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Per una ricognizione sulle basi straniere in Italia
di Carlo Tombola (ripreso da gliasinirivista.org). A seguire «C’è poco da ridere eppure…», una breve nota della “bottega” Disegno di Armin Greder tratto da Noi e loro (Else edizioni 2019) Questo articolo è stato realizzato con la collaborazione di The Weapon Watch, osservatorio sulle armi nei porti europei e del Mediterraneo che ha sede a Genova (www.weaponwatch.net, mail info@weaponwatch.net). Si serve infatti
C’è cura e cura
C’è un gioco – «trova le differenze» o «cerca le differenze» – che viene proposto come intrattenimento per gli adulti o come esercizio per allenare l’attenzione e l’osservazione dei bambini. È molto semplice: si osservano due immagini a prima vista identiche e si trovano le differenze. Un gioco, ma anche, mutatis mutandis, una lezione quotidiana perché sipari analoghi preludono spesso a spettacoli molto diversi. Anche radicalmente diversi. Prendiamo ora due immagini che parlano entrambe di politiche della cura, nel mondo occidentale, nell’anno 2026. IMMAGINE UNO  Poche settimane fa il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, membro della camera dei rappresentanti dal 2019, hanno pubblicato un video sulla pagina ufficiale del New York’s Mayor’s Office che in poche ore è circolato in tutto il mondo, a partire dai social. In poco più di due minuti sollecitano i genitori di bambini di due anni residenti a New York a fare domanda per il sistema completamente gratuito di childcare (assistenza all’infanzia) annunciato da Mamdani, che inizia a prendere forma anche grazie al supporto della Governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul. Nel video sia Mamdani che Ocasio-Cortez parlano in spagnolo e ci sono sottotitoli in inglese (anche se per Mamdani lo spagnolo non è né la prima, né la seconda lingua). L’intento è chiaro: vogliono parlare a tutti e tutte, specialmente a chi per secoli si è sentito oppresso e marginalizzato solo perché appartenente a un’altra etnia. Non solo la scelta della lingua, ma le parole che usano per invitare i genitori a iscriversi per tempo e a dirlo a quanti più amici e conoscenti possibili rimandano a un immaginario di accoglienza, universalità, prossimità. Sottolineano che «qualunque genitore della città di New York, senza distinzione per lavoro, stipendio o migration status, potrà registrarsi», perché «per decenni le famiglie a New York hanno dovuto fare i conti con un sistema di assistenza all’infanzia», specialmente nella fase che corrisponderebbe qui all’asilo nido, «ingiusto», costoso, in nessun modo accogliente, universale o prossimo (pagando fino a 26.000 dollari all’anno). Il sistema per fare domanda è semplicissimo e si può ottenere assistenza in 200 lingue. Rispondendo entro la scadenza, il posto è garantito. Senza graduatorie. Senza costi. Attenzione: senza distinzioni stipendiali: l’istanza viene accolta per chiunque, anche per chi lavora, ha un reddito, una casa e vive una vita più o meno agiata.  Si tratta del programma 2-K, il corrispettivo dei programmi 3-K e Pre-K, cioè dei sistemi di educazione prescolare. A partire dall’autunno 2026, saranno accessibili i primi 2.000 posti gratuiti per bambini di due anni; le aree da cui partirà il programma sono Washington Heights–Inwood (vicino ad Harlem), Fordham–Kingsbridge (Bronx), East Brooklyn (Canarsie, Brownsville e Ocean Hill – aree con altissima popolazione afroamericana e latina) e Ozone Park–Rockaways (una delle aree working class per eccellenza, quella tra l’aeroporto JFK e Manhattan). L’investimento pubblico per coprire questi posti è stimato a circa 73 milioni di dollari, ma con il supporto dello Stato di New York dovrebbe arrivare a oltre 400 milioni di dollari entro il 2027. L’obiettivo è ampliare il sostegno alla universal childcare a tutto il territorio di New York, oltre New York City; la Governatrice Huchul, che fieramente si definisce “New York’s first mum Governor” (la prima Governatrice madre, a New York), vuole ampliare significativamente la spesa per i servizi all’infanzia e a supporto della genitorialità arrivando a destinare 4.5 miliardi di dollari entro il 2027. LEGGI ANCHE… WELFARE AIUTO CONDIZIONATO O AIUTO RADICALE?  