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Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Milano InMovimento -------------------------------------------------------------------------------- C’è una notizia di cui si parla troppo poco. Tony Blair avrebbe chiesto ad Abu Mazen di cancellare la parola “Palestina” dai libri di scuola dell’Autorità Palestinese e sostituirla con “Samaria”. A rivelarlo è Jeremy Greenstock, ex ambasciatore britannico all’ONU, che dice di aver ricevuto l’informazione da una fonte ministeriale: la richiesta sarebbe arrivata dal Board of Peace, l’organismo che dovrebbe gestire il “day after” a Gaza, come condizione per considerare l’Autorità Palestinese affidabile. L’offerta sarebbe stata respinta. Il Blair Institute smentisce in blocco. Che sia vera o no nei dettagli, la richiesta è coerente con tutto ciò che Blair rappresenta da vent’anni. Inviato del Quartetto per il Medio Oriente dal 2007 al 2015, ha lasciato quell’incarico senza un solo risultato verificabile sul processo di pace, mentre la colonizzazione della Cisgiordania proseguiva indisturbata sotto il suo mandato. Prima ancora, ha portato il Regno Unito in una guerra d’aggressione contro l’Iraq motivata da prove false sulle armi di distruzione di massa, un atto per cui la Chilcot Inquiry lo ha giudicato responsabile di aver esagerato la minaccia. È l’uomo che una parte della sinistra europea (da noi quel soggettino di Renzi che lo giudica un modello) continua a citare come statista illuminato, dimenticando che il suo blairismo ha svuotato la socialdemocrazia inglese della sua sostanza redistributiva per allinearla al mercato. Che oggi sia lui, tramite un board co-diretto da Jared Kushner e legato agli interessi israeliani e statunitensi nella ricostruzione di Gaza, a dettare condizioni sull’identità nazionale palestinese, è la sintesi perfetta di chi è stato e di cosa continua a fare. Sostituire “Palestina” con “Samaria” non è un dettaglio lessicale. Samaria è il nome biblico con cui il sionismo revisionista, da Begin in poi, designa la Cisgiordania per negarne la natura di territorio conteso e affermarne l’appartenenza storica a Israele. Imporlo nei libri scolastici significherebbe imporre alla popolazione palestinese la cancellazione toponomastica della propria terra, esattamente mentre 158 Stati membri dell’ONU riconoscono lo Stato di Palestina e la Corte Internazionale di Giustizia, nel parere del luglio 2024, ha dichiarato illegale l’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Chiedere a un popolo di rinunciare al nome della propria terra come prezzo per essere giudicato “capace di pace” non è diplomazia: è la richiesta di un atto di sottomissione formale, un altro passo verso la pulizia etnica ed il genocidio, ed è notevole che a formularla sia proprio chi si presenta come garante neutrale del dopoguerra. Il colonialismo ha tante facce… quella di Blair è una delle peggiori. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Palestina, Tony Blair e il sionismo revisionista proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Terra, acqua e semi
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Caravane Ouest Africaine Terre et Eau -------------------------------------------------------------------------------- Si è concluso l’8 agosto, con una marcia per le strade della città guidata dalla Convergenza contro l’accaparramento di terra, acqua e semi, un Forum che ha mostrato la forza raggiunta in dieci anni dai movimenti sociali e dalle organizzazioni della società civile africana. Dieci anni durante i quali organizzazioni contadine, produttori, pastoralisti, pescatori e movimenti sociali hanno imparato a riconoscersi nelle stesse battaglie, mettendo in relazione ciò che troppo spesso le politiche dividono: la terra dall’acqua, le sementi dalla biodiversità, la produzione dal commercio, la sovranità alimentare dalla giustizia sociale. Nata dal basso e rimasta una piattaforma informale, la Convergenza è diventata nel tempo uno spazio politico capace di collegare territori e Paesi dell’Africa occidentale, esperienze locali e mobilitazioni regionali, fino a raggiungere gli spazi internazionali. Il percorso che ha portato al Forum ha messo insieme solidarietà, proposte concrete e una riflessione su forme di organizzazione comunitaria che spesso non trovano spazio nei modelli di sviluppo costruiti dall’esterno. La celebrazione dei dieci anni è stata accompagnata dal riconoscimento e dalla benedizione dei capi tradizionali africani, in un momento dal forte valore simbolico: le lotte contemporanee per la difesa dei territori si sono così ricongiunte a una storia più lunga di custodia della terra, dei saperi e delle risorse comuni. Ma cosa significa oggi questa convergenza? Significa innanzitutto affermare che terra, acqua e semi non sono semplici fattori produttivi. Sono le condizioni della vita, della produzione alimentare e della possibilità stessa per le comunità di decidere del proprio futuro. Da questa consapevolezza nasce anche la richiesta di ripensare i modelli agricoli e commerciali. In Africa occidentale, molti paesi continuano a esportare materie prime mentre la trasformazione e il valore aggiunto vengono realizzati altrove. Per i movimenti contadini, cambiare questo modello significa investire nella trasformazione locale, nei mercati territoriali e in forme di commercio capaci di garantire ai produttori un prezzo che copra i costi di produzione e permetta una vita dignitosa. La Via Campesina e il ROPPA hanno avviato proprio su questo un lavoro comune, insieme ad altre organizzazioni di pastoralisti, pescatori, consumatori e movimenti sociali. La stessa logica attraversa la battaglia per la terra. La riforma agraria è tornata al centro dell’agenda politica come condizione per garantire a chi produce l’accesso e l’uso della terra. E senza terra non c’è neppure sovranità sulle sementi. Lo ha ricordato con particolare forza la conferenza dedicata a René Segbenou, figura emblematica della difesa delle sementi contadine e dell’agroecologia in Benin. Il suo lascito è stato riassunto in una frase: «Chi perde le proprie sementi perde la propria sovranità». La semente non è infatti soltanto un input agricolo. È memoria, cultura, biodiversità e autonomia. Difendere la possibilità dei contadini di conservare, riprodurre e scambiare le proprie sementi significa difendere il diritto delle comunità a decidere cosa coltivare e cosa mangiare. Anche su questo fronte, però, la posta in gioco è alta. I movimenti denunciano la crescente privatizzazione delle sementi e i rischi legati ai sistemi di proprietà intellettuale, chiedendo un riconoscimento effettivo dei sistemi sementieri contadini e dei saperi che li accompagnano. Terra, acqua e sementi tornano così a ricomporsi in un’unica questione: chi controlla le risorse fondamentali per produrre e vivere? È una domanda che il Forum ha esteso anche alle grandi questioni economiche e geopolitiche che attraversano oggi il continente. Si è parlato del debito definito illegittimo, che restringe lo spazio di scelta di molti governi africani e finisce per scaricare i suoi costi sulle popolazioni, alimentando dipendenze, esportazioni forzate ed estrattivismo. E si è parlato di migrazioni, denunciando la disumanizzazione di persone che si muovono alla ricerca di sicurezza e di una vita migliore e la loro trasformazione in strumenti di negoziazione politica. Il movimento sociale maghrebino e il Comitato dei rifugiati libici hanno avuto un ruolo particolarmente attivo nel Forum e hanno elaborato un proprio comunicato finale. A unire questioni apparentemente così diverse è una stessa domanda sul potere di decidere: chi decide sull’uso della terra? Chi controlla le sementi? Chi stabilisce le regole del commercio? Chi decide come utilizzare le risorse pubbliche? E chi decide sulle politiche che riguardano le persone che migrano? È anche da qui che è partita la riflessione sulla decolonizzazione della cooperazione. Non basta cambiare il linguaggio della cooperazione se rimangono inalterati i rapporti di potere. Decolonizzare significa riconoscere che nei territori del Sud esistono già conoscenze, pratiche e proposte e che i movimenti non sono beneficiari da consultare, ma soggetti politici con cui costruire relazioni di fiducia, partenariato e solidarietà. Ed è forse proprio questa la lezione più importante dei dieci anni della Convergenza. La forza non è soltanto nelle singole battaglie, ma nella capacità di restare uniti. Costruire fiducia tra organizzazioni diverse, condividere conoscenze, sostenersi reciprocamente e trasformare esperienze locali in proposte comuni ha permesso ai movimenti di costruire uno spazio politico che oggi attraversa l’Africa e dialoga con il mondo. Le alternative, hanno ricordato i protagonisti del Forum, non devono  essere inventate dall’esterno. Esistono già nei territori, nelle pratiche e nelle relazioni costruite dalle comunità. La cooperazione internazionale può scegliere se sostituirsi a queste esperienze o contribuire a rafforzarle. La strada indicata dal Forum è quella di costruire relazioni di solidarietà e una visione comune, superare le divisioni, riconoscere il protagonismo dei movimenti e imparare dalle risposte che vengono dal basso. La marcia dell’8 agosto ha chiuso il Forum, ma non questa storia. Dopo dieci anni di convergenza, la sfida è trasformare la solidarietà costruita tra i movimenti in una forza capace di difendere i territori e, soprattutto, di affermare un’altra idea di sviluppo: fondata sulla sovranità dei popoli, sulla giustizia e sul diritto delle comunità a decidere del proprio futuro. E forse è questa la domanda che il Forum lascia anche ai movimenti sociali italiani ed europei: siamo capaci di ascoltare queste proposte, riconoscerle come parte di una visione politica comune e costruire, a nostra volta, convergenze che vadano oltre le nostre singole battaglie? [Paola Demeo, Azione TerrAE, Coalizione per la transizione agroecologica formata da Acra, Cisv, Cospe, Deafal, Lvia, Mani Tese, Terra Nuova e Rete Semi Rurali] -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La Wild Coast non è una terra di conquista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Terra, acqua e semi proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione
