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CURAMI-PRIMA DI TUTTO LA SALUTE: “LE CASE DELLA COMUNITA’ SONO UNA SFIDA CULTURALE E ORGANIZZATIVA DELLA SALUTE”
CURAMI – Prima di tutto la salute è la trasmissione a cura di Donatella Albini, medica del Centro studi e informazione sulla medicina di genere, già delegata alla sanità del Comune di Brescia, e Antonino Cimino, medico e referente di Medicina Democratica – Movimento di lotta per la salute di Brescia. La trasmissione va in onda il sabato mattina dalle 12.00 e, in replica, il mercoledì alle ore 12.30. Ospiti della puntata di sabato 24 ottobre – dal titolo “Le Case della comunità sono una sfida culturale ed organizzativa della salute . Le istituzioni hanno raccolto questa sfida?” La parola alla politica. Con Onorio Rosati, consigliere regionale AVS e Nicola di Marco, consigliere regionale M5S. Puntata di sabato 24 ottobre Ascolta o scarica 
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
CASTEL VOLTURNO, GRAVINA-ALTAMURA, BRESCIA: IN MARCIA PER LA CHIUSURA DEI CPR, PER LA PACE E L’ACCOGLIENZA
Alla manifestazione a Castel Volturno contro i CPR hanno partecipato circa 20.000 persone arrivate non solo dalla Campania ma anche da altre Regioni. Le rivendicazioni enunciate dall’intervento di apertura sono chiare: no CPR, basta morti in mare, ma anche contro il carovita. Si chiedono più fondi per diritti, integrazione e welfare, non in costruzione di CPR, guerre e controllo delle frontiere. Da Castel Volturno il collegamento con Sergio Serraino Emergency Campania Ascolta o scarica  Circa 5mila persone hanno preso parte alla Marcia per la pace, che da Gravina in Puglia ha raggiunto Altamura. ‘Prima di tutto la pace’ il titolo della manifestazione, organizzato dal comitato promotore ‘Marcia per la pace Gravina Altamura 2026’ a cui hanno aderito oltre 150 sigle, tra cui Rifondazione comunista, Donne in nero di Bari, Emergency, Pax Christi e La Giusta Causa. L’appello, rivolto alle istituzioni, è la cessazione delle guerre. “Abbiamo manifestato – spiega Rifondazione in un comunicato – contro le servitù militari e i poligoni di tiro sulla Murgia, contro le ipotesi di siti per lo stoccaggio di scorie nucleari, per difendere l’ambiente, il paesaggio, il lavoro e la qualità della vita”. A Brescia la “Marcia per l’accoglienza e la cittadinanza” promossa da 40 realtà del terzo settore ha visto sfilare per le vie del centro storico un migliaio di persone. Il collegamento con Umberto della nostra Redazione Ascolta o scarica 
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA RESISTENTE DI SABATO 24 OTTOBRE
Per analizzare il movimento studentesco Scuola Resistente è entrata direttamente nelle scuole occupate e ha dialogato con i protagonisti. Le classi sociali dominanti e i loro rappresentanti in Parlamento sembrano, infatti, vivere su un altro pianeta e forse è proprio così perché dai toni delle loro minacciose invettive, rimbalzate sui media mainstream, traspare un certo stupore per le azioni svolte proprio da una parte di quella fetta di società che in questi ultimi decenni hanno maltrattato platealmente senza soluzione di continuità. D’altra parte, la sua componente più “moderata”, partecipa alla solita gara tra chi riesce a distinguere meglio tra manifestanti “per bene” e manifestanti “per male”: non è così, invece, tra i ragazzi e le ragazze che si sono riappropriati dei loro spazi occupando le scuole dopo soli 30 giorni dall’inizio dell’anno scolastico. Gli/le student3 esprimono con lucidità le loro ipotesi e propongono analisi politiche che rivelano alti livelli di consapevolezza, tutt’altro che rassegnata di fronte alla macchina repressiva. Dalle interviste che abbiamo raccolto negli istituti Newton e Plinio Seniore di Roma-centro, emerge un livello di capacità di analisi politica e di tessere trame e connessioni tra rivendicazioni provenienti da vari strati della società, a volte anche distanti ideologicamente una dall’altra, da fare invidia a tutti quei rappresentanti politici che oggi inveiscono contro i ragazzi e minacciano rappresaglie militari: il re però è nudo!. Mentre il potere, gonfiando il petto, mostra il suo lato più repressivo e vendicativo, dalle interviste con i ragazzi, emerge invece la consapevolezza di dover “canalizzare politicamente” e contro il “vero nemico” tutta quella (comprensibile) rabbia. Si evidenzia anche la capacità di analizzare sul piano simbolico-comunicativo azioni che al contrario sono state da più parti derubricate superficialmente alla stregua di un puro appiattimento passivo intorno a valori consumistici: “molti di quegli oggetti sottratti dietro le vetrine rotte – hanno sottolineato unanimemente durante le interviste i/le ragazz3 – sono stati poi redistribuiti…solo che è più comodo nascondere questi fatti!”. Scuola Resistente di sabato 24 ottobre Ascolta o scarica  IL TABÙ DELLA “POLITICA” A SCUOLA “Il problema principale – ci spiega Tea, dell’ IIS Plinio Seniore – è che invece di stimolare un ambiente che sia politicizzato, quale dovrebbe essere la Scuola, ovvero un’istituzione che stimola il pensiero, sul piano politico, e della cultura in generale, penalizza, in modo anche piuttosto pesante, proprio le persone che dentro questa scuola cercano di attivarsi in questo senso. Sono penalizzati tutti quelli che cercano di attrarre dentro la politica interna all’istituto o verso quella nazionale, gli studenti più distratti. Assistiamo a situazioni in cui, durante i picchetti informativi, dove con un megafono esponiamo semplicemente la situazione del nostro Paese, o illustriamo, per esempio, cos’è il DDL Bongiorno o quello cosiddetto anti-Maranza, i docenti ci danno contro cercando di ostacolarci e bloccarci in tutti i modi, mettendoci i bastoni tra le ruote. Tutto questo invece di stimolare, appunto, uno scambio di informazioni indispensabili per vivere in questo Paese. Noi siamo stanchi di quest’Italia populista, siamo stanchi di quest’ignoranza diffusa dove si continua a proporre sempre nuove leggi scolastiche. Siamo di fatto, limitati nelle attività di tutoraggio de3 ragazz3 del primo liceo: non siamo messi in grado come studenti più grandi di orientarli verso degli spazi politici interni. Abbiamo limiti anche nelle assemblee d’istituto, perché non possiamo scegliere liberamente gli ospiti esterni. L’anno scorso, per esempio, volevamo organizzarne una sul tema della legalizzazione della cannabis: ci è stato detto che questo avrebbe significato schierarsi a favore! Addirittura la preside ha detto una cosa del genere! Ci impongono di fare i discorsi per la rappresentanza d’istituto, un organo fondamentale per la scuola, perché è quella che poi rappresenta una comunità di ben 1.600 studenti ma solo su base volontaria e questo fa sì che soltanto i ragazzi, con genitori di un certo status socio-economico che a casa spiegano ai figli l’importanza di un organo del genere, alla fine si convince a partecipare. Sempre di più, già a partire dalla Scuola ci si abitua ad una politica elitaria che poi è coerente con l’etichetta della “scuola del centro” quella cioè di una scuola di studenti con famiglie illuminate, ricche e che possono permettersi di mandare il proprio figlio in settimana bianca, di sostenerlo con le ripetizioni per fare fronte all’ammasso di verifiche che si crea in un periodo solo dell’anno scolastico: la divisione in trimestri e poi in pentamestri non funziona! Questi studenti, inoltre, possono stare tranquilli perché arrivano a scuola in tutta comodità, in quanto non abitano in periferia e non devono quindi farsi 2h di viaggio sui mezzi pubblici ogni mattina per arrivare a scuola….Quindi, noi vediamo un distacco che tra l’altro cresce sempre di più, tra le persone della periferia urbana e quelle, appunto, avvantaggiate sul piano socio-economico. Non si fa nulla per colmare questo “vuoto” dentro l’ambiente scolastico: la Scuola dovrebbe, invece, consentire a tutti di parlare con le