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«L’arte deve aprire ferite»
Il festival di Cannes si è chiuso mostrando un’evidente rottura tra il desiderio del cinema, in particolare francese, di sporcarsi sartrianamente le mani nella puzza del presente e un palmarés sofisticato, di scrittura e forse un po’ scontato (in particolare il film del rumeno Mungiu, incentrato su una strana storia di emigrazione di una famiglia tradizionalista nella progressista Norvegia, e il Tedesco Fatherland dedicato all’indecisione di Thomas Mann nell’immediato dopoguerra tra le due Germanie). Il momento più alto di questo punto di tensione tra arte e politica è stato l’arrivo di Ken Loach, che ha assistito alla versione restaurata di Terra e Libertà – film che indaga sulla Guerra civile Spagnola, dove emersero drammaticamente le spaccature del fronte rivoluzionario e antifascista. Ed è questo Loach implicato, allo stesso tempo, nella storia e nel presente che ha risposto all’affermazione di Wim Wenders, che pretende che il cinema sia apolitico, affermando recisamente:«La cosa peggiore non è la violenza dei cattivi, ma il silenzio dei buoni». A ricordarci che, oltre alle presidenziali francesi del 2027 e all’incubo Le Pen & co. (presente come un fantasma sulla croisette, nelle conferenze stampa e in molti film sulla Seconda guerra mondiale), è la Palestina che ci obbliga a posizionarci rispetto alla storia che si biforca tra barbarie e possibilità di redenzione.  «Tutto quello che facciamo è politico. Il cinema deve essere politico. Se non è politico, diventa semplicemente industria culturale nel senso di Adorno e Horkheimer» è l’opinione netta di Susanna Nicchiarelli, regista romana, che non si limita a sposare la posizione di Loach (ma in questa conversazione dirà molto altro) ma ci fornisce delle piste di riflessione sul suo cinema – ma anche sulla potenza della rappresentazione e dello sguardo, nell’epoca delle piattaforme. Eravamo caduti vittime del fascino dell’immaginario allo stesso tempo ironico e sovreccitato di Susanna Nicchiarelli dopo aver visto un film-gioiello del 2009, Cosmonauta. Qui la sezione del Pci – animata dalla stessa Susanna nel ruolo di Marisa – anticipa felicemente, con i suoi scompensi ideologici tra velleitarismo e maschilismo, quella poi ridipinta da Nanni Moretti in Il sol dell’avvenire. La bambina «comunista» che negli anni Sessanta non voleva fare la comunione e voleva scrivere a Krusciov per mandare una compagna nello spazio aveva inesorabilmente suonato una corda di cui la nostra generazione, nata negli anni Settanta, aveva bisogno. Vergognatevi voi, dell’utopia concreta del comunismo che noi avevamo vissuto «in espansione», come cantavano gli Offlaga Disco Pax; noi ci ridiamo, e ci balliamo anche, come in un musicarello rosso di cui abbiamo un sacrosanto diritto. Nei prossimi giorni, Susanna è impegnata come direttirce artistica del festival «La Resistente- Festival della memoria e della Liberazione», che si svolge nel Museo storico romano di via Tasso; quest’anno il festival si rivolge precisamente ai bambini e agli adolescenti, che parteciparanno attivamente con autori, attori e registi di libri e film sulla resistenza. Tra questi, verrà proiettata anche la miniserie Fuochi d’artificio, diretta da Nicchiarelli, che racconta la storia di quattro bambini impegnati nella lotta partigiana nel 1944. In poco più di 15 anni, Nicchiarelli ha esplorato, con un ritmo dettato da progetti artistici covati e curati con passione e non secondo le esigenze commerciali, una narrazione cinematografica laterale e indomabile. In particolare, nella trilogia degli ultimi anni – da Nico, 1988, a Miss Marx fino a Chiara – i suoi film ruotano attorno a figure che occupano una posizione eccentrica rispetto alla cultura dominante: donne fuori posto, figure laterali, personaggi che il racconto ufficiale ha neutralizzato, normalizzato o svuotato del loro potenziale conflittuale. Dalla Nico cinquantenne ed eroinomane, disturbante e allo stesso anticipatrice della New Wave musicale, a Eleanor Marx, inesorabilmente schiacciata sul padre e sul marito, per arrivare al film più recente, Chiara (2022). LEGGI ANCHE… FEMMINISMO ADESSO TOCCA A ME VIVERE Rosa Fioravante Dall’arte, alla politica (femminista, femminile) alla religione? Non sarebbe sorprendente, perché Nicchiarelli ha una formazione da filosofa e storica delle religioni, e ha studiato tra Roma e Parigi. Ma il film su Chiara d’Assisi fa parte di un progetto più complesso, che quest’anno – l’ottavo centenario dalla morte di Francesco d’Assisi, occasione per moltissime iniziative – risuona in maniera particolare. Nicchiarelli si trovava di fronte a una tradizione cinematografica che poteva, sulla carta, schiacciarla o scoraggiarla: con la storia di Francesco e del suo movimento religioso si erano misurati Rossellini, Zeffirelli, la Cavani (e in parte, seppure in maniera allusiva, Pasolini).  Il film Chiara prende una strada completamente diversa, e non solo perché la protagonista è la nobile figlia di Odefruccio e Ortolana, che aderisce al movimento religioso iniziato da Francesco ad Assisi agli inizi del Duecento sulla base di una nuova parola d’ordine, che è l’adesione a una povertà radicale, intesa come rinuncia a tutti i beni e le ricchezze terrene e vicinanza agli emarginati della società, dai lebbrosi ai più poveri. Il racconto di Nicchiarelli non è però un biopic individuale; questa figura è innanzitutto una giovane che aderisce a un’esperienza collettiva, che vuole essere una delle sorore minori, che rimane fedele ai suoi ideali giovanili fino alla fine, resistendo ai continui tentativi dei vari papi, e in particolare di Gregorio IX, di imporre una regola di vita che le rinchiudesse in una rigida clausura. Chiara resisterà fino alla fine; la sua legenda – la vita ufficiale, legata alla sua santificazione – dice chiaramente che «si oppose» al papa: è un vocabolo fortissimo, per un racconto ecclesiastico. Solo dopo la sua morte, la clausura venne generalizzata al movimento delle clarisse. Una radicale colta e delicata, che fa venire in mente quella riscrittura di Lenin che Franco Fortini fece pensando ai movimenti degli anni Sessanta e Settanta: «se è vero che l’estremismo è la malattia infantile del comunismo, è anche vero che nessuna vecchiaia è peggiore di quella che ha perduto anche il ricordo, ed il rimorso, dell’infanzia e dell’adolescenza». Anche quando Francesco – capo carismatico, che a un certo rifiuta di guidare il suo movimento perché lo riconosce sempre meno – muore prematuramente nel 1226, e si mette in moto la macchina complessa e normalizzatrice della beatificazione, il braccio di ferro con il papa resta fortissimo. In una scena bellissima, tra le tante, Gregorio IX-Luigi Lo Cascio mangia voracemente di fronte a Chiara che rimane digiuna; entrambi rimangono sulle proprie posizioni, ma Chiara sta vincendo: è difficile pensare a una scena più efficace nel rappresentare la questione del potere, e la possibile potenza del movimento. Chiara è anche, e soprattutto, questo: una riflessione su un’esperienza radicale di giovani, sviluppata di fronte a un’Istituzione immodificabile, ma solo apparentemente. In un dialogo lungo e ricchissimo – perché Susanna ha una forza argomentativa fluviale – siamo partiti da qui, dalla resistenza di Chiara e dal significato della parola «politica» applicata al cinema.  Partiamo dalle parole di Ken Loach e di chi, come Wenders, invece sostiene che l’arte dovrebbe stare «al di sopra» della politica. Io penso esattamente il contrario di Wenders. Tutto quello che facciamo è politico. Il cinema deve essere politico. Se non è politico, diventa semplicemente industria culturale. E quando dico industria culturale intendo proprio quello che dicevano Adorno e Horkheimer: un sistema che produce contenuti per rassicurare, per normalizzare, per impedire alle persone di sviluppare uno spirito critico. Oggi questa cosa si vede benissimo nelle piattaforme. Le serie, molto spesso, sono un prodotto votato al puro consumo. Non esiste più l’opera, e nemmeno l’autore: esiste un prodotto seriale costruito affinché tu continui a guardare, in maniera compulsiva. Al minuto tale deve succedere qualcosa, nei primi cinque minuti devi essere agganciato, tutto è pensato per evitare il distacco e costruire la dipendenza. E invece l’opera e il cinema dovrebbero disturbare. Solo nel momento in cui disturba, l’opera diventa politica. Perché il mondo in cui viviamo non funziona, e allora un’opera che ti rassicura completamente, che ti conferma continuamente nelle tue abitudini percettive, secondo me finisce per diventare un anestetico. Io invece credo che il cinema debba aprire delle crepe, creare disagio, conflitto, dubbio. Anche quando racconta qualcosa di molto intimo o molto personale. Perché a me interessa proprio il cortocircuito, la cosa che stride. Per fare un esempio concreto: io non sopporto l’estetizzazione, non cerco mai il bello. C’è oggi un’estetica pubblicitaria del bello – soprattutto del corpo femminile – che è profondamente rassicurante perché è un’estetica commerciale. E invece nella realtà è il difetto quello che produce emozione. Il difetto, la stonatura, l’imperfezione. Se tutto funziona troppo bene, se tutto è troppo armonico, a un certo punto non senti più niente. Questo approccio anti-estetizzante è molto evidente in Chiara, forse perché è più facile fare il confronto con un film che abbiamo visto tutti: Fratello Sole, sorella Luna di Franco Zeffirelli (1972). Il tuo sembra un film quasi anti-zeffirelliano: la scenografia è spoglia, oscura (ma non triste), cerca un realismo della percezione rispetto all’estetica neo-rinascimentale di Zeffirelli. Io da bambina ero rimasta sconvolta da Fratello Sole, Sorella Luna. Ci sono immagini potentissime, per esempio quando Francesco si spoglia. Però rivedendolo da adulta mi dava fastidio soprattutto l’estetizzazione continua della natura: gli uccellini, i campi fioriti, il Medioevo trasformato in immagine rassicurante. La natura non è questo, la natura è anche crudele. Per questo ho voluto girare Chiara d’inverno. Volevo il fango, il freddo, il disagio fisico. Gli attori recitavano scalzi nel gelo. E questa scelta produce realtà. Perché il cinema, secondo me, è sempre un incontro tra ciò che hai scritto e qualcosa che sfugge al tuo controllo. Tu prepari una scena, ma poi arriva il vento, arriva il corpo dell’attore, arriva il conflitto sul set, arriva il freddo reale. Tutto questo deve entrare nel film. È la cosa che più mi affascina del cinema. In effetti, l’uso del buio nel film è impressionante e molto originale. Ci sono scene in cui letteralmente si vede pochissimo. Perché il buio vero è così. Nel cinema normalmente il buio è una convenzione, le notti sono illuminate. In Chiara invece era importante che il buio fosse reale, la direttrice della fotografia è stata molto coraggiosa da questo punto di vista. Quando è buio, nel film è davvero buio. E poi abbiamo lavorato tantissimo sul suono: il vento, le chiese vuote, il senso di freddo. Volevamo togliere qualsiasi immagine «cartolinesca» del Medioevo. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO DISTOPIE E UTOPIE DI PLURIBUS  Giuliano Santoro Questa ricerca di realtà passa anche attraverso la lingua. Nei tuoi film storici i personaggi non parlano mai in modo monumentale o letterario. Questo è per me è un altro aspetto fondamentale. Nei film d’epoca spesso si fanno parlare i personaggi come libri stampati. È terribile, perché aumenta la distanza storica invece di ridurla. Io invece voglio che i personaggi sembrino vivi, che abbiano un corpo, che respirino. Per questo, in Miss Marx mi sono basata sulle lettere scritte davvero da Eleanor e che diventano nel film dialoghi contemporanei. E in Chiara era importantissimo che il Cantico delle creature, scritto appunto in una lingua «volgare» umbra, prorompesse nella stessa lingua che i personaggi avevano parlato fino a quel momento. E per questo ho scelto che il parlato corrispondesse per tutto il film a questo volgare umbro, e non volevo una lingua museale. Tutti i film a tema francescano – pensa a Rossellini e al suo Francesco giullare di Dio (1950), ma anche a Zeffirelli – sono film doppiati, in una lingua fortemente «scritta». Solo Pasolini, con la scena dei frati Totò e Ninetto Davoli di Uccellacci e uccellini (1966), aveva cercato e utilizzato una lingua «volgare», fortemente intrisa di elementi dialettali e quindi realistica. E hai perfettamente ragione, perché il problema della lingua, per Francesco e Chiara, è fondamentale, è una rottura rispetto alla lingua della chiesa; lo esprimi benissimo nella scena in cui le prime compagne di Chiara discutono dell’esempio di Santa Scolastica, che aveva pregato San Benedetto di rimanere con lei nel convento, e che lo aveva poi costretto con le sue lacrime, diventate una pioggia torrenziale: impossibile spostarsi per il santo… Qui c’è l’idea rivoluzionaria di Chiara di un movimento religioso che prevedesse le stesse pratiche per uomini e donne, la sua idea di muoversi, di andare in Terra Santa e di opporsi alla clausura. Ma in questa discussione si parla anche della lingua con cui rivolgersi al popolo, che ricorda il divieto di tradurre la Bibbia, attivo fino al Novecento per la Chiesa Cattolica. Quella francescana, che propone un’apertura alle lingue nuove del popolo, è una linea che porta alla scelta di una predicazione nuova, ma anche alla scrittura di capolavori letterari in italiano, come il Cantico delle creature e anche Audite poverelle, un testo poetico che Francesco scrive per le suore di San Damiano, proprio la comunità che «resiste» intorno a Chiara. La scena del Cantico è sicuramente tra le più toccanti del film: Francesco lo comincia a recitare nella notte, tra le sofferenze, e Chiara continua a recitarlo quando arriva l’alba. Sei riuscita a trasformare questo testo così potente, cosmologico, in qualcosa di completamente diverso dall’immaginario francescano tradizionale. Il tuo Francesco non è quello degli uccellini e dei fiorellini, una sorta di hippy un po’ inoffensivo. Sì, perché lì Francesco sta diventando cieco. Quindi il rapporto con la natura non è decorativo o ecologista nel senso banale del termine, è corporeo, doloroso. È il rapporto di qualcuno che sta perdendo il mondo visibile. Mi interessava molto quest’idea. Che lui pronunci quell’elogio cosmologico nel momento in cui sta entrando nell’oscurità. Nel tuo cinema il tema politico passa soprattutto attraverso le figure femminili. Non nel senso dell’«empowerment», ma quasi del conflitto con la narrazione dominante. L’idea dell’empowerment non è al centro dei miei film. Non mi interessa fare classifiche o dire: «Questa donna era più importante dell’uomo che aveva accanto». Il punto non è quello. Il punto è il modo in cui le storie vengono raccontate. Io da bambina guardavo Fratello Sole, Sorella Luna e mi chiedevo: «Ma Chiara cosa fa?». E nessuno rispondeva a quella domanda. Era semplicemente una ragazza bionda con gli occhi azzurri [Nel film, Chiara è interpretata da Judi Bowker, ndr]. Ma lei esisteva, aveva costruito qualcosa, aveva fondato una comunità. È banale dirlo, ma partiamo dal fatto che la narrazione del femminile è incompleta, e questo è il problema. Anche in Nico, 1988 il problema è proprio la distanza tra l’esistenza reale di una donna e il modo in cui viene raccontata. Assolutamente. Nico veniva raccontata sempre attraverso gli uomini con cui era stata: Jim Morrison, Lou Reed, Bob Dylan. Ma chi se ne frega di questi uomini: lei esisteva, aveva una sua ricerca artistica, una sua musica, una sua voce. E invece il racconto dominante l’aveva trasformata in una figura decadente, quasi grottesca. Mi ricordo di aver letto una frase terribile: «A trentaquattro anni Nico era una donna finita»; io avevo trentaquattro anni quando l’ho letta, esattamente la stessa età, e anche lì mi sono chiesta: «Nico cosa fa? Com’è finita?”». Andy Warhol aveva detto: «è diventata una cicciona eroinomane ed è scomparsa». Difficile non capire quanto sia violento il modo in cui il sistema guarda ai corpi femminili. In tutte queste figure c’è anche un rapporto molto forte con l’essere «fuori« dal sistema. Sì, ed è esattamente ciò che mi interessa, sono figure che non gestiscono il potere e che hanno un rapporto volutamente problematico col potere. E proprio per questo hanno un enorme potenziale rivoluzionario. Virginia Woolf diceva: «Io resto fuori dalla vostra società». Ecco, quella posizione esterna è potentissima, perché permette di vedere il sistema da fuori. E infatti queste donne vengono continuamente normalizzate, categorizzate, addomesticate. Questo emerge molto bene in Chiara. I discorsi della Chiesa su Chiara e Francesco [in particolare, il racconto edificante legato ai processi di beatificazione di entrambi e alla storia dell’Ordine francescano] mi hanno fatto molto arrabbiare, in particolare l’idea che Francesco fosse «l’azione» e Chiara «la contemplazione». Ma perché? Chiara aveva costruito qualcosa di concreto, aveva fondato una comunità e soprattutto aveva costruito un rapporto diretto col potere ecclesiastico. Però il racconto dominante continua a trasformarla nella figura rassicurante della santa contemplativa: secondo Tommaso da Celano [forse l’autore della Legenda su Chiara], già da bambina lei era una mistica che voleva rinchiudersi nella preghiera. Se guardiamo alla realtà storica di Chiara, al suo attivismo, è difficile negare che qui siamo di fronte al potere che ha bisogno di categorizzarti, e che categorizzarti significa addomesticarti. In Miss Marx invece il conflitto è tutto dentro il rapporto tra teoria e vita. In molti mi hanno rimproverato: «Hai raccontato troppo la vita privata di Eleanor Marx». Ma la vita privata è politica… è facile rispondere. Più interessante è la contraddizione tra teoria e vita, e cercare la politica in quella contraddizione. Il fatto che Eleanor fosse una grandissima teorica dell’emancipazione e allo stesso tempo vivesse relazioni sentimentali devastanti non riduce la sua forza, anzi la rende vera, mostra quanto sia difficile vivere fino in fondo ciò che si pensa. C’è anche una riflessione molto forte sulla comunità, sulla forza dei movimenti collettivi, nei tuoi film. Sì, perché tutte queste storie parlano di persone che cercano un altro modo di stare insieme. Anche il francescanesimo «originario» mi interessa per questo, per il rapporto tra intuizione individuale e movimento collettivo, per il fatto che da un gesto radicale nasca una comunità con tutte le sue contraddizioni. In fondo sembra che il tuo cinema lavori continuamente contro le immagini concilianti del mondo. Sì, perché io penso che l’arte debba aprire una ferita. Nel momento in cui l’opera diventa perfettamente armonica, perfettamente conciliata, smette di essere interessante. A me interessano le crepe. Sono le crepe che fanno entrare il pensiero. *Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine. Susanna Nicchiarelli è regista e sceneggiatrice, laureata in Filosofia con un dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa e diplomata in Regia al Centro Sperimentale di Cinematografia. Ha scritto e diretto cinque lungometraggi: Cosmonauta(2009), La scoperta dell’alba(2013), Nico, 1988 (2017), Miss Marx (2020) e Chiara(2022). Ha scritto con Marco Bellocchio la sceneggiatura del film Rapito(2023) e ha scritto e diretto la serie Rai Fuochi d’artificio(2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo «L’arte deve aprire ferite» proviene da Jacobin Italia.
