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“Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale
Dal 7 al 13 settembre il Parco della Torre di Tor Marancia ospita la seconda edizione di Arene Decoloniali, il festival promosso dall’Ong Un Ponte Per che quest’anno assume i femminismi come chiave per interrogare i rapporti tra genere, colonialismo, razzismo, memoria e potere. Venti proiezioni, sette dibattiti, una mostra e un premio compongono un programma nel quale il cinema occupa il centro, pur dentro una struttura che chiama in causa associazioni, archivi, attiviste e attivisti, studiose, festival e realtà culturali diverse. Dietro questa scelta curatoriale spiccano domande che riguardano la politica delle immagini prima ancora della selezione dei titoli: chi possiede il diritto di raccontare? Da quale posizione guarda e quali forme narrative diventano legittime quando a stabilirne il valore continuano a essere, in larga misura, sistemi produttivi e culturali occidentali? Arene Decoloniali nasce precisamente da questa frizione, spiega Caterina, che per Un Ponte Per ha lavorato all’organizzazione del festival: «In Italia il colonialismo è ancora in larga parte rimosso dalla memoria pubblica e manca uno spazio capace di raccontarne la storia e, allo stesso tempo, di mettere in discussione lo sguardo eurocentrico che continua a influenzare il nostro modo di leggere il mondo. La prima edizione è partita soprattutto dalla memoria del colonialismo italiano e dalle resistenze anticoloniali; quest’anno abbiamo voluto fare un passo ulteriore, dedicando il festival ai femminismi e al rapporto tra genere, colonialismo, razzismo e potere». È una questione che investe direttamente la forma stessa del festival, perché, spiega Caterina: > «Arene Decoloniali è stato pensato come uno spazio aperto di ascolto e di > relazione, costruito insieme a soggetti che sui temi affrontati lavorano già > sul piano culturale, politico e sociale». La Casa Internazionale delle Donne, Yekatit 12-19 febbraio, Libreria Griot, LeSconfinate e Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza figurano tra le realtà coinvolte, accanto a festival italiani e internazionali e a una rete di studiose, attiviste e associazioni che intervengono nelle singole giornate. In questa architettura Un Ponte Per svolge il ruolo di promotore e organizzatore: «l’intenzione è mettere a disposizione uno spazio nel quale soggetti e punti di vista diversi possano incontrarsi, facendo del festival un luogo in cui la collaborazione produca confronto e alleanze». Se questa è la premessa politica, il cinema costituisce il terreno sul quale la questione dello sguardo diventa immediatamente visibile. Micaela Veronesi, che con Daniela Ricci firma la direzione artistica, racconta che la costruzione del programma è partita da una domanda elementare solo in apparenza: che cosa vediamo abitualmente sugli schermi e dentro quali storie impariamo a immedesimarci? Ogni immagine, ricorda la direttrice, restituisce un doppio movimento, perché coinvolge chi guarda e, nello stesso tempo, rivela la posizione di chi quell’immagine ha costruito. È qui che il percorso di Veronesi, legato agli studi femministi, incontra quello della co-direttrice Ricci, maturato attraverso un lungo lavoro sui cinema africani e sulle cinematografie del Sud globale: due genealogie differenti che convergono sulla necessità di interrogare l’apparente neutralità della rappresentazione. Veronesi richiama le riflessioni avviate dagli studi femministi sul cinema a partire dagli anni Settanta, da Laura Mulvey a Teresa de Lauretis, quando la critica cominciò a mostrare con maggiore sistematicità quanto spesso la donna cinematografica corrispondesse a una figura immaginata e modellata da uno sguardo maschile. Trasportata sul terreno decoloniale, la stessa domanda investe le culture e le geografie che per decenni sono comparse sullo schermo filtrate da dispositivi produttivi, estetici e narrativi occidentali. > «Oggi», osserva Veronesi, «ci sono film e autrici provenienti da ogni parte > del mondo, mentre la loro circolazione resta diseguale; la programmazione > assume allora il compito di portare al centro opere che i circuiti > distributivi mainstream lasciano spesso ai margini». Ricci insiste sulla capacità delle opere di produrre uno spaesamento che costringa lo spettatore a rivedere il proprio punto di vista. «Siamo abituati a consumare narrazioni occidentali, modellate su strutture e codici altrettanto occidentali. Nel costruire il programma abbiamo quindi scelto opere capaci di spostare lo sguardo dello spettatore, intervenendo tanto sui temi quanto sulle forme: narrazioni frammentate, non lineari, che si sottraggono a una fruizione rassicurante. Sono film che richiedono una partecipazione attiva e sollecitano chi guarda a elaborare un pensiero proprio. In un’epoca segnata da una forte omologazione culturale, l’ascolto dell’alterità, nelle sue diverse declinazioni, può diventare una forma di partecipazione e di resistenza civile». La scelta di dedicare l’edizione 2026 ai “femminismi”, declinati al plurale, discende dalla medesima critica dell’universalismo. Veronesi ricorda: «Pensare il femminismo come un’esperienza omogenea significa perdere la complessità della condizione delle donne, perché il colore della pelle, l’origine, l’estrazione sociale e perfino alcuni fattori burocratici incidono profondamente sulle vite e sulle possibilità di ciascuna. È qui che entra in gioco l’intersezionalità, che ci obbliga a considerare insieme queste differenze. Le opere e gli incontri del festival chiedono quindi di ripensare il femminismo occidentale, sottraendolo all’idea di un modello unico, granitico e immodificabile». Daniela Ricci porta il ragionamento ancora più avanti, ricordando che anche movimenti nati per combattere il patriarcato hanno potuto riprodurre forme di gerarchizzazione culturale e razziale. Da qui l’interesse per il pensiero di Françoise Vergès – attesa al festival nella giornata conclusiva – e per un programma costruito attraverso il dialogo tra autrici e pensatrici il cui sguardo dipende da biografie, appartenenze e posizionamenti diversi. «Non esiste un unico sguardo femminile, così come non esiste un unico modo di essere donna». La questione si fa più delicata quando riguarda direttamente la curatela, perché selezionare significa esercitare un potere, decidendo quali opere e quali voci rendere visibili. Veronesi definisce il processo assunto nella selezione come mediazione, capace di creare connessioni e dare circolazione a opere che incontrano più difficoltà ad arrivare al pubblico. In questa prospettiva, la pratica curatoriale può assumere una funzione decoloniale proprio quando resta aperta alla possibilità di «passare il testimone». Ricci insiste su un rischio contiguo, quello del tokenismo, cioè l’inclusione di una presenza diversa come elemento di facciata, mentre la struttura decisionale resta immutata. La formula del “concedere spazio”, osserva, conserva una matrice paternalista, perché presuppone che qualcuno possieda quello spazio e possa distribuirlo secondo la propria discrezione. La direzione artistica ha cercato perciò di lavorare attraverso un processo collettivo, confrontandosi con Un Ponte Per, con le persone coinvolte nel programma e con curatrici e curatori provenienti da differenti aree del Sud globale. > Il passaggio decisivo consiste dunque nello spostarsi dalla rappresentazione > della diversità alla redistribuzione del potere che stabilisce quali immagini > meritino di essere viste. Questa riflessione torna alla storia italiana, poiché parlare di decolonialità in un paese che ha elaborato solo parzialmente il proprio passato imperiale significa misurarsi con una rimozione che riguarda scuola, cultura popolare e memoria collettiva. Veronesi sottolinea: «il colonialismo italiano è rimasto ai margini dell’insegnamento scolastico e persiste, di conseguenza, un repertorio di stereotipi che ha favorito letture autoassolutorie dell’esperienza coloniale». Il programma di Arene Decoloniali prosegue idealmente, dopo la settimana di Tor Marancia, con la mostra fotografica sulla deportazione coloniale a Ustica, prevista alla Casa della Memoria e della Storia dal 17 settembre al 6 novembre, e con il convegno del 2 ottobre dedicato alle deportazioni e ai campi di concentramento e internamento coloniali in Libia, Etiopia e nei Balcani. Anche il cinema, proprio perché modifica la posizione da cui una storia viene osservata, può incidere su questa rimozione quando restituisce il racconto a chi ha subito la conquista e la violenza coloniale. Veronesi cita il lavoro di Haile Gerima, regista etiope nato nel 1946 e cresciuto dentro una memoria familiare segnata dalla resistenza all’aggressione italiana, del quale il festival presenta Bush Mama, film del 1975 ambientato nel quartiere di Watts a Los Angeles. «Dare spazio a storie che non sono state girate da chi il colonialismo lo ha agito, ma da chi lo ha subito, ci consente di iniziare a cambiare il punto di vista e a immedesimarci nei panni dell’altro». È il caso del lavoro di Haile Gerima, che in Adwa: An African Victory racconta la prima invasione italiana dell’Etiopia «dal suo punto di vista, dal suo posizionamento», quello di un uomo etiope cresciuto in una famiglia che aveva combattuto contro l’aggressione italiana. Quando Ricci definisce il decoloniale «prima di tutto una forma mentale», capace di pensare un’italianità plurale senza cancellarne le differenze, il discorso torna così al punto da cui il festival prende avvio: la relazione fra immagini e potere, fra chi racconta e chi viene raccontato, fra ciò che il pubblico è abituato a riconoscere e ciò che deve ancora imparare a vedere. Immagine Arene Decoloniali Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo “Arene Decoloniali”. Cambiare lo sguardo, tra cinema e femminismi oltre il canone occidentale proviene da DINAMOpress.
September 5, 2026
DINAMOpress
Silo, la guerra del futuro contro il presente.
