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Sostituzione Meccanica: Philip K. Dick, il Dominio e il Sabotaggio
David Lapoujade, Mondi che cadono a pezzi. Versioni di Philip K. Dick , Torino, Einaudi 2026, pp. 167, Euro 20,00 stampa Come si è potuti arrivare dal Cogito Cartesiano al vero e proprio delirio della filosofia contemporanea? La filosofia del Ventesimo e Ventunesimo secolo, soprattutto nell’opera di alcuni filosofi francesi contemporanei, è una filosofia del delirio, della follia: ci insegna che dobbiamo cominciare a delirare, a uscire dal solco della filosofia convenzionale, se vogliamo andare oltre i rigidi schematismi della realtà sociale ed economica contemporanea. Jacques Derrida proponeva di uscire dalla Metafisica Occidentale decostruendola dal di dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari proponevano di uscire dal capitalismo tramite la schizo-analisi. Questo filosofi sono gli eredi di una tradizione di filosofia anti-metafisica che ha preso le mosse proprio dalla critica del Cogito cartesiano: si arriva a dubitare di tutto, anche della famosa formula “Cogito ergo sum” – “Penso dunque sono”. Perchè, in definitiva la domanda vera è: “Ma io chi sono?” (la stessa domanda che si ponevano gli gnostici…) “E se penso – e qui interviene la svolta filosofica geniale di Philip K. Dick, il suo scetticismo radicale –  siamo sicuri che io sia un essere umano?”   Il sé, che è stato posto a fondamento di tutta la filosofia dal Settecento in poi, potrebbe essere espressione non già di un essere umano, bensì di una cosa pensante. Ma la domanda più drammatica – ripresa da David Lapoujade in questa sua analisi filosofica delle opere di Philip K. Dick –  è: “Che cosa mi assicura che i miei pensieri non provengano da un’entità che ha preso il controllo del mio cervello?” Giustamente Lapoujade, docente di Filosofia presso l’Università di Parigi Panthéon-Sorbonne, allievo di Gilles Deleuze, fa notare l’assonanza tra il nome del protagonista di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Deckard, e Descartes, cioè Cartesio. Dunque il Cogito di Cartesio – che fu al centro di una celebre disputa tra Michel Foucault e Jacques Derrida sul Cogito e la follia – subisce un curioso rovesciamento: non più “Penso dunque sono”, ma “Penso dunque sono…una macchina”. Dick introduce le macchine pensanti nelle sue storie, macchine che a poco a poco prendono il sopravvento sugli umani, fino a sostituirli completamente, grazie alla loro abilità nel rispondere al Test di Turing, cioè grazie alla loro abilità nel far credere di essere degli esseri umani, anzi a volte inconsapevoli essi stessi di non essere umani. E per quanto riguarda il celebre Test Voight-Kampff, il Test dell’Empatia inventato da Dick, androidi sempre più sofisticati saranno sempre più bravi a fingere una reazione empatica alle domande….; oppure addirittura arriverà un giorno in cui gli androidi stessi cominceranno ad avere paura di morire, paura di essere “ritirati” o che il loro periodo di vita sia destinato a scadere, e si rivolgeranno al loro Dio (Tyrrel) chiedendogli di prolungargli la vita. Uno di loro addirittura – Roy Batty – arriverà a uccidere il suo Dio. Il Dio degli Androidi viene ucciso. Se non è filosofia questa….   Per arrivare a mettere in dubbio la nostra realtà di tutti i giorni, la realtà fenomenica, è necessario naturalmente assumere un atteggiamento paranoico, un atteggiamento che comincia a manifestarsi in America con il maccartismo e culmina con la Presidenza di Richard Nixon. Qualcuno ha scritto che il vero paranoico si guarda intorno e comincia a sospettare non solo che tutti stiano cospirando contro di lui, ma che tutto stia cospirando contro di lui. Anche le macchine che dovrebbero essere al nostro servizio, gli elettrodomestici o il telefonino, ci spiano continuamente e, con la nuova tecnologia dell’Internet of Things, possono tranquillamente scambiarsi informazioni e letteralmente complottare contro di noi. Quindi facciamo bene a non fidarci delle macchine, facciamo bene ad essere paranoici, anzi, non lo siamo mai abbastanza…. In un futuro non tanto lontano, saremo aspramente rimproverati dal frigorifero o dalla lavatrice perché ci siamo dimenticati di comprare il burro o di mettere l’ammorbidente… A Dick ovviamente, essendo cresciuto nell’America degli anni Cinquanta e Sessanta, in cui la paranoia era ovunque, è bastato accentuare questo atteggiamento innato nell’uomo contemporaneo, per arrivare a dubitare dei fondamenti stessi della realtà, per arrivare a intuire alcune delle problematiche più scottanti del mondo di oggi. Di qui la dirompente carica filosofica dei suoi scritti. In uno dei capitoli del Libro, Lapoujade spiega come per Dick alla base di tutto ci sia la sofferenza, la sofferenza e la solitudine dello scrittore che è troppo avanti rispetto al suo tempo, propone idee che gli altri non riescono neanche a concepire, e questo lo condanna all’isolamento. La vera creatività, la vera originalità la si conquista con la sofferenza, affrontando le innumerevoli umiliazioni che comporta essere uno scrittore di un genere bistrattato come la fantascienza nella California degli anni Settanta, costretto a vivere alle spalle della moglie e per un certo periodo, a nutrirsi di cibo per cani, come lo stesso Philip Dick ha ricordato in alcune interviste. L’ultimo stadio della sofferenza, però, non si raggiunge con la sofferenza umana, ma con la sofferenza di un essere che è assolutamente innocente, dunque dell’animale, che soffre a causa dell’uomo e la cui reazione è di puro dolore, di sofferenza allo stato puro. Il ragno torturato dall’androide Roy Batty, per certi aspetti, ricorda il ragno malvagio con cui si identifica Stavroghin ne I Demoni di Dostoevskij. La sofferenza dell’animale diventa paradigma di un nuovo secolo che si sta avvicinando, nel caso dei Demoni era il Ventesimo secolo con i suoi orrori, che derivano dal nichilismo, nel caso di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? si tratta del Ventunesimo secolo, un secolo in cui la sofferenza degli animali e l’ecocidio, la distruzione del pianeta, anzi dell’ ecosfera, è diventata una concreta possibilità….. In vari saggi, Jacques Derrida ha criticato il Cogito di Cartesio, in particolare la nozione cartesiana di animale-macchina, l’affermazione che gli animali siano da considerarsi come delle semplici macchine prive di anima. Rileggendo i testi del seminario di Derrida “La bête et le souverain” (2001-2002), pubblicato nel 2008, in cui il filosofo franco-algerino discute dell’ intelligenza degli animali paragonata all’intelligenza umana, vengono in mente proprio alcune scene di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Viene in mente la voce “Rorarius” nel Dictionnaire Historique et Critique di Pierre Bayle, il grande filosofo precursore dell’Illuminismo, relativa all’umanista del Cinquecento Gerolamo Rorario, nunzio apostolico originario di Pordenone. Rorario scrisse intorno al 1544 il trattato Quod animalia bruta saepe ratione utantur melius homine, sostenendo che gli animali possiedano una forma di ragione strumentale ed empirica, spesso superiore a quella umana, che è invece limitata e incline all’errore. Bayle utilizza la tesi di Rorario per mettere in crisi la concezione cartesiana degli animali-macchina. Cartesio sosteneva che gli animali sono come delle macchine, e dunque sono privi di un’anima: Dick va oltre:  “….dove vanno le anime degli androidi dopo la morte? Ma….se non sono vivi, non possono morire. E se non possono morire, allora saranno con noi sempre. Ma hanno un’anima? E noi, a proposito, ce l’abbiamo?”   (“L’androide e l’umano” 1972). Non solo: leggendo i romanzi di Dick, e in particolare le pagine in cui Dick descrive la sofferenza degli animali (in particolare VALIS, dove la morte ingiustificata del gatto fa vacillare la fede in Dio di Kevin), vengono in mente alcune pagine di Mason&Dixon di Thomas Pynchon, questo bizzarro romanzo storico ambientato nel Settecento, ancora in gran parte inesplorato dalla critica, in cui Pynchon descrive l’anatra meccanica di Jacques de Vaucanson, animale “cartesiano” per eccellenza, e per contrasto alcune pagine di Moby Dick in cui Melville sottolinea la straordinaria intelligenza della Balena Bianca. Insomma, non se ne esce: siamo sempre intrappolati nella vecchia questione delle macchine e degli animali, o degli animali-macchina: Moby Dick soffre, non ci sono dubbi; ma l’anatra di Vaucanson può provare dolore, può provare empatia? Si tratta di uno snodo filosofico fondamentale, della possibilità di estendere il Cogito oltre l’umano, a dei meccanismi creati dall’uomo, che piano piano stanno acquisendo una loro consapevolezza…. L’unica soluzione possibile per contrastare in qualche modo il Dominio assoluto della Tecnologia, sembra essere per Dick l’inganno, la clandestinità, il sabotaggio: “Se, come sembra, stiamo diventando una società totalitaria in cui l’apparato dello Stato sarà onnipotente, i fondamentali principi etici per la sopravvivenza del vero individuo umano saranno: imbrogliare, mentire, fuggire, truffare, procurarsi documenti falsi, costruire nel proprio garage aggeggi elettronici più sofisticati  di quelli in dotazione alle autorità” (“L’androide e l’umano”, 1972). L’unico modo di opporsi al capitalismo contemporaneo, questo meccanismo perfetto che punta a controllare qualsiasi aspetto della nostra vita, a conoscere i nostri pensieri più reconditi – affermò Dick in uno dei suoi famosi discorsi – è attraverso la pratica del sabotaggio: scardinare la società minandone i meccanismi dal di dentro. Se dobbiamo tirare le somme della catastrofe che è stata il Ventesimo Secolo, e delle catastrofi che si preannunciano già nel Ventunesimo, con la possibilità della distruzione totale del pianeta, dell’ecosfera, sullo sfondo di questo disastro si staglia l’unica possibile figura eroica per Dick: il riparatore, il fixer, il bricoleur, colui che in un futuro post atomico sarà in grado di realizzare una radio a galena utilizzando una semplice matita ed alcuni fili di rame… colui che sarà in grado, con mezzi di fortuna di mantenere i contatti con i pochi sopravvissuti all’olocausto nucleare. Il bricoleur, figura ben nota alla filosofia francese, grazie all’opera Il pensiero selvaggio (1962) dell’antropologo Claude Levi-Strauss , è l’eroe quotidiano di Dick, la figura antitetica all’ingegnere o all’uomo-macchina androide. Come scrive lo stesso Lapoujade, per Dick i tuttofare sono le persone più preziose del mondo…. “il bricoleur è l’uomo del tempo di dopo” – l’uomo del dopobomba. “Viene dopo la distruzione. Il bricoleur è l’uomo del futuro.” Non ci dimentichiamo che anche i terroristi dell’11 Settembre si sono comportati da bricoleurs, hanno cioè trasformato un semplice aereo di linea in un missile da scagliare contro uno dei simboli dell’Occidente…. Ecco, magari nel suo prossimo libro, Lapoujade, sulla scia dell’opera “filosofica” Del Terrorismo come una delle Belle Arti di Mario Perniola, ci potrà spiegare anche l’etica e l’estetica del terrorista-bricoleur. Di fronte a questo progresso tecnologico così sofisticato, di fronte alla capacità della scienza di impiantare falsi ricordi nella mente delle persone o degli androidi, ecco che diventa estremamente difficile distinguere tra un umano e una macchina, anzi l’umano comincia a dubitare di essere in realtà un androide, e la macchina se ne va in giro tranquillamente convinta di essere un essere umano. Qui sta la genialità di Dick, una genialità che spazza subito via le assurde disquisizioni su quale sviluppo della tecnologia Dick abbia azzeccato oppure no, rimpiazzandole con una improvvisa consapevolezza. In realtà tutti noi stiamo vivendo nella mente di Philip K. Dick, nel futuro che è stato creato da Philip Dick, siamo prigionieri della sua “fatticità”, stiamo sognando i suoi stessi sogni, i suoi stessi incubi. L'articolo Sostituzione Meccanica: Philip K. Dick, il Dominio e il Sabotaggio proviene da Pulp Magazine.
