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Convivere con l’inflazione
Correva l’anno 1960 e l’economista italiano Piero Sraffa, nella sua opera più importante dal titolo Produzione di merci a mezzo di merci, definiva basic good, o beni di base, alcuni beni presenti un po’ ovunque nelle nostre vite. Si tratta di cose che consumiamo direttamente e che sono parte integrante di quasi tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Alcuni di questi beni, come l’acqua dolce, siamo abituati a pensarli come quasi gratuiti e abbondanti. Altri, come il petrolio, il gas naturale e i loro derivati, li associamo a una maggiore scarsità e a un prezzo.  Non serve guardare molto lontano per trovare un esempio di ciò che Sraffa intendeva dire. Basta partire dalle mani che reggono lo schermo su cui questo articolo viene letto, o che toccano i tasti con cui viene scritto. La tastiera di un computer è fatta di plastica, prodotta a partire dal petrolio mediante processi industriali che richiedono acqua dolce. L’energia che consente al lettore di leggere queste lettere sullo schermo è ottenuta almeno in parte dal gas naturale e dal vapore (acqueo). Il computer su cui viene scritto questo articolo è pieno di minerali di vario genere (tra cui spicca, in percentuale, l’alluminio). Molti degli occhiali attraverso cui queste righe vengono lette hanno montature prodotte utilizzando l’alluminio, la plastica e l’acqua dolce. Le lenti a contatto sono prodotte a partire da plastiche di vario genere. Come è facile intuire, fluttuazioni anomale nel livello dei prezzi di questi beni sono eventi molto gravi, che possono avere effetti destabilizzanti a livello economico e sociale.  Nel momento in cui queste righe vengono scritte, ci troviamo all’inizio di un nuovo shock per i prezzi di un vasto numero di beni di base. La guerra scatenata dagli Stati uniti e da Israele contro l’Iran è arrivata alla quarta settimana. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso, il che significa che lì sono ora intrappolati circa il 20% della produzione globale di petrolio, oltre il 20% della produzione globale di gas naturale liquefatto (Gnl), il 7% di quella di urea (componente essenziale dei fertilizzanti) e il 7% circa di quella di alluminio, il 20% di quella di elio e molti altri prodotti essenziali per l’industria. Allo stesso tempo, il settore petrolifero dell’Iran, che conta per circa il 4-5% della produzione mondiale, è stato pesantemente bombardato dall’aviazione israeliana. La durata e i fini di questa guerra non sono chiari, i civili morti si contano già nelle migliaia, e gli sviluppi futuri del conflitto paiono incerti e ondeggianti. Il prezzo del petrolio ha superato i 110 dollari al barile, quello del Gnl è raddoppiato da 32€/Mwh a oltre 60€/Mwh, il prezzo dell’alluminio è aumentato del 20%, quello dell’urea del 30% circa. Più a lungo durerà la destabilizzazione dei mercati internazionali, più saranno profondi gli impatti sull’economia globale. Nei paesi ricchi tutto ciò potrebbe tradursi in un nuovo esteso shock inflazionistico. Per i paesi poveri, soprattutto quelli del Sud-est asiatico, invece, il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe essere catastrofico.  LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA DALLA CRITICA DELL’ECONOMIA A UN PROGRAMMA PER L’ALTERNATIVA  Marco Bertorello - Giacomo Gabbuti Ma come funziona la propagazione di uno shock sui prezzi di beni di base come il petrolio, il gas o l’alluminio? Prendiamo come esempio proprio il caso che stiamo vivendo. I problemi, ovviamente, iniziano a monte, quando la produzione o il commercio di gas naturale, di petrolio e di derivati viene destabilizzata. Di questo fatto ne approfittano spesso i mercati finanziari, dove meccanismi speculativi amplificano la portata dello shock sui prezzi. Dal punto di vista di un normale cittadino, la prima cosa che si sperimenta è un aumento del costo dei beni di base consumati direttamente: aumenta il prezzo della benzina, del diesel e del gas utilizzato in casa. A causa di scelte politiche, poi, il prezzo dell’energia elettrica dipende da quello del gas naturale, per cui lo shock si espande in modo speculare sul mercato dell’elettricità. In brevissimo tempo, quindi, aumenta il costo di ciò a cui una famiglia con reddito mediano dedica già circa il 20% delle sue spese. Allo stesso tempo, anche i prezzi di tutti i beni che vengono prodotti utilizzando derivati fossili subiscono un rincaro. Più petrolio e gas sono contenuti in un bene, più il suo prezzo aumenterà. Questa categoria include un po’ di tutto, dal fertilizzante, alla plastica, ai prodotti dell’industria chimica. L’effetto, poi, si propaga come un’onda d’urto lungo le altre catene produttive dell’economia: tutto ciò che viene prodotto utilizzando i beni sopra menzionati subisce a sua volta un rincaro. La lista include quasi tutti i prodotti alimentari e i beni di consumo finali. L’ondata inflattiva, infine, tocca anche il settore dei servizi, che non utilizzano i combustibili fossili se non come fonte energetica. Così, quasi ogni settore dell’economia subisce rincari. Chiaramente, dagli shock inflattivi c’è anche chi ci guadagna. Ci guadagnano le imprese energetiche che non subiscono un aumento nei propri costi di produzione, ma che possono vendere i propri prodotti a prezzi molto più alti. Ci guadagnano certi settori dell’economia dominati da oligopoli di poche grandi aziende, che possono aumentare il prezzo più dell’aumento dei costi subiti. Ci guadagna l’1% più ricco, il cui patrimonio è solitamente investito in azionariato di molte di queste aziende «vincitrici», anche se bisogna dire che l’inflazione tende a svalutare le grandi fortune in termini reali. Infine, tendono a guadagnarci quasi tutti i debitori (ad esempio lo Stato o chi ha mutui a tasso fisso) e a perderci molti creditori. Chi soffre di più nell’immediato sono le persone più povere di ogni paese e i paesi più poveri a livello globale. All’interno dei singoli paesi, a seconda del potere strutturale delle classi lavoratrici e degli sforzi che possono essere profusi dai governi per difendere il potere d’acquisto salariale, il costo dello shock può essere più equamente assorbito da lavoratori e imprese. I salari, specialmente quelli più bassi, possono essere adeguati al costo dell’inflazione. I governi possono contenere la portata di meccanismi speculativi, oltre che l’ampiezza delle fluttuazioni nei livelli dei prezzi, con interventi di vario genere. Possono anche innescarsi spirali in cui da un lato i salari vengono alzati per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori ,ma dall’altro gli imprenditori rispondono innalzando nuovamente i prezzi.  Un esempio piuttosto traumatico di tutto ciò si è vissuto nel 1973, allo scoppio della Guerra dello Yom Kippur, quando gli stati arabi attuarono un embargo (di sei mesi) nei confronti dei paesi che supportavano lo stato di Israele. In Europa e negli Stati uniti il risultato fu una fiammata inflattiva che diede inizio a un decennio di inflazione (e stagnazione economica). Lo shock inflattivo si intrecciò con una situazione economica che presentava già delle fragilità, e il tasso di crescita delle economie diminuì. Le classi lavoratrici, che allora potevano vantare un’organizzazione sindacale importante, lottarono per difendere il proprio potere d’acquisto, ottenendo spesso aumenti salariali. Le classi imprenditoriali, a loro volta, si adoperarono per difendere i propri profitti, aumentando i prezzi dei beni che vendevano e innescando così un nuovo ciclo di rincari. Il ciclo si ripeté dando vita a una spirale, che si interruppe definitivamente a partire dalla fine degli anni Settanta, quando il combinato disposto di un assalto al potere sindacale, di politiche di austerità, dell’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e dell’inizio della globalizzazione contribuì a stabilizzare la situazione a svantaggio delle classi lavoratrici.  Oggi differenti dinamiche di potere tra le classi sociali (le classi lavoratrici sono ovunque molto più deboli) rendono questo genere di spirali prezzi salari molto poco probabile. Lo si è visto durante lo shock inflazionistico del 2022, che iniziò mentre il sistema economico internazionale si stava riaprendo al termine della Pandemia. La ripresa di una vita normale in molti paesi, infatti, riattivò la domanda globale di beni. Le catene logistiche che normalmente avrebbero soddisfatto questa domanda erano però state ridimensionate dai lockdown. La conseguenza di tutto ciò fu che si vennero a creare dei colli di bottiglia all’interno di molte catene globali di approvvigionamento: beni destinati agli Stati uniti erano bloccati in Europa, beni destinati all’Europa erano bloccati in Cina. I prezzi dei container salirono vertiginosamente e lo shock si propagò come un’onda inarrestabile al resto dei settori economici. A questo stress si aggiunse poi uno shock energetico determinato dall’invasione russa dell’Ucraina. Come già detto, però, il risvolto di questa crisi fu fondamentalmente diverso da quanto avvenuto cinquant’anni prima. La debolezza delle classi lavoratrici e dei sindacati occidentali, infatti, fece sì che furono queste ultime a assorbire la maggior parte dei costi, mentre le classi imprenditoriali riuscirono a difendere i propri tassi di profitto. I governi di molti paesi fecero poco per adeguare i salari all’inflazione, e le banche centrali alzarono vertiginosamente i tassi di interesse (rendendo  così l’accesso al credito più costoso) nel tentativo di deprimere le economie, diminuire la domanda e «raffreddare» così l’inflazione.  La storia, dunque, ci insegna che le conseguenze di questo genere di shock possono essere significative. Per i paesi ricchi (soprattutto quelli dell’Europa e dell’Asia) il rischio è quello di un aumento generalizzato dei prezzi. Paesi più poveri come il Pakistan o il Bangladesh, invece, rischiano di ritrovarsi senza gas, petrolio e fertilizzanti. In assenza di circa il 20% dell’offerta globale di combustibili fossili, si creerà una sorta di asta globale al rialzo per assicurarsi le forniture di gas e petrolio. I paesi ricchi si troveranno costretti a offrire prezzi elevatissimi per assicurarsi di non rimanere a secco, e i paesi poveri resteranno esclusi dal mercato.  Per la seconda volta in cinque anni, dunque, ci troviamo di fronte a una crisi globale, ed è opportuno cercare di guardare a questa nuova emergenza con una prospettiva storica. Ciò che stiamo vivendo è un avvenimento isolato o è invece un evento che potrebbe caratterizzare gli anni a venire?  Quest’ultima guerra è l’ottava scoppiata negli ultimi quattro anni. Nel 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina, nel 2023 hanno avuto inizio la Seconda guerra tra Azerbaijan e l’Armenia, la Guerra civile del Sudan, la Guerra tra Israele e Hamas, poi degenerata in genocidio, e la Guerra tra Israele e Hezbollah. Nel 2024 Israele ha invaso e bombardato la Siria dopo la caduta del Regime di Assad. Nel 2025 Israele e gli Stati uniti hanno attaccato l’Iran, il Sud-est asiatico ha visto una breve guerra tra Thailandia e Cambogia e uno scontro piuttosto esteso tra India e Pakistan. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno anche rapito e arrestato il Presidente del Venezuela, nonché imposto un embargo energetico a Cuba. Inoltre, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, sono stati schierati dei militari europei per dissuadere gli Stati Uniti da un tentativo di annessione della Groenlandia. Infine, oltre alla Guerra in Iran, sta avvenendo anche uno scontro esteso tra il Pakistan e l’Afghanistan.  L’insieme di queste crisi non può che avere conseguenze molto rilevanti per l’economia globale. La destabilizzazione dell’equilibrio geopolitico si somma a quella del sistema climatico e, internamente a molti paesi, della pace sociale. Una delle conseguenze  più rilevanti di questo stress sui sistemi economici è la persistenza di tassi più elevati di inflazione. D’altronde, istituzioni come la Banca centrale europea (Bce) e la Banca d’Inghilterra sono abbastanza consapevoli di questo nuovo stato delle cose. Già nel 2022, Isabel Schabel, membro del Consiglio Direttivo della Bce, sosteneva in un noto discorso che il mondo stava entrando in una nuova era di greenflation, fossilflation e climateflation. L’inflazione, dunque, è qui per restare. La vedremo finché persistono tensioni internazionali e guerre. La vedremo perché abbiamo progettato mercati energetici e finanziari in modo tale da amplificare invece che minimizzare la portata di episodi come quello di queste settimane. La vedremo perché stiamo destabilizzando il delicato equilibrio del nostro sistema climatico, che con sempre maggior frequenza conosce catastrofi naturali ed episodi di scarsità di beni di base come l’acqua e prodotti agricoli. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’INFLAZIONE UCCIDE IL GOVERNO Isabella Weber - Bhaskar Sunkara Se livelli più alti di inflazione sono parte del nostro presente e, verosimilmente, saranno parte del nostro futuro, è necessario per noi economisti chiederci cosa sia possibile fare per riuscire a conviverci. Non è vero, infatti, che siamo senza mezzi. Dobbiamo però completamente cambiare il paradigma con cui almeno da quarant’anni siamo abituati a gestire questo fenomeno. Fino a oggi, infatti, la questione è stata di fatto delegata alle banche centrali. Gli shock inflazionistici si affrontano alzando i tassi d’interesse, che aumentano il costo dell’accesso al credito per famiglie e imprese. Se le imprese fanno meno prestiti per attivare investimenti e le famiglie fanno meno mutui per comprare casa, l’economia rallenta. Un’economia più lenta spinge commercianti e imprenditori ad abbassare i prezzi e a far scendere così l’inflazione. I governi, al limite, si mobilitano per fornire trasferimenti fiscali ai più poveri, in modo da aiutarli a sopravvivere all’effetto combinato del carovita e del rallentamento economico imposto dalle banche centrali.  Come è facile intuire, questi mezzi sono del tutto inadeguati a gestire i problemi del presente perché non fanno nulla per affrontare le cause dell’inflazione alla radice. Alti tassi d’interesse possono deprimere economie che allo stato attuale sono già stagnanti, mentre i trasferimenti fiscali (come sussidi per il pagamento delle bollette) spesso sono un incentivo per non abbassare i prezzi dell’energia.  Ciò che serve è un approccio che affronti il problema alla radice. Esperienze derivate proprio dal vissuto degli anni Settanta e da quello degli ultimi anni suggeriscono alcuni piani di azione. Per gli shock di breve termine è necessario creare scorte strategiche di alcuni beni di base particolarmente rilevanti e vulnerabili (come ha iniziato a fare la Cina), in modo non diverso da come si fa tutt’ora con i combustibili fossili e con le munizioni per le forze armate. Strumenti come le tasse sugli extra-profitti e leggi per controllare i rincari (che esistono in paesi come la Svizzera) possono contenere l’ampiezza delle fluttuazioni dei prezzi. Sempre per limitare gli shock di breve termine, va de-privatizzato il mercato retail dell’energia. Un primo passo in tal senso dev’essere la reintroduzione di strumenti come l’acquirente unico (recentemente eliminato in Italia), che acquistava grandi quantità di energia elettrica tramite contratti di lungo termine (e quindi meno propensi a fluttuazioni dei prezzi) senza trarre profitto dalla vendita della stessa. Per garantire maggior stabilità nel lungo periodo, invece, sarebbe necessario un intervento strutturale sui modi in cui viene prodotta e distribuita l’energia. Il prezzo finale dell’elettricità deve essere scollegato da quello del gas naturale. Le aziende che gestiscono le reti elettriche nazionali (trasmissione e distribuzione) sono dei monopoli ed estraggono profitti più o meno pari a quelli di aziende come Meta, Ferrari e Lamborghini. Esse vanno rinazionalizzate e rimesse al servizio della collettività.  Sul lato della produzione di energia elettrica può essere adottato un approccio misto: un produttore pubblico di energia non-fossile e un’alta penetrazione di comunità energetiche sarebbero molto utili per ridurre il prezzo dell’energia e per cumulare i vantaggi di investimenti in energie rinnovabili. La sistematica sostituzione, per quanto possibile, di idrocarburi fossili nei processi produttivi avrebbe il vantaggio di isolare e proteggere un sistema industriale dall’effetto di shock energetici, oltre che ridurre le emissioni e lo spreco. Discorsi simili possono essere fatti per le catene di approvvigionamento alimentare. Ridurre la finanziarizzazione e le caratteristiche oligopolistiche di molti dei mercati intermediari di prodotti alimentari, puntare a una base produttiva locale e pianificare per un futuro in cui il clima renderà certe colture più difficili è essenziale per assicurarsi che il cibo possa rimanere accessibile a tutti. Infine, è necessario reagire agli shock inflattivi sul lato salariale. Negli ultimi anni gli esempi della Spagna, che ha implementato una politica aggressiva di aumento del salario minimo negli anni dei Governi Sanchez, e del Belgio, che non ha mai abolito la «scala mobile» (ovvero l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), dimostrano come sia possibile difendere i salari anche in situazioni di alta inflazione.  L’adozione di queste politiche, potrebbe schermarci in parte dalla tempesta che stiamo attraversando. Ciò nonostante, non si può non riflettere sul fatto che le crisi del nostro tempo ci stanno rimettendo in contatto, almeno in Occidente, con un concetto, o una realtà, con cui pensavamo di non dover fare più i conti, ovvero la scarsità.  A ben vedere, infatti, l’inflazione di cui parla questo articolo non è che un risvolto della scarsità di beni, di servizi ecosistemici (l’acqua) e dell’instabilità globale. Queste due condizioni sono state parte dell’esperienza umana per millenni. Se però un tempo scarsità e instabilità erano sinonimo di catastrofe, oggi disponiamo di mezzi tecnici e organizzativi che possono scongiurare che lo sia nuovamente. Sarà necessaria, tuttavia, una gestione equa e intelligente di ciò che abbiamo. I tempi futuri, in un modo o nell’altro, ci riporteranno coi piedi per terra. La scarsità ci imporrà, collettivamente, di prendere decisioni più coraggiose su questioni come l’equità e la distribuzione di ciò che produciamo, ma anche sul nostro rapporto con i limiti di ciò che il nostro pianeta può offrire. Convivere con l’inflazione vuol dire convivere con i nostri limiti. Farlo è possibile e necessario, ma richiederà un cambio di paradigma e scelte coraggiose.  *Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità economica e cambiamento climatico. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Convivere con l’inflazione proviene da Jacobin Italia.