Lo storico Mike Davis, studioso di città e popolazioni e ambienti collassati, in un famoso articolo si chiede who will build the Ark; come, con quali forze e intelligenze, su quali precedenti e contro quali sistemi costruire le istituzioni, la volontà politica, un paradigma urbano “to raise our imaginations to the challenge of the Anthropocene”. “Chi” dovrebbe costruire questa arca per Davis siamo noi, il collettivo umano, in una “regressione verso l’utopia”, circondati da catastrofi e calamità, effetti del cambiamento climatico e della disperazione di imperi e sistemi ecocidi. L’alternativa al “noi”, dall’altra parte dello spettro, è qualcosa che la fantascienza ha spesso immaginato ed esplorato. Conosciamo le conseguenze quando sono “loro” –  keiretsu o megacorps, i padroni segreti del mondo di Jon Ronson o i miliardari di Douglas Rushkoff in Survival of the Richest (Norton, 2022), la federazione scandinava di Arpaia o la Vault-tec di Fallout – a costruirla un’arca. Come bunker o stazione orbitale o sistema tecnocratico, versioni di ecofortezze a diversi livelli di tecnologia e di novum,  non importa: l’alternativa al “noi” è distopica. Ed è proprio quello che succede in Silo. Serie di romanzi brevi e racconti, scritti da Hugh Howey, pubblicati tra il 2011 e il 2013 (in Italia Fanucci, dal 2023), la saga è stata adattata in una serie Tv, attualmente alla terza stagione, con Rebecca Ferguson come protagonista. Nel cast anche Rashida Jones, David Oyelowo, Common, Tim Robbins, Harriet Walter, Avi Nash, Rick Gomez e Chinaza Uche. In breve. Qualche centinaio di anni nel futuro, poco meno di diecimila persone vivono in un Silo, una struttura verticale sotterranea composta da 144 piani. Il bunker è autosufficiente, senza un ascensore. L’elettronica è limitata, risorse e riproduzione e istruzione sono strettamente controllate, i ricordi delle persone non vanno oltre una, due generazioni. Nessuno ricorda chi ha costruito il bunker o chi ha scritto le norme di sopravvivenza e coesistenza civile chiamate il Patto. Reati comuni vengono puniti duramente e la pena capitale consiste nell’uscire dal bunker, dotati di una tuta e una scorta di ossigeno, per “andare a pulire” l’unica telecamera puntata all’esterno in superficie su un mondo devastato, in cui l’aria è tossica. La popolazione è convinta di rappresentare gli unici sopravvissuti della razza umana e che un giorno, dopo altre generazioni di sacrifici, potranno uscire dal silo, raggiungere la superficie e ricominciare. La struttura fisica e il tessuto narrativo che tiene insieme la popolazione è un complesso sistema di contenimento fatto di disinformazione, manipolazione, controllo biopolitico. Questa popolazione è un’umanità a cui è stata negata la luce del sole e l’aria. La protagonista, Juliette Nichols, comincia una scalata, reale e figurata, verso la verità e la superficie, oltre l’apparenza del mito e delle cose. Shift, secondo libro della saga e fonte principale degli eventi della terza stagione della serie televisiva, si svolge nell’ambito temporale tipico della speculative fiction ovvero pochi secondi nel futuro. Il protagonista è un membro del Congresso, Donald Keene. Il 2050 descritto da Howey è un mondo riconoscibile, senza grandi crisi o catastrofi di altri romanzi o degli scenari da climate change della nostra tempolinea. Ci sono tensioni in Medio Oriente proprio tra Iran e Israele, gli Stati uniti sono ancora una potenza egemone, l’introduzione di smart nanobot sta permettendo di risolvere “hard problem” della medicina. Questa pace da eterno presente è apparente. Un complesso di decine di Silo viene costruito in Georgia, nella contea di Fulton, e sono studiati ed equipaggiati per la sopravvivenza umana per cinque secoli. Nel romanzo, in occasione del congresso nazionale del Partito Democratico, un attacco nucleare spinge delegati e membri eletti a rifugiarsi nei silo. Sono salvi, controllati, nell’illusione del controllo. Sarà così per generazioni. “Forse crediamo tutti di poter essere la prima generazione che non morirà» proseguì, «che vivrà in eterno.» Inarcò le sopracciglia. «Ormai ci aspettiamo di arrivare a centotrent’anni, magari di più, come se fosse un nostro diritto. Quindi eccoti la mia teoria…» Si protese verso di lui. Donald era già a disagio per la piega che aveva preso quella conversazione. «Un tempo i figli erano il nostro lascito, giusto? La nostra occasione per imbrogliare la morte, per tramandare piccoli frammenti di noi. Ma adesso speriamo di poter semplicemente tramandare noi stessi.”[1] Rimanendo ancora vaghi e oscuri sul dettaglio di trama e svolgimento per evitare spoiler, nell’ultimo capitolo della saga, Dust, si svolge lo showdown tra i protagonisti dei primi due capitoli e l’avversario. Il centro dell’azione è il futuro, quale futuro deve svolgersi per gli abitanti dei Silo. Una volta svelato l’ultimo mistero e l’ultima verità sullo stato del pianeta, i protagonisti riuniti e l’ultimo antagonista si adoperano: dalle loro azioni, tutta la trama e la vicenda, si deciderà il futuro dell’umanità tra i futuri possibili. Un reboot della civiltà, un antropocene controllato, una qualche forma di plenitude che riesca a contenere il pensiero dell’estinzione e i mezzi per compierla, il fallimento del progetto e conseguente estinzione. È immediato il rimando nella genealogia di temi e trope alla Penultima verità di Philip Dick. Il velo della realtà che Nicholas St. James e i protagonisti di Howey devono strappare è simile. Nella saga dei Silo le domande sulla natura della realtà e l’idea creativa della saga stessa sono arricchite e strutturate sul rischio esistenziale e le sue accidentali concezioni del tempo. I protagonisti si avventurano nelle strutture manifeste e segrete, fisiche e narrative, e la bravura dello scrittore, riconosciuta dal successo avuto, è questo svolgersi di azione e svelamento, sfida tecnica e fisica e approssimarsi alla verità nascosta. Nella saga Juliette Nichols, l’elemento divergente nella popolazione generale, si muove in una civiltà di sopravvissuti senza cultura perché senza passato, dove oggetti del passato dimenticato sono fuorilegge perché contengono “idee”. È un’idea creativa rilevante della saga. I fondatori, i costruttori del Silo, questi salvatori dell’umanità dall’estinzione, devono anche loro controllare il passato per dominare il futuro. La trama del presente dell’azione è il campo di battaglia. Come romanzo dell’Antropocene, Silo svolge la guerra del futuro contro il passato. L’umanità nel mondo creato da Huwey, una così simile alla nostra, coglie dall’albero delle tecnologie, altra immagine rilevante tra gli studiosi del rischio esistenziale, una cosiddetta “biglia nera”, una tecnologia che quando utilizzata renderà il rischio di estinzione insostenibile. Gli esseri umani quando inventano qualcosa estraggono da un vaso una tecnologia rappresentata da una biglia. Le biglie sono di solito bianche, ovvero con applicazioni positive come gli antibiotici o grigie come ad esempio l’energia atomica e il suo potenziale “dual use”. Autori come Bostrom ipotizzano l’esistenza di biglie nere, tecnologie capaci di aumentare il rischio esistenziale dell’umanità. Una biglia apparentemente grigia viene estratta in Shift ma presto, molto presto la verità del colore della biglia diventa manifesta. Questo rischio in Silo è considerato dai Fondatori talmente grave, talmente imminente, da cominciare a preparare un’arca e interrompere un futuro per loro inaccettabile. Insieme all’immortalità, il feticcio delle elite è il controllo del futuro. Entrambi sono sottotraccia e centrali nell’opera di Huwey. Pur non essendo caratterizzati come contemporanei e più potenti Bond Villain, i fondatori, oltre le intenzioni, creano nei Silo una cosiddetta Desired Dystopia, uno degli scenari di grave danno al futuro dell’Umanità. Lettori e lettrici come i protagonisti scopriranno quale è stato il calcolo dei fondatori, in un esempio mirabile della capacità della fantascienza di mettere in scena paradigmi e immaginari: un’apocalisse per evitare un’apocalisse. Prodotto narrativo probabilmente figlio di piani e scenari della guerra fredda, piani che prevedevano, per fermare l’avanzata sovietica ad esempio, di usare armi nucleari tattiche con il risultato di “distruggere la Germania o l’Europa occidentale per salvare la Germania o l’Europa occidentale” per non rischiare prima una sconfitta convenzionale e creare deterrenza contro uno scontro nucleare globale. In Silo la guerra nucleare fa parte dell’inganno. L’ingegnerizzazione della sopravvivenza è ancella di una Controlled/designed apocalypse. Howey mette in scena un trope e qualcosa che diventa sempre più evidente in questa tempolinea: chi organizza per salvare dall’apocalisse è colui che l’ha causata, in modo diretto e palese, non metaforico. “Alcune persone sembravano non aver perso la testa. Una di queste era Anna. Donald scorse il senatore vicino a una tenda più piccola che coordinava il flusso del traffico. Dove stavano andando? Si sentiva come svuotato, mentre veniva scortato insieme agli altri. Il cervello impiegò molto a elaborare quello che aveva visto. Esplosioni nucleari. La vista dal vivo di ciò che era sempre stato confinato a sgranati filmati di guerra. Bombe vere, che detonavano per davvero. Vicino. Le aveva viste. Perché non era completamente cieco? Non era così che succedeva?“[2] Le differenze tra la serie Tv e il materiale originale sono principalmente nello svolgimento, nell’esistenza o cancellazione di personaggi. Il nucleo essenziale della trama, dei temi, delle funzioni narratologiche vengono mantenute e sviluppate. I romanzi prendono più tempo, i turning point arrivano dopo pagine di evoluzioni e di dialoghi, rendono meno frenetico il tempo in una ambiente controllato come un bunker generazionale, la potenza e bellezza del medium libro. Misteri, il porsi le domande giuste sullo stato del mondo arriva con lo sviluppo dei personaggi. Ci sono dettagli nelle storie di questi personaggi: i loro archi sono sovrapposti alle direttrici dei misteri sulla natura e storia del loro mondo. C’è una grande ironia accidentale forse, quei dettagli che solo la scrittura come lavoro dell’inconscio riesce a creare. In Shift i primi abitanti dei Silo sono membri del Partito democratico e i silo sono costruiti in prossimità del centro congressi che li ospita in una contea, Fulton Country, centrale nelle polemiche in occasione delle ultime elezioni presidenziali. Nella serie Tv i primi abitanti sono selezionati, a caso, troppo a caso, comprendendo almeno due individui provenienti da ogni paese del mondo, un’arca con una selezione da arca. L’intelligenza artificiale che calcola le possibilità di sopravvivenza del Silo mostrata nella serie Tv non esiste nei romanzi ma il nucleo rimane: fa parte di un sistema di controllo, è un altro strumento del grande inganno. L’altro protagonista, il deputato Keen, nei libri è uno dei fondatori e costruttori dei Silo, la serie tv lo svolge tra gli innocenti, negandogli colpa e nucleo tragico. Il controllo ideologico, delle capacità tecniche, del pensiero è affidato al Judicial. Nella serie è rappresentata come una forza di polizia per l’ordine pubblico e una polizia politica. Nei romanzi è una forza più occulta, insidiosa, che non si espone e si muove nell’ombra, più simile alla psicopolizia orwelliana. È un altro risultato accidentale. Il piano dei fondatori, la cui sopravvivenza dell’umanità è solo apparentemente l’obiettivo principale, è quello di contenere il potenziale umano. I sistemi antiumani, nella storia come nella fiction, subiscono una reazione. Di questo i Fondatori della serie come i miliardari che costruiscono bunker sono coscienti. Il protocollo Safeguard e come impedire la sua attivazione è un altro motore dell’azione. Juliette e come lei i precedenti sindaci e capi rivolta, viene messa nella posizione di dover svolgere un sacrificio, corpi e vite per il futuro, un altro futuro possibile quindi incerto, sicuramente omicidiario. Costretta a un nuovo realismo, in cerca di immaginari e ideali che sono appena fantasmi, devastati, condizionati, dai reset di memoria. Rimane la teoria dei giochi nella tattica insurrezionale e una leva per binari incerti. Meme che resistono, segni che non tutto dell’umano può essere manipolato. È una grande storia sui limiti del controllo, dei limiti dell’ingegnerizzazione umana, di quei misteriosi fortunati blocchi che definiscono il libero arbitrio, il gene della rivolta e della sopravvivenza. Tutto il comportamento di Juliette e dei suoi compagni manifesta questa resistenza ancestrale, forse l’unica cosa che impedisce la vera apocalisse: un’altra profonda fine dell’umanità, gli umani che smettono di essere umani. Questo è il motivo profondo che partecipa del tempo profondo che attraversa la saga. Quella che appare come una cattedrale dell’antropocene diventa una fortezza appena ecologica. La sopravvivenza umana sembra quasi accessoria, quello che i Fondatori fanno è preservare quanto più possibile della megastruttura accidentale del pianeta di cui scrive in The stack di Bratton. Nei Silo portano il mindset delle elite da Fine impero, da tardo capitalismo L’avventura per i personaggi, su e giù per il Silo, dentro e fuori il contenimento, avanti e indietro nel tempo del futuro interrotto, è aumentare la componente umana della megastruttura dei Silo. L’utopia della città sopravvivente perfetta ipotizzata su carta è un panopticon distopico eterno fino a quando le scorte di lampade per l’agricoltura o l’Antropocene passi e venga davvero resettato. È un mondo che non è fatto per gli umani e gli umani non possono non ribellarsi. “Poi fissò Donald. «Lo sai perché andammo in Iran la prima volta? Il nucleare non c’entrava niente, te lo assicuro. Ho strisciato in ogni buca che sia mai stata scavata tra le loro dune, e quei ratti stavano dando la caccia a un tesoro assai più prezioso del nucleare. Avevano scoperto come attaccarci senza essere visti, senza doversi far saltare in aria, e senza alcuna ripercussione.» Donald non era certo di essere autorizzato a sapere quelle cose. «Gli iraniani non l’avevano scoperto da soli, erano riusciti a mettere le mani su un progetto israeliano.» Il senatore sorrise. «E noi dovemmo metterci subito al passo».“[3] La serie è un grande romanzo dell’Endgame: la tecnologia permetterà di vivere più a lungo, non ci sarà più bisogno di bambini, gli umani sono sempre meno necessari e l’umanità è “bella” ma è anche troppa. La politica non risolve, non media, non riesce a creare cooperazione ed è sempre più apocalittica in parole e azioni. Il tempo è fuor di sesto e passa incontrollato e una vera biglia nera viene estratta. La soluzione è il Silo, dicono i fondatori, in un distacco quasi transumano dal resto del collettivo, animati da buoni sentimenti eppure pronti a creare un inferno sulla terra e un inferno sotto la terra, una versione del lifeboat scenario. Dove il cielo stellato è diventato un mito, Dio è una parola dimenticata, gli oggetti dell’infanzia sono archeotech e si stanno esaurendo, il contenimento dell’umano deve essere continuo pena una nuova, piccola, ennesima apocalisse. La plenitude contro l’estinzione dell’élite è una follia che porta, rivolta dopo rivolta, silo dopo silo, sempre più vicini all’estinzione. La fantascienza distopica come genere nell’Antropocene svolge lo stesso compito della fiaba per noi, gli abitanti dell’adolescenza tecnologica. Evoca immagini ed esempi di quello che si sta svolgendo proprio di fronte agli occhi dei viventi. La saga di Hugh Howey ne è un grande esempio. 1. Hugh Howey, Shift, trad. Giulio Lupieri, Fanucci, 2023 ↑ 2. Ibid. ↑ 3. Indeed. ↑   L'articolo Silo, la guerra del futuro contro il presente. proviene da Pulp Magazine.
