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Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Genova 2001, il futuro che avevamo davanti
Venticinque anni dopo il G8 di Genova, il rischio più grande non è l’oblio. È la semplificazione. Per un quarto di secolo Genova è stata raccontata soprattutto attraverso le sue ferite: l’omicidio di Carlo Giuliani, la mattanza della Diaz, le torture di Bolzaneto, le cariche indiscriminate, le false prove, i […] L'articolo Genova 2001, il futuro che avevamo davanti su Contropiano.
July 19, 2026
Contropiano
Quel che resta di Genova
Nel ventesimo anniversario dalle giornate di Genova, sull’Espresso apparve l’editoriale del direttore Marco Damilano, in cui si diceva che si era trattato di «un ‘68 durato 48 ore». Secondo Damilano, infatti, la traumatica repressione di quei giorni determinò «il riflusso di chi aveva allora venti o trent’anni e che non ha più voluto sapere di un’impresa collettiva dopo l’incontro con la politica e con le istituzioni violento e bugiardo». A distanza di cinque anni da quell’articolo e da 25 anni da quei giorni si potrebbe anche pensare che di Genova non sia rimasto nulla, se non l’indignazione e la rabbia delle 48 ore successive. Non è stato così. C’è una lunga lista di eventi e di concatenazioni di movimenti che lo dimostra e ne faremo una rapida elencazione. Ma la questione su cosa sia davvero rimasto, a che livello, che dinamiche siano potute vivere e quindi quanto è attuale Genova, che significa chiedersi quanto sia attuale il movimento «no-global» e la stagione dei Social forum, è sicuramente più complessa. Che Genova non sia stata archiviata in 48 ore lo dimostra la forza che si scatenò subito dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti decisero di rispondere all’attacco sulle Torri gemelle con la nuova guerra infinita. Dall’ottobre del 2001 al 15 febbraio 2003 si manifestò una delle stagioni più intense del movimento contro la guerra, figlio esattamente di Genova e delle alleanze costruite nelle piazze e nei social forum. E ancora, nel 2002, proprio in Italia, a Firenze, si tiene il primo Social forum europeo che vede una manifestazione conclusiva di almeno centomila persone. Portandosi dietro anche la Cgil, che invece prima si era tenuta alla larga. I Forum sociali europei si organizzarono, con successo, anche nel 2003 e nel 2004 a Parigi e Londra e in tutti questi appuntamenti si condensano le due coordinate di quel movimento: il no al liberismo e il no alla guerra. Ed è abbastanza comprovato che in Italia la forza di quei movimenti si riversò nella striminzita vittoria dell’Unione del 2006 e nella nascita del secondo governo Prodi. Che poi questo produsse la rottura con quelle istanze di fondo e quindi un riflusso durato anni è un’altra storia, ma comunque documentata dalla giornata del 9 giugno 2007 quando il movimento contro la guerra si divise per la venuta in Italia di George W. Bush. La battuta di arresto più generale, però, è data dalla crisi del 2007-2008 che non vede azioni unitarie contro la gestione di quella crisi da cui invece nasce una fase più centrata sugli equilibri nazionali che sulle alleanze internazionali. Ma scampoli di social forum, di convergenze unitarie, di denuncia delle politiche neoliberiste si avranno nelle «primavere arabe» del 2010-2011, e poi nei movimenti contro l’austerity in Europa, dalla piazza degli Indignados alla Puerta del Sol di Madrid fino a piazza Syntagma ad Atene. In realtà si riproduce anche a Roma, il 15 ottobre del 2011, proprio a opera dei soggetti che avevano costruito le giornate di Genova, che diventano però il bersaglio da spezzare da parte di settori del movimento che non volevano avallare quel tipo di convergenza. LEGGI ANCHE… GENOVA GENOVA NON DURÒ 48 ORE Giulio Calella E poi c’è Occupy Wall Street (Ows), la piazza più chiaramente esplicita contro le cause della crisi del 2007 e soprattutto contro la sua gestione a sostegno delle banche, a opera dello stesso governo Obama. Quel movimento di fondo, iniziato alla fine degli anni Novanta, che mette in discussione la gestione del capitalismo, si ripropone in forme diverse, ma tali da costituire la base per il rilancio delle idee e delle politiche socialiste negli Stati uniti. Senza Ows, infatti, non si capirebbe il successo delle due campagne di Bernie Sanders alle primarie Dem del 2016 e 2020, e poi successi come quelli di Zhoran Mamdani e di altre candidate dei Dsa alle primarie più recenti. Non si tratta di sostenere che ogni movimento sia nato dopo il 2001 abbia un debito di riconoscenza con l’ondata no-global. Anzi, probabilmente occorre analizzare i punti di rottura che con quella fase avranno i due più grandi movimenti mondiali degli ultimi anni: Ni una menos che inizia in Argentina e in Spagna e poi dilaga anche in Italia e Fridays for future, rappresentato simbolicamente dal personaggio Greta Thunberg. Però, dalle dinamiche no global, tutti questi movimenti hanno ormai interiorizzato la dimensione internazionale, il metodo delle alleanze, anche nazionali, e quindi le convergenze e in ogni caso sempre la critica antiliberista è la chiave che spiega le mobilitazioni, compreso il loro successo. Quel metodo è oggi ravvisabile nella mobilitazione internazionale più importante e densa di significato, la Global Sumud Flotilla, che a differenza dei social forum ha una pratica mutualistica a darle senso e una alleanza internazionale nettamente sbilanciata nel sud del mondo, cosa che nonostante gli sforzi dell’epoca, i Social forum, a guida europea-latinoamericana, non hanno mai avuto in modo significativo. E poi c’è l’esperimento No Kings – che non a caso terranno proprio il 18 luglio la loro assemblea nazionale a Genova – che ripropongono lo stesso metodo di lotta, la voglia di parlare non solo alle cerchie ridotte dell’anticapitalismo, ma di farsi capire da larghi strati, negli Usa come in Italia. E si vedrà se questo esperimento riuscirà a imprimere un’efficacia sociale – di lotte articolate, pratiche solidali e mutualistiche, piccole vittorie parziali – alla propria convergenza politica così come sarà anche chiamato a dimostrare la propria capacità autonoma rispetto alle forze politiche che, come nel 2006, già tendono le braccia per intestarsene i successi. Proprio per questo, quello che è interessante e utile analizzare oggi è il grado di permeabilità della politica generale alle istanze che segnarono le giornate di Genova e che tanta eco oggi hanno sulla stampa mainstream allora tutta schierata contro quel movimento e tutta intenta a segnalarne le derive estremiste e pericolose. Insomma, possiamo dire che Genova alla lunga ha segnato la fase successiva oppure è stata sepolta in un cumulo di errori e di travisamenti, sia da parte della politica che dei movimenti sociali e sindacali? Sul piano politico, la risposta sembra netta. La sinistra post-Genova è stata in gran parte spazzata via oppure si è modificata profondamente. Prendiamo i tre paesi che hanno rappresentato forse il grado più alto di relazione tra partiti e movimento no-global tra il 1999 e il 2003, Francia, Brasile e Italia. In Francia, il rapporto con i movimenti era appannaggio del Pcf e della allora Lcr, oggi Npa, grazie in particolare al loro ruolo nei movimenti sociali. Il Brasile si è talmente identificato con il Social forum da vedere l’intervento di Lula nella piazza antistante l’evento del 2002 propedeutico poi alla sua prima grande vittoria elettorale. In Italia, c’era Genova, ovviamente, e il ruolo di Rifondazione comunista e in parte della sinistra Ds e della sinistra Cgil che lavoravano insieme. Proprio l’Italia rappresenta l’esempio peggiore: il movimento, dopo la vittoria