Angela Condello IMMAGINE DUE Proprio negli ultimi giorni di febbraio, più meno in corrispondenza del video di cui ho appena parlato (mentre a Sanremo vinceva un’ode al matrimonio religioso), la Camera dei deputati italiana ha bocciato tutti – tutti – gli articoli della proposta di legge sul congedo parentale paritario, sostenuta dalle opposizioni e con prima firmataria Elly Schlein, che prevedeva un congedo di cinque mesi per ciascun genitore con retribuzione garantita al 100% dello stipendio (il sistema attuale prevede percentuali che variano tra l’80% e il 30%). Un modello che avrebbe, almeno sulla carta, messo sullo stesso piano diritti e doveri di madri e padri a partire dall’alba della genitorialità.  Ragione della bocciatura? La scarsa copertura economica: nella relazione tecnica, la Ragioneria generale dello Stato ha sottolineato che stando solo agli oneri relativi agli iscritti Inps, immaginando una decorrenza da gennaio 2025, la spesa sarebbe di circa 520 milioni per il 2026, progressivamente crescenti. A poco sono servite le obiezioni, a partire proprio da quella di Schlein, sul fatto che le motivazioni tecniche non valgano per opere come il ponte sullo Stretto o le prigioni albanesi. Accuse respinte dalla maggioranza, che ci tiene a dire quanto nelle loro politiche siano centrali i temi della famiglia e della natalità. Punti di vista deformati sulla famiglia, sulla cura, sui progetti da realizzare con il bilancio dello Stato. A questa seconda immagine aggiungo un altro fotogramma: all’inizio del 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla figura del caregiver (cioè di chi si prende cura di un soggetto non autosufficiente), che prevede un contributo massimo di 400 euro al mese, solo nei casi in cui il soggetto assistito abbia avuto il riconoscimento di una disabilità grave, solo nei casi si tratti di coniuge, parte di unione civile, convivente di fatto, o parente/affine entro il secondo grado. Per ora i contributi sono tutt’altro che universali: i caregiver devono essere conviventi e assistere il soggetto non autosufficiente almeno per 91 ore a settimana. Il loro reddito annuo non deve superare i 3.000 euro annui e l’Isee non deve superare i 15.000 euro.  La parola ‘care’, cura, è la stessa che si trova nel lemma universal childcare di cui parlano Mamdani e Ocasio-Cortez – peraltro, sulla scia di una politica di sostegno alla cura immaginata da Bernie Sanders e diffusamente testata dove i Democratic Socialists of America hanno spazio d’azione (per esempio, nel Vermont).  C’è cura e cura, insomma: a osservare attentamente, le differenze sono piuttosto evidenti. Sulla cura si può investire, perché si attribuisce al lavoro riproduttivo un valore centrale e perché si vuole lasciare a ciascuno la libertà di scegliere come lavorare, quanto, ecc.; con la cura si può fare propaganda; e, ancora, si può erodere dalle fondamenta ogni tentativo di aggiustare il tiro, pubblicamente, sulla cura e le politiche sociali.  La scelta su come orientare gli usi delle risorse è quella che forse più di tutte lancia segnali sulla direzione che si vuole dare alla società e su quel che si intende per «giustizia sociale». Attenzione, il rischio di confusione è altissimo: come hanno sottolineato alcuni membri del Care Collective (un gruppo di ricerca militante basato a Londra), sulla cura si possono persino tessere programmi come quelli lanciati da grandi corporations (Primark, Dove, Nike) per sollecitare i consumatori a prendersi cura di sé (possibilmente comprando i loro prodotti) e degli altri (possibilmente svolgendo attività che comportino l’utilizzo dei loro prodotti). Questa pratica si chiama carewashing e ha la stessa struttura del pinkwashing (le strategie di marketing che strumentalizzano l’emancipazione femminile e la libertà delle donne), tuttavia viene portata avanti con altri mezzi e per altri fini. Il gioco comparativo non ha bisogno di commento. Le immagini, come si dice, parlano da sé.  