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Lo stato del bunker e la resistenza in basso
-------------------------------------------------------------------------------- Studenti e studentesse in piazza contro contro leva e guerra a Berlino (marzo 2026). Foto Deutsche Friedensgesellschaft – Vereinigte KriegsdienstgegnerInnen, rete di pacifisti e obiettori di coscienza al servizio militare con sede a Stoccarda -------------------------------------------------------------------------------- Lo sviluppo di nuove idee è utile per i movimenti di resistenza dal basso se fa luce su questioni che prima apparivano poco chiare, perché ci permette di affinare le strade da percorrere. Il recente lavoro della ricercatrice Nel Bonilla, specializzata in sociologia delle migrazioni e studi sui conflitti, rientra in questa categoria, in quanto riesce a illuminare i progetti in atto tra le classi dominanti mondiali. A seguito del recente vertice NATO di Ankara, Bonilla ripercorre le tre fasi attraversate dall’alleanza atlantica dalla sua formazione ai giorni nostri, le enormi trasformazioni industriali e la fine della sovranità, concludendo che le potenze globali puntano alla guerra, costruendo quello che lei definisce, in modo appropriato, uno Stato bunker. Mi concentrerò solo su questo aspetto perché mette in luce le lacune delle organizzazioni di base, così come le loro illusioni “democratiche” e la loro “conquista dei diritti”, permettendoci di riflettere profondamente su ciò che stiamo facendo. Il testo che analizzerò si intitola NATO 3.0: La gabbia transatlantica e l’ascesa dello Stato bunker. Lo definisce come “una trasformazione qualitativa dello Stato moderno in un nucleo imperiale”. Esso cessa di essere fornitore di beni pubblici, diventando invece “completamente focalizzato sulla securitizzazione e sulla militarizzazione”. In questo nuovo modello, “la popolazione non è più considerata un insieme di cittadini con diritti civili ed economici, ma principalmente un oggetto di sicurezza nazionale. Inoltre, il Paese e la regione diventano nodi operativi in una rete più ampia allo scopo di condurre una guerra ibrida multidominio contro i cosiddetti concorrenti strategici e i loro alleati”. Definisce questa trasformazione “Il bunker e il vuoto”: il primo simboleggia “la mentalità da fortezza e la pianificazione della sicurezza (che privilegia la sicurezza in termini militari e prebellici) che sta riorganizzando l’Occidente”. Il secondo, d’altro canto, “rappresenta la conseguente erosione del progetto civile, del bene comune e dello spazio democratico”. Questi concetti sono intesi come quadro analitico per spiegare “l’ossessivo rafforzamento delle strutture di sicurezza, della pianificazione militare e del controllo, accompagnato dal parallelo svuotamento dello spazio civile, democratico e sociale”. Noi che viviamo in America Latina sappiamo che questa è solo un’interpretazione di una realtà che ci opprime e ci ferisce. Altri punti da considerare: esiste una profonda separazione e un isolamento dei governi e delle strutture di potere dai reali bisogni delle società occidentali. In secondo luogo, i continui scontri geostrategici e la crescente debolezza dell’Occidente portano le élite a uno stato di perenne preparazione al conflitto militare. Il primo fenomeno è il risultato della crescente forza dei movimenti popolari – indigeni, neri, contadini e della classe operaia – che spiega la disconnessione tra i cittadini e i governi. Il secondo deriva dall’ascesa della Cina e dell’Asia in generale, che sfidano l’egemonia occidentale. In entrambi i casi, la risposta è la guerra, dalle “guerre alla droga” alle guerre tra stati con la minaccia delle armi nucleari, come si discute apertamente in questi giorni, non più a porte chiuse. Il popolo palestinese è la prima vittima globale di questo nuovo militarismo. La domanda è: cosa faremo in un mondo dominato da stati fortificati e da una proliferazione di guerre e genocidi? Il primo passo è riconoscere che il vecchio arsenale dei movimenti sociali (scioperi, sit-in, marce, elezioni) è diventato completamente obsoleto, il che non significa che alcuni di essi non debbano essere utilizzati in determinati casi. Il problema è quanta importanza attribuiamo alle richieste di uno Stato che ormai è una fortezza, il quale, fondamentalmente, risponde solo con l’esclusione e la violenza, pur mantenendo una facciata “democratica”. Osservo che, per inerzia, continuiamo a pensare in termini di “diritti” e a credere in possibili risposte positive da parte delle autorità alle nostre richieste. Il secondo punto è pensare a lungo termine. Lo Stato-bunker (o fortezza) è un cambiamento strutturale e, pertanto, è destinato a rimanere per un periodo considerevole e, soprattutto, non dipende da chi è al governo perché li riguarda tutti. Parallelamente, l’adozione di una nuova cultura politica da parte di movimenti di base organizzati richiede molto tempo, probabilmente decenni, se non più di un secolo, come sottolineano gli zapatisti. Il terzo punto, e il più cruciale, è che le tracce di questa nuova cultura politica stanno già emergendo, intessute dalle autonomie territoriali, in particolare da parte dei popoli indigeni, ma non esclusivamente, che stanno organizzando gruppi di autodifesa e autogoverni per sopravvivere come comunità. Uno dei principali ostacoli all’espansione dell’autonomia regionale è che essa è in gran parte confinata alle aree rurali, con uno sviluppo urbano molto limitato. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Lo Stato e la guerra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lo stato del bunker e la resistenza in basso proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
