In difesa di Victor Serge
Per decenni, chiunque scrivesse di Victor Serge doveva iniziare spiegando chi
fosse e perché dovesse interessarci. Nonostante un’enorme eredità letteraria,
era stato letteralmente cancellato dalla storia sovietica, una figura
dimenticata persino da gran parte della sinistra. La storia raramente è clemente
con i vinti, e Serge si è schierato dalla parte degli sconfitti, con coloro che
si rifiutavano di scendere a compromessi con il capitalismo o di arrendersi allo
stalinismo. Il prezzo da pagare è stato alto, ma la sua voce eloquente e la sua
penna potente non hanno potuto impedire che venisse messo da parte, ignorato o
mal compreso, condannato a una vita di povertà. Quattro dei suoi libri, e altri
scritti inediti, sono stati confiscati dalla censura sovietica (Glavlit),
sebbene lo consacrino come un uomo che appartiene al nostro futuro.
Chi era Serge? Operaio, militante, intellettuale, internazionalista per
esperienza e convinzione, e sempre povero, visse dal 1890 al 1947. Ha
partecipato a tre rivoluzioni, trascorrendo un decennio in diverse prigioni ed
essendo politicamente attivo in sette paesi. Ha pubblicato più di trenta libri
lasciando migliaia di pagine di opere inedite. Nato Victor Kibalchich in Belgio
da genitori anarco-populisti russi in esilio, è morto in esilio in Messico come
pensatore e scrittore socialista indipendente e non dogmatico. Ha trascorso la
maggior parte degli anni dal 1919 al 1936 in Unione sovietica, come parte di una
generazione rivoluzionaria che aspirava a creare una società socialista.
Sono stati però sconfitti da Joseph Stalin, che ha instaurato una dittatura
burocratica e autoritaria governando in nome del comunismo. Serge ha dedicato il
resto della sua vita a comprendere le promesse e i fallimenti dell’esperimento
sovietico, non per rinunciare al socialismo, ma per salvarlo dalla catastrofe
dello stalinismo. Si è opposto al capitalismo prima come anarchico, poi come
bolscevico. Si è opposto alle pratiche antidemocratiche del bolscevismo e in
seguito a Stalin come esponente dell’opposizione di sinistra. Ha discusso con
Lev Trockij dall’interno della sinistra antistalinista e si è opposto sia al
fascismo che all’emergente Guerra fredda come marxista rivoluzionario
irriducibile. Le sue posizioni lo hanno posto spesso in contrasto con i suoi
contemporanei occidentali, causandogli molta sofferenza e isolandolo proprio dal
movimento a cui aveva dedicato tanti anni, correndo grandi rischi.
Eppure non si è lasciato sopraffare dal pessimismo. Non ha vacillato mai nel suo
impegno per la creazione di una società che difendesse e promuovesse la libertà,
la dignità e la condizione umana. Per Serge la democrazia non era un accessorio
del socialismo, ma la sua condizione indispensabile. Attraverso i suoi saggi,
memorie, taccuini, romanzi e articoli giornalistici, ha cercato di comprendere
le sconfitte del ventesimo secolo per illuminare le possibilità del futuro,
auspicando un rinnovamento del pensiero e della pratica socialista. Scrivendo
dall’esilio in Messico negli ultimi anni della sua vita, ha lasciato un monito
ai «dogmatici fossilizzati» che credevano che la rivoluzione europea fosse
inevitabile dopo la guerra.
> Un’epoca oscura si sta aprendo davanti all’Europa e al mondo. I migliori
> rivoluzionari sono stati annientati dalle sconfitte passate e dalla guerra.
> Dovrà trascorrere del tempo prima che si formino nuovi quadri. I vecchi
> programmi e le vecchie routine socialiste sono stati superati e devono essere
> rinnovati. Lo stalinismo, vittorioso grazie al sostegno incondizionato e alle
> concessioni fatte dagli Alleati, sarà più pericoloso che mai […] Se vogliamo
> salvare l’Europa, dobbiamo cominciare riunendo tutte le forze democratiche
> libere per poter semplicemente praticare l’arte di non estinguersi.
