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La nuova generazione tarantina
«Taranto libera!». Questo il grido di dolore della manifestazione organizzata da un gruppo di associazioni lo scorso 17 ottobre. Un grido che ha fatto rumore e che ha portato in piazza almeno 15.000 persone, nonostante il boicottaggio di tutti i media nazionali. Libera dagli oppressori. Libera da chi dice di pensare al futuro dei giovani del paese e poi legifera affinché i giovani scappino dall’Italia. Taranto è una città da cui si scappa. Non per scelta, ma perché chi siede ai tavoli decisionali in tutti questi anni della vertenza Ilva ha prodotto solo decreti che hanno allungato l’agonia di una fabbrica che doveva chiudere già nel 2012, quando la giudice Todisco ordinò il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento perché nocive per i lavoratori e le lavoratrici e per i cittadini e le cittadine. Quel grido era rivolto anche chi, nel movimento sindacale, si ostina a difendere la continuità produttiva, chiedendo che gradualmente la produzione possa passare a forni elettrici alimentati con il preridotto prodotto nei forni Dri (Direct Reduced Iron), nonostante sia noto quanto pericoloso per la salute umana continuare a produrre a carbone durante il tempo necessario (almeno 10 anni) per una tale trasformazione graduale. Io sono un cassaintegrato della fabbrica a zero ore dal 2018. Già in precedenza però, nonostante l’azienda guidata allora dai Riva tra il 2008 e il 2009 si apprestasse a fare record di produzione, gli operai di alcuni reparti dell’area a freddo dell’Ilva di Taranto – principalmente tubificio e rivestimento tubi, ossia la stessa area che oggi tutti dicono che debba continuare a produrre – chiudeva e gli operai di quei reparti erano posti in cassaintegrazione. Alcuni di questi operai da allora non sono mai più rientrati in fabbrica. Io sono stato più fortunato, avevo chiesto lo spostamento di reparto per altri motivi come ho raccontato nel libro Malesangue. Sono un operaio che è stato spostato in un reparto dell’area a caldo mentre i padroni facevano i soldi e a noi abbassavano il salario.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE LA CRISI DI TARANTO Francesco Bagnardi La mia è una voce di chi oltre a sapere cosa significa essere un cassaintegrato può testimoniare anche cosa vuol dire beneficiare dei «contratti di solidarietà», ammortizzatore sociale che solitamente dovrebbe essere applicato in aziende con numeri modesti, dove è possibile fare una rotazione tra lavoratori e lavoratrici. Il concetto di fondo di questo ammortizzatore sarebbe «lavorare meno per lavorare tutti». Mi chiedo e vi chiedo, questo concetto è stato rispettato in Ilva dal 2014? Realmente tutti i lavoratori e le lavoratrici si sono alternati alla stessa maniera? E i capi questa rotazione l’hanno fatta? Non mi pare proprio. Anzi sono certo che non ci siamo alternati in modo equo, anche perché un’azienda come l’Ilva, grande due volte e mezzo la città di Taranto e con al suo interno tanti reparti uno diverso dall’altro, dove il rischio di farsi male è sempre in agguato e dove ci sono stati 11 morti sul posto di lavoro dal 2012 a oggi, questa rotazione equa è quasi impossibile. Il mancato rispetto di questo principio la dice lunga su come negli ultimi vent’anni è stata gestita la vertenza tarantina. I soldi pubblici sperperati per i contratti di solidarietà potevano essere utilizzati per aziende più piccole, dove davvero la rotazione poteva essere applicata. Tutta la vicenda Ilva del resto ha prodotto aspettative e accordi mai rispettati fino in fondo, basti pensare all’accordo del 2018 che prevedeva il reintegro in fabbrica degli operai Ilva in Amministrazione straordinaria, di cui io faccio parte. Un reintegro che da contratto doveva avvenire tra il 2023 e il 2025 mentre ancora oggi io non conosco il mio futuro, non so di che morte devo morire. Nessuno ci sa dare spiegazioni né informazioni. Quello di cui io sono sicuro è che, in ogni caso, sono un esubero. Anche se la fabbrica dovesse continuare a produrre a ciclo integrale infatti, con una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, io operaio Ilva in As sarei comunque un esubero, così come lo sarebbero anche altri 2-3.000 operai di Acciaierie Italia, visto che per essere economicamente sostenibile il parametro che si dovrebbe rispettare tra produzione e forza lavoro impiegata è 1 milione di tonnellate di acciaio prodotto ogni 1.000 operai. Con 6 milioni di tonnellate prodotte servono quindi 6.000 operai. Se la produzione da ciclo integrale dovesse invece trasformarsi in «decarbonizzata», con forni Dri e forni elettrici, questa trasformazione degli impianti – sempre che sia davvero tecnicamente possibile, cosa che dubito – potrebbe avvenire non prima di 10 anni. Ancora però non è dato sapere chi sarebbe in grado di garantire l’investimento economico necessario per questo cambio di tecnologia, né dove sono i progetti. In realtà al momento non esiste né un piano industriale né un piano ambientale. Sicuramente però, se la produzione si dovesse trasformare con una nuova area a caldo con forni elettrici, io sarei comunque un esubero visto che da studi fatti risulta che il personale di cui questi impianti hanno bisogno è nettamente inferiore, ossia servirebbe un terzo della forza lavoro attuale, e allo stesso tempo si inquinerebbe di meno ma non si eliminerebbe il problema inquinamento che uccide i cittadini di Taranto e i suoi operai. Alla fine in questo modo la città morirebbe definitivamente sia a livello sanitario che a livello socioeconomico. La «monocultura dell’acciaio» imposta a Taranto se negli anni Settanta e Ottanta ha effettivamente portato benessere ha poi prodotto il suo contrario: Taranto è sempre più spesso agli ultimi posti nelle graduatorie sulla qualità della vita. Per questo insistere su questa monocultura, anche se con termini come ambientalizzazione, decarbonizzazione e idrogeno, è un’ostinazione della maggioranza delle forze politiche e sindacali ma a cui non credono più nemmeno i padroni. Nessun acquirente si è fatto avanti e sono dieci anni che l’attività produttiva va avanti solo grazie a decreti e rinnovi delle prescrizioni ambientali.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE DISINNESCARE LA BOMBA DELL’EX ILVA Virginia Rondinelli Nella realtà quindi, la decarbonizzazione non risolverebbe il problema dell’occupazione perché gli esuberi sarebbero comunque tanti, così come non risolverebbe fino in fondo la questione sanitaria. Per questo la grande manifestazione del 17 ottobre ha chiesto la bonifica della fabbrica a carico dello Stato. Secondo il principio europeo di «chi inquina paga», infatti, chi ha inquinato le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria è lo Stato. Dal 1961 al 1995 in modo diretto con l’Italsider, di proprietà dell’Iri, poi con i vari Commissari e con gli aiuti di vario tipo agli imprenditori privati.   Del resto solo se le bonifiche le fa lo Stato, formando gli operai diretti e dell’indotto dell’Iva, avremo la garanzia che siano realmente eseguite. Abbiamo i migliori carpentieri del mondo per poter smantellare gli impianti, abbiamo i gruisti, i meccanici, i saldatori, i tecnici: tutta la forza lavoro necessaria. Solo se lo Stato si fa carico delle bonifiche io forse non sarò più un peso per la società e rientrerò nel mondo del lavoro. Dall’aprile 2024 il Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui faccio parte, l’Associazione Genitori Tarantini, il sindacato Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (Lmo) e Tracce hanno dato vita a un nuovo soggetto: «L’onda del futuro». Un soggetto nato per ricompattare le realtà associative che, al di fuori della politica partitica, hanno continuato a lottare per la chiusura dello stabilimento e perché nessun lavoratore e nessuna lavoratrice di quella fabbrica perda il reddito. Abbiamo cercato, con la manifestazione del 17 ottobre, di riavvolgere il nastro che nel 2012 era riuscito a portare in piazza 30mila persone, con uno striscione a testa del corteo dove c’era scritto «Taranto libera». Questa volta lo striscione di apertura recitava: «Ci avete tolto tanto, ci prenderemo tutto». I giovani di Taranto vogliono decidere il proprio futuro, riprendersi la libertà in una città colonizzata dalla fabbrica della morte ma anche da Eni, Marina militare e discariche di ogni tipo. La sentenza della Corte d’Appello che ha definito i 90 giorni per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo e i ricorsi intentati dai commissari hanno impresso l’urgenza di rendere chiara la posizione delle realtà che in città si battono da anni per far prevalere il diritto alla salute sul profitto di una fabbrica mortale. Il nostro obiettivo è smontare la narrazione mainstream, mostrare l’assoluta solidarietà verso ogni lavoratore e lavoratrice della fabbrica, dell’indotto, di tutte le categorie penalizzate, fino alle migliaia di disoccupate e precari che a Taranto devono scegliere se morire di fame o di lavoro, se restare o partire, se riprodursi o rassegnarsi a un’aridità imposta per il profitto altrui. Nella settimana che ha preceduto il corteo invece si è perpetrato l’ennesimo abuso su tutte e tutti noi, esasperando la strategia della contrapposizione per far scoppiare una guerra sociale vera e propria: operai contro operai, operai contro cittadini e viceversa. Purtroppo a enfatizzare la crisi sociale come esito della probabilissima chiusura della fabbrica non sono stati solo i commissari, che lavorano per atti amministrativi e intese con il governo, ma anche le principali forze sindacali, che mi hanno anche impedito di prendere la parola per spiegare le nostre ragioni nell’assemblea di operai convocata davanti alla fabbrica. Nonostante ciò, la manifestazione del 17 ottobre ha trovato un’enorme risposta dalla comunità tarantina e tanta vicinanza dalle lotte, vicine e lontane, che in presenza o con una marea di messaggi hanno reso pubblica la loro solidarietà alla città in corteo. Taranto è stanca, ha già dato tanto, merita di essere risarcita. Come ribadito nel documento politico della manifestazione, la classe operaia e la cittadinanza sono unite: non si possono abbandonare i lavoratori dopo averli sfruttati, così come non si possono giustificare produzioni nocive per la salute umana in nome del lavoro. Se il lavoro deve essere dignitoso come ci raccontano, devono rispondere alla domanda che noi ci poniamo da anni: quanto è dignitoso un lavoro che uccide i lavoratori e i loro familiari? Sabato 17 ottobre Taranto è stata un fiume in piena. Questa è stata la risposta che aspettavamo con trepidazione e finalmente è arrivata. Dritta al cuore. C’era gente ovunque, con gli sguardi pieni di fiducia che incrociavano quelli di bambine e bambini, tantissime ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni che avevano sfilato con noi nel 2012. È la nuova generazione tarantina che sa cosa vuole per gli anni a venire, che ha gli occhi aperti su un passato di cui non ha colpa e lo sguardo rivolto al futuro che vogliono costruire. Ce lo hanno raccontato in tanti modi, cartelloni, striscioni, poesie, disegni e musica. Una girandola di colori a cui Taranto ha tributato uno dei suoi tramonti meravigliosi. *Raffaele Cataldi, nato a Taranto nel 1971, è un operaio dell’Ilva dal 1997, un allenatore di portieri di calcio e un ultras della squadra della sua città. È stato un militante sindacale della Fiom per poi fondare, insieme ad altri, il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. È autore di Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La nuova generazione tarantina proviene da Jacobin Italia.
October 24, 2026
Jacobin Italia
Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo
Per quale motivo le forze politiche della sinistra radicale, in Europa, dovrebbero guardare con interesse all’euro digitale? La domanda è più che opportuna: il progetto è della Banca centrale europea, ovvero di un’istituzione che rimane indissolubilmente legata agli anni dell’austerità e delle cosiddette «riforme strutturali» che molto hanno colpito il welfare e le condizioni di vita di milioni di europee ed europei. Serve dunque uno sguardo più ampio, che vada oltre i confini continentali, per comprendere al meglio la posta in gioco.  DALLA CRISI DI BRETTON WOODS ALLA GUERRA COMMERCIALE DI TRUMP L’ordine monetario internazionale attraversa, da tempo, una profonda crisi. Iniziata nel 1971, la crisi dell’ordine definito a Bretton Woods nel 1944 si è aggravata con la depressione avviata dal crack del 2007-2008. Se dopo il 1971, con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, attraverso l’espansione dei petrodollari il biglietto ha assunto il ruolo di ciò che Marx chiamava «denaro mondiale», mezzo di pagamento internazionale e al contempo riserva di valore, con la crisi dei mutui subprime l’egemonia del dollaro si è incrinata, la sua agonia ha cominciato a svilupparsi.  Per quale motivo? In primo luogo, perché, per salvare le banche commerciali e di investimento, too big to fail, il debito pubblico si è appesantito enormemente, passando dal 70% in rapporto al Pil al 120% e oltre (40 mila miliardi). Poi, ovviamente, per gli squilibri commerciali che vedono negli Stati uniti il grande importatore (e debitore) mondiale (per quanto esporti servizi, soprattutto finanziari), con la manifattura e la grande industria, innovazione compresa, sempre più concentrate in Cina e, più in generale, in Asia. Ma occorre prestare anche attenzione all’uso bellico che, del dollaro, gli Stati uniti hanno fatto negli ultimi decenni, con sanzioni che congelano asset e conti correnti, di paesi o di personalità ritenuti nemici: l’Iran e la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina; ma anche Francesca Albanese, i giudici della Corte penale internazionale, in ultimo il collettivo informatico Autistici/Inventati.  Con la guerra commerciale, e i dazi, è ormai evidente l’obiettivo degli Stati uniti: continuare a imporre al mondo l’acquisto dei Treasuries bond (T-bond), pur riducendo il valore del dollaro, per favorire l’export, dunque la reindustrializzazione, ma anche per rendere meno pesanti gli oneri dell’enorme debito pubblico. La missione è, chiaramente, improbabile. Se il dollaro e i titoli di Stato denominati in dollari che rendono possibile l’iniezione di liquidità nei mercati debbono funzionare da riserva di valore, il loro valore deve essere stabile, il debito pubblico deve essere sotto controllo, ovvero affidabile. Se occorre favorire reindustrializzazione ed export, attraverso una perdita di valore del dollaro, e al contempo accrescendo il debito pubblico con la riduzione delle tasse per le imprese, il debito pubblico diventa meno affidabile, e il dollaro smette di essere il safe asset per eccellenza. In questa contraddizione insolubile, si inserisce il Genius Act (approvato a luglio del 2025) e l’alleanza tra Trump e il mondo delle criptovalute.  STABLECOIN: IL COLPO DI CODA DEL DOLLARO  In che modo, il Genius Act, interviene a sostegno del dollaro e del debito pubblico americano? Regolamentando le stablecoin. A differenza dei bitcoin, le stablecoin sono sì monete digitali, emesse da società private alternative alle banche, ma sono ancorate alle maggiori valute legali, in particolare al dollaro. Cosa significa che sono ancorate? Che le società che le emettono, per ogni stablecoin emessa devono possedere un dollaro o, più in generale, T-bond (titoli di Stato americani). Verifiche che le società in questione abbiano riserve adeguate sono al momento irrilevanti o inesistenti, al contempo, quanto meno dal punto di vista delle regole, la stabilità delle stablecoin dipende dal loro riferimento alle valute legali, come in passato le valute legali, cartacee, erano ancorate all’oro. Proprio perché le riserve possono essere in dollari o in titoli denominati in dollari, le società emittenti di stablecoin acquistano significative quantità di debito pubblico americano, senza con ciò aumentare la quantità di moneta. L’utilità delle stablecoin, in quanto moneta digitale privata, è molto rilevante nello spostamento immediato, senza costi, programmabile e transfrontaliero, dei capitali. Se oltre a operare come mezzo di pagamento e unità di conto, le stablecoin cominciassero anche ad assolvere la decisiva funzione di riserva di valore (quasi fossero l’equivalente di un conto corrente in dollari), gli emittenti privati delle stesse sottoscriverebbero importanti quantità di debito statunitense a breve scadenza, rinnovando poi continuamente tale posizione (comportandosi come depositi bancari, dunque).  Già ora, i sistemi di pagamento digitale che primeggiano in Europa sono statunitensi (il 70% dei pagamenti digitali, in Europa, transitano su reti americane): Visa, Mastercard, American Express. Ma occorre poi considerare anche il settore dei portafogli digitali (e-wallet), anch’esso quasi interamente dominato dalle piattaforme a stelle e strisce: PayPal, Apple Pay, Google Pay. Questo, per quanto riguarda i pagamenti al dettaglio. Come noto, la piramide dei pagamenti prevede, sopra quelli al dettaglio, quelli all’ingrosso: i pagamenti interbancari. Una parte assai rilevante di questi pagamenti è connessa alle operazioni in titoli e regolata in moneta di banca centrale. Le innovazioni tecnologiche che stanno investendo i mercati finanziari, la tokenizzazione (ovvero la trasformazione di uno strumento finanziario, dalle azioni alle quote di fondi, in un “gettone digitale”) e la distributed ledger technology più in particolare, consentono l’emissione digitale delle attività finanziarie, rendendone possibile la negoziazione 24/7, 365 giorni l’anno. Anche in questo caso, l’assenza di moneta di banca centrale tokenizzata, apre il campo all’espansionismo delle stablecoin.  Con la diffusione delle stablecoin, la crisi internazionale del dollaro potrebbe rovesciarsi in una (nuova) offensiva del dollaro contro l’euro. Da notare, infatti, che negli ultimi 20 anni la quota di riserve delle banche centrali costituita da asset denominati in dollari (non solo T-bond, dunque) è passata dal 71,5% del totale, nel 2001, al 57,8% nel 2024, mentre l’euro si è attestato, a partire dal 2017, sul 20% del totale. Con la crisi del 2007-2008, ma soprattutto con il fenomeno di weaponization del dollaro, la Cina in particolare, ma anche la Russia e il resto dei Brics, hanno cominciato a ridurre le riserve in dollari. La Cina, poi, consapevole delle ostilità sempre più marcate degli Stati uniti nei suoi confronti e, più in generale, nei confronti del Grande Sud, ha proceduto con tre mosse di fondamentale importanza: la creazione del renminbi digitale, moneta digitale pubblica, equivalente al contante, emessa dalla banca centrale cinese; la creazione di Cips (Cross-border Interbank Payment System) circuito alternativo a Swift, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; mBridge, progetto della Bank of International Settlements, ora a indiscutibile trazione cinese, che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned. LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA L’EURO DIGITALE PUÒ CAMBIARE IL MONDO? Luca Lombardi MONETA DIGITALE PUBBLICA E AUTONOMIA EUROPEA Che l’Europa stia decidendo di seguire la via della Central Bank Digital Currency, prendendo le distanze dal modello americano, che di fatto propone una rinnovata privatizzazione delle monete funzionale alla conservazione del dominio mondiale del dollaro, è un fatto di estrema importanza. L’iter, come di consueto, è lungo e farraginoso. Ma, entro il 2026, dopo l’approvazione parlamentare del regolamento Econ avvenuta lo scorso 23 giugno, il processo deliberativo-normativo dovrebbe concludersi, nel 2027 la Bce dovrebbe far partire il progetto pilota, nel 2029 l’euro digitale dovrebbe essere attivo. Non casualmente, le maggiori banche commerciali europee si stanno mettendo di traverso. Il 14 ottobre, la banca centrale olandese ha autorizzato Qivalis. Radunando 37 banche commerciali, molte delle quali hanno avversato in tutti i modi, servendosi del sostegno di parte del Ppe, l’euro digitale nell’Europarlamento, Qivalis è stata autorizzata ed emetterà una stablecoin denominata in euro. Ovviamente, Qivalis, dirà che il progetto integra la moneta digitale pubblica, ovvero l’euro digitale emesso dalla Bce. E che ha accelerato per evitare l’espansione delle stablecoin denominate in dollari. E dirà pure che, essendo emessa da una cordata di banche, sarà più stabile (perché le banche commerciali sono poi garantite dalla Bce – prestatrice di ultima istanza, che fabbrica riserve di banca centrale, possedute presso di lei dalle banche commerciali, con un click). Ma ciò segnala che lo scontro tra moneta pubblica e moneta privata è faccenda per nulla risolta. Meglio, è risolta negli Usa dove Trump ha formalmente impedito alla Fed di continuare sulla via del dollaro digitale, per favorire invece la piena privatizzazione – extra-bancaria – della moneta digitale. Ma, in Europa, la partita è aperta.  PERCHÉ IL SUCCESSO DELL’EURO DIGITALE DIPENDE DALL’EMISSIONE DI EUROBOND? Senza l’affermazione dell’euro digitale, e di un circuito di pagamenti libero dal dominio e dalle sanzioni degli Stati uniti, l’autonomia strategica dell’Unione è una fandonia. Non servono armi, se il Presidente degli Stati uniti può a suo piacimento congelare asset e paralizzare conti correnti e operazioni bancarie. Lo stesso problema, ovviamente, vale per l’intera infrastruttura digitale europea: l’obiettivo del cloud europeo, di data center non energivori e di una IA continentale, è altrettanto vitale. Molte Silicon Valley, pubbliche e non private, in Europa, dovrebbero sorgere nell’arco di pochi anni, e il fenomeno dovrebbe essere supportato da un rafforzamento massiccio degli investimenti in ricerca e sviluppo. Questi ultimi, per quanto riguarda il settore pubblico, nella Ue sono pari allo 0,7% del Pil: troppo poco, a maggior ragione perché si tratta di una spesa frammentata a livello nazionale.  