March 23, 2026
Jacobin Italia
Il padre della patria
Umberto Bossi, morto a Varese all’età di 84 anni, era ormai ai margini della politica dal 2012, da quando il cosiddetto  «caso Belsito», sulla truffa leghista allo Stato per intascare più rimborsi elettorali del dovuto e sull’appropriazione indebita dei fondi della Lega da parte di Bossi e della sua famiglia, l’aveva costretto alle dimissioni. Eppure è difficile negare quanto in profondo Bossi e la sua creatura, la Lega, abbiano trasformato la politica italiana, nelle forme (il leaderismo assoluto come principio organizzativo dei partiti), nei temi (autonomie territoriali, ostilità alle tasse, welfare esclusivo, immigrazione), nell’assetto (la nascita di un’alleanza di destra liberista, conservatrice e nazionalista), nelle norme (dalla pessima legge sull’immigrazione che porta la firma sua e di Gianfranco Fini al regionalismo costituzionale del Titolo V, fatto dal centrosinistra per inseguire il consenso leghista) e soprattutto nei linguaggi (lo sdoganamento della volgarità, del turpiloquio, dell’aggressività violenta, della mascolinità più tossica come elementi fondamentali della costruzione artificiale del leader popolare). Umberto Bossi ambiva a essere un padre della patria, e in fondo lo è stato. Non della patria da lui inventata, la Padania, ormai sepolta nei bauli dell’aneddotica politica e fuori da ogni agenda, ma di quella che ha finto di odiare e ha in realtà contribuito a governare per un ventennio: l’Italia. Visto dall’esterno, del resto, ha rappresentato ogni stereotipo dell’italianità: genio, sbruffoneria, sregolatezza, vanità, talento indisciplinato, incontinenza verbale, provincialismo, tendenza all’imbroglio e al sotterfugio, incoerenza, gusto del melodramma. Difficile evitare il paragone con un altro grande istrione populista partorito dalla provincia padana qualche decennio prima di lui, ma restiamo alla politica. In politica, Bossi è stato il creatore dell’unico movimento politico capace di attraversare indenne la grande crisi dei primi anni Novanta, la Lega Nord. A lungo, prima di essere liquidata dal suo successore Matteo Salvini, la Lega è stata il più antico partito italiano vivente. Ora che la sua vicenda politica è conclusa, è giusto rifletterci sopra, e trarne un bilancio. I BARBARI E LA VANDEA POSTFORDISTA «Un personaggio a metà tra Lenin e Tex Willer». Così, qualche anno fa, Pierluigi Bersani sintetizzava l’impressione che gli fece Umberto Bossi la prima volta che lo vide, a un comizio nella campagna piacentina. È difficile, con gli occhi di oggi, rendersi conto di cos’è stata, tra gli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, l’apparizione di Umberto Bossi sulla scena politica italiana. In un mondo di burocrati incravattati che comunicavano tra loro nel modo obliquamente diplomatico che ha magistralmente ritratto Sorrentino nelle scene de Il Divo su Andreotti e Forlani che si contendono il Quirinale a colpi di finte cortesie tra «l’amico Arnaldo» e «l’amico Giulio», la sua fu l’irruzione di un Bart Simpson in skateboard in mezzo al conclave. Camice a righe e a quadri stropicciate, rare cravatte, più cardigan sdruciti che giacche. Niente più diplomazie, niente più perifrasi, ma urla sguaiate e parolacce in libertà. Nell’Italia del pentapartito, delle verifiche di maggioranza, delle «convergenze parallele» e degli «equilibri più avanzati», Bossi entra sbattendo la portando e urlando che il regime va abbattuto. Il «regime» democristiano è il suo avversario, fin dall’inizio. Un termine che viene dalla sinistra extraparlamentare degli anni Settanta e che negli anni Ottanta è diventato di uso comune: lo usano i comunisti, lo usano Scalfari e Pansa su Repubblica, più di tutti lo usa il leader dei Radicali Marco Pannella, così come «partitocrazia», altro topos del lessico bossiano delle origini. L’autonomismo locale o regionale è solo uno stratagemma, per quanto decisivo: il modo per inventare un «noi» più ampio e trasversale possibile, comunitario e interclassista, da contrapporre al potere nel più classico degli schemi populisti. Umberto Bossi, ex studente di medicina eternamente fuoricorso ed ex cantante candidato a Castrocaro, figlio di un operaio e di una portinaia di Cassano Magnago, passa buona parte degli anni Ottanta a federare piccoli movimenti autonomisti, spesso (come nel caso della Liga Veneta), più antichi e radicati della sua Lega Lombarda, e già presenti in parlamento. Si impone in quel mondo per leadership carismatica e abilità di manovra. Nell’87 sbarca in Senato con lo 0,42% dei voti, grazie al proporzionale puro senza sbarramento dell’epoca. Come ha scritto Giuliano Santoro, diventa un personaggio televisivo, parte di quella fauna, insieme ai Verdi, alla Rete di Leoluca Orlando, alla Lista Pannella, di nuovi movimenti politici, sfidanti anti-partitocratici che esprimono, in modi ovviamente radicalmente diversi tra loro, l’insofferenza diffusa verso l’immobilità di un sistema politico che vede sostanzialmente lo stesso assetto al governo, con poche variazioni, da quarant’anni, e che non crede al Partito comunista come alternativa possibile. L’autonomismo, che poi diventerà federalismo, poi secessione, poi devolution, poi autonomia differenziata, è una declinazione della sfida del sistema. Quella più politicamente neutra, trasversale, post-ideologica. Non è un caso che si radichi, all’inizio, anche e soprattutto nei territori relativamente rossi, o comunque meno bianchi, della provincia lombarda e veneta. Non tanto perché si trattasse, come si è improvvidamente tentato di far passare, di «una costola del movimento operaio», ma perché era una sfida aperta alla Dc. In una crisi di sistema, si confrontano le diagnosi: quella leghista è che il sistema non va perché è corrotto e pieno di sprechi, che questi sprechi sono particolarmente concentrati nelle reti clientelari democristiane nel centro-sud, e che una maggiore autonomia territoriale sarebbe una soluzione pratica ed efficiente, permettendo di pagare meno tasse. LEGGI ANCHE… GHIGLIOTTINA IL DOGE DELLE CITTÀ DI PIANURA Lorenzo Zamponi Questo banale messaggio, costruito fiutando l’aria della provincia padana, di un mondo che tiene insieme benessere e insoddisfazione, crescita economica e risentimento politico, e la cui nuova forma produttiva, finita la grande fabbrica, non si riflette più nella dialettica tra Dc, Psi e Pci, mette Bossi in pole position per il crollo di sistema. Anzi, proprio il successo della Lega alle elezioni politiche del 1992, quarto partito con l’8,7% nonostante si presenti solo in poche regioni, dietro solo a Dc, Pds e Psi e davanti a Rifondazione Comunista, Msi, e agli storici alleati repubblicani, liberali e socialdemocratici dello scudo crociato, accelera la crisi del sistema.  «Roma ladrona, la Lega non perdona!» iniziano a urlare i piloni di ogni cavalcavia padano. L’avevano detto per anni, del resto, che il problema dell’Italia era il governo romano corrotto e sprecone. «Basta tasse, basta Roma, vota Lega!» si legge sui muri, mentre le «via Roma» di ogni paese diventano «via DA Roma» e sui cartelli dei centri abitati si scrive con lo stencil «Repubblica del Nord». In questa fase anche alcuni intellettuali progressisti, come Giorgio Bocca, si innamorano di quelli che chiamano i «barbari», identificati, come ai tempi di Tacito, come i rozzi purificatori della metropoli corrotta. È un deputato leghista, del resto, ad agitare un cappio dagli spalti del «parlamento degli inquisiti», nel ’93. Verrà fuori che anche la Lega, ormai integrata nel sistema di potere lombardo, aveva partecipato al grande banchetto della maxitangente Enimont, ma ciò non ha alcun effetto. Perché? Perché la Lega è diversa. Perché Bossi è diverso. Non basta una mazzetta a renderlo un politico come gli altri. L’identificazione con Bossi dell’elettorato leghista è antropologica. Pierre Ostiguy, nei suoi studi sul populismo, segnala la politicizzazione delle differenze socio-culturali, di modo di essere e di comportarsi, tra un «basso» caratterizzato da linguaggio schietto e volgare, disinibizione, autorità personale, e un «alto» caratterizzato da buone maniere, freddo distacco, istruzione, autorità formale. Non pare di vedere, in filigrana, in questo modello, la sagoma della canottiera bianca con cui Bossi intervenne in diretta televisiva nel 1994? I suoi strilli, le sue camicie sbottonate, il suo accento marcato, le sue battute grevi lo facevano apparire completamente diverso dal politico colto e incravattato della Prima Repubblica e perfettamente simile a uno dei tanti frequentatori quotidiani dei bar della provincia padana. Nasce in questo momento, almeno nella politica italiana, il leader politico come «uno di noi» e non come «uno migliore di noi». Uno che parla chiaro, che sa battere il pugno sul tavolo e saprà farsi valere, a Roma. Non è un caso che ciò avvenga proprio negli anni Ottanta della neotelevisione, della spettacolarizzazione della vita quotidiana e dell’uomo qualunque. Bossi in politica, esattamente come Maurizio Costanzo in tv, prende in mano uno specchio, mostra a una parte degli italiani sé stessi, li perdona per essere come sono, li rende orgogliosi di essere come sono. Bossi è stato il primo a dire a determinate fasce della popolazione italiana: non solo io sono come voi, ma voi potete essere così, avete ragione a essere così, è giusto e legittimo essere così. Si può essere rabbiosi, ignoranti e strafottenti, anche in tv, anche in parlamento: anzi, sono tratti con una dignità estetica e politica. Se Bossi può definire «bonazza» la ministra socialista Margherita Boniver, allora non solo è come noi che passiamo le giornate a fare commenti pesanti alle cameriere al bar, ma parla a nostro nome, non le manda a dire, non guarda in faccia nessuno, ci porterà lontano. L’intuizione di costruire forza politica sull’orgoglio della diversità degli abitanti della provincia padana, del loro status sociale e culturale, delle loro pulsioni e dei loro linguaggi sarà una delle chiavi del successo della Lega. Non a caso, questo successo ci metterà anni a sfondare nei centri urbani, e sempre con grande fatica. Con l’eccezione dell’effimera parentesi dell’elezione di Marco Formentini a Milano, nessun leghista è mai stato sindaco di una città capoluogo di regione, in questi quarant’anni. È nelle province profonde di Varese, Bergamo, Treviso, Vicenza che la Lega si radica, proprio come movimento di rivolta della provincia. Una Vandea, come ogni rivolta della provincia? L’esito politico sarà quello, ma non è quella la realtà sociale: a rivoltarsi è una parte di paese forse politicamente arretrata, ma economicamente all’avanguardia. CAPO, POPOLO E PRODUTTORI La centralità della provincia padana, tradotta nel «basta tasse, basta Roma», consegue, lo si è detto, alla fine della grande fabbrica e all’emersione del modello dei distretti. Non basta più il non governo democristiano, serve una garanzia di deregulation e defiscalizzazione, per reggere la competizione globale. La Lega promette questo: non servirà più mandare i soldi a Roma. La quantità di paccottiglia folkloristica con cui viene ricoperto questo messaggio (Alberto da Giussano, il giuramento di Pontida, il Carroccio della Lega Lombarda, e poi nel tempo l’invenzione della Padania, l’ampolla del Monviso, il «dio Po», e così via) è necessaria proprio alla sua natura post-ideologica, per abbozzare i tratti di un’identità collettiva. Ma sarà sempre folklore: l’identificazione sarà sempre prima di tutto personale. La Lega, almeno fino allo scandalo del 2012, era Bossi, e Bossi era la Lega. Non c’è elezione locale, in un qualsiasi comune del Nord, in cui un numero consistente di preferenze (nell’ordine almeno delle decine) non venisse annullato perché gli elettori, accanto al simbolo della Lega, anche per il consiglio comunale, avevano scritto «Bossi». Alle elezioni europee del 2004, a due mesi dall’ictus che l’aveva colpito l’11 marzo di quell’anno, quando le sue condizioni erano del tutto ignote e non si era ancora mai fatto vedere in pubblico dopo l’incidente, 183 mila elettori del Nord-Ovest scrissero «Bossi» sulla scheda elettorale, eleggendolo senza un minuto di campagna elettorale. L’identificazione del partito con «il Capo», come veniva normalmente chiamato all’interno dell’autodefinito «movimento» leghista, era totale. Se c’era una disputa interna sul candidato sindaco di un qualsiasi paesino della pianura padana, il cronista che intervistava i dirigenti leghisti locali si sentiva ripetere sempre la stessa, immodificabile risposta: «Deciderà Bossi». Ovviamente è impensabile che Bossi decidesse davvero su tutte le più minuscole questioni della politica locale, ma quello era l’unico modo per far digerire ai militanti qualsiasi soluzione. Immancabilmente, Bossi arrivava in paese, si riuniva con i dirigenti locali e poi parlava in pubblico, in uno dei suoi interminabili comizi, strillando forte il nome del prescelto e dandogli in questo modo una legittimazione che nessuno avrebbe potuto scalfire. Del resto nessun partito, fino all’arrivo del Movimento 5 Stelle, aveva usato tanto lo strumento dell’espulsione, falcidiano interi gruppi dirigenti (soprattutto in Veneto) purché nessuno facesse ombra al Capo. Il leader come principio regolatore, anche solo apparente, di un partito pienamente post-ideologico. Da questo punto di vista, l’autonomismo, il federalismo, la secessione padana sono orizzonti interscambiabili. Il federalismo è la proposta politica necessaria a dare alla Lega una patina di serietà e credibilità a inizio anni Novanta, quando si siede al tavolo della politica nazionale. La secessione, il modo di tenere insieme il movimento, radicalizzandolo, nel momento della rottura con Berlusconi. La «Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania» arriva nel 1996, nel momento di massima distanza con la coalizione di destra. Sono gli stessi mesi della resistenza alla perquisizione della polizia alla sede di via Bellerio e dell’assalto al campanile di San Marco da parte di un gruppo di venetisti, definiti da Bossi «martiri padani». Ma le chiacchiere sul costo dei proiettili e sui centomila bergamaschi pronti a prendere le armi rimarranno sempre tali. La Lega, del resto, era già un partito di governo in mezza Italia, e nel 2001 sarebbe tornata a esserlo, di nuovo insieme a Berlusconi, con la secessione che si trasforma in «devolution». LEGGI ANCHE… POLITICA BOSSI, UN PERDENTE DI SUCCESSO Giuliano Santoro L’attrazione di Bossi per la destra è irresistibile, e dettata principalmente dall’opportunità: caduto il «regime» democristiano, quello è lo spazio da conquistare, insieme a un Silvio Berlusconi che del resto condivide buona parte della retorica leghista: centralità dell’imprenditore come produttore, antagonismo rispetto al regime partitocratico, rifiuto di qualsiasi lettura di classe. C’è, proprio su questo punto, un elemento identitario che porta la Lega a destra anche al di là delle opportunità tattiche: la Lega è un partito di popolo, ma mai di classe. Il discorso di Bossi è sempre interclassista.  Quando parla di popolo cita sempre «operai, artigiani, imprenditori». L’identità territoriale è la chiave di volta del populismo all’italiana. Come abbiamo già scritto, da una parte c’è un’interpretazione della politica in cui il cuore di tutto è la comunità locale, le cui contraddizioni interne sono quasi sempre celate, e che esprime in maniera organicistica i suoi interessi. Dall’altra, il cosiddetto producerismo, ideologia che fonde gli interessi di lavoro e capitale nel comune obiettivo di produrre più ricchezza possibile, e vede quindi chi lavora e produce, in maniera assolutamente interclassista, contrapposto a un vasto gruppo sociale di «parassiti», incarnato di volta in volta da meridionali, migranti, politici, dipendenti pubblici. Il popolo di Bossi sono i produttori, mai la classe lavoratrice.  E l’identità territoriale, anche agli inizi, è sempre escludente. Il razzismo, prima verso i meridionali e poi verso i migranti, è conseguenza diretta. Un particolarismo comunitario che è l’esatto contrario dell’universalismo socialista: un territorio in competizione costante con gli altri, invece di una classe che ambisce a liberare tutti. Poteva non finire a destra? Le chiacchiere sull’antifascismo di Bossi, protagonista assoluto, insieme a Berlusconi, dello sdoganamento degli eredi del fascismo nella costruzione di una nuova destra liberista, conservatrice e nazionalista, reggono poco. Personalmente, si sentiva probabilmente antifascista. Ma del resto, l’altro istrione padano con cui non lo vogliamo paragonare, non si è probabilmente sentito in cuor suo socialista fino all’ultimo giorno? La realtà della storia dice altro, e dice che Umberto Bossi è stato uno dei principali responsabili dell’emersione dell’attuale destra reazionaria. I Matteo Salvini non crescono per caso, negli studi di Radio Padania. E dietro alle chiacchiere sull’autonomia territoriale, il consenso leghista cresce intorno al sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini che suggerisce di travestire i migranti da leprotti «per far allenare i nostri cacciatori», alla delegazione leghista che porta a pascolare dei maiali sul terreno destinato alla realizzazione di una moschea, a Roberto Calderoli che mostra in tv una maglietta offensiva nei confronti di Maometto. Così diversa dalla Lega di ora? La differenza era l’incredibile capacità bossiana di tenere tutto insieme, destra radicale e amministrazione responsabile, pseudosecessionismo e governo nazionale. Inevitabile che, azzoppato lui dallo scandalo del 2012, alcune di queste contraddizioni andassero risolte. Ciò che resta di Umberto Bossi, in ogni caso, non è la Padania. Del resto, cosa teneva veramente insieme i territori settentrionali da lui raccolti sotto questo fantasioso appellativo? La comune e secolare internità alla storia italiana, e una qualche comune vocazione produttiva. La Padania di Bossi in questo senso è semplicemente l’Italia industriale, in particolare nelle sue declinazioni più provinciali ed extraurbane. È l’Italia del 2026 la patria di cui Umberto Bossi è finito per essere il padre: quella della destra reazionaria e razzista, della politica-spettacolo leaderista e urlata, del particolarismo territoriale e corporativo che prende il posto degli universalismi, quello socialista come quello cattolico. Non una grande eredità. *Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi(Il Mulino, 2019). DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Il padre della patria proviene da Jacobin Italia.
