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33 chilometri
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Calais dista 33 chilometri dalle coste inglesi. Per alcune persone è una traversata di pochi minuti. Per altre – che arrivano da Afghanistan, Sudan, Kurdistan iracheno, Eritrea – mesi o anni di attesa tra sgomberi continui e senza diritti, in una frontiera dove si decide chi può esistere e chi no. Calais è, al pari di Ceuta e Lampedusa, di Lesbo e Bihac, una delle frontiere più dure d’Europa. Perché, anche se a tentare la traversata sono persone che nella quasi totalità dei casi hanno pieno diritto ad asilo e protezione, le istituzioni francesi e britanniche le tengono bloccate in un vergognoso rimpallo di responsabilità (e di fondi).  Dopo lo sgombero della “Jungle”, avvenuto nel 2016, migliaia di persone vivono ancora nella zona tra Calais e Dunkerque sparse nei boschi e ai margini delle strade, senza ripari stabili, in condizioni di estrema precarietà e totalmente privi di risorse. Da anni in questa zona associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni francesi e britanniche negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Tra pochi giorni un gruppo di attiviste e attivisti di Casetta rossa, storico spazio sociale e culturale autogestito di Garbatella, a Roma, partirà per portare solidarietà, un contributo alle attività sul campo e beni di prima necessità. La loro è la scelta di campo di chi rifiuta un’Europa che respinge, alza muri e arriva a negare i più elementari diritti di base a chi fugge dall’inferno.  È in corso una raccolta di fondi e materiali a sostegno della missione, che si appoggerà a Refugee Community Kitchen e alle altre realtà che ogni giorno garantiscono pasti, beni essenziali e solidarietà a chi è in transito lungo questa frontiera. Le donazioni possono essere effettuate al link https://gofund.me/b29dd653e. I beni di prima necessità possono essere consegnati tutti i giorni dalle 16 in avanti a Casetta rossa, in via Magnaghi 14 a Roma. Servono abiti pesanti, prodotti per l’igiene personale, sacchi a pelo, tende, ma anche prodotti alimentari a lunga conservazione, guanti, mascherine, detergenti e disinfettanti.  Ogni contributo, anche piccolo, fa una differenza enorme per chi si trova bloccato lungo la frontiera, a pochi chilometri dal sogno di una vita dignitosa. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO REPORTAGE DALLA FRANCIA DEL 2015: > La chiamano la Jungle di Calais -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo 33 chilometri proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Quali sono le fasce sociali che beneficiano delle trasformazioni urbane a Roma?
murale Sabrina H. Dan di Paolo Gelsomini Una riflessione a margine del dibattito avviato dall’appello “Per chi è Roma? Il futuro della città si decide oggi”(1), di cui l’autore è tra i primi firmatari, e delle modifiche definitive alle Norme Tecniche di Attuazione (NTA)  del Piano Regolatore che sono in discussione all’Assemblea Capitolina(2). La vicenda della delibera sulle NTA tuttora in corso in Campidoglio (2),   la lettera appello “Per chi è Roma?” promossa da Nonna Roma*, e varie voci che si sono aggiunte al dibattito sulla direzione che sta prendendo la città,  insieme alla nuova ricerca di Mapparoma 48(3) “La geografia dei redditi e delle fragilità economiche nella Città metropolitana di Roma” che mostra come le geografie del reddito, della crescita economica e delle fragilità sociali delineino un territorio profondamente diseguale, mi hanno spinto  a fare una riflessione sulle trasformazioni urbane a Roma. Vorrei porre all’Amministrazione Comunale che sta per variare le nuove NTA del Piano Regolatore questa domanda: Quali sono le fasce sociali di riferimento delle trasformazioni urbane?  Quando si parla di social housing o di studentati all’interno dei mix funzionali dei progetti di finanza o nei programmi integrati disciplinati dalle NTA in genere ci si riferisce a categorie (giovani, anziani, studenti, giovani coppie ecc.) ma non alle fasce sociali che all’interno delle categorie possono essere molto diverse.  Di conseguenza molti interventi di rigenerazione urbana producono beni fruibili solo da fasce sociali alte o medio-alte. Ad esempio gli studentati degli ex Mercati Generali (4) sono considerati dall’assessore Veloccia non  di pubblica utilità ma strumenti di remunerazione degli investitori privati per realizzare beni privati di pubblica utilità (anche questi non certo accessibili gratuitamente a tutti, ad eccezione di qualche piazza o giardino). In pratica una moneta di scambio, che però contribuisce a squilibrare il mercato degli alloggi per studenti, perchè nel frattempo si stanno costruendo 25 studentati privati e pochissimi studentati pubblici.  La stessa cosa succede per l’edilizia sociale,  ancora più ridotta nelle NTA all’interno degli atti di partenariato pubblico-privato. Sono cose che tutti noi conosciamo, progetto per progetto. Resta il fatto della crescita di una diseguaglianza sociale attraverso l’urbanistica, perché l’offerta pubblica dei beni edilizi d’uso a costi sostenibili dalle fasce più basse è sempre più distante dall’offerta privata destinata alle fasce alte e medio-alte della popolazione. Se a questa discrepanza pubblico-privato aggiungiamo il mercato delle case vacanza, B&B ecc. (non è vero che è stato arrestato dalle nuove NTA, perché stiamo in attesa di un Regolamento di contenimento previsto dalle NTA e tuttora in lavorazione, ma il cui iter sarà ancora lungo e tortuoso), possiamo concludere che il mercato degli affitti e delle compravendite è sempre più in rialzo e sempre meno accessibile alle fasce più fragili, che continuano ad andare ad  abitare nei comuni limitrofi aggravando ulteriormente il sistema del trasporto privato e pubblico della Capitale. I dati sugli affitti a Roma parlano chiaro, come parlano chiaro i dati delle migliaia di immobili gestiti da Fondi immobiliari, società di investimento, e Fondi di investimento internazionali. E’ esemplificativa la già citata ricerca di Mapparoma 48 (3)che rende evidente, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la distanza crescente tra offerta di beni e servizi di prima necessità e domanda sociale sempre più inevasa. Se partiamo da queste considerazioni potremo stabilire come il Pubblico possa ricominciare a pianificare, programmare e progettare per la Città Pubblica, dentro i problemi reali per cercare di risolverli o di ridurre i loro effetti negativi, pur nella complessità insita nel gestire la cosa pubblica all’interno delle dinamiche sociali ed economiche. Poi possiamo anche percorrere la strada del riformismo possibile,ma solo dopo aver fissato principi ed obiettivi di una politica urbanistica che persegua la riduzione delle diseguaglianze sociali, la sostenibilità ambientale, la salvaguardia del tessuto tipo-morfologico del centro. storico, la difesa della qualità edilizia dei complessi urbani storici. Mi pare che nell’impostazione della riforma delle NTA queste radici siano enunciate ma contraddette dai fatti e che i fatti (le norme) siano presentati non come mediazioni del possibile ma come “radici invarianti”  per la trasformazione della città, che può crescere solo attirando capitali internazionali, turismo e grandi eventi. Paolo Gelsomini 20 luglio 2026 Per oseervazioni e precisazioni scrivere a laboratoriocarteinregola@gmail.com NOTE (1) vedi Per chi è Roma? Il futuro della città si decide oggi 12 luglio 2026 https://www.carteinregola.it/per-chi-e-roma-il-futuro-della-citta-si-decide-oggi/ (2)Vedi Ultime modifiche alle NTA, restano molti punti critici 12 luglio 2026 https://www.carteinregola.it/ultime-modifiche-alle-nta-restano-molti-punti-critici/  (3)#mapparoma48 – La geografia dei redditi e delle fragilità economiche nella Città metropolitana di Roma > #mapparoma48 – La geografia dei redditi e delle fragilità economiche nella > Città metropolitana di Roma (4) vedi Ex Mercati Generali, parabola esemplare dell’urbanistica della Capitale di Anna Maria Bianchi 28 aprile 2026
July 20, 2026
carteinregola
Liceo Vivona: un’ispezione sul niente
