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Lo spazio elettorale avvelenato
Ad ogni tornata elettorale sentiamo ripetere gli stessi discorsi, gli stessi annunci trionfali, le stesse giustificazioni di prammatica per risultati deludenti. Nella cosiddetta o sedicente “sinistra radicale” l’arrampicata sugli specchi è pratica così consolidata da apparire ormai una seconda natura. Forse è il caso di provare a tirare qualche coordinata […] L'articolo Lo spazio elettorale avvelenato su Contropiano.
May 28, 2026
Contropiano
Ciò che rovescia i potenti
-------------------------------------------------------------------------------- Chiapas, 30 dicembre 2024: “Incontro internazionale di ribellioni e resistenze”. Foto di Pozol Chiapas -------------------------------------------------------------------------------- Per alimentare la lotta contro la ferocia del capitalismo oggi dovremmo partire dalle comunità indigene, nere e contadine, dice Raúl Zibechi (I popoli e le guerre). I movimenti popolari, aggiungono altri, sono in questo tempo tra i pochi soggetti in grado di opporsi alla devastazione della vita che i potenti di questo mondo stanno compiendo. Secondo Urgenza evangelica. Manifesto per un universalismo egualitario alternativo alla globalizzazione capitalista (Castelvecchi) è questa la prospettiva che dovrebbe muovere anche i credenti. Scritto dal collettivo francese Anastasis, impegnato a dare un volto nuovo alla sinistra cristiana, il Manifesto ricorda che la vita del Nazzareno è stata prima di tutto il tentativo di creare una società costruita sulla condivisione dei beni nella quale tutti e tutte potessero trovare posto. Per questo, il dovere dei cristiani oggi dovrebbe essere elaborare una critica del capitalismo, ma soprattutto partecipare in tanti modi diversi alla creazione di forme sociali alternative. Come? Partendo dal costruire legami con il “prossimo”, cioè chi più ci destabilizza. E ricordando che nessun processo di liberazione matura con la conquista del potere. In fondo perfino papa Leone, a modo suo, lo ha ripetuto nella solennità di Pentecoste: “Preghiamo oggi che lo Spirito del Risorto ci salvi dal male della guerra, che viene vinta non da una superpotenza, ma dall’Onnipotenza dell’amore”. Di certo, se esiste qualcosa che può ispirare tanti e tante, dice il Manifesto, è l'”universalismo delle molteplicità” vissuto e raccontato dalle comunità zapatiste. Nella prefazione dell’edizione italiana del Manifesto, Marcello Tarì, cita Walter Benjamin secondo il quale gli oppressi ovunque sono più abituati a sopravvivere in uno stato d’emergenza come quello di oggi. Ma cosa chiede esattamente il Vangelo ai credenti? Di chinarsi collettivamente sulle sofferenze del mondo, di prendersene cura, di organizzarsi nella carità, di seminare fraternità qui e ora. Il testo, spiega il collettivo francese, è stato pensato per essere un’occasione con cui discutere del capitalismo devastatore e della piega fascistizzante della società e del cristianesimo. La prefazione si conclude ricordando, con le parole di una giovane palestinese, la forza dell’insurrezione della carità che soffia come liberazione quando parte dalle periferie: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili…”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ciò che rovescia i potenti proviene da Comune-info.
May 25, 2026
Comune-info
Israele: l’avamposto di un dominio senza limiti – di Paolo Punx
La Flotilla intercettata, assaltata, sequestrata al largo delle coste europee, i partecipanti aggrediti, feriti, torturati e le immagini di questi soprusi dati in pasto al pubblico, come monito, come nuova normalità. Ancora una volta Israele ha superato se stesso nello spingersi oltre limiti sempre più invisibili. Lo scorso anno il tentativo di portare aiuti [...]
