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Scuola e giovani: aula insorgente, tempo lento e…
… e libertà di insegnamento. di Yuleisy Cruz Lezcano (*) EDUCARE LE NUOVE GENERAZIONI SIGNIFICA APRIRE IL MONDO, NON PREPARARE SOLTANTO LAVORATORI C’è una domanda che la scuola italiana dovrebbe tornare a porsi con urgenza: stiamo educando le nuove generazioni a comprendere il mondo oppure le stiamo semplicemente preparando ad adattarsi alle sue richieste? In una società che misura sempre
October 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Presidenziali in Brasile: Lula ci prova
Oggi, 25 ottobre, nel più grande paese latinoamericano si vota per il ballottaggio tra due visioni radicalmente diverse di fare politica. Da un lato l’estrema destra aggressiva di Flávio Bolsonaro, figlio del golpista Jair, dall’altro il progressismo del presidente uscente che cerca di recuperare terreno dopo l’esito amarissimo del primo turno di David Lifodi Foto ripresa da https://www.brasildefato.com.br/2026/10/11/lula-reune-multidao-na-avenida-paulista-e-convoca-idosos-vote-pelo-filho-pelo-neto-pelo-bisneto-e-pela-patria/ Oggi, 25
October 25, 2026
La Bottega del Barbieri
Rainer Maria Rilke: «Un giorno esisterà…
… la fanciulla e la donna». Puntuale la “cicala” del sabato Un giorno esisterà la fanciulla e la donna, il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine, ma solo a vita reale: l’umanità femminile. Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore, che ora è piena
October 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Il patriarcato non è un problema morale
di Enrico Semprini Patriarcato europeo: parte prima PREMESSA Questa analisi, che non pretende di essere esaustiva, esamina le caratteristiche specifiche del patriarcato nella storia europea che lo rendono peculiare rispetto, ad esempio, al patriarcato di stile confuciano. Il documento si struttura su tre differenti quesiti: il cristianesimo ha svolto un ruolo attivo nella affermazione del potere patriarcale e nello sviluppo
October 24, 2026
La Bottega del Barbieri
La nuova generazione tarantina
«Taranto libera!». Questo il grido di dolore della manifestazione organizzata da un gruppo di associazioni lo scorso 17 ottobre. Un grido che ha fatto rumore e che ha portato in piazza almeno 15.000 persone, nonostante il boicottaggio di tutti i media nazionali. Libera dagli oppressori. Libera da chi dice di pensare al futuro dei giovani del paese e poi legifera affinché i giovani scappino dall’Italia. Taranto è una città da cui si scappa. Non per scelta, ma perché chi siede ai tavoli decisionali in tutti questi anni della vertenza Ilva ha prodotto solo decreti che hanno allungato l’agonia di una fabbrica che doveva chiudere già nel 2012, quando la giudice Todisco ordinò il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento perché nocive per i lavoratori e le lavoratrici e per i cittadini e le cittadine. Quel grido era rivolto anche chi, nel movimento sindacale, si ostina a difendere la continuità produttiva, chiedendo che gradualmente la produzione possa passare a forni elettrici alimentati con il preridotto prodotto nei forni Dri (Direct Reduced Iron), nonostante sia noto quanto pericoloso per la salute umana continuare a produrre a carbone durante il tempo necessario (almeno 10 anni) per una tale trasformazione graduale. Io sono un cassaintegrato della fabbrica a zero ore dal 2018. Già in precedenza però, nonostante l’azienda guidata allora dai Riva tra il 2008 e il 2009 si apprestasse a fare record di produzione, gli operai di alcuni reparti dell’area a freddo dell’Ilva di Taranto – principalmente tubificio e rivestimento tubi, ossia la stessa area che oggi tutti dicono che debba continuare a produrre – chiudeva e gli operai di quei reparti erano posti in cassaintegrazione. Alcuni di questi operai da allora non sono mai più rientrati in fabbrica. Io sono stato più fortunato, avevo chiesto lo spostamento di reparto per altri motivi come ho raccontato nel libro Malesangue. Sono un operaio che è stato spostato in un reparto dell’area a caldo mentre i padroni facevano i soldi e a noi abbassavano il salario.