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Agenti condannati per tortura
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- Ormai non si parla più di accuse generiche. Il Tribunale di Verona ha condannato in primo grado due agenti per tortura: Alessandro Migliore, a sei anni e sei mesi di reclusione, e Loris Colpini, a quattro anni e tre mesi. Le violenze si sono consumate nella cosiddetta «sala Acquario», la stanza della Questura di Verona in cui venivano trattenute le persone fermate. Tra i casi esaminati nel procedimento giudiziario c’è quello di Nicolae Daju, un uomo rumeno senza dimora, che nell’ottobre del 2022 fu portato in Questura. Qui un agente lo trascinò fuori dalla visuale della telecamera e poi lo riportò nella stanza trascinandolo per un piede. Una volta a terra, gli spruzzò spray urticante sul volto, mentre l’uomo si dimenava per il dolore. Poi quando Daju gli chiese di poter andare in bagno, un agente gli avrebbe detto di farla lì, per poi “strofinare” il suo corpo sull’urina che aveva appena fatto. Un altro episodio riconosciuto nella sentenza riguarda il pestaggio Mattia Tacchi, avvenuto il 22 agosto 2022. Uno degli agenti intercettato raccontava la vicenda in questo modo alla fidanzata: «Amò, mi guarda, mi ero messo il guanto, ho caricato una stecca, amò, bam, lui chiude gli occhi, di sasso per terra è andato a finire, è rimasto là… È svenuto… Minchia che pigna che gli ho dato». Queste condanne arrivano al termine di una maxi-inchiesta che vede altri dodici agenti rinviati a giudizio in un procedimento distinto, quattro dei quali devono rispondere anche dell’accusa di tortura. Le loro responsabilità dovranno essere accertate nel processo. Ma quanto già accertato in primo grado nel procedimento contro Migliore e Colpini, che fino ad ora sono stati tranquillamente in servizio, dovrebbe già bastare per farci capire molte cose… Di certo, nessun vetrina è stata rotta nel corso dei reati compiuti dai due agenti. Probabilmente è per questo che la notizia praticamente è passata in sordina. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > La tortura nell’Italia di oggi -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Agenti condannati per tortura proviene da Comune-info.
October 21, 2026
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Vetrine
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- L’ostentazione della ricchezza, l’oscena esposizione del lusso, l’insulto dello spreco consumistico in un mondo che soffre la mancanza del necessario sono la causa e il riflesso dell’immiserimento non solo materiale, ma ideale e valoriale della società contemporanea. Due sono i sentimenti indotti dall’ipercapitalismo. L’adorazione estasiata e penosamente imitativa dei simboli (l’”agnello d’oro” per alcuni, il “feticismo delle merci” per altri) e degli uomini di successo (sembra che l’orrendo Musk abbia molto seguito tra i giovanissimi, oltre che nella nostra presidente del Consiglio). Oppure, all’opposto, la rivalsa, la recriminazione, il tradimento, l’odio. Non è difficile rispondere alla domanda che il sociologo Jean Ziegler si fece all’inizio di questo secolo su da dove venga L’odio per l’Occidente. Non servono profondi studi di psicologia sociale, o quelli di Piketty sull’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o quelli dei territorialisti sulle periferie urbane per capire che stiamo ferendo i principi di base elementari della convivenza civile. “Caro vita”, “spese militari”, “definanziamento” dello stato sociale non sono (solo) poste di bilancio: sono lotta di classe agita da chi sta in alto, violenza organizzata dagli stati per l’accaparramento delle risorse naturali, dominio sui più deboli. Sì, di fronte alle vetrine spaccate ho avuto una stretta al cuore, ma per la mancanza di una proposta politica che si proponga di cambiare ora, subito l’attuale sistema socioeconomico fin dalle sue radici. Sì, lo confesso, sto soffrendo di più per i ragazzini nelle celle delle questure che per Rolex razziati. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vetrine proviene da Comune-info.
October 21, 2026
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Un grido collettivo contro Milei
LA DIFESA DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA DIVENTA IL PUNTO DI INCONTRO DI UNA MOBILITAZIONE SOCIALE PIÙ AMPIA CONTRO LE POLITICHE DI AUSTERITÀ DEL GOVERNO MILEI. NELLE PIAZZE ARGENTINE, STUDENTI, LAVORATORI, PENSIONATI, MOVIMENTI FEMMINISTI E ORGANIZZAZIONI PER I DIRITTI DELLE PERSONE CON DISABILITÀ DENUNCIANO LE CONSEGUENZE DEI TAGLI ALLA SPESA PUBBLICA E CERCANO STRADE PER COSTRUIRE INSIEME UNA SOCIETÀ FONDATA SULL’ACCESSO ALLA CONOSCENZA E SULLA GIUSTIZIA SOCIALE -------------------------------------------------------------------------------- La quinta Marcia federale universitaria ha riunito studenti, lavoratori e lavoratrici  e movimenti sociali contro l’austerità della politica pubblica dell’era Milei. Migliaia di manifestanti argentini il 15 ottobre hanno protestato soprattutto a Buenos aires: quella in difesa dell’università pubblica è diventata una battaglia per i diritti, la democrazia e la sovranità. Il Congresso argentino è stato il centro di una giornata che avrebbe dovuto parlare di bilanci, leggi e numeri. Ma fuori dal parlamento, nella piazza che si riempiva di studenti, docenti, lavoratori e lavoratrici, pensionati e organizzazioni sociali, la discussione era molto più ampia: quale Paese si sta costruendo sotto il governo di Javier Milei, e chi è destinato a pagarne il prezzo? La quinta Marcia federale universitaria ha portato nuovamente migliaia di persone nelle strade di numerose città argentine. Secondo gli organizzatori, circa un milione di persone ha partecipato alle mobilitazioni in tutto il Paese. Il motivo principale era chiaro: chiedere al governo di applicare la legge sul finanziamento delle università pubbliche, approvata dal Congresso e successivamente confermata nonostante il veto presidenziale. Ma la manifestazione del 15 ottobre non è stata soltanto una protesta del mondo accademico o studentesco. Attorno alla difesa dell’università, pubblica e gratuita, si sono incontrate rivendicazioni diverse, accomunate dal rifiuto di un modello economico e sociale che considera la spesa pubblica un costo da comprimere, anziché uno strumento per garantire diritti. Un’università sotto assedio In Argentina, l’università pubblica è molto più di un’istituzione educativa. È una delle principali vie di accesso alla formazione superiore per chi proviene dalle famiglie lavoratrici, un luogo di produzione scientifica e culturale, uno spazio di mobilità sociale e di costruzione della cittadinanza. Difenderla significa difendere l’idea che il diritto allo studio non debba dipendere dal reddito familiare. Significa anche tutelare la ricerca, la formazione professionale e la possibilità di sviluppare conoscenze al servizio della società, al di fuori delle sole logiche del mercato. Dal suo insediamento, nel dicembre 2023, il governo di Milei ha imposto una politica di drastica riduzione della spesa pubblica. Il sistema universitario è stato investito da una crisi di finanziamento che ha colpito il funzionamento degli atenei, i salari di docenti e personale non docente e le condizioni materiali degli studenti. Secondo stime riportate dalla stampa argentina, il bilancio universitario ha subito una contrazione reale vicina al 25% dalla fine del 2023. Il conflitto si è aggravato attorno alla legge sul finanziamento universitario, approvata dal Parlamento per recuperare parte delle risorse perse a causa dell’inflazione. Milei ha posto il veto, ma il Congresso ha successivamente confermato la norma. Nonostante ciò, l’esecutivo si è rifiutato di applicarla integralmente, richiamando l’obiettivo dell’equilibrio fiscale. Anche la giustizia è intervenuta, ordinando al governo di rispettare gli obblighi previsti dalla legge. Eppure, al momento della mobilitazione, il contenzioso resta aperto e le risorse reclamate dalle università non sono state ripristinate nella misura richiesta. La domanda che ha attraversato la piazza è quindi anche una domanda sul funzionamento della democrazia: che valore hanno una legge approvata dai rappresentanti eletti e le decisioni dei tribunali, se il potere esecutivo può rifiutarsi di applicarle? Molto oltre la protesta universitaria La partecipazione di sindacati, organizzazioni studentesche, centrali dei lavoratori e movimenti sociali ha dato alla giornata una dimensione che va oltre il conflitto tra governo e università. Insieme alla comunità accademica si sono mobilitati rappresentanti delle persone con disabilità, famiglie indebitate, pensionati, organizzazioni popolari e settori contrari alle misure di deregolamentazione della proprietà terriera. Le due principali articolazioni della Central de Trabajadores de la Argentina (CTA), la Confederación General del Trabajo (CGT), l’Associazione dei lavoratori dello Stato e diverse organizzazioni politiche e sociali hanno sostenuto la mobilitazione. Questa convergenza non cancella le differenze tra le organizzazioni né risolve le divisioni che attraversano l’opposizione argentina. Indica, tuttavia, un elemento politicamente significativo: le conseguenze dell’austerità vengono sempre meno percepite come problemi separati. Il salario di un docente, il funzionamento di un ospedale, l’accesso alle cure e ai sostegni per le persone con disabilità, il costo dell’affitto e il diritto allo studio appartengono a uno stesso terreno di conflitto. Quando si riducono le risorse destinate ai servizi pubblici e alla protezione sociale, il peso delle difficoltà ricade sulle famiglie e sulle reti comunitarie, spesso già impegnate a compensare ciò che lo Stato non garantisce più. Per questo la piazza del 15 ottobre ha assunto un significato più ampio: ha reso visibile una società nella quale la questione sociale non può essere ridotta a una somma di problemi individuali. L’austerità non è neutrale Ogni politica di bilancio produce effetti differenti a seconda della posizione che le persone occupano nella società. I tagli alla spesa pubblica non colpiscono tutti allo stesso modo: incidono con maggiore intensità su chi dipende dai servizi collettivi, dispone di redditi bassi o deve affrontare quotidianamente il lavoro di cura. Non è un caso che l’immagine del presidente Milei sia particolarmente negativa tra le donne argentine che storicamente si fanno carico dei lavori di cura sia nell’ambito domestico che comunitario. Quando diminuiscono le risorse per l’istruzione, la sanità e le politiche sociali, una parte crescente delle responsabilità viene trasferita alle famiglie. E all’interno delle famiglie, in una società ancora attraversata da profonde disuguaglianze di genere, il lavoro aggiuntivo di cura e organizzazione della vita quotidiana ricade spesso sulle donne. La crisi universitaria ha anche questa dimensione. L’accesso gratuito alla formazione superiore può rappresentare un’opportunità decisiva per donne e giovani provenienti dai settori popolari, comprese le persone che devono conciliare studio, lavoro remunerato e responsabilità familiari. La riduzione delle borse di studio, il deterioramento dei salari e le difficoltà economiche degli atenei possono trasformare un diritto formalmente riconosciuto in una possibilità sempre più difficile da esercitare. La stessa logica attraversa l’economia popolare e solidale, le cooperative e le organizzazioni territoriali che sostengono la riproduzione quotidiana della vita. Quando arretrano le politiche pubbliche, questi spazi vengono spesso chiamati a intervenire con risorse limitate, mentre le persone che li animano devono affrontare condizioni di lavoro più precarie. Da una prospettiva femminista, dunque, contestare l’austerità significa anche chiedersi chi sostiene materialmente la società quando lo Stato ritira il proprio sostegno. Significa riconoscere che la cura, l’educazione e la protezione sociale non sono questioni marginali, ma condizioni essenziali della vita collettiva. Terra, disabilità e democrazia La mobilitazione si è svolta mentre in parlamento si tentava di riaprire il dibattito sul decreto di necessità e urgenza 70/2023, uno dei principali strumenti normativi del programma di deregolamentazione del governo, ma non è stato raggiunto il quorum necessario e di conseguenza non si è potuto riaprire il dibattito.  