-------------------------------------------------------------------------------- Castelbuono (Palermo). Foto Progetto Sos Gaza -------------------------------------------------------------------------------- Il 19 luglio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l’occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale in sé — non per gli eccessi, non per specifiche violazioni, ma come struttura. La Corte ha riaffermato le norme perentorie che vietano annessione, colonie, segregazione razziale e apartheid, definendo la propria pronuncia dichiarativa e vincolante per Israele e per tutti gli Stati che sostengono l’occupazione. È il punto di partenza corretto per un’analisi materialista: la questione palestinese non è un conflitto tra due nazionalismi equivalenti, ma un rapporto di produzione strutturato per legge internazionale come illecito, eppure riprodotto ogni giorno e dato purtroppo per scontato dalla comunità internazionale. Il meccanismo è economico prima che militare. I tanto decantati accordi di Oslo — attraverso il Paris Protocol — hanno legato moneta, dogane e mercato del lavoro palestinese al sistema israeliano, trasformando Cisgiordania e Gaza in riserve di manodopera a basso costo e mercati di sbocco captive. L’Autorità Palestinese amministra la sicurezza per conto dell’occupante e distribuisce le rendite degli aiuti internazionali: non si tratta di una “borghesia compradora” nel senso classico che il lessico marxista attribuisce a Lenin e alla scuola della dipendenza (Frank, Amin) — quella figura media l’accumulazione di capitale straniero in cambio di una quota di profitto, su una base produttiva propria. L’AP non accumula nulla: non ha economia di esportazione, vive di rendita da aiuti internazionali e di trasferimenti fiscali (le “clearance revenues”) che Israele stesso trattiene o eroga a discrezione. È più precisamente una classe dirigente subappaltatrice, gestisce il consenso interno e la sicurezza per conto dell’occupante senza sovranità reale e senza un progetto di accumulazione autonomo. È la logica gramsciana dell’egemonia subalterna applicata senza metafora, ma privata del momento capitalistico che il termine “comprador” implicherebbe se usato in senso proprio. Il capitale globale non è spettatore. L’industria bellica statunitense (Lockheed, RTX, General Dynamics) e l’integrazione finanziaria del Golfo tramite gli Accordi di Abramo mostrano che la sopravvivenza del sistema di occupazione dipende da un blocco di interessi che eccede lo Stato israeliano. Il trasferimento e la vendita pressoché incondizionati di armi da parte di governi che sanno del rischio concreto che vengano usate contro civili sono proseguiti nonostante il parere della Corte; la continuità del flusso di armamenti dopo una sentenza che ne certifica l’illegalità funzionale è precisamente ciò che un’analisi di classe deve spiegare, e che una lettura puramente diplomatica non riesce a spiegare. La Corte ha imposto obblighi precisi: cessazione immediata di ogni nuova attività di colonizzazione, evacuazione dei coloni dal territorio occupato, e riparazione dei danni a tutte le persone fisiche e giuridiche coinvolte. Un anno dopo, nessuno di questi obblighi risulta osservato. Questo scarto — tra vincolo giuridico riconosciuto e prassi economica ininterrotta — è la prova materiale che l’occupazione non è un’anomalia da correggere ma un modo di produzione che genera profitto, rendita politica e sicurezza regionale per chi la sostiene. Il proletariato palestinese: dalla dipendenza all’esclusione Il rapporto di classe si vede più chiaramente nella storia del lavoro salariato palestinese dentro Israele. Negli anni ’70-’80 fino a un terzo della forza lavoro palestinese era impiegata nell’economia israeliana: un classico rapporto centro-periferia, dove la manodopera a basso costo compensa la carenza strutturale israeliana in settori come edilizia e agricoltura, sotto un regime di permessi controllato dall’amministrazione militare. La Prima Intifada rompe questo schema: il boicottaggio palestinese e la percezione di “rischio sicurezza” spingono Israele a sperimentare per la prima volta la sostituzione con manodopera migrante asiatica. Gli accordi di Oslo istituzionalizzano questo processo di “separazione”: tra il 1993 e il 2000 il governo israeliano espande sistematicamente il reclutamento di lavoratori temporanei da Thailandia, Cina, Filippine, arrivando entro il 2000 a circa 240.000 lavoratori migranti, pari a circa il 10% della forza lavoro israeliana. La quota di lavoratori palestinesi occupati in Israele crolla dal 23% nel 1999 a meno del 10% nel 2005, dopo le misure di punizione collettiva della Seconda Intifada. Dopo il 7 ottobre 2023 il processo si completa: i lavoratori di Gaza vengono azzerati, quelli della Cisgiordania in larga parte bloccati, e il governo israeliano discute piani per importare fino a 80.000 nuovi lavoratori stranieri. Il punto materialista qui è preciso e va detto senza ambiguità: non si tratta solo di punizione collettiva, ma di una strategia deliberata di sostituzione della forza lavoro come arma politica, mantenere la dipendenza economica quando serve pacificazione, tagliarla quando la manodopera palestinese diventa un rischio percepito. La working class palestinese non è mai stata trattata come soggetto economico stabile, ma come valvola regolabile a seconda della convenienza securitaria del capitale israeliano. Il proletariato israeliano: perché la classe perde contro la nazione Sul lato israeliano, il quadro marxista incontra il suo problema più scomodo. La working class israeliana — storicamente concentrata tra i mizrahim (ebrei di origine mediorientale e nordafricana, discriminati dall’establishment ashkenazita fondatore) — avrebbe, sul piano degli interessi materiali immediati, ragioni di solidarietà di classe con i lavoratori palestinesi: entrambi subalterni rispetto al capitale finanziario e tecnologico ashkenazita concentrato a Tel Aviv. Nella pratica storica è avvenuto l’opposto: la campagna della “avoda ivrit” (lavoro ebraico) e poi il nazionalismo di sicurezza hanno integrato i mizrahim nel progetto statale proprio attraverso l’esclusione dei palestinesi dal mercato del lavoro migliore. Il Likud costruisce il proprio blocco elettorale esattamente su questa base dagli anni Settanta in poi. È il vecchio problema che la sinistra marxista israeliana (Matzpen, poi Hadash) non ha mai risolto: quando nazionalismo e classe competono per la lealtà del lavoratore, storicamente vince il primo, e in Israele/Palestina questo non è un’eccezione da spiegare ma la regola da assumere come dato. Il limite del modello Il modello va stress-testato, non solo applicato. Primo: la sostituzione della manodopera palestinese con lavoratori migranti asiatici e africani complica la lettura puramente etno-nazionale del conflitto perché introduce una terza classe subalterna (lavoratori spesso indebitati per i costi di reclutamento e privi di tutele) che nessuna delle due narrazioni nazionali, sionista o palestinese, include nel proprio conto. Un’analisi di classe rigorosa non può ignorarli solo perché non rientrano nel binomio israeliano-palestinese. Secondo: se il criterio è “chi accumula capitale”, va detto che neppure Hamas ha una base di classe produttiva, vive infatti di rendita (tunnel, tassazione informale, trasferimenti del Qatar) più che di organizzazione del lavoro salariato, quindi il tentativo di leggerla come avanguardia proletaria regge ancora meno del tentativo, già corretto sopra, di leggere l’AP come comprador. Il quadro più onesto è che nessuno dei due attori palestinesi organizzati oggi corrisponde a una formazione di classe in senso marxista classico: sono entrambi apparati di gestione della crisi, non soggetti rivoluzionari. Conclusione scomoda Da un punto di vista marxista in senso stretto, la domanda “cui prodest” non basta: bisogna chiedersi anche chi può, materialmente, rompere il rapporto — e qui il quadro tracciato sopra si ritorce contro ogni conclusione consolatoria. Il diritto internazionale, in termini di Marx, appartiene alla sovrastruttura: la sentenza dell’Aia descrive con precisione la forma giuridica di un rapporto di sfruttamento, ma non tocca la base materiale che lo riproduce (profitto dell’industria bellica, rendita di sicurezza per il capitale del Golfo, disciplina di classe sul lavoro sostituibile). Una sovrastruttura giuridica non abolisce mai da sola i rapporti di produzione che la generano; li nomina, nella migliore delle ipotesi li delegittima, ma il superamento richiede una forza materiale organizzata capace di imporlo. Ed è qui che l’analisi condotta finora nega la propria stessa scorciatoia: non esiste, allo stato attuale, un soggetto storico capace di quella rottura. Non il proletariato palestinese, frammentato tra Gaza assediata, Cisgiordania sotto occupazione diretta e diaspora, e comunque privato di organizzazione di classe autonoma da AP e Hamas. Non (tantomeno) il proletariato israeliano, integrato nel blocco nazional-securitario proprio attraverso l’esclusione dei palestinesi dal mercato del lavoro. Non i lavoratori migranti, ricattabili per status giuridico. Marx scriveva che un modo di produzione crolla quando le sue contraddizioni interne generano la forza che lo sostituisce; qui le contraddizioni sono acute e documentabili, ma restano, per ora, prive dell’agente rivoluzionario che le traduca in rottura. Questo — non l’assenza di sfruttamento, non l’assenza di diritto violato — è il vero deficit da cui ripartire: la crisi di rappresentanza di classe su entrambi i lati della linea verde, prima ancora della crisi di legalità internazionale. -------------------------------------------------------------------------------- Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte) -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione proviene da Comune-info.
