Alla città-vetrina si sono rotti i vetri--------------------------------------------------------------------------------
Foto SPIN TIME LABS
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La questione Spin Time a Roma, nel quartiere Esquilino, si potrebbe
rappresentare con l’esclamazione di quel bambino che vedendo il Re sfilare
esclamò: il Re è nudo! Mentre tutti gli altri sudditi voltavano il capo
all’indietro per fingere di non vedere. Perché, come giustamente scrive Riccardo
Troisi (Chi può abitare il centro di Roma?), le vicende romane di Spin Time e
del Dente Cariato (sempre all’Esquilino) hanno messo a nudo una contraddizione
che a Roma esiste da più tempo, ovvero se il patrimonio immobiliare pubblico
deve essere solo un capitale da valorizzare, come fosse una merce (magari
attraverso la famigerata rigenerazione urbana) o piuttosto lo strumento con il
quale riportare casa pubblica, accoglienza e welfare di comunità anche nel cuore
della città. Detto in altri termini: chi può abitare il centro di Roma? O ancora
più esplicitamente: di chi è la città?
Tutte le politiche pubbliche messe in campo dall’Amministrazione, hanno
dimostrato come la mediazione tra interessi privati e utilità pubblica si
risolvono assai spesso con grandi vantaggi dei primi e con l’impoverimento
progressivo dei beni pubblici, con conseguente espulsione dei ceti meno abbienti
verso le periferie e la trasformazione del Centro della città in merce da dare
al miglior offerente che ne snatura la funzione, il valore simbolico, il senso
comunitario e assai spesso il valore architettonico: privatizzazione di spazi,
dehors, alberghi di lusso e così via.
Questo processo diventato sempre più aggressivo prende, a detta
dell’Amministrazione, il nome di modernizzazione o di rigenerazione urbana,
espressioni in genere positive ma che nascondono intenzioni speculative e di
estrazione di rendite a favore di grandi agenzie immobiliari. Alessandro
Scassellati chiama “neoliberismo progressista” questo sdoppiamento tra la
retorica dei diritti civili e l’estrazione sistematica della rendita
commerciale, turistica (Il regime della città-vetrina. Governance progressista
nelle metropoli italiane).
Il mantra agitato dall’amministrazione è quello di catturare il più possibile
capitali da investitori privati, i soli che consentirebbero di rimodernizzare la
città rendendola ancora più attraente agli occhi e alla rapacità di
quest’ultimi. L’urbanistica, in origine disciplina riformista volta a mitigare
gli interessi pubblici con quelli privati, in questi casi è completamente
stravolta a ruolo di ancella del capitale privato. Prevalgono trattative private
(spesso non trasparenti), tavoli negoziabili, varianti al PRG, revisione di
norme tecniche a salvaguardia di interessi privatistici, conferenze di servizi,
vecchi “debiti” contratti dai passati PRG (cosiddette compensazioni
urbanistiche) che ne annullano qualsiasi velleità riformista.
Ma l’urbanistica non si riduce semplicemente a tecnica separata dalla politica.
Essa nelle sue vocazioni originali riguarda i modi attraverso i quali si
manifesta la vita associativa, comunitaria come scriveva ai suoi tempi il grande
sindaco di Firenze Giorgio La Pira:
“La crisi del nostro tempo – che è una crisi di sproporzione e di dismisura
rispetto a ciò che è veramente umano – ci fornisce la prova del valore
terapeutico e risolutivo che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato
felicemente detto, infatti, la crisi del tempo nostro può essere definita come
sradicamento della persona dal contesto organico della città” (Le città non
possono morire, discorso di La Pira ai sindaci di tutto il mondo, Firenze, 2
ottobre 1955).
Un urbanista, poeta, scrittore, recentemente scomparso: Giancarlo Consonni,
sulle orme di La Pira scrisse pochi anni fa un libricino importante il cui
titolo significativo era: Non si salva il pianeta se non si salvano le città
(Quodlibet). E tuttavia noi stiamo sempre più privatizzando questo bene comune,
riducendolo a valore di merce.
E poi ancora il greenwashing urbano, quella “politica ecologica” che fa credere
che bastino piste ciclabili (spesso inutili) o l’inaugurazione di qualche
giardino municipale o, ancora, qualche piantumazione in sostituzione del taglio
di alberi, a contrastare il riscaldamento climatico. Quando poi quello che
veramente contribuisce ad esso è il consumo di suolo e i numerosi manufatti e
infrastrutture cementizie che continuano a proliferare in città. Una delle tante
promesse elettorali di molti sindaci era appunto quello del consumo di suolo
zero e del contrasto al cambiamento climatico.
