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Dal «muro di ferro» di Jabotinsky alle tombe di Gaza: le alleanze fasciste del sionismo ieri e oggi
di Michael Leonardi,  CounterPunch, 29 maggio 2026.   Zeev Jabotinsky al Congresso Sionista. Foto di pubblico dominio Il sionismo non è mai stato un semplice movimento per la fuga degli ebrei dalla persecuzione. È emerso alla fine del XIX secolo come un’ideologia d’insediamento coloniale tipica dell’Europa occidentale, plasmata dalla stessa logica imperiale che si è spartita l’Africa e l’Asia. I pensatori-fondatori del sionismo (Theodor Herzl, Max Nordau e altri) guardavano esplicitamente al colonialismo europeo come loro modello. Herzl, il padre del sionismo politico, descrisse apertamente il futuro stato ebraico come «una parte delle mura difensive dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà in opposizione alla barbarie». Cercò attivamente di ottenere concessioni dalle potenze coloniali per fondare una colonia ebraica in Palestina. Non si è mai trattato di coesistenza con la popolazione indigena. Si trattava di conquista e sostituzione etnica. Nessuna figura incarnava meglio la corrente più aggressiva di questa ideologia di Ze’ev Jabotinsky, fondatore del sionismo revisionista e padre spirituale dell’estrema destra israeliana moderna. Nel suo fondamentale saggio del 1923 “The Iron Wall” (Il Muro di Ferro), Jabotinsky espose la brutale verità con fredda onestà. Riconobbe apertamente che gli arabi palestinesi non avrebbero mai accettato volontariamente la trasformazione della loro patria in uno stato ebraico. L’unica soluzione, sosteneva, era erigere un “muro di ferro” di superiorità militare, una barriera di forza così schiacciante che la popolazione autoctona non avrebbe mai potuto superarla. La colonizzazione, insisteva, doveva procedere “a prescindere dalla popolazione autoctona”. Questa non era difesa. Era il manifesto per un colonialismo d‘insediamento. Spinto da questa visione fanatica, Jabotinsky corteggiò attivamente le potenze fasciste emergenti d’Europa. Nel 1934, con l’approvazione entusiastica di Benito Mussolini, fondò l’Accademia Navale Betar nella città portuale italiana di Civitavecchia. Lì, i giovani cadetti sionisti si addestravano sotto ufficiali fascisti italiani, indossavano uniformi modellate sulle camicie nere di Mussolini e assorbivano lo spirito militarista e autoritario del fascismo. L’obiettivo era esplicito: forgiare una spietata forza combattente ebraica in grado di imporre il “Muro di Ferro” di Jabotinsky al popolo palestinese. L’Accademia rimase in funzione fino al 1938, quando la crescente alleanza dell’Italia con la Germania nazista e l’approvazione delle leggi razziali antiebraiche posero definitivamente fine alla collaborazione. Molti dei diplomati dall’Accademia avrebbero poi costituito la spina dorsale della prima marina israeliana. Ancora più grave fu la collaborazione con la Germania nazista. Nel 1933, le organizzazioni sioniste firmarono il famigerato Accordo Haavara con il regime di Hitler. Questo cinico patto permise a decine di migliaia di ebrei tedeschi di emigrare in Palestina trasferendo i propri beni sotto forma di merci tedesche. Per i nazisti, era un meccanismo conveniente per espellere gli ebrei e incrementare le esportazioni. Per i sionisti, si trattava di un freddo calcolo volto a rafforzare la colonizzazione ebraica della Palestina. Mentre gli ebrei comuni subivano una persecuzione sempre più intensa, alcuni leader sionisti stringevano accordi pragmatici proprio con il regime che avrebbe presto scatenato l’Olocausto. Queste alleanze non erano anomalie. Riflettevano la logica fondamentale di un progetto coloniale che dava priorità alla conquista territoriale e alla costruzione dello stato rispetto alla moralità e alla solidarietà con altri popoli oppressi. Quella stessa logica guida Israele oggi. Il genocidio in diretta streaming a Gaza dall’ottobre 2023 è il culmine orribile di questo progetto coloniale. Ciò che è iniziato con le fantasie imperiali di Herzl e la dottrina del Muro di Ferro di Jabotinsky si è evoluto in un sofisticato sistema di apartheid, pulizia etnica e uccisioni di massa. L’affamamento deliberato, la distruzione sistematica di ospedali e scuole, gli attacchi mirati contro i civili: questi non sono eccessi del sionismo. Sono il risultato inevitabile di un movimento fondato sulla convinzione che la popolazione indigena debba essere sottomessa o rimossa affinché lo stato coloniale possa prosperare. Questa continuità storica è visibile nel panorama politico odierno. In Italia, il governo di estrema destra di Giorgia Meloni — le cui radici politiche affondano nella tradizione post-fascista — continua a fornire copertura politica, protezione diplomatica e sostegno materiale ai crimini di Israele, facendo eco alle alleanze opportunistiche che Jabotinsky cercò un tempo con Mussolini. La Germania, un paese che sostiene di aver affrontato il proprio passato nazista, ha invece trasformato quella colpa storica in un sostegno incondizionato allo stato sionista, bloccando sanzioni serie e fornendo componenti per costruire le armi. Negli Stati Uniti, la storia inquietante della famiglia Trump – dall’arresto di Fred Trump nel 1927 durante una rivolta del Ku Klux Klan all’abbraccio di Donald Trump ai sionisti evangelici e agli estremisti pro-Israele della linea dura – rivela quanto il potere americano rimanga profondamente intrecciato con questa impresa coloniale. Il grottesco “Board of Peace” dell’amministrazione Trump – una cricca di miliardari speculatori immobiliari, sionisti intransigenti ed estremisti evangelici – incarna perfettamente questa depravata fusione di capitalismo gangsteristico e fanatismo messianico. Incaricata di rimodellare Gaza dopo il genocidio, questa cosiddetta iniziativa di pace sogna apertamente di trasformare le rovine delle case palestinesi in hotel di lusso, porti turistici e resort sulla spiaggia — una grottesca “Riviera del Medio Oriente” costruita sopra fosse comuni. Questa non è diplomazia. È l’espressione estrema del saccheggio coloniale: le stesse forze che finanziano l’espansione degli insediamenti e la pulizia etnica ora sbavano per gli immobili una volta completata la strage. Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir non sono aberrazioni. Sono la naturale propaggine estremista del pensiero sionista, gli eredi logici della visione di dominio dal pugno di ferro di Jabotinsky. I loro apertissimi appelli all’annessione, all’esecuzione dei prigionieri e all’ingegneria demografica non sono deviazioni dal sionismo: ne sono il compimento. La bancarotta morale dell’Occidente continua a essere sbalorditiva. I governi europei che danno lezioni al mondo sui diritti umani continuano ad armare Israele, a proteggerlo dalle responsabilità e a bloccare qualsiasi sanzione significativa. La loro complicità rivela un continente ancora intrappolato in vecchi schemi di potere, lealtà, moralità selettiva e pensiero colonialista. Nonostante le centinaia di milioni investiti da Israele nella propaganda (hasbara), la maschera è caduta. La realtà sadica del sionismo — apartheid, pulizia etnica e genocidio — è ora visibile a milioni di persone. Più Israele si scaglia con arroganza e brutalità, più velocemente si diffonde il risveglio globale. La storia è schiacciante. Il sionismo ha stretto accordi con fascisti e nazisti quando ciò serviva ai suoi obiettivi. Oggi compie un genocidio con il pieno sostegno delle potenze occidentali. La continuità è innegabile. L’Occidente deve smettere di fingere che si tratti semplicemente di un “conflitto”. Affinché sia fatta giustizia, bisogna riconoscere che il genocidio palestinese è la brutale continuazione di un’impresa coloniale di insediamento radicata nella supremazia europea e mantenuta con una forza implacabile. La resistenza cresce — nelle strade e in mare, nel crescente movimento internazionale che chiede giustizia. La lotta per la liberazione palestinese è la prima linea della battaglia contro il colonialismo, l’apartheid e l’imperialismo del nostro tempo. Rendiamo Israele di nuovo Palestina. Michael Leonardi vive in Italia e può essere contattato all’indirizzo michaeleleonardi@gmail.com https://www.counterpunch.org/2026/05/29/from-jabotinskys-iron-wall-to-gazas-graves-zionisms-fascist-alliances-then-and-now/ Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 29, 2026
Assopace Palestina
«È ingiusto rimanere neutrali»: la pace algoritmica del Papa e le guerre vere in Medio Oriente
di Romana Rubeo,  The Palestine Chronicle, 29 maggio 2026.   Dichiarando la fine della «guerra giusta», il Papa sta smantellando le difese etiche utilizzate dagli stati moderni per giustificare conflitti protratti nel tempo.  Il Vaticano ha pubblicato la prima enciclica di Papa Leone XIV, «Magnifica Humanitas». (Foto: Wikimedia. Design: Palestine Chronicle) Il 25 maggio, il Vaticano ha pubblicato la prima enciclica di Papa Leone XIV, «Magnifica Humanitas: Sulla salvaguardia della persona umana nell’era dell’Intelligenza Artificiale». Le encicliche sono tra le forme più elevate di documenti papali e vengono utilizzate per chiarire la dottrina, offrire una guida sulle principali preoccupazioni globali e definire la posizione della Chiesa su questioni chiave. Sebbene si presenti come un commento sull’etica digitale e sulla regolamentazione delle Big Tech, l’ultimo documento contiene un attacco istituzionale e incisivo alla strategia militare moderna. Il Papa ha condannato esplicitamente la guerra automatizzata, ha chiesto limiti internazionali alle armi basate sull’Intelligenza Artificiale e ha dichiarato ufficialmente obsoleta la secolare dottrina cattolica della “guerra giusta”. Il testo è una sofisticata critica morale sul futuro della guerra. Tuttavia, arriva in un momento in cui il Medio Oriente funge già da banco di prova nel mondo reale per la guerra meccanizzata e algoritmica. A Gaza e nel Libano meridionale, le popolazioni civili stanno subendo proprio quella violenza automatizzata contro cui mette in guardia il Vaticano, mentre le tensioni regionali che coinvolgono l’Iran continuano a intensificarsi attraverso la guerra cibernetica e le reti dei vari proxy. Questo divario solleva una questione pratica per gli osservatori internazionali: il quadro morale aggiornato della Chiesa Cattolica è effettivamente in grado di influenzare questi conflitti, o si tratta semplicemente di un esercizio accademico privo di influenza nel mondo reale? Guerra automatizzata in Medio Oriente Il nucleo della critica militare di Leone XIV si concentra su come la tecnologia distacchi il processo decisionale umano dalle conseguenze fisiche della violenza. Nel paragrafo 199, il Papa scrive: “L’IA non elimina l’intrinseca disumanità del conflitto; anzi, può solo accelerare il conflitto e renderlo più impersonale, abbassando la soglia per ricorrere alla violenza, trasformando la difesa in previsione delle minacce e riducendo così le vittime a dati.” Mentre il Vaticano considera questa una minaccia emergente, gli analisti della difesa osservano che questo cambiamento si è già verificato in Medio Oriente. A Gaza, l’esercito israeliano ha integrato sistemi di generazione di obiettivi basati sull’IA, noti con nomi in codice come “The Gospel” e “Lavender”, per accelerare gli attacchi con i droni e i bombardamenti di artiglieria. Questi sistemi elaborano enormi set di dati per classificare gli individui come obiettivi molto più rapidamente di quanto le squadre di intelligence umana possano verificarli. I risultati corrispondono all’avvertimento del Papa riguardo al “conflitto impersonale”. Quando le operazioni militari si basano sulla previsione automatizzata delle minacce, i quartieri civili vengono riclassificati come pacchetti di obiettivi basati sui dati, abbassando la soglia morale per i danni collaterali accettabili. Pertanto, l’enciclica non sta prevedendo una crisi tecnologica; sta descrivendo uno status quo già in atto a Gaza e in Libano. Decostruire il perno della “guerra giusta” Per oltre 1.500 anni, la Chiesa Cattolica ha utilizzato la teoria della “guerra giusta”, introdotta da figure come Sant’Agostino e Tommaso d’Aquino, per valutare la moralità dell’azione militare. Il quadro consentiva alle nazioni di fare la guerra secondo parametri rigorosi, tra cui la legittima difesa, la retta intenzione e la proporzionalità. In Magnifica Humanitas, il Vaticano abbandona ufficialmente questa dottrina. Il Papa sostiene che i moderni sistemi d’arma, le capacità informatiche e gli strumenti di precisione basati sull’intelligenza artificiale agiscono troppo rapidamente e causano un danno sistemico troppo grande per poter essere mai considerati proporzionati o “giusti”. Questo cambiamento teologico sfida direttamente la Realpolitik che governa il Medio Oriente. Israele e i suoi alleati occidentali, in particolare gli Stati Uniti, difendono costantemente il genocidio a Gaza e l’aggressione in Libano utilizzando il linguaggio della legittima autodifesa e della risposta proporzionata. Dichiarando morta la “guerra giusta”, il Papa sta smantellando le difese etiche utilizzate dagli stati moderni per giustificare conflitti protratti. Egli attacca esplicitamente il “falso realismo” dei leader che sostengono che l’aumento delle spese militari e la deterrenza automatizzata siano le uniche vie verso la stabilità. Inoltre, questa posizione crea una netta frattura interna all’interno dello stesso cristianesimo globale. Mentre il Vaticano si sta orientando verso un pacifismo assoluto smantellando il quadro della “guerra giusta”, potenti fazioni protestanti, in particolare le organizzazioni evangeliche americane e sioniste cristiane, utilizzano attivamente gli argomenti della guerra giusta per difendere lo status quo regionale.  Ad esempio, i sondaggi e le dichiarazioni politiche di gruppi come Christians United for Israel (CUFI) e la Southern Baptist Convention descrivono costantemente le azioni militari di Israele come un esercizio moralmente obbligatorio di legittima difesa. Per questi gruppi, il conflitto è spesso visto attraverso una lente escatologica e civilizzatrice, che giustifica l’uso di una forza decisiva e altamente tecnologica contro gli avversari regionali.  Dichiarando morta la “guerra giusta”, Papa Leone XIV non sta solo combattendo una battaglia diplomatica con gli stati laici; sta affrontando direttamente un’opposizione teologica radicata e altamente organizzata all’interno della destra religiosa occidentale. Il collo di bottiglia della realpolitik tra Washington e il Vaticano La sfida strutturale al mandato del Papa non è solo un disallineamento ideologico con il Medio Oriente; è una conseguenza diretta del rapporto della Santa Sede con le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti. Mentre la Magnifica Humanitas posiziona la Chiesa come arbitro morale indipendente, la diplomazia vaticana non opera nel vuoto. Gli Stati Uniti sono il principale garante geopolitico dell’ordine internazionale su cui fa affidamento la Santa Sede, nonché il principale fornitore sia delle armi fisiche che della tecnologia algoritmica di generazione di obiettivi utilizzata in Medio Oriente. Puntando esplicitamente alla “competizione militare” dell’industria tecnologica e richiedendo una rigorosa supervisione pubblica, Leone XIV pone la Chiesa in rotta di collisione diretta con le priorità strategiche di Washington. Il Vaticano ha recentemente invitato i leader tecnologici occidentali, tra cui il co-fondatore di Anthropic Chris Olah, ad aiutarlo a presentare l’enciclica. Ciò evidenzia il tentativo del Vaticano di esercitare il soft power direttamente sugli architetti tecnologici. Tuttavia, il settore della tecnologia della difesa della Silicon Valley è profondamente integrato con il Pentagono. Interrompere la catena di approvvigionamento o i quadri algoritmici utilizzati dagli alleati occidentali richiede di confrontarsi con i dipartimenti statali che li finanziano, non solo con i dirigenti che li progettano. La fine della neutralità Storicamente, la diplomazia vaticana ha privilegiato una rigorosa neutralità per preservare il proprio status di mediatore dietro le quinte. In Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV brucia quel copione.  