Luglio 2026, terminato l’anno scolastico e pubblicati gli esiti degli esami di Stato, il professor Massimo Sabbatini — docente di latino e greco al Liceo Ginnasio Statale “Francesco Vivona” di Roma — invia ai propri ex studenti un messaggio di commiato. Il rapporto docente-discente è concluso: chi riceve la lettera è, a tutti gli effetti, un cittadino maggiorenne e diplomato. Il testo, che intreccia il richiamo alla “Primavera hitleriana” di Montale e al canto XXVII del Purgatorio dantesco, invita a “restare umani” e a non dimenticare le atrocità compiute a Gaza in questi tre anni di scuola. Chiude con inviti conviviali — un cinema, uno scambio di libri, una partita a tennis — tra un ex professore e i suoi ex allievi. Il punto del messaggio più esposto alla reazione di stampa è probabilmente non il richiamo a Gaza in sé, ma la struttura graduata di responsabilità che il docente costruisce attorno all’evento. Il testo distingue esplicitamente diversi livelli di corresponsabilità: chi ha materialmente eseguito la violenza (chi ha premuto il grilletto, lanciato missili, sganciato bombe, guidato droni); l’industria bellica (chi ha prodotto e venduto armi); la classe politica (chi ha avuto responsabilità politiche); i beneficiari economici (chi ha lucrato dividendi e fatto profitti); infine gli “ignavi” — chi è rimasto a guardare senza fare nulla. È quest’ultima categoria a rendere il messaggio strutturalmente diverso da una semplice presa di posizione su un conflitto: l’indifferenza viene collocata sullo stesso piano morale dell’azione, secondo la logica — richiamata dallo stesso docente — del “più nessuno è incolpevole”. La lettera anticipa inoltre esplicitamente che alcuni dei destinatari occuperanno un giorno posizioni di potere (dirigenza d’azienda, gestione di capitali, funzioni statali o nell’Unione Europea) e li invita a interrogare, una volta arrivati lì, i propri futuri pari sul proprio comportamento presente — una domanda nominativa, riferita alla bambina palestinese Hind Rajab, che sposta il destinatario dal ruolo di spettatore a quello di potenziale futuro responsabile. Il riferimento a Montale rafforza questo impianto: i “miti carnefici” della poesia sono esecutori non riconosciuti come tali, che continuano un’esistenza normale — la “sagra” — mentre si consuma la violenza. È un’immagine che utilizza la cornice della “civiltà” per descrivere una violenza che si esercita attraverso l’indifferenza organizzata, più che attraverso la sola violenza diretta. Il richiamo del docente al canto XXVII del Purgatorio, che riguarda l’acquisizione della piena autonomia di giudizio morale da parte di Dante, si salda a questa impostazione: il messaggio non impartisce una conclusione da accettare, ma consegna agli ex studenti gli strumenti — già trasmessi in tre anni di scuola — perché siano loro a giudicare autonomamente chi, tra i soggetti elencati, porti una responsabilità. L’8 luglio Il Tempo pubblica un articolo a firma di Edoardo Sirignano, “Faziosità e indottrinamento, messaggio-comizio del prof”, basato sulla segnalazione di uno studente che chiede l’anonimato. Il pezzo non nomina né il docente né l’istituto: parla genericamente di “un professore di latino e greco di un liceo classico romano”. Nei giorni successivi, l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio avvia un’attività ispettiva che convoca per “accertamenti” non il solo Sabbatini, ma tutti i rappresentanti di classe delle quinte e tutti i docenti maschi dell’istituto che insegnano greco e latino. Le convocazioni, secondo quanto raccolto da testate come Domani, non specificano il motivo dell’audizione. Il dettaglio della convocazione a tappeto è, di per sé, un documento. Se l’USR avesse già individuato con certezza il docente e la scuola coinvolti, non avrebbe avuto necessità di procedere per esclusione tra i professori maschi di due materie in un solo istituto. La platea dei convocati coincide esattamente con l’universo di persone compatibili con la descrizione — volutamente vaga — fornita dall’articolo del Tempo. Ne discende, come inferenza fondata sui fatti noti ma non confermata da alcuna dichiarazione ufficiale, che l’ispezione muove dall’articolo di stampa e non da una segnalazione già circostanziata pervenuta autonomamente all’amministrazione. Resta aperta, e non esclusa dai fatti disponibili, l’ipotesi che lo stesso studente anonimo abbia presentato anche una segnalazione diretta: nessuna fonte consultata la conferma né la smentisce. L’USR Lazio, va segnalato, non ha risposto alle richieste di chiarimento avanzate dalla stampa. Il punto giuridico sollevato da docenti, studenti e dalla stessa interrogazione parlamentare presentata dall’on. Stefania Ascari (M5S) è netto: essendo il rapporto docente-discente già concluso al momento dell’invio del messaggio, non è in discussione la libertà di insegnamento (art. 33 Cost.), che presuppone un rapporto educativo in corso, bensì la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) di un cittadino che si rivolge ad altri cittadini. L’interrogazione richiama inoltre l’art. 34 sul diritto all’istruzione, sostenendo che il proliferare di iniziative ispettive di questo tipo produce un effetto di deterrenza sull’intera comunità scolastica: non solo su Sabbatini, ma su ogni docente che possa in futuro sentirsi dissuaso dall’affrontare temi storici, civili o internazionali per timore di conseguenze disciplinari. È la funzione di monito, più che l’esito specifico del procedimento, a costituire l’elemento politicamente rilevante: un’ispezione avviata su una comunicazione privata post-diploma comunica a tutto il corpo docente romano — e, per estensione mediatica, nazionale — quali argomenti espongono a un procedimento amministrativo. Nell’ottobre 2024 Irene Khan, Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulla promozione e protezione del diritto alla libertà di opinione ed espressione, presenta all’Assemblea Generale ONU il rapporto “Global threats to freedom of expression arising from the conflict in Gaza” (A/79/319). Il documento certifica, su scala globale, un fenomeno che il caso Vivona riproduce su scala locale: repressione di proteste e dissenso, restrizioni diseguali a seconda della posizione espressa sul conflitto, ed erosione delle libertà accademiche e artistiche in un contesto politico polarizzato. Presentando il rapporto, Khan ha dichiarato che “nessun conflitto recente ha minacciato la libertà di espressione così gravemente e così ampiamente oltre i propri confini quanto Gaza”, citando come esempi la repressione delle proteste nei campus universitari statunitensi e il divieto tedesco alle manifestazioni pro-palestinesi, mai esteso a quelle pro-israeliane. Il Vivona si aggiunge a una serie di episodi già documentati dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università: il procedimento disciplinare al Liceo “Augusto Righi” di Roma contro il prof. Bullara, la vicenda del Liceo “Vincenzo Monti” di Cesena sullo striscione “L’Italia agli italiani”, e i casi Modena legati al progetto “Flottilla dei bambini”. L’interrogazione Ascari amplia ulteriormente l’elenco con istituti dell’Emilia-Romagna (San Lazzaro di Savena, Bologna, Castelnovo ne’ Monti) e il Liceo “Marco Polo” di Firenze. Su tutti questi episodi si rimanda ai pezzi già pubblicati. Roberto De Vogli, nel suo libro Empatia selettiva: perché l’Occidente è rimasto a lungo indifferente al genocidio di Gaza (Aliberti, 2025), apre la propria riflessione con un’immagine paradossale: > «Immagina di vivere in un mondo in cui puoi essere perseguitato per aver detto > “non uccidete i bambini”, perché potresti ferire i sentimenti dell’assassino». > Questo slogan, apparso durante una manifestazione, non ha bisogno di > spiegazioni: racchiude non solo l’assurdità morale dei nostri tempi. Sembra la > scena di un film distopico, ambientato in una società che ha smarrito ogni > bussola etica.» È un paradosso che l’autore usa per introdurre il tema del doppio standard morale con cui l’Occidente guarda alle vittime di questo conflitto — lo stesso doppio standard che, nel caso Vivona, si manifesta nella distanza tra la sanzione minacciata a un docente per un richiamo etico e l’assenza di conseguenze analoghe per chi lo accusa pubblicamente sulla base di una fonte anonima. Il caso Vivona, letto insieme ai precedenti già documentati, mostra come il singolo esito disciplinare sia in realtà secondario rispetto alla funzione che il procedimento assolve una volta reiterato su scala nazionale. Righi, Cesena, i cinque istituti di Modena, San Lazzaro di Savena, Castelnovo ne’ Monti, Firenze, e ora il Vivona non compongono una serie di episodi isolati da valutare singolarmente, ma un pattern riconoscibile: un’ispezione ministeriale attivata su segnalazioni di stampa o politiche, indipendentemente dalla sua archiviazione o dal suo esito, produce comunque l’effetto di segnalare a docenti e dirigenti scolastici quali temi — Gaza, il diritto internazionale, la pace — comportano un rischio procedurale. Non serve una sanzione per ottenere autocensura: basta la ripetizione del meccanismo ispettivo. È questo l’elemento che rende il caso Vivona rilevante oltre la vicenda del singolo docente, e che giustifica la richiesta, avanzata nell’interrogazione Ascari, di linee guida che limitino le ispezioni all’accertamento di violazioni di legge, sottraendole al loro attuale uso come strumento di pressione preventiva sulla libertà di insegnamento e di espressione nella scuola pubblica. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università continuerà a seguire con attenzione l’evolversi della vicenda, nella convinzione che la libertà di espressione e la libertà di insegnamento — pilastri costituzionali della scuola pubblica — non possano essere sacrificate all’uso strumentale delle procedure ispettive a scopo intimidatorio e repressivo. Restiamo umani. Silvia Delitala, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Roma. “Né zitti e buoni, né delatori”
Studenti e docenti non smetteranno di essere solidali con la Palestina! Solidarietà al docente e agli studenti e alle studentesse del Liceo Vivona! Al Liceo Classico Vivona di Roma arrivano gli ispettori dell’USR Lazio per interrogare i maturandi di quest’anno, al fine di incriminare un docente solidale con la Palestina. […] L'articolo Roma. “Né zitti e buoni, né delatori” su Contropiano.
