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In difesa di Victor Serge
Per decenni, chiunque scrivesse di Victor Serge doveva iniziare spiegando chi fosse e perché dovesse interessarci. Nonostante un’enorme eredità letteraria, era stato letteralmente cancellato dalla storia sovietica, una figura dimenticata persino da gran parte della sinistra. La storia raramente è clemente con i vinti, e Serge si è schierato dalla parte degli sconfitti, con coloro che si rifiutavano di scendere a compromessi con il capitalismo o di arrendersi allo stalinismo. Il prezzo da pagare è stato alto, ma la sua voce eloquente e la sua penna potente non hanno potuto impedire che venisse messo da parte, ignorato o mal compreso, condannato a una vita di povertà. Quattro dei suoi libri, e altri scritti inediti, sono stati confiscati dalla censura sovietica (Glavlit), sebbene lo consacrino come un uomo che appartiene al nostro futuro. Chi era Serge? Operaio, militante, intellettuale, internazionalista per esperienza e convinzione, e sempre povero, visse dal 1890 al 1947. Ha partecipato a tre rivoluzioni, trascorrendo un decennio in diverse prigioni ed essendo politicamente attivo in sette paesi. Ha pubblicato più di trenta libri lasciando migliaia di pagine di opere inedite. Nato Victor Kibalchich in Belgio da genitori anarco-populisti russi in esilio, è morto in esilio in Messico come pensatore e scrittore socialista indipendente e non dogmatico. Ha trascorso la maggior parte degli anni dal 1919 al 1936 in Unione sovietica, come parte di una generazione rivoluzionaria che aspirava a creare una società socialista. Sono stati però sconfitti da Joseph Stalin, che ha instaurato una dittatura burocratica e autoritaria governando in nome del comunismo. Serge ha dedicato il resto della sua vita a comprendere le promesse e i fallimenti dell’esperimento sovietico, non per rinunciare al socialismo, ma per salvarlo dalla catastrofe dello stalinismo. Si è opposto al capitalismo prima come anarchico, poi come bolscevico. Si è opposto alle pratiche antidemocratiche del bolscevismo e in seguito a Stalin come esponente dell’opposizione di sinistra. Ha discusso con Lev Trockij dall’interno della sinistra antistalinista e si è opposto sia al fascismo che all’emergente Guerra fredda come marxista rivoluzionario irriducibile. Le sue posizioni lo hanno posto spesso in contrasto con i suoi contemporanei occidentali, causandogli molta sofferenza e isolandolo proprio dal movimento a cui aveva dedicato tanti anni, correndo grandi rischi. Eppure non si è lasciato sopraffare dal pessimismo. Non ha vacillato mai nel suo impegno per la creazione di una società che difendesse e promuovesse la libertà, la dignità e la condizione umana. Per Serge la democrazia non era un accessorio del socialismo, ma la sua condizione indispensabile. Attraverso i suoi saggi, memorie, taccuini, romanzi e articoli giornalistici, ha cercato di comprendere le sconfitte del ventesimo secolo per illuminare le possibilità del futuro, auspicando un rinnovamento del pensiero e della pratica socialista. Scrivendo dall’esilio in Messico negli ultimi anni della sua vita, ha lasciato un monito ai «dogmatici fossilizzati» che credevano che la rivoluzione europea fosse inevitabile dopo la guerra. > Un’epoca oscura si sta aprendo davanti all’Europa e al mondo. I migliori > rivoluzionari sono stati annientati dalle sconfitte passate e dalla guerra. > Dovrà trascorrere del tempo prima che si formino nuovi quadri. I vecchi > programmi e le vecchie routine socialiste sono stati superati e devono essere > rinnovati. Lo stalinismo, vittorioso grazie al sostegno incondizionato e alle > concessioni fatte dagli Alleati, sarà più pericoloso che mai […] Se vogliamo > salvare l’Europa, dobbiamo cominciare riunendo tutte le forze democratiche > libere per poter semplicemente praticare l’arte di non estinguersi. L’ammonimento di Serge coglieva il pensiero rivoluzionario, ma risolutamente indipendente, di un uomo che insisteva sull’impossibilità di un socialismo senza libertà e democrazia. Come disse nel 1942: > Vogliamo partecipare alla costruzione di un socialismo restituito alla sua > dignità e ai suoi veri obiettivi, cosa possibile solo attraverso > un’organizzazione di uomini liberi. Vogliamo idee oneste e chiare all’interno > di un sano movimento operaio, rinvigorito dalla competizione fraterna e dal > libero dibattito. Dal cuore della democrazia, del socialismo e del movimento > operaio minacciati, difendiamo soprattutto la libertà di opinione e la dignità > umana del militante, i diritti delle minoranze e lo spirito critico. > Combattiamo senza sosta, e non smetteremo di combattere, contro il controllo > del pensiero, il culto del leader, l’obbedienza passiva e gli spregevoli > stratagemmi dei partiti soggetti a una cieca disciplina, nonché contro l’uso > sistematico di menzogne, calunnie e assassinii. Riscoprire Serge non è un’operazione di salvataggio. L’impasse si è sbloccata: la pubblicazione dei suoi Carnet (Quaderni, 1936-1947) da parte di Agone, le nuove edizioni delle Memorie di un rivoluzionario e dei suoi romanzi da parte di New York Review of Books, e ora due importanti nuove biografie – Victor Serge: Unruly Revolutionary di Mitchell Abidor e Il giovane Victor Serge di Claudio Albertani – segnano una sorta di rinascita di Serge. Siamo entrati in un periodo in cui il compito non è più semplicemente quello di presentare la sua eredità letteraria e rivoluzionaria, ma di difenderla. Scriviamo da diverse tradizioni politiche – anarchismo, Opposizione di Sinistra, socialismo rivoluzionario – ma siamo uniti dalla comune convinzione che la biografia di Abidor, pur ricca di documentazione d’archivio, travisi il soggetto. L’eredità di Serge non è quella di un uomo che ha abbandonato il socialismo per l’anticomunismo della Guerra fredda. È quella di un pensatore socialista che ha rifiutato ogni capitolazione – allo stalinismo, al liberalismo, alla disperazione – e che ha pagato a caro prezzo quel rifiuto. LEGGI ANCHE… MARXISMI CAPIRE LENIN Owen Dowling - Paul Le Blanc SENZA ETICHETTE Provenire da tradizioni politiche e intellettuali distinte ci libera dalla tentazione di confinare Victor Serge in un’unica interpretazione tendenziosa e di sottoporlo al giudizio del senno di poi, come se ogni fase della sua vita puntasse inevitabilmente al suo presunto anticomunismo successivo. Che si provenga dall’anarchismo, dal trotskismo, dal socialismo rivoluzionario o da altre correnti di sinistra, una cosa dovrebbe rimanere comune: il rifiuto di trasformare una vita segnata da lotte, sconfitte e resistenza in un processo fatto di insinuazioni. È da questa comune preoccupazione – non dall’accordo su ogni questione politica – che ci accostiamo alla biografia di Abidor. Eppure è proprio questo che Abidor fa fin troppo spesso. Il libro contiene materiale prezioso, tra cui documenti importanti e racconti toccanti, ad esempio degli anni di Serge in Francia. Il problema non è che Abidor sia severo con Serge; è che il suo approccio interpretativo centrale ci appare profondamente viziato. Egli psicologizza Serge, mette in dubbio la sua sincerità e il suo carattere morale, ed esagera aneddoti e frasi estrapolate dal contesto. L’uso fazioso di materiale reale finisce per produrre un’immagine distorta di Serge. La falsificazione non implica necessariamente l’invenzione di fatti; può consistere nel riorganizzarli in modo tale che non corrispondano più al loro contesto originale. Essendo un anarchico, ci si sarebbe potuti ragionevolmente aspettare che la critica di Abidor si concentrasse sulla decisione di Serge di aderire al Partito bolscevico nel 1919, segnando la sua rottura con l’anarchismo della giovinezza. Ma non è così. Nel suo resoconto della giovinezza di Serge, Abidor tratta il movimento anarco-individualista, di cui Serge fu un membro attivo per quasi un decennio, con scarsa simpatia. Ancor più grave è il suo atteggiamento nel trattare il ruolo di Serge nell’affare Liabeuf, la campagna politica del 1910 che culminò nell’esecuzione dell’operaio Jean-Jacques Liabeuf. Abidor osserva che il giornalista socialista Gustave Hervé fu processato per dichiarazioni pubbliche, mentre Serge no. Pur riconoscendo che non esistono prove documentali che spieghino perché Serge sfugga al processo, invita comunque il lettore a dedurre che la sua immunità fosse il risultato di dubbi rapporti con la polizia. La mancanza di prove funge più da invito al sospetto che da motivo di cautela storica. Abidor riserva le sue critiche più aspre a Serge per gli ultimi anni della sua vita. A quel tempo, lavorando in un isolamento sempre maggiore, Serge aveva approfondito la sua analisi dello stalinismo. Alcuni dei giudizi espressi nella sua corrispondenza, nei suoi appunti e negli scritti successivi sono oggetto di dibattito e recano l’inconfondibile impronta delle straordinarie circostanze in cui furono redatti. La violenza dello stalinismo, il ricordo dei processi di Mosca, la catastrofe della Seconda guerra mondiale, l’assassinio di Trotsky e l’isolamento politico di Serge durante il suo ultimo esilio in Messico pesarono profondamente sul suo pensiero. Riconoscere questo inasprimento di tono, tuttavia, non avvalora l’interpretazione di Abidor. Si tratta forse di una conversione da parte di Serge a un anticomunismo rozzo e volgare? Noi non lo crediamo. Abidor interpreta Serge attraverso la propria lente – che definisce il suo «paradigma interiore» – e dubita della sua sincerità, come se Serge esprimesse opinioni che non condivideva. La sua tesi centrale è che Serge, negli ultimi anni della propria vita, sia diventato un convinto anticomunista. Basa questa affermazione su una premessa errata: l’idea che l’Unione sovietica sotto Stalin rappresentasse ancora, seppur in modo distorto, il progetto socialista. In effetti, Abidor accetta l’idea che l’Urss fosse uno Stato comunista, una posizione sorprendente per chi ha avuto un’affinità con la tradizione anarchica. La definisce persino «l’unico Stato socialista» senza prendere seriamente in considerazione l’analisi di Serge secondo cui lo stalinismo rappresentava un sistema antitetico al socialismo, antisocialista e disumano. Nelle pagine conclusive della biografia, Abidor scrive che l’insistenza di Serge sulla protezione della libertà politica e della democrazia «lo trasformò in un nemico intransigente del comunismo». Non potrebbe esserci affermazione più chiara dell’accettazione da parte di Abidor della definizione stessa di comunismo data da Stalin al suo sistema – una definizione che avrebbe fatto rabbrividire Karl Marx e che Serge si impegnò per tutta la sua vita a confutare. Fortunatamente, non c’è bisogno di speculare: le idee di Serge sono chiaramente documentate nei suoi saggi e articoli, in particolare in Per un rinnovamento del socialismo, scritto in Messico negli anni Quaranta e pubblicato in francese su Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946). Lì, Serge afferma che «il collettivismo non è, come si potrebbe essere tentati di supporre, sinonimo di socialismo, e può persino assumere forme antisocialiste di sfruttamento del lavoro e disprezzo per l’umanità». La definizione di socialismo di Serge pone meno enfasi sulla struttura economica della società e più sulla sua organizzazione politica e giuridica, ovvero sui diritti umani, la libertà e la democrazia. Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che aveva compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si trovava a dover affrontare i contorni del mondo del dopoguerra. Nel suo manoscritto inedito Économie Dirigée et Démocratie (Economia Diretta e Democrazia ), Serge analizza la «pianificazione» sovietica come l’antitesi della democrazia e della pianificazione stessa: non la regolamentazione consapevole della società da parte di produttori liberamente associati, come definita da Marx, bensì comandi perentori (ukases) emanati dall’alto, impossibili da eseguire se non sulla carta. Descrive l’Urss per quello che era: un sistema che operava attraverso il terrore contro la propria popolazione, gestito dalla dittatura staliniana del segretariato e della polizia segreta. Non aveva nulla in comune con gli ideali dell’Ottobre. Una lettera di Serge a René Lefeuvre, inclusa nell’edizione del 1984 di 16 Fusillés à Moscou (16 colpiti a Mosca), mostra un uomo preoccupato per la pubblicazione da parte di Lefeuvre di un rapporto ritenuto non sufficientemente critico nei confronti dell’imperialismo americano – un netto contrasto con la rappresentazione riduttiva di Abidor: «Capisco che la minaccia stalinista la allarmi. Ma questo non deve farci perdere di vista la nostra visione d’insieme. Non dobbiamo fare il gioco del blocco anticomunista; e, a giudicare dai primi numeri di Masses, meritiamo di essere criticati per averlo fatto». Un sentimento simile emerge anche nei Quaderni. Nel settembre del 1944, scrisse che «la battaglia è aperta tra il Partito comunista totalitario e la democrazia socialista». Chiarì subito che l’opposizione decisiva non era più, come nel 1917-1918, tra rivoluzione socialista e reazione capitalista, ma anche tra totalitarismo stalinista e socialismo democratico. Nel 1942, a proposito della Spagna, scrive che gli obiettivi della rivoluzione democratica «possono essere raggiunti solo dalle masse socialiste» e devono essere superati con misure radicali di «nazionalizzazione che implichino una pianificazione». Nel settembre del 1944, contrapponendo il «Partito comunista totalitario» alla «democrazia socialista», Serge formula l’alternativa in termini di «totalitarismo stalinista» contro «socialismo democratico», senza fare alcuna concessione al liberalismo occidentale. In un’intervista rilasciata a Protean Magazine nel dicembre 2025, Abidor dichiara: «[Serge] voleva essere un intellettuale newyorkese. Alla fine della sua vita, se avesse potuto essere qualsiasi cosa al mondo, sarebbe stato un intellettuale ebreo newyorkese». Questa è una costruzione forzata e non dimostrabile. Serge non stava percorrendo la traiettoria dell’ambiente intellettuale newyorkese – la parabola di Max Eastman e Max Shachtman, ossia la storia ben nota degli ex trotskisti che si spostano a destra verso il Congresso per la Libertà Culturale, l’apparato culturale della Cia. Questa è una traiettoria storica reale, ma non è quella di Serge. LEGGI ANCHE… ANTIFASCISMO «PROLETARI DI TUTTI GLI UNIVERSI PARALLELI UNITEVI!» Giuliano Santoro - Wu Ming 1 ARRICCHIRE IL SOCIALISMO, NON CONDANNARLO Abidor interpreta il rispetto che Serge ha sempre avuto per l’individuo come antimarxista, il che significa fraintendere sia Marx che Serge, i quali consideravano questo valore sia come punto di partenza che come conclusione. Marx sosteneva che la libertà umana e l’autorealizzazione fossero possibili solo con l’abolizione del capitalismo, che riduce l’individuo a merce. Rosa Luxemburg insisteva sulla libertà di pensiero individuale, soprattutto per i propri nemici. E così faceva anche Serge. L’esperienza politica di Serge non lo portò a rinunciare al socialismo dopo il trionfo di Stalin, bensì ad arricchirlo con una dichiarazione dei diritti umani. In Per un rinnovamento del socialismo, pubblicato su Masses: Socialisme et Liberté (giugno 1946), Serge auspicava un aggiornamento del pensiero marxista alla luce della psicologia, della scienza e delle nuove formazioni sociali. Si trattava di un rinnovamento, non di un rifiuto. Lavorando in isolamento, privato della generazione rivoluzionaria che aveva compreso dall’interno sia il marxismo che lo stalinismo, Serge si confrontava con i contorni del mondo del dopoguerra, tentando di analizzare una formazione in divenire. Riusciva a intuire le tendenze, ma morì proprio mentre la Guerra fredda prendeva forma, prima che le sue implicazioni fossero pienamente evidenti. Serge morì nel novembre del 1947. La Dottrina Truman era stata proclamata nel marzo dello stesso anno; il Congresso per la Libertà Culturale risale al 1950. L’intera architettura ideologica dell’anticomunismo del dopoguerra non emerse se non dopo la sua morte. Proiettare tale struttura su Serge non è interpretazione. È un anacronismo tendenzioso, così come è anacronistico supporre, come fa Abidor sottovoce nell’intervista a Protea, che Serge «avrebbe» appoggiato gli americani in Vietnam. Abidor attribuisce grande importanza al fatto che Serge abbia lavorato come corrispondente dal Messico per The New Leader, considerandola una prova della sua convergenza ideologica con la socialdemocrazia di destra. La verità è più prosaica: Serge non aveva soldi e quasi nessun mezzo per guadagnarsi da vivere in Messico. Viveva di scrittura, ma lo Stato sovietico gli precluse sistematicamente ogni possibilità di pubblicazione. Manuel Alemán, futuro presidente del Messico, ammise che vi erano forti pressioni sovietiche per negare a Serge qualsiasi mezzo di espressione pubblica. Quindi Serge scriveva ovunque riuscisse a pubblicare e, nel caso de The New Leader, veniva pagato. Si rifiutò anche di sottomettersi alla censura: disse a Nancy e Dwight Macdonald che la rivista permetteva un pluralismo che la stampa trotskista stessa non tollerava. Allo stesso tempo, Serge scriveva per Politics, la rivista socialista libertaria diretta da Dwight Macdonald. Ecco dunque il Serge dei suoi ultimi anni: non un anticomunista né un fautore della Guerra fredda, ma un pensatore socialista che cerca di rinnovare la tradizione in condizioni estremamente avverse. Soprattutto, era un grande scrittore. Evoca l’atmosfera degli anni Venti e Trenta all’interno dell’Unione sovietica e del movimento comunista, e descrive i dilemmi degli anni Quaranta con un senso di immediatezza e chiarezza. È sorprendente che Abidor non sottolinei l’importanza dei romanzi e delle poesie di Serge per comprendere la tragedia di una rivoluzione che si autodistrugge. Cinque mesi prima della sua morte, in una lettera datata 22 giugno 1947 e indirizzata a Podoliak, pseudonimo dello scrittore ucraino Hryhory Kostiuk, Serge dichiarò: «Rimango – irremovibilmente – un socialista, un sostenitore del socialismo democratico. Il sistema contro cui ho combattuto e continuo a combattere – e che lei conosce bene – lo considero una forma di totalitarismo; vale a dire, qualcosa di nuovo eppure profondamente disumano e antisocialista». Kostiuk non era né un liberale occidentale né un anticomunista della Guerra fredda; era un intellettuale rivoluzionario ucraino che aveva vissuto in prima persona il terrore sovietico, direttore di Vaplite, una rivista su cui Serge aveva pubblicato. Questo non è il ritratto di un uomo che si adagia sull’anticomunismo della Guerra fredda. È quello di un uomo che lotta per far sentire la propria voce contro l’isolamento, affermando con fermezza la necessità di un impegno socialista contro il totalitarismo stalinista. Siamo rimasti sorpresi dalla recensione di Ian Birchall su Jacobin, data l’alta stima che nutriamo per lui come storico. Indubbiamente, la sua recensione è più equilibrata del testo di Abidor, ma resta preoccupante che Birchall trovi convincente la conclusione di Abidor secondo cui «nei suoi ultimi anni, Serge considerava il comunismo il nemico principale». Birchall riconosce che si possono solo fare congetture su cosa Serge avrebbe pensato riguardo alla Corea o al Vietnam, ma ciononostante suggerisce per Serge una traiettoria politica che nei suoi scritti non trova riscontro. Questo punto è tanto più rilevante se si considera che lo stesso Birchall aveva precedentemente citato la lettera di Serge a Lefeuvre come prova del contrario. Quella lettera rivela un Serge allarmato dallo stalinismo, ma che si rifiuta esplicitamente di fare il gioco di un blocco anticomunista. Ci obbliga a resistere a interpretazioni eccessivamente semplicistiche: Serge non cessa di essere socialista solo perché identifica lo stalinismo come una minaccia centrale. Egli tenta, in circostanze tragiche, di mantenere una posizione rivoluzionaria indipendente tra il regime autoritario burocratico stalinista e il blocco capitalista occidentale. Abidor, dal canto suo, confonde la retorica con l’analisi. Le polemiche di un esule non costituiscono un programma politico. L’amarezza di un emarginato non è una dottrina. Un uomo braccato dallo stalinismo a Città del Messico, che vive in un mondo di assassinii, minacce e vendette, può pronunciare dichiarazioni terribili. Ma non si ottiene nulla trasformando queste affermazioni in un certificato di appartenenza a una famiglia politica definitivamente consolidata. Victor Serge era un uomo passionale e complesso, un anticonformista della politica, ma mai un rinnegato. Una biografia non dovrebbe né condannarlo né assolverlo, ma piuttosto cercare di comprenderlo, di leggere la sua vita e la sua opera secondo i loro stessi criteri. C’è una differenza tra scrivere la storia e condurre un processo. Serge, come ogni essere umano, era soggetto a errori e contraddizioni. Messo alla prova da tante avversità, cercando di ripensare al significato della democrazia socialista nel mondo del dopoguerra, fu un oppositore di sinistra critico che non abbandonò mai il socialismo, a differenza di coloro che soccombettero alla retorica del «dio fallito». Non trasformò il fallimento dello stalinismo nel fallimento del socialismo. Non rinunciò all’emancipazione collettiva. Al contrario, cercò di liberare il socialismo dalla sua deformazione burocratica e totalitaria. Per questo motivo, dobbiamo, in conclusione, contrapporre alla logica inquisitoria di Unruly Revolutionary la testimonianza del poeta Octavio Paz, che incontrò Serge in Messico nel 1942: > Fui subito attratto da Serge. Parlai a lungo con lui e conservo ancora due > delle sue lettere […] Nulla poteva essere più lontano dalla pedanteria dei > dialettici del calore umano di Serge, della sua semplicità e della sua > generosità. Un’intelligenza sensibile e vitale. Nonostante le sue sofferenze, > le sue battute d’arresto e i lunghi anni di aride dispute politiche, era > riuscito a conservare la sua umanità. Doveva questo, senza dubbio, alle sue > radici anarchiche; e anche al suo grande cuore […] Per me, Victor Serge era > l’epitome della fusione di due qualità opposte: l’intransigenza morale e > intellettuale unita alla tolleranza e alla compassione. *Claudio Albertani è uno storico e professore presso l’Università Autonoma del Messico. È autore di Rebelión y anarquía: El joven Victor Serge (1890–1919) . Insieme a Claude Rioux, ha curato i Carnets di Victor Serge (1936–1947). Suzi Weissman è professoressa emerita di scienze politiche al Saint Mary’s College of California. È autrice di Victor Serge: The Course Is Set on Hope e Victor Serge: A Political Biograph. Conduce il programma Beneath the Surface su Kpfk 90.7 FM a Los Angeles e realizza podcast per Jacobin Radio. Christian Dubucq è il traduttore francese della biografia del giovane Victor Serge scritta da Claudio Albertani. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo In difesa di Victor Serge proviene da Jacobin Italia.
September 5, 2026
Jacobin Italia
In mare aperto con Tom
«Direzione mare aperto», è la comunicazione alla capitaneria di porto di Lampedusa quando ci accingiamo a salpare dall’ormeggio concesso da un pescatore dell’isola per la tredicesima missione di Tom.  Si fa rotta verso il cuore di tenebra del Mediterraneo centrale, in quella che viene chiamata la «banana route», un’area di 170 miglia fra la parte ovest della Libia, a sud lungo le coste tunisine e ancora a nord verso la Porta d’Europa, da dove transitano molte imbarcazioni di migranti. L’equipaggio è composto da dieci membri, coordinati dal capo missione Francesco Delli Santi, attivista bolognese e partecipante alla Global Sumud Flotilla. Il più giovane eppure fra i più esperti è Diego, già alla sua quarta missione. Poi ci sono: Claudia, ingegnere nautico; Mauro, operatore sociale e responsabile cultura di Arci Lecce Solidarietà; Valerio e Matteo sanitari del Laboratorio di Salute Popolare bolognese, coadiuvati da Maurizio di Resq People e Giacomo, fondatore dell’organizzazione milanese e attivista per i diritti umani di lungo corso.  Poco prima di salpare, al nostro arrivo sull’isola assistiamo al salvataggio di una trentina di naufraghi da parte di Nadir, il ketch di ResqShip. Operative insieme a noi in una delle tre zone Sar – fra quella maltese, tunisina e libica – ci sono infatti anche Sos Humanity, la Louise Michel, nave donata da Banksy, oltre ad Aurora di Sea Watch. Intanto ci si prepara a ogni evenienza con la suddivisione dei compiti ed esercitazioni su vari scenari, mantenendo un approccio di de-escalation in casi critici. Ogni distress case di imbarcazioni in difficoltà è contrassegnato con codici diversi a seconda di chi dà l’allarme e seguito da coordinate, che nell’area d’intervento variano solitamente dai 33 ai 35° di latitudine. A bordo ci si organizza in turni di monitoraggio, a scrutare l’orizzonte con i binocoli; e si corre alla radio appena si sente dal canale 16 delle emergenze parlare di distress o mayday relay.  Tutti gli Occhi sul Mediterraneo (Tom) nasce nel novembre 2024 come progetto promosso da Sailing for Blue Lab – unico circolo navigante in Italia – in collaborazione con Arci nazionale e Sheep Italia, per partecipare alla flotta civile di organizzazioni non governative dedite alla ricerca e soccorso di persone in movimento nel Mediterraneo centrale, con una peculiarità diversa dalle altre missioni Sar. Tom opera infatti con una barca a vela chiamata Nihayet Garganey VI del tipo Grand Soleil 56, che può raggiungere 8 nodi di velocità ed è rivolta principalmente «al monitoraggio del Mediterraneo centrale, alla documentazione delle violazioni dei diritti e alla costruzione di una narrazione diversa sulle migrazioni», una modalità definita appunto di Search and Relay per la stabilizzazione della situazione, con l’intento di attivare le autorità per i soccorsi, a meno che l’urgenza dei casi non costringa a interventi diretti.  L’impegno di Arci nel Mediterraneo punta a garantire «osservazione e solidarietà, nonostante i tentativi di criminalizzazione e ostacolo delle attività civili in mare».  Da questa attitudine umanitaria ad ampio raggio deriva anche la partecipazione di Tom alla Global Sumud Flotilla nella spedizione dello scorso ottobre per rompere il blocco illegale intorno a Gaza, in cui è stata sequestrata Karma, una delle imbarcazioni assaltate dall’esercito israeliano in acque internazionali.  Con quasi 400 persone soccorse durante la sua attività, la missione appena trascorsa rappresenta anche una svolta del progetto per la partecipazione dell’organizzazione ResQ People, attualmente in fase di riorganizzazione dopo che a gennaio scorso il ciclone Harry ha distrutto la sua imbarcazione. Lo stesso comandante di Tom, Tiziano Rossetti, accoglie con soddisfazione questa nuova collaborazione perché «unire le forze, coinvolgendo realtà così strutturate e specializzate nel salvataggio, è la cosa migliore a fronte di scenari sempre più critici». LEGGI ANCHE… GUERRA IN MARE RINASCE IL DIRITTO INTERNAZIONALE Tatiana Montella - Enrica Rigo UNA DERIVA DISUMANA Mentre il mare calmo incoraggia le partenze anche in autonomia dalle coste magrebine, grazie a un avvicendamento ai vertici della Guardia Costiera di Lampedusa gli sbarchi nel periodo estivo sembrano diventati più fluidi secondo gli osservatori sul posto, forse per nascondere le operazioni allo sguardo dei numerosi turisti. «Dagli scogli vicini allo scalo commerciale sono stati rimossi i relitti dei fuoribordo» – spiega Tiziano, aggiungendo che «non si tratta solo di cosmesi per il turismo ma di effetti dei cambiamenti anche nei rapporti con Libia e Tunisia, con tentativi di ‘ripulire’ il mare per una maggiore appetibilità commerciale». Al di là della propaganda costruita sui dati dell’ultimo rapporto del Viminale, la cronaca dei giorni immediatamente precedenti la missione rendeva già abbastanza la gravità della situazione, con diciotto corpi senza vita rinvenuti in mare e l’osservazione di almeno quattro respingimenti violenti operati nelle ultime settimane dalla guardia costiera libica con motovedette fornite dal programma europeo Sibmmil per il controllo dei confini e delle migrazioni. Il Mediterraneo centrale resta una delle frontiere più pericolose e letali con oltre 870 persone morte o disperse in quell’area solo nei primi sei mesi del 2026 (+24% rispetto all’anno precedente), secondo i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom). Oltre trentacinquemila sono le persone naufragate o disperse nel bacino mediterraneo dal 2014, di cui quasi quattromila solo quest’anno; e mentre il bilancio preliminare dell’agenzia europea Frontex rivendica un calo di attraversamenti irregolari di quella frontiere marittima (-52%) rispetto all’anno precedente, dietro questo apparente risultato c’è l’aumento della mortalità lungo la rotta. Alla base stanno i respingimenti operati dalle milizie libiche, oltre all’assegnazione di porti di sbarco distanti diversi giorni di navigazione, con l’intento di distrarre la flotta civile dalle operazioni di soccorso. La questione del Place of Safety (Pos) è infatti cruciale nella gestione delle frontiere da parte dei governi europei, che costringono i naufraghi a ulteriori giorni di traversata, finendo per trasformare il Mediterraneo in un abisso dell’umanità, un muro di mare sotto le cui acque nascondere il cinismo dei calcoli politici. «Decreti come quello firmato da Piantedosi stravolgono l’articolo 98 della convenzione di Montego Bay sul Diritto marittimo per l’obbligo di soccorso – afferma Tiziano, il comandante di Tom – e il tribunale di Agrigento ha già sancito l’illegittimità di sbarchi in porti lontani. Si cerca di mettere in discussione una consuetudine morale e umanitaria anche allontanando con appositi divieti i pescatori da quella zona, facendo pesare la discrezionalità delle licenze».  «Oltre alle aggressioni armate poi è in forte aumento il fenomeno dello shadowing – aggiunge il capo missione Delli Santi – una pratica di intimidazione delle vedette libiche armate, che seguono le nostre imbarcazioni. Si cerca così di rendere illegalmente inaccessibile un’ampia zona di mare, senza alcuna giurisdizione da parte di Tripoli con la stessa modalità con cui l’Idf israeliano blocca in modo violento l’accesso della Flotilla a Gaza in acque internazionali, in aperta violazione del diritto vigente, ma con la complicità e il sostegno politico-economico di Unione europea e Italia».  Da qui la decisione di molte Ong di costituirsi in forma di «Justice Fleet» per il rifiuto di ogni collaborazione con milizie colpevoli di crimini contro l’umanità, come nel caso contestato a Sea Watch 5 e costato sanzioni pecuniarie e un fermo amministrativo, per non essersi coordinata con le autorità tripoline, a cui la stessa Ong ha replicato con l’intento di citare in giudizio il governo italiano per le eventuali responsabilità «di colpa o dolo» derivate dai decreti a firma Piantedosi. L’impressione è che simili ritorsioni siano sempre più diffuse verso chi fa maggiormente advocacy pubblica, come Sos Mediterranee o SoS Humanity, con frequenti episodi di aggressioni violente proprio nei confronti di realtà originarie di altri paesi europei.  LEGGI ANCHE… MOVIMENTI INTERNAZIONALISMO E NUOVI TERRENI DI CONFLITTO Federico Alagna - Luca Casarini LE PERVERSIONI DEL PATTO SU IMMIGRAZIONE E ASILO EUROPEO Su questo fronte di mare apparentemente sconfinato si gioca sulla pelle delle persone la partita europea sull’immigrazione, che ha riacceso l’estate politica sul piano diplomatico. Le recenti schermaglie sembrano dovute al combinato disposto fra l’accordo per un nuovo Patto su asilo e immigrazione a giugno scorso, le imminenti elezioni in molti Stati membri – come ad esempio in Italia, Francia, Polonia e molti altri nel 2027 – e le crescenti contraddizioni di politiche maldestre, in cui maggioranze conservatrici o apertamente sovraniste stanno facendo piombare l’Europa. Un esempio viene da una sorta d’istituzionalizzazione del traffico di esseri umani, spostandone di fatto il core business dalle partenze ai respingimenti. Il Regolamento successivo all’accordo di Dublino III ha infatti introdotto procedure accelerate di respingimento, estensione dei trattenimenti, potenziamento del sistema Eurodac sui dati biometrici, un elenco comune di cosiddetti «paesi sicuri», rimarcando le responsabilità del paese di primo ingresso per il recepimento delle domande di asilo, tanto da estendere i tempi di permanenza a 20 mesi. In cambio si punta su un sistema di compensazioni dei paesi di primo arrivo come l’Italia, per limitare di fatto i movimenti secondari verso il Nord Europa.  Lo stesso meccanismo di compensazioni (responsibility offsets) permette a un altro Stato l’assunzione di responsabilità al posto di quello di arrivo, trasformando persone «dublinanti» in pedine di scambio, valutate 20 mila euro per ogni ricollocamento non effettuato. Nonostante la «soddisfazione» inizialmente espressa da Meloni per il Patto europeo, la prevalenza di responsabilità degli Stati confinanti del nuovo protocollo non sembra proprio ricalcare gli interessi italiani, complicando il meccanismo di redistribuzione, per cui Roma è risultata l’unica inadempiente fra le capitali «sotto pressione» nell’ultimo monitoraggio europeo, per il rifiuto delle richieste di ricollocamento. Inoltre la sospensione della convenzione di Schengen con la Spagna, un attacco politico al governo socialista di Madrid presto trasformato in autogol sovranista, ha innescato l’irrigidimento delle cancellerie europee proprio sul sistema europeo d’Asilo comune, con l’avvio di procedure di rimpatrio verso l’Italia, annunciato prima da Germania, Svizzera e Austria, subito seguite da Finlandia, Svezia e Paesi Bassi, nell’imbarazzo dell’esecutivo di Roma.  SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! UNA GOCCIA IN UN MARE DI SOLIDARIETÀ Un simile deterioramento del diritto internazionale e dei diritti delle persone più vulnerabili dalla prua di Garganey sembra profilarsi come la netta e costante linea di orizzonte che decide chi sta a galla, facendo pesare il proprio retaggio colonialista e i privilegi occidentali sulle spalle di chi invece affonda. Durante la navigazione abbiamo appreso dell’ennesimo respingimento violento di naufraghi – alcuni dei quali finiti in mare per tentare di scampare all’arrembaggio – con spari provenienti dal pattugliatore classe Bigliani, una delle circa quaranta unità navali donate dal governo italiano alle milizie tripoline, per dissuadere dal soccorso la Louise Michel.  