È ancora Scassellati che dice:
“Sulla superficie visibile della metropoli, quella destinata al turismo e ai
media, il centro-sinistra mette in scena una vetrina attraente fatta di piste
ciclabili, grandi eventi (come le Olimpiadi invernali), inclusività LGBTQIA+ e
parole d’ordine sull’ecologia. Dietro questa facciata sfolgorante, però, la
realtà materiale per chi ci vive è completamente diversa. Le giunte comunali
portano avanti scelte che favoriscono i grandi costruttori, i proprietari
immobiliari e i fondi finanziari, mentre la vita quotidiana delle lavoratrici e
dei lavoratori è schiacciata dal carovita, dalla carenza di alloggi ad affitti
accessibili e dal precariato”.
C’è dunque una narrazione falsa, quantomeno distorta, che occulta la
contraddizione tra ciò che l’amministrazione quotidianamente afferma e quello
che invece realizza. Una narrazione che fa dire a molti e incolpevoli cittadini:
ma, insomma finalmente Roma sta diventando una metropoli moderna. Qualcosa si
muove. In realtà si fa molto, forse troppo, ma non sempre a favore dei suoi
abitanti, quelli almeno che con fatica arrancano per arrivare a fine mese col
proprio stipendio. Si fanno studentati, alberghi di lusso, inutili megastadi,
residenze anch’esse riservate ai ceti più ricchi e poi tanti eventi (e tante
inaugurazioni) per celebrare i nuovi fasti di questa città:
“La mappa elettorale parla chiaro: il centro-sinistra progressista è diventato
il rappresentante politico di un blocco sociale ben preciso, formato da chi
guadagna con la speculazione immobiliare e commerciale e da un ceto medio
benestante che vive di rendita nei quartieri centrali storici o lavora nei
servizi culturali”(A. Scassellati, op. cit.).
Dunque tanto più appropriata e urgente la domanda di Riccardo Troisi: chi può
(ancora) abitare il centro della città?
Una città diventata vetrina per i fondi immobiliari, per le grandi agenzie
straniere che lucrano sulle rendite. Perché tanti cinema sono chiusi? Perché
tanti immobili di proprietà pubblica e non sono abbandonati? È una domanda che
molti si fanno. Cosa ci guadagnano i loro proprietari a tenerli chiusi,
abbandonati e degradati? Aspettano che quella merce salga di valore per poi, con
qualche variante di PRG, possa essere destinata a scopi assai più redditizi.
Come per i mercati generali – leggi La posta in gioco agli ex mercati generali
di Roma di Lorenzo Romito e diversi interventi di Sarah Gainsforth – nove ettari
di terreno incolto che potrebbero in parte risolvere la crisi abitativa e in
parte anche mitigare il cambiamento climatico della città, vengono invece
offerti per tanti anni a fondi immobiliari che ne “valorizzano” le potenzialità
costruendo studentati per pochi e ricchi studenti. Merce dunque sottoposta alle
regole del libero mercato.
Questa politica urbana si manifesta con due volti: da una parte offre a
professionisti, turisti e qualche studente benestante la possibilità di
risiedere in una città di servizi di buon o ottimo livello; dall’altra respinge
o mette ai margini i lavoratori poveri, le famiglie senza tetto, emargina gli
immigrati. Sembra appartenere a questa politica il caso di Spin Time, uno degli
ormai tanti casi di costruzione di legami di mutualismo tra persone e famiglie
messe ai margini, una straordinaria esperienza di comunità. E se questo caso è
stato per molto tempo nelle pagine dei quotidiani è grazie anche alla
straordinaria mobilitazione e solidarietà dei romani che non hanno fatto mai
mancare la loro voce accanto agli occupanti.
Ma il “caso” ha anche smascherato lo sfavillio della città-vetrina mettendo a
nudo le sue storiche contraddizioni: accanto alla “Roma che si trasforma” (come
recitano retorici manifesti affissi in molte parti della città) è
improvvisamente comparsa l’altra faccia della città-vetrina, quella dei poveri,
delle famiglie invisibili che vivevano, quasi clandestinamente, in luoghi
abbandonati e sconosciuti e pur tuttavia avevano dimostrato come il mutualismo e
la cooperazione potessero creare comunità virtuose e nuovo welfare.
Il sindaco ha tentato di recuperare il danno provocato da tanti anni di
concessione ai poteri dei fondi immobiliari accusandoli di “non avere cuore”.
Sarebbe stato meglio una severa autocritica sulla politica urbana seguita in
tanti anni, sia pure da diverse amministrazioni, di destra e di sinistra.
Intervento tardivo che forse non è riuscito nemmeno a far riflettere su cosa
vuol dire un progetto di città, intesa come comunità vivente. Spetta a noi
realizzarlo.
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Enzo Scandurra, urbanista, saggista e scrittore, scrive da sempre su Comune (qui
oltre cento suoi articoli). Già ordinario di Urbanistica presso La Sapienza di
Roma, è stato direttore del dipartimento di Architettura e Urbanistica. Tra i
suoi libri più recenti La svolta ecologica. Ultima chance per il pianeta e per
noi e Roma. O dell’insostenibile modernità, editi da DeriveApprodi.
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