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Perché Vannacci non è il problema principale
-------------------------------------------------------------------------------- Disegno di Gianluca Foglia Fogliazza (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Ogni volta che Roberto Vannacci parla, il dibattito pubblico si accende. Accade quando nega l’esistenza del femminicidio, quando attacca i diritti delle minoranze, quando trasforma differenze e fragilità in bersagli polemici. Ci indigniamo, discutiamo, replichiamo. Poi attendiamo la provocazione successiva. Ma forse stiamo guardando dalla parte sbagliata. La domanda più importante non è cosa pensa Vannacci: le sue idee sono note e, per molti aspetti, coerenti con una certa cultura che attraversa le destre contemporanee. La domanda davvero che forse ci dobbiamo porre, è un’altra: perché queste parole trovano ascolto? Perché occupano così tanto spazio? Perché riescono a intercettare una rabbia diffusa? Per provare a rispondere può essere utile tornare a una categoria elaborata da Antonio Gramsci: la “rivoluzione passiva”. Con questa espressione Gramsci descriveva quei processi storici nei quali le classi dominanti, invece di essere travolte dal malcontento popolare, riescono ad assorbirlo, a deviarlo, a trasformarlo in uno strumento di conservazione. Accolgono una parte delle domande che emergono dalla società, ma lo fanno in modo da lasciare intatti i rapporti di potere esistenti. Se osserviamo molte delle retoriche che attraversano le destre contemporanee, il meccanismo appare sorprendentemente attuale. Esiste una rabbia sociale reale. Esiste la precarietà. Esiste la difficoltà di arrivare a fine mese. Esiste il progressivo impoverimento di ampi settori della popolazione. Esiste la percezione di un futuro più incerto per i propri figli. Esiste la sensazione che la politica non riesca più a incidere sui grandi processi economici. Tutto questo è reale. Ma invece di interrogarsi sulle cause strutturali del disagio – l’aumento delle disuguaglianze, la concentrazione della ricchezza, la precarizzazione del lavoro, l’indebolimento dei servizi pubblici… – il discorso pubblico viene continuamente spostato altrove. I problemi diventano i migranti, le persone LGBT, il femminismo, il politicamente corretto, l’antifascismo, i diritti civili… Non si nega il disagio. Lo si reindirizza. La rabbia viene riconosciuta ma privata del suo oggetto reale. È qui che figure come Vannacci svolgono una funzione politica importante: contribuiscono a trasformare la sofferenza in una guerra culturale permanente. Una guerra che mobilita emozioni forti e costruisce identità contrapposte, senza mai mettere davvero in discussione gli equilibri economici che alimentano quella stessa sofferenza. Per questo sarebbe un errore considerare Vannacci un semplice fenomeno folkloristico. Il problema non è l’eccesso verbale. Il problema è ciò che quell’eccesso riesce a nascondere. Questo meccanismo oggi trova un alleato formidabile nell’architettura dei media e degli algoritmi social. Le piattaforme digitali non sono spazi neutri: sono costruite per massimizzare il tempo che vi trascorriamo, e sanno che nulla ci trattiene più a lungo della rabbia. La provocazione non è solo una strategia politica, è un modello di business: chi si indigna commenta, condivide, risponde. Chi commenta genera traffico. Chi genera traffico produce pubblicità. Chi produce pubblicità genera profitto. Per le piattaforme, non per noi. Siamo intrappolati in un ecosistema informativo che monetizza la nostra rabbia, trasformando la discussione pubblica in uno spettacolo continuo dove chi urla più forte vince l’attenzione della giornata. Si tende a rispondere alle provocazioni denunciandone il carattere razzista, sessista o omofobo – spesso giustamente – ma restiamo prigionieri dello stesso terreno di gioco. È così che la destra detta l’agenda. Si discute della provocazione del giorno. Si rincorre la polemica. Si smentisce. Ci si indigna. E intanto scompaiono dal dibattito le questioni fondamentale: perché tante persone si sentono abbandonate? Perché il lavoro non garantisce più sicurezza? Perché la sanità e la scuola pubblica appaiono sempre più fragili? In altre parole, si combattono i sintomi senza affrontare la malattia. Naturalmente sarebbe un errore opposto ridurre tutto all’economia. Le persone non vivono soltanto come lavoratori. Vivono anche attraverso relazioni, identità, riconoscimento, desideri, paure. I diritti civili non sono una distrazione rispetto ai diritti sociali, sono parte della stessa idea di democrazia. Una società che discrimina le minoranze è spesso anche una società che accetta più facilmente le disuguaglianze. Una società che abitua al disprezzo dell’altro finisce per indebolire anche la solidarietà necessaria a difendere i beni comuni. Per questo la sfida non consiste nello scegliere tra diritti sociali e diritti civili, ma nel ricostruire il legame tra le due dimensioni. Le democrazie si indeboliscono quando aumentano contemporaneamente l’insicurezza materiale e l’esclusione simbolica. Quando le persone stanno peggio e, nello stesso tempo, si abituano a considerare alcuni esseri umani meno degni di altri. La frammentazione sociale produce una profonda solitudine. E quando le persone sono lasciate sole di fronte all’incertezza, l’ostilità diventa l’unico rifugio identitario disponibile. La vera scommessa politica ed educativa non è solo decostruire la polemica di turno, ma “ricostruire” un “noi” autentico e solidale, capace di curare l’isolamento prima che si trasformi in rancore. Per contrastare questa deriva non basta indignarsi. Occorre nominare ciò che viene sistematicamente rimosso. Ricostruire i legami tra le sofferenze individuali e le loro cause collettive. Smettere di abboccare all’esca mediatica per imporre, finalmente, le nostre domande. In fondo la domanda decisiva non è cosa pensa Vannacci. È perché, di fronte a una crisi che produce disuguaglianze e solitudine, continuiamo a discutere di capri espiatori invece che dei meccanismi che producono quella crisi. È urgente occupare il dibattito con le nostre priorità, e non inseguire le provocazioni del giorno. Senza mai affrontarne la radice. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Perché Vannacci non è il problema principale proviene da Comune-info.