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE LA CRISI DI TARANTO Francesco Bagnardi La mia è una voce di chi oltre a sapere cosa significa essere un cassaintegrato può testimoniare anche cosa vuol dire beneficiare dei «contratti di solidarietà», ammortizzatore sociale che solitamente dovrebbe essere applicato in aziende con numeri modesti, dove è possibile fare una rotazione tra lavoratori e lavoratrici. Il concetto di fondo di questo ammortizzatore sarebbe «lavorare meno per lavorare tutti». Mi chiedo e vi chiedo, questo concetto è stato rispettato in Ilva dal 2014? Realmente tutti i lavoratori e le lavoratrici si sono alternati alla stessa maniera? E i capi questa rotazione l’hanno fatta? Non mi pare proprio. Anzi sono certo che non ci siamo alternati in modo equo, anche perché un’azienda come l’Ilva, grande due volte e mezzo la città di Taranto e con al suo interno tanti reparti uno diverso dall’altro, dove il rischio di farsi male è sempre in agguato e dove ci sono stati 11 morti sul posto di lavoro dal 2012 a oggi, questa rotazione equa è quasi impossibile. Il mancato rispetto di questo principio la dice lunga su come negli ultimi vent’anni è stata gestita la vertenza tarantina. I soldi pubblici sperperati per i contratti di solidarietà potevano essere utilizzati per aziende più piccole, dove davvero la rotazione poteva essere applicata. Tutta la vicenda Ilva del resto ha prodotto aspettative e accordi mai rispettati fino in fondo, basti pensare all’accordo del 2018 che prevedeva il reintegro in fabbrica degli operai Ilva in Amministrazione straordinaria, di cui io faccio parte. Un reintegro che da contratto doveva avvenire tra il 2023 e il 2025 mentre ancora oggi io non conosco il mio futuro, non so di che morte devo morire. Nessuno ci sa dare spiegazioni né informazioni. Quello di cui io sono sicuro è che, in ogni caso, sono un esubero. Anche se la fabbrica dovesse continuare a produrre a ciclo integrale infatti, con una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, io operaio Ilva in As sarei comunque un esubero, così come lo sarebbero anche altri 2-3.000 operai di Acciaierie Italia, visto che per essere economicamente sostenibile il parametro che si dovrebbe rispettare tra produzione e forza lavoro impiegata è 1 milione di tonnellate di acciaio prodotto ogni 1.000 operai. Con 6 milioni di tonnellate prodotte servono quindi 6.000 operai. Se la produzione da ciclo integrale dovesse invece trasformarsi in «decarbonizzata», con forni Dri e forni elettrici, questa trasformazione degli impianti – sempre che sia davvero tecnicamente possibile, cosa che dubito – potrebbe avvenire non prima di 10 anni. Ancora però non è dato sapere chi sarebbe in grado di garantire l’investimento economico necessario per questo cambio di tecnologia, né dove sono i progetti. In realtà al momento non esiste né un piano industriale né un piano ambientale. Sicuramente però, se la produzione si dovesse trasformare con una nuova area a caldo con forni elettrici, io sarei comunque un esubero visto che da studi fatti risulta che il personale di cui questi impianti hanno bisogno è nettamente inferiore, ossia servirebbe un terzo della forza lavoro attuale, e allo stesso tempo si inquinerebbe di meno ma non si eliminerebbe il problema inquinamento che uccide i cittadini di Taranto e i suoi operai. Alla fine in questo modo la città morirebbe definitivamente sia a livello sanitario che a livello socioeconomico. La «monocultura dell’acciaio» imposta a Taranto se negli anni Settanta e Ottanta ha effettivamente portato benessere ha poi prodotto il suo contrario: Taranto è sempre più spesso agli ultimi posti nelle graduatorie sulla qualità della vita. Per questo insistere su questa monocultura, anche se con termini come ambientalizzazione, decarbonizzazione e idrogeno, è un’ostinazione della maggioranza delle forze politiche e sindacali ma a cui non credono più nemmeno i padroni. Nessun acquirente si è fatto avanti e sono dieci anni che l’attività produttiva va avanti solo grazie a decreti e rinnovi delle prescrizioni ambientali.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE DISINNESCARE LA BOMBA DELL’EX ILVA Virginia Rondinelli Nella realtà quindi, la decarbonizzazione non risolverebbe il problema dell’occupazione perché gli esuberi sarebbero comunque tanti, così come non risolverebbe fino in fondo la questione sanitaria. Per questo la grande manifestazione del 17 ottobre ha chiesto la bonifica della fabbrica a carico dello Stato. Secondo il principio europeo di «chi inquina paga», infatti, chi ha inquinato le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria è lo Stato. Dal 1961 al 1995 in modo diretto con l’Italsider, di proprietà dell’Iri, poi con i vari Commissari e con gli aiuti di vario tipo agli imprenditori privati.   