Tra le questioni contestate figurava anche la modifica delle restrizioni all’acquisto di terreni rurali da parte di cittadini stranieri. Il decreto aveva abrogato le limitazioni previste dalla legge del 2011 sulla proprietà fondiaria rurale. Di fronte alla resistenza politica e sociale, il governo ha annunciato un passo indietro su questo punto, ripristinando i limiti precedenti attraverso modifiche normative. La controversia mostra come il dibattito sull’austerità si intrecci con quello sulla sovranità. La terra non è soltanto un bene immobiliare: in un Paese con enormi risorse agricole e naturali, riguarda la produzione alimentare, il controllo del territorio, le comunità rurali e le possibilità di sviluppo futuro. Nella stessa giornata, le organizzazioni che rappresentano le persone con disabilità hanno portato in piazza la richiesta di garantire i diritti e di prorogare l’emergenza del settore. Le famiglie indebitate hanno denunciato le difficoltà di sostenere il costo della vita. Altri manifestanti hanno contestato le politiche che indeboliscono le protezioni sociali e le condizioni di lavoro. Non tutte queste rivendicazioni hanno la stessa storia o richiedono le medesime risposte. Ma la loro presenza simultanea ha mostrato quanto sia difficile separare la politica economica dalle condizioni concrete dell’esistenza. La repressione come risposta  La risposta repressiva ha segnato il finale di una giornata nella quale la partecipazione di massa aveva reso visibile la portata del conflitto sociale. I lacrimogeni hanno raggiunto anche il palco, impedendo ai rappresentanti della comunità universitaria di leggere integralmente il documento conclusivo. Gli scontri non devono cancellare il significato politico della mobilitazione, che ha dimostrato l’importanza di unire la protesta, di formulare risposte collettive a una crisi che non è solo economica ma anche sociale e culturale. Inoltre la manifestazione rappresenta un richiamo all’opposizione a essere più attenta ai reali bisogni e a sforzarsi per costruire spazi di ascolto ed elaborazione di proposte.  Mentre, la risposta del governo è stata la violenza e la repressione; resta da interrogarsi sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle condizioni che rendono possibile l’esercizio effettivo del diritto di protesta. Il governo di Milei presenta l’equilibrio fiscale come il criterio fondamentale della propria azione. La sua politica promette di ridurre l’intervento statale e di affidare maggiori spazi al mercato ma la questione decisiva è chi si beneficia di questa trasformazione e chi ne sostiene i costi. L’università pubblica costituisce un punto di osservazione privilegiato proprio perché mette in discussione l’idea che l’accesso alla conoscenza debba essere regolato esclusivamente dalla capacità individuale di pagare. La sua difesa riguarda non soltanto studenti e docenti, ma anche il futuro della ricerca, della produzione culturale e delle possibilità di sviluppo di un’intera società. La marcia del 15 ottobre non ha risolto il conflitto, né ha cancellato le difficoltà dell’opposizione nel costruire un’alternativa politica condivisa. Ha però mostrato che il programma di Milei incontra resistenze che non possono essere liquidate come la difesa corporativa di singoli settori. Dalle università ai luoghi di lavoro, dalle organizzazioni della disabilità ai movimenti sociali, una parte significativa della società argentina continua a rivendicare diritti collettivi e responsabilità pubbliche. La sfida è trasformare questa convergenza in una forza capace di incidere sulle decisioni politiche, senza perdere la pluralità delle esperienze che la compongono. Davanti al Congresso, la domanda non era soltanto quanto dovesse spendere lo Stato per le università. Era quale società l’Argentina voglia essere: una società nella quale l’istruzione, la cura e la conoscenza diventano privilegi sempre più difficili da raggiungere, oppure una società che le riconosce come diritti e investimenti comuni. La risposta non è ancora scritta. Ma il 15 ottobre, nelle strade argentine, migliaia di persone hanno ribadito che il futuro non può essere deciso soltanto nei palazzi del potere o nei bilanci pubblici. -------------------------------------------------------------------------------- Alberta Bottini, docente e ricercatrice presso il Dipartimento di Economia e amministrazione (DEYA) dell’Università Nazionale di Quilmes (UNQ), si occupa di economia solidale e di economia femminista. Fa parte dell’Observatorio del Sur dell’Economia Social y Solidaria. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un grido collettivo contro Milei proviene da Comune-info.
October 20, 2026
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Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia
-------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L’Italia è al quarto posto in Europa per spese militari e quart’ultimo per investimento in istruzione: investe appena il 4% scarso del PIL per la scuola (a fronte del 7% della Svezia) e si è impegnata a raggiungere il 5% in spesa per gli armamenti. Eppure, prima dello sciopero studentesco di venerdì 16 ottobre, l’unica relazione tra armi e scuola nel discorso pubblico era legata ai metal detector all’ingresso delle scuole, voluti della coppia Piantedosi e Valditara (e per lo più rifiutati dai dirigenti scolastici), per contrastare la possibile presenza di coltellini negli zaini. Contrasto ai coltellini, a fronte di 36,4 miliardi di euro per 78 programmi di riarmo pesante autorizzati dal Parlamento nei quattro anni di legislatura, sottratti anche all’investimento in scuole sicure e vivibili. Sono stati studenti e studentesse a squarciare il velo di ipocrisia, mettendo insieme dati e fatti nei loro cartelli e nelle loro rivendicazioni nello sciopero nazionale, in sintonia con gli scioperi europei: “più scuola, meno armi”; “più investimenti in istruzione, meno spese militari”. Altro che riarmo e preparazione della guerra: “non siamo carne da macello”; “disertiamo le vostre guerre”. Dopo la consapevolezza sulla crisi climatica, che ha spinto la generazione Zeta a lottare contro la catastrofe ambientale, ecco la piena consapevolezza che la guerra e la sua preparazione sono la nuova catastrofe incombente contro il futuro di tutti. Gli studenti italiani, come quelli di tutta Europa non vogliono che la guerra, da argomento trattato negli insegnamenti di storia e geografia, impatti tragicamente sulle loro biografie, come avviene per una generazione di russi e ucraini mandati al macello. Hanno compreso che gli adulti bellicisti che ce li vogliono inviare, o non fanno nulla per impedirlo – mentre discettano sull’abusato tema del “disagio giovanile” – sono dentro un grave disagio etico e mentale che ha prodotto questa deriva di follia: “l’isteria di guerra” l’ha chiamata Edgar Morin. Che entra anche a scuola: mentre gli studenti protestano contro la leva militare e le spese per la guerra, gli Uffici scolastici regionali, che rispondono direttamente al ministro Valditara, chiedono ai dirigenti delle scuole secondarie di secondo grado di aprire le aule agli uffici reclutamento delle Forze Armate. Attenzione alle date: con una manovra di accerchiamento degli adolescenti il 22 settembre esce sulla piattaforma Netflix la serie tv Minerva, un teen drama che normalizza e rende attraente la scuola militare; il 23 settembre esce sul sito dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna la comunicazione dell’esercito alle scuole che promuove, come primo punto, l’incontro con studenti e studentesse del primo e del secondo anno per “divulgare le modalità di ammissione e l’offerta formativa delle Scuole Militari”. Mentre ai più grandi, di quarta e di quinta, si divulga l’offerta formativa dell’Accademia Militare. In una scuola dove è vietata (o limitata fortemente alle superiori) l’educazione sessuo-affettiva, dove si subiscono ispezioni e sanzioni se gli insegnanti parlano del genocidio in Palestina, dove l’ingresso di formatori nonviolenti è spesso censurato, o subordinato alla presenza di un cosiddetto “contraddittorio”, hanno libero accesso, e senza contraddittorio, le mimetiche e le stellette per convincere ragazzi e ragazze che l’unico modo di “risolvere le controversie internazionali” e “difendere la patria” è arruolarsi e usare massicciamente le armi. L’etificazione della violenza, considerata “legittima” se voluta dalla Stato, all’interno del paradigma implicito della sua ineluttabilità. Invece, la guerra è ripudiata dalla Costituzione che prevede, infatti – come da ripetute sentenze della Corte Costituzionale – anche la difesa non armata e nonviolenta del Paese e delle sue istituzioni. Contro la guerra globale permanente e il bellicismo dilagante è a questo che avrebbero bisogno di essere formati studenti e studentesse: all’obiezione di coscienza, alle tecniche di difesa nonviolenta, all’efficacia della resistenza civile, ai metodi di de-escalation dei conflitti, agli esempi di “pace con mezzi pacifici”. Insomma serve un cambio di paradigma culturale: dalla preparazione della guerra alla preparazione della pace. Per il superamento di ogni forma di violenza, interpersonale e internazionale. È necessaria la forza della nonviolenza di studenti e studentesse per dire di no alla guerra e alla sua preparazione, ma anche alle tentazioni della violenza di piazza, che della guerra è lo stupido scimmiottamento, oltre ad essere la tomba dei movimenti. In questo svolgono un ruolo fondamentale dirigenti scolastici e insegnanti, se diventano esempi di obiezione di coscienza e disobbedienza civile (leggi anche Disertare. Lettera aperta agli insegnanti). Come le insegnanti che hanno sostenuto la lotta degli studenti con l’interposizione dei propri corpi alle cariche della polizia: una lezione viva di teoria e pratica della nonviolenza. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su un blog del fattoquotidiano.it e qui con l’autorizzazione dell’autore -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI SERGE QUADRUPPANI: > Sono contro la violenza -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia proviene da Comune-info.
