area, né sono in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa. Non è al momento in corso alcuno sfruttamento di risorse”. La medesima risposta era arrivata agli azionisti critici del Cane a sei zampe in occasione delle assemblee degli azionisti del 2024 e del 2025.

Nel frattempo le mobilitazioni di piazza in Italia denunciavano a gran voce il genocidio del popolo palestinese e gli interessi delle aziende italiane tramite la fornitura di armi ed energia all’occupazione israeliana, riportati con dovizia di dati dal lavoro di inchiesta e analisi di Altreconomia e della Special Rapporteur ONU Francesca Albanese. Presentando il suo rapporto sull’economia del genocidio durante il Rumore Festival di Fanpage dell’ottobre 2025, Francesca Albanese aveva fatto nomi e cognomi, denunciando come il silenzio dei governi di fronte al genocidio fosse motivato dal voler proteggere le tante aziende  che hanno un ruolo attivo in Palestina. Due gli esempi italiani menzionati da Albanese: Leonardo ed ENI.

Insomma, mentre secondo ENI sul versante palestinese era tutto fermo , le manovre più corpose con Israele avvenivano a un’altra latitudine, attraverso l’accordo di fusione tra la controllata ENI UK e la britannica Ithaca Energy, allora per l’89% di proprietà dell’israeliana Delek Group, nella lista nera dell’ONU per il supporto agli insediamenti illegali e l’uso commerciale delle risorse naturali palestinesi. A poche settimane dalla notizia, nel luglio 2024, ReCommon aveva denunciato pubblicamente l’accordo e lanciato una petizione per chiedere a ENI di interromperlo. La petizione aveva raccolto migliaia di firme e l’adesione di molte realtà della società civile italiana. “La risposta di ENI al servizio di Report di domenica 14 dicembre (la stessa che l’azienda ha dato nella richiesta di rettifica alla nostra newsletter del 10 ottobre 2025 “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo”) è un goffo tentativo di spostare la responsabilità di questo accordo sulla sua controllata, ENI UK, come se le due non avessero una stretta relazione. Come per ogni accordo di fusione, ENI deve eseguire un processo di due diligence, cioè quell’analisi approfondita che un’azienda compie prima di finalizzare accordi, per raccogliere e analizzare tutte le informazioni rilevanti (finanziarie, legali, fiscali, operative) sulla controparte, al fine di valutare rischi, opportunità e il reale valore dell’operazione. E la due diligence riguarda, ovviamente, anche il rispetto dei diritti umani da parte della controparte, controllata da Delek Group.

ENI ci fa sapere che “in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani” e sappiamo dal suo Codice Etico che “nello sviluppo sia delle proprie attività di impresa internazionale sia di quelle in partecipazione con i partner, ENI e le sue controllate si ispirano alla tutela e alla promozione dei diritti umani”. Cristallizziamo queste informazioni e riteniamole la bussola che guida l’azione dell’azienda. Chiediamoci allora: ENI ha svolto un processo di due diligence sui diritti umani prima dell’accordo di fusione con Ithaca Energy, allora controllata all’89% da Delek Group? Quali sono state le risultanze di questa valutazione?

Queste domande restano aperte e ci aspettiamo che l’azienda chiarisca e riveda la sua posizione sull’accordo con Ithaca Energy e quindi con Delek Group, azienda che continua a foraggiare il genocidio ancora in corso.

Nel frattempo ci permettiamo di celebrare la rinuncia alle attività esplorative nelle acque palestinesi come una vittoria collettiva. Un piccolo grande passo alla volta.