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Quanta fuffa al Pilastro
Ospitiamo un contributo di Beppe Ramina su quello che sta accadendo al Pilastro, dove il Comune ha deciso di realizzare il museo Futura occupando un parco: per le/gli abitanti quello è "un vero e proprio sistema ecologico e relazionale. Perchè proprio lì?".
La costruzione dell’università critica come nemico interno – di Gennaro Avallone
L'università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni '80, accelerato in Italia dai [...]
March 21, 2026
Effimera
Territorio e terra
ROMPERE LA GABBIA CHE LE GEOPOLITICA IMPONE AL CONCETTO DI TERRITORIO CONSENTE DI ASCOLTARE IL MONDO DI QUELLI CHE SONO IN BASSO. NEGLI ULTIMI ANNI INFATTI IL TERRITORIO È DIVENTATO IL CENTRO IN CUI SI MATERIALIZZATA L’ECONOMIA GLOBALE, MA AL TEMPO STESSO È DIVENTATO IL FULCRO DELLA RESISTENZA DELLE COMUNITÀ INDIGENE, NERE E CONTADINE. COME DIMOSTRANO SEMPRE PIÙ TERRITORI, A COMINCIARE DAL SUD AMERICA, SCRIVE RAÚL ZIBECHI, OGGI LA RESISTENZA AL CAPITALISMO È GUIDATA PRIMA DI TUTTO DA QUELLE COMUNITÀ, LE UNICHE IN GRADO DI FERMARE I PROGETTI DELLE GRANDI MULTINAZIONALI E DI PORRE UN FRENO AI PROCESSI DI PRIVATIZZAZIONE DI BENI COMUNI, COME TERRA E ACQUA, IN MERCI Foto: @Tukuma_pataxo per APIB / Articulação dos Povos Indígenas do Brasil -------------------------------------------------------------------------------- «La terra e i territori non sono semplicemente uno sfondo per la riconfigurazione geopolitica», scrive Oscar Bazoberry, coordinatore dell’Istituto per lo Sviluppo Rurale in Sud America (IPDRS), nell’introduzione al Decimo Rapporto: Accesso alla Terra e al Territorio in Sud America. Aggiunge che la terra e i territori «continuano a essere lo spazio in cui si materializzano cicli politici, strategie estrattive e nuove agende ambientali». Bazoberry sostiene che porre l’accesso alla terra e ai territori al centro dell’analisi e dell’attenzione globale è necessario per comprendere come il potere si stia riorganizzando, sia a livello locale che globale. Il rapporto, pubblicato da dieci anni, copre nove paesi della regione, poiché quest’anno non è stato possibile ottenere contributi dal Venezuela per ovvie ragioni. Secondo l’IPDRS, si tratta di un progetto di «ricerca collaborativa situata» che si avvale di informazioni fornite da movimenti e organizzazioni sociali, media alternativi e alcuni rapporti istituzionali per sistematizzare i dati disponibili, rendendoli utili per i soggetti collettivi che i rapporti intendono mettere in luce. Redatte da accademici strettamente legati ai movimenti, le relazioni annuali offrono approfondimenti sulle principali tendenze della lotta per la terra e il territorio nel subcontinente, avvicinandoci al contempo alle persone che difendono la terra e la vita. Ogni sezione mette in luce un particolare movimento di resistenza, illustrato con fotografie dei suoi leader. È importante sottolineare i cambiamenti avvenuti in appena un decennio, che hanno radicalmente modificato i conflitti. “Per anni, la terra è stata considerata una questione rurale e settoriale, legata all’agricoltura, e marginale in termini di occupazione e residenza”, si legge nell’introduzione. Ora, invece, il territorio è diventato il centro della formazione del valore, “dove si è materializzata l’economia globale”, nonché il fulcro della resistenza delle comunità. In breve, la terra è centrale come risorsa globale, come accesso alle fonti energetiche, all’estrazione mineraria e forestale, e come fonte di speculazione finanziaria attraverso i crediti di carbonio, tra le altre cose. Uno dei cambiamenti più significativi riguarda le modalità di accumulazione del capitale. Le catene del valore globali esercitano ora un’influenza molto maggiore sulla proprietà terriera da parte delle vecchie oligarchie latifondiste, con tutte le implicazioni che ciò comporta per le lotte sociali. Mentre il capitalismo impatta sui territori dei popoli indigeni, cercando di espropriarli per privatizzare i beni comuni trasformandoli in semplici merci, emergono nuove forme di resistenza e nuovi soggetti collettivi: le comunità indigene, nere e contadine. In relazione a ciò, si sta verificando una trasformazione di lunga durata: la lotta per la riforma agraria, intesa come distribuzione individuale della terra, è stata soppiantata dall’emergere dei territori indigeni. I movimenti di resistenza realmente esistenti si basano sull’attaccamento ai propri spazi e sull’impregnazione di spiritualità, che ha trasformato la terra in un territorio integrale, abitato da comunità forgiate all’interno di questi processi. Il mutamento del panorama degli attori storici nella lotta anticapitalista ha modificato l’intero contesto istituzionale e politico. L’importanza di questi popoli (indigeni, neri e contadini, che in Brasile vengono definiti “popoli della campagna, delle acque e delle foreste”) implica non solo un cambiamento negli attori coinvolti, ma anche una trasformazione fondamentale nelle modalità di conduzione della politica, che d’ora in poi appare incentrata sull’autogoverno e sull’autonomia territoriale. Osserviamo come la resistenza al capitalismo sia guidata dalle autonomie indigene, nere e contadine in tutto il continente, sebbene alcuni “analisti” ritengano che i lavoratori industriali rimangano la classe che resiste al sistema. In Brasile, i popoli indigeni rappresentano meno dell’1% della popolazione totale, ma sono gli unici in grado di fermare i progetti delle grandi multinazionali, come dimostra la recente vittoria di 14 comunità amazzoniche contro i piani di Cargill (L’importanza di riconoscere le vittorie dei popoli). Questa resistenza si sta riaccendendo oggi grazie alle donne indigene del fiume Xingu, che chiedono la revoca della licenza ambientale della compagnia mineraria canadese Belo Sun. Da tre settimane occupano la sede dell’Istituto Indigeno e hanno bloccato l’autostrada per l’aeroporto di Altamira. I movimenti di resistenza si stanno diffondendo in tutto il continente e ogni giorno veniamo a conoscenza di nuove esperienze. Ho chiesto a Silvia Adoue, che accompagna alcune di queste lotte, perché siano proprio gli indigeni a resistere maggiormente. Dopo averci pensato, ha risposto: “Sono più preparati degli abitanti delle città ad affrontare la guerra del capitale, perché non ne sono mai stati al di fuori. E sono meno contaminati dal capitalismo”. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada con il titolo Tierra y territorios en Sudamérica -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Territorio e terra proviene da Comune-info.