Terra, acqua e semi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Caravane Ouest Africaine Terre et Eau -------------------------------------------------------------------------------- Si è concluso l’8 agosto, con una marcia per le strade della città guidata dalla Convergenza contro l’accaparramento di terra, acqua e semi, un Forum che ha mostrato la forza raggiunta in dieci anni dai movimenti sociali e dalle organizzazioni della società civile africana. Dieci anni durante i quali organizzazioni contadine, produttori, pastoralisti, pescatori e movimenti sociali hanno imparato a riconoscersi nelle stesse battaglie, mettendo in relazione ciò che troppo spesso le politiche dividono: la terra dall’acqua, le sementi dalla biodiversità, la produzione dal commercio, la sovranità alimentare dalla giustizia sociale. Nata dal basso e rimasta una piattaforma informale, la Convergenza è diventata nel tempo uno spazio politico capace di collegare territori e Paesi dell’Africa occidentale, esperienze locali e mobilitazioni regionali, fino a raggiungere gli spazi internazionali. Il percorso che ha portato al Forum ha messo insieme solidarietà, proposte concrete e una riflessione su forme di organizzazione comunitaria che spesso non trovano spazio nei modelli di sviluppo costruiti dall’esterno. La celebrazione dei dieci anni è stata accompagnata dal riconoscimento e dalla benedizione dei capi tradizionali africani, in un momento dal forte valore simbolico: le lotte contemporanee per la difesa dei territori si sono così ricongiunte a una storia più lunga di custodia della terra, dei saperi e delle risorse comuni. Ma cosa significa oggi questa convergenza? Significa innanzitutto affermare che terra, acqua e semi non sono semplici fattori produttivi. Sono le condizioni della vita, della produzione alimentare e della possibilità stessa per le comunità di decidere del proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce anche la richiesta di ripensare i modelli agricoli e commerciali. In Africa occidentale, molti paesi continuano a esportare materie prime mentre la trasformazione e il valore aggiunto vengono realizzati altrove. Per i movimenti contadini, cambiare questo modello significa investire nella trasformazione locale, nei mercati territoriali e in forme di commercio capaci di garantire ai produttori un prezzo che copra i costi di produzione e permetta una vita dignitosa. La Via Campesina e il ROPPA hanno avviato proprio su questo un lavoro comune, insieme ad altre organizzazioni di pastoralisti, pescatori, consumatori e movimenti sociali. La stessa logica attraversa la battaglia per la terra. La riforma agraria è tornata al centro dell’agenda politica come condizione per garantire a chi produce l’accesso e l’uso della terra. E senza terra non c’è neppure sovranità sulle sementi. Lo ha ricordato con particolare forza la conferenza dedicata a René Segbenou, figura emblematica della difesa delle sementi contadine e dell’agroecologia in Benin. Il suo lascito è stato riassunto in una frase: «Chi perde le proprie sementi perde la propria sovranità». La semente non è infatti soltanto un input agricolo. È memoria, cultura, biodiversità e autonomia. Difendere la possibilità dei contadini di conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi significa difendere il diritto delle comunità a decidere cosa coltivare e cosa mangiare. Anche su questo fronte, però, la posta in gioco è alta. I movimenti denunciano la crescente privatizzazione delle sementi e i rischi legati ai sistemi di proprietà intellettuale, chiedendo un riconoscimento effettivo dei sistemi sementieri contadini e dei saperi che li accompagnano. Terra, acqua e sementi tornano così a ricomporsi in un’unica questione: chi controlla le risorse fondamentali per produrre e vivere? È una domanda che il Forum ha esteso anche alle grandi questioni economiche e geopolitiche che attraversano oggi il continente. Si è parlato del debito definito illegittimo, che restringe lo spazio di scelta di molti governi africani e finisce per scaricare i suoi costi sulle popolazioni, alimentando dipendenze, esportazioni forzate ed estrattivismo. E si è parlato di migrazioni, denunciando la disumanizzazione di persone che si muovono alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore e la loro trasformazione in strumenti di negoziazione politica. Il movimento sociale maghrebino e il Comitato dei rifugiati libici hanno avuto un ruolo particolarmente attivo nel Forum e hanno elaborato un proprio comunicato finale. A unire questioni apparentemente così diverse è una stessa domanda sul potere di decidere: chi decide sull’uso della terra? Chi controlla le sementi? Chi stabilisce le regole del commercio? Chi decide come utilizzare le risorse pubbliche? E chi decide sulle politiche che riguardano le persone che migrano? È anche da qui che è partita la riflessione sulla decolonizzazione della cooperazione. Non basta cambiare il linguaggio della cooperazione se rimangono inalterati i rapporti di potere. Decolonizzare significa riconoscere che nei territori del Sud esistono già conoscenze, pratiche e proposte e che i movimenti non sono beneficiari da consultare, ma soggetti politici con cui costruire relazioni di fiducia, partenariato e solidarietà. Ed è forse proprio questa la lezione più importante dei dieci anni della Convergenza. La forza non è soltanto nelle singole battaglie, ma nella capacità di restare uniti. Costruire fiducia tra organizzazioni diverse, condividere conoscenze, sostenersi reciprocamente e trasformare esperienze locali in proposte comuni ha permesso ai movimenti di costruire uno spazio politico che oggi attraversa l’Africa e dialoga con il mondo. Le alternative, hanno ricordato i protagonisti del Forum, non devono  essere inventate dall’esterno. Esistono già nei territori, nelle pratiche e nelle relazioni costruite dalle comunità. La cooperazione internazionale può scegliere se sostituirsi a queste esperienze o contribuire a rafforzarle. La strada indicata dal Forum è quella di costruire relazioni di solidarietà e una visione comune, superare le divisioni, riconoscere il protagonismo dei movimenti e imparare dalle risposte che vengono dal basso. La marcia dell’8 agosto ha chiuso il Forum, ma non questa storia. Dopo dieci anni di convergenza, la sfida è trasformare la solidarietà costruita tra i movimenti in una forza capace di difendere i territori e, soprattutto, di affermare un’altra idea di sviluppo: fondata sulla sovranità dei popoli, sulla giustizia e sul diritto delle comunità a decidere del proprio futuro. E forse è questa la domanda che il Forum lascia anche ai movimenti sociali italiani ed europei: siamo capaci di ascoltare queste proposte, riconoscerle come parte di una visione politica comune e costruire, a nostra volta, convergenze che vadano oltre le nostre singole battaglie? [Paola Demeo, Azione TerrAE, Coalizione per la transizione agroecologica formata da Acra, Cisv, Cospe, Deafal, Lvia, Mani Tese, Terra Nuova e Rete Semi Rurali] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La Wild Coast non è una terra di conquista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Terra, acqua e semi proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Antifa, il nuovo nemico globale – di Emanuele Braga
Perché la destra radicale avanza, e la sinistra ha smarrito gli strumenti per fermarla Da Washington a Budapest, fino a Torino, l’antifascismo viene progressivamente riscritto come minaccia terroristica. Mentre una nuova internazionale delle destre radicali costruisce nemici, alleanze e un linguaggio comune, una sinistra che per trent’anni ha creduto nella fine delle ideologie fatica persino [...]