Solo un’abbondante offerta di titoli pubblici dell’eurozona, condizione tra l’altro necessaria per promuovere il maggiore uso internazionale dell’euro (perché si tratterebbe di un safe asset denominato in euro), può rendere possibile la sovranità digitale, e quindi l’effettiva autonomia strategica, europee. Gli eurobond, come sappiamo, sono un progetto conteso. Presenti nel dibattito della Commissione da almeno due decenni, sono stati sbloccati per rispondere all’emergenza senza precedenti della pandemia e del lockdown. Per un verso, per finanziare i sussidi di disoccupazione, per l’altro per il Next Generation EU. Una prima emissione importante, ma tutto sommato limitata. A parere del rapporto redatto da Mario Draghi (The future of European competitiveness), servirebbero almeno 800-1.000 miliardi l’anno. Uno dei (tanti) problemi del rapporto Draghi, però, è che una parte rilevante delle risorse ricavate dall’emissione dovrebbero essere destinate all’acquisto di armi e al rafforzamento della difesa.  Il Pil dell’eurozona raggiunge i 15 mila miliardi l’anno, quello dell’Unione è di 17 mila miliardi. Un safe asset europeo, ogni anno, di 1.500 miliardi (il 10% del Pil dell’eurozona), nell’ottica di un bilancio europeo comune, con un ministero del tesoro altrettanto federale, potrebbe rendere possibile un progressivo allineamento del welfare continentale, con risorse ovviamente fondamentali per rendere omogenei i servizi sanitari, l’istruzione, la previdenza, i servizi per l’infanzia, quelli sociali, fino all’auspicabile introduzione – anche per far fronte all’impatto, sul mercato del lavoro, dell’intelligenza artificiale e della nuova robotica – di un reddito di cittadinanza finalmente transnazionale. I 1.500 miliardi l’anno sarebbero basilari per garantire piena autonomia europea nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali, dal cloud all’intelligenza artificiale. Infine, sarebbero del tutto decisivi per favorire investimenti nella filiera della transizione ecologica, con l’obiettivo di raggiungere la completa autonomia energetica, azzerando definitivamente la dipendenza dai paesi esportatori di combustibili fossili (Russia, Stati uniti, Medio oriente). Occorre, tuttavia, vincolare le risorse liberate dall’emissione di debito comune. Non si tratta, cioè, di continuare a distribuire, in dosi massicce e senza contropartita verificabile, risorse alle imprese private (degli oltre 200 miliardi nel Next Generation EU destinati all’Italia, il 25% circa è finito nelle tasche delle imprese, tra crediti di imposta e risorse a fondo perduto), ma di costruire una nuova economia pubblica, capace di mettere al centro l’innovazione tecnologica, coniugandola con la democrazia e il lavoro di qualità, con pieni diritti e retribuzioni degne. Il welfare, infatti, non è soltanto salario indiretto per tutte e tutti, ma anche lavoro per tante e tanti: nella scuola e nell’università, negli ospedali, nei centri di ricerca e in quelli per l’impiego. E ciò vuol dire, anche, rilanciare su basi nuove, in primo luogo per la scala (continentale e non nazionale), il «moltiplicatore» di keynesiana memoria. Le risorse per università e ricerca, poi, possono favorire la costituzione di un bacino sempre più robusto di lavoro cognitivo, altamente qualificato, essenziale per lo sviluppo sia del settore pubblico che di quello privato.   Ma pubblica deve essere – come suindicato – l’economia del digitale, dal cloud ai data center, perché l’archiviazione, le scelte energetiche relative alla raccolta e all’elaborazione dei dati e all’uso dell’intelligenza artificiale, l’addestramento di quest’ultima, non sono terreno che può essere lasciato al monopolismo delle Big Tech americane. Al contempo, le infrastrutture digitali pubbliche possono e devono essere abilitanti anche per il tessuto produttivo e delle imprese in Europa. Ancora: l’intelligenza artificiale, addestrata secondo parametri aperti all’elaborazione condivisa, può e deve essere utilizzata per il potenziamento e l’efficientamento della pubblica amministrazione.  PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELLA POLITICA ECONOMICA E MONETARIA EUROPEE Euro digitale ed eurobond sono strumenti, l’importanza che possono assumere per una politica di alternativa radicale all’esistente dipende dall’uso che se ne fa. Indubbiamente, sono strumenti imprescindibili per l’effettiva autonomia europea dal destabilizzante dominio statunitense – e dalla destabilizzazione permanente della guerra russo-ucraina. Liberare l’Europa dal dominio americano è fondamentale, ma non basta. Occorre liberarsi anche dall’Europa ordoliberale e dell’austerità, di quella che prevede paradisi fiscali per le grandi imprese (Lussemburgo, Irlanda), che continua a mettere il mercato al primo posto, che produce e vende armi, che rallenta quando non affossa la transizione energetica.  È necessario, dunque, democratizzare le istituzioni che emettono moneta e titoli sovrani. È necessario, in primo luogo, democratizzare la Banca centrale europea, contestando l’indipendenza delle politiche monetarie. Tale contestazione, nell’epoca che stiamo vivendo, è messa in campo in prevalenza dalle nuove destre – vedi la vicenda della Fed e dello scontro tra Trump e l’ex presidente Jerome Powell; serve, invece, una contestazione da parte della sinistra radicale, che ribadisca un’istanza decisiva quanto rimossa: la moneta è un’istituzione pubblica, in quanto tale pretende decisioni democratiche e non meramente tecniche. Necessario è poi democratizzare il bilancio e le politiche fiscali europee, in primo luogo eliminando il diritto di veto nel Consiglio dell’Unione europea, ma anche e soprattutto rafforzando il potere del Parlamento europeo in materia fiscale.  A quasi vent’anni dai Trattati di Lisbona, mentre dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all’Italia, si impongono vaste mobilitazioni per il welfare e contro il carovita, per l’istruzione e la casa, e contro la guerra, la conferenza che si svolgerà il 24 ottobre a Roma (Industrie fluviali, dalle ore 10 alle ore 19), organizzata e promossa dalla For the People Foundation (affiliata al partito europeo Ela – European Left Alliance), cercherà di comprendere quali strumenti monetari e fiscali possano rilanciare l’Europa pubblica, alternativa alle destre mondiali.    *Francesco Raparelli insegna e fa ricerca in Filosofia sociale e politica presso l’Università di Roma Tre. Attivista sindacale e dei movimenti sociali, attualmente coordina il Comitato scientifico di Sinistra Italiana ed è membro del board della For the People Foundation.  L'articolo Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo proviene da Jacobin Italia.
October 23, 2026
Jacobin Italia
L’autunno del nostro scontento
Fermento e nervosismo, eccitazione e paura, tensione e speranza. Il dibattito pubblico italiano in questi giorni è stretto in una tenaglia psicologica ed emotiva, generando confusione e smarrimento in molti. La matassa va sbrogliata, se si vuole mantenere il filo di una lettura politica di ciò che sta accadendo e di potenziali direzioni da seguire. Il punto di partenza è un fatto politico: stiamo vivendo un autunno di opposizione sociale molto più vivo dei precedenti. Una costellazione sparsa e frammentata di forze sociali sta riempiendo le piazze in opposizione al governo Meloni e allo stato di cose presente. Dagli studenti alle piazze «indignate», dal sindacato agli autotrasportatori, c’è un fermento diffuso, anche in settori sociali normalmente poco attivi se non contigui alla destra. L’illusione del melonismo, che per quattro anni ha nascosto la propria strutturale incapacità di affrontare le questioni sociali dietro la patina della guerra culturale, si incrina ogni giorno di più. Ciò provoca un forte nervosismo nel governo e in vasti settori dell’establishment, impegnati da una parte a difendere l’esecutivo e dall’altra a evitare in ogni modo che eventuali alternative siano davvero tali. La risposta è una strategia della paura: con distorsioni mediatiche e l’accurata e scientifica diffusione di notizie inventate, si cerca di creare il panico nella popolazione per giustificare risposte repressive e il futuro appello al popolo per i pieni poteri alla donna forte. Per questo c’è bisogno di lucidità. Ritrovare il filo che unisce parti diverse dell’opposizione sociale in un discorso su prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità, che ormai in vasti settori della popolazione si è fatto senso comune. Guardare quello che succede in Italia in un contesto internazionale di subbuglio e di protagonismo giovanile, che prende varie forme, anche contraddittorie, ma spinge in una direzione ben precisa. Non cadere nella trappola che prova a fare del conflitto sociale un problema «nostro», chiedendo continui giudizi su ogni singolo episodio: il conflitto è un problema «loro», di chi non ha la minima idea di come affrontare le questioni sociali che segnala. Nel campo dell’opposizione e dell’alternativa, le sfide sono quelle della partecipazione di massa e dell’organizzazione. LE ITALIE IN PIAZZA L’operazione propagandistica di vasta portata in atto in questi giorni ha come primo obiettivo rimuovere un dato, che infatti non appare, in barba a ogni obiettività, sulle prime pagine dei giornali: stiamo vivendo un autunno di mobilitazione. Niente di paragonabile a quanto si è visto nelle scorse settimane e ancora si vede in Spagna, in Francia o in Albania, certamente. Però è un dato di fatto che mettere in fila i fronti di conflitto aperti tra il governo Meloni e chi nella società vi si oppone, in queste settimane, faccia una certa impressione.  Un mese fa, a Roma, decine di migliaia persone hanno sfilato in difesa dello spazio occupato Spin Time, sotto sgombero da parte di un fondo speculativo, in una vertenza che segnala l’avvitamento del rapporto tra rendita immobiliare, sviluppo turistico e accesso all’abitare nelle grandi città. Nelle settimane successive, in risposta alle misure «anti-stranieri» proposte nelle scuole dal ministro Valditara, azioni e occupazioni sono spuntate a macchia di leopardo sul territorio nazionale, fino ai cortei di venerdì scorso, con decine di migliaia di studenti in piazza in tutta Italia e l’irruzione, sull’esempio francese, del tema dello stato degli edifici scolastici, emblema di un intero sistema di servizi pubblici pericolante. Contemporaneamente, in molti territori del Sud, la protesta contro i costi del carburante è montata tra agricoltori e autotrasportatori, fino ai blocchi di questi giorni. Sabato scorso, piazze autorganizzate in stile indignados hanno raccolto centinaia di persone in molte città italiane. La piazza milanese ha attirato particolarmente l’attenzione per gli scontri con la polizia e per gli attacchi ad alcuni negozi del centro che ne sono seguiti, dinamica che si è poi ripetuta domenica nella stessa città, con vetrine rotte e merci sottratte. Contemporaneamente, sabato, a Roma, centomila persone hanno sfilato in un corteo organizzato dalla Cgil, che in quell’occasione ha proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre. Un altro sciopero generale, proclamato dall’Usb, si terrà già la settimana prossima, il 30 ottobre. È evidente che non si tratti di un unico movimento né che si possa facilmente ricomporre questa molteplicità di vertenze attraverso le differenze di classe, di forma di mobilitazione, di rivendicazioni. Non c’è oggi «l’Italia in piazza», per citare lo slogan delle piazze di sabato, ma ci sono tante Italie in tante piazze, con convergenze evidenti quantomeno nell’identificare nel governo Meloni, nel suo immobilismo sulle questioni sociali e nell’inflazione energetica generata dalle avventure belliche del suo alleato Donald Trump, l’obiettivo principale. Un’opposizione sociale diffusa e molteplice, con un alto grado di trasversalità e un evidente protagonismo giovanile. Tutto questo avviene a un anno dai cortei oceanici in solidarietà con Gaza e la Global Sumud Flotilla: un’ondata di mobilitazione che abbiamo troppo facilmente rimosso come episodica ma che ha sedimentato qualcosa nella coscienza collettiva, in particolare giovanile. LEGGI ANCHE… GEN Z AVERE VENT’ANNI NELLA CATASTROFE Redazione Jacobin Italia GEN Z: LI ABBIAMO VISTI ARRIVARE Se qualcuno è stupito nel vedere il protagonismo sociale e politico delle fasce più giovani della popolazione, in Spagna e in Francia come in Italia, evidentemente non ha letto l’ultimo numero di Jacobin Italia, e soprattutto non ha seguito con attenzione quello che è successo nel nostro paese e altrove in questi anni.  La generazione a cui, in occasione della pandemia, era stata promessa una ripartenza a base di transizione ecologica, centralità della cura e rilancio dei servizi pubblici, si trova ora alle prese con un mondo che letteralmente brucia, tra emergenza climatica, guerra in Ucraina e genocidio in Palestina. I percorsi di politicizzazione degli ultimi anni, dal movimento femminista a quello in solidarietà per Gaza, hanno sedimentato chiavi di lettura e punti di vista: l’ipocrisia dei governi su Gaza ha rotto i vincoli di fiducia, la retorica del riarmo ha illustrato chiaramente l’assenza di ogni responsabilità nei confronti delle generazioni future, e gli esempi che arrivano dai paesi vicini hanno evidentemente avuto un effetto. Ridurre tutto ciò a qualche vetrina spaccata è un’operazione miope, anche se quel dato non va rimosso.  Come è stato scritto nei giorni scorsi, il riot urbano, a opera di una composizione giovanile spesso radicata nelle periferie delle metropoli, non è un fenomeno nuovo non solo in Europa, ma neanche in Italia. Altre volte episodi simili erano avvenuti all’interno o a margine di grandi cortei a cui di conseguenza erano stati ascritti in termini di lettura politica. Le caratteristiche tutte particolari delle piazze di sabato hanno conferito sicuramente maggior centralità e protagonismo a queste forme d’azione. Ha poco senso attribuire esternamente una voce politica, come alcuni stanno facendo con maggiore o minore buona fede in queste ore, ad azioni e soggetti che, quando e se ne avranno voglia, parleranno da sé. Chi ha parlato, ovviamente non si sa con quanta rappresentatività, si è raccontato come parte del fermento più ampio che si sta provando a raccontare. E va notato che, rispetto al passato anche recente, il tentativo di concentrare l’attenzione sulla condanna dell’illegalità, in settori tutt’altro che irrilevanti dell’opinione pubblica, ha avuto molto meno successo. Un fenomeno che non stupisce, in un’epoca in cui la risposta politica alle istanze manifestate dal basso è rarissima, e di conseguenza cala l’aspettativa di efficacia della protesta in senso tradizionale. Mitizzare l’estetica del casseur o additare lo spettro del maranza, in questo contesto, serve a poco, e rischia di distrarre dal dato politico generale, e cioè lo scontento diffuso in settori molto ampi della popolazione, in particolare giovanile, e la vasta disponibilità al conflitto che ciò sembra aver generato.  Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista Come si diceva, sarebbe velleitario porsi l’obiettivo di ricomporre la molteplicità delle Italie in piazzae, così come pretendere di imporvi la stessa razionalità politica. Ciò che appare interessante è ricercare il filo che unisce settori sociali così diversi, per trarre dallo scontento una prospettiva alternativa. La materialità della crisi energetica e le sue conseguenze inflazionistiche forniscono un oggetto immediatamente leggibile all’opposizione sociale. Non perché il caro carburante esaurisca le preoccupazioni e le ambizioni di chi è in piazza, in particolare i più giovani: in discussione c’è ben altro, c’è la credibilità di un intero sistema. Ma la contraddizione tra un discorso pubblico sequestrato dalle guerre culturali e dalla retorica del riarmo e la realtà materiale della vita delle persone, in termini di costo della vita così come di accesso all’abitare, di salari, di speranza futura o anche solo di tenuta statica degli edifici scolastici dove si passano decine di ore a settimana, non potrebbe essere più palese. È così in Italia, come in Francia, come in Spagna, come in Albania: sono, come ogni tanto accade, i nodi rimossi delle nostre società che vengono al pettine, e lo fanno come le circostanze della fase storica determinano, non come a ognuno di noi potrebbe idealmente piacere.  LEGGI ANCHE… POLITICA MARICARMEN, SÁNCHEZ E LE ELEZIONI Lorenzo Zamponi LA STRATEGIA DELLA PAURA Spagna e Francia segnalano anche due modelli di interpretazione politica della mobilitazione di massa: nel primo caso, una polarizzazione molto forte con il centrosinistra che decide di giocarsi sul tema della casa e sulla capacità di rispondere alle istanze del movimento, anche in contraddizione con quanto fatto fino a quel momento, le proprie possibilità nella contesa elettorale; nel secondo, un compattamento istituzionale tra centro liberale, centrosinistra moderato ed estrema destra nel criminalizzare le proteste e nell’utilizzarle per mettere in discussione la legittimità democratica dell’opposizione di sinistra. Scelta, quest’ultima, ben chiara al governo Meloni e all’establishment italiano, che scommettono nettamente sulla via francese. È difficile, in questi giorni, non vedere i segnali diffusi di un’operazione propagandistica mirata a spaventare le persone a giustificazione di una svolta sempre più autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e in prospettiva dello stesso ordinamento dello Stato. Da giorni social e media tradizionali, in alcune regioni, amplificano a dismisura il panico morale creato dalla diffusione di screenshot di presunte chat di «maranza» che minacciano un’ondata di atti di violenza sessuale in occasione delle prossime manifestazioni. In Veneto, il Gazzettino ieri apriva la prima pagina con «la psicosi stupri», e lo stesso faceva il dorso regionale del Corriere della Sera, titolando: «Lista di stupri in chat: ‘Superato il limite’». Tutto ciò avviene in un contesto in cui, in occasione degli scontri nelle vie del centro di Milano, non risulta che sia stato riportato alcun episodio di violenza sessuale. Puro panico. Quanto si tratti di una psicosi diffusa simile alla «Grande paura» del 1789 e quanto invece sia una strategia pianificata, resta da capire.  Allo stesso tempo, una parte importante del commentariato liberale, su stampa e social, denuncia da giorni come si sia in presenza di un «attacco all’Italia» da parte della Russia e dell’Islam, esempio di «guerra ibrida» (un concetto talmente vago e generico da poter essere utilizzato per fenomeni talmente diversi da portare a metterne in discussione la validità generale). Qualche vetrina rotta a Milano diventa un «attacco all’Italia», una «guerra». E alla guerra si risponde con la guerra. Il governo che schiera i militari, peraltro privi di poteri nella gestione dell’ordine pubblico, lo fa esattamente per alimentare questa narrazione: siamo in guerra. «C’è un attacco coordinato contro l’Italia da parte di potenze straniere che usano gli immigrati per stuprare le vostre figlie». Un messaggio che mira a spaventare le persone per farle stare in casa. Per evitare che le Italie in piazza diventino una sola, che si crei nella mobilitazione quella convergenza che già si sta dando nel senso comune (prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità) e che avrebbe un impatto molto significativo sul clima politico del paese. Per evitare, insomma, che succeda come in Spagna. Non sia mai che, uscendo, le persone si accorgano che i «maranza» sono i figli dei loro vicini di casa, con cui condividono molto se non tutto.   La strategia della paura, inoltre, è utile a creare il clima necessario a un’ulteriore stretta autoritaria prima di tutto sull’ordine pubblico (Meloni ha già annunciato l’ennesimo decreto), poi sull’immigrazione (non siamo molto lontani dal vedere la destra di governo fare la campagna elettorale sulla «remigrazione») e, in prospettiva, sullo stesso ordinamento dello Stato, con una campagna tra il trumpiano e il gollista in cui Meloni possa porre le persone di fronte all’alternativa tra i pieni poteri alla donna forte e il caos. Sullo sfondo, resta la militarizzazione. Chiacchierare di «attacco» e «guerra ibrida» prepara a una società in cui esercito, armamenti e disciplina hanno un ruolo ben più forte di quello che abbiamo conosciuto. Un contesto che dovrebbe invitare, come si diceva, alla lucidità. A non cadere nella trappola della paura, a fare il possibile per smontarla, a non scavare fossati con settori generazionali e sociali attraverso discutibili iniziative di condanna, bensì a mettere in campo percorsi ampi di mobilitazione, che diano spazio e orizzonte a quello scontento. Se c’è una disponibilità diffusa alla partecipazione, ai soggetti sociali e politici sta la responsabilità di coglierla, innovando rispetto alla ritualità autunnale e intercettando la volontà di convergenza, concretezza e radicalità che sembra caratterizzare queste piazze. Gli scioperi generali delle prossime settimane in questo senso possono essere appuntamenti estremamente utili, così come molto ci si può aspettare dalla capacità che il movimento studentesco ha mostrato in passato di dare continuità e un orizzonte comune, per le particolari caratteristiche della soggettività studentesca, a mobilitazioni molto frammentate. Le piazze spagnole di queste settimane, del resto, raccontano di una partecipazione di massa, trasversale e diretta e allo stesso tempo del ruolo attivo e determinante di realtà organizzate. Le differenze con il contesto italiano sono evidenti, ma la sfida è aperta, e sarebbe davvero un peccato non coglierla.  *Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’autunno del nostro scontento proviene da Jacobin Italia.