March 21, 2026
Comune-info
Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra
Una parte rilevante dei movimenti è molto attiva nella campagna referendaria: discute, prende posizione, costruisce argomentazioni e iniziative, si mobilita. Non è un fronte compatto, ma è un pezzo ampio e variegato, che considera il referendum un passaggio decisivo in questa congiuntura. C’è invece un’altra parte del pensiero critico e dell’attivismo radicale che guarda a questo referendum con maggiore distanza. Non per disinteresse o superficialità, ma per ragioni politiche precise: diffidenza nei confronti della magistratura maturata in esperienze dirette o indirette di repressione, critica strutturale alle istituzioni in quanto tali, cultura dell’astensione come gesto politico, percezione che si tratti di uno scontro interno alle élite. La scelta di non votare al referendum è, in questa fase, probabilmente minoritaria anche dentro i circuiti più radicali. Molto più ampia è l’area di chi andrà a votare, ma senza investire energie nella campagna, senza farne un terreno di iniziativa, senza considerarlo un passaggio decisivo. Non è un fronte dell’astensione militante, quanto piuttosto una zona grigia di disimpegno relativo: magari partecipazione individuale, ma assenza di mobilitazione collettiva. È utile prendere sul serio le ragioni di questa doppia distanza – incarnata da chi non andrà a votare e da chi esprimerà la propria preferenza per il No, senza però attivarsi nella campagna referendaria. Non si tratta di richiamare genericamente alla partecipazione, né di un invito moralistico al voto o alla mobilitazione elettorale. Si tratta di interrogarsi, nel complesso, sulla posta in gioco. Questo testo è costruito a partire dai principali “blocchi” che rendono difficile, per una parte del mondo radicale, investire nel referendum. Per blocchi non si intendono errori o mancanze, ma dispositivi politici e culturali: cornici interpretative, abitudini militanti, priorità strategiche che producono distanza ed esitazione. Per ciascun blocco abbiamo provato a fare due operazioni: mettere a fuoco il funzionamento e poi aprire una possibile linea di riarticolazione, un diverso criterio di valutazione che consenta di leggere il voto al referendum non come adesione allo status quo, ma come intervento situato dentro un conflitto più ampio. L’obiettivo non è chiudere il dibattito, ma riaprirlo. Se la mobilitazione per il “No” è un terreno imperfetto, resta comunque uno snodo politico decisivo. E decidere se e come attraversarlo è una scelta che riguarda anche chi non smette di pensare alla trasformazione in termini radicali. 1. PERCEZIONE DI SCARSA INCIDENZA CONCRETA DELL’ESITO REFERENDARIO Come opera il blocco Nel caso del referendum sulla giustizia, moltə attivistə percepiscono i quesiti come aggiustamenti tecnici interni al sistema, non come cambiamenti capaci di incidere sui rapporti di forza reali. Se la diagnosi è strutturale – giustizia come apparato statale classista e repressivo – allora ogni modifica dell’impianto generale è percepita come un dettaglio che non cambia il quadro generale.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può superare questa percezione cambiando il criterio con cui si misura l’incidenza. Nel merito del referendum sulla giustizia, la domanda non è se i quesiti trasformino radicalmente il sistema giudiziario, ma quali effetti produce la riforma promossa dal governo negli equilibri tra magistratura, esecutivo e Parlamento. Rafforzano o riducono l’autonomia e il controllo reciproco tra poteri? In una fase segnata dalla torsione autoritaria del governo Meloni, l’esito del voto assume un significato politico generale. Una vittoria del No rappresenterebbe un limite concreto all’offensiva dell’esecutivo.  2. CULTURA DELL’ASTENSIONE  Come opera il blocco Per una parte dell’attivismo critico, l’astensione – o il disimpegno nella campagna elettorale – sono una chiara posizione politica. Non votare significa rifiutare il perimetro istituzionale dato, non legittimare un campo di gioco definito dall’alto, non ridurre la politica a un sì/no espresso dentro l’ordine esistente. In questa prospettiva, partecipare al referendum appare come un atto di integrazione nel sistema che si contesta. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  L’astensione può avere un valore politico, ma non sempre produce effetti misurabili. Partecipare a un referendum non implica accettare integralmente il quadro istituzionale: può essere una scelta tattica dentro un terreno dato, per incidere su un passaggio specifico, in una congiuntura determinata. In questa chiave, il voto non sostituisce la critica radicale, ma consente di tutelare – qui e ora – lo spazio politico in cui possono svilupparsi i movimenti reali. 3. SENSAZIONE CHE SIA UNA BATTAGLIA INTERNA ALLE ÉLITE Come opera il blocco Il referendum sulla giustizia può essere percepito come uno scontro tra pezzi di classe dirigente: politica contro magistratura, correnti contro correnti, partiti contro corporazioni. In questa lettura, la posta in gioco non riguarda direttamente le condizioni materiali delle persone o i diritti sociali, ma equilibri interni ai vertici dello Stato. Per chi ha una sensibilità di movimento o una postura radicalmente critica, schierarsi in una contesa tra poteri può essere molto difficile. Questo produce distanza e disimpegno. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può superare questa percezione spostando lo sguardo dagli attori in campo agli effetti delle scelte. Anche quando un conflitto è compiutamente istituzionale, le sue conseguenze ricadono sull’equilibrio complessivo dei poteri e quindi sulla società nel suo insieme. Il punto non è schierarsi con un’élite contro un’altra, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale produca più controllo, più concentrazione di potere, più repressione. In questa prospettiva, favorire la vittoria del No significa incidere su regole che non restano confinate “in alto”, ma definiscono il contesto in cui si sviluppano anche i conflitti sociali. 4. COMPLESSITÀ TECNICA DEI QUESITI Come opera il blocco I referendum sulla giustizia intervengono su materie complesse. Per moltə attivistə, che non sono giuristə e non vivono quotidianamente il diritto, il contenuto può risultare opaco, difficile da decifrare senza tempo di studio. Quando non si ha la percezione di comprendere pienamente le conseguenze di una scelta, la prudenza può tradursi in disimpegno. La complessità tecnica diventa così una barriera all’ingaggio politico. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione (chiave autodifesa) È possibile trasformare il referendum in un territorio di intervento politico generale, dentro e oltre il suo contenuto puntuale. In molte stagioni politiche, i referendum sono stati leve per la trasformazione radicale della società. Anche nell’attuale quadro istituzionale, l’occasione è irripetibile: l’affermazione del No configurerebbe un deciso stop all’azione del governo e determinerebbe condizioni politiche complessive potenzialmente favorevoli ai movimenti. 5. ALTRE PRIORITÀ POLITICHE Come opera il blocco Moltə attivistə oggi sono immersə in vertenze percepite come urgenti: regime globale di guerra, violenza di genere, lavoro precario, catastrofe ambientale e climatica. In questo quadro, il referendum sulla giustizia può apparire distante dalle emergenze quotidiane e meno mobilitante rispetto a conflitti che toccano direttamente le condizioni materiali e le forme di vita. Poiché il tempo e l’energia militante sono limitati, si tende a investire dove l’impatto sembra più immediato e visibile. Il risultato non è disinteresse, ma la formulazione di una precisa gerarchia delle priorità. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione L’organizzazione della giustizia non è un tema separato dalle altre priorità, ma un’infrastruttura che le attraversa tutte. Le regole che disciplinano poteri, garanzie e discrezionalità incidono anche sulle specifiche tematiche oggetto dell’azione militante. Non si tratta di spostare l’attenzione dalle vertenze concrete a un piano più astratto, ma di riconoscere che il contesto giuridico condiziona il modo in cui i conflitti si sviluppano. In questa chiave, il referendum non compete con le altre priorità politiche: le interseca. Partecipare diventa allora un modo per incidere sul quadro generale dentro cui le lotte prendono forma. 6. TIMORE DI CONTRIBUIRE ALLA DIFESA DELLO STATUS QUO Come opera il blocco Una parte dell’attivismo radicale teme che partecipare al referendum significhi oggettivamente difendere l’assetto esistente. Se la magistratura e il sistema giudiziario vengono letti come parte di un ordine che produce disuguaglianza e repressione selettiva, allora la mobilitazione per tutelare gli attuali assetti istituzionali può sembrare una presa di posizione difensiva. Questo genera un cortocircuito identitario: per chi si immagina come forza di trasformazione, il rischio è quello di autopercepirsi come conservatorə. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Talvolta, come in questa congiuntura, la posta in gioco è evitare uno spostamento degli equilibri in una direzione peggiorativa. Il criterio per valutare l’azione è situato: quale assetto rafforza maggiormente le garanzie, quale riduce gli spazi di discrezionalità, quale incide sui rapporti tra poteri in conflitto? In questa prospettiva, partecipare non significa santificare lo status quo, ma intervenire dentro una dinamica reale per ostacolare le traiettorie autoritarie del governo. Anche una posizione difensiva, in certe fasi, può essere parte di una strategia più ampia di trasformazione. 7. DISTANZA POLITICA E CULTURALE DALLA NARRAZIONE DOMINANTE DELLA CAMPAGNA REFERENDARIA Come opera il blocco Una parte dellə attivistə può non riconoscersi nel linguaggio, nei testimonial e nelle categorie con cui viene raccontato il referendum sulla giustizia. La campagna referendaria ha spesso i toni da legalismo astratto o è promossa da figure politiche percepite come molto distanti. Il frame comunicativo può risultare estraneo, poco radicato nelle esperienze di conflitto e nelle sensibilità dei movimenti. Questa non-identificazione riduce l’ingaggio. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Anche se la narrazione dominante nella campagna referendaria non parla il linguaggio dei movimenti, la posta in gioco resta del tutto materiale. Separare le ragioni del No dai volti e dalle retoriche che lo rappresentano consente di riappropriarsi del tema – anche da un punto di vista critico. Inoltre, costruire una narrazione autonoma – con parole, posture e priorità proprie – permette di non subire il frame altrui, ma di intervenire nel dibattito pubblico con le proprie categorie politiche, anche dal taglio radicale. 8. SFIDUCIA VERSO LA MAGISTRATURA Come opera il blocco Una parte dell’attivismo guarda alla magistratura non come contropotere neutrale, ma come parte integrante dell’apparato statale. Repressione dei movimenti, uso selettivo dell’azione penale, disparità di trattamento tra conflitto sociale e reati delle élites alimentano una diffidenza strutturale. In questo quadro, mobilitarsi su un referendum che riguarda l’assetto della giustizia può apparire come una difesa corporativa o come un’idealizzazione di un potere che non viene percepito come alleato.  Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione  Si può distinguere tra giudizio sull’operato concreto della magistratura e valutazione degli assetti istituzionali che ne regolano autonomia, equilibrio e responsabilità. Anche senza alcuna idealizzazione, una magistratura meno indipendente è un grosso problema anche i movimenti sociali. Il punto non è difendere una corporazione, ma interrogarsi su quale configurazione istituzionale, tra le opzioni attualmente in campo, produca minori concentrazioni di potere. 9. TENDENZA A PRIVILEGIARE PRATICHE DI CONFLITTO SOCIALE Come opera il blocco Per moltə attivistə, la trasformazione della società si può dare unicamente dal conflitto organizzato e dalla pressione dal basso. Il voto al referendum, soprattutto su questioni tecniche come quelle relative alla giustizia, può apparire come un terreno secondario, addomesticato, poco incisivo rispetto alla forza di uno sciopero o di una mobilitazione di massa. In questa cultura politica, l’istituzione è spesso vista come strumento di gestione dell’esistente, mentre il cambiamento reale viene associato alla rottura e al conflitto. Ne deriva una svalutazione preventiva dello strumento referendario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Il conflitto, anche il più radicale, non si svolge nel vuoto, ma dentro un quadro di regole che può essere più o meno favorevole. Intervenire su quel quadro generale non significa sostituire la mobilitazione, ma incidere sulle condizioni dentro cui essa si sviluppa. Inoltre, partecipare a un referendum può essere una modalità per ampliare il discorso pubblico, portando nel dibattito istituzionale temi e sensibilità maturate nei movimenti. Non un’alternativa alla piazza, ma un’estensione del terreno dell’iniziativa politica. 10. FATICA MILITANTE E SATURAZIONE POLITICA Come opera il blocco Negli ultimi anni moltə attivistə hanno attraversato una sequenza continua di emergenze, campagne, mobilitazioni e conflitti. Questa esposizione prolungata produce stanchezza, sovraccarico, talvolta disillusione. Un referendum percepito come tecnico o distante rischia di non superare la soglia di attenzione. Quando la saturazione è elevata, l’asticella per attivarsi si alza ulteriormente e si tende a concentrare le forze su ciò che appare più prossimo o identitario. Quale ragionamento può riaprire lo spazio della partecipazione Si può riaprire lo spazio dell’attivazione se il referendum viene letto come un’azione a basso costo e potenzialmente ad alta resa: un passaggio circoscritto che, senza sostituire le lotte ma intersecandosi ad esse, può incidere sul contesto politico generale e mettere chiaramente in difficoltà il governo. In questa chiave, partecipare non significa “fare una campagna totale”, ma scegliere un obiettivo realistico e misurabile dentro un calendario breve, integrandolo nelle pratiche già esistenti. La copertina è di Marta D’Avanzo (DinamoPress) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Compagnə per il No: dieci ragioni per non restare alla finestra proviene da DINAMOpress.
March 18, 2026
DINAMOpress
Cuba, Gaza e la politica del mare
Cuba vive una delle crisi più gravi degli ultimi decenni. All’inizio del 2026, l’isola è attraversata da blackout che durano fino a venti ore al giorno, carenza di carburante e difficoltà sempre più diffuse nell’accesso a cibo e medicine. Il sistema energetico è al collasso perché il petrolio non arriva. Le forniture dal Venezuela si sono ridotte drasticamente e gli Stati uniti stanno colpendo attivamente ogni tentativo di approvvigionamento, sanzionando compagnie, banche e paesi terzi coinvolti nel commercio con l’isola. Non si tratta di una crisi naturale o di un semplice fallimento interno. È il risultato di una pressione politica continua. Da oltre sessant’anni, dall’inizio della Rivoluzione, Washington mantiene un embargo economico contro Cuba e negli ultimi anni lo ha irrigidito, limitando l’accesso al credito, bloccando transazioni finanziarie e rendendo sempre più difficile importare energia, tecnologie e beni essenziali. Oggi il controllo del petrolio è diventato uno degli strumenti principali di questa pressione. Questa strategia non è nuova. Fin dagli anni Sessanta, gli Stati uniti hanno cercato di rovesciare il governo cubano attraverso invasioni, operazioni clandestine e sabotaggi. Dallo sbarco fallito della Baia dei Porci nel 1961, alle operazioni segrete come Mongoose, che prevedevano centinaia di azioni di sabotaggio e destabilizzazione, fino ai numerosi tentativi di assassinio contro la leadership cubana. Nel tempo queste pratiche si sono trasformate, ma la logica è rimasta la stessa: produrre pressione economica, isolamento e crisi interna per forzare un cambiamento politico (politiche tanto lontane quanto attuali in tutto il Sud e Centro America). Negli ultimi giorni la crisi ha prodotto nuove proteste in diverse città cubane, tra cacerolazos notturni e manifestazioni durante blackout che in molte zone durano fino a venti ore al giorno. Si protesta per la mancanza di carburante, per gli ospedali in difficoltà e per una vita quotidiana sempre più precaria. Ma queste mobilitazioni non possono essere lette come un semplice riflesso interno. Cuba è sottoposta a un regime di sanzioni che, soprattutto dopo il suo inserimento nella lista statunitense degli «Stati sponsor del terrorismo» nel 2021, rende di fatto impossibile a banche, imprese e paesi terzi commerciare con l’isola senza rischiare ritorsioni. LEGGI