March 21, 2026
Jacobin Italia
C’è cura e cura
C’è un gioco – «trova le differenze» o «cerca le differenze» – che viene proposto come intrattenimento per gli adulti o come esercizio per allenare l’attenzione e l’osservazione dei bambini. È molto semplice: si osservano due immagini a prima vista identiche e si trovano le differenze. Un gioco, ma anche, mutatis mutandis, una lezione quotidiana perché sipari analoghi preludono spesso a spettacoli molto diversi. Anche radicalmente diversi. Prendiamo ora due immagini che parlano entrambe di politiche della cura, nel mondo occidentale, nell’anno 2026. IMMAGINE UNO  Poche settimane fa il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani e Alexandria Ocasio-Cortez, membro della camera dei rappresentanti dal 2019, hanno pubblicato un video sulla pagina ufficiale del New York’s Mayor’s Office che in poche ore è circolato in tutto il mondo, a partire dai social. In poco più di due minuti sollecitano i genitori di bambini di due anni residenti a New York a fare domanda per il sistema completamente gratuito di childcare (assistenza all’infanzia) annunciato da Mamdani, che inizia a prendere forma anche grazie al supporto della Governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul. Nel video sia Mamdani che Ocasio-Cortez parlano in spagnolo e ci sono sottotitoli in inglese (anche se per Mamdani lo spagnolo non è né la prima, né la seconda lingua). L’intento è chiaro: vogliono parlare a tutti e tutte, specialmente a chi per secoli si è sentito oppresso e marginalizzato solo perché appartenente a un’altra etnia. Non solo la scelta della lingua, ma le parole che usano per invitare i genitori a iscriversi per tempo e a dirlo a quanti più amici e conoscenti possibili rimandano a un immaginario di accoglienza, universalità, prossimità. Sottolineano che «qualunque genitore della città di New York, senza distinzione per lavoro, stipendio o migration status, potrà registrarsi», perché «per decenni le famiglie a New York hanno dovuto fare i conti con un sistema di assistenza all’infanzia», specialmente nella fase che corrisponderebbe qui all’asilo nido, «ingiusto», costoso, in nessun modo accogliente, universale o prossimo (pagando fino a 26.000 dollari all’anno). Il sistema per fare domanda è semplicissimo e si può ottenere assistenza in 200 lingue. Rispondendo entro la scadenza, il posto è garantito. Senza graduatorie. Senza costi. Attenzione: senza distinzioni stipendiali: l’istanza viene accolta per chiunque, anche per chi lavora, ha un reddito, una casa e vive una vita più o meno agiata.  Si tratta del programma 2-K, il corrispettivo dei programmi 3-K e Pre-K, cioè dei sistemi di educazione prescolare. A partire dall’autunno 2026, saranno accessibili i primi 2.000 posti gratuiti per bambini di due anni; le aree da cui partirà il programma sono Washington Heights–Inwood (vicino ad Harlem), Fordham–Kingsbridge (Bronx), East Brooklyn (Canarsie, Brownsville e Ocean Hill – aree con altissima popolazione afroamericana e latina) e Ozone Park–Rockaways (una delle aree working class per eccellenza, quella tra l’aeroporto JFK e Manhattan). L’investimento pubblico per coprire questi posti è stimato a circa 73 milioni di dollari, ma con il supporto dello Stato di New York dovrebbe arrivare a oltre 400 milioni di dollari entro il 2027. L’obiettivo è ampliare il sostegno alla universal childcare a tutto il territorio di New York, oltre New York City; la Governatrice Huchul, che fieramente si definisce “New York’s first mum Governor” (la prima Governatrice madre, a New York), vuole ampliare significativamente la spesa per i servizi all’infanzia e a supporto della genitorialità arrivando a destinare 4.5 miliardi di dollari entro il 2027. LEGGI ANCHE… WELFARE AIUTO CONDIZIONATO O AIUTO RADICALE?  Angela Condello IMMAGINE DUE Proprio negli ultimi giorni di febbraio, più meno in corrispondenza del video di cui ho appena parlato (mentre a Sanremo vinceva un’ode al matrimonio religioso), la Camera dei deputati italiana ha bocciato tutti – tutti – gli articoli della proposta di legge sul congedo parentale paritario, sostenuta dalle opposizioni e con prima firmataria Elly Schlein, che prevedeva un congedo di cinque mesi per ciascun genitore con retribuzione garantita al 100% dello stipendio (il sistema attuale prevede percentuali che variano tra l’80% e il 30%). Un modello che avrebbe, almeno sulla carta, messo sullo stesso piano diritti e doveri di madri e padri a partire dall’alba della genitorialità.  Ragione della bocciatura? La scarsa copertura economica: nella relazione tecnica, la Ragioneria generale dello Stato ha sottolineato che stando solo agli oneri relativi agli iscritti Inps, immaginando una decorrenza da gennaio 2025, la spesa sarebbe di circa 520 milioni per il 2026, progressivamente crescenti. A poco sono servite le obiezioni, a partire proprio da quella di Schlein, sul fatto che le motivazioni tecniche non valgano per opere come il ponte sullo Stretto o le prigioni albanesi. Accuse respinte dalla maggioranza, che ci tiene a dire quanto nelle loro politiche siano centrali i temi della famiglia e della natalità. Punti di vista deformati sulla famiglia, sulla cura, sui progetti da realizzare con il bilancio dello Stato. A questa seconda immagine aggiungo un altro fotogramma: all’inizio del 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge sulla figura del caregiver (cioè di chi si prende cura di un soggetto non autosufficiente), che prevede un contributo massimo di 400 euro al mese, solo nei casi in cui il soggetto assistito abbia avuto il riconoscimento di una disabilità grave, solo nei casi si tratti di coniuge, parte di unione civile, convivente di fatto, o parente/affine entro il secondo grado. Per ora i contributi sono tutt’altro che universali: i caregiver devono essere conviventi e assistere il soggetto non autosufficiente almeno per 91 ore a settimana. Il loro reddito annuo non deve superare i 3.000 euro annui e l’Isee non deve superare i 15.000 euro.  La parola ‘care’, cura, è la stessa che si trova nel lemma universal childcare di cui parlano Mamdani e Ocasio-Cortez – peraltro, sulla scia di una politica di sostegno alla cura immaginata da Bernie Sanders e diffusamente testata dove i Democratic Socialists of America hanno spazio d’azione (per esempio, nel Vermont).  C’è cura e cura, insomma: a osservare attentamente, le differenze sono piuttosto evidenti. Sulla cura si può investire, perché si attribuisce al lavoro riproduttivo un valore centrale e perché si vuole lasciare a ciascuno la libertà di scegliere come lavorare, quanto, ecc.; con la cura si può fare propaganda; e, ancora, si può erodere dalle fondamenta ogni tentativo di aggiustare il tiro, pubblicamente, sulla cura e le politiche sociali.  La scelta su come orientare gli usi delle risorse è quella che forse più di tutte lancia segnali sulla direzione che si vuole dare alla società e su quel che si intende per «giustizia sociale». Attenzione, il rischio di confusione è altissimo: come hanno sottolineato alcuni membri del Care Collective (un gruppo di ricerca militante basato a Londra), sulla cura si possono persino tessere programmi come quelli lanciati da grandi corporations (Primark, Dove, Nike) per sollecitare i consumatori a prendersi cura di sé (possibilmente comprando i loro prodotti) e degli altri (possibilmente svolgendo attività che comportino l’utilizzo dei loro prodotti). Questa pratica si chiama carewashing e ha la stessa struttura del pinkwashing (le strategie di marketing che strumentalizzano l’emancipazione femminile e la libertà delle donne), tuttavia viene portata avanti con altri mezzi e per altri fini. Il gioco comparativo non ha bisogno di commento. Le immagini, come si dice, parlano da sé.  LEGGI ANCHE… IL WELFARE DI DOMANI Chiara Giorgi RISORSE PER LA COMUNITÀ Come sintesi all’esercizio comparativo vorrei invece ricordare il testo del Bill of Rights promulgato nel 1967 durante la prima conferenza americana della National Organization for Women, in cui le donne riunite indicavano il loro decalogo (regola aurea: sarebbe bene discutere queste pratiche anzitutto con chi è coinvolto in prima linea) per superare una volta per tutte l’idea che le famiglie debbano contare in primo luogo sulle madri e che il resto del lavoro sia poi solo residuale (e perché mai? Come insegna il programma di Mamdani, chiunque dovrebbe contare anzitutto sul sostegno pubblico e non solo sulla propria madre). Le parole del manifesto, così come sono, per quanto mi riguarda andrebbero stampate e distribuite quanto più possibile in maniera capillare. La richiesta numero 5 recita: > (we want) that child-care facilities be established by law on the same basis > as parks, libraries, and public schools, adequate to the needs of children > from the pre-school years through adolescence, as a community resource to be > used by all citizens from all income levels Come un mantra: chiedono che i servizi per l’infanzia siano forniti per legge, diffusamente e senza limiti di tempo, in modo continuativo, e per spiegare che cosa intendono li assimilano a parchi pubblici, biblioteche, scuole pubbliche: dovrebbero essere, cioè, adeguati ai bisogni dei bambini dall’età prescolare fino all’adolescenza, e pensati come risorse per la comunità a disposizione di tutti, sempre, indipendentemente dal reddito. Secondo i principi (torniamo un attimo all’immagine uno) dell’accoglienza, dell’universalità, della prossimità. Un altro mondo è possibile. *Angela Condello è professoressa associata di filosofia del diritto all’Università di Messina. Si occupa di femminismo giuridico e giustizia sociale. Collabora con il Forum Disuguaglianze e Diversità. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo C’è cura e cura proviene da Jacobin Italia.
March 20, 2026
Jacobin Italia
Bossi, un perdente di successo
Come un caratterista della vecchia commedia all’italiana, come certi personaggi che un tempo attraversavano gli show televisivi o come le meteore della canzone, Umberto Bossi è stato un perdente di successo: non ha portato a casa nessun risultato concreto per il Nord che diceva di voler difendere, finito ostaggio prima di Silvio Berlusconi e poi dei suoi colonnelli, ma ha lasciato la sua impronta sulla scena politica e nell’immaginario collettivo. Bossi viene da sempre, e oggi forse ancora di più, descritto come espressione di un mondo tradizionale e antico che resiste ai flussi della globalizzazione e alla liquidità del postmoderno. A una lettura superficiale c’è del vero, la sua intuizione circa la centralità dei territori e la sua capacità di, letteralmente, inventare un popolo per porsi alla sua testa paiono tentativi di frenare la storia e rimettere le lancette all’indietro. Ma la vera caratteristica del personaggio e della sua parabola politica sta, al contrario, nelle sue intuizioni collocabili tutte dentro la contemporaneità. Era pienamente postmoderno – neotelevisivo, avrebbe detto Umberto Eco – il modo in cui l’Umberto utilizzò il piccolo schermo quando era ancora centrale. Più volte ammise di aver calcato la sua avversità nei confronti dei meridionali, che pure era insita nella sua ideologica localista, perché faceva scandalo e gli consentiva di guadagnare quelle ospitate in televisione che gli permisero di fare il grande salto: dalla piccola rappresentanza locale del partito che aveva soltanto due parlamentari al boom elettorale dell’alba degli anni Novanta, complice anche la fine della Prima Repubblica.  LEGGI ANCHE… NEMICI SALVINI ANDAVA AL LEONCAVALLO? Giuliano Santoro Televisivi, ritagliati a misura per lo spettacolo politico, erano gli slogan che Bossi, uomo che aveva anche provato a far carriera nel mondo della canzonetta, coniava per scandalizzare giornalisti e osservatori e bucare i media. Ecco perché la Lega, spesso definita come il partito della salamella pedemontana e del radicamento territoriale, fu prima del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo una forza tutta impiantata nel rapporto tra il suo leader carismatico e la sua potenza comunicativa. Bossi poteva portarla dove voleva, ad allearsi con Berlusconi e tramite lui con i missini o a dichiararsi antifascista e dichiarare l’uomo di Arcore mafioso, perché era lui a definire l’agenda e il palinsesto leghista. Non deve stupire, dunque, se il leader che è arrivato dopo di lui e contro di lui è soprattutto un frontman mediatico, uno che aveva cominciato come concorrente di quiz televisivi, che si appoggia alla bestia dei social e campa di esternazioni.  Per capire che c’è un filo che unisce il Bossi sedicente antifascista e il Salvini che va a braccetto con Vannacci bisogna ripescare le analisi di Primo Moroni su postfordismo e nuova destra sociale. La conquista leghista di Milano, scriveva Moroni nel 1993 esattamente nei giorni in cui Formentini diventava sindaco, segna il passaggio di scala: dalla difesa del piccolo distretto produttivo alla metropoli, dall’illusione della protezione della rete locale all’articolazione del consenso politico più diffuso. Salvini diventa consigliere comunale e fa il suo apprendistato in questa temperie. Prende appunti, impara che dal decoro della città alla difesa della nazione il passo è breve. Capisce che quando lo spazio pubblico diventa spazio privato il passaggio successivo di «Padroni a casa nostra» è: «Prima gli italiani». Da qui agli assessori-sceriffi come a Voghera o all’elogio del killer di Rogoredo, è un attimo. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI LA DESTRA ALL’ASSALTO DI MILANO Claudio Jampaglia Bossi era uomo pienamente postmoderno, capace di rielaborare i segni della supposta tradizione, rimasticarli e sputarli sulla scena pubblica, anche per le sue intuizioni sulla composizione sociale con cui aveva a che fare. Sia lui che Bobo Maroni, il suo secondo scomparso tre anni fa, avevano frequentato il Pci e i partiti alla sua sinistra. Avevano in qualche modo conosciuto la classe operaia settentrionale. Avevano visto che la rude razza pagana si era frantumata nel modello postfordista della fabbrica diffusa, delle partite Iva, del terziario e del lavoro autonomo di seconda generazione. Per trascinare dalla loro parte questa forza lavoro, uscita dall’implosione della grande fabbrica e figlia al tempo stesso della grande sconfitta operaia e della forza operaia che aveva fatto saltare la catena di montaggio e la sua alienazione, si erano inventati un modello territorialista, doppio agghiacciante della lotta di classe, una specie di sindacalismo dell’heimat che propagandava l’idea, col senno del poi illusoria, che i diritti di fronte alla fine del Novecento e alla globalizzazione, potevano essere tutelati soltanto praticando un autogoverno escludente. Innanzitutto contro i migranti e poi nei confronti dei meridionali. L’odio verso i lavoratori del sud, si è detto, era il mugugno delle file alla Posta nei confronti dell’impiegato trasferitosi dal Mezzogiorno (i padani avevano altri lavori da fare, allora) accusato di non smaltire la corrispondenza e le code con solerzia. A ben vedere questi due tratti tipicamente postmoderni, la rappresentazione spettacolare e la nuova composizione postfordista, sono gli stessi che hanno costruito il successo delle estreme destre di questi anni. Bossi, anche attraverso la consumazione fisica e non metaforica del suo personaggio, ha cercato di inseguire fino in fondo queste tendenze. Gli è stato umanamente impossibile arrivare fino alle bolle dei social media o portare fino all’estremo l’illusione del sindacalismo reazionario che ha inseguito anche inventando fallimentari sindacati campanilistici e perseguendo sciagurati progetti di banche  territoriali. Venne prima Silvio Berlusconi, che gli fece impacchettare tutto e comprò il lotto intero. Dopo di lui, le nuove forme di fascismo. Ma in Italia, prima di tutti, ci arrivò l’Umberto Bossi. *Giuliano Santoro, giornalista, lavora al manifesto. È autore, tra le altre cose, di Un Grillo qualunque e Cervelli Sconnessi (Castelvecchi, 2012 e 2014) e Al palo della morte (Alegre Quinto Tipo, 2015). Per approfondire … Una storia italiana Acquista il numero della rivista L'articolo Bossi, un perdente di successo proviene da Jacobin Italia.
March 20, 2026
Jacobin Italia
Femminismo marxista e decolonialità
La prima Conferenza Internazionale Marxista-Femminista si è tenuta a Berlino nel 2015, promossa dalla sezione femminista dell’Istituto Berlinese di Teoria Critica (InkriT) attorno alla sociologa e filosofa tedesca Frigga Haug. In occasione della plenaria conclusiva, Haug ha presentato un documento in tredici tesi che sintetizza il pensiero delle correnti femministe che vedono nelle categorie marxiste uno strumento utile per analizzare la realtà sociale contemporanea. I congressi successivi hanno ripreso e ampliato queste tesi, declinandole in modi diversi in base alle necessità del contesto politico contemporaneo ma mantenendo una prospettiva femminista marxista.  Dal 21 al 23 novembre 2025 si è svolta nella città di Porto la sesta Conferenza Internazionale Femminista Marxista del gruppo Marxfem dal titolo Decolonising Bodies, Territories and Practices,  con un’ampia partecipazione – 358 iscritte provenienti da 50 Paesi – a testimonianza del rinnovato interesse per il femminismo marxista, in particolare tra le giovani attiviste e studiose del mondo.  Dopo una lunga fase in cui gli studi femministi sembravano concentrarsi unicamente sulla sfera culturale e simbolica del predominio maschile, il femminismo del XXI secolo è – in buona parte – tornato a un approccio materialista, radicandosi nella materialità dello sfruttamento, dei lavori precari sottopagati, delle condizioni di maternità negate. IL NOSTRO POSIZIONAMENTO Di fronte a una progressiva «fascistizzazione della riproduzione sociale», processo che vede un preciso attacco alla politicizzazione femminista e popolare della crisi della riproduzione sociale, tornare a un approccio materialista permette di interrogare le specifiche forme di oppressione prodotte dal modo di produzione capitalista. Proprio la nostra postura materialista ci fa scrivere questo contributo a partire da un posizionamento che vogliamo esplicitare. Siamo studiose, ricercatrici, attiviste e militanti che si interrogano circa le dinamiche di potere che permeano la nostra società e i cui effetti si ripercuotono maggiormente sui soggetti femminilizzati dediti alla riproduzione sociale. Sappiamo anche che i corpi che quotidianamente portiamo per le strade, nei luoghi di lavoro, nelle accademie e nelle piazze non sono neutri bensì connotati come oggetto di controllo e di strumentalizzazione da parte del patriarcato e del capitalismo.  