Ein al-Auja: come gli attacchi dei coloni e la sottrazione di risorse idriche hanno cancellato una comunità palestinesedi Majd Jawad,
Pressenza, 14 ottobre 2026.
di V.V.
La sorgente che un tempo sosteneva la vita in questo luogo si è prosciugata,
mentre le famiglie beduine fuggono dalla violenza israeliana e dal furto di
risorse.
Haitham Rashaidh è stato tra gli ultimi ad abbandonare la propria casa vicino a
Ein al-Auja, una sorgente naturale con cascata situata a nord di Gerico, in
Cisgiordania.
La sua famiglia ha smontato le tende, ha caricato tutti i propri averi su un
trattore e ha intrapreso un viaggio di due ore su un terreno impervio verso
al-Balqa, un’area scarsamente popolata della Valle del Giordano, dove si sono
accampati accanto ai vicini, anch’essi sfollati.
Lasciare Ein al-Auja è stato come perdere una parte di sé, ha spiegato Rashaidh
con tristezza. Un tempo qui l’acqua scorreva impetuosa, con una portata stimata
in migliaia di metri cubi al giorno; oggi, invece, il terreno è arido e la
sorgente, che un tempo sosteneva una comunità beduina di oltre cento famiglie,
si è ridotta a un esile rivolo.
I palestinesi consideravano Ein al-Auja un’oasi di pace in una regione sotto
assedio. Tuttavia, la deviazione dell’acqua da parte di Israele e i continui
attacchi dei coloni hanno finito per rendere insostenibile la vita della
comunità.
“Non ce ne siamo andati la prima volta che hanno tentato di cacciarci”, ha
raccontato Rashaidh a Middle East Eye (MEE). “Siamo tornati, abbiamo ricostruito
ciò che potevamo e abbiamo cercato di andare avanti con le nostre vite”.
“Ma le cose non sono cambiate”, ha aggiunto. “Ogni volta che tornavamo, la
pressione si faceva più forte: più restrizioni, più attacchi, meno accesso
all’acqua”. Lo scorso gennaio, giunta al limite della sopportazione, la famiglia
di Rashaidh ha dovuto abbandonare la propria casa per trasferirsi a Balqa, un
minuscolo accampamento beduino privo di servizi pubblici. Da lì occorrono più di
due ore per raggiungere il centro abitato più vicino e Rashaidh ammette, con
evidente dolore, che i suoi figli non possono più frequentare la scuola.
La difficile situazione vissuta dalla sua comunità si è aggravata notevolmente
negli ultimi due anni, da quando gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno iniziato a
ridefinire la vita dei palestinesi nei territori occupati.
Prima della guerra a Gaza, gli episodi di sfollamento forzato nell’area di Ein
al-Auja erano stati limitati: l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento
degli affari umanitari (OCHA) aveva registrato, tra il 2017 e il 2023, solo due
attacchi da parte di coloni che avessero provocato vittime o danni materiali.
Tuttavia, dall’inizio del 2024, nella zona sono sorti diversi nuovi avamposti
illegali di coloni israeliani e, di conseguenza, gli attacchi si sono
intensificati, raggiungendo quota 38 casi documentati nell’ultimo anno.
“L’accesso all’acqua è stato particolarmente compromesso; coloni,
presumibilmente provenienti da questi avamposti, hanno ripetutamente tagliato o
danneggiato le condutture collegate alla sorgente [di Ein al-Auja], bloccato le
strade di accesso utilizzate per il prelievo e il trasporto dell’acqua, svuotato
i serbatoi domestici e intimidito o aggredito residenti e pastori intenti a
rifornirsi d’acqua, compromettendo gravemente i loro mezzi di sussistenza”, ha
rilevato l’OCHA in un rapporto di gennaio.
In un caso documentato all’inizio di quest’anno, 26 famiglie, per un totale di
124 persone, sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa
delle continue violenze perpetrate da coloni armati e truppe israeliane.