Introducendo il contro-principio secondo cui «ci sono conflitti in cui è ingiusto rimanere neutrali», il Papa sta dispiegando tutto il peso morale della Chiesa come avversario attivo della violenza statale moderna. Questo suona come un intervento diretto nella crisi mediorientale. Se la Chiesa applica questo mandato a Gaza e al Libano, la tradizionale posizione di cauta mediazione viene sostituita da un attacco istituzionale e senza mezzi termini agli attori che alimentano il conflitto. Andando oltre i vaghi appelli alla pace, il rifiuto della neutralità da parte del Vaticano impone una condanna esplicita e strutturale dello sfollamento di civili sponsorizzato dallo stato durante il genocidio di Israele a Gaza e la brutale aggressione in Libano. Per definizione, dichiarare la neutralità “ingiusta” in determinate circostanze significa che il Papa identifica le operazioni militari iper-tecnologizzate di Israele e dei suoi sostenitori occidentali come il motore principale dell’ingiustizia. Questa posizione sabota deliberatamente i rapporti del Vaticano con Washington e le capitali europee. Il Papa sta di fatto affermando che rimanere in silenzio o “equilibrati” di fronte a una guerra asimmetrica e algoritmica rende la Chiesa complice. Trasforma la Santa Sede da un osservatore cauto in una forza globale dirompente che sfida apertamente l’architettura di difesa occidentale, che finanzia e rifornisce queste catene di uccisione automatizzate. Dalla diagnosi all’applicazione pratica Magnifica Humanitas dimostra che la Chiesa cattolica è intellettualmente pronta ad analizzare i meccanismi della guerra moderna. Il Vaticano ha diagnosticato con successo come i sistemi automatizzati riducano le vite umane a punti dati per ottimizzare la distruzione. Tuttavia, una valutazione obiettiva richiede di considerare l’impatto piuttosto che l’intenzione.  Il bilancio della difesa degli Stati Uniti e gli algoritmi di selezione degli obiettivi israeliani operano secondo la logica del potere, del profitto, del colonialismo e della sopravvivenza dello stato, non secondo le encicliche. Per affrontare efficacemente queste questioni, la Chiesa non può fare affidamento esclusivamente su dichiarazioni teologiche. Deve usare il suo soft power in modo aggressivo per fare pressione sulle capitali occidentali, smantellare le giustificazioni morali dei produttori di armi e utilizzare la sua vasta rete globale per proteggere i rifugiati e gli sfollati che il Papa definisce la “prova del nove” della giustizia moderna.  Senza quell’applicazione pratica, Magnifica Humanitas rischia di diventare un’elegante nota a piè di pagina in una regione governata dalla forza bruta. Romana Rubeo è una scrittrice italiana e caporedattrice di The Palestine Chronicle. I suoi articoli sono apparsi su numerosi giornali online e riviste accademiche. Ha conseguito un master in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzione audiovisiva e giornalistica. https://www.palestinechronicle.com/unjust-to-remain-neutral-on-popes-algorithmic-peace-and-middle-easts-real-wars Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 29, 2026
Assopace Palestina
L’Iran e la trappola delle guerre infinite
di Lawrence D. Freedman,  Foreign Affairs, 27 maggio 2026.   Nel tentativo di evitare un pantano, l’America si è ritrovata in un vicolo cieco. Un missile Tomahawk statunitense in una località non specificata, marzo 2026. Foto della Marina Militare degli Stati Uniti Per anni, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rimproverato i suoi predecessori per aver fatto precipitare il paese in “guerre infinite” in Medio Oriente. La sua guerra contro l’Iran potrebbe non durare per sempre, ma ora sta trovando molto difficile districare gli Stati Uniti da un conflitto che ha buoni motivi per rimpiangere di aver iniziato. Durante il fine settimana, Trump ha insistito sul fatto che un accordo per porre fine alla guerra con l’Iran e riaprire lo Stretto di Hormuz fosse “in gran parte negoziato” e quasi concluso. Anche funzionari iraniani hanno suggerito di essere vicini a concordare un memorandum d’intesa con gli Stati Uniti che avrebbe cessato i combattimenti su tutti i fronti e revocato il blocco navale statunitense. I termini di questo nuovo accordo, tuttavia, non erano chiari e sembrava che le due parti rimanessero distanti su questioni importanti, tra cui probabilmente la disponibilità dell’Iran a fare concessioni immediate sul suo programma nucleare. Quell’incertezza si è ora trasformata in dubbio. Il 25 maggio, le forze statunitensi hanno colpito obiettivi nel sud dell’Iran, spingendo il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane a promettere ritorsioni, con i futuri negoziati e l’apparente cessate il fuoco ora in bilico. La guerra di Trump contro l’Iran ha fatto riaffiorare i fantasmi inquietanti degli interventi del passato. Durante le audizioni al Congresso alla fine di aprile, il deputato democratico statunitense John Garamendi ha definito la guerra una “palude” e un “disastro politico ed economico a tutti i livelli”. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha risposto in modo aggressivo, deridendo l’idea che una missione di due mesi fosse una palude, prima di accusare Garamendi di essere disfattista e di «fornire propaganda ai nostri nemici». Forse «palude» non era la metafora migliore. È spesso associata alla guerra del Vietnam, in cui le truppe statunitensi rimasero impantanate per anni. L’Iran non assomiglierà nemmeno a una delle “guerre infinite” che seguirono le invasioni statunitensi dell’Afghanistan nel 2001 e dell’Iraq nel 2003. Infatti, proprio perché i leader americani ora temono tali pantani, sono riluttanti a inviare forze di terra significative in situazioni in cui potrebbero rimanere bloccate. Nel conflitto attuale con l’Iran, invece, gli Stati Uniti fanno affidamento su missili, potenza aerea e sistemi d’arma potenziati dall’intelligenza artificiale. Combattere in questo modo, tuttavia, significa che l’uso della forza militare può essere solo coercitivo, esercitando pressione sul nemico nella speranza che alla fine si conformi alle richieste statunitensi. Gli Stati Uniti non possono semplicemente prendere ciò che vogliono, come fecero quando marciarono su Baghdad e rovesciarono il governo di Saddam Hussein. La frustrazione dell’amministrazione Trump oggi è che il regime iraniano si rifiuta ancora di obbedire – come ulteriormente dimostrato dall’ultimo ciclo di negoziati – e non è chiaro come Teheran possa essere costretta a cedere. Le vanterie di Hegseth non potevano nascondere il fatto che gli obiettivi principali dell’Operazione Epic Fury – in particolare, il cambio di regime e l’eliminazione del programma nucleare iraniano – non sono stati raggiunti. E con la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, la situazione generale è peggiore di quanto non fosse prima dell’inizio dell’operazione. La mossa di Trump potrebbe non rivelarsi una guerra lunga, ma ha già fallito come guerra breve. L’Operazione Epic Fury non ha prodotto il tipo di vittoria rivendicata dai suoi leader. A questo proposito, presenta alcune delle caratteristiche delle guerre di cui ho parlato in un saggio su Foreign Affairs lo scorso anno, in cui mettevo in guardia contro la “fallacia della guerra breve”: la convinzione che i vantaggi militari e tecnologici consentano a uno stato di sconfiggere un nemico con la rapidità, la direzione e la spietatezza di un attacco iniziale. Le grandi potenze, osservavo, “tendono a presumere che la loro significativa superiorità militare travolgerà rapidamente gli avversari”. Dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 alla massiccia campagna statunitense-israeliana contro l’Iran di quest’anno, questa strategia presuppone che agire rapidamente con una forza tremenda renderà inoffensivi gli avversari e porterà a un rapido successo sul campo di battaglia. L’intelligenza artificiale rende questa possibilità ancora più allettante, poiché promette di consentire un processo decisionale e un’esecuzione ancora più rapidi in guerra. Ma, come la Russia ha scoperto in Ucraina, le guerre spesso non finiscono così facilmente. Il conflitto con l’Iran dimostra che Washington è caduta nella trappola dell’errore della guerra breve, concentrandosi eccessivamente sulla potenza dei propri mezzi e perdendo di vista come raggiungere i propri fini. VICOLO CIECO In una conferenza stampa dell’8 aprile, mentre entrava in vigore il cessate il fuoco, Hegseth ha affermato che «l’Iran ha implorato questo cessate il fuoco» e che «l’Operazione Epic Fury è stata una vittoria storica e schiacciante sul campo di battaglia». Ma evidentemente non è stato così. L’Iran non si è comportato come se fosse stato sconfitto, ma come se avesse usato la guerra per rafforzare la propria posizione. Allo stato attuale delle cose, a quasi due mesi di distanza, l’operazione non è riuscita a raggiungere i suoi obiettivi politici dichiarati, e non è nemmeno chiaro come la ripresa delle operazioni militari, che i funzionari statunitensi avevano minacciato in diverse occasioni nelle settimane precedenti il lancio degli attacchi del 25 maggio, migliorerebbe la situazione. Anziché crollare, il regime iraniano si è rafforzato, poiché gli estremisti del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche hanno sfruttato la guerra per consolidare il loro controllo sul paese. Lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo vitale attraverso cui transita gran parte del petrolio mondiale, è ora di fatto chiuso. L’unica cosa che impedisce all’Iran di sfruttare appieno lo stretto è un controblocco americano delle navi che utilizzano i porti iraniani, il che ha contribuito ad aumentare la tensione sull’economia globale. Tralasciando il fatto imbarazzante che Trump aveva affermato che gli attacchi contro gli impianti di arricchimento iraniani nel giugno 2025 avessero “annientato” il programma nucleare iraniano, ora sostiene che il danno economico causato da questa guerra sia un prezzo che vale la pena pagare per negare all’Iran un’arma nucleare. Che il popolo americano sia d’accordo o meno, il problema di Trump è che non si trova in una posizione migliore per raggiungere questo obiettivo rispetto a prima della guerra, quando apparentemente erano in corso discussioni serie sui limiti alla capacità di arricchimento dell’uranio dell’Iran. Certo, nemmeno l’Iran si trova in una posizione ottimale. Il fatto che il regime abbia dimostrato resilienza non dovrebbe portare a una percezione esagerata del suo potere contrattuale. L’economia del paese è un disastro totale, i bisogni primari della popolazione riescono a malapena a essere soddisfatti e il regime riesce a mantenere il potere solo attraverso una crudele repressione. L’emergenza bellica ha aiutato il regime a consolidare la sua presa sul paese, ma ha dovuto incassare molti colpi e rimane impopolare. I suoi giorni potrebbero essere contati, anche se il suo crollo definitivo richiederà anni, non mesi. Il problema per Trump è che più a lungo si protrae l’impasse, più l’opinione pubblica americana (per non parlare del resto del mondo) sentirà le conseguenze inflazionistiche della chiusura dello stretto. Trump vuole voltare pagina, ma per farlo ha un disperato bisogno di alcune concessioni a breve termine da parte dell’Iran per giustificare il fatto di aver lanciato questa guerra. Teheran non è incline a offrire tali concessioni; dopotutto, questa lotta è esistenziale per loro, non per gli americani. Ciò significa che i negoziati tra Washington e Teheran saranno determinati meno dall’equilibrio di potere militare e più dalla misura in cui le parti belligeranti possono sopportare forme molto diverse di sofferenza economica. Questo calcolo non promette nulla di buono per gli Stati Uniti. Il conflitto con l’Iran probabilmente non sarà una guerra senza fine del tipo che tormenta i politici statunitensi, semplicemente perché non ha ancora coinvolto un numero significativo di soldati americani sul campo. Ma nell’ipotizzare che la sua potenza di fuoco e le sue capacità tecnologiche superiori avrebbero garantito una rapida vittoria (ed evitato di ripetere i pantani del passato), Washington si è ritrovata in un vicolo cieco. Ha ceduto all’errore della guerra breve e ora si trova in una posizione scomoda di sua stessa creazione. UN CATALOGO DI DISTRUZIONE La progettazione e l’esecuzione di Epic Fury confermano fino a che punto il Pentagono fosse convinto che la pura potenza avrebbe garantito agli Stati Uniti una rapida vittoria. Nel descrivere la campagna, Hegseth e il generale Dan Caine, presidente del Joint Chiefs of Staff, hanno ripetutamente citato il numero di obiettivi che gli americani hanno colpito e la velocità con cui lo hanno fatto. Parlando il 9 aprile, Caine ha elencato la portata dei risultati americani: 13.000 obiettivi colpiti, l’80% delle difese aeree iraniane distrutte, 450 depositi di missili balistici e 800 depositi di droni d’attacco a senso unico colpiti, e più di 2.000 “nodi di comando e controllo” distrutti. Alla stessa conferenza stampa, Hegseth ha parlato come se questo elenco di distruzione descrivesse un trionfo. E forse lo sarebbe stato se tutto ciò che ci si aspettava dall’operazione fosse stato l’indebolimento delle capacità militari dell’Iran, nonché l’eliminazione di molti livelli della leadership politica iraniana. Ma l’amministrazione Trump voleva chiaramente molto di più. L’Iran si era preparato all’assalto statunitense-israeliano. Il regime potrebbe essere stato sorpreso dalla portata degli attacchi mirati contro i leader iraniani, ma aveva già predisposto piani di successione. Ha disattivato Internet e le sue forze di repressione erano pronte ad affrontare qualsiasi iraniano tentato di scendere in piazza per fomentare un’insurrezione. I comandanti militari iraniani hanno ricevuto l’ordine di aprire il fuoco non solo contro Israele, ma anche contro gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo e di rendere lo Stretto di Hormuz troppo pericoloso per la navigazione commerciale. L’Iran potrebbe non aver distrutto tanti obiettivi quanti gli Stati Uniti e Israele, ma in termini di scopo politico, la strategia iraniana ha funzionato bene quanto quella americana. Il regime ha continuato a funzionare, è stato in grado di continuare a lanciare missili e ha creato una crisi economica internazionale. Poiché gli americani non volevano un pantano – e quindi non avrebbero mai inviato un gran numero di truppe di terra per garantire il rovesciamento del regime – la risposta dell’Iran è stata sufficiente per assicurarsi una situazione di stallo militare con due avversari più potenti. L’amministrazione Trump ha faticato a cogliere la logica politica di una situazione in cui un Iran malconcio non vedeva ancora la necessità, per usare le parole di Trump, di «darsi per vinto». Almeno nel breve termine, l’Iran può negoziare alle proprie condizioni. La sua principale vulnerabilità risiede nei suoi problemi economici cronici e nella sua popolazione scontenta. TATTICA BRILLANTE, STRATEGIA FALLIMENTARE Il grande potere militare induce chi lo detiene a credere di poter porre fine ai conflitti facilmente e a proprio vantaggio, ma ciò accade raramente. La cosiddetta operazione militare speciale della Russia per soggiogare l’Ucraina lo ha dimostrato chiaramente. Per gli Stati Uniti, c’è un’ulteriore lezione. La loro pianificazione militare è stata orientata a disorientare i nemici con operazioni complesse e ad alto ritmo, colpendo numerosi obiettivi con grande rapidità. L’intelligenza artificiale ha potenziato questo approccio, consentendo alle forze armate di ridurre il tempo che intercorre tra l’individuazione di un obiettivo e la sua eliminazione e consentendo di colpire numerosi obiettivi contemporaneamente. Ma l’enfasi sulla velocità e sulla distruzione ha oscurato un altro elemento importante in qualsiasi strategia militare: come garantire le conseguenze politiche desiderate di qualsiasi azione. L’amministrazione Trump ha commesso il classico errore di sottovalutare un avversario. I funzionari statunitensi hanno dato per scontato che l’Iran non sarebbe stato in grado di far fronte agli attacchi iniziali. Non hanno riflettuto su cosa sarebbe potuto accadere se il regime non si fosse arreso immediatamente, né hanno considerato appieno la gamma di opzioni a disposizione dell’Iran per causare problemi agli Stati Uniti e ai loro alleati. Certo, la risposta dell’Iran agli attacchi molto più limitati del giugno 2025 era stata prudente e cauta. Il Pentagono ha commesso l’errore di pensare che il regime iraniano sarebbe stato altrettanto timido anche quando la sua stessa esistenza fosse stata minacciata. Generazioni di pianificatori militari statunitensi sapevano che, se messo alle strette, l’Iran avrebbe cercato di chiudere lo Stretto di Hormuz. Il presidente era tuttavia convinto che l’eventuale chiusura dello stretto non sarebbe stata un problema perché la guerra sarebbe finita rapidamente. In questo modo, la brillantezza tattica americana non è riuscita a garantire il successo strategico. A volte, un’operazione rapida può raggiungere tutto ciò che si desidera. Il raid statunitense a Caracas per rapire il presidente venezuelano Nicolás Maduro, a gennaio, ha almeno allineato i mezzi a fini limitati. Ma ciò è molto più difficile da ottenere quando gli obiettivi sono più ambiziosi. Il pensiero militare americano ha sancito l’idea che colpire con forza e rapidità porterà inevitabilmente alla sconfitta e alla capitolazione del nemico. Tale convinzione è stata solo rafforzata dall’intelligenza artificiale. Ma l’evidenza delle guerre recenti invita alla cautela. La riluttanza a utilizzare le forze di terra, specialmente contro un avversario di rilievo, significa che anche un nemico malconcio può resistere e sarà in grado di trovare il modo di reagire. E se gli attacchi iniziali non dovessero andare a buon fine, le opzioni di ripiego saranno insoddisfacenti. Potrebbero non portare a una guerra senza fine, ma richiederanno la negoziazione di una via d’uscita con l’avversario, esigendo compromessi scomodi e impedendo allo stato più potente di dettare le condizioni. La lezione dell’Ucraina e dell’Iran è che qualsiasi leader a cui venga offerto un piano per una vittoria facile e rapida dovrebbe prima chiedere: «Come puoi esserne così sicuro?», e poi: «Cosa succede se ti sbagli?». Lawrence D. Freedman è professore emerito di studi bellici al King’s College di Londra. È autore di On Strategists and Strategy: Collected Essays 2014–2024 e coautore del Substack Comment Is Freed. https://www.foreignaffairs.com/united-states/iran-and-forever-war-trap?utm_medium=special_send&utm_source=special_send&utm_campaign=EDIT_Iran%20Special%20Send_052726_A%20Dead%20End%20in%20Iran?& utm_content=20260527&utm_term=A Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 28, 2026