Del resto solo se le bonifiche le fa lo Stato, formando gli operai diretti e dell’indotto dell’Iva, avremo la garanzia che siano realmente eseguite. Abbiamo i migliori carpentieri del mondo per poter smantellare gli impianti, abbiamo i gruisti, i meccanici, i saldatori, i tecnici: tutta la forza lavoro necessaria. Solo se lo Stato si fa carico delle bonifiche io forse non sarò più un peso per la società e rientrerò nel mondo del lavoro. Dall’aprile 2024 il Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui faccio parte, l’Associazione Genitori Tarantini, il sindacato Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (Lmo) e Tracce hanno dato vita a un nuovo soggetto: «L’onda del futuro». Un soggetto nato per ricompattare le realtà associative che, al di fuori della politica partitica, hanno continuato a lottare per la chiusura dello stabilimento e perché nessun lavoratore e nessuna lavoratrice di quella fabbrica perda il reddito. Abbiamo cercato, con la manifestazione del 17 ottobre, di riavvolgere il nastro che nel 2012 era riuscito a portare in piazza 30mila persone, con uno striscione a testa del corteo dove c’era scritto «Taranto libera». Questa volta lo striscione di apertura recitava: «Ci avete tolto tanto, ci prenderemo tutto». I giovani di Taranto vogliono decidere il proprio futuro, riprendersi la libertà in una città colonizzata dalla fabbrica della morte ma anche da Eni, Marina militare e discariche di ogni tipo. La sentenza della Corte d’Appello che ha definito i 90 giorni per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo e i ricorsi intentati dai commissari hanno impresso l’urgenza di rendere chiara la posizione delle realtà che in città si battono da anni per far prevalere il diritto alla salute sul profitto di una fabbrica mortale. Il nostro obiettivo è smontare la narrazione mainstream, mostrare l’assoluta solidarietà verso ogni lavoratore e lavoratrice della fabbrica, dell’indotto, di tutte le categorie penalizzate, fino alle migliaia di disoccupate e precari che a Taranto devono scegliere se morire di fame o di lavoro, se restare o partire, se riprodursi o rassegnarsi a un’aridità imposta per il profitto altrui. Nella settimana che ha preceduto il corteo invece si è perpetrato l’ennesimo abuso su tutte e tutti noi, esasperando la strategia della contrapposizione per far scoppiare una guerra sociale vera e propria: operai contro operai, operai contro cittadini e viceversa. Purtroppo a enfatizzare la crisi sociale come esito della probabilissima chiusura della fabbrica non sono stati solo i commissari, che lavorano per atti amministrativi e intese con il governo, ma anche le principali forze sindacali, che mi hanno anche impedito di prendere la parola per spiegare le nostre ragioni nell’assemblea di operai convocata davanti alla fabbrica. Nonostante ciò, la manifestazione del 17 ottobre ha trovato un’enorme risposta dalla comunità tarantina e tanta vicinanza dalle lotte, vicine e lontane, che in presenza o con una marea di messaggi hanno reso pubblica la loro solidarietà alla città in corteo. Taranto è stanca, ha già dato tanto, merita di essere risarcita. Come ribadito nel documento politico della manifestazione, la classe operaia e la cittadinanza sono unite: non si possono abbandonare i lavoratori dopo averli sfruttati, così come non si possono giustificare produzioni nocive per la salute umana in nome del lavoro. Se il lavoro deve essere dignitoso come ci raccontano, devono rispondere alla domanda che noi ci poniamo da anni: quanto è dignitoso un lavoro che uccide i lavoratori e i loro familiari? Sabato 17 ottobre Taranto è stata un fiume in piena. Questa è stata la risposta che aspettavamo con trepidazione e finalmente è arrivata. Dritta al cuore. C’era gente ovunque, con gli sguardi pieni di fiducia che incrociavano quelli di bambine e bambini, tantissime ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni che avevano sfilato con noi nel 2012. È la nuova generazione tarantina che sa cosa vuole per gli anni a venire, che ha gli occhi aperti su un passato di cui non ha colpa e lo sguardo rivolto al futuro che vogliono costruire. Ce lo hanno raccontato in tanti modi, cartelloni, striscioni, poesie, disegni e musica. Una girandola di colori a cui Taranto ha tributato uno dei suoi tramonti meravigliosi. *Raffaele Cataldi, nato a Taranto nel 1971, è un operaio dell’Ilva dal 1997, un allenatore di portieri di calcio e un ultras della squadra della sua città. È stato un militante sindacale della Fiom per poi fondare, insieme ad altri, il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. È autore di Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La nuova generazione tarantina proviene da Jacobin Italia.
