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Flor Canosa / Sovversione impossibile
“Il Potere non ha mai esitato a divorare i suoi figli”. Questa frase, una delle più terribili pronunciate da uno dei protagonisti di Salò, o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini, racchiude in sé il mistero della perversione di una società del fascismo realizzato e del capitalismo avanzato in cui oramai si può fare tutto, purché il tutto sia opportunamente registrato, filmato, sterilizzato e silenziato, purché lo sguardo della telecamera sia rivolto in una sola direzione. Possiamo guardare tutto, ma non possiamo girare la telecamera e filmare l’occhio del Potere. Ecco, l’attività sessuale frenetica che si sviluppa tra i due protagonisti di Polpa, opera della scrittrice argentina Flor Canosa, che insegna Scienze Sociali presso l’Università di Buenos Aires, Irma e Lunes, che si abbandonano a pratiche sessuali estreme, dovrebbe rappresentare il massimo della trasgressione, il massimo della libertà. Eppure, fin dall’inizio il lettore si accorge che questa libertà estrema, queste pratiche sessuali che superano qualsiasi immaginazione e qualsiasi limite del consentito, non sono che un disperato tentativo di sfuggire a un potere che controlla qualsiasi cosa, che ha occhi dappertutto. Come nella Storia dell’occhio di Georges Bataille, il sesso diventa il disperato tentativo di esaurire il possibile, il legittimo, il pensabile, in una sperimentazione che ben presto diventa estremamente meccanica e puramente fine a se stessa. Se all’inizio della storia Irma scopre il dolore, la trasgressione del dolore, successivamente incontra un altro soggetto desiderante, Lunes, che trasforma il suo corpo femminile in un puro e semplice oggetto del piacere sessuale, dimostrando in questo modo che, nonostante tutti i nostri sforzi, non si riesce mai a sfuggire a una relazione di potere, a un rapporto in cui c’è un dominatore e una schiava sessuale, anche se questa schiava è pienamente consenziente. Poi c’è il terzo soggetto, Enero – un impiegato governativo – che si illude, osservando gli atti sessuali estremi di Irma e Lunes, di poter sfuggire al potere, quello stesso che spia giorno e notte i due partner sfrenati, l’occhio che tutto vede. Per capire cosa c’è di inquietante nei files di Jeffrey Epstein, basta guardare Salò o le 120 giornate di Sodoma, o leggere Polpa. Gli uomini di potere godono del loro dominio totale sui corpi, godono delle sofferenze che a questi corpi riescono ad infliggere. I sistemi autoritari funzionano così, da sempre. Il terzo personaggio del romanzo, Enero, colui che guarda i due protagonisti mentre vivono fino in fondo la loro passione sfrenata, ci fa capire che è tutto filmato, tutto registrato, che non si può uscire dal potere. La scrittrice Canosa aggiunge a questa amara constatazione dell’onnipresenza del potere (Michel Foucault è citato più volte, e non a caso), la consapevolezza tutta femminile delle proprie ferite sanguinanti, dei propri orifizi violati dalla verga implacabile di Lunes, la consapevolezza che c’è una soglia del dolore oltre la quale si attinge l’indicibile, l’inscrivibile, il dolore che nessuno conosce. Eppure, nonostante tutto, il potere, il nuovo fascismo totalitario, ci obbliga a dire, a confessare, a nominare questo dolore. La pulsione di morte di Freud è in ognuno di noi, le perversioni sono in ognuno di noi, ma in qualcuno che si considera al di sopra degli altri c’è una volontà di godere delle sofferenze proprie o altrui. Il sadomasochismo è in ognuno di noi, ma soltanto in alcuni individui particolari questa forma di sessualità estrema, che nasce dal dolore inflitto o subito, si trasforma in una pratica di manipolazione degli altri, in una pratica di potere. Quando raggiunge un certo livello, quando si possiedono talmente tanti soldi da pensare che si possano manipolare impunemente le persone e i loro corpi, che si possa comprare ogni cosa, si comincia a pensare di essere al di sopra delle leggi e delle convenzioni della società. Ha iniziato un certo Charles Manson negli anni ’60 a manipolare le persone trasformandole in una specie di robot capaci di fare qualsiasi cosa, di trasformare delle semplici ragazzine in schiave sessuali e in killer spietati agli ordini assoluti del loro capo; negli anni 90-2000 ha continuato un certo Jeffrey Epstein, il grande manipolatore e ricattatore, ed entrambi si sono lasciati dietro una lunga scia di cadaveri. Irma e Lunes si illudono di stare combattendo il sistema sperimentando l’estremo, ma il potere li sta guardando, li sta filmando, e sarà sempre più perverso di loro.   L'articolo Flor Canosa / Sovversione impossibile proviene da Pulp Magazine.