August 30, 2026
Effimera
Coltivare la terra è un atto di pace
DAL 29 AL 31 AGOSTO CASTIGLIONE D’OTRANTO OSPITA LA QUINDICESIMA EDIZIONE DELLA NOTTE VERDE: INCONTRI, LABORATORI, ARTE E MUSICA PER METTERE IN RELAZIONE GIUSTIZIA AMBIENTALE, DIRITTI DEL LAVORO, GUERRA E MODELLI ECONOMICI ESTRATTIVI. L’EDIZIONE È DEDICATA A SACKO BAKARI, LAVORATORE AGRICOLO UCCISO A TARANTO La terra non è soltanto il suolo che coltiviamo. È il luogo nel quale diventano visibili le disuguaglianze, lo sfruttamento del lavoro, la crisi climatica, l’appropriazione delle risorse e le conseguenze delle guerre. Ma è anche lo spazio concreto dal quale possono nascere relazioni diverse, economie fondate sulla cura e comunità capaci di sottrarsi alla violenza. Da questa consapevolezza prende forma la quindicesima edizione della Notte Verde di Castiglione d’Otranto, in programma da sabato 29 a lunedì 31 agosto. La manifestazione, promossa da Casa delle Agriculture, attraverserà il paese con incontri pubblici, laboratori, mostre, percorsi formativi, spettacoli, libri e concerti. Al centro del programma ci sono la pace e la giustizia sociale, ecologica e climatica, considerate non come questioni separate, ma come dimensioni inseparabili della stessa crisi. «Abitare la terra con coscienza non è un atto neutrale: è una scelta politica e partigiana», spiegano le persone che animano Casa delle Agriculture. In un tempo segnato dalle guerre, dalla distruzione di Gaza, dal collasso climatico e dallo sfruttamento sistematico di corpi e risorse, il silenzio non può essere considerato una posizione neutrale. «La terra è il principale luogo in cui queste contraddizioni diventano visibili, ma è anche lo spazio da cui costruire un’alternativa: opporre la cura alla violenza, la comunità al razzismo, la vita alla guerra. Coltivare la terra è un atto di pace, difenderla è un atto di libertà». L’edizione del 2026 è dedicata a Sacko Bakari, bracciante agricolo ucciso a Taranto, vittima del razzismo e di una condizione di marginalità che continua a caratterizzare la vita di molte persone impiegate nell’agricoltura. Ricordarlo significa ricondurre il discorso sulla sostenibilità alla sua dimensione sociale: non può esserci agricoltura ecologica se il lavoro resta privo di diritti, né tutela della terra quando chi la coltiva è esposto allo sfruttamento, alla precarietà e alla violenza. Per Casa delle Agriculture, dedicare la Notte Verde a Sacko Bakari significa rivendicare dignità e libertà per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori della terra, ma anche ribadire la natura antifascista, pacifista e antirazzista del proprio impegno agroecologico e culturale. La terra come terreno di conflitto La prima giornata comincerà alle 7 del mattino con The Spine, laboratorio partecipativo dell’artista cileno-belga Isabel Burr Raty. Le persone coinvolte scaveranno collettivamente nella terra un canale sensoriale, esplorando il rapporto tra corpo, memoria e territorio. Alle 9.30, nella Fucina delle Culture del Parco Renata Fonte, inizierà la seconda edizione del Corso di alta formazione in Giornalismo di pace, intitolata “Non c’è futuro senza giustizia ambientale”. Il corso è organizzato dal Gruppo Umana Solidarietà in collaborazione con Casa delle Agriculture, la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino e il Centro interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa. La prima sessione, con Serena Fasiello, Federico Oliveri e Giuseppe Putignano, affronterà il tema dell’ambiente come terreno di conflitto. Nel pomeriggio Tiziana Colluto, Antonio Ciniero e Angelo Cleopazzo discuteranno invece dell’agricoltura come questione politica. Un passaggio importante, perché la produzione del cibo viene ancora troppo spesso descritta come un’attività esclusivamente tecnica, separata dalle forme di proprietà, dai rapporti di lavoro, dalle politiche pubbliche e dalla distribuzione del potere. Nel pomeriggio il paese diventerà uno spazio diffuso di confronto e apprendimento. In via Pisanelli torneranno i Parlamenti rurali, realizzati insieme alla Scuola di reportage narrativo “Alessandro Leogrande”. La prima assemblea sarà costruita intorno a una domanda essenziale: “Di chi è la terra?”. Con Marianna Lentini, Valeria Cagnazzo e Celeste Luciano si parlerà di accesso alla terra, proprietà, recinzioni, abbandono, usi collettivi e conflitti. Il confronto metterà in relazione quanto accade nel territorio pugliese con le lotte palestinesi, mostrando come il controllo della terra non sia mai una questione astratta: stabilisce chi può abitare un luogo, coltivarlo, attraversarlo e costruirvi il proprio futuro. La Scuola di Agriculture proporrà, nello stesso pomeriggio, un laboratorio sui bisogni educativi emergenti e sull’educazione in natura, condotto da Ezio Del Gottardo, docente di Pedagogia generale e sociale dell’Università del Salento. Sabrina Puzzovio guiderà invece un incontro sulla fermentazione degli alimenti, intesa non soltanto come tecnica di conservazione, ma anche come pratica ecologica e strumento di contrasto allo spreco. Bambine e bambini raccontano Gaza Una parte importante della Notte Verde è dedicata alle bambine e ai bambini. Presso l’ex scuola elementare si svolgerà il laboratorio di ecoprinting “Io sono foglia, noi siamo pace”, seguito dallo spettacolo di burattini “L’orco poeta e le galline presuntuose” e dalla “Parata dei buoni frutti”. La parata raggiungerà Piazza della Libertà per inaugurare HeArt FOR GAZA, una mostra composta da sessanta disegni realizzati da bambine e bambini palestinesi nella Tenda degli Artisti di Deir-Al-Balah. Le opere, nate grazie all’impegno di Mohammed Timraz e Féile Butler, non presentano l’infanzia palestinese come una categoria astratta o come una semplice vittima da osservare a distanza. Consentono invece ai bambini di raccontare direttamente, attraverso il disegno, ciò che vivono, ricordano, temono e desiderano. Alla mostra è collegata anche una raccolta di fondi. Al Giardino della Pace Attiva, alle 19, l’artista palestinese Lina Issa presenterà “3 Canzoni da ricordare: un albero, un frutto, un seme”, una performance di narrazione, danza e musica realizzata