Nel Libano che brucia

Comune-info - Tuesday, June 2, 2026
Il castello di Beaufort, nel villaggio Arnoun, Libano meridionale, è da secoli una delle fortezze medievali più strategiche e contese del Medio Oriente. Foto di Hanin Abouzeid su Unsplash

C’è un’immagine che non lascia indifferenti. La guida turistica Hussain Alawieh che accompagnava i visitatori sulla cima del castello di Beaufort, un’antica fortezza crociata da cui si apriva una vista mozzafiato sul Libano meridionale e sul fiume Litani. Domenica quella vista era oscurata dal fumo bianco del fosforo. Quando la cortina si è diradata, sulla torre più alta sventolavano la bandiera israeliana e quella della Brigata Golani. Per la prima volta in ventisei anni, il castello era caduto di nuovo.

William Christou, sul “Guardian”, racconta quello che succede dopo: i soldati israeliani diffondono i filmati della conquista accompagnandoli con le note di “Waynun”, una delle canzoni più celebri di Fairuz, la voce stessa dell’identità libanese. Il ritornello ripete: “Dove sono? Dove sono?”. Un uso cinico della bellezza per sancire un’assenza. Come spiega Alawieh, il castello era il simbolo della resistenza del sud del Libano, sopravvissuto ai bombardamenti degli anni Ottanta e alle cariche esplosive del ritiro israeliano nel 2000. Issare quella bandiera non risponde a una necessità militare — nell’era dei droni e della sorveglianza satellitare, una rocca medievale vale poco. Risponde a un preciso messaggio psicologico: “anche ciò che consideravate inespugnabile è caduto” .

Leggendo le corrispondenze di Francesca Mannocchi su “La Stampa” e di Gad Lerner su “il manifesto” , colpisce come due sguardi diversi convergano sulla stessa preoccupazione di fondo.

Mannocchi parte da un dato che va letto per quello che è. Dal 17 aprile, giorno in cui il cessate il fuoco è entrato formalmente in vigore, almeno 3.355 persone sono state uccise sul territorio libanese. Tiro, città fenicia patrimonio dell’Unesco, è stata evacuata in due ore — duecentomila residenti. Il pescatore Ali Sleiman ha deciso di aspettare in riva al mare, convinto che il suo angolo di città non potesse essere un obiettivo. I bombardamenti sono caduti vicino alle rovine antiche. Il ministro della Cultura libanese Ghassan Salame ha chiesto all’Unesco di nominare un commissario speciale, aggiungendo con una precisione che vale più di un lungo comunicato: il Libano aveva contrassegnato tutti i siti patrimonio dell’umanità con appositi simboli, «ma a quanto pare l’aeronautica israeliana non rispetta molto questa identificazione».

La meccanica che Mannocchi descrive è sempre la stessa: un ordine via Telegram, poi i raid, poi le ruspe. L’ordine di evacuazione non è una misura di protezione per i civili, è una misura di libertà operativa per l’esercito. Si svuota un territorio per trasformare tutto ciò che resta in bersaglio legittimo.

Oltre cinquanta villaggi nel sud del Libano sono già stati demoliti con escavatori, in una campagna sistematica documentata dalle immagini satellitari. Il Litani era stato presentato come il confine naturale oltre il quale Israele non si sarebbe spinta. Adesso è superato, senza negoziato, senza accordo, per decreto militare unilaterale. Le ruspe lavorano in fretta e le mappe si aggiornano di settimana in settimana. Più di 822.000 persone, tra cui quasi 300.000 bambini, sono sfollate. Nord di Tiro, poi nord del Litani, ora nord del Zahrani: ogni ordine sposta la linea di sicurezza percepita quaranta chilometri più su, verso Beirut, verso il centro di un paese che si restringe.

Di fronte a questo scenario, Lerner pone una domanda che scuote: è davvero possibile eliminare con la forza una comunità di milioni di persone radicata nella propria terra e nella propria storia? I musulmani sciiti del Libano meridionale, ricorda, erano una delle popolazioni più pacifiche del Medio Oriente prima del 1982. Fu l’invasione israeliana — e i diciotto anni di occupazione che ne seguirono — a spingerli verso Hezbollah. Ora nessuno sa con certezza quanti siano, ma è verosimile che si tratti di un terzo della popolazione libanese: una comunità legata da una sofferta ma inestricabile comunità di destino. Estirparne due milioni, scrive Lerner, è altrettanto impossibile che estirpare i palestinesi da Gaza o dalla Cisgiordania.

La guerra di Netanyahu è priva di un piano razionale dichiarabile. Ogni villaggio demolito, ogni famiglia strappata alla propria casa semina un odio e una disperazione destinati ad alimentare i conflitti delle prossime generazioni. Israele, scrive Lerner, sta costruendosi il nemico perfetto.

A un certo punto la guerra smette di riguardare il controllo militare di un confine e comincia a riguardare qualcosa di più profondo: chi ha il diritto di abitare un luogo, e chi deve essere cancellato o costretto ad andarsene. È la stessa contraddizione che lega il Libano a Gaza, l’illusione tragica che la sicurezza di uno Stato possa essere costruita rendendo sistematicamente impossibile la vita di un altro popolo.

Perché la comunità internazionale assiste immobile? Mannocchi cita Ramzi Kaiss di Human Rights Watch: “Il governo israeliano non solo ha ripetutamente violato le leggi di guerra, ma continua a dichiarare apertamente la propria intenzione di commettere ulteriori atrocità. E riesce a farlo perché sull’esercito israeliano non c’è alcun freno” .

Il freno non c’è perché chi potrebbe applicarlo ha scelto di non applicarlo. L’amministrazione Trump tollera la distruzione del Libano meridionale perché funzionale alla partita con l’Iran. L’Europa e le Nazioni Unite condannano nel vuoto. Netanyahu, stretto tra la destra del suo governo e l’opposizione interna, ha trasformato la guerra permanente nell’unica garanzia della propria sopravvivenza politica. La guerra in Libano è anche, come sempre, una guerra domestica combattuta su un territorio straniero.

Intanto ad Arnoun, il villaggio dove sorge il castello di Beaufort, non c’era nessuno quando i soldati israeliani sono arrivati. Un villaggio deserto, un castello indifeso. Alawieh dice che considera quella presenza temporanea, guardando alla storia del castello che ha respinto tutti gli invasori che lo hanno preceduto. È una speranza che si aggrappa alla pietra millenaria, mentre il fumo del fosforo si dirada e la voce di Fairuz continua a chiedere: dove sono? Dove sono?

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