October 24, 2026
Jacobin Italia
6 novembre… «ma vai da Conad»
Nuove adesioni – a partire dall’Assemblea di Bosco Ospizio – all’appello per una prima giornata di boicottaggio (con azioni nonviolente) davanti ai supermercati della CONAD. Oggi segnaliamo solo quelle di gruppi e associazioni; quelle individuali (molte) le pubblicheremo il 5 novembre. Nonostante gli appelli e la difesa coraggiosa di reggiane/i, le ruspe della Conad hanno distrutto gran parte del Bosco
October 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Giappone che cambia: la band Hana tra…
… tra femminismo e stereotipi. di Jo Carter (*) HANA: la famosa band femminile che riflette cambiamente culturali e sociali più ampi in Giappone Screenshot del videoclip della canzone “ROSE” dal canale ufficiale HANA’s official YouTube Channel. Utilizzo su concessione. La band femminile giapponese HANA è stata recentemente inserita da Forbes nella prestigiosa lista “30 Under 30” del Giappone , che
October 24, 2026
La Bottega del Barbieri
Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo
Per quale motivo le forze politiche della sinistra radicale, in Europa, dovrebbero guardare con interesse all’euro digitale? La domanda è più che opportuna: il progetto è della Banca centrale europea, ovvero di un’istituzione che rimane indissolubilmente legata agli anni dell’austerità e delle cosiddette «riforme strutturali» che molto hanno colpito il welfare e le condizioni di vita di milioni di europee ed europei. Serve dunque uno sguardo più ampio, che vada oltre i confini continentali, per comprendere al meglio la posta in gioco.  DALLA CRISI DI BRETTON WOODS ALLA GUERRA COMMERCIALE DI TRUMP L’ordine monetario internazionale attraversa, da tempo, una profonda crisi. Iniziata nel 1971, la crisi dell’ordine definito a Bretton Woods nel 1944 si è aggravata con la depressione avviata dal crack del 2007-2008. Se dopo il 1971, con la dichiarazione di inconvertibilità del dollaro in oro, attraverso l’espansione dei petrodollari il biglietto ha assunto il ruolo di ciò che Marx chiamava «denaro mondiale», mezzo di pagamento internazionale e al contempo riserva di valore, con la crisi dei mutui subprime l’egemonia del dollaro si è incrinata, la sua agonia ha cominciato a svilupparsi.  Per quale motivo? In primo luogo, perché, per salvare le banche commerciali e di investimento, too big to fail, il debito pubblico si è appesantito enormemente, passando dal 70% in rapporto al Pil al 120% e oltre (40 mila miliardi). Poi, ovviamente, per gli squilibri commerciali che vedono negli Stati uniti il grande importatore (e debitore) mondiale (per quanto esporti servizi, soprattutto finanziari), con la manifattura e la grande industria, innovazione compresa, sempre più concentrate in Cina e, più in generale, in Asia. Ma occorre prestare anche attenzione all’uso bellico che, del dollaro, gli Stati uniti hanno fatto negli ultimi decenni, con sanzioni che congelano asset e conti correnti, di paesi o di personalità ritenuti nemici: l’Iran e la Russia, dopo l’invasione dell’Ucraina; ma anche Francesca Albanese, i giudici della Corte penale internazionale, in ultimo il collettivo informatico Autistici/Inventati.  Con la guerra commerciale, e i dazi, è ormai evidente l’obiettivo degli Stati uniti: continuare a imporre al mondo l’acquisto dei Treasuries bond (T-bond), pur riducendo il valore del dollaro, per favorire l’export, dunque la reindustrializzazione, ma anche per rendere meno pesanti gli oneri dell’enorme debito pubblico. La missione è, chiaramente, improbabile. Se il dollaro e i titoli di Stato denominati in dollari che rendono possibile l’iniezione di liquidità nei mercati debbono funzionare da riserva di valore, il loro valore deve essere stabile, il debito pubblico deve essere sotto controllo, ovvero affidabile. Se occorre favorire reindustrializzazione ed export, attraverso una perdita di valore del dollaro, e al contempo accrescendo il debito pubblico con la riduzione delle tasse per le imprese, il debito pubblico diventa meno affidabile, e il dollaro smette di essere il safe asset per eccellenza. In questa contraddizione insolubile, si inserisce il Genius Act (approvato a luglio del 2025) e l’alleanza tra Trump e il mondo delle criptovalute.  