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Non è questione pedagogica
IN MIGLIAIA DI GIOVANI E GIOVANISSIMI, SENZA SIGLE E SENZA PAURA HANNO MANIFESTATO IN TANTE CITTÀ. POTREBBERO FARLO OGNI SABATO, MALGRADO DECINE DI FERMI PREVENTIVI IN APPLICAZIONE DEGLI ULTIMI DECRETI SICUREZZA. LO FANNO PERCHÉ SONO SEMPRE DI PIÙ GLI ESCLUSI, I NUOVI POVERI, QUELLI CHE DEVONO SOLO GUARDARE, ASPETTARE, DESIDERARE, RINCORRERE, FARSI SOTTOMETTERE MA ANCHE PRODURRE E SEMPRE BRAMARE IL LUSSO. LA PRIMA DOMANDA, SCRIVE ANDREA SATTA, CHE BUONA PARTE DEGLI ADULTI DOVREBBERO FARSI NON È SE È GIUSTO SPACCARE LE VETRINE. LA DOMANDA È: SE COSTRUIAMO PERCORSI DOVE MI FAI DESIDERARE TUTTO IL TUO BENESSERE, PERCHÉ DOVRESTI SENTIRTI SICURO DI POTERTELO GODERE PER SEMPRE NELLE LUCI SOFFUSE DELLA TUA AGIATEZZA? Foto Milan in Movimento -------------------------------------------------------------------------------- Non è questione pedagogica, né va fatta una crociata moralistica, non c’è questo in ballo. Il sistema propone l’irraggiungibile, non il pane. Non sono più i tempi dei poveri di Totò con i vestiti di tre taglie più grandi e gli spaghetti rubati, infilati nelle tasche. Oggi i poveri sono obesi, mangiano troppo e male, ingoiano calorie e immagini, cibi e ultra-processati, catene e filiere multinazionali. Diventare una star dei social equivale a comprarsi una Ferrari. Oggi, sabato 24 ottobre, alla Stazione Centrale di Milano, sono in attesa della coincidenza di un treno e insieme a tutto il resto del mondo sono in piedi a guardare i tabelloni rullare. Non c’è un posto a sedere in tutta la Stazione Centrale che pure è grande. Scientemente non è possibile sedersi. Io e pochi altri possiamo attendere nel lounge, con i vetri fumè, a bere qualcosa, comodi, in attesa dell’uscita del binario. Noi sì, tutti loro e sono migliaia, no. Loro devono guardare, aspettare, desiderare, educati a sbavare a rincorrere, a volere. Devono volere e farsi sottomettere, produrre, arricchirsi, inseguire e in qualche modo raggiungere un surrogato che plachi la frustrazione. E se un giorno un gruppo di ragazzini ancora non sufficientemente ammaestrati, ma allevati a bramare il lusso e alla durezza che se è mio e mio e se tu non puoi non puoi, s’incazzano e si fottono tutto quello che gli si è sempre sventolato davanti e negato, ti meravigli? Se gli sbatti in faccia il tuo successo, anzi il tuo potere perché prima o poi qualcuno non dovrebbe reagire sovvertendo tutto e prendendosi quello che gli si è sempre fatto annusare? Non c’è politica in questo, non c’è niente, c’è di avere impostato un sistema che pettina tutto in un verso fino al nodo, puntando sul fatto che l’unica reazione sia adeguarsi e sgobbare. E può darsi che un giorno qualcuno spacchi tutto. È giusto? No. Ma è questa la domanda da farsi? No. La domanda è se io costruisco un percorso dove mi fai desiderare tutto il tuo benessere, perché dovresti sentirti sicuro di potertelo godere per sempre nelle luci soffuse della tua agiatezza? È uscito il binario, in prima classe c’è più posto per le gambe e ti offrono il caffè. Fino a che siamo vivi. “‘A livella” non esiste. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non è questione pedagogica proviene da Comune-info.
October 25, 2026
Comune-info
Riprendiamoci la moneta, riprendiamoci il futuro
Nel mondo che ci tocca in sorte, che corre veloce verso l’abisso, la moneta è trattata come faccenda tecnica. La sua smaterializzazione, l’ha resa tema massimamente religioso, sacerdotale. Non casualmente, il più importante capitalista americano del momento, Peter Thiel, assieme a Musk ha fatto fortuna con PayPal, ma soprattutto parla attraverso Paolo di Tarso e la sua lettera ai Tessalonicesi. Il Papa, giustamente, si incazza, ma quello non si placa e sostiene che l’anticristo, ovvero la Cina, sia grande alleato del Papa stesso. Mondo in corsa verso l’abisso, appunto. La moneta legale è emessa dalle banche centrali. In un bel libro di qualche anno fa, Alberto Orioli definisce quelli del banchiere centrale enunciati oracolari. Trattasi dunque di rivelazione divina, a mezzo di profeti non particolarmente eroici, ma felpati, austeri, quasi sommessi nell’eloquio, con vasta cultura (anche umanistica). Più la politica si fa sguaiata, più non tocca palla quando si parla di moneta. Le banche le nomina per gli extraprofitti, senza però capire precisamente cosa sono, come si fanno, gli extraprofitti delle banche commerciali. > Ora, nel mondo è in corso un conflitto epocale. Si tratta di una guerra, ma > monetaria. Combinata con le guerre che insanguinano l’Europa orientale e il > Medio Oriente, senz’altro. Ma relativa, più specificatamente, al futuro della > moneta. Dal 1971 in maniera definitiva, tra moneta e oro non vi è più connessione sostanziale. L’oro rimane un bene rifugio, sempre più rilevante nella fase attuale segnata dal declino del dollaro, ma l’emissione di moneta non è più incatenata ai lingotti d’oro nei caveau. Basta un click della banca centrale, che scambia titoli di Stato con riserve, e le riserve, composte di moneta di banca centrale, garantiscono liquidità alle banche commerciali e queste dovrebbero garantire credito alle imprese, quelle dinamiche e innovative – ma assai spesso non lo fanno. E poi ci sono i depositi bancari, che creano moneta bancaria (quindi privata, ma convertibile in legale) ex nihilo, sempre attraverso un click. Capite? Trattasi di Spirito. Ma il successo dell’oro era legato alla sterlina, dopo la sterlina al dollaro. Il dollaro si è fatto «denaro mondiale», con l’incedere della finanziarizzazione e l’implodere del blocco sovietico. Poi, dalla crisi delle dotcom del 2000, dall’11 settembre del 2001, ma soprattutto dal crack del 2007-2008, il sogno imperiale si è infranto. Quindi il dollaro, che declina ma non muore, si è fatto strumento militare. Tra i più efficaci, tra l’altro. Tanto gli Stati Uniti perdono tutte le guerre sul terreno, dall’Iraq all’Afghanistan, tanto il dollaro colpisce duro, rende solidi gli ordini esecutivi e le sanzioni che chiudono conti correnti e congelano asset. La Cina, che ha capito di essere il prossimo bersaglio, una volta che la destabilizzazione europea e mediorientale avrà fatto il suo corso, si è organizzata: la sua banca centrale ha cominciato a emettere renminbi digitale, ovvero moneta digitale pubblica, equivalente al contante; ha creato CIPS (Cross-border Interbank Payment System), circuito alternativo a SWIFT, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; ha egemonizzato mBridge, progetto della Bank of International Settlements che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned. Di tutta risposta, Trump, che un tempo era ostile alle criptovalute, ora, col suo Genius Act, ha regolamentato le stablecoin, valute digitali ancorate al dollaro emesse da società private non bancarie. Per ancorare le stablecoin, guarda caso, le società in questione acquistano a man bassa titoli di Stato a stelle e strisce. Una manna dal cielo, visto che il debito pubblico americano non se lo vuole accattare più nessuno, avendo superato i 40 mila miliardi di dollari. Se le stablecoin si diffondono, garantendo esse pagamenti transfrontalieri e all’ingrosso programmabili, 