May 29, 2026
Jacobin Italia
Studentati privati, i nostri occhi su Roma
Il processo di finanziarizzazione immobiliare sta trasformando profondamente il modo in cui le città italiane producono e distribuiscono l’abitare, come abbiamo avuto già modo di affrontare. Coliving, residenze di lusso e studentati privati sono tra i fenomeni più evidenti di questo cambiamento: non sono nuove forme abitative nate per rispondere a bisogni emergenti, ma prodotti finanziari. Il residenziale è diventato un asset  capace di garantire flussi di reddito stabili agli investitori istituzionali, come fondi pensione, assicurazioni, private equity, società di gestione del risparmio. Il loro ingresso nel mercato non riguarda solo l’acquisto di immobili, ma la produzione di nuove tipologie abitative ad alto rendimento: contratti flessibili, canoni elevati, servizi aggiuntivi monetizzabili e un ricambio costante degli occupanti generano margini ben più interessanti rispetto all’affitto tradizionale. Questi modelli – che nella terminologia di settore vanno sotto la voce «living» – generano una crescente dipendenza delle amministrazioni locali da capitali globali e una graduale perdita di controllo pubblico sulla pianificazione urbana, definendo l’attuale direzione del mercato immobiliare italiano. Proprio pochi giorni fa, a Roma, si è svolto il secondo Forum di Roma REgeneration, durante il quale sono stati premiati i vincitori della «Call for Ideas – A Vision for Rome», un concorso internazionale nato con l’obiettivo di elaborare una visione strategica per il futuro della Capitale. Non ci interessa tanto soffermarci sul progetto vincitore – Roma Continua, che immagina Roma come un ecosistema urbano capace di rigenerarsi e attrarre investimenti anche nelle aree meno centrali, valorizzando in particolare l’asse del Tevere e alcuni quartieri periferici – quanto sul soggetto che ha promosso il concorso. Dietro Roma REgeneration c’è una fondazione composta da alcuni dei principali attori del real estate, della finanza immobiliare e della gestione del risparmio in Italia e a livello internazionale. Tra i soci figurano DeA Capital Real Estate SGR (gruppo De Agostini), attualmente al centro di un intervento della Banca d’Italia che, a seguito di un’ispezione, ha rilevato una grave esposizione al rischio di riciclaggio richiedendo la sostituzione immediata della quasi totalità del consiglio di amministrazione; CBRE Investment Management, che gestisce il primo progetto Build to Rent di Roma nel quartiere Talenti con 225 appartamenti destinati esclusivamente all’affitto sotto un’unica proprietà istituzionale; Fabrica Immobiliare (legata alla famiglia Caltagirone), Colliers Global Investors e Investire SGR, e altri ancora. Rilevante è inoltre la presenza di Invimit Sgr SGR, società controllata dal Ministero dell’Economia, che ha un ruolo significativo anche nel nuovo Piano Casa per il social housing, e di Sistemi Urbani del Gruppo Ferrovie dello Stato, che gestisce il vasto patrimonio immobiliare del gruppo in molti luoghi della città. Questi attori stanno dunque contribuendo a definire la visione strategica della città metropolitana di Roma, con un obiettivo esplicito, ovvero renderla più attrattiva per gli investitori. È proprio per monitorare e analizzare criticamente questi processi che, a inizio 2026, è nato il progetto “Occhi sulla città”. Si tratta di un gruppo di ricerca interdisciplinare composto da studiosi, attivisti e attiviste che, attraverso la mappatura dei processi di trasformazione urbana di Roma, analizza criticamente le dinamiche di cambiamento e governo della città. Un primo lavoro ha riguardato gli studentati privati. Dietro ogni nuovo studentato inaugurato con rendering patinati e promesse di innovazione – piscine, verde pubblico, servizi per un’utenza mista – c’è spesso un fondo di investimento internazionale e operazioni economico-amministrative opache. Questi prodotti immobiliari si presentano come risposta alla crisi abitativa, ma si rivolgono a persone con alto capitale economico, finendo per aggravare, anziché alleviare, il problema dell’accessibilità alla casa. Oggi trovare un alloggio a Roma, come in tante altre città a forte pressione abitativa, è sempre più difficile: le offerte sono poche, i prezzi inaccessibili e le garanzie richieste spesso impossibili da soddisfare. Ma cosa è cambiato negli ultimi anni? LEGGI ANCHE… CASA I PADRONI DI CASA NOSTRA Redazione Jacobin Italia LE TRASFORMAZIONI DELL’OFFERTA E DELLA DOMANDA ABITATIVA Le politiche neoliberali hanno creato scarsità di alloggi accessibili e determinato un’alta domanda di affitto, rendendo il settore molto redditizio per gli investitori. In questo senso, la crisi dell’abitare non è solo una conseguenza della finanziarizzazione, ma diventa anche una condizione che la alimenta. Difatti, in tutta Europa, da circa vent’anni, il settore degli affitti è diventato sempre più attrattivo per i grandi investitori grazie a rendimenti stabili e a basso rischio.  Per cogliere la dimensione del fenomeno bisogna allargare lo sguardo. Negli ultimi dieci anni, secondo Eurostat, nell’Unione europea i prezzi delle abitazioni sono cresciuti del 64,9% e i canoni di locazione del 21,8%. Contestualmente, i redditi reali sono rimasti sostanzialmente fermi generando un crollo nella possibilità di accesso alla casa.  Non si tratta di una congiuntura sfavorevole: è la conseguenza diretta di tre decenni di disinvestimento pubblico e della progressiva trasformazione della casa da bene d’uso ad asset finanziario.  L’Italia è arrivata a questa svolta con un patrimonio pubblico già esiguo. Nel ventennio a cavallo del secolo, le politiche di alienazione hanno smantellato lo stock di edilizia residenziale pubblica, mentre l’ultimo strumento di finanziamento strutturale, ovvero il Fondo Gescal, è stato soppresso, nonostante i contributi continuassero a gravare sulle buste paga di lavoratori e lavoratrici. Il risultato è che oggi l’Italia ha la quota più bassa di edilizia residenziale pubblica tra le grandi economie europee, pari al 2,6% del patrimonio abitativo. Oltre un quarto delle abitazioni disponibili – circa 9,6 milioni su 35 – risulta non utilizzato o sottoutilizzato, un valore triplo rispetto alla media Ue. In questo vuoto strutturale si è insediato un mercato della locazione sempre più impenetrabile e profondamente diverso da quello tradizionale italiano.  Tre dinamiche convergono nei centri urbani: la concorrenza degli affitti brevi turistici, che ha drenato decine di migliaia di unità dal mercato residenziale; la diffusione di contratti transitori a canone libero, che minano la stabilità del rapporto locativo; l’avvento di grandi capitali che individuano nei segmenti più redditizi del comparto living la nuova frontiera del rendimento immobiliare europeo. Queste forme di locazione ad alta efficienza finanziaria hanno portato a incrementi dei canoni medi nelle grandi città tra il 5% e il 10% annuo negli ultimi cinque anni, raggiungendo livelli incompatibili con il salario medio nazionale. L’offerta non solo non cresce, ma viene attivamente sottratta al mercato residenziale di lungo periodo. Secondo l’Osservatorio Affitti Nomisma-Crif il 31% dei proprietari ha scelto di non affittare e un ulteriore 6% ha ritirato l’immobile dal mercato, alimentando quello che il rapporto definisce un «patrimonio congelato». Senza un intervento pubblico massiccio sul lato dell’offerta, la direzione è chiara. La domanda abitativa verrà intercettata dal capitale privato, secondo le logiche di rendimento che già oggi orientano il settore. Un paese costruito attorno alla proprietà, primato europeo con oltre il 75% delle famiglie proprietarie, si trova a fare i conti con un ritorno all’affitto, in un mercato deregolato, frammentato. Come scrivono David Madden e Peter Marcuse in In Defense of Housing, la crisi abitativa contemporanea non è una scarsità naturale, ma il prodotto sistematico di un assetto in cui il valore di scambio della casa ha sopraffatto il suo valore d’uso. LEGGI ANCHE… CASA IL DIRITTO ALLA CASA VA A FONDO Chiara Davoli NUOVE FORMULE ABITATIVE PRESENTATE COME INNOVATIVE In questa crisi strutturale, lasciata sostanzialmente irrisolta dagli Stati, si sta affermando il modello Build to Rent nelle sue diverse declinazioni – multifamily, senior living, co-living, micro-living, student housing – che si propongono come «soluzioni» alla carenza abitativa. Si tratta di un modello in cui un unico proprietario, generalmente un investitore istituzionale o un fondo immobiliare, detiene interi complessi residenziali sviluppati specificamente per la locazione. La società che gestisce l’operazione mantiene il controllo dell’intero immobile, traendo profitto dall’affitto di appartamenti o stanze e dalla fornitura di servizi aggiuntivi, in un settore che si colloca a metà strada tra residenzialità, ospitalità e housing condiviso. I numeri confermano la direzione: secondo i rapporti pubblicati da Savills – uno dei principali consulenti e operatori di settore – nel primo semestre del 2025 il settore living in Italia ha registrato 670 milioni di euro di investimenti, in crescita del 118% rispetto all’anno precedente. Il solo student housing ha raggiunto un record di 270 milioni nel 2024, con l’Italia che si conferma il mercato più ambito d’Europa per gli investitori. Negli studentati privati una camera singola costa in media 1.096 euro al mese, con punte fino a 1.518 a Milano; si arriva a 957 euro di media a Bologna, 765 euro a Roma e 742 a Torino. Anche la soluzione apparentemente più accessibile, ovvero la camera doppia, supera gli 870 euro medi a Milano e i 650 a Bologna. Cifre che raccontano da sole a chi si rivolgono davvero questi «ecosistemi residenziali»: non agli studenti fuorisede con borse di studio o famiglie a reddito medio-basso, ma a chi può sostenere canoni molto alti. Alcune di queste strutture orientate alla polifunzionalità – come The Social Hub o Aparto – hanno prezzi ancora più alti e variano in base al profilo dell’utente: i turisti pagano le tariffe più elevate, seguiti dai soggiornanti di medio-lungo periodo, professionisti e nomadi digitali, mentre gli studenti accedono a tariffe leggermente ridotte attraverso convenzioni con università e centri di formazione. LO STATO DELL’ARTE A ROMA A Roma, sono stati individuati e mappati due grandi interventi convenzionati (CampusCX a Tor Vergata e gli ex Mercati Generali a Ostiense), circa 10 completamente privati (come The Social Hub) e circa 12 legate al Pnrr. I posti letto già operativi sono circa 2.700, ma ne sono previsti oltre 5.000 nei prossimi anni: il settore è in una fase di espansione accelerata, con un’offerta destinata a più che raddoppiare. Questi progetti sono riconducibili a tre modelli di finanziamento. Il primo prevede strutture realizzate e gestite interamente da operatori privati, spesso classificate come edilizia residenziale ordinaria o struttura turistico-ricettiva, con piena libertà tariffaria e nessun obbligo di quote calmierate. Il secondo, quello convenzionato, comprende interventi realizzati a seguito di convenzione urbanistica con il Comune. Tale modello prevede benefici per gli operatori come diritti di superficie pluridecennali o concessioni fino a 60 anni in cambio di vincoli sull’uso (come nel caso degli Ex Mercati Generali nel quartiere Ostiense). Infine, il cofinanziato che prevede la costruzione o riconversione di strutture realizzate con contributo pubblico fino al 75% dei costi. Il Pnrr ha stanziato 1,2 miliardi di euro per 60.000 nuovi posti letto entro giugno 2026. Il finanziamento copre i primi tre anni di gestione, riducendo di fatto il rischio per l’investitore privato. Almeno il 30% dei posti deve essere assegnato tramite graduatorie degli enti per il diritto allo studio, con tariffe ridotte di almeno il 25% rispetto al mercato, e il vincolo di destinazione d’uso dura almeno 12 anni. Questo significa che i prezzi non sono realmente calmierati come in una residenza universitaria pubblica, poiché le tariffe restano ancorate ai valori di mercato, e che dopo appena due cicli universitari la struttura può essere riconvertita in un immobile completamente ricettivo. Nel complesso, la distribuzione territoriale e le caratteristiche degli interventi mostrano come lo sviluppo dello student housing a Roma segua una logica selettiva: da un lato, grandi operazioni convenzionate o private nelle aree strategiche e ad alta rendita: Termini, Prati, San Pietro, Monteverde, San Lorenzo, Marconi-Ostiense, Tiburtina-Pietralata. Dall’altro, interventi cofinanziati in aree periferiche o di trasformazione, dove il costo del suolo è più basso e le opportunità di valorizzazione più elevate: Torpignattara, Prenestino, Tor Vergata. Alcune caratteristiche rendono questi modelli un asset particolarmente attraente per il capitale finanziario. La prima è la standardizzazione. Infatti, gli studentati privati puntano alla creazione di unità replicabili e intercambiabili, abbattendo i costi di gestione e rendendo il prodotto scalabile su più mercati. Si può entrare in un The Social Hub a Barcellona, Roma, Bologna o Vienna e trovare lo stesso mobilio, gli stessi libri sugli scaffali della hall, la stessa atmosfera accuratamente costruita. La seconda è la massimizzazione del rendimento per metro quadro. La logica alla base di questi modelli è la frammentazione dello spazio abitativo: più letti si riescono a inserire nello stesso edificio, più flussi di affitto si generano. Non a caso, i report di settore parlano di «letti operativi»; difatti, il letto diventa la metrica fondamentale con cui si misura il valore di un immobile, ovvero la sua capacità di produrre rendimento. La terza è la capacità di intercettare una domanda eterogenea e strutturale. Questi prodotti si rivolgono a studenti, giovani professionisti e nomadi digitali — un segmento identificato per la sua flessibilità, la sua temporaneità abitativa e il suo minor potere contrattuale, oltre che per la scarsa necessità di un contratto locativo tradizionale a lungo termine. A queste tre se ne aggiungono altre due che completano il quadro. La prima è il cosiddetto de-risking: lo Stato svolge un ruolo tutt’altro che passivo; ad esempio, col Pnrr ha coperto i costi di gestione pari a circa 20 mila euro per ogni letto realizzato, introducendo deroghe urbanistiche che facilitano i cambi d’uso, riducendo di fatto il rischio d’impresa per l’investitore privato. Infine, puntano a diversificare la propria offerta portfolio di servizi – come coworking, palestre, ristorazione e spazi comuni attrezzati – ampliando così le categorie di clienti a cui si rivolgono. Non solo a Roma, ma anche a Firenze, Bologna, Torino e in altre città di media dimensione stanno sorgendo queste operazioni. Il processo non è neutrale. Guardando alle dinamiche già avvenute nei paesi del centro e del nord Europa, che hanno attraversato questi processi prima di noi, il quadro è abbastanza chiaro: i grandi proprietari istituzionali tendono a massimizzare il rendimento, e l’accesso a queste abitazioni risulta di fatto riservato alle fasce di popolazione con redditi medio-alti, alimentando la crescita dei canoni, i processi di gentrificazione e, soprattutto, l’espulsione delle persone residenti, sostituite da popolazioni temporanee. Come si reagisce a tutto questo? Come gruppo di ricerca e mappatura crediamo che il primo passo sia restituire visibilità a ciò che oggi accade fuori dalla portata di chi abita i quartieri. Queste trasformazioni si decidono in sedi separate – tavoli tecnici, convenzioni urbanistiche, accordi tra amministratori locali e investitori – e arrivano ai residenti quando i giochi sono già fatti, tradotte in un linguaggio tecnico-amministrativo che ne rende difficile la lettura e la comprensione. È in questa opacità che si esercita la forza dei processi speculativi, non solo nei capitali che li alimentano, ma nella distanza che separa le decisioni da chi ne subisce gli effetti. Per questo osservare il territorio, ricostruire chi sono gli operatori, da dove arrivano i finanziamenti, quali vincoli urbanistici vengono concessi e a quali condizioni, non è un esercizio accademico. È la precondizione per costruire un sapere pubblico su ciò che riscrive le nostre città, e senza questo sapere non c’è dibattito democratico possibile, ma solo la presa d’atto, sempre tardiva, di ciò che è già stato deciso altrove. *Chiara Davoli è sociologa e attualmente collabora con l’Istituto di Studi Politici S.Pio V a Roma. È co-autrice insieme a Stefano Portelli di Abitare in affitto. Le nuove frontiere della speculazione immobiliare(ArmandoEditori). Edoardo Quattrucci è architetto e ricercatore indipendente. Ha pubblicato, insieme a Francesco Conti e Maremoto Architects, l’intervista Financialisations, Policies, and Planning nel volume …but who are we building for? (Danish Architectural Press). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Studentati privati, i nostri occhi su Roma proviene da Jacobin Italia.
May 28, 2026
Jacobin Italia
Fertilizzanti a Hormuz: il cibo dietro le guerre
L’aggressione di Stati uniti e Israele contro l’Iran ha confermato i rischi di una matrice energetica globale che dipende ancora significativamente dai combustibili fossili. Ma non solo. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha messo in crisi anche le filiere di approvvigionamento dei fertilizzanti chimici, scuotendo un sistema agricolo già sottoposto a molteplici stress, dagli impatti del cambiamento climatico a una preesistente tendenza all’aumento dei costi di produzione. Fertilizzanti chimici e combustibili fossili sono a loro volta intrecciati da stretti legami. L’agricoltura convenzionale moderna dipende fortemente da input esterni di tre nutrienti chiave: azoto, fosforo e potassio. Per quanto riguarda i fertilizzanti azotati, il gas naturale è utilizzato sia come fonte energetica che come materia prima per la produzione di idrogeno, combinato con l’azoto atmosferico per la sintesi dell’ammoniaca. Lo zolfo è invece necessario per la produzione di acido solforico che, unito al fosfato, genera acido fosforico. Se una volta lo zolfo veniva estratto dai giacimenti di pirite o dalle solfatare siciliane, oggi la stragrande maggioranza dell’output mondiale di zolfo si dà come sottoprodotto della raffinazione di petrolio e gas. Ammoniaca e acido fosforico sono i prodotti intermedi alla base dei fertilizzanti complessi che vengono sparsi nei campi di tutto il mondo da macchine spandiconcime trainate da trattori a diesel. Le navi paralizzate sullo Stretto di Hormuz sono una testimonianza tangibile e potente del nesso tra idrocarburi e agricoltura. Al livello globale, un terzo dei fertilizzanti commerciati via mare passava attraverso Hormuz, prima che Trump e Netanyahu decidessero di bombardare il principale paese che si affaccia su questo strategico collo di bottiglia.Attraverso lo stretto transitavano anche importanti porzioni di materie prime e intermedie necessarie alla produzione di fertilizzanti altrove: circaun quinto del gas naturale e dell’ammoniaca e ben lametà dello zolfo sui mercati globali. Anche se lo stretto riaprisse nei prossimi giorni, ci vorrà del tempo per assorbire lo shock. In assenza di miracoli improvvisi, l’incipiente aumento del costo dei fertilizzanti contribuirà a una nuova ondata d’inflazione alimentare. I fertilizzanti non sono dunque un mero input agricolo, sono anche una risorsa critica nascosta nel cuore dei conflitti globali, nel ruolo sia di bottino di guerra che di arma strategica. Non si tratta tuttavia di un fenomeno recente. In realtà, fertilizzanti, imperialismo e guerra si sono intersecati in una trama dir oltre un secolo. Si veda anche l’imperialismo e il fascismo italiano. Infatti, i fertilizzanti sono stati uno dei molteplici fattori che hanno contribuito a plasmare l’espansione coloniale, l’economia politica e anche le strategie militari della prima metà del XX secolo. L’ASCESA DEI FERTILIZZANTI CHIMICI Nel XIX secolo, la rivoluzione industriale in espansione nel Nord globale spingeva una porzione sempre più ampia della forza lavoro dai campi alle officine, le miniere, i cantieri e l’economia dei servizi. Come nutrire crescenti masse di persone che non producevano il proprio cibo divenne una questione di estrema urgenza, come dimostrato dall’interesse di Marx per l’opera del chimico agrario Justus von Liebig. Ciò diede inizio a una corsa per l’accaparramento delle materie prime necessarie alla produzione di fertilizzanti. Il guano, ricco di fosforo e azoto, veniva estratto dalle isole peruviane per essere esportato nel Nord globale. Negli anni Sessanta dell’Ottocento, il tentativo della Spagna di strappare tale tesoro all’egemonia britannica sfociò nella Guerra Ispano-Americana, un chiaro esempio di scontro intra-imperialista per le risorse naturali. Tuttavia, dopo mezzo secolo di estrazione incessante, le riserve di guano si esaurirono quasi completamente. L’approvvigionamento di azoto fu quindi garantito dalle miniere di nitrati del Cile, per le quali gli interessi britannici fomentarono la Guerra del Pacifico (1879-84) tra Cile, Bolivia e Perù. Di questo conflitto tratta il consigliatissimo film Caliche sangriento (1969) di Helvio Soto, poi bandito dalla dittatura di Pinochet. All’inizio del XX secolo, lo scienziato tedesco Fritz Haber – ricordato anche come il padre della guerra chimica – dimostrò come sintetizzare industrialmente l’azoto a partire da idrogeno e aria fresca. Il fosforo, invece, doveva essere ricavato tramite l’estrazione di rocce fosfatiche. Mentre le isole del guano peruviane restavano quasi esauste e le miniere cilene di nitrati venivano abbandonate alla rovina, nel tardo Ottocento furono aperte tre «frontiere del fosfato»: il sud-est degli Stati uniti, il Nord Africa e il Pacifico meridionale. È così che abbiamo cominciato, sostanzialmente, a nutrirci degli scheletri di plesiosauri, mosasauri, megalodonti, squali e altre creature marine – forse meno carismatiche – che in milioni di anni la natura ha trasformato in riserve di fosfato. E così, nei decenni seguenti, emerse anche uno dei grandi paradossi di azoto e fosforo: da un lato servono a stimolare la crescita degli esseri viventi, dall’altro servono a ucciderli – tramite la produzione di esplosivi (lettrici e lettori ricorderanno la detonazione del nitrato d’ammonio che ha devastato Beirut nel 2020) e armi chimiche (come le bombe incendiarie al fosforo che Israele ha utilizzato per fare terra bruciata in Libano). LEGGI ANCHE… GUERRA LA «SUEZIFICAZIONE» DI HORMUZ Arron Reza Merat LA FEBBRE DEL FOSFATO Tra il XIX secolo e l’inizio del XX, la Francia acquisì il controllo di importanti riserve di fosfato grazie al suo dominio coloniale su Tunisia, Algeria e Marocco. L’Italia, arrivata tardi alla costruzione di un impero, temeva di rimanere indietro. La stampa nazionalista iniziò così a promuovere l’idea che la Libia possedesse enormi ricchezze minerali. Politici, industriali e banche furono attratti dalla prospettiva di un «El Dorado del fosfato». Quest’idea divenne parte integrante della più ampia campagna politica per l’invasione della Libia nel 1911. Per decenni, governi e aziende italiane finanziarono costose spedizioni geologiche nel deserto libico, inseguendo il «miraggio dei fosfati». È in questo contesto che il generale Rodolfo Graziani commise un genocidio in Cirenaica per isolare i ribelli guidati dal leggendario Omar al-Mukhtar, immortalato anche dal film Il leone del deserto (1981) di Moustapha Akkad, censurato in Italia fino al 2009. Eppure, una missione dopo l’altra, le tanto agognate scoperte di fosfati si rivelarono deludenti. Parallelamente, le compagnie italiane ottennero l’accesso diretto all’estrazione di fosfati in Tunisia (a Kalaa Djerda) e in Egitto (a El Qoseir), paesi che erano però rispettivamente sotto il controllo francese e britannico. Anche in queste miniere vigevano i regimi lavorativi fortemente gerarchici e razzializzati tipici dell’estrattivismo nei contesti di occupazione coloniale. Tutti i posti dirigenziali erano occupati da europei. Lo stesso valeva per i tecnici, i supervisori e gli operai specializzati, principalmente agordini a El Qoseir – spediti direttamente dalle Alpi al Sahara – e sardi (dalla zona mineraria del Sulcis-Iglesiente) a Kalaa Djerda. Gli arabi erano praticamente tutti