ll caso del PRDC di Corinto
CONFINI, PROTESTE E CORPI
LA DETENZIONE AMMINISTRATIVA E LA NECROPOLITICA EUROPEA NEL PRDC DI CORINTO
Una raccolta di indagini e voci, nell’ambito di una ricerca sul campo di quattro
mesi, racconta il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto
(PRDC/PRO.KE.KA.), uno dei sette istituti di trattenimento amministrativo
rivolto agli “stranieri irregolari 1” presenti in Grecia.
I centri di detenzione gettano i trattenuti in una condizione in bilico tra,
come lo descriverebbe Stefano degli Uberti (2019) 2, l’essere «forzati dentro»,
intrappolati in una prigione, e allo stesso tempo «lasciati fuori» dalle
dinamiche sociali e spaziali, ottemperando alla volontà politica di
criminalizzare, escludere e nascondere.
Eppure, nonostante i tentativi delle istituzioni di invisibilizzarla, la
struttura – per quanto apparentemente impermeabile – interagisce con l’esterno,
attraverso le voci che oltrepassano mura e sistemi di sicurezza. La maggior
parte dei cittadini locali ignora la sua l’esistenza ma per alcune persone il
nome “Corinto” richiama immediatamente il centro di detenzione:
Se sei un minimo nel giro, appena si dice Corinto, la prima cosa che le persone
ti dicono è il detention center. Comunque, è – insieme ad Amigdalesa – il più
grande della Grecia.
(Intervista ad una attivista)
1. Un istituito che nasce nella criminalizzazione e si struttura nella lesione
dei diritti:
Il PRDC di Corinto viene inaugurato nel 2012 insieme ad altre strutture, tra cui
Amygdaleza, Paranesti e Xanthi; la decisione si inserisce in un più ampio piano
governativo volto ad ampliare gli spazi destinati al “contenimento” della
cosiddetta “massa migrante criminalizzata”.
I centri di detenzione e pre-allontanamento, gestiti dalla polizia ellenica e
istituiti tramite decreto governativo 3 che ne definisce funzioni e quadro
giuridico, dovrebbero costituire una misura eccezionale nella “gestione” della
migrazione.
In realtà, però, in Grecia – come in altri Paesi UE – il ricorso alla detenzione
è progressivamente aumentato negli ultimi anni. La legge 4939/2022 4 (Codice
dell’asilo) e le direttive più recenti, tra cui la legge 5226/2025, ne hanno
ampliano l’uso in nome della “protezione delle frontiere”; una tendenza
destinata a rafforzarsi ulteriormente con l’entrata in vigore, nel giugno 2026,
del Patto europeo su migrazione e asilo.
Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA
IN GRECIA VIENE PREVISTO IL CARCERE PER I RICHIEDENTI ASILO IN RIGETTO
Analisi della nuova legge che penalizza e criminalizza l'ingresso e il soggiorno
nel Paese
Giulia Stella Ingallina
22 Ottobre 2025
Una ricerca del 2023 documenta l’attività di queste strutture – cinque situate
sulla terraferma e una sull’isola di Kos – per un totale di 3.676 posti
disponibili, con la capienza maggiore registrata proprio nel centro di Corinto.
Tabella 1 – Fonte: Direzione della polizia ellenica, 18 gennaio 2024. Dal sito
AIDA, Place of detention, Greece
Oltre all’uso massiccio e improprio del trattenimento, numerose denunce
riguardano le condizioni gravemente lesive dei diritti umani in queste
strutture. L’indagine invita a interrogarsi sulla necropolitica europea (Mbembe,
2003) 5 e sul ruolo del trattenimento amministrativo come dispositivo aberrante
e disumanizzante, prendendo in esame il PRDC di Corinto come caso specifico per
far emergere ciò che realmente accade all’interno di queste strutture.