Il buongiorno arriva dai delfini che nuotano intorno alla barca, un segno di buon auspicio viene detto, mentre si prosegue verso sud in acque Sar tunisine. Di lì a poco arriva una segnalazione da Alarm Phone e si decide di fare rotta verso l’area indicata, sebbene non confermata con coordinate precise, ma proprio nella zona in cui ci troviamo. Lungo la navigazione dal binocolo si notano spuntare all’orizzonte due speed boat, imbarcazioni veloci non identificate dai radar. Il silenzio fa presagire che possa trattarsi di motovedette in pattugliamento e la virata rapida che fanno verso di noi non lascia più dubbi sull’obiettivo della loro ricognizione. Sulle prime non si vede la bandiera dei due assetti e una lieve angoscia attraversa l’equipaggio. Veniamo così intercettati dalla guardia costiera di Tunisi, che dopo alcuni accertamenti sul nostro monitoraggio, non avendo niente da segnalare, ci lascia proseguire. Appena in tempo per notare un natante al quale ci stiamo avvicinando. Si tratta di un gommone sovraffollato, tanto che alcuni hanno i piedi in acqua, oltre i tubolari. Lanciamo il mayday relay e ci approcciamo per chiedere le condizioni delle ventotto persone a bordo. Nel frattempo il capo missione comunica l’accaduto al back-office di Arci a terra e inizia a chiedere istruzioni per il coordinamento con le guardie costiere di Tunisia, Malta e Italia. Apparentemente ci sono tre donne di cui una in stato di svenimento dopo aver vomitato varie volte. Inoltre, ci viene riportato che il carburante sta sversando nella sentina e l’acqua potabile è stata esaurita. Il team di soccorso si adopera per consegnare prontamente i giubbotti salvagente, al posto di alcune camere d’aria nere con cui viaggiavano. Dopo aver atteso ancora riscontri dalle autorità competenti, iniziamo le operazioni di soccorso e portiamo a bordo le persone per ristorarle, provvedere alle prime cure e segnalarne le vulnerabilità. La gioia dei ragazzi, molti dei quali minori non accompagnati è incontenibile e ci ringraziano per il supporto, dato che sarebbero partiti circa dodici ore prima da una spiaggia libica, forse dalla zona di Zuwara senza dotazioni sufficienti per il viaggio. Molti portano i segni di percosse e torture, con i piedi tumefatti dalle bastonature, le dita incise da coltelli e altri segni di sevizie in varie parti del corpo. Una ragazza ha la febbre oltre i 40° e il nostro team medico a bordo non esita a ipotizzare che difficilmente sarebbe arrivata viva senza il nostro intervento. Alcuni ragazzi vengono dal Sud-Sudan, Eritrea e la maggior parte dalla Somalia con almeno un anno di detenzione in Libia, altri addirittura anche quattro. Ci ringraziano, chiedono informazioni su di noi, scambiamo foto e sorrisi, chiedono di avvisare le proprie famiglie e condividiamo ansie e aspettative dei rispettivi viaggi, che ci hanno fatto incontrare. «È il momento migliore della missione» afferma Francesco con la soddisfazione di essere arrivati in tempo, quando la felicità dell’equipaggio per il salvataggio riuscito si mischia all’euforia dei naufraghi per essere scampati a peggior sorte, sebbene in Italia e in Europa la situazione non sia certo delle più accoglienti. Lo si capisce dal lungo silenzio delle autorità competenti prima di confermare il Pos di Lampedusa. Ci aspettano comunque venti ore di navigazione anche in notturna, in cui è importante monitorare lo stato psico-fisico delle persone a bordo. Solo grazie all’affiatamento dell’equipaggio e al supporto reciproco, la missione si conclude positivamente la mattina successiva con lo sbarco dei naufraghi.  «È un’esperienza che ogni sanitario dovrebbe fare dal punto di vista umano, davvero toccante per conoscere certe condizioni di maltrattamento» sostiene Valerio. Per Maurizio «il teatrino dei rimpalli di responsabilità è drammatico e richiederebbe alle Ong di essere sempre qui». Mauro è altrettanto persuaso di come «l’assenza di vie legali alla libertà di movimento per extracomunitari sia una discriminante pericolosa, che espone al traffico di esseri umani, mentre a fronte di strumentalizzazioni politiche occorre restare umani e tutelare prima le persone». Dal canto suo Claudia sostiene di essere «rinfrancata rispetto al senso di impotenza e sfiducia quotidiani in un contesto di crisi politica e climatica, sapendo che c’ è una flotta civile che soccorre in mare; e che anche in poche persone e con mezzi limitati, può fare la differenza».  VERSO IL MEETING INTERNAZIONALE ANTIRAZZISTA La gestione dei flussi migratori prevalentemente in modo emergenziale per scopi prettamente elettorali resta un ingranaggio essenziale del ritorno occidentale alla politica delle cannoniere, fra riarmo e conquiste predatorie di nuovi mercati o di giacimenti di materie prime. Il fenomeno diviene così strumento di propaganda reazionaria, spesso associato a questioni di sicurezza, senza una visione di accoglienza strutturale in un contesto demograficamente ed economicamente decadente come quello europeo. Così anche l’obbligo di soccorso in mare è scaduto in espediente per lo scontro politico, con l’accantonamento di diritti fondamentali, tale da doversi affidare alla solidarietà popolare per sopperire all’assenza delle istituzioni nella tutela umanitaria. Tutto questo è peraltro al centro dell’imminente appuntamento annuale di Arci.  Appena il tempo di darsi una sistemata, riabbracciare i propri cari e l’equipaggio di Tom fa infatti già rotta verso il Meeting internazionale antirazzista, in programma dal 2 al 5 settembre a Marina di Cecina, dove si terranno incontri per parlare di diritti, accoglienza, cittadinanza e antirazzismo. *Tommaso Chiti, attivista del Gruppo di lettura jacobino della Piana toscana, già coordinatore regionale del progetto Antifascist Europe della fondazione Rosa Luxemburg, è laureato in Studi europei alla facoltà Cesare Alfieri dell’università di Firenze. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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September 4, 2026
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L’educazione militare di Roberto Vannacci
Tanto clamore sta suscitando la lettura del programma politico di Futuro nazionale, il neonato partito fondato dal generale della Brigata Folgore Roberto Vannacci, che si sta infilando  nella tornata elettorale del prossimo anno con l’adeguato clamore mediatico, giusto quello che serve per arrivare a lambire il 10% dei consensi. Tra le proposte che hanno suscitato più scalpore, accanto all’introduzione di un Reddito di Rinascita per le madri, di un Mutuo Tricolore e alla contrarietà ad aborto ed eutanasia, vi sono almeno due punti che hanno fatto indignare gli esponenti del pensiero liberale e democratico, cioè l’utilizzo dell’esercito nelle strade, per renderle più sicure, dicono, e l’introduzione di un insegnamento relativo all’educazione militare nelle scuole con possibilità di estendere la formazione militare in campi estivi militarizzati. Ora, davvero non si comprende dove sia la novità di queste misure, se non quella di rendere esplicito ciò che da anni serpeggia implicitamente nella società civile, alimentato anche da think tank e opinion leader sia di destra sia di sinistra. Partiamo, però, dalla messa a fuoco del problema. Da diversi anni imperversa in Italia una certa tendenza a leggere il disagio giovanile come un problema educativo/valoriale con notevoli ricadute sull’ordine pubblico. Il problema della sicurezza nelle città, dalle periferie ai centri sempre più gentrificati, viene alimentato dalla percezione di un fenomeno diffuso, tanto reale quanto montato e sfruttato ad hoc per poter governare meglio sotto l’urgenza del controllo. Si tratta della presenza dei cosiddetti maranza, nome collettivo di provenienza lombarda che si è imposto in tutto il paese – e questo la dice lunga sul luogo in cui si produce l’universo simbolico culturale e l’agenda politica in Italia – che indica giovani debosciati e spavaldi, perdigiorno rigorosamente abbigliati di capi griffati contraffatti che sguazzano a tutte le ore con monopattini e bici elettriche. Non una novità, dal momento che da nord a sud l’esercito di coatti, tamarri, grezzi, cuozzi, truzzi, sgionfi, zagni, zaguari, cozzali (e pensare che Luca Medici ha fatto fortuna con il personaggio di Chec-cozzalone) ha sempre rappresentato quella sacca di gioventù criminalizzata, perlopiù economicamente e culturalmente deprivata che, ai margini della società civile, metteva a rischio le sicurezze e le proprietà del resto della cittadinanza imborghesita tra furti, contrabbando e pacchi. Un problema socio-economico, dunque, al quale anziché trovare adeguate soluzioni di ordine materiale, economico e culturale si risponde con la repressione, il controllo e la sanzione, misure di cui si fanno carico sia le amministrazioni di destra sia di quella sinistra inattiva, ideologicamente compromessa, che potremmo definire mal-destra, che esulta davanti ai numeri delle sanzioni comminate, dei mezzi sequestrati e delle punizioni inferte ai nemici della quiete pubblica borghese che chiede sicurezza per i propri beni. Per contrastare la devianza giovanile e la microcriminalità da anni, in realtà, sono operativi programmi di militarizzazione delle strade. Al di là della presenza sempre più militarizzata e armata della Polizia locale, direttamente dislocata dai sindaci, sono 58 le province italiane, con amministrazioni di diverso colore, in cui è attiva l’operazione Strade Sicure, che impiega circa 6.800 militari a presidio di aree sensibili nei centri urbani in collaborazione con le Forze di Polizia. Analogamente l’operazione Stazioni Sicure, coordinata dalla Polizia Ferroviaria e supportata dai contingenti militari copre l’intero territorio italiano per contrastare attività illecite e degrado con il plauso di una grossa fetta della popolazione, che crede così estirpato alla radice il fenomeno della sicurezza mediante il controllo capillare in una forma di fascistizzazione strisciante della società. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online Al tempo stesso, il tentativo di correggere l’atteggiamento debosciato della gioventù ampiamente criminalizzata è entrato da anni nelle scuole con l’idea che la sospensione della naja abbia dato la stura a un atteggiamento molliccio dei giovani, recuperabile solo con la ripresa della retorica eroica, con un po’ di machismo e con il disprezzo dei più deboli, non a caso tre caratteristiche di quello che Umberto Eco definiva Ur-fascismo o fascismo eterno. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. Per di più, sono anni che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia un dilagante militarismo nelle istituzioni scolastiche in virtù di protocolli in voga dal 2015, cioè con il governo di centrosinistra di Matteo Renzi, mediante i quali le Forze Armate entrano nelle scuole per fare alternanza scuola-lavoro (poi Pcto, poi Fsl) con studenti e studentesse che si recano in caserma; oppure per svolgere lezioni di educazione civica sugli argomenti più disparati sottratti alle associazioni della società civile; oppure per fare orientamento alle «Carriere in divisa» e arruolare giovani in percentuali massicce dal sud, sottraendoli al disagio per mandarli in guerre che non ci appartengono. Sono anni che l’Osservatorio denuncia l’utilizzo delle palestre scolastiche per la Ginnastica Dinamica Militare Italiana, esempio di training militare utile per forgiare carattere e temperamento, oppure campi estivi per i più piccoli con il corpo militare degli Alpini, che, per quanto possano suscitare simpatia, sono pur sempre dei corpi armati. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. E, allora, dov’è la novità politica di Futuro nazionale del generale Vannacci? Evidentemente, l’originalità sta solo nel rendere esplicita, conclamata e più rapida quella implicita militarizzazione della società civile che già da tempo è stata assunta come la panacea dei problemi sociali del nostro paese. Nemmeno originale, del resto, è l’idea dell’istituzione dell’ora di educazione militare nelle scuole, non solo perché, nel generale clima guerrafondaio di tutta Europa, essa è stata introdotta, ad esempio, già in Lettonia, in Polonia e in alcune aree della Germania con la Jugendoffizier, ma soprattutto perché essa era il fiore all’occhiello del programma scolastico fascista. Introdotta nel 1934 e potenziata nel 1935, in occasione della guerra d’Etiopia, l’ora di educazione militare venne poi perfezionata nel 1938, all’indomani della deflagrazione totale dell’Europa. LEGGI ANCHE… POLITICA SBATTI VANNACCI IN PRIMA PAGINA Salvatore Cannavò A questo proposito, considerata la vaghezza della proposta attuale, vorremmo suggerire al generale Vannacci di rispolverare il vecchio programma di Cultura militare nelle scuole medie di epoca fascista, che affidava l’insegnamento alle Milizie Volontarie per la Sicurezza Nazionale (Mvsn) per ben trenta ore annuali e prevedeva, tra le altre cose, amenità come: «La necessità della gerarchia e della subordinazione. Comando ed obbedienza sono atti di uguale dignità. Carattere e disciplina come requisiti indispensabili delle Forze Armate e come fattori fondamentali di successo», oppure elementi più concreti e utili per la vita quotidiana, come: «Armi individuali: fucile, moschetto, bomba a mano, pugnale. Armi collettiva: di assalto: fucile mitragliatore, mortaio d’assalto; di accompagnamento: mitragliatrici, mortaio da 81, pezzo da 47, carro armato (d’assalto e di rottura), cannone da 65/17» (E. Grillo, La cultura militare nelle scuole medie, Napoli 1938). Ecco, forse con queste nozioni riusciremo a risolvere definitivamente la questione della devianza giovanile e dei maranza, nella convinzione, che fu di chi prima di Vannacci istituì l’ora di educazione militare nelle scuole, che: «La sobria ed efficace esaltazione degli eroi delle guerre recenti, diretta a raggiungere le vie del sentimento, concorrerà largamente a suscitare lo spirito guerriero nell’animo dei giovanissimi». * Michele Lucivero è dottore di ricerca in Etica e antropologia. Storia e fondazione presso l’Università del Salento e insegna Filosofia e storia al liceo Da Vinci di Bisceglie. Giornalista pubblicista, cura il blog Agorà. La filosofia in Piazza ed è promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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September 3, 2026
Jacobin Italia
I Dem Usa preferiscono Israele ai propri elettori
La «guerra civile» che si sta consumando attualmente nel Partito Democratico viene solitamente considerata una battaglia tra socialisti e progressisti, da un lato, e centristi, dall’altro. Ed è vero. Ma è anche una battaglia tra l’establishment democratico e i suoi stessi elettori. Se avete bisogno di prove, guardate i piani della leadership del partito per insediare Jared Moskowitz e molti altri democratici di destra in posizioni influenti in politica estera, qualora il partito riconquistasse la Camera dei Rappresentanti. «Sarò in grado di contribuire a orientare la politica statunitense nei confronti di Israele e del Medio Oriente», ha affermato Moskowitz, che diventerà presidente della sottocommissione per il Medio Oriente e il Nord Africa se il partito otterrà una vittoria schiacciante a novembre. Le opinioni dell’elettorato democratico su Israele non sono ambigue. Un recente sondaggio condotto da YouGov, ad esempio, ha rilevato che oltre il 60% degli elettori democratici in diversi stati chiave desidera in modo schiacciante che il proprio candidato presidenziale del 2028 interrompa la fornitura di armi a Israele e addirittura imponga sanzioni a Israele per il suo comportamento illegale. La nomina di Moskowitz è, per usare un eufemismo, uno schiaffo in faccia alla stragrande maggioranza degli elettori del suo stesso partito. Moskowitz è un beniamino dell’American Israel Public Affairs Committee (Aipac) per il suo inflessibile sostegno al genocidio israeliano, per essersi opposto a un cessate il fuoco per mesi mentre le forze israeliane perpetravano alcuni dei massacri più efferati e per essersi fermamente opposto a qualsiasi condizione imposta agli aiuti statunitensi a Israele, nonostante, secondo la legge americana, sia già illegale inviare aiuti a stati che violano i diritti umani. A un certo punto, è stato uno dei soli sedici democratici a unirsi al Partito Repubblicano nel votare contro la decisione dell’ex presidente Joe Biden di interrompere l’invio a Israele delle bombe statunitensi più potenti e indiscriminatamente distruttive. In diverse occasioni, ha guidato un’iniziativa del Congresso per nascondere il numero di civili uccisi da Israele, ha votato per tagliare i fondi all’agenzia delle Nazioni Unite responsabile dell’assistenza ai rifugiati palestinesi e ha presentato più volte un disegno di legge per tagliare i fondi all’Onu in caso di espulsione di Israele . In effetti, si può affermare con certezza che, se dipendesse da Moskowitz, probabilmente metterebbe al bando le opinioni della maggior parte degli elettori del suo stesso partito. Ha presentato una risoluzione assurda che proclama «Dal fiume al mare» un incitamento antisemita alla violenza e ha votato per censurare la sua collega democratica, Rashida Tlaib, perché aveva insinuato che Israele avesse bombardato un ospedale a Gaza – un ospedale che Israele ha poi ripetutamente bombardato negli anni successivi, oltre a bombardare ogni altro ospedale del territorio. Da allora, ha offerto il suo pieno appoggio alla repressione della libertà di parola di Donald Trump, sostenendo il tentativo di Trump di deportare un titolare di carta verde critico nei confronti di Israele, redigendo una proposta di legge per punire gli americani che boicottano Israele e facendo pressione su Trump affinché reagisse contro la Colombia a causa delle critiche del suo presidente al Paese, cosa che Trump ha fatto. Prima dell’insediamento di Trump, Moskowitz aveva auspicato una repressione federale delle proteste nei campus universitari, che aveva assurdamente paragonato alle manifestazioni dei suprematisti bianchi, un’altra politica che è diventata una caratteristica distintiva del secondo mandato autoritario di Trump. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! Ma al di là di Israele e Palestina, la decisione del leader della minoranza alla Camera, il deputato Hakeem Jeffries, di promuovere Moskowitz affida la politica mediorientale del partito a un sostenitore di quella che si è dimostrata la decisione di politica estera più disastrosa di Trump, sia dal punto di vista politico che per le sue effettive conseguenze sugli interessi statunitensi: la guerra in Iran. Nel periodo precedente al primo attacco di Trump e Benjamin Netanyahu lo scorso anno, Moskowitz si era descritto come «più a destra su questo tema rispetto all’approccio di JD Vance e [Steve] Witkoff, e, francamente, concordo maggiormente con il senatore Lindsey Graham e probabilmente con il senatore Tom Cotton». Il fatto che si fosse affrettato a precisare di non aver invocato i bombardamenti è stato smentito dal fatto che bombardare l’Iran era la posizione di lunga data sia di Graham che di Cotton. Infatti, un mese dopo Moskowitz ha diffuso un comunicato stampa a sostegno dei bombardamenti israeliani ed è apparso su Fox News per difenderli. Moskowitz si è spinto oltre, parlando della guerra totale di Trump contro l’Iran quest’anno, che si è trasformata in una palude durata sei mesi, con un numero enorme di vittime e un’impennata del costo della vita per i consumatori statunitensi. Questa volta, anziché un mero sostegno retorico, Moskowitz ha fornito a Trump un aiuto concreto per iniziare la guerra. Si è rifiutato pubblicamente di votare a favore di una risoluzione sui poteri di guerra presentata dal duo bipartisan composto da Ro Khanna e Thomas Massie per impedire a Trump di agire seguendo i consigli dei falchi di destra più ottusi, definendo l’iniziativa volta a limitarlo «l’Ayatollah Protection Act» (Legge per la protezione dell’Ayatollah). Questo lo ha messo in contrasto con la maggior parte del suo stesso partito e con i suoi vertici, che appoggiavano il provvedimento, incluso lo stesso Jeffries. Dopo aver aiutato Trump a trascinare il paese in questo pasticcio, Moskowitz ha poi, prevedibilmente, assunto la posizione secondo cui gli Stati Uniti non avevano altra scelta se non quella di rimanere in guerra il più a lungo possibile e di esserne risucchiati ancora più a fondo. «Ora che siamo lì e siamo in questa guerra, dobbiamo ottenere l’uranio. Non possiamo semplicemente tornare a casa», ha detto a giugno, facendo riferimento alle morti statunitensi e agli altri costi che il suo sostegno alla guerra ha comportato. Qualsiasi accordo per porre fine alla guerra – che lui appoggia pienamente , ha assicurato Moskowitz agli spettatori – deve prevedere lo smantellamento dei siti nucleari iraniani e la consegna dell’uranio, richieste massimaliste che di fatto renderebbero impossibile per gli Stati Uniti uscire dal conflitto. LEGGI ANCHE… POLITICA LA VARIABILE ISRAELIANA SULLE PRIMARIE IN MICHIGAN Elisabetta Raimondi Il fatto che Moskowitz e Jeffries si trovassero su fronti opposti sulla questione di politica estera statunitense più importante dell’anno (e probabilmente del decennio), eppure Jeffries lo abbia scelto come potenziale guida della politica estera americana nella regione, suggerisce due cose. Un primo punto riguarda il fatto che il sostegno di Jeffries alla Risoluzione sui poteri di guerra per impedire la guerra di Trump è stato tiepido come molti critici sospettavano. Ricordiamo che già all’inizio di quest’anno erano emerse indiscrezioni secondo cui i leader democratici desideravano ardentemente che Trump iniziasse una guerra contro l’Iran, una guerra che auspicavano con fervore ma che non volevano affrontare in termini di ripercussioni politiche qualora l’avessero intrapresa direttamente. L’altro aspetto è che evidenzia il ruolo che Moskowitz svolgerà in futuro per la fazione del partito legata alle grandi aziende. I centristi come Jeffries sanno che sia la guerra all’Iran sia il sostegno incondizionato degli Stati Uniti a Israele sono estremamente impopolari tra gli elettori, ma sono comunque impegnati a sostenerli, in parte per ragioni ideologiche e in parte per via della loro alleanza con grandi finanziatori filo-israeliani. Affidando queste posizioni a Moskowitz e ad altri ideologi del movimento Israel First, possono lasciare che si assumano la responsabilità delle decisioni di politica estera interventista che segretamente appoggiano, pur fingendo pubblicamente di essere in linea con la volontà degli elettori democratici. Moskowitz e gli altri faranno da copertura politica a una leadership che rimane in disaccordo con la volontà dei propri elettori, se non addirittura apertamente ostile ad essa. Si tratta di una strategia che si tradurrà in scelte di politica estera ancora più disastrose, con cui il resto del Paese dovrà fare i conti, ma che rimarrà praticabile solo finché Moskowitz e gli altri continueranno a vincere le elezioni *Branko Marcetic lavora a JacobinMag ed è autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. 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September 2, 2026
Jacobin Italia
Dal Golan alla Siria
«Se lo vorrete, non sarà una favola» Theodor Herzl, Altneuland, 1902 L’articolo 1 della Convenzione di Montevideo del 1933 definisce lo Stato attraverso quattro requisiti:  una popolazione permanente, un governo, la capacità di intrattenere relazioni con gli altri Stati – e un  territorio definito. Non si tratta di un requisito formale tra gli altri: è la condizione senza la quale la  sovranità non può esistere. Il diritto internazionale è altrettanto chiaro su un corollario essenziale:  l’annessione di un territorio con l’uso della forza è invalida e priva di effetti giuridici; l’occupazione  militare, per quanto duratura, non trasferisce sovranità allo Stato occupante.  La Dichiarazione d’indipendenza di Israele del 1948 omette deliberatamente i confini dello Stato;  nessuna legge fondamentale li fissa; nessun trattato internazionale li riconosce come definitivi. È l’unico Stato al mondo che, dalla sua fondazione, ha sistematicamente rifiutato di indicare dove finisce il  proprio territorio. Non perché non lo sappia, bensì perché sa che qualsiasi risposta sarebbe, per  qualcuno, provvisoria.  Questa è la traduzione istituzionale di un’idea che attraversa il sionismo fin dall’inizio: l’idea che il  legame tra il popolo ebraico e la terra, Eretz Yisrael, non ammetta confini definitivi. Non tutti i sionismi l’hanno declinata allo stesso modo: la corrente laica di Ben-Gurion accettò piani di partizione ben più  contenuti; quella religiosa vi pose la Halakhah al centro. Ma il ramo revisionista di Jabotinsky non  lasciò mai spazio all’ambiguità sui confini. La terra era tutta, e i limiti erano sempre temporanei. È da quella tradizione, non da una fantasia messianica periferica, che discende direttamente ciò che sta  accadendo oggi nel sud della Siria.  Per questo non sorprende che, nell’attuale scenario politico israeliano, erede diretto di Gush Emunim e  del movimento dei coloni, oggi sostenuto apertamente da ministri in carica, si arrivi, con la naturalezza  di una tappa già scritta, alle incursioni di terra in Siria. Le alture del Golan, occupate nel 1967 e annesse  unilateralmente da Israele con una legge della Knesset nel 1981, sono spesso definite l’occupazione  dimenticata: più della metà della popolazione drusa che vi risiede ha sempre rifiutato la cittadinanza  israeliana, mantenendo la propria identità siriana. È da quella linea di demarcazione, mai riconosciuta  dal diritto internazionale, che oggi si muovono i primi avamposti oltre confine.  LA GENEALOGIA DI UN’IDEA  Per capire come si arrivi da lì a qui, bisogna tornare al 3 febbraio 1919, quando la delegazione  dell’Organizzazione Sionista Mondiale presentò alla Conferenza di pace di Parigi un memorandum che  non chiedeva i confini biblici estremi, dall’Egitto all’Eufrate, ma disegnava una mappa precisa pensata per garantire autosufficienza economica al futuro «focolare nazionale ebraico»: tutta la Palestina  mandataria, il sud del Libano fino al fiume Litani e le pendici del monte Hermon, il sud-ovest della  Siria – comprese le alture del Golan e la piana di Hauran – e l’intera Transgiordania, fino alla linea  ferroviaria dell’Hejaz.  Quando, nel 1921-1922, il governo britannico decise di separare la sponda orientale del Giordano  creando l’Emirato di Transgiordania, escludendola dal focolare ebraico, Ze’ev Jabotinsky rifiutò  categoricamente quella divisione e fondò il sionismo revisionista, la cui mappa ufficiale (comparsa  anche nell’emblema dell’Irgun) prevedeva uno Stato ebraico su entrambe le sponde del fiume. Nel 1929 quell’idea divenne un inno, Smol Ha’Yarden («La riva sinistra del Giordano»), adottato dal movimento  giovanile Betar e dal gruppo paramilitare Irgun: «Il Giordano ha due sponde: questa è nostra, e anche  l’altra lo è». È la stessa genealogia – dalla mappa del 1919 al revisionismo di Jabotinsky – a spiegare perché il concetto di «Grande Israele» (Eretz Yisrael Hashlemah) non sia mai stato soltanto una visione messianica astratta, ma una linea politica che si è trasmessa, di generazione in generazione, fino ai governi di oggi.  Il passaggio decisivo avviene nel 1974, all’indomani della guerra dello Yom Kippur, con la fondazione  di Gush Emunim (il «Blocco dei Fedeli»). Il movimento fonde il sionismo politico con il messianismo  religioso: la conquista dei territori del 1967 – Cisgiordania, Gaza, Golan – non è più letta come un evento geopolitico, ma come un atto divino che avvia la redenzione. Fondato in risposta diretta al principio «Terra in cambio di pace» – il quadro diplomatico sancito dalla risoluzione 242 dell’Onu che prevedeva  il ritiro israeliano dai territori occupati in cambio della pace con i vicini arabi – il movimento adottò una  strategia semplice e si rivelò efficace: insediare colonie illegali sul terreno per rendere fisicamente impossibile qualsiasi futuro accordo territoriale. Il movimento si scioglie formalmente negli anni Ottanta, ma la sua struttura e la sua filosofia sopravvivono nel Consiglio di Yesha, l’organo di  rappresentanza dei coloni, e nei moderni partiti nazional-religiosi.  LEGGI ANCHE… GUERRA IL METODO DI GUERRA A GAZA È DIVENTATO LA NORMALITÀ Branko Marcetic Oggi quell’eredità siede al governo nella persona di Bezalel Smotrich (Partito Sionista Religioso) e  Itamar Ben-Gvir (Otzma Yehudit). Smotrich, il principale teorico dell’annessione totale, nel marzo 2023 ha tenuto a Parigi un discorso da un podio che mostrava una mappa della «Grande Israele»  comprendente l’intera Giordania; nel documentario del canale franco-tedesco Arte («Israel:  Extremists in Power») ha dichiarato che la visione messianica prevede che «il futuro di Gerusalemme  sia quello di espandersi fino a Damasco». Nell’aprile 2026, durante l’inaugurazione di un nuovo  insediamento in Cisgiordania, ha parlato apertamente di una «fase politica finale» volta a espandere i  confini nazionali nel Libano meridionale, fino al fiume Litani, e in Siria, respingendo in modo  categorico la nascita di uno Stato palestinese; due mesi dopo ha chiesto al governo il controllo militare  totale della Striscia di Gaza per avviare la costruzione di tre nuovi insediamenti nel nord dell’enclave.  Ben-Gvir, erede ideologico del movimento kahanista, promuove nella piattaforma del suo partito  l’applicazione immediata della sovranità israeliana su tutta la Cisgiordania e, nelle sue dichiarazioni  pubbliche, il reinsediamento di Gaza da parte dei coloni insieme alla cosiddetta «emigrazione  volontaria» della popolazione palestinese.  Le convenzioni di Ginevra, nello specifico la IV, vietano espressamente il trasferimento della  popolazione civile dell’occupante nel territorio occupato, proprio perché quel trasferimento trasforma il  carattere «temporaneo» dell’occupazione in uno «permanente». È esattamente il meccanismo che si  osserva oggi in Cisgiordania e a Gaza, ma che si sta ripetendo, con gli stessi ingredienti, fuori dai  territori palestinesi: in Siria e in Libano.  MENTRE IL MONDO GUARDA ALTROVE In questo marasma, mentre gli occhi del mondo non sanno più dove soffermarsi e osservano tutto con  il distacco di chi ha già smesso di guardare, qualcuno sta tentando di occupare la Siria. Sono quattro le  occupazioni in corso contemporaneamente – Gaza, Cisgiordania, sud del Libano e sud della Siria – e tutto si muove a una velocità che è difficile persino registrare.  Se si rallenta lo sguardo, la strategia dell’occupazione israeliana rivela una traiettoria coerente e  riconoscibile: la Nakba del 1948, poi i territori del 1967, le alture del Golan occupate e annesse  unilateralmente, e oggi, in sequenza ravvicinata, il genocidio a Gaza – riconosciuto come tale nel  procedimento avviato dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia nel gennaio 2024 –, la pulizia etnica in Cisgiordania, documentata da Human Rights Watch e B’Tselem, l’occupazione del  sud del Libano e, adesso, i tentativi di avamposto nel sud della Siria.  È così che comincia sempre: piccoli avamposti, un numero ridotto di coloni, nei punti strategicamente  più periferici del paese – lo stesso ruolo che, agli albori della colonizzazione della Palestina, fu del  kibbutz: base militare all’inizio, insediamento civile poco dopo. Dovremmo già cominciare a chiamarli  «territori levantini occupati».  ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online I NUMERI DI UN’ESCALATION  Non esiste un conteggio definitivo e ufficiale dell’intera storia del conflitto tra i due paesi, ma secondo  i dati indipendenti di Acled (Armed Conflict Location & Event Data Project) e del Syrian Observatory for Human Rights, Israele ha condotto oltre 1.200 tra attacchi aerei e bombardamenti sul territorio siriano dallo scoppio della guerra civile nel 2011. Prima del 2024, Israele ha mantenuto per anni una campagna militare non dichiarata, nota informalmente come «la guerra tra le guerre», con decine di  attacchi annuali mirati a distruggere i carichi di armi iraniane diretti a Hezbollah in Libano.  Il picco si registra nel dicembre 2024, subito dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad: nel giro di  poche settimane l’Idf ha condotto oltre 500 bombardamenti massicci, fino a 480 raid in sole 48 ore,  secondo le fonti stampa nazionali, per neutralizzare circa l’80% degli arsenali strategici e dei centri di  ricerca siriani prima che potessero cadere in mano a fazioni ribelli o estremiste. La campagna aerea è  proseguita nel 2025 e nel 2026, sia per contrastare la riorganizzazione dei gruppi armati sul terreno sia  per difendere la neonata zona cuscinetto nel sud del paese: nel luglio 2025 un raid senza precedenti ha  colpito direttamente il ministero della Difesa e lo Stato maggiore a Damasco, mentre i dati aggregati  del Syrian Observatory indicano decine di ulteriori attacchi mirati dall’inizio del 2026.  A partire dal collasso del regime di Assad, le incursioni di terra israeliane nel sud della Siria hanno  subìto una trasformazione profonda, passando da operazioni di pattugliamento temporaneo a una  presenza militare stabile e strutturata. L’Idf opera prevalentemente nelle province di Quneitra e Daraa, estendendo il controllo oltre la storica linea di demarcazione delle alture del Golan. Dopo l’ingresso dei carri armati nell’ex zona cuscinetto delle Nazioni Unite, Israele ha istituito una «zona di sicurezza» permanente, gestita a tempo indeterminato. Rapporti di organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, hanno documentato la costruzione di nove basi militari stabili e avamposti fortificati sul suolo siriano, dotati di reti elettriche indipendenti, strade militari e piazzole di atterraggio; le truppe israeliane penetrano regolarmente fino a quindici chilometri di profondità dal confine precedente, distruggendo le installazioni difensive siriane preesistenti.  I dati di monitoraggio di Acled descrivono un’attività di terra sistematica e pressoché quotidiana: una  media stimata tra le diciassette e le venti incursioni a settimana, con un picco di 84 operazioni registrate nel solo mese di maggio 2026, concentrate nelle aree rurali di Daraa e Quneitra. Le incursioni seguono un protocollo ricorrente: i convogli blindati entrano nei villaggi siriani – Maariya, Al-Aarda, Taranjah, tra gli altri –, impongono posti di blocco temporanei, perquisiscono le abitazioni, interrogano i civili e ispezionano i loro telefoni per mappare potenziali minacce; prima degli avanzamenti, droni israeliani rilasciano regolarmente volantini che intimano alla popolazione di non ostruire il passaggio dei mezzi  militari.  Un monitoraggio indipendente e complementare proviene da Al-Marsad – Centro arabo per i diritti  umani nelle alture del Golan. Il Quinto Rapporto dell’organizzazione, pubblicato nel luglio 2026 e  relativo al solo primo trimestre dell’anno, documenta 169 violazioni nelle province di Quneitra e Daraa: oltre 87 incursioni militari, 40 operazioni di arresto – ciascuna con più fermati – che hanno preso di mira pastori, agricoltori e minori, la distruzione sistematica di terreni agricoli e il danneggiamento di siti del patrimonio culturale, tra cui l’Ospedale Archeologico del Golan e il Cinema Andalus. Il rapporto, redatto dall’avvocato e ricercatore Wesam Sharaf, conclude che queste pratiche costituiscono una violazione palese del diritto internazionale umanitario e un attacco grave alla sicurezza alimentare e all’incolumità della popolazione civile.  È in questo spazio aperto dall’incursione militare che si inserisce il fenomeno più recente: gruppi di  coloni israeliani oltranzisti hanno effettuato ripetute incursioni illegali nel sud della Siria, secondo  quanto riportato da agenzie internazionali e dall’emittente pubblica israeliana. L’obiettivo dichiarato di  queste frange estremiste è sfruttare la protezione militare della nuova zona di sicurezza per fondare i  primi insediamenti ebraici stabili all’interno del territorio siriano. Un tentativo che si allinea, punto per  punto, alla visione ideologica della «Grande Israele» che attraversa questo articolo dalla mappa del  1919 a oggi.  L’amministrazione siriana provvisoria guidata da Ahmed al-Sharaa denuncia costantemente queste  attività come una violazione palese della sovranità nazionale. Ciononostante, data la fragilità della  transizione politica siriana, Damasco ha espresso l’intenzione di aprire canali di dialogo e di negoziare  un accordo formale di sicurezza con Tel Aviv per stabilizzare i confini.  UNA TAPPA, NON UN’ECCEZIONE  È così che è cominciata ogni fase precedente di questa occupazione; con un avamposto, pochi coloni,  una zona di sicurezza dichiarata temporanea. Nel 1967 quel meccanismo ha prodotto l’annessione  unilaterale del Golan. Se la traiettoria si ripete – ed è esattamente ciò che i dati raccontano – quello che  oggi viene descritto come misura di sicurezza al confine siriano rischia di diventare, tra qualche anno, un fatto compiuto. Vale la pena iniziare a chiamarlo con il suo nome: territori levantini occupati. *Lamia Yasin è Ph.D. in diritti umani all’Università di Padova e si occupa di società divise, movimenti giovanili e cittadinanza, con particolare attenzione alla questione palestinese in Israele e in Asia Occidentale. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Dal Golan alla Siria proviene da Jacobin Italia.