ANCHE… AMERICA LATINA CUBA NEL MIRINO Antoni Kapcia È in questo scenario che una rete internazionale di movimenti sociali sta organizzando una missione di solidarietà conosciuta come Nuestra América Convoy, con arrivo previsto all’Avana il 21 marzo 2026. L’iniziativa mobilita aiuti via terra, aria e mare da Colombia, Messico, Argentina e diversi paesi europei. Nasce dalla convinzione che di fronte a politiche di punizione collettiva esista una responsabilità civile internazionale concreta. Dopo le esperienze delle flottiglie verso Gaza, una parte dei movimenti ha scelto di intervenire direttamente per rompere l’isolamento imposto a Cuba e rendere visibile una pressione che dura da oltre sessant’anni. Il punto è agire sulle rotte, sulle sanzioni e sui meccanismi che impediscono la circolazione di beni e persone. Nello stesso momento, anche il movimento delle flottiglie per Gaza sta attraversando una fase di ricomposizione e coordinamento più stretto tra reti e organizzazioni diverse, annunciando un’alleanza totale per la prossima missione in primavera. Un processo non facile, che ha richiesto tempo e molto lavoro di cura, ma che segnala la volontà di costruire iniziative comuni mettendo in secondo piano la frammentazione tra sigle e percorsi. Tra le figure coinvolte nella missione c’è l’attivista brasiliano Thiago Ávila, già impegnato nelle iniziative internazionali via mare verso la Palestina. Nel suo ragionamento, Cuba e Gaza non sono casi isolati ma situazioni che mostrano come l’isolamento economico e il controllo delle risorse vengano usati per colpire direttamente la popolazione civile. Da qui la scelta di organizzarsi oltre i confini e tornare al mare, non come gesto simbolico ma come spazio da attraversare e contendere, provando a rompere anche temporaneamente i meccanismi che tengono interi territori sotto pressione. Negli ultimi giorni a Cuba si sono moltiplicate proteste legate ai blackout e alla crisi energetica. Quanto di questa crisi è legato all’embargo e alla lunga storia dell’assedio economico contro l’isola? La situazione è molto difficile. Molte persone vivono con interruzioni di elettricità che possono durare anche venti ore al giorno. Questo significa che diventa difficile cucinare, conservare il cibo, lavorare, studiare, addirittura spostarsi. Il sistema energetico cubano si basa sull’importazione di carburante, come accade in gran parte dei paesi del mondo. La differenza è che, mentre altri paesi continuano ad approvvigionarsi senza ostacoli, Cuba si trova di fronte a restrizioni che rendono l’arrivo del petrolio sempre più incerto. Quando il petrolio non arriva, il paese si ferma. Questa crisi ha una dimensione politica precisa. Cuba vive sotto un regime di sanzioni che dura da più di sessant’anni. Il blocco limita la capacità del paese di comprare carburante, macchinari e medicine, colpendo direttamente la vita quotidiana. Alla fine il peso ricade sempre sulla popolazione. Ogni anno l’Onu vota quasi all’unanimità contro il blocco. Eppure le sanzioni continuano. Cosa ci dice questo sul funzionamento reale dell’ordine internazionale? Ci dice che il sistema internazionale non è basato sulla democrazia tra Stati ma sul potere. Se guardiamo alle votazioni all’Onu vediamo che quasi tutti i paesi chiedono la fine delle sanzioni contro Cuba. Ma queste risoluzioni non sono vincolanti e gli Stati uniti continuano a mantenere attivo l’embargo. Questo dimostra che il diritto internazionale spesso non è sufficiente quando entra in conflitto con gli interessi geopolitici delle grandi potenze. Per questo sono i movimenti sociali a cercare nuove forme di pressione e di solidarietà. Per questo abbiamo organizzato dopo i movimenti via mare per la Palestina, una flottiglia via mare per Cuba. Negli ultimi anni Washington ha rafforzato ulteriormente le misure contro Cuba, anche inserendo il paese nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Che effetti concreti ha questa decisione? L’inserimento nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo produce un effetto a catena che va ben oltre la misura formale. Non riguarda solo i rapporti diretti con gli Stati uniti, ma l’intero sistema finanziario internazionale. Le banche evitano operazioni, le compagnie di navigazione e assicurazione si ritirano, i fornitori interrompono i contratti per non esporsi a sanzioni secondarie. Anche quando esistono canali legali, diventano impraticabili. Il risultato è che ogni transazione si complica, si rallenta o salta del tutto, con un impatto diretto sull’accesso a medicinali, tecnologie e carburante. In questo modo l’isolamento non passa solo da un divieto esplicito, ma da una rete di restrizioni che rende sempre più difficile mantenere relazioni economiche normali. Dopo le missioni civili verso Gaza il mare è tornato a essere uno spazio politico per i movimenti. Cosa rende una flottiglia uno strumento così potente? Le flottiglie hanno una dimensione molto concreta e allo stesso tempo simbolica. Portano aiuti reali ma portano anche un messaggio politico. Quando una nave civile attraversa il mare per raggiungere un territorio assediato, sta dicendo che quel blocco non è accettabile. Il mare diventa uno spazio di azione politica. Non appartiene a un governo o a un esercito, appartiene all’umanità. Attraversarlo con una missione civile significa affermare che nessun popolo dovrebbe essere isolato o punito collettivamente. LEGGI ANCHE… PALESTINA LA MESCOLANZA VERSO GAZA Matteo Cimbal Gullifa Gaza e Cuba sono contesti molto diversi. Tuttavia in entrambi i casi vediamo forme di assedio economico e politico. Quali connessioni vedi tra queste