impiegati come manodopera «dequalificata». I documenti d’archivio mostrano sistemi salariali esplicitamente discriminatori, in cui i lavoratori arabi ricevevano una retribuzione significativamente inferiore rispetto agli europei. Il fosfato a buon mercato contribuì a ridurre i costi alimentari in Europa, ma il sistema si fondava sul super-sfruttamento della manodopera e l’appropriazione delle risorse delle colonie. FASCISMO, AGRICOLTURA E IMPERO Durante il ventennio, i fertilizzanti chimici acquisirono un’importanza ancora maggiore. Com’è noto, Mussolini si era spianato la strada al potere anche reprimendo il movimento contadino per la riforma agraria scoppiato nel Biennio Rosso. Nel 1925, il regime lanciò la Battaglia del Grano, un’ambiziosa campagna per incrementare la produzione italiana di grano e ridurre la dipendenza dalle importazioni. Il colosso minerario e chimico Montecatini ampliò enormemente la produzione di fertilizzanti, mentre marketing e propaganda si fondevano per incoraggiare gli agricoltori a adottare tecniche agricole ad alti input esterni. I manifesti dell’epoca raffigurano contadini che, col sorriso, raccolgono enormi spighe di grano legate in fasci che riproducono il simbolo del partito. Questi processi ricordano molto l’analisi di Harry Cleaver sulla Rivoluzione Verde del Secondo Dopoguerra, interpretata come uno sviluppo tecnologico funzionale a contenere le lotte di classe contadine nel Sud Globale. La «Rivoluzione Verde fascista» riuscì ad aumentare la produzione di grano, ma con essa si accrebbe anche il bisogno italiano di fosfati importati. C’era quindi una contraddizione fondamentale in quella che divenne poi la politica autarchica fascista: il regime affermava di volersi liberare dalla dipendenza estera, ma incrementava strutturalmente la propria dipendenza dalle catene di approvvigionamento di minerali dalle colonie. Questa situazione divenne sempre più pericolosa nella misura in cui la stessa avanzata del nazi-fascismo spingeva sempre più il mondo verso una nuova grande guerra. In una lettera indirizzata ai governatori della Tripolitania e della Cirenaica e contrassegnata come segreta – probabilmente scritta dal generale Pietro Gazzera nel 1932 – si legge: «Il Ministero della Guerra ha prospettato, nel quadro generale del problema del rifornimento della Nazione in guerra, il problema particolare del rifornimento delle fosforiti e, in vista delle difficoltà di assicurarsi altri centri di produzione cui avevasi pensato, e dietro suggerimento del Ministero dell’Agricoltura, ha espresso l’avviso che sia utile riprendere gli studi e ricerche di giacimenti di fosforiti in Tripolitania e Cirenaica». L’ultimo incaricato della lunga e fallimentare serie di esplorazioni fu Italo Balbo, dal 1934 governatore di tutta la Libia, che nel 1936 istituì l’Ufficio Geologico Minerario della colonia per rilanciare le ricerche. Tuttavia, nel giugno del 1940, quando lo stivale sferrò i primi calci nel conflitto globale, in Libia non erano ancora state scoperte riserve sfruttabili. Le spedizioni di Balbo non andarono oltre, poiché – com’è noto – nel primo mese di guerra il suo aereo fu abbattuto dal fatale fuoco amico, segno rivelatore della reale preparazione del fascismo al glorioso appuntamento con la Storia. Non appena l’Italia entrò in guerra, il Regno Unito requisì le miniere di El Qoseir in Egitto. Con gli sconvolgimenti bellici delle rotte commerciali del Mediterraneo, il paese rimase tagliato fuori anche dalle importazioni di fosfati tunisini. Il sogno fascista dell’autarchia si rivelò così essere anch’esso un miraggio. La produzione di fertilizzanti crollò, l’output agricolo si contrasse drasticamente e la penuria alimentare si fece sempre più grave. Le difficoltà economiche giocarono un ruolo non indifferente nell’erosione del controllo fascista su contadini e operai, e nella scelta di molti di unirsi alla Resistenza. ECOLOGIA E GUERRA Alla luce di quanto detto, il fosfato può essere visto come un minerale critico per l’Italia della prima metà del Novecento, anche se all’epoca questa terminologia non era utilizzata nei circoli governativi del paese. Ciononostante, il concetto di «minerale critico» affonda le proprie radici nella Prima guerra mondiale, quando le grandi potenze belligeranti iniziarono a stilare elenchi dei «materiali bellici» necessari per combattere un conflitto pienamente industrializzato. In tale contesto, minerali critici erano quelli considerati essenziali per la sicurezza nazionale (concetto tutt’altro che neutrale) ma la cui fornitura poteva essere compromessa. A causa di questo nesso tra sicurezza e fragilità, le potenze mondiali ritennero che l’approvvigionamento di minerali critici non potesse essere lasciato ai normali meccanismi di mercato; era piuttosto necessario mettere in atto ulteriori misure «extraeconomiche» per garantire i rifornimenti, dall’attivismo diplomatico all’invasione tout court. Questa «politicizzazione della natura» può ancora essere considerata un tratto distintivo dei minerali critici. Negli anni 2010, oltre alla sicurezza nazionale e alla fragilità dell’approvvigionamento, è emersa una terza dimensione, ovvero la criticità per la «transizione ecologica». Tuttavia, negli ultimi anni, la preparazione alla guerra ha acquisito una rinnovata centralità. Infine, l’amministrazione Trump ha accantonato ogni ambizione green, quindi la definizione originale di minerali critici rimane la più rilevante. Infatti, litio, cobalto e terre rare – per citare gli esempi più noti – non sono necessari solo per le energie rinnovabili, ma anche per le tecnologie digitali avanzate e i sistemi d’armamento all’avanguardia. Thea Riofrancos ha suggerito che, storicamente, «etichettare risorse come ‘critiche’ ha giustificato il sostegno governativo all’estrazione e all’accesso, la deregolamentazione delle salvaguardie e la preferenza per forzature a scapito della cooperazione». In altre parole, la politicizzazione della natura che accompagna la criticità sostiene l’impiego di ulteriori pressioni extraeconomiche rispetto a quelle già presenti nelle normali relazioni di mercato; la minaccia della violenza è una dimensione implicita della genealogia del concetto di minerale critico. Infatti, conflitti armati legati ai minerali critici si sono recentemente verificati – ad esempio – nella Repubblica Democratica del Congo, in Myanmar e in Ucraina. Come tragicamente confermato dal genocidio a Gaza, le guerre non riguardano solo energia e armi, ma anche il cibo. Dietro l’agricoltura moderna si cela una vasta infrastruttura, organizzata gerarchicamente, di minerali critici, fonti energetiche, siti estrattivi, rotte marittime e industrie chimiche. La logica imperialista che oggi sottende la divisione internazionale del lavoro – e che struttura queste reti produttive globali – presenta spiccate analogie con la realtà di un secolo fa, sotto forma di profonde disuguaglianze internazionali. La tendenza dei governi di estrema destra a trascinare il mondo in guerre che non sono in grado di controllare è altrettanto familiare, con conseguenze di enorme portata. *Lorenzo Feltrin è ricercatore all’Università Ca’ Foscari di Venezia (Marie Skłodowska-Curie Actions Postdoctoral Fellowships, G.A. n. 101103735) e si occupa di lavoro ed ecologia. È autore del libro Workers and the World: Fighting Ecological Crisis from Within (Verso, 2026). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Fertilizzanti a Hormuz: il cibo dietro le guerre proviene da Jacobin Italia.
May 27, 2026
Jacobin Italia
La genealogia dell’odio
La conversazione tra Orlando Paris e Tomaso Montanari nasce in occasione della presentazione di Pensare l’odio, il libro di recente uscita per i tipi di Sossella, in cui Paris ricostruisce una genealogia teorica e politica dell’odio contemporaneo, muovendosi tra filosofia, storia e teoria critica. Paris insegna all’Università per Stranieri di Siena, di cui Montanari è Rettore, ma a rendere questa discussione particolarmente densa è la continuità dei temi di ricerca dei due.  Montanari è da poco in libreria con La continuità del male, un titolo che si colloca in un rapporto evidente e niente affatto casuale con il lavoro di Paris. Se Pensare l’odio parte da Hannah Arendt come figura decisiva per comprendere i dispositivi moderni dell’odio, dell’obbedienza e della disumanizzazione, La continuità del male spinge ancora oltre quella linea di riflessione, radicalizzando già nel titolo il celebre paradigma arendtiano della «banalità del male». Là dove Arendt costringeva a riconoscere il carattere ordinario, amministrativo e non demoniaco del male moderno, Montanari insiste sulla sua persistenza, sulla sua capacità di attraversare epoche, linguaggi politici e istituzioni apparentemente diverse. È emerso quindi un dialogo a due voci su un medesimo campo: il rapporto tra odio e potere, tra Stato-nazione e gerarchie della vita, tra crisi del pensiero critico e normalizzazione della violenza. Sullo sfondo, ma in realtà sempre al centro, c’è la domanda forse più scomoda: in che modo il male continua a organizzare il presente non come eccezione, ma come struttura, abitudine e governo della realtà? Tomaso Montanari: Vorrei partire da una considerazione molto semplice, che però credo sia il punto da cui tutto il resto discende: il libro di Orlando Paris Pensare l’odio rappresenta un esempio concreto di ciò che l’università dovrebbe essere oggi, e che troppo spesso non riesce a essere. Non si tratta solo di un libro ben scritto, e lo è, ma di un libro che svolge una funzione essenziale: aiuta a orientarsi. E orientarsi, oggi, è tutt’altro che scontato. Significa riuscire a sottrarsi al flusso continuo e frammentato dell’attualità per provare a collocare ciò che accade dentro una cornice più ampia e più leggibile. In questo senso, il libro fa esattamente ciò che dovrebbe accadere nelle aule universitarie: costruisce strumenti, mette in relazione idee, discute altri libri, li ordina e li valuta. È un lavoro di mediazione critica che, per quanto possa sembrare scontato, è oggi sempre più raro. Ed è proprio qui che emerge una questione più generale: quella che chiamiamo «terza missione» dell’università. Un’espressione infelice, perché suggerisce qualcosa che viene dopo la didattica e la ricerca, quando invece è esattamente ciò che dà loro senso. Il ruolo pubblico dell’università non è un’aggiunta: è la sua ragion d’essere. E questa ragion d’essere può essere riassunta in modo molto semplice, forse persino banale: insegnare a pensare. Il problema è che, prima ancora di insegnarlo, il pensiero dovrebbe essere praticato. E non sempre accade. Questo è particolarmente evidente in un’università come la nostra, che si definisce «per stranieri» e che quindi non può sottrarsi alla domanda sul proprio significato. A cosa serve oggi un’università per stranieri? Non basta evocare le ragioni storiche della sua fondazione: bisogna interrogarsi su ciò che può essere oggi. Per come la vedo, una funzione decisiva è questa: contribuire a smontare le gerarchie che strutturano il nostro presente, a partire da quelle razziali che non sono un retaggio del passato, ma un dispositivo attivo, visibile, pienamente operativo anche nelle società che continuiamo a definire democratiche. E considerando questo punto di vista, il tema dell’odio non può essere trattato come una questione marginale o contingente. «Pensare l’odio» significa comprendere le condizioni che rendono possibile ciò che vediamo: l’ascesa, in molti paesi, di forze politiche che tendiamo a definire «estreme», ma che forse dovremmo avere il coraggio di chiamare con il loro nome. Fascismi. Senza il bisogno di anteporre un «neo» che rischia di attenuarne la portata. Le categorie fondamentali non sono cambiate. Sono state elaborate un secolo fa e continuano a operare. Uno degli aspetti più interessanti del libro di Paris è proprio il modo in cui costruisce una sorta di cassetta degli attrezzi teorica, mettendo in dialogo autori come Arendt, Foucault e Agamben. Quello che emerge è che la gestione della vita e della morte, ciò che chiamiamo biopolitica, non è più un dispositivo nascosto. È diventata esplicita. E forse, per comprendere davvero questo passaggio, dovremmo allargare ulteriormente lo sguardo, perché ciò che oggi appare evidente ha radici profonde, che affondano nel colonialismo dell’età moderna. È lì che prende forma una divisione dell’umanità che continua a riprodursi, senza trasformazioni sostanziali. Oggi questa divisione è sotto gli occhi di tutti. E tuttavia accade qualcosa di paradossale: mentre la visibilità aumenta, cresce anche la capacità di normalizzare. Eventi che dovrebbero essere percepiti come eccezionali, penso, ad esempio, a ciò che accade a Gaza, vengono progressivamente assorbiti nel flusso ordinario dell’informazione, perdendo la loro carica dirompente. In questo scenario, uno degli elementi più sorprendenti è stata la mobilitazione degli studenti. Non solo per la posizione che hanno assunto, ma per la capacità di mostrare una modalità di intervento pubblico che, in molti casi, ha anticipato e persino corretto quella dei docenti. Ma il punto che mi sembra più rilevante, e anche più inquietante, riguarda un’altra dimensione. Non tanto l’odio esplicito, quanto le condizioni che lo rendono possibile. Qui il riferimento ad Hannah Arendt è decisivo, perché quando Arendt parla della «strana interdipendenza tra mancanza di idee e male», non si riferisce a ideologie distorte, ma a qualcosa di molto più radicale: l’assenza di pensiero. La sospensione del giudizio. Sappiamo che i meccanismi più estremi non sono necessariamente alimentati da individui che odiano. Sono resi possibili da individui che si conformano, che obbediscono, che eseguono senza interrogarsi. LEGGI ANCHE… POLITICA «MELONI NON SI SALVA AFFATTO» Salvatore Cannavò - Tomaso Montanari Orlando Paris: L’origine del mio lavoro, prima ancora che teorica, è come dici tu legata a un’idea precisa di università. Un’università che non si limita a produrre sapere, ma che, proprio in quanto istituzione del sapere, non può che essere coinvolta nel presente. Uso volutamente un termine che può risultare scomodo: militante. Non in senso ideologico, ma nel senso di un’istituzione che si confronta con le tensioni del proprio tempo, che partecipa alla dialettica pubblica. Questo mi sembra ancora più urgente oggi, in un momento in cui le democrazie mostrano segni evidenti di crisi. Accanto a questa dimensione, c’è poi un dato che è difficile ignorare: la riemersione dell’odio come elemento strutturale delle dinamiche sociali e politiche. Non è necessario costruire un quadro teorico complesso per accorgersene. Basta osservare ciò che accade: la guerra è tornata a essere uno strumento ordinario delle relazioni internazionali; un genocidio può essere progressivamente normalizzato; retoriche razziste, xenofobe, antisemite trovano spazio e legittimità nel discorso pubblico. Ma c’è un livello ancora più profondo, che riguarda i processi di disumanizzazione. La distinzione tra vite che contano e vite che non contano non è più implicita: è operativa e si traduce in pratiche, in decisioni, in omissioni. Quando la morte di migliaia di persone non produce più stupore, significa che siamo già dentro una trasformazione radicale. È in questo contesto che il libro prende forma. La domanda di fondo è semplice: com’è possibile che, dopo le catastrofi del Novecento, continuiamo a riprodurre gli stessi meccanismi? Per provare a rispondere, ho cercato di ricostruire un filone di pensiero che, dalla seconda metà del secolo scorso, ha affrontato direttamente questo problema. Filosofi, storici, psicologi sociali. Ciò che accomuna questi approcci è uno spostamento decisivo per cui l’odio non viene più analizzato come una categoria astratta, ma come qualcosa che si manifesta dentro processi concreti, empirici, storicamente determinati. Il risultato di queste analisi è, a mio avviso, uno degli elementi più inquietanti del discorso. I meccanismi di distruzione non sono sostenuti soltanto da chi odia. Sono sostenuti, in larga misura, da chi si conforma. Da chi partecipa senza interrogarsi. Da chi esegue. Raul Hilberg apre questo vaso di pandora dentro l’organizzazione burocratica che caratterizza la nostra società. Su questo filone si inserisce, riprendendo Hilberg, Bauman, che in Modernità e Olocausto sostiene esattamente questo: l’Olocausto non è un’anomalia della nostra storia, ma qualcosa che si inserisce pienamente nelle logiche della nostra società. La responsabilità sta sempre in processi di burocratizzazione, segmentazione del lavoro, impersonalità amministrativa. In questo senso, l’Olocausto non è impensabile: è possibile. Tutta questa generazione di studiosi, e poi anche gli psicologi sociali che si muovono nella stessa direzione, ci mostra, di fatto, il ribaltamento di una certa visione consolatoria del male, cioè del male come anomalia. Da queste letture si esce con la consapevolezza che il confine tra normalità e barbarie è un confine molto labile, difficile da riconoscere. A fondo di tutto, però, al di là dei lavori empirici degli psicologi sociali e di quelli storici di Hilberg, c’è quello che sottolineavi anche tu, Tomaso: c’è Hannah Arendt. Perché la verità è che tutti questi autori ci mostrano come la partecipazione ai meccanismi di distruzione collettiva sia una partecipazione dovuta all’obbedienza, cioè al non esercitare la facoltà del pensiero critico, al non mettere in discussione il meccanismo dell’ordine, dell’obbedienza, del lavoro segmentato che porta allo sterminio. E in questo c’è, a mio avviso, la grande attualità di Hannah Arendt. Un’attualità che emerge soprattutto dopo Le origini del totalitarismo, quando Arendt si trova davanti al processo Eichmann. Per lei è, in un primo momento, quasi uno schiaffo, anche perché usciva da quel lavoro pensando di avere già spiegato quale fosse l’organizzazione del sistema totalitario. Non aveva considerato Eichmann, non aveva considerato un uomo che per lei appare banale. Eichmann è un uomo in cui, soprattutto nella prima parte dell’analisi, prima di risentire le registrazioni, Arendt non vede un odio esplicitamente antisemita particolarmente marcato. Eppure, dice: sì, Eichmann è normale. Ed è proprio per questo che riceve attacchi violentissimi, perché il libro viene letto come una banalizzazione del male. In verità Arendt dice esattamente l’opposto: proprio perché il male è così simile a noi, e Eichmann somiglia tanto al vicino di casa, allora è davvero pauroso. Arendt dice che Eichmann è in grado soltanto di un pensiero logico-deduttivo minimale. Sa far arrivare bene gli orari, i treni in orario, sa eseguire. Quello che gli manca è la facoltà di giudizio, cioè la capacità, o forse la volontà, di esercitare il pensiero critico. Di fatto, prima ancora di tutti quegli studiosi che andranno a guardare la normalità nei ruoli della distruzione collettiva, è Arendt a dare la risposta. C’è lei alla base di questa intuizione. Però colgo anche, e l’ho sentito già da te in altri seminari, che una delle chiavi di lettura fondamentali di Arendt è proprio, nelle Origini del totalitarismo, la nozione di Stato-nazione. Perché Arendt dice: guardate che alle origini del male profondo c’è questa forma istituzionale, che mette insieme l’idea di Stato, cioè un’idea legal-giuridica, e quella di nazione, cioè un’idea di popolo che condivide un ethnos, una stirpe, un’appartenenza di sangue. E quindi nello Stato-nazione c’è lo Stato, che dovrebbe garantire i diritti di tutti, ma c’è anche la nazione, e dunque i diritti finiscono per essere garantiti solo su base etnica. Già nell’idea stessa di Stato-nazione c’è quindi la divisione tra un’umanità che ha diritti e un’umanità che non li ha. E tutto questo, mi pare, ci dice molto anche su quello che sta succedendo in Israele e in Palestina.  LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA EJA EJA PROPRIETÀ Redazione Jacobin Italia Tomaso Montanari: Il mio recente libro La continuità del male, che per molti capitoli ruota attorno alla nazione del sangue e all’identità, contiene anche un capitolo, benché parli dell’Italia, che si intitola Antisemiti per Israele. Ho messo in epigrafe alcune parole, e poi vi dico di chi sono. «Fra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi — siamo al 2 dicembre del 1948 — emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo Stato di Israele, del Partito della Libertà», antenato del Likud, il partito di Netanyahu oggi. «Un partito politico che, nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale, appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista. C’è senza ombra di dubbio il marchio di un partito fascista, per il quale il terrorismo contro gli ebrei, gli arabi e gli inglesi e le false dichiarazioni sono i mezzi, e uno Stato leader è l’obiettivo». Questo è un documento firmato da un gruppo di intellettuali ebrei americani quando Begin Begin [politico israeliano, Primo ministro di Israele dal 1977 al 1983 – ndr] va negli Stati uniti. Tra questi spiccano due nomi: Hannah Arendt e Albert Einstein. Firmano una lettera in cui dicono che c’è uno stigma fascista e nazista nella fondazione di quel partito, e non solo: anche nell’obiettivo di fare di Israele uno Stato leader attraverso la pratica del terrorismo. Oggi dire una cosa del genere significa essere accusati, in Germania formalmente, in Italia ancora no, ma non so per quanto, di antisemitismo. Eppure erano tutti ebrei, con molti rabbini tra i firmatari di quel documento. Una delle cose più impressionanti che dice Hannah Arendt ascoltando il processo Eichmann è che i tre giudici della corte, fra di loro, contravvenendo alle leggi dello Stato ebraico, non parlano ebraico ma tedesco, anzi, dice lei, prussiano. E aggiunge: il modello di fondazione dello Stato ebraico non è solo la Germania, è la Prussia. L’esito paradossale della Shoah, allora, non è la comprensione della ragione per cui gli ebrei sono perseguitati, cioè il loro non identificarsi in uno Stato-nazione, che è la ragione per cui la cultura ebraica è stata amata da tanti di noi proprio perché cosmopolita, plurale, capace di doppia o tripla fedeltà, di più lingue, di mescolanza, di meticciato, come rivendica Primo Levi fino alla fine. C’è un’intervista meravigliosa rilasciata da Levi negli anni Ottanta in cui dice: finché il baricentro dell’ebraismo sarà nella diaspora, conserveremo la nostra tolleranza e la nostra apertura al mondo. Quando sarà spostato nello Stato di Israele, la perderemo e diventeremo anche noi uno Stato-nazione che rischierà di fare cose terribili. Credo che tra le tante ragioni che lo hanno spinto alla fine che ha fatto ci fosse anche una grande paura di quello che stava succedendo all’ebraismo e a Israele. E il paradosso è che questo non viene compreso: Germania e Occidente, usiamo pure questa categoria, perché in questo caso regge, favoriscono l’impianto in Palestina di uno Stato-nazione di modello europeo. È un atto di colonialismo intellettuale spaventoso che, invece di comprendere le ragioni della Shoah, mette il seme di un nuovo genocidio. Oggi lo possiamo dire, anche se il genocidio comincia nei suoi presupposti già nel ’48, ma a un certo punto diventa talmente visibile che la società internazionale di studi sul genocidio, e per primi gli storici del genocidio delle università israeliane, lo dicono apertamente. Ed è importante ricordarlo, perché riconcilia almeno in parte con la libertà accademica che ancora esiste in Israele. La questione è impressionante anche perché oggi le proposte più cariche di futuro per uscire dal disastro della terra di Palestina e Israele, penso a quelle che Ilan Pappé discute molto bene nel suo ultimo libro, La fine di Israele, non vanno né nella direzione di due Stati per due popoli, né in quella di uno Stato binazionale. Vanno piuttosto verso la rinuncia radicale al modello di Stato-nazione occidentale, per recuperare una tradizione orizzontale di comunità non identificate con le nazioni, che paradossalmente convivevano sotto l’ombrello, anch’esso colonialista, dell’Impero ottomano. Penso a una grande federazione dalla Libia alla Siria, in cui possa ritrovare spazio quella convivenza che esisteva. Quando abbiamo dato un’altra laurea honoris causa a Suad Amiry, grande scrittrice e architetta palestinese, lei ci disse sorridendo: «L’antisemitismo l’avete inventato voi, gli europei. Io, nel mio paese, in Palestina, non sapevo nemmeno se i bambini con cui giocavo erano cristiani, ebrei o musulmani. C’era la sinagoga, c’era la moschea, c’era la chiesa». C’era una convivenza di lingue, culture e religioni che non stava sotto l’ombrello di uno Stato. Non che il modello fosse l’Impero ottomano, ovviamente. Ma paradossalmente oggi si torna a pensare proprio al rifiuto di quella forma-Stato. E questo dovrebbe parlare molto anche a noi. Giorgia Meloni, diventata presidente del Consiglio, in un primo messaggio che nel mio libro discuto approfonditamente, dice che cos’è per lei l’Italia: «una società naturale e una comunità di destino». Società naturale significa società del sangue, cioè esaltazione della natura come fondamento dell’ordine sociale. Ed è qui il filo conduttore: l’anticomunismo, perché il comunismo sarebbe contro natura; l’eguaglianza sarebbe artificiale, mentre la natura sarebbe diseguale. E allora ecco una sorta di darwinismo sociale per cui la diseguaglianza diventa un valore: fra classi, fra sessi, fra corpi. Sotto il fascismo si diceva che della donna conta il corpo, anzi la parte dalla vita in giù. Oggi, nei documenti ufficiali di Fratelli d’Italia, la donna è citata sostanzialmente solo in rapporto alla crisi demografica e alla procreazione. Non c’è una soggettività femminile dotata di funzione propria. E quest’idea della diseguaglianza è prima di tutto diseguaglianza del sangue. «Comunità di destino» è un’espressione che ha una genealogia chiarissima: la sua prima occorrenza relativa alla nazione si trova nelle tesi di Primo de Rivera. E allora bisogna dirlo senza veli: siamo di fronte al ritorno dello Stato-nazione. Orlando Paris: Assolutamente. Riparto proprio da qui, da questa idea del razzismo come dispositivo del potere e come ideologia interna, quasi endemica, all’idea di Stato-nazione. In quello che descrivevi si riconosce bene un meccanismo in cui la biologia diventa elemento riorganizzatore del sociale e del politico. La gerarchizzazione, una visione dell’ordine collettivo fondata su criteri biologici. E attenzione, perché questo sta già accadendo nei meccanismi sociali e si sta traducendo sempre più chiaramente sul piano delle idee, sul piano ideologico. È uno dei nuclei centrali dell’idea di totalitarismo in Arendt: il fatto che il totalitarismo funzioni sulla presenza di un nemico oggettivo. E chi è il nemico oggettivo? Non il nemico per quello che fa, per i suoi comportamenti, ma il nemico per quello che è, biologicamente, e dunque moralmente, socialmente, politicamente, già per il solo fatto di esistere in quel modo. La sua presenza mette in discussione l’unità della società totalitaria. Ecco perché dico che è in moto un meccanismo di questo genere: stiamo riorganizzando la realtà sociale e politica su base biologica. Qui Foucault, secondo me, dice cose molto importanti, che si connettono sia ad Arendt sia all’oggi. Foucault dice: nel momento in cui il potere diventa biopotere, dal XVIII secolo in avanti, esso si prende in carico la vita biologica della popolazione. Controllo delle nascite, sistema sanitario, controllo e gestione delle morti. Ma se un potere prende in carico la vita biologica e la sacralizza, per poter continuare a esercitare la morte ha bisogno di un dispositivo che distingua tra vite che valgono e vite che non valgono. Quel dispositivo è razzista. E Foucault aggiunge una cosa decisiva: questo dispositivo non agisce solo nelle società che si dichiarano apertamente razziste, ma anche in quelle che si definiscono antirazziste e che però, di fatto, organizzano la propria dinamica sociale secondo queste distinzioni. Se mille morti non diventano una notizia, è inutile dire che non c’è razzismo. C’è eccome, perché si sta distinguendo concretamente tra vite che valgono e vite che non valgono. Anche se tutti continuano a dichiararsi antirazzisti. Il punto è che questo dispositivo, a forza di funzionare, si trasforma in ideologia. Ciò che prima operava nella società come meccanismo implicito di distinzione, col tempo si stratifica e diventa idea esplicita. L’elemento biologico non è più solo un presupposto nascosto: diventa il centro del discorso. Leggendo il primo capitolo de La Continuità del Male ho avuto proprio questa sensazione: che in una società che ha ormai normalizzato i dispositivi di distinzione tra vite degne e indegne, quei dispositivi si siano già trasformati in idea. E che quella forza politica che da tempo li coltivava apertamente, un razzismo biologico, fondato sul sangue, oggi sia al governo del paese. L’idea stessa della remigrazione si fonda su una natura biologica della distinzione. E dunque dobbiamo cominciare a guardare queste cose con molta preoccupazione, perché non soltanto si muovono nella società: si stanno strutturando in maniera egemonica. Ed è qui che torna il punto iniziale: attuare il pensiero critico, costruire strumenti di consapevolezza collettiva, pratiche di resistenza. Anche per questo serve un’università attiva su questi temi. Se l’università non si impegna, se non è militante su questo terreno, allora davvero bisogna chiedersi a cosa serva. Ci sono molti segnali che, messi insieme, mostrano un percorso di regressione molto pesante: stiamo tornando a trasformare la biologia in principio organizzatore della realtà sociale. E questo è spaventoso. C’è poi anche tutta la dimensione retorica: i discorsi razzisti sono diventati, in molti casi, egemonici nella dialettica contemporanea. Per la prima volta nella storia occidentale ci sono capi di Stato di paesi occidentali che si considerano civili che adottano esplicitamente registri discorsivi propri dell’annientamento, evocando «civiltà da distruggere», e che riattivano retoriche razziste e xenofobe. Uno scivolamento pericoloso e inquietante perché i discorsi sono il modo in cui diamo forma al mondo e rendiamo pensabili pratiche e rapporti di forza. I grandi disastri della storia iniziano sempre dai discorsi, dalle parole con cui costruiamo e normalizzano la disumanizzazione, rendono l’estremo sia dicibile che realizzabile. *Tomaso Montanari è rettore dell’Università per Stranieri di Siena. Orlando Paris è professore di Semiotica e Teoria dei linguaggi all’Università per Stranieri di Siena. I suoi studi vertono sulle patologie del discorso pubblico – hate speech, stereotipi, infodemia – e si estendono alle teorie dell’immagine e ai linguaggi dell’arte visiva. Questo dialogo è a cura di Giulio Burroni. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La genealogia dell’odio proviene da Jacobin Italia.
May 26, 2026
Jacobin Italia
Electrolux, la memoria e il presente della lotta
Eravamo tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2014, nel cuore dell’inverno. Faceva freddo, le giornate si allungavano poco a poco e la sera calava presto. Lavoratrici e lavoratori a giornata uscivano dai cancelli dello stabilimento che faceva già buio. Dalle luci al neon dei capannoni passavano per le portinerie illuminate e arrivavano alle automobili parcheggiate sotto le luci del piazzale antistante, oppure si affrettavano alle fermate degli autobus.  Altri, operaie e operai, erano assegnati ai due o tre turni del mattino e del pomeriggio sera, iniziavano prima dell’alba o finivano nella notte. Negli stabilimenti Electrolux di Porcia, Susegana, Forlì e Solaro i nastri orari della giornata lavorativa e l’organizzazione produttiva potevano essere differenti, così come diversi erano i prodotti finali; le condizioni di lavoro e contrattuali, le fatiche e i disagi, erano condivise.  La lotta che era partita contro il piano di ristrutturazione dell’azienda stravolgeva radicalmente l’andamento della giornata lavorativa in tutti i siti del gruppo e imponeva l’organizzazione operaia agli orari della produzione. Le assemblee dei lavoratori del 28 gennaio avevano deciso un primo pacchetto di venti ore di sciopero dando mandato alla Rsu per realizzarne la massima articolazione anche con iniziative di presidio delle portinerie e dei magazzini e con la massima visibilità sul territorio. Lavoratrici e lavoratori piantonavano gli ingressi e le uscite degli stabilimenti, dove avevano impiantato dei presidi permanenti in azione giorno e notte, attrezzati con tende e camper, tavoli e sedie, fuochi, cibo e bevande. Il giorno prima, il 27 gennaio, Electrolux aveva presentato un piano industriale che prevedeva la chiusura della fabbrica di Porcia e il mantenimento degli altri stabilimenti a condizioni inaccettabili, quali un taglio generalizzato degli organici, degli stipendi e dei tempi delle mansioni operative, con un aumento dei ritmi di lavoro e la riduzione dell’agibilità sindacale.  Alla fine di gennaio, i blocchi ai cancelli delle fabbriche decisi dalle assemblee istituivano la «dogana operaia». Controllavano la logistica e limitavano l’uscita di mezzi e la spedizione dei prodotti finiti dai magazzini, affiancando gli scioperi che all’interno bloccavano a scacchiera le linee produttive, con una programmazione dei fermi articolata tra linee e reparti, oppure attraverso le fermate di «genere», come a Solaro, dove donne e uomini si alternavano nello sciopero. Ripetuti cortei allargavano la conflittualità sui territori, interrompendo le principali arterie stradali intorno agli stabilimenti e coinvolgendo nelle discussioni i consigli comunali.  La lotta era stata anticipata da un progressivo inasprimento delle cosiddette «relazioni sindacali» nei mesi precedenti e dai provvedimenti con i quali la direzione aveva provato a mettere in pratica i disegni di ristrutturazione, provocando l’immediata proclamazione di alcuni giorni di sciopero. Alla fine del 2012, l’anno prima, era stato rinnovato il contratto dei metalmeccanici senza un’ora di sciopero e senza la firma della Fiom. La conflittualità aveva seguito andamenti altalenanti, ma il confronto tra l’azienda e i lavoratori non conosceva pause. Il lavoro dipendente impone una continua ristrutturazione dell’organizzazione e degli assetti produttivi, con la quale l’azienda tenta di passare su tempi e addetti alle linee, da cui l’importanza della conoscenza delle operazioni e della vigilanza dei lavoratori e di una buona rappresentanza sindacale interna. La lotta all’Electrolux nel 2014 è durata oltre sette mesi con decine di scioperi, i blocchi delle merci ai cancelli e i cortei cittadini. I lavoratori hanno salvato gran parte dei posti, assicurando la contrattazione degli esodi e delle riduzioni. L’azienda ha ottenuto aumenti produttivi, con un taglio delle pause e la riduzione dei tempi delle singole mansioni. Si è impegnata a fare investimenti per processi e prodotti in tutti i siti, assicurandosi il sostegno di governo e regioni per la decontribuzione dei contratti, l’innovazione e gli investimenti. In questi giorni di maggio 2026, sembra riproporsi il 2014. Electrolux Italia propone il taglio di millesettecento dei quattromilacinquecento dipendenti e la chiusura di uno stabilimento, in un largo ridimensionamento produttivo che interessa tutte le sedi italiane e l’intero gruppo svedese, con le chiusure recenti degli stabilimenti di Jászberény in Ungheria (600 licenziamenti), di Santiago del Cile (400 licenziamenti), e di Anderson, South Carolina, Stati Uniti (1.200 licenziamenti). In effetti, i richiami alla vertenza del decennio scorso compaiono numerosi e ripetuti, in reazione al nuovo drammatico piano annunciato dall’azienda. Nelle assemblee sindacali si è posto il tema della sopravvivenza stessa della fabbrica. Negli incontri con le amministrazioni, negli articoli dei giornali, nelle analisi degli esperti si rivisita l’esperienza della vertenza di una decina di anni fa e si propongono bilanci della trentennale storia «svedese» degli operai italiani, a segnalare una percezione diffusa di crisi esistenziale dell’intera impresa industriale e dei rischi che corrono i posti di lavoro della multinazionale. Si fanno ipotesi di piani aziendali mirati alla ripetizione del 2014, una nuova tornata di sostegni pubblici e un’ulteriore accelerazione dello sfruttamento della forza lavoro. Trovano spazio congetture sulla vendita al gruppo cinese Midea, ipotesi già apparsa un paio di anni fa e rilanciata dalle notizie recenti di un’alleanza industriale delle due aziende negli Usa. In effetti, il consistente taglio di occupati e la prevista chiusura di interi impianti e reparti rendono evidente il progressivo svuotamento di un programma industriale futuro. Verrebbero azzerate anche recenti innovazioni nella fabbricazione, nelle quali erano stati impegnati parte degli ultimi investimenti, eliminate produzioni programmate nel piano del 2014 o frutto di non lontanissime acquisizioni.  Piani industriali e interventi di ristrutturazione riproposti annualmente dalla direzione italiana hanno colpito le fabbriche e condotto al taglio dei posti, all’aumento dei ritmi alle linee, alla esternalizzazione o cessione delle produzioni di componenti. Un’esasperata gara internazionale verso l’abbassamento dei costi, l’aumento delle quantità orarie prodotte e il taglio del monte salari. Generalmente, le multinazionali adottano una contabilità di breve termine e l’accorciamento dei tempi entro i quali offrire una rendita agli investitori, tralasciando altri elementi, produttivi e industriali, che diventano cruciali nei momenti più critici della concorrenza internazionale. Electrolux chiude fabbriche che aveva acquisito in alcuni paesi dell’Europa dell’Est, nel corso degli anni Novanta del secolo scorso. D’altra parte, in anni recenti lavoratori di quei paesi hanno scioperato per i salari, denunciando di non riuscire a sopravvivere con il proprio lavoro. Chiudendo lo stabilimento di Jászberény, in Ungheria, licenzia i seicento occupati, nonostante salari medi più bassi di quelli italiani. In precedenza, un paio di anni fa, aveva chiuso la produzione della sua fabbrica di prodotti di refrigerazione a Nyíregyháza, altri seicento dipendenti. La catena del lavoro multinazionale dell’elettrodomestico ha fatto un giro completo, nel corso di un ventennio. Negli anni Duemila, la fabbrica ungherese di frigoriferi era stata indicata dalla direzione come concorrente di Susegana, sollecitando i lavoratori italiani a accettare condizioni più profittevoli, sotto la minaccia di delocalizzare e trasferire interi reparti. Negli insediamenti messi sul mercato dal crollo delle economie pianificate, la multinazionale svedese replicava le produzioni «italiane» di frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie, esaltando una competizione produttiva tra i diversi siti incentrata sul costo del lavoro e a discapito della messa a punto di una filiera produttiva integrata. In lotta per la difesa dei salari e delle condizioni di lavoro, i dipendenti trevigiani erano stati bollati come «leghisti rossi» dal direttore Castro, gli Chouan di una controrivoluzione padana. Un’accusa assurda e ridicolizzata dagli eventi successivi, ma uscita dalle mura della fabbrica e dilagata nell’opinione pubblica locale e nazionale, che intendeva inchiodare la comunità solidale nella cornice opprimente di un populismo locale, descrivendo la fabbrica del capitale multinazionale e i redditi operai come un bene comune interclassista.   Completata l’acquisizione di Zanussi, Electrolux aveva realizzato una profonda ristrutturazione degli impianti e dell’organizzazione produttiva. Allineando le modalità di gestione della cooperazione interna alla frammentazione internazionale, aveva fatto costruire dei reparti nuovi per i nuovi assunti, che venivano tenuti separati e a una certa distanza dai dipendenti storici. Un modello di fabbrica nella fabbrica che l’azienda ha riproposto trent’anni dopo, con l’introduzione del nuovo reparto robotizzato «Genesi» di Susegana. Le nuove linee automatizzate rientrano nei progetti di innovazione tecnologica e produttiva avviati appena qualche anno fa dall’azienda nella fabbrica dei frigoriferi, anche grazie al sostegno dei finanziamenti agevolati, e ancora in fase di messa a regime. Come per altri stabilimenti, il nuovo piano di ristrutturazione del maggio 2026 prevede un’inversione completa o un ridimensionamento delle innovazioni di prodotto e di processo introdotte dopo il 2014. Un sorprendente cambio di direzione che, sempre a Susegana, ricorda l’esperimento delle «isole di montaggio», con le quali l’azienda progettava di eliminare le catene, negli anni Novanta. L’azienda vorrebbe chiudere anche la fabbrica di cappe di Cerreto d’Esi (An), con centosettanta dipendenti, acquisita nel 2017 quando aveva assorbito la Best. La catena di montaggio dell’elettrodomestico è entrata in funzione negli anni Cinquanta del secolo scorso e non si è più fermata, vincolando ai ritmi logoranti delle mansioni contingenti crescenti di forza lavoro e i destini professionali ed economici delle numerose comunità locali. Negli accordi successivi al Duemila, Electrolux imponeva a più riprese aumenti della velocità di avanzamento delle catene, stracciando l’accordo del 1975 che aveva posto il limite di un minuto per il tempo minimo di una mansione alle linee. A inizio Duemila erano diecimila i dipendenti del gruppo impiegati negli stabilimenti italiani, appena un terzo della forza lavoro acquisita da Zanussi. Negli anni l’aumento dei ritmi e il taglio dei tempi hanno incrementato la produttività oraria e dei lavoratori negli stabilimenti e l’intensificazione dello sfruttamento per occupate e occupati, mentre sono continuate le uscite incentivate e le dimissioni di personale. L’azienda ha introdotto nuove linee e lavorazioni, chiudendone altre e innovando parte dei cicli e dei prodotti finiti.  I seimila e cinquecento occupati del 2014, sono diminuiti a quattromila e cinquecento, duemilaottocento operai e millesettecento impiegati, riduzione che ha interessato alcuni siti più di altri. L’età media dei dipendenti si è abbassata e si è innalzato il livello della formazione scolastica. È progredita la presenza degli operai di origine straniera, mentre la componente femminile si è consolidata a livelli superiori al cinquanta per cento. Donne e immigrati sono maggiormente impiegati nei reparti operativi e nelle postazioni alle linee, alle quali è comunque adibita oltre la metà degli occupati. La produzione industriale dell’elettrodomestico in Italia iniziava alla Fiat negli anni Trenta, per saturare gli impianti delle lavorazioni principali. Dopo la guerra, mentre l’auto improntava lo sviluppo industriale delle regioni del Nord ovest, l’elettrodomestico si espandeva nelle province defilate della cosiddetta «terza Italia». Insieme costituivano il primo e il secondo tra i settori industriali italiani, nella seconda metà del Novecento. Negli ultimi decenni, elettrodomestico e automobile hanno caratterizzato il declino industriale del paese, con una certa sfasatura temporale negli inizi. In entrambi i settori, si sono ridotti i numeri delle produzioni interne e sono aumentati i pezzi importati, mentre proposte di un collocamento nelle produzioni di modelli più cari e a maggior valore aggiunto, il cosiddetto «alto di gamma», sono offerti come rimedio all’avanzare della crisi e all’incalzare della concorrenza straniera, proveniente dai produttori asiatici e cinesi in particolare. Una scelta strategica fondamentale non solo italiana, accolta anche da una parte del fronte sindacale, che ha comportato la riduzione dei volumi prodotti, un doloroso taglio degli occupati, con risultati industriali che si sono dimostrati fallimentari.  Il progressivo dimagrimento, così come il posizionamento nei modelli più cari, vanno compresi fra i tentativi compiuti dal capitale industriale multinazionale europeo e atlantico di emanciparsi dalla classe operaia di fabbrica. Sullo sfondo di tali processi, la diffusione degli elettrodomestici cinesi è progredita, accelerando in coincidenza con le ricadute sui redditi della crisi del 2007-08 e poi della guerra russo-ucraina. La scelta di produrre i modelli più cari incrocia la perdita di potere d’acquisto dei salari e degli stipendi e indirizza la produzione verso le esportazioni. Il capitale multinazionale sogna una mobilità perfetta che stride con la stabilità degli insediamenti produttivi e la messa al lavoro di persone, e non solo forza lavoro, cancellando ogni società territoriale e ogni elemento della riproduzione. Nella storia recente del settore si sono ripetuti i casi di imprese multinazionali che hanno prima acquisito e poi smantellato gli stabilimenti produttivi italiani, accelerando la riduzione dei volumi finiti in corso dai primi anni Duemila.   Nel momento in cui appare manifesta la perdita di potere dei salari reali, di quelli italiani in particolare, i lavoratori chiedono un bilancio pubblico delle fallimentari pratiche di precarizzazione cui sono stati costretti. La diffusione della precarietà nei rapporti lavorativi e le riduzioni salariali non hanno prodotto l’aumento degli investimenti che era stato assicurato e non hanno impedito l’avanzare del declino industriale. Nel frattempo, il diritto del lavoro è stato smantellato dai governi che si sono succeduti, con trascurabili differenze tra quelli di centrosinistra e quelli di destra. Si è fatto credere che la facilità di licenziamento e i contratti a termine avrebbero aperto le porte a una stabile occupazione futura. Non è stato così e la contrattazione sociale non è riuscita a tutelare lavoratrici e lavoratori, i giovani e gli anziani.  Ai cancelli del maggio 2026, appare riformata la composizione sociale del collettivo messo al lavoro. Guardando ai nomi e volti nuovi della mobilitazione e al progressivo rinnovo dei rappresentanti di fabbrica dei lavoratori, va sottolineata la capacità di rinnovarsi dimostrata dalla comunità operaia attraverso i successivi passaggi generazionali e l’abilità politica nel saper ogni volta presentarsi come soggetto protagonista. Non è stato fatto cadere il lascito di un’emancipazione solidale trasmesso dalla prima generazione di lavoratori dell’elettrodomestico, che aveva fatto della conquista della mobilità lavorativa e sociale lo strumento di emancipazione dalle ristrettezze dei tradizionali rapporti di subordinazione dominanti nelle province della trasformazione industriale. Tale lascito è stato raccolto e trasmesso dalle generazioni successive, rinnovandolo e adattandolo anche per compiere un proprio processo di emancipazione, nel corso del quale hanno verificato la comunità operaia sul suo grado di apertura.  I lavoratori non possono essere isolati nella difesa dei posti di lavoro e dei salari. L’ennesimo piano di ristrutturazione pone la domanda se lasciare che la deindustrializzazione faccia il suo corso. Il sindacato nazionale di categoria ha avanzato la richiesta di azioni e strumenti nuovi per affrontare il generale declino industriale. Ma il processo non appare arrestabile con gli strumenti di normali relazioni sindacali. L’esaurimento dei tradizionali assetti della produzione e della distribuzione della ricchezza interroga società e amministrazioni locali e nazionali. Non si tratta solo di sollecitare la presenza dello Stato, già intervenuto ripetutamente nei momenti cruciali della storia del settore, in genere equiparando gli interessi delle imprese con quelli dell’economia nazionale. Non sono sufficienti i consueti aiuti di denaro pubblico a sostegno dei profitti aziendali e poco o per nulla interessati al taglio dei livelli di reddito. Da parte sindacale quindi è stata avanzata la proposta di dare vita a un fondo pubblico per entrare nella gestione delle imprese.  Certo è che Electrolux, nella sua pretesa di eleggere lo Stato e le istituzioni a rappresentanti di un presunto interesse collettivo al ripristino dei margini di profitto, finora non si è trovata davanti un’opinione pubblica largamente supina. Da parte loro gli operai ricordano le vertenze passate. Le assemblee decideranno i prossimi scioperi e le altre iniziative di mobilitazione nelle fabbriche e fuori dai cancelli per continuare a farsi sentire e a far pesare il loro protagonismo nelle trattative in azienda e ai ministeri. *Graziano Merotto è autore di La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico (Derive Approdi, 2015). Collabora con il dipartimento Fisppa dell’Università di Padova. L'articolo Electrolux, la memoria e il presente della lotta proviene da Jacobin Italia.