elettorale del 2006 si inabissa e si divide e la sinistra politica viene spazzata via dal Parlamento alle elezioni del 2008, come ricompensa della propria prestazione di governo. La Francia vede una crisi verticale del Pcf mentre la sinistra più radicale, l’Npa, si incamminerà verso una propria crisi che produrrà scissioni, disorientamenti, entrambe poi sorprese dall’emersione improvvisa e vincente del fenomeno Mélenchon e della sua France Insoumise. In Brasile, il Pt al governo si piegherà ai diktat del capitalismo e subirà la scissione del Psol, oggi un solido partito della sinistra che critica Lula anche se di fatto lo sostiene al governo. Insomma, le speranze nate nel periodo tra il 2001 e il 2003 erano ben altre, erano quelle cioè che nascessero soggetti politici di dimensioni importanti e in grado di declinare le due coordinate no-global: il no alla guerra e il no al liberismo. In Italia la suggestione di creare un soggetto antiliberista di quel tipo fu discussa e da tempo l’allora segretario del Prc, Fausto Bertinotti, ammette che l’errore principale del suo partito fu proprio quello di non sciogliersi in un nuovo soggetto politico. E invece, come riflesso diretto della sconfitta di quel movimento – che non ha modificato i rapporti di forza internazionali e, tranne alcuni paesi dell’America latina, non ha sperimentato il governo nazionale (e quando l’ha fatto ha prodotto anche dei disastri) – in Italia, ad esempio, abbiamo subito a sinistra una gestione politica che ha prodotto leader come Walter Veltroni, Matteo Renzi, Enrico Letta-Mario Draghi e quando c’è stata una parziale discontinuità, ad esempio con Pierluigi Bersani, questa ha prodotto il… governo Monti. Solo con Elly Schlein si realizza un apparente spostamento anche se fortemente ipotecato dalla componente di destra del Pd. Alla sinistra di questo, invece, abbiamo visto la ricomposizione dell’asse rosso-verde rappresentato da Avs che si presenta però soprattutto e innanzitutto come cartello elettorale e non come espressione di un radicamento sociale. Mentre ancora più a sinistra osserviamo una crisi verticale di Rifondazione e una presenza come Potere al popolo che non sembra poter o voler andare oltre il suo corpo militante. La continuità con Genova non è quindi una priorità in Italia. Così come non lo è in Brasile, Francia o Spagna dove la sinistra si è scossa soprattutto per effetto del movimento Indignados e per la particolare traduzione politica di quel «populismo di sinistra» tanto caro a intellettuali come Ernesto Laclau o Chantal Mouffe. In effetti, la sinistra politica dopo la crisi del 2007-2008 ha saputo orientarsi, e declinarsi, soprattutto a livello nazionale, sulla spinta della crisi e sulle risposte urgenti che queste richiedevano. Ma il suo esperimento più rilevante, audace per certi versi, il governo Tsipras in Grecia, nell’isolamento complessivo e nella imprecisione degli obiettivi si è risolto in un fallimento tale che oggi la sinistra greca proveniente da Syriza è divisa almeno in quattro o cinque partiti. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI IL METODO FLOTILLA CURA LA «SINDROME GENOVA» Salvatore Cannavò Quello che di positivo, però, può essere recuperato è che in fondo a Genova «avevamo ragione noi» e che quella critica al neoliberismo e alle leggi inossidabili del mercato si è rivelata giusta. E a riproporle oggi, quelle idee, hanno una certa cittadinanza. La sinistra riformista non ha abbandonato del tutto le tentazioni liberiste: si pensi al fallimento di Keir Starmer in Gran Bretagna, alla stagnazione socialdemocratica in Germania, alle giravolte suicide del Ps francese. Ma ci sono anche segnali di un recupero di critica come si è visto nella Mobilitazione globale progressista di Barcellona, guidata dal premier spagnolo Pedro Sánchez, di qualche mese fa. Qualcosa si intravede nel Pd di Schlein, anche se in forme troppo timide, e si vedrà se il cambio della guardia nel Labour britannico produrrà dei cambiamenti visibili. Insomma, la critica antiliberista ha maggiore cittadinanza ma non ha ancora occupato il centro della scena a sinistra e le formazioni più radicali, si pensi alla France Insoumise, devono ancora condurre una battaglia di offensiva, spesso delegittimate e criminalizzate, ad esempio per le posizioni anti-israeliane oppure ostili alla guerra, compresa quella in Ucraina.  Se c’è un filo rosso che si può trarre da Genova fin qui è questa legittimità della critica, la giustezza dell’analisi e la bontà del metodo della convergenza che non a caso è stato messo al centro della più grande mobilitazione operaia avutasi in Italia, quella della Gkn. Da quel movimento ha beneficiato certamente la Cgil che dopo le attitudini concertative rappresentate molto bene dalla prima fase della segreteria di Sergio Cofferati vede un cambiamento di strategia proprio nel 2002, con la grande manifestazione a Roma del 23 marzo e vedrà poi una internità alla dimensione globale dei movimenti che nutre all’inizio l’approccio della Fiom, la categoria più combattiva e spostata a sinistra, ma che si espande anche in altre categorie, come la Flc. La segreteria Fiom di Maurizio Landini, ad esempio, fa proprio il metodo della «coalizione sociale» tra il 2010 e il 2015 valorizzando proprio una dinamica di convergenza con i movimenti che solo in parte verrà riproposto con la sua segreteria della Cgil dal 2019. Ci sarà l’esperienza della Via Maestra che sembra più efficace su temi istituzionali e costituzionali, ma meno profonda sui temi sociali più caldi, a partire da salario e precarietà. Ma la Cgil in ogni caso, a meno di ripensamenti successivi all’uscita dalla segreteria di Landini, è forse il soggetto che più ha risentito di quella stagione di movimento. E poi ci sono le associazioni, i movimenti, diversi tra loro, che esistevano allora, che hanno resistito, che oggi riemergono con l’iniziativa No Kings, in larga parte sovrapponibile con quello che si mobilitò nei primi anni 2000. E, a conclusione di questa panoramica, si può dire che il filo rosso della continuità e della perseveranza sia  stato tenuto proprio da questi soggetti, a fasi alterne, con prestazioni diverse tra loro, ma con una capacità di tenere il punto e il passo. Oggi abbiamo strutture come l’Arci, gran parte del mondo dei centri sociali, nel tempo evoluto, settori di sindacalismo, Cgil e non, movimenti nuovi come Non una di meno, l’ecologismo, il mutualismo conflittuale, che sperimentano – anche qui a fasi alterne – il metodo della convergenza e che tengono vive le critiche al neoliberismo e alla guerra articolando programmi per un’alternativa.  La continuità di Genova è soprattutto in questa vitalità residua che aspetta ancora, però, di legarsi alla nuova generazione che al tempo di Genova non era ancora nata. Questa nuova generazione politica ha fatto il suo primo debutto in piazza nelle giornate di solidarietà con la Global Sumud Flotilla, ha sperimentato le dinamiche della politica con il voto al referendum nel marzo 2026, ha messo alla prova la propria indignazione e sta cercando di capire come dispiegare la propria volontà di impegno sociale. Che non vorrà dire automaticamente impegno politico o elettorale come in molti si illudono.  Sta alle scelte che faranno i movimenti sociali organizzati, alla difesa della loro autonomia, alla capacità di mantenere viva la critica e, anche, di costruire un immaginario di cambiamento, che una nuova fase politica potrà nascere recuperando quel patrimonio di 25 anni fa e dandogli così gambe nuove. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).  SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Quel che resta di Genova proviene da Jacobin Italia.