stesse armi in pugno, o fare sì che tutti abbiano un tipo di cultura che una volta usciti dal liceo permetta loro di affrontare lo stesso percorso di studi, di costruirsi da soli un proprio futuro. La classe dirigente, invece, alla fine è sempre la stessa! noi siamo stanchi di questa cosa, quindi ci schieriamo contro e occupiamo. Se il dialogo con la dirigenza di questa scuola ci è reso impossibile allora noi troveremo altri canali, ne troveremo uno anche più “violento”. Non solo io ma molti miei compagni, non ci dichiariamo a priori a favore della “non-violenza” perché tutte le rivoluzioni non sono state fatte così! Oggi per esempio parlavamo proprio delle rivolte di Milano: noi diamo appoggio e sostegno ai compagni e a questa rabbia che finalmente sta scattando dal basso, interrompendo un po’ questo piattume e populismo. Finalmente diventiamo un po’ più “europei”, seguendo la linea della Francia, della Spagna, della Germania, del Belgio e di tutti gli altri Paesi in lotta. Noi quindi ci dichiariamo solidali con i compagni che hanno portato avanti le manifestazioni di Milano negli ultimi giorni e non condanniamo gli atti descritti dai media come “vandalici” nel senso che è ovvio che si tratti di azioni che derivano da una rabbia, da un sentimento che fondamentalmente non viene capito o meglio che non si cerca nemmeno di capire. Non ci si chiede cosa ci sia dietro questa rabbia: abbiamo visto in piazza persone, anche molto giovani, rompere vetrine e appunto cercare un ribaltamento della città ma poi nessuno cerca di capire da dove venga questa volontà: ci si limita a condannarla e far vedere i lati più negativi. Dietro c’è una realtà fatta da chi non può permettersi nemmeno i libri per la scuola che possono comportare spese fino a 500 euro considerando tutto il materiale. Molti non possono permettersi nemmeno i soldi per la gita scolastica e i fondi d’Istituto però non ci sono per far si che tutti riescano a partecipare: mentre le scuole cadono letteralmente a pezzi si spendono soldi per le armi e per le guerre. Da noi per esempio piove dal soffitto!. È ovvio che queste cose, alle quali ormai siamo abituat3, nel quotidiano ti fanno crescere dentro, piano piano, una rabbia che poi esplode in manifestazioni, appunto, più violente; Il problema è quindi come questa energia possa essere canalizzata ma soprattutto va innanzitutto capita. Bisogna ricercarne le radici e convincersi che c’è un vero odio di classe, una volontà di lotta di classe e di un ribaltamento della società e delle attuali classi sociali. Quindi noi non ci schieriamo contro ma anzi, ancora una volta, ci esprimiamo solidali con i compagni di Milano. RIBALTARE LE CITTÀ “Cosa intendiamo per ribaltare le città? Diciamo, in parole povere – prosegue Tea – che innanzitutto il caos e il disagio che è stato espresso dai compagni è un disagio reale, fondamentale. Noi siamo stanchi di chiedere il “permesso” al sistema, proprio quello contro il quale manifestiamo, di farci dire “come” manifestare. Siamo stufi di dover concordare col governo i percorsi delle manifestazioni, di essere seguiti, di dover far “autorizzare” le nostre manifestazioni, di chiedere dunque sempre il permesso e le modalità in cui noi dobbiamo o possiamo esprimere il nostro dissenso. Noi siamo arrabbiati, siamo scontenti di questo governo, siamo contro le nuove iniziative che sono state proposte e le nuove iniziative che il governo è riuscito a far passare. E quindi noi ci facciamo vedere! ribaltando e sconvolgendo la città: creiamo un disagio, perché evidentemente è l’unico modo per farci sentire. Perché sono anni che in Italia viene portata avanti una modalità molto più moderata per le manifestazioni che però non sconvolgeva o non creava sufficiente disagio ai livelli di quello creato in questi giorni in Italia e negli altri paesi d’Europa, come in Francia o in Spagna. È del tutto vidente che ci sia questa necessità! Se è uscita uscita fuori così la necessità esiste e finalmente c’è una presa di coscienza da parte delle classi sociali più basse e delle persone che sono stanche di una città e di un sistema che è fatto per pochi. Viviamo in un sistema elitario, dove sopravvivi soltanto se parti da una posizione più avanzata rispetto agli altri e quindi se sei già in una condizione socio-economica superiore a tutti gli altri. LA SOCIETÀ DEL CONTROLLO “Non mi sento sotto controllo – risponde Tea in merito ai vari sistemi di videosorveglianza, di tipo digitale sulla rete, ecc.. – proprio perché aderisco a queste modalità più incisive di manifestazione che si fanno più sentire e che sono più d’impatto. D’altra parte, invece, abbiamo visto come l’utilità delle proteste e manifestazioni “classiche” sia stata pressoché nulla negli ultimi anni. Dunque nel momento in cui un tipo di manifestazione, di comunicazione o di protesta non ha funzionato, oppure, anche a causa nostra, non ha portato a nessun risultato anche a seguito di importanti rivendicazioni, allora c’è la necessità della ricerca di un nuovo tipo di azione politica da parte de3 ragazz3. Insomma nuove modalità anche di scendere in piazza: non può essere imposto al popolo come esprimere il proprio dissenso, cosa si possa dire o fare o cosa non fare, di fronte a un governo di cui è profondamente scontento e dal quale si sente represso. Tutto ciò apparirà scomposto o come una rabbia poco canalizzata ma detto questo, non ci facciamo dire come manifestare, dove e cosa dire!. Non ci si può limitare a vedere solo una vetrina rotta! Lì dietro sta tutto un disagio che finalmente sta esplodendo, forse, dopo anni di populismo, di disinteresse verso la politica e appunto di crescita di una politica di destra che punta principalmente sull’ignoranza diffusa”. L’ OCCUPAZIONE NEL DETTAGLIO Anche per destrutturare le consuete ricostruzione fantasiose e tendenziose che immancabilmente dipingono gli studenti occupanti come vandali abbiamo, Lorenzo e Antonio anch’essi studenti-attivisti del Plinio Seniore, ci raccontano che “a partire da quel lunedì in cui abbiamo occupato, sono partite diverse attività anche formative che vanno dalla storia degli spazi sociali occupati autogestiti e la loro utilità nel territorio, all’educazione sessuo-affettiva, peraltro vietata di fatto anche alle superiori dal ministro Valditara che noi invece crediamo sia fondamentale. Abbiamo inoltre fatto corsi sull’economia e sul femminismo durante la Resistenza e avremo una giornata dedicata interamente alla situazione a Cuba, a quello che da più parti viene definito come un “genocidio silenzioso”. Quindi, da una parte, crediamo che l’occupazione serva proprio per riappropriarsi degli spazi scolastici svolgendo lezioni che parlino di attualità e di tutti quei temi che non riescono mai a attraversare la scuola perché censurati o perché, quando quei pochi professori illuminati provano a parlarne, questi ultimi vengono repressi dal Ministero, come abbiamo visto gli anni scorsi quando si tentava di parlare della Palestina e del genocidio a Gaza. Quindi crediamo che l’occupazione serva proprio per riportare in classe temi di attualità che in altri modi difficilmente potranno mai essere affrontati. Dall’altra parte, invece, stiamo anche portando avanti delle attività di riqualificazione degli ambienti, perché negli ultimi anni la nostra scuola come tante altre è stata sempre più abbandonata a sé stessa. Da noi per esempio il cortile interno, col passare degli anni, ha cominciato ad assomigliare sempre più ad una discarica di banchi mentre all’interno le classi non vengono mai ritinteggiate o ripulite, i bagni risultano spesso rotti, mentre dai tetti si ripetono le infiltrazioni d’acqua. A dispetto di quanto si dice, nel nostro piccolo, stiamo provando a ritinteggiare le classi, a ripulirle, a buttare l’immondizia insomma stiamo cercando di lasciare la scuola in condizioni migliori rispetto a come l’abbiamo trovata all’inizio, del resto come abbiamo fatto anche