October 23, 2026
Jacobin Italia
La nuova rivoluzione francese ha bisogno della working class
Il 17 ottobre 2026, centinaia di migliaia di persone si sono riversate nelle strade di tutta la Francia. Partita dai giovani e dalle scuole superiori, la mobilitazione ha riunito altri settori della società, fuori dai tradizionali contesti sindacali e politici, attorno alla questione del caro vita. Il potere macronista ha risposto con una repressione senza precedenti: un numero di fermi mai raggiunto dall’inizio del movimento studentesco, un coprifuoco parziale, con all’ordine del giorno lo scioglimento di organizzazioni politiche e con morti le cui circostanze restano da chiarire. La Francia non è un caso isolato. In Belgio, in Italia – dove il governo di Giorgia Meloni ha deciso di inviare l’esercito a Milano per reprimere le manifestazioni –, in Albania, in Spagna o in Portogallo, dove lo slogan dello sciopero generale è sulla bocca di tutti, i giovani si ribellano contro governi sempre più ricchi e sempre più autoritari. Nelle strade di Parigi, in particolare, orchestre improvvisate intonano La Marsigliese, ma anche «El pueblo unido jamás será vencido», L’Internazionale e «Va, pensiero», il coro degli schiavi ebrei del Nabucco di Verdi sotto i gas lacrimogeni. Tanti canti di emancipazione carichi delle promesse delle lotte del passato, come lo slogan che risuonava il 17 ottobre, a 65 anni dal massacro degli algerini perpetrato a Parigi dalla polizia del prefetto Maurice Papon, condannato nel 1998 per complicità in crimini contro l’umanità a causa del suo ruolo nella deportazione degli ebrei della Gironda durante l’occupazione: «Siamo i figli di coloro che non avete annegato». Mentre è stata indetta una giornata di mobilitazione interprofessionale per il 5 novembre, in questa intervista Olivier Besancenot ripercorre questa fase, le sue radici storiche, dalla Rivoluzione francese alla Comune di Parigi, e le ragioni per crederci. Cosa c’è di nuovo e sorprendente nella mobilitazione sociale dei giovani in Francia e nell’unione che si è creata con altri settori della società attorno alla questione del potere d’acquisto, che credo rimandi alla crisi della riproduzione sociale? Ciò che c’è di nuovo e di sorprendente nella mobilitazione del 17 ottobre, e nel collegamento che si è creato, è che essa si svolge al di fuori delle strutture tradizionali. Avevamo già assistito a esplosioni sociali, settoriali o tematiche, che ovviamente sfuggivano alle organizzazioni del movimento operaio, fossero esse sindacali, sociali o politiche — i Gilet Gialli, ad esempio. Ma che inizi a realizzarsi, al di fuori di questi contesti, un’unione tra settori della società completamente diversi, con il sostegno e la partecipazione, implicita o esplicita, di alcune strutture, a mia memoria è qualcosa di mai visto prima. Questo spiega sia perché il potere politico sia colto di sorpresa, sia i limiti del movimento in termini di organizzazione democratica. Penso che ciò rimandi davvero alla crisi globale in cui viviamo – che è anche una crisi delle organizzazioni del movimento operaio –, a un’evoluzione della società e a un nuovo tipo di proletariato che, di fatto, sta nascendo attraverso questo tipo di esperienza. LEGGI ANCHE… FRANCIA IL MACRON MINORE Filippo Ortona Spesso evochi la Rivoluzione francese e la Comune di Parigi, le loro aspirazioni sociali e democratiche portate avanti dagli strati popolari, per riflettere sulla fase che stiamo vivendo oggi. In che modo pensi che si impongano questi richiami storici? È vero che il mio punto di riferimento affettivo è sempre stato la Comune di Parigi del 1871, molto più della Rivoluzione francese, che sto imparando a scoprire, o a riscoprire, a partire dalle lotte, in particolare quella dei Gilet Gialli. Quest’ultimo movimento ha rappresentato un punto di svolta: quella storia è tornata a farsi sentire nella mobilitazione in modo subliminale – o forse non poi così subliminale. Le grandi manifestazioni del mese di dicembre, che risalivano rue de Rivoli fino a Place de la Concorde per raggiungere a tutti i costi l’Eliseo e puntare a Macron, hanno naturalmente evocato le grandi rivolte contadine, guidate in particolare dalle donne, che andavano a prendere il re nel suo castello per riportarlo, ad esempio, a Parigi. Per non parlare della bandiera francese, che non era semplicemente l’espressione della presenza delle correnti di estrema destra presenti all’inizio del movimento, o della Marsigliese cantata a squarciagola, che ho imparato ad ascoltare con occhi diversi. Questa Marsigliese si sente, ad esempio, nelle scuole superiori, nei licei mobilitati, in particolare nei quartieri popolari e nelle periferie. C’è quindi una storia sotterranea. E quando si impara a riscoprirla — come mi sta accadendo in questo momento, leggendo in particolare la Storia della Rivoluzione francese di Jules Michelet —, si capisce che è successo davvero qualcosa di straordinario: il popolo, dal basso, ha posto fine a secoli di dominio, di organizzazione e al modo di produzione della monarchia, e ha deciso di mettervi fine, e a più riprese; nell’ottobre del 1789 si andava a prendere il re per riportarlo a Parigi – un sequestro di massa come non se ne fanno più; più tardi poi gli si taglia la testa; ancora più tardi, l’organizzazione di giornate insurrezionali e comunaliste. Ciò lascia inevitabilmente delle tracce che, da parte mia, avevo sottovalutato. Apparteniamo a una corrente molto marcata, fortemente plasmata dal secolo politico inaugurato dalla rivoluzione d’ottobre del 1917 e conclusosi nel 1989, e ci rendiamo conto che lì c’è, nonostante tutto, qualcosa di profondo. Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista Cosa dice la portata della repressione odierna in Francia – che non ha nulla da invidiare a quella del potere di estrema destra di Giorgia Meloni, pur fatta da un governo apparentemente centrista – sul ravvicinamento delle destre più o meno estreme in Europa e nel mondo? La portata della repressione è, in questo caso, senza precedenti. In termini di numero di fermi di polizia dall’inizio del movimento studentesco è di gran lunga superiore a quella registrata dal movimento dei Gilet Gialli, che a sua volta aveva superato di molto le mobilitazioni contro il contratto di primo impiego (Cpe) del 2005 o quelle degli anni Novanta. In realtà, i quartieri popolari sono stati il laboratorio di un dispositivo repressivo che ora si sta moltiplicando in ogni tipo di esplosione sociale. Questo ci dice innanzitutto qualcosa sul liberalismo e sulle sue misure, che hanno bisogno di una svolta autoritaria. Ci dice poi qualcosa sulla fascistizzazione in corso — è così che la chiamo nonostante tutto, anche se si può discutere sul termine, perché ha almeno il merito di mettere in luce ciò che sta accadendo: tutta una serie di misure è già stata messa in atto dal potere macronista, prima ancora che l’estrema destra arrivasse al potere. Nel mese di luglio, ad esempio, la presunzione di legittima difesa è stata concessa per via legislativa alle forze dell’ordine, il che rappresenta una vecchia rivendicazione dell’estrema destra. E si potrebbero moltiplicare questi esempi. In questo processo, si vede anche quanto la «Macronie» stia perdendo il controllo del proprio apparato repressivo. C’è quindi una perdita di controllo della situazione e, in questa corsa sfrenata, si verifica ciò che Daniel Bensaïd definiva la «discordanza dei tempi»: tra il tempo sociale, che si sta radicalizzando, e il tempo politico, che invece non è affatto a quel punto. LEGGI ANCHE… FRANCIA FRANCIA, CRISI DI REGIME Fabien Escalona I media hanno insistito molto sulle violenze senza precedenti della giornata del 17 ottobre, che testimoniano senza dubbio una rabbia esacerbata. Ma la nostra sorpresa è stata piuttosto quella di vedere convergere centinaia di migliaia di manifestanti in tutta la Francia, uniti da un unico rifiuto dell’ingiustizia sociale e della negazione democratica. Quale bilancio trai da questa giornata? Per tracciare un bilancio del 17, è estremamente importante comprendere la portata di ciò che sta accadendo. Ho partecipato a questa manifestazione e non ne ho mai vista una simile in vita mia, in termini di imponenza, determinazione e mescolanza popolare. È stata un’ondata travolgente, una marea umana. Ovviamente, quando si torna a casa la sera e si vede il trattamento mediatico e politico dominante riservato a questi eventi — che, tra l’altro, sono realmente avvenuti —, si ha l’impressione di non aver preso parte allo stesso avvenimento. E questo, per il momento, viene occultato nel dibattito politico francese, poiché prevale lo stupore, insieme alla strumentalizzazione politica di quanto è accaduto: negozi devastati, a volte saccheggiati. Ma tutto questo non può scomparire dall’oggi al domani, perché c’è qualcosa di troppo forte, di troppo profondo in ciò che si è appena espresso, che è stato convocato ancora una volta solo tramite i social network e che poi ha ricevuto sostegno da un certo numero di organizzazioni. Questo la dice lunga sulla nuova fase, che riapre ogni possibilità, ricca di nuove opportunità e che, nonostante l’inquietudine politica della fase che persiste e che incombe, deve darci motivi di speranza. Le centinaia di migliaia di persone mobilitate senza dubbio ritengono che oggi le manifestazioni siano insufficienti per far cedere un governo che non esita a decretare un coprifuoco parziale. Lo slogan dello sciopero generale è sulla bocca di tutti, come in Spagna. Cosa ne pensi? La mobilitazione porterà, infatti, a un esito che, per sua natura, non si può prevedere. Nulla è concluso, perché questo movimento non si fermerà: è troppo profondo, troppo radicato. Ha inoltre una dimensione internazionale. Quando si guarda oltre i confini, si vede infatti che, per quanto riguarda i giovani, stanno accadendo cose simili in Belgio, in Italia, in Albania. C’è anche il movimento che si sviluppa in Spagna. C’è anche qualcosa, dal punto di vista generazionale, che si sta verificando e che fa sì che questo movimento non si fermerà né con l’istituzione di un coprifuoco né con le altre misure autoritarie che, ne sono certo, non tarderanno a essere adottate — forse persino lo scioglimento di alcune organizzazioni; non lo sappiamo ancora. La sfida, infatti, è che il movimento operaio prenda il testimone, ovvero che la classe lavoratrice prenda il testimone. Se non ci sarà la forza del numero, in termini di richiamo al ruolo che i produttori e le produttrici occupano nella società, allora, purtroppo, non basterà, e non riusciremo a far sì che questa legittima rivolta sfoci in una coscienza di classe matura, fondata su vittorie parziali, o almeno su una visibilità che ci dia motivi per crederci. È questo che è in gioco dietro lo slogan dello sciopero generale. Per il 5 novembre è stata indetta una giornata di azione interprofessionale: la posta in gioco, ormai, è che i lavoratori e le lavoratrici di questo paese non siano spettatori e spettatrici di ciò che sta accadendo, che non rimangano paralizzati dalla situazione, tanto più che permangono zone d’ombra. Si parla di morti nel contesto delle manifestazioni, senza averne una spiegazione completa; vengono formulate testimonianze, tesi, ipotesi, ma siamo anche a questo livello di gravità. Siamo quindi solo all’inizio, e siamo naturalmente curiosi di vedere cosa ci riserverà il futuro, anche se d’altra parte siamo estremamente — come dire? — oppressi dall’inquietudine politica del momento, perché vediamo che tutti gli ingredienti di questo periodo, di questo brutto periodo in cui viviamo, stanno tornando a farsi sentire. *Stefanie Prezioso è professoressa di storia contemporanea all’Università di Losanna. I suoi lavori si concentrano sulla guerra del 1914, sul fascismo e l’antifascismo e sugli usi pubblici e politici della storia. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La nuova rivoluzione francese ha bisogno della working class proviene da Jacobin Italia.
October 22, 2026
Jacobin Italia
State trafficking, un’economia della schiavitù
Nel febbraio del 2025 e nell’aprile del 2026 sono stati pubblicati due rapporti di ricerca sulla vendita di esseri umani – nello specifico, migranti neri, uomini e donne, minori e bambini – alla frontiera tunisino-libica.  Nei due rapporti si introduce il termine Tratta di Stato, dato che i responsabili del fenomeno hanno la particolarità di indossare un’uniforme e di appartenere a corpi finanziati anche attraverso le risorse destinate dall’Unione europea al contrasto della migrazione irregolare.  In questo articolo consideriamo la tratta di esseri umani promossa da apparati dello Stato tunisino non tanto come un’anomalia o un’eccezione prodotta dall’agire di singoli agenti corrotti, quanto come un punto di saldatura tra due differenti economie della violenza, finora considerate in modo distinto.  In questo senso, il contenimento forzato delle partenze, che la Tunisia esercita per conto dell’Unione europea, finisce così per alimentare l’economia libica del sequestro, del ricatto e della schiavitù. Fra questi due sistemi ha, infatti, preso forma una catena logistica transfrontaliera che consente di estrarre valore tanto dalla cattura delle persone in movimento, quanto dal loro sequestro.  I rapporti sulla tratta di Stato sono basati su 63 testimonianze di persone vendute nel corso di 59 operazioni di espulsione collettiva dalla Tunisia verso la Libia; in essi si stima che non meno di 7.400 persone siano state vittime della tratta di Stato dal giugno 2023 al dicembre 2025. Si tratta di una stima per difetto, dato che non si  conosce il numero totale delle operazioni realizzate dalla Garde Nationale Tunisienne (Gnt), il corpo di polizia tunisino responsabile di proteggere le frontiere (europee) in terra e in mare.  Presentati al Parlamento europeo, al Senato e alla Camera dei Deputati in Italia, non hanno suscitato troppa attenzione mediatica, né, soprattutto, risposta politica. Qualcosa sembra muoversi nel giugno 2026, quando l’organismo della Nazioni unite per i diritti umani (Ohchr, Human Rights Office of the High Commissioner) ha chiesto conto alla Tunisia e alla Libia delle detenzioni arbitrarie e delle violenze (fra cui quella sessuale è generalizzata) inflitte a queste 7.400 persone.  LEGGI ANCHE… MIGRANTI BASTA ACCORDI CON LA LIBIA Federico Alagna La tratta di Stato è anzitutto una catena logistica: mette in comunicazione due mercati prima separati e, così facendo, trasforma le persone in merce e in forza-lavoro schiavizzata. Questo è possibile perché lo Stato tunisino fa propri gli obiettivi delle politiche di frontiera europee e si serve dei fondi che l’Unione stessa versa a questo scopo. Sino alla firma del Memorandum del 16 luglio 2023,  lo Stato tunisino, come altri della sponda sud del Mediterraneo, disponeva di una sorta di rendita geografica: la capacità di regolare il flusso delle partenze era infatti una risorsa da spendere nelle relazioni con l’Europa. Questa rendita, che a livello macro si esprimeva nel volume variabile delle partenze, a livello micro prendeva la forma di un «mercato del passaggio» in cui gli apparati di sicurezza svolgevano la funzione di attori principali. Nelle interviste raccolte nel 2023 alle isole Kerkennah e sulla costa di Sfax era senso comune che occorresse pagare un’autorità di polizia, di solito la Gnt, per raggiungere Lampedusa; «5mila dinari barca piccola, 25mila barca grande» era il ritornello che abbiamo ascoltato spesso. Il viaggio undocumented era insomma un grande mercato, popolato da una molteplicità di attori e intermediari, trafficanti e truffatori, il cui esito in ultima istanza dipendeva dalle scelte di laissez passer o di chiusura della frontiera marittima da parte della Tunisia.  La svolta, tuttavia, non prende forma né a Bruxelles, né a Roma, ma scaturisce il 21 febbraio 2023, quando davanti al Consiglio di sicurezza nazionale il presidente tunisino Kais Saied descrive l’arrivo di «orde» di migranti subsahariani come elemento di un più vasto agire politico volto a modificare la composizione etnica e religiosa del paese. Con quel discorso, che riecheggia la retorica dell’estrema destra globale sulla «grande sostituzione», si apre una fase di aggressioni, licenziamenti, sfratti e sgomberi contro qualunque soggetto razzializzato come nero, indipendentemente dal suo status legale.  La stagione aperta dal Memorandum, con l’insistente domanda europea di contenimento delle partenze, si innesta sulla diffusione del razzismo di Stato in Tunisia. Da questa combinazione traggono origine altre due economie della violenza: quella dell’intercettazione e quella della vendita. La prima è legata ai sempre più ingenti fondi che Italia e Unione europea destinano alla chiusura della rotta tunisina e che finanziano l’insieme degli apparati di controllo della frontiera (benzina, motovedette e pick up, uniformi, tecnologie, armi, droni); la seconda nasce, invece, come conseguenza della prima e mette a valore le persone catturate rivendendole «all’ingrosso» alla frontiera tunisino-libica.  I due rapporti descrivono bene le diverse fasi di questa tratta di Stato che prevedono l’intercettazione durante il viaggio in mare o negli accampamenti dei migranti subsahariani lungo la costa di Sfax, il concentramento (usiamo consapevolmente questo termine) delle persone in specifiche aree di «stoccaggio» (come il porto di Sfax), la conduzione alla frontiera su autobus snodati e la detenzione lungo un arcipelago di caserme della Gnt nell’attesa di perfezionare gli accordi di vendita con gli acquirenti libici.  Dalle interviste dei 63 testimoni si può osservare come nel corso del tempo, lungo ogni snodo di questa catena logistica, aumenta il grado di violenza esercitato dagli apparati di Stato in spregio dei più elementari diritti umani. Le persone catturate sono private di ogni bene, di ogni documento (quale che sia il loro statuto legale in Tunisia di studenti, rifugiati, lavoratori con permesso o clandestini), di ogni tipo di assistenza medica o legale; nessun bisogno primario è garantito ai trafficati; cibo, acqua e cure mediche vengono negati in modo sistematico, al punto che i rapporti descrivono la privazione non come un effetto collaterale, ma come un metodo. La violenza, infatti, deumanizza, e prepara i prigionieri a divenire «cose», merci di cui si può disporre liberamente, dislocandole e vendendole; diversi testimoni, ad esempio, raccontano di essere stati trattenuti in gabbie e di essere stati spostati su mezzi adibiti al trasporto di animali.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI INTERNAZIONALISMO E NUOVI TERRENI DI CONFLITTO Federico Alagna - Luca Casarini Una particolare attenzione viene dedicata dalla Gnt, l’attore principale di questa catena logistica, alla requisizione dei telefoni; nessun contatto con il mondo è permesso alle persone catturate perché nessuna documentazione visiva o sonora deve circolare. A ogni fermata lungo la strada che da Sfax porta a Tataouine o Ben Gardane, a ogni caserma in cui il contingente dei catturati passa di mano in mano, si ripetono perquisizioni intime, violenze di ogni tipo, torture fisiche e sessuali. Tutti raccontano di aver visto un proprio compagno di deportazione morire come esito delle percosse o dell’assenza di cure mediche. Ascoltiamo ad esempio la testimonianza di una donna ventenne: > Ci hanno catturato il 20 ottobre 2025 (in mare). Erano i tunisini con le > piccole barche. Noi ci siamo rifiutati di salire, ci hanno picchiate lì, > maltrattate, picchiate, picchiate in acqua. Sì, sì, c’è gente che urla, ci > sono i bambini con noi. I tunisini hanno iniziato a rovinare l’acqua. Finché > la barca si è capovolta. Eravamo 42 persone. Sono stati loro stessi, la > Guardia Nazionale. 26 sopravvissuti, 16 morti quel giorno. […] Le persone che > sono annegate, sì, sono rimaste in acqua. La Guardia Nazionale… erano loro che > avrebbero potuto salvarli. Avrebbero potuto prenderli, come noi. (Al porto di > Sfax) non puoi parlare, ti perquisiscono, ti prendono tutto quello che hai > addosso, picchiano gli uomini. E per le donne è la stessa cosa, se parli ti > picchiano. Le donne non venivano violentate lì, ma quando ci hanno venduto ai > libici… è lì che ci hanno violentate. Eravamo in tanti, l’autobus era pieno, > c’erano cinque autobus. […] L’autobus era bianco con delle strisce verdi. > Hanno cambiato la squadra di poliziotti, ci hanno fatte scendere nei pressi di > Tataouine. Ci hanno picchiate. La gente piangeva, non c’era niente, non c’era > cibo, non c’era acqua, niente. C’era il loro capo della polizia lì. Ci hanno > picchiato, picchiato con i loro bastoni. E con quelli ti picchiano sulla > testa. Picchiano tutto, non ci pensano nemmeno, anche sull’autobus. Io non lo > so, non lo so (quanto tempo sono rimasta a Tataouine). (Al confine libico) Poi > ci hanno fatto inginocchiare tutti quanti, siamo scesi dall’autobus. Hanno > scambiato qualcosa, hanno firmato, li abbiamo visti, hanno firmato, comunicano > tra loro, hanno firmato un documento. Eravamo in ginocchio. Erano in tanti (i > poliziotti), c’erano altri che venivano a picchiare dalle spalle. […] Erano > due autobus per la Libia. Eravamo in tanti, più di 100 persone. Sì, sì, erano > tutte guardie, è terribile. I tunisini indossavano uniformi nere, abiti neri. > I libici… abiti color cachi. I volti coperti. Poi ci hanno rinchiuse in un > camion, è pazzesco, non si vedeva nulla fuori. Le persone portate in Libia > vengono vendute. Noi stesse abbiamo visto che ci hanno venduto in cambio di > soldi. Abbiamo visto scambiarsi i soldi al confine tra Libia e Tunisia. Quando > scendiamo dall’autobus. (I libici) sono fuori che aspettano. Loro non hanno un > autobus. È una specie di… un’auto ben chiusa con… con delle catene. Sì, sì, > non è un camion, è una piccola auto, ma ci mettono gli esseri umani, come se > ci mettessero gli animali dentro […] Era tutto chiuso, non si vedeva nulla. > Niente finestrini, niente di niente, la gente urlava e batteva alla porta. Una > volta arrivati alla prigione di Al Assah in Libia, le donne subiscono > violenze, quando facciamo rumore, le guardie vengono e ci picchiano. Sì, sì. > Di notte ti violentano, vengono, ti chiamano, «vieni, andiamo fuori». Ti fanno > quello che vogliono. Sì, è successo anche a me, molte volte, ho anche le prove > (sul corpo) […] Sì, c’è un’altra stanza lì (nella prigione). Sì, ci > violentano, la guardia viene lì, ci dice di andare. Dicono che ci libereranno, > che quando ti dai a loro ti liberano, ma quando hanno finito ti rimettono > dentro… In questo quadro, la caserma di El Meguissem si configura come il centro della vendita dal lato tunisino, mentre la prigione e le installazioni militari di Al Assah, a pochi chilometri di distanza, sono il centro degli acquisti, dal lato libico. Non è un dettaglio da poco il fatto che Al Assah sia il quartier generale della Libyan Border Guard, un’altra istituzione ampiamente finanziata dall’Unione europea, e più volte visitata da funzionari internazionali e diplomatici europei.  