September 1, 2026
Jacobin Italia
In Indonesia la sinistra cerca spazio
Lontano dai riflettori dei media occidentali, l’Indonesia continua a essere scossa da mobilitazioni sociali. Nel 2025 vi sono stati due cicli di proteste con rivendicazioni diversificate: proteste contro i privilegi della classe politica, il rafforzamento dell’esercito nella società, i tagli dei fondi per istruzione e sanità e in favore dei diritti dei rider. Seppur prive di un coordinamento unico, queste proteste hanno fatto emergere una crescente presa di coscienza dei giovani e delle classi popolari rispetto alle politiche governative, sintetizzate dall’hashtag #IndonesiaGelap, che tradotto significa «Indonesia Oscura», un modo per ribaltare la narrazione secondo cui l’arcipelago starebbe vivendo una fase dorata di crescita. Tra i gruppi che si mobilitano vi sono anche attivisti della sinistra, che seppur tra molte difficoltà cercando di far rinascere nell’Indonesia una forza di stampo socialista, a sessant’anni dalla distruzione del Partito Comunista Indonesiano del 1965-66. IndoProgress è forse il principale gruppo marxista del paese, una piattaforma online legata all’Internazionale Progressista che sin dal 2010 cerca di diffondere il pensiero marxista e di promuovere mobilitazioni popolari. Sulle prospettive dei movimenti sociali e della sinistra indonesiana Jacobin Italia ha intervistato Muhammad Ridha, redattore di IndoProgress. In primo luogo, mi piacerebbe che vi presentaste. Che cos’è IndoProgress? Un sito informativo o un movimento politico? E quali obiettivi si pone? IndoProgress è fondamentalmente una piattaforma mediatica basata sul marxismo che presenta opinioni politiche, commenti sulla situazione attuale ecc. Più o meno quello che è Jacobin negli Stati uniti. All’interno di questa piattaforma si può trovare un pluralismo di posizioni, come quelle anarchiche o autonomiste, ma in generale è uno spazio che riunisce persone che vogliono diffondere il marxismo oltre la sfera accademica. Siamo nati come un blog e dal 2010 siamo diventati uno spazio molto importante per la sinistra indonesiana, che ha attirato molti lettori delle nuove generazioni esperti di marxismo e che hanno cominciato a produrre idee nuove per la sinistra. Chi potremmo dire che comanda oggi in Indonesia? L’impressione è che la democrazia nata dalla Reformasi del 1998 sia in crisi e che l’esercito stia riacquistando potere.  L’Indonesia dopo la caduta di Suharto può essere considerata una democrazia oligarchica – una democrazia governata, controllata e dominata dal potere di persone estremamente ricche. E la maggior parte di queste persone ha consolidato la propria posizione durante il vecchio regime autoritario. Quindi quando parliamo dell’influenza persistente dei militari bisogna considerare le dinamiche all’interno del potere oligarchico. Prima del 2010 si può dire che l’Indonesia abbia vissuto una sorta di indebolimento per potere militare. Tuttavia le cose sono cambiate dopo il 2014, quando Jokowi, un leader locale proveniente da un ambiente umile e senza legami con il regime del Nuovo Ordine, è salito al potere, in un contesto caratterizzato da grandi mobilitazioni popolari che chiedevano un taglio col passato. Pur essendo slegato dalle élite Jokowi presto ha dovuto scenderci a patti, e una delle politiche più importanti che ha promosso è stato il rafforzamento dell’apparato coercitivo dello Stato, a partire dalla polizia per passare poi all’esercito. Il conflitto tra queste due forze di sicurezza ha portato alla nascita dell’attuale governo di Prabowo. Sia Jokowi che Prabowo hanno soddisfatto molte delle richieste dei militari per gestire la loro quota di potere e ora stiamo vivendo una sorta di democrazia militarizzata. Ad ogni modo, la militarizzazione non va vista come causa ma come conseguenza del problema della democrazia in Indonesia, che è stata plasmata dall’oligarchia. LEGGI ANCHE… STORIA LA VIA INDONESIANA Nicola Tanno Mi sembra che oggi non ci sia più una vera opposizione nemmeno in Parlamento. Cosa ne pensi? Questo dipende dalle dinamiche del potere oligarchico. Quando nel 2004 Susilo Bambang Yudhoyono divenne presidente una delle misure intraprese per consolidare il suo potere fu quella rendere più difficile per chiunque impegnarsi nella politica elettorale. Vennero stabiliti requisiti e soglie per candidarsi alle elezioni, come, per esempio, stabilire la sede del proprio partito in ogni provincia. Questi requisiti significano che chiunque voglia impegnarsi nella politica elettorale deve avere molti soldi, per cui solo i ricchi possono fondare partiti in Indonesia, mentre per la classe lavoratrice l’impegno nella politica elettorale è sempre più difficile. Di fatto, anche se sei in grado di fondare un partito devi godere dell’approvazione del regime, che è governato dagli oligarchi. Questo è uno dei motivi per cui il nostro sistema politico è diventato monotono – non c’è pluralità di posizioni politiche e non esiste una opposizione efficace. In poche parole, chi si impegna in politica è compromesso con il potere esistente e, di conseguenza, la maggior parte dei partiti sono di centro o di centro-destra. Tuttavia assistiamo a una dinamica interessante all’interno del potere oligarchico. Nel 2022 alcuni sindacati che facevano parte della rete oligarchica avevano bisogno di creare il proprio partito. Nel 2020, infatti, il regime al potere ha approvato quella che chiamiamo legge Omnibus – un insieme di norme che ha abolito alcuni diritti dei lavoratori conquistati in precedenza. Questo ha stimolato e incoraggiato i «sindacati gialli» – sindacati che avevano rapporti con gli oligarchi – a pensare che l’organizzazione politica esistente non rappresentasse più i loro interessi e che fosse necessario dar vita a un nuovo partito politico. Nel 2022 è dunque nato il Partito Laburista (Partai Buruh), formato anche da un sindacato su posizioni di sinistra. Grazie al rapporto che la maggior parte di questi sindacati gialli ha con il potere oligarchico, il Partito Laburista ha potuto partecipare alle elezioni generali. Questo ha fondamentalmente creato uno spazio per la sinistra, anche se è davvero piccolo. Io stesso faccio parte del Partito Laburista e nel 2024 mi sono candidato alle elezioni con una piattaforma socialista. Anche se non sono riuscito a diventare parlamentare questa esperienza ci dice qualcosa sulla possibilità di trovare spazi tra le faglie delle dinamiche interne al potere oligarchico.  Dall’Europa abbiamo saputo che negli ultimi anni ci sono state diverse mobilitazioni: sindacali, anticorruzione, ambientali, contro la repressione e per Papua Occidentale. Ora le proteste sono contro l’aumento del prezzo del carburante. Nel 1998, erano gli studenti i leader riconosciuti del movimento. Nel 2026 esiste una leadership politica o intellettuale che possa dare un orientamento unitario a queste lotte, verso una trasformazione del sistema? Sulle mobilitazioni in Indonesia non si può avere una prospettiva netta: la leadership si alterna, non è né del tutto assente né fissa. Nel 2019 il movimento partì dagli studenti contro l’indebolimento della Commissione Anticorruzione. Nel 2020, con la legge Omnibus, la leadership passò ai sindacati. Nel 2022-2023 ci fu una combinazione tra sindacati e studenti.  Dopo l’agosto 2025, quando lo Stato ha represso con successo le proteste di piazza, la leadership è tornata agli studenti per via dell’addomesticamento dei sindacati «gialli». Oggi le proteste sono guidate soprattutto dagli studenti. Non c’è una figura intellettuale di spicco, ma c’è un forte sentimento di sinistra. Il linguaggio anti-oligarchico e del cambiamento sistemico – un tempo estraneo ai manifestanti – ora è diventato comune.  Fino a qualche anno fa le persone pensavano che le cose potevano cambiare se al potere ci fosse andata una persona «buona». Oggi, invece, le persone manifestano per un cambiamento sistemico, capiscono che è importante sfidare la struttura politico-economica. Le idee della sinistra, promosse da piattaforme come IndoProgress, risuonano nella società. Il problema è che non c’è un’organizzazione capace di tradurre queste idee in un programma politico. A livello di idee la sinistra vince, a livello organizzativo la sinistra è troppo debole per essere politicamente rilevante. LEGGI ANCHE… INDONESIA INDONESIA, MEMORIA E CANCELLAZIONE Nicola Tanno Hai già spiegato come la nascita del Partito Laburista abbia suscitato qualche speranza rimasta disattesa. Ci sono anche altri gruppi che si rifanno al socialismo, ma piuttosto piccoli. Cosa impedisce la nascita di un partito di orientamento socialista in Indonesia nel 2026? Dipende dalle norme anticomuniste del 1966? Certo, ci portiamo ancora dietro la fobia anticomunista, ma credo che il problema principale stia nel modo in cui l’oligarchia ha plasmato le istituzioni politiche. Il primo problema che ostacola la nascita di un partito socialista sta nel sistema elettorale e nei requisiti amministrativi e finanziari che impediscono l’entrata di nuovi attori. Nel 2011 le mobilitazioni di sinistra hanno cercato di sfidare queste barriere ma hanno fallito. Tuttavia vi è anche un problema più culturale dello stesso movimento operaio, ovvero un rifiuto della politica e dei partiti politici. Si tratta di una tendenza che io definirei anarchica. Siccome i partiti tradiscono il popolo non c’è motivo di creare un altro partito politico. Questa è una tendenza davvero forte nei movimenti sociali indonesiani.  Il Partito Laburista, di cui faccio parte, è un partito socialdemocratico, di centro, ma permette ai suoi membri di promuovere aspirazioni di estrema sinistra. Io stesso, quando mi candido, mi presento come socialista. E questo ha un effetto concreto con le persone. Nella mia regione abbiamo ottenuto un numero significativo di voti, tanto che il partito ha deciso di farne una priorità per le prossime elezioni. La piattaforma socialista è popolare a causa della precarizzazione delle condizioni di vita. La politica socialista ha un potenziale, ma è bloccata dal sistema politico esistente. Se riusciamo a cambiarlo – rendendo più facile l’accesso a nuovi attori – sarà più facile creare un nuovo partito socialista. La fobia del comunismo esiste ancora, soprattutto nei conservatori. Ma a causa delle condizioni materiali – quando la gente perde benessere e lavoro – l’idea socialista cattura l’immaginazione delle persone. Sono ottimista: se cambiamo il gioco, i socialisti potranno creare il loro partito. Il governo ha appena nominato Suharto – responsabile dei massacri anticomunisti del 1965 e di quello a Timor Est – «Eroe Nazionale», e sta inoltre pubblicando una storia ufficiale del paese. Secondo voi la crisi della democrazia e l’offensiva sulla memoria sono collegate? Qual è l’impatto di queste politiche sui più giovani? I giovani sono piuttosto critici verso la narrativa del governo. Vedono la nomina di Suharto come un gioco politico per legittimare il Nuovo Ordine. Ma il governo è astuto: per attenuare le critiche, ha anche proposto come eroe nazionale Marsinah, un’attivista sindacale uccisa dai militari nel 1994. È una cooptazione, ma suggerisce che il governo riconosce il movimento operaio come attore legittimo. Il regime di Prabowo è contraddittorio: allo stesso tempo reprime e si apre al movimento operaio. Questo populismo – forse legato alla figura di Prabowo – lo porta a includere i sindacati nel suo potere, ma non la sinistra radicale. Il regime politico attuale ha iniziato a capire che l’unico modo per stabilizzarsi non è solo sostenere l’apparato coercitivo e militare dello Stato ma deve anche riconoscere le aspirazioni provenienti dal movimento operaio. Ecco perché, in questo momento, abbiamo quella che potremmo definire come una combinazione strana all’interno del regime: proprio quando esso diventa più repressivo verso il movimento, allo stesso tempo risulta più più accomodante verso alcune richieste provenienti dal movimento operaio. L’Indonesia è complessa: non è una democrazia liberale, ma è difficile definirla. A differenza dell’Egitto, qui l’addomesticamento del movimento dei lavoratori non ha ancora condotto alla sua smobilitazione: i sindacati continuano a scendere in piazza e a lottare. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online E quindi voi come vedete il futuro del vostro paese? Credete che prevarrano le pressioni provenienti dalla destra o quelle della sinistra?  Parto dalla prospettiva della classe lavoratrice. Se le concessioni del governo migliorano le condizioni materiali dei lavoratori, il movimento operaio acquisterà fiducia e potrà acquisire la leadership del movimento sociale nel suo complesso. Ma tutto dipende da come il movimento sfrutta la sua posizione. Se non coglie le aspirazioni delle masse popolari, la prospettiva sarà desolante. Le masse inizieranno a vedere i lavoratori e i loro sindacati come elementi cooptati e come parte dello status quo. In questo momento credo che ci sia una possibilità reale di cambiamento. Siamo ancora in grado di spingere i confini della cooptazione statale. Siamo nel mezzo della revisione della legge sul lavoro e il governo ha aperto un processo deliberativo per i lavoratori. Se riusciremo a influenzare la legge, ci sarà una possibilità per il movimento. Ma tutto dipende dalla lotta. Ecco perché dico sempre: per chiunque voglia capire l’Indonesia in questo momento, deve capire come si svolge la lotta di classe. E non basta dire che il governo è capitalista e i lavoratori sono protagonisti delle lotte, è più complicato, più sfumato. Come attore politico, il sindacato in questo momento agisce all’interno della struttura politica esistente. Se assumono una posizione troppo radicale, possono essere facilmente schiacciati dal governo. Ma se non hanno una posizione ferma, non saranno più visti come un attore legittimo del movimento sociale. Quindi è una situazione davvero delicata. Ma sono abbastanza ottimista. L’anno scorso è stato il 60° anniversario del genocidio anticomunista del 1965-66. Quest’anno ricorre il centesimo anniversario della rivolta comunista contro gli olandesi. Dopo tutto questo tempo, come è cambiato il giudizio sui massacri del 1965-66 e sulla storia del Pki in generale? Credi che il modo in cui le persone vedono questi eventi stia cambiando?  La maggior parte dei giovani non crede più alla propaganda del governo. Riconoscono che il Pki è stato la vittima di questa tragedia, che è stata fondamentalmente un’operazione statale per distruggere la sinistra. Questa è una buona notizia per chi lotta oggi contro le violazioni dei diritti umani.  Ma il problema è che questo sentimento si manifesta solo a livello sociale. Quando qualcuno vuole tradurre questo sentimento a livello istituzionale si trova davanti ancora oggi attori che hanno tratto grande vantaggio dall’eliminazione del Pki – i militari, la polizia e i leader religiosi conservatori legati al potere statale. Quindi si può dire che ai margini – al di fuori dello Stato – la narrativa è piuttosto semplice: lo Stato è il responsabile degli abusi dei diritti umani avvenuti nel 1965. Ma quando si vuole portare la questione a livello istituzionale, le cose diventano davvero complicate. La soluzione a questo problema non può che passare a livello politico ma, come già spiegato, è davvero molto difficile far parte del processo democratico a causa delle regole che limitano la partecipazione politica. Per non parlare di questo sentimento anti-politico e anti-partito che è generalizzato tra i movimenti sociali. Il mondo è praticamente all’oscuro della guerra a bassa intensità che viene combattuta in Papua Occidentale da decenni. Potreste fare luce sulla situazione in questo territorio? Esiste un collegamento tra le mobilitazioni dei movimenti urbani di Giava e le campagne di solidarietà per Papua o sono temi completamente separati?  Il movimento in Papua e quello a Giava condividono principi comuni: entrambi si oppongono al ruolo dei militari in politica. Ma a livello pratico non c’è collegamento. I movimenti di Giava affrontano la «questione nazionale» solo in relazione al centro del potere – governo, presidente, politiche economiche – e raramente menzionano la Papua. Gli studenti di Giava espongono raramente striscioni per la Papua Libera, perché non tutti i partecipanti condividono quell’agenda. Alcuni elementi progressisti ritengono ancora che la Papua sia parte legittima dell’Indonesia. La situazione in Papua è disastrosa. Il governo centrale sta cercando di farne un centro di «sovranità alimentare», appropriandosi delle terre per piantagioni e fattorie. C’è una lotta violenta tra i papuani indigeni e lo Stato. La Papua è diventata militarizzata perché viene vista non come un territorio abitato, ma come un fattore di produzione. I militari cercano di rimuovere i papuani per attuare la propria agenda nazionale. Il movimento operaio, che è stato addomesticato dallo Stato, parla raramente di Papua. Ho cercato di sollevare la questione anche nel mio partito, ma i leader sindacali hanno difficoltà a gestire questo tema: se ne parlano troppo duramente, il governo li schiaccia, se non ne parlano, perdono legittimità. Non sorprende quindi che, di fronte a questo dilemma, il movimento operaio debba muoversi con maggiore abilità per sostenere la causa dei diritti umani a Papua Occidentale. *Nicola Tanno è laureato in Scienze Politiche e in Analisi Economica delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Sapienza di Roma. Ha pubblicato Tutta colpa di Robben (Ensemble, 2012). Nel 2026 pubblicherà Arcipelago Rosso. Lotta Politica e Genocidio in Indonesia (1914-1968) (Mimesis). Vive e lavora da anni a Barcellona. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo In Indonesia la sinistra cerca spazio proviene da Jacobin Italia.