24/7 e 365 giorni l’anno, il gioco è fatto: il mondo ricomincerà a finanziare il bilancio pubblico statunitense, Pentagono in primo luogo. E non si è fermato, Trump: ha ordinato che la Fed interrompa ogni progetto di dollaro digitale. > Una guerra è in corso: tra moneta pubblica e moneta privata. E l’Europa? La BCE, che certo non brilla per complicità col proletariato, si sta attrezzando. E lo sta facendo al meglio. Se tutto va come deve, entro il 2026 sarà ratificato l’euro digitale. Moneta pubblica, dunque, che dopo un paio d’anni di sperimentazione, sarà finalmente emessa e diffusa (2029). Con un e-wallet, sarà utilizzabile anche offline. Di più, con Pontes prima e Appia a seguire, la BCE procede verso la tokenizzazione della moneta di banca centrale, per rendere autonomi dai circuiti internazionali anche i pagamenti all’ingrosso (interbancari), e non solo quelli al dettaglio (che avverranno con euro digitale e contanti). Di tutto ciò la politica – anche di sinistra – non parla, trattandosi a suo avviso di temi da lasciare ai banchieri centrali. È in controtendenza, allora, la conferenza organizzata dalla For the People Foundation, che si svolgerà oggi a Roma (presso Industrie fluviali), dalle ore 10 alle 19. For the People, infatti, è la fondazione affiliata a ELA – European Left Alliance, la formazione politica eco-socialista che vede insieme un importante numero di partiti europei e, tra questi, Sinistra Italiana. Controtendenza urgente, visto che non è proprio vero che la politica europea tutta non si stia occupando di euro digitale. Lo fa per esempio una forza politica tedesca, di nome AfD, e con un obiettivo chiaro: distruggerlo. Un motivo in più, per sapere da che parte stare. Segui la diretta streaming dell’evento Immagine di copertina di Atlantic Ambience L'articolo Riprendiamoci la moneta, riprendiamoci il futuro proviene da DINAMOpress.
October 24, 2026
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Castel Volturno, verso la grande manifestazione contro il CPR. Il vento è cambiato?
Per cogliere la portata della mobilitazione contro il CPR di Castel Volturno, organizzata per sabato 24 ottobre, è utile partire da altri luoghi: dalle numerose città dalle quali partiranno i pullman per raggiungere la Campania. La mappa delle partenze si allarga ben oltre le regioni vicine e le grandi città. Negli ultimi giorni si moltiplicano le richieste di partecipazione e diventa febbrile il lavoro per renderle possibili: raccogliere adesioni, trovare posti, rendere sostenibile la trasferta.  La distanza che tante persone sono disposte a percorrere per manifestare contro la costruzione del CPR campano è un indicatore importante. È il prodotto dell’energia che questa mobilitazione sta mettendo in circolo, che da tempo non si percepiva con questa intensità. Il punto di partenza è chiaro: è necessario e possibile impedire che il governo realizzi il suo piano e costruisca la struttura. > Non si tratta solo della denuncia della violenza sistemica dei CPR: l’aspetto > dirimente della mobilitazione campana è la convinzione che vincere sia > possibile. L’energia che si respira è il prodotto di questa tensione al > risultato. A rendere credibile questa ambizione è la rete costruita intorno alla mobilitazione. Lavorano fianco a fianco associazioni, movimenti, sindacati, enti religiosi, collettivi, ONG. Un insieme dalle proporzioni in parte inedite. La tipologia, scala, postura dei soggetti in campo è molto diversificata. Dentro questa fitta trama, anche la posizione delle istituzioni – dalla presidenza della regione in giù – ha un preciso peso specifico. La convergenza segue una logica ecosistemica: organizzazioni, persone e istituzioni cooperano da posizioni diverse, con responsabilità e strumenti non per forza sovrapponibili. Una galassia plurale e articolata, dentro la quale l’ambizione della vittoria è resa realistica dalla forza organizzativa complessiva e dalla distanza dai veti ideologici. La posizione della rete è efficacemente sintetizzata dallo slogan «né qui né altrove». Non si contesta soltanto la scelta di collocare il CPR in un’area ricca di specificità e complessità che richiederebbero ben altre forme di intervento. Si rifiuta la detenzione amministrativa come strumento delle politiche migratorie. È una parola d’ordine che allarga il conflitto oltre Castel Volturno e impedisce che il confronto si riduca a una disputa sulla localizzazione.  > Le adesioni in continua crescita, l’incessante lavoro organizzativo e la > capillare diffusione delle partenze fanno pensare a una partecipazione molto > vasta; sarà la giornata di sabato a restituire la misura effettiva della > mobilitazione. Per ragioni complesse, intorno al tema delle politiche migratorie si è sedimentata una postura in cui prevalgono la testimonianza etica e la denuncia del diritto violato. Registri necessari, ma che non sempre sono accompagnati dal necessario slancio organizzativo o declinati con l’obiettivo di incidere effettivamente nei rapporti di forza per cambiarli. La mobilitazione campana si muove in discontinuità con questa tendenza. Qui la capacità di organizzare la partecipazione conta almeno quanto la nettezza del posizionamento. Con queste coordinate, il percorso finora sviluppato è un segnale importante su scala nazionale. Che questa rete sia riuscita a mettere in piedi un processo di questa portata non basta, da solo, ad affermare che il vento sia cambiato. È però un indizio importante, che va oltre la vicenda di Castel Volturno in sé. Oltre la manifestazione si affacciano almeno due sfide. La prima riguarda il rapporto tra detenzione amministrativa e rimpatri. I CPR sono un’infrastruttura cruciale: per la funzione specifica e per la loro dimensione disciplinante sull’insieme della popolazione migrante. Ma sono solo un tassello dell’apparato dei rimpatri e, non di rado, nemmeno quello statisticamente più rilevante. Hanno un ruolo decisivo, ad esempio, anche i cosiddetti luoghi idonei e i rimpatri eseguiti senza un previo trattenimento. > Da questa prospettiva, è indispensabile allargare lo sguardo e sviluppare la > capacità di mobilitazione anche contro gli altri tasselli del complesso > mosaico dei rimpatri. La seconda sfida riguarda il Patto europeo, passato rapidamente da orizzonte lontano a parte della nostra quotidianità. Le procedure di screening e la valutazione accelerata delle domande d’asilo alla frontiera – intesa non solo nella sua dimensione geografica – sono alcuni dei suoi snodi centrali. Renderli comprensibili nel dibattito pubblico richiede una maggiore capacità collettiva di traduzione politica. È, prima di tutto, una questione di metodo e di postura: pensare e agire in maniera ambiziosa, accumulare forza, provare a vincere. Sabato 24 ottobre, a Castel Volturno, si respirerà aria fresca; la sfida è riempirsene i polmoni e portarla nei luoghi in cui ogni giorno prendono forma vecchie e nuove politiche di confinamento.  Foto di copertina: CPR Albania_DavideVigano Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. Dona il tuo 5×1000 scrivi il codice fiscale 96405560580 L'articolo Castel Volturno, verso la grande manifestazione contro il CPR. Il vento è cambiato? proviene da DINAMOpress.