October 20, 2026
Comune-info
Appello dall’Università del Rojava e dall’Università di Kobane
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di lhon karwan su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- Appello urgente per la solidarietà accademica internazionale dall’Università del Rojava e dall’Università di Kobanî Alla comunità accademica internazionale, Noi, le comunità accademiche dell’Università del Rojava e dell’Università di Kobanî, ci rivolgiamo alle università, agli istituti di istruzione superiore, alle associazioni accademiche, ai ricercatori, ai docenti e agli studenti di tutto il mondo per chiedere una solidarietà urgente. Le nostre università stanno attraversando un processo di integrazione nel Ministero siriano dell’Istruzione Superiore. Siamo favorevoli al riconoscimento del diritto dei nostri studenti a ricevere un’istruzione superiore in Siria; tuttavia, il processo di integrazione in corso viene attuato in modo unilaterale, trascurando l’autonomia dei nostri atenei e la partecipazione dei nostri accademici alle decisioni riguardanti il futuro delle nostre istituzioni. Nel corso di questo processo, numerose facoltà e dipartimenti rischiano di essere soppressi e l’uso della lingua curda come lingua di insegnamento viene progressivamente abbandonato. Le nostre università rischiano di perdere il proprio nome, la propria identità e la propria autonomia istituzionale. Alla luce di tali sviluppi, non possiamo accettare un processo di integrazione forzato e unilaterale che minaccia le nostre istituzioni accademiche e i traguardi raggiunti dalle nostre comunità. Chiediamo un processo di integrazione basato sul dialogo, che garantisca la tutela della libertà accademica, della diversità linguistica e dei diritti di studenti e accademici, assicurando al contempo il ruolo delle nostre comunità accademiche nei processi decisionali che riguardano il loro futuro. Esortiamo i colleghi e le istituzioni accademiche internazionali a intraprendere azioni concrete: • Rilasciare dichiarazioni pubbliche di solidarietà nei confronti delle nostre università. • Invitare il Ministero siriano dell’Istruzione Superiore a instaurare un dialogo costruttivo con le nostre comunità accademiche. • Inviare messaggi di posta elettronica per esprimere preoccupazione riguardo al processo di integrazione in corso. • Avviare collaborazioni accademiche con le nostre università e invitare i nostri rappresentanti a partecipare a forum accademici internazionali. Contatti del Ministero siriano dell’Istruzione Superiore: • E-mail: info@mohe.gov.sy • Sito web: https://mohe.gov.sy/ar • Fax: +963 11 2128649 Vi preghiamo di comunicare le vostre dichiarazioni di solidarietà e le iniziative intraprese al “Global Scholars Network for Rojava” all’indirizzo: globalscholarsnetworkforrojava@gmail.com. In questo momento critico, la solidarietà accademica internazionale è di fondamentale importanza. Le università devono poter far sentire la propria voce in modo significativo nella definizione del proprio futuro accademico. Chiediamo negoziati, riconoscimento e collaborazione, non decisioni unilaterali che minano le nostre istituzioni accademiche. Esprimete solidarietà all’Università del Rojava e all’Università di Kobanî. -------------------------------------------------------------------------------- Banga Lezgîn ji bo Piştgiriya Akademîk a Navneteweyî a Zanîngeha Rojava û Zanîngeha Kobaniyê Ji civaka akademîk a navneteweyî re, Em, civakên akademîk ên Zanîngeha Rojava û Zanîngeha Kobaniyê, bang li zanîngeh, saziyên xwendina bilind, komeleyên akademîk, lêkoler, perwerdekar û xwendekarên li çar aliyên cîhanê dikin da ku di vê rewşa lezgîn de pişta me bigirin. Zanîngehên me niha ketine nav pêvajoyeke întegrasyona bi Wezareta Xwendina Bilind a Sûriyê re. Em dixwazin mafê xwendekaran hebe ku li Sûriyê xwendina xwe ya bilind bidomînin. Lê belê, pêvajoya niha ya întegrasyonê bi awayekî yekalî tê meşandin; xweseriya zanîngehên me û beşdariya akademîsyenên me di biryarên di biwara paşeroja zanîngehên me de tê paşguhkirin. Di vê pêvajoyê de, li ser gelek fakulte û beşan metirsiya nemanê heye û bikaranîna Kurdî weke zimanê perwerdehiyê jî di bin tehlûkeyê de ye. Metirsî heye ku zanîngehên me nav, nasname û xweseriya xwe ya sazûmanî ji dest bidin. Em pêvajoyeke întegrasyona yekalî û bi zorê qebûl nakin; ev yek saziyên me yên akademîk û destketiyên akademîk ên zanîngehên me dixe tehlûkeyê. Em dixwazin pêvajoya întegrasyonê li ser bingehê diyalog û danûstandinê bê meşandin; pêvajoyeke ku azadiya akademîk, pirrzimanîbûnê, mafên xwendekar û akademîsyenan biparêze, û rola zanîngehên me di biryarên li ser paşeroja xwe de misoger bike. Em ji saziyên akademîk û hevpîşeyên xwe dixwazin ku gavên darîçav bavêjin: •           Daxuyaniyên giştî yên piştgiriya bi zanîngehên me re biweşînin. •           Bang li Wezareta Xwendina Bilind a Sûriyê bikin da ku bi zanîngehên me re diyalog û danûstandineke watedar bike. •           Emailan bişînin û fikarên xwe di biwara pêvajoya întegrasyonê de diyar bikin. •           Bi zanîngehên me re hevkariya akademîk bi pêş bixin û nûnerên me vexwînin ji bo ku beşdarî forumên akademîk ên navneteweyî bibin. Binivîsin ji Wezareta Xwendina Bilind a Sûriyê re: •           Email: info@mohe.gov.sy •           Malper: https://mohe.gov.sy/ar •           Faks: +963 11 2128649 Ji kerema xwe, li ser daxuyaniyên xwe yên piştgiriyê û çalakiyên xwe, Tora Zanyaran a Cîhanî ji bo Zanîngehên Rojava agahdar bikin bi rêya vê navnîşana emailê: globalscholarsnetworkforrojava@gmail.com. Hevgirtin û piştgiriya akademîk a navneteweyî gelekî giring e. Divê zanîngehên me di avakirina paşeroja xwe ya akademîk de xwedî roleke watedar bin. Em dixwazin diyalog, danûstandin, naskirina me û hevkarî hebe — em ne bi biryarên yekalî re ne yên ku saziyên me yên akademîk lawaz dikin. Pişta Zanîngeha Rojava û Zanîngeha Kobanî bigirin! -------------------------------------------------------------------------------- داء عاجل للدعم الأكاديمي الدولي صادر عن جامعة روجآفا وجامعة كوباني إلى المجتمع الأكاديمي الدولي، إننا، في المجتمعين الأكاديميين لجامعة روجآفا وجامعة كوباني، نتوجه بالنداء إلى الجامعات، ومؤسسات التعليم العالي، والجمعيات الأكاديمية، والباحثين، والتربويين، والطلاب في شتى أنحاء العالم، لتقديم الدعم لنا ومساندتنا في هذه الظروف الحرجة. تخوض جامعاتنا حالياً عملية اندماج مع وزارة التعليم العالي السورية. وإذ نؤكد على حق طلبتنا الأصيل في مواصلة تعليمهم العالي داخل سوريا، إلا أن عملية الإندماج الحالية تُدار بشكل أحادي الجانب؛ حيث يُتغاضى عن استقلالية جامعاتنا ومشاركة أكاديميينا في صنع القرار المتعلق بمستقبل مؤسساتنا. وفي هذا السياق، تواجه العديد من الكليات والأقسام خطر الإغلاق، كما أن استخدام اللغة الكردية لغةً للتعليم يواجه خطراً حقيقياً. وهناك تخوف جدي من فقدان جامعاتنا لأسمائها، وهوياتها، واستقلاليتها المؤسسية. إننا نرفض قطعاً أي عملية اندماج أحادية الجانب وقسرية؛ لما تشكله من تهديد مباشر لمؤسساتنا ومكتسباتنا الأكاديمية. نحن نطالب بأن تتم عملية الاندماج على أساس الحوار والتفاوض، بحيث تُصان الحريات الأكاديمية، والتعددية اللغوية، وحقوق الطلبة والأكاديميين، وتُضمن دور جامعاتنا الفاعل في تقرير مصيرها ومستقبلها. وعليه، فإننا ندعو المؤسسات الأكاديمية والزملاء الأعزاء إلى اتخاذ خطوات عملية وجادة، تشمل ما يلي: إصدار بيانات عامة تعلن التضامن مع جامعاتنا. – توجيه النداءات إلى وزارة التعليم العالي السورية لإجراء حوار جاد وذو معنى مع جامعاتنا. – إرسال رسائل بريد إلكتروني للتعبير عن القلق إزاء مسار عملية الإندماج. – تطوير التعاون الأكاديمي مع جامعاتنا ودعوة ممثلينا للمشاركة في المنتديات الأكاديمية الدولية. – للتواصل مع وزارة التعليم العالي السورية: info@mohe.gov.sy البريد الإلكتروني: +963 11 2128649 الفاكس: نرجو إعلام “شبكة العلماء العالمية من أجل جامعات روجآفا” بأي بيانات دعم أو أنشطة تضامنية تقومون بها، وذلك عبر البريد الإلكتروني التالي: globalscholarsnetworkforrojava@gmail.com إن التضامن والدعم الأكاديمي الدولي يحملان أهمية بالغة. إذ يجب أن يكون لجامعاتنا دور مؤثر وحقيقي في بناء مستقبلها الأكاديمي. نحن ندعم الحوار، والتفاوض، والاعتراف المتبادل، والتعاون المثمر، ولسنا مع القرارات الأحادية التي من شأنها إضعاف مؤسساتنا الأكاديمية. قفوا إلى جانب جامعة روجآفا وجامعة كوباني! -------------------------------------------------------------------------------- Urgent Call for International Academic Solidarity From Rojava University and Kobanî University To the international academic community, We, the academic communities of Rojava University and Kobanî University, appeal to universities, higher education institutions, academic associations, researchers, educators, and students around the world for urgent solidarity. Our universities are now passing through a process of integration into the Syrian Ministry of Higher Education. We are in favor of the recognition of the right of our students to receive higher education in Syria. However, the ongoing process of integration is conducted in a unilateral manner, neglecting our universities’ autonomy and our academics’ participation in decision-making about our universities’ future. During this process, numerous faculties and departments face the threat of elimination, and the use of Kurdish as a language of instruction is being discontinued. Our universities risk losing their names, identities, and institutional autonomy. Considering these developments, we do not accept a forced and unilateral integration process threatening our academic institutions and our academic communities’ achievements. We appeal for a negotiated process of integration that would guarantee protection of academic freedom, linguistic diversity and the rights of students and academics, as well as the role of our academic communities in decision-making concerning their future. We urge international academic colleagues and institutions to take concrete action: •           Issue public statements of solidarity with our universities. •           Call on the Syrian Ministry of Higher Education to engage in meaningful dialogue with our academic communities. •           Write emails expressing your concern about the process of integration. •           Engage in academic cooperation with our universities and invite our representatives to participate in international academic forums. Address Syrian Ministry of Higher Education: •           Email: info@mohe.gov.sy •           Website: https://mohe.gov.sy/ar •           Fax: +963 11 2128649 Please notify the Global Scholars Network for Rojava of your solidarity statements and actions at globalscholarsnetworkforrojava@gmail.com. At this critical moment, international academic solidarity is very important. Universities must have a meaningful voice in shaping their academic futures. We call for negotiations, recognition and collaboration—not unilateral decisions that undermine our academic institutions. Stand in solidarity with Rojava University and Kobanî University. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Appello dall’Università del Rojava e dall’Università di Kobane proviene da Comune-info.
October 19, 2026
Comune-info
Disertare. Lettera aperta agli insegnanti
-------------------------------------------------------------------------------- Milano, 16 ottobre -------------------------------------------------------------------------------- In questi giorni di forte mobilitazione studentesca, molti docenti si stanno interrogando su come posizionarsi rispetto alla risposta repressiva che spesso è l’unica che arriva dalle dirigenze e dalle istituzioni. Intorno a un gruppi di insegnanti di Napoli è nata una lettera aperta, intitolata “Disertare”, indirizzata a tutti i docenti, presto rimbalzata in diverse città. Link per firmare: Disertare. -------------------------------------------------------------------------------- Disertare, non collaborare. Lettera aperta a colleghe e colleghi di istituti scolastici occupati Cara collega, caro collega, nell’ultima settimana molte scuole superiori della nostra città sono state occupate, insieme a quelle di molte altre città italiane, sulla scia di quanto sta accadendo in Francia. Le studentesse e gli studenti protestano per cose semplici: scuole che non crollino, arredi, laboratori, docenti stabili in cattedra dal primo giorno. Sono contro il carovita, contro i tagli a scuola e sanità per finanziare armi e guerre, contro misure razziste come il tetto agli stranieri per classe. Abbiamo letto le prevedibili e scontate risposte delle e dei DS: c’è chi prova a prevenire, chi si limita a fare quanto richiesto dal Ministero – allertare più o meno blandamente sui rischi – e chi si accanisce, passando dalle minacce agli appelli. Fanno, né più né meno, il lavoro per cui sono pagate e pagati, con gradi differenti di partecipazione e auto investitura nel ruolo di chi è chiamato a reprimere, con le parole che gli sono più consone. Ma noi non siamo pagati per questo. Noi siamo pagati, molto poco, come ci viene ricordato ogni fine mese, per educare. Un verbo di cui si è perso progressivamente il senso. Per educar-ci, preferiamo dire, perché la relazione educativa, per quanto naturalmente asimmetrica, è altrettanto necessariamente bidirezionale. Noi ci educhiamo con loro, come loro veniamo fuori trasformate e trasformati dai nostri anni scolastici, che ci piaccia o meno l’esito (del resto spesso nemmeno alle nostre studentesse e studenti piace). La repressione non è il nostro mestiere, anche se sempre più spesso ci viene chiesto di esercitarlo, se la struttura stessa della scuola e le sue trasformazioni ci accollano un ruolo repressivo. A noi non piace, non neghiamo che ad altre ed altri possa piacere, ma ad ogni modo è lavoro di altri, non nostro. Per questo non possiamo accettare in silenzio che, accanto a DS e forze dell’ordine, si schierino nostre colleghe e colleghi a difesa di (esemplifichiamo): forme alternative di protesta; la “democrazia”; il ” diritto degli altri (?) a fare lezione, e via discettando. Pronte e pronti a usare le spuntatissime armi a loro disposizione per ripristinare l’ordine costituito: sanzioni disciplinari, voto di condotta, voto di profitto e quant’altro. A queste colleghe e colleghi rivolgiamo un invito molto semplice: disertare, non collaborare. Non ci tocca. Lasciamo che a difendere questo sistema putrescente siano altri, non vogliamo diventare i guardiani della catastrofe che stiamo consegnando alle giovani generazioni. Del resto, l’abuso di potere che, eventualmente, e forse inconsapevolmente, esercitiamo, convinte e convinti di essere nel giusto, nelle nostre classi, ce lo ritroviamo ritorto contro di noi nei consigli di classe, nei collegi docenti trasformati in festival della ratifica unanime, nell’enorme carico di lavoro burocratico e (auto)disciplinante. Ritroviamo quegli stessi abusi nello sguardo sprezzante che governi di ogni colore politico hanno avuto storicamente nei nostri confronti, nell’umiliazione subita da chi ci vuole comprare con lo sconticino sui treni e la pulizia dentale. Dissociamoci dalla difesa del disastro. L’ordine costituito è il peggiore dei mondi possibili, o ci si avvicina molto, e le nostre scuole ne sono lo specchio: cadono a pezzi, sono alienanti, militarizzate, luoghi dove l’esigenza di sgranchirsi le gambe viene chiamata indisciplina e dov’è visto come causa del declino delle conoscenze lo “straniero”, e non il definanziamento e l’abbandono ultraventennale. Non collaborare, dunque, ma soprattutto smettere di riempirsi la bocca con la parola “democrazia”. La democrazia oggi resiste nelle piazze francesi e spagnole, nelle scuole occupate italiane, nella resistenza al genocidio del popolo palestinese, nelle parole e nei fatti di chi si oppone alla guerra mondiale a pezzi. Non è nelle minacce, nei gas lacrimogeni, nei carabinieri nelle scuole, nelle studentesse e studenti mutilati dalle armi delle nostre forze dell’ordine. Non è nelle regole ingiuste che troppi si ostinano a difendere. Chi oggi occupa le scuole è la nostra ultima speranza di salvezza, e se possiamo renderci utili in qualche modo è in primo luogo a noi stessi che lo dobbiamo, non solo per solidarietà o paternalismo ma perché siamo davvero sulla stessa barca. Se abbiamo a cuore davvero la democrazia, smettiamo i panni dell’oppressore. Scegliamo il lato giusto della Storia. -------------------------------------------------------------------------------- Prima adesioni e link per firmare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI FRANCO BERARDI BIFO: > Organizzeremo i disertori -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Disertare. 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October 19, 2026
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Sono contro la violenza