March 23, 2026
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Laurent Galandon, Michaël Crouzat / Crescere tra le rovine
“L’11 marzo 2011, al largo del Giappone, ha luogo un violento terremoto sottomarino. Lo tsunami generato dalla scossa devasta circa 600 km di costa. Questa catastrofe naturale ne provoca un’altra, causata dall’uomo: il guasto nel sistema di raffreddamento della centrale nucleare di Fukushima. Questo fatto innesca diverse esplosioni e il rilascio massiccio di sostanze radioattive nocive. Una parte della popolazione della prefettura di Fukushima viene allora evacuata. Ancora oggi, le conseguenze di questi eventi drammatici sono numerose.” Così si apre Ritorno a Tomioka, fumetto francese di Laurent Galandon e  Michaël Crouzat portato in Italia dai tipi di ReNoir Comics. Un fumetto occidentale dallo stile manga chiaramente ispirato ai film Ghibli con cui è cresciuto e cresce tutt’oggi chi è appassionato di animazione, “Ritorno a Tomioka” è  una storia coinvolgente ed emozionante, ispirato al tema della famiglia e del coraggio, e non c’è da stupirsi che l’anno scorso abbia vinto il premio Fauve Jeunesse al Festival international de la bande dessinée d’Angoulême, il più importante festival dedicato ai fumetti al mondo. La storia si svolge a Minamisōma, nella prefettura di Fukushima, nel giugno 2013. Due anni dopo gli eventi del devastante tsunami che ha causato un rilascio di sostanze radioattive in tutta la prefettura, seguiamo le avventure di una sorella e di un fratello, Akiko e Osamu. I due, poco più che studenti delle medie rimasti orfani dei genitori a seguito della catastrofe, vivono con l’adorata nonna, unica adulta rimastagli. Akiko cerca di rimanere positiva, dedicandosi alla propria giovane carriera di influencer di cosmesi emergente; Osamu invece si è chiuso in sé stesso, coltivando rapporti solamente con degli Yokai, spiritelli giapponesi dispettosi o benevoli alla bisogna, che solo lui è in grado di vedere. Ritorno a Tomioka si presenta subito come una storia di crescita e di avventura,  sullo sfondo di rovine circondate dalla natura, che richiama alla memoria Stand By Me di Rob Reiner (il film tratto dal racconto Il corpo di Stephen King). La nonna dei protagonisti, infatti, stanca e provata dagli ultimi anni di vita, muore nel sonno. Rimasti soli, i due fratelli dovrebbero essere affidati alla cugina Sanae e al suo fidanzato, il pedante Seiichi, ma Osamu si rifiuta di andare con loro, non prima di aver messo a riposo, come da tradizione, le ceneri della nonna nel cimitero di famiglia nella città che dà il titolo all’opera, Tomioka.  Il problema  è che Tomioka,  situata nelle vicinanze della centrale nucleare, è una delle zone con i più alti livelli di radiazione. Per i bambini andare lì sembra  impossibile, contro ogni logica; ma, pur di onorare l’amata nonna, Osamu fugge di casa, avviandosi da solo, e seguito poi dalla sorella, verso il luogo di riposo che la donna merita nell’abbandonata fattoria di famiglia, accanto alle ceneri del marito e ai propri cari animali. Il pretesto della trama,  tipico di queste storie di avventura e indipendenza giovanile, serve a raccontare la crescita emotiva di due giovani orfani che hanno solo l’altro a cui aggrapparsi in un momento disperato della propria vita, da cui possono provare a emergere solo con le proprie forze. A questo, Galandon e Crouzat aggiungono, con sapiente maestria, degli strumenti per esplorare la psicologia dei due giovani protagonisti, nel caso di Akiko abbiamo il suo telefono, con il quale la giovane mostra la propria voglia di aprirsi al mondo e rimanere in contatto con le altre persone, che troverà un importante risvolto nell’epilogo della storia. Per il chiuso Osamu, invece, abbiamo appunto gli Yokai, che sembrano tradurre i veri pensieri del ragazzo più che agire come veri e propri spiriti: dal piccolo spirito pigro e indolente, a quello sboccato e dispettoso, essi forniscono al lettore ulteriore materiali per capire i veri sentimenti del giovane protagonista. A completare il cast troviamo personaggi come Natsuo, un solitario allevatore di animali, e l’ancora vivo Naoto Matsumura, un contadino che, senza muoversi dalla zona delle radiazioni, si è preso cura, sin dai primi giorni del disastro di Fukushima di più di cinquecento animali, compreso uno struzzo. Abbiamo poi  Sanae,  cugina dei protagonisti,  che cerca amorevolmente allontanare dai guai, e Seiichi,  il suo fidanzato, un moralista insofferente verso la sofferenza di Akiko e Osamu, che si rivela il classico ometto spaventato di qualsiasi cosa su cui non riesca a esercitare una forma di autorità; infine il capo della polizia locale, un uomo ligio alle tradizioni ma sensibile e comprensivo, che rispetta la volontà dei due giovani  di onorare la propria nonna e, con essa, la vita che hanno dovuto abbandonare in seguito al disastro di due anni prima. Ritorno a Tomioka non è solamente una storia di crescita ma anche fumetto con una chiara impronta  ambientalista che, siamo certi, renderebbe orgoglioso il buon Hayao Miyazaki: il sentimento ecologista e di opposizione al nucleare  emerge anche nei dialoghi dei personaggi: “Sa, signor [Seiichi], è facile mentire sulla radioattività. Non si vede, non si sente… Ma le farfalle, loro, parlano. Dall’incidente nucleare, nascono atrofizzate, hanno un tasso di mortalità elevato o vengono al mondo con anomalie morfologiche”, come dice il capo della polizia di fronte ai discorsi sulla regolamentazione del nucleare di Seiichi, che vorrebbe invece pensare solo alla crescita e “al futuro del paese”. Il principale simbolo che si presenta nel corso della storia, però, è lo Yokai Hoshakai, le cui brillanti fiamme verdi e la natura distruttiva costituiranno la più grande prova che il giovane Osamu si troverà ad affrontare per crescere e iniziare a superare la tragedia che gli è capitata. Un messaggio di speranza che,  attraverso i protagonisti, invita chi legge, a “lottare perché catastrofi del genere non si ripetano mai più”. Un messaggio da apprezzare e comprendere in tutta la sua potenza emotiva se si seguirà Akiko e Osamu in viaggio verso Tomioka, leggendo la loro storia. L'articolo Laurent Galandon, Michaël Crouzat / Crescere tra le rovine proviene da Pulp Magazine.