durante le occupazioni degli anni passati. OCCUPAZIONI: LO SCENARIO ATTUALE “Negli ultimi anni – proseguono Lorenzo e Antonio – le occupazioni, cioè proprio il modello seguito, è sicuramente cambiato. Quest’anno la nostra iniziativa è nata dalla necessità concreta di cambiare qualcosa e di vivere, quantomeno per una settimana, la scuola nella sua essenza, cioè viverla nel modo in cui vogliamo noi, non come vuole e come ci vuole far vivere l'”istituzione Scuola”, il Ministero, o le classi dirigenti e le tutte istituzioni di questo Paese. È un’occupazione che nasce dalla necessità di opporsi in modo radicale al sistema di scuola pubblica, che ormai non può più chiamarsi tale vista la privatizzazione in atto a più livelli tanto che noi ormai la paragoniamo ad un’azienda: se pensiamo ai percorsi di alternanza scuola-lavoro affidati ad aziende private vediamo che ci mettono fin dall’inizio, dall’adolescenza, nelle mani di un sistema basato su sfruttamento e precarietà. Quest’anno c’è una crisi che si è ancora di più gravata rispetto agli anni scorsi: un carovita arrivato alle stelle, la guerra che sta continuando in Iran, il genocidio in Palestina che non si ferma e che non possiamo ignorare. L’anno scorso abbiamo occupato a inizio ottobre proprio per questo e quest’anno continuiamo a rivendicare il fatto che i popoli devono avere il diritto di autodeterminarsi e di emanciparsi contro un oppressore straniero. Del genocidio a Cuba, silenzioso che ormai dura da almeno 70 anni per caso se ne parla a scuola? Purtroppo no! l’occupazione è anche un’occasione in cui possiamo e dobbiamo parlarne, per creare una coscienza intorno a questi argomenti “scomodi” e che le istituzioni non vogliono che noi conosciamo. Il caso di Cuba, per esempio lo consideriamo come un genocidio silenzioso perché da 70 anni il nostro alleato statunitense impone un blocco economico a causa del quale non arriva l’energia elettrica, petrolio, medicinali e derrate alimentari e c’è un problema di approvvigionamento idrico. Nonostante ciò è uno popolo che continua a resistere e a rivendicare il governo a modello socialista, un modello alternativo al capitalismo continuando a lottare e a resistere proprio come avvenne in Italia durante la Resistenza partigiana nel secolo scorso. A Cuba non c’è il deflagrare delle bombe, non ci sono allarmi anti-aereo ma c’è una stretta al collo, un popolo costretto a vivere con le poche risorse che ha”. COMUNICATO UFFICIALE DEL COLLETTIVO STUDENTESCO DELL’ I.I.S. PLINIO SENIORE OCCUPATO Oggi, 19 ottobre, a seguito di un’assemblea decisionale ampiamente partecipata, la comunità studentesca del Plinio Seniore ha scelto di occupare la scuola. È la nostra risposta a una situazione politica nazionale e internazionale che non possiamo più ignorare. Gli argini della passività si stanno rompendo e i popoli si stanno risvegliando. Dal “Blocchiamo tutto” dello scorso anno, che ha visto milioni di persone in piazza per la causa palestinese, alle mobilitazioni di massa che stanno tornando a spaventare i governi, nelle ultime settimane ci siamo mobilitatɜ anche noi contro un modello di scuola e di società che non ci rappresenta. L’abbiamo visto con lo sciopero del 16 ottobre, che ha portato in piazza migliaia di studentɜ in tutta Italia e centinaia dal Plinio. La partecipazione ha reso evidente la necessità di organizzare la rabbia sociale, che può sfociare solo nel conflitto, e quella di riprenderci i nostri spazi e occupare la nostra scuola, necessari per garantire una formazione anti-sistema altrimenti impossibile. Siamo contro una scuola che assomiglia sempre di più a un’azienda, con i ruoli dirigenziali ormai assimilati a manager autocratici e accentratori; contro una scuola-caserma, in cui la militarizzazione è sempre più intrinseca al percorso di studio; contro una scuola che non ci emancipa, che ci abitua a un futuro di guerra, sfruttamento e precarietà. È ormai evidente come l’istruzione non sia più capace di dare a tuttɜ le stesse possibilità, nascondendo ingiustizie e classismo dietro la “meritocrazia”. La classe dirigente, che si finge cieca davanti ai problemi che viviamo tutti i giorni, propone false soluzioni di matrice fascista, razzista e misogina. Il DL Scuola ne è una prova: una legge che impone un tetto massimo del 30% di studentɜ stranierɜ per aula, che impone la lingua italiana ai loro genitori e che vieta di indossare il burqa e il niqab alle ragazze musulmane. Non ci stupisce la tendenza di questo governo di creare un nemico comune, puntando il dito contro la persona straniera, il capro espiatorio, promuovendo il razzismo di stato. In questo contesto si inserisce l’infame proposta della remigrazione. Vediamo inoltre come il ministro dell’istruzione Valditara tagli i programmi di filosofia riducendo autori rivoluzionari come Marx e Spinoza, fondamentali per la formazione del pensiero critico, riformi l’educazione civica dandole un’accezione nazionalista e reazionaria, vieti di parlare di politica a scuola con la scusa del contraddittorio e ostacoli i corsi di educazione sessuo-affettiva. Questo avviene in un contesto già fortemente impoverito della sua funzione critica, dove i programmi scolastici da decenni sono relativizzati alla cultura euro-centrica, sminuendo usi e costumi di popolazioni lontane e impedendone l’accettazione senza spirito di superiorità. L’intersezionalità tra le discipline e con il mondo attuale risulta solo sulla carta; in più, assistiamo allo studio massiccio e nozionistico di materie di cui non ci si interroga, e quindi non si fa comprendere, la necessità. È necessario interrogarsi su come modernizzare i contenuti nella scuola, superando la staticità delle lezioni frontali e delle valutazioni periodiche per evitare che gli argomenti diventino conoscenze “a scadenza” fini a sé stesse. Serve altresì scardinare la paura della scuola di ripercorrere e analizzare la storia contemporanea del nostro mondo, rendendo questa istituzione uno spazio di elaborazione reale che permetta alle nuove generazioni di fare i conti con le parti più buie e complesse del nostro presente. Tutto ciò risulta impossibile se il modello Valditara reprime il dissenso e inchioda le componenti scolastiche usando la burocrazia come freno e deterrente. Come se non bastasse, il governo propone il DL Bongiorno che mira a sostituire il consenso con il dissenso: il nostro “NO” non basta più, rafforzando la cultura dello stupro. Ci convincono che con una denuncia si risolva tutto, quando solo il 3% dei casi di violenza viene portato in tribunale, consolidando la vittimizzazione secondaria e colpevolizzando le vittime, mentre al contempo gli spazi di tutela a riguardo, come centri antiviolenza e consultori, vengono osteggiati se non definanziati e chiusi. Lo stesso schema si ripresenta all’interno della nostra scuola, dove sono presenti professori e personale molesti, denunciati e richiamati più volte ma senza mai ottenere un risultato che renda il Plinio un luogo sicuro per studentɜ e lavoratorɜ. Perché sono questi i problemi che viviamo tutti i giorni: soffitti che crollano, cortili allagati, bagni e termosifoni rotti. Mancano fondi e personale, la cui precarietà è sempre più normalizzata, mentre il governo pensa a stanziare 13 miliardi in armamenti. La nostra richiesta è chiara: reindirizzare questi fondi all’istruzione pubblica, sempre se così si può chiamare. Negli ultimi 30 anni, dall’Autonomia Scolastica alla Buona Scuola renziana, vediamo come l’obiettivo delle istituzioni sia uno e sia chiaro: rendere lɜ studentɜ facilmente manipolabili e l’istruzione subalterna agli interessi di mercato. Ciò combacia perfettamente con la logica del profitto che questo sistema vuole farci assorbire, che prevede una vita basata sullo sfruttamento e la precarietà. Questo modello culmina in due riforme fondamentali: da una parte la riforma del 4+2 partita da Valditara, che rende il futuro dellɜ studentɜ degli istituti