
Resettare il pensiero per fare nuovi mondi
Comune-info - Thursday, May 21, 2026Siamo dentro una lunga tormenta, lo sappiamo. Il dominio della guerra, sempre più diffusa e capace di presentarsi con vecchi e nuovi volti, è soffocante. Abbiamo bisogno di rifugi collettivi, spazi di pensiero e di azione. L’alfabeto critico di movimenti e reti non sembra più adeguato. Va ripensata l”idea di sciopero, vanno ripensati i ruoli dell’università e della ricerca, vanno sperimentati spazi di comunicazione indipendente diversi, vanno immaginate scuole popolari… Appunti dall’incontro della rete Reset, nata due anni fa contro la guerra
Foto di Adhitya Sibikumar su UnsplashReset è una rete nata due anni fa contro la guerra; è parte del TSS (Transnational Social Strike) insieme a connessioni precarie, area politica che assume come motivo centrale del proprio intervento la condizione globale e precaria del lavoro contemporaneo e l’intreccio transnazionale tra patriarcato, sfruttamento, razzismo e rifiuto della guerra.
Il libro pubblicato l’anno scorso Nella terza guerra mondiale (qui una recensione), il successivo incontro a Bologna e la partecipazione alle mobilitazioni per la Sumud Flotilla e il “No Kings day”, offrono uno sguardo inedito sul micidiale dispositivo planetario di guerra e genocidio che estende sempre più il regime di annientamento dei viventi.
Martedì 19 nell’aula VI della facoltà di Lettere, all’Università “Sapienza” di Roma, Reset ha indetto un secondo incontro, che è stato importante e avrà ulteriori appuntamenti. La riflessione aggiornata sullo sciopero transnazionale, le produttive coincidenze di pratiche con i movimenti transfemministi, l’originale iniziativa della rete per fare “qualcosa di diverso”, così come fanno gli equipaggi di terra in mobilitazione permanente per il sequestro, il rapimento, la detenzione e le umiliazioni che stanno subendo gli equipaggi della Flotilla da parte degli atti criminali di Israele; l’intreccio perverso di università, ricerca e industria militare: l’intero orizzonte della politica mondiale di distruzione è stato percorso con la finalità di approntare strumenti concettuali che raccontino il mondo in maniera inedita.
Il variegato panorama di associazioni, Ong, spazi sociali, singole, gruppi e collettivi e tanta società civile che, insieme alla “generazione Gaza”, ha animato i movimenti mondiali contro autoritarismi, nuovo fascismo bellicista e governo digitale della vita, prospetta la possibilità di altre forme di vita che possono fiorire nell’humus di una riflessione permanente, fatta di incontri, corpi e linguaggi da ascoltare e far parlare.
Dal documento “Nel movimento che (non) c’è” (consultabile qui), la discussione si è incentrata su ciò che in qualche modo è da sempre mancato nelle pratiche dei movimenti: un’elaborazione filosofico-politica che indicasse i limiti della prassi nell’inseguire scadenze e iniziative nell’accelerazione imposta dall’esterno a rivendicazioni e conflitti.
Il punto è infatti l’incapacità delle reti di incidere rispetto alle grandi trasformazioni della scena mondiale. La distruzione dell’ordine internazionale, l’istituzione del regime di genocidio di vite, risorse, creatività e pensiero, l’estensione di forme omicide di securizzazione dei territori, la cattura microfisica dei corpi tramite nazionalismo, familismo e patriarcato. Per questo è anzitutto necessario rompere i blocchi che impediscono un’immaginazione politica che invece movimenti e iniziative in questi ultimi due anni hanno promosso. Blocco è il “campismo” che riduce la produttiva complessità pratico-politica che si è espressa in questi anni alla presa di posizione univoca in un campo (con la Russia, con la Cina, con l’Iran…) secondo la logica che i nemici dei nostri nemici sono nostri amici. Blocco è la lettura “imperialismo – antimperialismo”, cieca alla radicale molteplicità caotica di prospettive sul mondo. Blocco è la visione totalizzante di mondi compatti, separati da frontiere di resistenza. Blocco è schiacciare tutto sul presente, evitando di produrre genealogie utili per generare un pensiero lungo, che scorra dalla fetida attualità globale alla restituzione di un avvenire come hanno indicato ultime e penultime generazioni.