September 2, 2026
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Aida amava i libri e viveva a Sarajevo
-------------------------------------------------------------------------------- Sarajevo. Foto di Defne Kucukmustafa su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Aida Buturović era una studentessa modello. Frequentava il corso di letterature comparate, parlava cinque lingue e amava la cultura e i libri. I libri, appunto, come quelli custoditi nella biblioteca di Sarajevo. La biblioteca era come la città stessa: un misto di arte di ispirazione ottomana e slava, con testi in numerose lingue. Rappresentava un punto di unione per Sarajevo. Custodiva ben un milione e mezzo di volumi provenienti da tutte le componenti della società bosniaca. Era un vero simbolo di quello che era sempre stata la città. Lo sapevano bene anche i nazionalisti serbi che, nell’aprile del 1992, iniziarono ad assediare la città. Pochi mesi dopo, nell’agosto dello stesso anno, l’artiglieria prese di mira l’edificio della biblioteca, la Vijećnica. Aida era lì. Perché ci lavorava, perché amava i libri. Perché non riteneva giusto che la violenza e l’odio colpissero la cultura. Bisognava fare qualcosa. Tra il milione e mezzo di volumi di cui parlavamo prima circa 150.000 erano esemplari rari o preziosi. Quando iniziarono a cadere le bombe, Aida non ci pensò un attimo, e corse a recuperare alcuni tomi. Nel frattempo tutti fuggivano in preda al panico mentre gli incendi diventavano sempre più incontrollabili. Aida voleva salvare più libri possibili. E riuscì a fuggire, raggiungendo la strada di fronte l’edificio. Poi arrivò l’ennesima esplosione. Il boato, le fiamme e una scheggia che la raggiunse alla testa, uccidendola sul colpo. L’edificio, nel frattempo, continuò a bruciare per tre giorni e tre notti. Sarajevo, nel frattempo, bruciò per quasi quattro anni mentre la fame, i mortai e i cecchini uccidevano circa 12.000 dei suoi abitanti nell’assedio più lungo dalla fine della seconda guerra mondiale. Oggi a ricordarla c’è una targa nella biblioteca che, nel frattempo, è stata ricostruita. Ma la figura di Aida rimane comunque molto sconosciuta nella cornice dell’assedio di Sarajevo. Eppure la ragazza morta per salvare i libri della biblioteca che racchiudeva gli scritti di tutte le lingue e le componenti della società bosniaca è un triste parallelo con la situazione del Paese balcanico in quegli anni. Un atto di resistenza estrema contro la guerra. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Aida amava i libri e viveva a Sarajevo proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Takashi Sakamoto su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Questo articolo riprende e aggiorna due testi pubblicati su Transform! Italia in una fase storica diversa, ma già segnata dall’emersione di contraddizioni strutturali poi divenute ancora più evidenti. Il primo, Reddito di base dalla Banca Centrale Europea, questo è il momento, fu pubblicato il 27 ottobre 2020 nel pieno della seconda ondata pandemica, quando appariva già chiaro che le risposte nazionali ed europee non erano sufficienti a proteggere in modo uniforme redditi, lavoro e condizioni di vita.[cite:76] Il secondo, Un reddito di base al livello europeo per superare le crisi pandemiche, fu pubblicato il 28 dicembre 2021, in una fase in cui alla gestione dell’emergenza sanitaria si affiancava la necessità di interrogarsi sulle conseguenze di lungo periodo della pandemia, della precarizzazione del lavoro e delle transizioni in corso. A distanza di alcuni anni, il nucleo politico di quei due interventi resta valido, ma richiede una riformulazione più ampia: in questa sede si tracciano alcuni degli elementi essenziali di una proposta da sviluppare e portare sul tavolo della politica. La questione non riguarda più soltanto l’eredità economica e sociale della pandemia: oggi il reddito di base europeo torna al centro del dibattito alla luce delle conseguenze delle guerre, della crescita dei costi dell’energia, della stagnazione dei salari reali, della doppia transizione verde e digitale e della rapidissima evoluzione dell’intelligenza artificiale, che sta già modificando la struttura del lavoro e la distribuzione dei guadagni di produttività. Nel quadro del 2026, segnato da crisi multifattoriali e trasformazioni economiche e sociali, l’idea di un reddito di base europeo si presenta sempre più come una possibile infrastruttura permanente di sicurezza sociale e di stabilizzazione macroeconomica. In tale contesto, il reddito di base non va inteso come misura meramente assistenziale, ma come istituto capace di garantire una soglia di sicurezza materiale, sostenere la domanda interna nelle fasi recessive, accrescere il potere contrattuale del lavoro e redistribuire almeno in parte i guadagni di produttività connessi all’innovazione tecnologica. Crisi multiple e fine dell’eccezione Negli anni della pandemia, la proposta di un reddito di base europeo era stata frequentemente inquadrata come risposta straordinaria a una sospensione improvvisa dell’attività economica. Oggi quella giustificazione appare insufficiente. L’Europa si trova infatti esposta a una concatenazione di shock che non hanno più il carattere dell’eccezione temporanea, ma quello di una vulnerabilità strutturale: guerre nel vicinato strategico, tensioni geopolitiche, volatilità dei prezzi dell’energia, pressioni inflazionistiche, ristrutturazioni produttive, digitalizzazione accelerata e diffusione di sistemi di intelligenza artificiale in grado di sostituire o trasformare un numero crescente di mansioni. Il problema, pertanto, non consiste più soltanto nell’attivare misure emergenziali per tempi eccezionali, ma nel dotare l’Unione di strumenti permanenti di resilienza sociale. In questa prospettiva, un reddito di base europeo, o almeno una forma comune di garanzia del reddito con standard minimi condivisi, si giustifica come meccanismo automatico di protezione contro shock ricorrenti, capace di ridurre ritardi amministrativi, frammentazione nazionale e stigmatizzazione dei beneficiari. La sua funzione sarebbe insieme preventiva, correttiva e costitutiva. Preventiva, perché limiterebbe il rischio di caduta nella povertà durante fasi di transizione; correttiva, perché compenserebbe almeno in parte gli effetti regressivi delle crisi; costitutiva, perché collegherebbe la cittadinanza europea a una forma minima di sicurezza materiale garantita.  Energia, guerra e impoverimento dei salari reali in Italia L’urgenza del tema risulta particolarmente evidente se si osserva il caso italiano. Secondo l’OCSE, nel 2026 i salari reali in Italia risultano ancora in diminuzione, mentre il recupero previsto per il 2027 resta molto modesto; i livelli salariali reali permangono inoltre inferiori di oltre sei punti percentuali rispetto al primo trimestre del 2021. L’Istat, nel suo Rapporto annuale 2026, ha rilevato che dal 2019 i salari hanno perso l’8,6 per cento del potere d’acquisto, con effetti rilevanti sulla capacità delle famiglie di assorbire l’aumento dei costi energetici e dei beni essenziali. Le guerre e le tensioni geopolitiche hanno aggravato questa tendenza. Nel 2026 si è reso evidente il costo elevatissimo della dipendenza energetica dell’Unione, con ripercussioni dirette su imprese, bilanci pubblici e redditi familiari. In Italia, lo shock dei prezzi dell’energia ha continuato a erodere gli incrementi nominali delle retribuzioni, comprimendo nuovamente il potere d’acquisto in un’economia che già da anni soffre di bassa dinamica salariale e debole produttività redistribuita. Ne deriva un punto di rilievo sistemico: in un contesto di salari stagnanti e prezzi elevati dei beni essenziali, la sola partecipazione al mercato del lavoro non garantisce più automaticamente sicurezza economica. Il reddito di base europeo si presenta allora non come sostituto del salario, ma come strumento integrativo e stabilizzante, capace di impedire che le crisi esterne siano scaricate integralmente sui redditi da lavoro e sui soggetti più deboli della struttura sociale.  