October 23, 2026
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Orientale Occupata: pretendiamo il futuro, occupiamo il presente
Lunedì scorso lə studentə hanno occupato Palazzo Giusso, sede storica dell’Università L’Orientale, in continuità con le lotte giovanili in tutta Europa e in complicità con le migliaia di lavoratorə che stanno bloccando il Mezzogiorno. Le parole d’ordine che hanno scelto di portare avanti sono legate alla condizione giovanile sempre più precaria in questo paese: no al caro vita, no al caro affitti e una generale richiesta di un futuro migliore. Prontamente è arrivata la risposta della ministra Bernini che ha additato gli studenti come violenti e prevaricatori in ben due occasioni: con un post Instagram e in occasione dell’inaugurazione dello studentato “La Corte” di Parma. Come noto a chi ha seguito le ultime vicende questi nuovi studentati costruiti con i fondi del PNRR, che dovevano riparare a un problema strutturale in Italia, sono diventati terreno fertile per la speculazione da parte di grandi aziende private del settore immobiliare. Per solo 12 anni saranno adibiti a studentati e con solo una piccola parte ad un prezzo “calmierato” che, come confermato già da numerose inchieste, può superare i 500 euro per una singola. «Abbiamo scoperto che la Ministra Bernini ha detto che l’Università è di tutti e non di chi la occupa. Ma è davvero così? O è solo di chi se la può permettere? Noi non ci stiamo e non crediamo che l’Università possa essere sottoposta all’aziendalizzazione e a paradigmi eurocentrici e guerrafondai. Vediamo invece l’Università come uno spazio da rivendicare e all’interno di quello spazio costruire dei momenti di confronto e soprattutto di socialità alternativa». Così rispondono i collettivi alla Ministra in reel pubblicato su Instagram. Le prime giornate di Occupazione sono state contraddistinte da un grande lavoro per mettere in rete tante lotte apparentemente lontane ma in realtà strettamente legate tra loro. Infatti, lunedì dopo una grande assemblea in cui si è voluto spiegare al resto della comunità studentesca le ragioni dell’occupazione, lə studentə che hanno occupato hanno creato un momento di dibattito e confronto con i loro coetanei francesi e spagnoli, insieme a diversi collettivi di liceali che hanno occupato le loro scuole. Assemblea con studentə francesi e spagnolə «Sentire queste testimonianze dall’Europa in lotta, dalle scuole in occupazione è un grande motore per continuare la nostra mobilitazione in Università. Costruiamo assieme le prossime giornate di lotta in Università e riappropriamoci di questo luogo». Così una studentessa nell’intervento di chiusura dell’assemblea. Nel solco di questo ragionamento sono continuati i giorni di Occupazione. La mattinata del secondo giorno è stata segnata da un incontro tra lo Sportello Antisfratto di Napoli e altre organizzazioni attive sul tema del diritto all’abitare. Insieme a loro c’è stata anche la partecipazione di diverse persone sotto sfratto che hanno condiviso le loro esperienze e la loro rabbia nel vedere il proprio diritto all’abitare negato. Nel pomeriggio invece, si è svolta l’assemblea di I’m Queer Any Problem, collettivo queer e transfemminista, che da anni anima il pride dal basso organizzato in città. Subito dopo il cortile dell’Università ha visto ospitare l’assemblea cittadina contro il carovita. È stato un momento estremamente partecipato dove si sono uniti studentə, sindacati, collettivi e disoccupati per lanciare una campagna cittadina contro il carovita e convergere sulle date già esistenti contro la costruzione del Cpr a Castel Volturno il 24 ottobre e lo sciopero generale del 30 ottobre. «Ringraziamo tutte le realtà per essere intervenute. L’Università occupata è fucina di pratiche di confronto e di conflitto. Per noi la potenza di questo momento è di rendere finalmente l’università occupata un centro di dibattito, sperimentazione e progettazione politica. Per loro questo è il ruolo storico e sociale che l’Università dovrebbe avere e che purtroppo ha perso. È fondamentale unire le nostre lotte, intersecare i diversi processi di mobilitazione, e dunque rilanciamo le date del 24 ottobre e del 30 ottobre per costruire un ampio Movimento di opposizione sociale per riprenderci il futuro che ci stanno negando». Queste le parole di uno degli studenti presenti all’assemblea. La terza giornata di Occupazione tornerà sul tema della casa e ci saranno collegamenti con Plaza del Sol a Madrid e diversi momenti laboratoriali e di socialità per la comunità studentesca. In continuità con le loro pratiche di ascolto e confronto hanno inviato una lettera dalle mura del Palazzo Occupato a tutto il personale universitario dell’Ateneo per cercare supporto e appoggio da parte della comunità accademica nella loro lotta. Nel frattempo, hanno anche lanciato, attraverso i loro social, un appello a tutte le università italiane per unirsi alla mobilitazione. Per rimanere aggiornati sulle giornate di mobilitazione potete seguire Orientale Occupata su Substack: https://orientaleoccupata.substack.com/ Per contattare gli studenti: orientaleoccupata@proton.me Contatto Instagram: @xa.napoli La copertina è del collettivo Orientale Occupata Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostrainformazionelibera e accessibile abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno. Clicca sul banner qui sotto e fai una donazione. 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October 22, 2026
DINAMOpress
Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato
QUELLO CHE ACCADE A MADRID, TIRANA, PARIGI, ATENE E MILANO APRE UNA CREPA NEL TEMPO DELLA GUERRA? BIFO SU NERO EDITIONS DICE CHE SI TRATTA DI RICOMPORRE CORPO E CERVELLO, ANCHE SE NON SAPPIAMO SE SIA POSSIBILE FARLO PACIFICAMENTE. CI SONO ALMENO DUE PASSAGGI IMPORTANTI PER TENTARE QUELLA STRADA. IL PRIMO: GENERARE SOCIALITÀ ALTERNATIVE E COSTRUIRE COMPLICITÀ TRA QUESTE, CHE SIGNIFICA ANCHE TORNARE A IMMAGINARE INSIEME ALTRI MONDI, PERCHÉ L’IMMAGINAZIONE È IN GRADO DI ORIENTARE LE ENERGIE COLLETTIVE. IL SECONDO: CHIEDERSI COME FAVORIRE, QUI E ORA, L’AUTORGANIZZAZIONE DEI SAPERI FUORI DAL DOMINIO DELLA FINANZA E DELLA GUERRA. SAREMO IN GRADO DI FARLO? BASTERÀ? Liceo scientifico Plinio di Roma occupato. Foto di Collettivo “20 Novembre” Plinio S. -------------------------------------------------------------------------------- L’autunno mediterraneo, da Madrid a Tirana, da Parigi ad Atene a Milano, è turbolento e gravido di minacce. Ma laddove sta il pericolo, qualche volta, si trova la salvezza. Qualche volta, non sempre. Di fronte al futuro di guerra che stanno preparando, di fronte al saccheggio delle risorse sociali destinate ad alimentare il riarmo, l’Europa mediterranea reagisce. Una studentessa di Milano inalbera un cartello con su scritto: Soldi alle scuole non alla guerra. In questo contesto dobbiamo capire il senso della rivolta della generazione zeta (ultima lettera dell’alfabeto). Guardando le immagini dei riot di Milano,  cui non ho potuto partecipare per via di patologie polmonari che mi impediscono di annusare i lacrimogeni, mi sono venute in mente varie scene del passato prossimo e lontano. Cinquanta anni fa Prima di tutto mi è venuto in mente il 7 dicembre 1976, quando migliaia di ragazzi degli allora nascenti centri sociali arrivarono dall’immenso hinterland milanese e saccheggiarono doverosamente il centro cittadino. Fu l’inizio del movimento che culminò poi l’11 e 12 marzo con le  rivolte di Bologna, Roma, Milano e un po’ dovunque. Quel 7 dicembre del ‘76 ero a Milano per seguire gli eventi, e a metà pomeriggio dei poliziotti mi fermarono e mi portarono in questura dove passai molte ore  in attesa del rilascio, in un grande salone affollato di altri fermati. Avevo con me il registratore Naga di Radio Alice e registrai un po’ le voci degli altri fermati. Nella tradizione di sinistra quei ragazzi dell’hinterland erano considerati dei lumpen proletari, ma per noi erano parte di un emergente movimento in cui la condizione studentesca e quella operaia si fondevano. C’era la vaga percezione di essere coinvolti in un processo che andava verso la liberazione della vita dalla schiavitù del lavoro salariato. Ma non andò come volevamo: il sapere e la tecnologia che per noi potevano diventare strumenti di liberazione, vennero espropriati da una minoranza, e sottoposti all’interesse del profitto, contro l’interesse collettivo. Un infame personaggio che allora faceva il Ministro degli Interni, e venne poi nominato Presidente con il voto degli stalinisti ha scritto: “Io ho stroncato definitivamente l’autonomia: mandando i blindati a travolgere i cancelli dell’Università di Roma e rioccuparla dopo la cacciata di Lama; poi inviando a Bologna, dopo la morte di Lorusso, i blindati dei carabinieri con le mitragliatrici accolti dagli applausi dei comunisti bolognesi. Tollerammo ancora il convegno di settembre; poi demmo l’ultima spazzolata, e l’autonomia finì”. L’autunno della convulsione Ecco allora che mi viene in mente una seconda scena molto più vicina ai nostri tempi: Santiago del Cile, anno 2019. È l’anno del film Joker di Tod Phillips: un fantastico conturbante Joaquim Phoenix mette in scena la sofferenza psichica, la solitudine metropolitana e l’esplosione di violenza irragionevole di Arthur Fleck, clown licenziato, affetto da depressione e un po’ schizoide che ammazza tre giovanotti della classe finanziaria suscitando l’ilarità della platea. Quella violenza è certamente irragionevole, ma come non capirla, tanto più che alla fine del film scatena una rivolta memorabile. Al cinema ci parve divertente, però non dimentichiamo che quella stessa sofferenza può avere effetti catastrofici, come l’elezione di uno squilibrato alla presidenza americana. Nell’autunno del 2019 molte città del mondo, da Santiago del Cile a Hong Kong, da Quito a Teheran da Barcellona a Londra parvero scosse da una convulsione contemporanea ma sprovvista di una strategia comune. L’estallido dell’autunno 2019 non era l’inizio di una rivoluzione, non aveva né un sentimento comune né un programma di trasformazione per il futuro. Era la convulsione di un corpo troppo a lungo compresso. Dopo quaranta anni di accelerazione neo-liberale del ritmo della produzione dell’informazione e del consumo, dopo tre decenni di iper-stimolazione digitale e connettiva, il corpo collettivo entrò in una una specie di convulsione, la reazione dell’organismo a un’accelerazione del ritmo, lo spasmo muscolare che può essere doloroso e può condurre l’organismo al collasso, e in seguito alla paralisi. In quello stesso anno, oltre al sublime Joker di Todd Philipps ricordo di aver visto altri due film che mi parvero un segno del ciclo accelerazione-convulsione-collasso che si stava svolgendo nel mondo reale. Il film di Ken Loach Sorry we missed you, era un racconto della condizione di lavoro precaria super sfruttata, e delle conseguenze di esaurimento nervoso, di umiliazione di rabbia impotente. Un padre di famiglia corre tutto il giorno su un camioncino per consegnare merci, costretto a fare la pipì nella bottiglia, finché viene aggredito da una banda di ladruncoli che gli portano via la mercanzia da consegnare. Il secondo film di cui mi ricordo è Parasite, del coreano Bong Joon-ho, in cui si assiste a un crescendo di inganni e di violenza, in una situazione di competizione sociale priva di ogni spazio di solidarietà, priva di capacità di rivolta o di coscienza. Dopo la convulsione, il collasso Dopo la convulsione dell’autunno 2019 arrivò il collasso. All’inizio dell’anno seguente, in effetti, il mondo fu paralizzato da una pandemia prodotta da un agente info-virale che riuscì a bloccare l’attività economica, e l’accelerazione costante dell’attività sociale. Ci si poteva finalmente rilassare. Nel lungo periodo di lockdown e di distanziamento sociale molti si illusero che lo shock avrebbe favorito l’abbandono delle politiche liberiste che avevano depotenziato la sanità pubblica, e avevano reso fragile l’organismo collettivo. Per esempio molti aspettavano l’abbandono dei programmi neoliberali che avevano tagliato i finanziamenti alla sanità pubblica per favorire il sistema sanitario privato. Si attendeva l’uscita dal tunnel pandemico come condizione per una nuova politica sociale nel senso della solidarietà. Ci sbagliavamo completamente: all’uscita dal tunnel pandemico cosa abbiamo trovato? La guerra. Per riaffermare il predominio di una minoranza bianca e di un sistema di rapina