March 23, 2026
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Marco Ercolani / Viaggio non finito
Nell’universo linguistico di Marco Ercolani si notava l’assenza del motivo classico per eccellenza, il mito, lo stesso che bussa alla porta quando l’epoca sfida la propria sussistenza con azioni persecutorie, caotiche e infine belliche. I verbi dei delitti si affidano allora a dèi ed eroi dando sfogo alle loro “classiche” insidie. La crudezza del technicolor novecentesco va al servizio dei circuiti elettronici invasi da quella combriccola mitologica che sembrava improbabile ma vera. E dunque nominabile e innominabile si alleano gravando sul mondo trasformato in qualcosa di sacrificabile. Uno dei poemi dell’umanità non ha più voglia di consumarsi nelle aule decrepite, in fondo sa di potersi considerare “massimo”, e una nostra vecchia conoscenza comincia a sbracciare per scrollarsi di dosso la veste di fantasma: Odisseo. Lui incarna le leggi dell’essere errabondo, arriviamo a dubitare della sua esistenza nel grande catino funesto del Mediterraneo. È qui che Ercolani si prende la scena poetica, con non poca presenza di spirito e simpatica incoscienza. Entra di botto nella classicità più prossima alle nostre coste, e comincia a reggere nelle proprie mani l’autorità eroica il cui copyright è toccato in sorte alla Grecia prestigiosa degli antichi. È uno spirito estatico quello che la voce di Odisseo espone in Non tornare è la grazia, quasi incantato dalla propria incompetenza geografica, non del tutto giustificata dall’avversità che a tratti gli riserva la folla di dèi, dee (Atena in primis), ninfe ed eroine che popolano la sua funesta avventura marinara. Ercolani dà voce, in questo suo libro, a un uomo che sembra conoscere per filo e per segno la sorte a lui destinata dal poema omerico. E a ogni pagina coltiva l’ansia di dimostrare come il proprio fluttuare nello spazio del mito tenda a una “grazia” che possa riordinare il paesaggio “infranto”. Pensiero laico o teologico, o qualità naturale del mondo, pensiero originale di Odisseo o spinto a forza nel tessuto nervoso da Ercolani in veste di biografo definitivo, non sapremo mai la verità. Ma sappiamo – è lo stesso protagonista a dircelo – che dopo ogni sua mossa, ciò che resta alle spalle è bellezza. Per questo Odisseo esiste solo nel suo andare avanti. Scompare durante le soste erotiche con Circe e Calipso, diventa etereo, talvolta si sgretola. Ma la voce qui emerge devozionale, e consapevole d’essere rinforzata dall’eccellente interpretazione che Ercolani, scrittore moderno e a ogni buon conto sebaldiano (e non privo di indagini ombrose che altrove, in prosa, qualcosa devono a Simenon), regala al suo “eroe”. Essendo un’esistenza mitologica, per Odisseo non resta che costante l’insistenza, teatralmente riferita, sul proprio “viaggio non terminabile”: se fosse il contrario, vacillerebbe l’intero spaziotempo che condividiamo, Itaca e altre isole sparirebbero dalle carte ideali per trasformarsi in vacue e fantasmatiche lande rocciose prive di nome. Al dunque, a che varrebbe sperare, regalando alla realtà la storia di tutte le storie? Forse Ercolani ha trovato il modo per aggirare rovine e cenere avendo ben presente che già in poesia rovina e cenere sono al centro del cibo di cui nutrirsi, soprattutto in quest’epoca distruttrice di mondi. Chi meglio di Odisseo errabondo, in dialogo privato con la sua corte non umana (ma terribilmente invidiosa degli umani), potrebbe riassumere i nostri attuali tentativi, quanto mai vani, di mescolare il nuovo tollerabile con la tradizione millenaria? Dandogli voce, oracolare, sulla propria sconfitta, nei versi di questo libro si scopre una volta per tutte la minaccia e l’anima persecutoria della nostra umanità. Come stanno le cose, lo sa Odisseo (che continua a scambiarsi fra la civiltà arcaica e l’attuale) e lo sappiamo noi, grazie a lui.                                                                             L'articolo Marco Ercolani / Viaggio non finito proviene da Pulp Magazine.
March 22, 2026
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Tony Tulathimutte / Nati nel feed
In Rifiuto Tony Tulathimutte racconta il mondo dei social assumendolo come condizione antropologica data. Questa è la sua vera novità. Non è né un libro sui social network, né una satira esterna delle piattaforme digitali. È un romanzo che pensa dall’interno di quell’ecosistema linguistico, ne incorpora le logiche, i riflessi difensivi, la performatività continua con personaggi che non usano la rete, ma sono già formati dalla rete. La raccolta mette in fila racconti autonomi che però si parlano tra loro. Si parte da un rifiuto sentimentale, si passa per quello sociale, si arriva a quello editoriale, con la lettera finale rivolta all’autore: ogni storia aggiunge un grado di esposizione senza catarsi e senza redenzione. Più i personaggi cercano di spiegarsi e difendersi, più si scavano la fossa. Nel racconto d’apertura, “Il femminista”, un uomo convinto di essere un “buon maschio”, alleato delle donne, viene respinto e trasforma quella ferita in risentimento. Il linguaggio iperconsapevole e moralmente corretto, invece di costituire una risorsa, diventa una gabbia che gli impedisce di accettare il rifiuto come esperienza comune, interpretandolo come un torto personale sul filo tra il risentimento e il patetico. In “Pics”, il ghosting non è soltanto sparizione dell’altro, ma implosione interpretativa: l’assenza diventa un enigma da decifrare e una ferita da argomentare. Nei racconti centrali, tra pornografia estrema e retoriche motivazionali, l’ossessione per l’auto-ottimizzazione rivela la stessa incapacità: vivere senza uno spettatore. La comicità è feroce (si ride spessissimo) ma non è liberatoria. Seppure Tulathimutte spinga posture morali e rigidità discorsive fino al grottesco, ciò che ne emerge è una vulnerabilità addirittura toccante. I personaggi parlano come se ogni frase fosse già sotto processo. Anticipano l’obiezione, neutralizzano la critica, si proteggono. È una lingua che non conosce il silenzio. Qui sta la tensione tragica del libro: il bisogno di essere visti coincide con la paura di essere giudicati. La rete più che la scena è proprio la grammatica. I personaggi ragionano per thread, interiorizzano il commento, trasformano l’esperienza in testo prima ancora di viverla. Il rifiuto diventa soprattutto un problema interpretativo: chi ha torto, chi è stato frainteso, chi controlla la narrazione. L’ultimo racconto della raccolta “Re: Rifiuto” è una finta lettera di rifiuto editoriale indirizzata a “Tony”, cioè all’autore stesso. Una giuria di editori spiega perché decide di non pubblicare il libro, smonta le sue strategie, accusa l’opera di evasività e di autosabotaggio. È il punto in cui il tema del rifiuto diventa totale: non più solo sentimentale o sociale, ma letterario. Il libro mette in scena il proprio rifiuto e si espone al giudizio, portando alle estreme conseguenze la logica che ha attraversato tutti i racconti precedenti. Un altro elemento che attraversa il libro è questa posizione insieme centrale e laterale. Le storie sono immediatamente riconoscibili in qualunque bolla digitale — non so nemmeno se solo occidentale — eppure i protagonisti non occupano mai il centro rassicurante della norma. Spesso appartengono a una generazione americana con un retroterra asiatico o thai-american: sono pienamente immersi nel sistema culturale che raccontano, ma non vi coincidono del tutto. Questa leggera distanza produce uno sguardo obliquo, mai completamente integrato, capace di mostrare il centro proprio perché non vi aderisce senza scarti. Nella postfazione l’ottimo traduttore Vincenzo Latronico propone acutamente un confronto con David Foster Wallace. Sostiene che Tulathimutte scelga casi limite della vita digitale – micronicchie tossiche, maschi rancorosi, startupper ossessionati dall’ottimizzazione, identitarismi compulsivi – non per documentarli sociologicamente, ma perché, esasperandoli, rende visibili meccanismi comuni. Come in Foster Wallace, l’ingrandimento produce una chiarezza quasi spaventosa: ciò che appare estremo è una versione amplificata di dinamiche ordinarie. Pubblicato negli Stati Uniti nel 2024 con grande successo di critica per la precisione con cui registra una trasformazione del linguaggio e, attraverso di essa, del modo di stare al mondo, Rifiuto non denuncia banalmente il digitale ma ne mostra la normalità pervasiva. L'articolo Tony Tulathimutte / Nati nel feed proviene da Pulp Magazine.