con Massimiliano De Salvatore. Il lavoro attraversa la perdita della terra, la memoria familiare e la trasmissione dell’eredità palestinese come forma di resistenza alla cancellazione. Il legame tra guerra e distruzione della vita sarà presente anche nell’installazione tessile “5,7 chilometri di grida nel silenzio”, realizzata da Cristina Pedrocco ed Elena Gradara. Un nastro lungo cinque chilometri e settecento metri, cucito da centinaia di mani, prova a restituire una presenza e una voce alle migliaia di bambini palestinesi uccisi a Gaza. Nel centro storico saranno inoltre esposte le opere dell’artista punk e antifascista russo Nikolai Oleynikov, compreso un nuovo stendardo dedicato a Hussam Abu Safiya, medico palestinese detenuto nelle carceri israeliane. Disarmare il capitalismo, liberare la terra La sera del 29 agosto il cortile di Palazzo Mellacqua ospiterà la presentazione del libro “Perché fermare i nuovi Ogm?”, con l’autore Francesco Paniè ed Eleonora Migno di Cospe. L’incontro entrerà nel conflitto politico che accompagna le nuove tecniche genomiche, spesso presentate come soluzione inevitabile ai problemi dell’agricoltura senza interrogare adeguatamente la concentrazione economica, i brevetti, la dipendenza degli agricoltori e il controllo delle sementi. Alle 21, in Piazza della Libertà, il sociologo Antonio Ciniero ricorderà Sacko Bakari e introdurrà una riflessione sul lavoro agricolo, il razzismo e i processi di marginalizzazione. A seguire, il direttore di Altreconomia Duccio Facchini e la giornalista Marzia Baldari dialogheranno sul tema “Disarmare il capitalismo, liberare la terra”. Al centro dell’incontro ci saranno le connessioni fra sfruttamento dei territori, modelli economici estrattivi e pratiche di resistenza, con particolare attenzione a quanto accade tra Albania e Salento. La giornata terminerà con il concerto del Claudio Prima Zakor Quintet, un percorso musicale tra le due sponde dell’Adriatico, le influenze balcaniche, l’improvvisazione e le sonorità orientali. Pensare la pace nella fatica del presente Domenica 30 agosto proseguiranno il corso di Giornalismo di pace, il laboratorio The Spine, la Scuola di Agriculture e i Parlamenti rurali. La domanda della seconda assemblea sarà “Chi nutre la terra?”: un interrogativo che capovolge l’idea della terra come semplice risorsa a disposizione degli esseri umani e invita a riconoscere i rapporti di reciprocità dai quali dipende la vita. Tra gli incontri della giornata ci saranno i laboratori sull’educazione in natura e sulla produzione naturale del formaggio, le attività sui diritti umani rivolte ai più piccoli e lo spettacolo “Le buone stelle”, con Michela Marrazzi e Giorgio Distante. In serata Paolo Bosca e Rosita Ronzini presenteranno il libro “Fare Utopia”. Il critico e filosofo Marco Gatto terrà poi una lezione sul passaggio dalla questione meridionale a un “meridionalismo inquieto”, mettendo in relazione il pensiero di Antonio Gramsci e il lavoro di Alessandro Leogrande. Il dialogo “La fatica della pace” riunirà il filosofo Federico Oliveri, la vicedirettrice del manifesto Chiara Cruciati e Tuzlanska Amica, associazione bosniaca nata durante le guerre jugoslave. Il titolo evita ogni retorica consolatoria: costruire la pace non significa invocare genericamente l’assenza di conflitto, ma affrontare le ingiustizie, riconoscere le responsabilità e ricostruire relazioni sociali distrutte dalla violenza. Il concerto “Sita” di Alessia Tondo concluderà il secondo preludio. Il cibo è politica Lunedì 31 agosto la grande festa finale comincerà alle 20,15 in Piazza della Libertà. Il giornalista e scrittore Christian Elia terrà un intervento intitolato “Guerra alla terra. L’ecocidio a Gaza e la guerra come crimine contro ogni forma di vita”. La guerra sarà osservata anche nelle sue conseguenze ambientali: distruzione dei suoli e delle risorse idriche, contaminazione, abbattimento degli alberi, cancellazione delle colture e impossibilità per le comunità di continuare ad abitare i propri territori. Seguirà un collegamento con Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, per un intervento dedicato alla Palestina e alla negazione dei diritti. Alle 22, la presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini e la giornalista Sara Manisera dialogheranno intorno a un’affermazione che attraversa l’intera manifestazione: “Il cibo è politica, la terra è futuro”. Il confronto prenderà le mosse dall’eredità di Carlo Petrini per discutere il rapporto fra produzione alimentare, comunità, biodiversità, potere economico e trasformazione sociale. Il concerto “Reduci” di Stefano “Cisco” Bellotti con la Grande Famiglia chiuderà i tre giorni. Accanto agli incontri, Castiglione d’Otranto ospiterà mostre e installazioni diffuse. Oltre ai lavori dedicati a Gaza, il Giardino della Pace Attiva accoglierà “Hydrocene. Fiumi selvaggi d’Europa”, esposizione dedicata alla biodiversità fluviale dei Balcani e alle mobilitazioni nate per difenderla. Al Mulino di Comunità sarà visitabile la mostra fotografica e artzine “Produzione propria: storie sull’uscio di casa”, curata da Francesca Casaluci e Clara Zanoni. La Notte Verde si propone come una festa ecologica a ridotto impatto ambientale, inclusiva e accessibile. Tutti gli incontri e i laboratori sono gratuiti. Non si tratta di un dettaglio organizzativo, ma di una scelta coerente con l’idea che il sapere necessario a comprendere e trasformare il presente non debba essere riservato a pochi. La manifestazione è curata da Casa delle Agriculture con il patrocinio del Comune di Andrano e la collaborazione di numerose organizzazioni sociali, culturali e ambientaliste. Il progetto grafico della quindicesima edizione è firmato da Mauro Bubbico. Perché, mentre la terra viene ridotta a merce, frontiera da occupare o risorsa da consumare, tornare a coltivarla insieme può diventare un modo per ricostruire libertà. E per ricordare che non esiste giustizia ambientale senza giustizia sociale, né pace senza il diritto di ogni comunità ad abitare la propria terra. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Coltivare la terra è un atto di pace proviene da Comune-info.