May 25, 2026
Jacobin Italia
Il lupo resterà
C’è una fotografia che ha segnato l’immaginario ecologista italiano: Luigi Boitani, in eskimo, insieme a «Lupo Uno/Due», il primo lupo radiocollarato in Europa, nel Parco nazionale d’Abruzzo. Da quella cattura nacque, all’inizio degli anni Settanta, l’«Operazione San Francesco», la ricerca che cambiò il modo di guardare al lupo in Italia e aprì una nuova stagione delle politiche di conservazione.  A guardarla, quella fotografia, c’è intera la mitologia del lupo, e il significato che poteva avere durante il decennio rivoluzionario, gli anni Settanta. Prima di quell’operazione  che ebbe il sostegno del neonato Wwf (fondato nel 1967), l’approccio scientifico al lupo era tutto votato al contenimento: Alessandro Ghigi, storico rettore di Bologna, ancora nel 1963 scriveva che l’animale doveva essere quasi eliminato, perché la sua presenza era considerata «indizio di uno stato di arretrata economia agraria e di civiltà». Pochi anni prima, un film mitico di Giuseppe De Santis, girato tra Scanno e Pescasseroli, metteva in scena un dramma romantico neo-realista, in cui i protagonisti erano i lupari, i cacciatori professionisti di lupi. In Uomini e lupi del 1957 (sceneggiato da pesi massimi come Tonino Guerra e Cesare Zavattini), i lupari, alla ricerca di una taglia offerta dal Comune, sono appunto esempi di un’emarginazione difficile da aggirare in un quadro montagnoso arcaico, fotografato nella bellissima scena del paese assaltato dai lupi.  Tra il 1972 e il 1974, grazie quella missione che Boitani sviluppò collaborando con l’americano David Mech, esperto in radiocollari, e Erik Zimen, allievo di Konrad Lorenz, si creò una rivoluzione conoscitiva maggiore. Sterminato e perseguitato per millenni, del lupo non si sapeva quasi nulla, o ben poco; individuati con il wolf howling (la simulazione dell’ululato) e seguiti con i collari, i lupi cominciavano a svelare i loro comportamenti, i loro percorsi, la loro organizzazione sociale. Lupo Uno/Due venne trovato morto, ucciso da uno sparo, sul letto del Sangro. Ma nel 1976, il 22 novembre, viene emanato il decreto Marcora, con cui si vieta l’utilizzo dei bocconi avvelenati e si proibisce la caccia al lupo. Non si può sottovalutare questa rivoluzione – che è una rivoluzione dell’immaginario, nel quale il lupo ha un ruolo millenario contraddittorio ma ben visibile. Nel mondo antico, l’animale è fortemente legato alla nascita della civiltà urbana; la lupa di Roma si incardina in un rito di incivilimento che segna il passaggio dal selvaggio all’umano. È la cultura cristiana che lo trasforma in un nemico assoluto: nell’Antico Testamento come nel Nuovo, l’animale viene associato alla notte e alla steppa e diventa l’incarnazione del male – e del diavolo. Una demonizzazione, però, che non estirpa la relazione con il lupo dal folklore popolare. Nell’Abruzzo attraversato dai giovani studiosi insieme a Boitani, nel villaggio di Pretoro, si celebra a maggio – il momento in cui nascono i lupi, dopo una gestazione di due mesi – un rito cristiano che culmina con una sacra rappresentazione in cui un santo medievale, San Domenico, compare salvando un bambino dal rapimento del lupo; studiò queste culture subalterne il mitico Alfonso di Nola, antropologo marxista autore di un capolavoro per lo studio dell’Italia centrale come Gli aspetti magico-religiosi di una cultura subalterna italiana (che esce, forse non a caso, nel 1976).  Eliminato in molti paesi europei (tra cui la Francia), il Canis lupus italicus aveva resistito nell’Appennino centrale, tra Abruzzo e Marche, scorrazzando sulle punte colossali del Gran Sasso e inerpicandosi tra gli affascinanti Monti Sibillini; ed è da questo studio che nasce un capolavoro dello studio del lupo come Dalla parte del lupo di Luigi Boitani del 1987. Un libro scritto da uno zoologo, che unisce studio dell’immaginario e riflessione scientifica, soppiantando finalmente l’idea del «lupo cattivo». Una rivoluzione che si può allineare a quella di Franco Basaglia e alla sua idea rivoluzionaria di malattia mentale – il lupo, il pazzo, l’emarginato, possono vivere in società, in una società con un nuovo patto di convivenza come quello patrocinato da San Francesco in un famosissimo «fioretto». Il risultato di questa rivoluzione è sotto gli occhi di tutti. Il lupo – di cui si contavano un centinaio di esemplari all’inizio degli anni Settanta – è tornato stabilmente sugli Appennini e sulle Alpi, si è spostato, grazie al fenomeno della dispersione, sulle Alpi marittime, penetrando e popolando la Francia. La sua protezione è diventata una questione europea, con la convenzione di Berna (1979), che ha garantito la protezione dell’animale dal bracconaggio. Con un numero più elevato di lupi, però oggi il conflitto si riaccende: l’Europa, nel 2025, ha declassato il lupo da specie «altamente protetta» a «specie protetta», ma soprattutto sono in aumento i casi di bracconaggio e avvelenamento, in una discussione che si polarizza anche all’interno del fronte animalista. È la dimostrazione che il lupo non è soltanto un animale – continua, per noi, a significare altro, è una sorta di sentinella del progresso, e di tutto questo abbiamo parlato con lo zoologo «con l’eskimo», Luigi Boitani, oggi professore emerito della Sapienza di Roma. Partiamo dal quella fotografia con «Lupo Uno / Due», da cui nasce l’Operazione San Francesco. Come nasce quella ricerca? È nato tutto quasi per caso. Io avevo fatto una tesi sulle libellule, niente a che vedere con i vertebrati. Avevo scelto zoologia invece di botanica perché c’era un professore più simpatico. Però avevo una fissazione: volevo studiare sul campo. All’epoca l’Istituto di zoologia della Sapienza era un centro di eccellenza straordinario, ma dominato dagli entomologi. Si raccoglievano animali, li si classificava, si descrivevano nuove specie. Un lavoro importantissimo, ma non era il mio mondo. Io volevo fare ecologia. Così, appena laureato, andai negli Stati uniti, a Yale. Lì scoprii l’ecologia del wildlife, dei grandi vertebrati. Condividevo la stanza con uno studente che studiava i leoni della Gir Forest in India: era un’altra dimensione. Tornai in Italia deciso a studiare le capre di Montecristo, un caso che mi sembrava interessante perché si trattava di capire come sopravvivevano questi animali all’interno di un contesto poco ospitale e difficile per l’alimentazione. Poi gli amici del Wwf mi dissero: «Prima di partire, ci aiuteresti a capire quanti lupi sono rimasti in Italia?». Doveva essere un lavoro di un paio di mesi. Sono diventati cinquant’anni. E lì nasce l’Operazione San Francesco. Sì. Nel primo anno venne fuori un quadro drammatico: forse un centinaio di lupi sopravvissuti in tutta Italia. Era evidente che, se si voleva salvare il lupo, bisognava capire qualcosa di più. Cominciammo allora una vera ricerca sul campo, usando per la prima volta in Europa i radiocollari. Chiamai David Mech, il grande studioso americano del lupo, e si formò quel piccolo gruppo che catturò «Lupo Uno / Due» nel Parco d’Abruzzo. Da lì è cominciato tutto. La vostra è stata una ricerca scientifica che ha avuto immediatamente effetti politici e culturali. È raro che accada. E soprattutto, c’è da dire che quella ricerca non partiva dall’università, che in realtà  non c’entrava quasi nulla. Nelle università italiane praticamente nessuno studiava l’ecologia dei grandi vertebrati selvatici. Il salto di conoscenza è stato dimostrare che era possibile farlo. Ma il punto decisivo è che la ricerca si scontrò subito con la politica. Cento lupi rimasti significavano una sola cosa: il primo obiettivo era proteggerli e scardinare la classificazione del lupo come «specie nociva». Il Wwf riuscì a ottenere il primo decreto di protezione, ma la campagna funzionò anche grazie alla particolare personalità di Fulco Pratesi, fondatore, che lavorò molto sui rapporti personali. Fulco telefonò al ministro e nel giro di pochi giorni arrivò il provvedimento che proteggeva il lupo e vietava i bocconi avvelenati. In Italia, però, il lupo non è mai stato completamente sterminato, a differenza della Francia. Perché? Le ragioni sono molte. Sicuramente in Francia c’è stata una capacità statale più forte: se Parigi decideva una cosa, quella decisione arrivava fino all’ultimo villaggio del paese. In Italia questo non succede, c’è sempre stata una frammentazione enorme. Ma credo conti anche un altro elemento: l’immaginario. In Italia il lupo ha mantenuto un’enorme forza simbolica positiva. Potremmo dire, per riassumere, che la lupa di Roma, la sua forza simbolica, ha contato moltissimo. Parlando con le persone, in cinquant’anni di conferenze, ho sempre incontrato una parte importante del pubblico fortemente «pro lupo», anche tra gli allevatori, in Abruzzo, in Toscana, in Calabria. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI IL COMUNISMO COSMICO DI FRANCO PIPERNO Giuliano Santoro Quindi esiste una tradizione di convivenza? Io credo di sì. Una convivenza conflittuale, certo, ma reale. I lupi gravitavano intorno ai paesi da sempre. Anche nel Medioevo ogni villaggio aveva la sua discarica a cielo aperto. I lupi vivevano ai margini degli insediamenti umani, si nutrivano degli scarti alimentari: e anche oggi, l’avvicinamento ha a che fare con la gestione di macelli e rifiuti. E anche i lupari non erano sterminatori sistematici, come la louveterie francese: intervenivano quando il danno, nei confronti degli allevatori, diventava eccessivo. C’era un rapporto diverso, persino ritualizzato. Questo emerge molto anche nell’immaginario religioso e folklorico appenninico: santi che parlano coi lupi, li addomesticano, li convincono a collaborare. Esatto. Mi piace pensare che esista una cultura profonda di identificazione e rispetto verso il lupo, anche inconsapevole. Pensiamo all’Irpinia: molti non sanno che «hirpus», da cui prende il nome la popolazione sannitica che abitava quella regione montuosa, significa lupo: quella presenza simbolica è rimasta e riemerge in forme diverse, e non è solo italiana. La ritroviamo anche in Grecia. Lei lega questa differenza anche ai modelli storici di pastoralismo. Sì, è una mia ipotesi. Nel Mediterraneo centrale prevaleva un’agricoltura residenziale: il pastore viveva stabilmente sul territorio. Questo rende possibile una forma di conoscenza reciproca tra l’uomo e l’animale lupo. Nel Vicino Oriente, invece, il pastoralismo era molto più mobile, quasi nomade. E se incontri continuamente lupi diversi non costruisci nessun equilibrio. La convivenza diventa più difficile. Oggi il conflitto torna con forza. Che cosa pensa del recente declassamento europeo della protezione del lupo? Dal punto di vista biologico, il lupo oggi non è più nella situazione degli anni Settanta, la specie non rischia l’estinzione in Italia. Il problema è politico e gestionale. Un eventuale declassamento potrebbe anche essere sostenibile, ma solo dentro un sistema serio di governo del conflitto. E questo sistema in Italia non esiste. La coesistenza significa compromesso: gli allevatori accettano una quota di danni, la società accetta che in certi casi possano esserci abbattimenti controllati. Ma serve una governance vera, capace di mettere intorno a un tavolo tutti gli attori coinvolti. E questo manca completamente. Tu fai spesso il confronto con la Francia. Perché lì, pur con molti aspetti discutibili, una struttura nazionale esiste. Faccio parte del comitato scientifico del Piano nazionale francese del lupo: ci sono tavoli, decisioni, monitoraggi. In Francia hanno circa mille lupi e ne abbattono duecento all’anno in modo pubblico e regolato. In Italia diciamo di amare il lupo, poi però nei primi quattro mesi del 2026 sono già quasi duecento i lupi trovati morti tra incidenti, veleno e uccisioni illegali. Questo è il modello italiano: non governare il fenomeno, lasciare spazio agli abusi. A proposito di uccisioni: nel Parco nazionale d’Abruzzo negli ultimi mesi sono stati trovati 21 lupi avvelenati, uccisi e alcuni esposti pubblicamente sulla strada. Tra l’altro, alcuni di questi episodi si sono sviluppati ad Alfedena, vicino a Villetta Barrea e a Civitella Alfedena, la cittadella del lupo: quindi, un grande significato simbolico. Dietro questi episodi ci sono i cacciatori? No. Io non credo che il mondo venatorio abbia un ruolo centrale in questa vicenda, e anzi, il cacciatore italiano mediamente non è interessato al lupo. Dietro questi episodi vedo piuttosto la mano di una parte dell’allevamento più aggressivo e speculativo, legato a quella che ormai viene chiamata «mafia dei pascoli». In che senso? Intorno ai pascoli girano enormi sussidi europei, e c’è una corsa ad accaparrarsi territori sempre più vasti. È un fenomeno storico, che si era sviluppato anche in Sicilia (con continue vessazioni ai proprietari per acquisire illegalmente i territori), ma che ora si lega anche alle speculazioni sui fondi che vengono dall’Europa. E nel frattempo si è esteso il pascolo brado: mucche e cavalli lasciati mesi interi sui monti. Questi animali diventano una gigantesca fonte alimentare per lupi e orsi. Infatti nel Parco d’Abruzzo i lupi mangiano soprattutto bestiame domestico morto, non cervi. Si crea così un’ecologia completamente alterata. E i lupi appesi ai cartelli stradali? Quelle immagini sembrano avere una dimensione rituale. Ce l’hanno eccome. È una tradizione antichissima. Il luparo mostrava il lupo morto per certificare la vittoria sulla bestia. Esiste persino un paese vicino Siena che si chiama Lupompesi: «lupo appeso». Sono simboli che ritornano. Tu insisti molto sul tema del compromesso tra lupo e uomo come modello di convivenza. A che punto è, oggi, il dibattito su questo tema, che oggi si è riacceso anche in ragione della morte di Osso, il cane del giornalista Michele Serra, che addirittura dice di voler abbandonare la sua residenza perché «la natura è meravigliosa, ma troppo dura, esigente», legando di nuovo la presenza del lupo alla durezza della montagna. Se posso semplificare, io vedo da una parte chi vorrebbe eliminare il lupo come fosse una zanzara, dall’altra chi considera ogni lupo sacro e intoccabile. Entrambe sono posizioni sbagliate. I danni agli allevatori esisteranno sempre, anche con recinti elettrici e cani da guardia. Il punto è renderli sostenibili socialmente. Questo riguarda anche certe retoriche del «rewilding». Non uso mai la parola rewilding. In Europa la wilderness non esiste. Siamo cinquecentocinquanta milioni di persone. Quello che abbiamo è un paesaggio profondamente antropizzato, un equilibrio storico tra attività umane e presenza animale. Chi sogna il ritorno di una natura totalmente selvaggia spesso è qualcuno che la montagna la vede due settimane d’estate. Quindi quale sarà il futuro del lupo in Italia? Il lupo resterà. Ne sono convinto. Ma attraverserà continuamente crisi, ondate di ostilità, uccisioni, ritorni di paura. È quello che accade da cinquant’anni. La vera sfida è capire se saremo capaci di costruire istituzioni e pratiche di convivenza mature. Perché gli strumenti oggi li abbiamo: risarcimenti, monitoraggi, prevenzione, conoscenze scientifiche, gruppi importantissimi con «Io non ho paura del lupo». Bisogna puntare, anche, sul monitoraggio, che è costoso ma va fatto. Altrimenti, non si capisce di cosa si parla quando si parla di «soprannumero». Quello che manca è la politica e la cultura. *Antonio Montefusco insegna letteratura medievale all’Université de Lorraine. Luigi Boitani è uno dei più importanti biologi, zoologi e divulgatori scientifici italiani, considerato a livello internazionale il massimo esperto europeo di lupi e grandi carnivori. È stato professore di zoologia alla Sapienza di Roma, dove ha guidato il dipartimento di biologia animale e dell’uomo. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il lupo resterà proviene da Jacobin Italia.