Attraverso analisi storico-antropologica, rapporti di ONG, testimonianze e
osservazione etnografica, emerge un sistema opaco e degradante, nascosto dalla
politica. In queste strutture, scioperi della fame, autolesionismo e suicidi
diventano forme estreme di resistenza, in cui il “corpo sofferente del migrante”
(Sorgoni, 2022) 6 resta l’unico mezzo di rivendicazione.
Intanto, nei contesti in cui sono immersi, si rafforzano l’indifferenza locale,
la normalizzazione della violenza istituzionale e l’invisibilizzazione di questi
centri. Così, strutture sempre più invisibili all’esterno diventano sempre più
brutali per chi le subisce, rivelando la contraddizione di Stati che si
proclamano democratici mentre violano sistematicamente i diritti umani.
Rapporti e dossier/CPR, Hotspot, CPA
GRECIA: GRAVI E PERSISTENTI VIOLAZIONI NEI CENTRI DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE
La denuncia al Comitato per la Prevenzione della Tortura e delle Pene Inumane e
Degradanti
Ludovica Mancini
11 Febbraio 2025
Il centro di detenzione e pre-allontanamento di Corinto è una struttura composta
da otto edifici a due piani, ciascuno con due ali di dormitori comuni per almeno
12 persone, e un solo bagno per piano. La capacità ufficiale è di circa mille
persone, ma il numero effettivo varia a seconda degli arrivi e
dell’applicazione, spesso irregolare, della legge e del sistema
amministrativo-burocratico.
I trattenuti sono uomini provenienti principalmente da Paesi che hanno stipulato
con la Grecia accordi di rimpatrio o considerati “sicuri” 7, come Albania,
Turchia, Bangladesh e India. Attualmente, la Grecia considera la Turchia “paese
terzo sicuro” per richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan,
Bangladesh, Pakistan e Somalia, comportando per queste persone un ulteriore
motivo di respingimento o detenzione pre-rimpatrio.
Le testimonianze riportano tempi di detenzione principalmente tra i sei e i
diciotto mesi, limite massimo imposto dall’attuale legge. Ufficialmente, le
persone detenute dovrebbero essere attinte da un provvedimento di espulsione, ma
spesso vengono rinchiusi anche richiedenti asilo appena sbarcati o arrestati
prima di poter fare domanda di protezione internazionale; talvolta anche minori,
in violazione di principi cardine come quelli sanciti dalla Convenzione
internazionale sui diritti del fanciullo del 1989. Iniziamo quindi a vedere
l’erosione dei diritti, da quello d’asilo alle condizioni di vita a cui le
persone detenute sono costrette da anni.
2. Dal 2012 a oggi: denunce continue sulle condizioni del centro
Nonostante la struttura operi in una totale opacità e tenti di negare ogni
accesso dall’esterno, il PRDC di Corinto è stato al centro di denunce fin dalla
sua apertura. Nel 2012, una delegazione europea per i diritti umani 8,
testimoniò la presenza di oltre 1.050 detenuti, molti dei quali trattenuti da
più di un anno, in condizioni terribili: sovraffollamento, cibo scarso, servizi
igienici insufficienti e nessuna assistenza medica.
Nel novembre dello stesso anno, una protesta che coinvolse 800 detenuti venne
sedata con gas lacrimogeni e azioni di forza. Nel 2013, due detenuti afgani
morirono per mancanza di cure 9, e nel 2014 vennero denunciati 10 casi
vulnerabili e atti di autolesionismo senza la dovuta assistenza. Quando, sempre
nel 2014, il Consiglio Giuridico Greco autorizzò il prolungamento della
detenzione oltre i 18 mesi, fu organizzato dai trattenuti un grande sciopero
della fame:
Oggi, 9 giugno 2014, noi detenuti abbiamo iniziato uno sciopero della fame.
Sentiamo un’immensa pressione a causa dei nostri destini sconosciuti. 11
si legge nella loro dichiarazione.
Scioperi della fame e rivolte dei detenuti hanno continuato a emergere con
frequenza come risposta agli abusi, ma vengono sistematicamente repressi con
l’uso della forza, senza produrre alcun miglioramento delle condizioni interne.