July 21, 2026
Pulp Magazine
Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci
-------------------------------------------------------------------------------- Genova, 20 luglio 2026. Foto di Marco Trotta -------------------------------------------------------------------------------- Le manifestazioni contro il G8 di Genova non nacquero principalmente come protesta contro uno specifico vertice, ma come espressione di un movimento internazionale che, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, si era sviluppato attraverso Seattle (1999), Praga (2000), Québec (2001) e aveva trovato nel primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, nel gennaio 2001, uno spazio di incontro e di elaborazione comune. Lo slogan che lo accompagnava – «Un altro mondo è possibile» – non indicava un programma unitario già definito, ma l’apertura di un processo collettivo di ricerca. Era uno slogan mutuato da un altro, emerso nel 1997 al secondo incontro di ispirazione Zapatista per l’umanità e contro il neoliberalismo in Spagna: “Un no, molti si”. Quel movimento non era un soggetto omogeneo: era un laboratorio politico nel quale esperienze, culture e pratiche molto diverse cercavano di riconoscersi reciprocamente e di costruire un terreno comune. Un altro mondo era possibile Al centro vi era una critica della globalizzazione neoliberista, non della globalizzazione in quanto tale. Ciò che veniva contestato era una particolare configurazione del capitalismo mondiale, fondata sulla crescente libertà di movimento dei capitali, sulla deregolamentazione dei mercati, sulle privatizzazioni e sulla subordinazione dei diritti sociali e ambientali alla competizione economica. Si denunciava il potere crescente delle grandi imprese multinazionali, la compressione dei salari, la precarizzazione del lavoro e l’aumento delle disuguaglianze. Fu per questa ragione che il primo grande corteo di Genova, il 19 luglio, non fu dedicato al G8 in senso stretto, ma ai migranti. Lo slogan «Libertà di movimento, libertà senza confini» esprimeva una contraddizione che il movimento aveva già colto con grande lucidità: il capitale poteva attraversare il pianeta quasi senza ostacoli, mentre le persone incontravano frontiere sempre più dure. La globalizzazione non eliminava i confini; li selezionava. Apriva quelli necessari alla circolazione delle merci, della finanza e degli investimenti, e rafforzava quelli contro chi fuggiva da guerre, povertà o processi di espropriazione spesso prodotti dallo stesso ordine economico globale. La questione migratoria non era dunque una rivendicazione separata, ma attraversava tutte le altre. Parlare di debito, di libero commercio, di guerre, di beni comuni o di diritti del lavoro significava anche interrogarsi sulle cause strutturali delle migrazioni e sulle forme di cittadinanza che un altro ordine globale avrebbe dovuto costruire. Oggi quel quadro è profondamente cambiato. Il neoliberismo della libera circolazione incontra ovunque nuove forme di protezionismo, guerre commerciali e dazi. Ma sarebbe un errore leggere questo cambiamento come il semplice passaggio da un capitalismo “cattivo” a uno “buono”. Tanto il libero scambio quanto i dazi sono strumenti attraverso cui il capitale regola i propri processi di accumulazione in differenti congiunture storiche. I primi hanno accompagnato la costruzione delle catene globali del valore; i secondi ne accompagnano oggi la frammentazione geopolitica e la competizione tra blocchi economici. Il problema non era allora il libero scambio in sé, così come oggi non sono i dazi in sé: il problema è il modo in cui questi strumenti vengono impiegati per organizzare rapporti di potere, redistribuire costi sociali e ambientali e ridefinire i rapporti di forza tra capitale, lavoro e territori. La stessa contraddizione attraversa oggi la questione migratoria. Nel 2001 la critica era rivolta a un capitalismo che sembrava fondarsi sull’espansione continua dei flussi globali. Oggi viviamo in un mondo attraversato da guerre, muri, esternalizzazione delle frontiere, accordi con paesi terzi, deportazioni e competizione geopolitica. Eppure la contraddizione di fondo resta sorprendentemente simile: la mobilità continua a essere distribuita in modo profondamente diseguale. Il capitale conserva un’elevata capacità di muoversi, di delocalizzare, di riorganizzare le filiere e di spostare investimenti; la mobilità delle persone, invece, viene continuamente selezionata, gerarchizzata e criminalizzata. Alcuni corpi attraversano facilmente i confini, altri vi trovano muri, campi di detenzione o il mare come frontiera mortale. Chi governa il mondo? Questa critica si estendeva alle istituzioni della governance economica globale – Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e Organizzazione Mondiale del Commercio – accusate di imporre programmi di aggiustamento strutturale, privatizzazioni e austerità, restringendo gli spazi della democrazia e subordinando le politiche pubbliche agli interessi dei mercati finanziari. A distanza di oltre vent’anni quelle istituzioni non occupano più da sole il centro della scena, ma la questione della governance globale è tutt’altro che scomparsa. Si è piuttosto spostata verso nuove forme di potere: grandi piattaforme digitali, fondi finanziari, catene logistiche globali, regimi di proprietà intellettuale, organismi tecnocratici e nuovi complessi industriali legati alla sicurezza e alla tecnologia. La domanda politica rimane sostanzialmente la stessa: chi decide le condizioni della riproduzione della vita e secondo quali criteri? Tra le richieste più condivise vi era la cancellazione del debito dei paesi impoveriti. Si sosteneva che gran parte di quel debito fosse ormai impagabile, che il suo servizio impedisse investimenti in sanità, istruzione e servizi essenziali e che il Nord globale avesse responsabilità storiche nei confronti del Sud del mondo. Oggi quella questione resta aperta, ma si intreccia con nuove forme di indebitamento: il debito climatico, il debito ecologico, l’indebitamento privato delle famiglie, il peso crescente della finanza sulle politiche pubbliche e i nuovi meccanismi attraverso cui il credito disciplina intere società. Anche le migrazioni si collocano dentro questa trama: non come effetto meccanico di una singola causa, ma come parte di processi nei quali indebitamento, espropriazione, distruzione dei mezzi di sussistenza, crisi ecologiche e guerre concorrono a rendere invivibili interi territori. Già allora il movimento parlava di beni comuni: acqua, semi, conoscenza, salute, biodiversità. L’idea fondamentale era che esistessero ambiti della vita che non dovessero essere interamente subordinati alla logica del profitto. Nel frattempo questa intuizione si è ampliata. Oggi la questione dei commons riguarda anche i dati, le infrastrutture digitali, gli algoritmi, le reti energetiche, la cura, la riproduzione sociale e gli ecosistemi planetari. Non si tratta semplicemente di difendere beni esistenti dalla privatizzazione, ma di costruire istituzioni e pratiche capaci di riprodurre collettivamente le condizioni della vita. Anche la possibilità di abitare un territorio, di attraversarlo e di costruirvi relazioni sociali appartiene a questa più ampia questione delle condizioni comuni dell’esistenza. Una componente importante del movimento era costituita dal lavoro. Sindacati, reti di lavoratori e movimenti sociali denunciavano il dumping sociale, la perdita di diritti, la precarizzazione e la compressione salariale prodotte dalla competizione globale. Quelle rivendicazioni acquistano oggi un significato ancora più ampio, perché il lavoro salariato convive con il lavoro di piattaforma, con nuove forme di lavoro cognitivo, con la centralità del lavoro di cura e con i processi di automazione e di intelligenza artificiale. La questione non riguarda più soltanto il posto di lavoro, ma l’intera organizzazione della riproduzione sociale. La condizione dei migranti mostrava già allora che la segmentazione della forza lavoro era uno dei dispositivi fondamentali del capitalismo globale. Le frontiere non servivano semplicemente a escludere, ma anche a produrre differenti gradi di vulnerabilità, ricattabilità e accesso ai diritti. La stessa persona poteva essere indispensabile come lavoratore e indesiderabile come soggetto politico, necessaria alla produzione e alla cura ma mantenuta in una condizione giuridica precaria. Per questo la libertà di movimento era inseparabile dalla lotta contro lo sfruttamento: la gerarchia dei permessi di soggiorno, delle cittadinanze e dei diritti contribuiva a dividere il lavoro e a disciplinarlo. La giustizia ambientale era già presente, sebbene la crisi climatica non occupasse ancora il centro del dibattito pubblico. Si parlava di foreste, biodiversità, agricoltura sostenibile, organismi geneticamente modificati e principio di precauzione. Oggi sappiamo che quelle rivendicazioni anticipavano soltanto una parte della questione. La crisi ecologica è diventata una crisi sistemica che investe energia, alimentazione, acqua, clima, migrazioni e guerra, rendendo ancora più evidente quanto fossero intrecciate le dimensioni ambientali e quelle economiche. Anche qui occorre evitare determinismi semplicistici: il cambiamento climatico non produce automaticamente migrazioni, ma aggrava disuguaglianze, conflitti e processi di espulsione già esistenti, mentre le responsabilità e le possibilità di proteggersi restano distribuite in modo profondamente ineguale. Vi era inoltre una critica radicale alla governance mondiale rappresentata dal G8. Otto governi pretendevano di decidere questioni che riguardavano miliardi di persone senza alcuna effettiva partecipazione democratica. Quel problema non è scomparso; ha semplicemente assunto nuove forme. Le grandi decisioni che incidono sulla vita collettiva vengono oggi prese entro reti molto più complesse, nelle quali si intrecciano Stati, imprese multinazionali, organismi sovranazionali, finanza globale e grandi piattaforme tecnologiche. Le politiche migratorie mostrano con particolare chiarezza questa trasformazione: il controllo delle frontiere viene affidato a una combinazione di governi, agenzie sovranazionali, accordi con Stati terzi, apparati militari, tecnologie di sorveglianza e imprese private. La frontiera non coincide più soltanto con una linea geografica, ma si estende lungo le rotte, nei centri di detenzione, nelle procedure amministrative, negli algoritmi di identificazione e nelle condizioni di accesso ai diritti. Dalla globalizzazione alla guerra Anche la questione della pace assume oggi un significato diverso. È importante ricordare che Genova si svolse prima dell’11 settembre. Il movimento denunciava l’aumento delle spese militari, criticava la NATO, il commercio delle armi e la crescente militarizzazione delle relazioni internazionali in un momento in cui la cosiddetta globalizzazione appariva ancora prevalentemente organizzata attorno all’espansione dei mercati. Si comprendevano già, però, i legami tra guerre, impoverimento, distruzione dei territori e spostamenti forzati delle popolazioni. La libertà di movimento non significava soltanto rivendicare il diritto di chi migrava ad attraversare le frontiere, ma anche contestare un ordine mondiale che costringeva milioni di persone a partire e poi le criminalizzava per averlo fatto. Pochi mesi dopo, gli attentati dell’11 settembre inaugurarono una nuova fase storica. La “guerra al terrorismo” divenne il paradigma dominante della politica internazionale, ridefinendo profondamente i rapporti tra sicurezza, libertà, controllo sociale e politica economica. Da allora siamo progressivamente entrati in un capitalismo sempre più attraversato dalla guerra, nel quale la militarizzazione non rappresenta soltanto una risposta alle crisi, ma una componente strutturale dei processi di accumulazione e di riorganizzazione geopolitica. In questo nuovo regime, la figura del migrante venne sempre più sovrapposta a quelle della minaccia, del clandestino e del possibile nemico interno. La guerra esterna e il controllo interno delle popolazioni si svilupparono così come dimensioni complementari di una stessa trasformazione. Oggi siamo arrivati con Trump a definire “terrorista” chiunque si opponga al fascismo o ponga in essere un’agenda moderatamente social democratica di redistribuzione del reddito. La forza della trasversalità La forza del movimento alter-globalizzazione non consisteva tuttavia soltanto nelle singole rivendicazioni. Il suo tratto forse più innovativo era il tentativo di costruire trasversalità. Seattle, Praga, Québec, Porto Alegre e infine Genova furono laboratori nei quali sindacati, movimenti contadini, reti femministe, ambientalisti, associazioni cattoliche, centri sociali, ONG, gruppi per i diritti umani, reti di migranti, cooperative e molte altre soggettività cercavano di elaborare linguaggi comuni senza rinunciare alle proprie differenze. La domanda politica fondamentale non era come eliminare l’eterogeneità, ma come mantenerla viva dentro un percorso condiviso. Come articolare lotte differenti senza ridurle a un’unica identità. Come costruire un processo di ricomposizione capace di aumentare la potenza collettiva senza cancellare le differenze. È probabilmente proprio questa ricerca di trasversalità ad aver rappresentato il tratto più pericoloso agli occhi dei poteri costituiti. Una società attraversata da conflitti separati è più facilmente governabile; una società nella quale soggetti diversi iniziano a riconoscere le proprie interdipendenze e a costruire pratiche comuni apre invece possibilità di trasformazione molto più profonde. In questa prospettiva, la repressione di Genova non può essere letta soltanto come risposta agli scontri di piazza. Le violenze della repressione della piazza culminata con la morte di Carlo Giuliani, la macelleria sociale della Diaz e le torture di Bolzaneto colpirono il cuore organizzativo di quel processo di ricomposizione, cercando di interromperlo attraverso il trauma, la paura e la criminalizzazione dell’intero movimento. Pochi mesi dopo, l’11 settembre inaugurò un nuovo regime storico. La “guerra al terrorismo” trasformò profondamente il contesto politico internazionale, restringendo gli spazi del dissenso e spostando il baricentro della politica mondiale dalla promessa della globalizzazione alla gestione permanente della sicurezza. Oggi viviamo pienamente dentro quell’orizzonte: un mondo nel quale guerra, riarmo, controllo delle frontiere, sorveglianza e competizione geopolitica non costituiscono più risposte eccezionali alle crisi, ma elementi strutturali del capitalismo contemporaneo. La radicalizzazione di questa logica è oggi evidente nella tendenza a trasformare ogni conflitto sociale in un problema di ordine pubblico o di sicurezza, fino a equiparare, nella retorica di Donald Trump e di altri leader della destra autoritaria, l’antifascismo di piazza e perfino moderate politiche redistributive a minacce per l’ordine costituito, mentre la ricchezza continua a concentrarsi come mai prima. Le domande che restano A distanza di oltre vent’anni, molte delle questioni sollevate allora sono entrate nel dibattito pubblico, spesso in forme molto diverse da quelle immaginate dal movimento. Altre restano aperte. Ma forse l’eredità più importante di Genova non consiste nell’aver anticipato singole crisi o singole rivendicazioni. Consiste nell’aver mostrato che problemi apparentemente separati – lavoro, ambiente, debito, migrazioni, pace, beni comuni, democrazia e riproduzione sociale – possono essere pensati come parti di una stessa totalità. Più in generale, rileggendo oggi Genova, mi sembra che le grandi domande del movimento fossero profondamente intrecciate: la libertà di movimento delle persone, la libertà della riproduzione dei commons dalla mercificazione, la libertà del lavoro dallo sfruttamento e la libertà dei popoli dalla guerra. Ma quella libertà non era intesa soltanto come liberazione da vincoli, dominazioni o forme di espropriazione. Era anche libertà di costruire istituzioni comuni, di cooperare, di prendersi cura della riproduzione della vita, di decidere collettivamente il proprio futuro e di sperimentare nuove forme di convivenza oltre la logica del profitto e della guerra. Tutte nascevano dalla stessa critica a un ordine globale che organizzava la mobilità, l’accesso alle risorse, il lavoro e la sicurezza secondo le esigenze dell’accumulazione capitalistica. È questa coerenza profonda, più ancora delle singole rivendicazioni, che vale la pena recuperare oggi. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI HAIDI GIULIANI: > C’era un ragazzo sull’asfalto -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Genova 2001: le domande che non abbiamo ancora smesso di porci proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me