May 22, 2026
Effimera
In Brasile la convergenza globale antifascista
A pochi mesi dalle prossime elezioni presidenziali in Brasile, si è riunita a San Paolo la seconda conferenza Good Night Far Right su estrema destra e antifascismo, organizzata dalla Fondazione Rosa Luxemburg per indicare «l’uscita a sinistra» dal tunnel autoritario in cui sono finite molte democrazie mondiali. Anticipata dalle iniziative Radici Ribelli a Firenze e da Chau Ultraderecha a Santiago del Cile, nell’esotica cornice delle contraddizioni metropolitane di una delle maggiori città dell’America Latina, la conferenza si è aperta proprio nel giorno dell’anniversario dall’abolizione della schiavitù in Brasile, e non si è limitata ad affrontare le minacce del fascismo tropicale rappresentato dalla famiglia Bolsonaro, che dopo il tentato golpe cerca di insidiare nuovamente la tenuta democratica con la candidatura del secondogenito nella sfida al presidente Lula per l’imminente tornata elettorale. Grazie alla partecipazione di oltre trecento persone con componenti di associazioni, sindacati, movimenti sociali e partiti provenienti da oltre venticinque paesi diversi, in prevalenza dell’America Latina, sono state affrontate analogie e differenze della deriva reazionaria da una parte all’altra del globo, da Bogotà a Ramallah, passando per Budapest, Quito, New York, Berlino, Buenos Aires, Nuova Dehli, Dodoma, Roma, Città del Capo e oltre.  Christiane Gomes e Andreas Behn, rispettivamente coordinatrice e direttore dell’Ufficio di Brasile e Paraguay, alla presenza di Philip Degenhardt, vicedirettore e responsabile Esteri della Fondazione Rosa Luxemburg, hanno aperto l’assemblea plenaria per lanciare l’invito non solo all’analisi della situazione attuale, ma anche allo scambio di pratiche in dialogo con movimenti di base che si attivano per una visione radicale della democrazia, con varie forme di antifascismo in risposta agli attacchi allo stato di diritto, alla giustizia sociale e ai diritti umani. Al centro del programma, articolato in quattro filoni principali, ci sono stati: l’agenda per il cambiamento con la messa in discussione del ruolo dello Stato; la capacità di vincere le elezioni per costruire potere sociale; le risposte alle strategie dell’estrema destra; e infine le modalità di riscatto antifascista nel quadro più ampio di imperialismo, guerra e disordine globale. LEGGI ANCHE… ESTREMA DESTRA EJA EJA PROPRIETÀ Redazione Jacobin Italia UN’AGENDA PER IL CAMBIAMENTO Il confronto si è aperto con la discussione fra i referenti di tre dei maggiori paesi governati da forze progressiste in America Latina – Messico, Colombia e Brasile – come avanguardia del riscatto che intende attraversare anche le istituzioni rappresentative. Da qui l’analisi di una democrazia fragile e insidiata dalla crisi dei modelli neoliberisti, che porta a governi sempre più autoritari guidati da un’estrema destra che non cerca nemmeno più di presentarsi come una forza «civilizzata», proponendo politiche arroganti e spietate in senso turboliberista, fino a trasformare i propri leader in «general manager» che agiscono per interessi lobbistici, come nel caso degli Usa con il sequestro di Maduro per contrattare accordi sul petrolio venezuelano o come in Brasile nel «caso Bancomastro» con l’utilizzo di fondi bancari dei contribuenti nel finanziamento della campagna elettorale bolsonarista corredato da addebiti per corruzione. Per questo dal Messico è arrivata la proposta di sviluppare alternative adeguate in termini di leadership e organizzazione popolare, attraverso la formazione politica e la lotta pedagogica, oltre al recupero della memoria storica. Un approccio sostenuto anche da Donka Lakimova, referente del Pacto Historico colombiano, paese che ha registrato milioni di vittime nella lotta dei movimenti per l’autodeterminazione contro il narcotraffico e l’oppressione militare, che ha proposto di sperimentare un altro modello economico e di multilateralismo. Secondo la referente del Partito comunista cileno, Jeanette Jara, già Ministra del Lavoro del governo Borich e candidata alle ultime presidenziali, «l’ultradestra come fenomeno globale ordisce un arretramento dei diritti umani come di quello internazionale, in una sorta di risacca delle conquiste passate: una fase di backclash che genera nuovi mostri, fra impoverimento e insicurezza sociale e personale», in un ciclo politico perverso in cui addirittura «le classi popolari cilene, finora diffidenti verso la militarizzazione degli spazi pubblici dopo la dittatura, si trovano a chiedere una maggiore presenza di polizia almeno per una percezione di maggiore di tutela».  In un contesto di conflitti dilaganti a livello mondiale, di economia di guerra, che sempre più dirotta risorse dal welfare alle spese militari, particolare attenzione è stata dedicata alle crescenti diseguaglianze causate da politiche del lavoro e redistributive a dir poco perverse: alti livelli di produttività rispetto al passato, grazie al progresso tecnologico, con aspettative e condizioni delle nuove generazioni peggiori rispetto alle precedenti in termini di qualità e tempi di vita.  In più interventi è stato evidenziato come l’autoritarismo al potere e le organizzazioni fasciste siano da sempre fautori e profittatori di crisi, soprattutto nella «battaglia di idee», per scatenare «panico morale» con capri espiatori e presunti nemici sociali, strumentalizzati per nascondere le reali responsabilità nella gestione socio-economica. Una deriva evidente del resto anche nel caso italiano, con il governo Meloni che ha finito per sforare i parametri di bilancio europei anche per i costi smodati della costruzione di nuovi Centri per migranti in Albania.  