Nel 2015, il governo Syriza chiuse e svuotò la struttura per poi riaprirla nello
stesso anno, rivelando il carattere simbolico e propagandistico dell’intervento,
perché non c’è mai stata la volontà di cambiare quest’istituto.
Tsipras (leader di Syriza) aveva preso l’impegno di chiuderlo (il centro di
detenzione). Solo che cosa ha fatto? improvvisamente apre, e tutti devono
andarsene; ci saranno state quattrocento persone, senza soldi, non sanno cosa
fare, affamati. Siamo andati a cercarli; molti li abbiamo trovati al porto,
sulle panchine. Poi sono andati via perché li avevano portati qua dalle retate,
alcuni vivevano in altre città. Dopo però il centro non poteva stare chiuso,
c’era il business; quindi, ha riniziato a funzionare poco dopo.
(Intervista ad una attivista, cittadina di Corinto)
Nel 2016, il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (CPT) denunciò 12
la predominanza di detenuti marocchini e algerini, seguita, pochi mesi dopo, da
pakistani e bengalesi, segnalando una chiara selettività etnica.
Tra il 2016 e il 2018, il GCR (Greek Council for Refugees) 13 e altre
organizzazioni denunciarono condizioni disastrose: infestazioni, mancanza di
acqua calda, celle sporche, malattie e assenza di attività ricreative. Nel 2018
fu introdotto l’uso del cellulare, permettendo una minima connessione con
l’esterno, tuttavia, senza sim-card, questa concessione si svuota e rivela un
secondo fine:
Ci lasciavano i cellulari, tattica efficace per sedarci… così passi tutto il
giorno al telefono.
(Intervista a Matt Broomfield) 14
Nel 2021, un ragazzo curdo si è suicidato dopo 16 mesi di detenzione, scatenando
una protesta violenta e facendo parlare anche i giornali:
Ha preso una corda, sì, se l’è messa attorno al collo ed è andato in bagno.
L’hanno trovato morto. È successo di sabato, quindi gli unici presenti erano gli
agenti di polizia. Dopo i detenuti hanno iniziato una protesta, hanno bruciato
tipo metà del centro.
(Intervista ad una psicologa che lavorava nel PRDC)
Nel 2023, dopo oltre cinque anni di mancate visite ispettive, il CPT ha
rilasciato un rapporto 15 sulle “condizioni catastrofiche” del centro, con
infestazioni di scarafaggi e cimici e un’epidemia di tubercolosi che ha messo a
rischio la salute dei detenuti, come dimostrato dalla morte di un ragazzo per
polmonite, avvenuta senza che ricevesse cure mediche.
Tra le principali problematiche, i dipendenti denunciano la scarsità di
personale, soprattutto medico.
Hanno deciso che non servivano tante persone. Quando l’ultima assistente sociale
se n’è andata, sono rimasta completamente sola per un anno, la sera non c’era
personale. Nemmeno un medico, nessuno voleva lavorare lì; e non sempre c’era
un’interprete. Ho dovuto lasciare anche io perché ci facevano contratti
addirittura mensili, ogni mese non sapevamo se avremmo avuto lavoro.
Il 26 febbraio 2024, trentasei richiedenti asilo egiziani 16 hanno iniziato uno
sciopero della fame contro il silenzio e lo stallo delle procedure di asilo, la
negligenza medica e le condizioni disumane.
Notizie/CPR, Hotspot, CPA
GRECIA. SCIOPERO DELLA FAME NEL CENTRO DI DETENZIONE PRE-RIMOZIONE (PRDC) DI
CORINTO
Condizioni degradanti e negazione dei diritti fondamentali nei PRDC
Chiara Spinnicchia
22 Marzo 2024
Secondo quanto riferiscono Solidarity with Migrants, Equal Rights Beyond
Borders e Ef.Syne, le proteste sono state violentemente represse 17 dalle
autorità, con incursioni, perquisizioni e intimidazioni. Il 20 febbraio,
l’Ombudsman 18 ha richiesto il rilascio degli scioperanti, ma l’appello è stato
ignorato. Otto detenuti sono stati trasferiti al PRDC di Amygdaleza per
indebolire la protesta.
Il Border Violence Monitoring Network, nel rapporto “Violence Within State
Borders: Greece” 19, denuncia carenze di beni essenziali (tra cui indumenti
intimi e farmaci), una situazione alimentare precaria con cibo di pessima
qualità, e restrizioni di movimento, con ore di coprifuoco imposte e limitazioni
di accesso all’“l’aria aperta”, in una stretta e rigida sorveglianza.
Il Mobile Info Team riporta 20 gravi deterioramenti della salute mentale tra i
detenuti, con casi di autolesionismo e il suicidio, nascosto ai media, di un
ragazzo egiziano.
Fotografie degli spazi interni del detention center che mostrano la separazione
delle celle tramite sbarre, servizi igienici in pessime condizioni e un
particolare dei letti a castello, circondati da lenzuola per creare privacy.
Fonte: Detention landscape e Border Violence Monitoring Network
Durante la mia permanenza a Corinto, un nuovo sciopero della fame era in corso.
Un gruppo di attivisti locali ha organizzato una manifestazione in solidarietà
agli scioperanti, e con il tentativo di far sapere in città quanto stava
accadendo nel centro.
Tuttavia, i cittadini di Corinto non sembrano aver mostrato alcun interesse:
molti ignorano l’esistenza stessa del centro di detenzione e persino alcuni
residenti delle aree circostanti non sanno cosa accada al suo interno,
dimostrando quanto efficace sia stato il processo di invisibilizzazione.
3. Protesta, corpo e confine: uno sguardo antropologico
Una protesta è una performance di conflitto (Pellander, Horsti; 2018) 21 in cui
i manifestanti rivendicano dignità opponendosi a decisioni e costrizioni. In
questo contesto emergono due forme di dissenso: la ribellione dei detenuti,
espressa attraverso i loro corpi, e quella solidale dei cittadini, che cercano
di amplificarne le voci.
Lo sciopero della fame è una strategia estrema in cui il corpo diventa l’unico
strumento di rivendicazione politica: il confine lo attraversa e lo trasforma
con un processo di embodiment (Vradis et al., 2020) 22, rendendolo mezzo di
denuncia della violenza statale.
La somatetica (risonanza somatica (Achenbach, 2024) 23 propone il corpo come
luogo di lotta contro questa oggettivazione violenta attraverso il rifiuto.
Sfidando la comprensione tradizionale di cosa può essere politico, lo sciopero
della fame utilizza un gesto di sacrificazione della salute personale in virtù
della causa.
Si esemplifica così una forma di necropolitica, ovvero il diritto di lasciar
morire individui come parte delle politiche dello stato. Il potere, nella sua
massima espressione di controllo sulla vita altrui, è in grado di decidere chi
vive e chi muore:
Loro usano questa cosa per farci pressione, ma non ci riescono: non mangiare è
una loro scelta noi non possiamo farci niente. Cerchiamo di spiegargli che è un
diritto umano anche decidere di morire, siamo formati per questo. Per loro non è
facile, ma per noi problemi così sono fin troppo semplici da gestire.
(Intervista ad un dipendente del PRDC)
La morte viene così presentata come diritto, mentre i diritti negati per cui si
protesta – come l’asilo – perdono valore. L’enfasi sul “diritto a morire”
esemplifica l’esercizio del potere politico che si inserisce nel bios,
trasformandosi in biopotere (Foucault) e politiche di morte.
L’autolesionismo è un discorso silenzioso che richiede l’attenzione di chi è
responsabile della condizione che lo genera; quando questa attenzione non arriva
e l’atto viene ridotto a scelta personale, esso perde efficacia. Le gerarchie di
potere riducono la ribellione a un’incomprensione dei diritti umani, un’ironica
distorsione per chi lotta proprio per difenderli.