Allo stesso modo sappiamo di trovarci a pensare e agire in una parte ben definita del mondo: quello europeo e occidentale. Il privilegio di cui godiamo in quanto persone bianche che parlano e scrivono da paesi del Nord globale è qualcosa di cui abbiamo contezza e che cerchiamo di problematizzare nelle nostre riflessioni. Siamo consapevoli, infatti, delle dovute differenze che le lotte portate avanti in un contesto come quello europeo – certamente scosso da crisi ecologiche, economiche e belliche – presentano rispetto alle lotte di altri territori. Le esperienze, dall’America Latina alla Palestina, dal sud-est asiatico all’Africa, sono per noi una fonte di apprendimento e di elaborazione teorica. Crediamo che guardare al di là dello stretto orizzonte dei luoghi in cui viviamo e schiudere il pensiero femminista (e marxista) a una prospettiva internazionalista sia la sola via percorribile per poter realmente realizzare la rivoluzione. Una rivoluzione, dunque, che parte dalla decolonialità. Come ha sottolineato Ruth Gilmore nella plenaria introduttiva, il Capitale ha bisogno delle differenze di razza e di genere per perpetuare le proprie condizioni di esistenza. Il metodo decoloniale serve a evidenziare le catene internazionali della valorizzazione del capitale che sono in continuità con la storia coloniale; ma serve anche a disvelare i meccanismi materiali e psicologici di predominio e di sfruttamento nelle nostre società postcoloniali razziste. LEGGI ANCHE… FEMMINISMO LA RADICE DELL’OPPRESSIONE DELLE DONNE Giulia Marotta ACCUMULAZIONE, RIVOLUZIONE E NUOVO PROLETARIATO INTERNAZIONALE Se si segue l’interpretazione che Rosa Luxemburg propone rispetto alla questione dell’accumulazione originaria, si comprende perché il tema della decolonialità sia centrale per una riflessione che vuole essere insieme femminista e anticapitalista. Nel suo testo principe, L’accumulazione del capitale, Luxemburg costruisce quella che viene conosciuta come la sua «teoria dell’imperialismo» in cui collega in modo necessario capitalismo, colonialismo, guerra e imperialismo.  Confrontandosi direttamente con alcuni dei più spinosi nodi marxiani, la rivoluzionaria polacca ricostruisce le diverse fasi attraverso cui il capitalismo colonizza aree del mondo non-capitalistiche mediante l’instaurazione violenta delle proprie strutture e dei propri modelli sociali. Le nuove possibilità pratico-teoriche elaborate da Luxemburg  rendono la sua trattazione particolarmente rilevante per le contemporanee teorie femministe post e decoloniali.  La portata globale che Rosa Luxemburg riconosce nelle strutture di sfruttamento che sottendono al funzionamento del capitalismo permette  all’autrice di elaborare un’idea di rivoluzione e lotta di classe che sia necessariamente internazionale. Per Luxemburg, infatti, il capitalismo crea, senza volerlo, il suo strumento di resistenza e cioè una classe lavoratrice, sottoposta allo stesso sistema di sfruttamento, quello capitalistico, esteso su scala globale. La rivoluzione luxemburghiana, quindi, vede la necessaria partecipazione di tutto il proletariato internazionale unito contro lo stesso nemico: la violenta e capillare espropriazione e discriminazione del capitalismo.  Ma come individuare, oggi, il soggetto rivoluzionario? Nel capitalismo contemporaneo, segnato da forti processi di finanziarizzazione e dalla moltiplicazione di forme di lavoro informali o para-formali, l’individuazione di un soggetto di classe unitario appare sempre più complessa. La frammentazione delle condizioni lavorative e la crescente centralità di attività non riconducibili al lavoro salariato industriale mettono in crisi le categorie tradizionali con cui il marxismo ha storicamente identificato il soggetto rivoluzionario. Già negli anni Settanta, in un contesto segnato dalla crisi del fordismo e dall’emergere di nuove forme di ristrutturazione capitalistica, una parte del marxismo femminista aveva messo in discussione l’identificazione del soggetto rivoluzionario con l’operaio industriale salariato. È il caso dell’esperienza internazionale di Wages for Housework, che fin dalla sua nascita ha insistito sulla necessità di riformulare la nozione di classe a partire da una diversa centralità attribuita alle soggettività non salariate, al lavoro domestico e di cura nel ciclo complessivo di produzione e riproduzione della forza-lavoro. Se si riflette sulla condizione contemporanea – che vede il completo disfacimento del diritto internazionale nonché la proliferazione di guerre a scopo imperialista e di imposizione di un unico modello sociale e produttivo – le parole di Luxemburg ritornano con urgenza. La «teoria dell’imperialismo» e l’internazionalismo luxemburghiano costituiscono degli importanti strumenti per il femminismo contemporaneo, soprattutto se si considera il violento attacco ai  corpi delle donne, specialmente in quelle zone soggette a processi di ricolonizzazione e guerre imperialiste. Sono proprio le donne, infatti, a occuparsi della riproduzione sociale delle proprie comunità e quindi custodi di sistemi sociali alternativi a quello capitalistico. Non a caso il tema della riproduzione sociale, nuova posta in gioco dell’accumulazione capitalistica, ha occupato un posto centrale nelle riflessioni svolte nei vari panel della conferenza. Questo ampio interesse nei confronti dell’argomento è giustificato se consideriamo, in una prospettiva globale, le forme di resistenza attraverso economie di sussistenza come quelle messe in campo in America Latina o il respingimento coloniale in atto in Palestina.  LEGGI ANCHE… FEMMINISMO CURA E GIUSTIZIA SOCIALE Kathleen Lynch - Rodolfo Pezzi PALESTINA Il nostro pensiero non può che andare in Palestina, dove le donne stanno compiendo gravosi sforzi per cercare di preservare le condizioni minime di esistenza in un contesto come quello genocidario segnato dalla distruzione sistematica dei mezzi di sussistenza e delle infrastrutture di base (strade, case, acquedotti, ospedali, infrastrutture alimentari, ecc.). L’aggressione alle condizioni materiali di esistenza palestinesi, parte del progetto coloniale sionista, colpisce in egual misura uomini, donne e bambini palestinesi. Tuttavia, sono soprattutto le donne (anche se non esclusivamente) a fronteggiare quotidianamente, nell’ambito della riproduzione sociale, gli effetti di questa distruzione rendendo possibile la sopravvivenza collettiva, attraverso pratiche di cura, organizzazione e sostegno reciproco, restando spesso ai margini della narrazione pubblica. Non a caso, le donne in quanto potenzialmente «madri» sono oggetto di politiche di controllo e negazione da parte della strategia politica sionista, guidata dall’idea che la riproduzione delle e dei palestinesi sia una minaccia al progetto coloniale israeliano.  Il ruolo attivo e politico svolto dalle soggettività femminilizzate e marginalizzate nella resistenza palestinese ci pone, pertanto, di fronte al tema della riproduzione sociale come forma di resistenza.  RESISTENZA E RIPRODUZIONE SOCIALE Parlare di resistenza delle donne in Palestina significa confrontarsi con una molteplicità di forme di opposizione alla colonizzazione di Israele ma, soprattutto, significa compiere un lavoro di esegesi delle fonti (non sempre scritte) e di storie trasmesse oralmente.  Storicamente, la prima organizzazione ufficiale di donne palestinesi nasce nel 1920 con il nome di Palestinian Arab Women’s Union, protagonista di diverse proteste contro la presenza britannica nei territori palestinesi. La loro attività rende esplicita per la prima volta come la liberazione delle donne sia parte necessaria per il raggiungimento della liberazione di tutta la popolazione palestinese.  A partire dal 1948, anno di inizio della Nakba, si assiste a una diversificazione delle forme di resistenza. La popolazione palestinese, privata della propria terra, affidò alla famiglia e alla memoria collettiva la sua sopravvivenza. La funzione dello spazio privato mutò radicalmente, la casa divenne il luogo nel quale preservare la cultura e portare avanti forme differenti ma complementari di resistenza: non più solo luogo di cura e di lavoro domestico ma spazio del sumud. In questo contesto, le soggettività femminilizzate furono le figure principali di questa forma «narrativa» di resistenza. La svolta più recente risale al 2019 con la nascita del movimento femminista palestinese Tal’at. A differenza delle organizzazioni precedenti, Tal’at cerca di tenere insieme le istanze del femminismo radicale e quelle della liberazione nazionale, provando a superare una visione dicotomica delle lotte. Il nuovo movimento femminista è stato il primo a parlare apertamente di abusi domestici affermando con forza che non vi è alcuna contraddizione tra il desiderio di libertà palestinese e la lotta per i diritti delle donne. Tal’at rende così esplicita la forte connessione tra le due forme di resistenza denunciando, tra l’altro, come l’oppressione israeliana inasprisca atteggiamenti violenti in chi vive sotto il dominio coloniale.  Ciò che succede in Palestina, come in altri contesti dove sono sotto attacco le condizioni materiali della riproduzione della vita, rende evidente come l’oppressione abbia a che fare con il modo in cui il capitalismo si sostiene e si riproduce. È chiaro che, in primo luogo, sono le donne con i loro corpi a  costituire una resistenza attiva che passa attraverso la riproduzione sociale; è grazie a loro che si può tessere una rete di resistenza – locale e internazionale – a quel processo di espropriazione, imposizione e violenza mortifera che caratterizza l’alleanza criminale tra patriarcato e capitale. Come femministe marxiste, dunque, riconosciamo l’urgenza di confrontarci con l’esperienza di lotta delle donne e delle femministe palestinesi, che riteniamo imprescindibile, poiché rende evidente l’intreccio tra violenza di genere e sessuale, politiche coloniali di insediamento e guerra. Questa postura ci impone di leggere tali violenze come parte integrante dei processi di dominio attraverso cui il capitalismo globale riorganizza la sua riproduzione, scaricandone i costi sui territori che rendono possibile la sopravvivenza materiale e sociale dei suoi centri economici attraverso processi di espropriazione e sfruttamento. *Giulia Longoni, Ludovica Micalizzi, Martina Facincani, Nadia De Mond fanno parte di MarxFem Italia. L'articolo Femminismo marxista e decolonialità proviene da Jacobin Italia.
March 19, 2026
Jacobin Italia
Con l’IA la guerra è ancora più orribile
Gli Stati uniti stanno utilizzando l’intelligenza artificiale nella loro guerra contro l’Iran. L’esercito afferma che la «varietà» di sistemi di IA in uso è dedicata all’analisi dei dati, impiegati come strumenti e non come agenti. Il capo del Comando Centrale americano, Brad Cooper, afferma che i sistemi di IA assistono le forze armate, consentendo loro di «filtrare enormi quantità di dati in pochi secondi, in modo che i nostri leader possano eliminare distinguere l’essenziale dal superfluo e prendere decisioni più oculate prima ancora che il nemico possa reagire». L’intelligenza artificiale accelera i tempi di individuazione e abbattimento dei bersagli, e di conseguenza anche i tempi di guerra, morte, distruzione e tutto ciò che ne consegue. Cooper insiste sul fatto che la decisione finale spetta agli esseri umani. Quest’affermazione è meno rassicurante di quanto dovrebbe essere. Un recente rapporto rileva che «i bersagli dell’Operazione Epic Fury sono stati identificati con l’ausilio del Maven Smart System della National Geospatial-Intelligence Agency, che integra dati provenienti da sorveglianza e intelligence, tra gli altri, e può presentare le informazioni su un dashboard per supportare i funzionari nel loro processo decisionale». Tuttavia, ci viene detto che gli strumenti di intelligenza artificiale non «creano esplicitamente» obiettivi, ma si limitano a «identificare potenziali punti di interesse per l’intelligence militare». È un po’ come dire che le informazioni non influenzano le decisioni, come se le informazioni fornite a un comandante non avessero nulla a che fare con la scelta del bersaglio di un attacco. Se il bombardamento della scuola elementare Shajarah Tayyebeh in Iran, avvenuto il 28 febbraio, è stato il risultato di uno strumento di intelligenza artificiale che ha «integrato» vecchie informazioni militari nel sistema di gestione di Maven, significa che l’IA ha di fatto influenzato la «decisione finale», apparentemente umana. Certo, la rassicurante affermazione di Cooper secondo cui il personale militare umano è ancora al comando potrebbe anche essere vera. Tuttavia, l’integrazione dell’IA nella matrice dei sistemi di puntamento e l’azione basata sulle sue raccomandazioni equivalgono a un processo decisionale militare guidato dall’IA, per quanto gli esseri umani possano ancora premere il grilletto. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia QUANDO LA GUERRA ARRIVÒ SUL PICCOLO SCHERMO L’impiego di sistemi di intelligenza artificiale nell’ultima guerra americana potrebbe ricordare ad alcuni la Guerra del Golfo del 1990-91. Quel conflitto forse non verrà ricordato nei libri di storia come un evento di grande rilevanza, ma fu una guerra che seguimmo in diretta televisiva, con gli schermi illuminati di verde e punteggiati da improvvisi bagliori di luce. Fu trasmessa dalla Cnn con copertura 24 ore su 24. All’inizio degli anni Novanta, le nuove tecnologie e i nuovi modi di operare sia in ambito militare che nelle telecomunicazioni segnarono un cambiamento epocale. La guerra si era trasformata in un affare più distante e disumanizzato, sia nella sua esecuzione, con missili da crociera lanciati da centinaia di chilometri di distanza, sia nella sua fruizione, con l’intero evento mostrato al pubblico quasi fosse un filmato di un videogioco. Si aveva la sensazione che non ci fosse più possibilità di tornare indietro e che, qualunque cosa fosse, si trattasse di un viaggio lungo una strada senza possibilità di inversione di marcia. Nel suo libro L’età degli estremi, lo storico Eric Hobsbawm avvertiva che nel ventesimo secolo le moderne tecnologie belliche e i sistemi burocratici che sostenevano i conflitti su larga scala avevano radicalmente cambiato la guerra, rendendo possibile una terrificante guerra totale che prima non avrebbe potuto esistere senza il potere della distanza. Sebbene lo scopo della distanza in guerra sia quello di sfruttare un vantaggio strategico e tattico che equivale, in sostanza, a un riparo – o a una posizione più favorevole – e all’effetto sorpresa, l’effetto finale è la separazione. Se la violenza, persino quella di massa, può essere un’azione a distanza, con l’attore distante dalle conseguenze immediate, viscerali e corporee delle sue azioni, allora la violenza diventa impersonale e irreale, persino virtuale, come un videogioco. Premi il grilletto, inclina la levetta analogica verso l’alto e continua la tua giornata mentre i pixel sullo schermo scompaiono. A casa per cena, giusto in tempo per qualche partita a Call of Duty. Socialism for future Acquista l’ultimo numero della rivista IMPERSONALI, COME TERMINATOR Oggi l’intelligenza artificiale in ambito bellico viene utilizzata per analizzare rapidamente le informazioni e assistere gli esseri umani nell’individuazione degli obiettivi. Domani potrebbe essere impiegata in modi che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare, o che tendiamo a liquidare come una minaccia secondaria o terziaria, più una fantasia paranoica ispirata a Terminator che un pericolo reale e imminente. La minaccia immediata, in entrambi i casi, rimane la stessa: l’autodisumanizzazione dell’umanità.  Gli strumenti del mestiere sono macchine che usiamo per diventare più bravi a uccidere, sollevati dalla seccatura che ha afflitto chi ha commesso violenza nel corso della storia umana: bisognava essere vicini per farlo, abbastanza vicini da vedere le luci spegnersi. L’intelligenza artificiale non è quindi solo uno strumento di selezione, ma anche uno strumento per creare una distanza, letterale e figurata, tra l’operatore e i dannati.  Se il secolo scorso ci ha portato la capacità di premere un pulsante per sganciare una bomba, questo ci permetterà di premere un pulsante per far sì che sia un computer a dirci dove sganciarla. Non si può essere più lontani dalla distruzione di così.  Il cambiamento è orribile e terrificante in egual misura, ma non si tratta tanto di un nuovo modo di fare le cose, quanto piuttosto del logico passo successivo verso una distruzione completamente digitalizzata e disumanizzata, previsto decenni fa dai più lungimiranti. Hobsbawm individuò nella trasformazione della guerra del ventesimo secolo una «nuova impersonalità» che «aveva trasformato l’uccisione e la mutilazione nella remota conseguenza della pressione di un pulsante o dello spostamento di una leva» e «aveva reso invisibili le sue vittime, come non potevano esserlo le persone sventrate dalle baionette o viste attraverso il mirino delle armi da fuoco». L’intelligenza artificiale non cambia la logica o l’effetto della guerra impersonale, ma piuttosto rafforza la prima e amplifica il secondo. LEGGI ANCHE… POLITICA LA GEOPOLITICA APOCALITTICA DI PETER THIEL Rory Rowan - Tristan Sturm DOTTOR IA STRANAMORE Le conseguenze di un ulteriore livello di distanza saranno terribili in modo inimmaginabile. O forse possiamo immaginarle fin troppo bene. Scrivendo della Seconda guerra mondiale, Hobsbawm sottolinea che, con i bombardieri che volavano sopra le loro teste, coloro che si trovavano sotto «non erano persone destinate a essere bruciate e sventrate, ma bersagli». La natura impersonale della distanza significava che «giovani uomini miti, che certamente non avrebbero voluto affondare una baionetta nel ventre di una ragazza incinta di un villaggio, potevano con molta più facilità sganciare bombe ad alto potenziale esplosivo su Londra o Berlino, o bombe atomiche su Nagasaki». Il fatto che i chatbot basati sull’intelligenza artificiale a scopo commerciale scelgano la guerra nucleare quasi dieci volte su dieci in «situazioni di crisi» fa notizia perché ci chiediamo cosa potrebbe fare un signore dei robot a noi – o per noi – in situazioni estreme, senza un eroe di WarGames che convinca la macchina a desistere. Più vicino a noi, la minaccia immediata e crescente non sono le macchine, ma, come sempre, noi stessi – e ciò che facciamo con le macchine o ciò da cui ci esoneriamo grazie a esse. La distanza che l’intelligenza artificiale interpone tra la mente umana e la decisione di distruggere dovrebbe essere ciò che più di ogni altra cosa ci terrorizza. Potrebbero non esserci limiti agli orrori che ne conseguono. Del resto, la storia dell’umanità è anche la storia dell’uso della tecnologia per autodistruggersi. Oggi siamo maestri in quest’arte, non solo nella spietata efficienza della cancellazione fisica, ma anche nei modi in cui rendiamo più facile dirigere tale distruzione, più facile giustificarla e più facile conviverci prima, durante e dopo che si è verificata. Come avvertiva Hobsbawm a proposito del «breve» secolo che va dal 1914 al 1991: «Le più grandi crudeltà del nostro secolo sono state le crudeltà impersonali delle decisioni a distanza, dei sistemi e delle routine, soprattutto quando potevano essere giustificate come deplorevoli necessità operative». Hobsbawm aveva ragione nell’individuare la crudeltà della strage industriale del secolo breve. La domanda che ci poniamo ora è come si presenterà questa strage quando tale crudeltà sarà ulteriormente intensificata dalla nuova distanza derivante dal processo decisionale mediato dall’intelligenza artificiale. *David Moscrop è uno scrittore e commentatore politico. Conduce il podcast Open to Debate ed è l’autore di Too Dumb For Democracy? Why We Make Bad Political Decisions and How We Can Make Better Ones(Goose Lane Editions, 2019). Questo testo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Con l’IA la guerra è ancora più orribile proviene da Jacobin Italia.