July 18, 2026
Jacobin Italia
L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo
GENOVA È STATA PER MOLTI E MOLTE UN SEGNALIBRO CHE ABBIAMO APPOSTO ALL’INTERNO DELLE NOSTRE VITE. IN QUELLE STRADE SI SONO INCONTRATI DUE SECOLI: IL NOVECENTO DEI PARTITI E DEI SINDACATI ORGANIZZATI, CON LA SUA GRAMMATICA DI RAPPRESENTANZA E CONFLITTO, E IL DUEMILA DELLE LOTTE IN UN CAMPO NUOVO, TRANSNAZIONALE, SENZA CONFINI, PRIVO DI UN CENTRO E PROPRIO PER QUESTO DIFFICILMENTE ADDOMESTICABILE. LA DIAGNOSI DEL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI FU LUCIDA QUANTO ANTICIPATRICE. UNA RIFLESSIONE A PARTIRE DAL LIBRO DI LORENZO GUADAGNUCCI, CHIEDO SCUSA SE VI PARLO DEL G8 DI GENOVA -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Ho appena finito di leggere il nuovo libro di Lorenzo Guadagnucci, Chiedo scusa se vi parlo del G8 di Genova (Altreconomia), e mi ritrovo a fare i conti con un groppo alla gola e un nodo allo stomaco asfissiante. Ogni giorno che passa si avvicina sempre di più la data sul calendario che ci ricorda che saranno trascorsi 25 anni dal G8 di Genova 2001. In tutti questi anni Genova mi ha perseguitato, mi ha tolto il sonno, ha scandito la mia vita da militante, mi ha ricordato, ogni volta che ho messo piede in una piazza per rivendicare un mondo migliore per me stesso e per chi mi succederà dopo, che quei tre giorni del 2001 continuano a presentarsi al banco della storia a chiedere il conto di quello che siamo stati e non siamo stati in questi venticinque anni. Ho cercato a lungo di fare pace con quella stagione, l’ho vissuta, l’ho studiata e ristudiata, l’ho approfondita, ne ho divorato ogni aspetto dell’analisi, me la sono portata finanche davanti a una commissione di laurea, ha innervato la mia formazione politica e alimentato la linfa della mia militanza nei partiti. Non ci sono riuscito e non ci riesco, come non ci riescono tanti compagni e tante compagne, perché tutto ciò che si sta verificando oggi, nel terribile e orribile mondo di oggi, è figlio della vittoria militare del potere costituito contro il movimento dei movimenti che espresse la più feroce, articolata e scientifica critica della globalizzazione neoliberista. E spesso, durante questi venticinque anni, ho parlato di Genova e di cosa fosse quel movimento, chiedendo scusa se ogni ragionamento partisse da lì, come se ne fossi ossessionato. Lorenzo Guadagnucci ha ricomposto i miei pensieri e, con questo bellissimo libro, mi sento meno solo nel chiedere scusa se parlo ancora del G8 di Genova 2001. Scorrendo le pagine, la sensazione che ne ricavo è che Genova è stata un segnalibro che abbiamo apposto all’interno delle nostre vite, e che abbiamo perso e mai più ritrovato, il punto in cui una generazione aveva collocato la propria narrazione prima di smarrirne la direzione. Ma quella direzione va ripresa, perché oggi paghiamo il prezzo di quello smarrimento. Genova 2001 è stata lo spartiacque storico, culturale e politico più importante del lungo Novecento, seconda, io dico, solo al crollo dell’Unione Sovietica dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. In quelle strade si incontrarono due secoli: il Novecento dei partiti e dei sindacati organizzati, con la sua grammatica di rappresentanza e conflitto, e il Duemila delle lotte in un campo nuovo, transnazionale, senza confini, privo di un centro e proprio per questo difficilmente addomesticabile. Il cosiddetto movimento dei movimenti non fu un soggetto unitario, e la sua coesione era in parte negativa, costruita più contro un avversario riconosciuto che attorno a un progetto condiviso. Ma la sua diagnosi fu lucida quanto anticipatrice. La generazione di Genova contestò il deficit democratico di una governance transnazionale che deliberava sulle vite di miliardi di persone sottraendosi a ogni forma di responsabilità pubblica. I ragazzi di Genova denunciarono la finanziarizzazione dei mercati come dispositivo di espropriazione. Le ragazze di Genova nominarono la mercificazione dei beni comuni e l’erosione della sovranità democratica prima che tali processi diventassero senso comune. Certo, è difficile parlare di Genova senza parlare di quella che fu la risposta dello Stato come misura esatta di quanto quelle diagnosi fossero pericolose per il capitalismo. Carlo Giuliani cadde in piazza Alimonda il 20 luglio, e con lui cadde l’illusione che il conflitto potesse restare simbolico. La notte tra il 21 e il 22, l’irruzione alla scuola Diaz-Pertini contro persone disarmate, addormentate, sedute con le mani alzate, e poi le sevizie sistematiche nella caserma di Bolzaneto, non possono che essere definite macelleria messicana. Le forze dell’ordine in assetto di guerra producevano un messaggio disciplinare. La macelleria prese il sopravvento storico sulle istanze e sulle idee di quella generazione, sostituendo l’immagine del corteo con quella del corpo martoriato. Poi, appena due mesi dopo, l’11 settembre. La torsione securitaria e la militarizzazione del discorso che ne seguirono riorganizzarono l’intera agenda globale attorno alla dialettica sicurezza-minaccia, spostando il baricentro del discorso pubblico dalla giustizia sociale alla difesa dell’ordine, dalla critica del capitale alla guerra al terrore. Il vocabolario dell’emergenza fece carta straccia del vocabolario dell’alternativa. È qui, in questa sovrapposizione temporale quasi crudele, che si consuma la ragione per cui Genova è diventata il segnalibro perduto. Il libro di Lorenzo Guadagnucci impone però un bilancio che rifiuta tanto l’autocelebrazione quanto la nostalgia, perché entrambe sono forme di resa. Quelle diagnosi sono state confermate dai fatti: la crisi del 2008 ha mostrato la finanziarizzazione come macchina di socializzazione delle perdite, l’austerità ha esibito il carattere post-democratico della governance economica europea, la deriva dei meccanismi neoliberisti ha prodotto esattamente le fratture sociali che erano state annunciate. E tuttavia la profezia si è avverata contro i suoi profeti. Quella capacità di denuncia non si è convertita in capacità di costruzione: il movimento seppe nominare la catastrofe assai meglio di quanto sapesse edificare l’ordine che avrebbe dovuto sostituirla. Il vuoto lasciato da quella incompiutezza lo hanno riempito i fascismi e i nazionalismi che oggi imperversano nel nostro paese, offrendo alla rabbia sociale una risposta identitaria e regressiva laddove mancava una risposta emancipatrice. La sovranità che Genova rivendicava come democratica e redistributiva è stata riscritta come sovranità etnica e securitaria. C’è di più, e riguarda il presente più stretto. Il potere che a Genova si annidava nelle istituzioni finanziarie transnazionali si è concentrato in un pugno di attori privati che controllano le infrastrutture stesse dell’esistenza collettiva: i dati, il calcolo, le reti, i sistemi di pagamento, l’intelligenza artificiale. Quegli stessi attori oggi, che oggi chiamiamo Musk, Thiel, Trump…, estraggono valore dalla sorveglianza sistematica del comportamento umano, trasformato in materia prima dell’accumulazione. I tecno-monarchi che oggi negoziano con gli Stati da pari, dettano le regole del discorso pubblico e arrogano a sé prerogative quasi-sovrane sono la forma matura di quel potere privato irresponsabile che il movimento di Genova aveva individuato quando ancora indossava la maschera più anonima della governance. La critica di allora era diretta verso un potere che decide senza rispondere, che dispone dei beni comuni sottraendoli al controllo democratico, ed è oggi più letterale di quanto lo fosse allora. Il monopolio non è più soltanto economico, è infrastrutturale e cognitivo. E la posta in gioco che la nostra generazione urlò ai quattro venti, la sovranità, la redistribuzione della ricchezza, il controllo democratico sui poteri privati, non è affatto invecchiata. È diventata la questione centrale del nostro tempo. Ecco perché Genova è il nostro appuntamento a Samarcanda. Nella favola messa in musica da Vecchioni il fuggitivo galoppa lontano dalla morte proprio verso il luogo in cui l’appuntamento era fissato. In questi venticinque anni hanno tentato di farci credere di aver chiuso i conti con quei giorni, di aver eluso la responsabilità che grava sulle scelte di un’intera classe politica, e invece ogni volta ci ritroviamo là dove pensavamo di non dover più tornare. Genova ci presenterà il conto finché non capiremo che quella stagione non è un ricordo da onorare ma un lavoro da riprendere: la sua diagnosi va portata a compimento, la sua incompiutezza va colmata, la sua sconfitta va rovesciata in punto di partenza. Riprendere Genova per scacciare i fantasmi della storia è l’unico esercizio di memoria e di coscienza collettiva che può rischiarare tempi che prestano voce a rancori sordidi e fobici, che danno forma agli istinti più bassi e feroci. A Genova avevamo ragione. Ma dirlo così è dire ancora troppo poco, e per venticinque anni ci siamo accontentati di troppo poco, quasi ci vergognassimo di rivendicare persino quella. Non avevamo semplicemente ragione noi: avevano torto loro, avevano torto allora e hanno torto adesso. “Voi G8, Noi 6.000.000.000”: otto giganti della terra deliberavano sulla vita di sei miliardi di persone senza mandato, senza doverne rispondere, arrogandosi il diritto di decidere del bene di tutti come cosa propria. E poiché di quell’arrogazione non hanno mai risposto, il loro torto resta la sostanza di questo presente. A Genova avevamo ragione. L’abbiamo ancora. E finché quella ragione resterà inevasa, l’appuntamento resterà fissato. Genova non è mai finita, e il libro di Lorenzo Guadagnucci testimonia che la fatica che ci portiamo appresso da venticinque anni per costruire un mondo migliore, un altro mondo possibile, non sarà fatica sprecata. -------------------------------------------------------------------------------- APPUNTAMENTO: > Genova 2001 – 2026 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’appuntamento a Samarcanda: Genova, venticinque anni dopo proviene da Comune-info.