Ma perché milizie e apparati di Stato afferenti al governo di Tripoli (Gnu) comprano esseri umani dalla Gnt? Per capirlo, occorre prendere in considerazione da un lato una lunga storia di legami sociali, familiari-parentali, e di traffici (di Stato e non) in questa zona di frontiera; dall’altro il ruolo eminentemente economico dell’istituzione-prigione in Libia. Come raccontano i testimoni dei rapporti, i mezzi di pagamento della loro vendita non sono solo il denaro o l’hashish, ma anche e soprattutto il carburante: una tanica da venti litri diventa così l’unità principale di misura di un essere umano. Chiunque abbia messo piede a Ben Gardane rimane stupito, e affascinato, dall’incredibile corridoio commerciale con la Libia che lì prende forma: prodotti industriali di ogni tipo, beni agricoli, animali e tanto petrolio uniscono la strada costiera che dalla Tunisia porta alla frontiera libica. D’altra parte, nel sud della Tunisia la rete di vendita di carburante artigianale e di contrabbando è ovunque, mentre le stazioni di rifornimento delle grandi compagnie sono solo un’infima minoranza.  Nelle testimonianze appare, inoltre, come funzionari e soldati libici vadano a trattare affari, per fissare i prezzi della «merce umana», direttamente nelle caserme della Gnt, facendo emergere così il carattere poroso per alcuni di quella che resta una frontiera estremamente militarizzata.   In questo quadro, le prigioni dal lato libico estraggono valore dalle persone acquistate alla frontiera, contribuendo allo sviluppo del territorio circostante. Due, e interrelati fra loro, sono i circuiti economici che prendono corpo nelle strutture detentive: da un lato l’economia del riscatto, dall’altro la schiavitù per debito.  Nel primo caso la liberazione è ottenuta attraverso il taglieggiamento delle famiglie (nei paesi di origine o in Europa) delle persone catturate. I prezzi richiesti per il rilascio ai testimoni dei rapporti State Trafficking e Women State Trafficking variano dai 600/700 euro per gli uomini, ai 1.000/1.200 euro per le donne, contribuendo così a impoverire e a indebitare ulteriormente le reti di parentela delle persone razzializzate.  LEGGI ANCHE… CONFINI GIOCHI SENZA FRONTIERE Redazione Jacobin Italia Il secondo circuito è quello della schiavitù: non tutti i prigionieri hanno una famiglia in grado di pagare il riscatto, e allora il debito si estingue con il lavoro forzato, alle condizioni e per il tempo che decide, a sua discrezione, chi detiene la persona. Per gli uomini si tratta, principalmente, di lavori agricoli o nel settore dell’edilizia (anche legati all’ampliamento delle stesse prigioni e di altre installazioni militari); per le donne, invece, è la prostituzione forzata e, in minor misura, il lavoro servile domestico.  Il debito può, inoltre, essere comprato da terzi che a loro volta lo mettono a valore organizzando squadre di lavoro, agendo come agenzie interinali, o rivendendo la «merce umana» ad altre prigioni, a imprese di diverso tipo presenti sul territorio o, appunto, a case di prostituzione forzata.  Si tratta insomma di un’economia della schiavitù per debito che si articola attorno alle strutture di detenzione che si configurano quali centri di collocamento principale della manodopera. Ed è proprio la dimensione sistemica di questo processo a giustificare la necessità di un circuito di alimentazione continuo, attraverso il quale sia possibile rivendere «servizi lavorativi» al territorio circostante o sostenere continuativamente l’economia del sequestro e del riscatto Nel settore nord-occidentale della Libia, il flusso di entrata nelle prigioni proviene o dagli acquisti di «merce umana» operati alla frontiera tunisina, attraverso la collaborazione della Gnt, o dai raid di polizia e/o di milizie private nelle città della costa di Sabratha e Zwara, o infine dalle intercettazioni in mare effettuate dalla cosiddetta «Guardia costiera libica».  L’esistenza di un mercato di schiavi in Libia non è cosa nuova; un reportage della Cnn nel 2017 testimoniava ad esempio l’esistenza di aste di compra-vendita di esseri umani; e più in generale una vasta letteratura scientifica ha esplorato i diversi contorni di una costellazione economica che pur ruotando attorno al lavoro forzato e alla schiavitù per debito non ha mai impedito all’Unione europea di sostenere, direttamente o indirettamente, apparati di Stato e milizie come una sorta di «corpo di guardia» della nostra frontiera.  La novità messa in luce dai rapporti sulla tratta di Stato è il saldarsi sotto l’impulso del Memorandum del 2023 (e dei finanziamenti a esso connessi) di due economie della violenza, precedentemente disgiunte; da un lato il controllo violento e il contenimento delle mobilità operato dalla Tunisia per conto dell’Ue; dall’altro in Libia l’economia del sequestro e la riduzione delle persone comprate, o catturate, a forme di schiavitù per debito. Ne deriva l’emergere di una catena logistica transfrontaliera, sostenuta da ingenti risorse europee, nella quale il blocco della mobilità e l’estrazione di valore dalla cattura delle persone in movimento diventano momenti reciprocamente interconnessi e funzionali.  Che Stati e istituzioni siano fra gli attori rilevanti nelle operazioni di traffico di esseri umani è una storia vecchia e risaputa; in epoche diverse la tratta transatlantica, quella transahariana, e la riduzione in schiavitù fra le due sponde del mediterraneo sono state promosse, sostenute e organizzate grazie a un connubio fra poteri politici e interessi economici. La cifra del presente è che le politiche dell’Ue di esternalizzazione della frontiera verso la Tunisia e la Libia, nel mentre individuano retoricamente nei «trafficanti» i loro bersagli principali, sono esse stesse materialmente all’origine della costruzione e del finanziamento di una nuova tratta di Stato. *Roberta Derosas è dottoranda all’Università di Palermo, operatrice sociale e redattrice di Melting Pot Europa. Enrico Fravega e Luca Queirolo Palmas, insegnano entrambi Sociologia delle migrazioni all’Università di Genova. Il collettivo RR[X], autore dei rapporti sulla Tratta di Stato oggetto di questo articolo, firma i rapporti in forma anonima per garantire la sicurezza dei testimoni e la possibilità di continuare a raccoglierne la voce. Come parte della coalizione che sostiene il progetto (insieme a Asgi, OnBorders, BorderForensic, The Routes Journal e Melting Pot Europa) abbiamo avuto accesso all’intero corpus delle interviste su cui si fonda la presente analisi.  Questo articolo è dedicato a Nadège, testimone n. 56 del rapporto Women State Trafficking, morta in mare nel settembre del 2026 cercando di sfuggire alle situazioni che qui si raccontano.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo State trafficking, un’economia della schiavitù proviene da Jacobin Italia.
October 21, 2026
Jacobin Italia
Il coraggio di pensare il postcapitalismo
Isabelle Ferreras è una sociologa del lavoro belga che ha focalizzato la sua ricerca sulla comprensione della dimensione «politica» delle imprese capitalistiche, intese come luoghi in cui si sviluppano rapporti di potere tra attori con interessi contrapposti. Lea Ypi è una filosofa politica albanese che ha tracciato il filo conduttore che unisce il liberalismo di matrice kantiana al socialismo di matrice marxista, gettando così le basi per una rifondazione di entrambe le tradizioni. Thomas Piketty è un celebre economista francese, esperto di storia economica e specializzato nell’analisi delle tendenze anti-egualitarie all’interno del capitalismo e nelle strategie per invertirle.  Tutti e tre condividono diverse cose. Sono europei. Appartengono alla stessa generazione – hanno circa cinquant’anni o poco più. Tutti e tre hanno sviluppato brillanti carriere accademiche nei rispettivi campi. Piketty è professore all’École des Hautes Études en Sciences Sociales e la pubblicazione delle sue monumentali opere, Il capitale nel XXI secolo e Capitale e ideologia, lo ha reso uno dei principali punti di riferimento della sinistra mondiale contemporanea. Lea Ypi è professoressa alla London School of Economics, titolare di una cattedra come docente ospite al Collège de France e, dalla pubblicazione della sua opera al tempo stesso teorica e autobiografica, Libera, , è diventata anche una delle pensatrici con maggiore visibilità pubblica nell’universo del pensiero progressista. Ferreras è professoressa all’Università di Louvain-la-Neuve, insegna a Harvard e a Oxford ma, soprattutto, è stata la coordinatrice di Democratizing Work, una rete mondiale di economisti di primo piano che nel 2020 ha presentato un manifesto incentrato sulla democratizzazione dell’impresa capitalistica come pietra angolare di una trasformazione strutturale delle nostre economie. In virtù di queste credenziali, Ferreras è stata incaricata di coordinare il gruppo internazionale di esperti che ha elaborato il Rapporto sulla democrazia nel lavoro per il governo spagnolo, su incarico della sua seconda vicepresidente Yolanda Díaz.  Al di là di queste coincidenze, questi tre accademici e intellettuali hanno in comune qualcosa di molto più importante. Tutti e tre, ciascuno dal proprio ambito disciplinare, hanno avuto il coraggio di pensare a come superare il capitalismo e a quali dovrebbero essere le caratteristiche fondamentali di un sistema economico post-capitalista – cioè, di un sistema economico socialista, nel senso autentico del termine. Lo hanno fatto con le lezioni della storia economica e senza ignorare, anzi, il fallimento delle esperienze del XX secolo.  «Abbi il coraggio di pensare» è, da Kant, la massima dell’Illuminismo. Il filosofo tedesco lo spiegò con grande chiarezza e semplicità: il coraggio di pensare liberamente – l’uso pubblico della ragione – è ciò che, come specie umana, ci fa uscire dalla minorità e ci permette di accedere all’età adulta. Da allora, per due secoli, la sinistra è stata, in generale, fondamentalmente adulta. Perché, con i suoi successi – molti – e i suoi errori –non pochi  –, ha pensato nella maggior parte del tempo con libertà, senza autocensura né rinunce riguardo alle proprie ambizioni di trasformazione sociale. Ha pensato senza altra restrizione se non la volontà di servire una concezione esigente di giustizia sociale, incarnata in un determinato modo di intendere i tre valori illuministici o, se si preferisce, repubblicani: libertà, uguaglianza e fraternità. E nella misura in cui ha capito che la piena realizzazione di questi valori era incompatibile con il capitalismo, questo l’ha portata a coltivare un atteggiamento di antagonismo nei confronti di questo sistema economico, a non abbandonare l’idea di superarlo e a sviluppare una prospettiva almeno in parte utopica.  LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi LA MINORITÀ DELLA SINISTRA DOPO IL 1989 Ma nel 1989 cadde il Muro e quel giorno la sinistra – o gran parte parte di essa – è entrata in una sopravvenuta minorità. Perché ha assunto , con maggiore o minore riluttanza, con maggiore o minore frustrazione, l’idea che il capitalismo fosse insuperabile. Chi aveva vinto la Guerra fredda, infatti, non era un blocco geopolitico – quello occidentale – bensì un sistema economico. Con questa vittoria il capitalismo pretendeva di aver dimostrato non solo la propria superiorità ma anche il proprio carattere perpetuo. E una grande parte della sinistra si è rassegnata , in modo più o meno critico, a questo nuovo dogma.  Da quel momento, pensare alla possibilità di trascendere il capitalismo è diventato un sintomo di debolezza intellettuale, di chi si mette contro la storia e contro il pensiero scientifico: più concretamente contro la scienza economica. Continuare a pensare in chiave anti- o post-capitalista, come aveva fatto una buona parte della sinistra dagli inizi del XIX secolo fino quasi alla fine del XX secolo, divenne poco meno che uno sforzo ridicolo, motivo di imbarazzo, che si poteva praticare quasi solo clandestinamente.  L’idea di un’alternativa socialista ha perso così la sua funzione di utopia feconda per essere considerata, nel migliore dei casi, manifestazione di un romanticismo privo di qualsiasi consistenza razionale, del quale vergognarsi. Il nesso tra pensiero utopico e trasformazione effettiva della realtà si è completamente rotto. E a partire da qui, la parola «socialista» ha cessato di significare un’alternativa al capitalismo e per  essere, semplicemente, una (mediocre) modalità dello stesso.  Si è trattato, come si è detto, di un ritorno a una condizione di minorità per la maggior parte delle sinistre, soprattutto in Occidente. Tutta la sua prassi politica, da quasi quarant’anni, parte dalla premessa indiscutibile che il capitalismo si riforma e si regola, ma non può essere lasciato alle spalle. Questa auto-restrizione le ha impedito di «osare pensare» con libertà. Detto più precisamente, non le ha permesso di pensare a ciò che è precisamente la sua ragion d’essere. Perché, se è vero che il capitalismo e un’idea robusta di giustizia sociale sono incompatibili, allora pensare in chiave post-capitalista dovrebbe essere un imperativo ineludibile per la sinistra.  «OSARE PENSARE»: FERRERAS, YPI, PIKETTY  Ferreras, Ypi, Piketty si sono liberati decisamente di questa auto-restrizione letale. Hanno deciso di dedicare la loro ricerca accademica a una critica profonda del capitalismo e a che cosa significhi nel XXI secolo un sistema socialista – inteso come alternativa al capitalismo e non come sua modalità. L’hanno dedicata a pensare quali dovrebbero essere le sue caratteristiche fondamentali e come si potrebbe transitare verso di esso. Ciascuno per una strada propria, sono giunti a conclusioni simili. Hanno «osato pensare». E con ciò hanno dato un contributo inestimabile per riportare la sinistra, dopo quasi quattro decenni, all’età adulta.  Quando Ypi parla della sua idea di «socialismo morale», dove si fondono, con una sorprendente armonia, le intuizioni di base del marxismo e del pensiero kantiano; quando Ferreras sviluppa la sua teoria del «bicameralismo economico», mediante il quale i lavoratori raggiungerebbero il controllo politico dell’impresa che la proprietà privata del capitale e i diritti di voto che essa comporta impediscono loro di esercitare; quando Piketty propone ciò che egli chiama «socialismo partecipativo», per attribuire diritti di voto ai lavoratori negli organi di amministrazione dell’impresa, assumendo così che le sue ambiziose proposte fiscali volte a tassare il capitale – e la ricchezza in generale – non siano sufficienti per raggiungere i gradi di uguaglianza desiderabili; quando ciascuno di loro mette queste proposte sul tavolo, ognuno dalla propria disciplina ma tutti con una solidità, una coerenza e un rigore teorici straordinari, frutto di anni di lavoro accademico e di ricerca, tutti puntano nella stessa direzione.  In effetti, parlano di un sistema economico che continuerà a essere di mercato, ma nel quale la proprietà dei mezzi di produzione cesserà di essere privata – o, per essere più precisi, cesserà di esserlo nel modo in cui lo è nel capitalismo. Ciò che è dannoso nella proprietà privata del capitale, così come essa funziona nel capitalismo, è il modo in cui concentra il potere decisionale nella sfera economica, da un lato, e il modo in cui condiziona la distribuzione del reddito e della ricchezza, dall’altro. È questa doppia dimensione – politica e distributiva – della proprietà privata del capitale ciò che, come spiega Ypi, rende il capitalismo incompatibile con la libertà e ciò che esige di pensare a un progetto di «socialismo morale», se davvero vogliamo ritrovare lo spirito illuminista. Ed è questa doppia dimensione della proprietà privata del capitale ciò che le strategie di democratizzazione dell’impresa di Ferreras o di Piketty cercano di superare. Questi tre autori indicano, di conseguenza, un sistema economico nel quale il potere imprenditoriale sarebbe più distribuito – molto più – che nel capitalismo. Si tratterebbe, dunque, di un’economia al tempo stesso più liberale e più socialista anche del «capitalismo con welfare state» che conosciamo oggi. E grazie alla quale la democrazia politica non sarebbe limitata e minacciata dalla concentrazione del potere economico che il capitalismo comporta in modo strutturale. Ci parlano pertanto di un sistema economico socialista, ma perfettamente coerente con la democrazia liberale come sistema politico.  Di più, dato che uno dei maggiori problemi dei nostri giorni è la crescente incompatibilità tra capitalismo e democrazia liberale, i modelli di socialismo che essi delineano sono in realtà l’unico modo per salvarla. Se il capitalismo, per quanto paradossale possa sembrare, contraddice i principi e gli obiettivi del liberalismo politico, solo un modello di socialismo democratico può restaurarli e preservarli – così come a suo tempo indicò già, di fatto, il più importante pensatore liberale del XX secolo, John Rawls. È la stessa intuizione che Lea Ypi sintetizza genialmente con il suo motto: «Socialismo = Liberalismo – Capitalismo».  La sinistra ha vissuto intrappolata per troppo tempo in uno sgradevole trilemma. Il trilemma tra idee/proposte «forti», idee/proposte «desiderabili» e idee/proposte «possibili». Sembrava impossibile riconciliare i tre vertici del triangolo. Quando le sue idee erano «forti» e «desiderabili», sembravano «impossibili» – per esempio, un sistema post-capitalista democratico. Quando erano «forti» e «possibili», non erano desiderabili – un’alternativa non democratica al capitalismo. Quando erano «possibili» e «desiderabili», non erano forti – il caso di un riformismo socialdemocratico sempre più impotente di fronte alle dinamiche ingiuste del capitale.  Il socialismo morale di Ypi, il socialismo partecipativo di Piketty, il bicameralismo economico di Ferreras sono idee/proposte al tempo stesso forti, desiderabili e possibili. Ci aiutano a superare il trilemma, non ci obbligano a scartare nessuno dei tre vertici del triangolo. Ed è esattamente questo ciò di cui la sinistra ha bisogno se vuole recuperare la propria egemonia ideologica – nel senso gramsciano del termine.  LEGGI ANCHE… DEMOCRAZIA LA SINISTRA BRAMINA David Broder TRE RISCHI INTELLETTUALI DA EVITARE Quando sottolineiamo il valore e la necessità di proposte teoriche come queste, è molto opportuno cercare di non incorrere in tre rischi intellettuali.  In primo luogo, bisogna evitare l’adanismo: la storia dei contributi accademici orientati al superamento del capitalismo successivi alla caduta del Muro non comincia certo con questi tre autori. Esistono molti precedenti (mi sia consentito fare riferimento, per esempio, ai marxisti analitici nordamericani del «Gruppo di Settembre» e ad autori a loro vicini, come Erik Olin Wright, John Roemer, Gerald Cohen o David Schweickart), ma è  difficile stilare un elenco esaustivo. Sono molti i pensatori che negli ultimi decenni si sono addentrati in una ricerca su come sarebbe un’economia di mercato non capitalista. E, di fatto, non tutti provengono dal marxismo e nemmeno dalla tradizione socialista ampiamente intesa, perché diversi di loro appartengono al mondo liberale – essendo in questo senso il suo più illustre esponente lo stesso John Rawls, con il suo «socialismo liberale» o la sua «democrazia dei proprietari». Tuttavia, questi tre autori –Ferreras, Ypi e Piketty – condividono la fortuna di essere contemporanei e di aver elaborato teorie che convergono notevolmente nella proposta concreta, anche se i loro punti di partenza sono considerevolmente diversi — la sociologia del lavoro (Farreras), la filosofia politica (Ypi) e la storia e la teoria economica (Piketty) —. Si tratta di tre contributi accademici, ciascuno con i propri specifici punti di forza, che si completano in modo ammirevole. E, dal mio punto di vista, questa coincidenza temporale, la sorprendente convergenza delle loro proposte, così come la loro complementarità, giustificano un speciale interesse nei loro confronti.  