Assopace Palestina
Che si potesse sopravvivere fuori da Gaza era una menzogna
di Abubaker Abed,  Palestine Deep Dive, 26 maggio 2026.   A un anno dalla mia partenza da Gaza in cerca di sopravvivenza e libertà, sto ora cercando di sopravvivere a un’occupazione mentale e a una morte emotiva. Abubaker Abed a Dublino, Irlanda. Sdraiato con il mio corpo tremante e fragile su un materasso fatiscente sotto la mia coperta blu preferita nella stanza degli ospiti di casa nostra, ho videochiamato il mio amico Abdul-Ruhman Ismail per salutarlo e creare alcuni ricordi finali prima di mettere piede fuori da Gaza per la prima volta nella mia vita. Era inconsolabile. Dietro la sua faccia allegra si nascondeva un oceano di dolore e perdita: era la prima volta che ci saremmo separati in oltre 12 anni. «Ci vediamo tra un’ora e mezza alla rotatoria [a Deir al-Balah], da dove partirò. Per ora, passerò un po’ di tempo con la mia famiglia e preparerò le mie cose», gli ho detto prima di riagganciare. Mia madre è venuta a sedersi accanto a me, cercando di alleggerire il peso della separazione. Il suo viso era pallido; i suoi occhi bruciavano di tristezza e angoscia. Non era più la stessa madre che avevo conosciuto per tutta la vita. Le ho stretto forte la mano e le ho detto, con la voce strozzata dal dolore: «Me ne vado perché voglio vederti al sicuro e felice per sempre. Non voglio più metterti in pericolo. Starò bene e ti prometto che ci rivedremo prima di quanto immaginiamo. Ti prego, non versare una lacrima perché, se lo fai, io resterò». Lei ha risposto, con uno sguardo afflitto: «Che tu possa trovare pace e gioia nel tuo imminente viaggio». Pochi minuti dopo, i rumori delle esplosioni sono risuonati tra le chiamate alla preghiera dell’alba. Mi sono fermato alla finestra, respirando la brezza dell’alba contaminata dalla polvere da sparo. Sapevo che quella sarebbe stata l’ultima volta per un po’ che avrei sentito quei brutti suoni di morte a Gaza. Il tempo stringeva. Mia madre mi esortava a sbrigarmi e a prepararmi. Ho preso le mie quattro penne, il mio taccuino da giornalista, due cambi di vestiti e i miei documenti personali e li ho infilati a forza nella mia borsa da viaggio. Ci era permesso portare solo una piccola borsa, anche se avrei voluto portare molto di più. Sentivo che gli oggetti di casa avrebbero potuto attenuare l’impatto di questo esilio imposto. Ma l’occupazione voleva che fossimo spogliati di tutto. L’addio Mi sono vestito, ho recitato le preghiere dell’alba e ho scattato foto con ogni membro della mia famiglia e di ogni stanza della nostra casa. Non avevo idea di cosa sarebbe successo dopo, ma continuavo a sperare. La mia casa era pervasa da un silenzio opprimente prima che ci salutassimo per l’ultima volta, ma speriamo non per sempre. La paura che potessi essere arrestato dall’occupazione ci attanagliava il cuore mentre abbracciavo tutti con forza. Un taxi che avevamo prenotato con giorni di anticipo aspettava fuori per portarmi al punto di raccolta in centro. Mio padre, i miei due fratelli e i miei due amici Khalid e Ismail sono venuti con me. Ho guardato a lungo e intensamente la mia casa, il mio quartiere, gli ulivi e le palme. Volevo che quelle immagini restassero impresse nella mia mente. Ho sussurrato a me stesso: «Tornerò. Lo farò sicuramente». Mia madre è scesa a piedi nudi, con il velo che le ricadeva appena sulla testa e gli occhi pieni di lacrime. L’ho guardata e le ho ribadito la mia promessa: «Tornerò. Ci vedremo tra poco. Voglio che tu sorrida, mamma». Ma dubito che abbia potuto cogliere il mio tentativo di sorriso con i suoi occhi pieni di lacrime che scrutavano attraverso i finestrini incrinati dell’auto. Abbiamo incontrato Ismail al punto di raccolta e abbiamo scattato altre foto. Ci siamo scambiati risate e sorrisi mentre cercavamo di alleggerire l’atmosfera e negare l’enormità di ciò che stava accadendo. Poi sono salito sull’autobus che mi avrebbe portato fuori da Gaza per la prima volta nei miei 22 anni. Abbiamo attraversato la Palestina storica; era la prima volta che vedevo con i miei occhi la mia patria occupata e profanata, fino al valico di frontiera di Karm Abu-Salem, controllato da Israele, al confine con la Giordania. Lì ho trascorso la notte con altri palestinesi di Gaza, per lo più studenti, a cui era stata data la mia stessa opportunità di sfuggire al genocidio. Il giorno dopo ho preso un aereo per la Turchia dove ho fatto scalo prima di arrivare alla mia destinazione finale, Dublino, in Irlanda. Era il 18 aprile 2025. Adattamento forzato Il genocidio era ancora in corso in quel momento. Avevo vissuto l’intero orrore fin dall’inizio – e a un certo punto avevo smesso di sentirmi sano di mente. L’unico momento in cui mi sono sentito me stesso è stato per un breve istante quando è stato annunciato il cessate il fuoco dell’ottobre 2025. Ma il processo di adattamento all’Irlanda non è stato facile. In realtà, adattarmi alla mia nuova vita è stato assolutamente tortuoso. Parlare sempre una lingua straniera, incontrare e cercare di entrare in contatto con nuove persone e sforzarmi di comprendere una cultura nuova e aliena hanno esaurito le mie energie emotive. In tempi normali, sarebbe stato emozionante, ma con il peso del mio cervello segnato dal trauma e le paure di ciò che poteva accadere alla mia famiglia e ai miei amici ancora a Gaza, è stata una vera e propria lotta, per usare un eufemismo. In realtà, la mia mente e la mia anima non hanno mai lasciato Gaza. È stato solo il mio corpo fisico a trasferirsi. All’inizio c’è stato un breve momento in cui mi sono sentito come se fossi stato portato dall’inferno al paradiso, ma l’euforia iniziale si è rapidamente dissipata. Una cosa che mi ha permesso di andare avanti in tutto questo è stata la consapevolezza che dovevo continuare a difendere la mia patria e amplificare le voci del mio popolo, nonostante gli innumerevoli ostacoli. Sentivo questa responsabilità gravare su di me e non c’era tempo per riposare. Ma, nonostante mi sia buttato a capofitto nel lavoro e mi sia immerso nel movimento filopalestinese in Irlanda, mi sento ancora sempre un estraneo. Per molti versi lo sono. Sono lontano dalla mia famiglia e sto affrontando una vita totalmente nuova e diversa. Allo stesso tempo, la mia missione è dimostrare a persone del mio stesso sangue e della mia stessa pelle che il mio popolo merita di vivere come loro, con dignità e diritti fondamentali. Questa missione non mi è mai sembrata normale – e, ovviamente, non dovrebbe esserlo. Camminando per le strade di Dublino, fermandomi lungo le anse del fiume Liffey, ammirando lo splendido panorama della città, nulla di tutto ciò mi ha commosso o distolto dal genocidio in corso contro il mio popolo. Cercavo di rubare un momento di gioia o felicità, ma il mio cuore era spento. L’emozione predominante era, ed è, l’intorpidimento. Quello che ho visto a Gaza sembra avermi congelato il sangue nelle vene. Ma ciò che mi faceva più male era osservare le persone intorno a me. Non riuscivo a comprendere come gli amici potessero camminare e ridere per strada, bevendo una Coca-Cola, mentre decine di migliaia di persone venivano uccise a Gaza. Non riuscivo a capire come la gente potesse andare da McDonald’s a godersi un pasto mentre i bambini morivano di fame nella mia città natale, o come gli studenti universitari potessero tornare a casa felici dopo le lezioni mentre tutte le università della Striscia erano ridotte in macerie. Come facevano tutti a continuare a vivere come se nulla stesse accadendo? Mi chiedevo: “Come e perché le persone possono fare questo? Tutte le proteste per la Palestina che si vedono in TV e sui social media sono solo una facciata? E se, Dio non voglia, uno dei loro cari fosse ucciso o ferito? Sarebbero in grado di continuare a vivere in questo modo?” Vita aliena Non riuscivo a rispondere a queste domande, ma ero determinato a capire. Man mano che il mio impegno a favore di Gaza si intensificava, intervenivo alle grandi marce per la Palestina a Dublino e alle conferenze di solidarietà in diverse città irlandesi. Ho persino visitato il Regno Unito e la Grecia, tenendo vari discorsi online a persone di ogni provenienza, compresi americani e canadesi. Gaza è dentro di me – e non posso fare a meno di paragonare il mondo esterno a casa mia. A Dublino, ogni mattina, le strade sono inondate di gente che si stropiccia gli occhi per scacciare il sonno e si precipita al lavoro. Ci sono autobus e treni che trasportano gli studenti alle università e alle scuole, e gabbiani che stridono sorvolando le acque. Non ho mai visto un anziano o un’anziana portare oggetti pesanti e qualcuno che venisse in loro aiuto. Nessuno in auto si è mai fermato per darmi un passaggio mentre stavo annegando sotto un acquazzone. Raramente ho visto giovani prendersi cura dei propri genitori o accompagnarli. Non ho nemmeno visto genitori giocare con i propri figli o passare abbastanza tempo con loro. Tutti sono invece impegnati con i loro telefoni. Qui gli anziani sono come foglie d’autunno, fragili e delicati. Gli adulti sono criceti in una ruota. I giovani sono sfruttati come robot. Bambini cresciuti davanti agli schermi. Tutti sembrano impegnati a sopravvivere, ma non a vivere. Tutto ciò che vedevo era un favore o un servizio in cambio di denaro. Nulla è gratuito. Queste scene mi hanno spezzato il cuore e mi hanno aperto gli occhi sulle catene imposte dal capitalismo, che trasforma le persone in macchine individualiste e materialiste. Mi sono reso conto che le persone in Occidente sono fisicamente libere ma mentalmente oppresse. Non riescono a pensare ad altro che alla sopravvivenza e a guadagnare più soldi. La vera sopravvivenza L’idea di “sopravvivenza” che mi ero immaginato a Gaza era incompleta. Nessuno mi aveva detto come le persone debbano lavorare dieci ore al giorno per sopravvivere, come debbano passare anni a ripagare i propri debiti, come siano intrappolate in una schiavitù invisibile, o come vengano trascinate in prigione per aver criticato Israele o per aver espresso la loro opinione. A Gaza, ho sempre detto quello che pensavo: ho criticato aspramente i miei assassini e i loro complici e ho sostenuto il diritto del mio popolo all’autodifesa e i combattenti della resistenza ogni volta che ne avevo l’occasione. Non ci ho mai pensato due volte, nonostante i bombardamenti costanti sopra la mia testa. Fuori da Gaza, mi è stato detto non una o due volte, ma innumerevoli volte, cosa dovessi dire o come dovessi comportarmi. Nella Gaza pre-genocidio, nonostante il blocco paralizzante, un giorno di lavoro poteva sfamare me e la mia famiglia per l’intero mese, l’assistenza sanitaria era gratuita negli ospedali e le persone si fermavano volontariamente per aiutarmi in ogni momento senza nemmeno che glielo chiedessi. Questo non perché le risorse fossero abbondanti, ma perché crediamo nella comunità e ci consideriamo un tutt’uno. Durante il genocidio, sentivo i barbari che mi parlavano dei meriti della “civiltà” e i tiranni che mi insegnavano la cosiddetta “democrazia”. Il mondo è capovolto. Le nazioni che sostengono di rappresentare la democrazia e la civiltà si rendono responsabili di atti di orribile terrorismo e barbarie, compreso il genocidio, mentre le nazioni considerate incivili sono quelle che difendono questi ideali. Controllo silenzioso Fuori da Gaza, i miei post sono monitorati. Le mie parole sono sorvegliate. A casa, non temevo la morte per aver detto la verità. Ma fuori da Gaza, devo scegliere con cura le mie parole e curare attentamente i miei post. “Non puoi dire questo”; “Scegli bene le parole quando parlerai mercoledì”; e “Non menzionare mai il genocidio nella conversazione”. Ricordo ancora questi diversi suggerimenti che ho ricevuto prima di parlare a eventi in tutto l’Occidente. Alcuni eventi non sono stati nemmeno filmati o pubblicizzati nel caso avessi detto qualcosa di ritenuto troppo “rischioso”. Altri sono stati cancellati. Avrei dovuto recarmi negli Stati Uniti nell’agosto dello scorso anno, ma sono stato inserito in una lista di sorveglianza dall’amministrazione Trump ed etichettato come giornalista “sostenitore del terrorismo”, quindi ho dovuto annullare il viaggio. Tutto questo perché ho sostenuto un diritto sancito a livello internazionale: il diritto di resistere a un’occupazione illegale. Ma è davvero questa la democrazia di cui mi parlavano? Non mi è stato ripetutamente detto che Gaza era un cimitero per la libertà di parola e che doveva essere liberata dalla “tirannia” di Hamas? Niente di tutto questo ha senso. È stata un’esperienza surreale vedere il governo britannico rinchiudere anziani e disabili per aver esposto cartelli contro un genocidio, per poi leggere di centinaia di persone ammanettate e deportate dagli Stati Uniti a causa di alcuni vecchi post. In Germania, ho visto agenti di polizia maltrattare e umiliare delle donne. Questo era l’Occidente “libero”. L’Occidente “civilizzato” che dona miliardi di dollari a Israele affinché continui il suo genocidio a Gaza e l’omicidio di massa di civili innocenti in tutta la regione. Non le chiamo più “democrazie” perché ciò che hanno fatto ricorda piuttosto le dittature autoritarie del passato. Trovo inoltre sorprendente che non ci sia un solo governo occidentale che non sostenga Israele finanziariamente o militarmente. È sbalorditivo che, sebbene ogni paese presenti uno spettro politico diversificato e un’ampia gamma di opinioni, non siano mai in disaccordo sul sostegno a Israele. I partiti Democratico e Repubblicano negli Stati Uniti possono litigare tra loro sull’assistenza sanitaria gratuita e sui diritti LGBTQ+, ma mai su Israele. I politici laburisti e riformisti si sono urlati contro senza sosta in occasione delle recenti elezioni, ma non per fermare la vendita di armi a Israele. C’è un segreto qui che nessuno può contestare: le elezioni di queste nazioni sono una farsa ingannevole in cui gli elettori hanno diritti farseschi di votare in elezioni in cui vincono sempre le stesse persone, indipendentemente da chi venga votato al potere. Guerra interiore Ogni viaggio che ho intrapreso è stato estenuante e faticoso. L’aerofobia è sempre presente. Un senso di terrore e trauma mi assale ogni volta che vedo un aereo. Mi ricordano gli aerei da guerra che hanno spazzato via intere famiglie, tra cui quella di mio cugino e di mia zia – e hanno raso al suolo il mio quartiere. Ogni volta che incontravo persone nuove, il mio cuore diventava più vulnerabile e la mia mente più affaticata. Il mio cuore batte ancora a casa. La mia testa pensa solo alla mia famiglia. Un minuto di notizie alla radio è sempre stato in grado di distruggere tutto. L’ansia costante che questo produce è insormontabile. Come posso sentirmi anche solo un po’ sano di mente quando partecipo alle preghiere nelle moschee di Dublino e Londra e non si fa alcun riferimento a Gaza? Come posso credere che esista una ummah musulmana quando bevono, mangiano e si divertono mentre un’intera popolazione viene massacrata e rinchiusa come animali? E cosa posso dire delle migliaia di palestinesi della diaspora che condividevano sui social media immagini dei loro viaggi e del cibo che avevano gustato mentre la gente veniva massacrata facendo la fila per il cibo nei centri di distribuzione della GHF a Gaza? Le contraddizioni, la separazione tra due mondi, entrambi pur sempre umani, mi stanno facendo impazzire. Più fondamentalmente, mi fanno chiedere se ci sia ancora qualche speranza per l’umanità. Notti infinite A giorni alterni, gli incubi mi svegliano di soprassalto — visioni di bombardamenti, di essere ucciso, di mangiare di nuovo cibo per animali e di perdere le persone che amo. Stringo i denti ogni volta che guardo il telegiornale. A volte piango, e piango per ore. Il mio cuore sembra un vaso in frantumi, pieno di emozioni contrastanti. Mi sento in colpa ogni volta che qualcuno viene ucciso o ferito a Gaza. Provo una paura costante per la mia famiglia. Mi vergogno quando bevo acqua pura e mangio del buon cibo. Provo nostalgia di casa ogni volta che cammino all’aperto o ammiro la bellezza della natura. Provo rimorso e rabbia per aver preso la straziante decisione di lasciare la mia famiglia. I miei genitori mi mancano profondamente. Più di ogni altra cosa, voglio stare di nuovo con loro. Questo senso di nostalgia mi ha accompagnato per tutto l’anno. Nulla in questa vita estenuante e superficiale – intrisa di paura, traumi e lavoro disumanizzante – ha mai alleviato il mio dolore. La promessa di libertà e sopravvivenza è un miraggio che svanisce sempre quando cerco di afferrarlo. Sono stato emotivamente morto, il che mi ha devastato anche fisicamente. La sopravvivenza non è mai solo fisica. Anche la libertà non è solo una condizione fisica. È anche mentale. A Gaza, la morte mi pioveva addosso, ma mi sentivo un vero sopravvissuto: la mia mente non era stata colonizzata. In esilio, ora sto lottando più di ogni altra cosa per la dignità e la libertà della mia mente. Abubaker Abed è un corrispondente di guerra occasionale di Deir al-Balah, a Gaza. È stato catapultato in una zona di guerra attiva per documentare il genocidio. È un giornalista e commentatore di calcio. https://mail.google.com/mail/u/0/?shva=1#inbox/WhctKLcDxlPBRPgllNHdFnFTXdrDzPXLfLXmgksjrXshHmbTmSswMWBFxnnJWwGNnKwSVHl Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 27, 2026