L’ammonimento di Serge coglieva il pensiero rivoluzionario, ma risolutamente
indipendente, di un uomo che insisteva sull’impossibilità di un socialismo senza
libertà e democrazia. Come disse nel 1942:
> Vogliamo partecipare alla costruzione di un socialismo restituito alla sua
> dignità e ai suoi veri obiettivi, cosa possibile solo attraverso
> un’organizzazione di uomini liberi. Vogliamo idee oneste e chiare all’interno
> di un sano movimento operaio, rinvigorito dalla competizione fraterna e dal
> libero dibattito. Dal cuore della democrazia, del socialismo e del movimento
> operaio minacciati, difendiamo soprattutto la libertà di opinione e la dignità
> umana del militante, i diritti delle minoranze e lo spirito critico.
> Combattiamo senza sosta, e non smetteremo di combattere, contro il controllo
> del pensiero, il culto del leader, l’obbedienza passiva e gli spregevoli
> stratagemmi dei partiti soggetti a una cieca disciplina, nonché contro l’uso
> sistematico di menzogne, calunnie e assassinii.
Riscoprire Serge non è un’operazione di salvataggio. L’impasse si è sbloccata:
la pubblicazione dei suoi Carnet (Quaderni, 1936-1947) da parte di Agone, le
nuove edizioni delle Memorie di un rivoluzionario e dei suoi romanzi da parte di
New York Review of Books, e ora due importanti nuove biografie – Victor Serge:
Unruly Revolutionary di Mitchell Abidor e Il giovane Victor Serge di Claudio
Albertani – segnano una sorta di rinascita di Serge. Siamo entrati in un periodo
in cui il compito non è più semplicemente quello di presentare la sua eredità
letteraria e rivoluzionaria, ma di difenderla. Scriviamo da diverse tradizioni
politiche – anarchismo, Opposizione di Sinistra, socialismo rivoluzionario – ma
siamo uniti dalla comune convinzione che la biografia di Abidor, pur ricca di
documentazione d’archivio, travisi il soggetto. L’eredità di Serge non è quella
di un uomo che ha abbandonato il socialismo per l’anticomunismo della Guerra
fredda. È quella di un pensatore socialista che ha rifiutato ogni capitolazione
– allo stalinismo, al liberalismo, alla disperazione – e che ha pagato a caro
prezzo quel rifiuto.
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Provenire da tradizioni politiche e intellettuali distinte ci libera dalla
tentazione di confinare Victor Serge in un’unica interpretazione tendenziosa e
di sottoporlo al giudizio del senno di poi, come se ogni fase della sua vita
puntasse inevitabilmente al suo presunto anticomunismo successivo. Che si
provenga dall’anarchismo, dal trotskismo, dal socialismo rivoluzionario o da
altre correnti di sinistra, una cosa dovrebbe rimanere comune: il rifiuto di
trasformare una vita segnata da lotte, sconfitte e resistenza in un processo
fatto di insinuazioni. È da questa comune preoccupazione – non dall’accordo su
ogni questione politica – che ci accostiamo alla biografia di Abidor. Eppure è
proprio questo che Abidor fa fin troppo spesso. Il libro contiene materiale
prezioso, tra cui documenti importanti e racconti toccanti, ad esempio degli
anni di Serge in Francia. Il problema non è che Abidor sia severo con Serge; è
che il suo approccio interpretativo centrale ci appare profondamente viziato.
Egli psicologizza Serge, mette in dubbio la sua sincerità e il suo carattere
morale, ed esagera aneddoti e frasi estrapolate dal contesto. L’uso fazioso di
materiale reale finisce per produrre un’immagine distorta di Serge. La
falsificazione non implica necessariamente l’invenzione di fatti; può consistere
nel riorganizzarli in modo tale che non corrispondano più al loro contesto
originale.