STABLECOIN: IL COLPO DI CODA DEL DOLLARO  In che modo, il Genius Act, interviene a sostegno del dollaro e del debito pubblico americano? Regolamentando le stablecoin. A differenza dei bitcoin, le stablecoin sono sì monete digitali, emesse da società private alternative alle banche, ma sono ancorate alle maggiori valute legali, in particolare al dollaro. Cosa significa che sono ancorate? Che le società che le emettono, per ogni stablecoin emessa devono possedere un dollaro o, più in generale, T-bond (titoli di Stato americani). Verifiche che le società in questione abbiano riserve adeguate sono al momento irrilevanti o inesistenti, al contempo, quanto meno dal punto di vista delle regole, la stabilità delle stablecoin dipende dal loro riferimento alle valute legali, come in passato le valute legali, cartacee, erano ancorate all’oro. Proprio perché le riserve possono essere in dollari o in titoli denominati in dollari, le società emittenti di stablecoin acquistano significative quantità di debito pubblico americano, senza con ciò aumentare la quantità di moneta. L’utilità delle stablecoin, in quanto moneta digitale privata, è molto rilevante nello spostamento immediato, senza costi, programmabile e transfrontaliero, dei capitali. Se oltre a operare come mezzo di pagamento e unità di conto, le stablecoin cominciassero anche ad assolvere la decisiva funzione di riserva di valore (quasi fossero l’equivalente di un conto corrente in dollari), gli emittenti privati delle stesse sottoscriverebbero importanti quantità di debito statunitense a breve scadenza, rinnovando poi continuamente tale posizione (comportandosi come depositi bancari, dunque).  Già ora, i sistemi di pagamento digitale che primeggiano in Europa sono statunitensi (il 70% dei pagamenti digitali, in Europa, transitano su reti americane): Visa, Mastercard, American Express. Ma occorre poi considerare anche il settore dei portafogli digitali (e-wallet), anch’esso quasi interamente dominato dalle piattaforme a stelle e strisce: PayPal, Apple Pay, Google Pay. Questo, per quanto riguarda i pagamenti al dettaglio. Come noto, la piramide dei pagamenti prevede, sopra quelli al dettaglio, quelli all’ingrosso: i pagamenti interbancari. Una parte assai rilevante di questi pagamenti è connessa alle operazioni in titoli e regolata in moneta di banca centrale. Le innovazioni tecnologiche che stanno investendo i mercati finanziari, la tokenizzazione (ovvero la trasformazione di uno strumento finanziario, dalle azioni alle quote di fondi, in un “gettone digitale”) e la distributed ledger technology più in particolare, consentono l’emissione digitale delle attività finanziarie, rendendone possibile la negoziazione 24/7, 365 giorni l’anno. Anche in questo caso, l’assenza di moneta di banca centrale tokenizzata, apre il campo all’espansionismo delle stablecoin.  Con la diffusione delle stablecoin, la crisi internazionale del dollaro potrebbe rovesciarsi in una (nuova) offensiva del dollaro contro l’euro. Da notare, infatti, che negli ultimi 20 anni la quota di riserve delle banche centrali costituita da asset denominati in dollari (non solo T-bond, dunque) è passata dal 71,5% del totale, nel 2001, al 57,8% nel 2024, mentre l’euro si è attestato, a partire dal 2017, sul 20% del totale. Con la crisi del 2007-2008, ma soprattutto con il fenomeno di weaponization del dollaro, la Cina in particolare, ma anche la Russia e il resto dei Brics, hanno cominciato a ridurre le riserve in dollari. La Cina, poi, consapevole delle ostilità sempre più marcate degli Stati uniti nei suoi confronti e, più in generale, nei confronti del Grande Sud, ha proceduto con tre mosse di fondamentale importanza: la creazione del renminbi digitale, moneta digitale pubblica, equivalente al contante, emessa dalla banca centrale cinese; la creazione di Cips (Cross-border Interbank Payment System) circuito alternativo a Swift, per favorire pagamenti transfrontalieri senza coinvolgere il dollaro; mBridge, progetto della Bank of International Settlements, ora a indiscutibile trazione cinese, che consente alle banche centrali di regolare transazioni transfrontaliere in valute digitali sovrane, attraverso un registro distribuito permissioned. LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA L’EURO DIGITALE PUÒ CAMBIARE IL MONDO? Luca Lombardi MONETA DIGITALE PUBBLICA E AUTONOMIA EUROPEA Che l’Europa stia decidendo di seguire la via della Central Bank Digital Currency, prendendo le distanze dal modello americano, che di fatto propone una rinnovata privatizzazione delle monete funzionale alla conservazione del dominio mondiale del dollaro, è un fatto di estrema importanza. L’iter, come di consueto, è lungo e farraginoso. Ma, entro il 2026, dopo l’approvazione parlamentare del regolamento Econ avvenuta lo scorso 23 giugno, il processo deliberativo-normativo dovrebbe concludersi, nel 2027 la Bce dovrebbe far partire il progetto pilota, nel 2029 l’euro digitale dovrebbe essere attivo. Non casualmente, le maggiori banche commerciali europee si stanno mettendo di traverso. Il 14 ottobre, la banca centrale olandese ha autorizzato Qivalis. Radunando 37 banche commerciali, molte delle quali hanno avversato in tutti i modi, servendosi del sostegno di parte del Ppe, l’euro digitale nell’Europarlamento, Qivalis è stata autorizzata ed emetterà una stablecoin denominata in euro. Ovviamente, Qivalis, dirà che il progetto integra la moneta digitale pubblica, ovvero l’euro digitale emesso dalla Bce. E che ha accelerato per evitare l’espansione delle stablecoin denominate in dollari. E dirà pure che, essendo emessa da una cordata di banche, sarà più stabile (perché le banche commerciali sono poi garantite dalla Bce – prestatrice di ultima istanza, che fabbrica riserve di banca centrale, possedute presso di lei dalle banche commerciali, con un click). Ma ciò segnala che lo scontro tra moneta pubblica e moneta privata è faccenda per nulla risolta. Meglio, è risolta negli Usa dove Trump ha formalmente impedito alla Fed di continuare sulla via del dollaro digitale, per favorire invece la piena privatizzazione – extra-bancaria – della moneta digitale. Ma, in Europa, la partita è aperta.  PERCHÉ IL SUCCESSO DELL’EURO DIGITALE DIPENDE DALL’EMISSIONE DI EUROBOND? Senza l’affermazione dell’euro digitale, e di un circuito di pagamenti libero dal dominio e dalle sanzioni degli Stati uniti, l’autonomia strategica dell’Unione è una fandonia. Non servono armi, se il Presidente degli Stati uniti può a suo piacimento congelare asset e paralizzare conti correnti e operazioni bancarie. Lo stesso problema, ovviamente, vale per l’intera infrastruttura digitale europea: l’obiettivo del cloud europeo, di data center non energivori e di una IA continentale, è altrettanto vitale. Molte Silicon Valley, pubbliche e non private, in Europa, dovrebbero sorgere nell’arco di pochi anni, e il fenomeno dovrebbe essere supportato da un rafforzamento massiccio degli investimenti in ricerca e sviluppo. Questi ultimi, per quanto riguarda il settore pubblico, nella Ue sono pari allo 0,7% del Pil: troppo poco, a maggior ragione perché si tratta di una spesa frammentata a livello nazionale.  Solo un’abbondante offerta di titoli pubblici dell’eurozona, condizione tra l’altro necessaria per promuovere il maggiore uso internazionale dell’euro (perché si tratterebbe di un safe asset denominato in euro), può rendere possibile la sovranità digitale, e quindi l’effettiva autonomia strategica, europee. Gli eurobond, come sappiamo, sono un progetto conteso. Presenti nel dibattito della Commissione da almeno due decenni, sono stati sbloccati per rispondere all’emergenza senza precedenti della pandemia e del lockdown. Per un verso, per finanziare i sussidi di disoccupazione, per l’altro per il Next Generation EU. Una prima emissione importante, ma tutto sommato limitata. A parere del rapporto redatto da Mario Draghi (The future of European competitiveness), servirebbero almeno 800-1.000 miliardi l’anno. Uno dei (tanti) problemi del rapporto Draghi, però, è che una parte rilevante delle risorse ricavate dall’emissione dovrebbero essere destinate all’acquisto di armi e al rafforzamento della difesa.  Il Pil dell’eurozona raggiunge i 15 mila miliardi l’anno, quello dell’Unione è di 17 mila miliardi. Un safe asset europeo, ogni anno, di 1.500 miliardi (il 10% del Pil dell’eurozona), nell’ottica di un bilancio europeo comune, con un ministero del tesoro altrettanto federale, potrebbe rendere possibile un progressivo allineamento del welfare continentale, con risorse ovviamente fondamentali per rendere omogenei i servizi sanitari, l’istruzione, la previdenza, i servizi per l’infanzia, quelli sociali, fino all’auspicabile introduzione – anche per far fronte all’impatto, sul mercato del lavoro, dell’intelligenza artificiale e della nuova robotica – di un reddito di cittadinanza finalmente transnazionale. I 1.500 miliardi l’anno sarebbero basilari per garantire piena autonomia europea nelle infrastrutture e nelle tecnologie digitali, dal cloud all’intelligenza artificiale. Infine, sarebbero del tutto decisivi per favorire investimenti nella filiera della transizione ecologica, con l’obiettivo di raggiungere la completa autonomia energetica, azzerando definitivamente la dipendenza dai paesi esportatori