In secondo luogo, è importante non cadere nel creazionismo: le idee relative alla giustizia sociale non si materializzano da sole nella società, per quanto siano buone, appropriate e necessarie. Conosciamo quale sia la dinamica del cambiamento storico: le trasformazioni avvengono quando i rapporti di forza lo permettono. Sia attraverso la mobilitazione sociale, sia attraverso il successo elettorale e la conseguente azione all’interno delle istituzioni democratiche, sia attraverso processi rivoluzionari o attraverso qualsiasi altra via, in ogni caso il cambiamento si produce soltanto quando esiste un soggetto collettivo dotato di forza e capacità sufficienti a promuoverlo. Ma che cosa sarebbe un soggetto sociale con vocazione trasformatrice senza un programma di trasformazione? E come costruire un programma senza buone idee? La trasformazione sociale esige, sì, buone teorie che orientino l’azione trasformatrice. A maggior ragione se queste trasformazioni riguardano la struttura stessa del nostro sistema economico, con la volontà di superarlo.  Non è questa la sede per aprire un dibattito sulla dialettica tra le idee e l’azione collettiva. Ma è opportuno sottolineare un paio di cose al riguardo. La prima: le idee, di per sé, incidono anch’esse sui rapporti di forza tra gli attori in conflitto. Le buone teorie, le proposte opportune, nella misura in cui offrono un orizzonte possibile di maggiore giustizia sociale, contribuiscono all’accumulazione di forze da parte dei soggetti collettivi impegnati nel progresso. Perché la loro determinazione e la loro capacità di lotta tendono ad aumentare quando hanno una concreta speranza di cambiamento. È su questa speranza che le teorie incidono in modo più o meno diretto.  La seconda: la dialettica tra le idee e la storia. Ci sono idee che aspettano a lungo, a volte decenni o persino più, e, un bel giorno, per ragioni tutt’altro che casuali e inspiegabili, arriva il loro momento. Ragioni che hanno a che fare, innanzitutto, con il rapporto tra idee e azione collettiva. Esistono contesti storici nei quali proposte teoriche formulate molto tempo prima trovano le «condizioni oggettive» – per utilizzare il vecchio gergo – che ne facilitano la realizzazione. Credo che per la proposta di un sistema economico postcapitalista – un socialismo con mercato, chiamiamolo socialismo liberale (Rawls), socialismo morale (Ypi), socialismo partecipativo (Piketty), bicameralismo economico (Farreras) o come vogliamo – stia arrivando  questo «momento». Perché le condizioni necessarie per la sua attuazione, quarant’anni dopo la caduta del Muro, sono maturate, anche se uno sguardo superficiale sulle circostanze attuali sembra indicare tutto il contrario.  In terzo e ultimo luogo, non dovremmo nemmeno rimanere intrappolati nel monocausalismo. La sinistra ha bisogno di molte proposte teoricamente ambiziose, capaci di risolvere il trilemma precedentemente indicato. E l’idea di un socialismo postcapitalista democratico è soltanto una di esse. Ma non l’unica. Sono molte le patologie derivanti dal capitalismo e diverse sono le loro cause. Abbiamo bisogno di proposte teoriche per combattere efficacemente ciascuna di esse. Accanto al socialismo postcapitalista, sono state molte altre le proposte teoriche che hanno cercato di essere al tempo stesso desiderabili, forti e possibili. È difficile non pensare a idee come il reddito di base, l’eredità universale o i numerosi contributi che si sono succeduti negli ultimi decenni nell’ambito dell’ecologismo politico o della critica femminista del capitalismo., per citarne soltanto alcuni. L’elenco degli autori che hanno fornito contributi inestimabili per riportare la sinistra all’età adulta — vale a dire, per pensare senza autocensure — sarebbe, ancora una volta, interminabile.  Tuttavia, mi permetto di sostenere che questa proposta – quella di un socialismo al tempo stesso postcapitalista e democratico – possiede un valore particolare. Perché punta direttamente al cuore della bestia: a superare o a ripensare radicalmente la proprietà privata dei mezzi di produzione, tanto nella sua dimensione politica (dei diritti di voto e, pertanto, del potere economico) quanto in quella finanziaria (dell’appropriazione dei profitti e, pertanto, della disuguaglianza). È questa «proprietà privata» del capitale a definire il capitalismo. A identificarlo: a fare sì che il sistema economico sia capitalista. Quelle proposte, pertanto, sono in grado di decostruirla (nella sua duplice dimensione) in modo netto ed esplicito e ci mostreranno la porta d’uscita dal sistema capitalista, cinquecento anni dopo la sua nascita. Pertanto, sono queste le proposte che possono far uscire pienamente la sinistra dalla condizione di minorità.  Siamo d’accordo sul fatto che la democrazia economica – il socialismo democratico effettivamente postcapitalista – sia soltanto uno dei pezzi di quel grande e variegato puzzle programmatico della sinistra per il XXI secolo. Ma è, mi permetto di affermare in modo un po’ provocatorio, il suo pezzo centrale. Non essendo un pezzo unico, non può essere, per definizione, un pezzo sufficiente. Ma è certamente un pezzo necessario. Più necessario di qualsiasi altro, perché è il pezzo che permette a tutti gli altri di incastrarsi. E ciò si deve, precisamente, al fatto che punta direttamente al cuore del mostro, perché la proprietà privata del capitale è all’origine di gran parte delle principali patologie di cui soffrono oggi le nostre società. Senza questo pezzo, pertanto, difficilmente potrebbe esistere un puzzle, o difficilmente il puzzle sarebbe realmente coerente. È per questa ragione che le proposte di Ferreras, Piketty e Ypi riguardo alla possibilità di un socialismo postcapitalista possiedono un valore particolare e inestimabile, e contribuiscono con particolare forza al ritorno all’età adulta della sinistra. *Toni Comin i Oliveres, è professore di Scienze Sociali presso l’Esade (Università Ramon Llull), ministro della Sanità del Governo catalano dal 2015 al 2017, eurodeputato dal 2019 (nel Gruppo dei non iscritti). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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October 20, 2026
Jacobin Italia
L’illusione di saper governare l’economia
Il Nobel per l’economia non compare nel testamento di Alfred Nobel. Fu istituito nel 1968 dalla Sveriges Riksbank, la banca centrale svedese, che tuttora lo finanzia. Non è solo una curiosità storica: in The Nobel Factor, Offer e Söderberg ne ricostruiscono la nascita sullo sfondo dello scontro tra socialdemocrazia svedese e sostenitori del mercato. Il prestigio del nome Nobel ha cercato di conferire alle teorie economiche l’autorità delle scienze naturali, come la fisica e la chimica. Eppure queste teorie imperfette non si limitano a descrivere il mondo: contribuiscono a guidare scelte di politica economica che hanno un impatto sulla vita di milioni di persone. Il premio 2026 a Robert Hall e Michael Woodford rende questo paradosso particolarmente evidente. Secondo l’Accademia Reale Svedese delle Scienze, i due economisti hanno fornito i «fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica», sviluppando strumenti capaci di attenuare i picchi e le cadute dell’economia. Il documento ufficiale sostiene persino che le loro ricerche abbiano reso molto più efficace la gestione delle grandi crisi. Il paradosso è che i modelli in questione, fondati sui contributi di Hall e Woodford, non hanno contribuito a stabilizzare le economie – come ha ben mostrato la crisi del 2008 – ma hanno convinto molti economisti di poterlo fare. La coerenza interna è stata scambiata per capacità di comprendere le dinamiche delle economie capitalistiche, l’eleganza teorica per validità empirica, l’apparente stabilità per assenza di crisi. Questa illusione di controllo non è rimasta confinata nelle università, ma ha orientato le politiche economiche di governi e banche centrali. Ciò ha alimentato una fiducia smisurata nella capacità della politica monetaria di stabilizzare sia l’inflazione che l’economia reale, ignorando al contempo proprio quei rischi finanziari che avrebbero travolto l’economia mondiale con la crisi dei mutui subprime. LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA GLI ARGONAUTI DELL’ECONOMIA Tiziano Distefano UN’ECONOMIA FATTA A MISURA DI MODELLO Negli anni Settanta la stagflazione mise in difficoltà le relazioni statistiche con cui un certo tipo di macroeconomia «keynesiana» interpretava produzione, disoccupazione e inflazione. La risposta della «Nuova Macroeconomia Classica» fu radicale: studiare la dinamica delle economie capitalistiche partendo dalle scelte di consumo, risparmio e lavoro di un solo individuo iper razionale, capace di prevedere il futuro sulla base di tutte le informazioni disponibili. Sostituire le interazioni di milioni di persone e imprese con un unico individuo immaginario è stata una comoda scorciatoia per evitare di affrontare seriamente i problemi dei modelli di equilibrio generale. Ma ciò ha significato eliminare i problemi che la scienza economica deve comprendere e spiegare: la disoccupazione involontaria, i conflitti distributivi, la disuguaglianza, il rischio sistemico, le crisi. In questo contesto si colloca il celebre lavoro di Hall del 1978 sul consumo. Se una famiglia rappresentativa sceglie razionalmente quanto consumare in ogni periodo sulla base dei redditi che si aspetta di ottenere lungo tutta la sua vita, le variazioni dei consumi seguono un percorso casuale («random walk»), perché dipendono solo dalle nuove informazioni, per definizione imprevedibili. Tale risultato teorico implica che i consumi dipendono solo dal reddito che ci si attende di ottenere lungo tutta la vita, ma ciò contrasta con il comportamento di milioni di famiglie, i cui consumi dipendono dai redditi percepiti mensilmente.  Infatti, già nel 1989, l’evidenza empirica ha mostrato che le predizioni del modello di Hall non erano corrette, perché una parte considerevole dei consumatori spendeva in funzione del reddito corrente e non permanente. Le ricerche successive hanno confermato l’importanza dei vincoli di liquidità che limitano i consumi e le differenze di ricchezza tra le famiglie. E non è un dettaglio: per una famiglia a basso reddito o indebitata, un trasferimento pubblico può aumentare immediatamente i consumi, così come una riduzione dei tassi d’interesse. La distribuzione del reddito e la composizione delle politiche fiscali diventano quindi decisive. Ma nel modello di Hall, come in tutti quelli costruiti attorno a un mitologico consumatore rappresentativo, queste differenze sono assenti per costruzione. Robert Hall è anche famoso per aver sviluppato insieme a Jorgenson la teoria neoclassica dell’investimento, in cui un’impresa rappresentativa decide quanto investire sulla base del costo del capitale. Anche in questo caso, numerosi studi empirici hanno contraddetto gli eleganti risultati teorici: le scelte d’investimento delle imprese dipendono principalmente dalle aspettative di domanda futura e dalla disponibilità di fonti di finanziamento come il credito bancario. Se Hall ha fornito le teorie per modellare la dinamica di consumi e investimenti aggregati, due componenti fondamentali del Pil, Woodford ha avuto un ruolo preminente in quella «Nuova sintesi Neoclassica» che si prefiggeva di spiegare la dinamica di un’economia capitalistica. Nel suo magnum opus, Interest and Prices (2003), Woodford ha sviluppato un modello macroeconomico (Dsge, Dynamics Stochatic General Equilibrium) fondato sulle scelte razionali di un consumatore e di un’impresa rappresentativi che massimizzano rispettivamente utilità e profitti conoscendo perfettamente il modello dell’economia in cui operano.  La principale differenza tra questo modello Dsge e quelli della Nuova Macroeconomia Classica è l’esistenza di «imperfezioni nei mercati», per cui, in primis, le imprese non cambiano i prezzi continuamente. La presenza di prezzi viscosi permette così alla Banca centrale di stabilizzare consumi, produzione e occupazione attraverso annunci delle proprie scelte future e variazioni del tasso d’interesse. Grazie a questa frizione, la politica monetaria influisce sulla dinamica del Pil, anche se l’architettura teorica rimane quella della Nuova Macroeconomia Classica. Anche se questo compromesso è spesso stato citato come «Nuovo Keynesismo», di Keynes ha poco o nulla. Le fluttuazioni economiche derivano infatti da shock esterni al modello che allontanano temporaneamente l’economia dall’equilibrio dei mercati, e solo le rigidità dei prezzi consentono alla politica monetaria di correggere tali scostamenti. All’opposto, in Keynes i cicli economici sono una caratteristica intrinseca del funzionamento dei sistemi capitalisti anche in presenza di prezzi flessibili. In questo contesto, le politiche monetarie e, soprattutto, quelle fiscali svolgono un ruolo fondamentale nel contenere gli effetti duraturi delle crisi finanziarie e delle recessioni. LEGGI ANCHE… ECONOMIA UNO PSEUDO PREMIO PER UNA PSEUDO SCIENZA Tiziano Distefano DALLA GRANDE MODERAZIONE ALLA GRANDE RECESSIONE L’avvento della Nuova Sintesi Neoclassica aveva alimentato una crescente fiducia nei modelli macroeconomici apparentemente confermata dalla cosiddetta «Grande Moderazione»:  un lungo periodo, iniziato a metà degli anni Ottanta, durante il quale molte economie avanzate registrarono una significativa riduzione della volatilità del Pil e dell’inflazione. Molti economisti considerarono questo risultato una «coincidenza divina», dovuta in larga parte a una migliore politica monetaria che seguiva pedissequamente i principi «scientifici» forniti dai modelli Dsge. In questo clima di ottimismo che ricordava la «Fine della Storia» di Fukuyama, il premio Nobel Robert Lucas dichiarava solennemente come un novello Pangloss che gli economisti avevano risolto il problema delle depressioni. E nell’agosto 2008 Olivier Blanchard definiva «buono» lo stato della macroeconomia. Purtroppo, l’epilogo di questa storia è noto: nell’autunno del 2008 la crisi finanziaria dei mutui subprime ha scaraventato l’economia mondiale nella più grave recessione dalla Depressione del 1929. Sotto la stabilità apparente indicata dai modelli Dsge crescevano le disuguaglianze, il debito delle famiglie, la fragilità delle banche e degli intermediari finanziari, mentre si deregolamentava il settore finanziario e si inventavano nuovi prodotti derivati. La stabilità dei prezzi mascherava la crescente instabilità del sistema finanziario. Ciò avveniva nel silenzio assoluto della teoria macroeconomica dominante, che non prestava attenzione ai comportamenti di banche e grandi investitori, e non ammetteva – neppure teoricamente – la possibilità di una crisi finanziaria.  Come osservato da Stiglitz e Krugman,  la mancata rappresentazione della finanza rendeva i modelli dominanti inutili non solo per prevedere una crisi, ma anche per spiegarne l’esistenza. Quel che è peggio è che i modelli Dsge si dimostrarono inutili per formulare gli interventi di politica economica necessari a evitare una nuova depressione, come salvataggi  bancari, politiche fiscali espansive, politiche monetarie non convenzionali, regolamentazioni macroprudenziali del sistema finanziario e misure straordinarie per impedire il collasso dei mercati finanziari. In sostanza, i contributi di Hall e Woodford e, più in generale, la Nuova Sintesi Neoclassica non hanno fornito alcuna fondazione teorica per la stabilizzazione macroeconomica, ma al contrario hanno contribuito a impedire a molti economisti e policy makers di cogliere i segnali della tempesta perfetta che stava per colpire l’economia mondiale. E quando la crisi è esplosa, si sono rivelati inadeguati a fornire le politiche economiche necessarie a salvare le economie globali. LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA DALLA CRITICA DELL’ECONOMIA A UN PROGRAMMA PER L’ALTERNATIVA  Marco Bertorello - Giacomo Gabbuti L’ESTREMA PRECISIONE DI UN MONDO IMMAGINARIO Il pregio principale dei modelli Dsge, che sono diventati il linguaggio dominante della macroeconomia moderna e strumenti influenti nelle banche centrali, è la loro disciplina formale. Ma la coerenza matematica non è garanzia di realismo. Un modello può descrivere rigorosamente che cosa accadrebbe in un mondo immaginario se le ipotesi sottostanti fossero vere ed essere totalmente inaffidabile quando tali ipotesi vengono confrontate con la realtà. Caballero, economista del Mit, lo spiega chiaramente dopo la crisi del 2008: la macroeconomia mainstream si era lasciata affascinare dalla logica interna dei modelli, confondendo la precisione raggiunta nel mondo virtuale da essi costruito con la conoscenza di quello reale. Da ciò è derivato il rischio di pretendere che le politiche esistenti avrebbero garantito la stabilità dei prezzi e quella dell’economia, mentre si creavano le condizioni per la crisi dei mutui subprime. Se il sistema finanziario è marginale e i fallimenti sono assenti o fortemente semplificati, il modello può fornire risposte precisissime alle domande sbagliate. Già nel 2002, ricerche alla Banca dei Regolamenti Internazionali (Bis) avevano mostrato che gli squilibri finanziari possono crescere anche con inflazione contenuta, mentre gli economisti Jorda, Taylor e Schularick trovavano che il rapido aumento del credito poteva segnalare rischi sistemici prima della crisi. Ma questo tipo di analisi restava ai margini del paradigma dominante. Citando l’ex economista della Bank of England Charles Goodheart, i modelli Dsge escludono tutto quello che è interessante per la stabilità del sistema finanziario. Purtroppo, questa tendenza si è radicalizzata nella macroeconomia mainstream sin dalle teorie sviluppate negli anni Settanta da Lucas e Sargent. Ci si focalizza infatti sull’eleganza matematica, a scapito dell’analisi critica delle assunzioni e del realismo del modello. Ma le implicazioni di politica economica dipendono dalle assunzioni, non dalle dimostrazioni matematiche ottenute in economie immaginarie. Altrimenti, si rischia di affidare la comprensione della dinamica macroeconomica e della politica economica a modelli post-reali, come scriveva ironicamente Romer nel 2016. Dopo il 2008 i modelli Dsge hanno aggiunto imperfezioni nel mercato del credito e dosi omeopatiche di eterogeneità tra i consumatori. E lo stesso Woodford ha affrontato il rapporto fra politica monetaria e stabilità finanziaria. Sviluppi da riconoscere. Ma aggiungere una nuova legione di frizioni non basta a spiegare come gli squilibri economici possano portare a crisi finanziarie e profonde recessioni. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia IL COSTO DELL’ORTODOSSIA E LA NECESSITÀ DI PLURALISMO C’è poi un costo meno visibile di quello di una crisi economica: il soffocamento del pluralismo nella ricerca. Il costrutto teorico-politico sviluppatosi sull’apparato di Hall e Woodford è divenuto così forte e autoreferenziale da squalificare la quasi totalità delle tesi contrarie. Approcci Keynesiani o di altre scuole economiche incentrati su incertezza profonda, domanda effettiva, distribuzione del reddito, istituzioni e instabilità finanziaria sono stati spesso giudicati meno scientifici ed emarginati non perché smentiti dai dati, ma perché estranei al linguaggio del paradigma dominante che fornisce una patina di rigore formale. Krugman colse tale paradosso nel 2016 chiedendo quali previsioni corrette giustificassero l’egemonia dei modelli Dsge, osservando che quella metodologia aveva sottratto spazio ad analisi meno sofisticate, ma più utili per comprendere le crisi. Non si tratta di un’obiezione al rigore tecnico, ma alla trasformazione di una particolare tecnica in criterio fideistico di appartenenza alla disciplina, dove la teoria dominante diventa quasi un credo o, peggio, una setta. E quando il metodo conta più dei fenomeni da spiegare e dei risultati ottenuti, il presunto rigore diviene arma per silenziare le teorie alternative. Ciò avviene attraverso il controllo delle riviste scientifiche dove i guardiani dell’ortodossia pubblicano solo gli articoli del paradigma teorico rilevante. In questo modo, come discutono Heckman e Moktan, si condizionano le carriere dei giovani economisti, si incentiva il carrierismo e si riduce la creatività. E tutto ciò, secondo Akerloff, ha scoraggiato la ricerca sulle crisi finanziarie, ritenute un tema secondario nel paradigma dominante, almeno fino alla crisi. Il Nobel del 2026 premia un’idea seducente: con un modello teorico elegante, le oscillazioni delle economie capitalistiche possono essere facilmente smussate attraverso politiche economiche disegnate seguendo principi «scientifici». Il problema è che la realtà non si può piegare al modello se questo è un salto al di fuori dell’economia come asserito da Solow. Sono necessari approcci teorici diversi come quelli che considerano le economie come dei sistemi complessi in evoluzione (Dosi e Roventini, 2025). Ci auguriamo quindi che l’assegnazione del premio Nobel a Hall e Woodford inneschi un dibattito che porti a un maggiore pluralismo nella disciplina economica, premiando la capacità di spiegare il mondo reale piuttosto che il formalismo di mondi immaginari. Siamo purtroppo consapevoli che in questo caso il Dr. Pangloss siamo molto probabilmente noi. *Francesco Lamperti è Professore di Politica Economica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove insegna Macroeconomia, Analisi delle Serie Storiche, ed Economia del Cambiamento del Climatico. Inoltre, ricopre il ruolo di Scientist presso il Centro Euromediterraneo per il Cambiamento Climatico. Andrea Roventini è Professore di Economia Politica presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove è direttore dell’Istituto di Economia e insegna Macroeconomia, Economia Monetaria, Economia Post-Keynesiana ed Economia Computazionale. Inoltre, è un fellow dell’ OFCE di Sciences Po e del World Inequality Lab, e editor di Industrial and Corporate Change – Macroeconomics and Development. L'articolo L’illusione di saper governare l’economia proviene da Jacobin Italia.