Essendo un anarchico, ci si sarebbe potuti ragionevolmente aspettare che la
critica di Abidor si concentrasse sulla decisione di Serge di aderire al Partito
bolscevico nel 1919, segnando la sua rottura con l’anarchismo della giovinezza.
Ma non è così. Nel suo resoconto della giovinezza di Serge, Abidor tratta il
movimento anarco-individualista, di cui Serge fu un membro attivo per quasi un
decennio, con scarsa simpatia. Ancor più grave è il suo atteggiamento nel
trattare il ruolo di Serge nell’affare Liabeuf, la campagna politica del 1910
che culminò nell’esecuzione dell’operaio Jean-Jacques Liabeuf. Abidor osserva
che il giornalista socialista Gustave Hervé fu processato per dichiarazioni
pubbliche, mentre Serge no. Pur riconoscendo che non esistono prove documentali
che spieghino perché Serge sfugga al processo, invita comunque il lettore a
dedurre che la sua immunità fosse il risultato di dubbi rapporti con la polizia.
La mancanza di prove funge più da invito al sospetto che da motivo di cautela
storica.
Abidor riserva le sue critiche più aspre a Serge per gli ultimi anni della sua
vita. A quel tempo, lavorando in un isolamento sempre maggiore, Serge aveva
approfondito la sua analisi dello stalinismo. Alcuni dei giudizi espressi nella
sua corrispondenza, nei suoi appunti e negli scritti successivi sono oggetto di
dibattito e recano l’inconfondibile impronta delle straordinarie circostanze in
cui furono redatti. La violenza dello stalinismo, il ricordo dei processi di
Mosca, la catastrofe della Seconda guerra mondiale, l’assassinio di Trotsky e
l’isolamento politico di Serge durante il suo ultimo esilio in Messico pesarono
profondamente sul suo pensiero. Riconoscere questo inasprimento di tono,
tuttavia, non avvalora l’interpretazione di Abidor. Si tratta forse di una
conversione da parte di Serge a un anticomunismo rozzo e volgare? Noi non lo
crediamo.
Abidor interpreta Serge attraverso la propria lente – che definisce il suo
«paradigma interiore» – e dubita della sua sincerità, come se Serge esprimesse
opinioni che non condivideva. La sua tesi centrale è che Serge, negli ultimi
anni della propria vita, sia diventato un convinto anticomunista. Basa questa
affermazione su una premessa errata: l’idea che l’Unione sovietica sotto Stalin
rappresentasse ancora, seppur in modo distorto, il progetto socialista. In
effetti, Abidor accetta l’idea che l’Urss fosse uno Stato comunista, una
posizione sorprendente per chi ha avuto un’affinità con la tradizione anarchica.
La definisce persino «l’unico Stato socialista» senza prendere seriamente in
considerazione l’analisi di Serge secondo cui lo stalinismo rappresentava un
sistema antitetico al socialismo, antisocialista e disumano. Nelle pagine
conclusive della biografia, Abidor scrive che l’insistenza di Serge sulla
protezione della libertà politica e della democrazia «lo trasformò in un nemico
intransigente del comunismo». Non potrebbe esserci affermazione più chiara
dell’accettazione da parte di Abidor della definizione stessa di comunismo data
da Stalin al suo sistema – una definizione che avrebbe fatto rabbrividire Karl
Marx e che Serge si impegnò per tutta la sua vita a confutare.
Fortunatamente, non c’è bisogno di speculare: le idee di Serge sono chiaramente
documentate nei suoi saggi e articoli, in particolare in Per un rinnovamento del
socialismo, scritto in Messico negli anni Quaranta e pubblicato in francese su
Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946). Lì, Serge afferma che «il
collettivismo non è, come si potrebbe essere tentati di supporre, sinonimo di
socialismo, e può persino assumere forme antisocialiste di sfruttamento del
lavoro e disprezzo per l’umanità». La definizione di socialismo di Serge pone
meno enfasi sulla struttura economica della società e più sulla sua
organizzazione politica e giuridica, ovvero sui diritti umani, la libertà e la
democrazia.
Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che aveva
compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si trovava a
dover affrontare i contorni del mondo del dopoguerra. Nel suo manoscritto
inedito Économie Dirigée et Démocratie (Economia Diretta e Democrazia ), Serge
analizza la «pianificazione» sovietica come l’antitesi della democrazia e della
pianificazione stessa: non la regolamentazione consapevole della società da
parte di produttori liberamente associati, come definita da Marx, bensì comandi
perentori (ukases) emanati dall’alto, impossibili da eseguire se non sulla
carta. Descrive l’Urss per quello che era: un sistema che operava attraverso il
terrore contro la propria popolazione, gestito dalla dittatura staliniana del
segretariato e della polizia segreta. Non aveva nulla in comune con gli ideali
dell’Ottobre. Una lettera di Serge a René Lefeuvre, inclusa nell’edizione del
1984 di 16 Fusillés à Moscou (16 colpiti a Mosca), mostra un uomo preoccupato
per la pubblicazione da parte di Lefeuvre di un rapporto ritenuto non
sufficientemente critico nei confronti dell’imperialismo americano – un netto
contrasto con la rappresentazione riduttiva di Abidor: «Capisco che la minaccia
stalinista la allarmi. Ma questo non deve farci perdere di vista la nostra
visione d’insieme. Non dobbiamo fare il gioco del blocco anticomunista; e, a
giudicare dai primi numeri di Masses, meritiamo di essere criticati per averlo
fatto».
Un sentimento simile emerge anche nei Quaderni. Nel settembre del 1944, scrisse
che «la battaglia è aperta tra il Partito comunista totalitario e la democrazia
socialista». Chiarì subito che l’opposizione decisiva non era più, come nel
1917-1918, tra rivoluzione socialista e reazione capitalista, ma anche tra
totalitarismo stalinista e socialismo democratico. Nel 1942, a proposito della
Spagna, scrive che gli obiettivi della rivoluzione democratica «possono essere
raggiunti solo dalle masse socialiste» e devono essere superati con misure
radicali di «nazionalizzazione che implichino una pianificazione». Nel settembre
del 1944, contrapponendo il «Partito comunista totalitario» alla «democrazia
socialista», Serge formula l’alternativa in termini di «totalitarismo
stalinista» contro «socialismo democratico», senza fare alcuna concessione al
liberalismo occidentale. In un’intervista rilasciata a Protean Magazine nel
dicembre 2025, Abidor dichiara: «[Serge] voleva essere un intellettuale
newyorkese. Alla fine della sua vita, se avesse potuto essere qualsiasi cosa al
mondo, sarebbe stato un intellettuale ebreo newyorkese». Questa è una
costruzione forzata e non dimostrabile. Serge non stava percorrendo la
traiettoria dell’ambiente intellettuale newyorkese – la parabola di Max Eastman
e Max Shachtman, ossia la storia ben nota degli ex trotskisti che si spostano a
destra verso il Congresso per la Libertà Culturale, l’apparato culturale della
Cia. Questa è una traiettoria storica reale, ma non è quella di Serge.
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Abidor interpreta il rispetto che Serge ha sempre avuto per l’individuo come
antimarxista, il che significa fraintendere sia Marx che Serge, i quali
consideravano questo valore sia come punto di partenza che come conclusione.
Marx sosteneva che la libertà umana e l’autorealizzazione fossero possibili solo
con l’abolizione del capitalismo, che riduce l’individuo a merce. Rosa Luxemburg
insisteva sulla libertà di pensiero individuale, soprattutto per i propri
nemici. E così faceva anche Serge. L’esperienza politica di Serge non lo portò a
rinunciare al socialismo dopo il trionfo di Stalin, bensì ad arricchirlo con una
dichiarazione dei diritti umani. In Per un rinnovamento del socialismo,
pubblicato su Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946), Serge auspicava un
aggiornamento del pensiero marxista alla luce della psicologia, della scienza e
delle nuove formazioni sociali. Si trattava di un rinnovamento, non di un
rifiuto. Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che
aveva compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si
confrontava con i contorni del mondo del dopoguerra, tentando di analizzare una
formazione in divenire. Riusciva a intuire le tendenze, ma morì proprio mentre
la Guerra fredda prendeva forma, prima che le sue implicazioni fossero
pienamente evidenti.