Nyers (2003, p.1087) 24 definisce «riconquiste sovrane» i processi di
riassorbimento del dissenso dentro la logica democratica, dove anche “le prese
radicali” (come uno sciopero della fame) possono essere svuotate – piuttosto che
avvalorate – in nome del “diritto”.
Gli operatori del centro di detenzione dichiarano di essere istruiti a “lasciar
scaricare” la protesta, evitando concessioni che creino precedenti; la richiesta
d’ascolto viene quindi ignorata e invalidata come ignoranza: non capire che la
morte è un diritto.
La psicologa del centro, parallelamente, medicalizza la protesta, concentrandosi
sui corpi sofferenti e non sulla causa politica, vulnerabilizzando i detenuti
anziché riconoscerli come agenti di attivismo. Lo sciopero della fame è un
«attivismo impossibile» (Nyers 2003) in quanto il dolore, radicato nella
condizione generale e non solo nell’atto fisico, non viene riconosciuto come
sofferenza legittima.
Le richieste degli scioperanti vengono depoliticizzate e normalizzate,
considerate routine:
Ma poi queste cose continuano a succedere, tutti a un certo punto fanno lo
sciopero della fame, sono sempre le stesse cose, è una piccola abitudine ora per
me.
(Intervista a un ufficiale di polizia del PRDC)
Lo sciopero della fame, come tutte le azioni dimostrative che coinvolgono i
corpi detenuti, non può essere ridotto a una semplice “richiesta di aiuto”,
svuotata di significato, strumentalizzata, ignorata e confinata entro le mura
del detention center, proprio come le persone da cui prende origine.
Le azioni solidali che si sviluppano all’esterno, in continuità con le proteste
che partono dall’interno, cercano allora di abbattere questo confine,
esercitando pressione dall’altra parte e “disturbando” lo spazio urbano per
traslare in un’area di visibilità ciò che si tenta di mantenere nascosto.
La città stessa può diventare il palcoscenico su cui ri-politicizzare la
protesta, sottraendola all’invisibilità prodotta da polizia e personale del
centro, veri e propri “guardiani di frontiera” quotidiani.
Tuttavia, la protesta raramente riesce a ottenere una reale risonanza mediatica:
i messaggi restano circoscritti a una cerchia sensibile, mentre la violenza
interna continua indisturbata, rimanendo invisibile dietro mura e filo spinato.
Sulle pareti del centro di detenzione e intorno al perimetro, compaiono i
messaggi solidali dei pochi attivisti che tentano di esternalizzare la denuncia;
eppure, ancora oggi, dopo anni di proteste, la maggioranza dei cittadini di
Corinto ignora ciò che, dal 2012, avviene all’interno di quel confine.
CONCLUSIONE
Questa analisi mostra come la detenzione amministrativa non rappresenti
semplicemente uno strumento tecnico di gestione delle migrazioni, come
vorrebbero far passare nei messaggi propagandistici, ma un dispositivo politico
attraverso cui gli stati europei esercitano forme di controllo, esclusione e
violenza sui corpi delle persone in movimento.
Da oltre un decennio, rapporti ufficiali, ONG e operatori denunciano
sovraffollamento, violenze, mancanza di cure, epidemie e suicidi: una condizione
di violenza sistemica e continuativa, conosciuta e ignorata dalle istituzioni.
Eppure, il centro non solo resta aperto, ma continua a funzionare come paradigma
di un sistema che normalizza l’erosione dei diritti; la violenza che si consuma
in questi spazi non è un incidente né una deviazione dall’ordine stabilito, è il
suo funzionamento ordinario.
In questo contesto, la protesta attraverso il corpo – l’ultimo spazio di
espressione e di resistenza – assume una dimensione profondamente politica: i
detenuti trasformano la propria vulnerabilità in una forma di rivendicazione che
mette in crisi il confine tra vita biologica e potere politico, rivelando la
dimensione necropolitica delle politiche migratorie contemporanee.