Mi scrive Luca, mio grande rimpianto da una decina d’anni almeno e mi chiede se ho voglia di scrivere di G8 per DinamoPress. Seeee, è arrivato. Luca dai, non c’ho tempo, sono incasinato, devo lavorare un botto, mi arriva il nuovo gatto, ho la forfora, c’è il Tour de France. Insiste, pare non ci sia tutta sta fretta e allora penso che magari è arrivato il momento di stoppare quel rimpianto e soprattutto provare ad affrontare quell’esperienza di 25 anni fa e da buon maschio bianco etero ego-riferito del 900 parlare soprattutto di me, di questi 25 anni e di quelli prima, però raga a Dinamo siete alla frutta se dovete chiedere a me.. Che ansia ma ci proviamo dai. Non amo le feste comandate, non sono un reducista, le date sono date, numeri scritti su un calendario oppure impressi nel cervello di Teo. Per me hanno poco valore, mi dimentico in fretta il giorno di quel corteo, di quella serata, smanioso della prossima cazzata, del prossimo piano perfetto, ma pure di sparire per un po’ per salvarmi da solo in qualche isola del mio cervello che presto diventerà un pianeta inospitale, che ne so tipo Venere.. Eppure questa memoria corta, questi giga ridottissimi qualche data e qualche ricordo li salvano ancora. > «L’estate del 2001, quella in cui un’intera generazione perse l’innocenza», la > classica banalità con cui non cominciare una storia, la lascio ai narratori di > razza, ai compagni sul pezzo, io di innocenza in quei giorni ne ho respirata > pochissima, di ingenuità magari sì, ma innocenza proprio per niente. E ne faccio un vanto. L’ARRIVO A GENOVA Avevo 27 anni, nel movimento da una dozzina: collettivi studenteschi, frequentazione di via Leoncavallo e poi militanza in via Watteau dove scopro la Sharp, una banda di skin antirazzisti molto interni alla vita del centro sociale e delle dinamiche cittadine. Grandi bevute, un po’ di risse, lo stadio, ma anche l’antifascismo militante, erano gli anni della nascita di Forza Nuova vecchia merda, della seconda repubblica fondata sul Berlusconismo nella città che lo ha incoronato. Con il primo cittadino della Lega. Che merda, che bello però. Che bello avere 20 anni, in una città in cui sei abbastanza libero di vivere, girare, lottare senza telecamere e il controllo orrendo di questi anni, dove la violenza non era solo monopolio assoluto dello stato ma c’era ancora spazio per restituire qualche calcio nel culo ai più meritevoli senza rischiare l’ergastolo, non sempre filava liscio e non per tutte e tutti per carità, ma di solito portavi i tuoi stracci a casa in attesa della prossima iniziativa. Ho sempre prediletto i rapporti umani a quelli politici, non ho mai amato i settarismi, le divisioni, non sono mai stato un fedelissimo ma in quegli anni in cui il movimento era molto diviso non ero certo dell’area disobbediente, non che a Milano abbia mai avuto chissà che storia a differenza di altre città, non che io abbia avuto chissà che preconcetti, molti dei miei migliori amici, di veri e propri fratelli stavano in quell’area e nei cortei unitari di solito pascolavo con loro, ma io avevo voglia di altro e a distanza di 30 anni mi sta benissimo così, non sono state sempre le scelte più convenienti e intelligenti, non sempre le più limpide o le più radicali, ma sono state le mie, chi sono io per giudicarle? In questi raduni di mostri prima del G8 di Genova c’erano stati altri casi di dura contestazione: Seattle, perché spesso gli Stati Uniti causano la malattia e provano anche a trovare la medicina, Praga, Göteborg, Napoli dove con un governo di centro sinistra il ministro degli interni faceva le prove generali per Genova, comprese di torture in questura ai fermati. Era dagli anni ’70 che non si vedevano scontri di quella portata. Sassi molotov barricate e dall’altra parte manganelli e i primi proiettili. A Göteborg in pieno stile Roggero, il gioielliere eroe di questi giorni, le fdo sparano alla schiena di un manifestante, vivo per miracolo. A Genova non avremo la stessa fortuna. > Non solo scontri ma anche tanta analisi, tante assemblee, discussioni, > confronti, tante cose sensate e una certezza: la globalizzazione dominata dal > capitalismo produce e produrrà ricchezze per pochi e miseria per tutti gli > altri. Siamo il 99% dicevamo allora e non ci sbagliavamo manco nei numeri ma > tant’è, per ora quell’1% ci tiene in scacco. Per ora. Essendo da sempre un outsider, postura che mi ringiovanisce anche di una decina d’anni, decido di partire per Genova qualche giorno prima del resto del mio gruppo, che nel frattempo si era ingrossato e non era più solo Skin. Avevano occupato un piccolo spazio nel ticinese, piccolo ma meno soffocante del Leoncavallo di via Watteau. Forse. Ora è una piccola  palestra popolare, forse la prima della città. Prendo un treno speciale il mercoledì pomeriggio con Mela se non ricordo male da Porta Garibaldi, condividiamo gli scompartimenti con Cantiere e Bulk, ci prendiamo dei funghetti. Il viaggio è infinito, il caldo di luglio di 25 anni fa era un dicembre di adesso, ma comunque si sudava. H. mi chiede perché sto andando a Genova, mi parla dell’uomo di Babilonia, io voglio solo sfondare le recinzioni, entrare nella zona rossa, assaltare i palazzi del potere. Spaccare tutto. Ingenuo appunto, ma innocente no. Finalmente arriviamo a Genova, pianto la tenda al Gaslini, ci raggiunge anche M. Ci stringiamo, si dorme bene, sarà l’unica notte di sonno decente ma ancora non lo sapevamo. Il giovedì ci svegliamo, c’è un corteo enorme e colorato per le vie del capoluogo ligure orribilmente militarizzato, la zona rossa difesa da migliaia di soldatini, barriere metalliche, lastre e assi di legno per difendere le vetrine. Non ricordo molto di più, una festa ma non eravamo lì per quello e non solo noi a quanto pare. Il giovedì sera arrivano i gruppi da Milano, diluvia, abbandono la tenda, che io sappia è ancora in quel prato. Si dorme ammassati nella palestra dove entrano cascate d’acqua, ma siamo giovani e non ce ne frega un cazzo. Domani sarà rivolta. LA ZONA ROSSA Il venerdì mattina ci troviamo con il network in piazza De Novi. Nell’attivo della notte precedente alcuni leader millantano di flessibili e catene per strappare le reti. Niente di tutto questo. > Appena ci avviciniamo alle reti che delimitano la zona rossa ci gasano come > non mai. A poco servono biglie di ferro e pioggia di molotov e sanpietrini. > Rinculiamo verso il mare a manganellate e calci nel culo, ci troviamo sulla > spiaggia. Siamo una marea, ci lasciano una via d’uscita, da lì è per tutto il > pomeriggio scappiamo dalle cariche, raggiungendo spesso il corteo > disobbediente, caricato senza motivo malgrado fosse autorizzato. Noi sfasciamo tutto quello che troviamo, banche, assicurazioni, quei pochi negozi di un certo peso che non erano difesi. Assaltiamo supermercati per bere e mangiare, entriamo nel cortile di un istituto di vigilanza  e non resta più nulla degli uffici e dei mezzi. Insomma finalmente il nostro 1977! Ci scontriamo a più riprese con le forze dell’ordine, dal tettuccio di una camionetta vista la mal parata un carabiniere spara diversi colpi. Siamo vestiti di nero, siamo orgogliosamente Antifa e con noi c’è un pezzo di black bloc, già in quella piazza a qualcuno l’alleanza con quei gruppi che prima era stata voluta fortemente ora va stretta e veniamo anche aggrediti da quattro stronzi, ma ci vuole ben altro per fermarci e arriverà, ma per ora è delirio che aspettavamo da tempo, ma la verità era che stavamo scappando. Un centinaio tra collettivi, centri sociali, realtà autorganizzate, sindacati di base si allontanano dalla zona rossa quando per oltre un anno avevamo promesso di invaderla. Obiettivo mancato, ma le notizie peggiori dovevano ancora arrivare. Nel tardo pomeriggio c’è una tregua, ormai il campeggio è vicino. La gente di Genova applaude, sappiamo che il corteo dei disobbedienti ha reagito alle cariche le fdo sono scappate a più riprese. Insomma non sempre i contenuti più radicali si traducono in fatti e viceversa, ma come dicevo va bene così. Arrivano le prime notizie ed è uno shock, si parla di 3 morti tra i manifestanti. Arriva un compagno e ci racconta di aver visto a pochi metri da lui un ragazzo colpito in testa da un proiettile e poi investito da un defender dei carabinieri. > Quel ragazzo è e sarà per sempre Carlo Giuliani. Da Milano confermano quella notizia. Siamo frastornati, devastanti da una giornata durissima e con il peggiore dei finali. C’è spazio anche per le tensioni e gli scazzi. Alcuni di noi se ne tornano a casa, in un pò rimaniamo. Il gruppo non si riprenderà più, altre esperienze nasceranno ma non fanno parte di questa storia. Chi rimane deve portare a casa il corteo del sabato, ma nessuno ha più voglia di piazza, comunque ci massacrano, per la prima volta ho provato il panico vero. Lo stato ha ripreso in mano la situazione, e sarà vendetta. Prima in piazza, poi nelle celle improvvisate di Bolzaneto e infine nella scuola Diaz. Di queste storie sappiamo tanto, magari non tutto ma di sicuro abbastanza per odiarli per sempre, di ritorno da Genova mi faccio il primo tatuaggio: un acab sulle dita della mano sinistra, ormai scolorito ma sempre di valore. Grazie Checco. Di sera in un gruppetto decidiamo di non tornare a Milano ma andiamo al mare, chissà dove. Viviamo sospesi, allo sbando per un notte e un giorno, Mela ha conosciuto E. e da quei giorni non si lasceranno per molti anni. Insisto per tornare a Milano, ci sono iniziative, non ci si può chiudere in casa men che meno fare i turisti politici. A Milano al primo corteo si caccia il PDS con l’iconica bandiera rossa e la quercia nel cerchio bianco. Ma quale pds ma quale alberello un solo comunismo falce e martello. Evabbè. > Come dicevo il nostro gruppo si divide non senza lacerazioni e sofferenze, > nulla rispetto a quello che ci aspetta da lì a un anno e mezzo, nella notte > nera di Milano. Ancora la morte, questa volta saranno due nazisti ad uccidere > Dax. Anche lui come Carlo è dentro la memoria, negli slogan di migliaia di > donne e uomini che non lo conoscevamo neanche. La morte è una merda ma ci sono > vite che valgono la pena di essere vissute e questo dobbiamo farcelo bastare. RITIRATA E RIFLESSIONI Per un paio d’anni ho seguito vari presidi e iniziative per chi da Genova01 non è mai uscito, per chi alla fine di quelle giornate ha scontato anni di galera, poi sono scappato su uno di quei pianeti invivibili. Quando sono tornato sulla terra ho incontrato Luca che vuole farmi scrivere sta roba e un sacco di gente in gamba. Erano gli ultimi mesi dell’Onda, un movimento studentesco destinato a concludersi di lì a poco ma che ha seminato parecchio e ha avuto il merito di determinare tanto di quello che c’è ora. > Finalmente assemblee con tante compagne che intervengono e determinano, in > pochi anni molto era cambiato. Si gettavano le basi per una rivoluzione, > quella transfemminista che a oggi ritengo l’unico movimento di liberazione > possibile anche per noi orrendi maschi. A Genova abbiamo perso? Sì, così come ha perso la generazione degli anni ’70, si sono perse delle battaglie, dolorose, sanguinose ma la lotta di classe non è finita. Ci vediamo alla prossima cospirazione raga. la copertina è di Mkarco via Flcikr Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #3. Genova per me proviene da DINAMOpress.
July 20, 2026
DINAMOpress
Distruggere le società per consolidare il dominio
-------------------------------------------------------------------------------- Memorabilita festival (luglio 2026) promosso dal Centro Fonti San Lorenzo (“Solidarietà, mutualismo, cultura dal basso”) e i cittadini del quartiere Fonti a Recanati (Mc) -------------------------------------------------------------------------------- Per imporre il capitalismo, era necessario disciplinare i corpi dei contadini espropriati dai latifondisti, in modo che, una volta entrati nei “mulini del diavolo”, fossero disponibili allo sfruttamento. Oltre alla fame e alla repressione, il panopticon veniva utilizzato per disciplinare corpi e menti, poiché lo sfruttamento richiede una precedente sottomissione. Con il panopticon sopraffatto dalla resistenza, il controllo prende il suo posto per neutralizzare le moltitudini e consentire la continua accumulazione di capitale su altre scale e in altri spazi. In questi tempi di declino imperiale, di aspro conflitto tra potenze capitalistiche, di irruzione di popoli indigeni e di donne in lotta, le strategie del sistema si sono mutate: per appropriarsi dei beni comuni, principale modalità di accumulazione in questo periodo, è necessario distruggere le società. Si tratta di spezzare il legame sociale, la solidarietà tra le persone, che è ciò che ci permette di affermare di vivere in una società con norme, culture, tradizioni e obiettivi condivisi. Le lotte di classe si verificano all’interno di una singola società, ma ora ci troviamo a un altro livello: la fase genocida del sistema. La distruzione dei rapporti sociali permette l’eliminazione sistematica di interi settori della società con totale impunità, con la passività della maggioranza. Come vengono distrutti i rapporti sociali? Le classi dominanti ne sono diventate esperte, poiché il loro dominio è minacciato se le società mantengono rapporti di solidarietà tra le persone, perché è questo che permette loro di ostacolare o prevenire l’espropriazione. Un breve e incompleto elenco dei modi in cui il sistema distrugge le società getta luce sulle attuali modalità di oppressione che, per perpetuarsi, necessitano di demolire i rapporti umani. Il primo e più potente strumento è la paura, la violenza indiscriminata contro chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Non è più necessario assassinare o far sparire chi partecipa alle organizzazioni, chi lotta contro il sistema, come accadeva decenni fa. Per quanto terribile, quella violenza aveva uno scopo: disorganizzare chi combatteva. Ora si diffonde in ogni direzione, ma sempre dall’alto verso il basso. La distruzione e lo sfollamento delle comunità per il controllo delle risorse comuni, la cosiddetta Quarta Guerra Mondiale dell’EZLN, implica anch’essa l’uso e l’abuso della violenza. La guerra contro i popoli e le comunità indigene, considerati un ostacolo all’accumulazione tramite espropriazione, mira a distruggere la comunione tra le persone e tra queste e la natura; da qui lo sfollamento forzato. Questo metodo è diverso e complementare al precedente: utilizza metodi simili e ha obiettivi analoghi, ma è mirato, mentre la guerra in corso colpisce l’intera popolazione. La fase finale emerge quando individui e comunità perdono ogni speranza, soccombendo alla disperazione, come quella vissuta dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti. Questa modalità di annientamento dei popoli, analizzata dal filosofo Giorgio Agamben, ha oltrepassato i confini delle campagne per inglobare intere porzioni dei territori che il capitale cerca di controllare. Un quarto modo in cui le relazioni umane vengono distrutte è attraverso i programmi sociali governativi che, individualizzando i sussidi, lacerano le comunità urbane e rurali, rendendo le persone vulnerabili al sistema finanziario che le rende schiave del consumismo e del debito. Oltre agli Stati, anche i gruppi paramilitari e la criminalità organizzata svolgono un ruolo significativo nell’enorme distruzione delle relazioni sociali a cui stiamo assistendo. Tutti gli attori sistemici convergono nel saccheggio delle comunità e della natura, a prescindere dal fatto che i governi siano progressisti o conservatori. I proprietari delle fabbriche avevano bisogno di persone nelle fabbriche e nella società, come operai e come consumatori. Ecco perché Henry Ford aumentò i salari dei suoi operai da due a cinque dollari al giorno nel 1914 e limitò la giornata lavorativa a otto ore, cinque giorni alla settimana. In un certo senso, quel datore di lavoro sfruttatore si “prendeva cura” dei suoi lavoratori perché dipendeva da loro. Ora, noi che ci troviamo in fondo alla scala sociale siamo completamente sacrificabili e, in molti casi, ostacoli per il capitale. Come possiamo resistere e lottare per cambiare il mondo quando gli agenti del cambiamento sono sacrificabili? Stiamo appena iniziando a intravedere la risposta, grazie ai molteplici movimenti di resistenza che stanno attraversando questo continente. Contadini, operai, insegnanti e studenti, comunità indigene e nere, periferie urbane e territori colpiti dalle industrie estrattive stanno difendendo la vita e i beni comuni, l’acqua e la terra, con le proprie mani, come madri in cerca di aiuto. Solo aderendo a queste forme di resistenza possiamo invertire la tremenda crisi della sinistra e del pensiero critico: camminando al fianco del popolo. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada Raúl Zibechi ha aderito alla campagna Un tetto Comune: “Non esiste un nuovo mondo senza spazi di incontro. Senza territori abitati da coloro che sognano ma al tempo stesso costruiscono le relazioni sociali e il legame con la natura che ci permetteranno sia di sopravvivere al Collasso sia di dare vita al nuovo. Un nuovo mondo che deve essere diverso da quello che conosciamo, costruito con altri materiali. Il più importante di questi, quello che deve plasmare il nuovo mondo, è la fraternità, il legame tra coloro che sono in basso”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Distruggere le società per consolidare il dominio proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Il primo amico e il primo nemico