Serge morì nel novembre del 1947. La Dottrina Truman era stata proclamata nel
marzo dello stesso anno; il Congresso per la Libertà Culturale risale al 1950.
L’intera architettura ideologica dell’anticomunismo del dopoguerra non emerse se
non dopo la sua morte. Proiettare tale struttura su Serge non è interpretazione.
È un anacronismo tendenzioso, così come è anacronistico supporre, come fa Abidor
sottovoce nell’intervista a Protea, che Serge «avrebbe» appoggiato gli americani
in Vietnam.
Abidor attribuisce grande importanza al fatto che Serge abbia lavorato come
corrispondente dal Messico per The New Leader, considerandola una prova della
sua convergenza ideologica con la socialdemocrazia di destra. La verità è più
prosaica: Serge non aveva soldi e quasi nessun mezzo per guadagnarsi da vivere
in Messico. Viveva di scrittura, ma lo Stato sovietico gli precluse
sistematicamente ogni possibilità di pubblicazione. Manuel Alemán, futuro
presidente del Messico, ammise che vi erano forti pressioni sovietiche per
negare a Serge qualsiasi mezzo di espressione pubblica. Quindi Serge scriveva
ovunque riuscisse a pubblicare e, nel caso de The New Leader, veniva pagato. Si
rifiutò anche di sottomettersi alla censura: disse a Nancy e Dwight Macdonald
che la rivista permetteva un pluralismo che la stampa trotskista stessa non
tollerava. Allo stesso tempo, Serge scriveva per Politics, la rivista socialista
libertaria diretta da Dwight Macdonald. Ecco dunque il Serge dei suoi ultimi
anni: non un anticomunista né un fautore della Guerra fredda, ma un pensatore
socialista che cerca di rinnovare la tradizione in condizioni estremamente
avverse. Soprattutto, era un grande scrittore. Evoca l’atmosfera degli anni
Venti e Trenta all’interno dell’Unione sovietica e del movimento comunista, e
descrive i dilemmi degli anni Quaranta con un senso di immediatezza e chiarezza.
È sorprendente che Abidor non sottolinei l’importanza dei romanzi e delle poesie
di Serge per comprendere la tragedia di una rivoluzione che si autodistrugge.
Cinque mesi prima della sua morte, in una lettera datata 22 giugno 1947 e
indirizzata a Podoliak, pseudonimo dello scrittore ucraino Hryhory Kostiuk,
Serge dichiarò: «Rimango – irremovibilmente – un socialista, un sostenitore del
socialismo democratico. Il sistema contro cui ho combattuto e continuo a
combattere – e che lei conosce bene – lo considero una forma di totalitarismo;
vale a dire, qualcosa di nuovo eppure profondamente disumano e antisocialista».
Kostiuk non era né un liberale occidentale né un anticomunista della Guerra
fredda; era un intellettuale rivoluzionario ucraino che aveva vissuto in prima
persona il terrore sovietico, direttore di Vaplite, una rivista su cui Serge
aveva pubblicato. Questo non è il ritratto di un uomo che si adagia
sull’anticomunismo della Guerra fredda. È quello di un uomo che lotta per far
sentire la propria voce contro l’isolamento, affermando con fermezza la
necessità di un impegno socialista contro il totalitarismo stalinista.