September 5, 2026
Pulp Magazine
Lo stato del bunker e la resistenza in basso
-------------------------------------------------------------------------------- Studenti e studentesse in piazza contro contro leva e guerra a Berlino (marzo 2026). Foto Deutsche Friedensgesellschaft – Vereinigte KriegsdienstgegnerInnen, rete di pacifisti e obiettori di coscienza al servizio militare con sede a Stoccarda -------------------------------------------------------------------------------- Lo sviluppo di nuove idee è utile per i movimenti di resistenza dal basso se fa luce su questioni che prima apparivano poco chiare, perché ci permette di affinare le strade da percorrere. Il recente lavoro della ricercatrice Nel Bonilla, specializzata in sociologia delle migrazioni e studi sui conflitti, rientra in questa categoria, in quanto riesce a illuminare i progetti in atto tra le classi dominanti mondiali. A seguito del recente vertice NATO di Ankara, Bonilla ripercorre le tre fasi attraversate dall’alleanza atlantica dalla sua formazione ai giorni nostri, le enormi trasformazioni industriali e la fine della sovranità, concludendo che le potenze globali puntano alla guerra, costruendo quello che lei definisce, in modo appropriato, uno Stato bunker. Mi concentrerò solo su questo aspetto perché mette in luce le lacune delle organizzazioni di base, così come le loro illusioni “democratiche” e la loro “conquista dei diritti”, permettendoci di riflettere profondamente su ciò che stiamo facendo. Il testo che analizzerò si intitola NATO 3.0: La gabbia transatlantica e l’ascesa dello Stato bunker. Lo definisce come “una trasformazione qualitativa dello Stato moderno in un nucleo imperiale”. Esso cessa di essere fornitore di beni pubblici, diventando invece “completamente focalizzato sulla securitizzazione e sulla militarizzazione”. In questo nuovo modello, “la popolazione non è più considerata un insieme di cittadini con diritti civili ed economici, ma principalmente un oggetto di sicurezza nazionale. Inoltre, il Paese e la regione diventano nodi operativi in una rete più ampia allo scopo di condurre una guerra ibrida multidominio contro i cosiddetti concorrenti strategici e i loro alleati”. Definisce questa trasformazione “Il bunker e il vuoto”: il primo simboleggia “la mentalità da fortezza e la pianificazione della sicurezza (che privilegia la sicurezza in termini militari e prebellici) che sta riorganizzando l’Occidente”. Il secondo, d’altro canto, “rappresenta la conseguente erosione del progetto civile, del bene comune e dello spazio democratico”. Questi concetti sono intesi come quadro analitico per spiegare “l’ossessivo rafforzamento delle strutture di sicurezza, della pianificazione militare e del controllo, accompagnato dal parallelo svuotamento dello spazio civile, democratico e sociale”. Noi che viviamo in America Latina sappiamo che questa è solo un’interpretazione di una realtà che ci opprime e ci ferisce. Altri punti da considerare: esiste una profonda separazione e un isolamento dei governi e delle strutture di potere dai reali bisogni delle società occidentali. In secondo luogo, i continui scontri geostrategici e la crescente debolezza dell’Occidente portano le élite a uno stato di perenne preparazione al conflitto militare. Il primo fenomeno è il risultato della crescente forza dei movimenti popolari – indigeni, neri, contadini e della classe operaia – che spiega la disconnessione tra i cittadini e i governi. Il secondo deriva dall’ascesa della Cina e dell’Asia in generale, che sfidano l’egemonia occidentale. In entrambi i casi, la risposta è la guerra, dalle “guerre alla droga” alle guerre tra stati con la minaccia delle armi nucleari, come si discute apertamente in questi giorni, non più a porte chiuse. Il popolo palestinese è la prima vittima globale di questo nuovo militarismo. La domanda è: cosa faremo in un mondo dominato da stati fortificati e da una proliferazione di guerre e genocidi? Il primo passo è riconoscere che il vecchio arsenale dei movimenti sociali (scioperi, sit-in, marce, elezioni) è diventato completamente obsoleto, il che non significa che alcuni di essi non debbano essere utilizzati in determinati casi. Il problema è quanta importanza attribuiamo alle richieste di uno Stato che ormai è una fortezza, il quale, fondamentalmente, risponde solo con l’esclusione e la violenza, pur mantenendo una facciata “democratica”. Osservo che, per inerzia, continuiamo a pensare in termini di “diritti” e a credere in possibili risposte positive da parte delle autorità alle nostre richieste. Il secondo punto è pensare a lungo termine. Lo Stato-bunker (o fortezza) è un cambiamento strutturale e, pertanto, è destinato a rimanere per un periodo considerevole e, soprattutto, non dipende da chi è al governo perché li riguarda tutti. Parallelamente, l’adozione di una nuova cultura politica da parte di movimenti di base organizzati richiede molto tempo, probabilmente decenni, se non più di un secolo, come sottolineano gli zapatisti. Il terzo punto, e il più cruciale, è che le tracce di questa nuova cultura politica stanno già emergendo, intessute dalle autonomie territoriali, in particolare da parte dei popoli indigeni, ma non esclusivamente, che stanno organizzando gruppi di autodifesa e autogoverni per sopravvivere come comunità. Uno dei principali ostacoli all’espansione dell’autonomia regionale è che essa è in gran parte confinata alle aree rurali, con uno sviluppo urbano molto limitato. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI GIORGIO AGAMBEN: > Lo Stato e la guerra -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Lo stato del bunker e la resistenza in basso proviene da Comune-info.
September 4, 2026
Comune-info
«Amare oltre». Stefania Zuccari e i vent’anni dopo Renato
A casa di Stefania Zuccari la conversazione procede per ritorni. Una domanda su Renato porta alle Madres de Plaza de Mayo, da lì alle donne incontrate in Palestina, poi a una scuola romana, a un processo seguito molti anni fa, a una telefonata, a un concerto. Il 27 agosto 2006 resta il punto dal quale queste storie continuano a partire, ma vent’anni hanno moltiplicato persone, luoghi e relazioni. Stefania se ne accorge soprattutto guardando chi allora era troppo piccolo per ricordare o doveva ancora nascere. Pensa alle cugine di Renato, che nel 2006 erano neonate o stavano per venire al mondo e che oggi, ormai ventenni, partecipano agli appuntamenti di Focene. La definisce «una grande gioia». La memoria ha raggiunto persone che Renato non lo hanno conosciuto e che, negli anni, hanno scelto di farsene carico. È qualcosa che Stefania aveva già intravisto tempo fa, quando nelle iniziative per il quindicesimo anniversario aveva riconosciuto nei figli e nelle figlie dei compagni la continuità di quella storia. Oggi quel passaggio generazionale è diventato concreto. SE ATTECCHISCE UN FIORE Le scuole occupano un posto particolare nel racconto di Stefania, che per anni ha attraversato licei, università e assemblee per parlare di Renato, del fascismo e della violenza. Ricorda un ragazzo che, durante uno di quegli incontri, le rivolse una domanda apparentemente semplice: come si fa a capire se un’idea è buona oppure cattiva? Stefania rispose partendo da ciò in cui credeva anche suo figlio: l’inclusione, la dignità del vivere, la cura, un mondo senza barriere e frontiere. Dall’altra parte collocava le guerre, le armi, le discriminazioni e le disuguaglianze. Anni dopo quel ragazzo le disse di essere cresciuto portandosi dietro quelle parole. È il metro con cui Stefania misura la forza di questi incontri. «Ho sempre detto che se anche un solo fiore attecchisce e germoglia, allora ne vale la pena». Il rapporto con le generazioni più giovani passa attraverso episodi di questo tipo, nei quali il ricordo di Renato esce dalla cerchia di chi lo ha conosciuto e diventa una domanda rivolta a persone nate anni dopo la sua morte. Del figlio Stefania vorrebbe restasse soprattutto un modo di stare al mondo. Lo descrive come gioioso, curioso, legato alla musica, capace di incontrare le persone con apertura; ne ricorda l’avversione per la guerra e per tutto ciò che separa gli esseri umani. Vent’anni dopo, quell’immagine continua a passare attraverso le persone incontrate, nei racconti degli amici e dei compagni – che Stefania chiama figli e figlie – e nelle storie condivise con altre madri. «CREARE IL BELLO» Il primo gesto che Stefania ricorda, quando torna alle ore successive all’omicidio, riguarda una scelta. Racconta l’arrivo in ospedale, la percezione immediata che Renato fosse morto e la sensazione di essere stata investita, in quel momento, da una responsabilità. Di fronte al corpo del figlio chiese a Dario, il fratello di Renato, di farle una promessa. «Gli dissi che da lì non mi sarei mossa finché non mi avesse giurato che non sarebbe passato sangue sul sangue di Renato, perché quel sangue era mio e me lo riprendevo io». Nei giorni successivi quella scelta prese una forma concreta. Stefania parlò ai compagni e alle compagne di Renato e indicò nella musica il modo in cui avrebbe voluto ricordare suo figlio. «Ricordatelo con la musica. Renato è la musica. La musica è cultura e attraverso di essa si possono veicolare tanti messaggi». Da lì nasce il percorso che porterà a Renoize, il festival organizzato ogni anno in memoria di Renato e arrivato nel 2026 al ventennale. Il nome era già quello scelto da Renato stesso per il proprio progetto musicale; lavorava come tecnico del suono e aveva approfondito la costruzione di casse e strumentazione, mentre insieme ad altri amici immaginava uno spazio dedicato alla produzione musicale. A distanza di vent’anni, Stefania dice che ciò che è nato dopo quel 27 agosto a Focene corrisponde, in buona parte, a ciò che aveva desiderato fin dall’inizio. «Non volevo che la morte di Renato diventasse dimenticanza, cimitero, buio. Volevo che continuasse a esserci luce intorno a lui». Quando le chiedo se la quantità di iniziative nate negli anni l’abbia sorpresa, risponde di no. La direzione era quella che aveva immaginato e voluto, anche se allora era impossibile prevederne le dimensioni. Nel suo racconto torna una frase che contiene quasi interamente quella scelta. «Avevo capito che se fossi rimasta piena di odio e di vendetta, non avrei creato nulla per mio figlio. L’odio distrugge, è un sentimento mortifero. Io dovevo creare il bello». LE MADRI Pochi mesi dopo l’assassinio di Renato nasce il Comitato Madri per Roma Città Aperta. Stefania racconta di averlo immaginato durante uno dei sit-in organizzati per chiedere che venisse riconosciuta la verità sull’omicidio. Scelse una forma composta da donne. Nel modo in cui ne parla oggi, quella decisione ha una radice precisa: la maternità come esperienza capace di opporsi alla logica della morte. Da Roma, il percorso delle Madri ha cominciato presto a incontrare altre esperienze. Il rapporto con le Madres de Plaza de Mayo ha portato Stefania e le altre donne del Comitato fino in Argentina; nel 2017 le due realtà si incontrarono a Buenos Aires e l’anno successivo Nora Cortiñas, tra le fondatrici della Línea Fundadora, arrivò a Roma. Stefania ricorda soprattutto la fierezza delle donne incontrate. «Non figure pietose, ma orgogliose, resistenti, piene di luce». Nel corso degli anni quella rete si è estesa ad altre madri e ad altre storie. Un viaggio in Palestina, organizzato dalle donne del Comitato prima della pandemia, occupa ancora un posto importante nei suoi ricordi. Gli incontri con le famiglie, ma soprattutto con le donne palestinesi, la vita quotidiana sotto occupazione, la possibilità di entrare in luoghi che altrimenti avrebbe conosciuto soltanto da lontano. Quando le chiedo che cosa accomuni esperienze tanto lontane tra loro, Stefania riconduce tutto a un sentimento di appartenenza. «È la fierezza di non aver ceduto, di non aver lasciato che il tempo coprisse tutto. Sono donne che hanno scelto di esporsi, di esserci e di continuare a camminare. Per me tutto questo significa sentire che quella storia ti appartiene e scegliere di portarla avanti». Tuttavia, Stefania tiene a segnare le distanze tra esperienze che hanno avuto condizioni, storie e dimensioni differenti. Non paragona la propria vita a quella di una madre che vive quotidianamente a Gaza. Cerca altrove il punto di contatto. Ciò che accomuna esperienze così diverse è il passaggio da una ferita privata a una scelta pubblica, capace di tradursi in una forma concreta di azione. È così che descrive anche le donne che hanno accompagnato il Comitato in questi vent’anni, molte delle quali erano madri di amici e compagni dei suoi figli. «C’era la voglia di stare insieme, di abbracciarsi. È questo che caratterizza queste donne: la capacità di accogliere, di fare spazio, di tenere vicine le persone». * * LA VERITÀ Nei giorni e nei mesi dopo la morte di Renato, Stefania sentì di dover combattere contro la rappresentazione della «rissa fra balordi», perché quella formula cancellava ciò che lei e la comunità intorno a Renato riconoscevano come la natura fascista dell’aggressione. Vent’anni dopo, alla domanda se la società italiana sia diventata più capace di riconoscere la violenza fascista, risponde senza esitazione. «La situazione è peggiorata». Parla della deriva identitaria che incontra anche nelle conversazioni quotidiane, del razzismo espresso con naturalezza, della difficoltà di confrontarsi con persone che discutono di spiritualità, energia o dignità della vita e mantengono allo stesso tempo pregiudizi verso migranti e stranieri. È una contraddizione che continua a sorprenderla. La sua esperienza della violenza politica, intanto, ha incrociato molte altre famiglie. Negli anni Stefania ha seguito processi e iniziative legate ad altri omicidi, da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi, incontrando madri e padri che avevano dovuto lottare perché la storia dei propri figli venisse raccontata senza essere deformata. Ricorda in particolare i viaggi a Ferrara per il processo Aldrovandi. «Lì ho vissuto proprio il male, la violenza del male, e il tentativo di farla passare come normalità. È lì che ho capito perfino meglio che cosa avessero fatto a mio figlio». Andare ai processi, osservare le carte, vedere le fotografie e ascoltare le testimonianze diventò per lei un modo di capire ciò che, nei primi mesi dopo la morte di Renato, il dolore aveva reso quasi impossibile guardare direttamente. Quello stesso bisogno la portò, durante il procedimento contro uno dei responsabili dell’omicidio, a fissare a lungo il ragazzo seduto sulla panca di fronte. «Il mio avvocato mi disse: perché continui a guardarlo? Ma io dovevo guardare fino all’ultimo, vedere se da qualche parte riusciva a venir fuori almeno un “mi dispiace”». Quel segno, racconta Stefania, non arrivò mai. La scelta di rifiutare la vendetta, in questo senso, non ha mai coinciso con l’assoluzione di chi aveva ucciso suo figlio. Stefania distingue con nettezza le due cose. La decisione di non rispondere alla violenza con altra violenza riguardava ciò che lei e la comunità avrebbero costruito da quel momento in poi. «Non si è portato dietro una scia di odio, di violenza, di sangue, di ritorsioni. Da un episodio come questo sono nate invece manifestazioni vitali». FARE, FARE, FARE Quando la domanda si sposta da ciò che Renato ha lasciato agli altri a ciò che questi vent’anni hanno lasciato a lei, Stefania impiega qualche secondo prima di rispondere. Poi parla del tempo. «Non c’è un momento della mia vita in cui il pensiero di mio figlio non sia presente. E insieme a quel pensiero c’è sempre stata la volontà di non cedere, di andare avanti, di fare, perché sapevo che la sua vita non poteva passare in sordina. C’erano i suoi pensieri, i suoi sogni, quello che avrebbe voluto dal Paese in cui viveva. È stata questa, per vent’anni, la spinta: fare, fare, fare». Alla domanda su cosa direbbe oggi alla Stefania del 27 agosto 2006, si ferma e sembra guardarla da lontano. Poi abbassa la voce, quasi volesse avvicinarsi a quella donna di vent’anni fa e sussurrarle all’orecchio. «Sei stata brava. Sei stata resistente». «L’UNIVERSO RISPONDE» Negli ultimi anni Stefania ha cominciato a mettere per iscritto una parte della propria esperienza che per molto tempo aveva condiviso soprattutto in una dimensione privata. Il libro si intitola Gli occhi di Renato. L’universo risponde, è pubblicato da Red Star Press e raccoglie il modo in cui, dopo la morte del figlio, ha interpretato una serie di esperienze, immagini, scritture e percezioni come forme di comunicazione con lui. Me ne parla con la stessa naturalezza che ha accompagnato le ore precedenti di conversazione, tra ricordi, risate, qualche sigaretta, il racconto di manifestazioni e viaggi. Tiene però a precisare il terreno su cui colloca questa parte della propria vita. «Non c’entrano la Chiesa o le religioni. Per me c’entra l’energia, l’essenza del vivere». Sono convinzioni personali, attraverso le quali Stefania ha dato un significato a esperienze vissute dopo il 2006 e che considera parte del modo in cui è riuscita ad attraversare il dolore e la perdita. Racconta di aver iniziato a scrivere, di essersi avvicinata a gruppi di studio e di aver trovato in questa ricerca un’altra forma di continuità con Renato. La spiritualità, però, nel suo racconto torna sempre nello stesso luogo da cui erano partiti Renoize, le Madri, le scuole e i viaggi. L’idea è che il dolore possa produrre qualcosa che continui a vivere. A un certo punto Stefania mi legge alcune righe del libro. Poi si ferma, alza gli occhi dalla pagina, mi guarda e sorride per qualche secondo prima di riprendere a parlare. «Devi riuscire ad amare oltre. Non è facile, lo so, ma deve essere talmente grande l’amore da riuscire ad andare oltre». Immagini di Daniele Napolitano L'articolo «Amare oltre». Stefania Zuccari e i vent’anni dopo Renato proviene da DINAMOpress.