June 16, 2026
Comune-info
Il governo della demenza
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Come spiegare – o semplicemente cercare di comprendere – ciò che sta succedendo negli Stati Uniti? Come dar ragione del fatto – in apparenza davvero inspiegabile – che la nazione che fino a ieri dominava il mondo nell’ultimo decennio sia stata e sia tuttora retta da un presidente tecnicamente demente? Forse la sola possibile risposta è che gli Stati Uniti si trovano in una situazione storica alla quale solo la demenza è adeguata. Quando un paese raggiunge lo stadio ultimo dello sfacelo spirituale, nessuna decisione razionale che cerchi di farvi fronte è più accessibile. Si può soltanto precipitare con ogni mezzo il collasso ormai inevitabile e la demenza – reale o simulata – è lo strumento di governo certamente più adatto allo scopo. In quanto suddita fedele degli Stati Uniti, anche l’Europa si sta autodistruggendo e, come questi, sembra precipitare nella demenza. Se alcuni stati europei riusciranno a fermarsi sull’orlo del baratro o se rovineranno in esso insieme alla sciagurato e illegittimo organismo che si chiama Comunità europea è quanto i prossimi anni permetteranno di vedere. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Sul declino degli Stati Uniti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il governo della demenza proviene da Comune-info.
June 15, 2026
Comune-info
Un posto dove giocare
LA STORIA DI DUE PORTE DA CALCIO RIMOSSE DA UN PARCO E APPRODATE AL TIBURTINO III RACCONTA MOLTO PIÙ DI UNA VICENDA DI QUARTIERE. PARLA DI SPAZIO PUBBLICO, INFANZIA, SPORT POPOLARE E DEL DIRITTO DEI BAMBINI A GIOCARE SENZA ESSERE SCHIACCIATI DALLA BUROCRAZIA O DALLA LOGICA DELLA PRESTAZIONE. IN FONDO, DIETRO QUELLE PORTE, C’È UN’IDEA SEMPLICE E RADICALE: UNA CITTÀ EDUCA ANCHE QUANDO LASCIA SPAZIO A UN PALLONE Finalmente iniziano i mondiali di calcio maschili? No. L’interesse per questa edizione è stato già ampiamente limitato negli ultimi mesi e non certo per l’esclusione, l’ennesima, dell’Italia Finalmente è stato trovato un posto (e che posto!) per le porte che erano state sistemate inizialmente nel parco di Carlo Felice dalla scuola calcio dell’Esquilino Football Club. Dal parco erano state rapidamente rimosse perché non erano state richieste le autorizzazioni necessarie a sistemarle lì e qualche cittadino “preoccupato” dal fatto che i bambini le stessero effettivamente usando e che effettivamente ci stessero giocando, disturbato forse dall’ormai inusuale rumore, dall’inusuale confusione che tanto “fastidio” arreca alla cittadinanza “per bene”, che vuole “dormire” sonni tranquilli, si era lamentato invitando l’amministrazione a farle rimuovere. Si poteva forse ragionare sul “senso” di quell’azione e sul risultato prima di toglierle: bambini che nuovamente si ritrovano al parco per giocare a pallone in un paese che ha per decenni, certo, in un’altra era dal punto di vista democratico, fatto dello spazio pubblico il luogo per antonomasia dell’incontro e della formazione motoria, libera e autogestita. Considerate le riflessioni che in queste settimane hanno occupato le pagine dei giornali, a ridosso dell’inaugurazione dell’ennesima edizione dei mondiali di calcio maschili alla quale non parteciperemo, si poteva forse immaginare una soluzione diversa, ma la preoccupazione rispetto alla legittimità dell’operazione ha prevalso. Via le porte. Si poteva forse aprire un tavolo tecnico e verificare insieme alla cittadinanza, all’associazione degli amici del parco, d’accordo con l’Esquilino FC sulla “operazione porte da calcio”, come procedere. Invece si è preferito la strada più breve e veloce. Rimuoverle. La meno coraggiosa, confessiamocelo. E così, oltre al danno, togliere ai bambini del territorio uno spazio finalmente impreziosito da porte “vere” con cui giocare a pallone come si faceva una volta, per strada, si poteva unire la beffa di vedere abbandonate quelle porte chissà dove. Ma grazie a una bellissima collaborazione tra il circolo dell’Arci Concetto Marchesi di Tiburtino III, l’Osteria Scuppiata Itinerante Anticapitalista, grazie alle moltissime realtà sociali e culturali che si sono unite e hanno collaborato alla riuscita dell’iniziativa, dalla Borgata Gordiani, all’Atletico San Lorenzo, al Kung-Fu della Luna e la tartaruga dell’Esquilino, dalla Capoeira del Kilombo Urbano, dalla Ciclofficina di Centocelle, allo Yoga Riot, allo Skatebord di Beat SB, le porte hanno trovato una seconda casa al Tiburtino III. Anche il Tiburtino non è più la borgata dove Vittorio De Seta andò a girare lo sceneggiato televisivo “Diario di un maestro”, all’inizio degli anni Settanta. Quel pullulare di bambini e bambine che scorrazzano nelle immagini dello sceneggiato per le strade del quartiere tra prati e campi sterrati inseguiti dal loro maestro, un vago ricordo. Nel film il calcio non ha molto spazio, ma le scene in cui Bruno D’Angelo, interpretato da Bruno Cirino, trasposizione cinematografica di Albino Bernardini, figura quasi mitologica della pedagogia democratica nel nostro paese, prova a capire le ragioni dell’emarginazione e dell’insuccesso scolastico dei ragazzi che gli erano toccati, nella classe differenziale alla quale lo avevano assegnato, ancora oggi emozionanti. Tra caccia alle lucertole, fionde per colpire barattoli abbandonati per la strada, gare di motorini, il maestro Bernardini-D’Angelo segue i suoi ragazzi un po’ ovunque, entra nelle loro baracche, fa lezione in mezzo ai campi e accompagna Remo fino al mercato di Piazza Ungheria ai Parioli. Lì impara che il suo alunno invece di frequentare la scuola vende le teste d’aglio per 100 lire alle ricche borghesi. Lo sceneggiato mostra come quella del maestro sia un’esperienza di vera e propria “osservazione partecipante”, che fin dai primi giorni di scuola lo mette in condizione di riflettere sulle difficoltà immediate di quei ragazzi che difficilmente potevano essere preoccupati dalla storia del Risorgimento o della Prima guerra mondiale e avevano bisogno di un insegnamento diverso. Emblematica la scena in cui discute proprio del senso oppressivo della scuola con il direttore che lo viene a trovare nella sua classe e rimane quasi scioccato dal fatto che la predella della cattedra si sia trasformata in una libreria dove ora i ragazzi possono sistemare i loro lavori. Ecco, le riprese interne invece furono girate nelle aulee dell’allora Scuola statale d’arte, oggi Liceo artistico Enzo Rossi di via del Frantoio, proprio a due passi dal circolo dell’Arci dove sono state sistemate le porte. In qualche modo ci piace pensare che tra quell’esperienza e l’arrivo delle porte al Tiburtino III si sia stabilita una connessione pedagogica e anche politica. La seconda edizione dei “Giochi tiburtini” patrocinata dal comitato romano della Uisp è stata infatti organizzata proprio per informare il quartiere del fatto che un campetto da calcio è ora a disposizione e augurarsi che quegli spazi un tempo così ricchi di umanità si possano riempire di nuovo.   