In Brasile la convergenza globale antifascista

Jacobin Italia - Friday, May 22, 2026

A pochi mesi dalle prossime elezioni presidenziali in Brasile, si è riunita a San Paolo la seconda conferenza Good Night Far Right su estrema destra e antifascismo, organizzata dalla Fondazione Rosa Luxemburg per indicare «l’uscita a sinistra» dal tunnel autoritario in cui sono finite molte democrazie mondiali.

Anticipata dalle iniziative Radici Ribelli a Firenze e da Chau Ultraderecha a Santiago del Cile, nell’esotica cornice delle contraddizioni metropolitane di una delle maggiori città dell’America Latina, la conferenza si è aperta proprio nel giorno dell’anniversario dall’abolizione della schiavitù in Brasile, e non si è limitata ad affrontare le minacce del fascismo tropicale rappresentato dalla famiglia Bolsonaro, che dopo il tentato golpe cerca di insidiare nuovamente la tenuta democratica con la candidatura del secondogenito nella sfida al presidente Lula per l’imminente tornata elettorale.

Grazie alla partecipazione di oltre trecento persone con componenti di associazioni, sindacati, movimenti sociali e partiti provenienti da oltre venticinque paesi diversi, in prevalenza dell’America Latina, sono state affrontate analogie e differenze della deriva reazionaria da una parte all’altra del globo, da Bogotà a Ramallah, passando per Budapest, Quito, New York, Berlino, Buenos Aires, Nuova Dehli, Dodoma, Roma, Città del Capo e oltre. 

Christiane Gomes e Andreas Behn, rispettivamente coordinatrice e direttore dell’Ufficio di Brasile e Paraguay, alla presenza di Philip Degenhardt, vicedirettore e responsabile Esteri della Fondazione Rosa Luxemburg, hanno aperto l’assemblea plenaria per lanciare l’invito non solo all’analisi della situazione attuale, ma anche allo scambio di pratiche in dialogo con movimenti di base che si attivano per una visione radicale della democrazia, con varie forme di antifascismo in risposta agli attacchi allo stato di diritto, alla giustizia sociale e ai diritti umani.

Al centro del programma, articolato in quattro filoni principali, ci sono stati: l’agenda per il cambiamento con la messa in discussione del ruolo dello Stato; la capacità di vincere le elezioni per costruire potere sociale; le risposte alle strategie dell’estrema destra; e infine le modalità di riscatto antifascista nel quadro più ampio di imperialismo, guerra e disordine globale.

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ESTREMA DESTRA

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Redazione Jacobin Italia

Un’agenda per il cambiamento

Il confronto si è aperto con la discussione fra i referenti di tre dei maggiori paesi governati da forze progressiste in America Latina – Messico, Colombia e Brasile – come avanguardia del riscatto che intende attraversare anche le istituzioni rappresentative.

Da qui l’analisi di una democrazia fragile e insidiata dalla crisi dei modelli neoliberisti, che porta a governi sempre più autoritari guidati da un’estrema destra che non cerca nemmeno più di presentarsi come una forza «civilizzata», proponendo politiche arroganti e spietate in senso turboliberista, fino a trasformare i propri leader in «general manager» che agiscono per interessi lobbistici, come nel caso degli Usa con il sequestro di Maduro per contrattare accordi sul petrolio venezuelano o come in Brasile nel «caso Bancomastro» con l’utilizzo di fondi bancari dei contribuenti nel finanziamento della campagna elettorale bolsonarista corredato da addebiti per corruzione.

Per questo dal Messico è arrivata la proposta di sviluppare alternative adeguate in termini di leadership e organizzazione popolare, attraverso la formazione politica e la lotta pedagogica, oltre al recupero della memoria storica. Un approccio sostenuto anche da Donka Lakimova, referente del Pacto Historico colombiano, paese che ha registrato milioni di vittime nella lotta dei movimenti per l’autodeterminazione contro il narcotraffico e l’oppressione militare, che ha proposto di sperimentare un altro modello economico e di multilateralismo.