Proprio per fronteggiare una corporazione di nazionalismi globali, sempre più coalizzata per far pagare alla classe lavoratrice e ai ceti popolari il costo degli extraprofitti delle multinazionali, come ricorda Will Stronge – co-direttore dell’Autonomy Institute inglese – una politica «pane e burro per la semplice creazione di nuovi posti di lavoro, non riesce a competere con il neocolonialismo in un’epoca caratterizzata dal riarmo e dal collasso climatico», con policrisi che richiedono un rinnovato internazionalismo dei lavoratori. In questo contesto la sicurezza sociale e l’equa redistribuzione sono le massime aspirazioni antifasciste, anche ponendo tetti ai prezzi delle abitazioni. In questo senso la Presidente del partito brasiliano Psol, Paola Coradi, ha parlato di discussione di «un nuovo ordine mondiale, mettendo al centro l’importanza di trovare falle nella narrazione fascistoide, per l’affermazione di un progetto di transizione ecologica e sociale, che passi dalla demilitarizzazione». Parlando di negazionismo sulla crisi climatica, Miguel Urban Crespo – giornalista ed ex eurodeputato del gruppo Left – ha spiegato come anche sul fronte ambientale sia crollata l’ultima ipocrisia capitalista sul sogno di crescita e fortune senza limiti, incarnato dall’agribusiness e dall’estrattivismo minerario nei piani delle destre al potere, a cui urge contrapporre la riconversione dal basso e la tutela dei beni comuni, cosa per cui è stata data solidarietà al progetto di reindustrializzazione ecologica del Collettivo di Fabbrica ex Gkn in Italia.  Di fronte alla portata della sfida sono quindi necessarie alleanze ampie, centrate sul piano della solidarietà e della giustizia sociale, così come sulle libertà collettive, anche «cercando di rilanciare la sindacalizzazione di persone ai margini, rafforzando socialità e dinamismo dei movimenti», come proposto dall’Eurodeputato della Linke, Vinzenz Glaser, referente della Commissione affari esteri, per resistere alla rimonta dell’estrema destra come quella dell’AfD nella Germania orientale. Un esempio di successo è stato condiviso da Grace Mausser, esponente dei Democratic Socialist of America (Dsa), rispetto alle risposte di massa ai provvedimenti intimidatori e persecutori di Trump sull’immigrazione, che hanno visto in molti Stati la mobilitazione di «una base sociale diversa ma non dispersa», fino all’elezione di un sindaco socialista come Mamdani a New York. LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi STRATEGIE CONTRO IL PANICO MORALE Fra le contraddizioni tipiche dell’estrema destra c’è il sovranismo solo propagandistico, mentre è plateale la sudditanza di molti sedicenti alleati all’agenda trumpiana, fra remigrazione, politiche mercantiliste e impoverimento della popolazione, di cui fanno le spese soprattutto donne, giovani e migranti, fra i soggetti più colpiti dagli imprenditori d’odio nello scatenamento di un «panico morale» dal carattere sempre più messianico e conservatore. La seconda edizione di Good Night Far Right ha avuto un approccio intersezionale, con il protagonismo delle rivendicazioni transfemministe in ottica decoloniale, per superare le frammentazioni nella sempiterna guerra fra poveri, che risente della propaganda dell’estrema destra sui diritti spacciati come privilegi particolari. Dirompenti in questo senso sono stati gli interventi di Celeste Fierro, coordinatrice della Global Sumud Flotilla, e di donne afrodiscendenti, come la Direttrice dei programmi strategici dell’Istituto Marielle Franco, Larissa Correia de Amorim, o come la deputata federale brasiliana Érika Hilton, che ha messo in guardia contro la strumentalizzazione femminile da parte di programmi patriarcali all’interno degli spazi di potere, o peggio ancora contro il tentativo di relegare le donne alla sfera domestica e riproduttiva, denunciando la combinazione fra diseguaglianze e violenze di genere come barbarie «da estirpare con una visione davvero transfemminista». Non c’è stata nessuna esitazione ad affrontare il genocidio in corso a Gaza, con la denuncia e la sfida aperta alla necropolitica devastante e disumana di autocrati come Nethanyau, definito il «padrino del gangster della politica globale, attualmente inquilino alla Casa Bianca» dalle parole dell’ex-Ministro di Cuba e Presidente della Casas de las Americas, Abel Prieto. Allo stesso panel il compagno della gioventù comunista nel Fronte di liberazione popolare della Palestina, Imad Touma, ha fatto notare le ricadute di «imperdonabili incoerenze della sinistra internazionale nel restare troppo poco incisiva di fronte al crescente etnonazionalismo e ai suoi imperdonabili crimini contro l’umanità, che hanno sterminato il 10% della popolazione palestinese negli ultimi anni», tanto da rilanciare il boicottaggio agli interessi sionisti con risposte eccezionali come uno sciopero generale globale. L’ultima giornata è stata quasi interamente dedicata alle sessioni pubbliche, che hanno aperto le porte di Casa Popular Carlito Maia, uno spazio polifunzionale animato da movimenti sociali sulla sovranità alimentare e la cultura di base, case editrici, una libreria e uno spaccio alimentare, sede del gruppo dei lavoratori rurali Armazém do Campo, legato al Movimento Sem Terra, che ha accolto al meglio le necessità logistiche della conferenza. Nelle assemblee conclusive che hanno affollato l’auditorium con una partecipazione diffusa, i contributi si sono concentrati sull’intreccio dell’estrema destra a livello globale e sui tentativi di criminalizzazione dell’antifascismo come rete terroristica. Catarina Martins – eurodeputata del Bloco de Esquerda portoghese – e Clara Bünger – vicepresidente della Linke al Bundestag – hanno raccontato la crescita dell’estrema destra nei rispettivi paesi con l’accondiscendenza complice delle compagini cristiane e liberaldemocratiche, che hanno votato congiuntamente la Direttiva europea sui Rimpatri sul modello dell’Ice negli Usa, rappresentando un cedimento della «linea tagliafuoco» per un fronte democratico antifascista. Il vicepresidente dei Democratic Socialist of America (Dsa), Ashik Siddique, ha condiviso un appello a organizzare l’ecosistema della sinistra radicale, mobilitandosi non per difendere lo status quo ma per rivendicare i diritti essenziali, come avvenuto con le manifestazioni di massa a Minneapolis, a cominciare dalla sanità universale come proposta dal nuovo sindaco di New York. L’auspicio cubano è stato invece quello di realizzare centri di resistenza culturale in tutta l’America Latina per contrastare la visione imperialista che disumanizza le popolazioni marginalizzate.  La conferenza ha innescato un processo di convergenza, permettendo un intenso scambio di esperienze a livello politico e personale, valorizzando risposte coordinate nella costruzione di alternative dal basso e pratiche di mobilitazione condivise, con la prospettiva di riscatto per la giustizia sociale, di genere e ambientale, capaci di invertire la tendenza e «mettere a letto» l’estrema destra. Con la consapevolezza generale che la notte sia più buia subito prima dell’alba. *Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo In Brasile la convergenza globale antifascista proviene da Jacobin Italia.