Anche per correre appresso a un pallone: nel campo ora riqualificato e liberamente accessibile al territorio dove campeggiano le porte che secondo l’amministrazione non potevano rimanere nel Parco di Carlo Felice dove erano state sistemate dai genitori dell’Esquilino FC. La speranza è che moltiplicando l’esistenza di luoghi come questi, si possa contendere all’approccio competitivo nel quale sono immersi i bambini, oggi egemonico, il loro interesse per il gioco. La speranza è che organizzando iniziative che si ispirino a un modo diverso di concepire l’attività fisica, lo sport, il gioco, sia possibile per loro fare esperienze più ricche e positive di quanto non avvenga oggi, impegnati come sono in campionati, tornei, partite in cui il desiderio di vittoria, portato ai suoi massimi eccessi, stritola e compire quello del divertimento più spensierato. Peggio. Il divertimento è diventato la vittoria. E se non si ottiene quella si torna tristi e abbattuti a casa come dopo una sconfitta nella finale di champions league. Come il maestro D’Angelo prova a smontare il sistema oppressivo della scuola autoritaria degli anni Settanta e a segnalare riprendendo una vecchia espressione di Bruno Ciari, che è proprio la scuola a creare il disadattamento dei bambini, così oggi è in corso una partita difficilissima tra chi vorrebbe sottrare il calcio agli interessi economici che lo hanno trasformato in un business e i protagonisti di questa trasformazione violenta e ingiusta. Quando i genitori di Esquilino FC, durante le giornate delle vacanze di Natale, si diedero appuntamento per fissare le porte al campetto di Carlo Felice a questo pensavano, questo avevano in mente. Se l’amministrazione nonostante le ripetute sollecitazioni, nonostante il numero enorme di attività promosse in quello spazio, nonostante l’urgenza, non raccoglieva la proposta di ragionare su una ridefinizione di quello spazio di terra, perché potesse ospitare con modalità più “strutturate” il calcio, allora ci avrebbe pensato l’Esquilino FC acquistando con le quote dei soci delle porte e sistemandole nel parco perché i bambini e le bambine del quartiere potessero usarle liberamente. E funzionava. Perché i bambini e le bambine del quartiere hanno subito “preso la palla al balzo” e sfruttato la presenza delle porte per ricominciare a giocare liberamente. Per fortuna, alla fine, alla maggioranza della cittadinanza, ai media che si interessarono alla storia, ad alcuni volenterosi genitori dell’Esquilino FC che cominciarono a scriverne e parlane, sembrò un grande errore. Per fortuna, per una volta la reazione, se non indignata, sicuramente di incomprensione prevalse e dopo alcune giornate di intesi scambi telefonici con rappresentanti delle istituzioni ci si accordò perché dopo la rimozione delle porte a Carlo Felice si aprisse un ragionamento sulla ridefinizione dell’area, da anni sempre rinviato a data da destinarsi. Ora un tavolo tecnico si è aperto con l’obiettivo di definire un progetto di collaborazione anche a Carlo Felice ma intanto sapere che quelle bellissime porte non sono state perse e acquistate inutilmente e invece si trovano al Tiburtino III e a disposizione di quel territorio, riempie di orgoglio chi ama il calcio popolare e inclusivo, di chi crede ancora che non ci possa essere emancipazione senza educazione. L'articolo Un posto dove giocare proviene da Comune-info.
June 12, 2026
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Il grido di Tirana
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Nonostante le minacce e gli insulti, dopo undici giorni consecutivi, il movimento non solo resiste, ma cresce. Martedì nella città di Fier, durante una tappa del tour che celebra il trentacinquesimo anno dalla fondazione del Partito Socialista, Edi Rama ha detto che per venerdì 12 giugno la discussione sulle richieste del movimento deve finire. Una sorta di ultimatum. Non è chiaro cosa intendesse nel concreto, ma sappiamo che venerdì Edi Rama prevede di fare in pompa magna la grande festa per il trentacinquesimo del suo partito proprio a Tirana. Il Primo Ministro nei giorni scorsi ha pubblicato anche un comunicato rivolto alla stampa internazionale, dai toni surreali, dove attacca tutti i media del mondo che hanno parlato delle proteste e spiega loro che dalle informazioni e i calcoli che il Governo ha fatto, sono 2.000 le persone che stanno protestando. Avete capito bene: duemila. La risposta alle più o meno velate minacce sulla giornata di venerdì 12 giugno e su questi calcoli, che sono diventati un boomerang che ha prodotto centinaia di meme, la vedete nella foto della piazza di giovedì sera. Non è intelligenza artificiale. Forse la manifestazione più grande da quando è scoppiata la rivoluzione. Lo scarto tra il nervosismo, la volgarità, la violenza verbale e becera, le fake news che vengono agitate contro il movimento e la creatività, la dissacrazione, la bellezza e la popolarità del movimento è sempre più evidente. Ogni arma contro il movimento viene ribaltata, “memetizzata”, disinnescata. Nel frattempo, sul piano documentale, inchieste di Reporter.al e Shteg.org hanno svelato passaggi di proprietà da 306.000 euro nell’area di Zvërnec, ma anche gli atti del Governo che hanno disposto il passaggio di 5,6 milioni di metri quadrati dell’isola di Sazan, il 90 per cento dell’isola, dal demanio pubblico ad una struttura statale che ha la missione di valorizzare il patrimonio e gli “investimenti strategici”. Nel corso dei giorni, tra i tanti slogan che rappresentano le voci del movimento e delle tantissime ragioni della protesta, che attacca tutto il sistema e tante altre situazioni oltre alla questione della laguna di Narta, ce n’è uno che ora dopo ora è diventato sempre più importante, sempre più duro, sempre più popolare: Dorëheqje, Dimissioni. La diaspora in tutto il mondo sta continuando ad organizzare manifestazioni e presidi ovunque, ma questo fine settimana, a partire da domani, il luogo dove essere per chi ne ha la possibilità è proprio Tirana, il cuore della rivoluzione. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Per un’intera generazione, saranno per sempre tra i giorni più belli -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il grido di Tirana proviene da Comune-info.