July 12, 2026
Comune-info
L’Europa per tutte
L’Europa, nonostante tutto: così Marco Bertorello titolava un bell’articolo uscito recentemente su Jacobin Italia. Noi rilanciamo il suo invito a discuterne, scrivendo chiaramente: L’Europa per tutte. Il femminile è sovraesteso perché o è transfemminista o non è, e tutte sono le lotte che si possono unire sul piano europeo. Il tempo per farlo è ora. BRUXELLES, 14 GIUGNO Partiamo dal 14 giugno 2026: a Bruxelles oltre diecimila persone arrivate da tutta Europa hanno attraversato le strade della città per la manifestazione Welfare not Warfare, promossa dalla piattaforma Stop Rearm Europe. Delegazioni sindacali, reti sociali, soggetti politici: una composizione larga, tenuta insieme da una richiesta tanto semplice quanto difficile da realizzare: destinare risorse alla transizione energetica, all’istruzione, alla sanità, al lavoro, e non all’economia di guerra. In quelle tre parole – war, welfare, Europe – ci sono gli ingredienti del passaggio epocale che stiamo attraversando, e il fatto che se ne sia parlato a Bruxelles è un punto di partenza importante. Quella sul riarmo europeo sarà una battaglia complessa: innanzitutto, è al centro della rottura del blocco occidentale; poi, la riconversione industriale come ogni trasformazione produttiva produce disoccupazione e crisi sociale, e questo sta segnando un cambio di passo nell’approccio del sindacato tedesco alla riconversione bellica; infine, lo sarà perché dentro i movimenti europei esistono storie, geografie e posizionamenti diversi: l’Est e il Mediterraneo, i paesi baltici e l’Italia, l’Ucraina e la Spagna, l’Irlanda e i Balcani non abitano dallo stesso punto di vista e allo stesso modo la guerra, la Nato, la sicurezza, l’energia e la crisi democratica.  La questione del riarmo europeo – e più in generale quella bellica – è il punto in cui si concentrano e si accelerano molte trasformazioni già in corso: riorganizzazione industriale, compressione della spesa sociale, chiusura autoritaria degli spazi democratici, controllo dei confini, competizione per le materie prime, estrazione di dati, crisi climatica. Per questo le lotte che abbiamo davanti assumono sempre di più una dimensione europea – sono europee o non sono, potremmo dire. È europea la battaglia sul diritto d’asilo, perché il nuovo Patto migrazione e asilo prova a istituzionalizzare un sistema di selezione, confinamento e respingimento delle persone in movimento. Sono europee tutte quelle questioni che richiedono risposte all’altezza della scala del problema, come la crisi climatica, il reddito, la casa, i diritti del lavoro e l’IA. È europea, infine, la lotta antifascista contro l’Internazionale Nera, che da parte sua si sta già organizzando a livello europeo e si sta strutturando in forme organizzative nuove sempre più definite che esprimono un progetto di società chiaro. Di fronte a questa situazione, le rivolte e i conflitti che attraversano l’Europa nascono in punti diversi della filiera del capitalismo globale. In Albania e in Serbia si esprimono contro corruzione, autoritarismo e cattura dello Stato. In Italia, l’autunno ha mobilitato milioni di persone contro la brutalità del colonialismo israeliano e contro il Governo Meloni. In Ucraina è in corso una resistenza che non può essere consegnata alla propaganda. Le domande di libertà e giustizia assumono forme diverse, ma parlano dello stesso problema: chi decide il futuro dell’Europa? LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’EUROPA, NONOSTANTE TUTTO Marco Bertorello UNA FASE DI TIPO COSTITUENTE La tesi che abbiamo sostenuto negli ultimi mesi è che ci troviamo dentro una fase costituente per l’Europa. Non perché esista già un processo ordinato, progressivo e democratico di rifondazione, ma per la ragione opposta: l’Europa si sta ridefinendo comunque, anche senza di noi, dentro una crisi storica dell’ordine globale. L’egemonia degli Stati uniti, che per decenni ha garantito l’ordine globale, si è disgregata. Le istituzioni che reggevano quel mondo – la Nato, l’Onu, il diritto internazionale, la democrazia liberale, il mercato globale come promessa di stabilità – sono entrate in una crisi profonda. Allo stesso tempo, il capitalismo ha assunto una funzione sempre più diretta di comando sulla società attraverso forme algoritmiche e automatizzate di estrazione del valore, in cui dati e IA diventano il cuore dell’accumulazione. In questa fase, nessuna potenza statale, imprenditoriale, tecno-oligarchica o religiosa autoritaria – ciò che potremmo definire come sottosistemi di potere – è riuscita ad affermarsi come guida egemonica del nuovo regime di accumulazione. Al contrario, assistiamo a una violenta competizione tra questi sottosistemi, dal momento che ognuno cerca di ritagliarsi spazi di potere all’interno delle nuove forme di comando capitalistico. Il risultato è un regime di guerra civile globale che prospera sulle macerie che crea. Dentro questa crisi viene trascinata anche l’Europa per come l’abbiamo conosciuta dal secondo dopoguerra: l’Europa delle banche, dei mercati, delle frontiere esternalizzate. Sono saltati i presupposti su cui quella costruzione si reggeva. L’Europa si trova così, per la prima volta dopo molto tempo, a chiedersi cosa vuole fare da grande. Tuttavia, le risposte a oggi disponibili sono insufficienti. Gli Stati membri e le istituzioni neoliberali provano a salvare il vecchio mondo con riarmo, austerità, competizione industriale e controllo dei confini, puntando a confermare l’Unione europea quale ennesimo sottosistema di potere. Le forze reazionarie e conservatrici vogliono smembrare l’Europa per costruirne una di nazioni sovrane, bianche, patriarcali, cristiane e securitarie. Una parte della sinistra, infine, resta chiusa in una postura puramente difensiva, capace di dire cosa non vuole ma non ancora di contendere ciò che sta nascendo. Noi pensiamo che tali strade siano inservibili di fronte all’enormità del cambiamento: tra queste possibilità – diventare un blocco armato tra altri blocchi, dissolversi nell’Europa delle nazioni sovrane, restare un’appendice debole dell’Occidente – riteniamo che si possa aprire un’altra possibilità. Per farlo, e per perseguire una politica di liberazione, occorre cogliere questa occasione per contendere l’Europa che verrà – o meglio, l’Europa che si sta già definendo a prescindere da noi. Che in questa contesa noi partecipiamo o meno farà una differenza