August 28, 2026
Comune-info
Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita
CENTINAIA DI PERSONE DI TANTE COMUNITÀ INDIGENE DELL’AMERICA LATINA SI SONO INCONTRATE IN MESSICO PER RICORDARE IL SACCHEGGIO DELLE RISORSE IDRICHE IN CORSO, MA ANCHE LE VITTORIE RAGGIUNTE, SPESSO SMINUITE DA ISTITUZIONI E MEDIA. UN RUOLO DI PRIMO PIANO NELL’INCONTRO E NELLE LOTTE TERRITORIALI PER L’ACQUA È QUELLO DELLE DONNE: UNA GENERAZIONE CHE HA FREQUENTATO L’UNIVERSITÀ MA NON HA INTRAPRESO LA CARRIERA ACCADEMICA, SPIEGA RAUL ZIBECHI, STA CONTRIBUENDO CON LE PROPRIE CONOSCENZE AD AZIONI DI RESISTENZA A LIVELLO COMUNITARIO Foto Asamblea Nacional por el Agua y la Vida -------------------------------------------------------------------------------- La settima Assemblea Nazionale per l’Acqua, la Vita e il Territorio (Anavi), svoltasi l’8 e il 9 agosto nella comunità Wixárika di Zitakua, a Tepic (Messico), ha visto la partecipazione di 427 adulti e 60 bambini provenienti da 18 comunità indigene e sette paesi. Ogni comunità ha espresso le proprie rimostranze, dal saccheggio delle risorse idriche e delle terre alla violenza e alle violazioni subite da coloro che le difendono. Hanno criticato aspramente il “grande progetto di riorganizzazione del territorio nazionale attraverso il Plan Mexico”, i piani idrici nazionali e regionali che offrono alle aziende forniture idriche illimitate e la possibilità di scarichi tossici da parte di industrie che trasformano i fiumi in fogne. Hanno criticato l’affermazione che il fracking sia “sostenibile”, anche sotto la maschera della sovranità energetica. I membri di Anavi non si sono fatti la minima illusione sul futuro immediato. L’industria dei data center prevede di sestuplicare la propria capacità elettrica, passando da 280 megawatt (MW) a oltre 1.500 MW entro il 2030. Ciò indica che il saccheggio delle risorse idriche crescerà esponenzialmente in ogni singolo paese dell’America Latina. I nostri territori sono diventati tele per la più brutale accumulazione capitalistica. La violenza della criminalità organizzata, collusa con le autorità e le istituzioni statali, è stata al centro delle denunce. Non è un caso che, in quasi tutti i casi, le vittime siano tra le persone e le comunità che difendono l’acqua e si oppongono al saccheggio. Gli oltre 133.000 scomparsi testimoniano la barbarie di questo sistema di morte. I membri dell’assemblea hanno anche ricordato le vittorie conseguite negli ultimi anni: il recupero della biblioteca comunale e la creazione del centro comunitario Tlamachtiloyan a San Gregorio Atlapulco, Xochimilco; La chiusura del pozzo Bonafont-Danone a San Mateo Cuanalá, Puebla; la fine del furto d’acqua tramite autocisterne a Santiago Mexquititlán; e l’occupazione dell’edificio dell’IMPI (Istituto Messicano della Proprietà Industriale) a Città del Messico e la sua trasformazione nella Casa del Popolo Samir Flores Soberanes da parte della comunità Otomi. Vorrei sollevare tre punti che – essendo questa la mia prima partecipazione all’Anavi (Assemblea Nazionale dei Popoli Indigeni) – ho appreso in questo evento e che credo influenzeranno il corso delle azioni nel prossimo futuro. Il primo riguarda il ruolo di primo piano delle donne, e in particolare di una generazione che ha frequentato l’università ma non ha intrapreso la carriera accademica, contribuendo invece con le proprie conoscenze ad azioni di resistenza a livello comunitario. Ascoltare, ad esempio, Estela Hernández Jiménez, una donna Otomi di Santiago Mexquititlán, o Argelia Betanzos, una donna mazateca di Eloxochitlán de Flores Magón, così come le giovani donne Otomi della Casa de los Pueblos o le donne Wixárika della comunità Zitakua che ci hanno accolto, ispira speranza e gioia. Sono in prima linea nella resistenza, mettendo a frutto le proprie conoscenze (Argelia è avvocata, Estela ha un dottorato in pedagogia) non per profitto personale, ma per rafforzare le proprie comunità, indicando una via opposta a quella promossa dal capitalismo e dai governi progressisti. Questa è una generazione che offre una prospettiva diversa rispetto alle precedenti, apportando nuove conoscenze a città e comunità. Il secondo aspetto riguarda il ruolo dei bambini e degli adolescenti. Durante i due giorni dell’incontro di Anavi, si è tenuta un’assemblea da cui sono scaturiti laboratori di serigrafia, pittura murale, creazione di libri in cartone, origami e giochi tradizionali. I ragazzi di età superiore ai 12 anni hanno esplorato la medicina tradizionale, creato filtri per l’acqua e partecipato a spettacoli come un’esibizione hip-hop degli indigeni Coca del Lago Chapala. È impossibile non ricordare Verónica, seduta tra il Capitano Marcos e il Subcomandante Moisés a Cideci, durante le sessioni di formazione a San Cristóbal de las Casas. Lei incarna quella generazione più recente che minaccia di lasciarci senza parole e sbalorditi con il suo spirito ribelle e di sfida. Questa è una delle notizie più entusiasmanti che abbiamo ricevuto negli ultimi anni, poiché ci permette di nutrire un certo ottimismo in mezzo al collasso sistemico. Il terzo punto è stato sollevato da un giovane che, durante un evento all’UNAM pochi giorni dopo, ha spiegato che la politica aveva “invaso” tutti gli spazi dell’incontro di Tepic, non limitandosi solo all’assemblea o ai cinque gruppi di lavoro, ma a ogni singolo spazio e momento di Anavi. Considero questa osservazione di grande importanza, poiché illustra come il percorso verso l’autonomia trascenda le strutture istituzionali, conferendo a tutte le attività, collettive o individuali, un carattere politico. La settima assemblea ha messo in luce il potenziale che i popoli indigeni stanno dimostrando, sia nel resistere all’espropriazione sia nel forgiare percorsi verso la dignità e l’autonomia, costruendo i propri mondi. Non è un’impresa da poco in questi tempi difficili. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Vince il movimento dell’acqua -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lezioni dall’Assemblea per l’Acqua e la Vita proviene da Comune-info.