-------------------------------------------------------------------------------- Laboratori creativi ed espressivi, storytelling, giochi cooperativi e attività motorie, cura degli orti didattici: sono alcune delle attività promosse in Cisgiordania da AICS Jerusalem ACS (foto Vento di Terra) -------------------------------------------------------------------------------- Come mi scrive un amico scienziato che ama riflettere, l’evento fondamentale nella storia del vivente è stato la comparsa di un microrganismo capace di provare dolore. Questa tesi va ovviamente precisata, premettendo – o aggiungendo – a «dolore» «piacere». Se mettiamo in relazione questa fondamentale capacità del vivente con quanto Aristotele scrive sulla percezione della sensazione di esistere («sentire che viviamo è di per sé dolce, perché la vita è un bene ed è dolce sentire che un tale bene ci appartiene»), possiamo allora dire che la forma primordiale della capacità di provare piacere o dolore si riferisce al fatto stesso di esistere, al sentirsi vivere. Alla sensazione della dolcezza del vivere corrisponde, infatti, quella, simmetricamente opposta, in cui per qualche ragione – o persino senz’alcuna ragione apparente – sentirsi vivere è doloroso. La frase di Aristotele che abbiamo citato fa parte del trattato sull’amicizia che occupa i libri ottavo e nono dell’Etica nicomachea. Dopo aver definito la dolcezza della sensazione di vivere, Aristotele aggiunge che la stessa dolcezza la proviamo per l’esistenza dell’amico e l’amicizia è questo con-sentire (synasthanesthai) (al)l’esistenza di un altro uomo, che diventa per questo un “altro me stesso” (heteros autos). Non solo vi è una sensazione dell’esistenza, un sentirsi vivere, ma questa sensazione è già sempre condivisa, è già sempre consentimento dell’esistenza dell’altro; e l’amicizia è l’istanza di questo con-sentire (al)l’esistenza dell’amico nel sentimento stesso dell’esistenza propria. Sarà allora possibile svolgere questa tesi in relazione all’altra polarità della sensazione di esistere, in cui questa appare non più gioiosa, ma dolorosa. Al con-sentire (al)l’esistenza dell’amico corrisponderà ora il con-sentire (al)l’esistenza del nemico. E se la coppia amico-nemico definisce secondo Schmitt la politica, allora a fondamento della politica stanno il piacere e il dolore che definiscono la sensazione umana di esistere e il con-sentimento dell’esistenza dell’altro ad essa inerente. Amicizia e inimicizia, amore e odio, il philein del philos e l’echthairo dell’echthros non rimandano a una dottrina degli affetti, ma sono innanzitutto due fondamentali categorie ontologico-politiche. Se percepiamo la sensazione di vivere come dolce, allora siamo nell’amicizia e nella pace, se la percepiamo invece come odiosa, cadiamo nella guerra e nell’inimicizia. Ancora una volta, alla base della nostra relazione con gli altri sta il rapporto con noi stessi, il modo in cui con-sentiamo (al)la nostra esistenza determina il modo in cui ci situiamo nel mondo. Il primo amico e il primo nemico siamo noi stessi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (e qui con l’autorizzazione della casa editrice). Tra i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARINA GARCES: > Indagare l’amicizia -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il primo amico e il primo nemico proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Genova 2001 – 2026 #2. C’eravamo allora, ci siamo ancora. Una riflessione 25 anni dopo
L’indicazione è chiara: dobbiamo tenere la posizione di sinistra, chiudere l’angolo della testuggine. Scudi serrati, caschi, protezioni in gomma piuma e plastica, ginocchiere e paragomiti, maschere antigas. Camminiamo senza fretta, non dobbiamo perdere la linea con la testa. Solchiamo via Tolemaide, aspettando l’onda. > Siamo tante, siamo belli, siamo carich3. Abbiamo una paura fottuta, convinti > comunque che bucheremo la zona rossa, lontana ancora diversi chilometri. Ci > basta aprire un varco, interrompere il rituale osceno dei padroni del mondo, > far entrare le ragioni dell’umanità, che porta in dote le parole nuove ma > antiche insorte il 31 dicembre 1993 in un angolo sperduto del sud-est > messicano. Ci siamo coperti il volto per farci vedere. Nonostante le bandane e gli occhiali da mare, da sub e da neve, riconosciamo ogni sguardo delle prime file, quell’ “esercito di straccioni” che si è formato nei controvertici e nelle contestazioni dell’oligarchia globale, da Seattle in poi: Mobiltebio a Genova, l’Ocse a Bologna, il FMI a Praga, il Global Forum a Napoli. Ma anche l’assedio al Cpt di via Corelli a Milano, la provocazione di Haider a San Pietro, la fuga dei fascisti da una piazza antirazzista di Roma est. Siamo quello che facciamo, siamo ciò che comunichiamo, siamo “moltitudine” (anche) per farla finita con i Settanta e l’eterno ritorno di qualche “centralità” che spiega sempre tutto. Proviamo a forzare il limite del conflitto tenendo dentro tutt3, usiamo i corpi come metafora materiale della qualità biopolitica dello sfruttamento e della ribellione, tentiamo di rompere lo schema dello scontro militare separato e del circolo vizioso repressione-lotta alla repressione. > Surfiamo un’onda che sembra inarrestabile, che si presenta come identità > multipla: tattica di piazza, specchio della nuova composizione sociale, > immaginario che morde la realtà, proposta politica generale, idea di un mondo > fatto di tanti mondi. Il camion in mezzo alla folla è il cuore di un corpo collettivo che esonda in ogni dove, nato e cresciuto nei centri sociali, nelle scuole e facoltà occupate, nelle filiere della precarietà di vita e di lavoro, spesso imposta, a volte scelta per non guardare più indietro. Le voci si alternano su uno spartito intenso, danno indicazioni, scrutano l’orizzonte, rafforzano le motivazioni, scaricano la tensione.  Avanziamo in discesa, giù, in caduta libera, tra le carcasse annerite e fumanti ai lati della strada, residui di una guerra cominciata qualche ora prima.  Il serpentone uscito dallo stadio Carlini è autorizzato fino al cuore della zona rossa, Palazzo Ducale, dove gli “otto grandi” stanno scrivendo il menù fisso che ci proporranno nei successivi 25 anni: guerra permanente, fili spinati, dominio sincretico dei colossi del silicio e del fossile, ritorno della schiavitù, economia del genocidio, espropriazione della vita e delle libere scelte come nuova frontiera dell’accumulazione e del valore di scambio. All’incrocio con via Torino, ai lati, prende forma il vero blocco nero in assetto di guerra: centinaia di carabinieri caricano i fucili con i gas e prendono la mira. Nemmeno il tempo dello stupore e della paura, che sulla testa del corteo si abbatte una tormenta di lacrimogeni, cariche impazzite, soldati intrippati con gli occhi di fuori e la bava alla bocca. I caroselli con i blindati, la caccia al manifestante isolato, la voglia di fare male, lasciare il segno. Da li in poi, ci difendiamo, teniamo botta, recuperiamo feriti, ci ricompattiamo, cerchiamo di riprendere il filo di una strategia che è saltata in aria, che ci costringe a essere lucidi mentre il mondo ci crolla addosso. > Le milizie occupano Genova, vogliono chiudere i conti con quella generazione > cresciuta sul ciglio del baratro neoliberale, che si è fatta spazio tra “la > fine della storia” e l’inganno a buon mercato della dot-com, che prova a > riaprire la partita della trasformazione radicale, in mare aperto, con uno > sguardo meticcio, senza facili ormeggi. Quella stagione di lotte e speranze finisce li. Il sigillo sarà apposto un mese e mezzo dopo, l’11 settembre 2001. Piazza Alimonda, Carlo, Bolzaneto e Diaz diventano i nomi, la carne e il sangue di un rosario collettivo, dolente e allucinato, nel Paese con “la Costituzione più bella del mondo”. Oggi non si respira, di notte non si scende sotto i 28 gradi. In tv, impunemente, con un sorriso sfigurato, un sottosegretario di qualcosa afferma che «bisogna farla finita con l’ideologia green». Fuori da quel set con l’aria condizionata spinta a 21 gradi, l’apocalisse cambia le coordinate della geografia dei viventi, le abitudini, il rapporto con l’economia, il lavoro, la città, la cura della vita, gli affetti. Lo scarto tra forme di vita e rappresentazione politica, tra esperienza materiale e forme del potere, è uno dei lasciti più marcati di quel ciclo di lotte, che ha anticipato tendenze e trasformazioni, seminato nuove grammatiche e istituzioni autonome (politiche, sociali, sindacali, mutualistiche), ma non abbastanza (a oggi) per decifrare il rebus del rapporto con lo spazio pubblico di governo e/o autogoverno. > In controluce, come simulacro della crisi del vecchio ordine mondiale, delle > sue regole di ingaggio e del suo racconto, le destre hanno disegnato un > fascismo proprietario globale che impone la sua agenda, le sue parole, la sua > egemonia, il suo esercito privato, sotto un mandato imperativo: identificare > il governo del mondo con il comando d’impresa, in una linea di potere che > salda colore della pelle, identità di genere, supremazia di classe. Un mostro politico, l’Occidente globale, che prova a rimettere ordine in cantina una volta per tutte, che non si fa remore a riprendere in mano i concetti tabù seppelliti dopo due guerre mondiali e dall’esperienza dello sterminio come banalità logistica, microfisica dell’orrore, infrastruttura dell’estinzione. L’Occidente globale è riuscito nell’impresa di rovesciare la responsabilità storica del colonialismo e delle politiche di massacro, in Europa e nel mondo, in un nuovo format di oppressione e genocidio. Gaza è l’avanguardia macabra di questo modello sociale e urbano. È l’Israele Globale, il sogno agognato dalla generazione Epstein, che dobbiamo fermare. la copertina è tratta da Wikicommons Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. 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July 17, 2026
DINAMOpress
Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova
A venticinque anni dal G8 molto è stato scritto sulla repressione, sulla Diaz, su Bolzaneto, sulla morte di Carlo Giuliani e in questi giorni si moltiplicano i contributi e i podcast, si riesumano video e testimonianze, si organizzano incontri pubblici. È giusto che sia così. Eppure, più torno a quei giorni, più mi accorgo che ciò che continua a interrogarmi non è solo ciò che è accaduto nel luglio del 2001 quanto piuttosto ciò che è stato costruito nei mesi precedenti. Il laboratorio politico che rese possibile Genova e che, forse, continua ancora oggi a parlarci. > Genova non fu solo lo spazio di una vittoria o di una sconfitta. Fu un > laboratorio di immaginazione politica. Lo fu perché, per un momento, riuscì a > rendere visibile la possibilità che lotte differenti potessero riconoscersi > dentro uno stesso orizzonte senza perdere la propria specificità. Sindacati, reti ecologiste, associazioni, femminismi, organizzazioni contadine, associazioni, centri sociali, movimenti del Sud globale e collettivi universitari non componevano un soggetto omogeneo. Costruivano, piuttosto, uno spazio comune poroso ma conflittuale, nel quale provare a nominare il mondo in modo diverso. La radicalità di quel processo non stava nell’avere già trovato una risposta, ma nell’aver rimesso in discussione ciò che veniva presentato come inevitabile. Alla fine degli anni Novanta il neoliberismo non si limitava a ridefinire le politiche economiche ma il campo stesso dell’immaginario. Il mercato non veniva più presentato come una scelta politica tra le altre, ma come l’unico principio razionale di organizzazione della società. L’economia sembrava sottratta al conflitto democratico e affidata alla competenza tecnica, ai mercati e alle grandi istituzioni internazionali. Ciò che era il prodotto di rapporti di forza e decisioni storiche veniva raccontato come un processo naturale, inevitabile. Fu dentro questa trasformazione che, in luoghi molto diversi del mondo, cominciò a prendere forma un’intuizione condivisa. Non si trattava di rifiutare la dimensione globale, ma di contendere il modo in cui veniva organizzata. Le comunità zapatiste in Chiapas, le giornate di Seattle, il primo Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre non rappresentavano un percorso lineare né un movimento omogeneo. Erano esperienze differenti che iniziavano però a riconoscersi dentro una stessa ricerca: costruire una politica capace di misurarsi con un capitalismo ormai globale senza rinunciare alla democrazia, ai diritti e alla giustizia sociale. > In questo senso, “Un altro mondo è possibile” non era uno slogan consolatorio > né la promessa ingenua di un futuro migliore. Era la rivendicazione che nessun > ordine economico fosse naturale, nessuna forma di governo del mondo > irreversibile. Era l’affermazione che il futuro potesse tornare a essere > terreno di conflitto e di invenzione collettiva. Genova fu un momento in cui  > quella ricerca riuscì a trovare una straordinaria capacità di composizione. A Roma, come in moltissime città d’Italia questa immaginazione assumeva una forma concreta e quotidiana. Gli anni Novanta erano stati un importante laboratorio di autorganizzazione. I centri sociali e gli spazi occupati non erano soltanto luoghi di conflitto, ma producevano cultura, mutualismo, socialità, servizi, relazioni. Erano pezzi di città nei quali si sperimentavano forme diverse di vivere e fare politica. Proprio per questo la Delibera 26, con cui l’amministrazione Rutelli proponeva di regolarizzare il rapporto tra il Comune e gli spazi sociali occupati, aprì un confronto politico intenso. Interrogava il senso dell’autonomia, il rapporto tra istituzioni e autorganizzazione, la possibilità di continuare a produrre conflitto senza rinunciare alla propria capacità di trasformare la città. Fu un confronto duro, che mise alla prova relazioni consolidate. L’avvicinarsi del G8 offrì la possibilità di spostare lo sguardo. Le differenze non scomparvero, ma trovarono una nuova scala sulla quale misurarsi. Fu in questo passaggio che nacque RAGE (Rete Anti Globalizzazione Economica). Le assemblee alla SCOLA occupata di San Lorenzo, uno spazio attraversato da studentə precariə, giovanə ricercatricə, espressione di una composizione sociale che stava emergendo nella Roma di quegli anni. Erano il luogo in cui soggettività differenti provavano a costruire una composizione politica senza rinunciare alle proprie differenze. > Non si cercava l’unanimità a tutti i costi, ma un linguaggio comune. Le riunioni erano spesso interminabili, le mediazioni, la formazione, la preparazione materiale, le discussioni sulle pratiche della disobbedienza civile erano parte dello stesso processo. Si trattava di capire chi potevamo diventare insieme. La preparazione tecnica – dagli scudi alle simulazioni delle cariche – era parte dello stesso processo di formazione. Attraverso il corpo imparavamo che il conflitto non era soltanto uno scontro ma la determinazione di trasformare la vulnerabilità individuale in una forza collettiva. Quel laboratorio non è sopravvissuto come organizzazione. È sopravvissuto come grammatica politica. Lo ritroviamo, dopo Genova, nelle lotte per l’acqua pubblica e i beni comuni, nell’Onda e nei movimenti studenteschi, nelle pratiche mutualistiche, nelle mobilitazioni climatiche, nei femminismi, nel transfemminismo, nelle lotte antirazziste e per la libertà di movimento. > Ogni volta in forme diverse, con linguaggi differenti e soggetti nuovi, ma > attorno alla stessa intuizione: nessuna lotta basta a sé stessa. Oggi, a distanza di anni, possiamo vedere con maggiore lucidità anche alcuni limiti di quel laboratorio. Non avevamo ancora pienamente elaborato, ad esempio, quello sguardo transfemminista e intersezionale che oggi ci consente di leggere insieme produzione e riproduzione sociale, lavoro e cura, genere e razzializzazione, ecologia e libertà dei corpi. Non lo dico per “fare le pulci” a Genova e per stabilire cosa mancasse ma per  riconoscere che ogni laboratorio politico produce strumenti, ma apre anche domande che le generazioni successive riprendono, trasformano e approfondiscono. Forse è proprio attraverso l’elaborazione transfemminista che oggi possiamo nominare qualcosa che allora stavamo soltanto intuendo. Lo slogan di Ni Una Menos, unire le lotte, restituisce bene questa idea. Non come semplice convergenza tra rivendicazioni, ma come pratica politica. > Significa riconoscere che il capitalismo organizza contemporaneamente il > lavoro e la cura, il debito e i corpi, le migrazioni e l’ecologia, la violenza > patriarcale e la guerra. Unire le lotte significa allora costruire una > composizione capace di attraversare queste connessioni senza ridurle a > un’unica identità. Se Genova continua a parlarci, dunque, non è perché contenga una risposta da recuperare intatta. È perché ci ricorda che la politica può ancora essere un esercizio di immaginazione collettiva. Forse è proprio questo che continuo/continuiamo a chiamare Genova. Non un luogo della memoria, ma un momento in cui il futuro tornò a essere materia di pratica politca collettiva. E in un tempo in cui, ancora una volta, ci viene raccontato che non esistono alternative, questa continua a sembrarmi la sua eredità politica più radicale. la copertina è tratta da anordestdiche.com Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Genova 2001 – 2026 #1. L’orizzonte dell’invenzione collettiva: cosa resta del laboratorio di Genova proviene da DINAMOpress.
