Stato, mercato e spirito santo. Tre polemiche romane su cooptazione e movimenti(disegno di roberto-c.)
Il 9 luglio a Roma un picchetto nel quartiere Garbatella ha costretto
l’ufficiale giudiziario a rinviare lo sfratto di una donna di quasi cento anni
di età. A ordinarne l’espulsione è Francesco Gaetano Caltagirone, il quinto uomo
più ricco d’Italia e principale palazzinaro della capitale. La tragedia non è
solo l’età avanzata della donna, ma anche il fatto che fino a dieci anni fa il
suo appartamento era vincolato a un uso sociale: lo stato obbligava la
proprietà, Cassa Forense, a mantenere gli affitti accessibili. Quasi novantamila
appartamenti della capitale erano tutelati da questi vincoli: erano le case
degli enti previdenziali, un patrimonio di edilizia calmierata che garantiva un
alloggio anche a chi non poteva accedere al mercato privato. Dagli anni Novanta
quasi tutte queste case sono state liberate dai vincoli e una parte importante è
finita nelle mani di banche e speculatori. Caltagirone ha acquisito centinaia di
appartamenti di Cassa Forense; ha alzato gli affitti e ha cacciato chi non
poteva pagare, per trasformare alcuni di questi palazzi in studentati privati.
Gli studentati sono finanziati dal Pnrr, quindi l’imprenditore può aspirare a
soldi pubblici dopo essersi preso delle case tutelate dallo stato.
Come spiega Manuel Aalbers in un recente rapporto all’Ue, la via principale con
cui i grandi speculatori riescono a fare enormi profitti sugli immobili
residenziali oggi è proprio attingendo allo stato. La proprietà immobiliare è
ancora troppo diffusa per mettere insieme un patrimonio abbastanza grande da
produrre rendite rilevanti sui mercati finanziari; bisognerebbe comprare le case
una a una, e ci vorrebbero anni. Attaccando il patrimonio pubblico, o
semipubblico – i grandi patrimoni municipali come Deutsche Wohnen in Germania, o
previdenziali come Enasarco in Italia –, e trasformandolo in fondi privati,
riescono a prenderne grandi quantità tutte insieme. Le nuove mani sulla
città sono spesso anche le vecchie mani, i grandi palazzinari di una volta; ma
il loro gioco è nuovo. Non si punta più solo a costruire per vendere o
affittare, bensì a prendersi lo stato. In un libro scritto con Chiara Davoli
abbiamo usato il concetto di “cattura del regolatore” per descrivere questo
processo: i privati puntano a catturare le strutture che dovrebbero regolarli.
Social housing, finanza a impatto sociale, concessioni straordinarie, interesse
pubblico, filantropia capitalista: oggi il lavoro principale dello stato non è
regolare l’estrazione di valore da ogni aspetto della vita pubblica, bensì
facilitarlo il più possibile.
Questo è il ruolo storico della giunta Gualtieri a Roma. Il modello Milano è
approdato nella capitale, ricompattando le élite su leggi speciali,
commissariamenti, deroghe e varianti che permettono di scavalcare tutte le
regole e i controlli sui beni collettivi. Così, tutti i progetti del “modello
Giubileo” implicano procedimenti straordinari affinché dei grandi speculatori
traggano profitti da beni pubblici. Grazie ai poteri speciali conferiti da
Draghi a Gualtieri per il Giubileo, il fondo texano Hines prende in concessione
gli ex Mercati generali sull’Ostiense e la Royal Caribbean fa un porto privato
su terreni demaniali di Fiumicino. Grazie a Cassa Depositi e Prestiti, la Coima
di Manfredi Catella avrà le ex caserme Guido Reni a Flaminio; grazie al
commissario agli stadi, i Friedkin costruiranno un complesso sportivo privato da
sessantamila posti su un’area naturale pubblica a Pietralata. Questi miliardari
potrebbero comprarsi tutti i terreni e i palazzi che vogliono, ma puntando allo
Stato li ottengono gratis a spese della collettività. Sui ventisette ettari di
Pietralata ceduti per novant’anni, il Friedkin Group di San Diego calcola di
guadagnare centocinquanta milioni l’anno, ma al Comune ne pagherà
sessantaseimila: duecento euro al mese per ogni ettaro di terreno. È un furto ai
danni dell’intera città, ma nel discorso pubblico delle classi dirigenti diventa
“valorizzazione”, “rigenerazione”.