Assopace Palestina
Israele intensifica l’offensiva terrestre in Libano mentre Netanyahu promette un’escalation
di Yaniv Kubovich,  Haaretz, 26 maggio 2026.   Il Ministero della Salute libanese ha dichiarato che nell’ultimo giorno 28 persone sono state uccise negli attacchi israeliani, mentre gli ospedali segnalano il proseguimento delle operazioni di soccorso in tutto il sud e nella Valle della Beqaa. L’IDF ha affermato che sta intervenendo contro «un crescente fenomeno di attacchi con droni esplosivi», mentre continuano gli scontri a fuoco transfrontalieri. Truppe dell’IDF nel sud del Libano, questo mese. Crediti: Unità del portavoce dell’IDF Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha affermato che Israele sta “intensificando” la sua operazione in Libano mentre l’esercito ha esteso l’attività di terra oltre una zona cuscinetto autodichiarata nel sud del Libano, e le sue forze operano per conquistare il controllo delle aree e contrastare gli attacchi con droni esplosivi di Hezbollah in un contesto di intensificazione dei combattimenti transfrontalieri. L’esercito israeliano ha esteso le sue operazioni di terra nel sud del Libano oltre una linea di demarcazione che Israele ha stabilito diversi chilometri all’interno del territorio libanese dopo il cessate il fuoco del 16 aprile con Hezbollah, ha dichiarato martedì l’IDF. La linea, distinta dalla “Linea Blu” tracciata dall’ONU che ha segnato il confine tra il Libano e Israele dopo il ritiro di Israele nel 2000, delimita una proposta zona cuscinetto che si estende da 5 a 10 km (da 3 a 6 miglia) nel sud del Libano, dove le truppe israeliane continuano a operare in decine di villaggi in gran parte abbandonati. I funzionari dell’IDF hanno affermato che l’espansione delle operazioni mira a rimuovere la minaccia dei droni di Hezbollah, aggiungendo che l’esercito lavora intensamente per trovare soluzioni alla minaccia rappresentata dai droni esplosivi e sta attualmente tentando di contrastarli utilizzando reti e munizioni speciali. I funzionari hanno tuttavia riconosciuto che al momento non esiste una soluzione completa. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato lunedì che Israele intensificherà gli attacchi contro Hezbollah, mentre un funzionario statunitense ha affermato che il gruppo sostenuto dall’Iran ha ignorato gli avvertimenti di cessare gli attacchi che rischiano di compromettere i negoziati per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. L’esercito ha inoltre dichiarato di aver colpito negli ultimi giorni circa 150 obiettivi, tra cui più di 90 depositi di armi, in risposta al lancio di droni da parte di Hezbollah. Ventidue soldati israeliani sono stati uccisi dall’inizio dell’attuale ciclo di combattimenti in Libano. La maggior parte delle truppe uccise da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco ad aprile è stata colpita da droni esplosivi. Durante tutta la giornata sono proseguiti gli scontri a fuoco tra l’IDF e Hezbollah. Nel giro di circa due ore, nella Galilea occidentale sono stati emessi tre allarmi che segnalavano una sospetta infiltrazione di droni. L’IDF ha dichiarato che un drone esplosivo lanciato da Hezbollah verso le forze israeliane è esploso in Israele vicino al confine libanese. L’esercito ha affermato che il drone è esploso in un’area militare piuttosto che in una comunità civile e che non ci sono state vittime. Successivamente, l’IDF ha dichiarato che un altro drone esplosivo è caduto in Israele vicino al confine. Allo stesso tempo, l’IDF ha ordinato a tutti i residenti della città di Nabatieh, a nord del fiume Zahrani in Libano, di evacuare le loro case. È la prima volta che l’esercito ordina l’evacuazione della città da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco il 16 aprile. L’IDF ha inoltre dichiarato di aver colpito durante la notte più di 100 obiettivi di Hezbollah nella Valle della Beqaa e nel sud del Libano, tra cui depositi di armi, posti di osservazione e centri di comando. Nel frattempo, il Ministero della Salute libanese ha dichiarato che 28 persone sono state uccise e 204 ferite negli attacchi israeliani in tutto il paese nelle ultime 24 ore. Secondo il ministero, 3.213 persone sono state uccise dall’inizio dell’attuale ciclo di combattimenti. Il ministero ha inoltre affermato che 11 delle vittime sono morte in un attacco israeliano di domenica nella Valle della Beqaa, tra cui due ragazze e una donna, aggiungendo che le operazioni di sgombero delle macerie sono ancora in corso. Inoltre, il ministero ha dichiarato che un paramedico è stato ucciso e altri due feriti in un attacco alla città di Srifa, nel distretto di Tiro. Martedì mattina sono entrate in vigore restrizioni più severe sugli assembramenti, imposte dall’IDF alle comunità lungo il confine libanese e nell’area del Monte Meron. Le nuove linee guida, introdotte nel contesto dei preparativi per un’escalation degli attacchi israeliani in Libano, consentono assembramenti fino a 50 persone all’aperto e fino a 200 al chiuso. Anche le riserve naturali della zona saranno chiuse in base alle nuove restrizioni. L’IDF ha dichiarato di aver schierato un battaglione di artiglieria nel nord di Israele per rafforzare le difese delle comunità vicine al confine. https://www.haaretz.com/middle-east-news/lebanonnews/ 2026-05-26/ty-article/.premium/israel-expands-lebanon-ground-offensive-beyond-self-declared-buffer-zone/0000019e-64b5-da7d-a1bf-fcb5d8970000? utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=haaretz-today&utm_content=2228311328 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 27, 2026
Assopace Palestina
Dal giallo all’arancione: come Israele sta espandendo la sua occupazione di Gaza nonostante il “cessate il fuoco”
di Palestine will be free,  Palestine will be free Substack, 26 maggio 2026.   L’occupazione israeliana si estende ora a circa il 65% dell’enclave assediata, con i palestinesi sopravvissuti costretti a vivere in spazi sempre più ristretti, in condizioni squallide e infestate dai ratti. Dall’inizio del presunto “cessate il fuoco” nell’ottobre dello scorso anno, gli israeliani hanno silenziosamente esteso e consolidato la loro occupazione della Striscia di Gaza. Quando Trump ha dichiarato l’inizio della tregua il 10 ottobre, gli israeliani occupavano circa il 53% di Gaza. Da allora, si sono spinti più a ovest per usurpare un altro 11% del territorio palestinese, definendo il nuovo confine come la “linea arancione”. Di conseguenza, i sopravvissuti al genocidio palestinese vivono ora in condizioni precarie in appena il 35% del loro territorio originario, con la minaccia di bombardamenti, fuoco dei cecchini e bande sostenute da Israele che incombono costantemente su di loro. Le loro difficoltà sono ulteriormente aggravate dal rigido assedio israeliano che ha fatto sì che solo una frazione dei 600 camion giornalieri di aiuti e carburante concordati sia autorizzata a entrare nell’enclave. Netanyahu si è recentemente vantato della barbarie sfrenata che il suo esercito terroristico ha inflitto alla Striscia di Gaza per oltre due anni e mezzo. “Negli ultimi due anni abbiamo mostrato al mondo intero quali forze potenti sono insite nel nostro popolo, nel nostro stato, nel nostro esercito, nel nostro patrimonio”, ha detto Netanyahu il 14 maggio durante un evento in commemorazione della Giornata di Gerusalemme, che segna l’occupazione ebraica di Gerusalemme del 1967. Ha inoltre lodato le sue truppe genocidarie per aver occupato il 60% della Striscia di Gaza, insinuando che si approprieranno di altro territorio palestinese. «Abbiamo riportato a casa tutti i nostri ostaggi, fino all’ultimo», ha detto Netanyahu. «C’era chi diceva: andatevene, andatevene! Non ce ne siamo andati. Oggi controlliamo il 60%; domani vedremo». In effetti, le mappe pubblicate da Israele a marzo mostravano che il paese stava spingendo la cosiddetta linea gialla più a ovest per occupare un ulteriore 11% della Striscia di Gaza, oltre al 53% occupato nell’ottobre 2025. «Le aree isolano quasi i due terzi del territorio di Gaza in totale», ha riportato Reuters ad aprile. La “Linea gialla” e la “Linea arancione” all’interno dei confini di Gaza con Israele e con l’Egitto (linea nera). L’occupazione israeliana si estende ora a circa il 65% dell’enclave assediata, con i palestinesi sopravvissuti costretti a vivere in spazi sempre più ristretti in condizioni squallide e infestate dai ratti, inadatte all’abitazione umana. «Vogliono stipare il maggior numero possibile di palestinesi nella zona più piccola possibile per cacciarli via, data l’assenza di qualsiasi vitalità o sostenibilità in ciò che resta di Gaza», ha dichiarato a The New Arab Jad Isaac, direttore generale dell’Applied Research Institute-Jerusalem, un think tank palestinese indipendente nella Cisgiordania occupata. Mentre gli israeliani continuano ad espandere l’occupazione di Gaza, stanno anche uccidendo i palestinesi assediati con totale impunità. Hanno massacrato oltre 800 palestinesi e ne hanno feriti altre migliaia dall’inizio del “cessate il fuoco”, in attacchi incessanti che ormai attirano a malapena l’attenzione dei media. Abdel Jabbar Saeed, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha dichiarato a The New Arab che Hamas non entrerà nella seconda fase dei negoziati di “cessate il fuoco” a meno che Israele non adempia ai propri obblighi previsti dalla prima fase, che includono l’ingresso degli aiuti, il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, l’ingresso di un comitato tecnocratico palestinese per amministrare l’enclave e la cessazione degli attacchi contro civili e funzionari. «Per noi, deve finire, e ci deve essere un ritiro che non si fermi alla cosiddetta “linea gialla”. Pertanto, rifiutiamo categoricamente l’espansione verso la cosiddetta “linea arancione”», ha detto Saeed. «Insistiamo su questa posizione e non accettiamo in nessun caso una politica che ci imponga un fatto compiuto». Youssef Mousa, un funzionario della Jihad Islamica con sede in Libano, ha affermato che il movimento considera la “linea arancione” come un tentativo israeliano di “imporre nuove realtà”. “Queste misure sul campo fanno parte degli sforzi israeliani per creare cinture di sicurezza che rafforzino il suo controllo e i suoi movimenti militari, mentre, politicamente, riflettono un tentativo di fare pressione sulla resistenza e imporre nuove realtà che servano ai suoi obiettivi in qualsiasi accordo o negoziazione futura”, ha detto Mousa a The New Arab. Le linee israeliane che si insinuano nel territorio palestinese fanno parte del modus operandi di lunga data dello stato ebraico, attraverso il quale cerca di annettere terre arabe negli stati confinanti, dal Libano alla Siria. L’esercito israeliano, responsabile di genocidio, ha istituito quasi tre dozzine di avamposti lungo la “linea gialla” e sta erigendo una “barriera a più livelli”, secondo quanto riportato dalla stampa israeliana. I funzionari israeliani hanno chiarito che non intendono lasciare Gaza. Lo scorso dicembre, il ministro della guerra Israel Katz ha affermato che Israele «non lascerà mai Gaza» e ha parlato di piani per trasformare gli avamposti militari israeliani in insediamenti riservati agli ebrei. Anche il capo dell’esercito israeliano Eyal Zamir ha dichiarato che la «linea gialla» funge da «nuova linea di confine». L’espansione delle linee gialle e arancioni è solo l’ultima manifestazione della strategia di lunga data di Israele: impadronirsi della terra araba attraverso una forza militare schiacciante e fabbricare una nuova “realtà” sul campo, con la certezza che le istituzioni internazionali sono impotenti a fermarla. A Gaza, questa strategia si sta concretizzando tra genocidio, fame e sfollamenti di massa, mentre i palestinesi sopravvissuti vengono ammassati in appezzamenti di terra devastata sempre più ristretti e i funzionari israeliani parlano apertamente di un’occupazione permanente e di insediamenti riservati esclusivamente agli ebrei. https://palestinewillbefree.substack.com/p/from-yellow-to-orange-israel-expands-occupation-of-gaza-despite-ceasefire?utm_source=post-email-title&publication_id=2027620&post_id=199234792& utm_campaign=email-post-title&isFreemail=true&r=2xiwfl&triedRedirect=true&utm_medium=email Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 26, 2026
Assopace Palestina
Firenze, 30 maggio: Giornata per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi
Un’intera giornata dedicata: inizio a Firenze per terminare con una cena a Impruneta. È IMPORTANTE PARTECIPARE! Iniziativa e pranzo popolare di raccolta fondi con Arab Barghouti, figlio di Marwan! Marwan Barghouti è una delle figure più rappresentative della resistenza palestinese. È stato rapito 24 anni fa dall’IDF in territorio palestinese. Pochi giorni fa sono arrivate notizie gravissime sul suo stato di detenzione. Oggi, secondo B’Tselem, sono 10.914 i palestinesi prigionieri nei centri di detenzione e interrogazione israeliani o nelle prigioni israeliane, in condizioni degradanti e inumane. Sabato 30 maggio avremo con noi Arab Barghouti, figlio di Marwan, e sarà l’occasione per poter sapere direttamente dalla sua voce quale sia la situazione in Palestina e quali azioni possiamo portare avanti per la liberazione dei prigionieri palestinesi. Programma per tutta la giornata di sabato 30 maggio: – 9:30 arrivo al Nelson Mandela Forum, Firenze – 10:00 introduzione di Sara Lucaroni – 10:10 intervento Regione Toscana – 10:20 intervento Comune Firenze – 10:30 intervento Rete Enti Locali per i Diritti del Popolo Palestinese (in rappresentanza di             31 Comuni) con conferimento riconoscimento e adesione alla Campagna – 10:45 Conferimento di 6 cittadinanze onorarie a Marwan Barghouti (i comuni che hanno dato             o daranno entro il 30 maggio la cittadinanza onoraria sono: Pontedera, Calcinaia,             Vicchio, Calenzano, Impruneta, Campi Bisenzio) – 11:15 intervento di Luisa Morgantini – 11:30 intervento di Arab Barghouti – 12:30: Pranzo popolare di raccolta fondi             Prenotazione obbligatoria al 392 0689259. Offerta minima: 20€. Tutto il ricavato andrà             a sostenere la Campagna Internazionale per la Liberazione di Marwan Barghouti e di             tutti i prigionieri palestinesi – 16:30/17 partenza per Impruneta – 18 iniziativa a Impruneta – 20 cena a Impruneta L’iniziativa è promossa dalla Campagna per la Liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi, dalla Rete degli Enti Locali per i diritti del popolo palestinese e dal Nelson Mandela Forum.