“Sembrava che stessero mettendo alla prova la nostra capacità di resistenza”, ha
raccontato Rashaidh. “Alla fine, non è stato un singolo episodio a costringerci
ad andarcene, ma il ripetersi continuo di tutto quanto, ancora e ancora, finché
restare è diventato impossibile”.
self, Public domain, via Wikimedia Commons
Declino costante
Il drastico e costante calo della portata della sorgente di Ein al-Auja negli
ultimi anni rispecchia la scomparsa della comunità palestinese circostante. La
sua portata, storicamente stimata in oltre 1.000 metri cubi all’ora – e
potenzialmente doppia durante le stagioni delle piogge – è diminuita tra il 50%
e il 70% negli ultimi anni e talvolta si azzera completamente, secondo Ayman Abu
Zaher, un ricercatore ambientale che monitora il sistema idrico locale.
Essendo una delle sorgenti storicamente più significative della regione, Ein
al-Auja è stata sottoposta a una pressione crescente dovuta sia ai cambiamenti
climatici sia ai pozzi scavati nelle vicinanze, ha riferito Abu Zaher a MEE.
Negli anni di siccità, la ridotta ricarica delle falde acquifere, unita a un
pompaggio intensivo, ha limitato la portata della sorgente.
L’assetto idrogeologico della regione comprende due principali falde acquifere,
ha spiegato Abu Zaher: una falda superficiale, solitamente accessibile tramite
pozzi profondi tra i 70 e i 100 metri, e una falda molto più profonda che
alimenta la sorgente di Ein al-Auja.
Storicamente, tre pozzi gestiti dallo stato nell’area di Ein al-Auja
raggiungevano una profondità di 500-600 metri; tuttavia, negli ultimi tre
decenni, le autorità israeliane li hanno approfonditi fino a quasi 1.000 metri e
ne hanno aggiunto un quarto, ha riferito Abu Zaher.
Secondo le sue stime, complessivamente questi pozzi estraggono ogni anno tra i
quattro e i sei milioni di metri cubi d’acqua dall’acquifero profondo che
alimenta la sorgente di Ein al-Auja. Quest’acqua viene poi convogliata verso gli
insediamenti israeliani, anziché rifornire le vicine comunità palestinesi.
Tale squilibrio è aggravato dalla capacità limitata delle fonti idriche
controllate dai palestinesi nella stessa zona. Abu Zaher stima che vi siano
circa una dozzina di pozzi palestinesi in loco, ma li definisce “poco profondi e
insufficienti”.
“L’acqua che producono non è sufficiente per l’agricoltura ed è sempre meno
adatta all’irrigazione, il che spinge l’area verso la desertificazione”, ha
affermato.
Mentre un tempo frutteti irrigui e campi coltivati coprivano oltre 3.000 ettari
nella zona di Ein al-Auja, oggi rimangono attivamente irrigati solo circa 300
ettari, ha precisato Abu Zaher.
Per le famiglie sfollate dalle proprie abitazioni e ora residenti in tende in
aree limitrofe come Balqa, questa trasformazione non è un concetto astratto,
bensì una realtà profondamente radicata nella loro lotta quotidiana per la
sopravvivenza.
Tra le persone più colpite vi sono le donne, spesso responsabili
dell’approvvigionamento idrico per i propri nuclei familiari. Quando vivevano
vicino a Ein al-Auja, potevano riempire i loro piccoli contenitori di plastica
alla cascata, raccogliendo rapidamente quanto bastava per il fabbisogno
giornaliero.
Ora sono costrette a percorrere diversi chilometri sotto un sole cocente alla
ricerca di autobotti o punti di distribuzione, tornando spesso a casa con i
contenitori vuoti quando le scorte mancano o vengono respinte dalle forze
israeliane. Il razionamento dell’acqua è diventato parte della loro realtà
quotidiana.
“Siamo state costrette ad acquistare grandi quantità d’acqua a causa della
scarsità della sorgente”, ha dichiarato a Middle East Eye Naifa Zaied, sfollata
a Balqa all’inizio di quest’anno. “Ma nell’ultimo anno l’esercito ci ha persino
impedito di acquistarla. Alle autocisterne è stato vietato di raggiungerci”.
La carenza d’acqua ha inciso su quasi ogni aspetto della vita, ha spiegato la
donna, costringendo le famiglie a razionare l’acqua destinata a bere, cucinare,
lavarsi e accudire il bestiame.
“Un tempo avevamo l’acqua a portata di mano. Oggi, procurarsi anche solo un
litro è una lotta”, ha affermato. “A volte aspettiamo autocisterne che non
arrivano mai e siamo costretti a conservare l’acqua per bere, dando priorità a
questa necessità rispetto a tutte le altre”.