August 21, 2026
Comune-info
Chi decide cos’è un bosco?
IL CASO DEL BOSCO OSPIZIO DI REGGIO EMILIA VA OLTRE LA DIFESA DI UN’AREA VERDE MINACCIATA DA UN NUOVO INSEDIAMENTO COMMERCIALE. METTE IN DISCUSSIONE IL MODO IN CUI DEFINIAMO IL VALORE DELLA NATURA URBANA, IL RAPPORTO TRA INTERESSI PRIVATI E BENI COLLETTIVI E LA CAPACITÀ DELLE ISTITUZIONI DI AGGIORNARE DECISIONI PRESE IN UN CONTESTO ORMAI PROFONDAMENTE CAMBIATO. TRA CRISI CLIMATICA, CONSUMO DI SUOLO E CONFLITTO DEMOCRATICO, LA DOMANDA DIVENTA ALLORA POLITICA PRIMA ANCORA CHE AMMINISTRATIVA: CHI DECIDE CHE COSA MERITA DI ESSERE TUTELATO? Chi ha il potere di definire cos’è un “bosco”?  Non si tratta di una domanda retorica, ma una questione che emerge con particolare evidenza nella vicenda del cosiddetto “Bosco Ospizio” di Reggio Emilia, l’area verde di oltre 45.000 metri quadri che sta per essere sacrificata per costruire l’ennesimo superstore commerciale. La vertenza appare in qualche modo paradigmatica dei tempi, delle assuefazioni e delle trappole in cui continuiamo a cascare senza alcuno sforzo di modificare le nostre abitudini di pensiero e di comportamento. Conad vanta già tre superstore all’interno dell’area urbana di Reggio Emilia, oltre a tre supermercati e altri punti vendita. Complessivamente, nella città, la grande distribuzione alimentare può contare su due ipermercati, quattro superstore, tredici supermercati e cinque discount, senza contare i minimarket di quartiere. Ovviamente il progetto si spiega all’interno di una competizione per fette di mercato. D’altra parte, val la pena notare che Reggio Emilia, nel biennio 2023-24, si presenta al 12° posto per consumo di suolo tra i comuni con più di 100.000 abitanti. In questa classifica negativa peraltro si registrano molte città della nostra Regione: Ravenna, Modena, Parma, Bologna, Ferrara, evidenziando che si tratta di un problema diffuso nella pianura padana. In questo contesto una rete di cittadini, costituitasi in “Assemblea permanente Bosco Ospizio”[1] assieme a Legambiente, sta portando avanti da anni una contestazione del progetto “P.R.U. IP_6 – OSPIZIO”: così si chiama il progetto di “riqualificazione urbana” che prevede diversi edifici, strutture commerciali per 4680 m2 – di cui 2.500 m2 per il solo Conad –, assieme a parcheggi, una rotatoria e servizi pubblici per il quartiere: una biblioteca e una casa della salute. Già nell’ottobre del 2024, in un Consiglio Comunale aperto, Marco Cervino, ricercatore al CNR, presso l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima, aveva sottoposto ai rappresentanti delle istituzioni le evidenze scientifiche che sottolineavano la ricchezza di vegetazione e il valore dell’area in termini di conservazione e cattura del carbonio, nonché il contributo al contrasto del fenomeno dell’isola di calore urbano. Chiariva inoltre come la distruzione del bosco urbano avrebbe comportato un impoverimento ecologico e il fatto che le nuove piantumazioni non avrebbero potuto eguagliare o compensare questi effetti. Nei giorni scorsi, alcuni docenti e ricercatori – Francesco Reyes (professore Associato in Arboricoltura e Coltivazioni Arboree, Università di Modena e Reggio Emilia), Lara Maistrello (professoressa Associata in Entomologia Generale ed Applicata, Università di Modena e Reggio Emilia), Luca Mercalli (presidente Società Meteorologica Italiana e Ambasciatore Europeo Patto per il Clima) – hanno preso posizione richiamando il valore ecologico di quest’area. Hanno già sottolineato l’importanza di un’area di verde spontaneo in una pianura fortemente urbanizzata come la nostra, in termini di rifugio e punto di ripopolamento per diverse specie animali, nonché di riproduzione della biodiversità per alberi, arbusti, erba e fiori[2]. A questa presa di posizione ha fatto seguito un appello di una dozzina di ricercatrici e ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), che invita ad evitare «la distruzione di un polmone verde nella città di Reggio Emilia». E ancora una quindicina di colleghi delle Università di Parma e Bologna (tra cui il sottoscritto) hanno sottoscritto un appello nel quale invitano le istituzioni e i soggetti privati coinvolti a «sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza». Altri appelli e prese di posizione si stanno diffondendo in questi giorni, coinvolgendo diverse realtà territoriali. I rappresentanti di Conad sostengono che nel nuovo piano di riqualificazione gli alberi che sarebbero abbattuti sarebbero sostituiti da numerosi altri piantati per compensazione in questa e altre aree, come se un ecosistema sviluppatosi nel tempo e i suoi effetti in termini di biodiversità e di mitigazione del caldo potessero essere sostituiti da una sommatoria di piante messe a dimora in mezzo a edifici e parcheggi. Del resto gli scienziati intervenuti nonché il circolo locale di Legambiente hanno a più riprese ricordato che le nuove piantumazioni previste dal progetto non possono compensare l’effetto degli abbattimenti in termini di stoccaggio della CO2, di filtrazione delle polveri sottili e di mitigazione dell’isola di carbone urbana. L’amministrazione locale sostiene il progetto dichiarando fra l’altro di essere vincolata dalle decisioni prese da amministrazioni precedenti a partire da una delibera municipale del 2006 e da un accordo siglato nel 2015 tra il Comune e la cooperativa di consumo. La mancanza di attuazione del progetto comporterebbe il pagamento di penali economiche. Anche da questo punto di vista il caso appare