May 22, 2026
Jacobin Italia
Resettare il pensiero per fare nuovi mondi
SIAMO DENTRO UNA LUNGA TORMENTA, LO SAPPIAMO. IL DOMINIO DELLA GUERRA, SEMPRE PIÙ DIFFUSA E CAPACE DI PRESENTARSI CON VECCHI E NUOVI VOLTI, È SOFFOCANTE. ABBIAMO BISOGNO DI RIFUGI COLLETTIVI, SPAZI DI PENSIERO E DI AZIONE. L’ALFABETO CRITICO DI MOVIMENTI E RETI NON SEMBRA PIÙ ADEGUATO. VA RIPENSATA L”IDEA DI SCIOPERO, VANNO RIPENSATI I RUOLI DELL’UNIVERSITÀ E DELLA RICERCA, VANNO SPERIMENTATI SPAZI DI COMUNICAZIONE INDIPENDENTE DIVERSI, VANNO IMMAGINATE SCUOLE POPOLARI… APPUNTI DALL’INCONTRO DELLA RETE RESET, NATA DUE ANNI FA CONTRO LA GUERRA Foto di Adhitya Sibikumar su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Reset è una rete nata due anni fa contro la guerra; è parte del TSS (Transnational Social Strike) insieme a connessioni precarie, area politica che assume come motivo centrale del proprio intervento la condizione globale e precaria del lavoro contemporaneo e l’intreccio transnazionale tra patriarcato, sfruttamento, razzismo e rifiuto della guerra. Il libro pubblicato l’anno scorso Nella terza guerra mondiale (qui una recensione), il successivo incontro a Bologna e la partecipazione alle mobilitazioni per la Sumud Flotilla e il “No Kings day”, offrono uno sguardo inedito sul micidiale dispositivo planetario di guerra e genocidio che estende sempre più il regime di annientamento dei viventi. Martedì 19 nell’aula VI della facoltà di Lettere, all’Università “Sapienza” di Roma, Reset ha indetto un secondo incontro, che è stato importante e avrà ulteriori appuntamenti. La riflessione aggiornata sullo sciopero transnazionale, le produttive coincidenze di pratiche con i movimenti transfemministi, l’originale iniziativa della rete per fare “qualcosa di diverso”, così come fanno gli equipaggi di terra in mobilitazione permanente per il sequestro, il rapimento, la detenzione e le umiliazioni che stanno subendo gli equipaggi della Flotilla da parte degli atti criminali di Israele; l’intreccio perverso di università, ricerca e industria militare: l’intero orizzonte della politica mondiale di distruzione è stato percorso con la finalità di approntare strumenti concettuali che raccontino il mondo in maniera inedita. Il variegato panorama di associazioni, Ong, spazi sociali, singole, gruppi e collettivi e tanta società civile che, insieme alla “generazione Gaza”, ha animato i movimenti mondiali contro autoritarismi, nuovo fascismo bellicista e governo digitale della vita, prospetta la possibilità di altre forme di vita che possono fiorire nell’humus di una riflessione permanente, fatta di incontri, corpi e linguaggi da ascoltare e far parlare. Dal documento “Nel movimento che (non) c’è” (consultabile qui), la discussione si è incentrata su ciò che in qualche modo è da sempre mancato nelle pratiche dei movimenti: un’elaborazione filosofico-politica che indicasse i limiti della prassi nell’inseguire scadenze e iniziative nell’accelerazione imposta dall’esterno a rivendicazioni e conflitti. Il punto è infatti l’incapacità delle reti di incidere rispetto alle grandi trasformazioni della scena mondiale. La distruzione dell’ordine internazionale, l’istituzione del regime di genocidio di vite, risorse, creatività e pensiero, l’estensione di forme omicide di securizzazione dei territori, la cattura microfisica dei corpi tramite nazionalismo, familismo e patriarcato. Per questo è anzitutto necessario rompere i blocchi che impediscono un’immaginazione politica che invece movimenti e iniziative in questi ultimi due anni hanno promosso. Blocco è il “campismo” che riduce la produttiva complessità pratico-politica che si è espressa in questi anni alla presa di posizione univoca in un campo (con la Russia, con la Cina, con l’Iran…) secondo la logica che i nemici dei nostri nemici sono nostri amici. Blocco è la lettura “imperialismo – antimperialismo”, cieca alla radicale molteplicità caotica di prospettive sul mondo. Blocco è la visione totalizzante di mondi compatti, separati da frontiere di resistenza. Blocco è schiacciare tutto sul presente, evitando di produrre genealogie utili per generare un pensiero lungo, che scorra dalla fetida attualità globale alla restituzione di un avvenire come hanno indicato ultime e penultime generazioni. Per