May 25, 2026
Assopace Palestina
«Perché non muori e basta?»
di Nasser Abu Srour,  Tradotto dall’arabo da Luke Leafgren,  Equator, 20 maggio 2026.     Sopravvivere alla tortura e alla brutalità nelle prigioni israeliane Ragazzo con kefiah, Gaza (1994). Tutte le immagini provengono dalla serie “Palestine” (1993-95) di Elkoury Mi sono svegliato con la notizia dell’ultima ora il 7 ottobre 2023. La televisione nella nostra cella mostrava le immagini degli attacchi di Hamas e dei combattimenti intorno a Gaza. Abbiamo guardato per un’ora prima che il cavo venisse tagliato e lo schermo diventasse blu. Quelle sono state le prime e ultime immagini che ho visto della guerra. In men che non si dica, le guardie hanno fatto irruzione nel nostro blocco armate di fucili, cosa che non avevano mai fatto prima: prima di allora, le armi da fuoco erano tenute fuori dagli edifici della prigione. Ci hanno legato con forza mani e piedi e poi ci hanno scortati nel cortile. Quando siamo tornati nelle nostre celle, le abbiamo trovate così vuote che le nostre voci riecheggiavano. Tutti i nostri effetti personali erano spariti: vestiti e biancheria da letto, utensili da cucina e prodotti per la pulizia, specchi e rasoi. I nostri spazzolini da denti erano stati sostituiti con altri più piccoli, lunghi circa cinque centimetri. Le tende alle finestre erano state rimosse, esponendoci all’aria fredda e, col tempo, alla pioggia. A ciascuno di noi erano state lasciate due camicie, una sola coperta e un set di posate di plastica. Erano state confiscate persino le sedie a rotelle; da quel momento in poi, i detenuti disabili avrebbero dovuto essere trasportati ovunque. «Siamo in stato di guerra». L’annuncio ci è stato comunicato dalle autorità carcerarie israeliane il 7 ottobre. Nel corso di quella prima settimana, il nostro responsabile di blocco è passato di cella in cella per leggere ad alta voce il regolamento di guerra. Furono introdotte nuove restrizioni: ai detenuti era vietato parlare ad alta voce all’interno delle proprie celle; parlare con i detenuti delle celle vicine; pregare ad alta voce o in gruppo; avvicinarsi a meno di un metro e mezzo dalla porta della propria cella. I nostri privilegi interni furono drasticamente ridotti: il tempo a disposizione nel cortile fu ridotto da sei ore a 10 minuti al giorno; l’acqua calda fu limitata a 45 minuti al giorno; le visite dei familiari furono sospese a tempo indeterminato; l’ambulatorio medico e la biblioteca erano off-limits. Forse l’aspetto più significativo è che la fornitura di elettricità fu ridotta a sei ore al giorno, secondo un programma a rotazione. Alcuni giorni era disponibile da mezzogiorno alle 18:00; altri, dalle 18:00 a mezzanotte; alla fine si è optato per l’orario dalle 14:00 alle 20:00. Per trentuno anni avevo sopportato una routine estenuante, seppur immutabile, in varie carceri israeliane. Ogni giorno sembrava una ripetizione di quello precedente, indipendentemente dal luogo in cui mi trovavo. Ora, tutto era cambiato radicalmente. Non era più possibile prevedere cosa potesse accadere. Ogni ora portava con sé mille possibilità, tutte negative. Il nuovo regime poteva essere stato imposto da Itamar Ben-Gvir, il ministro della sicurezza nazionale. Ma anche le autorità carcerarie agivano di propria iniziativa. La loro trasformazione era più scioccante – e forse più determinante. Prima della guerra, guardie e detenuti avevano convissuto – se non in modo amichevole, almeno senza ricorrere alla violenza. Questo equilibrio era il risultato di decenni di mobilitazione. Di fronte alle ripetute proteste e agli scioperi della fame, il Servizio Penitenziario Israeliano aveva concesso alcune agevolazioni – visite dei familiari, attività sportive al mattino, corsi a distanza, una mensa – se non altro per semplificare il proprio lavoro. Si potrebbe descrivere il nostro accordo come “calma in cambio di calma”. Io stesso ero in buoni rapporti con alcune guardie. Tutta quella storia fu dimenticata da un giorno all’altro. Ogni senso di familiarità tra noi svanì. I nostri carcerieri smisero di rivolgerci la parola, se non per impartire ordini a voce alta. Le espressioni umane scomparvero dai loro volti, che divennero freddi e impassibili. Era come se avessero indossato volti nuovi. Quando chiesi a una guardia, un uomo druso, perché i suoi colleghi si comportassero in modo strano, mi rispose: «Fate come vi diciamo! D’ora in poi, non chiederemo più scusa! Basta con la pietà!» Un tempo le guardie si limitavano a sorvegliare i detenuti e a riferire le informazioni al caposquadra. Ora invece avevano preso loro stessi l’iniziativa. Una sera, per punirci perché pregavamo ad alta voce, una guardia ci ha semplicemente tagliato la corrente nella cella. Per quanto riguarda il caposquadra, ci era proibito guardarlo e dovevamo tenere la testa bassa durante le conversazioni. Il direttore del carcere si era trasformato in un dio, onnipresente eppure invisibile. Se l’indifferenza era angosciante, la violenza era terrificante. A tre mesi dall’inizio della guerra, la scritta «guardia» fu strappata dalla parte anteriore delle uniformi e sostituita con «guerriero» – a grandi lettere. Questa nuova identità ebbe un effetto immediato; i guerrieri si comportavano come se fossero stati assegnati a missioni letali in prima linea. Ci aggredivano per la minima infrazione, reale o immaginaria che fosse. Ci colpivano ovunque – alla testa, alle gambe, al petto, al viso – e ci aggredivano con ogni mezzo: bastoni, manganelli, gas lacrimogeni, scariche elettriche, proiettili di gomma e munizioni vere. A volte irrompevano nelle celle, picchiavano i detenuti, li legavano con catene – e poi li trascinavano nel cortile della prigione per picchiarli di nuovo. Spesso erano accompagnati da un cane enorme che attaccava i detenuti incatenati e lasciava ferite sanguinanti sui loro corpi (come è successo a me più volte). Una volta una guardia aprì la grata della mia cella e mi intimò di consegnare la radio che avevo nascosto. Gli dissi la verità: non avevo nessuna radio. Quando mi ripeté l’ordine, io ripetei la mia risposta, forse a voce più alta. Mi chiamò nuovamente alla grata e mi spruzzò dello spray al peperoncino in faccia. Non c’era alcuna logica che collegasse l’errore alla punizione. Persino i più astuti tra noi non riuscivano a interpretare queste nuove pratiche. Qualsiasi richiesta di spiegazioni portava solo a un’ulteriore dose di violenza. Spezzandoci il corpo, le autorità carcerarie hanno spezzato anche il nostro spirito. Attraverso il nuovo regime di violenza continua e punizioni arbitrarie, ci hanno instillato una paura opprimente e paralizzante. Concentrati esclusivamente sulla nostra sopravvivenza, ci siamo isolati gli uni dagli altri, un gruppo di individui a pezzi che erano vivi solo dal punto di vista biologico. Ci hanno inoltre tagliati fuori completamente dal mondo esterno: niente televisione né giornali. Era come se vivessimo su un’isola remota. Il tempo non scorreva, ma si accumulava, si addensava, fino a trasformarsi in una massa pesante che schiacciava i nostri corpi sotto il suo peso. Sebbene seguissimo a tratti le notizie tramite alcune radio nascoste, non riuscivamo a cogliere la portata e l’orrore del genocidio. Cominciammo a comprenderlo solo una mattina, a sei mesi dall’inizio della guerra, quando le guardie carcerarie di ogni blocco appesero un grande striscione, lungo forse cinque metri e mezzo, con l’immagine della Striscia di Gaza, bruciata e rasa al suolo. Sopra l’immagine erano stampate le parole «La Nuova Gaza». 2. Il carcere di Ofer sorge sul sito di un ex campo militare, a circa mezz’ora di macchina da Ramallah. I suoi 15 blocchi ospitavano circa 700 detenuti quando è scoppiata la guerra. Dio solo sa a quanto ammonti quel numero adesso. Gli arresti di massa sono iniziati quasi immediatamente e non si sono mai interrotti. All’inizio eravamo in sette in una cella; alla fine siamo diventati 14. Dormivamo a turno sul pavimento. Uno dei nuovi detenuti era mio cugino, Mohammad Raafat Abu Srour. Mentre partecipava a una manifestazione civile contro la guerra a Betlemme, è stato colpito al ginocchio da un soldato dell’IDF. Quella sera, i suoi amici lo hanno portato in ospedale, dove è stato sottoposto a un intervento chirurgico. Dopo essere stato dimesso tre giorni dopo, è tornato a casa. La polizia lo arrestò quella stessa notte e lo mandò a Ofer, dove finì nel mio blocco. Anche se non riusciva a reggersi su i due piedi, non gli fornirono le stampelle. Per settimane saltellò ovunque su un piede solo, avvolto nelle bende. Impotente, lo guardavo attraversare il corridoio in quel modo. Mohammad non ha ricevuto praticamente alcuna assistenza medica, nemmeno per il cambio delle medicazioni. Lo sentivamo spesso gridare aiuto. «Per favore, fate qualcosa», gridava. «Il dolore è terribile, è insopportabile». Una volta, un paramedico è entrato nella sua cella e gli ha detto: «Stai zitto. Puoi morire. Perché non muori e basta?» Altri prigionieri feriti e malati hanno sofferto allo stesso modo. Le autorità hanno annullato tutti gli interventi chirurgici che erano stati programmati prima della guerra, anche per coloro che necessitavano di un intervento d’urgenza. Hanno inoltre negato le medicine a chiunque si ammalasse di una nuova patologia (anche se, fortunatamente, ho continuato a ricevere le mie pillole per il colesterolo). Un detenuto si ammalò a tal punto da non riuscire più a camminare, né tantomeno ad alzarsi dal letto. Quando le guardie gli intimarono di presentarsi per l’ora d’aria, i suoi compagni di cella lo trasportarono fuori avvolto in una coperta e lo adagiarono a terra. Una guardia particolarmente crudele gli ordinò di camminare, nonostante le suppliche degli altri detenuti. L’uomo riuscì in qualche modo a rimettersi in piedi, barcollò per un minuto o due, poi crollò a terra. Morì nel giro di una settimana. Anche i prigionieri in buona salute si ammalarono ben presto a causa del cibo. Prima della guerra, avevamo una dieta che si avvicinava a quella equilibrata. Ci servivano tre pasti al giorno, con proteine (pesce o carne), carboidrati (riso o pane) e frutta. Non era sufficiente, ma compensavamo la carenza cucinando da soli sulle piastre elettriche. Ogni mese le nostre famiglie potevano inviarci fino a 1.200 shekel, che spendevamo in una mensa che vendeva generi alimentari di prima necessità, cioccolatini e bibite. Ora la mensa era chiusa e i nostri pasti erano stati ridotti a un livello tale da impedirci a malapena di morire di fame. Il menù giornaliero era misero e immutabile: piccole quantità di marmellata e pane a colazione; riso e labneh a pranzo e a cena. Niente pesce, carne o frutta. Da bere: tè senza zucchero, un vero anatema per gli arabi. Ogni cella designava una persona incaricata di dividere la porzione di marmellata in 14 parti: un compito estremamente stressante. Tredici paia di occhi erano puntati su di lui, per assicurarsi che non commettesse alcuna ingiustizia nei confronti di nessuno. Il riso, almeno, veniva distribuito individualmente, in quantità minime, sufficienti forse a riempire una tazza da tè di carta. Spesso era sporchissimo. Ho visto detenuti rimuovere gli escrementi degli uccelli prima di mangiare il resto. Bird and Boy, Rahat (1994) La fame divenne parte del mio essere. Non smettevo mai di avere fame. Il mio peso alla fine scese a 52 chilogrammi; con un pugno si sarebbero potute spezzare le mie ossa. Non solo per il mio corpo, ma temevo anche per la mia sanità mentale. Prima della guerra conducevo una vita culturale molto ricca. A ogni prigioniero era consentito ricevere due libri al mese dall’esterno. In questo modo avevamo messo insieme una piccola biblioteca; leggevo sempre: narrativa, storia, filosofia, in arabo e in inglese. Ho conseguito una laurea in letteratura e un master in scienze politiche. Avevo persino scritto un intero libro in carcere, registrando la mia voce con un telefono introdotto di nascosto. Quando fu pubblicato nel 2022, le autorità carcerarie ne furono contrariate, ma non mi punirono. Da un giorno all’altro, mi è stato portato via tutto. Niente libri da leggere, niente carta e penna con cui scrivere. Non avendo altro da fare, ho iniziato a camminare avanti e indietro nello spazio tra i letti della nostra cella. Ho compiuto questi “giri” per otto ore, a volte dieci, a volte persino dodici. Mi passava per la mente una variante della battuta di quel film hollywoodiano: “Cammina, Nasser, cammina!” Alla fine, i miei compagni di cella hanno compreso il merito di questa pratica e l’hanno adottata a loro volta. Camminavamo a turni. Nel nostro blocco c’erano alcune radio in comune: merce di contrabbando molto ambita. Nei giorni in cui la nostra cella ne aveva una a disposizione, mi assicuravo di sintonizzarmi sulla trasmissione delle 15:30 di Radio Monte Carlo Doualiya, una stazione in lingua araba che trasmette dalla Francia, la quale a quell’ora spesso mandava in onda la voce angelica della cantante libanese Abeer Nehme. Se l’ascoltavo anche solo per tre o quattro minuti, riuscivo a entrare in contatto con l’essere umano scomparso che era in me. Erano gli unici minuti della giornata in cui mi sentivo una persona. A due anni dall’inizio della guerra, e a 33 anni dalla mia condanna all’ergastolo, fui improvvisamente rilasciato in occasione dello scambio di prigionieri dell’ottobre 2025. Avrei dovuto sentirmi euforico, ma invece mi sentivo intorpidito. Nei primi giorni della mia liberazione, cominciai a scoprire ciò che era stato fatto a Gaza. Vidi le immagini, comprese quelle di bambini morti. Sentii voci provenire da sotto le macerie delle case, di persone senza riparo nel freddo pungente. La portata della distruzione e delle uccisioni sembrava inconcepibile, eppure quella era la realtà. Seduto in una lussuosa camera d’albergo al Cairo, circondato da nuovi gadget che non sapevo come utilizzare, non riuscivo a trovare spiegazioni per lo stato del mondo che mi circondava e per tutto ciò che era accaduto durante la guerra. Tutto ciò superava le scene barbariche vissute all’interno delle prigioni e negava ogni significato alla mia libertà. Come può una persona essere libera ma in esilio, al di fuori dei confini della propria patria? Che senso può avere la liberazione nel mezzo di un genocidio? Dopo ciò che Israele ha fatto a Gaza, cos’è più difficile: la morte o la sopravvivenza? Queste domande si affiancavano a molte altre. Ho dovuto ritrovare il mio uso del linguaggio per avere una qualche possibilità di rispondere. 