October 19, 2026
Jacobin Italia
L’urlo da interpretare
Le forze dell’ordine hanno rischiato di essere sopraffatte. Per sgomberare Piazza Duomo hanno dovuto lanciare le camionette a tutta velocità puntando i manifestanti per tentare di riprendere il controllo della piazza. A Bologna l’acqua degli idranti è finita. Non sono bastate ore di cariche, le manganellate, le decine di brutali arresti per sciogliere i manifestanti. Sabato 17 ottobre in molte città del paese sono state convocate manifestazioni poco più che spontanee dietro la sigla «Italia in piazza». A Milano e Bologna (e in misura molto minore a Torino dove a guidare è stata soprattutto la soggettività politica organizzata), si sono ben presto trasformate in un confronto tra i manifestanti (giovanissimi) e polizia, per diventare ben presto ingovernabili. Domenica 18 a Milano di nuovo centinaia di ragazzi e ragazze giovanissimi sono arrivati da diverse periferie e quartieri di cintura nel centro della città, riprendendo a fare le barricate e ad assaltare negozi di lusso e sportivi, ma anche supermercati. Le divise hanno faticato a disperderli perché non c’era un centro: spuntavano da ogni metro con il volto già coperto. Le notizie sugli oltre cento fermi ci raccontano che l’80% sono ancora minorenni.  Abbiamo così visto dispiegarsi, in maniera più chiara, quello che era già emerso durante le manifestazioni in solidarietà alla Global Sumud Flotilla dell’ottobre dello scorso anno: la disponibilità giovanile al conflitto di piazza, in particolare di alcuni settori di classe razzializzati e marginalizzati. Lo scorso anno i gruppi organizzati della sinistra sociale e antagonista davano il via al fronteggiamento, o ai blocchi, ma dopo le prime cariche o il primo «fronteggiamento» a prendere la prima fila erano altri scavalcando i classici referenti del conflitto di piazza (senza che questi ne fossero troppo dispiaciuti o scandalizzati, beninteso). Commentare eventi complessi a caldo è sempre difficile, ma vale la pena per la rilevanza degli eventi provare a tracciare un ragionamento utile al dibattito, con il rischio di fare qualche errore, ad aggiustare il tiro si fa sempre in tempo.  Prima di tutto la natura delle manifestazioni. Il 17 ottobre sono state convocate piazze in molte città italiane (la maggior parte delle quali andate più o meno deserte), lanciate dalla sigla «Italia in Piazza» con una piattaforma con al centro il caro vita, e in generale incentrata tutta sulle condizioni materiali. Le manifestazioni sono state organizzate su Telegram. Gli organizzatori invitavano alla non violenza, all’unità, a portare solo il tricolore e nessun simbolo politico, affermando di voler mobilitare «quante più persone possibile» e quindi di non essere di nessun colore politico e così via. LEGGI ANCHE… GEN Z AVERE VENT’ANNI NELLA CATASTROFE Redazione Jacobin Italia L’appuntamento dell’Italia in Piazza era dunque un guscio vuoto, che in alcune città è stato riempito da chi cercava uno spazio dove auto rappresentarsi senza accodarsi, ed era in grado di provocare, di creare un tam tam sociale efficace fuori dai circuiti classici della socializzazione politica. Altrove è rimasto un guscio vuoto.  La partenza del corteo a Milano, dove i ragazzi mischiavano bandiere italiane e palestinesi senza nessuna apparente contraddizione, ha reso subito chiare le caratteristiche della piazza, con decine di giovani dal volto coperto e gli incidenti partiti appena la polizia è comparsa alla vista. L’unico slogan che ha risuonato dall’inizio alla fine è stato «siamo tutti antifascisti». A Bologna la convergenza dei gruppi politici antagonisti sulla piazza è stata invece più chiara, portando a un’evoluzione del corteo in più momenti. A Torino la cesura tra gruppi politicizzati e gli altri manifestanti è stata invece più netta. Le piazze francesi sono state determinanti per gli eventi di cui stiamo parlando. Non solo perché hanno fatto venire in mente a qualcuno l’idea di lanciare «Italia in Piazza», ma perché hanno reso pensabile e allettante nei pensieri di molti ragazzi e ragazze di scendere a manifestare con l’aspettativa di scontrarsi con le forze dell’ordine esattamente come stava accadendo in Francia. Non si tratta di manifestazioni nichiliste (anche se non possiamo elidere del tutto questo elemento), quanto piuttosto di un carnevale dove per qualche ora le gerarchie si rovesciano grazie allo spazio offerto da una manifestazione di massa. Ragazzi che vivono in quartieri marginalizzati conquistano il centro e svaligiano le vetrine che di solito possono solo guardare. Prendono la roba dai negozi, e rivendicano sventolando il tricolore di essere anche loro parte di questo paese che non li vuole.  Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista In termini generali non c’è niente di nuovo, ma è un fenomeno nuovo per l’Italia, dove non avevamo fino a oggi assistito a sommosse urbane guidate da giovani razzializzati o di seconda generazione. E di questa novità è bene essere consapevoli, perché non scomparirà dalla scena politica. È qui per restare.  Perché proprio Bologna, Milano e Torino? Io penso perché i giovani di seconda generazione e razzializzati sono figli soprattutto di settori di classe lavoratrice meglio integrati che altrove, e per i quali la differenza di prospettive rispetto ai ragazzi indigeni ha un peso ancora maggiore. Sono anche città dove l’insediamento di alcune comunità ha una storia più lunga, e comunità inserite ormai stabilmente in circuiti transeuropei e transmediterranei. Lo vediamo con la musica trap: nella stessa canzone sempre più spesso si mescolano lingue diverse, passando dall’italiano, all’arabo, al francese, o dal tedesco, al turco, all’olandese. Su questi giovani quello che accade altrove in Europa risuona più forte e arriva prima.  Ci sono i cosiddetti maranza ma non solo. In piazza abbiamo visto una disponibilità al conflitto anche da parte di giovanissimi che hanno vissuto la loro socializzazione politica negli ultimi anni, dove l’orizzonte della guerra si è fatto sempre più minaccioso, insieme alla crisi climatica e alla rabbia per aver assistito al genocidio in Palestina mentre i loro governi non muovevano un dito. Lo scontro, il carnevale della città in rivolta, la resistenza alla polizia che vuole sgomberare le strade che occupano, diventa lo spazio più concreto di costruzione di una possibile alternativa.  Per queste ragioni credo che le piazze come quelle di sabato e domenica scorsi si moltiplicheranno nei prossimi mesi, e che possano diventare una variabile di cui tenere sempre conto. Per ora abbiamo visto mobilitarsi poche migliaia di persone per poche ore. Chi le demonizza fa un esercizio non solo inutile, ma controproducente. Non ci sono servizi d’ordine o appelli alla nonviolenza che funzioneranno, perché c’è un pezzo di società che a oggi trova solo questo linguaggio per esprimere il proprio dissenso, perché con tutta probabilità è l’unico che ha a disposizione per farsi prendere sul serio: nessuno mette a rischio la propria incolumità e libertà senza un valido motivo, anche se sembra un gioco incosciente.  Credo però anche che rimarrà deluso chi andrà a cercare in quelle piazze il soggetto rivoluzionario da trasformare in avanguardia per guidarlo, quanto chi da oggi racconterà che l’insurrezione permanente è dietro l’angolo.  LEGGI ANCHE… GEN Z REALISMO RAPPER Gabriel Seroussi Sbaglia chi ha paura di quanto accade nelle piazze, chi pretende di governarlo. È invece necessario respirarci dentro, capirle senza farsi abbagliare. Si può fare inchiesta durante una sommossa o mentre un negozio viene svaligiato? Credo di sì.  L’insorgere anche in Italia di fenomeni ben visibili altrove in Europa era d’altronde solo questione di tempo, con una società bloccata e impoverita, dove l’emarginazione spaziale e razziale è sempre più netta. Non si capisce perché questi ragazzi dovrebbero essere più educati.  Ciò non significa cercare scorciatoie dove ci sono vicoli ciechi, sappiamo che servirà ancora un grande lavoro di creatività organizzativa per superare le forme della politica antagonista o istituzionale che conosciamo. Lo scontro senza progetto può diventare nichilismo e non conflitto. Il riconoscimento da parte delle piazze degli studenti francesi dei rappresentanti de La France Insoumise, e il non ritrarsi di questi di fronte al conflitto nelle piazze, è però un’immagine potente, rappresentata dal sindaco di Bally Bagayoko che difende gli studenti e viene circondato da giovani con il volto coperto da maschere di Spider Man, balaklava e kefiah.  Alcuni fenomeni sociali, politici e di piazza sono irriducibili a un addomesticamento, si possono spiegare razionalmente, ma nessuno può pretendere di rappresentarli o di farsene portavoce. Parlano da soli. O meglio urlano. Urla dense di significato. *Valerio Renzi, giornalista e attivista. Da anni scrive di destre radicali in Italia e in Europa. Il suo ultimo libro è Le radici profonde. La destra italiana e la questione culturale (Fandango Libri, 2025). Ha una newsletter: sedestra.substack.com.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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October 19, 2026
Jacobin Italia
Spazzatura, il lato invisibile della modernità
Simon Paré-Poupart inizia Spazzatura!, un libro di memorie sui suoi vent’anni di lavoro da netturbino, spiegando perché ha ricominciato a bestemmiare. Aveva promesso ad alcuni amici credenti che non lo avrebbe fatto più. Poi, un giorno, salta giù dal camion e trova diciotto sacchi di rifiuti sovraccarichi incastrati tra due auto parcheggiate male. Pieni di detriti edili e chiodi. Se si fosse fatto male trasportandoli, sarebbe stata colpa sua. Se avesse graffiato una delle due auto infilandosi nello spazio stretto, anche quella sarebbe stata colpa sua. Il proprietario di casa, intanto, osservava la scena da dietro le tende. «È allora – scrive Paré-Poupart – proprio allora, è più forte di te, e lanci un grido di rabbia». Bestemmiare è tutto ciò che ti resta. Il proprietario di casa si trasforma rapidamente nel «bravo borghese» proprietario di un acquario, mentre lo spazzino viene ridotto alla «alla bestia insignificante che pulisce i vetri». Nel giro di poche pagine, Paré-Poupart evoca Sisifo, Georges Bataille, Victor Hugo e René Descartes; descrive il liquame dei rifiuti come «l’acqua santa che ti battezza»; e spiega che «è bestemmiando che diventi davvero un netturbino». Paré-Poupart ha trascorso più di vent’anni a raccogliere rifiuti a Montreal e dintorni. Secondo le sue stime, ha trasportato quasi settantamila tonnellate di immondizia. Noi spazzini, scrive, «cancelliamo le macchie della società dei consumi». Il loro lavoro impedisce che l’intero edificio crolli. Rende possibile vivere alla maggior parte delle persone, rimanendo pressoché invisibile. L’illusione che vuole smantellare è semplice: «Niente scompare per magia». «Essere un netturbino è di per sé un atto di autolesionismo», scrive Paré-Poupart. Il ritmo di lavoro distrugge spalle, ginocchia, polsi e schiena. Il complimento più grande che un netturbino possa ricevere è semplice: «Sei una macchina». Ma se diventare come una macchina è la norma, si chiede Paré-Poupart, cosa viene esattamente richiesto al lavoratore? Se esiste il bisogno di lavorare a questo ritmo disumano non è forse un segno inequivocabile che stiamo annegando nei rifiuti? È una domanda a cui il libro torna continuamente. Nessuno sul camion della spazzatura ha deciso che i prodotti dovessero diventare più economici, più fragili e più difficili da riparare, o che i Comuni dovessero smaltire quantità sempre maggiori di rifiuti con un numero sempre minore di lavoratori. Chi si occupa della raccolta dei rifiuti eredita queste decisioni.  Il che porta Paré-Poupart fino ai cassonetti della raccolta differenziata. Ci ritorna con un’ossessione comica. Sono cassonetti troppo pesanti d’estate e ancora di più d’inverno. Si riempiono d’acqua piovana. Si congelano trasformandosi in cumuli di neve. Finiscono per far spargere la carta per strade intere. «I contenitori sono stati concepiti, selezionati e acquistati da persone che non hanno probabilmente mai lavorato come netturbini», scrive. «E non si sono nemmeno mai presi la briga di consultarne uno, ovviamente!».  L’inverno è il periodo in cui tutto precipita. L’autore invita a immaginare la raccolta differenziata trasformarsi in una disciplina olimpica: concorrenti che trascinano bidoni della spazzatura stracolmi sui cumuli di neve, si destreggiano tra le auto parcheggiate, lottano per staccare i contenitori congelati prima di correre di nuovo al camion per ricominciare tutto da capo. Gettare la spazzatura ha un proprio stile. I percorsi hanno un loro ritmo. Ti-Chris, il leggendario collega che, a detta di tutti, una volta gettò una lavatrice nel camion con una sola mano, è il tipo di figura singolare che sembra esistere in ogni luogo di lavoro. Gli addetti alla raccolta dei rifiuti si riconoscono dal modo in cui si muovono. Victor Hugo definì le fogne «la coscienza della città». Paré-Poupart sostiene che i rifiuti «dissipano i miraggi, pareggiano le condizioni, dicono tutto, almeno a chi li sa ascoltare». LA VISTA DAL RETRO DEL CAMION I netturbini hanno una loro gerarchia. L’immondizia è al primo posto, il riciclo viene subito dopo e il compost è all’ultimo. Per chiunque non sia del settore, questa gerarchia sembra capovolta. Il riciclo è più pulito. Il compost è più ecologico. L’immondizia è semplicemente immondizia. Ma la raccolta dei rifiuti indifferenziati lascia la massima libertà di organizzare il percorso in autonomia. I camion si riempiono rapidamente. Il ritmo raramente si interrompe. Gli operatori esperti improvvisano. La raccolta del compost, al contrario, «può diventare un cazzo di orrore burocratico!». «Più gli operatori si sentono liberi di gestire il proprio lavoro», scrive Paré-Poupart, «meno si sentono controllati». I cassonetti per la raccolta differenziata sono stati progettati da persone che non li hanno mai trasportati. I percorsi sono stati organizzati da persone che non li hanno mai percorsi. I supervisori spiegano il lavoro a persone che lo svolgono da decenni. In ogni pagina di questo libro, qualcuno che non è mai salito sul retro di un camion sta riorganizzando la vita di chi lo fa. In un’azienda privata di smaltimento rifiuti, Paré-Poupart e i suoi colleghi tentano di organizzare un sindacato. Vogliono salari più alti e che la dirigenza tenga conto del loro «punto di vista e delle loro competenze». Invece si ritrovano con telecamere installate nelle cabine dei camion, consulenti e capi che considerano l’esperienza un ostacolo anziché una risorsa. «Se non siete contenti, ragazzi, andatevene», dice loro un manager. «Tanto gente senza titolo di studio pagata venti dollari l’ora ne trovo quanta ne voglio».  Il presupposto che la raccolta dei rifiuti sia semplicemente ciò che fanno le persone senza alternative emerge in tutto il libro. Paré-Poupart ha lavorato part-time mentre conseguiva la laurea e poi il master, alternando turni alla guida di un camion a giornate trascorse in aula e in biblioteca. Ciononostante, continua a gettare la spazzatura. Quando un cittadino fastidioso gli dice «potevi studiare» invece di fare questo lavoro, Paré-Poupart risponde di avere già un master. Ma l’uomo non gli crede. «Il riciclo è magia – scrive Paré-Poupart – o meglio, un gioco di prestigio». L’operatore ecologico fa sparire bottiglie, cartone e plastica – «tadaaa!» – e tutti gli altri hanno la sensazione che il problema sia stato risolto. Il suo obiettivo critico non è tanto il riciclo in sé, quanto la narrazione intorno a esso. La riduzione, sostiene, viene invece trattata con superficialità, perché produrre meno rifiuti genera ben pochi profitti. Il riutilizzo lo stesso. Il riciclo invece lascia intatto lo stesso sistema, promettendo al contempo responsabilità ambientale A questo punto, il bidone ecologico non è più un simbolo di virtù ambientale. È solo un altro ingombrante dispositivo progettato da qualcuno che non ha mai dovuto trascinarlo tra le auto parcheggiate. Il percorso di Simon poi lascia Montreal. Lo fa attraverso un capitolo in cui Paré-Poupart segue il flusso del riciclo dal Quebec al Vietnam, basandosi sulla ricerca dell’antropologa Mikaëla Le Meur nel villaggio del riciclo di Minh Khai. Sacchetti del latte e contenitori dello yogurt diventano balle di plastica scaricate a Minh Khai, in Vietnam, dove le donne trascorrono dieci ore al giorno ad aprire, lavare, smistare e separare i rifiuti spediti da paesi più ricchi. Paré-Poupart cita il racconto di Le Meur  riguardo a un’operaia che chiede se lavori come il suo esistano in Francia. Alla risposta che in effetti non esistono, lei risponde semplicemente: «Allora portatemi con voi in Francia». Altrove scrive che ciò che distingue i paesi ricchi da quelli poveri non è il fatto che uno produca rifiuti e l’altro no. Entrambi li producono. La differenza sta nel fatto che uno gode del «privilegio di sbarazzarsi dei propri rifiuti», mentre l’altro li eredita. DOVE FINISCE LA SPAZZATURA Rispetto alla produzione, al processo lavorativo, o alla logistica, il tema dei rifiuti ha occupato un posto relativamente modesto nella letteratura politico-economica. Eppure esiste un importante corpus di studi sull’argomento. Picking Up di Robin Nagle, un’etnografia degli operatori ecologici di New York, rimane uno dei migliori resoconti del lavoro che mantiene in vita una città, dimostrando che la raccolta dei rifiuti merita di essere compresa come un lavoro qualificato e indispensabile. Giants of Garbage di Harold Crooks ha ricostruito come l’assenza di un controllo pubblico democratico sulla raccolta dei rifiuti abbia permesso alla criminalità organizzata di dominare il settore in modo straordinario. Studiosi come Zsuzsa Gille, Martin O’Brien e Josh Lepawsky hanno tutti trattato i rifiuti come un problema di economia politica piuttosto che di igiene urbana. Spazzatura! è un gradito contributo a questa tradizione. Verso la fine del libro, Paré-Poupart cita brevemente l’osservazione di Zygmunt Bauman secondo cui le società moderne producono «rifiuti umani» oltre a rifiuti materiali. È una conclusione appropriata per un’opera autobiografica che ha dedicato le sue pagine a mostrare con quanta facilità anche i lavoratori addetti alla gestione dei rifiuti scompaiano dalla vista delle altre persone. La società dei consumi si basa sul rendere certe persone usa e getta, al pari degli oggetti che vengono pagate per spostare. All’inizio del libro, Paré-Poupart afferma di voler dimostrare che nessun lavoro è inferiore a un altro. Alla fine della lettura, è difficile dubitarne. Mostrando cosa richieda realmente la raccolta dei rifiuti – abilità, discernimento e know-how accumulato – rivela anche quanto della società moderna diventi visibile dal retro di un camion della spazzatura. Ciò che rimane impresso nella mente del lettore, tuttavia, sono i piccoli dettagli dei percorsi stessi: sacchi della spazzatura incastrati tra le auto parcheggiate, bidoni per la raccolta differenziata congelati nella neve, cabine di camion dotate di telecamere, sacchi di latte in arrivo in Vietnam. Insieme, questi dettagli rivelano una società che appare ben diversa vista dal cassone di un camion della spazzatura rispetto a come appare vista dal marciapiede. *Alex N. Press è un giornalista di Jacobin, si occupa di organizzazione sindacale. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Spazzatura, il lato invisibile della modernità proviene da Jacobin Italia.