June 11, 2026
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Gli Stati commercianti di carbonio
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Marcin Jozwiak su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Il mercato del carbonio ora include anche il mercato interstatale, facilitato dagli Stati. Non si tratta più solo di scambi di carbonio tra o con le aziende; ora i Paesi possono anche vendere quote di inquinamento ad altri Paesi. Questo è grave per molte ragioni. Non è una reale riduzione delle emissioni di gas serra, quindi la crisi climatica non fa che peggiorare con questo nuovo pretesto. Inoltre, gli Stati, in quanto “proprietari” del carbonio, hanno il potere di imporre queste transazioni, ad esempio, contro le comunità che difendono i propri territori. Il rapporto Grain, State Carbon Rush: More Threats to Communities and the Climate (La corsa al carbonio degli Stati: più minacce per le comunità e il clima), spiega questa nuova tendenza e come gli Stati del Sud del mondo vedano una nuova fonte di reddito nella vendita della capacità dei propri ecosistemi di assorbire carbonio ai Paesi del Nord del mondo, che poi la considerano come una propria azione per il clima. Il nuovo meccanismo, dal nome criptico di “risultati di mitigazione trasferiti a livello internazionale” (ITMO), rientra nell’ambito dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Questo articolo disciplina le modalità di scambio, negoziazione o compensazione delle emissioni, non la loro riduzione. L’articolo 6.2 stabilisce il quadro di riferimento per lo scambio tra i paesi di sequestro di carbonio e altre misure di mitigazione dei cambiamenti climatici, un concetto innovativo in questo contesto. L’articolo 6.4 fa riferimento ad altre forme di mercati del carbonio, simili a quelli già esistenti, ma con metodologie e regole presumibilmente nuove. È l’articolo preferito dalle compagnie petrolifere transnazionali e da altre grandi industrie responsabili dei cambiamenti climatici perché rinnova i mercati del carbonio, ormai screditati, aggiunge nuove aree soggette a tali mercati – come terreni agricoli, mari e coste – e, inoltre, conferisce a questi mercati un’apparenza di “integrità” grazie alla loro approvazione da parte delle normative ONU, sebbene queste siano volontarie. Gli operatori del mercato dei crediti di carbonio hanno urgente bisogno di ripulire la propria immagine, poiché il settore sta soffrendo di una mancanza di credibilità, a seguito di una serie di scandali degli ultimi anni che hanno rivelato come la maggior parte dei crediti di carbonio, la materia prima di questi mercati, non abbia un fondamento reale, ma sia fraudolenta in quanto non genera nuovo sequestro di carbonio e, in molti casi, contribuisce ad aggravare i cambiamenti climatici (Mercado de carbono: hecho para el fracaso). Pertanto, l’obiettivo è quello di proiettare l’immagine che i progetti approvati ai sensi dell’articolo 6 dell’Accordo di Parigi garantiscano crediti di carbonio di “elevata integrità”. Tuttavia, l’organizzazione Carbon Market Watch ha analizzato il primo gruppo di progetti approvati all’inizio del 2025 e ha scoperto che solo un credito su 26 emesso per tali progetti poteva rappresentare una reale riduzione delle emissioni di carbonio (First wave of Article 6 carbon credits misfire spectacularly). Il Messico è un paese molto ambito per i progetti di sequestro del carbonio, quasi il 90% dei quali è legato al settore forestale e prevede contratti con comunità o ejidos (proprietà terriere collettive). Ciò non sorprende, poiché, oltre alla ricchezza dei suoi ecosistemi, esiste una significativa ambiguità giuridica, la stragrande maggioranza dei progetti opera attraverso mercati volontari e le società di verifica e certificazione stabiliscono autonomamente le proprie condizioni sia in termini di contenuti che di prezzi, rendendole soggette alla volatilità dei mercati finanziari. I profitti derivanti da queste transazioni vanno quasi interamente (fino al 90%) agli intermediari. Grain osserva che la maggior parte dei progetti nei nuovi mercati del carbonio si concentra su monocolture arboree su larga scala, sulla delimitazione di aree forestali a scopo di conservazione e sulla modifica delle pratiche agricole, pastorali e zootecniche tradizionali, il che probabilmente porterà a un’ulteriore accaparramento di terre per destinare maggiori aree al sequestro del carbonio. Il rapporto rileva che tra il 2016 e il 2024, oltre 9 milioni di ettari di terreno nel Sud del mondo sono già stati espropriati per progetti di monocolture arboree e altre colture destinate alla produzione di crediti di carbonio. Ciò è avvenuto prima che i crediti di carbonio previsti dall’articolo 6 iniziassero ad essere implementati. L’ondata di accaparramento di terre comunali potrebbe peggiorare considerevolmente, così come la recinzione di terreni e aree pubbliche, ora con l’intervento dello Stato. La creazione di un maggior numero di crediti di carbonio non farà altro che allontanarci dalle reali riduzioni delle emissioni di cui abbiamo urgente bisogno. Questo nuovo mercato degli obblighi è potenzialmente più pericoloso per le comunità rispetto al mercato volontario. Conferisce ai governi un interesse finanziario nei progetti che autorizzano, coinvolgendoli direttamente in eventuali conflitti territoriali tra gli sviluppatori dei progetti e le comunità. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La Jornada e qui con l’autorizzazione dell’autrice. Silvia Ribeiro, ricercatrice, è responsabile per l’America Latina del Gruppo ETC (Action Group on Erosion, Technology and Concentration). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PAOLO CACCIARI: > Il neoimperialismo del carbonio -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Gli Stati commercianti di carbonio proviene da Comune-info.