March 21, 2026
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Il “no” transfemminista di Maggie Gyllenhaal
Sono passati molti decenni da quando Herman Melville scrisse nel 1853 un racconto che lanciava una frase divenuta iconica per chiunque volesse articolare un ragionamento sulla resistenza passiva e sul rifiuto della vita. Bartleby lo scrivano, era il titolo di quel racconto che sottolineava la possibilità per ciascuno di sottrarsi kafkianamente a ciò che riteneva inadeguato, inappropriato, manipolatorio. E la frase detta e ripetuta da Bartleby di fronte a qualsiasi offerta o proposta era: preferirei di no. Una risposta garbata, che opponeva non un rifiuto ma la caparbia volontà di sgusciare via e trovare una salvezza anche se messi all’angolo dalla vita, anche a costo di morire d’inedia. Ora, dopo tutto questo tempo, il film di Maggie Gyllenhaal, The Bride! (La sposa!), recupera quella frase e ne fa un urlo violento, sgangherato laddove servisse, una bandiera. L’emblema di una rivolta femminista che è stata ma che ancora non è stata svuotata di senso, che ancora è assolutamente necessaria perché quello che succede nel mondo, quello che abbiamo intorno, grida ancora vergogna. Anzi quel “Preferirei di no” urlato dalla protagonista, che non ha più niente di sobrio e accomodante ma invece irride al perbenismo borghese mentre la donna (sicur3 che sia una donna?) che lo grida agita un’ascia, è una rabbia che ingloba il femminismo per alzare la posta in un urlo transfemminista che vuole mettere a ferro e a fuoco il mondo. E’ splendido come la creatura messa in scena da Mary Shelley sia una figura ancora così centrale per le discussioni di oggi e come il Frankenstein – pubblicato ricordo nel 1819 – costituisca ancora un crocevia inevitabile per affrontare e interpretare il mondo contemporaneo. Come attestano le numerose riscritture sia narrative, sia filmiche, sia grafiche. Senza dimenticare il dittico (spettacolo teatrale-film) che le hanno dedicato i Motus. Singolare come una giovanissima donna, anche se già attraversata da lutti e vicissitudini complicate, abbia saputo mettere al mondo tutto ciò (ma questo lo si è detto tante volte). Nel romanzo di Shelley la sposa della creatura viene solo evocata, non la vediamo mai agire sul palcoscenico del mondo. E diversi romanzi ne hanno però rilevato il testimone, sull’esigenza di raccontare al femminile quella storia improntata a un’altra epica. Abbiamo avuto quindi le narrazioni dal punto di vista della fidanzata dello scienziato Frankenstein (La buia discesa di Elizabeth Frankenstein, di Kiersten White) e dal punto di vista della sposa della creatura, mostruosa al punto giusto da rientrare nei canoni del cinema horror. Pensiamo per esempio a La sposa di Frankenstein di James Whale che nel 1935 ha dato il via al genere con l’idea di fare interpretare dalla stessa attrice sia Mary Shelley che la sposa. Ancora nel 1973 e nel 1985 abbiamo due film: Frankenstein. The True Story di Jack Smith e La sposa promessa di Franc Roddam. In ambito narrativo abbiamo Love, Sex and Frankenstein di Caroline Lea (2025). Ma Gyllenhaal fa un’operazione diversa e firma un film che ha nella pancia tanta teoria femminista, transfemminista e queer. La scena nel night ci travolge in un ballo favoloso e dannato dei reietti della terra, degli spersi, delle soggettività che abitano il margine le cui ombre disperate e malinconiche si proiettano sui palazzi di Chicago e New York; ma sono le marginalità del nostro mondo che la regista ci getta in faccia mentre alcune scene citano film che ci hanno toccato il cuore. Per tutte l’andata via delle due creature “non nate ma create” (ricordate Blade Runner?), con noi che restiamo a guardarle sullo schermo, mentre si allontanano di spalle, lui che corre con una leggera zoppia, mano nella mano con lei. Quanto quelle creature dicano di noi e dello scontro sociale tuttora in atto nell’immaginario e nella vita reale è davvero sorprendente. La relazione stretta, l’essere due corpi in una mente sola, rende la Sposa un’emanazione ventriloqua di Mary Shelley in un rigurgito di passioni lacerate, parole strabordanti e desideri di rivolta. E quello che secondo Shelley dovrebbe rendere “soggetto” la creatura che ha attraversato molti nomi (dead name) è il riconoscersi finalmente in quello che l’autrice le ha dato assieme sembrerebbe a un destino, e cioè “Sposa”. Ma quell’essere strambo e assolutamente no straight non ci sta, non si lascia inchiodare in questa ultima trappola e “preferirei di no” è la sua fuga dalla proposta di matrimonio che il mostro creato da Frankenstein le offre, in puro stile Hollywood anni trenta. La Sposa dunque rifiuta il destino pensato per lei da altri e altre, svincolandosi persino dalla sua autrice/creatrice. Non sarà sposa, anche se quel povero diavolo del mostro non potrà fare a meno di esserle compagno in tutte le vite che forse vivranno. Forse! Un’ultima annotazione, prima di chiudere. Jessie Buckley nei panni della Sposa è imperdibile. Ma Annette Bening le ruba lo schermo quando performa la versione femminista dello scienziato pazzo, che sa mescolare alla hybris della creazione il suo amore per le creature che ha messo al mondo. E qui potremmo aprire a un’altra discussione, ma sarebbero altri film e altre scritture e ci pensiamo una prossima volta. L'articolo Il “no” transfemminista di Maggie Gyllenhaal proviene da Pulp Magazine.