March 19, 2026
Jacobin Italia
Teoria e critica politica del sorteggio
Le democrazie sono continuamente alla ricerca di un equilibrio tra conflitti da un lato e intese dall’altro. Questo equilibrio, che regola la vita democratica, è fondamentale, a maggior ragione, nei percorsi di riforma che toccano gli aspetti cruciali delle nostre istituzioni. Tra questi, le questioni costituzionali che andrebbero affrontate attraverso percorsi condivisi in cui il disaccordo viene gestito in maniera costruttiva.  UNA RIFORMA IMPOSTA Nel caso della riforma della magistratura in Italia questa strada non è stata ritenuta praticabile e la logica della contrapposizione ha prevalso su quella della collaborazione. Un organo dello Stato, il governo, cerca di imporsi su un altro, la magistratura, prescrivendone la riforma. Non avendo i numeri per farlo in parlamento, il governo persegue la strada del referendum. La campagna referendaria però tende inevitabilmente a trasformare una questione di design istituzionale in uno scontro di legittimazioni reciproche, dove si chiede all’elettorato di prendere le parti del governo o della magistratura. O meglio, di schierarsi, contro uno o l’altro attore.  Perseguendo la logica della polarizzazione viene così sminuito il fatto che, con tutti i loro limiti, non uno solo, ma entrambi gli organi dello Stato sono necessari ai cittadini per vivere in una democrazia. Questa dinamica inoltre palesa un’incapacità di dialogare e trovare un compromesso. Assente in questa fase, è auspicabile che il dialogo efficace tra istituzioni, cruciale per governare democraticamente, torni al più presto.  Quindi il sorteggio previsto per i nuovi Csm – che di per sé non ha alcun legame diretto con la maniera in cui si emettono  sentenze – si inserisce non solo all’interno di una riforma più ampia, ma di una ridefinizione unilaterale della maniera di organizzarsi della magistratura. Non essendoci condivisione la riforma viene percepita come un’imposizione e il sorteggio come una vera e propria umiliazione.  LEGGI ANCHE… POLITICA LA PREMIER NEL BOSCO Giuliano Santoro IL SORTEGGIO E COME (NON) USARLO  Fatta questa premessa è necessario spendere qualche parola su cosa sia il sorteggio. Il sorteggio è ovunque attorno a noi: give away sui social, lotteria Italia, gironi dei mondiali, verifiche dei requisiti negli appalti, giurie popolari nei procedimenti legali. A noi però del sorteggio interessa un uso specifico e meno riconosciuto. Ossia il sorteggio quale modalità di selezione di individui che appartengono a un gruppo al fine di rappresentarlo in sedi istituzionali. Per capirci, il fatto che delle persone chiamate a rappresentarne altre vengano estratti a sorte anziché scelte.  L’uso politico del sorteggio, seppur non molto conosciuto, è connesso alla democrazia sin dai tempi di Atene antica ed è oggi associato a numerosi tentativi di innovare le istituzioni democratiche, per esempio, con le assemblee, le giurie e i parlamenti dei cittadini e delle cittadine. Ci sono diverse altre modalità di selezione impiegate in politica, come: l’acclamazione (si pensi ad Angelino Alfano così divenuto segretario del Pdl di Berlusconi), la nomina (per i vertici delle partecipate e delle autorità di vigilanza), e ovviamente le elezioni. Ognuno di questi metodi ha alcuni pregi e limiti, che dipendono molto dal contesto e dalla modalità in cui si usano. Per utilizzare il sorteggio affinché arricchisca la vita democratica, invece che svuotarla, si devono seguire alcune accortezze di base.  Innanzitutto, il sorteggio andrebbe introdotto – non imposto – in aggiunta agli altri strumenti di rappresentanza, non in sostituzione. Il sorteggio ha diversi vantaggi, tra cui quello di facilitare la collaborazione e l’apprendimento di gruppo, e funziona efficacemente per esempio quando si mettono assieme cittadini estratti a sorte che per la prima volta si trovano a parlare e prendere decisioni su questioni politiche, come accade sempre più spesso in Europa.  Il sorteggio però non agevola l’autorganizzazione. Per esempio, quando c’è un’elezione ci si organizza per vincerla. Con il sorteggio decide il caso e quindi organizzarsi serve poco, ma senza organizzazione viene meno sia la capacità di articolare e confrontare diverse visioni, sia la possibilità di far valere il proprio voto. Sembrerà strano ma lasciare alla sorte la scelta dei rappresentanti non è necessariamente negativo in democrazia. Promuove delle logiche di funzionamento diverse da quelle della competizione, cosa di cui la nostra società ha un disperato bisogno. Un conto però è dare questa possibilità, ad esempio, a cittadini che, oltre a eleggere i rappresentanti, vengono estratti a sorte per comporre degli spazi in cui spesso per la prima volta possono riflettere e decidere assieme su questioni politiche. Altro invece è sostituire le elezioni con il sorteggio come si propone con i magistrati. Per il governo questo processo garantisce maggiore indipendenza. In realtà si disarticola la capacità di organizzarsi senza sostituirla con un’alternativa. Ciò rende i magistrati meno capaci di tutelare la propria autonomia e più dipendenti dalla politica. Il problema è lampante se consideriamo che nei nuovi Consigli superiori della magistratura (e nella prevista Alta Corte Disciplinare) i componenti che rappresentano il parlamento (un terzo del totale) verrebbero estratti a sorte da una lista fatta di laici eletti, loro sì. Nella stessa assemblea che dovrebbe garantire autonomia e indipendenza dei magistrati, i politici sceglierebbero chi potrà essere estratto a sorte, i magistrati no. Nel tentativo di «depoliticizzare» si «superpoliticizza» l’amministrazione della giustizia.  In secondo luogo, connesso a quanto detto sopra, quando si usa il sorteggio lo si fa in parallelo all’introduzione di misure di formazione e spazi di discussione. Nelle giurie cittadine, ad esempio, vengono estratti a sorte i cittadini che in spazi partecipativi innovativi e protetti vengono formati per adempiere ai compiti che li attendono (ad esempio, redigere un testo legale dopo un confronto informato). Mentre ciò è perfettamente comprensibile per cittadini che nella vita fanno altro, sembra «blasfemo» voler formare magistrati sul come si deliberi e scriva un testo legale. Anche in questo caso il sorteggio non democratizza alcunché, disarticola la rappresentanza e non si affiancano a esso strumenti che garantiscano una migliore qualità della deliberazione.  In terzo luogo, il sorteggio si usa fondamentalmente per rappresentare le diversità e includere quanti di solito sono ai margini della vita politica. Per questo motivo quando si utilizza il sorteggio nelle nuove forme di partecipazione democratica, come ad esempio nelle assemblee cittadine, lo si fa con criteri che «stratificano» il sorteggio. L’idea è avere un campione di estratti a sorte che somigli all’universo di riferimento. Nelle assemblee cittadine, ad esempio, in genere si estraggono il 50 per cento di uomini e di donne (tutelando quindi la parità di genere), persone con diversi livelli di educazione scolastica o di reddito (dando quindi la possibilità di partecipare a chi di solito lo fa meno) e diversa provenienza geografica (per evitare di rappresentare solo alcune aree). Nel caso in questione verosimilmente l’intento non è rappresentare la diversità e infatti ciò non c’è proprio (l’eccezione è che il sorteggio si restringe ai magistrati più anziani per l’Alta Corte Disciplinare, quindi in maniera da escludere i giovani). In generale, utilizzare il sorteggio per un gruppo di persone tendenzialmente omogenee (quantomeno dal punto di vista educativo e di distribuzione sul territorio come i magistrati) è piuttosto singolare. Infatti, lo si usa di solito quando l’universo di riferimento è una città, una regione o un intero paese, non un organo dello Stato. Questa idea, che di democratico ha poco, non ha neanche granché di innovativo dato che, come notom il primo a proporre l’uso del sorteggio per gli organi della magistratura fu il capo del Movimento Sociale Italiano, Giorgio Almirante nel 1971. Ovviamente la proposta, che oltre 30 anni dopo è al centro del dibattito politico, non ricevette alcuna attenzione. Per concludere, giungiamo alla tesi secondo cui il sorteggio contrasta le correnti e premia il merito, ossia il cuore della proposta di riforma che ha come intento fondamentale quello di neutralizzare le logiche interne del Csm. La questione è legittima, le istituzioni, tra queste la magistratura, sono tutt’altro che impeccabili. Come discusso però, il cambiamento proposto avviene al costo di sacrificare la capacità di darsi una rappresentanza organizzata. O meglio, il passaggio dall’elezione al sorteggio sposta l’attenzione dall’organizzazione della rappresentanza alla neutralizzazione delle reti, facendo venire meno la costruzione di visioni programmatiche e la responsabilizzazione interna. Mentre i magistrati sorteggiati non dovrebbero rispondere agli altri magistrati, l’influenza della politica non viene toccata: una situazione che difficilmente giova all’indipendenza e all’autonomia della magistratura. La politicizzazione non si riduce, si squilibra a favore dei politici. Il sorteggio prospetta non una magistratura meno esposta alla politicizzazione ma più assoggettata a chi detiene il potere politico.  Riguardo alla questione del merito invece, come visto, non c’è alcun dispositivo che metta i magistrati in condizione di fare un lavoro migliore nei nuovi Csm estratti a sorte. Ovviamente non c’è neanche alcun legame tra il «merito» di una persona e l’essere sorteggiato. Detto ciò, anche se non si può escludere che il merito abbia un ruolo nella scelta dei rappresentanti che si candidano e che si votano, le elezioni possono certamente premiare l’appartenenza anziché il merito. Questo però si applica a ogni tipo di elezione, a partire da quella dei nostri rappresentanti in parlamento. Anzi, è verosimile che ci siano più dubbi sui meriti dei politici che su quello dei magistrati, che comunque sono soggetti a una selezione pubblica incredibilmente stringente. Il punto è che il sorteggio non deve sostituirsi all’elezione senza per di più prevedere alcuno spazio di valorizzazione delle logiche cooperative che introduce. Il sorteggio così proposto è un’anomalia, non appropriata né nei confronti della magistratura né di qualsiasi altro gruppo che provi a darsi una rappresentanza democratica istituzionale.  LEGGI ANCHE… MERITOCRAZIA LA STRANA STORIA DELLA MERITOCRAZIA Salvatore Cingari IL SORTEGGIO COME STRUMENTO DEMOCRATICO  Esempi di impiego democratico del sorteggio ce ne sono molti in Europa: le camere dei cittadini che affiancano quelle elettive, a Parigi o Bruxelles, le assemblee cittadine su temi ostici quali il clima, il benessere delle future generazioni. Il sorteggio si usa anche per creare spazi di dibattito pre-referendario. Un gruppo di cittadini estratto a sorte è chiamato a lavorare assieme per diversi giorni per informarsi, riflettere ed esprimersi nel merito di un referendum. Le loro valutazioni vengono poi condivise con il resto della cittadinanza. Ovviamente per il Referendum sulla magistratura (o qualsiasi altro referendum in Italia) questa possibilità nemmeno si è mai considerata, non sia mai che i comitati referendari perdano il controllo della narrazione. Più in generale in Italia né il governo attuale né quelli che l’hanno preceduto hanno mai mostrato interesse a tali innovazioni democratiche. Non mi riferisco tanto al fatto che, ad esempio, a livello nazionale, siamo praticamente l’unico paese dell’Europa occidentale a non avere sperimentato nemmeno una semplice assemblea cittadina. Rifletto sul fatto che la classe politica e la cultura politica dominante, che tendenzialmente ignorano o avversano l’innovazione democratica, si accorgono del sorteggio solo per usarlo senza alcun legame con la democratizzazione.  Ci si potrebbe chiedere però: se il sorteggio piace tanto, perché i politici non lo sperimentano a partire da loro stessi? Certo, creare spazi di vita politica popolati da cittadini estratti a sorte, a fianco di quelli eletti, comporterebbe una redistribuzione di potere verso i cittadini e questo sarebbe un problema per chi il potere politico se lo tiene ben saldo. Eppure gli organi elettivi non brillano per capacità di rappresentanza a giudicare dai livelli di astensionismo, e non è detto che si riesca a lungo a esercitare il potere infischiandosene beatamente di questo aspetto elementare.  Introdurre delle camere dei cittadini estratti a sorte, ad esempio, farebbe tre cose democraticamente sensate che l’utilizzo del sorteggio nella riforma della magistratura non fa. Aggiungerebbe una nuova forma di rappresentanza, quella per sorteggio, che a oggi è preclusa alla cittadinanza. Aumenterebbe la diversità all’interno delle nostre istituzioni. Queste sono a oggi popolate prevalentemente da maschi, laureati (in poche discipline molto specifiche) e/o persone con patrimoni consistenti. Si riproducono le diseguaglianze che già esistono in società, a esclusione di tutti gli altri, che pure qualcosa da dire lo avrebbero. Infine, aprire a forme di partecipazione innovativa offrirebbe la possibilità di sperimentare il confronto tra vedute diverse e la presa di decisioni da parte di cittadini ai quali, a oggi, ciò che viene offerto in abbondanza sono scontri calati dall’alto e tanta propaganda. *Andrea Felicetti è docente di Scienza Politica all’Università di Padova. Si occupa di democrazia, innovazione e governance. L'articolo Teoria e critica politica del sorteggio proviene da Jacobin Italia.
March 18, 2026
Jacobin Italia
Cuba, Gaza e la politica del mare
Cuba vive una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. All’inizio del 2026, l’isola è attraversata da blackout che durano fino a venti ore al giorno, carenza di carburante e difficoltà sempre più diffuse nell’accesso a cibo e medicine. Il sistema energetico è al collasso perché il petrolio non arriva. Le forniture dal Venezuela si sono ridotte drasticamente e gli Stati uniti stanno colpendo attivamente ogni tentativo di approvvigionamento, sanzionando compagnie, banche e paesi terzi coinvolti nel commercio con l’isola. Non si tratta di una crisi naturale o di un semplice fallimento interno. È il risultato di una pressione politica continua. Da oltre sessant’anni, dall’inizio della Rivoluzione, Washington mantiene un embargo economico contro Cuba e negli ultimi anni lo ha irrigidito, limitando l’accesso al credito, bloccando transazioni finanziarie e rendendo sempre più difficile importare energia, tecnologie e beni essenziali. Oggi il controllo del petrolio è diventato uno degli strumenti principali di questa pressione. Questa strategia non è nuova. Fin dagli anni Sessanta, gli Stati uniti hanno cercato di rovesciare il governo cubano attraverso invasioni, operazioni clandestine e sabotaggi. Dallo sbarco fallito della Baia dei Porci nel 1961, alle operazioni segrete come Mongoose, che prevedevano centinaia di azioni di sabotaggio e destabilizzazione, fino ai numerosi tentativi di assassinio contro la leadership cubana. Nel tempo queste pratiche si sono trasformate, ma la logica è rimasta la stessa: produrre pressione economica, isolamento e crisi interna per forzare un cambiamento politico (politiche tanto lontane quanto attuali in tutto il Sud e Centro America). Negli ultimi giorni la crisi ha prodotto nuove proteste in diverse città cubane, tra cacerolazos notturni e manifestazioni durante blackout che in molte zone durano fino a venti ore al giorno. Si protesta per la mancanza di carburante, per gli ospedali in difficoltà e per una vita quotidiana sempre più precaria. Ma queste mobilitazioni non possono essere lette come un semplice riflesso interno. Cuba è sottoposta a un regime di sanzioni che, soprattutto dopo il suo inserimento nella lista statunitense degli «Stati sponsor del terrorismo» nel 2021, rende di fatto impossibile a banche, imprese e paesi terzi commerciare con l’isola senza rischiare ritorsioni. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA CUBA NEL MIRINO Antoni Kapcia È in questo scenario che una rete internazionale di movimenti sociali sta organizzando una missione di solidarietà conosciuta come Nuestra América Convoy, con arrivo previsto all’Avana il 21 marzo 2026. L’iniziativa mobilita aiuti via terra, aria e mare da Colombia, Messico, Argentina e diversi paesi europei. Nasce dalla convinzione che di fronte a politiche di punizione collettiva esista una responsabilità civile internazionale concreta. Dopo le esperienze delle flottiglie verso Gaza, una parte dei movimenti ha scelto di intervenire direttamente per rompere l’isolamento imposto a Cuba e rendere visibile una pressione che dura da oltre sessant’anni. Il punto è agire sulle rotte, sulle sanzioni e sui meccanismi che impediscono la circolazione di beni e persone. Nello stesso momento, anche il movimento delle flottiglie per Gaza sta attraversando una fase di ricomposizione e coordinamento più stretto tra reti e organizzazioni diverse, annunciando un’alleanza totale per la prossima missione in primavera. Un processo non facile, che ha richiesto tempo e molto lavoro di cura, ma che segnala la volontà di costruire iniziative comuni mettendo in secondo piano la frammentazione tra sigle e percorsi. Tra le figure coinvolte nella missione c’è l’attivista brasiliano Thiago Ávila, già impegnato nelle iniziative internazionali via mare verso la Palestina. Nel suo ragionamento, Cuba e Gaza non sono casi isolati ma situazioni che mostrano come l’isolamento economico e il controllo delle risorse vengano usati per colpire direttamente la popolazione civile. Da qui la scelta di organizzarsi oltre i confini e tornare al mare, non come gesto simbolico ma come spazio da attraversare e contendere, provando a rompere anche temporaneamente i meccanismi che tengono interi territori sotto pressione. Negli ultimi giorni a Cuba si sono moltiplicate proteste legate ai blackout e alla crisi energetica. Quanto di questa crisi è legato all’embargo e alla lunga storia dell’assedio economico contro l’isola? La situazione è molto difficile. Molte persone vivono con interruzioni di elettricità che possono durare anche venti ore al giorno. Questo significa che diventa difficile cucinare, conservare il cibo, lavorare, studiare, addirittura spostarsi. Il sistema energetico cubano si basa sull’importazione di carburante, come accade in gran parte dei paesi del mondo. La differenza è che, mentre altri paesi continuano ad approvvigionarsi senza ostacoli, Cuba si trova di fronte a restrizioni che rendono l’arrivo del petrolio sempre più incerto. Quando il petrolio non arriva, il paese si ferma. Questa crisi ha una dimensione politica precisa. Cuba vive sotto un regime di sanzioni che dura da più di sessant’anni. Il blocco limita la capacità del paese di comprare carburante, macchinari e medicine, colpendo direttamente la vita quotidiana. Alla fine il peso ricade sempre sulla popolazione. Ogni anno l’Onu vota quasi all’unanimità contro il blocco. Eppure le sanzioni continuano. Cosa ci dice questo sul funzionamento reale dell’ordine internazionale? Ci dice che il sistema internazionale non è basato sulla democrazia tra Stati ma sul potere. Se guardiamo alle votazioni all’Onu vediamo che quasi tutti i paesi chiedono la fine delle sanzioni contro Cuba. Ma queste risoluzioni non sono vincolanti e gli Stati uniti continuano a mantenere attivo l’embargo. Questo dimostra che il diritto internazionale spesso non è sufficiente quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze. Per questo sono i movimenti sociali a cercare nuove forme di pressione e di solidarietà. Per questo abbiamo organizzato dopo i movimenti via mare per la Palestina, una flottiglia via mare per Cuba. Negli ultimi anni Washington ha rafforzato ulteriormente le misure contro Cuba, anche inserendo il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Che effetti concreti ha questa decisione? L’inserimento nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo produce un effetto a catena che va ben oltre la misura formale. Non riguarda solo i rapporti diretti con gli Stati uniti, ma l’intero sistema finanziario internazionale. Le banche evitano operazioni, le compagnie di navigazione e assicurazione si ritirano, i fornitori interrompono i contratti per non esporsi a sanzioni secondarie. Anche quando esistono canali legali, diventano impraticabili. Il risultato è che ogni transazione si complica, si rallenta o salta del tutto, con un impatto diretto sull’accesso a medicinali, tecnologie e carburante. In questo modo l’isolamento non passa solo da un divieto esplicito, ma da una rete di restrizioni che rende sempre più difficile mantenere relazioni economiche normali. Dopo le missioni civili verso Gaza il mare è tornato a essere uno spazio politico per i movimenti. Cosa rende una flottiglia uno strumento così potente? Le flottiglie hanno una dimensione molto concreta e allo stesso tempo simbolica. Portano aiuti reali ma portano anche un messaggio politico. Quando una nave civile attraversa il mare per raggiungere un territorio assediato, sta dicendo che quel blocco non è accettabile. Il mare diventa uno spazio di azione politica. Non appartiene a un governo o a un esercito, appartiene all’umanità. Attraversarlo con una missione civile significa affermare che nessun popolo dovrebbe essere isolato o punito collettivamente. LEGGI ANCHE… PALESTINA LA MESCOLANZA VERSO GAZA Matteo Cimbal Gullifa Gaza e Cuba sono contesti molto diversi. Tuttavia in entrambi i casi vediamo forme di assedio economico e politico. Quali connessioni vedi tra queste due realtà? La situazione è molto diversa. Gaza è sotto assedio militare diretto, con un controllo capillare dello spazio terrestre, marittimo e aereo. Cuba è uno Stato sovrano, ma sottoposto da decenni a un regime di sanzioni che ne limita l’accesso a mercati, risorse e infrastrutture. Le forme sono diverse, ma in entrambi i casi si agisce sulle condizioni materiali della vita: energia, cibo, cure mediche, possibilità di movimento. È su questo terreno che si esercita la pressione. Le missioni di solidarietà nascono dentro questo quadro. Non risolvono da sole queste situazioni, ma intervengono su un punto preciso: l’isolamento. Portare aiuti significa anche riaprire canali che sono stati chiusi, rendere visibile ciò che viene normalizzato e costruire legami tra contesti che spesso vengono trattati come separati. Per questo, più che il risultato immediato, conta il gesto politico: attraversare questi spazi e affermare che queste condizioni non sono inevitabili né accettate. Molti movimenti parlano oggi della necessità di convergere e unire le lotte. È questo il momento di costruire una risposta internazionale contro le politiche coloniali che stanno alla base dell’economia globale? Sì, penso che questo sia esattamente il compito del presente. Per troppo tempo abbiamo guardato a queste lotte come a crisi separate, come se Gaza riguardasse solo la Palestina, Cuba solo i Caraibi, e altre forme di devastazione solo i loro territori immediati. Ma non è così. Le politiche coloniali che colpiscono questi popoli non sono eccezioni, sono una parte strutturale dell’economia globale in cui viviamo. Per questo è il momento di convergere, di unire le forze, di costruire una solidarietà capace di diventare forza materiale. Per Gaza, per Cuba e per ogni parte del pianeta colpita da assedio, saccheggio e isolamento, questo movimento via terra e via mare vuole essere un’infrastruttura internazionalista concreta. Vuole portare aiuti, certo, ma anche legami politici, visibilità, organizzazione e una pratica comune di resistenza. Vuole dire che nessun popolo deve essere lasciato solo e che la risposta alle politiche coloniali deve essere globale. In molte parti del mondo il mare è tornato a essere uno spazio di conflitto politico. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata contro i migranti e un luogo di guerra intorno a Gaza. Allo stesso tempo i movimenti cercano di riaprire il mare come spazio di solidarietà attraverso le flottiglie civili. Che tipo di politica del mare sta emergendo oggi? Il mare è sempre stato uno spazio politico. Le rotte marittime hanno costruito l’economia globale, ma anche il colonialismo, il commercio forzato e le guerre. Oggi vediamo qualcosa di simile. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata dove migliaia di persone muoiono cercando di attraversarlo. Intorno a Gaza il mare è parte dell’assedio. Ma allo stesso tempo il mare può diventare uno spazio di connessione. Quando i movimenti organizzano una flottiglia stanno dicendo che il mare non appartiene solo alle flotte militari o alle rotte commerciali. Può essere uno spazio di solidarietà tra popoli. Le missioni civili cercano di riaprire questo spazio. Attraversare il mare con aiuti e con persone che arrivano da paesi diversi significa creare un legame concreto tra lotte che spesso restano isolate. LEGGI ANCHE… GUERRA IN MARE RINASCE IL DIRITTO INTERNAZIONALE Tatiana Montella - Enrica Rigo Il convoglio verso Cuba mobilita persone e risorse da diversi paesi. Che tipo di aiuti state portando, da dove partono e come si organizza concretamente una missione di questo tipo? La missione si sta costruendo su più livelli. Ci saranno delegazioni che arrivano in aereo da diversi paesi, tra cui Stati uniti, Messico, Argentina ed Europa, e parallelamente si stanno organizzando partenze via mare da diversi porti della regione caraibica. L’obiettivo è far arrivare a Cuba il maggior numero possibile di aiuti, soprattutto medicinali, attrezzature mediche e beni essenziali che oggi sono difficili da reperire sull’isola. Stiamo parlando di centinaia di persone coinvolte e di una rete ampia di organizzazioni, sindacati e movimenti che contribuiscono alla raccolta e al trasporto dei materiali. La parte più complessa non è solo logistica, ma politica: molte compagnie rifiutano di collaborare per il timore di sanzioni statunitensi, quindi ogni passaggio richiede negoziazioni e soluzioni alternative. Questo rende evidente il punto di fondo. Anche quando esistono le risorse e la volontà di portarle, il problema è riuscire a farle arrivare. Il convoglio si muove dentro queste difficoltà, cercando di aprire spazi che oggi vengono chiusi. Ma non basta osservare queste crisi o reagire caso per caso. Le condizioni che colpiscono Cuba, Gaza e altri territori non sono eccezioni, fanno parte di un ordine economico e politico che continua a produrre isolamento, scarsità e gerarchie tra vite. Per questo iniziative come questa non chiedono solo sostegno materiale, ma partecipazione politica. Costruire reti, sostenere queste missioni, organizzarsi nei propri contesti significa intervenire su questi meccanismi. È su questo terreno che può prendere forma una risposta più ampia, capace di unire lotte diverse e di aprire possibilità concrete per una trasformazione della società. *Matteo Cimbal Gullifa, formatosi in Scienze politiche a Milano, vive e lavora tra Italia e Francia occupandosi di migrazioni e movimenti di solidarietà. L'articolo Cuba, Gaza e la politica del mare proviene da Jacobin Italia.