June 9, 2026
Comune-info
“Quell’isola la voglio!”
QUALCHE ANNO FA, LA SIGNORA IVANKA TRUMP, MOGLIE DI JARED KUSHNER, ERA SULLA COSTA ALBANESE NELLA BARCA DELL’AMICO NATHANIEL ROTHSCHILD, QUANDO HA VISTO L‘ISOLA DI SAZAN. L’HA RAGGIUNTA A NUOTO. TORNATA IN BARCA, HA DETTO AL MARITO, “QUELL’ISOLA, LA VOGLIO!”… LA STRAORDINARIA PROTESTA SCOPPIATA IN ALBANIA È SORPRENDENTE NON SOLO PERCHÉ RIASSUME BENE TUTTA LA STORIA DEI NOSTRI TEMPI, MA ANCHE PERCHÉ IN ITALIA HA AVUTO UNA GRANDE RISONANZA DAL BASSO GRAZIE ALLA COMUNITÀ ALBANESE (LA SECONDA PIÙ PRESENTE), NON CERTO PER I “GRANDI” MEDIA -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 7 mattina leggo su quel prezioso sito che è Comune, degli avvenimenti in Albania. Detjon Begaj racconta della Rivoluzione dei fenicotteri. E dice che la stessa mattina, alle 10,30, ci sarà una presidio di protesta anche a Firenze, in Piazza della Signoria. So poco della politica albanese, ma quello che è in ballo riassume tutta la storia dei nostri tempi; e poi ci sono di mezzo i fenicotteri, proprio come da noi qui sulla Piana, a Firenze. Per questo decido di andare subito alla manifestazione. Jared Kushner è un gentiluomo che ha preso in mano la società di speculazione immobiliare di famiglia, quando il babbo è finito in carcere. Il babbo è uscito perdonato da Trump, e Jared ha sposato la figlia di Trump. Jared opera da un grattacielo che si trova significativamente al numero 666 Fifth Avenue, che in seguito il genero del presidente ha fatto edulcorare in 660, togliendo la scritta che rendeva unico il palazzone: Jared è un attivissimo sostenitore dello Stato d’Israele, e tramite la Affinity Partners, gestisce due miliardi di dollari pubblici sauditi (poi a noi vengono a parlare di scontro di civiltà). Soldi con cui promette di trasformare Gaza in un resort di lusso, dopo averne cacciato gli indigeni. Qualche anno fa, la signora Ivanka era sulla costa albanese nella barca dell’amico Nathaniel Rothschild, quando ha visto l‘isola di Sazan. L’ha raggiunta a nuoto. Tornata in barca, ha detto al marito, “quell’isola, la voglio!”. Quell’isola – la più grande dell’Albania – appartiene al demanio pubblico; ha una lunga storia, ma grazie al fatto di essere stata dichiarata zona militare decenni fa, è diventata una delle oasi più ricche di varietà faunistica del Mediterraneo. Tra decine di specie, si distinguono la foca monaca e il fenicottero, con il più grande insediamento d’Europa. Così Jared va dal socialista che governa l’Albania da anni, e si fa conferire subito lo status di strategic investor, cioè uno di quelli cui si danno le chiavi di casa (e per i primi dieci anni non deve pagare tasse). Jared decide di fare del bene demaniale/riserva naturale un ““very high-end luxury product” e si mette in affari con la Aman Resorts, di proprietà di un oligarca russo moroso della Naomi Campbell (la compianta Dacia Valent mi ricordava, “nessuno è razzista con Naomi Campbell”). Insieme, fanno un progettone per farci un albergo con 10.000 camere di lusso e tante villette sparse. Arrivo in Piazza della Signoria, dove mi aspetto di vedere un piccolo presidio di quattro attivisti, magari con qualche agenda politica tutta interna all’Albania, di cui non so nulla. E invece vedo centinaia e centinaia di albanesi, con grandi bandiere rosse e nere. E ovunque immagini di fenicotteri. Inizio a riconoscere singole persone, una dopo l’altra – la mamma che lavora la sera fino a tardi al ristorante, l’operaio, quello che con la bancarella al mercato, i ragazzi e le ragazze di seconda generazione… La persona più carismatica è una ragazza, che sa anche cavarsela bene diplomaticamente. Prendono la parola tante persone, parlando quasi sempre e solo in albanese. Un paio però parlano in italiano, dicendo che loro sono dovuti emigrare per lavorare, non volevano lasciare il loro paese che amano profondamente; ma il loro paese è in mano a politici che hanno scelto di arricchirsi cementificando e distruggendo l’ambiente, anziché fornire i servizi essenziali. C’è un’intensità nei discorsi che mi colpisce, perché si sente che dietro ci sono esperienze personali forti: non somiglia per nulla al tono dei nostri oratori politici, istituzionali o estremisti. Nei Balcani, è facile che si abusi delle bandiere, ma almeno questa volta non sono rivolte contro qualche altro popolo confinante; sono lì per parlare di storia e di storia personale, di luoghi e di animali e di boschi. Una bambina prende la parola, in italiano che immagino sia ormai la sua prima lingua, e inizia a dire, “Ci vogliono togliere la nostra terra, i nostri boschi!” e poi scoppia a piangere. “Miguel, ho un bellissimo nome, mi chiamo Anila e vuol dire il vento!”, mi dice la madre di uno dei ragazzi cresciuti al Giardino. Anila è un vento davvero, una forza sorridente, a volte una tempesta, un’enciclopedia di storie, ma con una straordinaria capacità di prendersi cura degli altri. E mi presenta un signore che mi racconta che ha messo insieme una raccolta di migliaia di libri sulla storia dell’Albania, e mi parla male dei comunisti e dei loro shpiuni. E mi fa, “sai che noi in Albania abbiamo due lingue? Il Gheg e il Tosk, il Toscano! Io sono Toscano!”. Una donna mi fa, “anch’io ho un bellissimo nome, Shpresë, ‘Speranza’… ma guarda!” E si gira, sulle spalle indossa un’enorme bandiera albanese con l’aquila… “Ecco questo dice tutto!”. E mi insegnano anche a pronunciare correttamente, Shqipëria. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Kelebek Blog -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DETJAN BEGAJ: > Per un’intera generazione, saranno per sempre tra i giorni più belli -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo “Quell’isola la voglio!” proviene da Comune-info.