tecnici e professionali sempre più precario e ricattabile a causa della specializzazione estrema e privatizzata, invece di fornire le basi culturali necessarie per essere cittadinɜ consapevoli; dall’altra parte il modello dell’alternanza scuola-lavoro che da decenni plagia il pensiero dellɜ studentɜ verso una scuola utile solo al mercato del lavoro, mascherando lo sfruttamento come formazione necessaria e alleggerendo il lavoro delle aziende rispetto alla preparazione dellɜ dipendenti, riversando il peggio sullɜ lavoratorɜ sempre più sfruttatɜ e precarɜ. L’abolizione di queste riforme è necessaria per ritornare a una scuola basata sulla conoscenza, ed è ancora più urgente a causa dei danni tragici provocati sullɜ studentɜ: non possiamo dimenticare la morte di Lorenzo Parelli, Giuseppe Lenoci e Giuliano De Seta, a cui si aggiungono decine di migliaia di infortuni durante l’alternanza. Parlando di scuola-azienda non possiamo ignorare l’ultima evoluzione che questo modello ha subito, quella della scuola-caserma. Negli ultimi anni abbiamo visto come profitto e militarizzazione si legassero sempre di più, ricadendo nella scuola: i percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento con Leonardo, le presentazioni dell’esercito nelle scuole e la narrazione bellicista del nostro governo che si riflette fortemente sulle ultime generazioni. La normalizzazione della militarizzazione passa dalla scuola e attraversa tutti gli spazi: dai metal detector nelle scuole alle zone rosse, sono tutte misure reazionarie e inefficaci, utili solo a farci accettare la cultura della guerra. L’esempio più significativo di questo modello è l’uccisione di Abderrahim Fakir, con la sola colpa di essere straniero, da parte delle forze dell’ordine, espressione concreta del potere esecutivo di un sistema basato su razzismo e violenza. Rivendichiamo ciò anche per l’esperienza dell’occupazione e del movimento pro-Palestina dello scorso anno. Non scordiamo la complicità delle nostre scuole e istituzioni con il genocidio palestinese, il tacito consenso e l’indifferenza verso le oppressioni occidentali. Non basta una giornata per parlare di ciò che è successo: serve stimolare un’elaborazione reale nella mente di tuttɜ noi per combattere il concetto di supremazia europea. Ripudiamo la logica della guerra in quanto contrappeso della crisi economica nazionale ed europea, con prezzi dei carburanti alle stelle e di conseguenza un rincaro dei prezzi generalizzato. Investire nel riarmo significa tagliare dal welfare decidendo di schierarsi dalla parte della morte invece che della vita; accettare l’interventismo occidentale significa non riconoscere le cause del nostro malessere. Non è più sostenibile campare nel sistema capitalista, ed è ora di accettarlo e condannarlo. Se lɜ studentɜ occupano le case e piantano le tende perché il costo della casa è diventato così alto da non garantire più questo diritto; se lɜ lavoratorɜ scioperano e bloccano il paese e i rifornimenti perché il lavoro non basta più per sopravvivere; se in tutta Europa i popoli insorgono, è ora che la politica ci ascolti. Da decenni la classe politica è sempre di più una casta, lontana e insensibile alle manifestazioni di massa, nascosta dietro il sottile dito della repressione, pavida degli interventi per sostenere i ceti medi e bassi. Si tenta sempre di più di restringere gli spazi democratici: è evidente come sia scomoda per una classe dominante sempre più autocratica la formazione del pensiero critico e lo scambio di opinioni. Lo vediamo con la nuova legge elettorale, che obbliga i partiti politici extraparlamentari a raccogliere 450.000 firme nel giro di due settimane, una richiesta che neanche i partiti parlamentari potrebbero soddisfare e che va a gravare solo su determinate forze politiche. È chiaro come questo governo abbia paura che in Parlamento entrino membri di partiti di reale opposizione che propongono una vera alternativa. Nello stesso contesto si inserisce il DL Romeo, un decreto legge con il solo scopo di reprimere il dissenso e giudicare antisemiti tuttɜ coloro che si schierano al fianco del popolo palestinese. Rivendichiamo con forza il nostro antisionismo, che i nostri Stati complici si dimenticano di differenziare dall’antisemitismo. Ribadiamo la nostra solidarietà a tutti i popoli in lotta contro l’imperialismo e il neocolonialismo, declinazioni del capitalismo. Siamo arrivatɜ alla crisi della storia e i fatti ce lo dimostrano: oggi come non mai lɜ studentɜ, cittadinɜ del mondo futuro, si trovano di fronte a una crisi di prospettive generalizzata che va dalla guerra continua che sembra inevitabile, al caroprezzi che avanza anno dopo anno perché la crescita economica è ad uso dei padroni, fino a una crisi climatica che incombe sulle nostre teste. Non vogliamo vivere in un mondo che rifiutiamo e che non ci appartiene, e per questo faremo tutto ciò che è in nostro potere per cambiare direzione. Organizzare la protesta è vitale e insieme creeremo la nostra alternativa. L’occupazione è l’apice dell’espressione del nostro dissenso, non tanto per il rumore fatto da una scuola bloccata e dallɜ studentɜ che con forza denunciano il loro radicato malcontento, quanto per la speranza che dimostra una scuola occupata, dove lɜ studentɜ prendono in mano quella che è la loro realtà di tutti i giorni e con convinzione la portano sulla strada che ritengono giusta per loro. Creare una scuola che sia davvero nostra è ciò in cui speriamo per il futuro, e durante l’occupazione essa ci appartiene e ci permette finalmente di dare vita ai nostri progetti, formazioni ed espressioni più personali. La nostra vitalità si esalta oggi tra queste mura, perché noi ora possiamo dire di aver vinto contro l’oppressore e da qui ripartire più fortɜ che mai, in nome della nostra libertà. Questo è solo l’inizio del nostro nuovo futuro, dove la nostra resistenza è diventata intrascurabile e passa dalla mobilitazione, dal riappropriamento di spazi fisici e quindi contro-culturali, dall’espressione pubblica del dissenso e soprattutto dal ribaltamento delle forze produttive. Occupare, manifestare e scioperare sono le parole d’ordine per la ripartenza della nuova gioventù che di fronte al nemico non farà neanche un passo indietro. Uscitɜ dalla scuola continueremo a riempire le piazze, portando avanti le nostre istanze finché non saranno soddisfatte. Crediamo con convinzione che la lotta non si debba fermare alle occupazioni delle scuole, ma esse devono funzionare da motore di slancio per le manifestazioni successive. Come abbiamo fatto in passato continueremo le proteste dentro e fuori scuola, con la scuola tutta. La mobilitazione continuerà con lo sciopero generale ed internazionale del 30 ottobre: studentɜ e lavoratorɜ si uniscono e continueranno a farlo perché la lotta non si ferma e non si fermerà mai. Scuola Resistente è una trasmissione in onda il sabato alle 18.00 curata da Stefano Bertoldi nostro collaboratore e corrispondente da Roma
October 25, 2026
Radio Onda d`Urto
ALBANIA: VIOLENTI SCONTRI A TIRANA TRA STUDENTI E POLIZIA. ASSEDIATI I PALAZZI DEL POTERE
Violenti scontri oggi a Tirana tra la polizia e i manifestanti durante l’ennesima giornata di protesta convocata dagli studenti. I manifestanti chiedono le dimissioni del premier Edi Rama. Gli agenti hanno caricato il corteo con gli idranti e i gas lacrimogeni, disperdendo la folla raggruppata inizialmente davanti al ministero dell’educazione e subito dopo di fronte al Palazzo di governo. Le forze dell’ordine a fatica sono riuscite a prendere il controllo del principale viale di Tirana con la folla dispersa tra le vie del centro della capitale, lasciando dietro cassonetti di immondizia dati alle fiamme. Ai manifestanti oggi si sono aggiunti gruppi ultras della capitale. Da Tirana il collegamento con Roberto Hajdari fotoreporter indipendente Ascolta o scarica 
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