July 17, 2026
DINAMOpress
Il diritto a dis-abitare
Quella che si propone di seguito è una fotografia in movimento. Un’istantanea, non definitiva ma comunque abbastanza realistica, di cosa sia diventato nel 2026 il diritto all’abitare in Italia. Nello specifico, quella che viene presentata è una storia/intervista realizzata in prima persona a qualcuno che questo cosiddetto diritto l’ha perso e quindi, risulta essere un vero e proprio “dis-abitante”. Ovvero una persona che non ha un posto dove stare e di conseguenza, vive in strada. Sembrerebbe in modo irreversibile, se certe cose non tenderanno a cambiare (e velocemente) nei prossimi tempi. In tal senso, la fotografia non è nemmeno così sconosciuta o singolare: secondo dati ISTAT dell’inizio 2026 infatti, le persone attualmente senza fissa dimora avrebbero raggiunto quota 96 mila persone, di cui circa il 70% di origine straniera. Mentre sempre a riguardo alle persone straniere presenti sul territorio italiano, sarebbero circa 1 milione e 700 mila quelle in condizioni di povertà assoluta con un’incidenza oltre quattro volte superiore ai cittadini italiani (dati ISTAT del 2022). Il protagonista assoluto di questa storia/intervista, è Amir che ha 34 anni e vive in Italia da 7. Anche se, a dirla tutta, è partito dal Pakistan che ne aveva 15 con il sogno, non del tutto dimenticato, di continuare a studiare. Magari anche laurearsi all’Università, «in Matematica». «Anche perché» – prosegue Amir – «in Pakistan ho sempre dovuto  lavorare fin da quando ero piccolo. Prima, in officina meccanica con mio padre. Poi, quando abbiamo perso tutto con la guerra, anche come muratore vicino la capitale Islamabad». Amir giura: «non mancando un singolo giorno di lavoro da quando ho iniziato». Esagerando, è chiaro. Amir è un ragazzo che ci tiene a risultare simpatico. «Dopo un viaggio lunghissimo, nel 2019 sono finalmente arrivato in Italia e mi è subito piaciuta tanto, davvero un bel posto. Tanto che quando ci sono arrivato, dopo essere stato qualche anno in Germania e anche in Belgio, ho davvero pensato di fermarmi a vivere qua, in Italia. Ma poi ho cambiato idea. Tu lo sai perché». > A questo punto, chiedo ad Amir perché abbia cambiato idea: «L’Italia è un > paese molto bello, ma pieno di problemi. Ti faccio un esempio: la prima volta > che sono arrivato in Italia ho abitato a Pioltello, poi a fine del 2021 mi > sono trasferito a Milano, quasi in centro, ma vivevamo in 10 nella stessa > casa. Tutti bravi ragazzi, gente straniera come me, che voleva solo lavorare e non fare problemi. Ma te lo immagini? Eh? Te lo immagini tu, 10 persone che vivono insieme in un appartamento da 4, massimo 5 persone?». Amir è un ragazzo serio, pacato e intelligente, lo si vede soprattutto da come pone le domande retoriche. Intelligente in verità, lo è sempre stato fin da bambino, a sentir lui. Precisamente da quando frequentava la scuola coranica di Chaman, sul confine con l’Afghanistan e il suo maestro, tale Imam Mohammad, lo considerava, «uno dei primi della classe. Te lo giuro» – afferma Amir – «potesse punirmi Allah se dico il falso. Anche se, a dire la verità, a scuola ci sono potuto andare pochissimo, 6 anni in totale. Il motivo è semplice: la mia famiglia viveva con niente, eravamo poverissimi e sono stato subito costretto a lavorare. Prima ho detto solo “in officina meccanica con mio padre”, ma la verità è che fin dall’infanzia, per sopravvivere, ho fatto qualsiasi cosa la mia famiglia mi chiedesse di fare. Una volta, ti racconto: con mio zio sono stato aldilà del confine con l’Afghanistan, figurati che paura che avevo. Dovevamo consegnare quattro camion di corns, come si dice in italiano: tipo pannocchie. Le dovevamo portare lontano, se non sbaglio in un campo dell’esercito americano o dell’ISAF (l’International Security Assistance Force, di cui faceva parte anche l’Esercito italiano) non ricordo bene, vicino Kandahar, in Afghanistan. Avevo 13 anni in quel momento. A un certo punto, quasi arrivati a destinazione, incontriamo un posto di blocco americano. I soldati dicono a mio zio Hussain, che in quel momento guidava il camion, di scendere e mostrare i documenti. Io quindi – prova ad immaginare, avevo 13 anni appena compiuti – in un attimo, siccome forse avremmo dovuto spostare i quattro camion, mi sono trovato alla guida di un mezzo che sarà pesato 2 tonnellate, forse di più. E pensa, l’avevo provato a guidare solo un paio di volte in tutta la mia vita! Non riuscivo più a muovermi. Ero completamente bloccato dalla paura». A questo punto, chiedo ad Amir di andare avanti. Anche perché dobbiamo tornare parlare di come vive in Italia. «Sì, adesso finisco. Passata circa un’ora, zio Hussain non è ancora tornato. Da quello che ci dicono, sembra che i talebani abbiano appena colpito una zona nella periferia est di Kandahar e per questo motivo, non può entrare e uscire finché quelli là non smettono di spararsi. Dopo 10 minuti infatti, anche noi sentiamo distintamente le prime esplosioni. Raffiche di mitragliatrice, colpi di mortaio, mentre ci sorvolano sulla testa gli elicotteri americani che vanno nella direzione delle montagne, quelle a punta aguzza dietro Kandahar. Non ricordo con precisione ma saranno state le 3-4 di notte». Nonostante si debba parlare d’altro, chiedo ad Amir cosa abbia fatto a quel punto. «Io, intanto, sono rimasto ancora sul camion. Anche perché i soldati ci tenevano sotto tiro coi mitra e dicevano che non era possibile scendere. Mi tremano le mani solo a ricordarmi la scena, pensa te. È chiaro no? Se i soldati del posto di blocco decidono che siamo talebani, sparano e ci uccidono tutti quanti». Detto questo, Amir appoggia entrambi i palmi delle mani sul tavolo dell’ufficio, quasi che per un attimo sembrerebbe concentrarsi solo qui, precisamente in questo punto della stanza e in nessun altro posto al mondo. «In breve, l’attacco talebano non è finito e abbiamo dovuto fare marcia indietro. Tornare a Chaman, in Pakistan. Ovviamente, senza lo zio Hussein che è stato arrestato e poi trattenuto in prigione per quasi quattro mesi. Anzi cinque, se non sbaglio. In pratica, gli americani l’avevano preso per un talebano, anche se ti giuro: non conosco nessuno meno talebano di mio zio Hussein. Per concludere questa piccola storia, ho fatto l’unica cosa che potevo fare: ho guidato indietro fino al confine col Pakistan, un camion da 2 tonnellate che faceva sbandate da tutte le parti. Un po’ per le buche, un po’ perché era proprio storto il camion… ovvio, anche perché era ancora piegato sotto il peso dei corns che portava. Puoi credermi». Arrivato alla fine del suo racconto, Amir riappare finalmente rilassato, distende i muscoli del collo che tornano in una postura quasi normale: «Se sono arrivato a casa quella volta, è perché l’ha voluto Allah. Hai presente chi? Dio, come lo chiami tu». Ad Amir era stata chiesta un’intervista sulla sua condizione abitativa ma ormai dovreste averlo capito: Amir è uno a cui piace prenderla un po’ alla larga. «Dicevo, ho sempre lavorato. Ed è vero. A Milano ho lavorato come lavapiatti per un paio d’anni. In nero, è chiaro. La paga era bassissima, 5 euro l’ora. Ma almeno mangiavamo gratis e la domenica era libera. Poi, alla fine del 2023, ci hanno licenziati dall’oggi al domani, tutti e due i lavapiatti. Io e un altro ragazzo che veniva dal Pakistan, Shah. Un ragazzo troppo buono, semi-analfabeta, che il padrone chiamava “Shandro”, prendendolo in giro e non solo: una volta, gli ha pure tirato una pentola molto pesante sulla schiena. Una scena orribile, che mi fa tanta rabbia ancora oggi se ci penso. > Adesso però, ti racconto della mia casa. All’epoca di queste brutte cose che > ti sto raccontando, vivevo in un appartamento in centro a Milano. Lo > condividevo con altri nove uomini. Dieci in totale. Tutti tra i 20 e i 30 > anni. Anche se il più vecchio in assoluto che è passato da quel posto, avrà avuto almeno 50 anni secondo me. Ricordo anche che non c’era la lavatrice e dovevo usare quella a gettoni. E avevamo un solo bagno per tutti quanti. Pagavo 350 euro al mese, più 50 di spese per le bollette. Sai fare i conti tu? In totale, fanno più di 3mila euro ogni mese per un singolo appartamento. Escluso luce, gas e tutto il resto. Non si può vivere così. Ma ti dico: non è il peggio che ho visto». Arrivato a questo punto dell’intervista, Amir sospira. È molto sconsolato, ma soprattutto stanco. «Adesso vivo in giro. Vivo fuori. Non ho una casa, te l’ho già detto tante volte. E mi servirebbe un aiuto per trovarla». A questo riguardo, Amir decide che mi deve parlare di lavoro. «A Brescia ero venuto per lavorare in fabbrica, fare l’operaio. Mi pagavano 8 euro l’ora e 10 euro per lo straordinario. Tanti soldi, credi a me. Ma poi, non mi hanno rinnovato il contratto perché l’azienda non fa i contratti indeterminati ai pakistani e quindi, non è andata bene. Tra l’altro, una settimana dopo mi hanno anche buttato fuori da dove ero ospitato e adesso vivo là, in una casa abbandonata in via… [per tutelare Amir, non si può dire dove vive effettivamente]. > Ma come sai bene, è un posto molto brutto. Non c’è niente, solo l’acqua. Ci > viviamo in tre. Io da febbraio, mentre gli altri due che vivono lì, sono > arrivati addirittura da prima dell’inverno che quest’anno è stato molto > freddo. Quando sono arrivato a Brescia mi ricordo che c’era -2, tanto ghiaccio > e nebbia che non si vedeva niente. Gli altri due erano già lì da qualche mese, > tipo ottobre, ed erano sopravvissuti non so come. Ma inshallah, sopravviveremo ancora tutti e tre. Anche se, a volte, è davvero difficile, te l’ho già detto. Adesso ho bisogno di una casa vera dove vivere». A questo punto dell’intervista, Amir alza il braccio destro. Come si può ben vedere, ha una grossa fasciatura che gli avvolge completamente il gomito. E aggiunge: «questo è successo perché ho trovato un ladro che stava rubando. Un giorno, torno da lavoro e trovo un ragazzo che sta portando via le nostre borse. Io subito grido forte e gli salto addosso da dietro cercando di fermarlo. In quel momento, mi è venuta tanta rabbia che volevo ucciderlo. L’avrei ucciso davvero, credimi, se solo avessi potuto. Invece, lui è riuscito a scappare e mi sono fatto male io. Quei due che vivono con me, dicono che il ladro cercava i soldi o la droga nelle borse. Dicono che era un drogato, uno che fuma e usa quella schifezza. Io non lo so chi fosse quel ladro, ma non ho mai toccato la droga in tutta la mia vita e mai lo farò. Comunque, è venuta a prendermi l’ambulanza per la botta che ho preso. E c’era anche la polizia, ma quella vestita di nero (ovviamente, Amir intende i carabinieri). Loro sanno benissimo che noi siamo qui, viviamo in questo posto abbandonato senza luce elettrica e non ci dicono niente. Altrimenti dovrebbero occuparsi di noi e invece, se fanno così possono andare via e lasciarci qui». Chiedo ad Amir se anche adesso lavora, e dove: «Certo che lavoro. Te l’ho già detto che lavoro da sempre. Nello specifico, adesso lavoro per un’azienda agricola vicino Brescia, in una ditta dove c’è tanto lavoro e mi hanno fatto il contratto determinato che scade tra un paio di settimane. Infatti, spero che mi facciano il rinnovo, altrimenti dovrò cercare un altro lavoro e non ho voglia. Mi piace quella ditta, mi pagano bene: 7 euro l’ora. E mi passano anche a prendere la mattina con il furgone. Alla fine, se ci pensi, è comodo. Poi però, senza casa è comunque difficile lo stesso. > Per cui devi cercare per forza di andare nel dormitorio, anche se i posti nei > dormitori sono pochi e non c’è nessuno che ti fa dormire a casa sua senza > pagare. E io i soldi ce li ho, io lo posso pagare un affitto! Tu lo sai che > posso pagare un affitto». Sì, lo so che Amir può permettersi di pagare un affitto. A dire il vero, è proprio questo uno dei motivi principali per cui gli ho chiesto l’intervista. «Molto bene, sono contento di aver raccontato un pezzo della mia storia perché la mia situazione è uguale a quella di tanti altri ragazzi. Pakistani e non, che sono venuti in Italia a lavorare ma purtroppo, per una sfortuna o per l’altra, adesso hanno perso la casa e vivono in strada. Anche se magari hanno uno stipendio da 1200 euro al mese e come me, sono costretti a vivere come animali, senza la possibilità di affittare un posto dove dormire». Grazie Amir, ci vediamo al prossimo appuntamento. Foto di copertina di Patrizia Montesanti Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Il diritto a dis-abitare proviene da DINAMOpress.