September 3, 2026
DINAMOpress
Chi può abitare il centro di Roma?
LE VICENDE ROMANE DI SPIN TIME E DELL’EDIFICIO DENTE CARIATO, SEMPRE ALL’ESQUILINO, DICONO CHE BISOGNA DECIDERE SE IL PATRIMONIO IMMOBILIARE PUBBLICO DEBBA ESSERE SOLTANTO UN CAPITALE DA MONETIZZARE OPPURE LO STRUMENTO CON IL QUALE RIPORTARE CASA PUBBLICA, ACCOGLIENZA E WELFARE DI COMUNITÀ ANCHE NEL CUORE DELLA CITTÀ Le foto sono di Caterina Micheli (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- L’incendio e lo sgombero di fatto di oltre quattrocento persone dall’occupazione storica della Capitale, Spin Time, dall’edificio di via Santa Croce in Gerusalemme, hanno reso visibile una contraddizione che Roma ignora da tempo. A poca distanza, davanti alla stazione Termini, il palazzo ammalorato e più conosciuto come “Dente Cariato” continua a essere un grande vuoto urbano di proprietà pubblica. Da una parte, una comunità costretta ad abbandonare uno stabile privato nel quale, durante tredici anni, ha costruito non soltanto abitazioni, ma servizi, relazioni, inclusione e capacità di cura. Dall’altra, un immobile pubblico ancora privo di una destinazione capace di rispondere alla domanda abitativa e sociale del centro. Il “Dente Cariato”, va premesso, non può essere presentato come la soluzione magica nella quale trasferire meccanicamente l’esperienza di Spin Time. Le dimensioni, i tempi, i regimi proprietari e le condizioni urbanistiche sono differenti. Eppure i due luoghi pongono la stessa domanda politica: il centro di Roma deve essere progressivamente riservato a usi più redditizi e al dilagare degli alloggi temporanei, oppure può continuare a essere abitabile da persone con redditi, età e condizioni sociali diverse? La risposta dipende in larga parte dal modo in cui il patrimonio pubblico viene amministrato. Quando la valorizzazione coincide prevalentemente con la vendita o con la ricerca del massimo rendimento, gli immobili cessano di essere strumenti di politica urbana e diventano risorse da monetizzare. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- La perdita di capacità pubblica è permanente e, nelle aree centrali, spesso irreversibile. Ricostruire in futuro una presenza equivalente di abitazioni accessibili costerebbe molto più che conservarla o crearla oggi. Il patrimonio determina la geografia sociale della città Secondo la ricostruzione dell’Osservatorio Casa Roma, i programmi di alienazione promossi dal Campidoglio e dalla proprietà regionale delle case popolari, Ater, interessano complessivamente circa 14 mila alloggi popolari. Non sono immobili già tutti venduti: una volta inseriti nei piani di dismissione, vengono sottratti alle future assegnazioni e destinati alla vendita quando si liberano. Se le alienazioni previste fossero integralmente attuate, lo stock residenziale pubblico di Roma Capitale e Ater potrebbe ridursi da circa 72 mila a poco più di 50 mila alloggi. I valori derivano da basi di calcolo e periodi differenti e non vanno letti come un consuntivo, ma indicano con chiarezza la direzione del processo. La contrazione avviene mentre la domanda resta elevata. Il Secondo rapporto MEMOTEF–Sapienza censisce 66.109 alloggi di edilizia residenziale pubblica (ERP) appartenenti a Roma Capitale e Ater e registra 17.082 richieste di alloggio di nuclei nella graduatoria riferita alle domande e agli aggiornamenti pervenuti entro il 31 dicembre 2025. Le due grandezze non sono sovrapponibili: la maggior parte degli alloggi è regolarmente occupata e una quota è indisponibile per manutenzione, occupazioni senza titolo o impedimenti amministrativi e tecnici. Le assegnazioni procedono quindi lentamente e ogni alloggio sottratto allo stock riduce una capacità di risposta già insufficiente. La giunta Gualtieri ha avviato un’inversione di tendenza attraverso il Piano strategico per il diritto all’abitare e nuove acquisizioni. Considerando gli alloggi già acquistati e quelli compresi nelle operazioni autorizzate o programmate, l’incremento potenziale del patrimonio pubblico potrebbe corrispondere a poco più del 7 per cento dei nuclei in graduatoria. È tuttavia una stima teorica: una parte degli immobili non è ancora entrata nel patrimonio comunale e l’effettiva disponibilità dipenderà dal perfezionamento degli acquisti, dalle condizioni materiali e tecniche delle case, dalle eventuali occupazioni e dai tempi delle assegnazioni. Manca, però, un obiettivo territoriale esplicito: un alloggio pubblico in una periferia scarsamente servita non è uguale a uno vicino a trasporti, scuole, servizi sanitari e opportunità lavorative. Non basta stabilire quanti alloggi acquisire: occorre decidere quale quota di residenza accessibile garantire anche nel centro e nel semicentro. In assenza di questa scelta, sarà il mercato a determinare la geografia sociale di Roma e il pubblico si limiterà ad amministrarne le conseguenze. L’espulsione delle fasce meno abbienti dal centro non è un processo naturale prodotto soltanto dall’aumento dei prezzi. Dipende anche dalle destinazioni urbanistiche, dagli affitti brevi, dall’espansione della ricettività turistica e dalle decisioni sull’uso del patrimonio. Quando studentati ad alto costo, strutture ricettive e funzioni commerciali vengono preferiti alle case popolari, è già stata presa una decisione su chi possa abitare le diverse zone della città. Un centro riservato alle persone ad alto reddito e alle presenze temporanee non è soltanto più diseguale: è anche più povero di relazioni, servizi di prossimità e vita quotidiana. Garantire la permanenza di famiglie, anziani, giovani, lavoratori e persone vulnerabili produce valore pubblico e contribuisce alla vitalità dei quartieri. L’edilizia popolare nel centro non sottrae valore alla città: impedisce che quello immobiliare diventi l’unico riconosciuto. Spin Time: ciò che una politica della casa dovrebbe preservare Spin Time ha, per questo, reso visibili due distinte idee di centro urbano: da una parte, uno spazio scarso da destinare prevalentemente agli usi più redditizi e alle persone con maggiore capacità economica; dall’altra, un bene comune la cui qualità e disponibilità dipende dalla compresenza di redditi, età, provenienze e forme dell’abitare differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- L’esperienza costruita nel rione Esquilino ha mostrato quanto siano connesse dimensioni che le politiche pubbliche tendono ad affrontare separatamente: la casa, considerata soprattutto come unità immobiliare; i servizi sociali; la cultura, l’educazione, l’accoglienza e il mutualismo. A Spin Time questi elementi si sono tenuti insieme. Vivere all’Esquilino per gli abitanti di Spin Time non ha significato soltanto disporre di una stanza, ma poter contare su relazioni, mediazione, attività culturali, spazi comuni, sostegno alle fragilità e legami con il quartiere. Riconoscere il valore di questa esperienza non significa idealizzare un’occupazione né ignorare le contraddizioni, la precarietà e la fatica che ha attraversato questa comunità per tredici anni. Significa prendere atto di un dato politico e sociale: dove il mercato e il sistema pubblico non hanno garantito risposte adeguate, si è formata nel tempo , un’infrastruttura comunitaria capace di produrre accoglienza, inclusione, protezione e partecipazione. La mobilitazione seguita all’evacuazione non è nata improvvisamente, ma è il risultato di anni di relazioni costruite dentro l’edificio e nel quartiere. Non è dunque un caso che le associazioni del vicino Polo Civico Esquilino, insieme a molte altre realtà cittadine, abbiano attivato immediatamente una rete di sostegno agli sfollati di Spin Time, garantendo accoglienza, pasti, docce, mediazione linguistica, cura dei bambini e presidio sanitario. Queste azioni hanno risposto alle necessità più urgenti, ma anche a una prospettiva più ampia: evitare che alla perdita temporanea della casa si aggiungesse la dispersione della comunità. Allontanare le famiglie senza considerare la loro vita quotidiana avrebbe potuto interrompere la frequenza scolastica dei bambini, rendere più difficili le cure, indebolire i percorsi di inclusione e spezzare reti di sostegno costruite nel tempo. L’azione del Polo Civico e delle altre realtà coinvolte indica quindi una direzione precisa per le politiche pubbliche: intervenire sulla casa senza separarla dalla scuola, dalla salute, dai servizi e dalle relazioni sociali. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- La solidarietà territoriale non può sostituire la responsabilità delle istituzioni, ma può accompagnarne l’intervento, renderlo più consapevole delle condizioni concrete e contribuire a soluzioni che non si limitino a contenere l’emergenza. Il punto non è soltanto trovare una collocazione temporanea, ma impedire che la perdita dell’alloggio produca anche quella della comunità. Dall’emergenza alla responsabilità pubblica Roma Capitale ha avanzato una proposta per acquistare l’immobile occupato da Spin Time da Investire SGR, subordinando il prezzo alle valutazioni degli organismi pubblici competenti. È giusto riconoscere l’importanza e l’impegno politico dell’amministrazione. C’è una domanda, tuttavia, che non può essere elusa: perché la possibilità di acquisire e mettere in sicurezza lo stabile è diventata concreta soltanto dopo l’esplosione dell’emergenza? Una politica strutturale dovrebbe arrivare prima, individuare i rischi, costruire alternative e non dipendere ogni volta dalla disponibilità negoziale di una proprietà privata. L’acquisto di Spin Time, se economicamente e giuridicamente sostenibile, era ed è una strada da perseguire, già inclusa da diversi anni tra le ipotesi del piano comunale di acquisizione di immobili da destinare all’edilizia pubblica. Ma se la proprietà non intende vendere, non può restare l’unico orizzonte. Occorre predisporre misure transitorie dignitose e una soluzione pubblica che impegni l’amministrazione ad una alternativa certa e credibile. Un’istruttoria specifica può esaminare anche gli altri strumenti consentiti dall’ordinamento, compresa l’eventuale espropriazione per pubblica utilità, verificandone rigorosamente presupposti, coerenza urbanistica, copertura finanziaria, proporzionalità e rischi di contenzioso. Qualunque sia l’esito della trattativa, la risposta non dovrebbe disperdere le persone né cancellare l’innovazione sociale prodotta in questi anni. È qui che il Dente Cariato entra nella vicenda: non come sostituto automatico di Spin Time, ma come possibilità di trasformare una lezione nata nell’informalità in una politica pubblica programmata. Il Dente Cariato come banco di prova L’area compresa tra via Giolitti, via Manin e via Gioberti, di fronte alla stazione Termini e comunemente denominata “Dente Cariato”, costituisce da decenni uno dei vuoti urbani più rilevanti dell’Esquilino. La proprietà pubblica, la posizione strategica e la consistenza dell’immobile ne fanno un banco di prova particolarmente significativo: non soltanto per la rigenerazione di una porzione incompiuta della città, ma per verificare quale funzione Roma intenda attribuire al proprio patrimonio nelle aree centrali. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Le ipotesi di valorizzazione esaminate dal Campidoglio nel 2026 rendono evidente questa alternativa. Quattro delle sei proposte attribuiscono un ruolo prevalente alla residenzialità privata, in particolare a quella rivolta agli studenti, mentre una sola contempla una componente di edilizia residenziale pubblica accompagnata da servizi sociali strutturati. Tale prevalenza non è neutrale. Mostra quali destinazioni siano considerate dal mercato immediatamente sostenibili e finanziabili e quali, invece, siano chiamate ogni volta a dimostrare la propria legittimità economica e istituzionale. Il rischio è che la valorizzazione del patrimonio pubblico venga identificata quasi automaticamente con la sua capacità di generare rendita, relegando la risposta ai bisogni abitativi e sociali a una funzione residuale o compensativa. In questo quadro si collocano le proposte avanzate dal Polo civico Esquilino insieme ad associazioni territoriali e ad alcune realtà imprenditoriali. Queste elaborazioni hanno indicato la possibilità di destinare l’immobile a una combinazione di funzioni abitative accessibili, servizi pubblici e attività di interesse collettivo: alloggi pubblici per famiglie e studenti, spazi culturali e sociali, attrezzature sportive e luoghi aperti alla partecipazione degli abitanti. Il loro elemento più significativo non risiede soltanto nell’elenco delle funzioni previste, ma nell’affermazione di un principio: la rigenerazione del “Dente Cariato” deve essere valutata anzitutto per la sua capacità di rispondere ai bisogni dell’Esquilino e della città, preservando la titolarità e la regia pubblica dell’operazione e impedendo che un bene strategico venga assorbito da processi di privatizzazione o valorizzazione prevalentemente speculativa. A partire da queste proposte, e alla luce delle vicende più recenti, è possibile formulare un’ipotesi più definita, capace di assumere Spin Time non come modello da trasferire meccanicamente, ma come esperienza dalla quale ricavare indicazioni operative. La proposta potrebbe prevedere la destinazione della quasi totalità della superficie residenziale alla realizzazione di circa cento alloggi pubblici e accessibili, accompagnati da un sistema integrato di servizi e spazi collettivi. Al piano terra potrebbero trovare posto attività commerciali di vicinato, servizi pubblici e presìdi sociali aperti al quartiere; il mezzanino e i livelli seminterrati potrebbero accogliere spazi culturali, laboratori, servizi educativi e sociali e luoghi di incontro; la copertura dell’edificio potrebbe essere attrezzata per attività sportive e ricreative, compatibilmente con i vincoli strutturali, urbanistici e di sicurezza. Sulla base dello studio di fattibilità fatto per la sua valorizzazione, possiamo dedurre che circa 7.380 metri quadrati lordi sarebbero destinabili alla residenza sociale: cento alloggi corrisponderebbero a una media di 73,8 metri quadrati lordi e, considerati muri, distribuzione e impianti, a circa 50–70 metri quadrati utili. Con un mix di bilocali, trilocali e quadrilocali, unità accessibili e appartamenti predisposti per essere uniti o separati nel tempo, la capacità potrebbe attestarsi nell’ordine di 250–290 persone. È una stima preliminare, non un progetto definitivo. Non coincide con le dimensioni di Spin Time e non può risolvere da sola né la situazione delle persone evacuate né la domanda ERP cittadina. Il “Dente Cariato” può diventare il primo nodo di una rete di immobili pubblici centrali e semicentrali, non una riserva nel quale confinare un problema. Prima di utilizzare in modo intercambiabile espressioni come ERP, social housing e co-housing occorrerà definire il regime del progetto. L’ERP stabilisce criteri di accesso e canoni propri; il social housing può comprendere fasce e modelli finanziari differenti; il co-housing descrive una configurazione abitativa e gestionale, non un titolo di assegnazione. Una scelta credibile dovrebbe indicare quante unità destinare all’ERP, se prevedere una quota a canone calmierato e come integrare alloggi autonomi, spazi comuni e servizi senza comprimere la qualità della vita privata. Il collegamento con Spin Time sarebbe quindi funzionale, non quantitativo. Spin Time mostra quali relazioni e servizi una politica dell’abitare dovrebbe riconoscere; il “Dente Cariato” offre un patrimonio pubblico nel quale tali funzioni possono essere progettate fin dall’origine, dentro regole trasparenti e responsabilità istituzionali definite. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Condizioni di fattibilità: costi, assegnazioni e gestione La stima preliminare di questa operazione, riadattando una delle proposte già presentate all’amministrazione capitolina dal gruppo di lavoro promosso dal Polo Civico Esquilino , si aggira intorno ai 35–40 milioni di euro e deve essere verificata con un progetto di fattibilità aggiornato, un computo metrico e un cronoprogramma autorizzativo. Rapportata a cento alloggi, equivale indicativamente a 250–300 mila euro per unità (nella media dei costi di nuovi alloggi Erp), ma comprende anche il recupero del basamento, gli spazi pubblici, i servizi e la complessità di un cantiere nel centro storico. Il confronto corretto non è soltanto con il costo di costruzione di un appartamento in periferia: deve considerare il patrimonio che rimane pubblico, l’accessibilità, il consumo di suolo evitato e i costi sociali dell’espulsione. Questi benefici non eliminano l’obbligo di dimostrare la sostenibilità economica di un’operazione tanto ambiziosa, con un piano finanziario, l’individuazione delle fonti pubbliche e degli eventuali contributi, una stima dei costi di manutenzione e gestione e la valutazione delle entrate compatibili generate dalle funzioni commerciali. Il progetto dovrebbe essere confrontato con alternative equivalenti nel centro, non con soluzioni periferiche che offrono condizioni territoriali diverse. Tradurre Spin Time senza riprodurlo Il passaggio dall’esperienza sociale alla politica pubblica richiede un’avvertenza. Non basta costruire alloggi e aggiungere qualche spazio comune: il rischio è passare dalla casa come merce alla casa come semplice contenitore pubblico. L’esperienza di Spin Time indica la necessità di un’infrastruttura sociale di gestione che preveda assegnazioni trasparenti, manutenzione programmata, accompagnamento sociale, spazi comuni gestiti in maniera comunitia e partecipazione degli abitanti. Una fondazione di partecipazione o una cooperativa di comunità abitativa con un partenariato pubblico-sociale potrebbe riunire Roma Capitale, soggetti del Terzo settore, rappresentanze degli abitanti e competenze tecniche, mantenendo inequivocabile la responsabilità pubblica. -------------------------------------------------------------------------------- Foto di Caterina Micheli -------------------------------------------------------------------------------- Il co-housing, in questo quadro, non sarebbe un’etichetta alla moda né un modo per rinominare in modo accettabile degli spazi privati, ma una infrastruttura sociale composta da alloggi autonomi, ambienti condivisi, servizi di prossimità e regole costruite con chi abita. La sfida è costruire una composizione sociale plurale e replicare il modello in più immobili del centro e del semicentro. Il “Dente Cariato” può essere un primo tassello di questa strategia. Dal caso singolo a una politica del centro Il “Dente Cariato” così reinterpretato avrebbe valore strategico soltanto se inserito in una politica più ampia. Il primo passo è un processo di partecipazione autentico da costruire intorno al censimento pubblico e aggiornato degli immobili inutilizzati o sottoutilizzati appartenenti a Roma Capitale, altri enti pubblici, società partecipate e grandi proprietà istituzionali, già avviato da Roma Capitale per la parte di propria comoetenza. Per ogni bene devono essere accessibili informazioni su stato, vincoli, costi di recupero, destinazioni possibili, tempi e decisioni assunte. Prima di ogni alienazione dovrebbe essere obbligatoria una valutazione dell’alternativa abitativa e sociale, accompagnata da una motivazione pubblica. Al Piano delle alienazioni deve corrispondere un Piano delle acquisizioni e delle trasformazioni per la casa, con risorse, scadenze e obiettivi territoriali. Nelle grandi trasformazioni urbane va inoltre prevista una quota strutturale di edilizia accessibile, evitando che il contributo alla casa sia residuale o negoziato caso per caso. Serve, infine, una capacità tecnica permanente: una struttura in grado di monitorare la domanda in tempo reale, acquisire, progettare, recuperare e gestire immobili con continuità. Senza questa infrastruttura amministrativa, anche le dichiarazioni più ambiziose resteranno dipendenti dall’emergenza, dai singoli finanziamenti e dalle occasioni del mercato. La vicenda di Spin Time può concludersi con un acquisto, un diverso strumento giuridico, una soluzione alternativa o una combinazione di interventi. Qualunque sia l’esito, non dovrebbe chiudersi come un caso eccezionale, ma aprire una nuova stagione politica. Il Dente Cariato può trasformare un vuoto pubblico in case, servizi e relazioni e dimostrare che un altro uso del patrimonio è praticabile, misurabile e replicabile. Nel centro ci sono altri spazi di proprietà del comune dove poter ampliare questa proposta ad esempio l’ex istituto Angelo Mai nel rione Monti, un bene di Roma Capitale la cui ristrutturazione si trascina, incompiuta, da anni. Se ne potrebbe valutare la trasformazione in un progetto di housing familiare, con circa cinquanta alloggi accessibili, spazi comuni e servizi di quartiere. Le aree centrali e semicentrali di Roma non devono essere rese accessibile alle persone con redditi più bassi come eccezione o concessione, ma conservarsi abitabii per la società intera. È questo un indicatore concreto per ogni politica pubblica della casa: non quante emergenze riesce temporaneamente a contenere, ma quanta città riesce a sottrarre all’espulsione e a restituire alle persone che la vivono. -------------------------------------------------------------------------------- Fonti * Bibliografia e sitografia: Comune-info, «Spin Time, quando un rione diventa comunità», 3 agosto 2026. * Comune-info, «Il tempo nuovo di Spin Time», 25 agosto 2026. * Diario dei nuovi appalti e concessioni, «Proposte di valorizzazione per il Dente Cariato», 30 luglio 2026. * MEMOTEF – Sapienza Università di Roma, Secondo rapporto sull’edilizia residenziale pubblica a Roma, 2026. * Osservatorio Casa Roma, «I piani vendita a Roma: programmi comunali e Ater e scenario sullo stock ERP», s.d. * Polo civico Civico IL DENTE CARIATO NON SI VENDE, SI CURA * Reti Solidali, «Intervista a Enrico Puccini sul Piano casa di Roma Capitale e sull’emergenza abitativa», 26 giugno 2026. * Roma Capitale, «Roma Capitale acquista 120 nuove case popolari», 4 gennaio 2023. * Roma Capitale, «Roma acquista nuove case popolari», comunicato relativo all’autorizzazione all’acquisto di 88 alloggi di proprietà dell’INPS, 22 marzo 2025. * Roma Capitale, «Case popolari da Enasarco: sottoscritto primo rogito», relativo all’acquisizione di 336 alloggi, 30 dicembre 2025. * Roma Capitale, Determinazione dirigenziale QC/2505/2026: Piano strategico e acquisizione di 338 alloggi ERP, 2026. * Roma Capitale, Proposta di acquisto di Spin Time, comunicato, 7 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Chi può abitare il centro di Roma? proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Non ce la facciamo da soli
QUELLE PAROLE, “NON CE LA FACCIAMO DA SOLI”, DOPO LA TRAGEDIA TERRIBILE DI PIETRALATA CONTINUANO A RIMBALZARE OVUNQUE. EPPURE, A PARTIRE DAGLI ANNI SETTANTA, GENITORI, INSEGNANTI, EDUCATORI, OPERATORI SOCIALI E ASSOCIAZIONI SI SONO MESSI INSIEME E HANNO COMBATTUTO. HANNO APERTO LE PORTE DEGLI ISTITUTI. HANNO MESSO IN DISCUSSIONE LE CLASSI DIFFERENZIALI. HANNO PRETESO CHE OGNI PERSONA POTESSE VIVERE NEI QUARTIERI, NEI GIARDINI, NELLE PIAZZE, NELLA COMUNITÀ. NON POSSIAMO PENSARE CHE QUELLE CONQUISTE SIANO AL SICURO PER SEMPRE. QUELLE CONQUISTE SI POSSONO CANCELLARE CON UNA LEGGE, MA POSSONO ANCHE SVUOTARSI MOLTO PRIMA, QUANDO LA CULTURA DELL’INCLUSIONE VIENE VISTA COME UN ECCESSO. SAREBBE FACILE PENSARE CHE IL PROBLEMA SIANO SOLTANTO LE DESTRE IN ASCESA (COME IN QUESTI GIORNI IN SASSONIA). “IL CAMBIAMENTO PARTE DA COME VIVIAMO NOI… – SCRIVE EMILIA DE RIENZO – QUANDO NON PORTIAMO VIA NOSTRO FIGLIO PERCHÉ DAVANTI A LUI C’È UN BAMBINO DIVERSO. QUANDO SMETTIAMO DI MISURARE I FIGLI DEGLI ALTRI SU UNA SCALA DI PRESTAZIONI. QUANDO INSEGNIAMO CHE LA FRAGILITÀ NON È UNA COLPA. QUANDO SCEGLIAMO DI NON LASCIARE SOLA UNA FAMIGLIA. QUANDO DIFENDIAMO UN SERVIZIO, UNA SCUOLA INCLUSIVA, UN INSEGNANTE DI SOSTEGNO, UN’ASSOCIAZIONE, UN LUOGO DELLA MEMORIA…” -------------------------------------------------------------------------------- «Non ce la facciamo da soli». È una frase rimasta sospesa nell’aria dopo la tragedia terribile di Pietralata. Ma al di là di quel singolo fatto, quelle parole raccontano una condizione quotidiana che riguarda da vicino moltissime famiglie che vivono la disabilità: la fatica, la solitudine, la paura del futuro. E proprio per questo vale la pena ricordare qualcosa che oggi rischiamo di dimenticare. Non è stato sempre così. A partire dagli anni Settanta, genitori, insegnanti, educatori, operatori sociali e associazioni si sono messi insieme e hanno combattuto. Hanno aperto le porte degli istituti. Hanno messo in discussione le classi differenziali. Hanno portato i bambini con disabilità