emblematico rispetto ai problemi che le forme tradizionali di democrazia stanno rivelando a fronte di una crescente crisi ecologica e climatica. In una fra le estati più calde di sempre in Italia, destinata a lasciare dietro di sé un grande numero di vittime, con anziani, malati e lavoratori all’aperto tra i più colpiti dal caldo, la capacità attuale di indirizzo e decisione democratica per proteggere le condizioni di vivibilità di una città appare fortemente vincolata – se non esautorata – dalla miopia delle concezioni di sviluppo e delle scelte politiche di vent’anni prima. È un esempio della implacabile “banalità burocratica” dietro a cui abbiamo imparato a nascondere i tanti piccoli ecocidi quotidiani che si compiono nelle città e nei territori. Mentre la consapevolezza scientifica e la sensibilità sociale sulla questione climatica e ambientale si è approfondita, i processi decisionali delle istituzioni democratiche che regolano i rapporti tra privati, istituzioni e cittadini nella gestione dei progetti di sviluppo urbano del territorio, seguono ancora logiche e priorità che spingono a sacrificare o sottomettere gli interessi pubblici e collettivi agli interessi e allo strapotere economico dei privati. In questo modo si produce una progressiva erosione di quelle dimensioni fondamentali – fiducia, autorità e legittimità – su cui si sostiene la comunità democratica. Da questo punto di vista la determinazione dei/delle manifestanti del “Bosco Ospizio” rappresenta un esempio importante di reazione alla rassegnazione fatalista e al senso di impotenza che attanaglia le democrazie contemporanee e l’occasione di ricostruzione di un orientamento collettivo. Se, come la scienza ci dice da tempo, le ondate di caldo sono destinate ad aumentare in frequenza e durata, oggi sappiamo per certo che nelle città abbiamo bisogno di ampliare e non restringere le zone dedicate a parchi, aree verdi, boschi urbani, concependo questi luoghi come possibili “rifugi climatici”: spazi aperti e conviviali che possano rappresentare un’alternativa democratica e universalistica rispetto alle soluzioni private attualmente dominanti. C’è un altro aspetto importante da sottolineare dal punto di vista della qualità della democrazia. Nell’aprile 2025 nove persone di Reggio Emilia di età compresa tra i 25 e i 77 anni – tra studenti, lavoratori e pensionati – sono stati querelate da Conad e posti/e sotto indagine per violenza privata, invasione aggravata e danneggiamento in concorso. Per la verità gli/le attivisti/e erano entrati nell’area boschiva durante l’avvio dei primi lavori, limitandosi a sedersi pacificamente di fronte al trattore per impedire il taglio della vegetazione, senza causare danni a cose o persone. Altre querele sono state depositate da Conad il 3 agosto scorso contro gli attivisti per “occupazione di area privata” e “violenza privata”, poiché i manifestanti a più riprese si erano schierati davanti alle ruspe impedendo l’inizio dei lavori. Nel clima di impoverimento e arretramento democratico nel quale viviamo, la protesta e la libera espressione dei cittadini per la conservazione di beni collettivi viene ancora una volta criminalizzata. Quello che mi pare non si riesca ancora a mettere a fuoco è che in un clima e in un ambiente che si vanno rapidamente trasformando e deteriorando, fino a minacciare le condizioni di vivibilità nelle nostre comunità, il confronto sugli usi e le destinazioni degli spazi, sulle modalità di cura e gestione del territorio e dei suoi beni, diverrà sempre più centrale e questo deve portarci anche a un ripensamento dei processi di discussione, valutazione e deliberazione democratica per evitare una perdita in termini di riconoscimento e legittimità. Di fronte alle nuove forme di conflitti ambientali e territoriali occorre ricordare che la democrazia e le sue forme, non è qualcosa di scontato, ma riguarda la capacità di una comunità di costruire nuovi spazi di espressione, confronto e deliberazione proprio per prevenire ed evitare polarizzazioni e tensioni e restituire alla città e ai suoi abitanti la libertà di decidere delle proprie condizioni di vita e sul proprio futuro. Nella controversia che coinvolge soggetti privati, amministrazioni, associazioni e cittadini, il conflitto come al solito investe anche il linguaggio e la definizione di “bosco”. I promotori del progetto di sviluppo urbano e commerciale negano l’esistenza nell’area di un bosco e la controversia è arrivata anche in tribunale. Il TAR di Parma non si è ancora pronunciato nel merito della richiesta da parte di Legambiente e dei cittadini di revocare a Conad i titoli edificatori concessi, ma nel luglio 2026 ha tuttavia respinto la sospensione cautelare dei lavori il cui avvio era previsto per il 3 agosto. Per i giudici non sarebbe individuabile nell’area un “bosco urbano”. Il ricorso andrà avanti, ma nel frattempo gli scienziati che si basano fra l’altro sulla classificazione del verde a scala urbana proposta dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), il più autorevole organismo scientifico in materia, hanno già chiarito, dal loro punto di vista, la natura boschiva ed ecologica dell’area. Scopriamo così non solo che ciò che chiamiamo “natura” non è autoevidente e non si sottrae ad una riflessione “politica”, ma soprattutto, siamo così profondamente alienati che ci ritroviamo a discutere di cosa è non è ambiente come se lo potessimo guardare, definire e amministrare “dal di fuori”. Quello di cui discutiamo attraverso un