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Se ChatGPT va in guerra
di Andrea Daniele Signorelli (Giornalista freelance)   «La guerra è il dominio dell’incertezza», scriveva Carl Von Clausewitz nel trattato di strategia militare Della guerra. A due secoli di distanza dalla pubblicazione, uno dei principali obiettivi dell’impiego dell’intelligenza artificiale in Continua a leggere L'articolo Se ChatGPT va in guerra proviene da ATTAC Italia.
October 25, 2026
ATTAC Italia
Non è questione pedagogica
IN MIGLIAIA DI GIOVANI E GIOVANISSIMI, SENZA SIGLE E SENZA PAURA HANNO MANIFESTATO IN TANTE CITTÀ. POTREBBERO FARLO OGNI SABATO, MALGRADO DECINE DI FERMI PREVENTIVI IN APPLICAZIONE DEGLI ULTIMI DECRETI SICUREZZA. LO FANNO PERCHÉ SONO SEMPRE DI PIÙ GLI ESCLUSI, I NUOVI POVERI, QUELLI CHE DEVONO SOLO GUARDARE, ASPETTARE, DESIDERARE, RINCORRERE, FARSI SOTTOMETTERE MA ANCHE PRODURRE E SEMPRE BRAMARE IL LUSSO. LA PRIMA DOMANDA, SCRIVE ANDREA SATTA, CHE BUONA PARTE DEGLI ADULTI DOVREBBERO FARSI NON È SE È GIUSTO SPACCARE LE VETRINE. LA DOMANDA È: SE COSTRUIAMO PERCORSI DOVE MI FAI DESIDERARE TUTTO IL TUO BENESSERE, PERCHÉ DOVRESTI SENTIRTI SICURO DI POTERTELO GODERE PER SEMPRE NELLE LUCI SOFFUSE DELLA TUA AGIATEZZA? Foto Milan in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Non è questione pedagogica, né va fatta una crociata moralistica, non c’è questo in ballo. Il sistema propone l’irraggiungibile, non il pane. Non sono più i tempi dei poveri di Totò con i vestiti di tre taglie più grandi e gli spaghetti rubati, infilati nelle tasche. Oggi i poveri sono obesi, mangiano troppo e male, ingoiano calorie e immagini, cibi e ultra-processati, catene e filiere multinazionali. Diventare una star dei social equivale a comprarsi una Ferrari. Oggi, sabato 24 ottobre, alla Stazione Centrale di Milano, sono in attesa della coincidenza di un treno e insieme a tutto il resto del mondo sono in piedi a guardare i tabelloni rullare. Non c’è un posto a sedere in tutta la Stazione Centrale che pure è grande. Scientemente non è possibile sedersi. Io e pochi altri possiamo attendere nel lounge, con i vetri fumè, a bere qualcosa, comodi, in attesa dell’uscita del binario. Noi sì, tutti loro e sono migliaia, no. Loro devono guardare, aspettare, desiderare, educati a sbavare a rincorrere, a volere. Devono volere e farsi sottomettere, produrre, arricchirsi, inseguire e in qualche modo raggiungere un surrogato che plachi la frustrazione. E se un giorno un gruppo di ragazzini ancora non sufficientemente ammaestrati, ma allevati a bramare il lusso e alla durezza che se è mio e mio e se tu non puoi non puoi, s’incazzano e si fottono tutto quello che gli si è sempre sventolato davanti e negato, ti meravigli? Se gli sbatti in faccia il tuo successo, anzi il tuo potere perché prima o poi qualcuno non dovrebbe reagire sovvertendo tutto e prendendosi quello che gli si è sempre fatto annusare? Non c’è politica in questo, non c’è niente, c’è di avere impostato un sistema che pettina tutto in un verso fino al nodo, puntando sul fatto che l’unica reazione sia adeguarsi e sgobbare. E può darsi che un giorno qualcuno spacchi tutto. È giusto? No. Ma è questa la domanda da farsi? No. La domanda è se io costruisco un percorso dove mi fai desiderare tutto il tuo benessere, perché dovresti sentirti sicuro di potertelo godere per sempre nelle luci soffuse della tua agiatezza? È uscito il binario, in prima classe c’è più posto per le gambe e ti offrono il caffè. Fino a che siamo vivi. “‘A livella” non esiste. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non è questione pedagogica proviene da Comune-info.