nella scuola di tutti. Hanno preteso che ogni persona potesse vivere nei quartieri, nei giardini, nelle piazze, nella comunità. Non chiedevano soltanto servizi. Chiedevano che quelle persone venissero riconosciute come tali. Chiedevano dignità. Sono state conquiste enormi. E proprio perché oggi ci sembrano scontate, rischiamo di dimenticare quanto siano costate. Una mamma mi raccontò una volta che, quando portava il figlio ai giardini, alcune mamme o nonne, vedendoli arrivare, si alzavano dalla panchina e portavano via i propri bambini. Un’altra mi raccontò che ascoltava continuamente parlare dei figli degli altri: il più bravo, il più bello, quello che aveva imparato prima, quello che faceva meglio. Alla fine era lei ad andarsene. Non erano leggi discriminatorie. Erano piccoli gesti. Ma anche l’umiliazione può essere fatta di piccoli gesti. Una sedia che si allontana. Un bambino tirato via. Un invito che non arriva. Uno sguardo che evita. L’inclusione, dunque, non è soltanto una questione di assistenza e di risorse, per quanto fondamentali. È una questione culturale. È il modo in cui guardiamo chi non corrisponde alla nostra idea di normalità. Ed è quando questa cultura dello scarto comincia a trovare cittadinanza nella società che le istituzioni rischiano di cedere. Ciò che sta accadendo oggi in Europa dovrebbe preoccuparci molto più di quanto non faccia. Guardiamo a cosa succede in Germania, in Sassonia-Anhalt. Secondo La Stampa del 2 settembre 2026, le proiezioni danno l’AfD attorno al 42 per cento: potrebbe diventare il primo partito e persino raggiungere la maggioranza assoluta. Sarebbe la prima volta dal dopoguerra che una forza di estrema destra si trova a governare da sola un Land tedesco. Non è un pericolo teorico o lontano. E non stiamo parlando soltanto di immigrazione o di politica economica. È in gioco una precisa idea di cultura, di scuola, di memoria e di comunità. L’AfD propone una politica culturale «patriottica». I suoi esponenti hanno attaccato il Bauhaus, uno dei simboli della modernità e dell’apertura tedesca, chiedendo di ridisegnare l’indirizzo culturale della regione, di ridimensionare lo spazio dedicato al periodo nazista e di intervenire sui programmi scolastici. E poi c’è Bernburg. Un luogo che dovrebbe essere impossibile da dimenticare. Lì esiste ancora la camera a gas di una delle «cliniche della morte» del regime nazista. Migliaia di persone furono uccise perché considerate indegne di vivere: persone con disabilità, malati psichiatrici, persone giudicate incapaci di lavorare. Venivano chiamate “Ballast”: zavorra. Oggi, nella stessa regione, una forza politica che potrebbe andare al governo mette in discussione i luoghi della memoria e utilizza parole che riportano al centro l’idea della persona come «peso». Non si tratta di fare facili paragoni con il nazismo. Sono esponenti di questa destra a chiedere un cambio di passo nel rapporto della Germania con la propria storia: basta con il «culto della colpa», meno spazio alla memoria della Shoah, più orgoglio identitario. E qui dovremmo fermarci a riflettere. Perché il problema non è soltanto ciò che questa destra potrebbe fare se andasse al governo. È ciò che sta già riuscendo a cambiare oggi: il linguaggio, le priorità, la percezione della memoria e della diversità. E quando cambia il linguaggio, cambia anche ciò che una società considera accettabile o normale. Per questo la storia delle persone con disabilità torna a essere terribilmente attuale. Per decenni abbiamo combattuto perché nessun bambino fosse considerato uno scarto. Perché nessuno venisse separato dagli altri soltanto perché diverso. Perché una persona non fosse valutata sulla base di quanto produce, di quanto è autonoma, di quanto costa. Non possiamo pensare che quelle conquiste siano al sicuro per sempre. Le conquiste si possono cancellare con una legge. Ma possono anche svuotarsi molto prima: quando la cultura dell’inclusione viene vista come un lusso o un eccesso, quando i diritti diventano un fastidio, quando la memoria viene definita un peso, quando la diversità torna a essere percepita come una minaccia invece che come una ricchezza. Ed è qui che dobbiamo guardare a noi stessi. Perché sarebbe facile pensare che il problema siano soltanto loro: l’estrema destra, i nazionalisti, quelli che vogliono riscrivere la storia. Ma il cambiamento parte da come viviamo noi. Siamo noi quando decidiamo di non alzarci da quella panchina. Quando non portiamo via nostro figlio perché davanti a lui c’è un bambino diverso. Quando smettiamo di misurare i figli degli altri su una scala di prestazioni. Quando insegniamo che la fragilità non è una colpa. Quando scegliamo di non lasciare sola una famiglia. Quando difendiamo un servizio, una scuola inclusiva, un insegnante di sostegno, un’associazione, un luogo della memoria. La democrazia non si perde soltanto nei palazzi del potere. Si indebolisce nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle parole che lasciamo passare, nelle discriminazioni che smettiamo di notare perché ci siamo abituati. Ecco perché Bernburg ci riguarda. Non perché la storia debba ripetersi in modo identico. Ma perché ci mostra quanto può diventare pericoloso il momento in cui una società ricomincia a classificare gli esseri umani, a stabilire chi è utile, chi è normale e chi è soltanto un peso. Il pericolo non è altrove. È in Europa. È dentro il dibattito pubblico. E rischia di fare passi avanti da gigante. Forse la cosa più grave è che continuiamo a guardare da un’altra parte, come se la tutela dei diritti fosse qualcosa di ormai acquisito per sempre. Non lo è. E allora dobbiamo ricordare. Ma soprattutto dobbiamo scegliere. Perché la tenuta di una società non si decide soltanto nelle urne. Comincia da noi. Dalla scuola. Dalla famiglia. Dalla strada. Da una panchina. Da quel gesto semplice che dice a una persona: tu qui hai il diritto di stare. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Alain e la sua idea di inclusione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Non ce la facciamo da soli proviene da Comune-info.
September 3, 2026
Comune-info
Erre Push: «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Serve tutto»
Vent’anni dopo l’assassinio di Renato Biagetti, il suo ricordo passa ancora attraverso musica, fumetti, incontri, feste e libri. Erre Push segue questa storia fin dai primi anni. Nel 2007 ha realizzato con Zerocalcare La politica non c’entra niente. Dieci anni dopo è arrivato Prossima fermata. Una storia per Renato, pubblicato nel 2016 all’interno della campagna Io non dimentico e oggi rieditato insieme a Cronache Ribelli e Tekio Kairos. Nel 2026 Storie per Renato. Speciale Antifa!nzine allarga ancora il progetto: tante pagine di fumetti, illustrazioni e testi di decine di autori e autrici, costruite attorno alla memoria di Renato e ai linguaggi dell’antifascismo contemporaneo. Il punto di partenza è Renato stesso. La persona che era, prima che la sua morte lo trasformasse in un nome pubblico: «Abbiamo sempre cercato di evitare la retorica e di non trasformare Renato in una figura mitica, in una specie di eroe». Da questa scelta prende forma il racconto. Renato resta dentro la sua vita quotidiana, nelle relazioni, nei luoghi e nelle persone che lo hanno conosciuto. «Era una persona normalissima. Quello che gli è successo poteva capitare a chiunque di noi, politicizzato o meno, militante o meno». La memoria, in questi vent’anni, ha preso forme molto diverse. I fumetti rappresentano una parte di questo percorso. La musica, Renoize, gli appuntamenti a Focene e le iniziative pubbliche hanno costruito altri spazi di elaborazione. Erre descrive questa pratica come un modo per tenere vivo il ricordo attraverso esperienze condivise, lontano da una memoria «asfittica, sterile e retorica». DOVE TUTTO È POTUTO SUCCEDERE Fin dai primi lavori dedicati a Renato, Erre Push e Zerocalcare hanno spostato lo sguardo sul clima in cui maturò l’omicidio. «Non abbiamo costruito le storie intorno alla figura di Renato. Ci interessava raccontare il contesto che aveva reso possibile tutto questo». Quel contesto comprende la crescita delle organizzazioni neofasciste, le aggressioni, gli assalti ai centri sociali, la diffusione di linguaggi razzisti e la progressiva legittimazione pubblica di certe culture politiche. Un «contesto fascistoide», dice Erre, capace di costruire un terreno favorevole alla violenza. Prossima fermata racconta una violenza che cresce nella quotidianità. Le aggressioni hanno un contesto, una storia e una rete di responsabilità. L’indifferenza occupa un posto preciso in questa catena. Per Erre, la responsabilità politica di chi “guarda e lascia correre” accompagna da sempre la violenza pubblica. Oggi assume un peso maggiore per la quantità di immagini e testimonianze a disposizione. «Viviamo un genocidio in diretta e vediamo, attraverso i video, la repressione e le violenze della polizia mentre accadono. Abbiamo davanti agli occhi prove immediate di ciò che sta succedendo. In qualche modo non abbiamo più scusanti per essere indifferenti». > Il nodo resta la capacità di riconoscere il processo che precede l’atto. «Una > violenza fascista che emerge dentro la quotidianità non viene dal nulla». È lo stesso principio che guidava La politica non c’entra niente, una breve storia romanzata che denunciava la crescita dei gruppi neofascisti collegandola a una catena di responsabilità politiche e culturali. Erre richiama gli anni dei governi Berlusconi, lo sdoganamento delle forze postfasciste e il rafforzamento di gruppi come CasaPound e Forza Nuova. Da quel livello istituzionale, sottolinea, certi discorsi scendono nella società, circolano, per poi essere interiorizzati. Il passaggio successivo riguarda le persone che trasformano quei discorsi in violenza, in un atto concreto. UNA MEMORIA COSTRUITA DA MOLTE VOCI Il racconto pubblico della morte di Renato diventò immediatamente un terreno di conflitto. Erre ne ricorda i giorni successivi e la necessità, per la comunità che circondava Renato, di reagire alla rappresentazione della «rissa fra balordi». «In quei giorni ristabilire la verità è stato necessario, fondamentale. Tutt’altro che semplice». La formula della rissa cancellava la natura politica dell’aggressione e la inseriva dentro una cronaca priva di contesto. La stessa dinamica, ricorda Erre, aveva accompagnato altri episodi avvenuti a Roma. Le aggressioni venivano spesso ridotte a scontri tra gruppi, conflitti personali, episodi di ordine pubblico. Per la comunità di Renato, definire quella morte un assassinio fascista significava costruire una verità pubblica capace di nominare il contesto e le responsabilità. Erre chiarisce anche il rapporto con la dimensione giudiziaria. > «Non cercavamo vendetta contro quei due miserabili che hanno ucciso Renato, > anche per tenere fede a una promessa che abbiamo mantenuto nel tempo. Quello > che volevamo era ristabilire con forza la verità e dire chiaramente che si era > trattato di un’aggressione fascista». La dimensione collettiva era già presente in Prossima fermata. Il volume raccoglieva le parole di amici, amiche, compagne, compagni e familiari di Renato. La pubblicazione offrì a diverse persone uno spazio pubblico per raccontare ricordi, esperienze e un dolore ancora difficile da esporre pubblicamente. Tra le molteplici voci, c’era quella di Laura, presente la notte dell’aggressione. «Rendere pubblico quel dolore è stato difficile, ma necessario» conclude Erre. Con Storie per Renato questa impostazione assume una forma ancora più stratificata. Il volume coinvolge realtà dell’editoria indipendente, illustratori, illustratrici e autori con percorsi e sensibilità eterogenee.  