Alla luce di questa premessa possiamo raccontare le tre polemiche romane di
quest’estate, per chi non ha avuto la fortuna di seguirle giorno per giorno. La
prima è sulla trasformazione del convento di via di Sant’Ambrogio in una scuola
privata ebraica. La seconda è il dibattito sul concorso di idee “Roma
Regeneration”. La terza riguarda la controversia tra il sindaco Gualtieri e
Valerio Carocci del Cinema America. Sembrano storie diverse, ma appartengono
alla stessa logica di delega del pubblico al privato – privato speculativo,
privato religioso, privato sociale –, che la sinistra municipale ha trasformato
in una macchina per dispensare soldi e potere sulle spoglie della città
pubblica.
DA BENE PUBBLICO A SCUOLA PRIVATA
Cominciamo dal caso più scandaloso, quello dell’ex-Rialto Sant’Ambrogio dietro
piazza delle Tartarughe. Questo edificio monumentale al centro del ghetto
ebraico, tra piazza Venezia e largo Argentina, a fine anni Novanta era stato
dato in gestione agli occupanti di un cinema abbandonato in pieno centro, il
Rialto. Per riprendere il cinema (che resterà poi chiuso per altri ventisei
anni), la giunta Veltroni incluse il convento nella famigerata delibera per
l’assegnazione del patrimonio pubblico a usi sociali. Per quindici anni, il
Sant’Ambrogio fu la sede del collettivo teatrale dell’ex-Rialto e di altre
associazioni tra cui il Forum dei movimenti per l’acqua, che vi organizzò il
famoso referendum del 2011, e il Circolo Gianni Bosio, che vi creò una scuola di
musica popolare. Nel 2017 il palazzo fu sgomberato. Come per quasi tutti i
progetti interessati dalla delibera, la giunta non aveva completato i tramiti
per la cessione, e il commissario Tronca multò le associazioni per centinaia di
migliaia di euro di mancati introiti per lo stato. Si garantì però che il
Sant’Ambrogio sarebbe stato assegnato alla Soprintendenza per i beni culturali,
restituendolo almeno alla sua finalità pubblica.
Dopo un decennio, tuttavia, la giunta Gualtieri ne ha annunciato la cessione
gratuita e senza bando alla comunità ebraica romana, che vi farebbe sorgere una
scuola privata confessionale. Se le associazioni no profit furono multate per
quindici anni di mancati affitti, la scuola privata avrà il palazzo gratis per
mezzo secolo. Inoltre, di tutte le comunità religiose della capitale interessate
ad aprire scuole confessionali, la giunta ha scelto proprio quella che
rappresenta l’ebraismo sionista, e che ha sempre sostenuto senza
condizioni Israele e i suoi crimini. Una beffa, soprattutto di fronte
alle sedicimila firme raccolte per la rescissione degli accordi del Comune con
Israele. La questione si fa ancora più drammatica quando un’inchiesta rivela che
i fondi per ristrutturare il convento provengono da un imprenditore
ucraino-israeliano del gioco d’azzardo, Uri Poliavich, che gestisce siti di
scommesse proibiti nell’Unione europea. Sfruttando la ludopatia, Poliavich ha
creato una fondazione che ha aperto scuole ebraiche private in diversi paesi. In
un’intervista recente l’imprenditore dichiara che l’obiettivo delle sue scuole è
spingere i giovani ebrei a trasferirsi in Israele e ad arruolarsi nel suo
esercito (in questo video, min. 0:52). Inutile dire che tutte le critiche a
questo accordo sono state considerate antisemitismo.