March 18, 2026
Jacobin Italia
Oscar, sentimentalismo e amnesia
«No alla guerra e Palestina libera», ha detto l’attore spagnolo e presentatore degli Oscar Javier Bardem, una persona perbene e un convinto sostenitore della sinistra. Ha ricevuto un grande applauso dal pubblico alla 98ª cerimonia degli Academy Awards, forse perché è stato un sollievo sentire la dichiarazione politica più diretta della serata. E che serata movimentata è stata. Basata per lo più su vittorie prevedibili, tra cui quelle più gradite – Paul Thomas Anderson come miglior regista; One Battle After Another come miglior film; Jessie Buckley come miglior attrice; Michael B. Jordan come miglior attore – e quelle deludenti, come la vittoria di Sean Penn come miglior attore non protagonista, che ha superato sia Delroy Lindo che Benicio del Toro, e poi quel «bastardo» non si è nemmeno presentato per ritirare il premio. E non fatemi nemmeno iniziare a parlare di No Other Choice di Park Chan-wook, che non è stato nemmeno candidato come miglior film internazionale, pur essendo in realtà un prodotto cinematografico di gran lunga superiore al vincitore, il norvegese Sentimental Value, e a quasi tutti gli altri film premiati quest’anno. Non sono mancate alcune gag divertenti del conduttore di ritorno, Conan O’Brien, che ha esordito alla grande con il trucco e l’acconciatura mostruosi di Amy Madigan nel film horror Weapons. «Sembro Bette Davis con il lupus!», ha strillato, facendo un’acuta e comica allusione a una figura di spicco della storia di Hollywood, prima di scappare via inseguito da bambini allegramente assassini e ritrovarsi montato in altri film candidati all’Oscar, come i solenni scambi di battute scandinavi con Stellan Skarsgård in Sentimental Value («Ho imparato il norvegese per questo!»). Tuttavia, come al solito, alcune battute sono cadute nel silenzio imbarazzante, soprattutto quella banale che faceva riferimento alla sculacciata di Timothée Chalamet in Marty Supreme. La sequenza in memoriam, curata nei minimi dettagli, è risultata più efficace del solito, soprattutto l’ampio omaggio di Billy Crystal al compianto Rob Reiner. Tuttavia, la trasmissione è stata caratterizzata da diversi problemi tecnici, tra cui riprese apparentemente instabile per tutto l’evento e disturbi audio che hanno reso incomprensibile la prima parte dell’omaggio di Barbra Streisand al compianto Robert Redford e al loro unico film insieme, Come eravamo (1973). È sembrato un po’ strano assistere a un tributo così appassionato a un film strappalacrime e patinato, noto per essere stato privato in fase di montaggio della sua posizione politica di sinistra su ordine dei timorosi dirigenti della Columbia Pictures. Redford avrebbe dovuto interpretare un affermato sceneggiatore di Hollywood negli anni Cinquanta che, per evitare di finire nella lista nera, si piega alla Commissione per le attività antiamericane (Huac), tradendo i suoi colleghi per salvare la propria carriera, il che porterà alla fine del suo matrimonio con il personaggio interpretato da Streisand, un’appassionata attivista politica di sinistra che diventa un peso nella Hollywood dell’era McCarthy, ma è impossibile capirlo guardando Come eravamo. Streisand ne ha scritto ampiamente e con indignazione nella sua vasta e dettagliata autobiografia del 2023, My Name is Barbra. Eppure eccola lì, a lodare Redford per aver obiettato al fatto che il personaggio che gli veniva chiesto di interpretare «non avesse spina dorsale». Certo che il personaggio non aveva spina dorsale: era proprio quello il punto centrale del film. Ma si trattava degli Oscar, quindi ecco Streisand che si lascia andare a sentimentalismi e canta il lugubre crescendo della canzone del titolo, che vinse l’Oscar per la migliore canzone originale nel 1974. Sono sicura che in sala non ci fossero occhi senza lacrime. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO L’ASTUZIA DEL DELFINO TRA GLI SQUALI Eileen Jones Ecco cos’è Hollywood: sentimentalismo e amnesia allo stesso tempo. In linea con queste tradizioni, è stata quindi una serata tranquilla, con tutti che si comportavano con decoro in un momento in cui il decoro sembra proprio… strano. Se mai c’è stato un momento in cui le persone avrebbero dovuto perdere il senso del decoro e inveire contro la follia che viviamo quotidianamente negli Stati uniti, questo era l’anno giusto. Ci sono stati commenti occasionali giustamente accesi, ma sono stati davvero troppo pochi. Il vincitore dell’Oscar per il miglior cortometraggio con Mr. Nobody Against Putin, ad esempio, ha lanciato un avvertimento che sembrava appropriato per l’occasione, specificando che il film «parla di come si perde il proprio paese, attraverso innumerevoli atti di complicità». È stata anche la trasmissione degli Oscar con la più netta tendenza a inquadrare le persone fuori scena, come nel brutto momento in cui uno dei membri del gruppo K-Pop Demon Hunters, pronto a intervenire dopo la vittoria per la miglior canzone, non solo è stato immediatamente sovrastato dall’orchestra, ma è stato anche oscurato con la telecamera che si è spostata all’indietro e verso il soffitto per assicurarsi che il pubblico non potesse vedere le reazioni del gruppo K-Pop. Ma ci sono stati anche altri spunti ben più caustici su ciò che sta accadendo a Hollywood a causa della minaccia dei «nuovi media», in realtà non più così nuovi. Una battuta su una società che «realizza film molto alti e stretti» per adattarli cellulari, ad esempio, sembra un anacronismo sulle abitudini delle giovani generazioni. YouTube acquisirà i diritti di trasmissione degli Oscar a partire dal 2027, il che ha ispirato una battuta sulle pubblicità che probabilmente interromperanno la cerimonia l’anno prossimo, con Jane Lynch che pubblicizza un prodotto urlando: «Questa è la torcia che ha ucciso Bin Laden!». Uno sketch in bianco e nero con O’Brien nei panni dell’innamorato Rick in Casablanca, che scambia informazioni di base sulla trama con il pianista Sam (interpretato da Sterling K. Brown), in modo che i giovani che presumibilmente non hanno una grande capacità di attenzione possano seguire il film, conteneva battute memorabili come: «Ha sicuramente contribuito al mio cinismo generale, visto che siamo nella Seconda Guerra Mondiale e tutto il resto». In breve, è stata una tipica serata degli Oscar, come negli ultimi anni: tutti elegantissimi, vestiti con cura in abiti firmati mormorando occasionalmente parole di protesta, come la triste e sommessa osservazione di Paul Thomas Anderson quando ha vinto il premio per il miglior film con One Battle After Another: «Ho scritto questo film per i miei figli, per il disordine che abbiamo lasciato loro in casa». Il caos delle pulizie! LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO FALLA FINITA, QUENTIN Eileen Jones Per quanto si possa essere disincantati nei confronti degli Oscar, e pensavo di esserlo da un pezzo, questa volta la «normalità» non basta – o almeno non dovrebbe bastare. Credo sia stato durante l’elaborato omaggio a Bridesmaids per il suo quindicesimo anniversario (ben quindici anni da quella commedia divertente con protagoniste femminili!), che ho iniziato a pensare che, persino per gli Oscar, l’adesione alla futilità rischia di diventare lugubre. *Eileen Jones è critica cinematografica per JacobinMag, dove è uscito questo pezzo, conduce il podcast Filmsucke ha scritto Filmsuck, Usa. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Oscar, sentimentalismo e amnesia proviene da Jacobin Italia.
March 17, 2026
Jacobin Italia
Habermas, la capacità di dire no
È difficile sfuggire all’impressione che con la morte di Jürgen Habermas si sia spento l’ultimo testimone del Novecento filosofico, forse il più importante filosofo su scala globale degli ultimi decenni. Ci abbandona anche uno dei protagonisti della teoria critica della Scuola di Francoforte, il capofila indiscusso della seconda generazione di questa corrente di pensiero che, venendo dopo il magistero di Max Horkheimer, Theodor Adorno e Herbert Marcuse, si era trovato di fronte al difficile compito di scegliere tra il reiterare l’insegnamento dei maestri oppure riformulare daccapo il programma di ricerca della teoria critica. Con la scomparsa di Habermas però se ne va anche il filosofo che, con più costanza e assiduità, ha offerto il proprio contributo di pensiero per articolare l’utopia concreta di un’Europa democratica, sociale e federale, erede della lezione più alta dell’illuminismo, intrecciata alla scommessa di trasferire sul piano transnazionale quell’idea di «solidarietà tra estranei» che è stata istituzionalizzata nelle carte costituzionali antifasciste del secondo dopoguerra. Da ultimo si può osservare che con la dipartita di Habermas la Repubblica federale tedesca perde il suo più importante intellettuale pubblico, che dalle colonne delle principali testate nazionali non ha mai smesso di richiamarsi agli ideali del socialismo democratico, per scagliarsi contro la politica ordoliberale dell’austerità tedesca. L’ANSIA DI UNA REGRESSIONE NELLA BARBARIE Per tracciare qualche linea interpretativa del pensiero di questo gigante della filosofia contemporanea conviene ripartire comunque dall’inizio e tornare ai primi passi del suo Denkweg. Habermas nasce il 18 giugno del 1929 a Düsseldorf da una famiglia borghese che, al pari di molte altre famiglie tedesche, non poté esibire al termine della guerra specchiate patenti anti-naziste. Fin da giovanissimo è quindi costretto a misurarsi con la Schludfrage, la «questione della colpa», la rielaborazione collettiva di un passato culminato negli abissi di Auschwitz.  È il nucleo generativo di tutto il suo pensiero, che ritorna nel commosso necrologio scritto per la morte del maestro Adorno nel 1969. In questa occasione, Habermas solleva un interrogativo radicale: «Se diamo per corretta la diagnosi dell’epoca formulata da Adorno e Horkheimer in Dialettica dell’illuminismo» riguardo all’irrazionalità di un illuminismo che non riflette su sé stesso, e che per questo si volge nel suo contrario, «quale esperienza esclusiva» può ancora giustificare «la posizione privilegiata» della teoria critica? Se «la libertà derivante da un accresciuto controllo tecnologico sulla natura», ossia lo sviluppo delle forze produttive, non offre più alcuna garanzia per rivoluzionare il dominio sociale, ossia i rapporti di produzione, se è vero anzi che proprio la tecno-scienza può amputare l’esperienza morale dei soggetti e diventare strumento di un progetto di sterminio di massa, su quali basi razionali è ancora possibile fondare la teoria critica, e il suo compito di decifrare i rapporti di dominazione che derivano non da condizioni immodificabili della vita sociale, ma da interessi e privilegi ideologicamente dissimulati?  In un passaggio di Dialettica negativa, come ricorda Habermas nello stesso testo del 1969,Adorno aveva risposto a questa stessa domanda richiamandosi alla poesia di Jospeh von Eichendorff Schöne Fremde(Bella estraneità): «La condizione conciliata non annetterebbe l’estraneo con imperialismo filosofico, ma troverebbe la sua felicità se esso, pur nella vicinanza tutelata, restasse lontano e diverso, oltre l’eterogeneo e il proprio». In tutti i suoi testi, Habermas ha voluto mostrare che questa prefigurazione adorniana di una condizione di vita emancipata e quindi razionale, può essere riformulata in modo diverso, nel tempo segnato dall’ansia di una regressione. Perché se simile vita conciliata non ci appare mai come realmente esistente, per altro verso rimanda «a quanto di più vicino e familiare abbiamo»: ossia il «convivere in libera comunicazione».  Da prospettive ogni volta diverse Habermas ha invitato a riconoscere nella struttura del linguaggio umano quest’eccedenza critica. Quando decidiamo di risolvere i nostri conflitti con la forza non violenta delle ragioni, quando ci proponiamo in questo modo di non assimilare o annientare l’altro e il diverso, formuliamo proposizioni che si aprono alla possibilità di una libera considerazione, a una possibile negazione critica da parte dell’altro, riconoscendolo implicitamente nella sua particolarità insostituibile. Da qui il compito di approntare quelle condizioni culturali e istituzionali che facciano fiorire il telos dell’intesa reciproca tra estranei, abbattendo le barriere imposte alla comunicazione interumana, alla pratica del chiedere e dare ragioni. Riallacciandosi alla svolta linguistica novecentesca, Habermas ha quindi invitato a spostare l’attenzione della teoria critica sulla comunicazione intersoggettiva. Questo gesto ha generato critiche, discussioni, polemiche, fraintendimenti. Ma va letto sempre sullo sfondo di quell’«ansia della regressione» che non lo ha mai abbandonato, e che lo ha spinto a mettersi a servizio di un processo di rieducazione morale e democratica della Germania post-bellica. Da qui l’esortazione rivolta alla teoria critica a sentirsi parte dello spazio pubblico delle ragioni. Da qui l’attenzione costante alla sfera pubblica democratica e l’allarme lanciato contro ogni sua trasformazione strutturale, da ultimo contro la sua digitalizzazione e segmentazione algoritmica e capitalistica. LE TAPPE DI UN INTELLETTUALE EUROPEO Habermas non ha tuttavia incontrato subito la teoria critica. Egli è approdato a «Francoforte» dopo aver trascorso un periodo di apprendistato filosofico in diverse università tedesche, a stretto contatto con altre correnti della filosofia contemporanea, come la fenomenologia, l’ermeneutica, l’esistenzialismo, l’antropologia filosofica. Prima di incontrare Adorno, il giovane Habermas aveva studiato nelle università di Gottinga (1949-50), di Zurigo (1950-51) e di Bonn (1951-54). Nei primi anni Cinquanta, aveva trovato uno stimolo anche nella filosofia di Martin Heidegger e nella sua visione del compimento della metafisica occidentale nella tecnica. La messa a fuoco delle implicazioni politiche della sua filosofia, pienamente confermate poi dalla recente pubblicazione dei Diari neri, lo spingerà presto a distanziarsi dal suo modello di critica della scienza e della tecnica. Nei primi anni Cinquanta si immerge nella lettura di Marx. Sarà in seguito alla lettura dei suoi primi saggi su Marx che Adorno, senza conoscerlo, prende l’iniziativa di contattarlo e di proporgli di diventare suo assistente a Francoforte. Siamo nel 1956, ma solo tre anni dopo Habermas è già costretto a lasciare l’istituto per le sue inclinazioni marxiste. A deciderlo è Horkheimer, allora su posizioni conservatrici, molto distanti da quelle degli anni Trenta. Per ottenere la sua abilitazione all’insegnamento universitario, Habermas è costretto a rivolgersi all’unico filosofo marxista della Germania dell’Ovest, Wolfgang Abendroth dell’università di Marburgo. In seguito a un attento esame del lavoro, questi gli permette di discutere nel 1961 la sua Habilitationschrift, poi pubblicata nel 1962 con il titolo Strukturwandel der Öffentlichkeit (Trasformazione strutturale della sfera pubblica) tradotta in italiano come Storia e critica dell’opinione pubblica. Bastano soli tre anni, tuttavia, perché Habermas venga richiamato all’università di Francoforte, questa volta in qualità di professore ordinario di filosofia e sociologia. La sua prolusione all’insegnamento, esposta nel 1964, s’intitola Conoscenza e interesse, lo stesso titolo del libro che darà alle stampe nel 1968, in cui enuncia i principi di una rifondazione comunicativa del materialismo storico. Habermas riprende in mano il tentativo di Horkheimer degli anni Trenta di giustificare la validità scientifica di una teoria critica della società. Lo fa servendosi di una teoria degli «interessi guida della conoscenza». Contro ogni fraintendimento positivistico della scienza, Habermas sostiene un nesso costitutivo tra le scienze e le prassi materiali che riproducono la società. Il sapere delle scienze naturali va ricondotto all’interesse del genere umano per l’accrescimento del sapere tecnicamente utilizzabile, in vista dell’appropriazione della natura e della riproduzione materiale della società. Le scienze storico-ermeneutiche vanno ricondotte all’interesse del genere umano per assicurare un minimo di consenso su norme, valori e tradizioni culturali, in grado di rendere possibile l’integrazione sociale. Habermas si riallaccia alla distinzione aristotelica fra techne e praxis, per differenziare quindi l’agire tecnico-strumentale della produzione materiale, a cui riduce il lavoro, dall’interazione comunicativa, ossia la prassi guidata dall’interesse a comprendersi su nessi di senso, al fine di riprodurre simbolicamente le società. Ma Habermas argomenta che esiste anche un terzo interesse invariabile nel genere umano, che non è né quello della produzione materiale attraverso il lavoro, né quello della riproduzione simbolica attraverso la comunicazione linguistica. È l’interesse al superamento di ogni forma di eteronomia, che si traduce nella spinta ad abbattere ogni barriera imposta alla comunicazione. Habermas denomina «autoriflessione» il sapere della teoria critica che deve articolare l’interesse del genere umano all’emancipazione e sostiene che la vera minaccia alla storia di formazione del genere umano, alla sua emancipazione razionale, deriva da un’impropria estensione della razionalità tecnico-strumentale. Habermas aveva predisposto tutti gli elementi di un’impostazione di pensiero che si esponeva alle critiche di quanti, nell’area marxista, non volevano abbandonare la centralità del tema della lotta di classe nel quadro dei rapporti di produzione. Ma il paradosso che si venne a delineare alla fine degli anni Sessanta fu che a rovesciargli contro le obiezioni marxiste furono proprio quegli studenti in cui lui stesso aveva riposto le speranze di un allargamento democratico della società tedesca. Furono le teste pensanti del movimento di contestazione giovanile del ’68, che nel frattempo stava divampando anche nelle università tedesche, a scagliarsi contro Habermas. In prima fila vi era un allievo di Adorno, un enfant terrible di nome Hans-Jürgen Krahl. Nel testo del 1970 Produzione e lotta di classe, scritta poco prima di morire, Krahl contesterà ad Habermas di non accorgersi che nel tardo capitalismo stia avvenendo l’integrazione del lavoro intellettuale nel processo produttivo e la sua trasformazione in prima forza produttiva. Per cui il movimento studentesco andava considerato avanguardia della nuova lotta di classe, più che di una sfera pubblica democratica. Per Krahl, Habermas era giunto a questo errore interpretativo perché aveva delineato un concetto di produzione troppo ristretto, ridotto all’agire tecnico-strumentale, oscurando le forme di intersoggettività comunicativa e simbolica, inscritte nella divisione del lavoro, che invece Marx aveva ben colto nei suoi concetti di prassi e di produzione.  