Gli artisti coinvolti hanno affrontato il lavoro da prospettive autonome. Alcuni hanno lavorato sul tema della polizia, altri direttamente sulla figura di Renato, altri ancora hanno costruito storie attorno all’antifascismo. Questa pluralità permette alla memoria di passare da una generazione all’altra senza irrigidirsi in una forma unica. Erre parla di una «catena di memoria», in cui chi ha vissuto direttamente quegli anni mette in circolo racconti, immagini e strumenti che possono arrivare a chi quella storia la incontra oggi per la prima volta. Le scuole hanno un ruolo centrale in questo passaggio, perché sono uno dei luoghi in cui questi racconti possono diventare conoscenza, confronto e presa di posizione. Il problema, allora, diventa come far arrivare quella storia a chi viene dopo, soprattutto ai più giovani. Nel 2007 Erre e Zerocalcare scelgono il fumetto perché consente di tenere insieme immagini, racconto e contesto politico in una forma immediata. È anche il linguaggio che conoscono meglio. «Io e Michele facciamo questo mestiere. Avevamo gli strumenti per raccontare la storia di Renato in questo modo». Quella scelta ha continuato a funzionare negli anni proprio perché ha cambiato forma. Storie per Renato coinvolge artisti con percorsi diversi, molti dei quali estranei agli ambienti militanti tradizionali. La posizione antifascista resta comune, mentre il linguaggio visivo cambia da autore ad autore. Per Erre questa varietà ha un valore politico preciso. «Affrontare l’antifascismo da punti di vista diversi aiuta anche a rinnovarne il linguaggio, che negli ambienti militanti è rimasto spesso troppo uguale a se stesso». «NON BASTA NIENTE, SERVE TUTTO» Sul piano delle pratiche, Erre rifiuta l’idea di una formula unica. La forza dell’antifascismo, nella sua lettura, nasce dalla combinazione di strumenti diversi: produzione culturale, presenza nelle strade, organizzazione politica, comunicazione, collettivi, letture, incontri, musica. «Per fare antifascismo non basta una cosa sola. Non basta un fumetto o un libro, non basta leggere, non basta fare una scritta sul muro, non basta stare sulle strade, non basta formare un collettivo. Non basta niente, serve tutto». Usa una parola importante: attitudine. «Dobbiamo creare e diffondere un’attitudine antifascista, imparare a riconoscere il problema e intervenire subito, senza far finta che non esista». > Anche il linguaggio richiede movimento e la ricerca di forme nuove che > sappiano parlare a persone ed esperienze differenti, soprattutto quando il > confronto riguarda le nuove generazioni, che rappresentano uno dei terreni > principali su cui questa ricerca si misura. Erre sposta l’attenzione dall’idea di educare i giovani alla necessità di ascoltarli, riconoscendo che chi ha attraversato stagioni politiche precedenti può trasmettere esperienze e strumenti, mentre le generazioni più giovani portano esigenze, codici e linguaggi che chiedono di essere compresi. «Forse i giovani hanno meno bisogno di essere guidati di quanto pensiamo. Se li ascoltiamo e proviamo a capire le loro esigenze e i loro linguaggi, possiamo imparare qualcosa anche noi». IL SORRISO DI RENATO Alla fine del racconto, Erre torna a un ricordo personale. Conobbe Renato al Cinodromo, dove giocarono insieme qualche torneo di calcetto. Di lui conserva soprattutto un’impressione. «Non credo di romanticizzare, ma ho questo ricordo: lui era un buono. E quel sorriso bellissimo, in fondo, non mentiva. C’è un episodio che gli amici di Renato ricordano spesso: una giorno, un ragazzo lo ferì tirandogli un posacenere in testa e lui calmò gli altri, dicendo di non preoccuparsi perché non era successo niente di grave. Lo racconto perché rende bene l’idea di come fosse Renato ed è una cosa che gli amici che lo conoscevano da sempre hanno ribadito tante volte». Dentro questi ricordi torna l’immagine da cui era partito tutto il discorso. Un’impressione rimasta intatta nel tempo di una persona lontana dalla violenza, legata ai luoghi, agli amici e alla musica che hanno segnato la sua vita. «Ho sempre avuto la sensazione che Renato non avrebbe mai potuto fare del male a nessuno. Ecco, questa cosa me la porto sempre un po’ dentro». Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. 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September 2, 2026
DINAMOpress
Il fallimento dell’umanità
-------------------------------------------------------------------------------- Incontro internazionale promosso dalla comunità zapatiste “de Artes, Resistencias y Rebeldías”. Foto Radio Pozol: agosto 2026 -------------------------------------------------------------------------------- Per chi si interroga oggi sulle sorti dell’umanità, è utile riflettere sulla nozione giuridica di fallimento. La richiesta della dichiarazione di fallimento da parte di un imprenditore che si trovi in dissesto finanziario e non può far fronte ai propri debiti è volta innanzitutto a tutelare i creditori, ma, nello stesso tempo, a limitare la responsabilità del debitore, escludendo dal fallimento i beni e i diritti di carattere personale e quanto necessario al mantenimento suo e dei familiari. Importante è la figura del curatore (o dei curatori), nominati dal giudice per amministrare il patrimonio fallimentare e compiere le operazioni necessarie al soddisfacimento degli interessi dei creditori e alla tutela del debitore fallito. I creditori, dal canto loro, si costituiscono in un comitato che collabora col curatore nello svolgimento delle procedure necessarie. È possibile assimilare la condizione attuale dell’umanità a quella di un imprenditore obbligato a dichiarare il proprio fallimento. Poiché è certo che essa non è più in grado di far fronte ai debiti che è andata progressivamente assumendo rispetto alla terra in cui vive (includendo in essa anche l’atmosfera, non meno contaminata del suolo). Il comitato dei creditori comprenderebbe, oltre ai rappresentanti della terra e dell’aria in tutti i loro aspetti, anche quelli delle specie viventi scomparse o minacciate di scomparsa. Quanto ai curatori, essi potrebbero formare un comitato, di cui farebbero parte dei saggi nominati da ciascuna nazione, allo scopo di soddisfare gli interessi dei creditori, cercando allo stesso tempo di assicurare la sopravvivenza dell’umanità fallita. Ci si può chiedere se questa procedura riuscirebbe a raggiungere gli scopi che si propone, ma è certo che essa rappresenta l’unica possibilità concreta di salvezza per un’umanità in stato di completo dissesto spirituale (che, come sempre, si traduce in dissesto in ogni ambito della sua vita). Credere, come oggi spesso si finge di credere, che i singoli stati e le organizzazioni internazionali possano contemperare i loro interessi economici e politici con la propria sopravvivenza, senza prendere radicalmente coscienza del proprio stato di fallimento e di insolvenza rispetto alla terra in cui vivono, è una illusione, spesso mantenuta in mala fede. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE: > Congiuntura e rivoluzione -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il fallimento dell’umanità proviene da Comune-info.
September 2, 2026
Comune-info
Come si torna a vedere con i propri occhi?
-------------------------------------------------------------------------------- Coperta per Gaza. “Movimento 4 settembre”, Campobasso (foto Gaza FREEstyle) -------------------------------------------------------------------------------- «Fabbrico fake news». È Eli Hazan a pronunciare queste parole, secondo quanto riportato da un video circolato in questi giorni. Hazan è un uomo che ha lavorato ai vertici della comunicazione politica israeliana. Una dichiarazione che spiazza, alla quale se ne aggiunge subito un’altra: «La verità non conta più. I fatti non contano più». Hazan descrive i social media come un campo di battaglia, un luogo nel quale Israele deve combattere una guerra online contro i suoi oppositori e nel quale, apparentemente, l’accuratezza dei fatti può diventare secondaria. Israele sta riversando somme senza precedenti nella comunicazione e nella propaganda, nel tentativo di contrastare il crollo del sostegno internazionale seguito a ciò che è accaduto a Gaza. Siamo di fronte a una guerra informativa nella quale è la verità stessa a diventare qualcosa da abbattere. Ma forse non è solo la verità l’obiettivo. È lo sguardo. Fabbricare fake news non significa soltanto inventare fatti falsi, significa decidere cosa deve entrare nel campo visivo di milioni di persone e cosa deve restarne fuori. Quale immagine di Gaza arriva, e quale no. Quale corpo si vede, e quale viene tenuto ai margini dell’inquadratura. Non basta più che le guerre si combattano sul terreno. Si combattono anche su X e TikTok, nei motori di ricerca, nelle immagini, negli hashtag, perfino nelle risposte che riceviamo dalle intelligenze artificiali. Si combattono, cioè, per il controllo di ciò che possiamo vedere. E quando viene distrutta la fiducia nella possibilità stessa della verità, vince chi decide cosa mettere davanti ai nostri occhi. Il vero obiettivo della propaganda contemporanea non è sempre convincerti di una menzogna. A volte è molto più semplice: convincerti che non esiste più alcuna verità possibile, e intanto continuare a scegliere, al posto tuo, che cosa guardare. Quando succede questo, la democrazia diventa fragilissima. Una democrazia può sopravvivere al dissenso. Può sopravvivere a opinioni radicalmente opposte. Ma difficilmente può sopravvivere se i cittadini non condividono più nemmeno uno sguardo comune da cui partire per discutere. Siamo entrati in un’epoca nella quale gli Stati non combattono soltanto per convincere l’opinione pubblica. Combattono per costruire l’ambiente visivo nel quale l’opinione pubblica formerà le proprie convinzioni. Ed è qui che torna in mente Günther Anders. Prima di molti altri, Anders aveva visto una frattura fondamentale del mondo contemporaneo: la distanza sempre più grande tra ciò che siamo capaci di produrre e ciò che siamo capaci di immaginare, la chiamava la sproporzione prometeica, e la pensava a proposito della bomba atomica: sapevamo costruirla, non sapevamo più sentirne per intero le conseguenze. Prendendo in prestito la sua intuizione, dovremmo chiederci se oggi quella stessa sproporzione non riguardi anche le parole e le immagini. Abbiamo costruito sistemi capaci di produrne più di quante possiamo leggere, immagini più numerose di quante possiamo verificare, versioni dei fatti più rapide di quanto possiamo confrontarle. È forse questa la nuova sproporzione: da una parte apparati capaci di produrre e moltiplicare incessantemente informazioni, immagini e narrazioni; dall’altra noi, con il nostro tempo limitato, la nostra attenzione fragile, la fatica di capire e di guardare davvero, non solo di ricevere ciò che ci viene messo davanti. A un certo punto ci stanchiamo. E diciamo: non credo più a niente. Ma è proprio allora che diventiamo più vulnerabili. Perché il punto non è soltanto la crisi della verità: è ciò che accade quando, smarrita la fiducia nella verità, ci consegniamo alla realtà costruita da qualcun altro, a uno sguardo che non è più il nostro. E allora chiediamoci: come si torna a vedere con i propri occhi? Non a una certezza facile, perché la realtà è complessa, contraddittoria, difficile da comprendere. Va cercata, ascoltata. A volte ci costringe a cambiare idea. Ma continua ad accadere. Anche quando nessuno la racconta, anche quando nessuno la inquadra per noi. È nelle vite delle persone, nelle cose piccole che spesso non fanno notizia e che per questo restano, di regola, fuori campo. Se il potere si gioca sempre di più su chi decide che cosa vediamo, allora vedere ciò che nessuno ha interesse a mostrarti diventa, forse, un piccolo atto politico. Spesso incontro, davanti al suo portone, una signora molto anziana. È curva. Accanto a lei ci sono il suo deambulatore e una piccola spesa. Per entrare in casa deve superare una rampa di scale prima di raggiungere l’ascensore. E allora aspetta. Non chiede nulla. Non chiama nessuno. Aspetta semplicemente che qualcuno passi e si accorga di lei. Che qualcuno veda il deambulatore. La piccola borsa della spesa. Che veda lei. La fatica di quella rampa di scale. E capisca, senza che lei debba dirlo, che da sola non può farcela. Perché chiedere, a volte, è faticoso. È doloroso. Ogni volta penso che forse la realtà comincia proprio da qui: da qualcuno che nessun algoritmo ha interesse a mostrarci, e che aspetta comunque, davanti a noi. Dal nostro sguardo, quello vero, non quello che qualcun altro ha già deciso per noi. Possiamo discutere per ore del mondo, indignarci, condividere notizie, litigare per affermare le nostre ragioni. E poi passare accanto a quella signora senza vederla. La realtà, forse, era lì. Davanti a noi. Ad aspettare che qualcuno, per una volta, decidesse di guardare con i propri occhi. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Come si torna a vedere con i propri occhi? proviene da Comune-info.