Il tramite dell’operazione è l’assessore al patrimonio Zevi, che è anche
presidente di un’associazione ebraica, la Fondazione Hans Jonas. Invece di
tutelare la funzione pubblica del patrimonio amministrato, l’assessorato lo cede
gratuitamente a dei privati con cui intrattiene rapporti. Ma lo stesso assessore
è anche referente e promotore di una serie di accordi stipulati dal Comune con
settori di movimenti politici di base; per esempio, l’acquisizione delle due
occupazioni di via del Porto Fluviale (Ostiense) e Metropoliz (Tor Sapienza) per
farne alloggi di edilizia pubblica per gli occupanti, naturalmente visti come
una vittoria dai movimenti per la casa. Il rapporto tra l’assessorato e alcune
realtà del movimento per l’abitare ha dato adito alle polemiche della destra
anche quando i giornali hanno riportato l’assunzione da parte dell’assessorato
di un rappresentante di Spin Time Labs, un palazzo occupato dove abitano
quattrocento famiglie organizzate dalla rete Action-Diritti in movimento.
Nonostante questa parte di movimento sia vicina ad alcuni settori del Pd, il
tentativo di tenere sotto lo stesso ombrello un centro di reclutamento per
l’esercito israeliano e i collettivi di lotta per la casa era destinato a
crollare.
L’URBANISTICA DEI FONDI IMMOBILIARI
Non è molto diversa la situazione che si è verificata con il concorso di idee “A
vision for Rome”, promosso da una fondazione chiamata Roma REgeneration, con il
RE maiuscolo che significa real estate. La fondazione comprende tre grandi fondi
immobiliari: DeA Capital (gruppo De Agostini), InvestiRE (Banca Finnat) e, di
nuovo, Fabrica Immobiliare (Caltagirone), oltre a molti investitori immobiliari
più piccoli. Il fine del concorso era di “contribuire a costruire una visione
nuova della città basata su principi di sostenibilità ambientale, sociale ed
economica”.
All’inizio del 2025 Roma REgeneration si presenta al Mipim, la fiera
dell’imprenditoria immobiliare di Cannes; nel padiglione Roma del Mipim il
sindaco Gualtieri e gli assessori Zevi e Veloccia mostrano le opportunità di
profitto ai rappresentanti dei grandi fondi immobiliari internazionali, con lo
slogan “Roma è aperta al futuro”. Il concorso – che ha il patrocinio del Comune
e della Regione – riceve trentacinque proposte, elaborate da più di mille
professionisti, tra architetti, urbanisti, artisti, sociologi. A maggio 2026 si
annuncia la vittoria del progetto Roma Continua, che riceve i centoventimila
euro del primo premio. Il progetto dice le solite cose che tanto eccitano la
grande finanza all’assalto dello stato: rigenerazione, innovazione,
sostenibilità, impatto sociale. Quando si rivela il vincitore, però, emerge un
conflitto di interessi. Nella cordata prescelta, infatti, c’è la società di un
economista della Bicocca di Milano, la Open Impact, che ha lavorato anche
sull’impatto sociale dell’occupazione Spin Time Labs, per impedirne lo sgombero.
Ma il palazzo di Spin Time appartiene proprio a InvestiRE, uno dei tre fondi
immobiliari che hanno promosso il concorso! Come l’edificio di Garbatella che
era di CassaForense, Spin Time era la sede dell’Inpdap, l’Istituto di previdenza
per i dipendenti pubblici. Una volta dismesso dallo stato, e occupato, è stato
acquistato da questo fondo, che vuole farne un albergo di lusso ed è riuscito a
farsi dare ventuno milioni di euro dallo stato per i mancati guadagni. La stessa
società, Open Impact, lavora sia per chi sgombera che per chi è sgomberato; lo
stesso linguaggio si usa per difendere sia l’occupazione che gli interessi di
chi la vuole trasformare in hotel.