Sono le critiche che tutto il movimento del ’68 tedesco avrebbe rivolto contro Habermas, non prima però dello scontro diretto che si consumò, in un vero e proprio dialogo tra sordi, nel congresso politico sul tema «Università e democrazia: condizioni e organizzazione della resistenza», organizzato dalla Lega tedesca degli studenti socialisti, l’Sds, ad Hannover il 9 giugno del 1967. Habermas aveva preso parte a questo convegno e nel suo intervento aveva difeso il movimento degli studenti dagli attacchi della stampa conservatrice, dalle critiche dei grandi partiti politici, dall’azione repressiva dello Stato che ricorreva a forme di «terrorismo legale». Aveva messo in guardia gli studenti dai «pericoli soggettivi che minacciano l’opposizione studentesca», esponendola al rischio di confinarla in una forma di «autoisolamento». Invitava inoltre a tener conto della distinzione tra due tipi di violenza: una violenza dimostrativa, che ha il compito di rivendicare il diritto di discussione, «laddove per mezzo di una coercizione formale ci viene vietato il diritto a esprimere i nostri argomenti», che riteniamo migliori, e la «violenza che ferisce», che è inefficace in vista di «migliori argomenti». Ad Habermas rispose allora il leader del Sessantotto berlinese, il visionario Rudi Dutschke, che lo accusò frontalmente di equivocare il carattere democratico delle istituzioni statali e di disconoscere le potenzialità rivoluzionarie della situazione storica del momento, soprattutto in chiave internazionale. Fu in seguito a questo intervento che Habermas riprese la parola dal palco – nonostante Dutschke fosse già andato via – per scagliare nei confronti dei leader del movimento studentesco l’accusa di farsi promotori di un’ideologia volontaristica, che «nel 1848 si sarebbe chiamata socialismo utopistico, mentre nelle condizioni attuali doveva essere designata fascismo di sinistra».  Si consumava così la rottura mai più rimarginata tra Habermas, la Scuola di Francoforte (con l’eccezione di Marcuse) e il Sessantotto tedesco, che venne a radicalizzarsi quando Adorno nel 1969 chiamò la polizia per sgombrare l’Istituto francofortese occupato dagli studenti in lotta. Una rottura che prese una piega ancora più amara quando Dutschke venne ferito gravemente da tre colpi di pistola e Krahl morì per un tragico incidente stradale nel 1970. Conoscenza e interesse costituirà comunque soltanto una tappa del percorso di pensiero di Habermas. Nel 1971 egli lascia nuovamente Francoforte e accetta l’incarico di co-direttore del Max Planck Institut a Starnberg, in Baviera. Non nasconde a nessuno il desiderio di lasciarsi alle spalle l’infuocato ambiente politico francofortese. A Starnberg trascorre dieci anni di intensa attività scientifica, organizzando un gruppo di ricerca interdisciplinare che si prefigge di riformulare un progetto sulla crisi di legittimazione dello Stato nel tardo capitalismo. Al termine di questo decennio, quel programma viene abbandonato, ma in compenso, nel 1981, Habermas pubblica la monumentale Teoria dell’agire comunicativo.  Molte innovazioni teoriche intervengono. È superata l’idea che la storia possa essere compresa nel suo complesso come un processo di «autoformazione del genere umano», un residuo idealistico di cui Habermas non farà mai più uso. Habermas accoglie inoltre nella sua teoria sociale le risorse concettuali approntate dalla teoria sistemica della società di Luhmann. Tutto ciò sfocia in un imponente edificio di teoria sociale che ruota attorno a tre temi fondamentali: 1) una teoria sistematica della razionalità e della razionalizzazione sociale; 2) una teoria della modernità, incentrata sulla tesi del disaccoppiamento tra logiche dell’integrazione sistemica e logiche dell’integrazione sociale o dell’intesa; 3) la diagnosi di una concorrenza contraddittoria tra queste due logiche, che si risolve in una colonizzazione del mondo vitale da parte degli imperativi dei sotto-sistemi funzionali: l’economia di mercato capitalistico e lo Stato burocratico-amministrativo. Da questa colonizzazione sistemica del mondo vitale discendono tutta una serie di patologie sociali, che Habermas ricostruisce nel testo, riconducendole ancora una volta al rischio di erosione dei processi di intesa linguistici. La colonizzazione del mondo vitale accende però anche nuovi potenziali di conflitto, che ruotano attorno alla grammatica delle forme di vita. In questa prospettiva Habermas analizza i nuovi movimenti sociali, il femminismo, l’ambientalismo, il pacifismo, le lotte di quartiere, le lotte per la democratizzazione della scuola. Passano in secondo piano, fino quasi a scomparire, però le lotte sul lavoro, così come una critica sistematica del mercato economico capitalistico, criticato per la sua invasione del mondo della vita, non più in quanto tale. Nel 1983 Habermas ritorna per la seconda volta a Francoforte, assumendo questa volta la cattedra di filosofia sociale, che ricoprirà fino al 1994, l’anno del suo pensionamento. Nel 1992 esce Fatti e norme, con cui presenta una generale teoria discorsiva del diritto e della democrazia. In questo volume, egli sposta ancora una volta il suo interesse, focalizzandosi questa volta sulla funzione del diritto in uno Stato costituzionale democratico, e sul suo doppio volto: quello della fatticità e della coercizione, da una parte, e quello della validità e della legittimità, dall’altra. Per questo suo duplice carattere, il diritto è in grado tanto di farsi udire dai sotto-sistemi del mercato e dello Stato burocratico-amministrativo, quanto di rimanere permeabile ai discorsi – pragmatici, etici, morali – che prendono forma in una sfera pubblica mobilitata democraticamente, per poi essere incanalati nelle procedure istituzionalizzate della formazione discorsiva della volontà politica. Il diritto democratico è quindi l’unico medium attraverso il quale è possibile garantire quel ragionevole equilibrio tra integrazione sistemica e integrazione sociale, che nelle società capitalistiche tende a essere costantemente sovvertito dalle tendenze alla colonizzazione del mondo vitale da parte degli anonimi imperativi sistemici. Contro questa colonizzazione, anche in Fatti e norme – che tuttavia a molti è apparso un arretramento rispetto alle spinte più radical-democratiche dei testi degli anni Settanta – Habermas punta le sue carte ancora sulle risorse di una sfera pubblica democratica, polifonica e mobilitata criticamente, senza la cui vigile attività le stesse istituzioni dello Stato e dell’economia capitalistica sono destinate a divenire sistemi impenetrabili. Dal punto di vista della teoria politica, invece, Habermas punta a stabilire un modello alternativo tanto al liberalismo quanto al repubblicanesimo, che ruota attorno alla tesi di una circolarità nel sistema di diritti fondamentali, tra autonomia privata e sovranità popolare, tra diritti soggettivi liberali e diritti di partecipazione politica: gli uni non possono realizzarsi senza gli altri. Negli anni Novanta Habermas pubblica molti interventi sul tema dell’Europa. Riallacciandosi a Karl Polanyi ritematizza la questione del capitalismo. Interpreta il neoliberismo come un processo di scorporamento dell’economia dalla società, che va contrastato con una nuova chiusura politica democratica su un piano internazionale. È in questo quadro che ingaggia anche un confronto con Wolfgang Streeck, criticando le sue posizioni di sovranismo di sinistra, contro le quali ribadisce che i veri impedimenti sulla via di un’Europa democratica e sociale sono di natura politica. A partire dall’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre una nuova sfida si affaccia nella riflessione di Habermas: quella di riflettere sul ruolo delle religioni nello spazio pubblico. Se negli anni Ottanta si era fatto strenuo difensore del progetto incompiuto della modernità illuministica, in una battaglia culturale contro il post-moderno e il post-strutturalismo, ora a cospetto di una diagnosi epocale sempre più negative sulle patologie sociali prodotte da un «capitalismo globalizzato» non più «incapsulato», e da una «modernizzazione destabilizzante», egli comincia a sollevare il dubbio se «la tradizione dell’Illuminismo, in forza delle sue stesse risorse, possa ancora generare motivazioni sufficienti e movimenti sociali per preservare i contenuti normativi della modernità». Da qui la domanda se «nella vita delle comunità religiose, nella misura in cui evitano dogmatismo e costrizioni della coscienza individuale, può rimanere intatto quello che altrove è andato perduto […]: ossia energie motivazionali e risorse cognitive per alimentare un ethos della cittadinanza democratica, prosciugato da imperativi economici che penetrano nella sfera della vita privata». Questo può avvenire se nel dialogo tra laici e credenti entrambe le parti intendano insieme «la secolarizzazione della società come un processo di apprendimento complementare».  LEGGI ANCHE… ECONOMIA DI FRONTE ALLA CRISI OCCORRE RISCOPRIRE KARL POLANYI Nicola Melloni Quest’intuizione di fondo è alla base dell’ultima monumentale opera di Habermas, finita di scrivere all’età di novant’anni: Auch eine Geschichte der Philosophie (Anche una storia della filosofia). Si tratta della sua summa filosofica, del suo testamento spirituale. È una ricapitolazione senza eguali delle traiettorie portanti di tutta la filosofia occidentale. Da questa vicenda fatta di secolari confronti, scontri, dialoghi, reciproci processi di apprendimento tra fede e filosofia – corsi in parallelo con conflitti sanguinosi, crisi storiche, regressioni spaventose, ma anche con progressi e rivoluzioni avvenute nel segno dell’emancipazione – sono scaturiti processi di apprendimento razionali, che non hanno coinciso con una mera liquidazione dei messaggi di redenzione della religione, ma con un tentativo, soprattutto nella via moderna kantiana e post-kantiana, di una loro traduzione razionale. Rimane aperta la domanda se «dopo la completa desacralizzazione della comprensione del mondo e di sé, nelle società pluralistiche e fortemente individualistiche dell’Occidente, organizzate in Stati costituzionali democratici, la formazione democratica della volontà e la cultura politica liberale basteranno come equivalenti secolari del modo di fronteggiare le crisi di integrazione sociale un tempo radicato nei rituali» religiosi. E tuttavia, Habermas concepisce la genealogia del pensiero post-metafisico soprattutto come «un incoraggiamento a continuare a concepire l’uomo come un animale dotato di ragione e in questo modo a rimanere fedeli a un concetto comprensivo di ragione». Questo animale dotato di ragione è il risultato dell’evoluzione naturale dei mammiferi e delle grandi scimmie. «Da queste l’uomo ha ereditato la dotazione affettiva, l’intelligenza e determinate disposizioni alla convivenza sociale: una coscienza che è stata trasformata da quanto la modalità di socializzazione dell’uomo è cambiata attraverso la riconversione della comunicazione nella modalità linguistica». È questa svolta epocale che ha reso possibile una nuova modalità di apprendimento, creatrice di tradizioni, cumulativa e auto-accelerantesi, che rende possibile agli esseri umani anche di migliorare razionalmente la loro forma di vita culturale. In questo senso la forma di vita di homo sapiens è strettamente congiunta a progressi, che tuttavia dischiudono anche la dimensione delle regressioni. Una regressione imputabile a noi stessi è ciò che è stato sperimentato nel XX secolo come un autentico collasso della civiltà: «qualcosa di ben diverso di una ricaduta nella barbarie, ossia la possibilità […] del tracollo morale di un’intera nazione che secondo i parametri del tempo si considerava civile».  Ma il tema della «non ragione nella storia» è solo la lugubre conferma di un tema reclamato dalla filosofia fin dalle sue origini, ma oggi a torto dimenticato: «quello di una ragione che si fa valere nell’operazione di un circostanziato dire-di-no». È questa capacità circostanziata di dire di no, questa negazione determinata, ciò che ha sempre sottolineato la teoria critica della Scuola di Francoforte. *Giorgio Fazio è ricercatore in filosofia politica presso l’Università La Sapienza di Roma. Ha scritto Il tempo della secolarizzazione (Mimesis, 2015), Ritorno a Francoforte (Castelvecchi, 2020) e Crisi di legittimazione (Castelvecchi, 2025). 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March 17, 2026
Jacobin Italia
Moro, liberarsi da complottismo ed emergenzialismo
Leonardo Sciascia scelse come epigrafe al suo libro dedicato al Caso Moro una frase di Elias Canetti: una cosa è certa. Qualcuno è morto al momento giusto. Nell’approssimarsi del quarantottesimo anniversario del rapimento dell’allora presidente della Democrazia cristiana, in passato più volte ministro e premier, queste parole risuonano tristemente aderenti alla realtà. Ancora oggi è in piedi una commissione parlamentare di inchiesta, che si prefigge di chiarire i cosiddetti misteri che circonderebbero la vicenda.  Svariati pubblicisti, anche delle generazioni più giovani, si cimentano, come prima tappa del loro percorso all’interno del giornalismo di inchiesta o della storiografia, con la produzione di articoli, saggi, talora libri, che forniscono la loro versione del sequestro e dell’uccisione dell’uomo politico democristiano. Pretendendo di svelare dei tasselli mancanti e aggiungere un altro tassello al mosaico complottista. Si potrebbe proporre, senza essere accusati di facili ironie, di lanciare un concorso letterario interamente dedicato al Caso Moro e premiare l’opera più originale, vista la mole impressionante di produzione letteraria e mediatica che ha reso la vicenda un evergreen della cultura pop.  In riferimento all’epigrafe di Sciascia, tuttavia, non è ai «moristi», come potremmo definirli, che ci riferiamo. Se loro esistono, è in conseguenza dei modi e delle forme in cui la vicenda è stata restituita all’opinione pubblica. E dell’uso che la sfera politica ne ha fatto. Due sono le dimensioni che ci interessa esplorare rispetto alla vicenda Moro: la prima, è relativa allo status di martire conferito al leader Dc, attorno al quale si sono costruite giustificazioni e legittimazioni di svariate forze politiche. La seconda, è quella del complotto, dei poteri occulti, grazie alla quale è andata crescendo la pianta del giustizialismo, che oggi produce frutti sempre più impazziti.  LEGGI ANCHE… COMPLOTTI I RISCHI DEL COMPLOTTISMO Vincenzo Scalia Andiamo con ordine. La gestione della vicenda Moro da parte delle forze politiche, seguì delle logiche che non seguirono la strada di intavolare serie trattative per salvare la vita del politico democristiano prigioniero. Timidi tentativi da parte del Psi, fino a ipotizzare uno scambio di prigionieri. Dichiarazioni di principio arrivarono dai radicali. Ma la logica della fermezza, sarebbe giusto ammetterlo, la fece da padrona per tutti i 54 giorni (non 55) del sequestro. A cominciare dai due principali partiti.  La Dc, attraversata da crisi interne, scossa da scandali, accuse di corruzione, connivenza con la criminalità organizzata da parte di alcuni suoi membri, coinvolgimento nella strategia della tensione, aveva raggiunto il punto più basso della sua reputazione presso l’opinione pubblica. Tanto da far dire a Indro Montanelli, che di sinistra non era di certo, che bisognava votare Dc, ma dopo essersi turati il naso. Il sequestro di Aldo Moro fornì allo scudo crociato l’occasione per rilegittimarsi pubblicamente, a livello nazionale e internazionale, come il punto di equilibrio della democrazia italiana, che pagava questo ruolo col sacrificio del suo esponente più in vista, redimendosi, così, da buon partito cattolico qual era, dei suoi peccati.  Anche dalle parti di Botteghe Oscure la linea della fermezza venne vista come una posizione politicamente redditizia. Tanto che l’intransigenza fu maggiore presso i comunisti di quanto non lo fosse tra i democristiani, comunque legati a Moro dal vincolo umano e politico. Il netto rifiuto di trattare con le Brigate rosse servì al Pci per scrollarsi di dosso la patina della reputazione di quinta colonna dell’Urss di cui godeva, oltre a rimarcare la sua distanza dall’esperienza delle Brigate rosse. Sommergendo di improperi Rossana Rossanda, che aveva avvertito che le Br facevano parte dell’album di famiglia della sinistra, come le inchieste successive avrebbero dimostrato. L’intransigenza di Botteghe Oscure, ancora oggi, viene rivendicata acriticamente da molti di quelli che provengono dall’esperienza del Pci, senza dubbi in merito all’opportunità di questa presa di posizione.  In altri casi, schierarsi per la fermezza o per la trattativa, servì ad acquisire visibilità pubblica e ad accreditarsi come forze che prendevano posizione in una vicenda così delicata. È il caso del Psi, che sotto la spinta della nuova segreteria di Bettino Craxi provò a declinare una posizione in senso contrario rispetto alle «belve della fermezza», come il segretario socialista ebbe a definire il fronte dei contrari alla trattativa. Per i socialisti, la vicenda Moro, sortì l’effetto di farli uscire dall’ombra e di strutturare il loro ruolo di ago della bilancia del sistema politico italiano che negli anni successivi si sarebbe tradotto in posizioni di governo e crescita di consensi elettorali.  Soprattutto, fu l’Msi, con uno sguardo retrospettivo, a trarre maggiore vantaggio dalla fermezza. Le posizioni del segretario Giorgio Almirante sullo stato d’assedio e la reintroduzione della pena di morte consentirono a un partito marginalizzato per la sua matrice neofascista di cominciare a uscire dal ghetto, liberarsi dell’ombra di connivenza con gli stragisti, iniziare ad accreditarsi come forza garante dell’ordine pubblico e della tutela degli interessi nazionali. Insomma, il percorso che ha portato Giorgia Meloni a palazzo Chigi, si potrebbe dire, è cominciato in via Fani, per poi snodarsi verso Tangentopoli e il securitarismo, con la benedizione di Silvio Berlusconi.  Molte delle forze politiche erano interessate a trarre vantaggio dalla permanenza di Moro tra le mani dei brigatisti, e da una sua fine. Tanto da premere fin dall’inizio l’acceleratore della martirizzazione, fino a rifiutarsi di intavolare una trattativa che, dall’altra parte, si aveva tutta l’intenzione di portare avanti. Anche lo stesso Moro era di quest’avviso, ma andò incontro a un vero e proprio rituale di degradazione. Vennero messe in dubbio la sua lucidità e la sua credibilità, recapitando il messaggio che la Ragion di Stato avrebbe prevalso sull’aspetto umanitario.  In secondo luogo, la linea della fermezza si nutrì di un discorso complottista. Se da un lato era vero che un’organizzazione come quella delle Brigate rosse costituisse un fatto del tutto nuovo per l’Italia, dall’altro lato si trascurarono le analogie con gli scenari internazionali, col modello della guerriglia che veniva visto come vincente in realtà avulse dal contesto italiano, quali l’Africa, l’Indocina e l’America Latina. Si trascurò altresì il fatto che queste mitologie circolassero nelle sezioni del Pci, in parallelo con la narrazione della Resistenza tradita e del pericolo di un golpe, che le stragi di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, le vicende del Piano Solo, della Rosa dei Venti, del Golpe Borghese (1970), facevano sospettare fosse imminente.  