3. Dopo il mio arresto nel 1993, le condizioni della mia vita non sono cambiate in modo significativo. Il campo profughi in cui sono cresciuto era povero, sovraffollato e violento. Alla mia nascita, nel 1969, ho ereditato da mio padre un patrimonio sia materiale che spirituale. Il primo consisteva in una minuscola casa situata in uno spazio geografico angusto, il campo di Ayda, istituito nel 1950 tra Gerusalemme e Betlemme. Il secondo era la storia della Nakba, quando la sua famiglia fu espulsa dal proprio villaggio di Bayt Nattif e raggiunse a piedi nudi il campo, dove avrebbe poi vissuto. Insieme, questi fardelli hanno plasmato la mia coscienza e affinato il mio carattere, spingendomi a dedicarmi alle attività politiche. Come molti ragazzi del campo, da adolescente mi sono unito al Movimento di Liberazione Nazionale Palestinese (Fatah). A quel tempo ero ormai abituato alla vista dei soldati dell’occupazione israeliana che pattugliavano le nostre strade, così come alle loro azioni preferite: arrestare e uccidere palestinesi e distruggere le nostre case. I campi profughi erano molto più esposti alla violenza dell’occupazione rispetto ad altre zone della Cisgiordania e di Gaza. Le politiche coloniali di Israele ci avevano resi orfani due volte: sia della nostra patria, sia dei greenliners [quelli entro la Linea Verde, NdT] che erano rimasti nelle città israeliane. Eravamo pronti a unirci all’Intifada delle Pietre, scoppiata nel 1987. Per i giovani dei campi profughi, cresciuti conoscendo solo la sconfitta politica, fu un momento elettrizzante che segnò il nostro ingresso sulla scena politica. Lanciammo pietre contro i soldati e partecipammo a marce non violente. Israele rispose chiudendo le università, effettuando arresti di massa, demolendo altre case e uccidendo altri palestinesi. Molti dei miei amici furono martirizzati durante l’Intifada. Nel 1993 fui arrestato e dichiarato colpevole dell’omicidio di un agente dello Shin Bet; gli agenti mi strapparono una confessione con la forza. La mia detenzione è iniziata nel carcere di Khalil, noto come «il mattatoio» a causa dei metodi di tortura praticati dagli agenti dei servizi segreti – metodi di cui ho avuto esperienza diretta. Durante i quasi due mesi trascorsi nell’unità di interrogatorio, ho subito ripetutamente violente percosse, sono stato appeso al muro, incatenato per ore in posizione seduta su uno sgabello stretto, esposto al freddo estremo fino a perdere conoscenza e minacciato di stupro. Successivamente, sono stato trasferito da una prigione all’altra e spesso tenuto in isolamento. Se al momento del mio arresto le carceri erano relativamente vivibili, ciò è dovuto esclusivamente alla lunga storia di attivismo dei prigionieri palestinesi, che risale al 1967. Il carcere era un ambiente estremamente politicizzato – forse anche più dei territori occupati all’esterno. Al mio arrivo erano presenti detenuti appartenenti a più di dieci partiti – nazionalisti, comunisti e islamisti – la stragrande maggioranza dei quali proveniva da Fatah. Questa diversità di affiliazioni era mescolata negli stessi blocchi, ma suddivisa in stanze separate. Nonostante i disaccordi ideologici, tutti collaboravano per opporsi alle autorità carcerarie. Come molti detenuti, consideravo la detenzione una tappa della lotta. Ho partecipato a cinque grandi scioperi della fame, a partire dal 1995, quando più di 1.000 di noi digiunarono per 18 giorni per protestare contro gli Accordi di Oslo, che non prevedevano una soluzione significativa per i prigionieri. Lo sciopero più lungo, nel 2017, durò 41 giorni. Ero uno degli organizzatori nella prigione di Hadarim. Abbiamo chiesto alla Croce Rossa di revocare la sua decisione di ridurre il finanziamento delle visite dei familiari da due a una volta al mese – invano. Forse non abbiamo ottenuto ciò che chiedevamo sul piano politico, ma abbiamo raggiunto uno stato di dignità e di solidarietà. La nostra solidarietà era la nostra risorsa più grande – ed è per questo che le autorità l’hanno presa di mira non appena è iniziata la guerra. Qualsiasi manifestazione di azione collettiva veniva accolta da un’ondata travolgente di violenza. Se un detenuto veniva picchiato e i suoi compagni di cella cercavano di intervenire, venivano aggrediti a loro volta. (I compagni di cella si stringevano attorno al mio corpo esile quando le guardie ci picchiavano, finché la punizione non diventava troppo pesante.) Poiché il minimo rumore o gesto poteva essere interpretato come una protesta, ben presto abbiamo iniziato a rimanere in silenzio mentre le atrocità venivano commesse a portata d’orecchio o sotto i nostri occhi. La sopravvivenza è diventata la nostra unica parola d’ordine. Ogni prigioniero doveva proteggersi costantemente, in ogni modo possibile. Costretti a salvarci come individui, abbiamo perso i nostri legami collettivi. Ma c’è di peggio: ci siamo rivoltati l’uno contro l’altro. Una notte, verso le 3 del mattino, sono stato svegliato dal rumore dei passi del mio coinquilino. Ha preso le due fette di pane che avevo nascosto sotto il letto e le ha mangiate. Non ho potuto fare nulla. Essendo un ragazzo alto e robusto, avrebbe potuto facilmente sopraffarmi. 4. Stavo leggendo La cecità quando è successo il 7 ottobre. Il romanzo di José Saramago è ambientato in un manicomio sovraffollato e sporco durante un’epidemia in cui tutti perdono misteriosamente la vista. L’autore descrive come la gerarchia sociale e la brama di potere si impongano, in modo perverso, quando le persone sono stipate insieme in totale isolamento. Ho vissuto in prima persona quel processo nei mesi che seguirono. Ho visto come le persone siano state trasformate dall’estrema oppressione e dalla paura, al punto da comportarsi in modi che le rendevano irriconoscibili. Il regime bellico rendeva meccaniche tutte le nostre azioni e reazioni. Quando le guardie entravano nel blocco, rimanevamo in silenzio e immobili, agendo all’unisono ma senza coordinamento. Non appena sentivamo aprirsi la porta della nostra cella, cercavamo di trovare un posto dove nasconderci. I più fortunati, che si trovavano sui letti, si coprivano con le coperte; quelli che dormivano sul pavimento balzavano in piedi e cercavano di trovare un angolo; alcuni tentavano persino di infilarsi sotto i letti. Mangiavamo in fretta nel caso ci fosse un’ispezione improvvisa, che avrebbe potuto far finire il nostro cibo nella spazzatura. Dormivamo indossando tutti i vestiti che possedevamo, temendo che venissero confiscati durante un’ispezione a sorpresa. Le risse divennero all’ordine del giorno. Scoppiavano per futili motivi: una porzione di marmellata non distribuita correttamente, una doccia che durava più di quattro minuti (impedendo così agli altri detenuti di fare il proprio turno), una preghiera recitata ad alta voce che avrebbe potuto attirare l’ira della guardia. All’inizio cercavo di placare i litigi, poiché questi portavano inevitabilmente a punizioni collettive. Essendo uno dei detenuti più anziani e rispettati, i miei compagni di cella tendevano ad ascoltarmi. Finché un giorno ho cercato di separare fisicamente due uomini che si picchiavano in preda a una furia selvaggia. Ho incassato un pugno vagante in faccia e sono stato messo al tappeto dalla forza del colpo. Quando ho ripreso conoscenza, le mie pantofole erano strappate. Un disastro. Le pantofole erano molto preziose in carcere: senza un paio, non si può camminare nei bagni sporchi. Ho dovuto aspettare mesi prima di procurarmi un paio di ricambio, da un detenuto che stava per essere rilasciato. Il cortile era teatro di frequenti scontri. Una linea gialla era stata tracciata parallelamente alle quattro pareti, delimitando un terzo della superficie totale. Se qualcuno oltrepassava quella linea, venivano puniti tutti: venivamo rimandati nelle nostre celle oppure costretti a stare distesi con il naso premuto con forza contro il suolo. Se si girava il viso anche solo leggermente, nel tentativo di appoggiare la guancia a terra per alleviare la pressione, ne seguiva una bastonata. Dovevamo quindi muoverci nel cortile con prudenza. C’era però un detenuto – lo chiamavamo «il piantagrane» – che si rifiutava di farlo. Per tre volte ha oltrepassato deliberatamente la linea gialla. La prima volta, per fortuna, una guardia non lo ha visto; tornati nel blocco, lo abbiamo avvertito di non ripetere l’errore. La seconda volta, invece, una guardia lo ha individuato e ci ha costretti a stare sdraiati a terra per due ore. Questa volta i suoi compagni di cella gli hanno dato un severo avvertimento: «Non farlo! Verremo puniti tutti!» La terza volta è stato beccato di nuovo, ma prima che la guardia potesse intervenire, un gruppo di detenuti ha afferrato il piantagrane e ha iniziato a malmenarlo. Per questo errore, ci hanno tutti spruzzato gas lacrimogeno e poi ci hanno rimandati nelle nostre celle. Quella notte i suoi compagni di cella lo hanno picchiato senza pietà fino a farlo sanguinare. Non era possibile fare lo stesso con le decine di detenuti affetti da disturbi mentali, che semplicemente non erano in grado di comprendere la nuova situazione. Le percosse e le punizioni incessanti li turbavano a tal punto che alcuni piangevano e gridavano tutto il giorno, causando ulteriori problemi ai loro compagni di cella. * Le guardie erano tutto ciò che vedevamo e sentivamo; la loro presenza minacciosa era l’unico segno della nostra esistenza nel tempo e nello spazio. Se si allontanavano anche solo per qualche istante, perdevamo l’orientamento. Era come se scomparissimo quando non eravamo sotto il loro sguardo, come se ci evaporassimo quando non venivamo colpiti da loro. Le autorità carcerarie ci hanno privato della nostra umanità e ci hanno trattati come animali – più precisamente, come cavie da laboratorio. Eravamo semplici creature biologiche, a cui non era più permesso partecipare alla cultura umana, che avrebbe potuto rafforzare la nostra determinazione. Ci tenevano affamati, violavano il nostro sonno con ispezioni, esponevano i nostri corpi al freddo. Controllavano le nostre emozioni assicurandosi che non avessimo nulla di cui essere felici. Gestivano il nostro recupero fisico mantenendo le nostre ferite aperte e sanguinanti. Separavano la notte dal giorno confondendo i nostri ritmi circadiani. Determinavano chi viveva e chi moriva – e uccidevano ogni desiderio di vita. La televisione, Rahat (1994) Le loro ambizioni erano totalizzanti. Miravano a sorvegliarci e punirci in ogni momento, ovunque. Persino le presunte sedi della giustizia venivano trasformate in camere di tortura. Prima dei processi – che venivano trasferiti dai tribunali a una stanza adiacente alla prigione – i guerrieri dividevano i detenuti in gruppi di venti, li incatenavano mani e piedi, coprivano loro la testa con sacchi neri o bende e li legavano insieme con una manichetta antincendio bianca. Gli uomini venivano poi fatti sfilare attraverso l’edificio della prigione, tra insulti e maltrattamenti, percosse e colpi, a volte costretti a emettere versi di animali: l’abbaiare dei cani o il raglio degli asini. Al termine della loro comparizione, venivano gettati in sale d’attesa progettate per quattro persone e tenuti lì, incatenati e ammanettati, fino a quando l’ultimo uomo non fosse stato processato. Una volta al mese venivo condotto dall’avvocato, Nadia, che si stava occupando del ricorso contro la mia condanna all’ergastolo. Il tragitto dalla mia cella alla stanza in cui parlavamo era di circa 150 metri. Mi ammanettavano i polsi e le caviglie con tale forza che, una volta arrivato, inevitabilmente sanguinavo. (I segni sono ancora visibili sul mio corpo.) Per tutto il tragitto subivo percosse continue. Una volta, si sono dimenticati di smettere di picchiarmi prima di entrare nella stanza. Nadia era sconvolta. «Perché lo picchiate?», urlò. «Lascia perdere», le sussurrai non appena mi sedetti. «Non dire una parola. Ora che tu sei qui, non mi faranno nulla. Ma appena te ne sarai andata, non mi risparmieranno.» 5. Nell’aprile del 2024 fui trasferito al carcere di Ganot, una struttura più grande nel deserto del Negev, dove era scoppiata un’epidemia di scabbia. C’era almeno un malato in ogni cella. Cinque dei miei 14 compagni di cella erano stati contagiati. Ho visto la malattia divorare la carne e mettere a nudo le ossa. Se non ho contratto la scabbia, è forse solo perché, in segno di rispetto per la mia età, mi hanno permesso di occupare una cuccetta superiore e di non cambiare posto. Le autorità carcerarie hanno ignorato l’epidemia per oltre un anno, consentendole di diffondersi e mutare, finché alcuni guerrieri ne sono caduti vittime. Questo tipo di negligenza ha causato la morte di quasi 100 prigionieri palestinesi in Israele dal 7 ottobre. (Tale cifra non include i cittadini di Gaza catturati durante la guerra e uccisi in strutture di detenzione temporanea, come il campo di Sde Teiman.) Decine di prigionieri, sia uomini che donne, sono stati vittime di stupri o violenze sessuali, sebbene la stragrande maggioranza di tali crimini non sia stata denunciata, poiché le vittime temevano di essere macchiate dal disonore. Queste condizioni permangono ancora oggi nelle carceri israeliane. Sono tra i primi detenuti a poterle raccontare. Il motivo del mio rilascio rimane per me un mistero. Verso la fine del 2025, quando gli avvocati cominciarono a dirci che «qualcosa stava succedendo» – che la libertà poteva essere all’orizzonte – il mio primo istinto fu quello di negarlo per autodifesa. Ripetevo a me stesso e a chiunque volesse ascoltarmi che non mi avrebbero mai rilasciato. Non l’avevano fatto nel 2005, quando circa 500 prigionieri furono liberati nell’ambito di un accordo tra Ariel Sharon e Mahmoud Abbas. Né nel 2011, quando Hamas ne liberò il doppio in cambio di Gilad Shalit. Ai loro occhi, il mio presunto crimine era troppo grave: Israele non può tollerare la morte di un ufficiale dello Shin Bet. «Sii forte», mi dicevo. «Accetta il fatto che non andrai da nessuna parte». Maggiori sono le aspettative, maggiore è la delusione. Ero del tutto impreparato quando una guardia si presentò alla mia cella con la notizia. «Abu Srour, sta per essere rilasciato», disse. «Si prepari. Ha due minuti per raccogliere le sue cose». La mia reazione fu fiacca e meccanica. Col senno di poi, invidio i detenuti che si sono rallegrati nell’apprendere della loro libertà. Mentre raccoglievo in silenzio i miei pochi averi, i miei compagni di cella saltavano di gioia, lodavano Allah e mi baciavano sulle guance. Poi sono iniziate le suppliche: «Nasser, posso prendere le tue pantofole? Nasser, per favore, ho bisogno di un asciugamano». Sono quasi venuti alle mani per le mie camicie. Era sempre così quando un prigioniero veniva rilasciato: un altro segno di come l’istinto di sopravvivenza ci avesse trasformati. Non riuscivo ancora a liberarmi dalla sensazione che fosse tutto uno scherzo crudele. Il mio sospetto fu rafforzato dalle ultime percosse, inflitte mentre venivamo condotti verso l’autobus della prigione, che ci portò al carcere di Ktzi’ot e da lì al valico di Rafah. Mi sedetti vicino al finestrino e scostai la tendina, il che fece stridere le gomme fino a un brusco arresto. Un soldato minacciò di spararmi se ci avessi riprovato. Ci permisero di guardare fuori solo una volta raggiunto l’Egitto. «Mio Dio, c’è il cielo!» – questa è stata la prima frase che mi è sfuggita dalle labbra una volta arrivati dall’altra parte. Il paesaggio, gli alberi, gli uccelli, le auto, le case: erano tutti così grandi e mi riempivano di un tale stupore, come se non li avessi mai visti prima. Guardandomi nello specchio di grandi dimensioni che l’autista usa per tenere d’occhio i passeggeri, ho visto il mio volto per la prima volta dopo 18 mesi. Ho dovuto ricorrere a tutti e cinque i sensi per cogliere la profusione di dettagli che mi circondava. Durante i miei trent’anni di prigionia, avevo abbandonato i miei sensi, che erano come catene che mi impedivano di attribuire significati nuovi e diversi alla mia esistenza limitata. L’immaginazione divenne il sesto e più importante senso – quello che rese sopportabile il dolore della prigionia e che rese possibile l’atto di scrivere. I dettagli sensoriali che mi riportarono al mondo esterno interruppero il mio recupero del linguaggio, in un modo nuovo. Ero di nuovo incapace di attribuire un significato alla mia esistenza, al tempo e allo spazio. In una sorta di contorta ripetizione della nostra vita in prigione, venivamo trasferiti da un hotel all’altro per motivi arbitrari. Fummo cacciati dal primo, un cinque stelle al Cairo, quando un quotidiano britannico pubblicò un articolo in cui si metteva in guardia dai pericoli derivanti dall’ospitare criminali palestinesi insieme a turisti stranieri. Nel secondo, un resort nel deserto, siamo rimasti solo due settimane, prima che ci allontanassero con la scusa che presto si sarebbe svolto nelle vicinanze un torneo sportivo internazionale. In entrambe le occasioni ho sentito il bisogno di vomitare, cosa che mi capitava sempre quando venivo trasferito da una prigione all’altra. Forse era così che il mio corpo protestava contro la sua mancanza di autonomia. Ho deciso di scrivere perché nulla esiste al di fuori dei confini del linguaggio, nemmeno il genocidio. Devo scrivere del massacro a Gaza; dei suoi uomini, donne e bambini affamati; del suo mare soffocato e della sua capacità di risorgere; dell’indifferenza del mondo nei confronti di ciò che è accaduto lì e di ciò che sta ancora accadendo; di come le grandi potenze quasi non prendano nemmeno atto di questo crimine. Devo scrivere dei prigionieri palestinesi, perché contro di loro è ancora in corso una guerra; le autorità carcerarie israeliane non hanno ancora dichiarato un «cessate il fuoco». Devo scrivere per confessare il mio desiderio di smettere di chiedere scusa a Gaza e ai prigionieri palestinesi per ogni respiro che faccio, per ogni raggio di luce che mi sfiora il viso e per tutto lo spazio che mi si è aperto. È ciò che ho fatto negli ultimi sette mesi. Non ho mai smesso di chiedere scusa a Gaza e ai prigionieri palestinesi per la mia sopravvivenza. Nasser Abu Srour è stato detenuto nelle carceri israeliane dal 1993 al 2026. The Tale of a Wall è stato scritto in arabo in carcere e pubblicato in inglese nel 2024. Luke Leafgren è vicedirettore dell’Harvard College. Ha iniziato a tradurre romanzi arabi nel 2010 e la sua decima traduzione sarà pubblicata nel 2026. https://www.equator.org/articles/why-don-t-you-just-die-srour?utm_source=brevo&utm_medium=email&utm_campaign=Email+blast+18-+210526 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 24, 2026