Tuttavia, come mostrato, queste forme di dissenso rischiano spesso di essere
neutralizzate, medicalizzate, banalizzate, ridotte a comportamento individuale o
riassorbite dallo stesso sistema che le genera e che rimane invisibile.
E allora queste proteste non possono restare isolate, ma devono risuonare anche
fuori, oltre il confinamento, intrecciandosi con chiunque creda nel valore dei
diritti fondamentali. Corinto non è un’eccezione ma il sintomo di un’Europa che
proclama democrazia e diritti umani, ma alimenta strutture di oppressione
sistematica.
Dopo oltre dieci anni di denunce, la questione non è più capire cosa accade
dentro il centro, perché lo sappiamo già; bisogna però continuare a raccontarlo
per fare in modo che chi ignora questi luoghi, non possa più ignorarli, che chi
li tollera non debba più essere disposto a farlo.
Perché nel silenzio questi luoghi crescono e cresceranno, come vedremo con il
nuovo Patto europeo su migrazione e asilo del 2026 che rafforzerà questa deriva,
consolidando la detenzione come strumento centrale della politica migratoria.
Se l’analisi storico-teorica permette di cogliere i meccanismi politici e
simbolici che sostengono il sistema della detenzione amministrativa e di
ricordare da quanti anni persista un dispositivo violento, sono le voci di chi
vive, lavora o osserva questi luoghi a rivelarne la dimensione concreta.
Spostando lo sguardo dalle strutture alle persone che le abitano o le
attraversano quotidianamente, emerge la realtà dietro le mura: corpi reali,
sofferenza tangibile e atti di resistenza che il sistema continua a ignorare.
Nel prossimo contributo, la ricerca si apre quindi a una raccolta di voci
provenienti dall’interno e dall’esterno del centro di Corinto, con l’obiettivo
di restituire la complessità delle esperienze e delle percezioni che
attraversano questo spazio di confine.
1. “Stranieri irregolari”, è un termine che uso tra virgolette, come fosse una
citazione, per sottolineare come questa sia la dicitura utilizzata dagli
istituti pubblici e dalle propagande politiche, la quale non trova però
riscontro, a mio parare, con la realtà. Nello scenario attuale le persone,
più che essere irregolari, sono irregolarizzate dalle politiche che prima
ostacolano i percorsi di inserimento regolare e poi demonizzano con queste
etichette, chi non ha avuto modo – proprio a causa delle politiche avverse
– di legalizzare la sua presenza ↩︎
2. Degli Uberti, S. (2019). Borders within. An Ethnographic Take on the
Reception Policies of Asylum Seekers in Alto Adige/ South Tyrol. Archivio
antropologico mediterraneo, Anno XXII, n. 21 (2), 1-21 ↩︎
3. Decisione ministeriale congiunta 8038/23/22-M – Gazzetta ufficiale
118/B/21-1-2015, Proroga del funzionamento dei Centri di Detenzione
Pre-allontanamento per Stranieri ↩︎
4. Εφημερίδα της Κυβέρνησης της Ελληνικής Δημοκρατίας, NOMOΣ ΥΠ’ ΑΡΙΘΜ. 4939
ΦΕΚ Α 111/10.6.2022. Κύρωση Κώδικα Νομοθεσίας για την υποδοχή, τη διεθνή
προστασία πολιτών τρίτων χωρών και ανιθαγενών και την προσωρινή προστασία
σε περίπτωση μαζικής εισροής εκτοπισθέντων αλλοδαπών. (Trad. Gazzetta del
governo della Repubblica Ellenica, LEGGE N. 4939 Gazzetta ufficiale A
111/10.6.2022. Ratifica di un codice legislativo sull’accoglienza, la
protezione internazionale dei cittadini di paesi terzi e degli apolidi e la
protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di stranieri sfollati)
↩︎
5. Mbembe, A. (2003). Necropolitics. Public Culture,15 (1), 11-40. ↩︎
6. Sorgoni, B. (2022). Antropologia delle migrazioni. L’età dei rifugiati.
Roma: Carocci editore ↩︎
7. Per comprendere quali paesi sono considerati “di origine sicura” ai sensi
dell’articolo 92 del Codice d’asilo si legga qui: e elenco europeo dei
“paesi di origine sicuri“, Commissione europea ↩︎
8. Corinth: illustration of detention conditions in Greece, (Cap.2, B.5,
pp.77-79), in “Frontex between Greece and Turkey: at the border of Denial”.