LEGGI ANCHE… IL WELFARE DI DOMANI Chiara Giorgi RISORSE PER LA COMUNITÀ Come sintesi all’esercizio comparativo vorrei invece ricordare il testo del Bill of Rights promulgato nel 1967 durante la prima conferenza americana della National Organization for Women, in cui le donne riunite indicavano il loro decalogo (regola aurea: sarebbe bene discutere queste pratiche anzitutto con chi è coinvolto in prima linea) per superare una volta per tutte l’idea che le famiglie debbano contare in primo luogo sulle madri e che il resto del lavoro sia poi solo residuale (e perché mai? Come insegna il programma di Mamdani, chiunque dovrebbe contare anzitutto sul sostegno pubblico e non solo sulla propria madre). Le parole del manifesto, così come sono, per quanto mi riguarda andrebbero stampate e distribuite quanto più possibile in maniera capillare. La richiesta numero 5 recita: > (we want) that child-care facilities be established by law on the same basis > as parks, libraries, and public schools, adequate to the needs of children > from the pre-school years through adolescence, as a community resource to be > used by all citizens from all income levels Come un mantra: chiedono che i servizi per l’infanzia siano forniti per legge, diffusamente e senza limiti di tempo, in modo continuativo, e per spiegare che cosa intendono li assimilano a parchi pubblici, biblioteche, scuole pubbliche: dovrebbero essere, cioè, adeguati ai bisogni dei bambini dall’età prescolare fino all’adolescenza, e pensati come risorse per la comunità a disposizione di tutti, sempre, indipendentemente dal reddito. Secondo i principi (torniamo un attimo all’immagine uno) dell’accoglienza, dell’universalità, della prossimità. Un altro mondo è possibile. *Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo C’è cura e cura proviene da Jacobin Italia.
March 20, 2026
Jacobin Italia
La piccola bottega contro l’iper-mondo
Il nuovo libro di Saverio Pipitone (*) «Dentro la società dei consumi: dal supermercato globale alle comunità di scambio locale» è in cerca di editore, speriamo che lo trovi presto. Anticipiamo la presentazione e la scheda con l’indice.   La bottega contro l’iper-mondo Una volta c’era la bottega con il commerciante che accoglieva, conversava e accontentava i clienti. La sua
Bossi, un perdente di successo
Come un caratterista della vecchia commedia all’italiana, come certi personaggi che un tempo attraversavano gli show televisivi o come le meteore della canzone, Umberto Bossi è stato un perdente di successo: non ha portato a casa nessun risultato concreto per il Nord che diceva di voler difendere, finito ostaggio prima di Silvio Berlusconi e poi dei suoi colonnelli, ma ha lasciato la sua impronta sulla scena politica e nell’immaginario collettivo. Bossi viene da sempre, e oggi forse ancora di più, descritto come espressione di un mondo tradizionale e antico che resiste ai flussi della globalizzazione e alla liquidità del postmoderno. A una lettura superficiale c’è del vero, la sua intuizione circa la centralità dei territori e la sua capacità di, letteralmente, inventare un popolo per porsi alla sua testa paiono tentativi di frenare la storia e rimettere le lancette all’indietro. Ma la vera caratteristica del personaggio e della sua parabola politica sta, al contrario, nelle sue intuizioni collocabili tutte dentro la contemporaneità. Era pienamente postmoderno – neotelevisivo, avrebbe detto Umberto Eco – il modo in cui l’Umberto utilizzò il piccolo schermo quando era ancora centrale. Più volte ammise di aver calcato la sua avversità nei confronti dei meridionali, che pure era insita nella sua ideologica localista, perché faceva scandalo e gli consentiva di guadagnare quelle ospitate in televisione che gli permisero di fare il grande salto: dalla piccola rappresentanza locale del partito che aveva soltanto due parlamentari al boom elettorale dell’alba degli anni Novanta, complice anche la fine della Prima Repubblica.  