Assopace Palestina
Un tempo co-pilota di Trump contro l’Iran, Netanyahu è ora un semplice passeggero
diDavid M. Halbfinger e Ronen Bergman,  The New York Times, 23 maggio 2026.     Sebbene partner nella guerra, Israele è stato in gran parte escluso dai colloqui di pace, una battuta d’arresto umiliante per il suo primo ministro che comporta rischi significativi per il paese. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu con il presidente Trump a Mar-a-Lago a dicembre. Crediti: Tierney L. Cross/The New York Times Alla vigilia dell’attacco del 28 febbraio contro l’Iran, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non solo era nella Situation Room con il presidente Trump, ma guidava la discussione, prevedendo che un attacco congiunto tra Stati Uniti e Israele avrebbe potuto benissimo portare alla fine della Repubblica Islamica. Solo poche settimane dopo, quando quelle rassicurazioni ottimistiche si sono rivelate inaccurate, il quadro era nettamente diverso. Israele è stato così completamente messo da parte dall’amministrazione Trump, hanno affermato due funzionari della difesa israeliani, che i suoi leader sono stati quasi del tutto esclusi dai colloqui di tregua tra gli Stati Uniti e l’Iran. Privati delle informazioni provenienti dal loro alleato più stretto, gli israeliani sono stati costretti a raccogliere ciò che potevano sui botta e risposta tra Washington e Teheran attraverso i loro contatti con leader e diplomatici nella regione, nonché attraverso la propria attività di sorveglianza dall’interno del regime iraniano, hanno affermato i due funzionari. Come altri intervistati per questo articolo, hanno parlato a condizione di rimanere anonimi per discutere di questioni delicate. L’esilio dalla cabina di pilotaggio alla classe economica ha conseguenze potenzialmente significative per Israele, e in particolare per il primo ministro, che quest’anno deve affrontare una difficile battaglia per la rielezione. Netanyahu si è a lungo presentato agli elettori israeliani come una sorta di “sussurratore di Trump”, unico nel suo genere nel riuscire a ottenere e mantenere il sostegno del presidente. In un discorso televisivo all’inizio della guerra, si è presentato come un pari del presidente, assicurando agli israeliani che parlava con Trump “quasi ogni giorno”, scambiando idee e consigli, “e decidendo insieme”. Aveva condotto Israele in guerra a febbraio con la grande visione di raggiungere un obiettivo che perseguiva da decenni: fermare una volta per tutte la corsa dell’Iran alle armi nucleari. Quando la guerra è iniziata con una sorprendente decapitazione di gran parte del governo di Teheran, sembrava che un sogno ancora più grandioso potesse avverarsi: il rovesciamento del regime. Un edificio danneggiato da un attacco a Teheran ad aprile. Crediti: Arash Khamooshi/Polaris per il New York Times Ma molti nella cerchia ristretta di Trump avevano sempre considerato assurda l’idea di un cambio di regime. E non c’è voluto molto prima che le priorità americane e israeliane cominciassero a divergere maggiormente, specialmente dopo che l’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz, facendo impennare i prezzi del petrolio e costringendo Trump ad accettare un cessate il fuoco. Lungi dall’essere sconfitta, la Repubblica Islamica si è comportata come se avesse vinto la guerra, semplicemente sopravvivendovi. Israele, al contrario, ha visto sfuggirgli i suoi obiettivi principali per la guerra. Netanyahu aveva fissato tre obiettivi all’inizio della guerra: rovesciare il regime, distruggere il programma nucleare iraniano ed eliminare il suo programma missilistico. Nessuno di essi è stato realizzato. Invece di seppellire le ambizioni nucleari dell’Iran, una recente proposta americana ha chiesto una sospensione di 20 anni, o una moratoria, delle attività nucleari iraniane — e tale lasso di tempo potrebbe essersi ridotto nelle proposte successive. Ciò fa temere che un eventuale accordo possa assomigliare all’accordo nucleare del 2015 dell’amministrazione Obama, contro il quale Netanyahu si era battuto all’epoca e dal quale Trump si è ritirato tre anni dopo. Con l’amministrazione Trump che ha escluso Israele dai negoziati, l’arsenale di missili balistici dell’Iran potrebbe essere stato lasciato fuori dal tavolo delle trattative, per quanto ne sanno i funzionari israeliani. A questo proposito, qualsiasi accordo non riuscirebbe a migliorare l’intesa del 2015, che Netanyahu ha attaccato in parte perché non affrontava la questione dei missili iraniani. Sarebbe anche una sconcertante battuta d’arresto per l’opinione pubblica israeliana, per la quale la vita si è in gran parte fermata mentre la nazione veniva bombardata dai missili iraniani a marzo e aprile. Raduno davanti a un rifugio pubblico a Tel Aviv durante l’arrivo dei missili dall’Iran a marzo. Crediti: Avishag Shaar-Yashuv per il New York Times Ci sono altre preoccupazioni per Israele riguardo ai possibili contorni di un accordo tra Stati Uniti e Iran, tra cui la revoca delle sanzioni economiche contro Teheran. Ciò potrebbe equivalere a un’ancora di salvezza economica, inondando l’Iran di miliardi di dollari che potrebbe poi utilizzare per riarmarsi e aiutare le sue forze alleate, come Hezbollah, a rifornire i propri arsenali con armi da usare contro Israele. Sebbene non ci sia ancora nulla di certo sulla forma di un eventuale accordo – e qualsiasi accordo potrebbe ancora essere rinviato da una ripresa dei combattimenti – ciò che sembra chiaro è che la partnership di Israele con gli Stati Uniti ha avuto un prezzo molto alto. Un paese che per generazioni si è vantato di «difendersi da solo», e i cui leader hanno esasperato una serie di presidenti americani con la loro ostinata recalcitranza, ora non fa mistero del proprio bisogno, e della propria disponibilità, a sottomettersi alle richieste di Trump. Come ha detto il ministro della Difesa Israel Katz il 23 aprile, mentre il presidente Trump minacciava di riprendere la guerra e di bombardare l’Iran riportandolo all’«età della pietra»: «Stiamo solo aspettando il via libera dagli Stati Uniti» Quell’ammissione è stata un’umiliante marcia indietro rispetto ai primi giorni esaltanti della guerra, quando i due paesi avevano raggiunto la supremazia aerea ed erano così sicuri del successo da esortare il popolo iraniano a rovesciare il regime e a garantire il proprio futuro. All’epoca parlavano con orgoglio di aver raggiunto un livello di cooperazione senza precedenti, con le loro forze armate intrecciate in modo stretto, con ufficiali israeliani assegnati al quartier generale del Centcom a Tampa, in Florida, e ufficiali statunitensi integrati nella “Fortezza di Sion”, il cosiddetto Pit nelle profondità della Kirya, il quartier generale militare israeliano nel centro di Tel Aviv. Decisioni prese momento per momento, come quella su come rispondere ai missili iraniani in arrivo, venivano prese congiuntamente, hanno detto i funzionari. Una bandiera iraniana e bandiere di Hezbollah nel centro di Beirut durante una manifestazione di sostegno a Hezbollah ad aprile. Crediti: David Guttenfelder/The New York Times Nel giro di due settimane, è diventato chiaro che la guerra non avrebbe portato a una vittoria immediata, come aveva sperato Trump. La Casa Bianca e alcuni leader israeliani hanno accantonato le loro speranze di un cambio di regime, e Trump ha rivolto la sua attenzione alla fine dei combattimenti. Aveva considerato Netanyahu un alleato in guerra, ma non un partner stretto quando si trattava di negoziare con gli iraniani, hanno detto funzionari americani che conoscono il suo modo di pensare; infatti, considerava Netanyahu una persona che doveva essere frenata quando si trattava di risolvere i conflitti. Israele si è presto ritrovato retrocesso dallo status di partner alla pari a qualcosa di più simile a un subappaltatore dell’esercito statunitense. I servizi segreti israeliani avevano proposto di inviare combattenti curdi in Iran dall’Iraq e avevano sostenuto il piano bombardando obiettivi nel nord-ovest dell’Iran per aiutare a spianare la strada a tale invasione. Trump, dopo aver sostenuto pubblicamente l’idea, ha fatto marcia indietro due giorni dopo, il 7 marzo. «Non voglio che i curdi entrino», ha detto sull’Air Force One. «Non voglio vedere i curdi feriti o uccisi». Quello stesso fine settimana, Israele ha bombardato impianti petroliferi a Teheran e nella vicina città di Karaj. Gli americani, che avevano approvato l’operazione in anticipo, si aspettavano un attacco piccolo ma simbolico che segnalasse agli iraniani che la loro vitale industria energetica poteva essere presa di mira, secondo due funzionari israeliani. Il combustibile in fiamme ha causato enormi nuvole di fumo nero che trasportavano sostanze chimiche pericolose, che hanno aleggiato su Teheran per giorni, suscitando timori che i paesi del Golfo potessero subire ritorsioni iraniane contro le loro strutture energetiche. L’amministrazione Trump ha fatto sapere di disapprovare e di aver chiesto a Israele di smettere di colpire tali infrastrutture. Non è stata l’unica volta in cui Israele ha concordato i piani con gli Stati Uniti, solo per vedersi poi tradito dall’amministrazione Trump dopo che tali piani erano stati eseguiti. Una sequenza di eventi simile si è verificata quando Israele ha successivamente colpito il giacimento di gas naturale di South Pars e gli impianti petroliferi lungo il Golfo Persico, nel sud dell’Iran. L’obiettivo di quell’attacco del 18 marzo, anch’esso coordinato con gli Stati Uniti, era quello di spingere l’Iran ad accettare condizioni molto più vantaggiose in un eventuale cessate il fuoco. Colonne di fumo dopo che un impianto di stoccaggio del petrolio è stato preso di mira a Karaj a marzo. Crediti: Arash Khamooshi/Polaris per il New York Times Invece, Trump ha dato l’ordine di sospendere tali bombardamenti, ma non prima di una serie di dichiarazioni da capogiro. Inizialmente ha negato di essere stato informato in anticipo dell’attacco a South Pars, poi ha criticato Israele per aver “reagito con violenza” e infine ha suggerito di aver, in realtà, discusso dell’attacco in precedenza con Netanyahu, ma di averlo esortato a non portarlo a termine. Quella notte a Gerusalemme, Netanyahu si è assunto la piena responsabilità. «Fatto n. 1: Israele ha agito da solo», ha detto ai giornalisti riguardo all’attacco ad Asaluyeh e South Pars. «Fatto n. 2: il presidente Trump ci ha chiesto di sospendere i futuri attacchi e noi lo stiamo facendo». Trump ha persino fatto pressione su Israele affinché interrompesse prematuramente la sua campagna contro Hezbollah in Libano pochi giorni dopo il cessate il fuoco dell’8 aprile, costringendo Israele ad accettare restrizioni nei combattimenti con un avversario ostile proprio al suo confine. L’emarginazione è particolarmente difficile da accettare per alcuni funzionari israeliani, i quali, parlando in condizione di anonimato, hanno osservato che il paese si è volontariamente fatto carico di alcuni dei compiti più controversi della guerra. Ciò includeva l’uccisione extragiudiziale del leader di una nazione sovrana, cosa che gli Stati Uniti non hanno mai fatto apertamente. Per Netanyahu, ciò ha significato ricalibrare ripetutamente la sua retorica e persino modificare la sua descrizione degli obiettivi di guerra di Israele, in risposta alle frequenti esitazioni di Trump. Dopo aver inizialmente detto ai suoi cittadini che gli obiettivi di Israele erano quelli di “eliminare” le minacce esistenziali rappresentate da un’arma nucleare iraniana e dal suo arsenale di missili balistici, il 12 marzo Netanyahu ha espresso una nuova idea. Minimizzava il fatto che tali minacce non fossero state eliminate ed esaltava invece la stretta collaborazione di Israele con gli Stati Uniti. «Le minacce vanno e vengono, ma quando diventiamo una potenza regionale, e in certi campi una potenza globale, abbiamo la forza di allontanare i pericoli da noi e garantire il nostro futuro», ha detto. Ciò che ha dato a Israele questa nuova forza agli occhi dei suoi avversari, ha affermato Netanyahu, è stata la sua alleanza con Trump — «un’alleanza come nessun’altra». Jonathan Swan e Maggie Haberman hanno contribuito alla stesura dell’articolo da Washington, D.C. David M. Halbfinger è il capo dell’ufficio di Gerusalemme del Times e dirige la copertura giornalistica su Israele, Gaza e la Cisgiordania. Ha ricoperto tale incarico anche dal 2017 al 2021. È stato redattore politico dal 2021 al 2025. Ronen Bergman è redattore del New York Times Magazine, con sede a Tel Aviv. https://www.nytimes.com/2026/05/23/world/middleeast/israel-trump-iran.html?emc=edit_th_20260523&nl=today%27s-headlines&segment_id=220351 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 23, 2026
Assopace Palestina
L’Alta Corte respinge il ricorso delle organizzazioni umanitarie che saranno costrette a cessare le operazioni a Gaza e in Cisgiordania