June 9, 2026
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Dire grazie a Lea Melandri
-------------------------------------------------------------------------------- Lea Melandri ha dedicato la sua vita al movimento femminista, alla giustizia sociale, alla liberazione di donne e di uomini. Lo ha fatto con il suo attivismo, con il suo pensiero, con la sua scrittura. I suoi testi teorici, spesso tradotti all’estero, sono oggi considerati manifesti del femminismo italiano e riferimenti imprescindibili nello studio dell’oppressione di genere. Il suo Come nasce il sogno d’amore è stato incluso tra i quindici libri più significativi del Novecento. Le riviste che ha fondato — L’erba voglio, Lapis — rappresentano passaggi fondamentali nella riflessione femminile e nella pratica antiautoritaria della scuola. Ed è incensibile la quantità di collaborazioni, seminari, conferenze alle quali ha preso parte nel corso di un’attività pluridecennale. Intere generazioni hanno potuto incontrare la ricchezza delle analisi di Lea Melandri nelle assemblee dei movimenti, durante la sua attività di divulgazione o nei suoi corsi di “scrittura di esperienza”. Una presenza di infinita generosità, votata a un impegno che ha sempre seguito strade lontane dal denaro e dal potere. È arrivato il momento di dirle grazie. Oggi Lea è anziana e indigente. Rischia di non avere i mezzi per curarsi. Sosteniamo la sua candidatura per l’assegnazione del contributo economico vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli a favore di persone che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione ma si trovano in condizioni di particolare ristrettezza. Sarebbe il dovuto riconoscimento materiale da parte della Repubblica nei confronti di una vita spesa per cause giuste e per un’opera che oggi è patrimonio della cultura italiana. FIRMA ORA -------------------------------------------------------------------------------- Gli oltre duecento articoli di Lea Melandri presenti nell’archivio di Comune sono leggibili QUI -------------------------------------------------------------------------------- Lea (Maddalena) Melandri, nata nel 1941 a Fusignano (Ravenna), cresce in una famiglia di mezzadri; fin da ragazza mostra una personalità forte e un’intelligenza che le aprono un percorso scolastico insolito per la sua origine sociale. Dopo il liceo classico a Lugo, entra in Scuola Normale a Pisa — istituto che ha formato gran parte della classe dirigente del dopoguerra — ma, superato il biennio, sceglie di lasciarla e torna in Romagna come supplente nello stesso liceo che aveva frequentato. Nel 1965 si laurea in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna. Nel 1967 ottiene la cattedra al liceo scientifico di Lugo; dopo pochi mesi si trasferisce a Milano, anche per uscire da un matrimonio forzato che verrà annullato molti anni dopo. Insegna alla scuola media di Melegnano e partecipa alle assemblee del movimento non autoritario degli insegnanti, nel clima del ’68. A Milano incontra Elvio Fachinelli: da quell’incontro nasce L’erba voglio (1971–1977) e si approfondisce il legame con il femminismo. Gli scritti di quel periodo confluiscono in gran parte in L’infamia originaria, tradotto all’estero e considerato un manifesto del pensiero femminista italiano. Dal 1976 al 1986 cura i corsi «150 ore» alla scuola media di via Gabbro 6, tra donne del quartiere: un’esperienza di «scuola delle donne» che anticipa cooperative, bienni sperimentali e, nel 1987, la fondazione dell’Associazione per una Libera Università delle Donne di Milano. Promuove gruppi di pratica dell’inconscio e, negli anni Ottanta, allarga il proprio sguardo con una rilettura decisiva di Sibilla Aleramo e con un lungo percorso di analisi. Sulle riviste Ragazza In e Noi donne cura rubriche di posta e di scritture del privato, materiale che confluisce in volumi come La mappa del cuore. Nel 1986 lascia definitivamente l’insegnamento per dedicarsi all’associazionismo e alla scrittura, accettando una precarietà economica duratura. Nel 1987 fonda e dirige Lapis. Percorsi della riflessione femminile (1987–1997). La lista delle sue pubblicazioni è molto lunga. Tra le ultime: (con Cattive Maestre), Dietro la cattedra, sotto il banco: il corpo a scuola (Prospero Editore, 2024), Dialogo tra una femminista e un misogino: la Ragione di Weininger (Bollati Boringhieri, 2025) e Preistorie. Riflessioni sulle radici culturali dei fatti di cronaca (Prospero Editore, 2026). Una vita tra scuola, movimento e letteratura, segnata da coerenza politica e da scelte spesso lontane dal riconoscimento economico. È disponibile la biografia completa in PDF: scarica la biografia (PDF). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dire grazie a Lea Melandri proviene da Comune-info.