due realtà? La situazione è molto diversa. Gaza è sotto assedio militare diretto, con un controllo capillare dello spazio terrestre, marittimo e aereo. Cuba è uno Stato sovrano, ma sottoposto da decenni a un regime di sanzioni che ne limita l’accesso a mercati, risorse e infrastrutture. Le forme sono diverse, ma in entrambi i casi si agisce sulle condizioni materiali della vita: energia, cibo, cure mediche, possibilità di movimento. È su questo terreno che si esercita la pressione. Le missioni di solidarietà nascono dentro questo quadro. Non risolvono da sole queste situazioni, ma intervengono su un punto preciso: l’isolamento. Portare aiuti significa anche riaprire canali che sono stati chiusi, rendere visibile ciò che viene normalizzato e costruire legami tra contesti che spesso vengono trattati come separati. Per questo, più che il risultato immediato, conta il gesto politico: attraversare questi spazi e affermare che queste condizioni non sono inevitabili né accettate. Molti movimenti parlano oggi della necessità di convergere e unire le lotte. È questo il momento di costruire una risposta internazionale contro le politiche coloniali che stanno alla base dell’economia globale? Sì, penso che questo sia esattamente il compito del presente. Per troppo tempo abbiamo guardato a queste lotte come a crisi separate, come se Gaza riguardasse solo la Palestina, Cuba solo i Caraibi, e altre forme di devastazione solo i loro territori immediati. Ma non è così. Le politiche coloniali che colpiscono questi popoli non sono eccezioni, sono una parte strutturale dell’economia globale in cui viviamo. Per questo è il momento di convergere, di unire le forze, di costruire una solidarietà capace di diventare forza materiale. Per Gaza, per Cuba e per ogni parte del pianeta colpita da assedio, saccheggio e isolamento, questo movimento via terra e via mare vuole essere un’infrastruttura internazionalista concreta. Vuole portare aiuti, certo, ma anche legami politici, visibilità, organizzazione e una pratica comune di resistenza. Vuole dire che nessun popolo deve essere lasciato solo e che la risposta alle politiche coloniali deve essere globale. In molte parti del mondo il mare è tornato a essere uno spazio di conflitto politico. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata contro i migranti e un luogo di guerra intorno a Gaza. Allo stesso tempo i movimenti cercano di riaprire il mare come spazio di solidarietà attraverso le flottiglie civili. Che tipo di politica del mare sta emergendo oggi? Il mare è sempre stato uno spazio politico. Le rotte marittime hanno costruito l’economia globale, ma anche il colonialismo, il commercio forzato e le guerre. Oggi vediamo qualcosa di simile. Il Mediterraneo è diventato una frontiera militarizzata dove migliaia di persone muoiono cercando di attraversarlo. Intorno a Gaza il mare è parte dell’assedio. Ma allo stesso tempo il mare può diventare uno spazio di connessione. Quando i movimenti organizzano una flottiglia stanno dicendo che il mare non appartiene solo alle flotte militari o alle rotte commerciali. Può essere uno spazio di solidarietà tra popoli. Le missioni civili cercano di riaprire questo spazio. Attraversare il mare con aiuti e con persone che arrivano da paesi diversi significa creare un legame concreto tra lotte che spesso restano isolate. LEGGI ANCHE… GUERRA IN MARE RINASCE IL DIRITTO INTERNAZIONALE Tatiana Montella - Enrica Rigo Il convoglio verso Cuba mobilita persone e risorse da diversi paesi. Che tipo di aiuti state portando, da dove partono e come si organizza concretamente una missione di questo tipo? La missione si sta costruendo su più livelli. Ci saranno delegazioni che arrivano in aereo da diversi paesi, tra cui Stati uniti, Messico, Argentina ed Europa, e parallelamente si stanno organizzando partenze via mare da diversi porti della regione caraibica. L’obiettivo è far arrivare a Cuba il maggior numero possibile di aiuti, soprattutto medicinali, attrezzature mediche e beni essenziali che oggi sono difficili da reperire sull’isola. Stiamo parlando di centinaia di persone coinvolte e di una rete ampia di organizzazioni, sindacati e movimenti che contribuiscono alla raccolta e al trasporto dei materiali. La parte più complessa non è solo logistica, ma politica: molte compagnie rifiutano di collaborare per il timore di sanzioni statunitensi, quindi ogni passaggio richiede negoziazioni e soluzioni alternative. Questo rende evidente il punto di fondo. Anche quando esistono le risorse e la volontà di portarle, il problema è riuscire a farle arrivare. Il convoglio si muove dentro queste difficoltà, cercando di aprire spazi che oggi vengono chiusi. Ma non basta osservare queste crisi o reagire caso per caso. Le condizioni che colpiscono Cuba, Gaza e altri territori non sono eccezioni, fanno parte di un ordine economico e politico che continua a produrre isolamento, scarsità e gerarchie tra vite. Per questo iniziative come questa non chiedono solo sostegno materiale, ma partecipazione politica. Costruire reti, sostenere queste missioni, organizzarsi nei propri contesti significa intervenire su questi meccanismi. È su questo terreno che può prendere forma una risposta più ampia, capace di unire lotte diverse e di aprire possibilità concrete per una trasformazione della società. *Matteo Cimbal Gullifa, formatosi in Scienze politiche a Milano, vive e lavora tra Italia e Francia occupandosi di migrazioni e movimenti di solidarietà. L'articolo Cuba, Gaza e la politica del mare proviene da Jacobin Italia.
March 18, 2026
Jacobin Italia
Perché negli Usa non c’è un movimento anti-guerra?