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Milano in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Sono contrario alla violenza di bande di individui col casco che lanciano ordigni esplosivi. Giorno dopo giorno, questi soggetti aggrediscono, picchiano e feriscono, talvolta in modo grave. Agendo come bande di teppisti estremamente mobili, che si infiltrano persino tra i manifestanti più pacifici, introducono nei cortei un livello di brutalità che non si vedeva da decenni. Tali atti sono tanto più pericolosi in quanto coordinati con gruppi assai più numerosi e militarizzati, dotati di equipaggiamenti e armamenti eccessivi. Sostengo dunque con forza chi scova e caccia questi sgherri dalle manifestazioni, e chi tiene a distanza i loro complici – in divisa nera o blu – che intendono impedire l’esercizio del diritto di sciopero e delle libertà di espressione, di manifestazione e di movimento. Occorre mettere in campo ogni mezzo necessario per contrastare la violenza della Bac (Brigade anti-criminalité), delle Crs (Compagnie républicaine de sécurité) e della gendarmeria mobile. C’è ancora margine di miglioramento, sia nel coordinamento degli spostamenti che nell’equipaggiamento (non si comprende, ad esempio, perché l’uso di lacrimogeni efficaci debba essere un’esclusiva della sbirraglia), ma va lodato il coraggio e la determinazione delle migliaia di persone, giovani e meno giovani, che in tutto il Paese si oppongono alla violenza della polizia. Sono contro la violenza di un arredo urbano progettato per occupare le menti con la pubblicità e impedire ai più poveri di riposare. Una “filosofia col martello”, messa alla prova sulle pensiline degli autobus e sugli altri pannelli pubblicitari, ci permette finalmente di vedere ciò che subivamo senza rendercene conto: una sorta di gabbia per l’immaginario e per i nostri spostamenti. Sono contro la violenza concentrata nelle filiali bancarie che deturpano le nostre strade; luoghi di mille umiliazioni quotidiane in una società che sostituisce gli aumenti salariali – ottenuti attraverso lotte collettive – con il credito, che isola e addomestica l’individuo. Quanta violenza psicologica e simbolica si consuma ogni giorno in ognuna di queste losche botteghe, dove la fabbrica dei bisogni cospira per ricondurre chiunque all’interno di un sistema in cui bisogna pagare per avere denaro? Non meritano forse di subire l’ira dei giovani, questi innumerevoli tentacoli della “Piovra” che ne avvelena l’esistenza – quel sistema finanziario globale la cui «sordida perfidia», per un miracolo degno delle religioni di maggior successo, ha trasformato il fallimento generale del 2008 nell’occasione per continuare a svuotare le tasche delle sue stesse vittime, terrorizzate da immagini di crisi economica e sfacelo sociale? Sono contro la violenza dei governanti francesi, zerbini del Medef (Mouvement des entreprises de France, l’equivalente della Confindustria, ndt), sempre pronti a rispolverare la paura del musulmano o del migrante per sviare la rabbia popolare. Sono contro la violenza di una burocrazia europea “lobbizzata” fino al midollo, che spalanca le porte alle multinazionali (come Monsanto), mentre le chiude – in condizioni ignobili – ai profughi in fuga da guerre scatenate o alimentate dall’Occidente. Sono contro la violenza che racchiude in sé tutte le violenze: quella dell’Impero, questa rete di poteri supremi – grandi multinazionali, mafie e circuiti dell’iperborghesia – che ha trasformato i politici in propri burattini e i cui crimini, insieme alla follia del possesso, minacciano l’intera umanità di un annientamento definitivo. Sono contrario alla violenza concentrata nella ricchezza delle società moderne, che si presenta come un’immensa accumulazione di merci – come quei telefoni definiti «intelligenti», «prodotti in campi di lavoro industriali (ritmi estenuanti; solventi che bruciano occhi, polmoni e cervelli; sostanze teratogene e abortive per le operaie addette all’assemblaggio; territori devastati a monte per l’estrazione delle terre rare, ecc.) […] concentrati di sofferenze, lesioni organiche, disperazione; sintesi di vite umiliate, di sacrifici umani». Dunque, quando vedo persone giovani – di ogni età – manifestare il proprio rifiuto verso tale violenza attraverso la distruzione di alcuni oggetti inanimati, vi scorgo un bell’inizio, sulla scia di quello che fu il movimento luddista; il quale, come ognuno dovrebbe sapere, non fu una reazione inarticolata, bensì un movimento ricco di spirito critico e di sagacia strategica. Come recita uno degli slogan più belli emersi nel movimento francese: “Continuons le début!“. -------------------------------------------------------------------------------- Una prima versione di questo articolo è apparsa nell’aprile 2016 su lundi.am. Bizzarro, vero? -------------------------------------------------------------------------------- Serge Quadruppani è scrittore e traduttore francese. I suoi libri sono stati tradotti in italiano tra gli altri da Einaudi e Edizioni Alegre. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sono contro la violenza proviene da Comune-info.
October 18, 2026
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Grandi manifestazioni che non fanno notizia
-------------------------------------------------------------------------------- Foto Solidaria Bari -------------------------------------------------------------------------------- È stata imponente la manifestazione promossa per la chiusura dell’Ilva e la bonifica dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico di Taranto. Il corteo, ricorda Peacelink, è stato organizzato dalla rete di cittadini e associazioni Onda del Futuro (che include anche “Genitori tarantini” ). La protesta giunge in una settimana di altissima tensione per il polo siderurgico, appena dopo la conclusione di uno sciopero con blocchi stradali indetto dai sindacati confederali e a pochissimi giorni (20 ottobre) dall’attesa pronuncia definitiva della Cassazione sulla chiusura dell’area a caldo dello stabilimento. “Scoprire che c’erano gli operai, come speravamo, poi, è stato bellissimo”, scrive l’Associazione “Genitori tarantini”. La storia recente di questa fabbrica rispecchia a pieno la legge dell’economia di mercato, spiega Solidaria Bari: devastare la biodiversità, gli ecosistemi, la salute e la vita delle persone, a partire da chi ci lavora dentro. “Un’industria fossile, ormai un rottame, che continua a unire governi nazionali e locali, maggioranze e minoranze, mette d’accordo burocrazie sindacali (Cgil, Cisl, Uil e Usb) accomunate anche loro da un’idea estrattivista, predatoria dei territori, coloniale. Conservare la continuità produttiva in quell’inferno di amianto, tossicità in nome della salvaguardia del lavoro significa avvallare il ricatto occupazionale, le divisioni, i conflitti nella società, piuttosto che convergere per la giustizia sociale e ambientale. Ieri però una città intera insieme a tantissime persone provenienti da tutta la regione hanno espresso un’idea e una pratica compatibile con la vita e il lavoro dignitoso. Per le strade di Taranto si è rivendicata la chiusura e le bonifiche con la riqualificazione e il coinvolgimento di tutta la comunità operaia, un Piano Taranto per reinventarsi economie, produzioni fuori da malattie, insicurezza, povertà…”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Grandi manifestazioni che non fanno notizia proviene da Comune-info.
October 18, 2026
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Antisemitismo e fedeltà al governo di Israele
-------------------------------------------------------------------------------- Il Portico d’Ottavia si trova nell’antico ghetto di Roma. Foto unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- In un’intervista televisiva Primo Levi disse che il nazismo era stato la metastasi di un cancro che era il fascismo (si trova anche su you tube). Non era un’immagine letteraria ma una diagnosi, con una cronologia precisa. Il tumore nasce nel 1922. Mostra il suo volto criminale nel 1924 con il delitto Matteotti. Raggiunge la maturità nel 1938 con le leggi razziali. Nel 1943 produce la metastasi italiana: la Repubblica di Salò, alleata e complice dell’occupante nazista. Levi non pensava il fascismo come una parentesi buffonesca Nel Sistema periodico Levi scrive che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia. Era sorto come custode di un ordine fondato sulla costrizione di chi lavora, sul silenzio imposto a chi pensa e sulla menzogna sistematica e calcolata. È da qui che bisogna partire per capire che cosa è successo venerdì 16 ottobre a Roma. Al Portico d’Ottavia, alla cerimonia per l’anniversario del rastrellamento del 16 ottobre 1943, alcuni componenti della comunità ebraica romana hanno accolto la delegazione dell’Anpi gridando “ve ne dovete andare”, “fuori, fuori”, “vergognatevi”. Deve essere chiara una cosa: non è stato un incidente estemporaneo. Due giorni prima il presidente della Comunità, Victor Fadlun, aveva chiesto formalmente all’associazione dei partigiani di non presentarsi. Le accuse erano di aver contestato le bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 Aprile e di essersi mostrata compiacente verso la violenza della piazza pro-Pal. Fadlun aveva chiesto all’Anpi di fare un passo indietro, appellandosi alla sua sensibilità, “se non al pudore”. La rottura viene poi da lontano. Nel gennaio 2025 il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, aveva dichiarato che l’Anpi di oggi non è più quella di un tempo. Negli stessi giorni la Comunità ebraica di Milano aveva disertato la commemorazione organizzata dall’Anpi per il Giorno della Memoria. Il presidente dell’Anpi, Gianfranco Pagliarulo, aveva risposto indicando il punto che nessuno voleva nominare. Le cose sono cambiate, aveva detto, ma non per colpa dell’Anpi: sono cambiate dopo il 7 ottobre, con le stragi di Gaza e con un governo israeliano in cui siedono esponenti di una destra che non