La doppia transizione verde e digitale La strategia europea di sviluppo attribuisce un ruolo centrale alla transizione ecologica e a quella digitale. Questa scelta appare necessaria, ma non è distributivamente neutrale. La decarbonizzazione, l’adeguamento infrastrutturale, la riconversione industriale, la digitalizzazione dei servizi e dei processi produttivi generano costi di adattamento che tendono a distribuirsi in modo diseguale tra territori, classi sociali, settori economici e generazioni. Tali costi si concentrano spesso sulle famiglie a reddito basso o medio, sui lavoratori dei comparti in ristrutturazione e sulle aree meno dotate di infrastrutture materiali e digitali. Anche quando gli investimenti producono benefici collettivi nel medio termine, gli oneri immediati possono risultare regressivi: bollette più elevate, necessità di acquisire nuove competenze, obsolescenza di attività tradizionali, maggiore precarietà nei periodi di riconversione. Per questa ragione, la giustizia sociale costituisce la condizione di legittimità della transizione. Se l’Unione chiede a cittadini e lavoratori di adattarsi rapidamente a un nuovo paradigma energetico e tecnologico, deve garantire una base materiale che renda praticabile tale adattamento: formazione, cambiamento di occupazione, riduzione temporanea dell’orario, riqualificazione e avvio di attività autonome non possono tradursi in un rischio immediato di impoverimento. Intelligenza artificiale e rischio di polarizzazione del lavoro L’argomento si rafforza ulteriormente alla luce della velocità con cui l’intelligenza artificiale entra nei processi produttivi, amministrativi e cognitivi. In Italia il mercato dell’IA continua a crescere rapidamente, con una quota rilevante di applicazioni legate all’IA generativa o a progetti ibridi. Studi della Banca d’Italia mostrano che l’esposizione del mercato del lavoro italiano all’IA è significativa e che l’uso di strumenti generativi si accompagna a diffuse aspettative di trasformazione delle mansioni e dell’occupazione. L’effetto dell’IA non va interpretato come semplice scomparsa lineare del lavoro, bensì come possibile accelerazione della polarizzazione occupazionale. Alcune professionalità ad alta qualificazione possono vedere crescere la propria produttività e il proprio valore di mercato, mentre molte attività intermedie, ripetitive, procedurali, amministrative o standardizzabili risultano comprimibili o sostituibili. Questa dinamica rischia di approfondire diseguaglianze preesistenti, accrescendo la distanza tra chi controlla tecnologie, capitale e dati e chi dispone soltanto della propria forza lavoro in mercati sempre più frammentati. In tale contesto, la questione redistributiva diventa centrale. Una società che automatizza più rapidamente deve anche garantire un dividendo sociale dell’automazione: se i guadagni di produttività restano concentrati, mentre i costi di adattamento ricadono sui lavoratori, la transizione tecnologica perde legittimità economica e democratica. Il reddito di base europeo può allora essere concepito come uno degli strumenti attraverso cui redistribuire una parte dei benefici dell’automazione, riducendo la dipendenza dei cittadini da mercati del lavoro sempre più discontinui e asimmetrici. Questa impostazione trova eco anche in prese di posizione provenienti dal settore tecnologico. Negli anni recenti Elon Musk, per citarne una, ha più volte sostenuto che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dell’automazione potrebbe rendere necessario un reddito universale, nella misura in cui una parte crescente del lavoro umano divenga economicamente non necessaria. Tuttavia, in un’argomentazione tecnico-giuridica, tale richiamo ha valore soprattutto sintomatico: segnala che il tema è ormai entrato nel dibattito strategico sull’innovazione, ma non può sostituire la necessità di fondare la proposta su basi istituzionali, redistributive e democratiche adeguatamente motivate.  Perché un reddito di base europeo A questo punto la questione non è più se esistano buone ragioni etico-politiche per sostenere un reddito di base, ma se l’Unione possa permettersi di non costruire una forma comune di sicurezza economica. Le crisi recenti hanno mostrato che gli Stati membri dispongono di capacità fiscali molto differenti e che risposte affidate esclusivamente ai bilanci nazionali tendono ad ampliare le divergenze sociali e territoriali all’interno dell’Europa. Un dispositivo europeo di reddito di base, o almeno un istituto che ne incorpori le funzioni essenziali, offrirebbe diversi vantaggi sistemici: rafforzerebbe la coesione dell’Unione, agirebbe come stabilizzatore macroeconomico automatico nelle fasi di crisi e ridurrebbe il ricatto della precarietà in contesti di salari stagnanti e crescente vulnerabilità lavorativa. Il suo significato politico, pertanto, eccede la mera redistribuzione monetaria. Esso consiste nel riconoscere che il mercato del lavoro non può più rappresentare l’unico canale di accesso alla sicurezza materiale in società segnate da crisi sistemiche e da innovazioni che riducono il fabbisogno di lavoro umano in una pluralità di segmenti produttivi, amministrativi e cognitivi.  Euro digitale, infrastruttura pubblica dei trasferimenti e realismo istituzionale Il tema del finanziamento e delle modalità di erogazione resta naturalmente decisivo. Nella fase pandemica, il dibattito sul reddito di base dalla BCE aveva il merito di mettere in discussione i limiti dell’ortodossia monetaria e fiscale europea. Oggi, tuttavia, una formulazione aggiornata della proposta deve essere più rigorosa sul piano istituzionale: la BCE continua a svolgere un ruolo centrale nel quadro macroeconomico dell’Unione, ma l’adozione di uno strumento europeo di reddito di base appare più plausibilmente affidata a una combinazione di decisione legislativa, bilancio comune, capacità fiscale europea, eventuale debito comune e coordinamento con i sistemi nazionali di protezione sociale. In questo quadro, il possibile collegamento con l’euro digitale rafforza la plausibilità tecnico-operativa della misura, a condizione di distinguere nettamente il titolo della prestazione dal suo mezzo di distribuzione. Il reddito di base dovrebbe derivare da una base normativa di diritto pubblico, europea o integrata a livello nazionale, in grado di definirne presupposti, finanziamento, importo, platea e rapporto con le prestazioni esistenti; l’euro digitale, invece, potrebbe fungere da infrastruttura pubblica di pagamento idonea a rendere più uniforme, accessibile e tempestiva l’erogazione dei trasferimenti monetari. La proposta della Commissione del 28 giugno 2023 configura infatti l’euro digitale come forma digitale della moneta unica; la BCE lo descrive come mezzo di pagamento pubblico per cittadini e imprese dell’area euro, utilizzabile nei negozi, online, tra privati e anche offline. Le caratteristiche di accesso universale, gratuità dei servizi di base e inclusione finanziaria lo rendono, almeno in linea teorica, un veicolo adatto alla distribuzione di trasferimenti pubblici a carattere universale o quasi universale. Un sistema di questo tipo potrebbe ridurre i costi amministrativi, aumentare la tempestività dei pagamenti, semplificare l’accredito periodico delle somme e contribuire all’effettività del diritto sociale, soprattutto nei confronti di soggetti oggi meno integrati nei circuiti bancari tradizionali. Un recente studio pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale esplora come le valute digitali delle banche centrali (CBDC) al dettaglio potrebbero migliorare l’erogazione delle reti di sicurezza sociale (SSN), evidenziando la necessità di collaborazione tra gli sviluppatori di CBDC e gli amministratori delle SSN per garantire che le valute digitali supportino efficacemente un’erogazione inclusiva ed efficiente delle prestazioni. Il possibile collegamento con l’euro digitale assume oggi una rilevanza ancora maggiore alla luce dell’avanzamento del procedimento legislativo europeo. Dopo la proposta della Commissione, il Parlamento europeo ha approvato nel 2026 la propria relazione sulla proposta di regolamento relativa all’istituzione dell’euro digitale e ha conferito il mandato all’avvio dei negoziati interistituzionali con il Consiglio, segnando un passaggio decisivo verso la definizione del quadro normativo finale. Resta un limite essenziale, che è anche garanzia di legittimità democratica. La BCE afferma espressamente che l’euro digitale non diventerebbe una moneta programmabile, cioè vincolata a uno scopo specifico o a una durata limitata, come un buono, e che non sarebbero introdotte restrizioni spaziali o temporali all’uso della moneta.  