linguaggio fatto di “piani di sviluppo”, “programmi di riqualificazione”, “delibere”, “iter autorizzativi”, “diritti di costruzioni”, “ordinanze”, “compensazioni”, “coperture vegetali”, “piantumazioni”, riguarda niente meno che “la natura” delle nostre relazioni con il mondo vivente. L’impermeabilizzazione del linguaggio accompagna quella del suolo. Il “Bosco Ospizio” è, d’altronde, un esempio perfetto di quello che Gilles Clément ha chiamato “Terzo paesaggio”. Quegli spazi un tempo antropizzati (in questo caso c’era appunto un ospizio) e poi “abbandonati”, nei quali “la natura” fa il suo lavoro: lentamente riconquista terreno, ricostruendo la boscaglia e dando rifugio a molte specie che non trovano più spazio altrove. Clément evidenzia la natura ibrida, sospesa, indecisa di questi spazi, che non coincidono del tutto con le nostre abituali classificazioni mentali e tantomeno con le divisioni amministrative. Sono piuttosto qualcosa che si colloca «nel campo etico del cittadino planetario» e che riguarda non un “bene patrimoniale” ma «uno spazio comune del futuro».[3] La decisione di ciò che riconosciamo come paesaggio vivente e in divenire si mostra sempre più chiaramente come una questione politica e di democrazia. Quell’area boschiva può continuare a vivere nella misura in cui rimane viva (nel)la nostra coscienza democratica. Scegliendo di tutelare e lasciare spazio a questi paesaggi in divenire scegliamo di riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Cfr. https://www.facebook.com/bosco.ospizio.re?locale=it_IT; https://www.instagram.com/bosco.ospizio.re; [2] Per una visione aerea dell’area si veda https://www.facebook.com/coambientere/videos/bosco-di-ospizio/496969272892417/” [3] Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, Quodlibet, Macerata, 2005, pp. 25 e 61. -------------------------------------------------------------------------------- APPELLO. UNA QUESTIONE DI DEMOCRAZIA ED ECOLOGIA: APPELLO PER LA TUTELA DEL BOSCO OSPIZIO Come docenti e ricercatori/trici riteniamo che la vicenda del Bosco Ospizio di Reggio Emilia sollevi una questione che riguarda insieme la tutela ecologica e la qualità della democrazia. L’area, oltre 45.000 metri quadrati di verde spontaneo minacciati dalla realizzazione di nuove strutture commerciali, costituisce un importante spazio di biodiversità, conservazione e cattura del carbonio, mitigazione dell’isola di calore urbana. In una città e in una regione già fortemente segnate dal consumo di suolo e sempre più esposte alle conseguenze della crisi climatica, riteniamo necessario preservare e ampliare parchi, boschi urbani e aree verdi quali infrastrutture essenziali per la vivibilità presente e futura. Chiediamo pertanto alle istituzioni e ai soggetti coinvolti di sospendere ogni intervento irreversibile sull’area e di ricercare soluzioni alternative che ne garantiscano la tutela, riaprendo un confronto pubblico fondato sulle evidenze scientifiche e sulla partecipazione della cittadinanza. La protezione di questi spazi non riguarda soltanto il paesaggio: significa riconoscere e rigenerare le fondamenta ecologiche e democratiche della nostra comunità. I/le sottoscritti/e docenti, ricercatori e ricercatrici – Marco Deriu, Docente di Comunicazione ambientale, Università di Parma” – Emanuele Leonardi, Docente di Urban Studies and Climate Change, Università di Bologna” – Pierluigi Musarò, Docente di Media Culture, Humanitarianism and Climate Mobility Justice, Università di Bologna – Vando Borghi, Docente di Sociologia dello sviluppo, Università di Bologna – Maria Cristina Ossiprandi, Docente di Ambiente e salute: priorità e criticità, Università di Parma – Piergiorgio Ardeni, Docente di Environmental and Resource Economics, Università di Bologna – Simona Bertolini, Docente di Filosofa dell’ambiente, Università di Parma – Fausto Pagnotta, Docente di Storia del pensiero politico, Università di Parma – Federico Chicchi, Docente di Sociologia delle trasformazioni economiche e del lavoro, Università di Bologna – Dario Tuorto, Docente di Sociologia della cittadinanza: partecipazione, istituzioni, controllo, Università di Bologna – Sabrina Tosi Cambini, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma – Martina Giuffrè, Docente di Antropologia dell’ambiente, Università di Parma – Valentina Gastaldo, Docente di Diritto dell’Ambiente, Università di Parma – Antonio Bodini, Docente di Valutazione di impatto e valutazione ambientale strategica, Università di Parma – Vincenza Pellegrino, Docente di Sociologia della globalizzazione, Università di Parma – Paolo Savoia, Docente di Storia della scienza, Università di Bologna – Francesco Fulvi, Docente a contratto di Architettura Tecnica, Università di Parma – Alessio Malcevschi, Docente di Food Sustainability, Università di Parma -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi decide cos’è un bosco? proviene da Comune-info.
August 20, 2026
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Chi controlla il presente controlla il passato
Chi scrive è un missionario di ‘professione’ e antropologo, originario di Casarza Ligure. Ho avuto il privilegio di attraversare ed essere attraversato da molte frontiere. La Costa d’Avorio, l’Argentina, la Liberia e infine il Niger da dove sono tornato l’anno scorso a quest’epoca. In questi ‘attraversamenti’ ho visto e esperimentato […] L'articolo Chi controlla il presente controlla il passato su Contropiano.
August 16, 2026
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