CAROVITA & RIARMO: LA DIRETTA DAI CORTEI DI SABATO 24 OTTOBRE IN MEZZA ITALIA
Migliaia e migliaia di persone in piazza in Italia sabato 24 ottobre contro carovita, riarmo e l’ennesima militarizzazione delle città, dopo il fine settimana del 17 e 18 ottobre, segnato da una nuova forma di mobilitazione in particolare delle classi giovanili popolari. Il tutto in una giornata in cui il Viminale fa sapere ci siano state ben 4mila identificazioni,9 persone arrestate e ben 371 persone portate in questura, oltre a centinaia e centinaia di perquisizioni “preventive”, partendo da chat e social. Dentro questo clima da caccia alle streghe e da “Minority Report” rientra anche il fermo ai danni di un 30enne, ritenuto creatore e amministratore della pagina Instagram e della relativa community su Telegram “Movimento 17 ottobre”, nata dopo (e non prima) le proteste del fine settimana. Le accuse di reato, al momento ipotesi, sono istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, come prevede l’articolo 420 bis, fresco fresco di nuovo decreto legge. In questa ondata repressiva, nel pomeriggio sono partiti i cortei dalle varie città italiane, caratterizzati da una presenza spontanea e giovanile, ma pure da un ruolo molto più significativo giocato da movimenti sociali e organizzazioni di base. Non sono mancati scontri e cariche di polizia, in diversi casi con uso di idranti e fitti lanci di lacrimogeni, a corredo di gestioni di piazza muscolari: è il caso di Torino, Bologna, Firenze, Padova e Roma.  18.45 – Corteo selvaggio a Roma arrivato alla Stazione Termini. Migliaia i manifestanti 18.30– Concentramento in Piazza de Ferrari contro guerra e carovita. Diverse centinaia le persone presenti 18.20- I due cortei di Milano, quello per il Carovita da Cairoli e quello per la Palestina da Piazza Leonardo, si sono appena ricongiunti i Piazza della Repubblica e si stanno ora dirigendo verso Porta Venezia. Scontri all’altezza di Corso Venezia. Diecimila in manifestazione. Ore 18.00 – Scontri a Bologna con utilizzo di idranti contro i manifestanti, un giovane portato via in ambulanza. Ore 17.45- Diversi cortei stanno attraversando la citta di Milano Ascolta o scarica  Ore 17.30– Dopo alcune cariche il corteo è finalmente riuscito a partire uscendo da Piazza Castello, sono migliaia le persone alla manifestazione di Torino Ascolta o scarica  Ore 17.00 –  Oltre un migliaio di persone si sono riunite al momento in piazza del Nettuno, a Bologna. Il collegamento con Federico, della redazione Emilia-Romagna di Radio Onda d’Urto. Ascolta o scarica. Ore 16.50 – Migliaia di persone in Piazza Castello, a Torino. Si segnalano cariche di polizia all’ingresso di Via Po, la piazza rimane compatta. Ore 16.40 – A Napoli è partita da Piazza Garibaldi una manifestazione spontanea diretta verso piazza del Prebiscito. Ore 16.40 – A Milano il corteo spontaneo diretto verso Cairoli è stato bloccato a Lanza dalla polizia in tenuta antisommossa. Ascolta o scarica. Ore 16.25 – collegamento con Bergamo in una piazza studentesca molto partecipata promossa dall’Udu. Con noi Sara Agostinelli giornalista e nostra collaboratrice Ore 16.15 – ‘Soldi alla scuola non alla guerra. Dal nord al sud studenti ai lavoratori uniti contro il carovita’: aperto da questo striscione, è partito il corteo studentesco a Torino, uno di quelli previsti nel pomeriggio di oggi. Oltre duecento ragazzi e ragazze delle scuole superiori si sono mossi da piazza Arbarello per raggiungere – in base alle informazioni raccolte – il punto di ritrovo principale della manifestazione in piazza Castello. Il corteo sfida a suon di musica per le vie del centro storico. Fra i cartelli quello con la scritta “Non rubare il governo non ama la competizione”. Intanto continuano ad arrivare manifestanti in piazza Castello, dove sono presenti già migliaia di persone. Tra loro uno spezzone di studenti universitari dietro lo striscione “Contro guerra e carovita. 30 ottobre sciopero generale”, accompagnati dalle bandiere di Cambiare Rotta, Osa, Potere al Popolo e del sindacato Usb. Dalla piazza si sono levati cori contro la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e lo slogan “Noi la guerra non la paghiamo”.  La corrispondenza con Martina, compagna di Askatasuna. Ascolta o scarica. Ore 15.50 – A Milano ancora nessun annuncio delle piazze in cui si sarebbero svolte manifestazioni. Intanto la Digos avrebbe identificato un 30enne ricercatore e giornalista freelance  come il presunto creatore e amministratore della pagina Instagram e di alcune community Telegram chiamate “Movimento 17 ottobre”, nato dopo i fatti del fine settimana scorso. Il 30enne, è stato portato in Questura a Milano, mentre la Digos ha perquisito l’abitazione dei genitori, nell’est della provincia di Brescia. Il collegamento con Luciano Muhlbauer, compagno milanese e nostro storico collaboratore. Ascolta o scarica. 15.30 – A Firenze città anche qui militarizzata. In piazza Santa Maria Novella, l’ultimo luogo annunciato per il raduno dei manifestanti e senza ulteriori piazze indicate, sono presenti alcuni gruppi di giovani e giovanissimi. I manifestanti stanno cercando di concordare con le forze dell’ordine la possibilità di svolgere un corteo, presumibilmente in direzione del Duomo, e assicurano che sarà un’iniziativa pacifica. Ore 15.00 – Identificati decine e decine di giovani nell’area del centro di Roma durante i controlli preventivi della polizia.
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
FRANCIA: DECINE DI MIGLIAIA IN PIAZZA CONTRO IL CAROVITA E I TAGLI ALL’ISTRUZIONE PUBBLICA
Sabato di manifestazioni in Francia, il secondo atto del movimento contro il carovita con cortei in tutto il Paese. Decine di migliaia le persone in corteo a Parigi. Migliaia in corteo anche nelle altre grandi citta’. Al termine del corteo parigino scontri tra manifestanti e polizia. Scontri anche a Bordeoux, Strasburgo, Grenoble, Nantes e Marsiglia. A Parigi si registrano i primi scontri tra polizia e manifestanti davanti al Lycée Hélène-Boucher, nel XX arrondissement, mentre il corteo volge al termine. Le forze dell’ordine hanno fatto uso di gas lacrimogeni e di idranti per disperdere la folla. ‘Tout le monde déteste de la police’, hanno scandito i manifestanti, per la maggior parte con il volto coperto, riporta Le Figaro. Alla manifestazione nella capitale hanno partecipato 110mila persone, secondo le stime della prefettura di polizia. Fino a questo momento, il corteo si era svolto pacificamente.I manifestanti stanno protestando per chiedere più fondi per l’istruzione e contro l’aumento del costo della vita. La procura di Parigi ha reso noto che 64 persone sono state arrestate in relazione alla manifestazione di oggi e 40 sono state poste in stato di fermo, tra gli arrestati figurano sei minorenni. Una persona è rimasta gravemente ferita alla mano oggi a Tolosa, nel sud-ovest della Francia, durante gli scontri con la polizia a margine della manifestazione di protesta che si è svolta come in altre decine di città del Paese. Scontri tra forze dell’ordine e manifestanti a Nantes. La polizia ha usato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e granate stordenti, riportano i media francesi. Le Figaro riferisce che una gioielleria in centro è stata saccheggiata. Le forze dell’ordine sono intervenute rapidamente e hanno arrestato almeno tre persone. Tensioni invece a Lione, dove 10.000 persone si sono riunite per manifestare nonostante il divieto della polizia in un ampio perimetro della città. Tafferugli anche a Marsiglia e Rennes, dove a fine manifestazione la polizia ha fatto uso di gas lacrimogeni. A Nantes gli agenti sono ricorsi agli idranti per disperdere raduni non autorizzati. Da Parigi il collegamento con Cesare Piccolo giornalista e nostro collaboratore Ascolta o scarica 
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
MILANO MA NON SOLO: PERQUISIZIONI E POLIZIA OVUNQUE VERSO I CORTEI DEL POMERIGGIO.