si vedeva da tempo. Dunque oggi il ricordo di una deportazione nazifascista è diventato il luogo da cui si allontanano gli antifascisti. Il 16 ottobre 1943 era un sabato Conviene ricordare che cosa accadde quel giorno, perché la memoria che si pretende di custodire è precisa. Il 16 ottobre 1943 era un sabato, e le famiglie si preparavano alla festa di Sukkot. Dalle 5.30 alle 14 le SS arrestarono più di milleduecento persone. Ne furono deportate ad Auschwitz-Birkenau oltre mille, più di duecento erano bambini. Clara Wachsberger aveva cinque anni, Ada Tagliacozzo otto, Umberto Di Segni quattro, Donato Campagnano tre mesi. Tornarono in sedici. Le SS non dovettero cercarli. Gli ebrei romani erano registrati, classificati, identificabili: lo Stato italiano li aveva censiti, schedati, espulsi da scuole, università e professioni a partire dal 1938. La razzia materiale fu tedesca. Il lavoro preparatorio fu italiano, cioè fascista. Un mese dopo, il Manifesto di Verona del Partito fascista repubblicano trasformò in legge ciò che il 1938 aveva preparato: gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri e, durante la guerra, appartengono a nazionalità nemica. Perfino la presidente del Consiglio, nel 2023, ha riconosciuto che quel giorno le truppe naziste agirono con la complicità del regime fascista italiano. Riconoscere la complicità del passato, però, è un atto che non costa nulla, se non si scioglie la continuità del presente. Quei rapporti cordiali con la destra Mentre l’Anpi viene dunque messa alla porta, le rappresentanze ebraiche italiane intrattengono rapporti istituzionali cordiali con la destra di governo. È una destra il cui presidente del Senato, seconda carica dello Stato, ha conservato nella sua casa di Milano un busto di Mussolini, insieme a una collezione di cimeli del Ventennio. Divenuto presidente del Senato, ha dichiarato pubblicamente che quel busto non lo avrebbe mai buttato. È lo stesso presidente del Senato che ha definito l’azione partigiana di via Rasella una pagina tutt’altro che nobile e ha descritto i soldati altoatesini del reggimento Bozen come pensionati. Il suo partito porta ancora nel simbolo la fiamma del Movimento sociale, fondato dai reduci di Salò: gli stessi del Manifesto di Verona. Il fenomeno non è italiano, ed è proprio la sua dimensione europea a renderlo leggibile. In Germania l’AfD si presenta come il partito più filoisraeliano del Bundestag. Ha persino una propria associazione, “Ebrei nell’AfD”. È lo stesso partito il cui leader Alexander Gauland ha definito Hitler e il nazismo “cacca d’uccello” in mille anni di gloriosa storia tedesca. Diciassette organizzazioni ebraiche tedesche hanno firmato una dichiarazione comune: l’AfD è un partito in cui l’odio per gli ebrei e la relativizzazione fino alla negazione della Shoah trovano casa. Secondo la stessa dichiarazione, il suo programma metteva in discussione la macellazione rituale e la circoncisione, cioè le condizioni stesse della vita ebraica in Germania. Il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi rifiuta ogni contatto con il partito. Il suo presidente, Josef Schuster, ha detto che l’interesse dell’AfD per gli ebrei non va oltre l’uso di loro come foglia di fico per la propria demagogia. In Francia il Rassemblement National è stato fondato da un negazionista e da un ex Waffen-SS. Nel marzo 2025 il suo presidente, Jordan Bardella, è stato invitato a Gerusalemme dal ministro israeliano per la Diaspora, Amichai Chikli, a una conferenza internazionale contro l’antisemitismo. Interrogato sul passato del suo partito, ha risposto che non fa politica guardando nello specchietto retrovisore. Visitando il confine con Gaza, ha definito la guerra israeliana uno scontro tra civiltà e barbarie. Con lui erano invitati Marion Maréchal ed esponenti di Vox. Chikli ha spiegato la logica dell’invito: le destre europee sono alleate in una battaglia comune contro la crescente influenza musulmana in Europa. Pochi mesi prima, nel febbraio 2025, il Likud di Netanyahu era entrato come primo membro osservatore nei Patrioti per l’Europa. È il gruppo fondato da Orbán e guidato da Bardella, di cui fanno parte anche Vox, la Lega e il Partito della libertà austriaco, fondato da ex nazisti. Nel gennaio 2026 Netanyahu ha ricevuto a Gerusalemme una delegazione dei Patrioti. Nel governo israeliano siedono Itamar Ben Gvir, cresciuto nel movimento kahanista, e Bezalel Smotrich. In una registrazione diffusa dalla televisione pubblica israeliana, Smotrich si è definito fascista e omofobo, rovesciando con sarcasmo le accuse dei suoi critici. Il punto non è se lo pensasse sul serio. Il punto è che l’etichetta non lo imbarazza. Il paradosso si rivela del tutto quando si guarda chi ha rifiutato. La conferenza di Gerusalemme è stata boicottata dall’American Jewish Committee, dal Congresso ebraico europeo, dal Congresso ebraico mondiale e dalla Conferenza dei rabbini europei. Hanno declinato l’invito anche il rabbino capo del Regno Unito, il direttore dell’Anti-Defamation League, il commissario tedesco contro l’antisemitismo e Bernard-Henri Lévy. Ariel Muzicant, già presidente della comunità ebraica di Vienna e sostenitore dichiarato di Israele, ha accusato Chikli di non capire la politica delle comunità ebraiche e di umiliare la comunità francese, la più grande d’Europa. Chi ha voluto l’alleanza con i carnefici? L’alleanza con gli eredi dei carnefici, dunque, non l’ha voluta l’ebraismo: l’ha voluta il governo israeliano. Chi la asseconda non difende gli ebrei, sceglie quel governo. E la dirigenza romana l’ha scelta perfino contro la propria Unione nazionale, che nel luglio scorso aveva firmato con l’Anpi un comunicato congiunto per ricostruire una memoria condivisa. Si tratta insomma di un nemico sostituito. Il meccanismo che rende possibile tutto questo Levi lo aveva descritto nella prefazione a Se questo è un uomo. Molti, individui o popoli, possono ritenere che ogni straniero sia nemico. Finché questa convinzione resta latente, produce atti sparsi. Quando diventa la premessa maggiore di un sillogismo, al termine della catena c’è il Lager. Il Manifesto di Verona fu quel sillogismo scritto in forma di legge. Le destre europee non lo hanno mai abbandonato: hanno sostituito lo straniero. Il passaggio ha una data. Nel dicembre 2010 il Partito della libertà austriaco, il Vlaams Belang belga e i Democratici svedesi andarono in Israele e firmarono una “Dichiarazione di Gerusalemme”. Il testo indicava nell’islam fondamentalista il nemico totalitario comune e proclamava i firmatari avanguardia della comunità occidentale. Partiti che negli anni Novanta rifiutavano Israele per antisemitismo scoprivano che bastava cambiare bersaglio. Jörg Haider era stato bandito da Israele. I suoi eredi oggi vi sono ricevuti. In questo schema Israele diventa l’avamposto dell’Occidente contro l’islam, e la vicinanza a Israele diventa un certificato di buona condotta che cancella la genealogia. Lo straniero nemico del 1943 era l’ebreo. Quello di oggi è il musulmano, il migrante, il palestinese. La struttura del pensiero è identica. Lo scambio conviene a tutti i contraenti. Il governo Netanyahu trova in Europa alleati che non chiedono conto di Gaza, della Cisgiordania o delle pronunce della Corte internazionale di giustizia. Le destre europee ottengono il lavacro della propria storia. Le dirigenze comunitarie che si allineano ottengono protezione politica e accesso al potere. Ogni tempo ha il suo fascismo L’8 maggio 1974, sul Corriere della Sera, Levi scrisse che ogni tempo ha il suo fascismo. I segni premonitori, scriveva, si riconoscono dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere la propria volontà. Non serve necessariamente il terrore poliziesco: basta distorcere l’informazione, inquinare la giustizia, diffondere la nostalgia per un mondo ordinato in cui la sicurezza dei pochi poggiava sul silenzio forzato dei molti. Nel 1982 condannò pubblicamente l’invasione israeliana del Libano. Per Levi la memoria della Shoah non era una tessera di appartenenza né un patrimonio da amministrare. Era un avvertimento universale contro la catena che parte dallo straniero nemico, e valeva per tutti, Israele compreso. Dove si arriva, alla fine? Se il criterio dell’antisemitismo diventa la fedeltà al governo di Israele, la conclusione è già scritta. Antisemiti diventano i partigiani, cioè gli eredi di chi combatté il regime che compilava le liste. Non antisemiti, certificati, restano gli eredi di chi quelle liste le compilò: quelli con il busto del Duce in casa, la fiamma di Salò nel simbolo e Hitler ridotto a cacca d’uccello. Venerdì, al Portico d’Ottavia, i primi sono stati cacciati. I secondi non hanno avuto bisogno di presentarsi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Antisemitismo e fedeltà al governo di Israele proviene da Comune-info.