September 1, 2026
Comune-info
Renoize. La memoria è un esercizio quotidiano
Sono passati vent’anni dall’omicidio di Renato Biagetti. L’ennesimo omicidio fascista in una Repubblica formalmente antifascista. Il 27 agosto 2006 Renato viene ucciso a Focene, sul litorale romano, da due giovani figli di quella cultura intrisa d’odio per chiunque non sia disposto a subire passivamente il suo dominio. Vent’anni dopo la sua storia continua a vivere nelle persone, nelle relazioni, nelle iniziative e nelle lotte che hanno impedito che quella notte diventasse soltanto una data da ricordare. Come per altre persone uccise dalla violenza fascista, familiari, compagnx e amicx hanno denunciato fin dal primo momento la matrice di quell’omicidio e non hanno mai smesso di agire e ricordare. Tra loro le Madri per Roma Città Aperta, che con il loro impegno camminano al fianco delle Abuelas e alle Madres de Plaza de Mayo argentine e alle Madres Buscadoras messicane e delle tante madri che, in ogni parte del mondo, lottano per le e i proprx figlx uccisx e desaparecidxs: esperienze diverse e lontane, parte di una stessa costellazione di donne capaci di trasformare la memoria e il dolore in ricerca della verità e della giustizia sociale attraverso l’azione collettiva. È all’interno di questo movimento della memoria e dell’azione antifascista che, come Cronache Ribelli, abbiamo deciso di partecipare al percorso Io non dimentico 2026 per il ventennale dell’omicidio di Renato. Abbiamo deciso di farlo con i nostri strumenti: i libri e le pratiche editoriali. Abbiamo preso parte a questo cammino prima, insieme a Tekio Kairos, dando vita alla nuova edizione di Prossima fermata. Una storia per Renato di ERRE PUSH e Zerocalcare. Poco dopo, partendo da una proposta di ERRE e dal felice incontro con lx compagnx di Antifa!nzine, lo abbiamo fatto con un nuovo progetto: Storie per Renato. Speciale Antifa!nzine, costruito insieme ad Antifa!nzine, Free Ink Comix e Tekio Kairos. > Due libri diversi, accomunati dall’arte che si fa strumento di memoria > collettiva e denuncia sociale, uniti dall’amore per Renato ma anche dalla > complicità politica tra persone che condividono le pratiche dell’antifascismo, > della cultura e dell’organizzazione sociale dal basso. Tra queste, appunto, c’è anche l’editoria indipendente, che oltre ai contenuti può dare vita a pratiche concrete di mutuo appoggio per promuovere progetti e realtà con cui si condividono e si vogliono intrecciare i cammini. Perché sostenere una lotta, un festival, un progetto o una comunità nutre reciprocamente. Come il Festival Antifa Renoize, che da quasi vent’anni trasforma il ricordo di Renato in cultura, musica e organizzazione dal basso, per continuare a combattere il fascismo. UNA MEMORIA CRITICA La memoria critica è un esercizio quotidiano di analisi del reale capace di ricostruire quello che è accaduto e allo stesso tempo di interrogare il presente, spostando lo sguardo dal singolo episodio al contesto che lo ha reso possibile. Ricordare Renato significa raccontare il suo omicidio e chiamare fascista la violenza che lo ha ucciso. Significa anche domandarsi in quale terreno quella violenza sia cresciuta e quale terreno continuiamo a costruire intorno a noi. È qui che la memoria critica diventa pratica politica: quando non si limita a conservare una storia, ma permette di riconoscere nel presente le condizioni che l’hanno resa possibile e ci interroga su ciò che facciamo per trasformare la realtà che ci circonda. Dieci anni fa Prossima fermata, recuperando le analisi dei movimenti Antifascisti che seguirono l’omicidio di Renato, parlava dell’«insostenibile slittamento a destra» del paese e individuava tre livelli del neofascismo emergente: quello istituzionale, con partiti xenofobi e razzisti che assumono posizioni di potere; quello intermedio, con organizzazioni neofasciste che agiscono attraverso intimidazioni, aggressioni e omicidi; quello sociale, dentro una pericolosa deriva mediatica, e conseguentemente culturale, intrisa d’odio che viene promossa come risposta reazionaria nei periodi di crisi. A dieci anni da quel libro e venti dall’omicidio di Renato è tristemente evidente che quell’analisi non appartiene al passato. > Il fascismo si riproduce nelle relazioni che quotidianamente lo alimentano e > lo riproducono: nella guerra, nei discorsi sessisti, razzisti e classisti, > nella costruzione continua di un nemico, nell’autoritarismo, nella repressione > delle lotte, nella competizione e nella violenza neoliberista. Non rinasce con l’azione di un singolo o con l’attività delle organizzazioni che lo rivendicano esplicitamente attraverso parole, aggressioni e omicidi. Abitudine e conformismo, insieme all’accettazione acritica di relazioni intrise di odio e violenza, contribuiscono a riprodurlo. C’è naturalmente una differenza tra chi organizza e pratica consapevolmente la violenza fascista e chi riproduce comportamenti e relazioni che appartengono a una cultura classista, autoritaria, razzista e patriarcale. Mentre i primi vanno combattuti frontalmente, sul terreno sociale bisogna produrre consapevolezza, praticare alternative concrete e costruire nuove forme di organizzazione sociale e politica. Rompere con le narrative del potere e non riprodurlo. > La memoria critica come pratica antifascista ha uno sguardo ampio. Uno sguardo > che mette in relazione lotte che nascono in territori e condizioni differenti > senza cancellarne le specificità. Perché il fascismo che abbiamo davanti non è > soltanto italiano. Oggi come ieri, in molte parti del mondo assistiamo alla crescita di destre radicali e autoritarie e alla costruzione di una nuova internazionale nera. Cambiano linguaggi e contesti, ma ritornano nazionalismo, razzismo, patriarcato, costruzione del nemico, repressione delle lotte e difesa di un sistema economico fondato sullo sfruttamento delle persone, degli animali e della vita. Per questo l’antifascismo non può che essere una pratica internazionalista e anticapitalista. Foto di Daniele Napolitano NON CHI SIAMO MA COSA FACCIAMO Una domanda che riguarda direttamente anche il nostro modo di fare editoria. Cronache Ribelli nasce dalla volontà di creare uno spazio di racconto storico alternativo a quelli dominanti, mettendo al centro le vicende delle classi popolari, delle minoranze, delle soggettività oppresse e delle loro lotte. Quando il nostro progetto è diventato anche editoriale abbiamo cercato di non separare le storie che raccontiamo dal modo in cui scegliamo di produrle e farle circolare. Siamo e restiamo una realtà radicale e indipendente. Tutte le nostre pubblicazioni e attività culturali sono finanziate attraverso il supporto delle persone che ci leggono. Fin dalla prima pubblicazione abbiamo rifiutato la grande distribuzione scegliendo di non vendere nei grandi siti di e-commerce e nelle grandi catene librarie. Abbiamo costruito invece un rapporto diretto coi nostri lettori attraverso il nostro impegno sui social e il nostro shop online, e mediante una rete fatta di librerie indipendenti, banchetti e presentazioni in giro per il Paese, tra spazi sociali e festival indipendenti. Tutto il nostro lavoro è strutturato in modo orizzontale. Non esistono gerarchie all’interno del collettivo e nei confronti delle persone con cui collaboriamo. Rifiutiamo categoricamente l’editoria a pagamento e riconosciamo il lavoro di autorx e collaboratricx. Questa scelta nasce anche da una critica del sistema editoriale nel quale ci muoviamo. Per molte case editrici il profitto è diventato l’unica bussola, tanto nei rapporti di lavoro quanto nelle logiche di produzione e nella scelta dei testi. Le proposte vengono valutate prima per la loro vendibilità e poi per il loro contenuto, mentre fanno fatica proprio i libri che hanno un valore sociale, sviluppano il pensiero critico e tendono a far riflettere. Noi proviamo a percorrere una strada diversa: pubblicare testi che riteniamo meritevoli e interessanti dal punto di vista divulgativo, farli circolare e conoscere ad un pubblico ampio. > Restare fuori da un meccanismo radicato e totalizzante è faticoso, ma in > questi anni abbiamo sperimentato concretamente che è possibile, giorno dopo > giorno, tracciare una strada dove non c’era. Il nostro modo di concepire la divulgazione, l’editoria e soprattutto l’organizzazione del lavoro è strettamente legato alla storia che vogliamo raccontare e di cui ci sentiamo parte. Una storia che denuncia la questione editoriale in questo paese: un monopolio oligarchico e capitalista che strangola case editrici e librerie, mentre soffoca la passione di autricx e lettorx. Per noi indipendenza non significa però autosufficienza o isolamento. Se possiamo scegliere di stare fuori dalla grande distribuzione è perché non siamo soli. Ci sono le nostre lettrici e i nostri lettori. Non è facile ma ci impegniamo ogni giorno per promuovere un movimento più ampio, di una costellazione di realtà, spazi, collettivi, librerie e progetti con cui costruiamo relazioni fatte di mutuo appoggio, riconoscimento e nutrimento reciproco. Nessunx di noi vive fuori dalle contraddizioni economiche e sociali del presente. Proviamo ad affrontarle costruendo forme di cooperazione e sostegno capaci di rendere materialmente possibili esperienze indipendenti. Una libreria sostiene una casa editrice indipendente, uno spazio sociale permette alle storie di circolare, un festival mette in relazione esperienze differenti, un libro benefit restituisce risorse a una lotta o a un progetto. Sono convergenze virtuose tra militanza, generosità sociale e solidarietà che permettono a ciascuna realtà di esistere e, insieme, di nutrire le altre. Ma tutto ciò non è scontato, non è facile e purtroppo troppo spesso vive solo in rare e felici complicità ma stenta a generalizzarsi in un fare consapevole e orientato tanto nell’editoria come in altri campi dell’agire sociale. Anche così intendiamo il nostro essere parte dei movimenti: attraverso le complicità che costruiamo nei contenuti che proponiamo, nelle pratiche che agiamo e in quelle che sogniamo possano continuare a intessersi nella società. > Da qui continuiamo a interrogarci: come ricostruire complicità e solidarietà > in una società sempre più individualizzata e frammentata? Come costruire > legami, pratiche e forme di cooperazione sociale anticapitaliste nei contesti > in cui viviamo? È nell’impegno quotidiano, dentro questa costellazione di pratiche e culture politiche che incontriamo le lotte sociali, antifasciste, antirazziste e antisessiste, quelle contro l’abilismo, così come l’esperienza zapatista, l’autonomia e la resistenza del confederalismo democratico, le lotte antispeciste, le tante forme attraverso cui comunità e movimenti provano a costruire spazi di autonomia, autogoverno e cooperazione. Sono percorsi differenti ma capaci di condividere pratiche, linguaggi e speranze mantenendo le proprie peculiarità. Una costellazione planetaria di lotte alla ricerca di complicità internazionaliste. Foto di Daniele Napolitano DALLA MEMORIA ALLE MEMORIE L’omicidio di Renato è parte di una lista di assassini compiuti dall’estremismo nero contro compagnx e militanti antifascisti. Per questo, in dialogo con familiari, compagnx, amicx e persone che hanno conosciuto direttamente quelle storie, ad archivi, centri di documentazione e realtà che negli anni hanno lavorato sulla memoria dell’antifascismo e della violenza fascista stiamo lavorando a un progetto dedicato ai compagnx uccisx per mano fascista dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Una sorta di almanacco della memoria antifascista, semplice e divulgativo che restituisca la profondità storica e la dimensione complessiva del fenomeno, attraverso il quale vogliamo promuovere una campagna nazionale, entrando in sinergia con chi già lavora su questo tema perché parchi, vie, piazze, monumenti e altri luoghi pubblici ricordino questx compagnx e le loro storie. > È un progetto ancora in costruzione, ma nasce dalla stessa domanda che > attraversa Prossima fermata e Storie per Renato: cosa facciamo della memoria? Mettere insieme queste storie significa provare a restituire la continuità storica e la dimensione della violenza fascista, ma anche le relazioni, le lotte e le pratiche che l’hanno combattuta. Impedire che ogni omicidio rimanga isolato nel proprio tempo e che ogni anniversario finisca per richiudersi su sé stesso. Perché la memoria critica mette in relazione: non riguarda soltanto il modo in cui raccontiamo il passato ma interroga il modo in cui organizziamo il presente e proviamo a costruire le condizioni perché quella violenza non possa riprodursi. Pubblicare libri antifascisti non basta. L’antifascismo riguarda anche le relazioni che costruiamo, il modo in cui lavoriamo e ci organizziamo, gli spazi che attraversiamo e sosteniamo. Rompere con le narrative del potere significa anche provare a non riprodurne le forme. È per questo che continuiamo a credere nei libri come strumenti che possono raccogliere una storia e rimetterla in movimento, farla circolare tra persone che non la conoscevano, mettere in relazione generazioni e percorsi differenti. Continuiamo a credere nei libri che possono nascere dentro una lotta e contribuire materialmente a sostenerla. In questi anni abbiamo provato a dare il nostro contributo alle cause in cui crediamo attraverso quello che sappiamo fare e ci appassiona: raccontare storie, pubblicare libri e farli vivere fuori dalle loro pagine, nelle presentazioni, nelle scuole, nelle librerie indipendenti, negli spazi sociali, nei festival, nelle iniziative e nelle lotte. > Vogliamo essere parte di quell’ingranaggio collettivo che chiamiamo memoria > critica: una memoria che nel presente produce anticorpi per combattere le idee > e le strutture sociali che producono il fascismo. Ma ricordare non basta: dobbiamo prima di tutto costruire, giorno dopo giorno, pratiche capaci di riconoscersi e rafforzarsi reciprocamente. Pratiche fondate sul mutuo appoggio, sull’autonomia, sulla solidarietà, sulla cooperazione, sul bene comune. Sono la forza, la profondità e il successo di queste pratiche a determinare la nostra possibilità di vincere la partita della Storia contro il fascismo e contro tutte le forme di oppressione.  Per comprare il libro: https://cronacheribelli.it/products/storie-per-renato-speciale-antifa-nzine Immagine di copertina di Daniele Napolitano Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Renoize. La memoria è un esercizio quotidiano proviene da DINAMOpress.
August 31, 2026
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