March 20, 2026
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Elvira Seminara / La stirpe dei nottambuli
Una protagonista che si chiama Iris, ma si vuole far chiamare con un altro nome, Ariel. La tensione di una ricerca con un certo patema d’animo che però sembra un po’ sproporzionato per l’importanza del caso. Oggetti, comportamenti, forse persone che sembrano non avere la giusta dimensione e la giusta collocazione nel mondo, pur non essendo presenti per caso. Questo lo scenario di apertura del nuovo libro di Elvira Seminara, valente e originale scrittrice romano-catanese giunta ormai al suo quinto romanzo. Iris vive in una condizione più utile a raccontare un thriller che un romanzo dolente e un po’ intimista come questo Lunario dei giorni insonni. Con lei, separata dal marito, vive un amico, bioarchitetto di nome Jacopo che, esplicitamente, la aiuta a evitare “corpi umani”. Perché Iris non ama la luce del giorno e si muove, vive, solo di notte, per giunta “vestendo” un altro nome: Ariel, appunto. Iris ama la notte perché meno antropizzata. Con un’andatura che può sembrare addirittura trasandata, passeggia sul lungomare abbandonando il suo sguardo fluttuante intorno al mondo che la circonda e che vive (poco) di altre scene con altri protagonisti. Annusa odori che di giorno sembrano non esserci. Trova che, di notte, la vita sia “più essenziale”. Ma non è solo così. Di notte, anime di persone apparentemente lontane e addirittura “sconosciute” le vengono incontro. Entrano anche nel residence che, non per caso prende il nome di “ignoto marinaio”. È il caso di Aida, anziana gattara vicina di casa che, di giorno appare come una donna fiera e sicura di sé, mentre di notte si trasfigura fino a far trapelare un lato di follia quasi inquietante che la porta a considerare Ariel coma sua figlia scomparsa tempo addietro. In generale, di notte si incontrano anime dolenti, ma a loro modo serene, immerse in pensieri e in attività che in altri momenti della giornata non possono o non vogliono fare. Il tutto avviene in un interminabile mese di settembre composto da quasi cento giorni di calendario che ben riesce a conferire alla narrazione quel tono di sospensione e di lentezza che solo la notte può dare. È vero però che questa condizione non è per nulla facile: “stare svegli e inoperosi la notte, quando i giusti dormono e si ricaricano per il giorno, fa sentire colpevoli e inadatti. Vergognosi”. La vita non è esente di paradossi e capovolgimenti logici come il lavoro nelle attività di comunicazione di una persona fondamentalmente triste e depressa. Oppure come la considerazione che “di notte i buoni lanciano coltelli e i cattivi scrivono poesie”. Nel procedere in queste riflessioni Iris-Ariel sembra voler raggiungere il punto di sintesi più alto nella famosa frase di Jean Paul Sartre “l’inferno sono gli altri”. Ma, mentre per uno dei grandi padri dell’esistenzialismo, questa frase riguarda la vita di ciascun essere umano, l’esistenza di ogni essere umano nel proprio bisogno di entrare in relazione con gli altri e non riuscirci, per Iris e per Seminara il discorso prende una direzione completamente diversa. La scelta di vivere di notte infatti è una vera e proprio alternativa salvifica alla vita con gli altri, alla vita “degli altri”. Nella notte, progressivamente Iris-Ariel trova e ritrova l’Umanità, prima nelle poche persone che incontra, poi in sé stessa. Lentamente, si scopre che anche l’indifferenza di cui ciascuno si dota in realtà è una maschera che si può sollevare. Nei percorsi notturni, si fanno strada i temi dell’amore e del desiderio come pure, fatalmente, le questioni legate alla vita e alla morte. La poesia e la letteratura prendono il sopravvento e, attraverso di loro, si afferma un modo fantastico che aiuta a rappresentare il ricchissimo mondo interiore di Iris, una donna che ha la passione, forse l’ossessione delle mappe, per cercare sempre di orientarsi in un modo che fatica a percepire come accogliente. Come accogliente le sembra dover essere invece la minuscola cittadina di Alert nella zona settentrionale del Canada vicino al Polo Nord, semidisabitata. Alert che le potrebbe garantire quel “vuoto” che la cultura occidentale sembra disprezzare e che invece ha un suo preciso motivo di esistere. Nel romanzo di Seminara un ruolo preciso di continua presenza, ma anche di monito, ce l’ha sicuramente la natura: animali, piante e paesaggi. E lei, questa donna insonne che ha paura della felicità, riesce a “salvarsi” grazie a un’azione, faticosa e coraggiosa al tempo stesso, “prendendosi cura della propria tristezza”. Una gentile presa in carico che suona come un gesto rivoluzionario ed eversivo in una società che tende a demonizzare e a medicalizzare la tristezza perché non è produttiva, perché dà fastidio.       L'articolo Elvira Seminara / La stirpe dei nottambuli proviene da Pulp Magazine.
March 20, 2026
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Anna Milbourne / Auguri papà!