October 25, 2026
Comune-info
L’autunno del nostro scontento
Fermento e nervosismo, eccitazione e paura, tensione e speranza. Il dibattito pubblico italiano in questi giorni è stretto in una tenaglia psicologica ed emotiva, generando confusione e smarrimento in molti. La matassa va sbrogliata, se si vuole mantenere il filo di una lettura politica di ciò che sta accadendo e di potenziali direzioni da seguire. Il punto di partenza è un fatto politico: stiamo vivendo un autunno di opposizione sociale molto più vivo dei precedenti. Una costellazione sparsa e frammentata di forze sociali sta riempiendo le piazze in opposizione al governo Meloni e allo stato di cose presente. Dagli studenti alle piazze «indignate», dal sindacato agli autotrasportatori, c’è un fermento diffuso, anche in settori sociali normalmente poco attivi se non contigui alla destra. L’illusione del melonismo, che per quattro anni ha nascosto la propria strutturale incapacità di affrontare le questioni sociali dietro la patina della guerra culturale, si incrina ogni giorno di più. Ciò provoca un forte nervosismo nel governo e in vasti settori dell’establishment, impegnati da una parte a difendere l’esecutivo e dall’altra a evitare in ogni modo che eventuali alternative siano davvero tali. La risposta è una strategia della paura: con distorsioni mediatiche e l’accurata e scientifica diffusione di notizie inventate, si cerca di creare il panico nella popolazione per giustificare risposte repressive e il futuro appello al popolo per i pieni poteri alla donna forte. Per questo c’è bisogno di lucidità. Ritrovare il filo che unisce parti diverse dell’opposizione sociale in un discorso su prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità, che ormai in vasti settori della popolazione si è fatto senso comune. Guardare quello che succede in Italia in un contesto internazionale di subbuglio e di protagonismo giovanile, che prende varie forme, anche contraddittorie, ma spinge in una direzione ben precisa. Non cadere nella trappola che prova a fare del conflitto sociale un problema «nostro», chiedendo continui giudizi su ogni singolo episodio: il conflitto è un problema «loro», di chi non ha la minima idea di come affrontare le questioni sociali che segnala. Nel campo dell’opposizione e dell’alternativa, le sfide sono quelle della partecipazione di massa e dell’organizzazione. LE ITALIE IN PIAZZA L’operazione propagandistica di vasta portata in atto in questi giorni ha come primo obiettivo rimuovere un dato, che infatti non appare, in barba a ogni obiettività, sulle prime pagine dei giornali: stiamo vivendo un autunno di mobilitazione. Niente di paragonabile a quanto si è visto nelle scorse settimane e ancora si vede in Spagna, in Francia o in Albania, certamente. Però è un dato di fatto che mettere in fila i fronti di conflitto aperti tra il governo Meloni e chi nella società vi si oppone, in queste settimane, faccia una certa impressione.  Un mese fa, a Roma, decine di migliaia persone hanno sfilato in difesa dello spazio occupato Spin Time, sotto sgombero da parte di un fondo speculativo, in una vertenza che segnala l’avvitamento del rapporto tra rendita immobiliare, sviluppo turistico e accesso all’abitare nelle grandi città. Nelle settimane successive, in risposta alle misure «anti-stranieri» proposte nelle scuole dal ministro Valditara, azioni e occupazioni sono spuntate a macchia di leopardo sul territorio nazionale, fino ai cortei di venerdì scorso, con decine di migliaia di studenti in piazza in tutta Italia e l’irruzione, sull’esempio francese, del tema dello stato degli edifici scolastici, emblema di un intero sistema di servizi pubblici pericolante. Contemporaneamente, in molti territori del Sud, la protesta contro i costi del carburante è montata tra agricoltori e autotrasportatori, fino ai blocchi di questi giorni. Sabato scorso, piazze autorganizzate in stile indignados hanno raccolto centinaia di persone in molte città italiane. La piazza milanese ha attirato particolarmente l’attenzione per gli scontri con la polizia e per gli attacchi ad alcuni negozi del centro che ne sono seguiti, dinamica che si è poi ripetuta domenica nella stessa città, con vetrine rotte e merci sottratte. Contemporaneamente, sabato, a Roma, centomila persone hanno sfilato in un corteo organizzato dalla Cgil, che in quell’occasione ha proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre. Un altro sciopero generale, proclamato dall’Usb, si terrà già la settimana prossima, il 30 ottobre. È evidente che non si tratti di un unico movimento né che si possa facilmente ricomporre questa molteplicità di vertenze attraverso le differenze di classe, di forma di mobilitazione, di rivendicazioni. Non c’è oggi «l’Italia in piazza», per citare lo slogan delle piazze di sabato, ma ci sono tante Italie in tante piazze, con convergenze evidenti quantomeno nell’identificare nel governo Meloni, nel suo immobilismo sulle questioni sociali e nell’inflazione energetica generata dalle avventure belliche del suo alleato Donald Trump, l’obiettivo principale. Un’opposizione sociale diffusa e molteplice, con un alto grado di trasversalità e un evidente protagonismo giovanile. Tutto questo avviene a un anno dai cortei oceanici in solidarietà con Gaza e la Global Sumud Flotilla: un’ondata di mobilitazione che abbiamo troppo facilmente rimosso come episodica ma che ha sedimentato qualcosa nella coscienza collettiva, in particolare giovanile. LEGGI ANCHE… GEN Z AVERE VENT’ANNI NELLA CATASTROFE Redazione Jacobin Italia GEN Z: LI ABBIAMO VISTI ARRIVARE Se qualcuno è stupito nel vedere il protagonismo sociale e politico delle fasce più giovani della popolazione, in Spagna e in Francia come in Italia, evidentemente non ha letto l’ultimo numero di Jacobin Italia, e soprattutto non ha seguito con attenzione quello che è successo nel nostro paese e altrove in questi anni.  La generazione a cui, in occasione della pandemia, era stata promessa una ripartenza a base di transizione ecologica, centralità della cura e rilancio dei servizi pubblici, si trova ora alle prese con un mondo che letteralmente brucia, tra emergenza climatica, guerra in Ucraina e genocidio in Palestina. I percorsi di politicizzazione degli ultimi anni, dal movimento femminista a quello in solidarietà per Gaza, hanno sedimentato chiavi di lettura e punti di vista: l’ipocrisia dei governi su Gaza ha rotto i vincoli di fiducia, la retorica del riarmo ha illustrato chiaramente l’assenza di ogni responsabilità nei confronti delle generazioni future, e gli esempi che arrivano dai paesi vicini hanno evidentemente avuto un effetto. Ridurre tutto ciò a qualche vetrina spaccata è un’operazione miope, anche se quel dato non va rimosso.  Come è stato scritto nei giorni scorsi, il riot urbano, a opera di una composizione giovanile spesso radicata nelle periferie delle metropoli, non è un fenomeno nuovo non solo in Europa, ma neanche in Italia. Altre volte episodi simili erano avvenuti all’interno o a margine di grandi cortei a cui di conseguenza erano stati ascritti in termini di lettura politica. Le caratteristiche tutte particolari delle piazze di sabato hanno conferito sicuramente maggior centralità e protagonismo a queste forme d’azione. Ha poco senso attribuire esternamente una voce politica, come alcuni stanno facendo con maggiore o minore buona fede in queste ore, ad azioni e soggetti che, quando e se ne avranno voglia, parleranno da sé. Chi ha parlato, ovviamente non si sa con quanta rappresentatività, si è raccontato come parte del fermento più ampio che si sta provando a raccontare. E va notato che, rispetto al passato anche recente, il tentativo di concentrare l’attenzione sulla condanna dell’illegalità, in settori tutt’altro che irrilevanti dell’opinione pubblica, ha avuto molto meno successo. Un fenomeno che non stupisce, in un’epoca in cui la risposta politica alle istanze manifestate dal basso è rarissima, e di conseguenza cala l’aspettativa di efficacia della protesta in senso tradizionale. Mitizzare l’estetica del casseur o additare lo spettro del maranza, in questo contesto, serve a poco, e rischia di distrarre dal dato politico generale, e cioè lo scontento diffuso in settori molto ampi della popolazione, in particolare giovanile, e la vasta disponibilità al conflitto che ciò sembra aver generato.  Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista Come si diceva, sarebbe velleitario porsi l’obiettivo di ricomporre la molteplicità delle Italie in piazzae, così come pretendere di imporvi la stessa razionalità politica. Ciò che appare interessante è ricercare il filo che unisce settori sociali così diversi, per trarre dallo scontento una prospettiva alternativa. La materialità della crisi energetica e le sue conseguenze inflazionistiche forniscono un oggetto immediatamente leggibile all’opposizione sociale. Non perché il caro carburante esaurisca le preoccupazioni e le ambizioni di chi è in piazza, in particolare i più giovani: in discussione c’è ben altro, c’è la credibilità di un intero sistema. Ma la contraddizione tra un discorso pubblico sequestrato dalle guerre culturali e dalla retorica del riarmo e la realtà materiale della vita delle persone, in termini di costo della vita così come di accesso all’abitare, di salari, di speranza futura o anche solo di tenuta statica degli edifici scolastici dove si passano decine di ore a settimana, non potrebbe essere più palese. È così in Italia, come in Francia, come in Spagna, come in Albania: sono, come ogni tanto accade, i nodi rimossi delle nostre società che vengono al pettine, e lo fanno come le circostanze della fase storica determinano, non come a ognuno di noi potrebbe idealmente piacere.  LEGGI ANCHE… POLITICA MARICARMEN, SÁNCHEZ E LE ELEZIONI Lorenzo Zamponi LA STRATEGIA DELLA PAURA Spagna e Francia segnalano anche due modelli di interpretazione politica della mobilitazione di massa: nel primo caso, una polarizzazione molto forte con il centrosinistra che decide di giocarsi sul tema della casa e sulla capacità di rispondere alle istanze del movimento, anche in contraddizione con quanto fatto fino a quel momento, le proprie possibilità nella contesa elettorale; nel secondo, un compattamento istituzionale tra centro liberale, centrosinistra moderato ed estrema destra nel criminalizzare le proteste e nell’utilizzarle per mettere in discussione la legittimità democratica dell’opposizione di sinistra. Scelta, quest’ultima, ben chiara al governo Meloni e all’establishment italiano, che scommettono nettamente sulla via francese. È difficile, in questi giorni, non vedere i segnali diffusi di un’operazione propagandistica mirata a spaventare le persone a giustificazione di una svolta sempre più autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e in prospettiva dello stesso ordinamento dello Stato. Da giorni social e media tradizionali, in alcune regioni, amplificano a dismisura il panico morale creato dalla diffusione di screenshot di presunte chat di «maranza» che minacciano un’ondata di atti di violenza sessuale in occasione delle prossime manifestazioni. In Veneto, il Gazzettino ieri apriva la prima pagina con «la psicosi stupri», e lo stesso faceva il dorso regionale del Corriere della Sera, titolando: «Lista di stupri in chat: ‘Superato il limite’». Tutto ciò avviene in un contesto in cui, in occasione degli scontri nelle vie del centro di Milano, non risulta che sia stato riportato alcun episodio di violenza sessuale. Puro panico. Quanto si tratti di una psicosi diffusa simile alla «Grande paura» del 1789 e quanto invece sia una strategia pianificata, resta da capire.  Allo stesso tempo, una parte importante del commentariato liberale, su stampa e social, denuncia da giorni come si sia in presenza di un «attacco all’Italia» da parte della Russia e dell’Islam, esempio di «guerra ibrida» (un concetto talmente vago e generico da poter essere utilizzato per fenomeni talmente diversi da portare a metterne in discussione la validità generale). Qualche vetrina rotta a Milano diventa un «attacco all’Italia», una «guerra». E alla guerra si risponde con la guerra. Il governo che schiera i militari, peraltro privi di poteri nella gestione dell’ordine pubblico, lo fa esattamente per alimentare questa narrazione: siamo in guerra. «C’è un attacco coordinato contro l’Italia da parte di potenze straniere che usano gli immigrati per stuprare le vostre figlie». Un messaggio che mira a spaventare le persone per farle stare in casa. Per evitare che le Italie in piazza diventino una sola, che si crei nella mobilitazione quella convergenza che già si sta dando nel senso comune (prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità) e che avrebbe un impatto molto significativo sul clima politico del paese. Per evitare, insomma, che succeda come in Spagna. Non sia mai che, uscendo, le persone si accorgano che i «maranza» sono i figli dei loro vicini di casa, con cui condividono molto se non tutto.   