October 17, 2026
Jacobin Italia
Dove cresce il sindacato in Italia
Nonostante i periodici de profundis cantati per il sindacato dalla stampa e dalla destra italiane, c’è nel nostro paese un settore in cui i sindacati sembrano godere di buona salute. Stiamo parlando del settore pubblico, che impiega nel nostro paese 3,4 milioni di lavoratori – circa un quinto del totale dei lavoratori dipendenti.  È questo l’unico settore per cui sia disponibile un dato certificato sulla rappresentatività delle diverse sigle sindacali – sia per quanto riguarda il numero degli iscritti che per le rappresentanze sindacali. Grazie ai periodici accertamenti Aran sulla rappresentatività, sappiamo così che il tasso di sindacalizzazione nel pubblico si attestava nel 2025 al 51%, con un significativo aumento rispetto al 47% registrato nel 2012 . Un dato notevole, in un paese in cui il tasso di sindacalizzazione generale viene stimato fra il 30% e il 25%. Non solo: nello stesso arco cronologico la partecipazione dei lavoratori pubblici alle elezioni dei rappresentanti sindacali è rimasta sostanzialmente stabile (dal 67% al 66%) – un dato significativamente superiore all’affluenza alle elezioni più partecipate, quelle politiche. Insomma, nel settore pubblico i sindacati non solo sarebbero più forti di 15 anni fa, ma starebbero anche riuscendo a evitare l’avanzata dell’astensionismo ormai endemica in ogni democrazia europea.  UN SETTORE CHE CAMBIA Avvicinando lo sguardo al settore del pubblico impiego ci si rende conto di quanto, nell’arco di poco più di un decennio, esso sia strutturalmente cambiato. La politiche di austerità seguite alla crisi finanziaria del 2008 hanno provocato un crollo di ben 119 mila lavoratori pubblici fra il 2009 e il 2013, una contrazione recuperata solo parzialmente nel decennio successivo. Ancora oggi, i lavoratori del pubblico in Italia sono decine di migliaia in meno rispetto al periodo pre-austerità. Guardando il dato disaggregato per singolo comparto, si può vedere come questa evoluzione sia avvenuta in modo piuttosto disomogeneo. Rispetto al 2009, i dipendenti delle «funzioni centrali» (ministeriali) sono crollati del 23%, mentre quelli degli enti locali del 20,5%. Al tempo stesso, a fronte di una leggera crescita del settore della sanità (+1,5%), il settore della conoscenza (scuola e università) è calato del 2,4%. Nel contesto di questi vorticosi cambiamenti (e del notevole turn over degli ultimi anni), il sindacato nel settore pubblico si è rafforzato. Come detto, il tasso di sindacalizzazione è aumentato superando la metà del totale della forza lavoro. Nel solo triennio 2021-2024, gli iscritti ai sindacati nel pubblico sono aumentati in termini assoluti di ben 119 mila lavoratori. Anche in questo caso, però, l’analisi per comparto rivela una situazione articolata. Nel settore più colpito dai tagli, le funzioni centrali, il tasso di sindacalizzazione è sceso dal 49,6% del 2012 al 42,5% del 2025. Negli enti locali gli iscritti sono ulteriormente calati al 28,8%, in un comparto in cui il tasso di sindacalizzazione è tradizionalmente basso a causa della sua struttura molto frammentata. A trainare la crescita della sindacalizzazione nel pubblico sono stati quindi i due settori in cui nell’ultimo quindicennio i tagli hanno colpito meno dal punto di vista occupazionale: nel settore scuola-università il tasso di sindacalizzazione è infatti balzato dal 51,3% al 57,3%, mentre in quello della sanità dal 51,5% al 57,8%. LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia CHI CRESCE (E CHI NO) I dati Aran ci permettono di andare più a fondo rispetto a questo dato, verificando quali sigle sindacali siano state maggiormente premiate dalla crescita del tasso di sindacalizzazione.  In tutti i settori del pubblico, i tre sindacati confederali rimangono di gran lunga i più rappresentativi. Nel 2025, gli iscritti a Cgil, Cisl e Uil erano il 62,9% del totale dei lavoratori sindacalizzati del pubblico – ovvero il 30,1% dei lavoratori del settore. Questo dato cela però un indebolimento dei confederali se paragonato a quello del 2012, quando i confederali rappresentavano il 68,8% del totale dei sindacalizzati. Nonostante tutte e tre le sigle confederali abbiano oggi più iscritti in termini assoluti che 15 anni fa, in termini relativi sia la Cisl (dal 27,6% al 24,1%) che la Cgil (dal 26% al 21,4%) hanno perso peso sul totale degli iscritti, mentre la Uil l’ha leggermente aumentato (dal 15,1% al 17,3%). I confederali hanno lievemente risalito la china negli ultimi anni: fra il 2021 e il 2024, delle 119 mila nuove iscrizioni ai sindacati 79 mila sono state raccolte da Cgil-Cisl-Uil. Se nelle funzioni locali i confederali si confermano di gran lunga maggioritari (82%, in leggera crescita rispetto al 2012), in tutti gli altri comparti il loro peso è significativamente calato: -5% nelle funzioni centrali e nella conoscenza, -7,2% nella sanità.  Del calo relativo dei confederali non sono riusciti ad approfittare i sindacati conflittuali. Questi rimangono largamente residuali in tutti i comparti del pubblico tranne che nel settore scuola-università, dove la loro presenza negli ultimi anni si è rafforzata pur rimanendo marginale in termini prettamente numerici. Le due principali sigle di base del settore dell’istruzione (Cobas Scuola e Usb PI) rappresentavano nel 2025 circa 13 mila lavoratori, ovvero l’1,6% del totale dei sindacalizzati: «L’attuale panorama sindacale nel pubblico impiego – spiega Cristiano Fiorentini dell’esecutivo nazionale Usb PI – è il frutto di anni di riflusso sul piano politico e sindacale che hanno portato lavoratrici e lavoratori a far propria una concezione individualista che punta al miglioramento della propria condizione. In un contesto simile il lavoro del sindacalismo di base è decisamente “controvento”». In termini di iscrizioni sono stati invece i sindacati corporativi e autonomi ad aumentare il proprio peso. A spiccare, in particolare, è la crescita dei sindacati corporativi, cioè di quelle sigle che si limitano a rappresentare una specifica parte del proprio comparto – una singola corporazione, appunto: i soli professori nella scuola, i soli infermieri nella sanità e così via. Nel settore della conoscenza le maggiori sigle corporative del personale docente (Gilda e Anief) rappresentano ormai quasi un quinto dei sindacalizzati (18,2%), mentre nel 2012 si limitavano a poco più di un decimo. Similarmente, nella sanità i due maggiori sindacati degli infermieri (Nursind e Nursing Up) pesavano all’ultima rilevazione il 18,4% del totale degli iscritti del comparto mentre nel 2012 si fermavano al 10,8%.  Sulle ragioni della crescita dei sindacati corporativi le opinioni divergono. «La rappresentanza dei confederali – spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind – è risultata insufficiente perché, nonostante crescessero responsabilità e obblighi di formazione in capo agli infermieri, questi continuavano a ricevere un trattamento uguale a quello riservato a professioni che non avevano conosciuto lo stesso sviluppo». Di altro avviso, invece, Federico Bozzanca, segretario generale FP Cgil: «A fronte dell’indebolimento della sanità, noi riscontriamo una corsa alla difesa di interessi specifici che vengono spesso letti in contrapposizione a quelli che sono invece gli interessi generali del sistema». Per approfondire … Il sindacato siamo noi Acquista il numero della rivista LA TENUTA DELLA DEMOCRAZIA SINDACALE Il tasso di sindacalizzazione è salito ma la partecipazione al momento per eccellenza della democrazia sindacale – le elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) – è rimasta sostanzialmente invariata. Fin dal 1998 in tutti i luoghi di lavoro del comparto pubblico le Rsu sono obbligatorie e devono essere rinnovate ogni tre anni. In questo contesto, se nel 2012 andarono a votare circa il 67,2% degli aventi diritto, nel 2025 l’affluenza era di poco scesa al 66,3%. Nello stesso periodo, per avere un dato comparativo, la partecipazione alle elezioni politiche è passata dal 75% (2013) al 63% (2022).  Anche in questo caso siamo di fronte a un quadro articolato per singolo settore: la partecipazione è aumentata solo nella sanità (+3,5%) mentre è diminuita nelle funzioni locali (-0,5%), nelle funzioni centrali (-3,6%) e nella scuola-università (-4,2%). Al di là dell’articolazione per settore, rimane però il dato di un’alta partecipazione alle elezioni delle rappresentanze sindacali: «Le Rsu – spiega Federico Bozzanca della FP Cgil – sono i principali attori della contrattazione nei posti di lavoro, dove legano il momento della partecipazione democratica a quell’azione negoziale che rappresenta la possibilità di beneficiare di un miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro». L’alto dato dell’affluenza rappresenterebbe quindi un riconoscimento da parte dei lavoratori del ruolo concreto delle rappresentanze chiamate a discutere degli accordi integrativi che condizionano il loro salario e le loro condizioni lavorative. Se negli ultimi decenni la democrazia politica è stata indebolita dallo svuotamento di potere reale delle istituzioni rappresentative, la democrazia sindacale terrebbe quindi anche perché i rappresentanti eletti continuano a esercitare un potere tangibile dal punto di vista negoziale. Così come nel numero degli iscritti, anche nel voto delle Rsu gli ultimi quindici anni hanno visto alcuni sostanziali cambiamenti. Nel 2025, i tre sindacati confederali hanno ottenuto il 70,7% del totale dei voti espressi, segnando un calo del 4% rispetto al 2012. Il peso di Cgil, Cisl e Uil varia però per comparto, oscillando fra l’85,9% delle funzioni locali e il 62,9% delle funzioni centrali. Così come nel tesseramento, anche a livello elettorale l’unico sindacato confederale a essersi rafforzato nel lasso di tempo analizzato è stata la Uil (+2%), mentre sono calati sia la Cisl (-1,5%) che la Cgil (-3,5%). È interessante notare come i confederali siano significativamente più forti nelle elezioni delle Rsu (70,7% dei voti totali) rispetto al loro peso in termini di sindacalizzazione (62,9% degli iscritti totali). Si tratta di un dato comune a tutti i comparti del pubblico che solo in parte può essere spiegato dal vantaggio competitivo del radicamento più diffuso dei confederali. In particolare è la Cgil a mostrare di più questa asimmetria fra voti e iscrizioni, con un dato eclatante nel settore scuola-università, dove a fronte di un 20% del totale dei sindacalizzati il sindacato rosso ottiene il 27,6% del totale dei voti: «È il segno di un sindacato generale, che non chiede appartenenza per offrire rappresentanza – spiega Gianna Fracassi, segretaria generale di Flc Cgil – Nel nostro comparto il voto Rsu è la scelta di un indirizzo: sulla stabilizzazione dei precari, sul rinnovo contrattuale, sulla difesa della scuola, dell’università e della ricerca pubblica. Su quell’indirizzo raccogliamo un consenso che va molto oltre il perimetro dei nostri iscritti». OGGI NEL PUBBLICO, DOMANI NEL PRIVATO? Le specificità dell’impiego pubblico spiegano in parte la tenuta del sindacato in questo ambito. La maggiore sicurezza dei lavoratori pubblici li rende meno ricattabili a ritorsioni in caso di azione sindacale – o anche solo di sindacalizzazione. Al tempo stesso il sistema di rappresentanza basata su Rsu obbligatorie contribuisce a dare forza ai sindacati – avvicinando il sistema italiano a quello ad alta istituzionalizzazione di altri paesi europei come Austria e Germania. Sembra in particolare questa forma ibrida di istituzionalizzazione sindacale la peculiarità che più può spiegare la divergenza dei sindacati pubblici italiani rispetto a quelli declinanti degli altri paesi occidentali. Se è infatti vero che ovunque il sindacato è più forte nel pubblico che nel privato, il caso italiano rimane peculiare nel suo costante aumento del tasso di sindacalizzazione. Come abbiamo visto, questo rafforzamento varia da comparto a comparto. Se da una parte esso sembra derivare dall’effettiva capacità di azione negoziale dei sindacati sui luoghi di lavoro – che rende la democrazia sindacale una democrazia «utile» agli occhi dei lavoratori –, un ruolo certo non secondario l’ha giocato l’obbligatorietà delle rappresentanze sindacali in ogni luogo di lavoro pubblico. In questo senso, grande attenzione dovrebbe essere riservata al probabile accordo sulla rappresentanza che sindacati confederali e associazioni datoriali stanno negoziando in questi mesi (pur con tutte le problematicità legate agli aspetti solo apparentemente «secondari» della trattativa). Perché se la creazione di un ecosistema favorevole alla democrazia sindacale ha aiutato il sindacato a crescere nel pubblico, lo stesso potrebbe avvenire nel settore privato. *Stefano Poggi è assegnista di ricerca presso l’Università di Padova, dove si occupa degli effetti sociali e ambientali delle privatizzazioni ottocentesche dei beni comuni. Oltre ai sindacalisti menzionati, l’autore ringrazia Stefano Bagnara. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Dove cresce il sindacato in Italia proviene da Jacobin Italia.