La guerra di Donald Trump contro l’Iran è molto impopolare. Come osserva il sondaggista G. Elliot Morris, è la guerra più impopolare che gli Stati uniti abbiano mai avuto fin dal suo inizio. E «con solo il 38% degli americani a favore, il sostegno al bombardamento dell’Iran è inferiore anche al sostegno che ci fu alla guerra in Iraq nel 2014». Perché allora ci sono state così poche proteste collettive contro l’offensiva Usa-Israele? Rispondere a questa domanda non è facile. Quelle che seguono sono ipotesi, non conclusioni definitive. Ma esplorare le ragioni per cui oggi ci manca un movimento contro la guerra può aiutarci a iniziare a costruirne uno. E per il bene degli iraniani, del Medio Oriente e dei lavoratori degli Stati uniti, è meglio farlo il prima possibile. GLI STATUNITENSI SI SENTONO IMPOTENTI Uno dei motivi principali per cui così tanti giovani negli anni Sessanta si lanciarono nella lotta contro il coinvolgimento militare degli Stati uniti in Vietnam fu che il movimento per i diritti civili aveva recentemente dimostrato il potere dell’azione di massa. Come affermava il manifesto fondativo degli Students for a Democratic Society (Sds) del 1962, «La lotta del Sud contro il bigottismo razziale […] ha costretto la maggior parte di noi dal silenzio all’attivismo». Ripensandoci, un partecipante ha ricordato che tali esempi di successo «davano la sensazione di poter effettivamente fare la differenza, di dover prendere posizione». Oggi, il più grande ostacolo che affrontiamo nel nostro paese è un diffuso senso di impotenza. La leader dell’Sds Bernardine Dohrn aveva ragione a sottolineare la differenza tra quell’epoca e il momento attuale: «Il problema che ci frena oggi, per me, è l’idea che ciò che facciamo non farà la differenza». Per superare questo senso di rassegnazione, abbiamo bisogno di esempi più stimolanti di lotte vinte. La vittoriosa resistenza di massa del Minnesota contro l’Immigration and Customs Enforcement (Ice), ad esempio, ha iniziato a dare impulso all’attivismo a livello nazionale. La sfida ora è trovare e ampliare campagne vincenti dal basso, come convincere le nostre scuole a rompere con l’Ice o milioni di consumatori ad abbandonare aziende come OpenAI, che stanno alimentando la macchina da guerra di Trump. Dimostrare nella pratica di avere potere nelle battaglie più piccole può ispirare milioni di persone a unirsi alla lotta contro i peggiori orrori di questa amministrazione, in patria e all’estero. Socialism for future Acquista l’ultimo numero della rivista LA GENTE SPERA CHE LA GUERRA FINISCA PRESTO Come tanti altri, mi sveglio ogni mattina sperando di leggere un titolo che suggerisca che il sempre volubile Trump abbia deciso di annunciare una rapida vittoria in Iran, come ha fatto in Venezuela. Almeno, in quel caso, verrebbero fermate ulteriori atrocità contro i civili. Considerato il disinteresse dell’amministrazione nel cercare di ottenere il consenso su questa guerra e gli evidenti rischi politici derivanti dall’aumento dei prezzi del gas, è stato difficile credere che Trump avrebbe rischiato così la sua presidenza – per non parlare delle vite di iraniani e militari statunitensi – in un lungo intervento armato senza una chiara conclusione. Ciononostante, la guerra continua ad aggravarsi. Il fatto che Trump si sia mosso così rapidamente e con così poca considerazione per l’opinione pubblica ha lasciato molti di noi sotto shock. Mentre George W. Bush ha passato un anno nel cercare di convincerci a invadere l’Iraq – innescando un processo deliberativo in cui le proteste di massa avrebbero potuto intervenire – la rapidità e la scarsa considerazione dell’opinione pubblica da parte di Trump hanno lasciato poco spazio agli americani per uscire dalla modalità di spettatori. Questo aiuta a spiegare il paradosso del perché una guerra eccezionalmente impopolare abbia finora incontrato proteste di massa eccezionalmente scarse. Ma finché la guerra continuerà, ci si aspetta che un numero sempre maggiore di persone inizi a intraprendere azioni collettive. E anche se Trump dovesse proclamare vittoria nei prossimi giorni o settimane, è improbabile che questo metta fine alle sue ambizioni imperialiste. Dovremo comunque intensificare la nostra agitazione contro la guerra per fermare la spinta dell’amministrazione per un cambio di regime a Cuba, il suo continuo finanziamento a Israele e la sua belligeranza nei confronti della Cina, e per trasformare le elezioni presidenziali del 2028, in parte, in un referendum sulla spesa militare incontrollata, sulle guerre imperialiste statunitensi e sul sostegno degli Stati uniti allo Stato genocida di Israele. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI GLI EQUIPAGGI DI TERRA IN CERCA DI UNA ROTTA Giulio Calella TRUMP STA FACENDO TROPPE COSE ORRIBILI A differenza di George W. Bush, le cui imprese imperialiste rappresentavano l’unico obiettivo, è facile lasciarsi travolgere dagli attacchi generalizzati di Trump ed è difficile rispondere rapidamente a ogni nuova indignazione. Le forze organizzate della nostra parte sono state messe a dura prova. Personalmente, ho dedicato circa dieci ore di volontariato al giorno nell’ultimo mese a sostenere la nuova campagna «Schools Drop Ice»; ultimamente non ho avuto un’ora extra per organizzare un’altra iniziativa, il che ha limitato la mia capacità di partecipare ad altre azioni essenziali come l’organizzazione contro questa guerra. La buona notizia è che le prossime proteste No Kings del 28 marzo e la giornata di protesta del 1° maggio offrono ottime opportunità per unire tutte le nostre richieste e lotte anti-Trump. L’opposizione alla guerra sarà probabilmente uno dei temi principali di queste azioni. SI CONFONDE LA MOBILITAZIONE CON L’ORGANIZZAZIONE Anche se le prossime azioni No Kings e May Day saranno massicce e denunceranno il dominio imperialista, dall’Iran a Cuba alla Palestina, ciò non significa necessariamente che abbiamo ricostruito un movimento potente contro il regime di Trump in generale o contro le sue guerre in particolare. Un movimento è tale nella misura in cui la gente comune si organizza tra una protesta e l’altra, in altre parole, quando si impegna attivamente per convincere altri alla causa. Una delle sfide della nostra epoca è che le tecnologie digitali rendono molto più facile far scendere in piazza chi è d’accordo con noi, senza dover ricorrere a infrastrutture organizzative o a un contatto diretto con le persone. In altre parole, i social media