July 13, 2026
DINAMOpress
C’era un ragazzo sull’asfalto
A NOI SONO BASTATI I PRIMI DUE CAPOVERSI DI QUESTO SCRITTO DI HAIDI GIULIANI PER STRAPPARCI DIVERSE LACRIME. GENOVA 2001, IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI, HAIDI ED ELENA GIULIANI ABITANO LA NOSTRA MEMORIA BEN PRIMA CHE NASCESSE COMUNE. IL VOLUME ALIMONDA – CHI HA UCCISO CARLO GIULIANI? (CRONACHE RIBELLI) DI CARLO A. BACHSCHMIDT CI COSTRINGE A GUARDARE AL LUGLIO 2001 COME A UN TRAUMA MAI RIMARGINATO: CURARE QUESTA E ALTRE FERITE È IL PRESUPPOSTO IMPRESCINDIBILE PER CREARE OGGI UN MONDO DIVERSO. COME HAIDI RICORDA NELLA PREFAZIONE, LE MADRES DI PLAZA DE MAYO HANNO INSEGNATO AL MONDO A SOCIALIZZARE IL DOLORE. TANTI E TANTE HANNO FATTO PROPRIA QUESTA LEZIONE GRAZIE A LEI. HANNO ANCHE SCOPERTO CHE È POSSIBILE TRASFORMARE UNA VORAGINE DI LUTTO NELL’INESAURIBILE ENERGIA DI UNA LOTTA OSTINATA RICCA DI TENEREZZA E RABBIA Foto di Marica Traverso (dalla pag. fb di Elena Giuliani) -------------------------------------------------------------------------------- Ero andata in pensione a settembre. Non mi dispiaceva lavorare con i bambini e le bambine, al contrario. Mi dispiaceva non poter fare scuola come ritenevo giusto. Come avevamo lavorato negli anni in cui sembrava possibile costruire un mondo diverso. Così ero andata in pensione, per tristezza dicevo. “Ora potrai viaggiare”, mi consolavano le amiche. Sono salita su un aereo la prima volta per raggiungere uno dei miei fratelli in Centroamerica. La seconda in Senegal, senza giornali né tv, per conoscere l’ambiente, condividere la vita dei ragazzi che scappavano al di là del mare a fare i vu’ cumprà. A “fare negozio”, come dicevano loro. Ero tornata da una settimana. Sentivo parlare di assalti alla «zona rossa», sangue infetto, bombe carta… Non capivo. Dopo l’assalto al cielo, da quasi vent’anni le manifestazioni a cui avevo partecipato erano praticamente piacevoli passeggiate insieme a compagne e compagni. Mia figlia era impiegata a Milano, mio figlio a cena mi aveva detto “Domani c’è il concerto di Manu Chao”. È arrivato il 20. Nel pomeriggio è arrivato anche Giuliano e si è seduto in sala a guardare la televisione. Io ero indaffarata in giardino, abbandonato da troppo tempo. C’era un continuo rumore di elicotteri. Di tanto in tanto alzavo gli occhi a guardare il fumo nero che sporcava la città giù, verso il mare. “Sembra di essere in guerra”, ho risposto all’altro fratello, che mi telefonava preoccupato da Monza. Lui la guerra se la ricordava bene. Con la terra sulle mani sono entrata in casa. Ho dato un’occhiata allo schermo acceso. C’era un ragazzo sull’asfalto. Sono andata a lavarmi. “Lo sprofondo”, ha scritto un mio amico. Non saprei spiegarlo meglio. Da quella sera tutto è finito in un buco nero, in quello sprofondo. La politica, la scuola, il matrimonio: tutti i miei fallimenti non hanno contato più niente. Capivo solo che non avrei potuto difendere mia figlia dallo strazio. Che stavo annegando. Subito è cominciata la ridda di polizia, avvocati, giornalisti… Non sono stati giorni facili. Non è stata facile la conversazione avuta in questura. Un giudice sconosciuto mi impediva di prendere tra le braccia mio figlio. Non è stato facile riuscire a “corrompere” il guardiano dell’obitorio per poterlo vedere qualche secondo da uno spiraglio. Annegavo. Poi mi hanno portato in quella piazza. C’erano tanti giovani. C’erano i suoi amici. Non tutti. In particolare c’erano quelli che non avevo conosciuto prima, quelli legati alla sua vita recente. C’era la segatura a coprire il sangue e i fiori a coprire la segatura. Mi sono seduta su un muretto, sono rimasta lì. Qualche tempo dopo Elena è dovuta tornare al lavoro, è ripartita. Piazza Alimonda è diventata la mia casa. Oltre ad amici e amiche di Carlo, si fermavano tante persone, spesso sconosciute. Mi raccontavano chi una cosa, chi un’altra di quello che avevano vissuto. Dell’afa, della paura, dei lacrimogeni che cadevano anche dal cielo… Io guardavo la strada: il sangue era stato asfaltato, si poteva comunque capire dove era caduto Carlo. Confrontavo quello che avevo davanti agli occhi con le foto pubblicate e i commenti dei cronisti. No, c’era qualcosa che non mi tornava. Di notte arrivavano gli immigrati. “Tuo figlio buono”, mi dicevano due di loro. Arrivava qualche fuori di testa. Uno ha preso casa lì con me: curava i fiori, i biglietti e i piccoli doni appesi alla cancellata della chiesa del Rimedio, ne portava di nuovi, raccattati chissà dove. Aveva una brutta ferita, ricucita malamente, che gli attraversava una mano. Lui mi permetteva di disinfettarla e fasciarla. Alla fine dell’estate avrei scoperto che la sua era una specie di follia momentanea: ha riacquistato lucidità quando, sulla pagina di un quotidiano, ha riconosciuto il suo carnefice, il poliziotto che a Bolzaneto gli aveva divaricato le dita lacerando il palmo. Dovevo trovare altre foto, ero sicura che ce ne fossero, anche perché in quella settimana di luglio era stato allestito il Media Center per gestire la quantità di informazioni e immagini raccolte dai mediattivisti, fondamentale il ruolo di Indymedia e di Radio Gap. Ma dove cercare? Così sono venuta a sapere che in via San Luca, sotto i locali dell’Arci, era nato il Legal Forum. In previsione del vertice, avvocati provenienti da tutta Italia, aderendo al Genoa Social Forum, avevano costituito un team per seguire e controllare la situazione durante le proteste. Per assistere i manifestanti, spesso stranieri, si era costituita una Segreteria Legale che offriva indicazioni e consigli. Non ricordo quando ho incontrato per la prima volta l’autore di questo libro, quando ho saputo che era consulente tecnico responsabile del Genoa Legal Forum per l’analisi e l’archiviazione di tutto il materiale video fotografico relativo alle giornate. Ricordo che da allora e per dieci lunghi anni l’ho sempre ritrovato, tra volontari e qualche avvocato, a coordinare le attività che si svolgevano in quelle stanze. Il pomeriggio del 20 luglio in Alimonda erano presenti otto tra fotografi e cineoperatori. Otto obiettivi potevano aver fissato gli ultimi momenti nella vita di mio figlio. Senza contare gli apparecchi fotografici – niente smartphone all’epoca – dei cittadini che avevano le finestre sulla piazza. Dovevo parlare con chi aveva ripreso le immagini, trovare nuove istantanee oltre a quelle già pubblicate. Con le indicazioni ricevute in via San Luca, ho lasciato la piazza e sono partita a cercarle. Intanto Bachschmidt e diversi mediattivisti cominciavano a ordinare testimonianze raccolte, registrazioni audio, la rassegna stampa. A datare il fiume di immagini e filmati sfuggiti al setaccio delle polizie. Alcuni fotografi e un regista hanno da subito collaborato sia con la Segreteria Legale che con noi familiari… Ho rintracciato a Roma i due che mi interessavano maggiormente: il primo aveva avuto un braccio fratturato e un apparecchio sfasciato mentre cercava di riprendere Carlo a terra, circondato dagli agenti, ma non aveva sporto denuncia e “non se la sentiva” – così mi ha detto – di testimoniare. Il secondo, che in piazza si era trovato in una posizione vantaggiosa sui gradini della chiesa, mi ha risposto seccamente “non ho niente da dire e niente da dare”. Intanto: sono subito iniziate le indagini volte a identificare i “manifestanti violenti”. Ne vengono individuati 40, tra questi 23 persone sono arrestate il 4 dicembre. L’udienza preliminare si terrà un anno più tardi e la difesa chiederà inutilmente la modifica del capo di imputazione: “devastazione e saccheggio”, un reato introdotto sotto il regime fascista col famigerato Codice Rocco del 1930, tuttora vigente in moltissime sue parti. Intanto: l’11 settembre due attacchi suicidi contro le Torri Gemelle del World Trade Center a New York causano quasi tremila vittime e scatenano la “guerra al terrorismo” da parte degli USA, dando il via alle orribili carneficine in Afghanistan e in Iraq. I “fatti del G8” non trovano più spazio nei media italiani. Intanto: un cugino, da Londra, apre il sito “carlogiuliani.it”. Radio Sherwood apre, realizza e mantiene il sito “piazzacarlogiuliani.org” per tanti anni. Scrive Elena, che da sempre lo cura: “Costituito il Comitato, Radio Sherwood ci ha regalato il dominio e ci ha aiutato a lungo ad aggiornare il sito che ha continuato a crescere, grazie a diversi contributi generosi, tanto da presentare versioni in sei lingue straniere. Con il passare degli anni sono cambiate le piattaforme e i programmi di gestione; di trasloco in trasloco, da un server all’altro, il nostro sito ha perso le versioni in altre lingue, ha cambiato veste grafica, ha cambiato anche dominio… Oggi ringraziamo Carlo Gubitosa per la pazienza e la generosità con cui ci ha supportati e consigliati oltre che per l’impegno messo nel realizzarlo, e l’Associazione culturale Altrinformazione che ci ospita sui suoi server”. Quel sito racconta, ancora dopo 25 anni, la storia del comitato voluto da amici e amiche di mio figlio a cui si sono uniti una sua maestra, un professore del liceo e noi familiari. Non ne farà parte Edo, caro compagno dei primi anni di scuola, che un aneurisma ci ha rubato il 2 gennaio 2002. Lo vengo a sapere, con il cuore a pezzi, mentre mi trovo al secondo Social Forum Mondiale di Porto Alegre, tra una conferenza e una manifestazione. Intanto: nascono un centinaio di Social forum locali. Ho cominciato a viaggiare, da nord a sud e oltre confine. Non mi fermerò per diversi anni. Viaggio per raccontare i “fatti”, viaggio anche per raccogliere sostegno economico: in via San Luca si lavora intensamente e c’è bisogno di solidarietà. Viaggio per imparare. Per imparare vado da Felicia Impastato, a Cinisi, che mi prende per mano e mi parla del suo Peppino. A Milano c’è Lydia, madre di Roberto Franceschi. C’è Licia, moglie di Pino Pinelli, ma in quel momento non passo al suo esame severo. Ci sono Danila e Maria, madre di Fausto Tinelli e sorella di Lorenzo Iannucci. Ci sono le Mamme del Leoncavallo. C’è Adele, madre di Luca Rossi. A Pisa c’è Franco Serantini, un “figlio di nessuno”, e Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, la Madre costituente che ne fa memoria. A Brescia ricordiamo i colleghi e le colleghe uccisi in Piazza della Loggia. A Bologna il 2 agosto non si può mancare perché la strage fascista alla stazione non ha ancora detto tutta la verità. E a marzo ci sono gli amici e le compagne di Francesco Lorusso, colpito alla schiena vicino alla sua Università. La mia Università si trova a Casa Cervi, e a Reggio Emilia, con i cinque martiri della canzone che cantavo ai miei figli bambini. Roma mi regala una nuova grande amica, già amica, quando era ragazza, di mia sorella Anna, della libreria Uscita: “memoria è lotta!” mi insegna Paola Staccioli con i suoi libri, mentre lotta contro il tumore. Conosco Carla Verbano, madre di Valerio, la sorella di Piero Bruno, i compagni di Walter Rossi, tutto il quartiere di Ciro Principessa… Le Madres argentine di Plaza de Mayo lo hanno insegnato: è possibile socializzare il dolore. Hebe De Bonafini mi aveva regalato il fazzoletto bianco con la scritta Aparición con vida. Lottare contro l’impunità. Nunca más. Lo ripetiamo anche noi, ai convegni, nelle piazze, nei volantini. Ingenuamente tento di mettere insieme tutte le vittime della violenza di Stato, di creare una rete che unisca comitati e associazioni. Non ci riesco. Al termine di alcuni incontri – a Milano, Genova, Roma e Bologna – concordiamo solo su un sito comune. Nasce così, grazie alla generosità e all’impegno costante di Francesco “baro” Barilli, Reti-Invisibili, un portale internet con cui si intende rendere visibili le nostre attività. Una Banca dati della memoria dove inserire il profilo di ciascuna associazione, documenti giudiziari, schede e cronologia dei principali fatti dal dopoguerra, contributi tecnici e giornalistici. Scrive Barilli: “Cosa lega le vittime delle stragi italiane a quelle uccise dalle forze dell’ordine, dallo squadrismo neofascista, dalle organizzazioni mafiose? Fatti diversi tra loro però uniti da un’unica strategia: la negazione della verità da parte degli apparati dello Stato, conseguenza di insabbiamenti, sottrazione di documenti processuali rilevanti, sostanziale archiviazione di tutti i procedimenti in corso. Senza l’accertamento della verità, i familiari delle vittime di stragi e omicidi compiuti anche da diversi responsabili sono diventati come invisibili, buoni solo per le ricorrenze e gli anniversari con cui lo Stato si autoassolve dalle sue responsabilità”. Un’altra rete nel frattempo conquista le prime pagine di certa stampa: dopo un’articolata indagine, i reparti speciali dei ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dell’Arma dei Carabinieri) e dei GOM (Gruppo Operativo Mobile, un reparto speciale della Polizia Penitenziaria) arrestano diciotto attivisti della “rete meridionale del sud ribelle”, notificando i domiciliari ad altri cinque. Saranno quarantuno, nel complesso, le persone indagate nel filone d’inchiesta. Scrive Lorenzo Guadagnucci nel 2003: “L’inchiesta di Cosenza contro la Rete del Sud Ribelle è stato forse il passaggio più inquietante di quell’involuzione autoritaria che ha caratterizzato l’Italia del dopo Genova. Nel novembre 2002 venti militanti furono arrestati (e alcuni di loro furono rinchiusi nelle carceri di massima sicurezza vicino a mafiosi e terroristi) con accuse pesantissime, per lo più relative ad articoli del codice penale di derivazione fascista, introdotti nel codice negli anni Trenta, come il “sovvertimento dell’ordinamento economico costituito nello Stato” […] L’accusa – e questo è il punto grave – non contesta agli indagati alcun fatto specifico, se non l’occupazione simbolica di un’agenzia di lavoro interinale e la partecipazione attiva ai controvertici di Napoli e Genova nel 2001. Fra le imputazioni, per alcuni, c’è anche la “compartecipazione psichica” agli atti violenti compiuti da altri. In breve, un castello di accuse dal quale è pressoché impossibile difendersi: se l’accusa non contesta fatti specifici, come si può replicare?”