Siamo rimasti sorpresi dalla recensione di Ian Birchall su Jacobin, data l’alta
stima che nutriamo per lui come storico. Indubbiamente, la sua recensione è più
equilibrata del testo di Abidor, ma resta preoccupante che Birchall trovi
convincente la conclusione di Abidor secondo cui «nei suoi ultimi anni, Serge
considerava il comunismo il nemico principale». Birchall riconosce che si
possono solo fare congetture su cosa Serge avrebbe pensato riguardo alla Corea o
al Vietnam, ma ciononostante suggerisce per Serge una traiettoria politica che
nei suoi scritti non trova riscontro. Questo punto è tanto più rilevante se si
considera che lo stesso Birchall aveva precedentemente citato la lettera di
Serge a Lefeuvre come prova del contrario. Quella lettera rivela un Serge
allarmato dallo stalinismo, ma che si rifiuta esplicitamente di fare il gioco di
un blocco anticomunista. Ci obbliga a resistere a interpretazioni eccessivamente
semplicistiche: Serge non cessa di essere socialista solo perché identifica lo
stalinismo come una minaccia centrale. Egli tenta, in circostanze tragiche, di
mantenere una posizione rivoluzionaria indipendente tra il regime autoritario
burocratico stalinista e il blocco capitalista occidentale.
Abidor, dal canto suo, confonde la retorica con l’analisi. Le polemiche di un
esule non costituiscono un programma politico. L’amarezza di un emarginato non è
una dottrina. Un uomo braccato dallo stalinismo a Città del Messico, che vive in
un mondo di assassinii, minacce e vendette, può pronunciare dichiarazioni
terribili. Ma non si ottiene nulla trasformando queste affermazioni in un
certificato di appartenenza a una famiglia politica definitivamente consolidata.
Victor Serge era un uomo passionale e complesso, un anticonformista della
politica, ma mai un rinnegato. Una biografia non dovrebbe né condannarlo né
assolverlo, ma piuttosto cercare di comprenderlo, di leggere la sua vita e la
sua opera secondo i loro stessi criteri. C’è una differenza tra scrivere la
storia e condurre un processo.
Serge, come ogni essere umano, era soggetto a errori e contraddizioni. Messo
alla prova da tante avversità, cercando di ripensare al significato della
democrazia socialista nel mondo del dopoguerra, fu un oppositore di sinistra
critico che non abbandonò mai il socialismo, a differenza di coloro che
soccombettero alla retorica del «dio fallito». Non trasformò il fallimento dello
stalinismo nel fallimento del socialismo. Non rinunciò all’emancipazione
collettiva. Al contrario, cercò di liberare il socialismo dalla sua deformazione
burocratica e totalitaria. Per questo motivo, dobbiamo, in conclusione,
contrapporre alla logica inquisitoria di Unruly Revolutionary la testimonianza
del poeta Octavio Paz, che incontrò Serge in Messico nel 1942:
> Fui subito attratto da Serge. Parlai a lungo con lui e conservo ancora due
> delle sue lettere […] Nulla poteva essere più lontano dalla pedanteria dei
> dialettici del calore umano di Serge, della sua semplicità e della sua
> generosità. Un’intelligenza sensibile e vitale. Nonostante le sue sofferenze,
> le sue battute d’arresto e i lunghi anni di aride dispute politiche, era
> riuscito a conservare la sua umanità. Doveva questo, senza dubbio, alle sue
> radici anarchiche; e anche al suo grande cuore […] Per me, Victor Serge era
> l’epitome della fusione di due qualità opposte: l’intransigenza morale e
> intellettuale unita alla tolleranza e alla compassione.
*Claudio Albertani è uno storico e professore presso l’Università Autonoma del
Messico. È autore di Rebelión y anarquía: El joven Victor Serge (1890–1919) .
Insieme a Claude Rioux, ha curato i Carnets di Victor Serge (1936–1947). Suzi
Weissman è professoressa emerita di scienze politiche al Saint Mary’s College of
California. È autrice di Victor Serge: The Course Is Set on Hope e Victor Serge:
A Political Biograph. Conduce il programma Beneath the Surface su Kpfk 90.7 FM a
Los Angeles e realizza podcast per Jacobin Radio. Christian Dubucq è il
traduttore francese della biografia del giovane Victor Serge scritta da Claudio
Albertani. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della
redazione.
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