finanziaria, il potere globale ha messo in moto la macchina della guerra. In nome del riarmo si distrugge definitivamente la società, si riduce la spesa per la scuola, si invitano i giovani a prepararsi a uccidere e a farsi uccidere. In nome della guerra si abbandonano le timide politiche green, e si riprende ad avvelenare l’aria la terra e il mare. Il genocidio è divenuto spettacolo quotidiano. A Gaza sparano su folle di ragazzi che chiedono pane, che chiedono acqua da bere. I tagli agli aiuti umanitari avviano un genocidio su scala planetaria. Nulla è ragionevole quando si cancella la ragione È del tutto comprensibile che ai margini della società che prepara la guerra monti l’esasperazione. La generazione senza futuro ha tutte le ragioni di rivoltarsi. Un tempo si rivendicava un futuro migliore. Ora l’idea di un futuro migliore fa ridere. È cosa nota che la generazione che qualcuno ha avuto l’impudenza di mettere al mondo è destinata a respirare un’aria irrespirabile (in questi giorni la rivolta dei giovani indonesiani nasce dalla rabbia per gli incendi che bruciano l’arcipelago affumicando l’aria delle città). «Se bruciamo noi, bruciate anche voi!», recitava uno striscione di protesta esposto da un manifestante a Giacarta. «Ho il diritto di respirare. Spegnete subito gli incendi», gridava un altro striscione. Ma nessuno è capace di spegnere l’incendio che rende tossica l’aria che respiriamo. Il 15 febbraio del 2019 milioni di ragazzi scesero in strada in tutto il mondo per chiedere che qualcuno spegnesse l’incendio, o almeno smettesse di appiccarlo. Greta Thunberg avvertiva: il tempo sta per scadere. Qual è stata la risposta delle classi dirigenti? Guerra contro i civili e contro l’ambiente, petroliere che sversano petrolio nel mare, immense nubi di materiali tossici per sterminare popolazioni inermi. “Drill baby drill” grida il presidente arraffando milioni di dollari. Dovremmo meravigliarci se i ragazzi scendono in strada gridando: “Ci avete rovinato il futuro, ve la facciamo pagare”? Un anno fa molti di quei ragazzi protestavano contro il genocidio a Gaza. Ma il genocidio è continuato. E allora qualcuno di loro può avere pensato: ogni giorno vediamo sugli schermi che ammazzate dei ragazzi e dei bambini. I prossimi saremo noi. Ve la facciamo pagare in anticipo. È ragionevole? Nulla è ragionevole, quando le condizioni per la ragione sono cancellate in nome del profitto e della guerra. È possibile ricomporre il corpo e il cervello collettivo? Ma torniamo al 2019. In quell’autunno dell’estallido cileno assistemmo all’insorgere convulso di un corpo sociale separato dal cervello, una rivolta senza progetto che rifluì mentre la politica si rivelava incapace di tradurre la rivolta. La riforma costituzionale venne bocciata, e alla fine i fascisti hanno vinto le elezioni. Dovremmo trarne una lezione: il progetto da perseguire è quello di una ricomposizione di corpo e cervello. Senza un processo di autorganizzazione del lavoro cognitivo l’insurrezione dei corpi non può che risolversi in una reazione fascistoide. Gli attivisti che protestano contro i data center nell’entroterra di Milano sono consapevoli del fatto che occorre sottrarre alle corporation private le potenze del sapere, e farne patrimonio comune. Ma è possibile l’autorganizzazione del sapere fuori dal dominio della finanza e della guerra, nella stretta che si prepara? È possibile un pensiero collettivo, quando il corpo sociale è frammentato e incapace di unità e di strategia? La migrazione ha cambiato la composizione sociale della metropoli, ha creato condizioni di conflitto tra i poveri e gli emarginati. Ricordando Macao Solo i centri sociali hanno tentato di creare luoghi di ricomposizione. Ma non è sempre stato facile. Ricordo il modo in cui concluse nel 2021 l’esperienza milanese di Macao, forse il centro sociale che, nato nel 2012, era andato più avanti nel tentar di tenere insieme marginalità sociale, artisti, lavoro cognitivo. Rivolta e intelligenza strategica. Gli occupanti di Macao decisero di abbandonare la palazzina in cui avevano vissuto e sperimentato per un decennio quando si resero conto che l’ambiente intorno a loro si era fatto pericoloso per la presenza di marginali, in parte stranieri, che non intendevano riconoscersi in un progetto comune e solidale, ma soltanto esprimere il loro disperato bisogno in forma violenta. Quando gli occupanti di Macao si resero conto che il confronto con la marginalità poteva diventare violento, preferirono lasciare. Uno di loro dichiarò: “C’è un limite che non intendiamo superare, che non fa parte della nostra storia né del nostro linguaggio. Non siamo bravi a fare paura. Ci interessa generare alleanze e socialità alternative, costruire complicità e forza, immaginare altri mondi: queste sono le cose che sappiamo fare”. Dovremmo riprendere la riflessione da quel punto. Nel frattempo coloro che hanno favorito la catastrofe, coloro che hanno sottratto risorse alla scuola per spostarle verso il profitto e la guerra si affollano dietro uno striscione che promette: “Vi reimmigreremo tutti”. Sono farabutti, per il loro interesse sono pronti a distruggere ogni vestigio di democrazia e di vita sociale. Non so Ci sono tante cose che non so. Non so se riusciremo ad evitare una stretta ulteriore delle politiche securitarie che aumentano la tensione invece di curarla. Non so se sia possibile perseguire un progetto di pacifica ricomposizione del corpo e del cervello sociale. E per finire non so cosa vuol dire un cartello che una ragazza inalberava nella piazza di Milano. “Cielo artificiale veleno reale”. Dicono che si tratta di parole che denunciano le scie chimiche, ma per me quelle parole vogliono dire molte altre cose. Sono parole ambigue, ironiche, poetiche, perciò le possiamo interpretare un po’ come ci pare. Per me vogliono dire che la potenza della tecnologia, dell’intelligenza separata dal suo corpo sta intossicando la mente e avvelenando il territorio. Solo un movimento capace di restituire all’intelligenza collettiva quello che è stato creato dall’intelligenza collettiva potrà dare ossigeno a un corpo che sta soffocando. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Nei fumi di un incendio che non abbiamo appiccato proviene da Comune-info.