LEGGI ANCHE… NEMICI SALVINI ANDAVA AL LEONCAVALLO? Giuliano Santoro Televisivi, ritagliati a misura per lo spettacolo politico, erano gli slogan che Bossi, uomo che aveva anche provato a far carriera nel mondo della canzonetta, coniava per scandalizzare giornalisti e osservatori e bucare i media. Ecco perché la Lega, spesso definita come il partito della salamella pedemontana e del radicamento territoriale, fu prima del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo una forza tutta impiantata nel rapporto tra il suo leader carismatico e la sua potenza comunicativa. Bossi poteva portarla dove voleva, ad allearsi con Berlusconi e tramite lui con i missini o a dichiararsi antifascista e dichiarare l’uomo di Arcore mafioso, perché era lui a definire l’agenda e il palinsesto leghista. Non deve stupire, dunque, se il leader che è arrivato dopo di lui e contro di lui è soprattutto un frontman mediatico, uno che aveva cominciato come concorrente di quiz televisivi, che si appoggia alla bestia dei social e campa di esternazioni.  Per capire che c’è un filo che unisce il Bossi sedicente antifascista e il Salvini che va a braccetto con Vannacci bisogna ripescare le analisi di Primo Moroni su postfordismo e nuova destra sociale. La conquista leghista di Milano, scriveva Moroni nel 1993 esattamente nei giorni in cui Formentini diventava sindaco, segna il passaggio di scala: dalla difesa del piccolo distretto produttivo alla metropoli, dall’illusione della protezione della rete locale all’articolazione del consenso politico più diffuso. Salvini diventa consigliere comunale e fa il suo apprendistato in questa temperie. Prende appunti, impara che dal decoro della città alla difesa della nazione il passo è breve. Capisce che quando lo spazio pubblico diventa spazio privato il passaggio successivo di «Padroni a casa nostra» è: «Prima gli italiani». Da qui agli assessori-sceriffi come a Voghera o all’elogio del killer di Rogoredo, è un attimo. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI LA DESTRA ALL’ASSALTO DI MILANO Claudio Jampaglia Bossi era uomo pienamente postmoderno, capace di rielaborare i segni della supposta tradizione, rimasticarli e sputarli sulla scena pubblica, anche per le sue intuizioni sulla composizione sociale con cui aveva a che fare. Sia lui che Bobo Maroni, il suo secondo scomparso tre anni fa, avevano frequentato il Pci e i partiti alla sua sinistra. Avevano in qualche modo conosciuto la classe operaia settentrionale. Avevano visto che la rude razza pagana si era frantumata nel modello postfordista della fabbrica diffusa, delle partite Iva, del terziario e del lavoro autonomo di seconda generazione. Per trascinare dalla loro parte questa forza lavoro, uscita dall’implosione della grande fabbrica e figlia al tempo stesso della grande sconfitta operaia e della forza operaia che aveva fatto saltare la catena di montaggio e la sua alienazione, si erano inventati un modello territorialista, doppio agghiacciante della lotta di classe, una specie di sindacalismo dell’heimat che propagandava l’idea, col senno del poi illusoria, che i diritti di fronte alla fine del Novecento e alla globalizzazione, potevano essere tutelati soltanto praticando un autogoverno escludente. Innanzitutto contro i migranti e poi nei confronti dei meridionali. L’odio verso i lavoratori del sud, si è detto, era il mugugno delle file alla Posta nei confronti dell’impiegato trasferitosi dal Mezzogiorno (i padani avevano altri lavori da fare, allora) accusato di non smaltire la corrispondenza e le code con solerzia. A ben vedere questi due tratti tipicamente postmoderni, la rappresentazione spettacolare e la nuova composizione postfordista, sono gli stessi che hanno costruito il successo delle estreme destre di questi anni. Bossi, anche attraverso la consumazione fisica e non metaforica del suo personaggio, ha cercato di inseguire fino in fondo queste tendenze. Gli è stato umanamente impossibile arrivare fino alle bolle dei social media o portare fino all’estremo l’illusione del sindacalismo reazionario che ha inseguito anche inventando fallimentari sindacati campanilistici e perseguendo sciagurati progetti di banche  territoriali. Venne prima Silvio Berlusconi, che gli fece impacchettare tutto e comprò il lotto intero. Dopo di lui, le nuove forme di fascismo. Ma in Italia, prima di tutti, ci arrivò l’Umberto Bossi. *Giuliano Santoro, giornalista, lavora al manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (Castelvecchi, 2012 e 2014) e Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo, 2015). Per approfondire … Una storia italiana Acquista il numero della rivista L'articolo Bossi, un perdente di successo proviene da Jacobin Italia.