Secondo la referente del Partito comunista cileno, Jeanette Jara, già Ministra del Lavoro del governo Borich e candidata alle ultime presidenziali, «l’ultradestra come fenomeno globale ordisce un arretramento dei diritti umani come di quello internazionale, in una sorta di risacca delle conquiste passate: una fase di backclash che genera nuovi mostri, fra impoverimento e insicurezza sociale e personale», in un ciclo politico perverso in cui addirittura «le classi popolari cilene, finora diffidenti verso la militarizzazione degli spazi pubblici dopo la dittatura, si trovano a chiedere una maggiore presenza di polizia almeno per una percezione di maggiore di tutela». 

In un contesto di conflitti dilaganti a livello mondiale, di economia di guerra, che sempre più dirotta risorse dal welfare alle spese militari, particolare attenzione è stata dedicata alle crescenti diseguaglianze causate da politiche del lavoro e redistributive a dir poco perverse: alti livelli di produttività rispetto al passato, grazie al progresso tecnologico, con aspettative e condizioni delle nuove generazioni peggiori rispetto alle precedenti in termini di qualità e tempi di vita. 

In più interventi è stato evidenziato come l’autoritarismo al potere e le organizzazioni fasciste siano da sempre fautori e profittatori di crisi, soprattutto nella «battaglia di idee», per scatenare «panico morale» con capri espiatori e presunti nemici sociali, strumentalizzati per nascondere le reali responsabilità nella gestione socio-economica. Una deriva evidente del resto anche nel caso italiano, con il governo Meloni che ha finito per sforare i parametri di bilancio europei anche per i costi smodati della costruzione di nuovi Centri per migranti in Albania. 

Proprio per fronteggiare una corporazione di nazionalismi globali, sempre più coalizzata per far pagare alla classe lavoratrice e ai ceti popolari il costo degli extraprofitti delle multinazionali, come ricorda Will Stronge – co-direttore dell’Autonomy Institute inglese – una politica «pane e burro per la semplice creazione di nuovi posti di lavoro, non riesce a competere con il neocolonialismo in un’epoca caratterizzata dal riarmo e dal collasso climatico», con policrisi che richiedono un rinnovato internazionalismo dei lavoratori. In questo contesto la sicurezza sociale e l’equa redistribuzione sono le massime aspirazioni antifasciste, anche ponendo tetti ai prezzi delle abitazioni. In questo senso la Presidente del partito brasiliano Psol, Paola Coradi, ha parlato di discussione di «un nuovo ordine mondiale, mettendo al centro l’importanza di trovare falle nella narrazione fascistoide, per l’affermazione di un progetto di transizione ecologica e sociale, che passi dalla demilitarizzazione». Parlando di negazionismo sulla crisi climatica, Miguel Urban Crespo – giornalista ed ex eurodeputato del gruppo Left – ha spiegato come anche sul fronte ambientale sia crollata l’ultima ipocrisia capitalista sul sogno di crescita e fortune senza limiti, incarnato dall’agribusiness e dall’estrattivismo minerario nei piani delle destre al potere, a cui urge contrapporre la riconversione dal basso e la tutela dei beni comuni, cosa per cui è stata data solidarietà al progetto di reindustrializzazione ecologica del Collettivo di Fabbrica ex Gkn in Italia. 

Di fronte alla portata della sfida sono quindi necessarie alleanze ampie, centrate sul piano della solidarietà e della giustizia sociale, così come sulle libertà collettive, anche «cercando di rilanciare la sindacalizzazione di persone ai margini, rafforzando socialità e dinamismo dei movimenti», come proposto dall’Eurodeputato della Linke, Vinzenz Glaser, referente della Commissione affari esteri, per resistere alla rimonta dell’estrema destra come quella dell’AfD nella Germania orientale. Un esempio di successo è stato condiviso da Grace Mausser, esponente dei Democratic Socialist of America (Dsa), rispetto alle risposte di massa ai provvedimenti intimidatori e persecutori di Trump sull’immigrazione, che hanno visto in molti Stati la mobilitazione di «una base sociale diversa ma non dispersa», fino all’elezione di un sindaco socialista come Mamdani a New York.

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Strategie contro il panico morale

Fra le contraddizioni tipiche dell’estrema destra c’è il sovranismo solo propagandistico, mentre è plateale la sudditanza di molti sedicenti alleati all’agenda trumpiana, fra remigrazione, politiche mercantiliste e impoverimento della popolazione, di cui fanno le spese soprattutto donne, giovani e migranti, fra i soggetti più colpiti dagli imprenditori d’odio nello scatenamento di un «panico morale» dal carattere sempre più messianico e conservatore.