October 21, 2026
Comune-info
Caro carburante: la rabbia di chi non riesce più a lavorare
Travolta dalla psicosi che finisca il combustibile, l’orda di automobili si precipita a fare il pieno di benzina e diesel. È talmente ossessiva la smania di accaparramento, che alcuni distributori, sebbene rientranti nel tetto massimo, rifilano il gasolio a 2,60. Intanto, mentre nelle città tutti si affrettano a formare code alle pompe di benzina, il tempo rallenta in prossimità dei blocchi. Sotto i gazebo, intorno alle rotatorie, camionisti e agricoltori bevono caffè caldo, sui telefonini guardano i servizi televisivi che narrano la loro lotta al caro carburante. Gli autotrasportatori vivono giorni drammatici. Hanno perlopiù ditte individuali che lavorano con margini bassi, dovendo consegnare merci eccellenti alla grande distribuzione, a prezzi da strozzo. Viaggiano su camion acquistati con mutui pluridecennali, costretti ad accettare tariffe col tempo sempre meno remunerative. «Alla fine la globalizzazione è arrivata pure qua e ci ha ridotti alla fame», strepita digrignando i denti Giovanni, che il padre lo ha convinto a fare l’autotrasportatore e adesso si acquatta accanto al figlio, vicino al falò acceso per la notte, quasi avesse il rimorso di averlo portato sulla cattiva strada. Pure fra quelli dei trattori la voce è univoca: «In due o tre anni, la nafta agricola è aumentata del 100 percento, da 70 centesimi al litro a 1,40, ma il problema reale non è solo il gasolio. Lavoriamo sottocosto. La maggior parte di noi ha pochi ettari di terreno. La proprietà frazionata, scarsa e divisa, quindi non potendo permetterci un’economia di scala, cioè non lavorando sulle grandi quantità, stiamo sempre con l’acqua alla gola; appena il livello si alza un po’, anneghiamo». Risale al 2021 l’ultimo censimento Istat sulle aziende agricole in Calabria. Erano 95.538, con una diminuzione del 30,7 percento rispetto alle 137.790 del 2010. La superficie agricola utilizzata è pari a 543.000 ettari, con una media aziendale che è salita a 5,7. Le imprese a conduzione familiare sono il 93,5 percento. Soprattutto loro, in questi giorni, animano la protesta. > Preoccupano la signora Meloni, perché questi manifestanti sono autorganizzati. > Molti votarono per lei, ma adesso la contestano e ce l’hanno pure con Salvini Dunque, quelli che non strisceranno dietro ai leaderini impegnati a ritagliarsi un posto nei listini bloccati di Renzi o Vannacci, e non si accontenteranno delle regalie del “governatore” Occhiuto, potrebbero decidere di abbracciare un programma di sinistra, addirittura socialista. Se fuori dallo spettacolo social, ce ne fosse uno. Non bisogna confondere questi agricoltori in lotta con i feudatari capopolo che agitano la protesta. La piccola proprietà agricola, quella da pochi ettari, si è formata spaccandosi la schiena, ai margini dei grandi possedimenti terrieri, in molti casi accumulati nel corso del ‘900 da famiglie che li hanno racimolati con la forza, approfittando dello sfaldamento degli antichi latifondi, accaparrando con ricatti e minacce le proprietà dei calabresi costretti all’emigrazione. Da quel moto predatorio discende la mafia borghese, quella che oltre al capitale originario ha accumulato terreni e adesso, senza sporcarsi le mani di sangue in prima persona, assorbe la manodopera sottopagata e arruolata dai caporali. > Erano gli stallieri e i porcari dei latifondisti, adesso sono dei Mazzarò, > padroni di terreni e mezzi di produzione. Non hanno più bisogno di trattare > direttamente con i “coyote” intermediari. Sono costrette a farlo per loro le > aziende locali del commercio agricolo, anch’esse in crisi, che comprano i > prodotti quando sono ancora sugli alberi o nei terreni e rivendono alla grande > distribuzione. Le norme europee consentono di qualificare come “italiano” un prodotto in base al luogo di trasformazione e confezionamento. Chiunque può importare, da dove vuole, il grano, le carni per insaccati, le olive da olio, per poi apporre un’etichetta: “Prodotto in Italia”. Così la grande distribuzione strozza le piccole produzioni. Gli acquirenti impongono prezzi globalizzati: la farina costa 40 euro a quintale in Calabria, ma chi la ammassa nei silos, per rivenderla alle grandi aziende della pasta, impone prezzi stracciati ai produttori locali. In alternativa a loro, la compra dalle multinazionali che al porto di Corigliano la vendono a 22. E come si difende chi coltiva la terra? Sinora hanno adottato ogni stratagemma possibile. Le chiamano “frodi”, ma sono tattiche di sopravvivenza. Il combustibile agricolo rivenduto per altri usi e i finti braccianti assunti a tempo determinato per spillare all’Inps i contributi della disoccupazione sono espedienti analoghi a quelli degli insegnanti emigrati al nord, che con 1400 euro al mese soffrono la fame e acquistano elettrodomestici col bonus Carta Docente. Ogni agricoltore compila un “quaderno di campagna”, un piano di produzione, in base al quale ottiene il combustibile a prezzi agevolati. Con recente delibera, la Regione ha restituito il 30 percento del carburante già acquistato. Un’azienda agricola da pochi ettari, che ha praticato il credito d’imposta, recupera 400 euro sul quadrimestre gennaio – aprile. Questi benefici, come il “buono carburante”, sono validi per le aziende costituite, quelle in regola. Tante però non riescono a stare nei parametri di legge per le difficoltà che le norme comportano. Qualcuna ci sguazza pure. Ci sono attività che hanno un fatturato da 7mila euro, il forfettario, eppure comprano trattori da 100mila. Sono funzionali a scimmiottare una presenza istituzionale, pertanto risultano grottesche, le recenti operazioni dell’antimafia dopo la strage di Amendolara, che ha portato alla riscoperta del caporalato. Colpendo nel mucchio le aziende agricole locali, si camuffa la cruda realtà di un sistema di per sé fraudolento e sanguisuga. Le soluzioni? Tassare gli extraprofitti, imporre regole alla grande distribuzione, sgravare dalle gabelle i piccoli agricoltori, calmierare i prezzi del combustibile, premiare le reti dell’economia solidale. Ci vorrebbe una nuova riforma agraria, in chiave contemporanea. Stavolta, magari, applicata sul serio. Rivedi la nostra puntata del podcast sulla produzione di cibo: Tutte le immagini di Claudio Dionesalvi Questo articolo è gratuito ma produrlo richiede tempo e impegno. 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October 21, 2026
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Vetrine
-------------------------------------------------------------------------------- Unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- L’ostentazione della ricchezza, l’oscena esposizione del lusso, l’insulto dello spreco consumistico in un mondo che soffre la mancanza del necessario sono la causa e il riflesso dell’immiserimento non solo materiale, ma ideale e valoriale della società contemporanea. Due sono i sentimenti indotti dall’ipercapitalismo. L’adorazione estasiata e penosamente imitativa dei simboli (l’”agnello d’oro” per alcuni, il “feticismo delle merci” per altri) e degli uomini di successo (sembra che l’orrendo Musk abbia molto seguito tra i giovanissimi, oltre che nella nostra presidente del Consiglio). Oppure, all’opposto, la rivalsa, la recriminazione, il tradimento, l’odio. Non è difficile rispondere alla domanda che il sociologo Jean Ziegler si fece all’inizio di questo secolo su da dove venga L’odio per l’Occidente. Non servono profondi studi di psicologia sociale, o quelli di Piketty sull’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza, o quelli dei territorialisti sulle periferie urbane per capire che stiamo ferendo i principi di base elementari della convivenza civile. “Caro vita”, “spese militari”, “definanziamento” dello stato sociale non sono (solo) poste di bilancio: sono lotta di classe agita da chi sta in alto, violenza organizzata dagli stati per l’accaparramento delle risorse naturali, dominio sui più deboli. Sì, di fronte alle vetrine spaccate ho avuto una stretta al cuore, ma per la mancanza di una proposta politica che si proponga di cambiare ora, subito l’attuale sistema socioeconomico fin dalle sue radici. Sì, lo confesso, sto soffrendo di più per i ragazzini nelle celle delle questure che per Rolex razziati. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI PASQUALE PUGLIESE: > Sono stati gli studenti a squarciare il velo di ipocrisia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Vetrine proviene da Comune-info.