July 17, 2026
Contropiano
Roma sa da che parte stare replica alla mozione della maggioranza comunale sui rapporti con Israele
Il Comitato Promotore della Delibera consiliare d’iniziativa popolare “Roma sa da che parte stare” (sottoscritta da oltre 15.000 cittadini) denuncia il tentativo della maggioranza capitolina di silenziare la volontà popolare attraverso una mozione sostitutiva di facciata. La mozione, che porta il n. 189, è stata sottoscritta dai capigruppo di maggioranza […] L'articolo Roma sa da che parte stare replica alla mozione della maggioranza comunale sui rapporti con Israele su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
Stato, mercato e spirito santo. Tre polemiche romane su cooptazione e movimenti
(disegno di roberto-c.) Il 9 luglio a Roma un picchetto nel quartiere Garbatella ha costretto l’ufficiale giudiziario a rinviare lo sfratto di una donna di quasi cento anni di età. A ordinarne l’espulsione è Francesco Gaetano Caltagirone, il quinto uomo più ricco d’Italia e principale palazzinaro della capitale. La tragedia non è solo l’età avanzata della donna, ma anche il fatto che fino a dieci anni fa il suo appartamento era vincolato a un uso sociale: lo stato obbligava la proprietà, Cassa Forense, a mantenere gli affitti accessibili. Quasi novantamila appartamenti della capitale erano tutelati da questi vincoli: erano le case degli enti previdenziali, un patrimonio di edilizia calmierata che garantiva un alloggio anche a chi non poteva accedere al mercato privato. Dagli anni Novanta quasi tutte queste case sono state liberate dai vincoli e una parte importante è finita nelle mani di banche e speculatori. Caltagirone ha acquisito centinaia di appartamenti di Cassa Forense; ha alzato gli affitti e ha cacciato chi non poteva pagare, per trasformare alcuni di questi palazzi in studentati privati. Gli studentati sono finanziati dal Pnrr, quindi l’imprenditore può aspirare a soldi pubblici dopo essersi preso delle case tutelate dallo stato. Come spiega Manuel Aalbers in un recente rapporto all’Ue, la via principale con cui i grandi speculatori riescono a fare enormi profitti sugli immobili residenziali oggi è proprio attingendo allo stato. La proprietà immobiliare è ancora troppo diffusa per mettere insieme un patrimonio abbastanza grande da produrre rendite rilevanti sui mercati finanziari; bisognerebbe comprare le case una a una, e ci vorrebbero anni. Attaccando il patrimonio pubblico, o semipubblico – i grandi patrimoni municipali come Deutsche Wohnen in Germania, o previdenziali come Enasarco in Italia –, e trasformandolo in fondi privati, riescono a prenderne grandi quantità tutte insieme. Le nuove mani sulla città sono spesso anche le vecchie mani, i grandi palazzinari di una volta; ma il loro gioco è nuovo. Non si punta più solo a costruire per vendere o affittare, bensì a prendersi lo stato. In un libro scritto con Chiara Davoli abbiamo usato il concetto di “cattura del regolatore” per descrivere questo processo: i privati puntano a catturare le strutture che dovrebbero regolarli. Social housing, finanza a impatto sociale, concessioni straordinarie, interesse pubblico, filantropia capitalista: oggi il lavoro principale dello stato non è regolare l’estrazione di valore da ogni aspetto della vita pubblica, bensì facilitarlo il più possibile. Questo è il ruolo storico della giunta Gualtieri a Roma. Il modello Milano è approdato nella capitale, ricompattando le élite su leggi speciali, commissariamenti, deroghe e varianti che permettono di scavalcare tutte le regole e i controlli sui beni collettivi. Così, tutti i progetti del “modello Giubileo” implicano procedimenti straordinari affinché dei grandi speculatori traggano profitti da beni pubblici. Grazie ai poteri speciali conferiti da Draghi a Gualtieri per il Giubileo, il fondo texano Hines prende in concessione gli ex Mercati generali sull’Ostiense e la Royal Caribbean fa un porto privato su terreni demaniali di Fiumicino. Grazie a Cassa Depositi e Prestiti, la Coima di Manfredi Catella avrà le ex caserme Guido Reni a Flaminio; grazie al commissario agli stadi, i Friedkin costruiranno un complesso sportivo privato da sessantamila posti su un’area naturale pubblica a Pietralata. Questi miliardari potrebbero comprarsi tutti i terreni e i palazzi che vogliono, ma puntando allo Stato li ottengono gratis a spese della collettività. Sui ventisette ettari di Pietralata ceduti per novant’anni, il Friedkin Group di San Diego calcola di guadagnare centocinquanta milioni l’anno, ma al Comune ne pagherà sessantaseimila: duecento euro al mese per ogni ettaro di terreno. È un furto ai danni dell’intera città, ma nel discorso pubblico delle classi dirigenti diventa “valorizzazione”, “rigenerazione”. Alla luce di questa premessa possiamo raccontare le tre polemiche romane di quest’estate, per chi non ha avuto la fortuna di seguirle giorno per giorno. La prima è sulla trasformazione del convento di via di Sant’Ambrogio in una scuola privata ebraica. La seconda è il dibattito sul concorso di idee “Roma Regeneration”. La terza riguarda la controversia tra il sindaco Gualtieri e Valerio Carocci del Cinema America. Sembrano storie diverse, ma appartengono alla stessa logica di delega del pubblico al privato – privato speculativo, privato religioso, privato sociale –, che la sinistra municipale ha trasformato in una macchina per dispensare soldi e potere sulle spoglie della città pubblica. DA BENE PUBBLICO A SCUOLA PRIVATA Cominciamo dal caso più scandaloso, quello dell’ex-Rialto Sant’Ambrogio dietro piazza delle Tartarughe. Questo edificio monumentale al centro del ghetto ebraico, tra piazza Venezia e largo Argentina, a fine anni Novanta era stato dato in gestione agli occupanti di un cinema abbandonato in pieno centro, il Rialto. Per riprendere il cinema (che resterà poi chiuso per altri ventisei anni), la giunta Veltroni incluse il convento nella famigerata delibera per l’assegnazione del patrimonio pubblico a usi sociali. Per quindici anni, il Sant’Ambrogio fu la sede del collettivo teatrale dell’ex-Rialto e di altre associazioni tra cui il Forum dei movimenti per l’acqua, che vi organizzò il famoso referendum del 2011, e il Circolo Gianni Bosio, che vi creò una scuola di musica popolare. Nel 2017 il palazzo fu sgomberato. Come per quasi tutti i progetti interessati dalla delibera, la giunta non aveva completato i tramiti per la cessione, e il commissario Tronca multò le associazioni per centinaia di migliaia di euro di mancati introiti per lo stato. Si garantì però che il Sant’Ambrogio sarebbe stato assegnato alla Soprintendenza per i beni culturali, restituendolo almeno alla sua finalità pubblica. Dopo un decennio, tuttavia, la giunta Gualtieri ne ha annunciato la cessione gratuita e senza bando alla comunità ebraica romana, che vi farebbe sorgere una scuola privata confessionale. Se le associazioni no profit furono multate per quindici anni di mancati affitti, la scuola privata avrà il palazzo gratis per mezzo secolo. Inoltre, di tutte le comunità religiose della capitale interessate ad aprire scuole confessionali, la giunta ha scelto proprio quella che rappresenta l’ebraismo sionista, e che ha sempre sostenuto senza condizioni Israele e i suoi crimini. Una beffa, soprattutto di fronte alle sedicimila firme raccolte per la rescissione degli accordi del Comune con Israele. La questione si fa ancora più drammatica quando un’inchiesta rivela che i fondi per ristrutturare il convento provengono da un imprenditore ucraino-israeliano del gioco d’azzardo, Uri Poliavich, che gestisce siti di scommesse proibiti nell’Unione europea. Sfruttando la ludopatia, Poliavich ha creato una fondazione che ha aperto scuole ebraiche private in diversi paesi. In un’intervista recente l’imprenditore dichiara che l’obiettivo delle sue scuole è spingere i giovani ebrei a trasferirsi in Israele e ad arruolarsi nel suo esercito (in questo video, min. 0:52). Inutile dire che tutte le critiche a questo accordo sono state considerate antisemitismo. Il tramite dell’operazione è l’assessore al patrimonio Zevi, che è anche presidente di un’associazione ebraica, la Fondazione Hans Jonas. Invece di tutelare la funzione pubblica del patrimonio