questo, la stessa idea di sciopero chiede di essere ripensata. La dimensione transnazionale sarà quella in cui rielaborare l’Europa, nella crisi irreversibile da riarmo dell’Unione Europea, e ciò vale per riscrivere il diritto e i rapporti tra territori, ambienti e popolazioni. Sarà questo il campo strategico di contrasto alla geopolitica degli stati nazionali e di un’immaginazione prospettica, incarnata e situata che preveda congiunzioni, non solo connessioni. In questa dimensione concettuale potrà esser pensato un Mediterraneo aperto in cui affondino remigrazione e guerra ai migranti di cui il razzismo di stato è espressione quotidiana. Un principio di riflessione storico-politica avrebbe al centro la destituzione delle identità consolidate, certo, in un processo lungo, che tuttavia non contrasta con il “tempo-ora” del buon vento, dell’occasione propizia. C’è bisogno di nuovi linguaggi e strumenti pratici, anzitutto nella comunicazione che, come rileva l’esperienza della Sumud Flotilla, ha bisogno di uscire dalle forme sintattiche usate all’”interno” di gruppi e collettivi e raggiungere spazi civici e luoghi pubblici abitati da popolazioni, sia in condizioni di agio che di disagio. Se “qualcosa cova sotto il caos e l’apparente deja vu” è da ripensare la “classe” e l’idea di “lavoro vivo” che oggi si esprime in luoghi diversi in modi diversi, trasformando la critica, l’inchiesta e le riflessioni che da più di sessanta anni più generazioni produttivamente hanno condotto. Ma la critica e l’inchiesta, se rimangono confinate nel perimetro emergenziale dei conflitti e non generano contro-condotte, si fissano ad anagrafiche generazionali che isteriliscono eventuali prospettive. D’altra parte, l’”intersezionalità” di sesso, classe, razza e identità collettive che garantisce alleanze tra corpi sulla superficie post-coloniale del mondo che la storia recente ci consegna, non intacca le rigide rivendicazioni identitarie ad un ambiente, ad un contesto, a un territorio. Sono da ripensare radicalmente il ruolo e la funzione dell’università e della ricerca. Dal prossimo anno il programma Horizon Europe raddoppierà il budget di 95 miliardi di euro e sarà la principale fonte di finanziamento dell’università. I tre pilastri su cui si fonda, ricerca di base e mobilità, collaborazioni per la “transizione verde” e le tecnologie, innovazione tramite start-up e PMI universitarie, intensificano l’alleanza tra ricerca, industria militare e nuove tecnologie. Demolire l’architettura tecno-industriale della ricerca e i partenariati con Eni e Leonardo si può, esercitando una critica serrata dell’accademia come servizio che risponde alle aspettative dei “portatori di interessi” (imprese, mercato del lavoro) e opera alla costruzione di “capitale umano”. L’alternativa è immaginare, cioè praticare l’università come un laboratorio di liberazione e di insubordinazione, con il rifiuto delle armi e della “difesa” che non è altro che riarmo; una università che disorienti rispetto a orientamento e competizione ricevuti da famiglie, scuola e media e che, di fronte all’erosione delle prestazioni di welfare, nella sanità, nell’educazione e nei servizi pubblici, ripensi con la ricerca a forme comuniali di “stato sociale”. Certo, oggi forme di vita e servizi comuni condivisi sono esclusi per principio, ma per studenti, studentesse, ricercatori, docenti, ripensare l’accesso a istituzioni pubbliche autonome all’interno e all’esterno della realtà accademica è più urgente di ieri, come lo è la costruzione di network di informazione, gruppi di ricerca e di discussione, scuole popolari, spazi di creazione artistica, ateliers storici, scientifici, linguistici e multimediali. Un’occasione per parlarne sarà il 13 giugno al Polo civico Esquilino ove Comune-info propone una riunione di redazione aperta. Il bisogno di luoghi di dibattito pubblico in connessione con altri mondi reali e attuali si estende e comporta uno sforzo. Lo sforzo, forse, consiste nel pensare l’impensabile, un po’ come pensava Walter Benjamin: “Avere una totale mancanza di illusioni nei confronti dell’epoca e ciò nonostante pronunciarsi senza riserve per essa”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Resettare il pensiero per fare nuovi mondi proviene da Comune-info.