“Siamo isolati”
Le conseguenze devastanti della crisi idrica colpiscono anche la fauna selvatica
locale e le comunità di pastori in tutta la Valle del Giordano; qui i
palestinesi hanno segnalato ingenti perdite di bestiame a causa dei ripetuti
attacchi, furti e confische da parte dei coloni.
Le restrizioni alla circolazione e la perdita dell’accesso ai pascoli hanno
aggravato la loro difficile situazione. In uno dei più gravi episodi recenti, i
residenti della zona di Ein al-Auja hanno riferito che, all’inizio dello scorso
anno, alcuni coloni israeliani hanno rubato circa 1.500 tra pecore e capre
durante un’incursione nella comunità, infliggendo un duro colpo alle famiglie di
pastori locali. Il giorno seguente, nell’area sono state rinvenute decine di
carcasse di animali.
La distruzione delle loro tradizionali fonti di sostentamento non ha lasciato a
molti beduini altra scelta se non quella di cercare lavoro negli insediamenti
israeliani vicini o di accettare impieghi stagionali e mal retribuiti
all’interno dell’economia israeliana. La terra che un tempo garantiva loro la
sopravvivenza è ora accessibile solo come luogo di lavoro, privo però di tutele
lavorative o diritti contrattuali.
Nel caso di Rashaidh, prima dello sfollamento della famiglia, le fonti
principali di sostentamento erano l’agricoltura e l’allevamento. Oggi lavora
come bracciante in una piantagione di palme da dattero vicino a Balqa.
“È un contesto ad alto rischio: lavoriamo senza permessi e molti di noi
subiscono infortuni o vengono arrestati mentre vanno al lavoro o ne tornano”, ha
raccontato, sottolineando come il tragitto casa-lavoro sia segnato da pericolosi
posti di blocco, sorveglianza costante e dalla minaccia sempre incombente di
arresto.
La frammentazione di questa comunità, al pari di molte altre in tutta la
Cisgiordania occupata, ha inoltre contribuito a indebolire le reti di sostegno
sociale. “Tutto è diventato lontano. Anche raggiungere i servizi essenziali
ormai richiede ore”, ha dichiarato a MEE un residente sfollato di Balqa,
parlando a condizione di anonimato per timore di rappresaglie israeliane. “Siamo
tagliati fuori dai luoghi da cui dipendevamo”.
Un genitore sfollato di Balqa, anch’egli rimasto anonimo, ha sottolineato le
ripercussioni sull’istruzione: “Un tempo i miei figli andavano a scuola a piedi
senza problemi. Ora si svegliano prestissimo e a volte non riescono comunque ad
arrivare, perché la strada è lunga e pericolosa. Certi giorni, semplicemente
restano a casa”.
Turisti sotto assedio
Tornando a Ein al-Auja – località che, grazie alla sua cascata e ai sentieri
montani circostanti, è da tempo un’attrazione naturale per visitatori
provenienti dalla Palestina e dall’estero – non sono solo i residenti a temere
la violenza dei coloni. Anche i turisti sono stati presi di mira.
Nel gennaio 2023, un gruppo internazionale di escursionisti – tra cui turisti
americani, italiani e francesi – si è trovato di fronte a un gruppo di coloni
armati, che secondo quanto riferito li ha aggrediti con bastoni e spray al
peperoncino.
“Siamo stati respinti verso le colline e praticamente circondati”, ha riferito a
MEE un partecipante palestinese, chiedendo di rimanere anonimo per timore di
ritorsioni israeliane. “Siamo stati picchiati. Due donne sono rimaste ferite,
una italiana e una palestinese, mentre il resto del gruppo cercava di
raggiungere una distanza di sicurezza”.
Secondo il partecipante palestinese, ci sono volute ore prima che le forze
israeliane arrivassero a garantire l’uscita del gruppo.
Tali episodi scoraggiano ulteriormente un settore già duramente colpito dal
conflitto in corso. Il turismo in Cisgiordania ha subito un duro colpo dopo lo
scoppio della guerra a Gaza nel 2023; i dati ufficiali indicano perdite di
milioni di dollari a causa del crollo del numero di visitatori.