amministrato, l’assessorato lo cede gratuitamente a dei privati con cui intrattiene rapporti. Ma lo stesso assessore è anche referente e promotore di una serie di accordi stipulati dal Comune con settori di movimenti politici di base; per esempio, l’acquisizione delle due occupazioni di via del Porto Fluviale (Ostiense) e Metropoliz (Tor Sapienza) per farne alloggi di edilizia pubblica per gli occupanti, naturalmente visti come una vittoria dai movimenti per la casa. Il rapporto tra l’assessorato e alcune realtà del movimento per l’abitare ha dato adito alle polemiche della destra anche quando i giornali hanno riportato l’assunzione da parte dell’assessorato di un rappresentante di Spin Time Labs, un palazzo occupato dove abitano quattrocento famiglie organizzate dalla rete Action-Diritti in movimento. Nonostante questa parte di movimento sia vicina ad alcuni settori del Pd, il tentativo di tenere sotto lo stesso ombrello un centro di reclutamento per l’esercito israeliano e i collettivi di lotta per la casa era destinato a crollare. L’URBANISTICA DEI FONDI IMMOBILIARI Non è molto diversa la situazione che si è verificata con il concorso di idee “A vision for Rome”, promosso da una fondazione chiamata Roma REgeneration, con il RE maiuscolo che significa real estate. La fondazione comprende tre grandi fondi immobiliari: DeA Capital (gruppo De Agostini), InvestiRE (Banca Finnat) e, di nuovo, Fabrica Immobiliare (Caltagirone), oltre a molti investitori immobiliari più piccoli. Il fine del concorso era di “contribuire a costruire una visione nuova della città basata su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica”. All’inizio del 2025 Roma REgeneration si presenta al Mipim, la fiera dell’imprenditoria immobiliare di Cannes; nel padiglione Roma del Mipim il sindaco Gualtieri e gli assessori Zevi e Veloccia mostrano le opportunità di profitto ai rappresentanti dei grandi fondi immobiliari internazionali, con lo slogan “Roma è aperta al futuro”. Il concorso – che ha il patrocinio del Comune e della Regione – riceve trentacinque proposte, elaborate da più di mille professionisti, tra architetti, urbanisti, artisti, sociologi. A maggio 2026 si annuncia la vittoria del progetto Roma Continua, che riceve i centoventimila euro del primo premio. Il progetto dice le solite cose che tanto eccitano la grande finanza all’assalto dello stato: rigenerazione, innovazione, sostenibilità, impatto sociale. Quando si rivela il vincitore, però, emerge un conflitto di interessi. Nella cordata prescelta, infatti, c’è la società di un economista della Bicocca di Milano, la Open Impact, che ha lavorato anche sull’impatto sociale dell’occupazione Spin Time Labs, per impedirne lo sgombero. Ma il palazzo di Spin Time appartiene proprio a InvestiRE, uno dei tre fondi immobiliari che hanno promosso il concorso! Come l’edificio di Garbatella che era di CassaForense, Spin Time era la sede dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza per i dipendenti pubblici. Una volta dismesso dallo stato, e occupato, è stato acquistato da questo fondo, che vuole farne un albergo di lusso ed è riuscito a farsi dare ventuno milioni di euro dallo stato per i mancati guadagni. La stessa società, Open Impact, lavora sia per chi sgombera che per chi è sgomberato; lo stesso linguaggio si usa per difendere sia l’occupazione che gli interessi di chi la vuole trasformare in hotel. Il corto circuito di Open Impact è stato messo in luce da un articolo che ha fatto scalpore, scritto da due urbanisti, Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico, uscito a fine maggio. “Prestare – scrivono gli autori – la propria expertise a soggetti che per anni hanno sostenuto e praticato espansione immobiliare indiscriminata, spesso in cambio di qualche aiuola, qualche incarico, qualche concessione cosmetica, è una scelta che chiede quantomeno di essere nominata per quello che è: una forma di specializzazione professionale che il mercato remunera e che la critica disciplinare dovrebbe almeno interrogare. Non condannare, ma quantomeno interrogare”. Non si capisce, in effetti, che cosa debba succedere ancora per iniziare a condannarli… La contraddizione, infatti, non riguarda solo Open Impact, ma tutto il meccanismo di cooptazione utilizzato dalla speculazione immobiliare per ammantare di buoni sentimenti la cattura del regolatore. L’operazione che al tempo de Le mani sulla città si faceva in segreto – orientare lo sviluppo urbano verso il profitto – oggi viene sbandierata e promossa istituzionalmente. Gli speculatori decidono lo sviluppo urbano ricoprendolo di una patina di belle parole e scritturando chi sa usare gli strumenti retorici progressisti. Il sacco di Roma è trasmesso in diretta streaming, accompagnato da un chiacchiericcio buonista che ne esalta i successi immaginari. Dopo I buoni di Luca Rastello e L’impresa del bene di Luca Rossomando non possiamo più negare l’appeal che il mondo del terzo settore ha per i padroni delle città, e neanche l’incredibile forza di attrazione che questi riescono a esercitare sulle strutture nate per contrastarli (in un modo diverso ne parla anche Andrea Muehlebach). A fine giugno, in un dibattito al Torrione di Torpignattara, si è parlato di questo tema con gli autori dell’articolo, alcuni esperti di studi urbani e l’economista Luigi Corvo di Open Impact – scelto come rappresentante di una tendenza alla cooptazione che però non riguarda certo solo lui. La finanza immobiliare non si appropria solo di terreni e palazzi pubblici, si prende anche il presunto pensiero critico, quello che avrebbe il compito di smontare le sue logiche, ma che si può tenere a bada con poco più di centomila euro. CINEMA ALL’APERTO L’ultima vicenda è quella del conflitto tra il sindaco Gualtieri e Valerio Carocci, leader della Fondazione Piccolo Cinema America. A partire dall’occupazione di un cinema abbandonato a Trastevere, in pochi anni la fondazione è diventata la stampella culturale della giunta Gualtieri: l’immagine dei bravi ragazzi giovani, volenterosi e politicamente corretti è l’apoteosi della cooptazione dei movimenti, che consentono alle élite di ripulirsi la faccia anche sulla scena internazionale. Carocci, in particolare, in pochi anni è diventato selezionatore della Festa del Cinema di Roma e referente per l’incontro del Papa con le star di Hollywood; in un decennio la fondazione si è aggiudicata quasi tre milioni di finanziamenti, arene estive, addirittura una sala di Trastevere ristrutturata dal Comune, a poche migliaia di euro di canone (si veda qui, qui, qui, qui e qui). Queste risorse naturalmente sono sottratte a decine di altri operatori culturali della città, che infatti vedono la fondazione come l’equivalente sul piano culturale dei fondi immobiliari che si accaparrano la città pubblica. Ma questi accordi sono fragili. Il pretesto per la rottura dell’idillio è stato la conversione del cinema Metropolitan su via del Corso, chiuso da vent’anni, in un centro commerciale di tre piani. L’operazione era stata annunciata a maggio 2025 e già condannata dalla Fondazione Cinema America, ma senza troppo rumore. Un anno dopo, a inizio estate 2026, Carocci tira fuori di nuovo la questione, forse in risposta a un articolo che lo accusava, forse dopo delle minacce (ma una precedente vicenda fa dubitare delle sue parole). In ogni caso, il leader tuona contro la svendita della città al capitale, rompe con la giunta Gualtieri e annuncia una lista civica alternativa. Segue una lettera di solidarietà sottoscritta da grandi nomi del cinema, tra cui Ken Loach, grazie alla quale il tema fa breccia su stampa e social media, portando la questione dei fondi immobiliari nel dibattito pubblico. Il paradosso è che a parlarne è un imprenditore della cultura che sta provando a capitalizzare le critiche al modello Giubileo, provenendo dall’interno di quello stesso modello. Carocci si fa vedere addirittura a una manifestazione contro la cessione dei Mercati Generali a Piramide, evidentemente cercando sponde politiche tra chi difende la città pubblica. Per alcuni giorni tutti sembrano voler dire la loro. Gli urbanisti fanno subito una raccolta firme per chiedere una città più vivibile e partecipativa, l’ex