Sostituzione Meccanica: Philip K. Dick, il Dominio e il Sabotaggio
David Lapoujade, Mondi che cadono a pezzi. Versioni di Philip K. Dick , Torino,
Einaudi 2026, pp. 167, Euro 20,00 stampa
Come si è potuti arrivare dal Cogito Cartesiano al vero e proprio delirio della
filosofia contemporanea? La filosofia del Ventesimo e Ventunesimo secolo,
soprattutto nell’opera di alcuni filosofi francesi contemporanei, è una
filosofia del delirio, della follia: ci insegna che dobbiamo cominciare a
delirare, a uscire dal solco della filosofia convenzionale, se vogliamo andare
oltre i rigidi schematismi della realtà sociale ed economica contemporanea.
Jacques Derrida proponeva di uscire dalla Metafisica Occidentale decostruendola
dal di dentro. Gilles Deleuze e Felix Guattari proponevano di uscire dal
capitalismo tramite la schizo-analisi. Questo filosofi sono gli eredi di una
tradizione di filosofia anti-metafisica che ha preso le mosse proprio dalla
critica del Cogito cartesiano: si arriva a dubitare di tutto, anche della famosa
formula “Cogito ergo sum” – “Penso dunque sono”. Perchè, in definitiva la
domanda vera è: “Ma io chi sono?” (la stessa domanda che si ponevano gli
gnostici…) “E se penso – e qui interviene la svolta filosofica geniale di Philip
K. Dick, il suo scetticismo radicale – siamo sicuri che io sia un essere
umano?”
Il sé, che è stato posto a fondamento di tutta la filosofia dal Settecento in
poi, potrebbe essere espressione non già di un essere umano, bensì di una cosa
pensante. Ma la domanda più drammatica – ripresa da David Lapoujade in questa
sua analisi filosofica delle opere di Philip K. Dick – è: “Che cosa mi assicura
che i miei pensieri non provengano da un’entità che ha preso il controllo del
mio cervello?” Giustamente Lapoujade, docente di Filosofia presso l’Università
di Parigi Panthéon-Sorbonne, allievo di Gilles Deleuze, fa notare l’assonanza
tra il nome del protagonista di Ma gli androidi sognano pecore elettriche?,
Deckard, e Descartes, cioè Cartesio. Dunque il Cogito di Cartesio – che fu al
centro di una celebre disputa tra Michel Foucault e Jacques Derrida sul Cogito e
la follia – subisce un curioso rovesciamento: non più “Penso dunque sono”, ma
“Penso dunque sono…una macchina”. Dick introduce le macchine pensanti nelle sue
storie, macchine che a poco a poco prendono il sopravvento sugli umani, fino a
sostituirli completamente, grazie alla loro abilità nel rispondere al Test di
Turing, cioè grazie alla loro abilità nel far credere di essere degli esseri
umani, anzi a volte inconsapevoli essi stessi di non essere umani. E per quanto
riguarda il celebre Test Voight-Kampff, il Test dell’Empatia inventato da Dick,
androidi sempre più sofisticati saranno sempre più bravi a fingere una reazione
empatica alle domande….; oppure addirittura arriverà un giorno in cui gli
androidi stessi cominceranno ad avere paura di morire, paura di essere
“ritirati” o che il loro periodo di vita sia destinato a scadere, e si
rivolgeranno al loro Dio (Tyrrel) chiedendogli di prolungargli la vita. Uno di
loro addirittura – Roy Batty – arriverà a uccidere il suo Dio. Il Dio degli
Androidi viene ucciso. Se non è filosofia questa….
Per arrivare a mettere in dubbio la nostra realtà di tutti i giorni, la realtà
fenomenica, è necessario naturalmente assumere un atteggiamento paranoico, un
atteggiamento che comincia a manifestarsi in America con il maccartismo e
culmina con la Presidenza di Richard Nixon. Qualcuno ha scritto che il vero
paranoico si guarda intorno e comincia a sospettare non solo che tutti stiano
cospirando contro di lui, ma che tutto stia cospirando contro di lui. Anche le
macchine che dovrebbero essere al nostro servizio, gli elettrodomestici o il
telefonino, ci spiano continuamente e, con la nuova tecnologia dell’Internet of
Things, possono tranquillamente scambiarsi informazioni e letteralmente
complottare contro di noi. Quindi facciamo bene a non fidarci delle macchine,
facciamo bene ad essere paranoici, anzi, non lo siamo mai abbastanza…. In un
futuro non tanto lontano, saremo aspramente rimproverati dal frigorifero o dalla
lavatrice perché ci siamo dimenticati di comprare il burro o di mettere
l’ammorbidente… A Dick ovviamente, essendo cresciuto nell’America degli anni
Cinquanta e Sessanta, in cui la paranoia era ovunque, è bastato accentuare
questo atteggiamento innato nell’uomo contemporaneo, per arrivare a dubitare dei
fondamenti stessi della realtà, per arrivare a intuire alcune delle
problematiche più scottanti del mondo di oggi. Di qui la dirompente carica
filosofica dei suoi scritti.