October 18, 2026
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Ruspe contro i poveri
IL MOVIMENTO PER IL DIRITTO ALLA CASA IN SPAGNA MA ANCHE LA VICENDA DI SPIN TIME E LE PROTESTE DEGLI UNIVERSITARI IN ITALIA HANNO APERTO UNA CREPA NELLA POLITICA ISTITUZIONALE. CHE LE CITTÀ OVUNQUE SIANO SEMPRE PIÙ SPESSO TERRENO DI CACCIA PER SPECULATORI E CHE LA VITA DI OGNI GIORNO DI TANTE PERSONE COMUNI SIA DEVASTATA, LO DIMOSTRA ANCHE LA CRISI GRAVISSIMA CHE IN QUESTI GIORNI VIVONO, LONTANO DAI RIFLETTORI DEI GRANDI MEDIA, DIVERSI QUARTIERI DI MOGADISCIO CON MIGLIAIA DI DEMOLIZIONI IN CORSO. LE OPERAZIONI SEGUONO UN PROTOCOLLO BRUTALE: DA MEZZANOTTE IN POI, BANDE ARMATE DI ASCE E COLTELLI FANNO IRRUZIONE NELLE ABITAZIONI, TERRORIZZANDO I RESIDENTI, PRIMA DELL’ARRIVO DEFINITIVO DEI BULLDOZER. LE DENUNCE DELLA CAMPAGNA NAZIONALE #HANTIDAQARANKA EVIDENZIANO UN DATO SCIOCCANTE: IL 99% DEI TERRENI DI UTILITÀ PUBBLICA E DEI BENI DEMANIALI STORICI A MOGADISCIO È STATO SOTTRATTO O VENDUTO A PRIVATI. CON L’ARRIVO DELLE PIOGGE, PIÙ VIOLENTA PER LA CRISI CLIMATICA, MIGLIAIA DI PERSONE AFFRONTANO IL RISCHIO DI FOLGORAZIONI ELETTRICHE E QUELLO DI NUOVE EPIDEMIE, INNESCANDO UNA DISPERATA GUERRA TRA POVERI, DICE ZAKARIA MOHAMED ALI. INTANTO IL PAESE È COSTRETTO A FARE CONTI CON UNO STALLO DELLA POLITICA, MA IL GOVERNO DI MOHAMUD GODE DEL SOSTEGNO DI ERDOGAN, CON UN SISTEMA SANITARIO FRAGILISSIMO E VIOLENTI CONFLITTI REGIONALI DOVE INTERVENGONO MERCENARI COLOMBIANI… DI CERTO CRESCE ANCHE NEI VICOLI INFANGATI DI MOGADISCIO LA RABBIA, PER DIRLA CON GALEANO, DEI NESSUNO, “I FIGLI DI NESSUNO, I PADRONI DI NIENTE”, COLORO “NON SONO, NONOSTANTE SIANO…” Per scelta dell’autore, è vietata la riproduzione di questa fotografia, il cui utilizzo è destinato a progetti importanti -------------------------------------------------------------------------------- Mogadiscio, una capitale storicamente segnata dal crollo del regime di Siad Barre nel 1990, dai sanguinosi conflitti interclanici, e dal dominio dei signori della guerra, si trova oggi di fronte a un dramma senza precedenti. Dal 2003 la città ha intrapreso percorsi di faticosa ricostruzione, ma la fine di ogni mandato presidenziale fa ripiombare il paese nel caos. Attualmente il mandato presidenziale risulta scaduto e la città vive un nuovo catastrofe sociale: le ruspe governative stanno radendo al suolo interi quartieri storici, accanendosi in modo particolare sulla povera gente. Le operazioni seguono un protocollo brutale: da mezzanotte in poi, bande armate di asce, bastoni, manganelli, martelli e coltelli fanno irruzione nelle abitazioni, svegliando violentemente i residenti e terrorizzandoli, prima dell’arrivo definitivo dei bulldozer. Questa sistematica “caccia ai terreni” ha colpito con forza devastante lo storico quartiere di Waberi, in particolare nel distretto di Buula Eelaay. Intere generazioni vengono private della propria casa senza alcun preavviso, indennizzo o alternativa abitativa, costringendo anziani, donne e oltre mezzo milione di bambini ad accamparsi per strada. Con l’arrivo delle piogge, queste famiglie affrontano un rischio imminente di folgorazioni elettriche, epidemie e il collasso totale delle condizioni igienico-sanitarie, innescando una disperata guerra tra poveri. La privatizzazione del patrimonio statale Le denunce civili e politiche confluite nella campagna nazionale #HantidaQaranka evidenziano un dato scioccante: il 99% dei terreni di utilità pubblica e dei beni demaniali storici a Mogadiscio è stato indebitamente sottratto o venduto a privati. L’amministrazione di Mogadiscio e la regione del Banadir, inizialmente trinceratesi dietro la scusa di voler recuperare i terreni occupati abusivamente dall’era post Siad Barre, hanno esteso i decreti di esproprio fino a liquidare infrastrutture pubbliche vitali, inclusi gli immobili storici del Ceemiska (l’assicurazione nazionale somala), l’Ex Fiera Nazionale (Carwada Qaranka) e le stazioni dei vigili del fuoco. Dietro queste manovre sembra nascondersi una fitta rete di speculazione edilizia alimentata da enormi capitali privati e multinazionali. I costi d’affitto nella capitale sono saliti a livelli insostenibili, paragonabili in alcune zone a quelli delle grandi città italiane: nella zona di Maka al-Mukarama gli appartamenti raggiungono gli 800 dollari al mese, mentre a Waberi e Bondhere variano tra i 350 e i 500 dollari, tagliando fuori la stragrande maggioranza della popolazione locale. Stallo politico Il contesto securitario e sociale è aggravato da una gravissima crisi costituzionale. Il mandato quadriennale del presidente Hassan Sheikh Mohamud è ufficialmente scaduto il 15 maggio 2026. Tuttavia, grazie a un controverso emendamento approvato dal parlamento nel marzo 2026, la durata del mandato è stata estesa unilateralmente da quattro a cinque anni, prolungando la presidenza fino al 15 maggio 2027. Questo colpo di mano legislativo è stato rigettato dal blocco delle opposizioni riunite nel Somali Future Council, che considerano Mohamud a tutti gli effetti un ex presidente, illegittimamente al comando. Il governo di Mohamud gode del solido appoggio del presidente turco Recep Tayyip Erdogan e del presidente del Gibuti, Ismail Omar Guelleh. Tuttavia, la pressione sotterranea della comunità internazionale – in primis Stati Uniti e Regno Unito – per scongiurare un’escalation militare nella capitale ha forzato un fragile compromesso all’inizio di settembre 2026, impegnando la presidenza a tenere elezioni entro sette mesi. Ciononostante, le opposizioni mantengono alta la guardia, denunciando che il metodo proposto dal governo, dietro il pretesto del suffragio universale per la società civile, nasconde un sistema architettato su misura per garantire la rielezione automatica del regime in carica. L’escalation militare nel sudovest Mentre Mogadiscio è scossa dalle demolizioni, la stabilità della Somalia sta collassando nelle regioni periferiche. Negli ultimi giorni, la città di Baidoa, nello Stato del Sudovest, è stata teatro di violenti scontri a fuoco durati molte ore. Le forze di sicurezza federali somale hanno ingaggiato combattimenti urbani serrati contro le milizie e le forze speciali regionali fedeli all’ex governatore dello Stato del Sudovest, Abdiaziz Hassan Mohamed Laftagareen, rimosso forzatamente lo scorso marzo. Il ministero della Difesa federale ha dichiarato di aver respinto l’assalto, accusando le milizie di Laftagareen di coordinarsi con i terroristi di al-Shabaab. Il bilancio civile è tragico: il Bay Regional Hospital ha riferito di aver accolto decine di feriti e vittime civili, mentre la popolazione è barricata nelle case per via dei proiettili vaganti. L’escalation ha raggiunto un livello internazionale critico durante la notte tra il 3 e il 4 settembre 2026, quando un misterioso attacco aereo ha bombardato il compound del Generale Mahad Abdirahman Aden (noto come Taliye Shub), stretto alleato di Laftagareen, nella città di confine di Doolow (regione del Gedo). L’incursione ha causato morti e il crollo dell’edificio. Le autorità del Sudovest hanno esplicitamente accusato un caccia militare turco, svelando una preoccupante e diretta ingerenza aerea straniera nei conflitti politici intestini somali, fatto su cui né Villa Somalia né Ankara hanno rilasciato smentite. I mercenari colombiani A complicare la rete dei conflitti regionali legati alla Somalia vi è la presenza documentata di mercenari colombiani (Private Military Contractors), impiegati in dinamiche di transito e supporto operativo. Le rotte di volo internazionali tracciate collegano la Colombia al Sudan, passando strategicamente attraverso hub chiave quali Bossaso (Somalia), Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) e N’Djamena (Ciad). Questo flusso evidenzia la progressiva internazionalizzazione della sicurezza e dei traffici di truppe private nell’Africa orientale, con la Somalia che funge da corridoio geopolitico cruciale per attori di sicurezza non statali operanti nei teatri di guerra sub-sahariani. La mappa mostra il percorso di un membro di una compagnia militare privata colombiana, intervistato da Human Rights Watch, che ha viaggiato verso il Sudan passando per Somalia, Emirati Arabi Uniti e Ciad. L’aggravarsi delle demolizioni La crisi abitativa e le controversie legate alla proprietà dei terreni a Mogadiscio continuano a estendersi a macchia d’olio nell’autunno del 2026. Le campagne di sgombero forzato e demolizione per mano delle autorità municipali e delle forze di sicurezza hanno colpito duramente il distretto di Waberi. Questa operazione di recupero dei terreni demaniali ha suscitato una forte indignazione pubblica e l’intervento di figure di spicco dell’opposizione. L’ex presidente Mohamed Abdullahi Farmaajo ha condannato duramente gli sgomberi, evidenziando come l’abbattimento di intere aree residenziali ad alta densità privi le famiglie vulnerabili dei diritti costituzionali fondamentali, lasciandole senza tetti né tutele giuridiche adeguate. Mentre l’amministrazione del Benadir difende le azioni definendole necessarie per modernizzare le infrastrutture cittadine, la popolazione locale e i leader politici denunciano la mancanza di preavvisi e l’assenza di sistemazioni alternative, aggravando una situazione sociale già esasperata dalle intemperie. Parallelamente, all’inizio del mese di ottobre 2026, diverse abitazioni sono state demolite nel quartiere di Jungul (nel distretto di Yaqshid), nel cuore della notte e mentre sulla città cadeva una forte pioggia. I residenti hanno denunciato l’azione, affermando di essere in possesso di regolari documenti di proprietà dei terreni e accusando le autorità di aver inviato le ruspe all’improvviso. Nelle vicinanze delle abitazioni dell’ex Compagnia di Assicurazioni (Caymiska), le demolizioni hanno provocato forti polemiche e tensioni tra il governo locale e i residenti. In uno degli episodi più gravi, un cittadino sarebbe stato ucciso dopo essersi rifiutato di lasciare la propria abitazione. Il coinvolgimento dei caccia militari Riguardo al dispiegamento dei caccia militari, le denunce e