June 3, 2026
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La rivoluzione dei fenicotteri
-------------------------------------------------------------------------------- Fonte: citizens.al -------------------------------------------------------------------------------- La rivoluzione dei fenicotteri. Così la stanno chiamando in Albania. Questa foto relativa è relativa al terzo giorno consecutivo di protesta a Tirana, dopo gli scontri di sabato 30 maggio proprio a Narte. È il movimento più grande degli ultimi anni. Spontaneo, auto-organizzato, senza leadership verticale, a prevalenza giovanile. Ma le cose non accadono per caso. Anni di lotte, di movimenti sociali e ambientali, di compagne e compagni con una generosità e un coraggio incredibile in un contesto difficile che è difficile anche soltanto da immaginare in molti paesi europei. Un contesto dove per davvero hanno cementificato tutta la costa e resa irriconoscibile per chi ha un pochino di memoria di cos’era anche solo quindici anni fa. Ci sono cose che ti condizionano di più quando hai un legame affettivo, di sangue, “identitario” con un territorio. Se sei nato lì vicino al luogo che la famiglia Trump e altri oligarchi vogliono devastare per farci dei resort, se i tuoi genitori che vivono lì, se per tutta la vita ogni volta che tornavi andavi a passeggiare nella laguna di Zvernec e leghi questi luoghi a dei ricordi indimenticabili non puoi rimanere inerte. C’è un video in rete nel quale una ragazza del posto ha preso un megafono in mano e ha urlato “io qui ci ho imparato a nuotare”, di fronte al filo spinato, la polizia, i guardiani privati. Una cosa da brividi. Ma non è solo questo. È che quando è troppo è troppo. Razionalmente, proprio. Non si può vendere alla famiglia Trump un’isola intera di fronte Valona, simbolo della città. Non si può vendere alla famiglia Trump e ad altri un’area protetta come quella del delta del fiume Vjosa, Narte, Zvernec, luoghi letteralmente sacri per i cittadini di Valona e per tutti gli albanesi. Non si può vedere il proprio paese colonizzato, depredato delle proprie risorse, con la promessa che la ricchezza generata ricadrà sulla povera gente mentre questo non avviene mai. Mai. Intanto il paese è schiacciato dall’innalzamento del costo della vita, il turismo speculativo, i salari fermi, le infrastrutture di base – come l’acqua potabile tutto il giorno – che mancano ancora in larga parte del paese. L’Albania non è in vendita, grida questo movimento di protesta. Se solo possiamo fare qualcosa di utile, pur non vivendo lì, facciamolo. Supportiamo il movimento. -------------------------------------------------------------------------------- DICHIARAZIONE DEL MOVIMENTO Dopo 35 anni di transizione, è arrivato il momento di porre fine a un modello di governo che ha leso la proprietà privata, il patrimonio nazionale e l’interesse pubblico. Questa protesta, nata come risposta alla compromissione della proprietà e delle ricchezze nazionali, presenta le seguenti richieste chiare e non negoziabili: 1) Le dimissioni del governo; 2) L’abrogazione dello status e del quadro normativo relativo agli investitori strategici; 3) L’abrogazione del cosiddetto “Pacchetto Montagne”; 4) L’annullamento delle modifiche alla legge sulle aree protette; 5) L’annullamento delle modifiche alla legge sul patrimonio culturale. Queste non sono richieste di parte. Sono richieste di giustizia, legalità e tutela dell’interesse nazionale. Non accettiamo negoziati sui diritti fondamentali dei cittadini né sui beni che appartengono a tutti gli albanesi. Oggi rivolgiamo un appello a ogni albanese, dentro e fuori dal Paese, affinché si unisca a questo impegno civico per porre fine a questa casta politica corrotta. Il tempo del silenzio è finito. È arrivato il tempo dell’azione. L’Albania appartiene ai suoi cittadini! -------------------------------------------------------------------------------- Proteste in molte città di tutto il mondo: 5 giugno: Korça ore 18; Stockholm ore 18, Berlin ore 18,30; Munich ore 18,30; Toronto ore 18 6 giugno: Vlora ore 11; Milano ore 10 (Piazza Mercanti); Firenze ore 10,30, (Piazza della Signoria); Londra ore 11; New York ore 14 7 giugno: Brussels ore 11; Bologna ore 18 (Piazza del Nettuno); Skopje ore 16,30; New York ore 11 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La rivoluzione dei fenicotteri proviene da Comune-info.
June 3, 2026
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L’orrore dell’ipocrisia
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di T.M. su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Quattro uomini sono stati bruciati vivi ad Amendolara (Cosenza) perché chiedevano di essere pagati per il lavoro svolto. Già questa frase dovrebbe bastare a scuotere un Paese nella cui Costituzione celebriamo che è fondata sul lavoro. Eppure rischiamo di fermarci all’orrore dell’episodio, alla crudeltà dei carnefici, alla commozione di qualche giorno. Sarebbe l’ennesima ipocrisia. Il caporalato non cresce nelle campagne come un’erbaccia spontanea. Vive dentro una filiera che pretende prezzi sempre più bassi, raccolti sempre più rapidi, costi sempre più ridotti. Vive nella nostra indifferenza quando riempiamo il carrello compiacendoci di fragole, pomodori e agrumi venduti a prezzi impossibili. Quei quattro braccianti afghani non lavoravano per il Pakistan. Le terre che coltivavano non erano pakistane. I prodotti raccolti sotto il sole cocente della Calabria non erano destinati ai mercati di Kabul o Islamabad. La domanda da porci non è chi abbia appiccato il fuoco, ma chi alimenti il sistema che rende possibile lo sfruttamento, il ricatto, la riduzione di esseri umani a forza lavoro usa e getta. Ci scandalizziamo davanti alle fiamme. Molto meno davanti ai salari da fame, ai contratti negati, ai ghetti, ai trasporti clandestini, alle schiavitù moderne che permettono di abbassare il prezzo di ciò che arriva sulle nostre tavole. Quattro uomini sono morti bruciati vivi. Se questa tragedia non diventerà una rivolta delle coscienze, allora il fuoco continuerà a bruciare anche oltre quella vettura: nelle campagne, nei supermercati e nelle nostre responsabilità. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: Mosaico di pace -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INCHIESTA: > Il corto circuito disumano e costoso della Piana di Gioia Tauro  -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’orrore dell’ipocrisia proviene da Comune-info.