di combustibili fossili (Russia, Stati uniti, Medio oriente). Occorre, tuttavia, vincolare le risorse liberate dall’emissione di debito comune. Non si tratta, cioè, di continuare a distribuire, in dosi massicce e senza contropartita verificabile, risorse alle imprese private (degli oltre 200 miliardi nel Next Generation EU destinati all’Italia, il 25% circa è finito nelle tasche delle imprese, tra crediti di imposta e risorse a fondo perduto), ma di costruire una nuova economia pubblica, capace di mettere al centro l’innovazione tecnologica, coniugandola con la democrazia e il lavoro di qualità, con pieni diritti e retribuzioni degne. Il welfare, infatti, non è soltanto salario indiretto per tutte e tutti, ma anche lavoro per tante e tanti: nella scuola e nell’università, negli ospedali, nei centri di ricerca e in quelli per l’impiego. E ciò vuol dire, anche, rilanciare su basi nuove, in primo luogo per la scala (continentale e non nazionale), il «moltiplicatore» di keynesiana memoria. Le risorse per università e ricerca, poi, possono favorire la costituzione di un bacino sempre più robusto di lavoro cognitivo, altamente qualificato, essenziale per lo sviluppo sia del settore pubblico che di quello privato.   Ma pubblica deve essere – come suindicato – l’economia del digitale, dal cloud ai data center, perché l’archiviazione, le scelte energetiche relative alla raccolta e all’elaborazione dei dati e all’uso dell’intelligenza artificiale, l’addestramento di quest’ultima, non sono terreno che può essere lasciato al monopolismo delle Big Tech americane. Al contempo, le infrastrutture digitali pubbliche possono e devono essere abilitanti anche per il tessuto produttivo e delle imprese in Europa. Ancora: l’intelligenza artificiale, addestrata secondo parametri aperti all’elaborazione condivisa, può e deve essere utilizzata per il potenziamento e l’efficientamento della pubblica amministrazione.  PER LA DEMOCRATIZZAZIONE DELLA POLITICA ECONOMICA E MONETARIA EUROPEE Euro digitale ed eurobond sono strumenti, l’importanza che possono assumere per una politica di alternativa radicale all’esistente dipende dall’uso che se ne fa. Indubbiamente, sono strumenti imprescindibili per l’effettiva autonomia europea dal destabilizzante dominio statunitense – e dalla destabilizzazione permanente della guerra russo-ucraina. Liberare l’Europa dal dominio americano è fondamentale, ma non basta. Occorre liberarsi anche dall’Europa ordoliberale e dell’austerità, di quella che prevede paradisi fiscali per le grandi imprese (Lussemburgo, Irlanda), che continua a mettere il mercato al primo posto, che produce e vende armi, che rallenta quando non affossa la transizione energetica.  È necessario, dunque, democratizzare le istituzioni che emettono moneta e titoli sovrani. È necessario, in primo luogo, democratizzare la Banca centrale europea, contestando l’indipendenza delle politiche monetarie. Tale contestazione, nell’epoca che stiamo vivendo, è messa in campo in prevalenza dalle nuove destre – vedi la vicenda della Fed e dello scontro tra Trump e l’ex presidente Jerome Powell; serve, invece, una contestazione da parte della sinistra radicale, che ribadisca un’istanza decisiva quanto rimossa: la moneta è un’istituzione pubblica, in quanto tale pretende decisioni democratiche e non meramente tecniche. Necessario è poi democratizzare il bilancio e le politiche fiscali europee, in primo luogo eliminando il diritto di veto nel Consiglio dell’Unione europea, ma anche e soprattutto rafforzando il potere del Parlamento europeo in materia fiscale.  A quasi vent’anni dai Trattati di Lisbona, mentre dalla Francia alla Spagna, dalla Germania all’Italia, si impongono vaste mobilitazioni per il welfare e contro il carovita, per l’istruzione e la casa, e contro la guerra, la conferenza che si svolgerà il 24 ottobre a Roma (Industrie fluviali, dalle ore 10 alle ore 19), organizzata e promossa dalla For the People Foundation (affiliata al partito europeo Ela – European Left Alliance), cercherà di comprendere quali strumenti monetari e fiscali possano rilanciare l’Europa pubblica, alternativa alle destre mondiali.    *Francesco Raparelli insegna e fa ricerca in Filosofia sociale e politica presso l’Università di Roma Tre. Attivista sindacale e dei movimenti sociali, attualmente coordina il Comitato scientifico di Sinistra Italiana ed è membro del board della For the People Foundation.  L'articolo Moneta, debito, welfare: l’Europa pubblica contro il fascismo proviene da Jacobin Italia.