October 16, 2026
Jacobin Italia
Crisi climatica, le parole per dirla
C’è un passaggio sottile, ma percettibile, tra trovare le parole per parlare della crisi ecoclimatica e perderle. Perché, dopo aver nominato il problema, averlo sviscerato attraverso i dati scientifici e le esperienze dirette, averne individuato le cause strutturali e tracciato prospettive e politiche concrete per affrontarlo, non ci sono parole da aggiungere, ci sono azioni da fare. E se chi doveva assumersi la responsabilità di quelle azioni non l’ha fatto, trascinando consapevolmente e colpevolmente l’umanità in un disastro incommensurabile, non c’è da stupirsi se in tanti abbiamo perso le parole. Mentre si susseguono record e disastri climatici uno dietro l’altro, con un’accelerata che non avremmo potuto prevedere solo qualche anno fa, sentiamo di aver poco da dire, oltre al solito «Ve l’avevamo detto», «non è maltempo è crisi climatica», «estate più calda di sempre, ma la più fresca dei prossimi decenni», «e c’è chi ancora nega il cambiamento climatico».  Ma queste parole non ci bastano, forse addirittura ci fanno male, perché sembrano segnare la sconfitta di un ciclo di lotte. Volevamo cambiare il mondo – system change not climate change era lo slogan che animava gli scioperi climatici tra il 2018 e 2019 – ma il mondo, o meglio chi detiene il potere di plasmarlo, ci ha superato e forse anche spaesato, trascinandoci nel vortice della guerra e rendendoci spettatori allibiti della realtà. Non sono mancate lotte coraggiose e convergenze imprescindibili, come quelle con le lotte del mondo del lavoro o con la Palestina, eppure il movimento climatico nel suo complesso e nella sua dimensione di massa ha fatto fatica a ritrovare la bussola. Proporre di riaprire il dibattito significa non solo riconoscere la centralità del cambiamento climatico e del degrado ecologico – nel senso che, a prescindere dall’importanza che li si voglia dare, questa è già oggi una delle principali minacce alla nostra vita – ma anche costruire parole e pratiche che sappiano fare tesoro dei successi e fallimenti di questi anni, ragionare sui punti ciechi del movimento climatico e tracciare delle proposte radicalmente alternative al modello esistente, ovvero impossibili da cooptare per il capitale e usare come arma per dividere la società. Il climate strike del prossimo 16 ottobre e l’Assemblea nazionale ecosociale che si terrà il 17 a Firenze segnano due appuntamenti non rituali, che nascono dall’urgenza di tornare in piazza, dopo un’estate che ha fatto 35mila vittime per il caldo estremo, e dalla necessità di dare una spinta propulsiva per (ri)aprire uno spazio capace di far tesoro del metodo della convergenza delle lotte come unica risposta all’altezza di una fase storica segnata da un attacco frontale alla vita in tutte le sue manifestazioni.  Tuttavia, alcune questioni sono centrali per far progredire il movimento climatico a un nuovo livello di consapevolezza, per renderlo popolare e incisivo, attraverso un salto di qualità a cui questo spazio di dibattito che apriamo oggi su Jacobin Italia spera di poter contribuire. LEGGI ANCHE… L’OCCIDENTE FOSSILE Andreas Malm - Paola Imperatore DALLE COP AI RAPPORTI DI FORZA NELLA SOCIETÀ La prima: il movimento climatico nasce e si definisce dentro una dialettica molto chiara tra le giovani generazioni, il cui futuro viene minacciato dal riscaldamento globale, e la governance climatica internazionale, ovvero le Conferenze internazionali sul clima dell’Onu (le Cop) a cui partecipano i vari governi statali. La richiesta è di rispettare gli impegni presi per contrastare l’aumento della temperatura globale, da cui a catena dipendono tutte le altre condizioni che rendono vivibile il pianeta.  Per tutta risposta, le Cop si blindano, spalancano le porte ai lobbisti del fossile e le chiudono alla società civile, mancando sistematicamente ogni impegno preso. Questa dialettica diventa difficile da immaginare oggi, tanto più che l’intera architettura istituzionale internazionale ha perso ogni credibilità e autorevolezza davanti al genocidio perpetrato contro la popolazione palestinese, rivelandosi un’impalcatura vuota che conta «fino a un certo punto».  Dentro questa crisi delle istituzioni democratiche e dello stato di diritto, cosa conta allora? I rapporti di forza. La prima sfida della lotta climatica oggi è esercitare la sua riflessione a partire da questa consapevolezza e dalla costruzione di rapporti di forza, che significa non solo piazze piene ma anche progetti radicati nei territori, organizzazione stabile e duratura attraverso proprie «istituzioni» comunitarie, forme di autonomia che diano concretezza alle alternative, rafforzando al contempo la credibilità delle nostre proposte. Unire insomma all’azione simbolica di denuncia la costruzione di una soggettività collettiva con radici ben salde nei territori, capace di accumulare una tale forza da rendere imprescindibile per le istituzioni ascoltare la società.  L’ECOSOCIALISMO Il secondo punto chiave riguarda la capacità di tenere il focus sul modo di produzione capitalistico della merce e in particolare dell’energia. Le frizioni intorno alla costruzione di impianti di energie rinnovabili ha creato una frattura fossile/rinnovabile all’interno del composito movimento ambientalista, fatto di lotte territoriali, gruppi ecologisti, organizzazioni di tutela del paesaggio, organizzazioni climatiche. Frizioni che hanno diviso la società e favorito le manovre del capitale.  Dobbiamo riconoscere che ad oggi non c’è nessuna transizione energetica ma solo un veloce processo di addizione energetica, con lo stesso capitale fossile che sta investendo nel campo delle rinnovabili diversificando il suo portfolio di investimenti, e allo stesso tempo che presunti progetti di transizione portati avanti senza o contro il territorio non sono progetti che incarnano i principi della giustizia climatica. Se rimuoviamo dal discorso climatico la questione ecologica in senso più ampio, il legame – materiale ed emotivo – della comunità dalla terra che abita e la partecipazione democratica, scivoliamo in un riduzionismo climatico che sa parlare di emissioni ma non riesce a guardare alle radicate relazioni socio-ambientali. Che si tratti di fossili, rinnovabili o nucleare, laddove si reitera uno specifico modo di produzione capitalista dell’energia si riproducono anche le sue contraddizioni e violenze. Dall’altro lato, per i territori non c’è possibilità di difesa delle proprie condizioni di vita se non si prende sul serio il riscaldamento climatico e la fuoriuscita dal fossile. Si può salvare un terreno agricolo da una distesa di pannelli solari voluta da una compagnia energetica olandese o israeliana ma vedere il proprio raccolto ripetutamente devastato da ondate di calore, siccità, grandinate. Si può salvare il proprio paesaggio, ma vedere intere terre sommerse, vite devastate, paesaggi cancellati dall’altra parte del mondo – come successo in Nepal – o a pochi chilometri da casa nostra. E l’ecologismo, essendo un progetto di difesa della vita per tutte e tutti, non può ignorare quello che succede fuori dalla propria porta di casa. La nostra lotta allora non deve articolarsi intorno alla frattura fossile/rinnovabile ma intorno ad altre domande chiave: quanta energia stiamo producendo e per cosa? Come la produciamo? Chi lo decide? Chi ne beneficia? Chi ne paga i costi socio-ambientali?  Queste sono le domande che orientano un progetto ecosocialista. Non si tratta di produrre una merce green – che sia energia, cibo, auto o altro – mantenendo invariati i rapporti di sfruttamento esistenti, ma costruire nuove relazioni socio-ambientali da cui possano provenire nuove forme, pratiche e strategie di produzione e riproduzione incentrate sulla giustizia climatica. LEGGI ANCHE… AMBIENTE NON È COLPA VOSTRA Redazione Jacobin Italia LA SCIENZA NON BASTA La terza questione chiave riguarda il rapporto tra i sistemi di conoscenza e l’apporto che questi possono dare per far sedimentare una coscienza climatica. I dati scientifici sul cambiamento climatico, le sue accelerazioni, la sua natura antropica e gli scenari futuri sono largamente condivisi dalla comunità scientifica. Non mancano i numeri, i divulgatori, i corsi universitari sul tema. Eppure, proprio oggi che più che mai abbiamo accesso alle informazioni, dilagano scetticismo e negazionismo, fatalismo e indifferenza.  La costruzione di false emergenze e la negazione di quelle reali è un tratto caratteristico del nostro tempo, eppure in tanti tra attivisti, giornalisti, esperti, ci chiediamo come comunicare meglio il cambiamento climatico. Forse, però, il punto cruciale non riguarda tanto o solo la buona divulgazione di dati scientifici, ma la profonda alienazione della società moderna dalla natura da cui la vita dipende.  Marco Armiero quando racconta la vicenda del Vajont parla di come i saperi esperti abbiano ignorato e tacciato come antiscientifiche le preoccupazioni che provenivano da allevatori e abitanti. Questi ultimi si erano accorti che, durante la costruzione della diga, erano comparse delle crepe nelle pareti delle case, e che gli animali si comportavano nervosamente e si allontanavano dal pascolo. Ma la loro parola non ebbe alcun valore di fronte a report ufficiali e sismografi, e quando la frana precipitò nel bacino del Vajont a morire furono proprio quegli abitanti, allevatori e contadini rimasti inascoltati. Riconoscere che l’esperienza diretta e la conoscenza acquisita dal rapporto quotidiano col territorio siano importanti non significa in alcun modo abbandonare l’uso dell’argomentazione scientifica sul cambiamento climatico, ma creare un’ecologia in cui tutti i saperi possano apportare ricchezza alla lotta e in cui tanto l’esperto quanto il comune cittadino si sentano in diritto di prendere parola sul mondo che abitiamo e su quello che vorremmo costruire.  La sfida è duplice: mettere la scienza a servizio della giustizia climatica e, al contempo, rafforzare una cultura ecologica intesa come insieme di visioni e valori che riconoscano l’interdipendenza tra società e natura, anziché riprodurre l’alienante visione della società come separata dalla natura, e in grado persino di dominarla attraverso la tecnica e il sapere scientifico. La prima condizione per difendere la terra che abitiamo è conoscerla e sentirsene parte, e una società alienata dalla natura – ovvero dal luogo dove viviamo, lavoriamo, mangiamo, passeggiamo – non può difendersi. ECOLOGIA COME LIBERAZIONE NON COME PRIVAZIONE Infine, un ultimo punto che ci interroga riguarda l’immaginario. La proposta di transizione ecologica del movimento climatico è stata sussunta, rimasticata e ridata in pasto all’opinione pubblica in una forma lontana da quella che le piazze invocavano. Misure antipopolari hanno catalizzato l’odio o l’insofferenza di molti verso le politiche climatiche, con un malcontento cavalcato dalle destre per attaccare l’ecologismo, presentato come fenomeno da salotto. In questo contesto, la risposta del sistema – perché parlare oggi di destre significa parlare di sistema, data la loro salda posizione in quasi tutti i posti di comando – è stata quella di negare l’urgenza del problema e costruire paura attorno alle politiche ambientali. Oggi sembra normale abbattere interi parchi per costruire supermercati o basi militari, mentre appare utopistico introdurre un congedo climatico che protegga lavoratori e lavoratrici in caso di allerta metereologica; sembra possibile investire miliardi nel riarmo ma non un euro per abbattere i costi dei mezzi pubblici; risulta plausibile investire denaro pubblico per un ecobonus che ha rafforzato la distinzione tra case di serie A (con pannelli solari di ultima generazione, bollette più basse e infissi moderni) e case di serie B (nei quartieri popolari soffocati dal cemento dove si spera che non crolli il tetto alla prima pioggia), ma non per un piano di edilizia pubblico, degno e sostenibile. Questo significa che pur avendo una risposta ai problemi concreti della gente, non siamo riusciti a costruire nella società un immaginario desiderabile e credibile, fatta eccezione per pochi preziosi esempi come quello della riconversione ecologica portata avanti dal Collettivo di Fabbrica Gkn. L’ecologia e le proposte contro la crisi climatica sono ancora vissute dai più come un progetto di sottrazione e privazione: non fare più questo, non fare più quello, non andare a lavoro in macchina, non comprare al supermercato, evita le cose confezionate nella plastica. Ma l’ecologia, come ci ricorda Fatima Ouassak, è un progetto di liberazione: dal ricatto lavorativo, dalla violenza ambientale, da confini e istituzioni totali. Ma anche liberazione del tempo libero e della possibilità di stare insieme. L’ecologismo che pratichiamo oggi è imperfetto e contradditorio, e non potrebbe essere diversamente date le condizioni in cui ci troviamo. Non è la perfezione dell’ecologismo che dobbiamo ricercare in noi o negli altri, quanto la possibilità di rendere il progetto ecoclimatico alla portata di tutti e tutte. Occorre allora far tesoro delle battaglie passate e presenti, guardare al futuro con le domande giuste da affrontare collettivamente e avere una bussola che ci orienti nel buio del nostro tempo.  *Paola Imperatore è ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Politiche di Pisa.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Crisi climatica, le parole per dirla proviene da Jacobin Italia.
October 15, 2026
Jacobin Italia
In ricordo di Peter D. Thomas
È con immensa tristezza e dolore che annunciamo la scomparsa del nostro compagno, amico e membro di lunga data del comitato editoriale di Historical Materialism, Peter D. Thomas. Peter si è spento a causa di un attacco cardiaco l’11 ottobre 2026, poco dopo aver compiuto 53 anni. Con una formazione accademica in filosofia e letteratura acquisita durante gli studi in Australia, dove ha conseguito una laurea triennale e una magistrale presso l’Università del Queensland, si era trasferito in Europa nel 2000 per intraprendere un dottorato presso l’Università di Amsterdam, supervisionato da Marcel van der Linden e Michael R. Krätke. Dottorato conseguito nel 2008, nonostante i tentativi di alcuni membri di destra dell’università di ostacolarlo. Quella che era nata come una tesi che tentava una critica immanente delle rispettive interpretazioni di Gramsci da parte di Perry Anderson e di Louis Althusser – una tesi scritta in condizioni di finanziamento non sempre facili – si è trasformata forse nel contributo più originale agli studi su Gramsci del ventunesimo secolo. Unendo le intuizioni, filologiche ed esegetiche, della ricerca italiana su Gramsci successiva alla pubblicazione dell’edizione critica dei Quaderni di Valentino Gerratana, con una lettura non dogmatica e non settaria del marxismo rivoluzionario, Peter ha elaborato un’interpretazione di Gramsci altamente innovativa. Egli ha compreso Gramsci come un pensatore militante impegnato su questioni aperte della pratica rivoluzionaria, sia a livello politico che intellettuale, sottolineando sia la nozione di Stato integrale sia la radicale novità della filosofia della prassi. In contrasto con le letture tradizionali di Gramsci quale teorico dell’egemonia intesa come consenso, e al di là delle denunce del suo storicismo o riformismo, Peter è riuscito a portare alla luce tutta la ricchezza sperimentale del progetto di ricerca carceraria di Gramsci, dimostrando come affrontasse questioni di strategia rivoluzionaria.  Il volume The Gramscian Moment: Philosophy, Hegemony and Marxism ha messo in luce la sua capacità di coniugare la fedeltà filologica al testo con un più ampio coinvolgimento nella storia della teoria politica, mantenendo al contempo una costante attenzione alle questioni strategiche aperte associate alle tradizioni del marxismo rivoluzionario. Gli scritti di Peter su Gramsci, su Marx e sul marxismo non fanno che evidenziare ulteriormente il carattere creativo e perspicace del suo lavoro, in particolare la sua insistenza sul fatto che il concetto di egemonia si riferisse a una pratica politica subalterna sperimentale e pedagogica, volta all’emancipazione come trasformazione. I suoi contributi al Das Historisch-kritische Wörterbuch des Marxismus e al Dizionario gramsciano, i suoi articoli sulla questione dell’organizzazione, sul principe moderno, il suo originalissimo ritorno alla nozione di rivoluzione passiva, i suoi scritti sul subalterno, la subalternità e la traducibilità, e il suo libro del 2023 Radical Politics: On the Causes of Contemporary Emancipation, rappresentano tentativi eccellenti di utilizzare la sua lettura di Gramsci come strumento per affrontare la politica radicale contemporanea. Ma Peter era molto più di un semplice specialista di Gramsci: era uno dei teorici politici più originali della sua generazione, capace di coniugare una profonda conoscenza della storia delle teorie politiche con un’acuta consapevolezza di come queste potessero essere interpretate alla luce delle sfide contemporanee. La portata del suo lavoro era ampia e comprendeva non solo il marxismo, ma anche le più vaste tradizioni della filosofia e della teoria politica. Unendo brillantezza accademica con il rispetto e la comprensione della militanza politica e delle sue esigenze, comprese come il nuovo radicalismo anticapitalista degli inizi del ventunesimo secolo dovesse confrontarsi seriamente con la teoria. L’originalità e la creatività del suo pensiero sono evidenti nei suoi scritti su Althusser, sul calo del tasso di profitto, su Lenin e il dualismo di potere, nel libro scritto in collaborazione con Juha Koivisto sulla ricerca in comunicazione e media, ma anche nei volumi da lui curati su Althusser, le temporalità plurali e i Grundrisse di Marx come laboratorio. Al momento della sua prematura scomparsa, stava lavorando alle fasi finali di un progetto finanziato dal Leverhulme Trust, volto a esplorare i diversi contesti, condizioni e conseguenze della traduzione del concetto di egemonia nel pensiero filosofico, sociale e politico italiano e tedesco del XVIII e XIX secolo. Peter possedeva uno stile inconfondibile, evidente non solo nei suoi scritti ma anche nelle sue presentazioni ai convegni. Era complesso, dialettico e ricco di sfumature, capace di coniugare densità semantica e chiarezza esemplare, basandosi su solide basi filologiche ma al contempo in grado di stabilire connessioni originali. Durante le sue ricerche, ha trascorso del tempo in Italia, Germania, Finlandia e Paesi Bassi, incluso un periodo presso l’Accademia Jan van Eyck di Maastricht, che ha portato alla pubblicazione di un importante volume su Althusser, curato in collaborazione con altri autori. In ogni fase, si è impegnato seriamente con le tradizioni teoriche e politiche, ma anche con l’ambiente marxista in cui si trovava, stringendo legami duraturi. Quando è arrivato alla Brunel University nel 2010, dove è poi diventato professore e capo dipartimento, Peter si è lasciato alle spalle le precarie condizioni che avevano caratterizzato un periodo significativo delle sue prime ricerche, per poi trovarsi ad affrontare le pressioni di un sistema accademico britannico sempre più commercializzato. È stato un insegnante, supervisore e mentore straordinario, dotato di quella generosità che in tanti, dopo la sua scomparsa, riconoscono prontamente. Ci sono teorici che ricordiamo principalmente per le loro lezioni e i loro articoli, ma Peter viene ricordato anche per le discussioni che seguivano le lezioni e le presentazioni, per le intuizioni che condivideva, per gli scambi di email, per l’incoraggiamento e le critiche costruttive. Con il suo sottile senso dell’umorismo e la sua genuina attenzione a ciò che i suoi interlocutori avevano da dire, rendeva ogni conversazione un’esperienza davvero formativa. Peter era ovviamente molto più che un ricercatore. Entrò a far parte del comitato editoriale di Historical Materialism durante la preparazione della sua tesi di dottorato nei primi anni 2000 e svolse un ruolo molto importante sia nel funzionamento della rivista che nelle conferenze londinesi, diventando uno dei volti più riconoscibili di quella che sarebbe diventata la più importante rete internazionale di dibattito accademico sul marxismo. Ebbe anche un ruolo centrale nella collana di libri Historical Materialism , sollecitando manoscritti, aiutando gli autori a migliorare le loro opere e trasformandola in uno dei più importanti progetti editoriali marxisti del mondo anglofono. Per noi del comitato editoriale di Historical Materialism, era sia un compagno che un amico, non solo partecipe dei nostri incontri mensili e degli infiniti scambi di email e messaggi su riviste e conferenze, ma anche parte del team organizzativo e delle discussioni, dei racconti e delle risate che condividevamo al tradizionale pub Marlborough Arms dopo la fine di ogni conferenza londinese. Stiamo ancora cercando di capire perché la nostra stella più brillante si sia spenta così presto. Con Sara Farris e le loro due figlie, Mira e Nadia, di 12 e 7 anni, hanno creato una bellissima famiglia, e Peter è stato un compagno e un padre meraviglioso, amorevole e premuroso. La morte è giunta inaspettatamente, in un momento di massima creatività, mentre lavorava a nuovi progetti, ponendo fine prematuramente e ingiustamente a una carriera che aveva ancora tanto da offrire. Allo stesso tempo, il suo lavoro ha già avuto un impatto significativo e continuerà a essere studiato e dibattuto negli anni a venire. Per noi la perdita è immensa e il dolore profondo. Abbiamo perso il nostro compagno e già sentiamo la sua mancanza. Nelle settimane e nei mesi a venire onoreremo la sua memoria tornando al suo lavoro e invitando a condividere i suoi pensieri. Soprattutto, continueremo a lavorare nel modo in cui siamo certi che lui avrebbe voluto: con un’orgogliosa fede marxista, ma al di là di ogni dogmatismo, e insistendo ostinatamente sul fatto che una buona teoria e un dibattito accademico fraterno rimangono aspetti indispensabili di qualsiasi tentativo di realizzare una politica emancipatrice oggi. Ma in questo momento, i nostri pensieri e il nostro affetto sono rivolti a Sara, Mira e Nadia, e a tutta la famiglia di Peter. Per dare un’idea del contributo di Peter, i suoi articoli pubblicati su Historical Materialism sono accessibili gratuitamente (per un periodo di tempo limitato) cliccando sui link sottostanti: > Nuovi ordini: l’egemonia come metodo di lavoro politico, Historical > Materialism , 33.3 (2025) > > > > (Con Michael Krätke) Il contributo di Antonio Gramsci a un’economia critica, > Historical Materialism, 19.3 (2011) > > > > Catarsi, Historical Materialism, 17.3 (2009) > > > > (Con Giuseppe Tassone) Introduzione editoriale a Vittorio Morfino, Causa sui o > Wechselwirkung: Engels tra Spinoza e Hegel, Historical Materialism , 16.1 > (2008) > > > > Introduzione editoriale a Roberto Finelli, Astrazione contro contraddizione: > osservazioni su ‘La nuova dialettica’ di Chris Arthur e ‘Il capitale’ di Marx > , Historical Materialism , 15.2 (2007), 53–60 > > > > Storicismo assoluto, Historical Materialism, 15.1 (2007) > > > > Presentazione del programma di traduzione inglese del Das historisch-kritische > Wörterbuch des Marxismus, Historical Materialism , 13.1 (2005) > > > > (con Giuseppe Tassone), Introduzione editoriale a ‘Verso una critica della > categoria del totalitarismo ‘ di Domenico Losurdo, Historical Materialism , > 12.2 (2004) > > > > Strategie filosofiche: Althusser e Spinoza, Historical Materialism, 10.3 L'articolo In ricordo di Peter D. Thomas proviene da Jacobin Italia.
October 14, 2026
Jacobin Italia