August 28, 2026
Jacobin Italia
I limiti del neoliberismo autoritario russo
Mentre le forze russe attaccano ogni notte le città ucraine con missili a lungo raggio – uccidendo un numero crescente di civili da quando sono stati ridotti gli aiuti militari statunitensi a Kiev – quest’anno l’Ucraina ha intensificato la propria campagna a lungo raggio contro la Russia. I droni hanno preso di mira due tipi di infrastrutture importanti per il senso di normalità dei russi: i centri logistici di Wildberries, un marketplace online in stile Amazon che rappresenta la più grande rete di distribuzione merci in Russia, e, forse ancora più importanti, le raffinerie di benzina e gasolio, che sembrano essere obiettivi relativamente facili e un anello debole nell’economia nazionale nel suo complesso. Al di là del campo di battaglia, le reazioni all’interno della società russa sono cruciali per le possibilità del Cremlino di proseguire lo sforzo bellico. Sembra sempre più probabile che, dopo un’altra sessione di elezioni parlamentari truccate a settembre, si tenterà una nuova forma di mobilitazione militare obbligatoria. Una politica simile era stata brevemente sperimentata alla fine del 2022, ma si rivelò presto un fallimento politico e fu abbandonata in favore del pagamento di mercenari. Quest’ultimo approccio, tuttavia, sembra ora aver raggiunto i suoi limiti, dopo aver esaurito le riserve di potenziali reclute sia tra le minoranze etniche che tra i russi residenti nelle regioni svantaggiate. Cresce già la stanchezza e il malcontento per l’enorme costo umano della guerra e per i suoi nefasti effetti sull’economia. Come se il grave declino demografico non fosse già abbastanza, la ripresa del tema, politicamente tabù, della coscrizione militare porterà, se non a una vera e propria crisi politica, quantomeno a un clima ancora più febbrile di paura e desiderio di cambiamento. Ciò che ancora non sappiamo è quale sarà la consistenza di questo momento politico. Potrebbe essere «caldo» e pungente come le dolorose mobilitazioni di massa della fine degli anni Ottanta e inizio anni Novanta, oppure potrebbe essere, come a volte è accaduto alla parte della società civile che ha coraggiosamente resistito alla deriva autoritaria alla fine degli anni 2000, come guadare nella sabbia inseguiti da un’orda implacabile. In questo risiede un punto più profondo riguardo al modo in cui comprendiamo la Russia. Mentre ci avviciniamo a questa congiuntura di forze sociali, geopolitiche ed economiche, gran parte di ciò che non sappiamo deriva dalla ristrettezza e dalla superficialità con cui spesso interpretiamo la società russa. LEGGI ANCHE… GUERRA DISSIDENZA E GUERRA Ilya Budraitskis - Piero Maestri PUNTI CIECHI Uno dei principali punti ciechi nei commenti degli esperti deriva dallo sguardo conformista sulla natura della società russa: essa viene essenzializzata come passiva, atomizzata e in gran parte remissiva. Raramente le legioni di osservatori da poltrona vanno oltre tale caricatura, perché si affidano a un ecosistema di consenso d’opinione basato sulla misurazione, a sua volta incorporato, sia pure in parte, nella gestione dei media da parte del putinismo. I sondaggisti presentano ai russi la formulazione corretta: «La condotta delle forze armate in Ucraina: la approvate?». E puntualmente si ottiene una maggioranza favorevole. Tuttavia, anche secondo i loro stessi criteri, iniziano a emergere delle crepe, come dimostra un recente sondaggio che ha rilevato che solo il 30% è favorevole alla continuazione della guerra, persino all’interno di un campione palesemente autoselezionato di cittadini perlopiù lealisti disposti a invitare un sondaggista a casa propria. Sondaggi d’opinione e interpretazione del dibattito delle élite: questo è il limite dell’attuale «cremlinologia». C’è una forte avversione per i dati sul campo e per gli esperti del settore, in parte a causa del declino delle competenze specifiche negli Stati uniti. Di conseguenza, il senso comune sulla Russia, incentrato su Washington, è egemonico. Tra giugno e luglio, due autorevoli think tank, Carnegie e Kennan, hanno entrambi pubblicato versioni discutibili di un’argomentazione su un rinnovato effetto di solidarietà nazionale in risposta al drastico cambiamento degli attacchi in Ucraina. Per me, in quanto uno degli ultimi antropologi di una generazione che studia la politica dal basso, c’è un preoccupante orientamento conformista attorno all’idea che i russi siano entusiasti della guerra e dei suoi obiettivi, anche se è ormai impossibile ignorare i costi interni alla Russia stessa. Parlando con qualsiasi gruppo di persone comuni, è chiaro che la grande maggioranza vuole che la guerra finisca ora, a qualsiasi condizione che non preveda il pagamento di riparazioni. Ma le argomentazioni sul sentimento pubblico non fanno altro che rafforzare la sensazione che non siamo nemmeno in grado di articolare un linguaggio che faciliti una discussione sulla crisi a lungo termine in Russia, di cui la guerra è solo un sintomo. L’invasione dell’Ucraina non rappresenta una deviazione dalla normalità del putinismo, bensì il culmine morboso di una crisi socioeconomica intrinseca al governo neoliberista autoritario. Per oltre due decenni, il regime ha operato come una distillazione di potere sfrenato, intento ad accumulare rendite economiche, a favorire la proprietà a pochi privilegiati e a consolidare una rete di clientelismo. Tutto ciò mentre impoveriva lo stato sociale: un sistema che osservatori acuti come Nick Trickett lo hanno definito un «impero dell’austerità». Una delle ragioni del catastrofico esito della decisione dell’élite della sicurezza di entrare in guerra risiede nel fatto che questa stessa élite non è riuscita a comprendere quanto la società russa si fosse indebolita a causa di un sistematico rifiuto di investire nei beni pubblici al di là del minimo indispensabile per mitigare le crisi immediate. Questa guerra è il risultato putrescente di un sistema che ha a lungo privilegiato la protezione di una piccola élite rapace rispetto alla sopravvivenza stessa della popolazione. Come sostengo nel mio recente libro sulla guerra e le sue cause meno immediate, la Russia è diventata un laboratorio all’avanguardia per la produzione di povertà e l’imposizione della razionalità neoliberista, un modello ora ammirato soprattutto da una schiera di capitalisti e politici nell’orbita di Donald Trump e non solo. A differenza delle caricature diffuse dai media occidentali, lo Stato russo non è un ritorno alla pianificazione sovietica. Piuttosto, promuove soggettività orientate al mercato in cui l’individuo è costretto a diventare un contendente in un incubo di riproduzione sociale, in un’atmosfera di cinismo e disprezzo per il costo umano. Questo sistema ha depoliticizzato con successo la disuguaglianza sociale, inquadrando il divario tra vincitori e vinti come una questione di fallimento personale piuttosto che di espropriazione strutturale. La legittimità del putinismo si è fondata su un patto sociale svuotato di significato: lo Stato offre la facciata di una comoda cultura consumistica, simboleggiata dal mondo del capitalismo delle piattaforme e da marchi onnipresenti come Wildberries, in cambio di passività politica. Eppure, questa comodità maschera un brutale darwinismo socioeconomico in cui i rappresentanti dell’élite e del governo, compresi coloro che hanno supervisionato la deindustrializzazione del paese, il furto legalizzato delle sue risorse rimanenti e la riduzione in povertà di decine di milioni di persone negli anni Novanta, amano sbandierare la presunta mentalità bovina innata dei russi. Vengono definiti mangiatori senza cervello di cibo grezzo, assuefatti alla sofferenza e alle privazioni, che si aspettano elemosine e uno Stato paternalista senza comprendere che «l’uomo è lupo per l’uomo», come dice il proverbio, e che il governo «non deve nulla». Dalla crisi finanziaria del 2008, i russi hanno dovuto affrontare una delle peggiori stagnazioni del reddito tra i paesi sviluppati e una concentrazione di ricchezza significativamente più elevata rispetto a Stati uniti e Cina. Il putinismo ha risposto a questo declino di lungo periodo non reinvestendo le sue ricchezze petrolchimiche, bensì con una «guerra culturale» neoconservatrice contro il «permissivismo» occidentale, usando la «democrazia sovrana» come scudo per proteggere i guadagni illeciti di un’élite dello stato di sicurezza. Spesso gli osservatori si affidano a una traduzione approssimativa, proveniente da un contesto culturale e storico molto diverso – gli Stati uniti dopo l’11 settembre e una narrazione di solidarietà nazionale – per spiegare quella che sembra essere la mancanza di resistenza dei russi alla guerra, o persino di entusiasmo per essa. Al contrario, preferisco pensare in termini di consolidamento difensivo. I russi non si sono «uniti» in un fervore patriottico; piuttosto, si sono rifugiati in narrazioni rassicuranti di accerchiamento e pericolo per la civiltà, alcune delle quali in linea con la propaganda, altre no. Lo fanno per gestire sia il trauma socioeconomico a lungo termine sia un senso di impotenza esacerbato dalla guerra e dalle tensioni che ne derivano. Dopo l’invasione del 2022, molti si sono schierati a sostegno delle autorità putiniane per una disperata speranza inespressa: che la guerra avrebbe finalmente spezzato il triste patto neoliberista e costretto lo Stato a tornare a un progetto collettivista più prosociale, che ricordasse le garanzie sociali dell’era sovietica. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! KEYNESISMO MILITARE? Tuttavia, questa speranza di uno Stato più protettivo si è rivelata illusoria. Il «keynesismo militare» sbandierato sia dal Cremlino che da certi settori della sinistra, i quali sostengono che le classi lavoratrici stiano «traendo vantaggio» dall’economia di guerra, è una fantasia. Sebbene si sia registrata una crescita di breve durata dei redditi reali, con un picco nel 2024, questo «effetto moltiplicatore» è stato geograficamente circoscritto ed è già stato divorato dall’inflazione, dal conseguente massiccio aumento dei tassi bancari e dai limiti invalicabili di un’economia afflitta dalla mancanza di investimenti. L’«ascensore sociale» del denaro di guerra sta raggiungendo il suo limite e il potere strutturale dei lavoratori rimane soffocato da un quadro giuridico che rende quasi impossibile la difesa dei loro diritti. Il vero crollo dell’era Putin non risiederà nel sogno di un soggetto rivoluzionario e democratizzante, incarnato da Alexei Navalny fino al suo assassinio per mano dello Stato. L’investimento emotivo dell’Occidente, dei liberali russi e degli opinionisti in figure come Navalny ha portato a una miopia analitica. Piuttosto che il leader intelligente e carismatico di cui Forbes ha parlato quindici volte tra il suo arresto nel 2021 e la sua morte nel 2024, una figura ben più probabile a sfruttare una futura crisi, o addirittura a provocarla, sarà un personaggio composito che incarna caratteristiche più simili agli anni Novanta: un politico di stampo maoista proveniente dall’attuale élite della sicurezza, che promette di risolvere la contraddizione tra l’enorme ricchezza dell’élite e l’insicurezza quotidiana. Questo perché la realtà della crescente disuguaglianza, unita all’austerità e all’incapacità dello Stato di garantire bisogni umani fondamentali come un’assistenza sanitaria adeguata, rimane per i russi più «reale» della guerra stessa. Nonostante la retorica «keynesiana militare», la disuguaglianza misurabile rimane più marcata che mai, con l’1% più ricco che detiene il 70% di tutte le risorse. La Russia rappresenta un’eccezione tra i paesi con un elevato indice di sviluppo umano, con il 10% della popolazione che percepisce la metà di tutto il reddito e il 96% dei risparmiatori che ha risparmi irrisori. Il sistema fiscale è un capolavoro di redistribuzione regressiva. Lo Stato finanzia la guerra attraverso imposte sulle vendite e tasse tanto quanto attraverso la vendita di petrolio e gas. Queste imposte gravano in modo sproporzionato sui poveri, mentre una tanto decantata imposta fissa sul reddito garantisce che persino chi vive in estrema povertà paghi un onere relativo maggiore rispetto a chi possiede beni. Non esiste un’imposta patrimoniale e l’imposta di successione è stata abolita quasi vent’anni fa per contribuire a proteggere il trasferimento di ricchezza all’interno della plutocrazia. È in questo contesto che dobbiamo inquadrare i recenti attacchi alle infrastrutture di Wildberries. Questi attacchi colpiscono al cuore la comoda cultura del consumo che si è sostituita alla legittimità politica tra la classe media urbana. Quando questi hub logistici vengono presi di mira, si sgretola l’ultima maschera del patto neoliberista. Il putinismo non può garantire la sicurezza, non può garantire la mobilità sociale e ora non può più assicurare quell’economia del consumo senza attriti costruita sulle spalle di una forza lavoro sfruttata e microproletarizzata. LEGGI ANCHE… FEMMINISMO MILLE FIORI NEL DESERTO Maria Chiara Franceschelli CONDIZIONI DI PROTESTA Periodi di ordine politico apparentemente immutabile hanno spesso visto crescere riserve di malcontento popolare che emergono inaspettatamente quando i metodi esistenti per adattarsi al sistema falliscono. Caterina II dovette affrontare enormi rivolte contadine nonostante presiedesse uno degli Stati imperiali più potenti d’Europa. Le rivoluzioni del 1905 e del 1917 scoppiarono in società a lungo considerate politicamente pacificate. Il massacro di Novocherkassk del 1962 ricordò alle autorità sovietiche che i lavoratori erano ancora capaci di una resistenza collettiva apparentemente spontanea, nonostante le estese brutalità. Gli scioperi dei minatori di carbone del 1989 contribuirono a destabilizzare un sistema che solo pochi anni prima era apparso istituzionalmente inespugnabile. Più recentemente, le controversie sindacali, le proteste sociali contro la perdita di sussidi e pensioni, le campagne ambientaliste e le mobilitazioni civiche locali contro le demolizioni di case degli anni 2000 e 2010 hanno dimostrato che l’azione collettiva non è mai scomparsa sotto il putinismo; ha semplicemente operato in forme frammentate e localizzate, tipiche di quella che potremmo definire una forma raffinata e relativamente educata di autoritarismo classico. Prima della guerra, le proteste legate al lavoro avevano raggiunto livelli record, nonostante la repressione legale dei sindacati e, in sostanza, il divieto di azioni sindacali legali. È improbabile che le sole azioni sindacali si trasformino in proteste politiche. Tuttavia, come sostiene il principale ricercatore Pyotr Bizyukov, potrebbero creare le condizioni per l’emergere di altre forme di resistenza politica. Oggi la resistenza micropolitica è già in fermento, dal sabotaggio degli uffici di leva militare agli attivisti online che mostrano alla gente come evitare la mobilitazione. In effetti, è difficile tenere traccia dei numerosi gruppi che continuano a organizzarsi, seppur clandestinamente, online o all’estero. Come sostengo nel mio libro, il ricordo di una «comunità» orientata al futuro (in russo: obshchnost ) e l’ideale di una società post-capitalista realizzabile, seppur imperfetta, che garantisca beni pubblici a tutti per la sopravvivenza, rappresentano un duraturo ostacolo politico alla retorica in gran parte vuota del regime e alla sua incapacità di offrire ai russi prospettive migliori. Anche Vladimir Putin sembra essersi confrontato con questo fatto di recente, quando gli è stata posta una domanda «sbalorditiva» sui ruoli positivi che i russi potranno ricoprire dopo la guerra. È apparso chiaramente sorpreso, di fronte all’eterna domanda russa: «cosa si deve fare?», postagli da una persona comune. Ha interpretato la domanda come un’espressione del bisogno delle persone di sentirsi parte di una «grande causa». Mentre il paese entra in un periodo di stagflazione e le illusioni dell’economia di guerra si dissolvono, il rifiuto dello Stato di riconoscere che il suo scopo principale è garantire la riproduzione sociale del suo popolo potrebbe finalmente raggiungere il limite storico della pazienza dei russi. Nel suo grande laboratorio di espropriazione, sfruttamento e ora smaltimento sul campo di battaglia, l’avanguardia del neoliberismo autoritario ha a lungo trattato i russi comuni come scarti biopolitici. Ora, a quattro anni dall’inizio di una guerra che nemmeno i leader russi riescono più a spiegare, questa élite si trova a poter affrontare uno scontro più duro con questo stesso popolo. *Jeremy Morris è professore di studi globali all’Università di Aarhus, in Danimarca. È autore di Everyday Politics in Russia e di numerosi altri libri e articoli sulla trasformazione sociale e politica negli ex stati socialisti. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo I limiti del neoliberismo autoritario russo proviene da Jacobin Italia.