. Nel 2008, infine, verrà emessa la sentenza di assoluzione per tutti i 13 imputati rimasti “perché il fatto non sussiste”. Il sito ProcessiG8 spiega che la segreteria del Genoa Legal Forum coordinava un centinaio di avvocati impegnati nella difesa dei manifestanti ingiustamente incarcerati, di coloro che avevano subito la brutalità poliziesca, che non avevano potuto far valere i loro diritti e così via: “… Si sono così costituiti alcuni gruppi di lavoro sui principali momenti in cui l’assistenza legale si è articolata: la tutela delle persone indagate, l’assalto alla Scuola Diaz, le violenze perpetrate a Bolzaneto, gli arresti e i pestaggi durante le manifestazioni, i ricorsi contro le espulsioni immotivate e il divieto di rientro in Italia, i fatti di via Tolemaide e piazza Alimonda culminati con l’uccisione di Carlo Giuliani”. Come Bachschmidt racconta in questo libro, Piazza Alimonda è stata isolata dal contesto di via Tolemaide e subito archiviata, ma è ritornata nel processo a carico di venticinque manifestanti, i capri espiatori del disastro G8. Nel 2004, perquisiti, fotografati e schedati, abbiamo potuto assistere alle udienze. Vedevamo sfilare i testi chiave dell’accusa: i poliziotti e i carabinieri che comandavano i vari contingenti schierati per le strade della città, tra questi i responsabili delle cariche immotivate e dei pestaggi. A fianco degli avvocati della difesa intravedevo Bachschmidt e altri consulenti della Segreteria Legale. All’inizio eravamo un pubblico numeroso. Chi non mancava mai era Arnaldo Cestaro, sessantadue anni compiuti quando, nella palestra della scuola Diaz, era stato picchiato con tanta crudeltà da lasciargli ferite permanenti. Nel 2011 porterà il suo caso davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo – sostenendo che l’Italia non solo aveva violato i suoi diritti fondamentali durante l’assalto alla scuola, ma che non aveva fornito adeguate misure per punire i responsabili – e vincerà la sua battaglia. In realtà sarà una vittoria per i diritti umani, non solo per le vittime degli abusi di Genova, ma anche per il sistema giuridico italiano, considerato l’impatto che ha avuto per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale. “Era una persona speciale” scriverà vent’anni dopo Lorenzo Guadagnucci, suo compagno di sventura: “Era un militante politico, orgogliosamente comunista, pieno di umanità e di gentilezza. Era arrivato a Genova per il G8 da Vicenza, con un pullman organizzato da Rifondazione Comunista, il suo partito, ma non era rientrato col resto del gruppo. Si era fermato a Genova con l’intenzione di portare un mazzo di fiori al cimitero di Staglieno, sulla tomba della figlia di una compaesana, una ragazza morta in un incidente stradale. Arnaldo era così, un uomo gentile, fedele alle amicizie, attento alle persone che aveva vicino. Quel sabato 21 luglio aveva chiesto consiglio per un luogo in cui passare la notte, e una signora genovese gli aveva indicato la scuola Diaz di via Battisti. Arnaldo si era sistemato con le sue borse proprio vicino al portone d’ingresso della scuola. Fu uno dei primi a essere travolto. “Pensavo fossero quelli del Blocco nero – avrebbe poi raccontato – e invece era la nostra polizia. Nei mesi successivi, con altre persone, fummo tra i fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova. Arnaldo ne era un simbolo”. La presidente era la madre di una ragazza di Lecco ferita alla Diaz, dove era tornata la sera del sabato dopo la manifestazione per riprendersi lo zaino. “Da quel momento noi l’abbiamo persa fino al lunedì notte quando l’abbiamo riabbracciata all’uscita dal carcere di Vercelli”, ricordava Enrica Bartesaghi, “nel frattempo, in quelle lunghissime ore, noi abbiamo scoperto, dopo innumerevoli telefonate alla questura di Genova, che Sara era stata arrestata senza sapere perché, che era stata ferita riportando un trauma cranico senza sapere dove né da chi, che era stata portata in carcere senza sapere quale… Mi è sembrato di colpo di essere precipitata in un altro paese, in un’altra epoca, non ero più in Italia nel luglio del 2001, ma nel Cile ai tempi di Pinochet o nell’Argentina dei colonnelli, da noi – pensavo – non ti spariscono i figli nel nulla, feriti e sequestrati dalla polizia”. Enrica ha continuato per molti anni a testimoniare e cercare con determinazione quella Verità e Giustizia per sua figlia e per le altre persone che quella notte avevano subito maltrattamenti e pestaggi fino a un soffio dal perdere la vita, come il giornalista inglese Mark Covell. Quando sono iniziate le udienze per il processo Diaz abbiamo assistito a testimonianze di grande valore. Ricordo in particolare la compostezza e la determinazione con cui Lena Zühlke rispondeva alle domande, a volte volgarmente allusive e provocatorie, degli avvocati della polizia. Chi ha trovato la forza di venire a deporre, nonostante il dolore e vorrei dire il disgusto del ricordo, ha dimostrato una dignità e un senso civico che avrebbe dovuto coprire di vergogna i torturatori e i responsabili di quella sciagurata irruzione. Se ne fossero stati capaci. All’interno di Reti-Invisibili, e con il supporto prezioso dell’Osservatorio Repressione organizzato e coordinato da Italo Di Sabato, si era creato un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco, soprattutto tra le associazioni di Genova, Bologna, Milano, Pisa e Roma. Negli anni abbiamo dovuto purtroppo aggiungere altri nomi, altre associazioni, altro dolore, altra ingiustizia. 2003, Milano: Davide Cesare, il nostro Dax, pugnalato per strada con un amico da due fascisti. Le forze dell’ordine, subito intervenute, hanno ostacolato l’arrivo delle ambulanze, poi hanno inseguito, manganellato, arrestato i compagni dei due giovani fino all’interno del Pronto Soccorso dell’Ospedale San Paolo. 2003, Livorno: Marcello Lonzi, trovato morto nel carcere delle Sughere. 2005, Ferrara: Federico Aldrovandi, diciotto anni, che ritornando a casa una notte incontrava quattro poliziotti. 2006, Cagliari: Giuseppe Casu, sessantenne pensionato di Quartu Sant’ Elena, di tanto in tanto vendeva frutta e verdura senza la regolare licenza. 2006, Roma: Renato Biagetti, laureato in ingegneria, accoltellato all’uscita di una festa reggae sulla spiaggia di Focene da fascisti. Gli assassini pronti per volare all’estero, uno dei due ha il padre carabiniere. 2006, Trieste: Riccardo Rasman, trentaquattrenne disabile psichico, “arrestato” nella sua abitazione da tre agenti di polizia perché disturbava i vicini. 2007, Arezzo: Gabriele Sandri, ucciso da un colpo di pistola sparato da un agente durante una sosta in un’area di servizio. 2007, Perugia: Aldo Bianzino, falegname, trovato morto nel carcere due giorni dopo il suo arresto per coltivazione di alcune piante di cannabis. 2008, Varese: Giuseppe Uva, fermato da due carabinieri perché ubriaco. 2009, Vallo della Lucania: Francesco Mastrogiovanni, “il maestro più alto del mondo”, morto durante un trattamento di contenzione meccanica (legato per 87 ore senza acqua né cibo): era stato fermato dai carabinieri a seguito di un ordine di TSO del sindaco. 2009, Roma: Stefano Cucchi, arrestato dai carabinieri, morto dopo pochi giorni durante la custodia cautelare. 2010, Milano: Michele Ferrulli, morto durante l’arresto, le forze dell’ordine erano state chiamate per “molestie”. 2014, Firenze: Riccardo Magherini, morto durante un fermo ad opera dei carabinieri. L’intento del nostro gruppo era quello di rendere visibile, con le vittime, la repressione che le aveva uccise. Gli abusi, i depistaggi, gli insabbiamenti. Le promozioni dei responsabili di interventi sciagurati. L’involuzione delle forze dell’ordine che invece di garantire il diritto di manifestare, difendere le realtà più deboli e minoritarie e contrastare tutti gli abusi, aggredisce come nemica ogni diversità: chi dissente, chi occupa case, migranti, rom… L’arrivo di Patrizia Moretti, madre di Aldrovandi, e più ancora di Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, ha cambiato l’indirizzo da seguire: bisognava togliere le “mele marce” da un paniere sano, condannando gli esecutori materiali. [Mi scrive Baro a questo proposito: una cosa del genere l’abbiamo vista anche nel caso del poliziotto assassino di Rogoredo (una vicenda che davvero, se indagata sul serio, è la punta dell’iceberg di un sistema) o anche nel caso (meno noto ma persino più grave) della caserma dei CC chiusa a Piacenza. Parlo di un fatto di 5 o 6 anni fa: un’intera caserma nel centro di Piacenza fu posta sotto sequestro e diversi militari arrestati. I reati contestati erano agghiaccianti; vado a memoria: traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio… Tutto questo per dire che altro che mele marce: abbiamo un problema col frutteto]. Naturalmente la nuova linea di condotta è stata subito accolta ai piani alti ma è piaciuta anche all’opinione pubblica: è più rassicurante poter dare la colpa a dei singoli invece di mettere in discussione un intero sistema. Sarà la fine di Reti-Invisibili. Ho viaggiato da un treno all’altro, da un dibattito organizzato da un Social forum all’assemblea di un circolo Arci, da una festa di Liberazione a una di Legambiente, passando da scuole e centri sociali. Ho ricevuto un’accoglienza calda e solidale da chi non si limitava alla prima impressione, alla prima immagine, ma cercava di capire. Ho conosciuto persone bellissime, “belle dentro” come diceva mio figlio. Tra quelle che incontravo spesso, alle diverse iniziative, Vittorio Agnoletto era infaticabile nel denunciare ingiustizie e soprusi, assumendosi con coraggio le responsabilità anche a costo di subirne le conseguenze. Instancabile, ancora oggi. A Genova, Bachschmidt e la Segreteria Legale continuavano a lavorare intensamente per assistere gli avvocati nei diversi processi: quello a carico dei 25 manifestanti, quelli relativi ai fatti della scuola Diaz, della caserma Bolzaneto, ai vari episodi di strada. Penso sia utile sottolineare il grande lavoro svolto in via San Luca, perché non sono molte le persone che ne sono venute a conoscenza. Per la prima volta le foto e le riprese video, acquisite come prove documentali, sono state determinanti in un processo penale: hanno di- mostrato la brutalità dell’irruzione nella scuola; hanno smontato la versione delle forze dell’ordine per quanto riguarda le due bottiglie molotov; hanno permesso di identificare alcuni degli agenti responsabili delle violenze. La giurisprudenza ha poi consolidato l’uso delle registrazioni video come prove documentali legittime, a patto che sia garantita la loro genuinità e integrità. Sono sempre convinta che, con le immagini raccolte in piazza Alimonda il mio nuovo avvocato, compagno e amico fraterno, Gilberto Pagani, in un pubblico dibattimento avrebbe potuto smentire le deduzioni che hanno portato all’archiviazione dell’uccisione di Carlo… Ora, però, devo fare un passo indietro e tornare al 2005 quando i comitati Verità e Giustizia per Genova e Piazza Carlo Giuliani raccoglievano le firme a sostegno di una petizione popolare, a norma dell’art. 50 della Costituzione, firme in seguito consegnate, inutilmente, nelle mani del ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu. Nel testo dell’istanza chiedevamo “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di principi ed indirizzi finalizzati ad una moderna formazione non violenta e ad un costante aggiornamento professionale delle Forze di polizia” e “iniziative legislative volte a conseguire l’obiettivo di messa in atto di norme in materia di identificazione, mediante codice alfanumerico, del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile o militare comunque impiegato in servizio di ordine pubblico”. Si può leggere nel web che l’introduzione di un codice identificativo per il personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile (Polizia di Stato, Polizia penitenziaria) e militare (Carabinieri, Guardia di Finanza) impegnato in attività di ordine pubblico è un tema dibattuto da anni in Italia. Nonostante le raccomandazioni del Consiglio d’Europa e le richieste di organizzazioni come Amnesty International, ad oggi non esiste un obbligo di legge che imponga l’apposizione di tali codici sulle divise o sui caschi, rafforzando l’impunibilità degli agenti e rendendo l’Italia un’eccezione rispetto alla maggior parte dei Paesi europei. Anche gli abitanti della Val di Susa, dove salivo per la prima volta quell’anno, ne trarrebbero un beneficio. Da molto tempo uomini e donne che cercano di difendere il loro territorio dalle distruzioni e dai veleni prodotti dagli scavi per l’Alta Velocità vengono controllati, fermati, feriti, bombardati di gas CS (usato anche a Genova ma proibito in guerra dalla Convenzione di Ginevra). Vengono accusati di pesanti reati dai PM di Torino, come resistenza aggravata a pubblico ufficiale o devastazione e saccheggio. Ricevono fogli di via e dure – quanto assurde – misure cautelari. Non succede solo ai ragazzi: Nicoletta Dosio, docente di lettere antiche in pensione, mia cara amica, ha avuto tutto questo: le hanno rotto il naso, è stata incarcerata, messa agli arresti domiciliari per via del covid, impossibilitata