Ne consegue che un eventuale reddito di base erogato tramite euro digitale dovrebbe rispettare la natura generale del mezzo di pagamento, evitando meccanismi eccessivamente prescrittivi o paternalistici, e dovrebbe essere accompagnato da robuste garanzie in materia di libertà d’uso, protezione dei dati personali, non discriminazione e accessibilità universale. Sotto questo profilo, l’euro digitale non sostituisce la scelta politica sul reddito di base, ma può fornire un’infrastruttura capace di renderla più credibile, efficiente e inclusiva. Questa distinzione consente di evitare sia la confusione tra politica monetaria e politica sociale, sia l’errore opposto di trascurare un canale tecnico che potrebbe rafforzare concretamente l’effettività di una prestazione europea di sicurezza economica. Dalla protezione del reddito alla democrazia economica europea La posta in gioco è, in definitiva, più ampia del pur essenziale contrasto alla povertà. Ciò che viene in discussione è il modo in cui l’Europa intende governare la distribuzione dei rischi e dei benefici in una fase storica segnata da guerra, instabilità energetica, transizione ecologica, digitalizzazione accelerata e automazione intelligente. Se i costi dell’aggiustamento continuano a essere scaricati sui lavoratori, sui giovani, sui precari e sui territori più fragili, mentre i vantaggi della produttività si concentrano in poche imprese e in pochi gruppi sociali, la promessa europea di prosperità condivisa perde credibilità. Per questa ragione, il reddito di base europeo deve essere ripensato come istituzione di democrazia economica. Non come misura residuale, né come mero ammortizzatore sociale, ma come riconoscimento del fatto che la ricchezza contemporanea è sempre più il prodotto di infrastrutture collettive, innovazione sostenuta anche pubblicamente, cooperazione sociale diffusa e accumulazione tecnologica che eccede il contributo misurabile del singolo rapporto di lavoro. In un’Europa che automatizza, decarbonizza e si riorganizza per affrontare un ambiente geopolitico più ostile, la questione decisiva diventa allora questa: chi ha diritto ai benefici della trasformazione? Se la risposta resta affidata soltanto al mercato, le diseguaglianze cresceranno e la coesione democratica si indebolirà. Se invece una parte di quei benefici viene restituita socialmente, attraverso un reddito di base o strumenti equivalenti di sicurezza economica universale, la transizione può diventare non solo efficiente, ma anche giusta e politicamente sostenibile. L’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato, su base individuale, non è più differibile. Andrebbe inserita con chiarezza nella proposta politica delle forze progressiste in vista delle elezioni italiane del 2027. Non è il momento di abbassare le pretese: al contrario, in un contesto generale regressivo occorre cambiare passo e compiere un salto di qualità con una proposta dirompente, capace di misurarsi con la profondità delle trasformazioni in atto. Anzi, è plausibile che le prossime generazioni si chiedano come mai abbiamo atteso così a lungo prima di introdurre una misura tanto necessaria. Questa scelta non risponde soltanto a un’esigenza di giustizia sociale, ma a una necessità storica. Le crisi che attraversano oggi le società europee non sono episodiche, né limitate a un singolo fattore: si intrecciano precarietà del lavoro, stagnazione dei salari, impoverimento delle famiglie, disuguaglianze territoriali, trasformazione tecnologica, costo dell’abitare, instabilità geopolitica e fragilità dei sistemi di protezione sociale. In questo quadro, il reddito di base non è una misura accessoria, ma una condizione minima per garantire sicurezza economica, libertà sostanziale e partecipazione effettiva alla vita sociale e democratica. Per questo non basta più difendere gli strumenti esistenti o limitarne gli effetti più regressivi. Occorre avanzare una proposta nuova, capace di parlare alle condizioni materiali del presente e non soltanto di rincorrerne le emergenze. Il reddito di base universale e incondizionato deve essere pensato come un diritto individuale, non come una concessione selettiva; come una misura permanente, non come un rimedio temporaneo; come un’infrastruttura di cittadinanza, non come un sostegno residuale. Solo in questo modo potrà rispondere alla diffusione della povertà, alla frammentazione del lavoro e alla crescente insicurezza che colpisce ampie fasce della popolazione. Questo orientamento trova riscontro anche nell’ultima assemblea di Transform! Italia, dove due interventi hanno richiamato, in momenti diversi, la necessità di un reddito minimo o universale come risposta alle nuove forme di precarietà e disuguaglianza: quello di Franco Mari di Sinistra italiana, e quello del segretario di Rifondazione comunista Maurizio Acerbo, nelle sue conclusioni “E da ultimo vorrei citare un tema, perché non l’ha citato nessuno, che credo che sul livello europeo dovremmo rilanciare anche la questione del reddito, perché noi abbiamo delle economie in Europa differenti, giocando sul dumping il capitale, diciamo, lavora sulle differenze. E invece noi abbiamo bisogno anche che la cittadinanza europea corrisponda a una protezione sociale europea che vale come diritto d’esistenza per tutti i popoli d’Europa”. Il 7 luglio 2026 è stata registrata dalla Commissione Europea una nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE”, che chiede alla Commissione europea di adottare tutte le misure necessarie e tutti i provvedimenti giuridici per contribuire all’introduzione dell’RBI negli Stati membri dell’UE e di formulare una raccomandazione affinché gli Stati membri provvedano all’introduzione di tale reddito. Nell’incontro della redazione di Transform con Pasquale Tridico, capodelegazione per il Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo, presidente della Sottocommissione per le questioni fiscali, relatore sulla proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio relativo all’istituzione dell’euro digitale, dal titolo “Eurodigitale e sovranità monetaria”, è stata evidenziata la possibile funzione dell’euro digitale a supporto di una politica per un reddito di base europeo o su base nazionale. Il tema non appartiene più a una sfera di elaborazione minoritaria o utopica: è ormai parte di un confronto politico e culturale che tende a farsi sempre più concreto, perché cresce la consapevolezza che le vecchie risposte non bastano più. Se davvero si vuole costruire una proposta progressista all’altezza della fase storica, il reddito di base deve diventare uno dei suoi cardini. Non si tratta di promettere il possibile, ma di rendere possibile ciò che il presente già impone come necessario. -------------------------------------------------------------------------------- Note e riferimenti essenziali Commissione europea, Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio sull’istituzione dell’euro digitale, COM(2023) 369 final: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX:52023PC0369, 28 giugno 2023 Banca centrale europea, Come funzionerebbe l’euro digitale?, pagina informativa disponibile sul sito ufficiale della BCE: https://www.ecb.europa.eu/euro/digital_euro/how-it-works/html/index.it.html Banca centrale europea, The digital euro: a digital form of cash, presentazione istituzionale del 17 novembre 2023: https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2023/html/ecb.sp231117_1~cbdafd0d7c.en.pdf Banca centrale europea, L’euro digitale: rafforzare i pagamenti nell’area dell’euro, intervento del 18 febbraio 2026 https://www.ecb.europa.eu/press/key/date/2026/html/ecb.sp260219~e9f59ca8c0.it.html Commissione europea, registrazione della nuova Iniziativa dei Cittadini Europei “Introduzione di un reddito di base incondizionato (RBI) in tutta l’UE” (Numero di registrazione: ECI(2026)000008), 7 luglio 2026: https://citizens-initiative.europa.eu/initiatives/details/2026/000008_it Banca d’Italia, Una valutazione dell’esposizione del mercato del lavoro italiano all’intelligenza artificiale, Questioni di economia e finanza n. 878, 2024: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0878/index.html Banca d’Italia, Uso e impatto atteso dell’IA generativa: evidenze per l’Italia, Questioni di economia e finanza n. 929, 2025 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2025-0929/index.html OCSE, dati e previsioni ripresi dalla stampa economica sui salari reali in Italia nel 2026-2027, 7 luglio 2026: https://www.oecd.org/it/publications/prospettive-dell-occupazione-ocse-2026_7110bbbd-it/italia_5798d4c8-it.html Ansa, notizia ripresa sulla perdita del potere d’acquisto dei salari dal 2019 certificata da Istat, maggio 2026, https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/05/21/dal-2019-i-salari-hanno-perso-l86-del-potere-dacquisto-recupero_c236d5b7-3601-4e57-92e7-a6b15a7d4b59.html# International Monetary Fund, “Can Retail Central Bank Digital Currencies Improve the Delivery of Social Safety Nets?”, 24 ottobre 2025: https://www.imf.org/en/publications/wp/issues/2025/10/24/can-central-bank-digital-currencies-improve-the-delivery-of-social-safety-nets-568447 Osservatori Digital Innovation, Intelligenza Artificiale in Italia: il mercato cresce del 50%, 27 aprile 2026: https://www.osservatori.net/comunicato/artificial-intelligence/intelligenza-artificiale-italia/ -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a transform-italia.it -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un reddito di base europeo nell’epoca delle guerre proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Hidra, un problema nostro