March 20, 2026
Jacobin Italia
Povertà estrema: a New York
ripreso da «Diogene notizie».  “Counting Her Money” by moriza is licensed under CC BY 2.0. New York torna a fare i conti con una povertà sempre più estesa e strutturale. Nel 2024 quasi 2,2 milioni di residenti, pari al 26% della popolazione cittadina, hanno vissuto sotto la soglia di povertà. È il dato più alto registrato da quando il Poverty
Social Skinner Box: benvenuti nell’esperimento…
a cui avete dato il consenso di Bruno Lai Il 20 marzo 1904 nasce Burrhus Frederic Skinner.     B. F. Skinner è considerato forse il più influente esponente del comportamentismo, una corrente psicologica che ha dominato gran parte del Novecento. Per riassumere ironicamente la sua visione della psicologia in una frase, si potrebbe scrivere: “Non mi interessa cosa pensi
Asini e umani: un sardo sfida Trump per…
… il Nobel della pace 2026. La “bottega” ringrazia Ignazio Sanna per questo scoop.   Un evento imprevisto potrebbe impedire l’assegnazione del Nobel per la pace 2026 a Donald Trump. Infatti, il fulgido astro del principale pretendente pare improvvisamente oscurato dall’emergere di un altro parimenti grande statista, sir Tonino Minch’e Molenti, che secondo alcuni avrebbe alle spalle una lunga esperienza
Femminismo marxista e decolonialità
La prima Conferenza Internazionale Marxista-Femminista si è tenuta a Berlino nel 2015, promossa dalla sezione femminista dell’Istituto Berlinese di Teoria Critica (InkriT) attorno alla sociologa e filosofa tedesca Frigga Haug. In occasione della plenaria conclusiva, Haug ha presentato un documento in tredici tesi che sintetizza il pensiero delle correnti femministe che vedono nelle categorie marxiste uno strumento utile per analizzare la realtà sociale contemporanea. I congressi successivi hanno ripreso e ampliato queste tesi, declinandole in modi diversi in base alle necessità del contesto politico contemporaneo ma mantenendo una prospettiva femminista marxista.  Dal 21 al 23 novembre 2025 si è svolta nella città di Porto la sesta Conferenza Internazionale Femminista Marxista del gruppo Marxfem dal titolo Decolonising Bodies, Territories and Practices,  con un’ampia partecipazione – 358 iscritte provenienti da 50 Paesi – a testimonianza del rinnovato interesse per il femminismo marxista, in particolare tra le giovani attiviste e studiose del mondo.  Dopo una lunga fase in cui gli studi femministi sembravano concentrarsi unicamente sulla sfera culturale e simbolica del predominio maschile, il femminismo del XXI secolo è – in buona parte – tornato a un approccio materialista, radicandosi nella materialità dello sfruttamento, dei lavori precari sottopagati, delle condizioni di maternità negate. IL NOSTRO POSIZIONAMENTO Di fronte a una progressiva «fascistizzazione della riproduzione sociale», processo che vede un preciso attacco alla politicizzazione femminista e popolare della crisi della riproduzione sociale, tornare a un approccio materialista permette di interrogare le specifiche forme di oppressione prodotte dal modo di produzione capitalista. Proprio la nostra postura materialista ci fa scrivere questo contributo a partire da un posizionamento che vogliamo esplicitare. Siamo studiose, ricercatrici, attiviste e militanti che si interrogano circa le dinamiche di potere che permeano la nostra società e i cui effetti si ripercuotono maggiormente sui soggetti femminilizzati dediti alla riproduzione sociale. Sappiamo anche che i corpi che quotidianamente portiamo per le strade, nei luoghi di lavoro, nelle accademie e nelle piazze non sono neutri bensì connotati come oggetto di controllo e di strumentalizzazione da parte del patriarcato e del capitalismo.  