May 23, 2026
Jacobin Italia
In Brasile la convergenza globale antifascista
A pochi mesi dalle prossime elezioni presidenziali in Brasile, si è riunita a San Paolo la seconda conferenza Good Night Far Right su estrema destra e antifascismo, organizzata dalla Fondazione Rosa Luxemburg per indicare «l’uscita a sinistra» dal tunnel autoritario in cui sono finite molte democrazie mondiali. Anticipata dalle iniziative Radici Ribelli a Firenze e da Chau Ultraderecha a Santiago del Cile, nell’esotica cornice delle contraddizioni metropolitane di una delle maggiori città dell’America Latina, la conferenza si è aperta proprio nel giorno dell’anniversario dall’abolizione della schiavitù in Brasile, e non si è limitata ad affrontare le minacce del fascismo tropicale rappresentato dalla famiglia Bolsonaro, che dopo il tentato golpe cerca di insidiare nuovamente la tenuta democratica con la candidatura del secondogenito nella sfida al presidente Lula per l’imminente tornata elettorale. Grazie alla partecipazione di oltre trecento persone con componenti di associazioni, sindacati, movimenti sociali e partiti provenienti da oltre venticinque paesi diversi, in prevalenza dell’America Latina, sono state affrontate analogie e differenze della deriva reazionaria da una parte all’altra del globo, da Bogotà a Ramallah, passando per Budapest, Quito, New York, Berlino, Buenos Aires, Nuova Dehli, Dodoma, Roma, Città del Capo e oltre.  Christiane Gomes e Andreas Behn, rispettivamente coordinatrice e direttore dell’Ufficio di Brasile e Paraguay, alla presenza di Philip Degenhardt, vicedirettore e responsabile Esteri della Fondazione Rosa Luxemburg, hanno aperto l’assemblea plenaria per lanciare l’invito non solo all’analisi della situazione attuale, ma anche allo scambio di pratiche in dialogo con movimenti di base che si attivano per una visione radicale della democrazia, con varie forme di antifascismo in risposta agli attacchi allo stato di diritto, alla giustizia sociale e ai diritti umani. Al centro del programma, articolato in quattro filoni principali, ci sono stati: l’agenda per il cambiamento con la messa in discussione del ruolo dello Stato; la capacità di vincere le elezioni per costruire potere sociale; le risposte alle strategie dell’estrema destra; e infine le modalità di riscatto antifascista nel quadro più ampio di imperialismo, guerra e disordine globale. LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA EJA EJA PROPRIETÀ Redazione Jacobin Italia UN’AGENDA PER IL CAMBIAMENTO Il confronto si è aperto con la discussione fra i referenti di tre dei maggiori paesi governati da forze progressiste in America Latina – Messico, Colombia e Brasile – come avanguardia del riscatto che intende attraversare anche le istituzioni rappresentative. Da qui l’analisi di una democrazia fragile e insidiata dalla crisi dei modelli neoliberisti, che porta a governi sempre più autoritari guidati da un’estrema destra che non cerca nemmeno più di presentarsi come una forza «civilizzata», proponendo politiche arroganti e spietate in senso turboliberista, fino a trasformare i propri leader in «general manager» che agiscono per interessi lobbistici, come nel caso degli Usa con il sequestro di Maduro per contrattare accordi sul petrolio venezuelano o come in Brasile nel «caso Bancomastro» con l’utilizzo di fondi bancari dei contribuenti nel finanziamento della campagna elettorale bolsonarista corredato da addebiti per corruzione. Per questo dal Messico è arrivata la proposta di sviluppare alternative adeguate in termini di leadership e organizzazione popolare, attraverso la formazione politica e la lotta pedagogica, oltre al recupero della memoria storica. Un approccio sostenuto anche da Donka Lakimova, referente del Pacto Historico colombiano, paese che ha registrato milioni di vittime nella lotta dei movimenti per l’autodeterminazione contro il narcotraffico e l’oppressione militare, che ha proposto di sperimentare un altro modello economico e di multilateralismo. Secondo la referente del Partito comunista cileno, Jeanette Jara, già Ministra del Lavoro del governo Borich e candidata alle ultime presidenziali, «l’ultradestra come fenomeno globale ordisce un arretramento dei diritti umani come di quello internazionale, in una sorta di risacca delle conquiste passate: una fase di backclash che genera nuovi mostri, fra impoverimento e insicurezza sociale e personale», in un ciclo politico perverso in cui addirittura «le classi popolari cilene, finora diffidenti verso la militarizzazione degli spazi pubblici dopo la dittatura, si trovano a chiedere una maggiore presenza di polizia almeno per una percezione di maggiore di tutela».  In un contesto di conflitti dilaganti a livello mondiale, di economia di guerra, che sempre più dirotta risorse dal welfare alle spese militari, particolare attenzione è stata dedicata alle crescenti diseguaglianze causate da politiche del lavoro e redistributive a dir poco perverse: alti livelli di produttività rispetto al passato, grazie al progresso tecnologico, con aspettative e condizioni delle nuove generazioni peggiori rispetto alle precedenti in termini di qualità e tempi di vita.  In più interventi è stato evidenziato come l’autoritarismo al potere e le organizzazioni fasciste siano da sempre fautori e profittatori di crisi, soprattutto nella «battaglia di idee», per scatenare «panico morale» con capri espiatori e presunti nemici sociali, strumentalizzati per nascondere le reali responsabilità nella gestione socio-economica. Una deriva evidente del resto anche nel caso italiano, con il governo Meloni che ha finito per sforare i parametri di bilancio europei anche per i costi smodati della costruzione di nuovi Centri per migranti in Albania.  Proprio per fronteggiare una corporazione di nazionalismi globali, sempre più coalizzata per far pagare alla classe lavoratrice e ai ceti popolari il costo degli extraprofitti delle multinazionali, come ricorda Will Stronge – co-direttore dell’Autonomy Institute inglese – una politica «pane e burro per la semplice creazione di nuovi posti di lavoro, non riesce a competere con il neocolonialismo in un’epoca caratterizzata dal riarmo e dal collasso climatico», con policrisi che richiedono un rinnovato internazionalismo dei lavoratori. In questo contesto la sicurezza sociale e l’equa redistribuzione sono le massime aspirazioni antifasciste, anche ponendo tetti ai prezzi delle abitazioni. In questo senso la Presidente del partito brasiliano Psol, Paola Coradi, ha parlato di discussione di «un nuovo ordine mondiale, mettendo al centro l’importanza di trovare falle nella narrazione fascistoide, per l’affermazione di un progetto di transizione ecologica e sociale, che passi dalla demilitarizzazione». Parlando di negazionismo sulla crisi climatica, Miguel Urban Crespo – giornalista ed ex eurodeputato del gruppo Left – ha spiegato come anche sul fronte ambientale sia crollata l’ultima ipocrisia capitalista sul sogno di crescita e fortune senza limiti, incarnato dall’agribusiness e dall’estrattivismo minerario nei piani delle destre al potere, a cui urge contrapporre la riconversione dal basso e la tutela dei beni comuni, cosa per cui è stata data solidarietà al progetto di reindustrializzazione ecologica del Collettivo di Fabbrica ex Gkn in Italia.  Di fronte alla portata della sfida sono quindi necessarie alleanze ampie, centrate sul piano della solidarietà e della giustizia sociale, così come sulle libertà collettive, anche «cercando di rilanciare la sindacalizzazione di persone ai margini, rafforzando socialità e dinamismo dei movimenti», come proposto dall’Eurodeputato della Linke, Vinzenz Glaser, referente della Commissione affari esteri, per resistere alla rimonta dell’estrema destra come quella dell’AfD nella Germania orientale. Un esempio di successo è stato condiviso da Grace Mausser, esponente dei Democratic Socialist of America (Dsa), rispetto alle risposte di massa ai provvedimenti intimidatori e persecutori di Trump sull’immigrazione, che hanno visto in molti Stati la mobilitazione di «una base sociale diversa ma non dispersa», fino all’elezione di un sindaco socialista come Mamdani a New York. LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi STRATEGIE CONTRO IL PANICO MORALE Fra le contraddizioni tipiche dell’estrema destra c’è il sovranismo solo propagandistico, mentre è plateale la sudditanza di molti sedicenti alleati all’agenda trumpiana, fra remigrazione, politiche mercantiliste e impoverimento della popolazione, di cui fanno le spese soprattutto donne, giovani e migranti, fra i soggetti più colpiti dagli imprenditori d’odio nello scatenamento di un «panico morale» dal carattere sempre più messianico e conservatore. La seconda edizione di Good Night Far Right ha avuto un approccio intersezionale, con il protagonismo delle rivendicazioni transfemministe in ottica decoloniale, per superare le frammentazioni nella sempiterna guerra fra poveri, che risente della propaganda dell’estrema destra sui diritti spacciati come privilegi particolari. Dirompenti in questo senso sono stati gli interventi di Celeste Fierro, coordinatrice della Global Sumud Flotilla, e di donne afrodiscendenti, come la Direttrice dei programmi strategici dell’Istituto Marielle Franco, Larissa Correia de Amorim, o come la deputata federale brasiliana Érika Hilton, che ha messo in guardia contro la strumentalizzazione femminile da parte di programmi patriarcali all’interno degli spazi di potere, o peggio ancora contro il tentativo di relegare le donne alla sfera domestica e riproduttiva, denunciando la combinazione fra diseguaglianze e violenze di genere come barbarie «da estirpare con una visione davvero transfemminista». Non c’è stata nessuna esitazione ad affrontare il genocidio in corso a Gaza, con la denuncia e la sfida aperta alla necropolitica devastante e disumana di autocrati come Nethanyau, definito il «padrino del gangster della politica globale, attualmente inquilino alla Casa Bianca» dalle parole dell’ex-Ministro di Cuba e Presidente della Casas de las Americas, Abel Prieto. Allo stesso panel il compagno della gioventù comunista nel Fronte di liberazione popolare della Palestina, Imad Touma, ha fatto notare le ricadute di «imperdonabili incoerenze della sinistra internazionale nel restare troppo poco incisiva di fronte al crescente etnonazionalismo e ai suoi imperdonabili crimini contro l’umanità, che hanno sterminato il 10% della popolazione palestinese negli ultimi anni», tanto da rilanciare il boicottaggio agli interessi sionisti con risposte eccezionali come uno sciopero generale globale. L’ultima giornata è stata quasi interamente dedicata alle sessioni pubbliche, che hanno aperto le porte di Casa Popular Carlito Maia, uno spazio polifunzionale animato da movimenti sociali sulla sovranità alimentare e la cultura di base, case editrici, una libreria e uno spaccio alimentare, sede del gruppo dei lavoratori rurali Armazém do Campo, legato al Movimento Sem Terra, che ha accolto al meglio le necessità logistiche della conferenza. Nelle assemblee conclusive che hanno affollato l’auditorium con una partecipazione diffusa, i contributi si sono concentrati sull’intreccio dell’estrema destra a livello globale e sui tentativi di criminalizzazione dell’antifascismo come rete terroristica. Catarina Martins – eurodeputata del Bloco de Esquerda portoghese – e Clara Bünger – vicepresidente della Linke al Bundestag – hanno raccontato la crescita dell’estrema destra nei rispettivi paesi con l’accondiscendenza complice delle compagini cristiane e liberaldemocratiche, che hanno votato congiuntamente la Direttiva europea sui Rimpatri sul modello dell’Ice negli Usa, rappresentando un cedimento della «linea tagliafuoco» per un fronte democratico antifascista. Il vicepresidente dei Democratic Socialist of America (Dsa), Ashik Siddique, ha condiviso un appello a organizzare l’ecosistema della sinistra radicale, mobilitandosi non per difendere lo status quo ma per rivendicare i diritti essenziali, come avvenuto con le manifestazioni di massa a Minneapolis, a cominciare dalla sanità universale come proposta dal nuovo sindaco di New York. L’auspicio cubano è stato invece quello di realizzare centri di resistenza culturale in tutta l’America Latina per contrastare la visione imperialista che disumanizza le popolazioni marginalizzate.  La conferenza ha innescato un processo di convergenza, permettendo un intenso scambio di esperienze a livello politico e personale, valorizzando risposte coordinate nella costruzione di alternative dal basso e pratiche di mobilitazione condivise, con la prospettiva di riscatto per la giustizia sociale, di genere e ambientale, capaci di invertire la tendenza e «mettere a letto» l’estrema destra. Con la consapevolezza generale che la notte sia più buia subito prima dell’alba. *Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. 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May 22, 2026
Jacobin Italia
Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante
Mancano solo il conte Dracula e i nazisti del XXI secolo a condannare il ministro israeliano Ben Givr e la sua parata aggressiva, con tanto di camicia nera, a uso del suo elettorato contro gli attivisti e le attiviste della Flotilla portati in Israele dall’esercito di Tel Aviv. Per il resto le parole di condanna di quelle immagini che tutti abbiamo visto provengono da ogni angolo dello spettro politico. Dalla tribuna più autorevole, la presidenza della Repubblica italiana, che ha ha parlato di  «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele», fino alla presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri che, in modo congiunto nel corso del vertice con il premier indiano, Modi, hanno guardato il video e definito «inaccettabile ed esecrabile» quanto fatto da Israele nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Non so che altri termini poter utilizzare per quello che è accaduto…» ha detto Tajani. «È una violazione dei diritti di ogni persona anche perché [gli attivisti] non sono terroristi, né persone che hanno commesso dei reati. Sono stati presi illegittimamente fuori delle acque di Israele, non erano armati, non avevano intenzioni violente. Poi uno può essere più o meno d’accordo sull’iniziativa, ma non è perché uno è d’accordo o meno che si possa fare quello che è stato fatto. Non è successo davanti alle acque di Israele o davanti alle acque di Gaza. È successo vicino Cipro e questo per noi è una violazione del diritto internazionale, ma soprattutto siamo indignati per quello che abbiamo visto nel video». E addirittura gli Stati uniti prendono le distanze: «La flotilla è stata una stupida bravata, ma Ben Gvir ha tradito la dignità della sua nazione. Atti spregevoli», ha scritto su X l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee.  Israele, insomma, sembra averla fatta grossa anche perché a condannare Ben Givr sono stati lo stesso Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri israeliano che, sostanzialmente, hanno rimproverato il loro ministro, colono e fascista, di aver provocato una situazione «che non serve a Israele». Ma è proprio così, si tratta di una resipiscenza, di una svolta negli atteggiamenti occidentali e di Israele? Qualcosa che potrebbe mutare, se non la situazione sul campo, almeno il clima politico? Se così fosse si tratterebbe di un successo esclusivo della Flotilla che, nel silenzio della politica occidentale e nelle infamie e umiliazioni subite – risuonano ancora le parole pronunciate dal presidente del Senato Ignazio La Russa sulla «fortuna» di essere catturati: proprio il partner ideale per Ben Givr – ha tenuto il punto centrale di questa missione: accendere i riflettori su Gaza e, ovviamente, su Israele, sull’occupazione e la violenza esercitata, non più solo a Gaza ma ormai anche nel sud del Libano.  Questa natura della missione viene spesso dimenticata e accantonata da un’informazione alla ricerca del gossip e del falso – come ad esempio l’assenza di beni di conforto per Gaza o i presunti legami con Hamas o il terrorismo islamico – mentre si tratta esclusivamente di dare sostegno, materiale ma anche politico e ideale, alla condizione palestinese. Che fosse così lo si è visto chiaramente con la prima missione, anch’essa spazzata via con le armi e i soldati da Israele, che ebbe il grande merito di rendere la situazione della Striscia un’emergenza mondiale e di attivare una mobilitazione che non si era più vista da anni. Tanto che non è un caso se la buffonata trumpiana del Board of Peace – di cui non si hanno notizie e da cui nulla di concreto è venuto per i palestinesi – sia emersa proprio dopo il clamore generato dalla Sumud Flotilla e dalla generosa solidarietà attivata da quelle barche. La Flotilla quindi è finora servita, e si tratterà di trarne con la dovuta attenzione e intelligenza tutte le lezioni nelle iniziative dei prossimi giorni e settimane. Ma non bisogna ovviamente illudersi sulla sostanza. Le parole di condanna a Israele, mosse dall’evidente brutalità ostentata dal ministro guerriero e dalla necessità di prenderne le distanze, non è l’anticamera di un cambio di politica generale. Certamente non di Israele che continua a rivendicare l’assalto alla Flotilla, stavolta anche con colpi di fucile, sia pure non letali, sparati contro gli attivisti, come una legittima difesa da azioni terroristiche. Confessando così che è la stessa esistenza in vita de palestinesi, oggetto di iniziative di solidarietà, a rappresentare per lo Stato ebraico una minaccia esistenziale. Quale modo più esplicito di dichiarare la sostanza del sionismo israeliano nel tempo presente e il potenziale annullamento di un intero popolo che questo persegue? LEGGI ANCHE… «FLOTILLA È CONFLITTO SOCIALE E MUTUO AIUTO» Salvatore Cannavò - Dario Salvetti Ma nemmeno in Europa si intravedono novità palingenetiche. Non è un’organizzazione di sinistra radicale o dell’associazionismo «pro-Pal» più estremo a dichiarare che «la Flotilla debba essere ritenuta come un vero e proprio luogo profetico poiché testimonia la volontà di non arretrare rispetto alla difesa della dignità e dell’integrità della persona umana» e a chiedere «al nostro Governo e al Consiglio europeo una chiara ed inequivocabile condanna dell’atto di pirateria ai danni dei cittadini imbarcati sulla Flotilla e l’applicazione di sanzioni serie e sistematiche nei confronti di Israele a partire dal blocco completo del commercio di armi e, senza esitazione, dei rapporti in campo militare». Si tratta invece delle Acli, l’associazione cattolica dei lavoratori che esprime con poche semplici parole tutto quello che andrebbe fatto e quello che invece non sarà fatto. A partire dal governo italiano.  Da questo punto di vista è molto positiva l’iniziativa che si terrà a Roma alla Città dell’Altra Economia il prossimo 27 maggio, «Justice For Palestine», per rappresentare il milione e 200mila persone che hanno sottoscritto l’appello per bloccare l’accordo tra Ue e Israele: di queste firme 270mila sono italiane. L’iniziativa è promossa dall’Alleanza della Sinistra Europea per i Popoli e il Pianeta (Ela) – European Left Alliance, «un partito politico europeo che unisce i partiti della sinistra verde e femminista impegnati nella difesa del diritto internazionale» e di cui per l’Italia fa parte Sinistra italiana. Ma non si tratta di una questione di sigle o di simboli, quanto della sostanza delle prese di posizione per fermare Israele. Sanzioni, rottura di accordi, isolamento internazionale, boicottaggio, rappresentano le «armi» simboliche per cercare di insistere sugli orientamenti e gli atteggiamenti di un paese – non solo di un governo – che ha deciso di divenire il paria mediorientale nonostante enfatizzi sempre la propria natura democratica. Non basta avere libere elezioni, formare un governo in Parlamento o garantire un funzionamento accettabile della giustizia: occorre anche rispettare le leggi internazionali, porre dei limiti al dominio militare e, più sobriamente, evitare di dare vita a un genocio di carattere storico come quello consumato a Gaza. Questa svolta oggi appare davvero complessa. Nonostante i suoi consensi siano in progressivo declino, Donald Trump tiene il filo di una politica estera e militare che non sembra cambiare nella sostanza, anche se le forti indecisioni nei confronti dell’Iran caratterizzano le quotidiane dichiarazioni e prese di posizione. Il problema è che i rapporti internazionali sono dominati da un aspetto sempre troppo sottovalutato: l’estrema fragilità economica e finanziaria degli Usa. Un paese dalla debolezza industriale sempre più marcata, con un debito pubblico arrivato al 137% del Pil e che ammonta a ben 40 mila miliardi, un deficit commerciale di circa 1.000 miliardi, che ha bisogno di conservare la centralità della sua moneta per sostenere e non far vacillare il gigante che è ancora. Ma questo oggi sembra possibile solo con una politica di potenza militare per fronteggiare soprattutto il concorrente estremo: la Cina. Paese da cui Trump si è presentato, non casualmente, con toni morbidi e dialoganti proprio perché bisognoso della sua benevolenza. E se l’esito della guerra con l’Iran è avvolto nella totale incertezza, il sostegno Usa a Israele non verrà mai messo in discussione: si tratta di una relazione indistruttibile a meno di profondi cambiamenti nella politica israeliana – si dovrebbe votare a settembre – e in quella statunitense – a novembre ci sono le elezioni di Midterm, che però non incidono direttamente sulla Casa Bianca, ma ne condizionano i poteri.  Si tratta quindi di lavorare ancora molto in profondità per incidere sulla situazione di guerra mediorientale e sulle condizioni di vita a Gaza. Dove i paesi occidentali stanno accumulando record di vergogna morale inusitati e mai registrati prima. E oltre all’assenza di condanna di Israele, va anche ricordato che se un essere «spregevole» come Ben Givr ha fatto quello che si è visto, è anche perché la Flotilla è stata infangata in ogni modo possibile, a partire dal governo italiano. Ma in realtà si tratta di un problema secondario. Mentre ci indigniamo, e siamo avvolti dall’ira, per il modo in cui sono stati trattati i volontari e le volontarie della Global Sumud Flotilla, non possiamo nemmeno per un attimo dimenticare qual è il vero crimine commesso da Israele e dai suoi alleati: quelle tende strappate di Gaza, quei campi profughi accanto alle case sventrate, la fame e l’assenza di cure cui il tanto decantato Occidente, così orgoglioso delle sue «radici ebraiche e cristiane», assiste senza muovere un dito. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). L'articolo Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante proviene da Jacobin Italia.