Per questo, la stessa idea di sciopero chiede di essere ripensata. La dimensione transnazionale sarà quella in cui rielaborare l’Europa, nella crisi irreversibile da riarmo dell’Unione Europea, e ciò vale per riscrivere il diritto e i rapporti tra territori, ambienti e popolazioni. Sarà questo il campo strategico di contrasto alla geopolitica degli stati nazionali e di un’immaginazione prospettica, incarnata e situata che preveda congiunzioni, non solo connessioni. In questa dimensione concettuale potrà esser pensato un Mediterraneo aperto in cui affondino remigrazione e guerra ai migranti di cui il razzismo di stato è espressione quotidiana.
Un principio di riflessione storico-politica avrebbe al centro la destituzione delle identità consolidate, certo, in un processo lungo, che tuttavia non contrasta con il “tempo-ora” del buon vento, dell’occasione propizia.
C’è bisogno di nuovi linguaggi e strumenti pratici, anzitutto nella comunicazione che, come rileva l’esperienza della Sumud Flotilla, ha bisogno di uscire dalle forme sintattiche usate all’”interno” di gruppi e collettivi e raggiungere spazi civici e luoghi pubblici abitati da popolazioni, sia in condizioni di agio che di disagio.
Se “qualcosa cova sotto il caos e l’apparente deja vu” è da ripensare la “classe” e l’idea di “lavoro vivo” che oggi si esprime in luoghi diversi in modi diversi, trasformando la critica, l’inchiesta e le riflessioni che da più di sessanta anni più generazioni produttivamente hanno condotto. Ma la critica e l’inchiesta, se rimangono confinate nel perimetro emergenziale dei conflitti e non generano contro-condotte, si fissano ad anagrafiche generazionali che isteriliscono eventuali prospettive.
D’altra parte, l’”intersezionalità” di sesso, classe, razza e identità collettive che garantisce alleanze tra corpi sulla superficie post-coloniale del mondo che la storia recente ci consegna, non intacca le rigide rivendicazioni identitarie ad un ambiente, ad un contesto, a un territorio.
Sono da ripensare radicalmente il ruolo e la funzione dell’università e della ricerca. Dal prossimo anno il programma Horizon Europe raddoppierà il budget di 95 miliardi di euro e sarà la principale fonte di finanziamento dell’università. I tre pilastri su cui si fonda, ricerca di base e mobilità, collaborazioni per la “transizione verde” e le tecnologie, innovazione tramite start-up e PMI universitarie, intensificano l’alleanza tra ricerca, industria militare e nuove tecnologie. Demolire l’architettura tecno-industriale della ricerca e i partenariati con Eni e Leonardo si può, esercitando una critica serrata dell’accademia come servizio che risponde alle aspettative dei “portatori di interessi” (imprese, mercato del lavoro) e opera alla costruzione di “capitale umano”. L’alternativa è immaginare, cioè praticare l’università come un laboratorio di liberazione e di insubordinazione, con il rifiuto delle armi e della “difesa” che non è altro che riarmo; una università che disorienti rispetto a orientamento e competizione ricevuti da famiglie, scuola e media e che, di fronte all’erosione delle prestazioni di welfare, nella sanità, nell’educazione e nei servizi pubblici, ripensi con la ricerca a forme comuniali di “stato sociale”.
Certo, oggi forme di vita e servizi comuni condivisi sono esclusi per principio, ma per studenti, studentesse, ricercatori, docenti, ripensare l’accesso a istituzioni pubbliche autonome all’interno e all’esterno della realtà accademica è più urgente di ieri, come lo è la costruzione di network di informazione, gruppi di ricerca e di discussione, scuole popolari, spazi di creazione artistica, ateliers storici, scientifici, linguistici e multimediali. Un’occasione per parlarne sarà il 13 giugno al Polo civico Esquilino ove Comune-info propone una riunione di redazione aperta.
Il bisogno di luoghi di dibattito pubblico in connessione con altri mondi reali e attuali si estende e comporta uno sforzo. Lo sforzo, forse, consiste nel pensare l’impensabile, un po’ come pensava Walter Benjamin: “Avere una totale mancanza di illusioni nei confronti dell’epoca e ciò nonostante pronunciarsi senza riserve per essa”.
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