assessore di municipio Raimo ricostruisce la storia dei movimenti sin dal 1977 per rintracciarvi una “tradizione felice” di collaborazione tra attivisti politici e amministrazione; un altro invoca l’alleanza tra occupazioni e “terzi luoghi” per resistere alla crudeltà del potere. La sinistra cittadina si divide subito tra pro e contro, anche perché sullo sfondo c’è lo spauracchio del neofascismo e i richiami all’unità delle sinistre – nonostante la pessima prova di sé che hanno dato i fautori della remigrazione (con poche migliaia di persone per quella che doveva essere una grande manifestazione nazionale), e le varie macchiette xenofobe come il pugile fallito Simone Carabella. Tutti cercano una sintesi, una rinascita, un angoletto da ritagliarsi nel collasso generalizzato, e così facendo alimentano il collasso. Terzi luoghi, terza missione, terzo settore: di fronte alla fusione compiuta tra stato e mercato, i “buoni” si rifugiano nell’ossessione trinitaria, immaginandosi come terzo incomodo che potrebbe mediare tra l’uno e l’altro, fingendo di ignorare il dogma per cui padre, figlio e spirito santo sono la stessa persona. Nel frattempo, la polizia sgombera per due volte la storica occupazione anarchica di via Bencivenga sulla Nomentana; perquisisce le case dei militanti e ne arresta alcuni senza prove; mette i sigilli all’Angelo Mai; in alcuni municipi il Pd vota contro il boicottaggio a Israele o lascia l’aula; la sinistra depotenzia e annacqua le proteste contro la svendita dei Mercati Generali; il Comune terrorizza e punisce chiunque ostacoli la costruzione dello stadio di Pietralata; architetta nuove deroghe, varianti e commissariamenti per eseguire il masterplan di Ostia; e intanto continua a tagliare centinaia di alberi, sfrattare famiglie, sgomberare spazi, inventando soluzioni assurde per affrontare i problemi che ha creato. Il nuovo potere finanziario richiede che il potere politico lavori a suo vantaggio, dividendo i fronti di lotta e reprimendo chi non si fa catturare. I meccanismi di cooptazione penetrano ovunque, ma se vogliamo davvero opporci a questo sistema di morte, dobbiamo evitarli senza eccezioni, perché sono il meccanismo con cui ogni critica viene trasformata in melassa inoffensiva, il brodo di coltura della cattura del regolatore. (stefano portelli)
July 15, 2026
Napoli MONiTOR
Quel Lager moderno che sorge nella periferia di Roma
LINDA PEZZANO 1 Esiste una profonda frattura etica e geografica nel cuore di Roma, dove il 4 novembre 1950 fu firmata la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), il testo cardine posto a presidio definitivo delle libertà fondamentali, dove spiccano perentori l’articolo 2, a tutela intrinseca della vita, e l’articolo 3, che sancisce il divieto assoluto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti. Quella città “centro della cristianità, punto d’incontro tra culture, religioni ed etnie diverse” (art. 1, co. 4, Statuto di Roma Capitale del 2013 2) ospita oggi nella sua periferia “spiazzi di cemento, gabbie alte otto metri, locali di pernotto sporchi e sforniti e con i materassi messi per terra. Questo è il CPR di Ponte Galeria 3”, struttura che capovolge radicalmente questa vocazione universale, configurandosi come un moderno avamposto di totale sospensione dei diritti civili. La parabola storica di questi centri rivela una precisa e progressiva mutazione geopolitica delle politiche migratorie. Nati alla fine degli anni Novanta come strutture temporanee teoricamente destinate all’accoglienza e al primo soccorso dei flussi migratori, tali luoghi hanno subito una metamorfosi semantica e funzionale, trasformandosi prima in Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) e, infine, negli attuali Centri Permanenti per il Rimpatrio (CPR). Pur mostrando un’architettura e un regime di controllo del tutto sovrapponibili a quelli della detenzione penitenziaria, queste strutture rimangono formalmente escluse dalla disciplina e dalle garanzie costituzionali del sistema carcerario. Esse galleggiano in una sorta di limbo ordinamentale, sprovviste di una normativa organica che ne definisca chiaramente i limiti e le modalità di gestione. Questa indeterminatezza non è casuale: “i CPR sono luoghi utili alla polizia per gestire, spostare, immobilizzare anche solo temporaneamente una popolazione migrante irregolarizzata ma pur sempre presente, utilizzando uno strumento – il diritto amministrativo – molto più maneggevole rispetto a quello penale 4“. La descrizione più lucida ed empirica della realtà interna al CPR di Ponte Galeria giunge dalle parole clandestine di chi quell’inferno lo ha attraversato due volte. Nel suo volume “Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano”, edito da Sensibili alle foglie nel 2026, ma riguardante eventi verificatisi nel corso del 2014 e 2015, Sunjay Gookooluk descrive la propria reclusione coatta – prima per novanta giorni, poi per sessanta – restituendo la cronaca dettagliata di un Lager Moderno, isolato dal mondo, dove centinaia di invisibili vivono giorni che si susseguono tutti uguali, carichi di disperazione. Sunjay scriveva di nascosto, utilizzando una penna procuratagli da una mano solidale rimasta anonima e consumando fogli di fortuna: la carta coprente che avvolgeva un vitto quotidiano scadente e insufficiente alla sopravvivenza. La quotidianità all’interno del centro si palesa come una metodica violenza istituzionale e una demolizione dei bisogni umani elementari, oltre che dei diritti fondamentali della persona umana: “Sono entrati che ancora era buio nel camerone e l’hanno preso mentre dormiva. Un ragazzo tunisino di vent’anni, era tossicodipendente, in terapia con il metadone. L’hanno bloccato al letto e gli hanno legato le mani. Non l’abbiamo più visto, ma poco dopo polizia, carabinieri e militari sono rientrati in venti, con guanti e manganelli. […] Un ragazzo, per non essere portato via, si era messo delle lamette attorno al collo. […] Qui non possiamo avere nulla: un pettine, uno specchio, cinture e lacci delle scarpe…”. All’interno dei cameroni, dove coabitano ammassate fino a otto persone, l’unico surrogato è un tavolino di ferro dove poggiare i pochi indumenti concessi; i letti sono privi di lenzuola idonee, sostituite da fragili fogli di carta monouso, e gli asciugamani forniti ricalcano la consistenza della comune carta igienica, i wc sono alla turca e i bagni privi di luce naturale oltre che sprovvisti di interruttore per accendere la luce artificiale 5. In questo contesto di totale privazione, l’orizzonte psicofisico dei trattenuti viene sistematicamente annullato dalla mancanza di qualsivoglia attività ricreativa, culturale o intellettuale: non vi sono libri, biblioteche, scacchiere o passatempi che possano sottrarre il tempo alla sua funzione puramente punitiva. I telefoni cellulari dotati di fotocamere o registratori vengono immediatamente sequestrati all’ingresso e trattenuti in magazzino; una misura di sicurezza che, dietro lo schermo dell’ordine interno, cela il preciso intento di impedire la raccolta di prove visive e testimonianze dirette sui sistematici abusi e sul degrado strutturale delle docce e dei servizi igienici, perennemente guasti e abbandonati all’incuria. Sunjay esprime con il cuore in mano come il carcere sia mille volte meglio organizzato per quanto riguarda i diritti e i doveri dei reclusi, poiché nel CPR si viene formalmente definiti “ospiti” ma trattati peggio dei criminali, erodendo giorno dopo giorno la possibilità stessa di sopravvivenza. La violenza del CPR di Ponte Galeria – uno dei primi centri di detenzione aperti in Italia dopo l’entrata in vigore della Legge 40/1998 6 – non si esaurisce nella fatiscenza dei luoghi, ma si insinua profondamente nelle pieghe della prassi medica e burocratica. Sunjay, affetto da diabete alimentare e grave insonnia, denuncia nel suo diario il totale disprezzo della direzione sanitaria per le sue patologie croniche: le terapie psichiatriche precedentemente stabilite nel carcere di Rebibbia vengono ridotte arbitrariamente a poche gocce inefficaci da medici che si sentono come “Dio sceso in terra”, mentre l’ente gestore privato, la cooperativa GEPSA subentrata all’epoca nella