enorme. Occorre fare la nostra Europa. E quando diciamo «nostra» non intendiamo un’identità chiusa, né una nuova sovranità proprietaria. Intendiamo uno spazio ampio, confederale, plurale, fatto di movimenti, territori, città ribelli, sindacati, reti sociali, lotte ecologiste, transfemministe, antirazziste, internazionaliste e democratiche che scelgono di incontrarsi non solo per resistere, ma per costruire un progetto. LEGGI ANCHE… POLITICA PER UN COSMOPOLITISMO DI SINISTRA Meagan Day - Lea Ypi AGIRE LA FASE COSTITUENTE: ALLEANZE E PROGETTO  Nessuno può orientare da solo una fase costituente. Per contendere l’Europa servono alleanze larghe e un progetto comune. Le une senza l’altro rischiano di essere inefficaci: il progetto senza alleanze resta una dichiarazione astratta; le alleanze senza progetto sono incapaci di intaccare le rivoluzioni con cui il capitalismo dall’alto trasforma continuamente la società. Il punto, allora, è costruire uno spazio capace di tenere insieme soggetti diversi e, allo stesso tempo, produrre direzione politica. Negli ultimi mesi, in Italia, queste due parole – alleanze e progetto – hanno attraversato una parte importante della politica di movimento, contribuendo alla nascita dello spazio No Kings. Centri sociali, sindacati di base e confederali, movimenti ecologisti e per la giustizia sociale, realtà transfemministe, associazioni, forze politiche, reti studentesche e soggetti della società civile hanno iniziato a sperimentare un metodo: riconoscere che i Re del nostro tempo non sono solo i governanti autoritari, ma tutte le forme di potere che provano a comandare la transizione epocale in cui siamo immersi in senso dispotico, estrattivo, patriarcale, coloniale e bellico. Dire No Kings significa allora aprire una possibilità politica più ampia: costruire un’alleanza tra ribelli e democratici.  Si tratta di termini larghi, da sostanziare nella pratica, non categorie morali già definite. Le ribelli non sono quelle che si rifugiano nel ritorno agli Stati-nazione, nel sogno di un comunismo che non c’è più o in posture campiste che scambiano ogni nemico degli Stati uniti per un attore di liberazione. Quella non è ribellione: è spesso conservazione, talvolta reazione. Ma ribellione non può nemmeno voler dire chiudersi in un’estetica del conflitto rivolta solo a chi è già convinto. Se la forza non incontra processi larghi, se non si misura con altri soggetti, altre storie, altre forme di vita, persino altre specie, resta testimonianza. Non intacca il nuovo livello dello scontro di classe. Allo stesso modo, le democratiche non possono essere definite da un’appartenenza morale o da un generico richiamo ai valori liberali. La democrazia, oggi, o si declina attorno a elementi materiali – reddito, salute, istruzione, casa, diritti del lavoro, giustizia climatica, libertà di movimento, autodeterminazione dei corpi, lotta al patriarcato, accesso alle tecnologie, ecc. – oppure non regge.  Portare No Kings oltre l’Italia significa sperimentare questo metodo sul piano europeo mettendo in relazione conflitto sociale e progetto costituente. Abbiamo bisogno di un’Europa in cui il no alla Nato e all’interferenza Usa si accompagnino al rifiuto di alleanze con ogni potenza imperiale o religiosa autoritaria: la libertà dell’Europa non può consistere nel passare da una dipendenza all’altra, ma deve significare autonomia dai blocchi, sostegno ai popoli aggrediti, rottura con l’economia coloniale delle risorse, costruzione di forme nuove di internazionalismo e cooperazione. Un’Europa in cui il no al regime dei confini si traduca in libertà di movimento: diritto d’asilo reale, cittadinanza di residenza, canali d’accesso sicuri, superamento dei centri di detenzione e delle esternalizzazioni. Un’Europa in cui il no all’Internazionale Nera diventi una politica antifascista europea capace di colpire le sue basi materiali. Un’Europa in cui il no ai tecno-oligarchi apra il tema della proprietà e del controllo delle infrastrutture digitali: dati, IA, reti, piattaforme e sistemi di sorveglianza non possono essere lasciati nelle mani di chi li usa per estrarre valore, ma sottratti al capitale in guerra e inseriti dentro un orizzonte di cooperazione sociale, conoscenza comune e giustizia climatica. Da qui può prendere forma un’Europa radicalmente democratica, non bianca, non patriarcale, non proprietaria, non chiusa nella propria identità cristiana e coloniale. Un’Europa che riconosca la propria costituzione ibrida, meticcia, diasporica, già cosmopolita. Un’Europa confederale oltre le gabbie degli Stati-nazione, capace di riconnettere città e territori ribelli, comunità in lotta, reti mutualistiche, sindacati, movimenti e istituzioni democratiche dal basso. Un’Europa che collochi alla propria altezza minima la nuova lotta di classe, perché oggi la composizione tecnica e politica del lavoro, della cura, della migrazione, della ricerca, della formazione e della riproduzione sociale è già pienamente transnazionale. EUROPE BEYOND THE WEST. BOLOGNA, 14 E 15 NOVEMBRE 2026 Per costruire queste alleanze e definire il progetto europeo, c’è bisogno di tante e diverse: scienziate, sindacaliste, ecologiste, persone in movimento, persone razzializzate, studentesse, ricercatrici, attiviste, militanti internazionaliste in diaspora, persone queer, europarlamentari, consigliere comunali delle città ribelli, artiste, piratesse di flotte umanitarie; e ancora donne, uomini, soggetti liberi che sottraggono il proprio general intellect al capitale in guerra e ai nuovi Re per metterlo in comune.  Questa moltitudine di ribelli e democratiche, nella differenza dei propri territori, lotte e prospettive, può riconoscere in questo spazio-tempo europeo un’occasione per trasformare radicalmente l’esistente. Ne discuteremo durante l’assemblea nazionale No Kings a Genova del 18 luglio, e c’è già un primo appuntamento per costruire insieme questa prospettiva: Europe beyond the West, una conferenza di due giorni al Municipio Sociale Tpo di Bologna il 14 e 15 novembre 2026. La sfida è difficilissima e il lavoro da fare enorme. Scarpe rotte eppur bisogna andar, si diceva una volta. Ma, come cantano i 99 Posse, finalmente le scarpe sono nuove. E allora andiamo. *Giulia Sezzi, Ludovico Intruglio, Maddalena Scotti e Christopher Ceresi, attiviste dei Municipi Sociali di Bologna. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’Europa per tutte proviene da Jacobin Italia.