August 27, 2026
Jacobin Italia
Gli effetti collaterali della privatizzazione dei vaccini
L’innovazione tecnologica non nasce sempre dal bisogno di risolvere un problema specifico. Capita, e non di rado, che sia piuttosto una soluzione alla ricerca di un problema. Nel mercato biotecnologico questo accade anche perché le imprese raramente vendono soltanto prodotti: vendono asset – progetti, brevetti, pipeline – il cui valore cresce o diminuisce in base alla percezione che la tecnologia proprietaria possa davvero «spaccare». Questa forma di organizzazione del mercato, che Kean Birch e Fabian Muniesa hanno definito assetization, non orienta soltanto il comportamento dei Ceo delle biotech, ma anche le direzioni applicative della ricerca. La tecnologia finisce così per precedere il bisogno: una volta sviluppata e valorizzata una piattaforma, si cercano i problemi ai quali possa essere applicata, anche quando il rapporto tra costi e benefici è discutibile o esistono già soluzioni consolidate.  Ho avuto modo di soffermarmi su questo meccanismo durante la pandemia, mostrando come sviluppare un vaccino efficace, sicuro e a basso costo contro il Covid-19 fosse alla portata del sistema di innovazione cubano, ma non di quello dei paesi a capitalismo avanzato, nonostante l’enorme divario di risorse industriali e finanziarie. In questi ultimi, la risposta al Sars-CoV-2 fu cercata soprattutto nell’ambito di biotecnologie sperimentali e proprietarie, non perché fossero le uniche tecnicamente disponibili, ma perché meglio compatibili con i meccanismi di cattura del valore proprio del mercato.  Il nuovo vaccino antinfluenzale a mRNA di Moderna offre un altro caso esemplare. Contro l’influenza esistono già numerose formulazioni efficaci, basate in larga parte su tecnologie consolidate, dai vaccini inattivati a quelli a subunità proteica. Si tratta di vaccini efficaci, sicuri e dal costo moderato, aggiornati ogni anno sulla base delle valutazioni operate da una struttura internazionale di sorveglianza gestita da Oms. Perché, allora, ricorrere a una tecnologia complessa e costosa come l’mRNA? A quale bisogno di salute pubblica risponde l’iniziativa di Moderna?  Dopo il boom determinato dal vaccino contro il Covid-19, interamente pagato da fondi pubblici, Moderna non è riuscita a costruire un secondo successo commerciale comparabile. I ricavi sono passati da circa venti miliardi di dollari a un decimo e il valore delle azioni è crollato. Lo sviluppo del vaccino antinfluenzale appare così anche come il tentativo di rilanciare l’mRNA come piattaforma proprietaria dominante nel mercato dei vaccini respiratori, e di tenere vivo l’interesse degli investitori per questa biotecnologia. Tuttavia, questa strategia imprenditoriale potrebbe determinare effetti controversi per la salute pubblica. Vediamo perché. LEGGI ANCHE… CORONAVIRUS I PADRONI DEL VACCINO Rita Cantalino UN VACCINO UN PO’ PIÙ EFFICACE Il 5 agosto la Food and Drug Administration statunitense ha approvato mFlusiva, il primo vaccino stagionale contro l’influenza basato sulla tecnologia a mRNA, destinato agli adulti dai cinquant’anni in su. Non si tratta, però, di un esordio assoluto della tecnologia nel campo influenzale. Moderna ha presentato domanda di autorizzazione per lo stesso vaccino anche all’Ema, che lo sta valutando, mentre nell’aprile 2026 l’Unione europea ha già autorizzato mCombriax, il vaccino a mRNA di Moderna che combina in un’unica somministrazione la protezione contro influenza e Covid-19. La notizia è stata immediatamente presentata come una nuova vittoria della scienza. L’influenza provoca ogni anno, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, tra 290 mila e 650 mila morti per cause respiratorie. La piattaforma a mRNA, spiegano i suoi promotori, permetterebbe di aggiornare più rapidamente il vaccino, e quindi di intercettare le varianti più recenti. Il trial di Moderna avrebbe inoltre dimostrato un’efficacia superiore del 26,6 per cento rispetto ai vaccini convenzionali, che salirebbe addirittura al 47,9 per cento nel caso delle forme che hanno richiesto ricovero, pronto soccorso o cure urgenti. Questi dati sono corretti, ma vanno letti in termini assoluti. Se si guardano i dati dei trials, sulle circa 40 mila persone coinvolte nello studio, il rischio di contrarre un’influenza sintomatica è passato dal 2,77 per cento – 557 casi – con il vaccino tradizionale al 2,04 per cento – 411 casi – con Moderna: appena 0,73 punti percentuali di differenza. I ricoveri sono stati soltanto dodici, quattro con Moderna e otto con il comparatore. Il confronto, però, è stato fatto con un vaccino standard, non con quelli potenziati normalmente destinati agli anziani e ai più fragili. Per questo la Fda ha approvato mFlusiva negli over 65 con procedura accelerata, imponendo a Moderna un ampio studio post-commercializzazione per confrontarlo con i vaccini oggi preferiti in questa fascia di età. Si tratta di un approfondimento decisivo, perché è proprio tra gli anziani e i malati cronici che si concentra il peso delle forme più gravi. In Italia, nella stagione 2024-2025, la fascia più colpita dai casi gravi è stata quella tra i 60 e i 79 anni e la maggioranza dei pazienti presentava una o più patologie pregresse. Ma il dato forse più significativo è un altro: il 77,4 per cento dei casi gravi e dei decessi si è verificato tra persone che non avevano ricevuto il vaccino antinfluenzale. Il problema di salute pubblica è dunque innanzitutto la copertura. Nella stessa stagione soltanto il 52,5 per cento degli italiani con più di 65 anni si è vaccinato, contro il 65,3 per cento raggiunto nel 2020-2021 e un obiettivo minimo del 75 per cento. Nella popolazione complessiva la copertura si ferma al 19,6 per cento. Ed è proprio su questo terreno – portare alla vaccinazione una quota molto più ampia della popolazione, soprattutto quella più esposta e vulnerabile – che il vaccino di Moderna presenta più rischi che opportunità. ISCRIVITI ALLA SCUOLA GIACOBINA Dal 18 al 20 settembre 2026 a Firenze In presenza Online …MA CON PIÙ EFFETTI COLLATERALI E PIÙ COSTOSO Come è possibile desumere dall’autorizzazione della Fda, il vaccino di Moderna presenta un quadro di reazioni avverse decisamente più gravi e ricorrenti di quello del vaccino concorrente. Tutti gli indicatori mostrano un rischio quasi doppio di sviluppare stanchezza, febbre e dolori muscolari. Quasi il 29 per cento dei vaccinati con Moderna ha assunto antipiretici o antidolorifici, contro il 9,1 per cento degli altri. Quanto alle reazioni sistemiche più intense, Moderna presenta un’incidenza circa sei volte superiore. In termini semplici, circa una persona su diciotto nel gruppo Moderna ha avuto una reazione di questa intensità, contro circa una su centoundici con il vaccino tradizionale. Se si guarda specificamente agli over 65, queste reazioni sono risultate quasi quattro volte più frequenti rispetto al vaccino utilizzato come comparatore. Per il linguaggio regolatorio, molte di queste reazioni sono «lievi o moderate», perché durano uno o due giorni e non provocano conseguenze permanenti. Per una campagna di salute pubblica, però, le cose stanno in modo diverso. Il vaccino antinfluenzale deve essere ripetuto ogni anno. Viene proposto contro una malattia che, per la maggior parte degli adulti sani, è percepita come temporanea e gestibile. In questo contesto, raddoppiare la probabilità di cefalea, stanchezza o dolori muscolari e moltiplicare le reazioni che impediscono le normali attività può diventare una «buona ragione» per esitare. C’è poi il tema del costo. In Italia, il prezzo di una dose di vaccino antinfluenzale cambia in base alla tipologia di prodotto utilizzato. Nelle gare regionali, tuttavia, alcuni vaccini standard vengono acquistati per meno di cinque euro. Il prezzo di mFlusiva non è ancora noto, tuttavia è difficile immaginare che una dose di un vaccino a mRNA possa costare così poco. Nel caso del Covid-19, nonostante la quantità stratosferica di finanziamenti pubblici a sostegno dello sviluppo, si è arrivati a pagare circa venti euro a dose. LEGGI ANCHE… CUBA LA CONSAGRACION TRA SCIENZA E POLITICA Claudio Marciano LA PRIVATIZZAZIONE DELLA PIATTAFORMA VACCINALE Tutte queste riserve potrebbero far presagire un insuccesso commerciale per Moderna. Ma il razionale dell’operazione va ben oltre il vaccino antinfluenzale: l’obiettivo è affermare l’mRNA come piattaforma proprietaria per la vaccinazione contro i virus respiratori. Moderna punta infatti a integrare progressivamente più vaccinazioni sulla stessa piattaforma. Ha già sviluppato un prodotto combinato contro influenza e Covid-19 e sta sperimentando un altro vaccino contro Rsv e metapneumovirus. In questo modo estenderebbe il proprio controllo sull’intera catena del valore: progettazione delle sequenze, sintesi dell’RNA, nanoparticelle lipidiche, impianti e processi produttivi. La strategia potrebbe pagare. Moderna è oggi l’unica azienda ad aver sviluppato un vaccino combinato contro Covid-19 e influenza controllando entrambe le componenti attraverso la stessa piattaforma mRNA. Sanofi, proprietaria di alcuni dei vaccini antinfluenzali più diffusi, ha invece stretto una partnership con Novavax per combinare le rispettive tecnologie. Ma il vaccino Covid di Novavax utilizza un adiuvante particolarmente costoso e presenta una reattogenicità non trascurabile: difficilmente rappresenta la strada verso una vaccinazione antinfluenzale più economica e diffusa. Sarà quindi interessante osservare, già dalla prossima stagione vaccinale italiana, quali meccanismi orienteranno le scelte dei medici e, prima ancora, quelle delle stazioni appaltanti regionali. Uno studio classico coordinato dal sociologo James Coleman mostrò molti anni fa come l’adozione dei nuovi farmaci dipenda fortemente dalle reti professionali: dall’intensità degli scambi tra colleghi e dalla reputazione di chi adotta per primo. Superata una certa soglia, la diffusione accelera rapidamente e lo spazio per le alternative si restringe. È qui che emerge il problema più generale. Se l’innovazione continuerà a seguire esclusivamente le regole dell’attuale mercato biofarmaceutico, tenderà verso tecnologie sempre più costose, proprietarie e difficili da replicare: proprio quelle che più facilmente possono essere monopolizzate e trasformate in asset finanziari. Questo può avvenire anche quando esistono alternative meno costose e altrettanto, o persino più, efficaci. È una dipendenza di percorso che mostra da tempo i suoi limiti. Nelle biotecnologie si investe sempre di più, mentre diminuisce la produttività in termini di vere breakthrough innovations: nuove molecole, ma soprattutto nuove soluzioni capaci di rispondere ai principali problemi di salute pubblica. Un’alternativa esiste, ed è fuori dalla logica del mercato. È ormai quasi rituale richiamare le proposte elaborate dal gruppo coordinato da Massimo Florio e dal Forum Disuguaglianze e Diversità per la creazione di un’infrastruttura pubblica europea dedicata allo sviluppo e alla produzione di farmaci e vaccini. Ma il problema resta irrisolto. Se domani arrivasse una nuova pandemia, l’Europa rischierebbe di trovarsi nuovamente nella condizione del 2020: dipendente da poche aziende private per tecnologie decisive, con uno squilibrio enorme nel potere contrattuale e nella capacità di decidere cosa sviluppare, quanto produrre e a quale prezzo. È questa concentrazione, più della singola tecnologia, a creare le condizioni per nuove forme di apartheid sanitario e a restringere lo spazio per soluzioni differenti. *Claudio Marciano è ricercatore in sociologia del territorio e dell’innovazione presso l’Università di Genova. È autore, assieme al giornalista Report Rai Manuele Bonaccorsi, del libro I Padroni del vaccino. Chi vince e chi perde nella lotta contro il Covid-19 (Piemme, 2022).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Gli effetti collaterali della privatizzazione dei vaccini proviene da Jacobin Italia.