gestione al ribasso della struttura, si rivela incapace di garantire persino la dieta specifica prescritta per il diabete. L’assurdo burocratico tocca il culmine quando l’Ufficio Immigrazione della Questura registra il cognome di Sunjay alterandone la grafia, inserendo una “o” al posto della “u“. Da quel momento, nonostante il possesso di un regolare codice fiscale e di un conto corrente postale che ne blindavano l’identità oggettiva, l’individuo cessa giuridicamente di esistere, trasformandosi, nel caso del sig. Gookooluk, nel numero 8703, in un’identità errata da sottoporre a infinite e reiterate procedure di identificazione, costringendo l’uomo a ricorrere allo sciopero della fame e al rifiuto della terapia insulinica come unica e disperata forma di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti elementari. Il meccanismo del trattenimento si nutre infine dell’inganno istituzionale, prassi ormai abituale nel labirinto della detenzione amministrativa: la seconda detenzione di Sunjay prende avvio quando l’uomo viene formalmente attirato in Questura con il pretesto del ritiro di una notifica burocratica, per poi ritrovarsi improvvisamente rinchiuso a Ponte Galeria, vittima di una privazione della libertà personale convalidata ex post e successivamente censurata dalla Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 22932/2017. Dal 2015 a oggi si è assistito a una costante espansione delle politiche di repressione e contenimento delle migrazioni. Invero, le risultanze delle ispezioni politiche e i documenti ufficiali delle Commissioni Comunali gettano una luce altrettanto sinistra sulle condizioni attuali della struttura 7. Dal Verbale n. 8 del 12 marzo 2025 della V Commissione Capitolina Permanente – Politiche sociali e della salute -, emerge una profonda e angosciante sensazione di mortificazione dinnanzi alla visione di decine di uomini che vagano negli spazi di cemento del centro, palesemente e massicciamente sedati attraverso l’uso sistematico di psicofarmaci, ridotti all’incapacità di esprimersi, di comunicare o di formulare un pensiero coerente. È la materializzazione clinica di quello che gli operatori definiscono il nesso perverso tra controllo coatto e abbandono esistenziale: si priva l’individuo del suo tempo, del suo passato, delle sue relazioni e del suo mondo, per poi contenerne la legittima disperazione attraverso la chimica medica. Il medesimo verbale ricorda come la barriera linguistica sia un dato strutturale oggettivo e drammatico mai riscontrato in questi termini critici dalle relazioni dei Garanti, e come l’assenza cronica di mediatori culturali impedisca l’esecuzione di uno screening psichiatrico e clinico degno di questo nome durante le sbrigative visite di idoneità al trattenimento, che durano mediamente meno di venti minuti. La testimonianza di Sunjay Gookooluk ha quindi anticipato uno schema che ha continuato a ripresentarsi attraverso decessi, suicidi e tentativi di suicidio, autolesionismo e ricorrenti episodi di protesta collettiva (i c.d. eventi critici) contro condizioni percepite come insopportabili all’interno dei CPR italiani. Gli atti di resistenza – tra cui labbra cucite8, ingestione di lamette da barba e materassi incendiati all’interno delle celle di detenzione – appaiono come disperati tentativi di riappropriarsi della propria autonomia all’interno di un sistema progettato per privare i detenuti di individualità e libertà. Gli eventi accaduti nel CPR di Ponte Galeria negli ultimi anni illustrano la persistenza di queste carenze strutturali. Tra i casi più emblematici c’è quello di Wissem Ben Abdellatif 9, un ragazzo tunisino di 26 anni originario di Kebili, morto per arresto cardiaco dopo essere rimasto legato al letto e sedato, per cinque giorni, nel reparto psichiatrico dell’Ospedale San Camillo di Roma, in seguito al trasferimento dal CPR di Ponte Galeria. Ancora più eclatante è la morte di Ousmane Sylla10, ragazzo ventiduenne guineano che si è suicidato mentre era detenuto nel medesimo CPR nel febbraio 2024. Ousmane aveva manifestato un grave disagio psicologico e aveva ripetutamente cercato aiuto prima di togliersi la vita. La sua morte ha suscitato un’ampia condanna da parte di numerose organizzazioni per i diritti umani, avvocati e professionisti del settore medico, i quali hanno fermamente sostenuto che la tragedia non fosse un evento imprevedibile, bensì la diretta conseguenza di un sistema di detenzione che genera sistematicamente disperazione. I Centri Permanenti per il Rimpatrio si configurano pertanto come dei non-luoghi antropologici e giuridici, spazi in cui l’identità dell’individuo viene azzerata, il suo passato ignorato e il suo futuro congelato in un tempo sospeso e non predeterminabile10. Alla scadenza del termine massimo di reclusione, la stragrande maggioranza dei trattenuti non viene rimpatriata (nel solo anno 2023, su 6.620 persone entrate nei centri, meno del 50% è stato effettivamente rimpatriato, a causa della mancanza cronica di accordi bilaterali di riammissione con i paesi di provenienza, circoscritti quasi esclusivamente a Tunisia, Egitto, Albania e Marocco 11); l’apertura dei cancelli coincide semplicemente con la consegna di un ulteriore ordine di espulsione differita, un invito formale a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni. Per chi non ha incontrato la morte o scelto il suicidio come via d’uscita, c’è il ritorno forzato alla condizione di fantasmi metropolitani, spinti ai margini della microcriminalità dalla medesima macchina statale che ne preclude la regolarizzazione onesta. Resta, nel silenzio di Ponte Galeria, il disperato anelito alla dignità umana racchiuso nelle ultime righe del diario di Sunjay, la volontà incrollabile di raccogliere i frammenti della propria esistenza, per veder finalmente soddisfatto il proprio diritto alla libertà in un cielo pieno di stelle: “di notte spesso guardo il cielo immenso con le stelle che brillano lassù, osservo i volatili, i gabbiani lassù e nel cuore desidero di poter volare anche io nel cielo stellato e libero. Stasera c’è la luna piena ed è estremamente bello osservare questa immensità e bellezza” (Diario di un invisibile, Sunjay Gookooluk, p. 31). 1. Socia di Attiva Diritti. Giurista esperta in Diritti Umani, Migrazioni e Protezione Internazionale ↩︎ 2. Statuto di Roma Capitale ↩︎ 3. Così l’On. Rachele Scarpa, in seguito a una sua visita al CPR di Ponte Galeria in data 18 giugno 2024 ↩︎ 4. Così Giulia Fabini in Controfuoco N. 0 di Melting Pot Europa ↩︎ 5. Come riportato ancora oggi dalla Relazione del Garante delle Persone Private della Libertà del 2025 ↩︎ 6. Dal progetto Trattenuti realizzato da ActionAid e UniBa ↩︎ 7. Report della visita del 27 maggio 2025 dell’ On. Rachele Scarpa e dell’ Avv. Martina Ciardullo; Libertà e dignità: le osservazioni di Amnesty International sulla detenzione amministrativa di persone migranti e richiedenti asilo in Italia, 2024 ↩︎ 8. «Mentre qui qualcuno s’era cucito la bocca, nel reparto donne c’era una delegazione con il sindaco in visita. Ecco perché oggi hanno pulito tutto per bene anche nei nostri reparti… vogliono coprire la vergogna mostrando che qui tutto funziona nella norma… che schifo questa sceneggiatura. [Più tardi lo stesso giorno] Scusatemi… da ieri non c’è solo uno con la bocca cucita… sono due tunisini che da ieri e tutt’ora sono con la bocca cucita…» (da Diario di un invisibile di Sunjay Gookooluk, p. 77) ↩︎ 9. Annalisa Camilli, La battaglia per la verità sulla morte di Wissem Abdel Latif – Internazionale ↩︎ 10. Benedetta Cerea – Melting Pot Europa; Bianca Maurizi – L’Unità; Angela Stella – L’Unità ↩︎ 11. Francesca Esposito, Emilio Caja, Arianna Grasso, Note di curatella in Diario di un invisibile. Nell’inferno di un centro di detenzione amministrativa italiano di Sunjay Gookooluk ↩︎
Roma. Tor Bella Monaca denuncia lo sfratto di Lisiane
Lisiane non è sola. Martedì 14 luglio siamo stati al suo fianco, insieme a tanti solidali ed a tanti residenti di Tor Bella Monaca, mentre lei in poche ore ha dovuto svuotare la casa in cui ha abitato per più di venti anni. A oltre 4 mesi dal giorno in […] L'articolo Roma. Tor Bella Monaca denuncia lo sfratto di Lisiane su Contropiano.