Il corto circuito di Open Impact è stato messo in luce da un articolo che ha
fatto scalpore, scritto da due urbanisti, Giorgio De Ambrogio e Luca Tricarico,
uscito a fine maggio. “Prestare – scrivono gli autori – la propria expertise a
soggetti che per anni hanno sostenuto e praticato espansione immobiliare
indiscriminata, spesso in cambio di qualche aiuola, qualche incarico, qualche
concessione cosmetica, è una scelta che chiede quantomeno di essere nominata per
quello che è: una forma di specializzazione professionale che il mercato
remunera e che la critica disciplinare dovrebbe almeno interrogare. Non
condannare, ma quantomeno interrogare”.
Non si capisce, in effetti, che cosa debba succedere ancora per iniziare a
condannarli… La contraddizione, infatti, non riguarda solo Open Impact, ma tutto
il meccanismo di cooptazione utilizzato dalla speculazione immobiliare per
ammantare di buoni sentimenti la cattura del regolatore. L’operazione che al
tempo de Le mani sulla città si faceva in segreto – orientare lo sviluppo urbano
verso il profitto – oggi viene sbandierata e promossa istituzionalmente. Gli
speculatori decidono lo sviluppo urbano ricoprendolo di una patina di belle
parole e scritturando chi sa usare gli strumenti retorici progressisti. Il sacco
di Roma è trasmesso in diretta streaming, accompagnato da un chiacchiericcio
buonista che ne esalta i successi immaginari. Dopo I buoni di Luca Rastello
e L’impresa del bene di Luca Rossomando non possiamo più negare l’appeal che il
mondo del terzo settore ha per i padroni delle città, e neanche l’incredibile
forza di attrazione che questi riescono a esercitare sulle strutture nate per
contrastarli (in un modo diverso ne parla anche Andrea Muehlebach). A fine
giugno, in un dibattito al Torrione di Torpignattara, si è parlato di questo
tema con gli autori dell’articolo, alcuni esperti di studi urbani e l’economista
Luigi Corvo di Open Impact – scelto come rappresentante di una tendenza alla
cooptazione che però non riguarda certo solo lui. La finanza immobiliare non si
appropria solo di terreni e palazzi pubblici, si prende anche il presunto
pensiero critico, quello che avrebbe il compito di smontare le sue logiche, ma
che si può tenere a bada con poco più di centomila euro.
CINEMA ALL’APERTO
L’ultima vicenda è quella del conflitto tra il sindaco Gualtieri e Valerio
Carocci, leader della Fondazione Piccolo Cinema America. A partire
dall’occupazione di un cinema abbandonato a Trastevere, in pochi anni la
fondazione è diventata la stampella culturale della giunta Gualtieri: l’immagine
dei bravi ragazzi giovani, volenterosi e politicamente corretti è l’apoteosi
della cooptazione dei movimenti, che consentono alle élite di ripulirsi la
faccia anche sulla scena internazionale. Carocci, in particolare, in pochi anni
è diventato selezionatore della Festa del Cinema di Roma e referente per
l’incontro del Papa con le star di Hollywood; in un decennio la fondazione si è
aggiudicata quasi tre milioni di finanziamenti, arene estive, addirittura una
sala di Trastevere ristrutturata dal Comune, a poche migliaia di euro di canone
(si veda qui, qui, qui, qui e qui). Queste risorse naturalmente sono sottratte a
decine di altri operatori culturali della città, che infatti vedono la
fondazione come l’equivalente sul piano culturale dei fondi immobiliari che si
accaparrano la città pubblica.