In occasione di S. Giuseppe il 19 marzo, Festa del papà, Usborne pubblica un paio di chicche davvero interessanti tra cui scegliere – ma anche in combo stanno benissimo! Partendo da Gli abbracci del papà celebriamo l’affetto dei padri per i propri figli in svariati momenti della giornata, con quei piccoli gesti che dimostrano cura e attenzione ma che spesso si danno per scontati passando di conseguenza inosservati. Si tratta in questo caso di un piccolo albo cartonato, e quindi adatto anche ai più piccoli, nella fascia 0-3, che amano manipolare il libro anche e soprattutto con la bocca, con particolari intarsi all’interno o sul bordo della pagina donando un duplice significato alla storia. La narrazione si fa interazione ma anche gioco con poche righe di testo in stampatello maiuscolo e in rima a formare una dolce filastrocca. Il protagonista di ogni pagina è di fatto l’abbraccio e le immagini grandi e colorate sottolineano a occhi più attenti un messaggio inclusivo. Il formato poi è pratico e maneggevole, di facile gestione per le piccole mani dei piccoli lettori. Anna Milbourne firma in collaborazione con le illustrazioni di Asa Gilland. un libro-coccola da leggere ogni giorno e non solo durante la festa, per valorizzare la figura paterna come merita. Più trasversale ma comunque attinente alla figura paterna la seconda proposta di Usborne. Non ho (troppa) paura di stare da sola è un albo illustrato, che si presenta nel classico formato grande, arricchito di dettagli, inserti tattili visibili sottoforma di buchi sia sulla copertina cartonata che nelle pagine interne, e dai colori sgargianti. Partendo dal presupposto che l’albo voglia affrontare l’emozione più difficile e delicata nei bambini, la paura appunto, la storia che viene narrata si sviluppa in un contesto familiare rumoroso e caotico. La protagonista è una bimba che osserviamo da una finestra letteralmente inserita al centro della pagina. Voltandola, ci introduciamo in casa, nella cucina per la precisione, al momento della colazione, il momento più frenetico tra fratelli e sorelle, gatti, mamma e papà. Qui e in altri momenti della giornata la bambina percepisce grande il mondo attorno a sé e affollato di persone. A scuola, in palestra, sull’autobus non si sente sola ma quando rientra a casa e con lei rimane il padre, una strana sensazione l’assale. Inizia a seguire il genitore in ogni stanza ma appena si volta e non lo scorge la paura arriva e la travolge. Attraverso gli intagli nelle pagine ci spostiamo di stanza in stanza per la casa seguendo la bambina che sempre più impaurita sbotta e piange. Il padre la rassicura e con un piccolo stratagemma le insegna che un filo invisibile fatto di amore la lega ai genitori da quando esiste, anche quando non sono fisicamente insieme. Con un pizzico di coraggio la bambina affronta allora questo muro che pareva insormontabile e con sua grande sorpresa scopre che dopotutto non ha troppa paura di stare da sola. Anche in questo albo notiamo degli elementi interessanti che offrono spunti di riflessione: una famiglia composta non solo da persone caucasiche, in cui la madre è al lavoro mentre il padre si occupa dei figli e della gestione domestica. Maschi con maglie rosa e femmine con tute da calcio o si divertono a giocare con le costruzioni o con le macchinine. L’autrice del libro è ancora Anna Milbourne che ora ci ammalia e commuove attraverso le illustrazioni più delicate e morbide di Sandra de la Prada, raccontandoci il potere dell’amore tra genitori e figli, capace di superare qualsiasi ostacolo, persino quello della paura. L'articolo Anna Milbourne / Auguri papà! proviene da Pulp Magazine.
March 19, 2026
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Paul McVeigh / Belfast, adolescenza fra cattolici e protestanti
Paul McVeigh avverte subito il lettore che, mentre la maggior parte dei libri sui Troubles – la guerriglia che si è verificata in Irlanda tra cattolici e protestanti – ha tipicamente come protagonista un inglese dell’MI5 che finge di far parte dell’Ira e finisce per innamorarsi di una ragazza cattolica, lui ha scelto di narrare la storia dal punto di vista di un ragazzino di undici anni. Siamo a Belfast nei primi anni ’80, e il protagonista della vicenda si chiama Mickey Donnelly; vive con la sua famiglia in un quartiere cattolico, vorrebbe frequentare una scuola migliore e sogna un futuro in America perché insoddisfatto della sua attuale vita. Mickey è un ragazzino che si sente profondamente diverso dagli altri e sempre fuori posto. È sensibile, attento ai dettagli, incline all’osservazione e alla riflessione, caratteristiche che nel suo ambiente non vengono considerate qualità ma debolezze. “Sono l’unica persona di cui ho sentito parlare che guarda i documentari”. La sua voce non è come quella degli altri ragazzi, ama ancora farsi coccolare dalla madre e passare il tempo a giocare con la Piccola Maggie, la sorella minore. Per questi motivi viene spesso deriso dai compagni di scuola e dagli amici con cui si trova a giocare in strada. Anche il suo modo di muoversi lo rende facile bersaglio per gli altri: al contrario del fratello maggiore Paddy, militante nell’Ira, non ha la camminata da “Uomo Puro” e neppure riesce a emulare quell’atteggiamento duro e aggressivo che nel suo mondo rappresenta un modello di mascolinità cui tutti sembrano dover aspirare. Intorno a lui il conflitto è costantemente presente. Nel suo quartiere non mancano pattuglie di soldati britannici, perquisizioni, esplosioni, regole non scritte che stabiliscono cosa si possa dire e cosa no, in quali posti sia possibile andare e in quali no, quali persone stiano dalla sua parte e quali contro. «Non andare in cima alla strada perché ci sono sempre le rivolte. Non andare in fondo alla strada perché c’è la Terra di Nessuno e ci sono sempre le rivolte. Non andare vicino alla Bray o alle Bone Hills perché conducono all’Oldpark protestante, dove lanciano pietre dal loro lato verso la nostra parte della strada. Non andare nelle vecchie case perché un ragazzino è caduto per le scale in una di quelle e si è rotto tutte e due le gambe. Penso anche il collo. Forse Mà esagera. Oh, e non andare sul campo dell’Eggy perché ci sono gli sniffatori di colla». Questo elenco di divieti e pericoli raccontato con l’apparente ingenuità di un ragazzino, restituisce bene il clima in cui Mickey cresce: un mondo in cui la violenza è talmente presente da diventare quasi normale. La forza del romanzo sta proprio in questa prospettiva infantile. Mickey osserva tutto con grande attenzione e sensibilità, ma spesso, poiché gli adulti parlano per allusioni, nascondono cose e persone, molte situazioni restano per lui confuse e incomprensibili e così, non riuscendo a comprendere fino in fondo ciò che accade intorno a lui, spesso si rifugia nella fantasia confermando che l’immaginazione può non solo diventare una via di fuga, ma anche una forma di resistenza. Mickey è un ragazzino che desidera sopra ogni cosa essere un “bravo figlio”, rendere orgogliosa sua madre, comportarsi nel modo giusto e trovare finalmente il suo posto nel mondo, ma crescere in un contesto così duro, dove la sensibilità è vista come un difetto e la violenza è parte della normalità, rende questo percorso difficile e doloroso. La lettura di questo romanzo in cui le tensioni politiche dell’epoca si intrecciano con i piccoli drammi familiari, mi ha riportato alla mente il film del 2021 di Kennet Branagh Belfast; una pellicola semiautobiografica, in bianco e nero, che narra l’infanzia del regista nella città di Belfast, appunto. Come lo scrittore McVeigh, anche il regista nordirlandese riesce a raccontare i Troubles lasciandoli un po’ sullo sfondo, senza usare toni epici, ma filtrandoli dal punto di vista di un bambino che, con il suo sguardo infantile e fragile, riesce comunque a mostrare come i grandi conflitti politici e sociali finiscano inevitabilmente per riflettersi nella vita quotidiana. L'articolo Paul McVeigh / Belfast, adolescenza fra cattolici e protestanti proviene da Pulp Magazine.