October 21, 2026
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October 20, 2026
CampiAperti
Alessandra Saugo. L’invenzione di una lingua tenerissima e feroce
Con l’uscita de I giardini Salvi, curato da Emiliano Peguiron per Wojtek (pp. 650, euro 28,00), si torna su Alessandra Saugo, scrittrice ancora troppo poco conosciuta e difficile da collocare. La prefazione è di Massimo Recalcati, che era stato il suo psicoterapeuta. Nata a Valdagno nel 1972 e morta a 45 anni nel 2017, Saugo ha visto pubblicato in vita un solo libro: Bella pugnalata, uscito nel 2010 per Effigie grazie alla segnalazione di Antonio Moresco. Anche Metapsicologia rosa, apparso per Feltrinelli nel 2017, è postumo, pubblicato poche settimane dopo la sua morte. Sono poi arrivati, per Wojtek, Come una santa nuda (2023), La custodia dell’angelo (2025) e ora questi diari. La parte maggiore della sua opera ci raggiunge quando lei non può più accompagnarla, difenderla, magari contraddire chi la legge. I giardini Salvi raccoglie i quaderni nei quali Saugo ha registrato soprattutto l’esperienza delle sue tre maternità: le gravidanze, le nascite, i primi anni di vita delle amatissime bambine. Intorno si intreccia tutto il resto: gli amori, le amicizie, le letture, le insofferenze, i giudizi sugli altri e su se stessa, i rapporti con le figure controverse del padre e della madre. Saugo aveva cercato di riorganizzare questa materia negli ultimi anni, trascrivendo e rivedendo i diari senza riuscire a portare a termine il lavoro. Come spiega nella nota al volume, Peguiron ha rispettato il carattere incompiuto della revisione, conservando le discontinuità, le deformazioni delle parole e i bruschi passaggi di registro. Ha distinto i diversi usi delle virgolette e corretto le incongruenze di trascrizione, senza uniformare la scrittura. Sono rimaste le date discordanti, le interruzioni improvvise, i punti interrogativi al posto dei nomi. Ha rinunciato anche a corredare il testo di note. È una scelta forse discutibile, trattandosi di diari disseminati di riferimenti a persone e vicende che il lettore non sempre riesce a identificare. Restano dunque vuoti ed esitazioni, dentro una scrittura di potenza travolgente. Bastano poche righe per riconoscere la voce di Saugo, sia che si sia già avuta la fortuna di incontrarla, sia per voler cercare gli altri suoi libri, non tutti facilmente rintracciabili. La sua scrittura può essere tenerissima in modi inimmaginabili e subito dopo feroce come un colpo d’ascia. Le sue invenzioni sembrano nascere dal bisogno di dire con esattezza ciò che prova e osserva e dall’insofferenza per le parole che ha a disposizione: troppo generiche, troppo accomodanti per il dolore, il disgusto, la dipendenza amorosa, ma anche per la gioia. Allora le ripete, le deforma, le accosta in modi imprevisti, ne inventa altre, il dialetto veneto interviene pochissimo. È una lingua tutta sua, che non ha il carattere di un pastiche letterario, tanto meno postmoderno ma la semplice necessità di dire la verità delle cose. L’accostamento a Joyce proposto da Recalcati nella prefazione non sembra esagerato, soprattutto per il fermarsi della narrazione davanti a qualcosa che improvvisamente si rivela. Un gesto, un oggetto domestico trattengono la scrittura, diventano più importanti della vicenda che dovrebbe andare avanti. Saugo vede moltissimo, e qualche volta vede troppo: il sospetto dilaga, il dettaglio occupa tutto il campo. La lucidità non le evita il risentimento né le garantisce di avere ragione. Questo modo di scrivere si incontra già nelle prime pagine di Bella pugnalata (Effigie, 2010), che comincia con la preparazione di un brodo. Una cucina nuova, una casa pronta per accogliere Oscar, al quale la narratrice sa già che cosa offrirà nel caso si ammali: il tè, la frutta cotta, la minestrina. Una disponibilità minuziosa che fa sentire tanto più l’assenza della persona cui destinarla, con l’attesa che prende tutta la vita. Dietro c’è un’educazione femminile, con le letture infantili, Piccole donne, le ragazze che devono essere graziose e utili, contenere l’ambizione, rendersi sposabili. Saugo ne coglie in pieno la violenza ma non liquida ciò che quel mondo ha depositato in lei. Continua a desiderare una casa, qualcuno che rimanga. Le capacità di accudire sono vere, come il bisogno di farne una ragione per essere amata. Oscar lavora all’estero, viaggia, frequenta ambienti prestigiosi e quando la lascia per un’attrice, la fotografia della nuova coppia su un settimanale rende concreto ciò che il solo sapere non era bastato a rendere reale. L’altra ha una carriera, una gravidanza, un futuro riconosciuto. Oscar però ritorna, la cerca quando passa da Vicenza. Conserva il piacere della relazione sottraendosi alla sua responsabilità. Saugo è implacabile nel raccontare questa disparità e nel guardare la narratrice che vi si presta: l’idolatria, la gelosia, il bisogno di rendersi insostituibile. Vede la vanità della vittima, il compiacimento del dolore, il ricatto contenuto nell’abnegazione. Non risparmia la rivale, ma sa quanto l’abbia ingigantita. Non si concede il vantaggio di essere semplicemente la donna offesa da un uomo egoista. Riconoscere la propria dipendenza non significa riuscire a liberarsene. In Metapsicologia rosa (Feltrinelli, 2017) – primo libro di questa autrice che ho letto e dentro il quale sono letteralmente caduta – il bisogno di essere ascoltata incontra la psicoanalisi. La prima parte, “Nello studio incantato”, investe lo psicanalista di una prosa incalzante e caustica: salvatore e mestierante, commerciante dell’ascolto e presenza indispensabile, uomo che può distrarsi, annoiarsi, sbagliare. Lo sguardo affilato di Saugo passa dalla sala d’attesa ai pazienti accalcati, dall’incenso alle scarpe da ginnastica del terapeuta abbandonate in un angolo. Il denaro disturba l’incanto. Si vorrebbe essere il paziente prediletto, ma dopo di noi entra qualcun altro; eppure a quell’appuntamento si continua ad affidare la possibilità di vivere. Una paziente dice di aver bisogno della cultura per dire la verità, poi si accorge di usarla come un rossetto: anche quando racconta la propria disperazione vuole piacere. Saugo porta il sospetto fin dentro la propria scrittura: quanto del dolore si riesce a dire, quanto si finisce per aggiustarlo perché qualcuno lo ascolti? La seconda parte si accanisce sul dovere femminile di piacere. Nei camerini il corpo non va mai bene, gli abiti diventano ostili. Marilyn Monroe appare consumata dal lavoro necessario a essere Marilyn: ciglia strappate da quelle finte, capelli sfiniti dalla decolorazione, corpo corretto e costretto. Pagine durissime sulla bellezza come servizio al desiderio maschile convivono con il disprezzo per le femministe e la difesa di una femminilità che ammetta le proprie mancanze. Poi il libro torna a Valdulla, trasfigurazione della città d’origine, e alla giovinezza di Coccodè: le amiche, i furti alla Standa, i primi incontri sessuali, una famiglia piena di paura, il fidanzato musicista. La casa di lui offre il calore e l’appartenenza che lei cerca, ma la coppia ristagna. Coccodè riconosce quanto sia lei a frenare, a seminare discordia, a sentire ogni possibilità di vita come un’offesa alla tragedia familiare che crede di