In uno dei capitoli del Libro, Lapoujade spiega come per Dick alla base di tutto
ci sia la sofferenza, la sofferenza e la solitudine dello scrittore che è troppo
avanti rispetto al suo tempo, propone idee che gli altri non riescono neanche a
concepire, e questo lo condanna all’isolamento. La vera creatività, la vera
originalità la si conquista con la sofferenza, affrontando le innumerevoli
umiliazioni che comporta essere uno scrittore di un genere bistrattato come la
fantascienza nella California degli anni Settanta, costretto a vivere alle
spalle della moglie e per un certo periodo, a nutrirsi di cibo per cani, come lo
stesso Philip Dick ha ricordato in alcune interviste.
L’ultimo stadio della sofferenza, però, non si raggiunge con la sofferenza
umana, ma con la sofferenza di un essere che è assolutamente innocente, dunque
dell’animale, che soffre a causa dell’uomo e la cui reazione è di puro dolore,
di sofferenza allo stato puro. Il ragno torturato dall’androide Roy Batty, per
certi aspetti, ricorda il ragno malvagio con cui si identifica Stavroghin ne I
Demoni di Dostoevskij. La sofferenza dell’animale diventa paradigma di un nuovo
secolo che si sta avvicinando, nel caso dei Demoni era il Ventesimo secolo con i
suoi orrori, che derivano dal nichilismo, nel caso di Ma gli androidi sognano
pecore elettriche? si tratta del Ventunesimo secolo, un secolo in cui la
sofferenza degli animali e l’ecocidio, la distruzione del pianeta, anzi dell’
ecosfera, è diventata una concreta possibilità…..
In vari saggi, Jacques Derrida ha criticato il Cogito di Cartesio, in
particolare la nozione cartesiana di animale-macchina, l’affermazione che gli
animali siano da considerarsi come delle semplici macchine prive di anima.
Rileggendo i testi del seminario di Derrida “La bête et le souverain”
(2001-2002), pubblicato nel 2008, in cui il filosofo franco-algerino discute
dell’ intelligenza degli animali paragonata all’intelligenza umana, vengono in
mente proprio alcune scene di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? Viene
in mente la voce “Rorarius” nel Dictionnaire Historique et Critique di Pierre
Bayle, il grande filosofo precursore dell’Illuminismo, relativa all’umanista del
Cinquecento Gerolamo Rorario, nunzio apostolico originario di Pordenone. Rorario
scrisse intorno al 1544 il trattato Quod animalia bruta saepe ratione utantur
melius homine, sostenendo che gli animali possiedano una forma di ragione
strumentale ed empirica, spesso superiore a quella umana, che è invece limitata
e incline all’errore. Bayle utilizza la tesi di Rorario per mettere in crisi la
concezione cartesiana degli animali-macchina.
Cartesio sosteneva che gli animali sono come delle macchine, e dunque sono privi
di un’anima: Dick va oltre: “….dove vanno le anime degli androidi dopo la
morte? Ma….se non sono vivi, non possono morire. E se non possono morire, allora
saranno con noi sempre. Ma hanno un’anima? E noi, a proposito, ce l’abbiamo?”
(“L’androide e l’umano” 1972).