Allo stesso modo sappiamo di trovarci a pensare e agire in una parte ben definita del mondo: quello europeo e occidentale. Il privilegio di cui godiamo in quanto persone bianche che parlano e scrivono da paesi del Nord globale è qualcosa di cui abbiamo contezza e che cerchiamo di problematizzare nelle nostre riflessioni. Siamo consapevoli, infatti, delle dovute differenze che le lotte portate avanti in un contesto come quello europeo – certamente scosso da crisi ecologiche, economiche e belliche – presentano rispetto alle lotte di altri territori. Le esperienze, dall’America Latina alla Palestina, dal sud-est asiatico all’Africa, sono per noi una fonte di apprendimento e di elaborazione teorica. Crediamo che guardare al di là dello stretto orizzonte dei luoghi in cui viviamo e schiudere il pensiero femminista (e marxista) a una prospettiva internazionalista sia la sola via percorribile per poter realmente realizzare la rivoluzione. Una rivoluzione, dunque, che parte dalla decolonialità. Come ha sottolineato Ruth Gilmore nella plenaria introduttiva, il Capitale ha bisogno delle differenze di razza e di genere per perpetuare le proprie condizioni di esistenza. Il metodo decoloniale serve a evidenziare le catene internazionali della valorizzazione del capitale che sono in continuità con la storia coloniale; ma serve anche a disvelare i meccanismi materiali e psicologici di predominio e di sfruttamento nelle nostre società postcoloniali razziste. LEGGI ANCHE… FEMMINISMO LA RADICE DELL’OPPRESSIONE DELLE DONNE Giulia Marotta ACCUMULAZIONE, RIVOLUZIONE E NUOVO PROLETARIATO INTERNAZIONALE Se si segue l’interpretazione che Rosa Luxemburg propone rispetto alla questione dell’accumulazione originaria, si comprende perché il tema della decolonialità sia centrale per una riflessione che vuole essere insieme femminista e anticapitalista. Nel suo testo principe, L’accumulazione del capitale, Luxemburg costruisce quella che viene conosciuta come la sua «teoria dell’imperialismo» in cui collega in modo necessario capitalismo, colonialismo, guerra e imperialismo.  Confrontandosi direttamente con alcuni dei più spinosi nodi marxiani, la rivoluzionaria polacca ricostruisce le diverse fasi attraverso cui il capitalismo colonizza aree del mondo non-capitalistiche mediante l’instaurazione violenta delle proprie strutture e dei propri modelli sociali. Le nuove possibilità pratico-teoriche elaborate da Luxemburg  rendono la sua trattazione particolarmente rilevante per le contemporanee teorie femministe post e decoloniali.  La portata globale che Rosa Luxemburg riconosce nelle strutture di sfruttamento che sottendono al funzionamento del capitalismo permette  all’autrice di elaborare un’idea di rivoluzione e lotta di classe che sia necessariamente internazionale. Per Luxemburg, infatti, il capitalismo crea, senza volerlo, il suo strumento di resistenza e cioè una classe lavoratrice, sottoposta allo stesso sistema di sfruttamento, quello capitalistico, esteso su scala globale. La rivoluzione luxemburghiana, quindi, vede la necessaria partecipazione di tutto il proletariato internazionale unito contro lo stesso nemico: la violenta e capillare espropriazione e discriminazione del capitalismo.  Ma come individuare, oggi, il soggetto rivoluzionario? Nel capitalismo contemporaneo, segnato da forti processi di finanziarizzazione e dalla moltiplicazione di forme di lavoro informali o para-formali, l’individuazione di un soggetto di classe unitario appare sempre più complessa. La frammentazione delle condizioni lavorative e la crescente centralità di attività non riconducibili al lavoro salariato industriale mettono in crisi le categorie tradizionali con cui il marxismo ha storicamente identificato il soggetto rivoluzionario. Già negli anni Settanta, in un