August 26, 2026
Jacobin Italia
Nazionalizzare l’IA non basta
L’attuale questione sull’intelligenza artificiale rischia di essere l’estrema propaggine decadente di una questione – la questione tecnologica – che ha trasformato la dialettica tra lavoro e capitale.  In questa prospettiva è possibile immaginare la riflessione sui modelli linguistici e sulla conseguente automazione come una nuova questione delle macchine dopo quella seguita alla rivoluzione industriale, seppur con una rimodulazione importante: l‘originaria questione delle macchine non usciva da un paradigma meccanicista. La macchina rappresentava un potenziamento delle capacità umane e le economie di scala conseguenti alla sua introduzione rimanevano nell’ambito di banali considerazioni incrementali: la macchina era ancora una estroflessione complessa delle capacità umane. Con la sedicente rivoluzione digitale vi è un salto e un’inversione conseguente: non sono più le macchine a somigliare agli esseri umani ma gli esseri umani a mimare movimenti macchinici. Esattamente come la vita nelle città ha subito una trasformazione essenziale con l’introduzione del motore a scoppio e delle autovetture ridisegnando funzionalmente il paesaggio urbano, così la vita degli esseri umani è modificata dalla tecnologia, la quale, lungi dall’essere una semplice implementazione tecnica, ne rappresenta un profondo sviluppo. La tecnologia è parte delle relazioni vitali e linguistiche della specie umana. L’idea che le emozioni o il linguaggio naturale possano essere immediatamente oggetto di produzione di valore ricalca infatti questo paradigma e l’idea di fabbrica sociale teorizzata già negli anni Sessanta da Mario Tronti. Non è qui il luogo per comprendere quanto questi concetti colgano l’effettivo sviluppo del capitalismo contemporaneo. Ciò che qui, più modestamente, provo a proporre è una brevissima e manchevolissima genealogia della rivoluzione linguistica e statistica che i modelli linguistici di intelligenza artificiale sembrerebbero aver introdotto. In altri termini, considerare le macchine come un prodotto improvviso e circoscritto della rivoluzione industriale significa ridurre un processo storico complesso a un semplice evento databile. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia È un errore interpretativo almeno per due ragioni. In primo luogo, perché una storia concepita come successione di punti isolati finisce per trasformarsi in antistoria: non più comprensione dei processi, delle contraddizioni e delle mediazioni che li attraversano, ma loro cancellazione retrospettiva. L’antistoria, in questo senso, è la narrazione che sottrae alla storia il suo movimento dialettico, cioè l’intreccio tra economia, natura, scienza e umanità che produce una tendenza di lungo periodo. Qui si potrebbe richiamare, almeno sullo sfondo, la lezione di Hegel, ripresa da Marx: la tecnica non appare come un accidente esterno alla società, ma come una figura storica in cui si condensano i rapporti sociali materiali. In secondo luogo, quel «punto» che chiamiamo rivoluzione industriale non è soltanto un’origine, ma anche una soglia: una frattura visibile all’interno di una trasformazione già in corso, una breccia nelle mura, ormai compromesse, della ragione moderna.  Non riconoscere questa continuità significa proporre una genealogia troppo selettiva del conflitto tra lavoro e capitale, come se esso nascesse all’improvviso con la fabbrica meccanizzata, e non fosse invece il risultato di una più lunga riorganizzazione della vita, del sapere e della produzione.  Come ricorda Matteo Pasquinelli Nell’occhio dell’algoritmo, la questione delle macchine in quanto tale è sempre stata un problema dell’intelligenza legata alla macchina, al suo uso e alla sua progettazione. Intelligenza è la scienza impiegata per produrre le macchine e intelligente è la conoscenza che ne consegue dall’uso. L’esperienza di fabbrica è perciò stesso già da sempre una questione di intelligenza appresa e trasmessa. La conoscenza operaia è già sempre implicita nella questione delle macchine in quanto intelligenza della macchina in ogni senso. L’opposizione alla macchina da parte operaia è l’opposizione di una forma di conoscenza esperenziale a un’altra forma di conoscenza, astratta e direttiva. La macchina sussume l’uso nella regola generale, sussumendo l’esperienza umana.  In questo senso la lotta di classe è, in modo molto più forte di quanto non appaia a prima vista, anche una lotta tra intelligenze tecnologiche. Tanto più che la questione delle macchine, cristallizzata da Ricardo nei suoi Principi, è apparsa sin da subito come la questione centrale del rapporto tra salari e produttività, ma è stata proprio questa prospettiva a oscurare quella profonda della tecnologia della divisione del lavoro come conoscenza operaia, ovvero come conoscenza sociale.  La scienza nello sforzo sociale tecnico è il legaccio che tiene insieme le conoscenze più che un fondo a cui attingere. La scienza in altre parole è la fibra che tiene insieme i fili del processo sociale lasciandolo apparire come tendenza. Il ruscello orientato a monte che costituisce a valle il grande fiume inarrestabile dello sviluppo tecnologico non è insomma quel luogo sacro della conoscenza consacrato ai creativi e ai talentuosi dell’umanità.  LEGGI ANCHE… DIGITALE NAZIONALIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Dustin Guastella È per questa ragione che la recente dichiarazione di Bernie Sanders riguardo all’uso pubblico della cosiddetta intelligenza artificiale non mi convince. Come riportato prontamente da Fortune, la proposta di Sanders è stata salutata con simpatia dal presidente Trump e da Sam Altman, Ceo di OpenAI, in un’inaspettata convergenza che prevede la partecipazione pubblica alla grande impresa dell’umanità chiamata intelligenza artificiale. Secondo Sanders, intervenuto sul NY Times il 1 giugno, l’intelligenza artificiale non è un semplice aggiornamento tecnologico, bensì lo spartiacque definitivo della nostra epoca. Non ci sarà alcun aspetto della nostra esistenza – dal modo in cui lavoriamo e votiamo, fino all’educazione dei nostri figli e al nostro stesso equilibrio emotivo – che non ne uscirà radicalmente trasformato. E mentre all’orizzonte si profila il rischio, tutt’altro che fantascientifico, di macchine iper-intelligenti capaci di sfuggire al nostro controllo, la vera battaglia di oggi si giocherebbe tutta tra privati per l’estrazione di profitti conseguenti a questa svolta epocale. Ora, afferma Sanders, il paradosso dell’IA è che non nasce dal nulla, ma le sue origini intercettano l’intera eredità culturale, scientifica e creativa della nostra specie. L’algoritmo ha imparato a «pensare» nutrendosi del nostro sudore intellettuale, dei nostri dati e della nostra storia e, proprio per questo motivo, la ricchezza incalcolabile che questa tecnologia sta per sprigionare non può essere privatizzata. Non può trasformarsi nel feudo esclusivo di una manciata di tecnocrati della Silicon Valley – i vari Musk, Altman o Amodei – né nell’ennesima slot machine per i fondi di Wall Street.  Il ragionamento è chiaro e sembrerebbe condivisibile, anzi lo è sicuramente in modo astratto: se l’intelligenza artificiale è il prodotto del sapere di tutti, i suoi frutti devono nutrire l’umanità intera, non i portafogli di pochi. Tuttavia, ci sono almeno un paio di problemi con una proposta così formulata. Dunque occorre fare chiarezza in almeno due direzioni: una economica e una politico-filosofica, per così dire.  Dal punto di vista economico nazionalizzare la tecnologia dei modelli linguistici significa socializzare 500 miliardi di debiti e zero potenza di impiego. L’errore comune è infatti considerare la ricerca sull’intelligenza artificiale come una ricerca scientifica in mare aperto, come ricerca di base dalla quale non è possibile e non si deve estrarre immediatamente profitto. Ma la cosiddetta intelligenza artificiale non presenta nessuno dei caratteri della ricerca scientifica di base, si regge infatti su invenzioni concettuali piuttosto datate, su modelli statistici consolidati, sfrutta l’avanzamento tecnologico digitale per coniugare attraverso la forza bruta del calcolo questi due pilastri. Il nome stesso di intelligenza artificiale venne coniato a partire da suggestioni della psicologia Gestalt degli anni Quaranta del secolo scorso: non so se esiste una migliore definizione di ingegneria, quello che so è che non si tratta di ricerca scientifica di base. E se non si tratta di ricerca scientifica di base occorre inventarsi un impiego per questa trovata ingegneristica. Al momento il miglior impiego trovato per la cosiddetta intelligenza artificiale è la speculazione finanziaria divenuta particolarmente efficiente attraverso l’uso dei social media. Più o meno lo schema è questo: annuncio di uno sviluppo importante ma segreto, perché troppo potente per essere diffuso; raccolta del capitale; rilascio del codice segreto; disillusione generale; rilancio sulla pericolosità etica dell’intelligenza artificiale; investimento pubblico invece del crollo.  Ormai anche chi non sa o non vuole fare altro che accendere uno smartphone e soffiarci dentro alcune parole sa che le grandi aziende del campo tecnologico investono somme enormi l’una nell’altra, rifornendo da un grande monopolista hardware globale che a sua volta investe milioni nelle aziende che acquistano i suoi prodotti. Ecco, nonostante la partita di giro, l’unica azienda che produce qualcosa in questo gioco delle tre carte, ossia Nvidia, è anche l’unica in attivo. Dovremmo socializzare le perdite del capitale di ventura più spregiudicato degli ultimi 20 anni?  Sarebbe allora forse meglio socializzare invece le risorse sperperate dai grandi data center, disincentivando il monopolio di gran parte delle risorse cognitive ed energetiche prodotte dall’umanità. Forse cancellare l’idea stessa di data center al momento non è percorribile, ma almeno lo è quella della risocializzazione della ricchezza trattenuta nei grandi cloud delle multinazionali statunitensi, utilizzando la potenza di calcolo imprigionata nei grandi compound del feudalesimo digitale.  LEGGI ANCHE… DIGITALE L’ERA DELL’IA A BASSO COSTO È GIÀ FINITA  Sophie Bandarkar Vi è poi l’altra questione, meno marchiana, ma non meno decisiva: quella che investe il ruolo della conoscenza nelle società a capitalismo avanzato. L’idea che la tecnologia, ovvero l’implementazione tecnologica di alcune procedure matematiche, possa guidare i processi di governance rendendo di fatto inutili la politica da una parte e il valore della scienza dall’altra, è una panzana dura a morire, ma che comincia a mostrare la corda. Tanto più ora che la sezione italiana del luogo in cui tali panzane sono diventate mainstream, Wired, ha cessato le pubblicazioni, per mano della proprietà statunitense, non dell’algoritmo. Anche nel caso di Wired il lavoro non è stato sostituito dall’automazione, ma è stato cancellato, declassato e probabilmente riallocato in maniera più profittevole per il capitale. A guardare gli ultimi trent’anni si direbbe che l’automazione più che il lavoro abbia cancellato il controllo umano del lavoro, e la tecnologia attuale più che simulare l’intelligenza umana ne rimpiazza le capacità sistematiche di controllo e coordinamento.  Non siamo più nell’era della classica «fabbrica sociale» — quella teorizzata dall’operaismo, in cui i ritmi della catena di montaggio esondavano dai cancelli della fabbrica per alluvionare l’intera società. Oggi siamo passati alla fabbrica del sociale: un sistema che non si limita a sfruttare la società esistente, ma la forgia e la codifica da cima a fondo. Si genera così un circuito chiuso: quando l’analisi dei Big Data esamina i comportamenti delle persone, non sta misurando alcuna qualità sociale, ma soltanto l’efficacia degli input che l’algoritmo stesso ha instillato. Pensiamo alle piattaforme di delivery come Deliveroo o ai feed di TikTok: l’algoritmo suggerisce un percorso, un tempo di consegna o un contenuto da guardare, e poi misura se la reazione dell’utente o del lavoratore corrisponde alle sue metriche. La cosiddetta sociometria digitale si riduce a questo: un controllo di conformità tra la creatività umana — forzosamente incanalata in binari predefiniti perché sono quelli previsti dal sistema di misura — e i risultati attesi dal sistema. Ovvero, la quantità di dati spacciata per qualità. Non deve quindi stupire che l’intelligenza artificiale sia, prima di tutto, una tecnologia di controllo e disciplinamento del lavoro. Gli anni della pandemia di Covid-19 hanno fatto da acceleratore e banco di prova: le app di tracciamento, il monitoraggio della mobilità e la gestione algoritmica delle risorse hanno mostrato come la tutela della salute pubblica e il controllo sociale dei corpi possano fondersi in una sola architettura tecnica. Tuttavia, è proprio qui che si apre il paradosso dialettico dell’intelligenza artificiale. Proprio quando i modelli di IA (come i grandi modelli linguistici o le reti neurali generative) mostrano i propri limiti nel replicare la mente umana individuale, rivelano la loro natura più autentica. L’IA non è una mente isolata che «pensa», ma una macchina che estrae, mappa e ricombina la cooperazione, il linguaggio e il sapere accumulato da milioni di individui. Nel momento stesso in cui fallisce come «individuo sintetico», l’intelligenza artificiale dimostra esattamente ciò che la razionalità tecnologica vorrebbe celare: che l’intelligenza umana non è mai stata una facoltà privata, ma un prodotto irriducibilmente collettivo, sociale e relazionale. È la divisione del lavoro a comandare il processo e non il contrario come hanno ben capito i tecno miliardari alla Thiel che lungi dal governare le loro aziende, e anche solo dal possederle c’è da dire, si limitano a controllarle, in un neo-incanto del mondo contemporaneo nel quale una nuova classe eletta vive di rendita per grazia tecnologica.  È dal 1867, anno di pubblicazione del Capitale, che sappiamo che «i mezzi di lavoro sono non soltanto i gradimetri dello sviluppo della forza lavoro umana, ma gli indici dei rapporti sociali nel cui ambito l’uomo lavora». Non c’è nessuna secessione delle élite per dirla con Lasch, ma una successione delle élite al comando della divisione internazionale del lavoro. *Luca Gori è dottore di ricerca in filosofia e insegnante. Attualmente svolge attività di ricerca presso l’Università di Tor Vergata di Roma. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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August 25, 2026
Jacobin Italia
Gli orecchini di Zendaya e il prezzo della Storia
Barron London è un’attività di antiquariato e gioielleria situata a Mayfair, uno dei quartieri più ricchi di Londra. A un primo sguardo, la sua vetrina appare discreta: se ci si passa davanti in fretta, è probabile che non si noti nulla di particolare. Ma dietro questa facciata dimessa si nasconde uno showroom privato che custodisce una collezione mozzafiato di gioielli preziosi, antichità e reperti, molti dei quali risalgono a diversi millenni fa. Barron è solo uno dei numerosi commercianti londinesi che alimentano il fiorente mercato dei reperti rari e delle antichità. Tuttavia, questo mese la galleria è finita sotto i riflettori a causa di un paio di antichi orecchini persiani prestati all’attrice Zendaya per la sua apparizione alla prima londinese di The Odyssey di Christopher Nolan. Secondo la descrizione ufficiale, gli orecchini furono rinvenuti nel 1946 nei pressi del castello di Ziwiyeh, nell’Iran nord-occidentale, e si ritiene risalgano al 700 a.C. circa. Data questa provenienza eccezionale, gli storici hanno criticato con prontezza la decisione di Zendaya di indossare questi preziosi sul tappeto rosso. Molti hanno anche sottolineato la particolare ironia del fatto che un’attrice americana indossasse oggetti appartenuti a una civiltà che il presidente del suo paese – solo pochi mesi prima – aveva minacciato di bombardare fino a ricacciarla all’età della pietra. Naturalmente, non c’è nulla di nuovo nella mercificazione dei reperti storici. Né Zendaya è l’unica responsabile. Sullo stesso tappeto rosso, la coprotagonista Anne Hathaway è stata fotografata con un orologio tempestato di diamanti costruito attorno a un’antica moneta romana. Quattro mesi prima, Margot Robbie aveva partecipato alla prima di Wuthering Heights indossando la collana di diamanti Taj Mahal di Cartier, che presenta una pietra a forma di cuore appartenuta nel XVII secolo al quarto imperatore moghul, Jahangir. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO LA GUERRA DI NOLAN Salvatore Cannavò Lontano da Hollywood, molti altri reperti storici sono stati trasformati in beni di lusso. Poco distante da Barron London, gallerie come Charles Ede e Barakat acquistano e vendono regolarmente frammenti tessili, rilievi scolpiti, statue e decorazioni architettoniche come oggetti d’arte decorativa destinati a clienti ultraricchi desiderosi di accrescere le proprie collezioni. Tra gli oggetti attualmente pubblicizzati online figurano un’autentica maschera funeraria egizia risalente al 664 a.C., un idolo dell’età del Bronzo databile al 2100 a.C. e una tavoletta cuneiforme ancora non tradotta risalente al 2027 a.C. Per giustificare lo spostamento di questi reperti dal loro contesto culturale naturale, le gallerie private ricorrono spesso a un linguaggio eufemistico: antiche statue persiane o preziosi gioielli indiani non verrebbero sottratti al pubblico, bensì «affidati» alle mani sicure di coloro che sono maggiormente in grado di prendersene cura. È una strategia difensiva efficace. Ma non cambia il fatto che questo processo di «affidamento/adozione» finisce generalmente per collocare tali oggetti in appartamenti di lusso, dove non possono più essere adeguatamente studiati, conservati o resi accessibili al semplice curioso. È davvero preferibile che oggetti di tale valore giacciano accanto alle vecchie copie del New Yorker sui tavolini da caffè degli ultraricchi, invece di essere conservati in istituzioni pubbliche come la National Gallery? Grazie a un mercato dell’antiquariato in piena espansione, alimentato da una giovane generazione di acquirenti che ha recentemente ereditato grandi patrimoni, la redistribuzione antidemocratica dei reperti antichi a favore dei più ricchi si è ulteriormente intensificata negli ultimi anni. L’impennata dei prezzi di acquisto rende ormai quasi impossibile ai musei finanziati con fondi pubblici restare competitivi, soprattutto in un momento in cui queste istituzioni sono oggetto di attacchi ai loro finanziamenti e alla loro stessa legittimità. Il risultato è che un numero crescente di oggetti di importanza scientifica e storica finisce nelle mani di collezionisti privati. Forse l’esempio più eclatante di questa tendenza è la vendita di Gus, il dinosauro. Gus è il nome dato allo scheletro di un Tyrannosaurus rex, portato alla luce nel South Dakota nel 2021. Considerato il più grande e il più completo mai rinvenuto, il suo scheletro era stato oggetto di numerosi studi paleontologici prima di essere venduto da Sotheby’s a New York per 50,1 milioni di dollari. In seguito alla vendita, Gus non farà più parte di alcuna collezione museale riconosciuta e, di conseguenza, gli scienziati non avranno più accesso al suo scheletro, precludendo la possibilità di molte importanti scoperte scientifiche. Quanto al pubblico, i resti del dinosauro saranno accessibili solo qualora vengano concessi temporaneamente in prestito a un’istituzione pubblica: una soluzione precaria, temporanea e gravata da proprie dinamiche politiche. Nel capitalismo è evidente che la Storia, come ogni altra cosa, è in vendita e, in assenza di regolamentazione, le tendenze attuali rischiano di riportarci al XVIII secolo, quando tali oggetti potevano essere ammirati soltanto nelle collezioni private dei ricchi. Fu proprio in risposta a questo sistema antidemocratico che nacquero i musei nazionali, fondati sull’idea – diciamo la verità: piuttosto radicale – che il patrimonio fosse proprietà condivisa di tutti, un bene comune. Oggi, tuttavia, sembra che questa visione sia stata sacrificata a favore di una concezione più orientata al mercato del valore degli oggetti storici. Negli ultimi quindici anni, i musei di tutta Europa e degli Stati uniti sono stati oggetto di dure critiche. Molti studiosi di orientamento progressista hanno cercato di mettere in luce quanto queste istituzioni siano intrecciate con la violenza del colonialismo, del suo estrattivismo materiale e culturale; i modi in cui tale violenza si è riprodotta ha prodotto narrazioni dannose sulle civiltà non occidentali. Si tratta certamente di critiche fondate. Tuttavia, le controversie relative agli orecchini di Ziwiyeh o a Gus il dinosauro indicano una strada se si vuole ancora più inquietante. Il mercato dei reperti sta infatti trasformando rapidamente gli oggetti storici in merci da esibire a discrezione del singolo proprietario. Questo processo costituisce esso stesso una forma di estrazione e, se lasciato senza controllo, finirà per separare il pubblico dalla propria storia. In questo nuovo mondo non vi sarà più alcun dibattito su chi siano i legittimi proprietari dei reperti storici, ma soltanto la brutale legge del mercato, secondo cui tutto può essere aggiudicato al miglior offerente. *John Livesey è un dottorando presso l’University College di Londra, specializzato nell’opera di James Baldwin. I suoi scritti sono apparsi sul Guardian, Little White Lies e sulla Oxford Review of Books. Questo articolo è uscito su JaocbinMag. La traduzione è di Antonio Montefusco. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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August 24, 2026
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