Non solo: leggendo i romanzi di Dick, e in particolare le pagine in cui Dick
descrive la sofferenza degli animali (in particolare VALIS, dove la morte
ingiustificata del gatto fa vacillare la fede in Dio di Kevin), vengono in mente
alcune pagine di Mason&Dixon di Thomas Pynchon, questo bizzarro romanzo storico
ambientato nel Settecento, ancora in gran parte inesplorato dalla critica, in
cui Pynchon descrive l’anatra meccanica di Jacques de Vaucanson, animale
“cartesiano” per eccellenza, e per contrasto alcune pagine di Moby Dick in cui
Melville sottolinea la straordinaria intelligenza della Balena Bianca. Insomma,
non se ne esce: siamo sempre intrappolati nella vecchia questione delle macchine
e degli animali, o degli animali-macchina: Moby Dick soffre, non ci sono dubbi;
ma l’anatra di Vaucanson può provare dolore, può provare empatia? Si tratta di
uno snodo filosofico fondamentale, della possibilità di estendere il Cogito
oltre l’umano, a dei meccanismi creati dall’uomo, che piano piano stanno
acquisendo una loro consapevolezza….
L’unica soluzione possibile per contrastare in qualche modo il Dominio assoluto
della Tecnologia, sembra essere per Dick l’inganno, la clandestinità, il
sabotaggio: “Se, come sembra, stiamo diventando una società totalitaria in cui
l’apparato dello Stato sarà onnipotente, i fondamentali principi etici per la
sopravvivenza del vero individuo umano saranno: imbrogliare, mentire, fuggire,
truffare, procurarsi documenti falsi, costruire nel proprio garage aggeggi
elettronici più sofisticati di quelli in dotazione alle autorità” (“L’androide
e l’umano”, 1972). L’unico modo di opporsi al capitalismo contemporaneo, questo
meccanismo perfetto che punta a controllare qualsiasi aspetto della nostra vita,
a conoscere i nostri pensieri più reconditi – affermò Dick in uno dei suoi
famosi discorsi – è attraverso la pratica del sabotaggio: scardinare la società
minandone i meccanismi dal di dentro.
Se dobbiamo tirare le somme della catastrofe che è stata il Ventesimo Secolo, e
delle catastrofi che si preannunciano già nel Ventunesimo, con la possibilità
della distruzione totale del pianeta, dell’ecosfera, sullo sfondo di questo
disastro si staglia l’unica possibile figura eroica per Dick: il riparatore, il
fixer, il bricoleur, colui che in un futuro post atomico sarà in grado di
realizzare una radio a galena utilizzando una semplice matita ed alcuni fili di
rame… colui che sarà in grado, con mezzi di fortuna di mantenere i contatti con
i pochi sopravvissuti all’olocausto nucleare. Il bricoleur, figura ben nota alla
filosofia francese, grazie all’opera Il pensiero selvaggio (1962)
dell’antropologo Claude Levi-Strauss , è l’eroe quotidiano di Dick, la figura
antitetica all’ingegnere o all’uomo-macchina androide. Come scrive lo stesso
Lapoujade, per Dick i tuttofare sono le persone più preziose del mondo…. “il
bricoleur è l’uomo del tempo di dopo” – l’uomo del dopobomba. “Viene dopo la
distruzione. Il bricoleur è l’uomo del futuro.” Non ci dimentichiamo che anche i
terroristi dell’11 Settembre si sono comportati da bricoleurs, hanno cioè
trasformato un semplice aereo di linea in un missile da scagliare contro uno dei
simboli dell’Occidente…. Ecco, magari nel suo prossimo libro, Lapoujade, sulla
scia dell’opera “filosofica” Del Terrorismo come una delle Belle Arti di Mario
Perniola, ci potrà spiegare anche l’etica e l’estetica del terrorista-bricoleur.
Di fronte a questo progresso tecnologico così sofisticato, di fronte alla
capacità della scienza di impiantare falsi ricordi nella mente delle persone o
degli androidi, ecco che diventa estremamente difficile distinguere tra un umano
e una macchina, anzi l’umano comincia a dubitare di essere in realtà un
androide, e la macchina se ne va in giro tranquillamente convinta di essere un
essere umano. Qui sta la genialità di Dick, una genialità che spazza subito via
le assurde disquisizioni su quale sviluppo della tecnologia Dick abbia azzeccato
oppure no, rimpiazzandole con una improvvisa consapevolezza. In realtà tutti noi
stiamo vivendo nella mente di Philip K. Dick, nel futuro che è stato creato da
Philip Dick, siamo prigionieri della sua “fatticità”, stiamo sognando i suoi
stessi sogni, i suoi stessi incubi.
L'articolo Sostituzione Meccanica: Philip K. Dick, il Dominio e il Sabotaggio
proviene da Pulp Magazine.