March 18, 2026
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Christophe Dejours / Lavoro e salute mentale
Il libro dello psichiatra e psicoanalista francese Christophe Dejours, uscito nella sua prima edizione nel 1980, tratta delle relazioni fra la salute mentale e il lavoro. La pubblicazione del volume avviene, quindi, proprio a ridosso dell’inizio della fase di destrutturazione della cosiddetta centralità del lavoro, dopo il ciclo di lotte degli anni 1960-1970, quando la soggettività operaia emersa evidenziava chiaramente una ritrosia al compromesso di classe. La scelta di ripubblicare il volume sembra rispondere al riemergere, negli anni recenti, dei temi connessi al lavoro. È necessario specificare fin da subito che, secondo l’autore, il lavoro non è necessariamente patologico. Il volume introduce l’approccio di psicodinamica del lavoro, che si fonda sull’idea che esso sia il momento in cui si sperimenta la propria soggettività contro la resistenza del reale. La psicodinamica del lavoro si distingue così dalla psicoanalisi tradizionale, concentrandosi sui conflitti intersoggettivi e intrasoggettivi nel contesto lavorativo. Secondo Dejours, l’organizzazione del lavoro influisce sulla salute mentale e fisica dei lavoratori attraverso “meccanismi di difesa e repressione pulsionale”. Su questa base, l’autore ritiene che la sofferenza emerga quando il lavoro non soddisfa i bisogni fisiologici e psicologici. La particolarità del volume di Dejours è l’assunzione di una prospettiva in larga misura individuale, in netto contrasto con le letture che mettono al centro le dinamiche collettive del lavoro. La sofferenza mentale è causata dal conflitto tra desideri individuali e organizzazione del lavoro: lavori ripetitivi e pericolosi generano insoddisfazione e paura, portando a malattie somatiche e psichiche. Uno dei meriti del libro è l’analisi delle strategie difensive che i lavoratori sviluppano per proteggersi dalla sofferenza. Secondo Dejours, gli individui non subiscono passivamente le condizioni di lavoro: elaborano piuttosto forme di adattamento, individuali e collettive, che consentono di rendere tollerabile la pressione organizzativa. Queste strategie possono assumere forme diverse, dalla solidarietà tra colleghi alla costruzione di ideologie professionali che permettono di reinterpretare la fatica e il rischio come elementi di prestigio o di valore morale. Tuttavia, quando tali difese si indeboliscono o vengono distrutte, la sofferenza può trasformarsi in patologia. In questo senso, uno dei temi centrali del libro è la distruzione della solidarietà nei luoghi di lavoro. Dejours osserva come le nuove forme di organizzazione produttiva – basate sulla competizione individuale, sulla valutazione permanente delle performance e sulla precarizzazione – abbiano progressivamente eroso i legami collettivi tra i lavoratori. La competizione generalizzata, lungi dal migliorare l’efficienza, produce isolamento e diffidenza, rendendo i singoli più vulnerabili alla pressione organizzativa. La perdita di cooperazione diventa così una delle principali cause del deterioramento della salute mentale. La sofferenza al lavoro assume forme diverse, ma due esperienze fondamentali emergono con particolare chiarezza: la noia e la paura. La prima deriva dalla ripetitività e dalla perdita di significato del lavoro, tipiche dell’organizzazione taylorista e delle sue evoluzioni contemporanee. Quando il lavoro diventa una sequenza di gesti privi di senso, il soggetto sperimenta un sentimento di inutilità e di indegnità che può sfociare nella depressione. La seconda, la paura, nasce invece dall’insicurezza e dalla minaccia permanente che caratterizza molti contesti lavorativi: paura di sbagliare, di essere puniti, di perdere il posto o di compromettere il proprio equilibrio psicologico. L’alienazione “tecnica” liberale di Dejours. Pur partendo da una questione cruciale, il volume di Dejours finisce, comunque, per depoliticizzare il lavoro e la sofferenza che ne deriva, operando una sorta di rovesciamento del concetto di alienazione di stampo hegeliano-marxista. Riportando l’analisi dell’alienazione nella cornice dell’organizzazione del lavoro e nella prospettiva dell’individuo lavoratore, Dejours ritiene che i livelli di alienazione possano essere limitati quando la pressione dirigenziale è bassa o aumentare quando essa è alta. Quello che colpisce nell’analisi di Dejours è l’eccessiva contestualizzazione, tanto da perdere il punto focale della critica intrinseca al modo di produzione e al fatto che il lavoro è espressione di quella cornice e non separato da essa. L’osservazione psichica del lavoro basta? Il lavoro è sicuramente un elemento essenziale per la costruzione dell’identità individuale e per la salute mentale del soggetto, come teorizzano gli esponenti della disciplina introdotta da Dejours; tuttavia, pur migliorando le questioni legate allo scopo immediato del lavoro, cioè il senso della produzione, alla forma e al contenuto del lavoro, e quindi ai linguaggi artificiali e privi di creatività, e alla dimensione dei rapporti di potere e all’organizzazione del lavoro, la dimensione di malessere può, a nostro avviso, rimanere inalterata o non essere intaccata nella sua essenza. Ciò che, invece, Dejours ci illustra bene, prendendo ad esempio il caso delle centraliniste di una compagnia telefonica, è lo sfruttamento della sofferenza, che diviene lo strumento di produzione stessa del lavoro. Se le esperienze lavorative analizzate da Dejours appartengono a un’altra fase storica del modello produttivo, tuttavia crediamo che riprendere una riflessione sul rapporto fra salute mentale e lavoro sia sempre più cruciale. L'articolo Christophe Dejours / Lavoro e salute mentale proviene da Pulp Magazine.