May 21, 2026
Jacobin Italia
Non è neofeudalesimo, è ipercapitalismo
Uno dei luoghi comuni più persistenti a sinistra è l’idea che gli investimenti produttivi stiano cedendo il passo alla speculazione improduttiva, il che condurrebbe allo «svuotamento» dell’economia industriale e al declino del capitalismo. Dopotutto, sembra ovvio che i capitalisti preferiscano fare soldi facili piuttosto che intraprendere il processo arduo e rischioso di produrre effettivamente qualcosa. Il neofeudalesimo sta vivendo un momento di gloria. In genere, affermazioni del genere si basano sul presunto ruolo parassitario della finanza e del «capitale fittizio». Più recentemente, tuttavia, sono state estese per descrivere un emergente «capitalismo rentier», in cui l’estrazione di rendita attraverso il potere monopolistico e il controllo sullo Stato ha soppiantato la produzione come principale mezzo con cui i capitalisti accumulano ricchezza. In realtà, la distopia che si sta dispiegando intorno a noi non è il risultato del crollo della logica del capitalismo, bensì la diretta espressione di tale logica. Così, in un articolo comparso su Sidecar, il blog della New Left Review, Dylan Riley ribadisce un punto fondamentale, spesso associato al suo coautore Robert Brenner, ovvero che la «dipendenza totale dal mercato» è il fondamento del capitalismo. Ciò significa che la caratteristica distintiva del capitalismo è che si tratta di un sistema in cui sia il benessere della classe dominante che quello delle masse lavoratrici dipende dal mercato. Tra le altre cose, questo ha implicazioni cruciali per la nostra comprensione della transizione al capitalismo, brevemente riassunta da Riley nell’articolo. Ci porta a concentrarci sui rapporti di produzione all’interno delle società, piuttosto che solo sui loro legami commerciali esterni con un «sistema mondiale», per determinare la natura del modo di produzione. Riley insiste sul fatto che la critica di sinistra non dovrebbe essere diretta contro i singoli capitalisti e le loro specifiche storie di violenza, bensì contro la logica del capitalismo. Tuttavia, la sua successiva affermazione secondo cui i capitalisti oggi accumulano sempre più ricchezza attraverso la ricerca di rendite, l’estrazione politica e il saccheggio, anziché tramite «investimenti produttivi», è concettualmente confusa e non supportata dalle prove. Anzi, queste asserzioni si basano proprio sull’incapacità di analizzare «le dinamiche del sistema» e «le sue leggi di moto», che egli giustamente rivendica. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia Innanzitutto, ci si potrebbe chiedere: qual è la fonte della «rendita» che questi capitalisti presumibilmente estraggono? Affinché il valore possa essere estratto sotto forma di rendita, deve prima essere prodotto. L’unico modo per eludere questo requisito sarebbe quello di adottare la visione neoclassica secondo cui il potere di determinazione dei prezzi delle imprese crea valore dal nulla. Se operiamo all’interno di un quadro concettuale che intende il valore come il risultato di processi materiali concreti svolti da esseri umani concreti, questa spiegazione non è molto soddisfacente. La rendita, insieme al profitto e all’interesse, deve quindi essere intesa come un diritto su una quantità finita di plusvalore prodotto nell’intera economia, come dimostra Karl Marx. Ciò, a sua volta, implica relazioni specifiche – sistemiche – tra rendita e profitto. La rendita è una detrazione dalla produzione totale dell’economia. Ciò significa che non può espandersi all’infinito. È vincolata da ciò che è stato effettivamente prodotto. Se la rendita viene sottratta dal profitto, questo processo può andare solo fino a un certo punto, dopodiché la produzione non è più sostenibile, minando così la fonte della rendita e la riproduzione dell’intero sistema. Lo «stimolo al guadagno» (nei termini di Marx) deve essere sufficiente a spingere i capitalisti a investire in attività produttive, altrimenti la rendita stessa diventa impossibile. Se le attività di rendita fossero costantemente più redditizie degli investimenti produttivi, allora tutti i capitalisti cercherebbero di diventare rentier, come suggerisce Riley. E se lo facessero, l’afflusso di capitali in questi settori intensificherebbe la concorrenza e spingerebbe i rendimenti verso la media sociale. Questo è il fulcro della teoria della concorrenza di Marx, lo stesso che si trova in qualsiasi scuola di economia: il capitale si sposta dai settori con rendimenti inferiori alla media a quelli con rendimenti superiori alla media, determinando una tendenza all’uguaglianza del tasso di profitto. Ciò non significa che i profitti non possano essere più elevati in un settore rispetto a un altro. Implica solo che gli investimenti inseguiranno i rendimenti più elevati e che questi investimenti influenzano la capacità produttiva e quindi la concorrenza e i profitti. Rendimenti costantemente superiori alla media richiedono quindi l’esistenza di una qualche barriera all’uguaglianza competitiva del tasso di profitto. Alcune imprese devono essere in grado di impedire ad altri capitali di entrare in questi settori grazie al controllo di qualche condizione di produzione o circolazione che altri non possono riprodurre o a cui non possono accedere; in altre parole, devono possedere un potere di monopolio. In effetti, è proprio così che Marx definisce la rendita: reddito derivante da specifici vantaggi di mercato che non possono essere eliminati dalla concorrenza. Se abbandoniamo il legame marxiano tra rendita e monopolio, allora la rendita può arrivare a riferirsi a qualsiasi reddito derivante dalla proprietà. Ma tutti i capitalisti possiedono e controllano le condizioni di produzione e circolazione: fabbriche, magazzini, sistemi logistici, software, marchi, reti di clienti, brevetti, sistemi di pagamento, piattaforme, eccetera. Se si intende che la sola proprietà genera rendita, allora il profitto, come categoria distinta, tende a scomparire del tutto nella rendita. Considerato tutto ciò, l’analisi di Riley suggerisce efficacemente che il capitalismo viene sostituito da una qualche forma di «neofeudalesimo», poiché l’accumulo di ricchezza attraverso il «saccheggio» mina la concorrenza e porta alla sospensione delle «leggi del moto» del capitalismo. Tuttavia, ciò non funziona empiricamente. Come io e Scott Aquanno abbiamo dimostrato in un paper uscito di recente sulla Review of Radical Political Economics, le principali aziende tecnologiche, che sono tipicamente bersaglio di queste argomentazioni, non hanno costantemente conseguito profitti superiori alla media. I loro profitti si sono mantenuti intorno alla media. Né vi sono prove che la mobilità dei capitali nell’economia si sia ridotta nel modo in cui le argomentazioni sul capitale monopolistico o sul capitalismo rentier richiederebbero. Ciò significa che, anche se ipotizziamo che le attività di queste imprese siano del tutto «improduttive» (il che in realtà non è vero), il loro reddito non è una rendita. Piuttosto, si tratterebbe di ciò che Marx chiama «profitto commerciale», ovvero il profitto che spetta ai capitali che svolgono funzioni di circolazione e di realizzazione. LEGGI ANCHE… ECONOMIA CAPITALISMO DIGITALE E STAGNAZIONE ECONOMICA Cédric Durand Google, Meta, Amazon e simili non si limitano a sottrarre valore alle imprese produttive, ma costruiscono e gestiscono infrastrutture che altri capitali utilizzano per far circolare merci, ridurre i tempi di rotazione, realizzare plusvalore e competere in modo più efficace. Le imprese commerciali sono vincolate da una disciplina competitiva che le spinge a migliorare continuamente – e persino a rivoluzionare – le condizioni di circolazione. Ciò include le telecomunicazioni, la logistica e i magazzini, oltre alla pubblicità. In questo modo, l’analisi del capitalismo di Marx continua a fornire una spiegazione convincente per i rapidi processi di sviluppo tecnologico e logistico a cui assistiamo quotidianamente. Lungi dall’aggirare le leggi del moto del capitalismo, queste dinamiche ne sono una chiara espressione. Riley sostiene che i capitalisti odiano la concorrenza. Vogliono tutti distruggere i rivali e ottenere un potere monopolistico. Ma questo è semplicemente impossibile. Non c’è modo di fermare quella che Anwar Shaikh chiama la «guerra tra imprese», mentre queste lottano per massimizzare la propria quota del surplus sociale totale, soprattutto quando la grande finanza può fornire alle multinazionali la potenza di fuoco necessaria per abbattere qualsiasi barriera alla concorrenza alla ricerca di profitti superiori alla media. La concorrenza non è contingente, ma costitutiva del sistema. Infine, l’idea che le aziende non stiano effettuando «investimenti produttivi» è semplicemente un mito. Le imprese centrali del capitalismo contemporaneo investono massicciamente in capitale fisso, logistica, software, data center, intelligenza artificiale, infrastrutture energetiche e catene di approvvigionamento globali. Gli investimenti aziendali rimangono elevati, la spesa in ricerca e sviluppo è cresciuta, l’innovazione tecnologica ha proceduto rapidamente e le aziende leader sono impegnate in una spietata concorrenza sui prezzi. Le teorie del monopolio faticano a spiegare tutte queste dinamiche. Non ci troviamo di fronte a un capitalismo in disfacimento o che sta degenerando in rentierismo, bensì a un sistema forte, redditizio, dinamico e competitivo. Ed è proprio questo il problema. *Stephen Maher è professore associato di economia alla Suny Cortland e condirettore del Socialist Register. Ha scritto, con Scott Aquanno, The Fall and Rise of American Finance: From JP Morgan to BlackRock (Verso, 2024) e Corporate Capitalism and the Integral State: General Electric and a Century of American Power (Palgrave Macmillan, 2022). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Non è neofeudalesimo, è ipercapitalismo proviene da Jacobin Italia.
May 20, 2026
Jacobin Italia
L’Andalusia anticapitalista si racconta
Alle elezioni in Andalusia perde il Partito popolare al governo a beneficio della destra di Vox, si verifica un calo significativo del Partito socialista cui non corrisponde la tenuta della sinistra di Podemos e Sumar (in coalizione) ma l’exploit della lista anticapitalista di Adelante Andalusia. Quella che segue è un’intervista pubblicata da Jacobinlat pochi giorni prima del voto in cui l’organizzazione spiega cos’è e come lavora.  Rifondata nel 2021 sotto la guida di Teresa Rodríguez, Adelante si definisce nazionalista andalusa, anticapitalista, femminista ed ecosocialista. Riunisce organizzazioni come Anticapitalistas Andalucía, Defender e Izquierda Andalucista, insieme a un numero crescente di membri indipendenti organizzati in assemblee locali. La sua missione è tanto semplice da enunciare quanto difficile da sostenere: articolare la difesa della maggioranza lavoratrice, la sovranità andalusa e una strategia di rottura, senza diluire nessuno dei tre pilastri all’interno degli altri. A guidare la candidatura è José Ignacio García, consulente educativo, membro di Anticapitalistas Andalucía e cofondatore di Adelante. In questa intervista, discutiamo della situazione attuale in Andalusia, del rapporto tra nazione e classe, della valutazione del ciclo iniziato con il movimento 15M e delle sfide poste dall’ascesa dell’estrema destra. L’Andalusia appare spesso come una periferia interna dello Stato spagnolo: subordinata nella divisione territoriale del lavoro, afflitta da precarietà lavorativa, bassi salari e deterioramento dei servizi pubblici. Come descriveresti la situazione attuale in Andalusia e cosa esprime, in termini più profondi, questa posizione subordinata? L’Andalusia è una nazione subordinata all’interno dello Stato spagnolo. Si parla di «zona di sacrificio», in cui alcuni territori dello Stato svolgono il ruolo che alcuni accademici, come Delgado Cabeza, hanno definito il «cortile di casa» dello sviluppo capitalistico. Ma l’elemento fondamentale per comprendere la configurazione territoriale dello Stato spagnolo e il ruolo dell’Andalusia è che questa non ha favorito le classi popolari di altre parti dello Stato, bensì ha rappresentato un enorme vantaggio per i vincitori del capitalismo spagnolo. Lo Stato spagnolo è una macchina composta da due elementi complementari: la contraddizione di classe e la contraddizione territoriale-nazionale, insieme alle questioni di genere e razza. Questi due elementi hanno plasmato una serie di territori le cui economie sono fondamentalmente estrattive, fungendo ora da fonti di manodopera a basso costo, di estrazione di materie prime, di espansione di settori produttivi con enormi impatti sociali e ambientali negativi, ora da fonte di un vasto esercito di riserva di manodopera attraverso le migrazioni interne. In diversi momenti storici, questo estrattivismo ha spostato la maggior parte delle risorse verso l’uno o l’altro di questi settori, ma il processo di espropriazione della ricchezza dalle classi lavoratrici andaluse verso le oligarchie è rimasto simile. Queste oligarchie possono provenire dall’esterno o dall’interno dell’Andalusia, ma hanno sempre un enorme interesse a mantenere la configurazione territoriale dello Stato e, in Andalusia, a continuare a svolgere il ruolo di «cortile di casa».  Questo è ciò che il movimento operaio andaluso tradizionalmente denunciava nei confronti dei grandi latifondisti, come la Casa d’Alba o il Ducato di Infantado. Oggi, in Andalusia, la terra è in mani meno numerose rispetto a mezzo secolo fa. La situazione dei lavoratori agricoli rimane molto difficile e stiamo assistendo a quella che potremmo definire l’«uberizzazione» dell’agricoltura, con l’arrivo di nuovi proprietari terrieri sotto forma di fondi di investimento e capitali stranieri. Ma ci sono altri settori in cui questo processo è chiaramente visibile nella situazione attuale. Uno di questi è il turismo. Nella divisione internazionale del lavoro, l’Andalusia è relegata a un modello turistico profondamente iniquo. Questo modello si basa su condizioni di lavoro estremamente precarie, sulla crescente concentrazione della ricchezza nelle mani di grandi catene alberghiere e su un settore dell’ospitalità sempre più concentrato e strettamente legato al mercato immobiliare. Ciò ha portato alla nascita di fenomeni come il settore degli appartamenti turistici: l’Andalusia vanta il maggior numero di questi appartamenti in Europa, e il mercato tende a essere monopolizzato da grandi proprietari terrieri e fondi di investimento. Un altro esempio interessante è il ruolo che ci è stato assegnato nella transizione ecologica guidata dal cosiddetto capitalismo verde. In questo momento, nell’Andalusia rurale, è in corso un gravissimo conflitto perché vengono installati impianti fotovoltaici e a biogas su larga scala con un impatto ambientale devastante, che distruggono i mezzi di sussistenza di molte regioni e ricattano la popolazione, costringendola spesso a scegliere tra lavoro e salute. Hanno deciso che l’Andalusia diventerà la «batteria» dell’Europa meridionale, producendo energia per le multinazionali mentre uliveti secolari vengono distrutti. Tutto ciò accade contemporaneamente alle proteste che si svolgono nei quartieri di Siviglia, Cordova e Granada a causa dei frequenti blackout durante la calda estate. Adelante Andalucía tenta di articolare anticapitalismo e nazionalismo andaluso all’interno di un unico progetto. In una sinistra che ha spesso oscillato tra la priorità data alle questioni sociali e a quelle nazionali, quale novità strategica introduce questa articolazione e come si immagina, in questo quadro, il rapporto tra nazione e classe? Più specificamente, come può la questione nazionale fungere da forza mediatrice per radicalizzare il conflitto sociale e promuovere una prospettiva socialista, anziché annacquarla? Se siamo consapevoli della costruzione dello Stato spagnolo con questi due ingranaggi ben oliati della macchina, ossia le contraddizioni di classe e nazionali, e del fatto che entrambe relegano l’Andalusia a una posizione subordinata e la trasformano in zona di sacrificio, la risposta deve necessariamente sovvertire entrambe le contraddizioni. In Adelante Andalucía parliamo del legame indissolubile tra emancipazione di classe ed emancipazione nazionale. In Andalusia, questo è particolarmente evidente; è profondamente radicato nel popolo andaluso e nelle sue lotte. La bandiera verde e bianca della lotta operaia è da sempre il simbolo dell’Andalusia. È simbolica, ma non insignificante. Rappresenta lo sviluppo storico del capitalismo, le istituzioni sociali che sono state costruite e le lotte che sono state condotte, elementi che hanno plasmato l’Andalusia come nazione. Vogliamo costruire un’organizzazione politica che rappresenti gli interessi della classe lavoratrice andalusa, della stragrande maggioranza della popolazione che soffre sotto questo sistema, riconoscendo che la contraddizione di classe attraversa l’Andalusia come nazione e che ciò implica ammettere che non tutti in Andalusia condividono gli stessi interessi. Un fondo di investimento che possiede migliaia di ettari, per quanto andalusi possano essere i suoi azionisti, non è la stessa cosa di un bracciante agricolo; così come il proprietario di una grande catena alberghiera non è la stessa cosa dei suoi dipendenti. Il nostro progetto è molto chiaro: rifiutiamo la politica interclassista. D’altro canto, Adelante incorpora intrinsecamente una prospettiva sovranista nella nostra proposta. La lotta di classe si svolge all’interno di un contesto specifico, di una struttura nazionale e di un luogo particolare nel mondo. Non esiste in astratto. Ciò implica che la classe lavoratrice andalusa ha i suoi problemi specifici e subisce oppressione territoriale e nazionale. Pertanto, è essenziale che la risposta miri anche a sovvertire il ruolo subordinato che l’Andalusia riveste nella configurazione dello Stato. La sinistra spagnola ha spesso fallito nel comprendere la necessità di articolare una risposta sovranista da e per l’Andalusia. A volte, a questo proposito, faccio un esempio che, pur potendo sembrare esagerato, chiarisce la visione che altre correnti di sinistra hanno sempre avuto dell’Andalusia. Immaginate che in futuro si instaurasse una repubblica socialista nello Stato spagnolo, se questo processo non fosse condotto in un’ottica di sovranità andalusa, ovvero dalla prospettiva della capacità dei lavoratori andalusi di pianificare e decidere la vita nella nostra terra: alla fine ci sarebbe una compagnia energetica statale che riempirebbe le campagne andaluse di pannelli fotovoltaici. L’identità politica che Adelante Andalucía sta forgiando deve essere definita come segue: l’andalunismo del XXI secolo deve essere anticapitalista, e l’anticapitalismo a sud di Despeñaperros deve essere andaluso. Tutto ciò senza dimenticare la sua intersezione con il femminismo e l’antirazzismo. È proprio all’interno del femminismo che si è sviluppata per la prima volta un’innovazione affascinante, che ha illuminato il cammino da percorrere. Intorno al «femminismo andaluso» si è sviluppata, attraverso la teoria e la pratica di autrici, educatrici, collettivi e altri attori, una simbiosi che unisce il pensiero femminista alle pratiche comunitarie delle donne andaluse, alle loro lotte storiche, alla reinterpretazione delle tradizioni e ad altri elementi. LEGGI ANCHE… POLITICA PODEMOS TORNI A FARE OPPOSIZIONE Manolo Monereo Una forza sovranista andalusa si trova immediatamente ad affrontare la questione dell’internazionalismo in un contesto di crisi della globalizzazione capitalista e di escalation di guerre e militarizzazione. Come si può coniugare una strategia sovranista con una internazionalista che vada oltre la solidarietà formale e articoli la lotta sulla scena internazionale? Questo è un punto importante. Siamo una forza sovranista in Andalusia, ma non siamo indifferenti a ciò che accade fuori dall’Andalusia, né lo consideriamo un problema secondario. Fin dalla sua nascita, Adelante Andalucía si è definita internazionalista e antimperialista. Sebbene all’interno di Adelante vi siano compagni che possono avere opinioni diverse su alcuni aspetti della politica internazionale o sull’interpretazione di certi conflitti attuali, condividiamo un forte accordo strategico. In questo senso, siamo convinti che il nostro primo compito, in linea con l’internazionalismo e l’antimperialismo, sia quello di contrastare la potenza imperialista di cui l’Andalusia fa parte, ovvero gli Stati uniti e la Nato. Ma attenzione, in Andalusia questo non può essere separato dalla prospettiva sociale. Affrontare la questione dal basso ignorando che essa rappresenta una forma di ricatto nei confronti delle classi lavoratrici nelle regioni colpite è solo metà della battaglia. Con la stessa forza con cui dobbiamo opporci alla Nato e all’esistenza delle basi aeree di Morón e Rota, dobbiamo esigere piani per l’occupazione, un’industrializzazione sostenibile e modelli di sviluppo alternativi per queste regioni. Naturalmente, l’internazionalismo e la costruzione di movimenti di solidarietà, soprattutto con la Palestina e il Sahara Occidentale, che ha stretti legami con l’Andalusia, sono priorità politiche in questo contesto. Vorrei aggiungere un altro aspetto che ritengo altrettanto importante. Dobbiamo integrare questa prospettiva internazionalista in tutti i nostri assi politici quando analizziamo la configurazione territoriale dello Stato spagnolo. Il nazionalismo spagnolo in Andalusia si è spesso mascherato da un presunto «andalusianesimo» che non è altro che anticatalanismo. Essi colgono un impulso reale che esiste nel popolo andaluso, un dolore che ha una base materiale nel modo in cui l’Andalusia è stata emarginata, e che viene incanalato contro un altro popolo anziché contro le élite politiche ed economiche. L’ascesa dell’estrema destra è un fenomeno globale e la Spagna non è immune a questa tendenza. Come la interpreti? Qual è, a tuo parere, la vera minaccia? E, data la possibilità di un governo con la partecipazione di Vox , questo costringe la sinistra a ripensare le proprie tattiche o la propria strategia? Esiste una minaccia reale, e qualsiasi