May 21, 2026
Comune-info
Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante
Mancano solo il conte Dracula e i nazisti del XXI secolo a condannare il ministro israeliano Ben Givr e la sua parata aggressiva, con tanto di camicia nera, a uso del suo elettorato contro gli attivisti e le attiviste della Flotilla portati in Israele dall’esercito di Tel Aviv. Per il resto le parole di condanna di quelle immagini che tutti abbiamo visto provengono da ogni angolo dello spettro politico. Dalla tribuna più autorevole, la presidenza della Repubblica italiana, che ha ha parlato di  «trattamento incivile inflitto a persone fermate illegalmente in acque internazionali, che tocca un livello infimo ad opera di un ministro del governo di Israele», fino alla presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri che, in modo congiunto nel corso del vertice con il premier indiano, Modi, hanno guardato il video e definito «inaccettabile ed esecrabile» quanto fatto da Israele nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla. «Non so che altri termini poter utilizzare per quello che è accaduto…» ha detto Tajani. «È una violazione dei diritti di ogni persona anche perché [gli attivisti] non sono terroristi, né persone che hanno commesso dei reati. Sono stati presi illegittimamente fuori delle acque di Israele, non erano armati, non avevano intenzioni violente. Poi uno può essere più o meno d’accordo sull’iniziativa, ma non è perché uno è d’accordo o meno che si possa fare quello che è stato fatto. Non è successo davanti alle acque di Israele o davanti alle acque di Gaza. È successo vicino Cipro e questo per noi è una violazione del diritto internazionale, ma soprattutto siamo indignati per quello che abbiamo visto nel video». E addirittura gli Stati uniti prendono le distanze: «La flotilla è stata una stupida bravata, ma Ben Gvir ha tradito la dignità della sua nazione. Atti spregevoli», ha scritto su X l’ambasciatore Usa in Israele, Mike Huckabee.  Israele, insomma, sembra averla fatta grossa anche perché a condannare Ben Givr sono stati lo stesso Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri israeliano che, sostanzialmente, hanno rimproverato il loro ministro, colono e fascista, di aver provocato una situazione «che non serve a Israele». Ma è proprio così, si tratta di una resipiscenza, di una svolta negli atteggiamenti occidentali e di Israele? Qualcosa che potrebbe mutare, se non la situazione sul campo, almeno il clima politico? Se così fosse si tratterebbe di un successo esclusivo della Flotilla che, nel silenzio della politica occidentale e nelle infamie e umiliazioni subite – risuonano ancora le parole pronunciate dal presidente del Senato Ignazio La Russa sulla «fortuna» di essere catturati: proprio il partner ideale per Ben Givr – ha tenuto il punto centrale di questa missione: accendere i riflettori su Gaza e, ovviamente, su Israele, sull’occupazione e la violenza esercitata, non più solo a Gaza ma ormai anche nel sud del Libano.  Questa natura della missione viene spesso dimenticata e accantonata da un’informazione alla ricerca del gossip e del falso – come ad esempio l’assenza di beni di conforto per Gaza o i presunti legami con Hamas o il terrorismo islamico – mentre si tratta esclusivamente di dare sostegno, materiale ma anche politico e ideale, alla condizione palestinese. Che fosse così lo si è visto chiaramente con la prima missione, anch’essa spazzata via con le armi e i soldati da Israele, che ebbe il grande merito di rendere la situazione della Striscia un’emergenza mondiale e di attivare una mobilitazione che non si era più vista da anni. Tanto che non è un caso se la buffonata trumpiana del Board of Peace – di cui non si hanno notizie e da cui nulla di concreto è venuto per i palestinesi – sia emersa proprio dopo il clamore generato dalla Sumud Flotilla e dalla generosa solidarietà attivata da quelle barche. La Flotilla quindi è finora servita, e si tratterà di trarne con la dovuta attenzione e intelligenza tutte le lezioni nelle iniziative dei prossimi giorni e settimane. Ma non bisogna ovviamente illudersi sulla sostanza. Le parole di condanna a Israele, mosse dall’evidente brutalità ostentata dal ministro guerriero e dalla necessità di prenderne le distanze, non è l’anticamera di un cambio di politica generale. Certamente non di Israele che continua a rivendicare l’assalto alla Flotilla, stavolta anche con colpi di fucile, sia pure non letali, sparati contro gli attivisti, come una legittima difesa da azioni terroristiche. Confessando così che è la stessa esistenza in vita de palestinesi, oggetto di iniziative di solidarietà, a rappresentare per lo Stato ebraico una minaccia esistenziale. Quale modo più esplicito di dichiarare la sostanza del sionismo israeliano nel tempo presente e il potenziale annullamento di un intero popolo che questo persegue? LEGGI ANCHE… «FLOTILLA È CONFLITTO SOCIALE E MUTUO AIUTO» Salvatore Cannavò - Dario Salvetti Ma nemmeno in Europa si intravedono novità palingenetiche. Non è un’organizzazione di sinistra radicale o dell’associazionismo «pro-Pal» più estremo a dichiarare che «la Flotilla debba essere ritenuta come un vero e proprio luogo profetico poiché testimonia la volontà di non arretrare rispetto alla difesa della dignità e dell’integrità della persona umana» e a chiedere «al nostro Governo e al Consiglio europeo una chiara ed inequivocabile condanna dell’atto di pirateria ai danni dei cittadini imbarcati sulla Flotilla e l’applicazione di sanzioni serie e sistematiche nei confronti di Israele a partire dal blocco completo del commercio di armi e, senza esitazione, dei rapporti in campo militare». Si tratta invece delle Acli, l’associazione cattolica dei lavoratori che esprime con poche semplici parole tutto quello che andrebbe fatto e quello che invece non sarà fatto. A partire dal governo italiano.  