facilitano la mobilitazione. Ma il rovescio della medaglia è che le grandi proteste non dimostrano più la stessa potenza di un tempo e la loro preparazione non crea lo stesso tipo di relazioni sul campo e di nuovi leader da cui i movimenti dipendono per la propria forza. Mark Rudd, leader dell’Sds, ha ragione quando afferma che «i giovani di oggi […] non hanno ricevuto istruzioni su come svolgere il duro lavoro dell’organizzazione interpersonale. Si ritrovano con le foto delle proteste degli anni Sessanta ma con una scarsa comprensione del lavoro che ha ispirato tali proteste». Angela Davis lo spiega ancora più chiaramente: > Le manifestazioni dovrebbero dimostrare la forza potenziale dei movimenti […] > Ma oggi tendiamo a pensare al processo che rende visibile un movimento come > alla vera sostanza del movimento stesso. Stando così le cose, milioni di > persone tornano a casa dopo una manifestazione senza sentirsi necessariamente > in dovere di continuare a rafforzare il sostegno alla causa. Ecco perché dovremmo considerare il 28 marzo e il 1° maggio non come proteste isolate, ma come meccanismi per aggregare, coinvolgere e formare quante più persone possibile nelle campagne in corso. IL SETTARISMO HA CONTRIBUITO A MARGINALIZZARE L’ATTIVISMO CONTRO LA GUERRA Invece di costruire la più ampia e profonda opposizione possibile agli aiuti militari e agli interventi statunitensi all’estero, troppo attivismo pacifista negli ultimi anni si è affidato a una retorica e a slogan respingenti ed eccessivamente radicali, legando le rivendicazioni contro la guerra che godono di ampio sostegno a una romanticizzazione ingiustificata e inutile di qualsiasi forza «antimperialista». Opporsi costantemente all’imperialismo non richiede di giustificare l’uccisione di civili da parte di Hamas o la repressione degli attivisti pro-democrazia da parte della Repubblica Islamica. E invece di concentrare incessantemente il fuoco su politici come Trump, Joe Biden e Chuck Schumer, che hanno fomentato o reso possibili atrocità all’estero, un’energia stranamente elevata degli attivisti è stata impiegata per denunciare deputati come Alexandria Ocasio-Cortez, nonostante quest’ultima non abbia mai votato a favore degli aiuti militari statunitensi a Israele e si sia opposta con forza alla guerra in Iran. Purtroppo, l’impatto e la continuità di molti accampamenti di solidarietà con la Palestina sono stati indeboliti da una retorica provocatoria che il cinismo degli oppositori poteva facilmente travisare, così come da un’eccessiva attenzione alla «cultura della sicurezza» per gli attivisti o dall’assenza di sforzi finalizzati a conquistare e mobilitare le maggioranze nei campus. L’intensa repressione contro questi sforzi coraggiosi ma relativamente isolati ha raffreddato l’organizzazione nei campus. Essendo gli studenti spesso l’avanguardia dell’organizzazione contro la guerra e contro l’autoritarismo, rilanciare una cultura politica di massa nei college è un compito fondamentale. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI NO KINGS, LA RIBELLIONE ANTI-TRUMP Branko Marcetic RILANCIARE UN MOVIMENTO CONTRO LA GUERRA Quali passi possiamo intraprendere per contribuire a far rivivere un potente movimento contro la guerra negli Stati uniti? In primo luogo, ognuno di noi – e ciascuna delle organizzazioni a cui apparteniamo – può impegnarsi non solo a partecipare alle manifestazioni No Kings del 28 marzo, ma anche a fare tutto il possibile per coinvolgere i nostri vicini, colleghi, compagni di studio e di fede. Potete cogliere l’occasione per chiedere loro cosa pensano della guerra in Iran o dell’Ice; notare quanto sia assurdo che gli Stati uniti spendano quasi mille miliardi di dollari all’anno per la guerra mentre la gente comune non riesce a sopravvivere a casa; e poi passare a una richiesta amichevole di unirsi alla manifestazione. Non rivolgetevi solo a chi sapete essere già di sinistra. La maggior parte degli americani è fermamente contraria a questa guerra e non sa cosa fare. È tempo di raggiungere un pubblico più ampio e di andare oltre le nostre bolle. Questo è ciò che rende reale un movimento. Ed è ciò che può innescare quel tipo di disordini di massa non violenti sul lavoro, a scuola e altrove che Trump e la macchina da guerra non possono permettersi di ignorare.  Un secondo passo concreto che puoi fare è sostenere la campagna QuitGpt. Questo boicottaggio ha assunto un ulteriore livello di urgenza – e un contenuto pacifista – dopo che due settimane fa il Pentagono ha rifiutato di accettare le clausole contrattuali dell’azienda Anthropic, secondo cui la sua IA non sarebbe stata utilizzata per la sorveglianza di massa o per attacchi militari completamente autonomi. Libera da qualsiasi principio che non fosse il profitto, OpenAI è immediatamente intervenuta e ha firmato un contratto con il Pentagono che, come ha affermato un alto dirigente dell’azienda dimessosi sabato scorso, «è stato stipulato in fretta e furia, senza definire i limiti». Proprio come Tesla Takedown è riuscita a cacciare Elon Musk dalla Casa Bianca, così QuitGpt può punire OpenAI per aver reso possibile l’uso di una macchina militare statunitense che sta massacrando studentesse in Iran e sta portando il mondo verso la catastrofe. A differenza di tanti boicottaggi online, questo è uno sforzo organizzato con un impatto misurabile a cui le persone possono partecipare per contribuire a diffonderlo. Secondo gli organizzatori di QuitGpt, oltre quattro milioni di persone hanno già preso parte al boicottaggio. Trump vuole farci credere che non abbiamo la forza di fermarlo. Ma la realtà è che questo è un regime ampiamente impopolare che sta conducendo una delle guerre più impopolari nella storia degli Stati uniti. Mentre il numero delle vittime, i prezzi del petrolio e i costi per i contribuenti statunitensi continuano ad aumentare, gli americani cercheranno sempre più modi per fermare lo spargimento di sangue. Avremmo dovuto intraprendere un’azione collettiva di massa in questa direzione già da molto tempo. *Eric Blanc è professore associato di studi sul lavoro alla Rutgers University. Cura il blog Substack Labor Politics ed è autore di We Are the Union: How Worker-to-Worker Organizing is Revitalizing Labor and Winning Big. Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è a cura della redazione. L'articolo Perché negli Usa non c’è un movimento anti-guerra? proviene da Jacobin Italia.
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