July 10, 2026
Jacobin Italia
Il mondo visto da Cotonou
IN AGOSTO, A COTONOU, BENIN, SI SVOLGE IL FORUM SOCIALE MONDIALE. SI ATTENDE LA PARTECIPAZIONE DI MOVIMENTI SOCIALI E POPOLARI DI TUTTO IL MONDO. IN VISTA DEL FORUM, LA CONVERGENZA GLOBALE DELLE LOTTE PER LA TERRA E L’ACQUA PROMUOVE (DAL 19 LUGLIO) LA CAROVANA DELL’AFRICA OCCIDENTALE: L’OBIETTIVO, DICONO I PROMOTORI, È RADICARE I MOVIMENTI LOCALI DI RESISTENZA ALL’INTERNO DI UN PROCESSO DI TRASFORMAZIONE CONTINENTALE. NEL PAESE OGGI NOTO PER IL MERCATO DANTOKPA DI COTONOU, UNO DEI PIÙ GRANDI AL MONDO CON I SUOI VENTI ETTARI E OLTRE 1 MILIONE DI VISITATORI AL GIORNO, DURANTE IL FORUM RISUONERÀ FORTE – MA NON TUTTI SANNO RICONOSCERLO – IL GRIDO PROVENIENTE DALLA STORIA E DALLA DIGNITÀ DEGLI OPPRESSI: QUESTO ANGOLO DEL MONDO TRA IL XVII E IL XIX SECOLO È STATO UNO DEI PRINCIPALI CENTRI NEVRALGICI DELLA TRATTA TRANSATLANTICA DEGLI SCHIAVI GESTITA DALLE POTENZE EUROPEE. IL MONDO HA TANTO DA IMPARARE DAI MOVIMENTI AFRICANI SU COME RESISTERE -------------------------------------------------------------------------------- L’Africa con i suoi movimenti sociali e la società civile accoglie il ritorno del Forum Sociale Mondiale (FSM) in Benin. Questa 17ª edizione del Forum Sociale Mondiale nel continente non è né una coincidenza né una semplice questione di rotazione geografica: riflette una comprensione strategica delle dinamiche di lotta, resistenza e delle proposte alternative avanzate dalle comunità dell’Africa. L’Africa occidentale che ospita il FSM è una regione in cui le popolazioni, spesso confrontate con sfide come l’accaparramento delle terre, gli effetti del cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse minerarie e l’estrazione di petrolio e gas, i conflitti armati e non armati e le riforme imposte dall’esterno, hanno trovato soluzioni radicate nel sapere delle popolazioni locali, nella solidarietà comunitaria e nella difesa del diritto collettivo alle risorse naturali. Il Benin è stato scelto per ospitare il Forum a nome di tutta l’Africa. Questo Paese si distingue per la sua gloriosa storia come territorio dell’ex Regno del Dahomey, culla delle Amazzoni e luogo di dolorosa memoria legata alla tratta degli schiavi, nonché per la sua vitalità contemporanea. Si trova inoltre al crocevia tra la spiritualità vudù e la cultura panafrican. Oggi rappresenta un luogo di ritorno e di riconnessione per le persone di origine africana che cercano giustizia storica e il recupero della propria identità. È il quinto FSM che sarà ospitato dal continente Africano dopo il Mali a Bamako nel 2006, a Nairobi in Kenya nel 2007, a Dakar in Senegal nel 2011 e a Tunisi in Tunisia nel 2013 e 2015. Questa scelta è stata resa possibile grazie alla Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLTE-OA), che ha svolto un ruolo catalizzatore in questo processo presentando la candidatura del continente al Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale. Tale candidatura è stata ulteriormente rafforzata dalla forte mobilitazione della società civile beninese, che ha lavorato a stretto contatto con piattaforme africane, reti internazionali e movimenti sociali in cinque continenti. L’impegno è stato inoltre riconosciuto dal governo beninese, che ha espresso la propria disponibilità a sostenere l’organizzazione dell’evento. Si attende la partecipazione di movimenti sociali e popolari di tutto il mondo, di organizzazioni della società civile, dei movimenti sindacali culturali. I movimenti sociali italiani, le associazioni, le ong e la società civile hanno sempre avuto un ruolo importante nello scambio e nella cooperazione con l’Africa. In questo è molto importante anche il confronto con il piano Mattei lanciato dal governo italiano a detta di molte ONG italiane e africane non sembra sia realmente un supporto alla vita e all’economia africana ma soprattutto un progetto finanziario imprenditoriale con poche reali ricadute sulla società civile Africana. La Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLE-OA) è impegnata nella mobilitazione comunitaria in difesa dei diritti delle comunità. Per la quinta volta consecutiva, organizza la Carovana dell’Africa Occidentale dal 19 luglio al 9 agosto 2026. Convinti che solo attraverso la mobilitazione dei diritti delle comunità su terra, acqua, sementi tradizionali e tutte le risorse naturali e i beni comuni queste lotte possano raggiungere risultati concreti, le organizzazioni, i movimenti e i difensori dei diritti umani mantengono vivo il loro spirito di lotta. Quest’anno, la Carovana mira a rafforzare le comunità africane nella loro lotta per un accesso equo e sostenibile alle risorse naturali, a garantire una partecipazione massiccia al Forum di Cotonou 2026 e a condividere le esperienze dei dieci anni di storia della Carovana dell’Africa Occidentale, un vero modello di mobilitazione popolare e di educazione civica e attivista. Questa quinta edizione comprende due assi: “L’asse del Sahel” (Mauritania, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger), che inizia in Senegal, passa per il Mali, il Burkina Faso e il Togo, e termina a Cotonou, in Benin; “L’asse costiero” (Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Ghana, Togo), che parte dalla Guinea, attraversa la Costa d’Avorio, il Ghana e il Togo, dove si unirà all’asse saheliano per viaggiare insieme verso Cotonou. La novità di questa edizione è che al suo arrivo si unirà la carovana dell’Africa Centrale (Gabon, Repubblica Centrafricana, RDC, Congo, Camerun, Ciad), che partirà dal Camerun per Cotonou via Nigeria. Queste due carovane di movimenti sociali saranno accolte dalla carovana nazionale del Benin. Con la partecipazione di delegazioni del Nord Africa, la Carovana dell’Africa Occidentale 2026 fa parte dello sforzo di mobilitazione sociale per il 17° Forum Sociale Mondiale, previsto in Benin, Africa, dal 4 all’8 agosto 2026 – da cui il nome “In cammino verso il FSM Cotonou 2026”. Questa edizione segna il 10° anniversario della Carovana dell’Africa Occidentale e ha un duplice scopo: radicare i movimenti di resistenza locali all’interno di un processo di trasformazione continentale e amplificare il loro impatto attraverso una presenza attiva al FSM Cotonou 2026, come forza trainante di questa edizione del Forum. Questa edizione mira quindi a continuare a rafforzare le lotte locali e le innovazioni guidate dai cittadini riguardo alle alternative alla pressione sulle risorse naturali da un lato e, dall’altro, a sostenere la creazione di ponti di dialogo tra autorità locali, comunità, ricercatori e decisori politici per sviluppare risposte locali e regionali adattate alle sfide del momento. -------------------------------------------------------------------------------- Informazioni www.fsm2026benin.org. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mondo visto da Cotonou proviene da Comune-info.
July 10, 2026
Comune-info
Deportazioni o propaganda?
> Tu spara al nemico, spara ai barconi, spara addosso agli altri > Mentre vivi una vita di merda con tanto d’inchino per ringraziarli > Poi mettiti in fila, fatti una riga, convinciti che puoi salvarti > Mentre la vita di merda che vivi se la spartiscono ai piani alti > (Il Blues di Gundabad, Danno) Le diverse piazze che hanno attraversato le strade della capitale il 13 giugno 2026, quella convocata da varie sigle di estrema destra e quelle dei movimenti Fuck Remigration, lasciano dei dati politici interessanti da analizzare, a partire dalla preoccupante fuoriuscita della parola «Remigrazione» dagli ambienti nazionalisti e razzisti per diffondersi nell’immaginario collettivo. Se fino a pochi anni fa, nonostante ci trovassimo in una fase di flussi migratori più importanti, si trattava di un tema relegato ai neonazisti duri e puri, in un presente di crisi e guerra, di propaganda martellante sul tema della sicurezza, è diventato il discorso centrale nella proposta politica della destra extraparlamentare e istituzionale. Lanciata in Europa dalla campagna di Afd (Alternative fur Deutschland), partito neonazista con percentuali in costante crescita in Germania, che ha distribuito lettere di rimpatrio nelle abitazioni di persone di «sangue tedesco impuro», è stata ripresa anche dal presidente americano Donald Trump, prima a parole, poi con la pratica ignobile delle deportazioni a opera dell’Ice. In questo quadro è necessario interrogarsi sugli strumenti da mettere in campo per contrastare l’avanzata di questo tipo di discorso razzista, e capire in che modo i movimenti neofascisti italiani ed europei possano dialogare su questo tema fra loro e con i partiti istituzionalmente riconosciuti. Partiamo, quindi, dalla proposta di legge. Le prime parole sono esplicative: «Le migrazioni massive, da qualsiasi punto di vista, sono un fenomeno disastroso e deleterio per le nazioni e i popoli». È superfluo addentrarsi nella storia per spiegare come qualsiasi civiltà si sia sviluppata a partire dai fenomeni migratori, qualsiasi cultura sia in principio un miscuglio di popolazioni diversissime: la stessa popolazione italiana è un costrutto retorico, in quanto l’unità nazionale e culturale è un artificio che non trova radici concrete nella realtà.  Oltre a utilizzare questo traballante principio «identitario», i fascisti di Casapound e Rete dei patrioti, promotori della proposta di legge, hanno anche il coraggio di rappresentarsi come sostenitori di una reale lotta al caporalato e allo sfruttamento delle persone migranti sui posti di lavoro. Sostanzialmente come l’unica ipotesi politica che indica una direzione «concreta» per reperire fondi da destinare alle case popolari e alle politiche per la natalità. Tutto ciò avverrebbe attraverso il cuore della proposta di legge: la pulizia etnica della società tramite la deportazione forzata delle soggettività migranti e razzializzate; togliendo quindi fondi all’accoglienza e lottando contro le Ong «criminali», facendo la guerra a «chi non è integrato» per migliorare le condizioni di vita, in termini di aumento della spesa sociale, degli italiani bianchi nativi del bel paese.  