July 15, 2026
Contropiano
Opinioni a confronto e un appello per decidere il futuro di Roma
Dieci anni fa la città è stata animata da un movimento nato per contrastare gli sgomberi di oltre 800 spazi sociali e associazioni culturali avviati dalla Giunta Marino e proseguiti con il Commissario Tronca, si  è allargata discutendo di politiche di welfare, della difesa dei beni comuni e di un audit pubblico sul debito del Comune. Sono stati due anni importanti. Fra il 2016 e il 2017 Decide Roma ha messo insieme reti civiche, spazi sociali e società civile, per disegnare una proposta per un’altra città. Sabato 6 maggio  del 2017 10mila persone sono scese in piazza a gridare con forza  “Roma Non Si Vende”. Si metteva in evidenza come la città fosse stretta nella morsa tra l’uso comune e solidale del tessuto urbano e la sua brutale appropriazione e messa a profitto. Il lavoro intenso di due anni ha visto il suo culmine il 4 e 5 novembre 2017 quando si è svolto un incontro al Nuovo Cinema Palazzo incentrato su tre assi: il debito della città di Roma, motivo primario dei tagli operati dalle ultime giunte; la gestione del patrimonio pubblico e del suo uso comune; la trasformazione e valorizzazione dei territori e la capacità di resistenza in grado di immaginare una diversa rigenerazione; i servizi pubblici e la continua spada di Damocle delle privatizzazioni; il razzismo e la paura alimentati da organizzazioni e istituzioni che trasformano il volto di Roma e la sua cultura meticcia e accogliente. > Sono passati dieci anni e Roma vive ancora degli stessi mali. Potremmo > incontrarci di nuovo a discutere di tutto quello che non è stato fatto e di un > programma che nessuno è in grado di mettere a punto. Le minacce di sgombero pendono ancora su spazi sociali e abitativi e la proprietà – pubblica o privata, non fa differenza – agisce il suo diritto supremo sui diritti sociali e umani delle persone, espropriandole. Il problema della casa colpisce ancora migliaia di persone. Interi pezzi di spazio pubblico sono dati in concessione a privati che li utilizzano per produrre rendita finanziaria. Tutto come allora quando era sindaca Virginia Raggi, anzi peggio!. Avevamo individuato i problemi e indicato le soluzioni. Ma siamo ancora qui incapaci di disegnare un nuovo piano costituente per la città che sappia definire le priorità, le azioni, il conflitto, le lotte e le campagne pubbliche che insieme dobbiamo far germogliare nei nostri territori, per ribaltare l’orrore della guerra tra poveri dentro cui siamo schiacciati e la conseguente avanzata del fascismo. LA QUERELLE DI QUESTI GIORNI Potremmo chiamarla controversia o polemica o diatriba, ma il senso rimane lo stesso. Una discussione fra individui che a partire dalla sorte dell’ex cinema Metropolitan si allarga alla storia dei movimenti a Roma e il rapporto dei movimenti con le istituzioni. L’avvio lo ha dato  la critica rivolta da Valerio Carocci all’amministrazione del Sindaco Gualtieri sulla rigenerazione urbana e il recupero delle sale cinematografiche dismesse. Poi sono seguite la minaccia di presentare una lista autonoma alle prossime elezioni a Roma e una presa di posizione di alcuni attor* e regist* a sostegno del Piccolo America. Una grande visibilità culminata con un comizio prima della proiezione del film in piazza San Cosimato. Con un lunghissimo articolo sulla piattaforma “Lucy” interviene nel dibattito Christian Raimo ricostruendo la storia dei movimenti dagli anni ’70 ai nostri giorni. E in particolare il rapporto fra movimenti e forze politiche Raimo ricorda Sandro Medici al Municipio di Cinecittà presidente dal 2001 al 2013, protagonista di tante battaglie e azioni coraggiose.  Non mette in evidenza però come quell’esperienza sia stata resa possibile dalle lotte che in quel quartiere e nella città erano state portate avanti dai movimenti: da chi non aveva una casa e ne rivendicava il diritto, da chi occupava spazi abbandonati e ne faceva spazi sociali, dalle donne che inventavano Lucha y Siesta, da chi come Don Sardelli non si arrendeva all’emarginazione dei poveri dell’Acquedotto Felice. Raimo nella sua ricostruzione dimentica Nunzio D’Erme  che è stato consigliere comunale a Roma per circa 9 anni, dal 1997 al 2006. Dal sindaco Veltroni gli era stata data la delega al bilancio partecipativo. Erano gli anni in cui l’amministrazione stava lavorando a un nuovo piano regolatore e in tutta la città nasceva una vasta rete di cittadini e cittadine, comitati, associazioni per discutere della trasformazione della città. Come portavoce di quelle battaglie Nunzio votò contro l’approvazione di quel piano nonostante la pressione della maggioranza di cui faceva parte. Insieme a Nunzio si era presentato alle elezioni amministrative come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, Luciano Ummarino de La Strada di Garbatella. Da quei candidati indipendenti, in rappresentanza delle lotte territoriali, prese vita un laboratorio politico importante che si allargò ad altri quartieri. > A San Lorenzo nel 2013 viene proclamata la “Libera Repubblica” da residenti, > student* dell’Università La Sapienza, associazioni e comitati che > sottoscrivono una simbolica “dichiarazione di indipendenza” per proteggere il > quartiere dalla speculazione immobiliare e dall’incuria, autogestendo spazi e > servizi. Il fulcro è attorno all’esperienza del Cinema Palazzo. Luciano Ummarino nella sua replica sul sito Lucy sulla cultura evidenzia un’altra assenza in quel racconto: «C’è un’assenza, in questo articolo, che pesa più di una citazione sbagliata: il Coordinamento dei Centri Sociali. Raimo scrive che nel 1994 “si trasforma in legge” la delibera 26, come se fosse un processo amministrativo quasi automatico, un riconoscimento concesso dall’alto a un movimento che resisteva. Le cose sono andate diversamente. Il Coordinamento — dentro cui si ritrovano  Corto Circuito, Villaggio Globale, Auro e Marco e tanti altri, e a cui più avanti si aggiungerà anche La Strada di Garbatella — non si limita a occupare e resistere: elabora, discute, e per la prima volta propone alle istituzioni uno strumento giuridico capace di sciogliere una contraddizione che la città si porta dietro da decenni — spazi abbandonati da privati e da enti pubblici, restituiti alla vita da chi li occupa, e però trattati come occupazioni illegali. Apre un tavolo. Negozia. Dalla negoziazione e dal conflitto insieme, non da una concessione, nasce la delibera 26». E si chiede anche perché in un racconto lungo cinquant’anni dei movimenti sociali non viene mai nominato il movimento transfemminista Non Una Di Meno, che dal 2016 si batte contro la violenza di genere, il patriarcato e le discriminazioni. TORNIAMO AL METROPOLITAN   Esplode, come fossa nuova, una notizia antica. Con Antonello ne scrivevamo nel 2014, quando la giunta Marino con il suo assessore Caudo metteva in scena il brutto spettacolo della rigenerazione del cinema Metropolitan cedendo ai privati maggior spazio rispetto quanto avevano già concesso Veltroni e Alemanno.  > Non solo di Metropolitan scrivevamo, ma di un piano preciso che veniva messo > in atto per “valorizzare” le decine di sale cinematografiche chiuse. La > facoltà di Architettura aveva fatto un censimento dei locali chiusi e > abbandonati chiamandoli “fantasmi urbani”. Tantissimi cinema, fin dalla fine degli anni 70, erano stati trasformati in piscine, banche o supermercati. Quelle le tipologie che allora il mercato richiedeva. Una lenta agonia alla quale in pochi si sono opposti, attuata con semplici richieste di cambi di destinazione d’uso. Poi Rutelli e Veltroni hanno cercato di regolamentare le trasformazioni. Il risultato è il Metropolitan di oggi. 1800 metri quadri di negozi e una saletta da 100 posti. Non esiste però solo il Metropolitan da difendere. > Censite da Cartesio-Episteme ci sono le sale cinematografiche attive a Roma > dal 1950 al 1970. Si contano 74 sale di prima visione, 80 di seconda visione e > 81 di terza visione. Molti cinema di quartiere e molte sale parrocchiali che > consentivano anche nei territori più periferici la possibilità di vedere i > film sul grande schermo. Oggi a Roma sono attive 42 sale cinematografiche. Fra quelli chiusi e abbandonati per responsabilità delle amministrazioni che si sono succedute c’è il cinema Airone progettato da Adalberto Libera insieme all’architetto Eugenio Montuori, nell’area tra via Lidia e via Segesta confinante con il parco della Caffarella. Trasformato in discoteca e poi fallito, il Comune di Roma acquisisce il bene e appone un vincolo non solo per le sue qualità architettoniche, ma anche per la presenza di un affresco di Giuseppe Capogrossi. Tra il 2013 ed il 2015 il Comune esegue lavori di manutenzione con la speranza di preservare l’affresco e fare un primo passo verso il riuso del cinema in qualità di spazio polivalente, rivolto a proiezioni, spettacoli teatrali e conferenze. Nulla di fatto, il cinema oggi versa in uno stato di degrado e abbandono. Del Cinema Impero a via dell’Acqua Bullicante non c’è più traccia, di recente è stato demolito per consentire al suo posto la realizzazione di uno studentato di 80 posti. L’Impero era la più grande sala realizzata a metà degli anni ’30 e contemporaneamente un identico edificio fu costruito ad Asmara, considerato uno dei capolavori mondiali dell’architettura Art Déco è tutelato dall’UNESCO dal 2017, anno in cui l’intera capitale eritrea è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità. Dopo la chiusura negli anni ’70 il Comitato di Quartiere Tor Pignattara, assieme all’Ente Eco Museo Casilino organizza il Cantiere Impero una collaborazione tra mille cittadini e 32 imprese e associazioni della zona. Nel 2012, il progetto è pronto e prevede uno spazio per attività culturali e una sala cinema più piccola, oltre ad atelier d’artista, luoghi di co-working, teatri di posa. Il cinema non si è salvato. C’è poi il cinema Faro al Trullo. Realizzato nel dopoguerra ha rappresentato per decenni un punto di riferimento culturale e sociale per la borgata. Poi è stato chiuso e il quartiere invaso dallo spaccio di eroina per tutti gli anni ’80, fino a quando un gruppo di ragazzi decide di riaprire il cinema. Nasce in quel luogo il Centro Sociale Occupato Ricomincio dal Faro che per trent’anni ha organizzato concerti, spettacoli teatrali, proiezioni di film, presentazione di libri e tanto altro. Negli anni del Covid venne chiuso. Oggi la struttura va a pezzi, la copertura è fatta con lastre di amianto, il proprietario rifiuta l’offerta del Comune che vorrebbe acquistarlo, preferirebbe cambiarne la destinazione d’uso, per trasformarla in un centro commerciale o magari in una sala slot. Oggi quel manufatto è abbandonato alla sua disperazione. > Si potrebbe continuare ancora, sono tutte sale al di fuori della ZTL delle > quali nessuno chiede il salvataggio, se non le realtà sociali che abitano quei > quartieri periferici abbandonati al loro destino. Il centro  storico di  Roma è diventato un dispositivo di consumo. Una volta era abitato, esistevano relazioni, quotidianità. Oggi è una vetrina visitata da milioni di turisti, un grande centro commerciale a cielo aperto. Per i turisti si costruiscono alberghi di lusso, si trasformano appartamenti in case vacanza, si aprono ristoranti e show room.  Non sarà facile tornare indietro, quasi impossibile salvare il Metropolitan. E ha senso chiederlo? CHI DECIDE LA TRASFORMAZIONE DELLA CITTÀ La gestione della città deve cambiare lo dicono le tante vertenze aperte che difendono il diritto all’abitare, gli spazi pubblici svenduti, gli spazi sociali sotto continua minaccia di sgombero, Il modello proposto dall’Amministrazione non risponde ai bisogni reali delle cittadine e dei cittadini. La città è disegnata dai fondi immobiliari che trasformano il patrimonio pubblico dismesso dallo Stato, per fare cassa. Il loro portafoglio è gonfio di miliardi di euro. Saranno loro a decidere su quali “pezzi edilizi” e su quali “aree” investire. Questa gestione urbana neoliberale dipendente dai capitali finanziari è facilitata da incentivi e deroghe urbanistiche concesse dall’Amministrazione. A Roma assume un significato strategico la lotta contro il piano speculativo di Hines che riguarda l’area degli ex-Mercati generali a Ostiense, Questa vicenda rappresenta un esempio di scuola del corpo a corpo tra rendita e diritto alla città, tra funzione sociale e interessi immobiliari, tra estrazione di valore e tutela di un bene comune urbano e ambientale. Così come lo è stata la difesa strenua dell’area di Pietralata, che era destinata a parco pubblico e invece ospiterà lo stadio di una società privata con tutto ciò che verrà costruito intorno per “assicurare” la sostenibilità economica per gli investitori. > Sono tante le vertenze aperte in tutta la città. Roma ha bisogno di > tutt’altro.  Servono case popolari, servizi pubblici, parchi, aree verdi, reti > per la mobilità, spazi per la cultura e la socialità accessibili È quello che molte realtà chiedono con un appello lanciato da Nonna Roma che sta raccogliendo molte adesioni. La città chiede un cambio di passo. L’amministrazione non può continuare a offrire Roma a investitori privati, cambiando le regole per consentire procedure più veloci e ignorando le esigenze reali di chi la città la abita. Anche se il capitale immobiliare non si può abolire, si può regolare il suo intervento attraverso procedure pubbliche, trasparenti e partecipative. Alla futura amministrazione le lotte attive a Roma chiedono che si ragioni sul clima, sull’energia, sulle risorse naturali, sulla vivibilità della città. Insomma un reale cambio di passo rispetto a quello che è avvenuto finora. La discussione è aperta. la copertina è tratta dai profili social di Fridays For Future Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 14, 2026
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