Nei fine settimana, le strade che un tempo vedevano il passaggio di famiglie,
autobus turistici e gruppi di escursionisti diretti alle sorgenti della Valle
del Giordano appaiono decisamente più vuote. I venditori, che un tempo
allestivano sedie di plastica e banchetti per il tè lungo il percorso,
raccontano di lunghe ore trascorse senza clienti.
«Ogni fine settimana aspettavamo gli autobus provenienti dal nord e dal sud
della Cisgiordania, ma ora il traffico è quasi inesistente», ha dichiarato a MEE
Muhammad Taha, un venditore di Gerico.
Oggi, lui e i suoi colleghi si limitano a osservare il paesaggio, anziché
offrire i propri servizi ai visitatori.
Battaglia legale
Nel frattempo, per le famiglie costrette a fuggire dall’area di Ein al-Auja, una
battaglia legale rappresenta l’ultima speranza.
Nel tentativo estremo di bloccare il loro trasferimento forzato, l’anno scorso i
residenti si sono rivolti all’Alta Corte, chiedendo alle autorità israeliane di
smantellare gli avamposti illegali che invadono le loro terre e di agevolare il
loro ritorno a casa.
“Abbiamo chiesto un intervento giudiziario per fermare la progressiva scomparsa
delle nostre comunità, minacciate dalla violenza dei coloni e dall’espansione
degli avamposti pastorali circostanti”, ha spiegato a MEE Hassan Mleihat,
supervisore generale di al-Baidar, un’organizzazione locale che tutela i diritti
dei beduini.
Durante le udienze, lo stato ha negato l’esistenza di ordini formali di
evacuazione, sostenendo che non vi fosse alcuna politica governativa volta a
impedire il ritorno dei residenti; ciò nonostante la realtà sul campo, che molti
palestinesi temono abbia reso irreversibile la loro espulsione. Lo scorso
febbraio, il tribunale ha ordinato alle autorità israeliane di aiutare le
famiglie a tornare alle loro abitazioni nei pressi della sorgente di Ein al-Auja
e di riferire, entro 60 giorni, sulle misure adottate per garantirne la
sicurezza.
Ad aprile, non essendo stata rispettata la scadenza, i ricorrenti hanno chiesto
all’Alta Corte di imporre allo stato l’adempimento dei propri obblighi. Lo stato
continua a contestare tali richieste, sostenendo davanti al tribunale che non vi
è alcun fondamento per dislocare una forza di sicurezza permanente nell’area.
Questo caso non è affatto un’eccezione. Le istanze palestinesi volte a impedire
sfratti o a ottenere lo smantellamento di avamposti vengono regolarmente
respinte o bloccate dai tribunali israeliani; allo stato viene infatti
riconosciuta un’ampia discrezionalità nella gestione del territorio, anche
quando è dimostrato che i residenti vi abitano da decenni.
E quando il caso di Ein al-Auja è arrivato in tribunale, le ultime famiglie se
n’erano già andate.
Tornando a Balqa, Rashaidh sottolinea l’importanza della solidarietà, sia a
livello regionale che globale, di fronte alla minaccia costante e crescente
rappresentata dai coloni.
“Nessuno abbandona la propria terra volontariamente; è una delle cose più
difficili della vita”, ha affermato. “Ma restare soli non basta. Abbiamo difeso
la nostra terra da soli e l’abbiamo persa, insieme al bestiame e all’acqua. Se
non ci uniamo, perderemo tutti”.
Il ricorso alle vie legali non è stato una scelta strategica, ha spiegato
Mleihat, bensì un tentativo disperato di far valere i diritti dei palestinesi di
fronte a una realtà in rapida evoluzione al di fuori dell’aula di tribunale,
dove “il luogo era già stato svuotato”.
In effetti, Ein al-Auja non è più quella di un tempo.
La sorgente, che un tempo scorreva abbondante, si è ridotta a rivoli d’acqua
intermittenti. Il terreno è arido e screpolato. Gli alberi sono diminuiti.
L’aria è più silenziosa.
Non si sentono voci di bambini né il movimento di greggi.
Solo il vento, che attraversa un luogo un tempo pieno di vita.
Majd Jawad è un giornalista freelance di stanza a Ramallah, proveniente dal
villaggio distrutto di Zir’in nella Jezreel Valley.
Traduzione di Valentina Valle Baroz
Articolo originale:
https://www.middleeasteye.net/news/ein-al-auja-how-settler-attacks-and-water-diversion-erased-palestinian-community