LEGGI ANCHE… MIGRAZIONI PIAZZA DUOMO, REMIGRAZIONE E CITTÀ METICCIA Alice Ridolfi È un discorso che, in forme diverse, scava la pancia del paese da decenni, funzionale a nascondere un sistema di redistribuzione delle ricchezze assente, una classe politica che sceglie di investire nei lager in Albania o nelle politiche di riarmo, mentre con ogni caccia bombardiere di nuova generazione potremmo costruire un ospedale da centinaia di posti letto. È una proposta che si fa portavoce di un’idea di sicurezza malata, volta alla fredda rimozione degli elementi che fuoriescono dall’equazione dell’ordine vigente. Come se essa si potesse perseguire inasprendo il sistema carcerario o di rimpatrio e non migliorando le condizioni di vita di tutti e tutte. Il quadro è ancora più grave se lo inseriamo all’interno del contesto storico in cui viviamo: con la guerra in Iran abbiamo visto impennarsi i costi medi della vita, esacerbando una situazione già drastica, segnata tanto dagli strascichi del conflitto in Ucraina quanto dalla pandemia, che ha colto in contropiede Stati mai del tutto usciti dalla grande crisi del 2008 e dalle politiche di austerity.  Una crisi economica e sociale che rafforza un sistema valoriale che si rinchiude nella strenua difesa dell’individuo: un processo che, affiancato al fallimento delle sinistre neoliberali, ha portato al potere partiti e movimenti di estrema destra in Europa e nel mondo.  La campagna «Remigrazione e Riconquista», che il 30 giugno 2026 ha depositato le firme raccolte per la proposta di legge in Parlamento, riesce a ritagliarsi uno spazio politico preoccupante proprio in questo contesto.  Un altro aspetto centrale è l’utilizzo di forme e mezzi di comunicazione pervasivi e spregiudicati. Ad esempio le canzoni virali su Tik Tok generate tramite AI che propongono contenuti razzisti con al centro la parola d’ordine della remigrazione, o la diffusione ormai asfissiante di influencer che passano le giornate in cerca di «degrado» prodotto da persone non bianche. Fabbricazione ad arte di fake news o di narrazioni polarizzate di fatti di cronaca, spesso finanziate in forme più o meno dirette. In questo contesto si creano «zone fasciste» interne come i Cpr, riforme che introducono nuove fattispecie di reati come i Decreti Sicurezza e il Decreto Caivano, che hanno preparato il terreno alla proposta di Remigrazione e Riconquista. A questa narrazione di uno Stato dal pugno di ferro che lavora incessantemente sulla sicurezza degli individui, marginalizzando ed espellendo le soggettività scomode, corrisponde la minaccia sempre più imminente dell’apertura di un fronte esterno, alimentando una vera e propria società di guerra, che si nutre di costanti finanziamenti alle industrie belliche e dei saperi prodotti a questo scopo all’interno delle università.  Su questa base poggiano le fondamenta delle società liberali occidentali, nascondendo dietro la facciata della democrazia un contenuto apertamente razzista, tanto per le politiche europee quanto per quelle italiane. Si tratta infatti di politiche di segregazione che hanno accomunato i governi di centrosinistra (ad esempio con i decreti del Ministro dell’Interno Marco Minniti) e di centrodestra. Così l’estrema destra extraparlamentare e istituzionale si rivelano entrambi strumenti di un capitalismo in crisi che gioca una partita a somma zero per salvare sé stesso, per parlare alla «pancia del paese» promettendo false speranze di rinascita di fronte alla guerra civile globale.  In questo quadro, le formazioni neofasciste extraparlamentari sgomitano per cercare spazio mentre i loro discorsi sono già al governo. Basta notare come fra un Luca Marsella di Casa Pound che parla di remigrazione e un Matteo Salvini che parla di «emergenza maranza» non c’è alcuna differenza nei contenuti: entrambi fanno leva sul senso di paura collettivo per legittimarsi politicamente. Parlare di neofascismo oggi non vuol dire riesumare una dialettica antiquata, per cui il tema del dibattito è Duce o Non duce (Valerio Lundini permettendo), ma comprendere quanto la partita si giochi sulle capacità di mettere in campo proposte concrete e non più solo retoriche. Dalla «nostra parte», la piazza del 13 giugno lascia dei segnali positivi, in linea con i percorsi di mobilitazioni che hanno segnato quest’ultimo anno: dal Blocchiamo tutto al No Kings. C’è stata, infatti, una partecipazione importante delle piazze intorno a parole d’ordine chiare, che provano a farsi carico dell’esigenza collettiva di incidere concretamente sull’esistente.  La composizione dei cortei è ciò che sancisce la differenza netta tra la manifestazione Fuck Remigration e quella dei Patrioti, al di là dei numeri. Da un lato, infatti, una piazza che ha saputo sia riunire sotto le stesse parole d’ordine realtà politiche e di movimento con importanti differenze, sia coinvolgere una parte delle migliaia di persone che hanno partecipato alle mobilitazioni sulla Palestina dell’ultimo anno; dall’altro, il corteo Pro Remigrazione, senz’altro troppo grande, aveva una composizione prettamente militante, caratterizzata da una «calata» neofascista da tutta Italia e da diverse città d’Europa per salvare la faccia dei suoi dirigenti. Il dato interessante è questo: una proposta di legge che ha raccolto più di 150.000 firme ha portato in piazza 2.000 militanti, all’appello mancano le altre 148.000 persone. Questo è un dato da prendere in considerazione, sintomo del fatto che c’è ancora un margine importante su cui poter lavorare.  La manifestazione del 13 giugno Fuck Remigration è un punto di partenza, perché le 30.000 persone che hanno scelto di scendere in piazza, sotto il caldo di giugno, non erano solamente militanti delle organizzazioni, ma espressione di una spontaneità, migrante e giovanile, che negli ultimi anni trova come unico luogo politico di riferimento la piazza.  È una «ripopolazione» la cui analisi non può prescindere anche dalla comprensione di una nuova rilevanza delle soggettività giovani e studentesche che, nonostante la difficoltà nell’essere parte attiva dei percorsi di costruzione, dimostrano ancora la voglia di mettere in campo i propri corpi per scegliere da che parte stare. È stato evidente tanto nelle mobilitazioni transfemministe degli ultimi anni, quanto nelle acampade e occupazioni in scuole e università a sostegno della resistenza palestinese: non è solo una presa di posizione passiva, ma un’espressione di una rottura che si sta creando rispetto all’ intero arco parlamentare incapace di rispondere alle esigenze di chi in questo paese è giovane o marginalizzato, che sia per una pelle più scura o perchè vive in quartieri relegati ai confini delle città. Si tratta di una composizione difficile da incasellare in tradizioni politiche precise, sempre che sia un esercizio utile.  LEGGI ANCHE… RAZZISMO SI SCRIVE REMIGRAZIONE SI LEGGE DEPORTAZIONE Giulia Giraudo Un altro dato interessante è quello qualitativo: queste migliaia di persone scelgono di scendere in piazza cercando nel corteo uno spazio di attivazione pratica, come visto con i blocchi e gli scioperi per la Palestina di settembre e ottobre. Ripartire da questo vuol dire riconoscere la necessità collettiva di provare a uscire da ritualità, più che altro simboliche, di costruzione delle mobilitazioni, canoniche e canonizzate in forme più ideologiche che materiali.  Riconoscere questo vuol dire fare dei passi in avanti per riuscire a non rendere l’enorme partecipazione un episodio di spontaneità quasi fulminea, per poi ricomparire con altrettanta sorpresa. Non si tratta di canonizzarla sotto nomi od organizzazioni specifiche, ma semplicemente di riscoprire la semplicità di scendere in piazza con un obiettivo concreto e realizzabile.  È chiaro che un vero lavoro di critica e autocritica può avvenire solo in assemblee e coordinamenti dei movimenti, questo articolo prova solo a mettere sul piatto ragionamenti che speriamo saranno utili alla discussione. È centrale assumere questa complessità, che richiede al contempo la capacità di costruire una proposta politica comprensibile anche per chi non si riconosce nel «vocabolario della sinistra», per chi vive con la paura di uscire di casa in un quartiere di periferia o di ricevere uno sfratto, per chi passa le notti in fila per un permesso di soggiorno e rischia di essere rimpatriato. Assumere una vocazione maggioritaria nei territori significa misurarsi con tante contraddizioni, mettendo in discussione anche la sicurezza dei nostri posizionamenti politici. Non ci possiamo accontentare di contarci fra simili. Di autorappresentarci come singole organizzazioni o come «movimento». Le piazze devono ragionare su come costruire consenso in fette ampie di popolazione mentre si sperimentano pratiche efficaci, come in parte è successo nello scorso autunno. Partendo da una quotidianità contraddittoria dove, dalle scuole ai posti di lavoro, fra chi mette un like al post di Vannacci sulla società bianca e cristiana e una persona che potrebbe essere remigrata esistono relazioni, anche profonde. La piazza del 13 giugno non segna nessuna vittoria, né nostra né loro, ma una tappa necessaria per iniziare a costruire proposte politiche efficaci in questo contesto storico. *Gli autori hanno contribuito a realizzare il percorso romano della manifestazione Fuck Remigration del 13 giugno 2026.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Deportazioni o propaganda?  proviene da Jacobin Italia.