La strategia della paura, inoltre, è utile a creare il clima necessario a un’ulteriore stretta autoritaria prima di tutto sull’ordine pubblico (Meloni ha già annunciato l’ennesimo decreto), poi sull’immigrazione (non siamo molto lontani dal vedere la destra di governo fare la campagna elettorale sulla «remigrazione») e, in prospettiva, sullo stesso ordinamento dello Stato, con una campagna tra il trumpiano e il gollista in cui Meloni possa porre le persone di fronte all’alternativa tra i pieni poteri alla donna forte e il caos. Sullo sfondo, resta la militarizzazione. Chiacchierare di «attacco» e «guerra ibrida» prepara a una società in cui esercito, armamenti e disciplina hanno un ruolo ben più forte di quello che abbiamo conosciuto. Un contesto che dovrebbe invitare, come si diceva, alla lucidità. A non cadere nella trappola della paura, a fare il possibile per smontarla, a non scavare fossati con settori generazionali e sociali attraverso discutibili iniziative di condanna, bensì a mettere in campo percorsi ampi di mobilitazione, che diano spazio e orizzonte a quello scontento. Se c’è una disponibilità diffusa alla partecipazione, ai soggetti sociali e politici sta la responsabilità di coglierla, innovando rispetto alla ritualità autunnale e intercettando la volontà di convergenza, concretezza e radicalità che sembra caratterizzare queste piazze. Gli scioperi generali delle prossime settimane in questo senso possono essere appuntamenti estremamente utili, così come molto ci si può aspettare dalla capacità che il movimento studentesco ha mostrato in passato di dare continuità e un orizzonte comune, per le particolari caratteristiche della soggettività studentesca, a mobilitazioni molto frammentate. Le piazze spagnole di queste settimane, del resto, raccontano di una partecipazione di massa, trasversale e diretta e allo stesso tempo del ruolo attivo e determinante di realtà organizzate. Le differenze con il contesto italiano sono evidenti, ma la sfida è aperta, e sarebbe davvero un peccato non coglierla.  *Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’autunno del nostro scontento proviene da Jacobin Italia.
October 23, 2026
Jacobin Italia
L’Intelligenza artificiale e la crisi ecoclimatica
di Rita Cantalino (Giornalista freelance) L’Intelligenza artificiale (IA) non è nel cloud: è in un campo, a cento metri da casa Ogni volta che chiediamo a un’Intelligenza artificiale di riscrivere una e-mail o riassumere un documento, da qualche parte Continua a leggere L'articolo L’Intelligenza artificiale e la crisi ecoclimatica proviene da ATTAC Italia.
October 22, 2026
ATTAC Italia
Archivio Limone Lunare Limone Lunare si configura come uno spazio di ricerca, ascolto e restituzione delle memorie orali legate ai movimenti sociali, in continuo dialogo con chi desidera attraversarlo e contribuire. Ogni attività e nuova iniziativa accoglie collaborazioni, nella volontà di costruire un archivio nella volontà di costruire un archivio nella forma più collettiva e aperta possibile. Contiene il Fondo Pantera, una raccolta digitale di fonti orali che conserva e restituisce la memoria del movimento della Pantera a Palermo, divampato nel capoluogo siciliano tra il 1989 e il 1990, attraverso le testimonianze dirette di ex studenti, studentesse ed attivisti coinvolti nelle mobilitazioni. https://links.grafton9.net/760620059258/ #archivi #pantera #movimenti
October 22, 2026
archivio grafton9
Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato
QUELLO CHE ACCADE A MADRID, TIRANA, PARIGI, ATENE E MILANO APRE UNA CREPA NEL TEMPO DELLA GUERRA? BIFO SU NERO EDITIONS DICE CHE SI TRATTA DI RICOMPORRE CORPO E CERVELLO, ANCHE SE NON SAPPIAMO SE SIA POSSIBILE FARLO PACIFICAMENTE. CI SONO ALMENO DUE PASSAGGI IMPORTANTI PER TENTARE QUELLA STRADA. IL PRIMO: GENERARE SOCIALITÀ ALTERNATIVE E COSTRUIRE COMPLICITÀ TRA QUESTE, CHE SIGNIFICA ANCHE TORNARE A IMMAGINARE INSIEME ALTRI MONDI, PERCHÉ L’IMMAGINAZIONE È IN GRADO DI ORIENTARE LE ENERGIE COLLETTIVE. IL SECONDO: CHIEDERSI COME FAVORIRE, QUI E ORA, L’AUTORGANIZZAZIONE DEI SAPERI FUORI DAL DOMINIO DELLA FINANZA E DELLA GUERRA. SAREMO IN GRADO DI FARLO? BASTERÀ? Liceo scientifico Plinio di Roma occupato. Foto di Collettivo “20 Novembre” Plinio S. -------------------------------------------------------------------------------- L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si trova la salvezza. Qualche volta, non sempre. Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi alle scuole non alla guerra. In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta (ultima lettera dell’alfabeto). Guardando le immagini dei riot di Milano,  cui non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo e lontano. Cinquanta anni fa Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino. Fu l’inizio del movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le  rivolte di Bologna, Roma, Milano e un po’ dovunque. Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore  in attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato. Ma non andò come volevamo: il sapere e la tecnologia che per noi potevano diventare strumenti di liberazione, vennero espropriati da una minoranza, e sottoposti all’interesse del profitto, contro l’interesse collettivo. Un infame personaggio che allora faceva il Ministro degli Interni, e venne poi nominato Presidente con il voto degli stalinisti ha scritto: “Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’Università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì”. L’autunno della convulsione Ecco allora che mi viene in mente una seconda scena molto più vicina ai nostri tempi: Santiago del Cile, anno 2019. È l’anno del film Joker di Tod Phillips: un fantastico conturbante Joaquim Phoenix mette in scena la sofferenza psichica, la solitudine metropolitana e l’esplosione di violenza irragionevole di Arthur Fleck, clown licenziato, affetto da depressione e un po’ schizoide che ammazza tre giovanotti della classe finanziaria suscitando l’ilarità della platea. Quella violenza è certamente irragionevole, ma come non capirla, tanto più che alla fine del film scatena una rivolta memorabile. Al cinema ci parve divertente, però non dimentichiamo che quella stessa sofferenza può avere effetti catastrofici, come l’elezione di uno squilibrato alla presidenza americana. Nell’autunno del 2019 molte città del mondo, da Santiago del Cile a Hong Kong, da Quito a Teheran da Barcellona a Londra parvero scosse da una convulsione contemporanea ma sprovvista di una strategia comune. L’estallido dell’autunno 2019 non era l’inizio di una rivoluzione, non aveva né un sentimento comune né un programma di trasformazione per il futuro. Era la convulsione di un corpo troppo a lungo compresso. Dopo quaranta anni di accelerazione neo-liberale del ritmo della produzione dell’informazione e del consumo, dopo tre decenni di iper-stimolazione digitale e connettiva, il corpo collettivo entrò in una una specie di convulsione, la reazione dell’organismo a un’accelerazione del ritmo, lo spasmo muscolare che può essere doloroso e può condurre l’organismo al collasso, e in seguito alla paralisi. In quello stesso anno, oltre al sublime Joker di Todd Philipps ricordo di aver visto altri due film che mi parvero un segno del ciclo accelerazione-convulsione-collasso che si stava svolgendo nel mondo reale. Il film di Ken Loach Sorry we missed you, era un racconto della condizione di lavoro precaria super sfruttata, e delle conseguenze di esaurimento nervoso, di umiliazione di rabbia impotente. Un padre di famiglia corre tutto il giorno su un camioncino per consegnare merci, costretto a fare la pipì nella bottiglia, finché viene aggredito da una banda di ladruncoli che gli portano via la mercanzia da consegnare. Il secondo film di cui mi ricordo è Parasite, del coreano Bong Joon-ho, in cui si assiste a un crescendo di inganni e di violenza, in una situazione di competizione sociale priva di ogni spazio di solidarietà, priva di capacità di rivolta o di coscienza. Dopo la convulsione, il collasso Dopo la convulsione dell’autunno 2019 arrivò il collasso. All’inizio dell’anno seguente, in effetti, il mondo fu paralizzato da una pandemia prodotta da un agente info-virale che riuscì a bloccare l’attività economica, e l’accelerazione costante dell’attività sociale. Ci si poteva finalmente rilassare. Nel lungo periodo di lockdown e di distanziamento sociale molti si illusero che lo shock avrebbe favorito l’abbandono delle politiche liberiste che avevano depotenziato la sanità pubblica, e avevano reso fragile l’organismo collettivo. Per esempio molti aspettavano l’abbandono dei programmi neoliberali che avevano tagliato i finanziamenti alla sanità pubblica per favorire il sistema sanitario privato. Si attendeva l’uscita dal tunnel pandemico come condizione per una nuova politica sociale nel senso della solidarietà. Ci sbagliavamo completamente: all’uscita dal tunnel pandemico cosa abbiamo trovato? La guerra. Per riaffermare il predominio di una minoranza bianca e di un sistema di rapina finanziaria, il potere globale ha messo in moto la macchina della guerra. In nome del riarmo si distrugge definitivamente la società, si riduce la spesa per la scuola, si invitano i giovani a prepararsi a uccidere e a farsi uccidere. In nome della guerra si abbandonano le timide politiche green, e si riprende ad avvelenare l’aria la terra e il mare. Il genocidio è divenuto spettacolo quotidiano. A Gaza sparano su folle di ragazzi che chiedono pane, che chiedono acqua da bere. I tagli agli aiuti umanitari avviano un genocidio su scala planetaria. Nulla è ragionevole quando si cancella la ragione È del tutto comprensibile che ai margini della società che prepara la guerra monti l’esasperazione. La generazione senza futuro ha tutte le ragioni di rivoltarsi. Un tempo si rivendicava un futuro migliore. Ora l’idea di un futuro migliore fa ridere. È cosa nota che la generazione che qualcuno ha avuto l’impudenza di mettere al mondo è destinata a respirare un’aria irrespirabile (in questi giorni la rivolta dei giovani indonesiani nasce dalla rabbia per gli incendi che bruciano l’arcipelago affumicando l’aria delle città). «Se bruciamo noi, bruciate anche voi!», recitava uno striscione di protesta esposto da un manifestante a Giacarta. «Ho il diritto di respirare. Spegnete subito gli incendi», gridava un altro striscione. Ma nessuno è capace di spegnere l’incendio che rende tossica l’aria che respiriamo. Il 15 febbraio del 2019 milioni di ragazzi scesero in strada in tutto il mondo per chiedere che qualcuno spegnesse l’incendio, o almeno smettesse di appiccarlo. Greta Thunberg avvertiva: il tempo sta per scadere. Qual è stata la risposta delle classi dirigenti? Guerra contro i civili e contro l’ambiente, petroliere che sversano petrolio nel mare, immense nubi di materiali tossici per sterminare popolazioni inermi. “Drill baby drill” grida il presidente arraffando milioni di dollari. Dovremmo meravigliarci se i ragazzi scendono in strada gridando: “Ci avete rovinato il futuro, ve la facciamo pagare”? Un anno fa molti di quei ragazzi protestavano contro il genocidio a Gaza. Ma il genocidio è continuato. E allora qualcuno di loro può avere pensato: ogni giorno vediamo sugli schermi che ammazzate dei ragazzi e dei bambini. I prossimi saremo noi. Ve la facciamo pagare in anticipo. È ragionevole? Nulla è ragionevole, quando le condizioni per la ragione sono cancellate in nome del profitto e della guerra. È possibile ricomporre il corpo e il cervello collettivo? Ma torniamo al 2019. In quell’autunno dell’estallido cileno assistemmo all’insorgere convulso di un corpo sociale separato dal cervello, una rivolta senza progetto che rifluì mentre la politica si rivelava incapace di tradurre la rivolta. La riforma costituzionale venne bocciata, e alla fine i fascisti hanno vinto le elezioni. Dovremmo trarne una lezione: il progetto da perseguire è quello di una ricomposizione di corpo e cervello. Senza un processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo l’insurrezione dei corpi non può che risolversi in una reazione fascistoide. Gli attivisti che protestano contro i data center nell’entroterra di Milano sono consapevoli del fatto che occorre sottrarre alle corporation private le potenze del sapere, e farne patrimonio comune. Ma è possibile l’autorganizzazione del sapere fuori dal dominio della finanza e della guerra, nella stretta che si prepara? È possibile un pensiero collettivo, quando il corpo sociale è frammentato e incapace di unità e di strategia? La migrazione ha cambiato la composizione sociale della metropoli, ha creato condizioni di conflitto tra i poveri e gli emarginati. Ricordando Macao Solo i centri sociali hanno tentato di creare luoghi di ricomposizione. Ma non è sempre stato facile. Ricordo il modo in cui concluse nel 2021 l’esperienza milanese di Macao, forse il centro sociale che, nato nel 2012, era andato più avanti nel tentar di tenere insieme marginalità sociale, artisti, lavoro cognitivo. Rivolta e intelligenza strategica. Gli occupanti di Macao decisero di abbandonare la palazzina in cui avevano vissuto e sperimentato per un decennio quando si resero conto che l’ambiente intorno a loro si era fatto pericoloso per la presenza di marginali, in parte stranieri, che non intendevano riconoscersi in un progetto comune e solidale, ma soltanto esprimere il loro disperato bisogno in forma violenta. Quando gli occupanti di Macao si resero conto che il confronto con la marginalità poteva diventare violento, preferirono lasciare. Uno di loro dichiarò: “C’è un limite che non intendiamo superare, che non fa parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non siamo bravi a fare paura. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo fare”. Dovremmo riprendere la riflessione da quel punto. Nel frattempo coloro che hanno favorito la catastrofe, coloro che hanno sottratto risorse alla scuola per spostarle verso il profitto e la guerra si affollano dietro uno striscione che promette: “Vi reimmigreremo tutti”. Sono farabutti, per il loro interesse sono pronti a distruggere ogni vestigio di democrazia e di vita sociale. Non so Ci sono tante cose che non so. Non so se riusciremo ad evitare una stretta ulteriore delle politiche securitarie che aumentano la tensione invece di curarla. Non so se sia possibile perseguire un progetto di pacifica ricomposizione del corpo e del cervello sociale. E per finire non so cosa vuol dire un cartello che una ragazza inalberava nella piazza di Milano. “Cielo artificiale veleno reale”. Dicono che si tratta di parole che denunciano le scie chimiche, ma per me quelle parole vogliono dire molte altre cose. Sono parole ambigue, ironiche, poetiche, perciò le possiamo interpretare un po’ come ci pare. Per me vogliono dire che la potenza della tecnologia, dell’intelligenza separata dal suo corpo sta intossicando la mente e avvelenando il territorio. Solo un movimento capace di restituire all’intelligenza collettiva quello che è stato creato dall’intelligenza collettiva potrà dare ossigeno a un corpo che sta soffocando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato proviene da Comune-info.
October 21, 2026
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Attacco all’attivismo digitale: il caso Autistici/Inventati
di Italo Di Sabato (Osservatorio Repressione) La repressione del dissenso non passa soltanto attraverso arresti, processi e divieti di manifestazione. Può colpire le infrastrutture che rendono possibile l’organizzazione collettiva, interrompere le comunicazioni e compromettere la sopravvivenza economica di un’esperienza politica. Continua a leggere L'articolo Attacco all’attivismo digitale: il caso Autistici/Inventati proviene da ATTAC Italia.
October 21, 2026
ATTAC Italia
Vetrine
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- L’ostentazione della ricchezza, l’oscena esposizione del lusso, l’insulto dello spreco consumistico in un mondo che soffre la mancanza del necessario sono la causa e il riflesso dell’immiserimento non solo materiale, ma ideale e valoriale della società contemporanea. Due sono i sentimenti indotti dall’ipercapitalismo. L’adorazione estasiata e penosamente imitativa dei simboli (l’”agnello d’oro” per alcuni, il “feticismo delle merci” per altri) e degli uomini di successo (sembra che l’orrendo Musk abbia molto seguito tra i giovanissimi, oltre che nella nostra presidente del Consiglio). Oppure, all’opposto, la rivalsa, la recriminazione, il tradimento, l’odio. Non è difficile rispondere alla domanda che il sociologo Jean Ziegler si fece all’inizio di questo secolo su da dove venga L’odio per l’Occidente. Non servono profondi studi di psicologia sociale, o quelli di Piketty sull’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o quelli dei territorialisti sulle periferie urbane per capire che stiamo ferendo i principi di base elementari della convivenza civile. “Caro vita”, “spese militari”, “definanziamento” dello stato sociale non sono (solo) poste di bilancio: sono lotta di classe agita da chi sta in alto, violenza organizzata dagli stati per l’accaparramento delle risorse naturali, dominio sui più deboli. Sì, di fronte alle vetrine spaccate ho avuto una stretta al cuore, ma per la mancanza di una proposta politica che si proponga di cambiare ora, subito l’attuale sistema socioeconomico fin dalle sue radici. Sì, lo confesso, sto soffrendo di più per i ragazzini nelle celle delle questure che per Rolex razziati. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vetrine proviene da Comune-info.
October 21, 2026
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