In Italia si moltiplicano gli allarmi e gli annunci di misure repressive, mentre ci si prepara comunque a scendere in piazza nel pomeriggio di sabato 24 ottobre, contro carovita, riarmo e città solo per ricchi (e polizia). La neonata pagina social Movimento 17 Ottobre ha annunciato ieri un cambio di strategia: niente più cortei con percorsi prestabiliti, ma concentramenti in luoghi che verranno comunicati soltanto all’ultimo momento. Spiegando di non volersi trovare di fronte piazze già blindate, invitando a seguire i canali social dove alle 14.30 annunceranno i nuovi concentramenti delle manifestazioni. Intanto, da nord a sud, si moltiplicano le operazioni di polizia. Questa mattina sono state effettuate oltre 150 perquisizioni tra Milano, Monza e altre venti città. I provvedimenti richiamano l’articolo 41 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, che consente perquisizioni urgenti in presenza di specifici presupposti legati al sospetto di detenzione illegale di armi o munizioni. Secondo i verbali, l’indagine sarebbe partita da una chat WhatsApp con numerosi partecipanti, individuata attraverso il telefono di una persona indagata per i fatti del 17 e 18 ottobre. Gli inquirenti segnalano messaggi che giudicano istigatori. L’operazione odierna fa seguito a una prima ondata di controlli scattata ieri che aveva preso di mira circa 100 persone.  Le perquisizioni scattano così a poche ore dalla mobilitazione, convocata attraverso i social, mentre a Milano si prepara un imponente dispositivo di forze di polizia. Sono previsti infatti almeno mille agenti tra Polizia e Carabinieri, in tenuta antisommossa e in borghese, oltre a più di 300 agenti della Polizia Locale e a 500 paracadutisti della Folgore. È inoltre contemplato l’impiego di droni per la sorveglianza dall’alto. Vietati presidi e cortei nelle aree tra San Babila, Cairoli e piazza Duomo, Garibaldi e Porta Venezia. Previsti anche primi controlli nelle stazioni ferroviarie della Lombardia. Il punto con Demetrio del portale Milano in Movimento Ascolta o scarica  A seguito delle centinaia di fermi eseguiti dalle forze dell’ordine – molti dei quali hanno riguardato ragazzi giovanissimi e minorenni – una rete nazionale di associazioni della società civile (tra cui Arci, Amnesty International Italia, Un Ponte Per, A Sud, Giuristi Democratici e Legal Team Italia) ha attivato e promosso le attività di HubForDefenders. L’obiettivo è quello di offrire un team legale per tutelare i diritti civili e lo spazio pubblico, rispondendo alle decine di richieste di assistenza e segnalazioni critiche arrivate in particolare dalle famiglie dei minori trattenuti o fermati a Milano. Questo pomeriggio HFD sara’ presente a Milano con un gazebo in Piazza dei Mercanti per il monitoraggio della situazione, per la difesa legale di eventuali fermati con annesso punto di pronto soccorso. Un altro team si muovera’ a piedi per le piazze del centro. Sentiamo Andrea Cegna nostro collaboratore Ascolta o scarica 
October 24, 2026
Radio Onda d`Urto
Ascoltare i giovani. E offrire loro occasioni per ribellarsi facendo
ABBIAMO BISOGNO DI LIBERARCI DALLA RETORICA SECURITARIA, DELLA SUA FAME DI NUOVI REATI E DELLA SUA CAPACITÀ DI RIDURRE UN’INTERA GENERAZIONE AL FOTOGRAMMA DI UNA VETRINA INFRANTA. MA ABBIAMO ANCHE BISOGNO DI METTERE DA PARTE OGNI ASSOLUZIONE ROMANTICA E STERILE DELLA RIVOLTA. ALLE DOMANDE PORTATE NELLE STRADE IN MODI DIVERSI DA TANTI RAGAZZI E RAGAZZE BISOGNEREBBE RISPONDERE PRIMA DI TUTTO CON L’ASCOLTO. POSSONO ESSERCI D’AIUTO L’IRREQUIETEZZA DI DANILO DOLCI E QUELLA ASSAI DIFFERENTE DI GOFFREDO FOFI PER FAR NASCERE IN QUESTO SCENARIO UNA POLITICA NUOVA. UNA POLITICA CHE, AD ESEMPIO, AFFIDI AI GIOVANI LUOGHI, RISORSE, RESPONSABILITÀ – SCRIVE GIANNI PALUMBO – CHE PERMETTA LORO DI COSTRUIRE GIORNALI, TEATRI, COOPERATIVE, SCUOLE POPOLARI, ASSOCIAZIONI E LABORATORI DI QUARTIERE…” Nella foto di qualche mese fa, due liceali del collettivo “Sindacato R. Margherita” di Palermo provano (invano) ad aprire la porta dell’ex bar della scuola, in stato di abbandono. Nelle prossime settimane, dopo estenuanti tira e molla con scuola e amministrazione comunale, gli studenti e le studentesse passeranno proprio da quella porta per poter accedere al loro nuovo spazio autogestito affidato dalla scuola (leggi Una stanza tutta per loro) -------------------------------------------------------------------------------- Le cronache di questo ottobre hanno il colore “acre” dei fumogeni. Mostrano pietre sull’asfalto, vetrine infrante, caschi serrati, e i ragazzi trascinati via con forza; poi indugiano sul resto, quasi che dentro quel perimetro di vetri rotti fosse racchiusa tutta la verità delle piazze. Intanto, migliaia di studenti e studentesse hanno attraversato le città italiane chiedendo scuole sicure, diritto allo studio, trasporti accessibili, meno precarietà e meno denaro destinato agli armamenti. «Soldi alla scuola, non alla guerra» e «Meno armi, più diritti» sono diventati il respiro comune dei cortei. La risposta del governo ha già trovato la propria lingua. È la lingua rapida della pena: un nuovo reato di partecipazione violenta alle manifestazioni, punito con la reclusione da due a cinque anni e con multe fino a ventimila euro, accompagnato da aggravanti, fermo preventivo e flagranza differita. Un altro tratto del conflitto sociale viene consegnato al codice penale. È qui, proprio quando la cronaca sembra avere fretta di chiudere il discorso, che bisognerebbe chiamare Danilo Dolci. Farlo sedere idealmente accanto a noi, nel frastuono delle dichiarazioni, e domandargli che cosa vede. Forse ci inviterebbe a sgomberare per un momento il campo dalle sentenze, a disporci in cerchio, a lasciare che ciascuno pronunci la propria domanda. Perché una piazza può essere dispersa in poche ore; la domanda che l’ha riempita, invece, prepotentemente rimane, cammina sotto terra e aspetta. Il lungo ritorno della pena Michel Foucault apre il suo libro Sorvegliare e punire con una scena che lacera la pagina. Parigi, 1757: Robert-François Damiens, colpevole di avere attentato alla vita di Luigi XV, viene condotto nella piazza di Grève e consegnato a un supplizio interminabile. Il corpo diventa il luogo sul quale il sovrano riscrive la propria autorità; la sofferenza è rappresentazione, ammonimento, liturgia politica. Foucault accosta a quel teatro sanguinoso il regolamento di una casa ottocentesca per giovani detenuti: agli uncini e alle tenaglie succedono gli orari, la sorveglianza, l’esame, la disciplina quotidiana. Nessuno squarta più Damiens sulla piazza. Il patibolo è scomparso e la pena ha cambiato abito. Qualcosa di quel gesto remoto riaffiora, però, ogni volta che il potere avverte il bisogno di esibire il castigo per rassicurare una comunità impaurita. La pena viene innalzata come un argine simbolico, la severità occupa lo spazio della comprensione e il numero degli anni di carcere diventa la misura pubblica della fermezza. Perseguire chi ferisce, devasta o mette in pericolo altre persone appartiene alla responsabilità dello Stato. Una democrazia vive anche della certezza che la libertà di manifestare non autorizzi la violenza. Il problema comincia quando l’azione penale invade l’intero orizzonte politico, quando la condotta di alcuni inghiotte la voce di tutti, quando la parola “sicurezza” si fa tanto vasta da lasciare senza respiro la prevenzione, l’educazione, la giustizia sociale. La modernità giuridica nacque precisamente dal rifiuto di questa vertigine punitiva. Nel 1764 Cesare Beccaria insegnò all’Europa che la pena, per essere giusta, deve risultare pubblica, necessaria, proporzionata e la minima possibile nelle circostanze date. La sua intuizione più feconda conserva una semplicità rivoluzionaria: è meglio prevenire i delitti che punirli, e l’educazione rappresenta una delle forme più alte della prevenzione. Concentrare ogni energia sulla pena significa arretrare idealmente al Settecento anteriore ai Lumi, quando il dolore inflitto sembrava poter ricucire da solo l’ordine violato. Due secoli e mezzo di civiltà giuridica ci hanno insegnato a cercare le cause, distinguere le responsabilità, misurare la risposta pubblica, guardare oltre l’istante dell’offesa. La legge giudica gli atti; la politica deve leggere il tempo che li genera. E il nostro tempo parla di precarietà, solitudine, carovita, affitti irraggiungibili, edifici scolastici degradati, fiducia consumata. Parla di ragazzi ai quali viene chiesto di prepararsi al futuro mentre il futuro appare sempre più simile a una sala d’attesa. Nei cortei di ottobre (e non solo in Italia) quelle inquietudini hanno preso una forma precisa: investire nella scuola anziché negli arsenali militari, nella salute anziché nella paura, nella possibilità di vivere anziché nella preparazione permanente alla guerra. Danilo