forza politica di sinistra che tenti di ignorarla o minimizzarne la pericolosità si sbaglia. Il peggio non è mai il meglio. Inoltre, ho la sensazione che alcuni a sinistra prevedano che Vox, una volta al governo, subirà la stessa sorte delle forze a sinistra del Psoe quando occuparono i ministeri: rimanere elementi esterni al vero e proprio «stato profondo», senza la capacità di attuare trasformazioni sociali, oppure finire per essere cooptati dal progressismo più liberal-socialista. Purtroppo, credo che con Vox non sarebbe così. Perché Vox non è un elemento esterno allo stato capitalista o alla classe che ha sempre detenuto il potere. Al contrario, Vox è la progenie e l’erede di tutto ciò, e questo è radicato nel suo stesso DNA. Vox non è separato dai vertici delle forze di sicurezza statali, dalla gerarchia giudiziaria, dai settori dominanti dello stato o dalle principali potenze economiche. Ne fa parte, e il suo ingresso nel governo non sarebbe un elemento esterno in lotta contro tutto ciò, ma piuttosto il suo complemento perfetto. Pertanto, non sottovaluto in alcun modo il pericolo rappresentato da Vox. Ed è anche per questo che non ritengo utile la strategia di creare un cordone sanitario in alleanza con altri partiti di destra, che pone Vox come elemento esterno alla democrazia liberale, perché penso che dimostri una mancanza di comprensione della vera natura di tale pericolo. Qualcuno potrebbe quindi chiedersi perché, se siamo così preoccupati dalla minaccia dell’estrema destra, non perseguiamo una strategia di unità elettorale con altre forze di sinistra. È una domanda legittima che richiede una spiegazione. Dobbiamo valutare la situazione politica per formulare la nostra strategia. È proprio in questo contesto che crediamo che l’estrema destra in Spagna stia guadagnando terreno, tra l’altro, grazie all’enorme malcontento popolare e alla delusione nei confronti di una sinistra che, in generale, dopo quasi otto anni al governo, non è riuscita ad attuare riforme profonde che migliorerebbero la situazione delle classi lavoratrici di fronte ai problemi principali. All’interno della sinistra, intesa nel suo senso più ampio, si sta verificando un’enorme crisi di credibilità: sembra un gruppo che promette molto e mantiene ben poco. Questo sta alimentando lo spostamento a destra delle classi lavoratrici. Riteniamo che il modo più efficace per arginare l’emorragia di giovani e lavoratori che si avvicinano al discorso di estrema destra sia proprio quello di proporre un’alternativa che metta in discussione lo status quo , ma da sinistra. Il modo migliore per combattere l’estrema destra è attraverso l’emergere di forze come Adelante Andalucía, che propongono una sfida a uno status quo ingiusto e lo fanno partendo da un’identità come quella dell’Andalusia, che funge da rifugio in tempi di incertezza neoliberale e di scomparsa delle grandi comunità del XX secolo. LEGGI ANCHE… POLITICA DA DOVE VIENE LA ROTTURA DI PODEMOS Eoghan Gilmartin - Antonio Maestre Ripensando al ciclo iniziato con il movimento 15M , l’ascesa di Podemos, le alleanze municipaliste e la sinistra indipendentista, sembra chiaro che questa sequenza abbia fatto il suo corso. Quale valutazione strategica fai di questo ciclo? Quali sono stati i suoi principali successi, i suoi limiti e le sue speranze? Abbiamo imparato da quel ciclo. La prima cosa da capire è che quel ciclo è finito. Dal mio punto di vista, si è concluso con l’ingresso di Podemos nel governo del Psoe alla fine del 2019. Quel momento segna la fine del ciclo. Noi di Adelante Andalucía siamo convinti di non considerarci un epilogo di quel ciclo, ma qualcosa di nuovo. Abbiamo imparato da quell’esperienza, con successi e fallimenti, e dal 2021, con la rifondazione di Adelante, ci siamo costruiti un progetto politico completamente distinto dal passato. Credo che il ciclo abbia avuto l’enorme pregio di riuscire a coinvolgere molte persone nella politica in senso democratico, il che è stato molto positivo. Tuttavia, i meccanismi necessari per impedire che questo potenziale venisse assorbito dal liberalismo sociale, o reso impotente, non sono stati creati o non sono stati creati. Forse l’errore, tra gli altri, è stato quello di basare tutto sull’«illusione». Credo che i tempi siano stati interpretati male e che l’avversario sia stato sottovalutato. Si pensava addirittura che sarebbe stata una battaglia rapida, con una vittoria immediata, e che dipendesse dall’astuzia di individui molto intelligenti e abili (molto neoliberista, in effetti). E partiti e organizzazioni sono nati proprio per questa concezione della politica. E quando quel rapido successo non si è concretizzato, la frustrazione collettiva e personale ha portato a conseguenze come l’integrazione nel blocco dominato dal Psoe, o la disaffezione nei confronti della politica. C’è un altro elemento importante. Non credo che l’estrazione sociale dei leader nelle organizzazioni sia una questione di poco conto. È fondamentale che i rappresentanti politici vivano come coloro che rappresentano, un principio che la sinistra ha abbandonato, tra l’altro, e a cui Adelante si attiene rigorosamente.  Di fronte alla fine di questo ciclo e all’ascesa della destra, la questione fondamentale torna a essere come ricostruire una forza popolare con radici reali. Che tipo di sinistra è necessaria oggi per riconnettersi con la maggioranza dei lavoratori? Come immagina questa ricomposizione? Queste cose non si dichiarano, si costruiscono. In altre parole, non si dicono, si fanno. Detto questo, cercherò di spiegare alcune caratteristiche della sinistra che stiamo cercando di costruire in Adelante Andalucía. Per arginare la deriva dei lavoratori e lavoratrici verso l’estrema destra, abbiamo bisogno di una sinistra che sfidi il sistema e lo status quo attuale . A tal fine, è fondamentale l’indipendenza dal blocco dominato dal Psoe, così come il mantenimento di una posizione di netta distinzione qualitativa rispetto a tale blocco. Dobbiamo però evitare di cadere nel settarismo. Sappiamo che sono nostri avversari e che fanno parte del regime contro cui lottiamo. Siamo disposti a raggiungere accordi specifici che migliorino gli equilibri di potere a favore dei lavoratori, a promuovere politiche di fronte unito quando necessario e a colpire insieme la destra attraverso la mobilitazione sociale. Ma non abbandoneremo il nostro programma né la nostra strategia, che è chiaramente distinta. È proprio questa indipendenza e fermezza nei nostri obiettivi che ci dà molta più fiducia nel raggiungere accordi su certe questioni che non cedono terreno alla destra o all’estrema destra. Siamo disposti a governare, ma per attuare il nostro programma e trasformare l’Andalusia a favore della classe lavoratrice, non per entrare in governi dominati dal PSOE, trasformando la governance in uno strumento al servizio del capitale e generando così più frustrazione che altro. Esistono già diversi esempi storici di questo errore strategico. D’altro canto, abbiamo bisogno di una sinistra che recuperi le migliori tradizioni dei partiti militanti. Non si può ripetere l’errore di costruire organizzazioni che erano praticamente solo piccole macchine di comunicazione. Dobbiamo costruire partiti: qualcosa di molto più complesso e impegnativo, ma che promuova una cultura militante basata sulla partecipazione, la perseveranza, una visione a lungo termine, il pluralismo, il dibattito e la democrazia. Il nostro modello non è un grande gruppo Telegram. C’è un altro aspetto a cui pensiamo molto: se stiamo costruendo un’organizzazione per la classe lavoratrice andalusa, dobbiamo in qualche modo integrarci, farne parte e non apparire come degli estranei. Questo richiede anche una riflessione critica, complessa e non convenzionale su tradizioni, feste e pratiche comunitarie. Il partito non è la classe, non la sostituisce, ma è parte della classe, se ne nutre, con tutte le contraddizioni, le eterodossie e le complessità che caratterizzano il nostro popolo. *José Ignacio García è cofondatore di Adelante Andalucia. Brais Fernándezfa parte del comitato editoriale di Viento Sur. Martín Mosquera è direttore di JacobinLat. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’Andalusia anticapitalista si racconta proviene da Jacobin Italia.
May 19, 2026
Jacobin Italia
Mamdani alla prova del primo bilancio
Quando la governatrice di New York Kathy Hochul ha annunciato, nel giorno in cui è stato presentato il bilancio della città, che avrebbe stanziato 4 miliardi di dollari per contribuire a colmare il deficit di bilancio cittadino, i media si sono affrettati a presentare la notizia come se Mamdani e la città stessero spendendo in modo irresponsabile. «Hochul sborsa altri 4 miliardi di dollari per salvare i problemi di bilancio di Mamdani a New York», ha lamentato il New York Post . Anche il sito di destra  Center Square  si è detto d’accordo,  definendo  l’operazione un «salvataggio»,  termine che  sembra essere diventato anche un argomento di discussione  per l’avversario repubblicano di Hochul, l’estremista di destra Bruce Blakeman di Long Island. Definire l’aumento dei finanziamenti statali come un salvataggio, con la conseguente insinuazione che la città stia gestendo le proprie finanze in modo irresponsabile, è errato. I finanziamenti sono il risultato della solida leadership del sindaco Zohran Mamdani, resa possibile dall’organizzazione e dalla pressione esercitata dai newyorkesi. Il sindaco ha saputo muoversi con estrema delicatezza durante le negoziazioni a livello cittadino e statale relative a questo bilancio, facendosi portavoce di un movimento che ha condotto una campagna energica per spingere il governatore a fare di più per la città tassando i ricchi, e al contempo collaborando con il governatore per finanziare importanti promesse elettorali in materia di  politiche per l’assistenza all’infanzia universale , che non sarebbero state realizzabili senza la sua cooperazione. I finanziamenti statali appena annunciati da Mamdani e Hochul contribuiranno a coprire le esigenze della città e a colmare il deficit di bilancio, aggravato dalla cattiva gestione del precedente sindaco Eric Adams e dai drastici tagli del presidente Donald Trump. Il bilancio finale della città è tutt’altro che perfetto o rivoluzionario, ma nel complesso rappresenta un passo nella giusta direzione, soprattutto considerando le immense difficoltà strutturali che Mamdani si è trovato ad affrontare. Hochul, che una volta aveva affermato che non avrebbe mai aumentato le tasse sui ricchi, ha finito per imporre una  tassa sulle  seconde case con un valore superiore a 5 milioni di dollari, che frutterà mezzo miliardo di dollari. Non si tratta certo dell’entità della tassazione sui ricchi auspicata da Mamdani e dai suoi sostenitori, ma vista la precedente intransigenza della governatrice su questo tema, rappresenta un’importante vittoria in una battaglia più lunga.  Il sindaco Mamdani e la presidente del consiglio comunale Julie Menin hanno inoltre annunciato che stanno lavorando con il consiglio stesso a un piano per ridurre il credito d’imposta per le imprese non costituite in società (Ubt), che consente ad alcuni imprenditori di detrarre parte dell’Ubt dalla propria imposta sul reddito personale, un vantaggio che soprattutto per i milionari. Questa riforma genererà per la città ulteriori 68 milioni di dollari di entrate. LEGGI ANCHE… POLITICA I PRIMI 100 GIORNI DI MAMDANI Nick French L’amministrazione Mamdani ha anche individuato delle aree di risparmio. A ciascun ente è stato chiesto di ridurre gli sprechi e le inefficienze, snellendo le spese superflue derivanti da contratti esterni, rinunciando agli spazi inutilizzati, tagliando i programmi non necessari e migliorando la gestione finanziaria: un processo che, secondo la città, ha portato a un risparmio di  1,77 miliardi di dollari . I socialisti spesso, sentendo questo tipo di proposta, la considerano una forma di austerità mascherata, ma in questo caso i fondi vengono destinati ad altre esigenze vitali e non a tagli ai servizi. Una delle fonti di risparmio è senz’altro una decisione politica discutibile: il rinvio dell’obbligo di ridurre il numero di alunni per classe nelle scuole pubbliche. Quelle poco numerose sono infatti costose, ma creano un ambiente di apprendimento più stimolante e sicuro per i gli e le studenti. Inoltre, la creazione di nuovi posti di lavoro sindacalizzati è un fattore positivo per lo sviluppo economico. La carenza di insegnanti e risorse rende difficile l’attuazione di questa legge per la città e lo stato in questo momento, motivo per cui il sindaco ne sta posticipando l’entrata in vigore. Ma Mamdani ha dichiarato di impegnarsi a realizzarla entro la fine del suo mandato. Un’altra fonte di risparmio, ragionevole ma probabilmente soggetta a fraintendimenti, è la ristrutturazione del disavanzo dei fondi pensione. Come spiega Andrew Perry del Fiscal Policy Institute, dopo la Grande Recessione, i pagamenti ai fondi pensione comunali sono stati ammortizzati in modo tale da posticipare alcuni versamenti, per poi farli lievitare di recente e azzerarsi nel 2032. Il piano di Mamdani «riequilibra la situazione», afferma Perry. «Quel piano di ammortamento non ha mai avuto molto senso, e questa sembra una soluzione logica». Il fatto che Hochul non abbia tassato ulteriormente i ricchi è ancora rilevante: maggiori entrate non solo avrebbero finanziato le classi meno numerose e altre politiche cruciali proposte da Mamdani, ma avrebbero anche messo i newyorkesi in una migliore posizione per affrontare l’amministrazione Trump. Il bilancio statale è quasi definitivo e, purtroppo, sembra probabile che sia il bilancio cittadino che quello statale non saranno sufficienti a fornire ai newyorkesi una rete di sicurezza sociale che compensi i tagli ai buoni pasto e a Medicaid. Ciò è particolarmente irritante, dato che i tagli federali a questi programmi derivano da una riduzione delle tasse concessa da Trump ai ricchi, quindi tassarli per compensare tale riduzione non avrebbe certo comportato un cambiamento radicale nel loro stile di vita. Il bilancio, tuttavia, evita di assecondare l’accettazione passiva dell’austerità. Lascia intatti i servizi essenziali, tra cui l’assistenza finanziaria e gli alloggi per i senzatetto; va oltre quanto inizialmente promesso dal sindaco in merito a biblioteche e parchi; e destina 1,2 miliardi di dollari per l’assistenza all’infanzia universale e, altrettanto importante, miliardi di dollari in finanziamenti per alloggi a prezzi accessibili, compreso il più grande aumento di capitale nella storia recente, a livello cittadino, per l’edilizia popolare. LEGGI ANCHE… STESSO TAGLIO, AFFILANDO LA LAMA Redazione Jacobin Italia Tutto ciò avviene evitando di aumentare le tasse sulla proprietà, cosa che avrebbe avuto un senso dal punto di vista fiscale, ma sarebbe stata anche impopolare e difficile da far accettare. I newyorkesi proprietari di immobili non rappresentano la maggioranza dei residenti della città, ma hanno un forte capitale sociale e avrebbero protestato a gran voce. Sembra invece che aver scatenato una tempesta di indignazione con la proposta di una tassa sulla proprietà abbia aiutato Mamdani a convincere il governatore a finanziare la città, anche tassando un po’ i ricchi. Il bilancio ha inoltre evitato di attingere alle riserve o al fondo di emergenza, il che avrebbe esposto il sindaco ad accuse di irresponsabilità fiscale. Considerando l’enorme impatto che il trumpismo e anni di neoliberismo hanno avuto sulla città, la portata della crisi del costo della vita e la particolare propensione di New York a utilizzare i programmi governativi per migliorare la vita di tutti, sarebbe stato meglio tassare maggiormente i ricchi oltre alle aziende e investire ancora di più nei newyorkesi. Le lacune nella rete di sicurezza sociale, in particolare per quanto riguarda la sicurezza alimentare e l’assistenza sanitaria, causate dall’amministrazione Trump, sono gravi e preoccupanti. Ma considerando che Mamdani e la sinistra sembravano destinate al fallimento dall’amministrazione Adams e dal governo federale, nonché da una governatrice restia anche al minimo disagio per la sua base plutocratica, questo bilancio rappresenta una vittoria politica: un primo passo nella costruzione di una nuova cultura politica in cui i lavoratori. *Liza Featherstone è editorialista di JacobinMag. Ha scritto, tra le altre cose, Selling Women Short: The Landmark Battle for Workers’ Rights at Wal-Mart (Basic Books, 2002) e Divining Desire: Focus Groups and the Culture of Consultation (Or, 2017). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Mamdani alla prova del primo bilancio proviene da Jacobin Italia.
May 18, 2026
Jacobin Italia
Combattiamo Trump e gli oligarchi
È un onore per mia moglie Jane e per me essere qui al Salone del Libro di Torino. E voglio ringraziare tutti voi per essere venuti questa sera. Prima di andare oltre, voglio che sappiate tutti che le opinioni e le azioni di Donald Trump nei confronti dell’Europa non rappresentano — sottolineo non rappresentano — in alcun modo, forma o misura la posizione della stragrande maggioranza del popolo americano. Molte persone nel mio Stato del Vermont e in tutti gli Stati Uniti hanno genitori, nonni e bisnonni che sono emigrati negli Stati Uniti dall’Italia, dall’Irlanda, dalla Francia, dalla Germania, dai Paesi nordici e da altri luoghi. Nel mio caso, mio padre arrivò negli Stati Uniti dalla Polonia. Posso dirvi, senza esitazione, che il popolo del mio Paese desidera un rapporto forte e positivo con l’Europa e faremo tutto il possibile per ristabilire quel rapporto il prima possibile. Ora, riguardo al libro che ho scritto, intitolato “Fight Oligarchy”, voglio arrivare al punto centrale. E cioè che un piccolo numero di persone incredibilmente ricche, che io definisco oligarchi, possiede oggi più ricchezza e più potere di qualsiasi altro gruppo simile nella storia della civiltà moderna. Nonostante ciò, queste persone non sono soddisfatte di ciò che hanno. Vogliono di più, sempre di più, indipendentemente dalla sofferenza che causano. Negli Stati Uniti di oggi, l’1% più ricco possiede più ricchezza del 93% più povero della popolazione. Incredibilmente, Elon Musk, l’uomo più ricco del mondo con un patrimonio di 791 miliardi di dollari, possiede da solo più ricchezza del 53% delle famiglie americane messe insieme. Gli amministratori delegati delle grandi corporation guadagnano oggi 350 volte più del lavoratore medio. E il divario tra i super ricchi e tutti gli altri continua ad allargarsi. Solo lo scorso anno, dopo aver ricevuto il più grande taglio fiscale della storia, i 938 miliardari americani sono diventati più ricchi di 1.500 miliardi di dollari. Negli ultimi sei anni, i miliardari americani hanno più che raddoppiato la loro ricchezza. Mentre la classe dei miliardari e l’1% stanno meglio che in qualsiasi altro momento della storia americana, oltre il 60% degli americani vive stipendio dopo stipendio, quasi 800.000 persone sono senza casa e decine di milioni di persone fanno fatica a mettere il cibo in tavola e a pagare i costi esorbitanti di case, sanità, farmaci da prescrizione e beni essenziali. Nonostante l’esplosione della tecnologia e i massicci aumenti della produttività del lavoro, il lavoratore americano medio guadagna oggi quasi 30 dollari a settimana in meno rispetto a 53 anni fa, tenendo conto dell’inflazione. Ma non si tratta solo di disuguaglianza di reddito e ricchezza. Abbiamo una concentrazione della proprietà economica più elevata che mai. Oggi, una manciata di gigantesche corporation domina settore dopo settore — agricoltura, trasporti, energia, servizi finanziari e così via — imponendoci prezzi scandalosamente alti per i prodotti che acquistiamo. Incredibilmente, quattro società di Wall Street — BlackRock, Vanguard, Fidelity e State Street — sono complessivamente i principali azionisti in oltre il 95% delle nostre corporation. LEGGI ANCHE… POLITICA MAMDANI HA BISOGNO DELLE ASSEMBLEE POPOLARI Gabriel Hetland - Bhaskar Sunkara E quando parliamo dell’enorme concentrazione della proprietà negli Stati Uniti, non dobbiamo dimenticare i media. Negli Stati Uniti, sei grandi conglomerati mediatici controllano circa il 90% di ciò che il popolo americano vede, ascolta e legge. E questi conglomerati sono posseduti dai super ricchi. Elon Musk possiede Twitter. Jeff Bezos possiede il Washington Post e Twitch. Mark Zuckerberg possiede Meta — che comprende Facebook, Instagram, WhatsApp, Messenger e Threads. Rupert Murdoch possiede Fox News, il Wall Street Journal e il New York Post. Larry Ellison possiede CBS, TikTok, Paramount Pictures, Skydance, MTV ed è sulla strada per acquisire CNN e Warner Brothers. Ma non sono solo l’economia e i media a essere controllati da questi oligarchi. Nell’America di oggi, i miliardari stanno facendo tutto il possibile per controllare anche il nostro sistema politico. A causa della disastrosa sentenza Citizens United della Corte Suprema, i miliardari possono legalmente spendere quanto vogliono nelle campagne elettorali attraverso i cosiddetti super PAC. E sia chiaro: questa tendenza, per cui i super ricchi diventano sempre più ricchi e potenti mentre la gente comune fatica a sopravvivere, non sta avvenendo soltanto negli Stati Uniti. Sta avvenendo anche in Italia. Negli ultimi 16 anni, il 91% di tutta la nuova ricchezza creata in Italia è andato al 5% più ricco. Mentre i salari reali del lavoratore medio italiano oggi sono inferiori rispetto a prima della pandemia, i 79 miliardari italiani sono diventati più ricchi di quasi 64 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno. E non riguarda soltanto l’Italia e gli Stati Uniti. È un fenomeno globale. Mentre una persona su quattro nel mondo soffre la fame, l’1% più ricco del pianeta possiede più ricchezza del 95% più povero dell’umanità. Le 12 persone più ricche del mondo possiedono più ricchezza della metà dell’umanità. Questo è il punto in cui siamo arrivati nel 2026. Possiamo fare di meglio. Dobbiamo fare di meglio. E insieme faremo di meglio. L'articolo Combattiamo Trump e gli oligarchi  proviene da Jacobin Italia.
May 17, 2026
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