-------------------------------------------------------------------------------- Vignetta di Mauro Biani (2015) -------------------------------------------------------------------------------- L’informazione mediatica si alimenta di manipolazioni, falsità, spettacolarizzazioni, di un po’ di tutto e al contempo di niente, dalle beghe politiche nazionali e internazionali, alle pseudo alleanze tra capi di stato che oggi si autocelebrano con una stretta di mano e il giorno dopo si rinnegano con un drone, fino ai fatti di cronaca e alle insulsaggini ordinarie. Ciò che grava pesantemente nel nostro paese rimane sotto silenzio, distolto dalla pubblica attenzione, messo sotto il tappeto come se fosse polvere quando invece pesa come un macigno. Hidra (o Idra) non è solo un mostro leggendario a più teste della mitologia greca e romana. “Hidra” ci racconta una storia, non è proprio una nuova storia, ma è la recente inchiesta incentrata su un nuovo consorzio fra mafie, ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra. Una solida struttura orizzontale, un sistema mafioso integrato, alleato e non più gerarchico come un tempo. Gli sviluppi dell’inchiesta in questi ultimi mesi preoccupano a tal punto Giorgia Meloni che in parlamento ha esortato la commissione antimafia a “occuparsi dei tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nei partiti politici, Fratelli d’Italia compresi”. Ora anche questo, la commistione tra mafie e politica, non ci sembra una storia nuova e la preoccupazione di Meloni non ci stupisce considerando il poco tempo che rimane da qui alle prossime elezioni. Torno indietro nel tempo, alla bambina e adolescente che ero negli anni Sessanta. Il senso mafioso diffuso Ho trascorso parte della mia infanzia e adolescenza nel sud dell’Italia, non serve specificare né la regione né il territorio. Non comprendevo usi e costumi, omertà e tabù, i baciamani e le complicità, i don che abbondavano e che da bambina credevo fossero un cognome, i rancori camuffati, i padri padroni, le donne sottomesse e complici della egemonica mascolinità, il loro spiare da dietro le tende delle finestre, le vendette risolte a pistolettate e gli aspri scontri del potere mafioso che allora scorrevano sempre nel sangue incrostato dalle vendette. Non comprendevo in termini di conoscenza, di razionalità e logicità ma il mio sentire, che ha sempre avuto toni alti fin da bambina, mi permetteva di percepire le brutture umane, le storture dei sentimenti, il provincialismo dilagante con l’oscurantismo borghese, i suoi stereotipi e quella povertà dalla quale emanciparsi voleva solo dire “fare molti soldi e metterli in mostra insieme al potere”. Quando tutto questo “male di vivere” cominciava a toccare più da vicino, quando arrivarono richieste di matrimonio presentate a mio padre da parte di boss locali e che mio padre rispediva al mittente, decisi ancora adolescente e spaventata di non scendere più in quei territori. E così è stato. Non avevo ancora maturato consapevolezze, non ero femminista né comunista ma ero molto distante da quel mondo nel quale non mi riconoscevo e che rappresentava per me il volto oscuro della mala-vita. Il senso mafioso diffuso, infiltrato, con il suo significato polisemico, quello che accomuna ancora oggi le persone, si annidava nelle azioni ordinarie, quotidiane, negli animi umani, nelle frasi e nei pesanti ed espliciti detti popolari, nei rituali, dentro quel vecchio schema familiare che ancora continua ad esistere fintanto che “i panni sporchi si continueranno a lavare in famiglia”. Era così che il “significato mafioso” si trasformava e al contempo plasmava, si normalizzava, anzi diventava un bene sociale, un valore riconosciuto, una regola di vita, da apprezzare e difendere, con le sue storie in cui tutti si riconoscevano e il vecchio detto “una mano lava l’altra” rendeva il patto di omertà un bene condiviso. O eri dentro o eri fuori. La risposta civile alla criminalità mafiosa e le lotte sociali contro la violenza mafiosa iniziarono più tardi, dagli anni Settanta. Un problema nostro Dall’indagine Hidra quello che già emerge è il legame tra clan mafiosi e politica (vecchio legame storico) e quello che è già accertato finora sono: 225 milioni come profitto da reati fiscali contestati, 154 indagati dalla procura di Milano, 62 condanne con rito abbreviato, 45 imputati rinviati a giudizio, 85 società coinvolte per reati fiscali, intestazioni fittizie, ecc.. Cinque uffici in provincia di Milano e Palermo utilizzati per incontri, transito di fondi di provenienza illecita, stupefacenti e armi, un volume d’affari illegale stimato in decine e decine di miliardi di euro all’anno, cifra che sottrae risorse alla nostra economia sana, al welfare, alla scuola, alla sanità, a tuttə noi, rendendo la criminalità organizzata una specie di “impero industriale” del Paese, un potente affare imprenditoriale, infiltrandosi nell’economia legale, nella spesa pubblica e negli stessi luoghi ordinari che anche noi inconsapevolmente rischiamo di frequentare. Il tutto equivale a dire che la mafia è un problema nostro, è prima di tutto un problema politico mai riconosciuto dai governi, è un problema civile, è un problema morale, sociale e culturale. Gli interrogatori Il pubblico ministero dell’antimafia di milano Alessandra Cerreti insieme al collega Rosario Ferracane hanno davanti a loro Bernardino Pace, nato a Trapani, uomo che si rimpallava tra le mani diversi milioni, insieme alle supercar come maserati, porsche, orologi di valore e altri lussi. Il 19 febbraio 2026 risponde alle domande dei due pm, tra le quali c’è quella sui rapporti tra organizzazione mafiosa ed esponenti politici locali e nazionali. Lui risponde e conferma, svelando i segreti del consorzio di mafie. Poco meno di un mese dopo, il 16 marzo viene trovato cadavere nel raggio dei collaboratori del carcere torinese Lorusso e Cotugno. La sua morte viene dichiarata suicidio. Era stato condannato a 14 anni per associazione mafiosa nella maxi inchiesta Hidra. Era arrivato a non mangiare per paura di essere ucciso. Viene trovato a terra nel bagno, davanti alla sua cella aperta. Lì non ci sono telecamere. Nessun controllo. Intorno al collo un cavo molto spesso. Tre giorni dopo la sua morte, il 19 marzo, si apre il maxi processo pubblico al consorzio di mafie, nell’aula bunker del carcere di San Vittore. Gli inquirenti hanno le confessioni di altri collaboratori, confessioni che sono state studiate, lette e rilette e riscontrate con corpose informative che raccontano qual è il livello del consorzio di mafie, livello che arriva fino in parlamento, portando a nuovi fascicoli. Intanto, al 17 marzo 2026, Mauro Carroccia, nome che non sfugge più a nessuno, riciclatore del clan senese, si trova in carcere dopo un lungo processo che lo ha portato ad una condanna definitiva di quattro anni. La sua famiglia, compresa la figlia Miriam, continua a cucinare black angus nel suo ristorante, mentre la notizia del sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, in società con lei, fa il giro del mondo. Troppa carne al fuoco che puzza di bruciato. La storia non è finita. Io ho sempre più bisogno di terapizzarmi. Riprendo un libro tra le mani. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Inchiesta sul mensile Millennium, luglio 2026 -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La mafia, un power broker -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Hidra, un problema nostro proviene da Comune-info.