dover incarnare. La chiusura del libro perde quasi tutta la punteggiatura: studio, paesaggio, cucina e memoria si ammassano in una frase che continua ad avanzare mentre la vita rimane ferma. In Come una santa nuda (Wojtek, 2023) ce n’è per tutti: dal primo editore agli scrittori Emanuele Tonon, Tiziano Scarpa e Vitaliano Trevisan, che nelle sue pagine appare particolarmente sgradevole e violento. Saugo rimugina su una frase, una telefonata, un gesto di sufficienza. Dall’offesa ricava una lingua che coglie le meschinità altrui, ma può infierire fino all’ingiustizia. Giovanni Giovannetti di Effigie ha contestato il proprio ritratto in una lettera ad Antonio Moresco sul sito “Il primo amore”, rivendicando il lavoro fatto per Bella pugnalata. Ma il romanzo uscì quasi nel silenzio e nei Giardini Salvi Saugo racconta un’umiliazione concreta: il suo nome stampato in copertina con una “esse” di troppo e le copie sbagliate che lei stessa deve sostituire nelle librerie veneziane. Agli ambienti colti e alternativi non fa sconti. Una bibliografia può servire a non ascoltare, una buona causa a sentirsi innocenti, la raffinatezza a esercitare un piccolo potere. Scrittori, artisti e personaggi televisivi possono spendere anche nei rapporti privati il credito della propria notorietà. Persino l’anticonformismo diventa una posizione da amministrare. Quel riconoscimento, però, Saugo lo desidera. Vuole essere letta, ascoltata, e sa quanto l’esclusione alimenti il suo disprezzo. Si riconosce invidiosa, superba, capace di nascondere una richiesta d’amore nel giudizio sprezzante. La sua analisi non risparmia nemmeno lei. La custodia dell’angelo (Wojtek, 2025) è accompagnato da una prefazione e una postfazione di Antonio Moresco, che da tempo sostiene questa scrittura e ne ricorda la scomodità editoriale. Racconta di un’agente, cercata per alleviare a Saugo la fatica di trovare un editore, che davanti a un suo manoscritto le consigliò di riscriverlo completamente. E osserva quanto poco spazio si conceda alle voci femminili quando sono feroci, contraddittorie, difficili da ricondurre a un’immagine edificante delle donne. Nelle quattro parti che costituiscono il libro – “Regale e fragile”, “La scaraventazione”, “Ragionamento doloroso”,” Così tanto, così poco, così male” – sembra precipitare ciò che negli altri libri è diffuso tra episodi, incontri, ricordi. Il suicidio della madre, la rottura del matrimonio, l’amore per le tre figlie portano allo scoperto il bisogno di proteggere e di essere protetta, la promessa della casa, il terrore che chi si ama possa sottrarsi. La prosa passa al verso, interroga, accusa, senza trovare una distanza dalla quale raccontare al sicuro. Alla madre suicida Saugo domanda che cosa le stia facendo, perché abbia dovuto farsi da parte così duramente. Anche il marito è chiamato a rispondere di una promessa venuta meno. La custodia dell’angelo del titolo riguarda questa attesa di un riparo reciproco, di qualcuno capace di accogliere la fragilità dell’altro senza approfittarne e senza fuggire. Lei lo aveva chiesto al marito ma ad esercitare quella custodia finisce per essere lei. L’accudimento mostra qui tutta la disparità di un compito che avrebbe dovuto essere condiviso. Saugo continua a chiedere alla famiglia una felicità possibile proprio mentre ne racconta la disintegrazione. La violenza delle accuse al marito ma anche alla donna con la quale l’uomo ha una relazione viene da questa fedeltà a ciò che avrebbe potuto esserci. Dopo tanta furia, il libro si chiude con una poesia dedicata a una delle figlie. La tenerezza sopravvive dentro la stessa lingua che ha appena dato forma alla devastazione. Le tre bambine sono del resto le creature che Saugo ama senza riserva alcuna. Persino gli altri bambini vengono descritti ne I giardini Salvi con un occhio critico a volte francamente sgradevole, senza quello sguardo affettuoso ma indistinto che perlopiù avvolge l’infanzia. Una persona così solitaria e misantropa ha continuamente bisogno, nella scrittura, di rivolgersi a qualcuno: Oscar, John, lo psicanalista, la rivale, il marito, gli scrittori, la madre. Li accusa, li supplica, li ama o li disprezza, li chiama a rispondere. Il “tu” permette di continuare un discorso che fuori dalla pagina si è interrotto, oppure non è mai andato come si voleva. Ne I giardini Salvi sono le figlie a chiedere una risposta. Non possiedono ancora le parole, domandano attenzione con tutto il corpo: il pianto, l’allattamento, l’abbandono al sonno impegnano Saugo in un ascolto diverso. Dopo la separazione della nascita, la voce materna continua a offrire un riparo e la preoccupazione trova parole tenerissime. La prima, Maria, ha un difetto di vista abbastanza grave e deve portare gli occhiali: “Si apposteranno su quel musetto profumato e miniato, sempre lì, beati loro, occhialini fortunati”. La scrittura custodisce questa vicinanza, ma verso la fine dei diari la registra già con una nostalgia struggente. Saugo guarda i momenti che sta vivendo come qualcosa da salvare dalla perdita. Leggendoli oggi è difficile non pensare alle separazioni, ai lutti e alla malattia che seguiranno, fino alla sua morte, quando le figlie saranno ancora piccole. Le posizioni di Saugo sulle donne, sui rapporti tra i sessi e sulla maternità appaiono francamente reazionarie, se le leggiamo secondo una grammatica femminista ormai acquisita. C’è in lei un’idea della femminilità legata alla dedizione, all’accudimento, alla disponibilità verso l’altro, e della maternità come compimento dell’esistenza femminile, che sembra riportarci molto indietro. Non si preoccupa di emanciparsi da questi modelli e talvolta sembra rivendicarli. Ma quando si immerge nell’esperienza concreta arriva molto più lontano delle convinzioni che la sostengono. In una pagina dei Giardini Salvi scrive dei neonati, “analfabeti, afasici, alloglotti”, che “tolgono la corrente alfabetica in cui viviamo immersi”. Attraverso di loro si entra in contatto con la “basilarità umana”, con qualcosa che è “tutta carne appena accennata, tutta emozionale, e azzardata”. Il neonato interrompe l’ordine del discorso, mette la madre davanti a una vita che ancora non si lascia organizzare nei significati consueti. E subito dopo aggiunge: “Il neonato poi forse è anche l’occasione che ha la lingua per rifarsi una vita”. È una frase straordinaria, tanto più perché arriva quasi di passaggio, tra parentesi. Per raccontare quella vita appena cominciata occorre inventare parole. Una scrittrice così lontana dal femminismo arriva a dire qualcosa di radicale sul rapporto tra corpo e linguaggio, sulla conoscenza che passa attraverso l’esperienza di una donna. In quelle stesse pagine la presenza delle bambine modifica il rapporto con la morte. La vicinanza della propria vita e l’intimità della propria morte, scrive Saugo, «si infuocano». La maternità rende più acuta la coscienza della fine e, nello stesso tempo, produce una felicità capace per un momento di sottrarre la morte al suo posto abituale. Saugo si chiede dove sia, e trova soltanto la bambina, lì, che profuma di sé tutto intorno. L'articolo Alessandra Saugo. L’invenzione di una lingua tenerissima e feroce proviene da Pulp Magazine.
October 20, 2026
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