March 17, 2026
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Alda Teodorani / Chirurgia fantascientifica
In un futuro imprecisato, Lara appare come la vittima dell’ennesimo femminicidio. Il suo corpo, ritrovato sul ciglio di una strada di campagna, viene individuato soltanto grazie al pigiama rosso che indossa. È a questo punto che il racconto si sdoppia e anche il corpo di Lara sembra dividersi: da una parte un passato che non passa, rappresentato dall’uomo sbagliato e da un matrimonio che discendendo gironi sempre più crudeli e violenti la condurrà fatalmente al suo esito terminale. Dall’altra un presente forse non meno doloroso e inquietante, dove Lara è immobilizzata e intubata sul lettino metallico di una sala operatoria, mentre un  chirurgo chiaramente non umano procede alla resezione di quelli che sono stati i suoi arti, superiori e inferiori, riducendola a un tronco sanguinolento isolato dal mondo esterno. La dimensione clinica di questo secondo contesto, innaffiato da abbondanti anestesie e coadiuavato dai robot ausiliari della chirurgia microinvasiva, non può far dimenticare che anche questo intervento, mirato alla rinascita cyborg di Lara e alla sua seconda vita, prevede comunque lo stupro della donna da parte di Newton, il chirurgo alieno che si nutre esclusivamente di carne coltivata e germogli. Mostruosa, bizzarra figura di padrone e salvatore di un pianeta ridotto allo stremo, la sua parabola dopo che – novello Pigmalione – avrà plasmato il nuovo corpo di Lara, dovrà aprirsi a sua volta a un esito non controllabile e, quindi, per lui imprevisto. Accreditata regina dell’horror e del giallo all’italiana, voce femminile fuori dal coro della “gioventù cannibale” anni ’90, Alda Teodorani torna ora, dopo congrua parentesi di riflessione, a confrontarsi con la letteratura di genere in questo sconvolgente racconto lungo che vede la luce nella nuova collana Intermundia, curata da Claudio Kulesko per D Editore. La scrittura di Teodorani è lineare ma disorientante nelle premesse della sua azione. Al catalogo di teste mozzate e di macelleria policlinica, la  tavolozza narrativa aggiunge ora, almeno per metà del racconto, un condensato di atmosfere da fantascienza weird. E forse sarebbe più esatto dire che la ricerca di un punto di vista completamente altro, non umano, una funzione certo non nuova e familiare a qualsiasi appassionato di horror, in questo caso approda, prendendo il lettore di sorpresa, al tropo più antico e popolare della letteratura di anticipazione. L’alieno, appunto. Ma lo scopo non cambia: catturare e restituire l’orrore che lo sguardo umano, compreso il suo doppio “soprannaturale”, nella variante gotica, non sembra più in grado di cogliere. L’orrore estremo che, ai limiti del corpo, e attraverso la tecnica, unisce oggi la vita alla morte, lasciandoci liberi di sognare anche la felicità della carne. È appunto in questa interzona che Lara, resuscitata grazie agli organi  artificiali usciti da una stampante 3D, tornerà anche a fare i conti con il proprio desiderio, un orgasmo dopo l’altro.   L'articolo Alda Teodorani / Chirurgia fantascientifica proviene da Pulp Magazine.
March 16, 2026
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Yasmina Reza / Sottili accordi, esperienze del vuoto
Adelphi riunisce in un unico volume due opere di Yasmina Reza pubblicate nel 1997 e 2005: Hammerklavier e Nulle part, definite dall’autrice “di letteratura” per distinguerle dal teatro. Frequentando il ruolo di “celebrata drammaturga” e avendo svelato poco di sé, piacerà al lettore immergersi in queste pagine dove i vari stati dell’esistenza privata si riflettono nei luoghi che scorrono come dai finestrini di un treno, e nelle persone che in casi più frequenti di quanto affermato si trovano a rappresentare salvezza – fragile, perché pur sempre di umani si tratta, e Reza anche nelle pagine di Da nessuna parte utilizza le svariate stagioni della propria lingua, così come farebbe un ginnasta alle prese con faticosi allenamenti. Si sa che gli scatti fotografici, le istantanee, distillano soltanto frammenti di radici, e tutto il resto svanisce e vano è rincorrere l’insieme delle cose. Quel che resta, sono divagazioni, confessioni, svolte rapide di una viaggiatrice nobile che non sembra volersi incantare dal fascino delle madeleine proustiane. La vita segreta spande intorno a sé impronte pronte a sciogliersi alla prima pioggerella – se mai, può essere interessante notare come i personaggi via via rappresentati reagiscano riflettendosi l’uno nell’altro. Reza fa di tutto per depistare, gli enigmi parlano lingue misteriose, spesso non vale indagarli atteggiandosi a spie dell’MI5, l’immenso numero delle verità personali vanno lasciate stare. Proprio per questo “quel che rimane” diventa una specie di meditazione erratica a cui rivolgersi quando al lettore sembra inconcludente raggiungere la fine della giornata. La scrittrice non è turista di sé stessa, accarezza quanto si sgretola intorno e dentro la memoria consapevole, accarezza di striscio le strade sempre più sottili dove s’incrociano i destini. Ritrova tenere nudità, a lato di ben diverse carnalità descritte nelle pièce teatrali. Reminiscenze fragili, vano aspettarsi qualcosa di diverso dalla vita terrestre degli esseri umani – da tutti noi, scrittori e no. Hammerklavier e Da nessuna parte contengono meno di moltitudini, ma sono pur sempre sufficienti a rivelarci devozioni cupe e ostinati appunti d’affetto, quasi sempre questi ultimi appaiono come uno di quei ponti tibetani sospesi sull’abisso: forse ci sostengono, e forse no. Ma irresistibilmente li attraversiamo, vada come vada. Reza lascia andare i ruderi consumati che affaticano l’esistenza, la stessa elusività serve a non farsi condizionare dal loro catastrofico enigma. Dove sia il centro di questo libro il lettore può chiederselo, al netto di avere dentro di sé la capacità di sentirsi come colui che un giorno, inconsapevole, è stato oggetto dello sguardo della drammaturga. Un rapido cenno, e subito via, svoltando al primo incrocio – qualcosa di non calcolabile.   L'articolo Yasmina Reza / Sottili accordi, esperienze del vuoto proviene da Pulp Magazine.
March 15, 2026
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