August 31, 2026
Comune-info
Quando il boia diventa eroe
LA MEMORIA MUORE QUANDO I CARNEFICI DIVENTANO EROI E LE VITTIME SOLTANTO NUMERI Foto di Nancy Hann su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Mentre noi discutiamo dei 17 centesimi della benzina, a poche centinaia di chilometri da casa nostra sta accadendo qualcosa di molto più grave. Ci stanno rubando la memoria. Ratko Mladić è morto. Anche Harald V di Norvegia é morto ma non fa notizia. Condannato all’ergastolo per genocidio Ratko ha compiuto crimini contro l’umanità. Oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani massacrati a Srebrenica. Adesso la Serbia annuncia per lui i massimi onori militari e di Stato. Il problema non è un funerale. Il problema è rendere gli onori alla bara di un uomo condannato per genocidio. Mladić si faceva fotografare mentre accarezzava la testa dei bambini prima di massacrarli e disperdere i loro corpi a pezzi nelle fosse comuni. Questo dovrebbe preoccuparci più dei diciassette centesimi alla pompa di benzina Il male raramente arriva gridando: “Sono il male”. Prima cambia le parole. Poi cambia la memoria. Alla fine trasforma i carnefici in eroi. L’Europa ha dichiarato che la glorificazione dei criminali di guerra non ha posto nei suoi valori, tanto meno in un Paese che chiede di entrare nell’Unione. Sono gli stessi valori che hanno preteso dalla Turchia l’abolizione della pena di morte prima dell’apertura dei negoziati di adesione. L’Europa, se vuole ancora avere un’anima, deve avere confini morali prima ancora che geografici. Mosca intanto parla di sentenza ingiusta e manda le proprie condoglianze. Sulla falsariga dello stesso pensiero aspettiamo di vedere se arriverà qualche analoga parola da Israele, mentre il governo Netanyahu, con Ben-Gvir e la sua estrema destra, continua a Gaza uno scempio che la Commissione d’inchiesta dell’ONU ha definito “genocidio”. Per fortuna ci sono i giovani. Studenti serbi che strappano quegli striscioni celebrativi prendendosi insulti. Stiamo consegnando loro un mondo che non piace neppure a noi. Alcuni stanno avendo il coraggio di rifiutarlo. Il patto diabolico è questo: rendere tutto normale. I nostri criminali diventano eroi. I nostri morti sono vittime, quelli degli altri numeri. Le nostre bombe sono necessarie, quelle degli altri terrorismo. Dobbiamo recuperare la capacità di scandalizzarci. Chi tiene in mano il Vangelo ha ricevuto un ordine preciso: pregare per i nemici dunque. non festeggiamo la morte di Ratko, non desideriamo vendetta e lo affidiamo alla misericordia di Dio. Proprio quel Vangelo, però, ci obbliga a chiamare il male con il suo nome. Per i credenti, la misericordia non cancella la verità. Il perdono non assolve la storia: Gesù perdona il peccatore, non santifica il peccato. Il nazismo non comincia con i campi di sterminio. Comincia molto prima. Quando «i nostri» hanno sempre ragione. Quando i morti degli altri valgono meno. Quando la propaganda rende normale ciò che normale non è. La pace nasce così: dalla memoria che diventa verità, dalla verità che diventa giustizia, dalla giustizia che finalmente può diventare riconciliazione. Non c’è altra via. [Don Giacomo Martino, parroco a Genova] -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Quando il boia diventa eroe proviene da Comune-info.
August 30, 2026
Comune-info
I nuovi nazisti
-------------------------------------------------------------------------------- Il toro di Wall street. Foto di Daniel Lloyd Blunk-Fernández su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Carl Amery, filosofo ecologista tedesco, scriveva, nell’affaccio al nuovo secolo in Hitler precursore. Il XXI secolo inizia con Auschwiz? (Libreria Editrice Fiorentina, 2011 [1998]), che la base del nuovo nazismo non sono quelli con la testa rasata e gli scarponi borchiati, ma il popolo comune convertito allo “spirito del tempo” del “credo neocannibalistico” della lotta darwiniana per la selezione di individui e nazioni nel contesto delle leggi del mercato nell’unico grande capitalismo globale. E ci risiamo: quel grembo è ancora fecondo (Bertldt Brecht). I principi della regolazione sociale sono tornati a essere quelli della “formula hitleriana”: la natura è “crudele regina”, le sue risorse non bastano al benessere di tutti. Sono “scarse” e bisogna conquistarle e massimizzarne l’utile. L’uguaglianza, il pacifismo, le libertà individuali sono bacilli lassisti che infettano la forza dello stato. A qualcuno viene in mente qualche riferimento precursore alla lotta delle destre contro “ideologia woke”? La supremazia spetta ai più forti e si realizza con l’esercizio costante della forza: tecnologica, economica e militare. La guerra è quindi necessaria per stabilire le gerarchie di potere tra i popoli. Così nasce la Seconda guerra mondale. Leggete ora il “Manifesto di Palantir”, titano della sorveglianza di massa e della guerra digitale, i sermoni teocratici del suo fondatore Peter Thiel, i programmi all’ordine del giorno di Dialog, la rete di 222 miliardari della Silicon Valley, militari Nato, politici euroatlantici e comunicatori fondata dieci anni fa dallo stesso Thiel insieme all’investitore Auren Hoffman. Uno. “Orientarsi in una Terza guerra mondiale”, ovvero come gestire i mercati e le infrastrutture in mezzo a una catastrofe umanitaria, ecologica, bellica senza precedenti. Due. “Battlefield Technologies”, ovvero quali sono le migliori tecnologie integrate da usare nel campo di battaglia: Intelligenza Artificiale, droni autonomi e potenza di calcolo nei sistemi d’arma, intelligence. Tre. “Bring Back Nuclear”, ovvero rilanciare il nucleare come l’unica fonte energetica capace di soddisfare i mostruosi consumi di elettricità delle nuove tecnologie informatiche (data center, motori elettrici, ecc.). Quattro. “It’s Fun to Be in Charge”, letteralmente: “È divertente stare al comando”, ovvero: come transitare tutto il potere ai vertici delle imprese tecnologiche. Il loro modello di stato sono le tecnoautarchie di Singapore o Dubai. Cinque. “Build-a-Cult”, ovvero fondare sette religiose apocalittiche con culti capaci di introiettare nelle popolazioni la fine del mondo, ma non quella della fine del capitalismo (come disse il filosofo Fredric Jameson). Sembra che nell’ultimo Forum di Dialog che avrebbe dovuto svolgersi questo agosto vicino a Dublino – rovinato dall’hacktivista svizzera Maia Arson Crime, che ha violato la segretezza dell’evento – fosse prevista anche una sessione dedicata all’”amore”. Per un momento avevamo sperato nell’emergere di qualche sentimento umano tra i padroni del mondo, ma non si tratterebbe di niente di diverso di un sito di incontri sentimentali esclusivo per miliardari single. Questi signori dispongono di risorse finanziarie, apparati di comunicazione e di sorveglianza di massa, relazioni personali con le élite politiche tali da rendere quanto mai “realistiche” le distopie immaginate da Aldous Huxley e George Orwell. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Le nuove Terre di Mezzo -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo I nuovi nazisti proviene da Comune-info.
August 30, 2026
Comune-info
Il rinoceronte nella stanza
-------------------------------------------------------------------------------- Dalla pag. Instagram itamargov -------------------------------------------------------------------------------- Il 29 agosto ricorre il quarantaseiesimo anniversario della morte di Franco Basaglia. Per ricordarlo, viene in mente un animale: un grande cavallo azzurro. Si chiamava Marco Cavallo e nacque nel 1973 dentro l’ospedale psichiatrico di San Giovanni, a Trieste, dall’incontro tra gli internati, gli operatori e gli artisti che lavoravano con loro. Era fatto di cartapesta, alto quasi quattro metri. Il 25 febbraio di quell’anno varcò i cancelli del manicomio e uscì per le strade della città. Non era soltanto una scultura: era il tentativo di portare fuori ciò che per decenni era stato tenuto nascosto, le persone che l’istituzione aveva separato dal mondo, le loro storie, i loro desideri, la loro voce. Marco Cavallo diventò così il simbolo visibile di una rivoluzione culturale che avrebbe portato alla chiusura dei manicomi. A più di cinquant’anni di distanza, un altro animale enorme sta attraversando una regione europea. Questa volta è un rinoceronte bianco, alto dieci metri e lungo sedici. In questi giorni gira per la Sassonia, fermandosi nelle piazze, davanti ai musei e ai teatri. Si chiama The Rhinoceros in the Room — Il rinoceronte nella stanza. L’espressione inglese “the elephant in the room” indica qualcosa di ingombrante, evidente, impossibile da ignorare, di cui però tutti fingono di non parlare. L’artista Itamar Gov ha sostituito l’elefante con un rinoceronte, richiamando direttamente Eugène Ionesco e il suo dramma del 1959, in cui gli abitanti di una tranquilla cittadina cominciano, uno dopo l’altro, a trasformarsi in rinoceronti. All’inizio sembra un fatto assurdo, poi accade di nuovo, poi sempre più spesso, finché ciò che sembrava inconcepibile diventa la norma e la maggioranza si ritrova trasformata. Il vero problema non è soltanto la comparsa del rinoceronte: è la nostra capacità di abituarci alla sua presenza. Ed è per questo che oggi quel gigantesco corpo bianco attraversa la regione. Non è solo un’opera d’arte: è il punto focale di una