Dolci, o l’arte di ascoltare ciò che nasce Danilo Dolci arrivò nella Sicilia occidentale e scelse di abitare la fame senza trasformarla in folklore. A Trappeto e Partinico incontrò pescatori, contadini, disoccupati, bambini che crescevano in stanze prive di acqua e di speranza. Non portò una dottrina confezionata altrove. Portò domande, tempo, presenza; soprattutto, riconobbe nelle persone una conoscenza intrinseca che il potere aveva ignorato e rispetto alla quale era stato superficiale. Nel 1956 inventò lo “sciopero alla rovescia”: centinaia di disoccupati cominciarono a lavorare gratuitamente per rendere praticabile una strada pubblica abbandonata: la trazzera vecchia di Partinico. La risposta dello Stato con gli arresti fu crudele. Il processo, nel quale Piero Calamandrei assunse la difesa, divenne una disputa sul significato stesso della Costituzione e di quella Repubblica che l’articolo 1 dichiara fondata sul lavoro. C’è già tutto, in quella strada dissestata. Uomini senza occupazione rendono utile la propria forza e trasformano il bisogno in un’opera collettiva; l’autorità riconosce l’infrazione prima ancora della domanda di dignità. È una scena ancora viva, quasi una parabola del presente. Quando la protesta crea uno strappo nell’ordine consueto, lo Stato può limitarsi a vedere lo strappo oppure guardare ciò che, da quello squarcio, diventa finalmente visibile. Dolci chiamò maieutica reciproca il metodo maturato in quegli incontri. Ci si dispone in cerchio, si ascolta, si cerca insieme; chi insegna accetta di imparare e chi è stato condannato al silenzio scopre di possedere una parola. La conoscenza nasce dalla relazione, e la risposta a un problema collettivo prende forma attraverso la partecipazione di coloro che lo vivono. Poi c’è il verso di Danilo Dolci che continua a raggiungerci come una carezza e una responsabilità: «Ciascuno cresce solo se sognato». È un invito a spalancare gli occhi sulla realtà. Sognare qualcuno significa vederlo più grande del suo gesto peggiore, scorgerne la possibilità ancora informe, custodire l’avvenire che lui stesso, talvolta, non riesce più a immaginare. Sognare i giovani chiede molto agli adulti, chiede uno sforzo cosciente. Chiede di non usarli retoricamente come decorazione nei discorsi sul futuro e come bersaglio nei discorsi sulla sicurezza. Chiede scuole nelle quali, banalmente, non piova dal soffitto, biblioteche aperte, consultori, case accessibili, lavoro non umiliante, luoghi nei quali la parola abbia ancora un peso. Chiede la pazienza di ascoltare persino ciò che irrita, ciò che mette in discussione le nostre priorità e incrina la pace apparente delle abitudini. La richiesta dei giovani che manifestano, quella di spostare risorse dagli armamenti al welfare contiene una visione della sicurezza più ampia. Sicura è una società nella quale una malattia non precipita una famiglia nella povertà; nella quale studiare non dipende dal reddito dei genitori; nella quale un adolescente trova adulti capaci di ascoltarlo prima che la rabbia diventi l’unico alfabeto disponibile. La sicurezza germoglia nella fiducia, si costruisce nelle scuole, respira negli ospedali, cresce nei quartieri. Goffredo, nella stanza vuota In questi giorni, di fiducia e smarrimento, ho pensato spesso a Goffredo Fofi, all’amicizia che era nata con lui, già anziano ma giovanissimo nella tempra. Alla telefonata che avrei voluto fargli, alla sua voce impaziente, alla rapidità con cui avrebbe spazzato via le frasi troppo comode, al modo in cui mi avrebbe redarguito brandendo il suo bastone. Ho immaginato una delle nostre conversazioni: le domande, gli scarti improvvisi, qualche giudizio netto, forse un silenzio, poi quella capacità tutta sua di costringerti a guardare il punto che avevi preferito lasciare nell’ombra. La sua dipartita (Goffredo Fofi ci ha lasciati a luglio dello scorso anno a 88 anni. Avevo perso mio padre pochi mesi prima, e poi lui, che ho sempre considerato, senza mai dirglielo, una sorta di secondo padre) pesa anche così: nella stanza lasciata vuota dalle domande che non possiamo più rivolgergli. Ci sono persone la cui assenza non coincide con il silenzio. Continuano a interrogarci; siedono accanto a noi mentre scriviamo; sorvegliano una frase troppo levigata, una certezza troppo facile, un’indignazione che rischia di compiacersi di sé. Non so che cosa avrebbe detto davanti a queste piazze. L’amicizia non concede il diritto di parlare al posto di chi non c’è più. Anzi, chiede una fedeltà più difficile: conservare il dubbio, resistere alla tentazione di trasformare l’amico in un’autorità convocata per confermare ciò che già pensiamo. Goffredo detestava le statue (l’autocelebrazione statuaria del potere ma anche la monumentalizzazione del pensiero. A queste contrapponeva la necessità di abbattere il conformismo iconoclasta attraverso l’esercizio del dubbio permanente, e lo faceva citando spesso Camus, come poi ho imparato a fare io), soprattutto quelle costruite mentre la vita era ancora calda e contraddittoria. Posso soltanto provare a immaginare la direzione del suo sguardo, sapendo che avrebbe potuto sorprendermi e contraddirmi. Avrebbe forse diffidato della retorica securitaria, della sua fame di nuovi reati e della sua capacità di ridurre un’intera generazione al fotogramma di una vetrina infranta. Avrebbe guardato con altrettanta insofferenza ogni assoluzione romantica della rivolta, ogni celebrazione automatica dei giovani come innocenza offesa. Goffredo conosceva bene il rischio di trasformare i giovani in una categoria astratta. Li aveva frequentati, sollecitati, accompagnati per tutta la vita; aveva formato generazioni di artisti, ricercatori e operatori culturali senza chiedere loro obbedienza. Per lui non erano figure da blandire con il paternalismo. Erano persone da mettere nelle condizioni di fare, sperimentare, sbagliare, essere contraddette e trovare la propria strada. Questa sua disposizione veniva anche da lontano. Negli anni Cinquanta, giovane maestro elementare, aveva raggiunto Danilo Dolci in Sicilia. Era stato con lui nel lavoro sociale e educativo, in quell’esperienza nella quale il pensiero cercava continuamente la prova dell’azione. “Allievo” è una parola giusta, purché le si restituisca movimento: Goffredo era uno di quegli allievi capaci di ereditare una lezione discutendola, portandola altrove, sottraendola al culto. Da Dolci aveva appreso l’arte di creare piccole comunità, il valore dell’ascolto e della presenza, l’attenzione verso le vite relegate ai margini. Quel seme avrebbe attraversato il suo lavoro futuro: le riviste, le scuole, i gruppi, le amicizie intellettuali, l’ostinazione con cui cercava voci nuove. Credeva nelle minoranze attive, nei luoghi piccoli e inquieti dove una società può ancora pensare sé stessa prima che il mercato trasformi ogni esperienza in consumo. Dolci ci offre lo sguardo che sogna. Goffredo aggiunge la voce che punge, che verifica il sogno nella materia delle scelte quotidiane. Con lui la speranza perde ogni indulgenza e diventa un compito. Amare i giovani significa offrire loro uno spazio reale, accettare il disordine che portano, sopportare che prendano una strada diversa da quella preparata per loro. Forse, davanti alle cronache di questi giorni, avrebbe domandato anzitutto: quali esperienze concrete stiamo costruendo? Quali luoghi abbiamo consegnato ai ragazzi? Quali strumenti, quali responsabilità, quali possibilità di azione? E forse avrebbe aggiunto, con la sua severità affettuosa: che cosa abbiamo permesso a questi giovani di fare, prima di rimproverarli per ciò che alcuni di loro hanno distrutto? È una domanda che non assolve nessuno. Scava più in profondità dell’assoluzione e della condanna. Ci obbliga a guardare la povertà dell’offerta adulta, le scuole impoverite, i quartieri senza luoghi di incontro, la politica ridotta a comunicazione, la cultura trattata come lusso o intrattenimento. Ci obbliga anche a chiedere ai giovani che cosa intendano costruire, quale disciplina vogliano darsi, come desiderino trasformare la rabbia in organizzazione e la protesta in durata. Goffredo sapeva che la critica può essere una forma esigente della cura. Contraddire un giovane significa prenderlo sul serio, riconoscerlo come interlocutore anziché come destinatario passivo di un sermone. Anche per questo il suo pensiero ci preserva da una rappresentazione sentimentale delle piazze. La violenza conserva il proprio peso, le responsabilità rimangono personali, il danno non si dissolve nella nobiltà di una causa. La società adulta, intanto, conserva la responsabilità di offrire alla rabbia strumenti più fertili del sasso, alla protesta una capacità organizzativa, al dissenso la possibilità di incidere. Nella tensione fra il sogno di Dolci e l’irrequietezza di Goffredo Fofi può ancora