Il Pci, per tutelare la tradizione democratica della classe operaia italiana, sorvolando sul fatto che la componente rivoluzionaria era sempre esistita, cominciò ad alimentare la retorica dei poteri occulti. Soprattutto, la visione della composizione di classe dei dirigenti comunisti dell’epoca risultava piuttosto datata, incapace di leggere i mutamenti tumultuosi che avevano attraversato la società italiana a partire dagli anni Cinquanta e quanto le vicende internazionali vi avrebbero influito. L’atteggiamento di chiusura del Pci nei confronti della nuova composizione di classe, d’altronde, si era già manifestato sin dal 1962, quando gli operai che avevano manifestato a Piazza Statuto, a Torino, contro il rinnovo dei contratti, erano stati definiti come provocatori.  L’anno prima della vicenda Moro, il movimento del 1977 era stato liquidato come un fenomeno di «untorelli», per cui il Pci aveva aderito fideisticamente alla legge Reale (norma sull’ordine pubblico presentata come anti-terrorismo), e non aveva condannato morti assurde come quella di Francesco Lorusso, ucciso da un carabiniere a Bologna l’11 marzo del 1977, o quella di Giorgiana Masi a opera delle forze di polizia, avvenuta a Roma due mesi dopo. Il caso 7 aprile, dell’anno dopo, avrebbe chiuso il cerchio. Tutto quello che si muoveva a sinistra di Botteghe Oscure era una manifestazione di disordine, oppure opera di centrali occulte, estere, miranti a destabilizzare il «compromesso storico». Ovvero una formula politica studiata per acconsentire alle ristrutturazioni industriali, ai licenziamenti di massa, al taglio dei salari, che però, ancora oggi, ci si ostina a difendere in modo insipiente, e a metterla in relazione con le centrali occulte. Finendo così per nascondere i propri errori e l’incapacità di leggere le trasformazioni sociali, con la conseguenza di declinare la legalità, il rispetto delle regole, come unica distinzione tra sinistra e destra.  LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO BERLINGUER, LA GRANDE RINUNCIA Giulio Calella A sinistra, in molti non si rendono conto che, dalla fermezza in poi, è prevalsa la tendenza a temere, spesso a demonizzare, il conflitto sociale, e che gli appelli alla legalità e a rifuggire le provocazioni si sono tradotti in una presunzione di colpevolezza ex ante, che ha frenato spesso la voglia di scendere in piazza, ha creato divisioni interne ai movimenti, ha fornito e fornisce pretesti (vedi il caso Askatasuna) a chi legge la radicalità come sinonimo di violenza e disordine. In particolare, la linea della fermezza, si è rivelata pericolosa nella misura in cui si articola su due  piani.  Il primo è quello del fronte unico, ovvero di una compattezza all’insegna della repressione che trascende le divisioni ideologiche e di classe. Su questo piano si lavora ancora oggi, quando si afferma che la sicurezza non è di destra o di sinistra, o che in nome della democrazia bisogna isolare le frange estreme. Una definizione generalizzante, che include chi non si riconosce nella camicia di forza del bipolarismo. Finendo per accentuare le divisioni e soffocare il conflitto, alienando strati sociali sempre più vasti dal discorso politico. I movimenti, nel 1978, lo capirono, ma la loro formula, nè con lo Stato nè con le Br, ancorché indefinita, non venne compresa.  Il secondo piano è quello della legislazione di emergenza. In nome del nemico di turno, si derogano le libertà fondamentali e si accettano legislazioni repressive o premiali. Dal caso Moro in poi si accettarono le carceri speciali, le torture, come il famoso caso del dottor De Tormentis, o pentiti la cui attendibilità a volte non è stata pienamente comprovata. È in una cornice simile che si inseriscono i continui Ddl sempre più lesivi delle libertà civili che vengono varati oggi. Inoltre, fare riferimento alle centrali occulte e ai complotti ha causato l’elaborazione di un immaginario allineato sulle categorie della destra, che, sin dai tempi della cospirazione demo-pluto-giudaico-massonica, ha fatto del complottismo la propria cifra. Infatti si è incuneata nello spazio tra legge e ordine e complottismo, è tornata al potere, e minaccia di durare a lungo. Con un piglio revanscista che la contraddistingue. Forte dell’appoggio di figuri del calibro di Donald Trump. L’idea che esista una rete di potere parallela, organicamente sviluppata, che comprende mafia, P2, faccendieri, servizi deviati, è stata facilmente metabolizzata dalla destra, che da sempre ha fatto del ricorso a forze irrazionali, a fantomatiche trame oscure ( dai Sette Savi di Sion al Piano Kalergi) la cifra della propria identità politica. Guarda caso, la premier dichiara di essere entrata in politica dopo la morte di Paolo Borsellino, un magistrato antimafia, che quindi lottava contro un’articolazione dei poteri occulti.  Ecco perché sarebbe ora di seppellire definitivamente Aldo Moro  e voltare pagina.  Per liberarsi finalmente del complottismo e dell’emergenzialismo. E tornare a praticare conflitto in nome dei diritti civili, politici e sociali.  *Vincenzo Scalia è professore associato in Sociologia della devianza presso l’Università degli Studi di Firenze. Si occupa di carceri, criminalità organizzata, abusi di polizia. Ha insegnato e svolto ricerca in Messico, Argentina e Inghilterra. Il suo ultimo libro è Incontri troppo ravvicinati? (manifestolibri, 2023). L'articolo Moro, liberarsi da complottismo ed emergenzialismo proviene da Jacobin Italia.
March 16, 2026
Jacobin Italia
Perché negli Usa non c’è un movimento anti-guerra?
La guerra di Donald Trump contro l’Iran è molto impopolare. Come osserva il sondaggista G. Elliot Morris, è la guerra più impopolare che gli Stati uniti abbiano mai avuto fin dal suo inizio. E «con solo il 38% degli americani a favore, il sostegno al bombardamento dell’Iran è inferiore anche al sostegno che ci fu alla guerra in Iraq nel 2014». Perché allora ci sono state così poche proteste collettive contro l’offensiva Usa-Israele? Rispondere a questa domanda non è facile. Quelle che seguono sono ipotesi, non conclusioni definitive. Ma esplorare le ragioni per cui oggi ci manca un movimento contro la guerra può aiutarci a iniziare a costruirne uno. E per il bene degli iraniani, del Medio Oriente e dei lavoratori degli Stati uniti, è meglio farlo il prima possibile. GLI STATUNITENSI SI SENTONO IMPOTENTI Uno dei motivi principali per cui così tanti giovani negli anni Sessanta si lanciarono nella lotta contro il coinvolgimento militare degli Stati uniti in Vietnam fu che il movimento per i diritti civili aveva recentemente dimostrato il potere dell’azione di massa. Come affermava il manifesto fondativo degli Students for a Democratic Society (Sds) del 1962, «La lotta del Sud contro il bigottismo razziale […] ha costretto la maggior parte di noi dal silenzio all’attivismo». Ripensandoci, un partecipante ha ricordato che tali esempi di successo «davano la sensazione di poter effettivamente fare la differenza, di dover prendere posizione». Oggi, il più grande ostacolo che affrontiamo nel nostro paese è un diffuso senso di impotenza. La leader dell’Sds Bernardine Dohrn aveva ragione a sottolineare la differenza tra quell’epoca e il momento attuale: «Il problema che ci frena oggi, per me, è l’idea che ciò che facciamo non farà la differenza». Per superare questo senso di rassegnazione, abbiamo bisogno di esempi più stimolanti di lotte vinte. La vittoriosa resistenza di massa del Minnesota contro l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), ad esempio, ha iniziato a dare impulso all’attivismo a livello nazionale. La sfida ora è trovare e ampliare campagne vincenti dal basso, come convincere le nostre scuole a rompere con l’Ice o milioni di consumatori ad abbandonare aziende come OpenAI, che stanno alimentando la macchina da guerra di Trump. Dimostrare nella pratica di avere potere nelle battaglie più piccole può ispirare milioni di persone a unirsi alla lotta contro i peggiori orrori di questa amministrazione, in patria e all’estero. Socialism for future Acquista l’ultimo numero della rivista LA GENTE SPERA CHE LA GUERRA FINISCA PRESTO Come tanti altri, mi sveglio ogni mattina sperando di leggere un titolo che suggerisca che il sempre volubile Trump abbia deciso di annunciare una rapida vittoria in Iran, come ha fatto in Venezuela. Almeno, in quel caso, verrebbero fermate ulteriori atrocità contro i civili. Considerato il disinteresse dell’amministrazione nel cercare di ottenere il consenso su questa guerra e gli evidenti rischi politici derivanti dall’aumento dei prezzi del gas, è stato difficile credere che Trump avrebbe rischiato così la sua presidenza – per non parlare delle vite di iraniani e militari statunitensi – in un lungo intervento armato senza una chiara conclusione. Ciononostante, la guerra continua ad aggravarsi. Il fatto che Trump si sia mosso così rapidamente e con così poca considerazione per l’opinione pubblica ha lasciato molti di noi sotto shock. Mentre George W. Bush ha passato un anno nel cercare di convincerci a invadere l’Iraq – innescando un processo deliberativo in cui le proteste di massa avrebbero potuto intervenire – la rapidità e la scarsa considerazione dell’opinione pubblica da parte di Trump hanno lasciato poco spazio agli americani per uscire dalla modalità di spettatori. Questo aiuta a spiegare il paradosso del perché una guerra eccezionalmente impopolare abbia finora incontrato proteste di massa eccezionalmente scarse. Ma finché la guerra continuerà, ci si aspetta che un numero sempre maggiore di persone inizi a intraprendere azioni collettive. E anche se Trump dovesse proclamare vittoria nei prossimi giorni o settimane, è improbabile che questo metta fine alle sue ambizioni imperialiste. Dovremo comunque intensificare la nostra agitazione contro la guerra per fermare la spinta dell’amministrazione per un cambio di regime a Cuba, il suo continuo finanziamento a Israele e la sua belligeranza nei confronti della Cina, e per trasformare le elezioni presidenziali del 2028, in parte, in un referendum sulla spesa militare incontrollata, sulle guerre imperialiste statunitensi e sul sostegno degli Stati uniti allo Stato genocida di Israele. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI GLI EQUIPAGGI DI TERRA IN CERCA DI UNA ROTTA Giulio Calella TRUMP STA FACENDO TROPPE COSE ORRIBILI A differenza di George W. Bush, le cui imprese imperialiste rappresentavano l’unico obiettivo, è facile lasciarsi travolgere dagli attacchi generalizzati di Trump ed è difficile rispondere rapidamente a ogni nuova indignazione. Le forze organizzate della nostra parte sono state messe a dura prova. Personalmente, ho dedicato circa dieci ore di volontariato al giorno nell’ultimo mese a sostenere la nuova campagna «Schools Drop Ice»; ultimamente non ho avuto un’ora extra per organizzare un’altra iniziativa, il che ha limitato la mia capacità di partecipare ad altre azioni essenziali come l’organizzazione contro questa guerra. La buona notizia è che le prossime proteste No Kings del 28 marzo e la giornata di protesta del 1° maggio offrono ottime opportunità per unire tutte le nostre richieste e lotte anti-Trump. L’opposizione alla guerra sarà probabilmente uno dei temi principali di queste azioni. SI CONFONDE LA MOBILITAZIONE CON L’ORGANIZZAZIONE Anche se le prossime azioni No Kings e May Day saranno massicce e denunceranno il dominio imperialista, dall’Iran a Cuba alla Palestina, ciò non significa necessariamente che abbiamo ricostruito un movimento potente contro il regime di Trump in generale o contro le sue guerre in particolare. Un movimento è tale nella misura in cui la gente comune si organizza tra una protesta e l’altra, in altre parole, quando si impegna attivamente per convincere altri alla causa. Una delle sfide della nostra epoca è che le tecnologie digitali rendono molto più facile far scendere in piazza chi è d’accordo con noi, senza dover ricorrere a infrastrutture organizzative o a un contatto diretto con le persone. In altre parole, i social media facilitano la mobilitazione. Ma il rovescio della medaglia è che le grandi proteste non dimostrano più la stessa potenza di un tempo e la loro preparazione non crea lo stesso tipo di relazioni sul campo e di nuovi leader da cui i movimenti dipendono per la propria forza. Mark Rudd, leader dell’Sds, ha ragione quando afferma che «i giovani di oggi […] non hanno ricevuto istruzioni su come svolgere il duro lavoro dell’organizzazione interpersonale. Si ritrovano con le foto delle proteste degli anni Sessanta ma con una scarsa comprensione del lavoro che ha ispirato tali proteste». Angela Davis lo spiega ancora più chiaramente: > Le manifestazioni dovrebbero dimostrare la forza potenziale dei movimenti […] > Ma oggi tendiamo a pensare al processo che rende visibile un movimento come > alla vera sostanza del movimento stesso. Stando così le cose, milioni di > persone tornano a casa dopo una manifestazione senza sentirsi necessariamente > in dovere di continuare a rafforzare il sostegno alla causa. Ecco perché dovremmo considerare il 28 marzo e il 1° maggio non come proteste isolate, ma come meccanismi per aggregare, coinvolgere e formare quante più persone possibile nelle campagne in corso. IL SETTARISMO HA CONTRIBUITO A MARGINALIZZARE L’ATTIVISMO CONTRO LA GUERRA Invece di costruire la più ampia e profonda opposizione possibile agli aiuti militari e agli interventi statunitensi all’estero, troppo attivismo pacifista negli ultimi anni si è affidato a una retorica e a slogan respingenti ed eccessivamente radicali, legando le rivendicazioni contro la guerra che godono di ampio sostegno a una romanticizzazione ingiustificata e inutile di qualsiasi forza «antimperialista». Opporsi costantemente all’imperialismo non richiede di giustificare l’uccisione di civili da parte di Hamas o la repressione degli attivisti pro-democrazia da parte della Repubblica Islamica. E invece di concentrare incessantemente il fuoco su politici come Trump, Joe Biden e Chuck Schumer, che hanno fomentato o reso possibili atrocità all’estero, un’energia stranamente elevata degli attivisti è stata impiegata per denunciare deputati come Alexandria Ocasio-Cortez, nonostante quest’ultima non abbia mai votato a favore degli aiuti militari statunitensi a Israele e si sia opposta con forza alla guerra in Iran. Purtroppo, l’impatto e la continuità di molti accampamenti di solidarietà con la Palestina sono stati indeboliti da una retorica provocatoria che il cinismo degli oppositori poteva facilmente travisare, così come da un’eccessiva attenzione alla «cultura della sicurezza» per gli attivisti o dall’assenza di sforzi finalizzati a conquistare e mobilitare le maggioranze nei campus. L’intensa repressione contro questi sforzi coraggiosi ma relativamente isolati ha raffreddato l’organizzazione nei campus. Essendo gli studenti spesso l’avanguardia dell’organizzazione contro la guerra e contro l’autoritarismo, rilanciare una cultura politica di massa nei college è un compito fondamentale. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI NO KINGS, LA RIBELLIONE ANTI-TRUMP Branko Marcetic RILANCIARE UN MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA Quali passi possiamo intraprendere per contribuire a far rivivere un potente movimento contro la guerra negli Stati uniti? In primo luogo, ognuno di noi – e ciascuna delle organizzazioni a cui apparteniamo – può impegnarsi non solo a partecipare alle manifestazioni No Kings del 28 marzo, ma anche a fare tutto il possibile per coinvolgere i nostri vicini, colleghi, compagni di studio e di fede. Potete cogliere l’occasione per chiedere loro cosa pensano della guerra in Iran o dell’Ice; notare quanto sia assurdo che gli Stati uniti spendano quasi mille miliardi di dollari all’anno per la guerra mentre la gente comune non riesce a sopravvivere a casa; e poi passare a una richiesta amichevole di unirsi alla manifestazione. Non rivolgetevi solo a chi sapete essere già di sinistra. La maggior parte degli americani è fermamente contraria a questa guerra e non sa cosa fare. È tempo di raggiungere un pubblico più ampio e di andare oltre le nostre bolle. Questo è ciò che rende reale un movimento. Ed è ciò che può innescare quel tipo di disordini di massa non violenti sul lavoro, a scuola e altrove che Trump e la macchina da guerra non possono permettersi di ignorare.  Un secondo passo concreto che puoi fare è sostenere la campagna QuitGpt. Questo boicottaggio ha assunto un ulteriore livello di urgenza – e un contenuto pacifista – dopo che due settimane fa il Pentagono ha rifiutato di accettare le clausole contrattuali dell’azienda Anthropic, secondo cui la sua IA non sarebbe stata utilizzata per la sorveglianza di massa o per attacchi militari completamente autonomi. Libera da qualsiasi principio che non fosse il profitto, OpenAI è immediatamente intervenuta e ha firmato un contratto con il Pentagono che, come ha affermato un alto dirigente dell’azienda dimessosi sabato scorso, «è stato stipulato in fretta e furia, senza definire i limiti». Proprio come Tesla Takedown è riuscita a cacciare Elon Musk dalla Casa Bianca, così QuitGpt può punire OpenAI per aver reso possibile l’uso di una macchina militare statunitense che sta massacrando studentesse in Iran e sta portando il mondo verso la catastrofe. A differenza di tanti boicottaggi online, questo è uno sforzo organizzato con un impatto misurabile a cui le persone possono partecipare per contribuire a diffonderlo. Secondo gli organizzatori di QuitGpt, oltre quattro milioni di persone hanno già preso parte al boicottaggio. Trump vuole farci credere che non abbiamo la forza di fermarlo. Ma la realtà è che questo è un regime ampiamente impopolare che sta conducendo una delle guerre più impopolari nella storia degli Stati uniti. Mentre il numero delle vittime, i prezzi del petrolio e i costi per i contribuenti statunitensi continuano ad aumentare, gli americani cercheranno sempre più modi per fermare lo spargimento di sangue. Avremmo dovuto intraprendere un’azione collettiva di massa in questa direzione già da molto tempo. *Eric Blanc è professore associato di studi sul lavoro alla Rutgers University. Cura il blog Substack Labor Politics ed è autore di We Are the Union: How Worker-to-Worker Organizing is Revitalizing Labor and Winning Big. Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è a cura della redazione. L'articolo Perché negli Usa non c’è un movimento anti-guerra? proviene da Jacobin Italia.
March 16, 2026
Jacobin Italia