Da questo punto di vista è molto positiva l’iniziativa che si terrà a Roma alla Città dell’Altra Economia il prossimo 27 maggio, «Justice For Palestine», per rappresentare il milione e 200mila persone che hanno sottoscritto l’appello per bloccare l’accordo tra Ue e Israele: di queste firme 270mila sono italiane. L’iniziativa è promossa dall’Alleanza della Sinistra Europea per i Popoli e il Pianeta (Ela) – European Left Alliance, «un partito politico europeo che unisce i partiti della sinistra verde e femminista impegnati nella difesa del diritto internazionale» e di cui per l’Italia fa parte Sinistra italiana. Ma non si tratta di una questione di sigle o di simboli, quanto della sostanza delle prese di posizione per fermare Israele. Sanzioni, rottura di accordi, isolamento internazionale, boicottaggio, rappresentano le «armi» simboliche per cercare di insistere sugli orientamenti e gli atteggiamenti di un paese – non solo di un governo – che ha deciso di divenire il paria mediorientale nonostante enfatizzi sempre la propria natura democratica. Non basta avere libere elezioni, formare un governo in Parlamento o garantire un funzionamento accettabile della giustizia: occorre anche rispettare le leggi internazionali, porre dei limiti al dominio militare e, più sobriamente, evitare di dare vita a un genocio di carattere storico come quello consumato a Gaza. Questa svolta oggi appare davvero complessa. Nonostante i suoi consensi siano in progressivo declino, Donald Trump tiene il filo di una politica estera e militare che non sembra cambiare nella sostanza, anche se le forti indecisioni nei confronti dell’Iran caratterizzano le quotidiane dichiarazioni e prese di posizione. Il problema è che i rapporti internazionali sono dominati da un aspetto sempre troppo sottovalutato: l’estrema fragilità economica e finanziaria degli Usa. Un paese dalla debolezza industriale sempre più marcata, con un debito pubblico arrivato al 137% del Pil e che ammonta a ben 40 mila miliardi, un deficit commerciale di circa 1.000 miliardi, che ha bisogno di conservare la centralità della sua moneta per sostenere e non far vacillare il gigante che è ancora. Ma questo oggi sembra possibile solo con una politica di potenza militare per fronteggiare soprattutto il concorrente estremo: la Cina. Paese da cui Trump si è presentato, non casualmente, con toni morbidi e dialoganti proprio perché bisognoso della sua benevolenza. E se l’esito della guerra con l’Iran è avvolto nella totale incertezza, il sostegno Usa a Israele non verrà mai messo in discussione: si tratta di una relazione indistruttibile a meno di profondi cambiamenti nella politica israeliana – si dovrebbe votare a settembre – e in quella statunitense – a novembre ci sono le elezioni di Midterm, che però non incidono direttamente sulla Casa Bianca, ma ne condizionano i poteri.  Si tratta quindi di lavorare ancora molto in profondità per incidere sulla situazione di guerra mediorientale e sulle condizioni di vita a Gaza. Dove i paesi occidentali stanno accumulando record di vergogna morale inusitati e mai registrati prima. E oltre all’assenza di condanna di Israele, va anche ricordato che se un essere «spregevole» come Ben Givr ha fatto quello che si è visto, è anche perché la Flotilla è stata infangata in ogni modo possibile, a partire dal governo italiano. Ma in realtà si tratta di un problema secondario. Mentre ci indigniamo, e siamo avvolti dall’ira, per il modo in cui sono stati trattati i volontari e le volontarie della Global Sumud Flotilla, non possiamo nemmeno per un attimo dimenticare qual è il vero crimine commesso da Israele e dai suoi alleati: quelle tende strappate di Gaza, quei campi profughi accanto alle case sventrate, la fame e l’assenza di cure cui il tanto decantato Occidente, così orgoglioso delle sue «radici ebraiche e cristiane», assiste senza muovere un dito. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023). L'articolo Ci voleva la Flotilla per capire che Israele è ripugnante proviene da Jacobin Italia.
May 21, 2026
Jacobin Italia
L’uomo che resta. Cospito e i libri – di Luigi Vergallo
In casa mia si raccontava una storia che riguardava il Ticinese, il nostro quartiere, e uno degli uomini che lo abitavano. Quest’uomo era conosciuto da tutti e lo conosceva bene anche la mia famiglia. Non entra in questo mio scritto, dunque, né come un personaggio astratto, né come una funzione narrativa. Era un uomo [...]