contesto segnato dalla crisi del fordismo e dall’emergere di nuove forme di ristrutturazione capitalistica, una parte del marxismo femminista aveva messo in discussione l’identificazione del soggetto rivoluzionario con l’operaio industriale salariato. È il caso dell’esperienza internazionale di Wages for Housework, che fin dalla sua nascita ha insistito sulla necessità di riformulare la nozione di classe a partire da una diversa centralità attribuita alle soggettività non salariate, al lavoro domestico e di cura nel ciclo complessivo di produzione e riproduzione della forza-lavoro. Se si riflette sulla condizione contemporanea – che vede il completo disfacimento del diritto internazionale nonché la proliferazione di guerre a scopo imperialista e di imposizione di un unico modello sociale e produttivo – le parole di Luxemburg ritornano con urgenza. La «teoria dell’imperialismo» e l’internazionalismo luxemburghiano costituiscono degli importanti strumenti per il femminismo contemporaneo, soprattutto se si considera il violento attacco ai  corpi delle donne, specialmente in quelle zone soggette a processi di ricolonizzazione e guerre imperialiste. Sono proprio le donne, infatti, a occuparsi della riproduzione sociale delle proprie comunità e quindi custodi di sistemi sociali alternativi a quello capitalistico. Non a caso il tema della riproduzione sociale, nuova posta in gioco dell’accumulazione capitalistica, ha occupato un posto centrale nelle riflessioni svolte nei vari panel della conferenza. Questo ampio interesse nei confronti dell’argomento è giustificato se consideriamo, in una prospettiva globale, le forme di resistenza attraverso economie di sussistenza come quelle messe in campo in America Latina o il respingimento coloniale in atto in Palestina.  LEGGI ANCHE… FEMMINISMO CURA E GIUSTIZIA SOCIALE Kathleen Lynch - Rodolfo Pezzi PALESTINA Il nostro pensiero non può che andare in Palestina, dove le donne stanno compiendo gravosi sforzi per cercare di preservare le condizioni minime di esistenza in un contesto come quello genocidario segnato dalla distruzione sistematica dei mezzi di sussistenza e delle infrastrutture di base (strade, case, acquedotti, ospedali, infrastrutture alimentari, ecc.). L’aggressione alle condizioni materiali di esistenza palestinesi, parte del progetto coloniale sionista, colpisce in egual misura uomini, donne e bambini palestinesi. Tuttavia, sono soprattutto le donne (anche se non esclusivamente) a fronteggiare quotidianamente, nell’ambito della riproduzione sociale, gli effetti di questa distruzione rendendo possibile la sopravvivenza collettiva, attraverso pratiche di cura, organizzazione e sostegno reciproco, restando spesso ai margini della narrazione pubblica. Non a caso, le donne in quanto potenzialmente «madri» sono oggetto di politiche di controllo e negazione da parte della strategia politica sionista, guidata dall’idea che la riproduzione delle e dei palestinesi sia una minaccia al progetto coloniale israeliano.  Il ruolo attivo e politico svolto dalle soggettività femminilizzate e marginalizzate nella resistenza palestinese ci pone, pertanto, di fronte al tema della riproduzione sociale come forma di resistenza.  RESISTENZA E RIPRODUZIONE SOCIALE Parlare di resistenza delle donne in Palestina significa confrontarsi con una molteplicità di forme di opposizione alla colonizzazione di Israele ma, soprattutto, significa compiere un lavoro di esegesi delle fonti (non sempre scritte) e di storie trasmesse oralmente.  Storicamente, la prima organizzazione ufficiale di donne palestinesi nasce nel 1920 con il nome di Palestinian Arab Women’s Union, protagonista di diverse proteste contro la presenza britannica nei territori palestinesi. La loro attività rende esplicita per la prima volta come la liberazione delle donne sia parte necessaria per il raggiungimento della liberazione di tutta la popolazione palestinese.  