a ricevere cure e amicizie mentre il marito era gravemente ammalato. Non mi si dica che questa è giustizia. È stupida vendetta, è crudeltà. Mi sono sentita subito a casa in quella valle, subito compresa e accolta con generosità, e da allora sono ritornata molte volte, trovando nuove sorelle quando, alcuni anni più tardi, si è costituito il fantastico gruppo delle Mamme in piazza per la libertà di dissenso. È un’associazione di mamme delle ragazze e dei ragazzi di Torino sottoposti a pesanti misure cautelari e processi per aver partecipato a manifestazioni e iniziative antirazziste, antifasciste e in difesa del territorio. Si sono riunite in gruppo per sostenere tutti e tutte i giovani attivisti, e per denunciare la situazione di ingiustizia e di repressione che nega il diritto al dissenso e alla protesta. A Genova il nostro Comitato era formato inizialmente da sedici persone che si erano avvicendate nei diversi ruoli. Il primo presidente è stato il caro Giuseppe Coscione, professore di Carlo al liceo, che continua a sostenerci. Tra gli altri voglio ricordare Pietro Ugo Bertolino, uno degli amici più costanti che purtroppo ci ha lasciato contro la sua volontà a causa di una sofferta malattia. È soprattutto merito suo se, dopo varie domande e altrettanti rifiuti, abbiamo deciso di raccogliere e presentare le firme necessarie per posizionare il cippo al centro dell’aiuola. Ha scritto Lorenzo Guadagnucci: “L’altare abusivo finora ha fatto comodo a tutti. Ha permesso di ricordare Carlo e attraverso di lui tutte le vittime di quelle giornate torride di luglio, senza cambiare la toponomastica cittadina e senza disturbare nessuno. Il Comune ha potuto limitarsi ad osservare. Non c’è stato bisogno di una discussione pubblica sulla memoria cittadina: l’altare c’era, ma era ufficioso, svolgeva la sua funzione e consentiva a tutti di stare al coperto. Ora è tempo di prendere posizione. Il Comitato Piazza Carlo Giuliani ha avviato una raccolta di firme per mettere un cippo in marmo nell’aiuola al centro della piazza. Sul cippo saranno incisi solo nome, cognome e data: non serve nulla di più. Non ci sono intenti celebrativi, e tanto meno di rivincita: si tratta di dare forma materiale, concreta a un tratto di memoria che la città di Genova non ha ancora assimilato. Quel cippo poteva essere lì già da tempo. In altri momenti, con uomini più coraggiosi, non ci sarebbe voluta una raccolta di firme, promossa da un Comitato animato dai familiari e dagli amici della vittima, per fermare con una targa nel ricordo della città e dei cittadini un episodio così grave e così importante per la vita democratica e civile di Genova e dell’intero paese. Ma oggi, nei luoghi del potere, il coraggio è un bene raro”. La richiesta è stata formalmente presentata all’allora sindaco di Genova, accompagnata dal progetto, e si è giunti in seguito alla discussione in Consiglio comunale, sostenuta da una mozione e appoggiata dal centrosinistra con qualche defezione. E Tursi ha autorizzato. Perché un cippo? Una targa posta in precedenza con incisa una frase di Gandhi era stata giudicata “pericolosa”, in seguito lordata di vernice nera, infine spaccata. Un sasso è per natura “resistente”: resiste alle calamità del tempo come ad altre, di altra origine. Inoltre, una cooperativa di cavatori di Massa Carrara aveva fatto sapere a Pierugo di voler donare a Carlo un blocco di marmo, cioè il più bel “sasso” che perfino un ragazzo come lui, naturalmente poco incline a monumenti, avrebbe apprezzato. Nel 2006 Stefania Zuccari, mamma di Renato Biagetti, aveva iniziato a raccogliere attorno a sé un gruppo antifascista tutto al femminile: le Madri per Roma Città Aperta. Ha aderito subito Rosa Piro, mamma di Dax, e io che nel frattempo stavo diventando romana. Infatti, nell’illusione di poter seguire da vicino i lavori della commissione parlamentare di inchiesta sul G8 prevista dal governo Prodi, avevo accettato la candidatura di Rifondazione Comunista. Ero entrata in Senato a ottobre, in tempo per vedere bocciata la proposta di commissione. Mi sentivo inadatta al ruolo, prigioniera in quella gabbia dorata che si era rivelata presto un votificio. Mi mancavano l’esperienza e il rapporto con il territorio. Così usavo il mio tesserino magico nel tempo libero, dal venerdì pomeriggio al martedì mattina, per continuare a imparare. Ho viaggiato da un lager per immigrati a una prigione, da una casa circondariale a un carcere con 41 bis (fine pena mai), da un campo sinti o rom ancora a un istituto di pena, con la collaborazione di compagni delle diverse regioni. Dopo un anno e mezzo il governo è caduto per un cambio di casacca, tanto era risicata la nostra maggioranza, e ho dovuto interrompere quelle terribili lezioni. Non sono stata davvero utile a nessuno, ho solo allacciato alcuni forti legami di amicizia che durano ancora oggi. Tra il 2008 e il 2012 Bach – come mi piace chiamarlo data la mia difficoltà ad usare il nome di mio figlio – era ancora impegnato come perito nei processi giunti al secondo grado di giudizio. Oltre alle consulenze acquisite durante i processi, ha curato la produzione di video indipendenti, tra cui Blocco nero, presentato a settembre alla Mostra del Cinema di Venezia. Nello stesso anno ha portato al Festival di Internazionale, a Ferrara, I giorni di Genova, racconto civile dei fatti del G8, e mi ha chiamato a partecipare. Era la prima volta che ci trovavamo insieme fuori dalle stanze di via San Luca. Il 5 luglio 2012 viene scritta la sentenza definitiva sul blitz alla scuola Diaz. Mentre in Italia grandi industriali, mafie e perfino amministratori devastano e saccheggiano liberamente interi territori avvelenando e ammalando le popolazioni. Mentre si confermano lievi condanne per i vertici della polizia e i torturatori Diaz e Bolzaneto. Mentre qualche super poliziotto della “macelleria messicana” viene premiato e fa carriera. Mentre gli assassini di Aldrovandi vengono applauditi dai colleghi… il 13 luglio 2012 si tiene l’ultima udienza in corte di Cassazione con cui dieci manifestanti che non avevano ucciso né danneggiato persone, al più qualche vetrina, vengono riconosciuti responsabili del disastro G8. La corte infatti li dichiara colpevoli del reato di devastazione e saccheggio e li condanna a pene che vanno da un minimo di 6 anni e 6 mesi a 15 anni. Bach vuota le stanze della Segreteria Legale, consegna tutto al Centro Documentazione Lorusso-Giuliani presso il Vag di Bologna e sale in Val di Susa per raccontare in un documentario i monti, i boschi e la lotta del popolo No Tav. L’anno seguente la Corte europea dei diritti dell’uomo condannerà il nostro paese, definendo tortura quanto avvenuto nella scuola Diaz, e evidenziando la mancanza di leggi adeguate. Poi abbiamo perso la voce. Non riuscivamo più a parlare dei nostri figli indagati, carcerati, uccisi. Ai confini, che noi vorremmo sempre aperti, morivano a centinaia – anzi a migliaia – i figli e le figlie di altri paesi. Uccisi dal freddo sulle montagne, schiacciati aggrappati sotto i camion, annegati nel nostro mare. Uccisi dall’egoismo di una società predatoria che si fa assassina per mantenere i propri privilegi. Il proprio dannato “stile di vita”. E le guerre, e lo sterminio della Palestina… Eppure. Eppure è questo che ci insegnano Paola e Claudio Regeni con la loro lotta tenace: riuscire a rendere un po’ più giusto il nostro orticello serve alla giustizia di tutto il mondo. Scrive Giorgia Mazzucato in Stomaco: “Perché il G8 di Genova, perché io? Perché parla anche di me, che non c’ero. Di tutto quello che in quei giorni ho perso senza saperlo. Di quel nodo che riporta a oggi nel mezzo del mondo. Nel mezzo di questo mondo di tiranni, silenzi e statue d’oro”. Perciò, per il tuo lavoro, grazie Bach! -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI ELENA GIULIANI: > 20 luglio 2001, Genova… -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo C’era un ragazzo sull’asfalto proviene da Comune-info.
July 12, 2026
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Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean
La storia del porto crocieristico di Fiumicino continua. NON SOLO SENTENZA: A VINCERE È LA MOBILITAZIONE Sarebbe, tuttavia, un errore raccontarla soltanto come battaglia legale e oggi possiamo dire una cosa semplice: organizzarsi serve, studiare le carte serve, costruire mobilitazione serve. Anni di mobilitazione sul litorale hanno condotto a questo risultato straordinario e l’ultimo anno è stato la ciliegina sulla torta: il 4 settembre il corteo per la Palestina attraversa Fiumicino, il 5 ottobre oltre duemila persone riempiono le strade di Ostia, il 9 novembre quelle stesse energie tornano a Fiumicino contro il porto. > Tre momenti diversi, un’unica storia. La causa palestinese ha riattivato > relazioni e immaginario politico e ha dimostrato platealmente che ciò che > accade sulle rive di Gaza non è separato da ciò che accade sulle altre coste > del Mediterraneo, incluso le nostre. Da quel momento il porto di Fiumicino non è stato più soltanto un porto: è diventato il simbolo di un modello imposto dall’alto di presunto sviluppo. Royal Caribbean non rappresenta il turismo, ma un’idea di territorio snaturato e non sostenibile fatto di coste privatizzate, economia estrattiva, rendita e concentrazione della ricchezza. Per non parlare dei suoi legami con Israele, con il mondo di Epstein e con l’economia di guerra sponsorizzata dal gruppo israeliano Ofer, anche tramite MSC, che abbiamo documentato in precedenza con tre inchieste. COSA DICE LA SENTENZA? La sentenza mostra il trucco tecnico dietro l’operazione: il progetto era stato presentato come “porto turistico” — categoria pensata per la nautica da diporto — proprio per evitare i controlli dovuti a un’infrastruttura della sua reale portata. Ma bastano i numeri degli stessi proponenti per smontare la finzione: navi da crociera come home-port per circa 200 giorni l’anno, un traffico stimato di 1,3 milioni di turisti senza infrastrutture adeguate alla gestione di flussi di tale portata né soluzioni a beneficio della collettività. Chiamare le cose con il nome sbagliato per aggirare le regole è, in fondo, il modo in cui il grande capitale entra nei territori, appoggiandosi a politici e imprenditori disposti a fare da sponda. E non finisce qui: il Ministero della Cultura aveva rinviato l’autorizzazione paesaggistica su un’area vincolata, mentre l’Autorità di Bacino competente sul rischio idraulico non è mai stata interpellata, nonostante parte del progetto sorga in zona a rischio esondazioni. Chi abita a ridosso di quell’area, evidentemente, non vale una verifica istituzionale. Per questo la nostra battaglia non è mai stata soltanto ambientalista: è una critica a un modello economico che trasforma il mare in una piattaforma logistica e commerciale a vantaggio di pochi, sottraendolo a chi lo vive ogni giorno senza restituire valore ai territori. LO CHIAMANO SVILUPPO MA È TURISMO ESTRATTIVO Una lotta apparentemente impari: multinazionale contro cittadinə, collettivi, comitati e associazioni. Davide contro Golia. Eppure, oggi, Golia ha dovuto fermarsi e la vittoria è innanzitutto del Collettivo No Porto e di tutte le persone che, negli anni, hanno scelto di opporsi a un’opera presentata come inevitabile. Senza i pirati e le piratesse dei Bilancioni occupati, oggi questa battaglia sarebbe già persa. > Ma questa storia non riguarda solo il litorale romano. La Rivoluzione dei > Fenicotteri in Albania, le mobilitazioni in Sardegna per Cala Finanza, la > battaglia per gli ex-Mercati Generali di Roma: ovunque si mette in discussione > un modello che chiama “sviluppo” ciò che è appropriazione e devastazione dei > territori. Noi lo chiamiamo turismo estrattivo intrecciato con la logistica globale e con un’economia orientata alla guerra. Per questo il porto di Fiumicino non è mai stato una questione locale, ma un tassello di una trasformazione più ampia in atto. Infine, fa sorridere vedere chi si proclama sovranista piegarsi in tal modo davanti a una multinazionale straniera. Il patriottismo evapora, guarda caso, proprio quando ci sono da firmare le concessioni “giuste”. Di fatto sono le mobilitazioni dal basso a incarnare involontariamente un vero sovranismo popolare in chiave anticapitalista: quello di chi considera il mare un bene comune e non un investimento finanziario a beneficio di pochi; di chi pensa che la ricchezza di un territorio si misuri nella qualità della vita di chi lo abita; di chi ricorda che a Fiumicino mancano ancora infrastrutture necessarie, tra cui un ospedale. L’accoglimento del ricorso non chiude questa storia: le dà ragione. La Fiumicino Waterfront aka Royal Caribbean potrà ricorrere al Consiglio di Stato o ripresentare lo stesso progetto con la procedura corretta, e allora le domande vere sull’acqua, sull’aria, sulla vita di chi abita Isola Sacra e Ostia, torneranno sul tavolo. Ma oggi festeggiamo, perché questa vittoria ci ha ricordato una verità semplice: la lotta paga. La costa è di tuttə. E continueremo a difenderla con l’ostinazione di chi sa che si può vincere. L’immagine di copertina è di Noah Bettio Questo articolo è gratuito, ma produrlo richiede tempo e impegno. Per mantenere la nostra informazione libera e accessibile, abbiamo bisogno del tuo contributo, anche piccolo. Trasforma la tua lettura in un atto di sostegno, clicca sul banner qui sotto per fare una donazione. Puoi anche donare il tuo 5X1000, CF: 96405560580 L'articolo Porto di Fiumicino: il TAR smaschera il trucco di Royal Caribbean proviene da DINAMOpress.
July 11, 2026
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