nascere una politica. Una politica che affidi ai giovani luoghi, risorse, responsabilità; che permetta loro di costruire giornali, teatri, cooperative, scuole popolari, associazioni e laboratori di quartiere. Una politica capace di restituire il diritto di tentare, perché senza tentativi ogni appello alla partecipazione resta una porta dipinta sopra un muro. È qui che la sola criminalizzazione rivela la propria povertà. Essa fotografa il giovane nell’istante in cui rompe, urla, si copre il volto. Danilo Dolci e Goffredo Fofi lo guardano nel tempo: da dove viene, quale ferita porta, quale energia potrebbe liberare, quale comunità potrebbe costruire. Quello sguardo lungo non cancella la responsabilità individuale. Le impedisce di diventare un destino. La piazza dopo il fumo dei lacrimogeni e dei petardi Quando i fumogeni si dissolvono, sull’asfalto restano molte cose, qualcuno dice che “sembra una guerra” (ma la guerra è quella che stiamo finanziando e alla quale pretendono di prepararci). Restano i danni, che qualcuno dovrà riparare. Restano le paure di chi si è trovato in mezzo agli scontri e la fatica delle forze dell’ordine. Restano anche migliaia di ragazze e ragazzi tornati a casa senza avere lanciato nulla, se non una domanda al Paese. Molti cortei dell’ottobre 2026 si sono svolti pacificamente; a Roma, dopo proteste e lanci di petardi davanti al ministero dell’Istruzione, la manifestazione si è conclusa senza ulteriori tensioni e così in moltissime altre città del Sud. Quella domanda riguarda l’ordine delle nostre priorità. Chiede perché gli arsenali militari sembrino sempre urgenti e la scuola e l’istruzione possano attendere; perché il linguaggio della guerra entri nell’immaginario pubblico così prepotentemente mentre si restringono gli spazi della cura; perché ai giovani si domandi fiducia senza offrire loro prove sufficienti che il domani sia stato pensato anche per loro. Una risposta all’altezza dovrebbe cominciare dall’ascolto e diventare scelta politica: assemblee permanenti nelle scuole e nei territori, bilanci partecipativi, investimenti verificabili nell’edilizia scolastica, sostegno alla salute mentale, diritto alla casa e allo studio, spazi culturali autogestiti, educazione alla nonviolenza e forme di giustizia riparativa. La maieutica di Dolci può uscire dai libri e farsi metodo istituzionale: una maniera più matura di governare il conflitto. Il carcere può fermare una persona. Non ricostruisce il patto tra le generazioni, non ripara una scuola fatiscente, non abbassa un affitto, non restituisce fiducia alla parola pubblica. Una democrazia capace soltanto di sorvegliare finisce per avere paura di tutto ciò che nasce; una democrazia capace di educare riconosce nel dissenso anche una riserva di energia civile. Danilo Dolci ci chiederebbe di sognare quei giovani. Goffredo non posso dire che cosa ci chiederebbe: la sua assenza merita più rispetto di qualsiasi citazione immaginaria. Posso però continuare a interrogarlo nell’amicizia, ascoltando dentro di me quella voce franca che non permetteva alla speranza di diventare alibi. Una voce che invitava a lasciare fare, offrire strumenti, pretendere responsabilità, sopportare la libertà altrui. Foucault ci ricorda di vigilare sul fascino antico della pena; Beccaria, dalla soglia dei Lumi, ci domanda se abbiamo davvero imparato che prevenire è più umano che punire. Dolci affida a ciascuno il compito di sognare l’altro. Goffredo lascia una domanda più ruvida, resa oggi ancora più urgente dal vuoto della sua scomparsa: che uso facciamo della possibilità che intravediamo negli altri? Nel silenzio che segue i cortei, questa è forse la scelta che rimane. Possiamo contare le pietre, fare gli inventari delle macerie materiali e costruire nuove carceri. Possiamo anche raccogliere le domande, aprire le scuole, curare le ferite, restituire futuro. Un Paese che smette di sognare i propri giovani ha già cominciato a perderli. Un Paese che trova il coraggio di ascoltarli, affidarvisi e chiedere loro responsabilità può ancora crescere insieme a loro. -------------------------------------------------------------------------------- Riferimenti bibliografici * Giuseppe Barone, Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta. La vita e l’opera di un uomo di pace, Altreconomia, 2007; * Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, Feltrinelli, 2021; * Danilo Dolci, Banditi a Partinico, Laterza, 1955; * Danilo Dolci, Processo all’articolo 4, Einaudi, 1956; * Danilo Dolci, Dal trasmettere al comunicare, Sonda, 1988; * Goffredo Fofi, Strana gente. 1960: un diario tra Sud e Nord, Donzelli, 1993; * Goffredo Fofi, Il secolo dei giovani e il mito di James Dean, La nave di Teseo, 2020; * Michel Foucault, Sorvegliare e punire, Einaudi, 1976. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Imparare a pensare la speranza -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GOFFREDO FOFI: > Quasi ai margini -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ascoltare i giovani. E offrire loro occasioni per ribellarsi facendo proviene da Comune-info.
October 23, 2026
Comune-info
CARO ENERGIA, CARO CARBURANTI… COSÌ ENI AUMENTA I PROFITTI DEL 70% IN NOVE MESI
Mentre, in Italia e in tutta Europa, crescono le lotte contro il carovita, il caro-carburanti e la situazione economica sempre più asfissiante per i lavoratori, le lavoratrici e in generale per le classi popolari, i colossi energetici festeggiano i loro extraprofitti. È il caso dell’italiana Eni, che ha reso note le entrate dei primi nove mesi dell’anno. In sostanza, il bilancio ci dice che Eni ha aumentato i propri profitti del 70% sullo stesso periodo dello scorso anno, il 2025. In questi primi nove mesi dell’anno, l’utile di Eni è stato di 6,4 miliardi di euro. Se si guarda soltanto al terzo trimestre, Eni ha aumentato i suoi utili del 125% rispetto all’anno scorso, superando addirittura anche gli altri colossi del fossile, che nell’ultimo anno hanno aumentato i propri guadagni “solo” del 75%, passando da 43 a 75 miliardi complessivi di utili. Su Radio Onda d’Urto abbiamo commentato la notizia con Eva Pastorelli di ReCommon, che nel giugno 2026 ha lanciato la petizione “Tassiamo gli extra-profitti delle multinazionali fossili” per chiedere al governo “misure concrete per avviare una vera transizione energetica”. Ascolta o scarica.
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto
SCUOLA: PROSEGUE L’ONDA LUNGA DELLE OCCUPAZIONI. UNA DECINA A GENOVA. ASSEMBLE PUBBLICHE IN TUTTA ITALIA VERSO LO SCIOPERO GENERAZIONALE DEL 30 OTTOBRE
Nuove occupazioni studentesche oggi, a partire dallo storico Itis Da Vinci di Firenze, mentre a Palermo 5mila studentesse-i in corteo, dopo una settimana di proteste nelle varie scuole della città. A Napoli invece alcune centinaia di studentesse-i della zona di Scampia, con striscioni e megafoni, hanno manifestato davanti al carcere di Napoli Secondigliano, contro carovita e scuole che crollano. I giovani si sono poi spostati in altri luoghi simbolo della periferia partenopea. A Genova è in corso una forte ondata di occupazioni studentesche che ha già coinvolto una decina di istituti superiori della città. La protesta, coordinata in gran parte dal movimento Opposizione Studentesca d’Alternativa (Osa), è iniziata a metà ottobre prendendo ispirazione dalle mobilitazioni studentesche francesi. “Siamo gli studenti che pagano il prezzo dei tagli all’istruzione, che vanno a scuola con tetti e finestre che crollano. Siamo quelli che subiscono la riforma “4+2″ dei tecnici, che ci ha tagliato le ore e aziendalizzato le nostre scuole. Siamo quelli che vivono ogni giorno pagano il prezzo del riarmo e della guerra, tutto, dalla benzina al cibo, a prezzi sempre più cari” si legge nel comunicato diffuso dall’Opposizione Studentesca d’Alternativa (Osa). Da Genova Alice di Osa Ascolta o scarica  Il commento di Alice sulla repressione che sta colpendo le piazze in tutta Italia Ascolta o scarica  “Il 17 a Milano in piazza c’eravamo tutte noi! La Gen Z a Milano, così come in tutta Europa, sta dimostrando la volontà di cambiare le cose. Il carovita aumenta, le scuole cadono a pezzi, l’affitto si mangia lo stipendio, il lavoro è sempre precario, il clima è al collasso e i nostri soldi vengono spesi per pagare le armi di guerre che creano solo devastazione. È arrivato il momento di organizzarci: invitiamo tutti i collettivi scolastici, le realtà studentesche ed universitarie, tutti i ragazzi che sono scesi ieri in piazza, verso una mobilitazione di massa determinata a farsi sentire”. Cosi’ invece il comunicato del Collettivo Deriva che ha organizzato l’assemblea aperta che si è tenuta ieri a Milano nel tardo pomeriggio presso i Giardini di Porta Venezia. Da qui sentiamo l’intervento di Ettore del Deriva Ascolta o scarica 
October 23, 2026
Radio Onda d`Urto