June 3, 2026
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Nel Libano che brucia
-------------------------------------------------------------------------------- Il castello di Beaufort, nel villaggio Arnoun, Libano meridionale, è da secoli una delle fortezze medievali più strategiche e contese del Medio Oriente. Foto di Hanin Abouzeid su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è un’immagine che non lascia indifferenti. La guida turistica Hussain Alawieh che accompagnava i visitatori sulla cima del castello di Beaufort, un’antica fortezza crociata da cui si apriva una vista mozzafiato sul Libano meridionale e sul fiume Litani. Domenica quella vista era oscurata dal fumo bianco del fosforo. Quando la cortina si è diradata, sulla torre più alta sventolavano la bandiera israeliana e quella della Brigata Golani. Per la prima volta in ventisei anni, il castello era caduto di nuovo. William Christou, sul “Guardian”, racconta quello che succede dopo: i soldati israeliani diffondono i filmati della conquista accompagnandoli con le note di “Waynun”, una delle canzoni più celebri di Fairuz, la voce stessa dell’identità libanese. Il ritornello ripete: “Dove sono? Dove sono?”. Un uso cinico della bellezza per sancire un’assenza. Come spiega Alawieh, il castello era il simbolo della resistenza del sud del Libano, sopravvissuto ai bombardamenti degli anni Ottanta e alle cariche esplosive del ritiro israeliano nel 2000. Issare quella bandiera non risponde a una necessità militare — nell’era dei droni e della sorveglianza satellitare, una rocca medievale vale poco. Risponde a un preciso messaggio psicologico: “anche ciò che consideravate inespugnabile è caduto” . Leggendo le corrispondenze di Francesca Mannocchi su “La Stampa” e di Gad Lerner su “il manifesto” , colpisce come due sguardi diversi convergano sulla stessa preoccupazione di fondo. Mannocchi parte da un dato che va letto per quello che è. Dal 17 aprile, giorno in cui il cessate il fuoco è entrato formalmente in vigore, almeno 3.355 persone sono state uccise sul territorio libanese. Tiro, città fenicia patrimonio dell’Unesco, è stata evacuata in due ore — duecentomila residenti. Il pescatore Ali Sleiman ha deciso di aspettare in riva al mare, convinto che il suo angolo di città non potesse essere un obiettivo. I bombardamenti sono caduti vicino alle rovine antiche. Il ministro della Cultura libanese Ghassan Salame ha chiesto all’Unesco di nominare un commissario speciale, aggiungendo con una precisione che vale più di un lungo comunicato: il Libano aveva contrassegnato tutti i siti patrimonio dell’umanità con appositi simboli, «ma a quanto pare l’aeronautica israeliana non rispetta molto questa identificazione». La meccanica che Mannocchi descrive è sempre la stessa: un ordine via Telegram, poi i raid, poi le ruspe. L’ordine di evacuazione non è una misura di protezione per i civili, è una misura di libertà operativa per l’esercito. Si svuota un territorio per trasformare tutto ciò che resta in bersaglio legittimo. Oltre cinquanta villaggi nel sud del Libano sono già stati demoliti con escavatori, in una campagna sistematica documentata dalle immagini satellitari. Il Litani era stato presentato come il confine naturale oltre il quale Israele non si sarebbe spinta. Adesso è superato, senza negoziato, senza accordo, per decreto militare unilaterale. Le ruspe lavorano in fretta e le mappe si aggiornano di settimana in settimana. Più di 822.000 persone, tra cui quasi 300.000 bambini, sono sfollate. Nord di Tiro, poi nord del Litani, ora nord del Zahrani: ogni ordine sposta la linea di sicurezza percepita quaranta chilometri più su, verso Beirut, verso il centro di un paese che si restringe. Di fronte a questo scenario, Lerner pone una domanda che scuote: è davvero possibile eliminare con la forza una comunità di milioni di persone radicata nella propria terra e nella propria storia? I musulmani sciiti del Libano meridionale, ricorda, erano una delle popolazioni più pacifiche del Medio Oriente prima del 1982. Fu l’invasione israeliana — e i diciotto anni di occupazione che ne seguirono — a spingerli verso Hezbollah. Ora nessuno sa con certezza quanti siano, ma è verosimile che si tratti di un terzo della popolazione libanese: una comunità legata da una sofferta ma inestricabile comunità di destino. Estirparne due milioni, scrive Lerner, è altrettanto impossibile che estirpare i palestinesi da Gaza o dalla Cisgiordania. La guerra di Netanyahu è priva di un piano razionale dichiarabile. Ogni villaggio demolito, ogni famiglia strappata alla propria casa semina un odio e una disperazione destinati ad alimentare i conflitti delle prossime generazioni. Israele, scrive Lerner, sta costruendosi il nemico perfetto. A un certo punto la guerra smette di riguardare il controllo militare di un confine e comincia a riguardare qualcosa di più profondo: chi ha il diritto di abitare un luogo, e chi deve essere cancellato o costretto ad andarsene. È la stessa contraddizione che lega il Libano a Gaza, l’illusione tragica che la sicurezza di uno Stato possa essere costruita rendendo sistematicamente impossibile la vita di un altro popolo. Perché la comunità internazionale assiste immobile? Mannocchi cita Ramzi Kaiss di Human Rights Watch: “Il governo israeliano non solo ha ripetutamente violato le leggi di guerra, ma continua a dichiarare apertamente la propria intenzione di commettere ulteriori atrocità. E riesce a farlo perché sull’esercito israeliano non c’è alcun freno” . Il freno non c’è perché chi potrebbe applicarlo ha scelto di non applicarlo. L’amministrazione Trump tollera la distruzione del Libano meridionale perché funzionale alla partita con l’Iran. L’Europa e le Nazioni Unite condannano nel vuoto. Netanyahu, stretto tra la destra del suo governo e l’opposizione interna, ha trasformato la guerra permanente nell’unica garanzia della propria sopravvivenza politica. La guerra in Libano è anche, come sempre, una guerra domestica combattuta su un territorio straniero. Intanto ad Arnoun, il villaggio dove sorge il castello di Beaufort, non c’era nessuno quando i soldati israeliani sono arrivati. Un villaggio deserto, un castello indifeso. Alawieh dice che considera quella presenza temporanea, guardando alla storia del castello che ha respinto tutti gli invasori che lo hanno preceduto. È una speranza che si aggrappa alla pietra millenaria, mentre il fumo del fosforo si dirada e la voce di Fairuz continua a chiedere: dove sono? Dove sono? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nel Libano che brucia proviene da Comune-info.
June 2, 2026
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