July 8, 2026
Jacobin Italia
Genova per noi. 25 anni dopo
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Mauro Biani realizzato nel 2014 -------------------------------------------------------------------------------- Venticinque anni sono tanti. Troppi. Una generazione è passata e ha lasciato il segno. Più generazioni si sono ritrovate, in un percorso condiviso nella protesta, e ne portano ancora i segni, sul corpo e nella mente. Marchiati dalle botte di uno Stato che si fece devianza. Ed è proprio agli Stati e ai governi dei paesi ricchi – i padroni del mondo – che una massa multiforme di persone, unita nella rivendicazione (il cosiddetto popolo di Seattle e Porto Alegre, i “No Global”, il “movimento dei movimenti”) di “un altro mondo è possibile” cercava, e ancora prova, vie di fuga dalle devastazioni del capitalismo. Un universo variegato e colorato – cattolici, anarchici, comunisti, ambientalisti, pacifisti, femministi, rappresentanti delle comunità indigene ecc. – che pratica(va) alternative. La democrazia diretta, le assemblee e il bilancio partecipativo, come forme capaci dal basso di dare voce alle comunità, oltre l’astratta rappresentanza e la delega, suggerendo ai decisori politico-economici, ai vertici chiusi nelle stanze del potere, modi autentici di rapportarsi agli altri, alle loro specificità, avendo riguardo alla intaccabilità degli ecosistemi. Pensando al futuro delle prossime generazioni, perché le risorse non sono infinite. Tutti gli appelli a preservare la biodiversità sono caduti nel vuoto dello sviluppo capitalistico, che fa terra bruciata ovunque posa le sue mani. Un movimento impegnato ad evitare le politiche energivore ed estrattive, cause dei mutamenti climatici e dei correlativi fenomeni estremi, che colpiscono, soprattutto, le zone più povere, ipersfruttate e dominate dall’Occidente colonialista. E che sono anche la concausa dell’intensificarsi delle migrazioni. Oramai diventate fenomeno epocale con il quale bisogna saper convivere. Un movimento ha messo al centro anche la lotta per non mercificare saperi e conoscenze, contro il monopolio dei brevetti in agricoltura e nel campo farmaceutico, al fine di condividere le scoperte scientifiche, le tecnologie, le informazioni e metterle a disposizione del progresso dell’umanità (oltre la brama proprietaria). E ancora: il no alle guerre e alle moderne forme di patriarcato. Al lavoro schiavistico, precario, che calpesta la dignità delle persone. E perciò a reclamare uguaglianza di trattamento, distribuzione delle risorse e delle ricchezze. Partendo dai testi classici (Marcuse, Debord, Foucault, l’ecosocialismo…), e con nuovi autori come punti di riferimento (Vandana Shiva, No Logo di Naomi Klein, Cambiare il mondo senza prendere il potere di John Holloway, Impero di Toni Negri & Michael Hardt e tanti altri), insieme alle istanze delle organizzazioni rispettose dei diritti delle comunità – lo zapatismo, in primis, ma anche la Via Campesina e i Sem terra – nel nome di un mondo diverso e più giusto. Richieste che oggi acquisiscono i caratteri della necessità e urgenza. Anzi, se quel messaggio non fosse stato “sottovalutato”, calpestato dalla violenza del capitale che si fa Stato, sarebbe ancora esperibile. Invece, subiamo maggiormente gli effetti della slealtà delle corporations. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. E, gli esecutori del capitale globale, ci sentono e vedono benissimo. A Genova, nelle giornate di luglio 2001, l’altermondialismo fu denigrato (da coloro che ancora adesso deridono ad esempio la decrescita), surclassato dalla violenza della polizia, e poi, pochi mesi dopo, dimenticato e sorpassato da un evento, che ridefinì le politiche mondiali in tema di sicurezza: l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre. Ricordare il G8 di Genova vuol dire tenere accesa la luce sugli eccessi degli apparati. Le molotov piazzate lì come prova dell’estremismo, della presenza di sobillatori: in realtà diversi processi accertarono che furono portate dagli stessi agenti. Migliaia di manifestanti pacifici volgarmente accomunati alle azioni di chi era interessato solo a mettere tutto a ferro e fuoco (i black block). Infiltrazioni sistemiche e prassi propagandistiche tese a delegittimare le proteste (accade dagli anni ’60 e ora nei cortei pro Palestina). Pestaggi gratuiti contro dimostranti inermi (anche donne e persone in età avanzata). La mattanza della scuola Diaz; il lager e le torture della caserma di Bolzaneto; Carlo Giuliani, ragazzo diventato icona-mito suo malgrado. In quel luglio rovente venne certificata la sospensione del diritto sotto gli occhi dei potenti del mondo. Giorni nei quali le peggiori dittature sudamericane sembravano essersi trasferite in Italia. Considerati dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo una delle vicende più oscure e brutali della storia italiana. Ricordare, però, significa portare avanti il messaggio dei movimenti alternativi. Centinaia di soggetti (Attac, le Tute Bianche, Mani Tese, i missionari religiosi, le organizzazioni umanitarie, i partiti della sinistra radicale, Carta, Indymedia, l’associazionismo ambientalista…), la cui eredità è stata, con il tempo, frammentata e, in parte, dispersa, ma è viva e attuale (Occupy Wall Street, Indignados, Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Black Live Matters, Non Una di Meno…). Cosa chiedevano? Colpire le transazioni finanziarie (la Tobin Tax); tassare i grandi patrimoni; democratizzare le istituzioni (gli Stati, WTO, FMI, UE). Fuoriuscire dal liberismo e dalla trappola del debito. Restituire la sovranità alimentare ai contadini e vietare OGM, pesticidi, il junk food. Garantire forme di reddito a tutti. Boicottare le multinazionali dello sfruttamento che, in ogni settore (alimentare, farmaceutico, dell’abbigliamento, militare, dell’informazione, tecnologiche) devastano i territori, e depredano le risorse creando sudditanze. E che generano povertà, malattie, pandemie, violenze, guerre. Oggi, come allora, la realtà non è cambiata. Anzi, è decisamente peggiorata. Crisi su crisi si susseguono interrottamente da un ventennio, conflitti mondiali, il genocidio del popolo palestinese. Nulla avviene per caso. C’è sempre quell’1% ricco, che dalle destabilizzazioni, dagli shock indotti, trova giovamento. Che cosa possiamo fare, allora? Pensare e lottare per un mondo giusto, a misura d’uomo, qui e ora dentro e fuori le istituzioni. Aggregarsi e praticare relazioni vere, preservando i beni comuni. Fare di ogni diversità motivo di arricchimento sociale. Fuggire dalla mercificazione dell’esistente. Perché, un altro mondo è possibile a partire da noi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Da Genova al futuro, passando per quel 16 luglio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova per noi. 25 anni dopo proviene da Comune-info.
July 6, 2026
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