A partire dal 1948, anno di inizio della Nakba, si assiste a una diversificazione delle forme di resistenza. La popolazione palestinese, privata della propria terra, affidò alla famiglia e alla memoria collettiva la sua sopravvivenza. La funzione dello spazio privato mutò radicalmente, la casa divenne il luogo nel quale preservare la cultura e portare avanti forme differenti ma complementari di resistenza: non più solo luogo di cura e di lavoro domestico ma spazio del sumud. In questo contesto, le soggettività femminilizzate furono le figure principali di questa forma «narrativa» di resistenza. La svolta più recente risale al 2019 con la nascita del movimento femminista palestinese Tal’at. A differenza delle organizzazioni precedenti, Tal’at cerca di tenere insieme le istanze del femminismo radicale e quelle della liberazione nazionale, provando a superare una visione dicotomica delle lotte. Il nuovo movimento femminista è stato il primo a parlare apertamente di abusi domestici affermando con forza che non vi è alcuna contraddizione tra il desiderio di libertà palestinese e la lotta per i diritti delle donne. Tal’at rende così esplicita la forte connessione tra le due forme di resistenza denunciando, tra l’altro, come l’oppressione israeliana inasprisca atteggiamenti violenti in chi vive sotto il dominio coloniale.  Ciò che succede in Palestina, come in altri contesti dove sono sotto attacco le condizioni materiali della riproduzione della vita, rende evidente come l’oppressione abbia a che fare con il modo in cui il capitalismo si sostiene e si riproduce. È chiaro che, in primo luogo, sono le donne con i loro corpi a  costituire una resistenza attiva che passa attraverso la riproduzione sociale; è grazie a loro che si può tessere una rete di resistenza – locale e internazionale – a quel processo di espropriazione, imposizione e violenza mortifera che caratterizza l’alleanza criminale tra patriarcato e capitale. Come femministe marxiste, dunque, riconosciamo l’urgenza di confrontarci con l’esperienza di lotta delle donne e delle femministe palestinesi, che riteniamo imprescindibile, poiché rende evidente l’intreccio tra violenza di genere e sessuale, politiche coloniali di insediamento e guerra. Questa postura ci impone di leggere tali violenze come parte integrante dei processi di dominio attraverso cui il capitalismo globale riorganizza la sua riproduzione, scaricandone i costi sui territori che rendono possibile la sopravvivenza materiale e sociale dei suoi centri economici attraverso processi di espropriazione e sfruttamento. *Giulia Longoni, Ludovica Micalizzi, Martina Facincani, Nadia De Mond fanno parte di MarxFem Italia. L'articolo Femminismo marxista e decolonialità proviene da Jacobin Italia.
March 19, 2026
Jacobin Italia
Una risata (qualcuno) seppellirà…
Una veloce e più che incompleta rassegna su come la satira italiana ha affrontato la campagna referendaria sulla Giustizia del 22 e 23 marzo prossimi. Pre messa… A detta di molti (e una volta tanto mi ritrovo finalmente fra i molti) la campagna per il referendum sulla Giustizia di domenica 22 e lunedì 23 è stata (ancora è) una delle
Remigrazione: Vannacci e le destre ne…
… ne fanno un cavallo di battaglia. Articoli di Leonardo Bianchi e di Danilo Tosarelli. Con molti link utili. Un pomeriggio con i remigratori di Vannacci Sono andato a vedere lo spettacolo teatrale dell’eurodeputato sulla remigrazione, che ovviamente era infarcito di teorie del complotto razziste e islamofobe. di Leonardo Bianchi – riipreso da “Complotti” (*) Il 15 marzo del 2026