di Nir Hasson,  Haaretz, 20 maggio 2026.     La procedura costringerà le organizzazioni a consegnare gli elenchi di tutti i propri dipendenti per ottenere il permesso di operare. I giudici hanno concesso ai gruppi 30 giorni di tempo per decidere se ottemperare; si prevede che la maggior parte delle organizzazioni si opporrà, sostenendo che ciò viola la normativa europea sulla privacy. Palestinesi sfollati in fila per ricevere cibo da una mensa comunitaria nel campo profughi di Al-Bureij, nella Striscia di Gaza centrale, questo mese. Crediti: AFP/EYAD BABA I giudici dell’Alta Corte hanno respinto una petizione presentata dalle organizzazioni umanitarie internazionali che operano nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania contro le nuove procedure governative che rendono più difficile per loro ottenere i permessi necessari per operare. Di conseguenza, i gruppi umanitari saranno ora tenuti a presentare gli elenchi dei propri dipendenti allo stato, pena la cessazione delle loro attività. Si prevede che la maggior parte dei gruppi si rifiuterà di consegnare gli elenchi. Si prevede, di conseguenza, che la procedura peggiorerà la situazione umanitaria, in particolare a Gaza. Bambini sfollati in fila per ricevere cibo presso una mensa comunitaria nel campo profughi di al-Bureij, nella Striscia di Gaza centrale, questo mese. Crediti: AFP/EYAD BABA L’anno scorso, il governo ha implementato nuove norme di registrazione delle ONG per le organizzazioni umanitarie internazionali che operano in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e a Gaza. La riforma trasferisce la supervisione dal Ministero degli Affari Sociali israeliano a un comitato guidato dal Ministero degli Affari della Diaspora, che include rappresentanti del Ministero della Difesa, del COGAT e di altri organismi governativi e di sicurezza. Nell’ambito di tale cambiamento, sono state stabilite nuove condizioni per ottenere il permesso di operare, tra cui l’obbligo di trasmettere allo stato i dati dei dipendenti palestinesi. Tale comitato può rifiutare la registrazione alle organizzazioni, o revocare la loro autorizzazione a operare in Israele, se esse o i loro membri del personale hanno pubblicato appelli al boicottaggio di Israele negli ultimi sette anni; se vi è una “base ragionevole per supporre” che si oppongano all’esistenza di Israele come stato ebraico e democratico; se incitano al razzismo; sostengono la lotta armata contro lo stato di Israele; o “promuovono attivamente attività di delegittimazione contro lo stato di Israele”. Anche la negazione dell’Olocausto e delle atrocità del 7 ottobre costituisce un motivo per essere cancellati dall’elenco. Bambini palestinesi sfollati nella Striscia di Gaza in una mensa comunitaria nel campo profughi di Al-Bureij, questo mese. Crediti: AFP/EYAD BABA La maggior parte delle organizzazioni si è rifiutata di trasferire i dati, sostenendo che ciò potrebbe esporle a azioni legali da parte dei propri dipendenti, poiché le normative europee sulla privacy vietano tale pratica. Di conseguenza, 37 organizzazioni non hanno ricevuto il permesso di continuare a operare. Diciannove di esse, tra cui AIDA, un’organizzazione ombrello di quasi 100 organizzazioni non profit che operano nei territori palestinesi, hanno presentato un ricorso contro la nuova procedura, sostenendo che essa è illegale ai sensi del diritto internazionale ed europeo a cui le loro organizzazioni sono vincolate. L’Alta Corte ha stabilito che lo stato ha ampia discrezionalità nell’autorizzare l’ingresso di lavoratori stranieri nel paese. La sentenza afferma che anche nell’ambito della normativa europea sulla privacy esistono circostanze che consentono il trasferimento delle informazioni sui dipendenti per motivi di sicurezza. “Condurre un processo di screening e ispezione per mantenere la sicurezza è una delle competenze centrali del governo”, si legge nella sentenza. Tuttavia, i giudici hanno ordinato che alle organizzazioni fossero concessi altri 30 giorni per presentare nuovamente le petizioni. Alcune delle organizzazioni alle quali sono già state revocate le licenze continuano a operare a Gaza, ma senza i dipendenti internazionali che sono stati costretti a lasciare il territorio. A tali gruppi è inoltre vietato portare aiuti, cibo o attrezzature mediche a Gaza, costringendoli ad acquistare beni all’interno del territorio assediato in un contesto di forte aumento dei prezzi dei generi alimentari dovuto alla carenza di scorte, riducendo così la loro capacità di assistere la popolazione. Secondo le organizzazioni, la perdita della supervisione internazionale nel territorio espone i gruppi di aiuto umanitario alle minacce delle milizie locali. Gli avvocati Yotam Ben Hillel e Alva Kolan, che hanno rappresentato le organizzazioni di aiuto umanitario, hanno affermato che la sentenza riflette lo status limitato del diritto internazionale nel sistema giuridico israeliano: “Nel mezzo di una grave crisi umanitaria, che include il collasso del sistema sanitario e condizioni di vita estreme a Gaza, Israele sceglie di vietare l’ingresso di aiuti essenziali e di personale qualificato.” Hanno affermato che senza le ONG “si verificherà un grave e inevitabile deterioramento della situazione sul campo”. Secondo gli avvocati, quando Israele ha cercato di sostituire i gruppi di aiuto umanitario con il Gaza Humanitarian Fund (GHF), «il risultato è stato un disastro operativo e 2.600 morti». Ben Hillel e Kolan hanno affermato che «Israele sta abdicando alla propria responsabilità di soddisfare i bisogni umanitari, bloccando al contempo le attività delle agenzie internazionali che colmano il vuoto». Prima che il GHF annunciasse il completamento della sua missione di emergenza, durante la quale Israele aveva bloccato l’ingresso di tutti gli aiuti nel territorio e chiuso tutti i valichi, le ONG avevano chiesto di tornare ai meccanismi guidati dall’ONU. «I palestinesi a Gaza si trovano di fronte a una scelta impossibile: morire di fame o rischiare di essere uccisi mentre cercano disperatamente di procurarsi del cibo per sfamare le loro famiglie». I palestinesi trasportano gli aiuti da un punto di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation. Crediti: Eyad Baba/AFP A giugno, i soldati israeliani a Gaza hanno dichiarato a Haaretz che l’esercito aveva deliberatamente sparato ai palestinesi vicino ai punti di distribuzione degli aiuti. I comandanti hanno ordinato alle truppe di sparare sulla folla per allontanarla o disperderla, anche se era chiaro che non rappresentava una minaccia. Un ufficiale statunitense ha definito l’operazione “Olimpiadi di Gaza”. Il ministro per gli Affari della diaspora Amichai Chikli, il cui ministero gestisce il comitato interministeriale, ha accolto con favore la sentenza dell’Alta Corte. «Il rigetto della petizione invia un messaggio forte e chiaro: lo stato di Israele non permetterà attività terroristiche sotto le spoglie di attività umanitarie. La festa è finita!» Yaniv Kubovich, Linda Dayan, Bar Peleg, Avi Scharf e Sheren Falah Saab hanno contribuito a questo articolo. https://www.haaretz.com/gaza/2026-05-20/ty-article/.premium/gaza-west-bank-aid-groups-will-be-forced-to-cease-work-after-top-court-ruling/0000019e -45a6-d222-a1be-65b648e30000?utm_source=mailchimp&utm_medium=Content&utm_campaign=israel-at-war&utm_content=a36a3d7dc6 Traduzione a cura di AssopacePalestina Non sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 23, 2026
Assopace Palestina
L’arroganza di Israele sta diventando una prova a suo carico
di Mohamad Elmasry,  Al Jazeera, 21 maggio 2026.   Il video di Ben-Gvir sugli attivisti della flottiglia maltrattati rivela uno stato talmente abituato all’impunità da documentare la propria crudeltà, persino nei confronti degli occidentali. Il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale e leader del partito di estrema destra Otzma Yehudit, Itamar Ben-Gvir, interviene durante una riunione del suo partito alla Knesset a Gerusalemme, il 3 novembre 2025. [Abir Sultan/EPA] Mercoledì, il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha pubblicato un video che mostra agenti di sicurezza israeliani maltrattare gli attivisti della Sumud Flotilla che stavano tentando di rompere l’assedio israeliano a Gaza. Nel filmato si sente Ben-Gvir schernire gli attivisti, costretti a inginocchiarsi con la fronte a terra e le mani legate dietro la schiena. A un certo punto, un’attivista che ha cercato di far sentire la propria voce è stata afferrata per la nuca e sbattuta violentemente a terra. Per quanto inquietante, il video non sorprenderà chiunque abbia seguito il trattamento riservato da Israele ai detenuti palestinesi o agli attivisti e operatori umanitari stranieri. Il gruppo israeliano per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato, nell’agosto 2024, “Welcome to Hell”, un rapporto esaustivo sugli abusi nei confronti dei detenuti palestinesi “come questione di politica [dello stato]”. Secondo B’Tselem, i palestinesi detenuti senza accuse sono sistematicamente sottoposti ad abusi sessuali, percosse, attacchi da parte di cani, privazione del sonno e umiliazioni. All’inizio di questo mese, il veterano editorialista del New York Times Nicholas Kristof ha pubblicato un resoconto dettagliato degli abusi israeliani, comprese le accuse secondo cui i cani vengono utilizzati per abusare sessualmente dei detenuti palestinesi. Questi resoconti seguono la diffusione di un video nell’agosto 2024 che mostrava ufficiali israeliani mentre violentavano in gruppo un prigioniero palestinese nel centro di detenzione di Sde Teiman, nonché un rapporto della Commissione Speciale delle Nazioni Unite del 2024, che ha rilevato che l’abuso sessuale era diventato parte delle “procedure operative standard” di Israele. I soldati e gli ufficiali israeliani hanno preso di mira anche cittadini stranieri. Attivisti, giornalisti, operatori umanitari, medici e personale umanitario sono stati regolarmente uccisi, aggrediti o maltrattati senza conseguenze. Nel 2003, l’attivista americana ventitreenne Rachel Corrie è stata schiacciata a morte da un bulldozer israeliano a Gaza mentre cercava di impedire la demolizione di una casa palestinese. Nel maggio 2010, i commando israeliani hanno intercettato una flottiglia diretta a Gaza in acque internazionali e hanno ucciso nove attivisti a bordo della Mavi Marmara. Le autopsie hanno rivelato che le vittime erano state colpite a distanza ravvicinata. Nel maggio 2022, la giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, che lavorava per Al Jazeera, è stata colpita alla testa e uccisa da un cecchino israeliano nella Cisgiordania occupata. Un’indagine condotta dall’agenzia di ricerca Forensic Architecture e dal gruppo per i diritti dei palestinesi Al-Haq, basata su analisi visive, audio e spaziali, ha rilevato una “chiara intenzionalità” e un “intento di uccidere”. Nell’aprile 2024, i droni israeliani hanno colpito tre veicoli appartenenti alla World Central Kitchen a Gaza, uccidendo sette operatori umanitari provenienti da diversi paesi. I veicoli erano chiaramente contrassegnati e il convoglio aveva coordinato i propri movimenti con l’esercito israeliano mentre viaggiava in una zona di sicurezza. Dopo che un veicolo è stato colpito, i passeggeri sono fuggiti su un secondo automezzo, che è stato a sua volta colpito; un terzo è stato colpito separatamente. Un’indagine ha suggerito che tutti e tre gli attacchi fossero intenzionali. Il video di Ben-Gvir, quindi, non rappresenta una deviazione dal comportamento generale delle forze israeliane. Riflette un modello più ampio di abuso, umiliazione e disumanizzazione. È significativo che non sia stata addebitata alcuna responsabilità significativa per nessuno di questi incidenti: nessun funzionario o soldato israeliano ha subito un procedimento penale in relazione ad essi. Ciò che forse colpisce di più del video di Ben-Gvir è che lo ha pubblicato lui stesso – suggerendo non solo orgoglio per il suo comportamento, ma anche la certezza che né lui né i suoi ufficiali avrebbero subito alcuna punizione. Tale sicurezza di sé riflette un modello più ampio tra le figure politiche, di sicurezza e dei media israeliani, che si sono abituati ad essere celebrati piuttosto che puniti per comportamenti abusivi. I soldati che hanno perpetrato lo stupro di gruppo a Sde Teiman sono stati lodati dall’establishment politico e mediatico; dopo che le accuse contro di loro sono state ritirate, il primo ministro Benjamin Netanyahu li ha definiti “combattenti eroici”. Più in generale, soldati e coloni si vantano apertamente di crimini evidenti, spesso pubblicando essi stessi le prove. Durante il culmine del genocidio a Gaza, i soldati israeliani hanno pubblicato video in cui si vedevano cecchini che sparavano contro civili disarmati, insieme a filmati in cui facevano saltare in aria case palestinesi, saccheggiavano negozi, provavano la lingerie delle donne palestinesi e si divertivano con i giocattoli dei bambini le cui case erano state appena distrutte. Un rapporto del 2024 di Le Monde che documentava molti di questi video suggeriva che un “senso di impunità” potesse aver spinto i soldati a pubblicarli. Anche personalità politiche, militari e dei media israeliani si sono sentite a proprio agio nel fare apertamente dichiarazioni genocidarie. In un discorso televisivo dell’8 ottobre 2023, Netanyahu ha promesso di «trasformare Gaza in un’isola di rovine». Più tardi quello stesso mese, ha ripetutamente invocato l’ingiunzione biblica contro gli “Amaleciti”, un gruppo che gli Israeliti avevano il comando di distruggere completamente, comprese “donne, bambini e neonati” – un riferimento che il Sudafrica avrebbe poi citato alla Corte Internazionale di Giustizia. Nell’ottobre 2023, l’ex capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale Giora Eiland ha sostenuto che creare una “crisi umanitaria” a Gaza avrebbe aiutato Israele a vincere la guerra; in seguito ha elaborato quello che è diventato noto come il Piano dei Generali, una proposta per affamare forzatamente i palestinesi nel nord di Gaza. La retorica genocida ha proliferato nei media israeliani. Sul Canale 14 israeliano, un conduttore ha chiesto a un ospite se fosse accettabile che Israele “sparasse ai civili” a Gaza; l’ospite, un analista politico e avvocato, ha risposto: “Certo! Certo!”. Secondo Le Monde, tre ONG israeliane hanno documentato diverse centinaia di dichiarazioni simili sullo stesso canale. Lo stesso Ben-Gvir ha una lunga storia di sostegno alla violenza estremista e di dichiarazioni genocidarie sui palestinesi. Sia lui che il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich hanno incoraggiato violenti attacchi dei coloni nella Cisgiordania occupata, sostenuto l’espansione illegale degli insediamenti, promosso l’espulsione di massa dei palestinesi da Gaza e invitato l’esercito a impedire che gli aiuti umanitari raggiungessero i palestinesi affamati. Lo studioso israeliano Menachem Klein ha sostenuto che Israele è una “società genocida”, una conclusione difficile da ignorare visto come la politica israeliana, la condotta militare, la retorica dei media e il discorso pubblico si siano adoperati all’unisono per normalizzare la violenza sistemica con impunità quasi totale. L’abuso degli attivisti della Flottiglia non è quindi un’aberrazione. È il comportamento prevedibile di un sistema che ha imparato che può uccidere, violentare, umiliare e affamare le persone senza conseguenze. Ma le prove suggeriscono che l’arroganza di Israele potrebbe giocargli un brutto scherzo. A poche ore dalla diffusione del video, sono piovute le condanne – Canada, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Paesi Bassi hanno tutti convocato gli ambasciatori israeliani – anche da parte di alleati che sembrano sempre più imbarazzati dalle azioni israeliane. Dagli ultimi mesi del 2023, l’opinione pubblica mondiale si è spostata drasticamente contro Israele, con Netanyahu che ha recentemente ammesso che Israele sta perdendo la battaglia delle relazioni pubbliche a livello globale. Questo è importante: nelle società democratiche è difficile sostenere politiche estere che l’opinione pubblica considera moralmente indifendibili, e il sostegno incondizionato a Israele sta diventando un peso politico nelle elezioni statunitensi. Alcuni esponenti dell’establishment israeliano riconoscono il pericolo. Le condanne a Ben-Gvir sono arrivate non solo dall’estero, ma anche da figure come Benny Gantz e Gideon Saar, che lo hanno accusato di danneggiare la nazione. Persino Netanyahu, un suo stretto alleato, lo ha rimproverato. Probabilmente è solo questione di tempo prima che l’arroganza si ritorca contro di loro. Il processo per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele è in corso all’Aia, e gran parte del materiale probatorio proviene direttamente da funzionari, soldati e giornalisti israeliani – attraverso i loro stessi video, discorsi, interviste e post sui social media. Il problema per Israele è che un sistema basato sull’impunità alla fine non può più nascondersi. Una volta che gli abusi diventano abbastanza normali da essere filmati, pubblicati e celebrati, diventa molto più difficile per il resto del mondo distogliere lo sguardo. Mohamad Elmasry è professore nel programma di studi sui media presso il Doha Institute for Graduate Studies. https://www.aljazeera.com/opinions/2026/5/21/israels-arrogance-is-becoming-the-evidence-in-the-case-against-it Traduzione a cura di AssopacePalestinaNon sempre AssopacePalestina condivide gli articoli che pubblichiamo, ma pensiamo che opinioni anche diverse possano essere utili per capire.
May 21, 2026
Assopace Palestina