Ma questi accordi sono fragili. Il pretesto per la rottura dell’idillio è stato
la conversione del cinema Metropolitan su via del Corso, chiuso da vent’anni, in
un centro commerciale di tre piani. L’operazione era stata annunciata a maggio
2025 e già condannata dalla Fondazione Cinema America, ma senza troppo rumore.
Un anno dopo, a inizio estate 2026, Carocci tira fuori di nuovo la questione,
forse in risposta a un articolo che lo accusava, forse dopo delle minacce (ma
una precedente vicenda fa dubitare delle sue parole). In ogni caso, il leader
tuona contro la svendita della città al capitale, rompe con la giunta Gualtieri
e annuncia una lista civica alternativa. Segue una lettera di solidarietà
sottoscritta da grandi nomi del cinema, tra cui Ken Loach, grazie alla quale il
tema fa breccia su stampa e social media, portando la questione dei fondi
immobiliari nel dibattito pubblico. Il paradosso è che a parlarne è un
imprenditore della cultura che sta provando a capitalizzare le critiche al
modello Giubileo, provenendo dall’interno di quello stesso modello. Carocci si
fa vedere addirittura a una manifestazione contro la cessione dei Mercati
Generali a Piramide, evidentemente cercando sponde politiche tra chi difende la
città pubblica.
Per alcuni giorni tutti sembrano voler dire la loro. Gli urbanisti fanno subito
una raccolta firme per chiedere una città più vivibile e partecipativa, l’ex
assessore di municipio Raimo ricostruisce la storia dei movimenti sin dal
1977 per rintracciarvi una “tradizione felice” di collaborazione tra attivisti
politici e amministrazione; un altro invoca l’alleanza tra occupazioni e “terzi
luoghi” per resistere alla crudeltà del potere. La sinistra cittadina si divide
subito tra pro e contro, anche perché sullo sfondo c’è lo spauracchio del
neofascismo e i richiami all’unità delle sinistre – nonostante la pessima prova
di sé che hanno dato i fautori della remigrazione (con poche migliaia di persone
per quella che doveva essere una grande manifestazione nazionale), e le varie
macchiette xenofobe come il pugile fallito Simone Carabella. Tutti cercano una
sintesi, una rinascita, un angoletto da ritagliarsi nel collasso generalizzato,
e così facendo alimentano il collasso. Terzi luoghi, terza missione, terzo
settore: di fronte alla fusione compiuta tra stato e mercato, i “buoni” si
rifugiano nell’ossessione trinitaria, immaginandosi come terzo incomodo che
potrebbe mediare tra l’uno e l’altro, fingendo di ignorare il dogma per cui
padre, figlio e spirito santo sono la stessa persona.
Nel frattempo, la polizia sgombera per due volte la storica occupazione
anarchica di via Bencivenga sulla Nomentana; perquisisce le case dei militanti e
ne arresta alcuni senza prove; mette i sigilli all’Angelo Mai; in alcuni
municipi il Pd vota contro il boicottaggio a Israele o lascia l’aula; la
sinistra depotenzia e annacqua le proteste contro la svendita dei Mercati
Generali; il Comune terrorizza e punisce chiunque ostacoli la costruzione dello
stadio di Pietralata; architetta nuove deroghe, varianti e commissariamenti per
eseguire il masterplan di Ostia; e intanto continua a tagliare centinaia di
alberi, sfrattare famiglie, sgomberare spazi, inventando soluzioni assurde per
affrontare i problemi che ha creato. Il nuovo potere finanziario richiede che il
potere politico lavori a suo vantaggio, dividendo i fronti di lotta e reprimendo
chi non si fa catturare. I meccanismi di cooptazione penetrano ovunque, ma se
vogliamo davvero opporci a questo sistema di morte, dobbiamo evitarli senza
eccezioni, perché sono il meccanismo con cui ogni critica viene trasformata in
melassa inoffensiva, il brodo di coltura della cattura del regolatore. (stefano
portelli)