FIDH, Migreurop, EMHRN ↩︎
9. La comunità afgana in Grecia testimonia la morte di Mohammad Hassan il 27
luglio 2013, dopo 11 mesi di detenzione a Corinto, e la morte di Nezam
Hakimi il 4 novembre 2013 dopo quattro mesi di detenzione nonostante malato
di cancro, completamente ignorato. ↩︎
10. Rapporto, Condizioni Detenzione amministrativa e accesso alla procedura di
asilo, ottobre 2014 ↩︎
11. Sciopero della fame nel detention center di Corinto per protestare contro
la detenzione a tempo indeterminato, 2014 ↩︎
12. Report to the Greek Government on the visit to Greece carried out by the
European Committee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading
Treatment or Punishment (CPT) ↩︎
13. Η διοικητική κράτηση στην Ελλάδα: Διαπιστώσεις από το πεδίο (2018),
Ελληνικό Συμβούλιο για τους Πρόσφυγες (trad: La detenzione amministrativa
in Grecia: risultati sul campo (2018), Consiglio greco per i rifugiati) ↩︎
14. Dalle parole di Matt Broomfield, articolo; «Detained and banned from
Europe: a British journalist in the EU migrant detention system» ↩︎
15. Council of Europe anti-torture Committee (CPT) again calls on Greece to
reform its immigration detention system and stop pushbacks, 2024 ↩︎
16. In seguito al naufragio al largo della costa di Kalamata, gli uomini sono
stati separati dalle donne e dai bambini e trasferiti direttamente alla
struttura di detenzione di Corinto. Sostenuti da Equal Rights Beyond
Borders, il gruppo di uomini ha presentato un rapporto all’Ombudsman
(difensore civico) il 15 febbraio 2024, contestando la legalità della
detenzione ↩︎
17. Άγρια καταστολή σε κρατούμενους πρόσφυγες της Κορίνθου, (trad. Brutale
repressione dei rifugiati detenuti a Corinto), Ef.syn ↩︎
18. L’Ombudsman è un’autorità indipendente che tutela i diritti dei cittadini e
vigila sull’operato delle istituzioni pubbliche, garantendo il rispetto
delle leggi e dei diritti umani. In Grecia svolge un ruolo fondamentale
nella protezione dei diritti di migranti e rifugiati, monitorando le
condizioni nei centri di detenzione e altri aspetti legati all’immigrazione
↩︎
19. Si legga il rapporto ↩︎
20. “When and how will I get out of here?” Statement on the deteriorating
mental health of detainees at Corinth detention centre” (Mobile Info Team,
22 marzo 24) ↩︎
21. Pellander, S., & Horsti, K. (2018). Visibility in mediated borderscapes:
The hunger strike of asylum seekers as an embodiment of border violence.
Political Geography, 66, 161-170. ↩︎
22. Vradis, A., Papada, E., Papoutsi, A., & Painter, J. (2020). Governing
mobility in times of crisis: Practicing the border and embodying resistance
in and beyond the hotspot infrastructure. Society and Space, (38) 6, 981 –
990 ↩︎
23. Achenbach, A. (2024). ‘The Body Carries the Border’ - A Somatechnical
Approach to Borderscape Violence. Somatechnics, Volume 14 Issue 2, 181-198
↩︎
24. Nyers, P. (2003). Abject Cosmopolitanism: the politicsof protection in the
anti-deportation movement. Third World Quarterly, Vol 24, No 6, 1069–1093
↩︎