May 20, 2026
Effimera
Sul declino degli Stati Uniti
SE DOBBIAMO RAGIONARE DEL DECLINO DEGLI USA E DELLE SUE CONSEGUENZE, FACCIAMOLO CON IMMANUEL WALLERSTEIN, CHE NE PARLAVA GIÀ NEGLI ANNI SETTANTA, NON CON LA GRAMMATICA DELLA GEOPOLITICA MA PARTENDO DALLE LOTTE POPOLARI. L’INIZIO DI QUEL DECLINO, HA DETTO, È STATA LA “RIVOLUZIONE MONDIALE DEL 1968”. CON ECCEZIONALE LUCIDITÀ, HA POI IMMAGINATO DIVERSE COSE SU QUANTO SAREBBE ACCADUTO TRA IL 2025 E IL 2050… Primo maggio, San Francisco. Foto di Chris Carlsson -------------------------------------------------------------------------------- Negli ultimi anni, si sono moltiplicati gli analisti che si definiscono “geopolitici”, dediti all’interpretazione della realtà globale e, in particolare, delle relazioni interstatali tra le grandi e medie potenze. Anche all’interno dei movimenti di base, la tentazione geopolitica è presente, portando alcuni a schierarsi con la Cina o la Russia, mentre altri hanno optato per l’Iran, senza considerare la difesa del popolo (non dei governi) contro l’aggressione imperialista. Molti analisti geopolitici parlano costantemente del declino degli Stati Uniti, che a loro dire è un processo inevitabile destinato a culminare nel breve termine, persino durante la guerra contro l’Iran. Le presidenze di Donald Trump sembrano alimentare questa tendenza, in modo che il breve termine, l’immediatezza, ci impediscano di vedere il lungo processo di declino che non è cominciato ieri e non finirà domani. In contrasto con queste opinioni, che spesso sostituiscono un’analisi rigorosa, si distingue Immanuel Wallerstein per aver saputo farsi promotore di una prospettiva di lungo termine, ispirato da uno dei suoi mentori, Fernand Braudel. In più di un’occasione, lo storico francese ha detto che gli eventi sono polvere, contrapponendoli al lungo termine (la lunga durata), che, a suo dire, è la prospettiva dei saggi. Esaminerò alcuni dei contributi più importanti di Wallerstein, concentrandomi su due opere: The United States and the World: Yesterday, Today and Tomorrow, del 1992, e Peace, stability and legitimacy: 1990-2025/2050 del 1994. Il primo punto è che coloro che oggi parlano fino alla nausea del declino degli Stati Uniti dovrebbero sapere che Wallerstein iniziò ad analizzarlo già negli anni Settanta e che nei due decenni successivi si dedicò ad approfondire questa convinzione. Se fu in grado di prevederlo con così largo anticipo, non fu per ragioni ideologiche, bensì osservando i cicli storici di nascita, maturità e declino di tutte le egemonie globali negli ultimi cinque secoli. Ciò lo ha portato ad affermare che il periodo compreso tra il 1990 e il 2025/2050 “sarà molto probabilmente un periodo di poca pace, poca stabilità e poca legittimità”. Di conseguenza, il sistema-mondo (un altro dei suoi contributi concettuali al pensiero critico) entrerà in un periodo di caos sistemico che provocherà molteplici biforcazioni, e l’equilibrio verrà ristabilito quando uno dei percorsi prevarrà e si raggiungerà un nuovo ordine sistemico. Il secondo punto che voglio sottolineare è che Wallerstein individuò l’inizio del declino degli Stati Uniti e del sistema-mondo capitalista nella “rivoluzione mondiale del 1968”, un concetto da lui stesso coniato, che ha il grande pregio di collocare la causa del declino dell’impero nelle lotte di classe, nelle lotte popolari e in varie forme di oppressione, e non nella competizione tra potenze, come tendono a fare gli analisti geopolitici contemporanei. Non si tratta solo di una questione politica, ma fondamentalmente etica e di coerenza analitica, poiché egli aderiva alla massima di Marx sulla centralità delle lotte di classe nella storia dell’umanità. Questo era un tema che prendeva molto sul serio e che permeava la sua visione del sistema, il quale, a suo avviso, non sarebbe crollato a causa di presunte leggi economiche, crisi di sovrapproduzione o limiti ambientali e sociali desiderati, bensì per l’organizzazione e la resistenza di coloro che si trovavano alla base della piramide sociale. In terzo luogo, negli anni ’90, comprese che le avanguardie non erano più necessarie e che l’unità e la struttura verticale delle forze emancipatorie avrebbero rappresentato un ostacolo ai cambiamenti necessari. Infatti, nel primo dei testi citati, sosteneva che, a lungo termine, i movimenti “servivano più a sostenere il sistema che a minarlo”. Le sue analisi abbracciavano il sistema nel suo complesso, inclusa la “geocultura” liberale nata sulla scia della Rivoluzione francese: l’insieme di idee, valori e norme culturali che sono alla base del sistema-mondo capitalista e che iniziò a incrinarsi intorno al periodo della rivoluzione del 1968. Tra le sue osservazioni chiave, ha sottolineato che la piramide antisistemica che chiamiamo centralismo democratico era alla radice della deriva capitalista dei movimenti emancipatori. Nei primi anni ’90, previde guerre nucleari locali, un tema che solo ora sta entrando nel dibattito, e una “nuova peste nera” che non avevamo ancora previsto. Stabilì connessioni tra la proliferazione di nuove malattie, come l’AIDS, e il crollo dello Stato, in un’analisi che suggeriva che non si trattasse di diverse crisi, ma di un’unica crisi con molteplici manifestazioni. Per concludere, scelgo una delle sue affermazioni più profonde. Disse che la parte superiore del sistema si sta espandendo e che potrebbe emergere un sistema con ampia libertà per la metà superiore e significativa oppressione per la metà inferiore. Questo sarebbe un sistema stabile: “un paese metà libero e metà schiavo”, ma che, proprio per la sua stabilità, potrebbe durare a lungo. Non è forse proprio questo ciò che il progressismo sta costruendo? -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sul declino degli Stati Uniti proviene da Comune-info.
May 16, 2026
Comune-info
Scene di basso impero – di Gianni Giovannelli
La stragrande maggioranza degli uomini di potere si fa facilmente e regolarmente    trascinare dalla stupidità a ripetere i crimini dei predecessori e torna a commettere con tutta disinvoltura gli stessi errori del passato Procopio di Cesarea  (Anekdota, Carte segrete, trad. L.R. Cresci Sacchini)   La figura di Donald Trump, sempre in bilico fra il [...]
May 12, 2026
Effimera