La seconda edizione di Good Night Far Right ha avuto un approccio intersezionale, con il protagonismo delle rivendicazioni transfemministe in ottica decoloniale, per superare le frammentazioni nella sempiterna guerra fra poveri, che risente della propaganda dell’estrema destra sui diritti spacciati come privilegi particolari. Dirompenti in questo senso sono stati gli interventi di Celeste Fierro, coordinatrice della Global Sumud Flotilla, e di donne afrodiscendenti, come la Direttrice dei programmi strategici dell’Istituto Marielle Franco, Larissa Correia de Amorim, o come la deputata federale brasiliana Érika Hilton, che ha messo in guardia contro la strumentalizzazione femminile da parte di programmi patriarcali all’interno degli spazi di potere, o peggio ancora contro il tentativo di relegare le donne alla sfera domestica e riproduttiva, denunciando la combinazione fra diseguaglianze e violenze di genere come barbarie «da estirpare con una visione davvero transfemminista».

Non c’è stata nessuna esitazione ad affrontare il genocidio in corso a Gaza, con la denuncia e la sfida aperta alla necropolitica devastante e disumana di autocrati come Nethanyau, definito il «padrino del gangster della politica globale, attualmente inquilino alla Casa Bianca» dalle parole dell’ex-Ministro di Cuba e Presidente della Casas de las Americas, Abel Prieto.

Allo stesso panel il compagno della gioventù comunista nel Fronte di liberazione popolare della Palestina, Imad Touma, ha fatto notare le ricadute di «imperdonabili incoerenze della sinistra internazionale nel restare troppo poco incisiva di fronte al crescente etnonazionalismo e ai suoi imperdonabili crimini contro l’umanità, che hanno sterminato il 10% della popolazione palestinese negli ultimi anni», tanto da rilanciare il boicottaggio agli interessi sionisti con risposte eccezionali come uno sciopero generale globale.

L’ultima giornata è stata quasi interamente dedicata alle sessioni pubbliche, che hanno aperto le porte di Casa Popular Carlito Maia, uno spazio polifunzionale animato da movimenti sociali sulla sovranità alimentare e la cultura di base, case editrici, una libreria e uno spaccio alimentare, sede del gruppo dei lavoratori rurali Armazém do Campo, legato al Movimento Sem Terra, che ha accolto al meglio le necessità logistiche della conferenza.

Nelle assemblee conclusive che hanno affollato l’auditorium con una partecipazione diffusa, i contributi si sono concentrati sull’intreccio dell’estrema destra a livello globale e sui tentativi di criminalizzazione dell’antifascismo come rete terroristica. Catarina Martins – eurodeputata del Bloco de Esquerda portoghese – e Clara Bünger – vicepresidente della Linke al Bundestag – hanno raccontato la crescita dell’estrema destra nei rispettivi paesi con l’accondiscendenza complice delle compagini cristiane e liberaldemocratiche, che hanno votato congiuntamente la Direttiva europea sui Rimpatri sul modello dell’Ice negli Usa, rappresentando un cedimento della «linea tagliafuoco» per un fronte democratico antifascista.

Il vicepresidente dei Democratic Socialist of America (Dsa), Ashik Siddique, ha condiviso un appello a organizzare l’ecosistema della sinistra radicale, mobilitandosi non per difendere lo status quo ma per rivendicare i diritti essenziali, come avvenuto con le manifestazioni di massa a Minneapolis, a cominciare dalla sanità universale come proposta dal nuovo sindaco di New York. L’auspicio cubano è stato invece quello di realizzare centri di resistenza culturale in tutta l’America Latina per contrastare la visione imperialista che disumanizza le popolazioni marginalizzate. 

La conferenza ha innescato un processo di convergenza, permettendo un intenso scambio di esperienze a livello politico e personale, valorizzando risposte coordinate nella costruzione di alternative dal basso e pratiche di mobilitazione condivise, con la prospettiva di riscatto per la giustizia sociale, di genere e ambientale, capaci di invertire la tendenza e «mettere a letto» l’estrema destra. Con la consapevolezza generale che la notte sia più buia subito prima dell’alba.

*Tommaso Chiti attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, è laureato in Studi europei alla facoltà di Scienze Politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze.

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