mobilitazione. Alla vigilia degli appuntamenti elettorali, con l’avanzata di Alternative für Deutschland, la posta in gioco non riguarda più soltanto le provocazioni o i toni della propaganda, ma un programma politico con proposte precise: ridimensionare il peso della memoria sui crimini nazisti nei programmi scolastici per dare spazio a una narrazione identitaria; tagliare i fondi alle istituzioni culturali che non si allineano; mettere in discussione il Bauhaus e l’inclusione scolastica dei bambini con bisogni particolari; fermare le iniziative antirazziste e prevedere classi separate per i figli dei richiedenti asilo. Molte di queste misure toccano ambiti in cui i Länder hanno piena competenza decisionale. Per questo la risposta è arrivata prima. Da Magdeburgo è nata una rete a cui hanno aderito più di cento realtà: musei, teatri, centri culturali, artisti, comunità religiose e persino la radio-televisione pubblica. La campagna “La cultura è diversità e patria”, promossa tra gli altri dal Kunstmuseum di Magdeburgo, non è una semplice reazione di parte, ma la rivendicazione della cultura come spazio di pluralità e di libertà. Perché quando la politica stabilisce quali storie meritano di essere raccontate, quali idee possono entrare nelle scuole e chi fa parte della comunità, la cultura smette di essere un settore per diventare una questione democratica centrale. Come ha sintetizzato Sabine Schramm, direttrice del Teatro delle marionette di Magdeburgo: «Fermarlo prima che inizi». Prima. È questa la parola decisiva. Aspettare che una deriva autoritaria mostri i suoi effetti compiuti significa spesso accorgersene quando gli spazi di agibilità e di dissenso si sono già azzerati. Perfino la Mitteldeutscher Rundfunk, la TV pubblica regionale, ha scelto un segnale insolito, interrompendo la programmazione con una scritta sui monitor: «Non vedete più nulla? Presto potrebbe succedere». È un monito inquietante che parla del rischio di oscuramento delle voci libere, ma anche di una cecità più profonda: la possibilità di smettere di vedere. Le trasformazioni più pericolose avvengono per gradi. Cominciano dalle parole, da ciò che viene ridefinito “buon senso”, dalla distinzione tra un “noi” e un “loro”, fino ad arrivare all’assuefazione. Ci si può indignare davanti all’orrore improvviso; è molto più difficile cogliere il momento esatto in cui ci si sta abituando all’inaccettabile. Forse è questo che il rinoceronte bianco ci chiede: guardare quello che sta accadendo mentre sta accadendo. Non aspettare che diventi storia o che qualcuno chieda come sia stato possibile. Guardare adesso, leggere i programmi, difendere i luoghi in cui una società può ancora discutere e ricordare, senza confondere la vigilanza con la paura. Vigilare non significa vedere nemici ovunque; significa non smettere di guardare. In questo 29 agosto, ci piace far camminare insieme questi due animali simbolici. Marco Cavallo e il rinoceronte. Il primo è uscito da un luogo recondito per riportare nella città chi era stato escluso. Il secondo attraversa la città per mostrare ciò che rischia di entrarvi. Uno porta fuori gli invisibili; l’altro rende visibile il pericolo. Sono immagini opposte ma complementari, che ci ricordano la stessa verità: la facoltà di guardare è una responsabilità democratica. Quel rinoceronte è ancora lì, enorme e bianco. È il momento di riscoprire una parola antica e necessaria: vigilanza. Non quando il rinoceronte sarà già dentro la stanza. Adesso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il rinoceronte nella stanza proviene da Comune-info.
August 29, 2026
Comune-info
Dentro l’apocalisse
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Hardingferrent su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Dal “tetto del mondo”, in Nepal, si è staccato un ghiacciaio e ha sommerso un’intera vallata, con le sue case, le sue strade, i suoi abitanti. Era già successo altre volte. Succederà ancora, sempre più spesso, ovunque: ai ghiacciai, alle terre congelate, alle calotte polari, alle banchise; che si scioglieranno e non si riformeranno più per millenni. Ha fatto un caldo insopportabile per tutta l’estate. Ne farà di più le prossime estati; sempre di più, per decenni, fino, forse, all’irreversibilità. Sta cambiando il regime delle acque: sempre meno regolare, alternano siccità e alluvioni. Il ghiaccio perduto farà aumentare il livello dei mari, inondando città e pianure costiere; e quei mari non si ritireranno più. Si moltiplicheranno gli incendi boschivi, senza acqua a disposizione per domarli. Cambieranno habitat flora e fauna in forme imprevedibili e con conseguenze incontrollabili. Decine di migliaia di abitanti della Terra oggi, milioni e miliardi domani, saranno costretti ad abbandonare le loro terre per cercare di sopravvivere in altri paesi, dove nessuno li vuole. Per questo si stanno preparando stragi e stermini di massa di cui oggi assistiamo solo alla sperimentazione. Questi sviluppi gli scienziati li hanno visti da tempo (forse non così precipitosi) e ce li hanno raccontati. Ma in molti non li hanno voluti ascoltare; e altri hanno fatto finta di farlo, senza mai adoperarsi per un cambio di rotta: troppo radicale per farsene carico. Meglio aspettare gli eventi… Eccoli. Quello che né gli scienziati, né i politici, né i media hanno cercato di fare è descrivere – se non per allusioni, senza mai dirlo in modo chiaro: troppo difficile e troppo impegnativo – le condizioni in cui si troveranno a svolgersi le nostre vite in quel contesto apocalittico. Ci sarà ancora acqua per tutti? A tutte le ore o solo ogni tanto? Che cosa si potrà ancora coltivare e mangiare? Si potrà ancora destinare il 70 per cento del suolo coltivabile agli allevamenti per produrre e mangiare carne? Ci si potrà ancora riscaldare tutti d’inverno e rinfrescare d’estate? Dove andranno ad abitare i milioni di famiglie la cui casa sarà stata distrutta dalle intemperie o dal fuoco o sommersa dalle acque? Chi si prenderà cura di loro? Ci si sposterà ancora tutti (10 miliardi) in auto, magari elettriche, o non sarà il caso di cercare di garantire la mobilità di tutti con mezzi condivisi? E il turismo verso mete diventate pericolose, sgradevoli, impraticabili continuerà a essere il settore portante di tante economie locali e nazionali? Che ne sarà degli sport invernali, della nautica da diporto, degli aerei manageriali? E si continuerà a sostenere che il pericolo maggiore è l’aggressività del “nemico”? Si continuerà a produrre sempre più armi, scannandoci a vicenda, invece di metterci al riparo dal collasso? Sono queste le cose di cui bisognerebbe discutere ogni giorno e ovunque. Se il Green Deal fosse stato fatto in modo serio, la prima misura da finanziare sarebbe stata un’informazione e un dibattito approfonditi, nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici, nei paesi e nei quartieri, su questi argomenti. Solo pensarli dà i brividi; si capisce la riluttanza generale ad affrontarli. Mettono in ridicolo le diatribe che monopolizzano i discorsi e i conflitti politici correnti; e soprattutto la grottesca autorità di tanti personaggi che oggi pontificano sul futuro geopolitico dell’Europa e del mondo senza nemmeno nominare – non dico rifletterci su – la crisi climatica: pifferai che guidano e trascinano interi popoli verso l’olocausto ambientale. È difficile dire queste cose, ma qualcuno deve pur cominciare a farlo. E a ricondurre, senza rinnegarla e anzi potenziandola alla luce di questo scenario, la rivendicazione di una giustizia sociale fatta di redditi decenti, salute, istruzione, cultura e dignità per tutti. È chiaro che per questo non si può contare sui governi nazionali, locali e sovranazionali, né su partiti, corporation e finanza. E nemmeno sulla religione, soprattutto da quando l’ecologia integrale di Francesco è stata messa da parte, riconducendola a una sacrosanta ma insufficiente campagna per la pace. Per reagire a tanta inerzia ci vuole un cambio generazionale. Molti tra le ultime generazioni denigrate da politici e media tronfi del proprio monopolio sulla parola hanno dimostrato di saper cogliere l’essenza del problema; ma si sono ritrovati disarmati di fronte a tanta pervicace inerzia. Per cambiare rotta occorre un rinnovamento intellettuale, morale, sociale ma soprattutto vitale, valorizzando la naturale generosità che la parte migliore delle ultime generazioni ha dimostrato di avere. I disastri a venire metteranno alla prova la capacità e la disponibilità ad affrontarli senza deleghe: con il mutuo soccorso, con la mobilitazione della parte più attiva della popolazione, e dunque dei giovani, per supplire a ciò che governi e partiti hanno dimostrato di non saper fare nemmeno a livello locale. È in queste attivazioni che si possono creare le condizioni di nuove realtà sociali, di nuove comunità, fondate sul reciproco riconoscimento, il mutuo sostegno, il rispetto del proprio territorio, della vita che lo abita, della Terra tutta. Comunità e comunità di comunità: l’embrione di una nuova formazione sociale attraverso cui realizzare non il “sole dell’avvenire”, ma una convivenza che permetta di attrezzarsi per far fronte al progredire del collasso. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dentro l’apocalisse proviene da Comune-info.
August 29, 2026
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