i resoconti locali hanno riferito dettagli allarmanti. Diverse fonti locali e alcuni leader dell’opposizione, tra cui l’ex presidente Sharif Sheikh Ahmed, hanno denunciato che, durante quel periodo di forte tensione, aerei da guerra identificati come F-16 turchi hanno sorvolato a bassa quota il cielo di Mogadiscio. I voli a bassa quota sarebbero stati registrati sopra la capitale, in particolare nelle aree di Tokyo e Jungul, nel distretto di Yaqshid. L’opposizione e alcuni residenti hanno interpretato questi voli come una forma di palese intimidazione e dimostrazione di forza nei confronti dei cittadini che si opponevano alla demolizione delle proprie abitazioni. L’amministrazione della regione del Benadir ha difeso le operazioni, definendole parte di un piano legittimo per il recupero dei terreni pubblici, mentre le autorità militari non hanno confermato ufficialmente un legame diretto tra il sorvolo dei caccia e le operazioni di sgombero. Rischi per la popolazione Intanto, la pioggia non fa distinzione tra ricchi e poveri. A Mogadiscio, come in molte altre zone della Somalia, le strade continuano a essere gravemente colpite dalle precipitazioni a causa della mancanza di adeguati sistemi fognari e di drenaggio, infrastrutture che non sono state sufficientemente ripristinate e sviluppate negli ultimi decenni. Ogni volta che piove aumenta anche il rischio legato agli impianti elettrici. Nonostante la spesa pubblica e la riscossione delle tasse da parte delle autorità, delle abitazioni, delle aziende elettriche e delle attività commerciali, molti abitanti continuano a non disporre di sistemi sicuri e adeguati per affrontare le emergenze legate alle piogge. A questo si aggiunge il rischio sanitario provocato dall’acqua stagnante e dalle condizioni igieniche precarie, che possono favorire la diffusione di malattie. La situazione nel sud della Somalia e nella capitale Mogadiscio è particolarmente preoccupante anche a causa delle condizioni climatiche e di una crisi sanitaria aggravata dalla fragilità del sistema sanitario. Secondo i dati di ReliefWeb, le previsioni indicano una probabilità superiore al 90% di precipitazioni sopra la media nel centro-sud del Paese entro la fine dell’anno, con il rischio che i fiumi Juba e Shabelle possano nuovamente esondare, mettendo a rischio oltre 1,3 milioni di persone. Un sistema sanitario sempre più fragile A rendere tutto più difficile è il sistema sanitario, già fragile da decenni, che è diventato per molti cittadini un servizio difficile da permettersi. Numerosi trattamenti specialistici, tra cui interventi cardiaci, trapianti di rene, rimozione di masse tumorali e complesse operazioni neurologiche, spingono molti cittadini somali a cercare cure all’estero, soprattutto in Turchia e India. Solo una minima parte riesce a ottenere un visto per motivi sanitari verso l’Europa o l’Italia. Tra il 2023 e il 2025 l’accesso a queste procedure sembrava, in alcuni casi, relativamente più semplice; oggi, l’aumento dei costi e dei tempi di attesa rende queste possibilità ancora più difficili da sostenere per molte famiglie somale. Secondo Medici Senza Frontiere, il sistema sanitario somalo sta affrontando una grave crisi dovuta alla mancanza di finanziamenti. Il Piano di Risposta Umanitaria per la Somalia 2026 è stato ridotto del 40% e risulta finanziato solo per circa un terzo. Questo disinvestimento ha già contribuito alla chiusura di numerose strutture sanitarie di base sul territorio. Le agenzie internazionali hanno inoltre dovuto ridurre gli aiuti alimentari d’emergenza, lasciando milioni di persone con un accesso limitato al cibo e all’assistenza sanitaria primaria proprio in un momento di estrema vulnerabilità climatica. La scuola Bartamaha In netto contrasto con le demolizioni forzate e le accuse di abbandono infrastrutturale, l’amministrazione regionale del Benadir ha cercato di dare un segnale di sviluppo sociale avviando significativi piani di ricostruzione pubblica. Il 14 ottobre 2026, il sindaco di Mogadiscio ha posato la prima pietra per la ricostruzione della storica scuola Bartamaha, un istituto vecchio di 66 anni che ha formato generazioni di professionisti somali ma che versava in uno stato di totale degrado dopo decenni di conflitti. Finanziato nell’ambito dell’iniziativa Somalia Education for Human Capital Development, il progetto punta a edificare un polo scolastico moderno. Questa mossa istituzionale rappresenta il tentativo della leadership municipale di controbilanciare le critiche della cittadinanza, dimostrando l’intenzione di reinvestire nei servizi essenziali, anche se l’accesso all’istruzione e alla sanità di base rimane un miraggio per migliaia di sfollati urbani accumulatisi a causa degli sgomberi. Lo scontro istituzionale si sposta in Tribunale È vietata la riproduzione di questa fotografia Le tensioni nate per le strade di Mogadiscio riflettono una spaccatura politica molto più profonda che ha raggiunto i massimi livelli istituzionali della Somalia alla metà di ottobre 2026. Il 16 ottobre 2026, l’ex presidente Sharif Sheikh Ahmed, leader del consiglio di opposizione Somali Future Council, ha ufficialmente depositato un ricorso presso la Corte Suprema Federale a Mogadiscio. L’azione legale contesta i recenti emendamenti parlamentari alla Costituzione provvisoria (in particolare al Capitolo 15), accusando il legislatore di aver ignorato i protocolli di revisione e di aver agito senza un consenso politico allargato. Sharif Sheikh Ahmed ha esortato la magistratura a decidere in totale indipendenza dalle pressioni dell’esecutivo, definendo il ricorso l’unico modo pacifico per preservare lo Stato di diritto ed evitare la frammentazione politica del Paese. Verso le elezioni del 2027 La vera radice dello scontro tra governo e opposizione — che fa da sfondo anche all’uso dimostrativo della forza nei cieli e nelle strade della capitale — risiede nella gestione della transizione democratica. Il 15 ottobre 2026, la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (NIEBC) ha annunciato ufficialmente il calendario elettorale, fissando le elezioni presidenziali della Somalia per il 15 maggio 2027. Le elezioni parlamentari federali sono state invece programmate per il 15 aprile 2027. Nonostante la definizione di queste scadenze sia stata accolta con favore dalla leadership governativa come un passo avanti per la stabilità, l’annuncio unilaterale ha acuito l’ostilità delle coalizioni di opposizione e di diversi Stati membri federali. Questi ultimi temono che le modifiche ai meccanismi di voto e le estensioni dei mandati amministrativi approvate senza un accordo globale possano compromettere definitivamente la tenuta democratica del Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Fonti: * Testimonianze civili dirette: Prove audio-visive raccolte sul campo tra i residenti dei quartieri storici di Waberi (Buula Eelaay), Yaqshid, Bondhere e Hodan (tra agosto e Settembre 2026). * Denuncia Umanitaria ed Evidenze di Sfratto (Facebook Reel): Appello pubblico disperato di un’anziana donna di 85 anni provvista di regolari titoli di proprietà, le cui case sono state demolite dalle ruspe governative a Mogadiscio: https://www.facebook.com/reel/1486476406864262 * Analisi dell’Esproprio di Terreni (The Somali Digest): Report investigativo dettagliato sugli sfratti forzati nel quartiere di Tookiyo (Yaqshiid) e sull’estorsione di 18.000 dollari a lotto imposta dall’amministrazione: https://thesomalidigest.com/mogadishu-sells-the-ground-its-citizens-are-standing-on/ * Giornalismo d’Inchiesta sul Land Grabbing (The Africa Report): Documentazione riguardante la svendita illegale di beni demaniali e infrastrutture pubbliche a magnati commerciali privati attraverso sistematici espropri di Stato: https://www.theafricareport.com/390992/somalia-is-the-government-selling-off-public-land-to-tycoons-via-massive-land-grabs/ * Analisi Geopolitica e Geostrategica (Middle East Institute – MEI): Ricerca accademica che evidenzia come attori esterni sfruttino la fragilità istituzionale somala e controllino infrastrutture locali critiche: https://mei.edu/publication/far-benefactor-turkish-government-exploiting-somalias-fragility/ * Accordo sulla Tabella di Marcia Elettorale (Somali Guardian): Documentazione sull’accordo di transizione di 7 mesi per le elezioni tra la presidenza e le opposizioni, mediato dai partner internazionali: https://www.somaliguardian.com/news/somalia-news/somalia-hassan-sheikh-mohamud-agrees-elections-7-months/ * Dossier Infografica #HantidaQaranka: Mappatura della difesa civile che traccia l’assegnazione illegale di 120 siti pubblici e storici a Mogadiscio. * Dati sul Tracciamento dei Conflitti: Log operativi sul fuoco incrociato a Baidoa, sul coinvolgimento dell’aviazione turca a Doolow e sui corridoi di transito dei contractor militari colombiani (via ACLED e briefing del Consiglio di Sicurezza ONU). * https://sesrp.moewr.gov.so/wp-content/uploads/2025/02/BECO-JAZEERA-POWER-PLANT-ESIA.pdf * https://www.eurasiareview.com/04092026-the-sultans-drones-ankaras-descent-from-somali-patron-to-villa-somalias-hired-gun-oped/ * https://www.hrw.org/report/2026/05/25/from-bogota-to-el-fasher/the-uaes-role-in-the-deployment-of-colombian-fighters > Capital Security Crisis: Somalia’s Government Accused of Deployment of Fighter > Jets to Intimidate Protestors and Enforce Property Demolitions > Public Outcry over Capital Property Rights: Former President Farmaajo Condemns > Evictions and Demolitions in Mogadishu’s Waberi District > Judicial Validation Finalizes Democratic Mandate as Galmudug State Election > Winners Announced After Supreme Court Certifies Rerun Results > Banadir Regional Administration Commences Historic Infrastructure > Reconstruction as Mogadishu Mayor Lays Foundation for Rebuild of 66-Year-Old > Bartamaha School > National Electoral Body Outlines Voting Schedule as Somalia Sets Presidential > Vote for 15 May 2027 -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ruspe contro i poveri proviene da Comune-info.
October 17, 2026
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