October 23, 2026
Jacobin Italia
Abusi sessuali: chiesto un milione al vescovo di Sora
La vittima, Antonio Schiavano, ha citato in giudizio monsignor Gerardo Antonazzo, don Stefano Rocca e la diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca, dove frequentava il seminario alla fine degli anni ‘80. di Federica Tourn (*) Un milione di euro. Monsignor Gerardo Antonazzo, vescovo del Frusinate, e don Stefano Rocca, prete della diocesi di Ugento, sono stati citati in giudizio per
October 23, 2026
La Bottega del Barbieri
L’autunno del nostro scontento
Fermento e nervosismo, eccitazione e paura, tensione e speranza. Il dibattito pubblico italiano in questi giorni è stretto in una tenaglia psicologica ed emotiva, generando confusione e smarrimento in molti. La matassa va sbrogliata, se si vuole mantenere il filo di una lettura politica di ciò che sta accadendo e di potenziali direzioni da seguire. Il punto di partenza è un fatto politico: stiamo vivendo un autunno di opposizione sociale molto più vivo dei precedenti. Una costellazione sparsa e frammentata di forze sociali sta riempiendo le piazze in opposizione al governo Meloni e allo stato di cose presente. Dagli studenti alle piazze «indignate», dal sindacato agli autotrasportatori, c’è un fermento diffuso, anche in settori sociali normalmente poco attivi se non contigui alla destra. L’illusione del melonismo, che per quattro anni ha nascosto la propria strutturale incapacità di affrontare le questioni sociali dietro la patina della guerra culturale, si incrina ogni giorno di più. Ciò provoca un forte nervosismo nel governo e in vasti settori dell’establishment, impegnati da una parte a difendere l’esecutivo e dall’altra a evitare in ogni modo che eventuali alternative siano davvero tali. La risposta è una strategia della paura: con distorsioni mediatiche e l’accurata e scientifica diffusione di notizie inventate, si cerca di creare il panico nella popolazione per giustificare risposte repressive e il futuro appello al popolo per i pieni poteri alla donna forte. Per questo c’è bisogno di lucidità. Ritrovare il filo che unisce parti diverse dell’opposizione sociale in un discorso su prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità, che ormai in vasti settori della popolazione si è fatto senso comune. Guardare quello che succede in Italia in un contesto internazionale di subbuglio e di protagonismo giovanile, che prende varie forme, anche contraddittorie, ma spinge in una direzione ben precisa. Non cadere nella trappola che prova a fare del conflitto sociale un problema «nostro», chiedendo continui giudizi su ogni singolo episodio: il conflitto è un problema «loro», di chi non ha la minima idea di come affrontare le questioni sociali che segnala. Nel campo dell’opposizione e dell’alternativa, le sfide sono quelle della partecipazione di massa e dell’organizzazione. LE ITALIE IN PIAZZA L’operazione propagandistica di vasta portata in atto in questi giorni ha come primo obiettivo rimuovere un dato, che infatti non appare, in barba a ogni obiettività, sulle prime pagine dei giornali: stiamo vivendo un autunno di mobilitazione. Niente di paragonabile a quanto si è visto nelle scorse settimane e ancora si vede in Spagna, in Francia o in Albania, certamente. Però è un dato di fatto che mettere in fila i fronti di conflitto aperti tra il governo Meloni e chi nella società vi si oppone, in queste settimane, faccia una certa impressione.  Un mese fa, a Roma, decine di migliaia persone hanno sfilato in difesa dello spazio occupato Spin Time, sotto sgombero da parte di un fondo speculativo, in una vertenza che segnala l’avvitamento del rapporto tra rendita immobiliare, sviluppo turistico e accesso all’abitare nelle grandi città. Nelle settimane successive, in risposta alle misure «anti-stranieri» proposte nelle scuole dal ministro Valditara, azioni e occupazioni sono spuntate a macchia di leopardo sul territorio nazionale, fino ai cortei di venerdì scorso, con decine di migliaia di studenti in piazza in tutta Italia e l’irruzione, sull’esempio francese, del tema dello stato degli edifici scolastici, emblema di un intero sistema di servizi pubblici pericolante. Contemporaneamente, in molti territori del Sud, la protesta contro i costi del carburante è montata tra agricoltori e autotrasportatori, fino ai blocchi di questi giorni. Sabato scorso, piazze autorganizzate in stile indignados hanno raccolto centinaia di persone in molte città italiane. La piazza milanese ha attirato particolarmente l’attenzione per gli scontri con la polizia e per gli attacchi ad alcuni negozi del centro che ne sono seguiti, dinamica che si è poi ripetuta domenica nella stessa città, con vetrine rotte e merci sottratte. Contemporaneamente, sabato, a Roma, centomila persone hanno sfilato in un corteo organizzato dalla Cgil, che in quell’occasione ha proclamato lo sciopero generale per il 20 novembre. Un altro sciopero generale, proclamato dall’Usb, si terrà già la settimana prossima, il 30 ottobre. È evidente che non si tratti di un unico movimento né che si possa facilmente ricomporre questa molteplicità di vertenze attraverso le differenze di classe, di forma di mobilitazione, di rivendicazioni. Non c’è oggi «l’Italia in piazza», per citare lo slogan delle piazze di sabato, ma ci sono tante Italie in tante piazze, con convergenze evidenti quantomeno nell’identificare nel governo Meloni, nel suo immobilismo sulle questioni sociali e nell’inflazione energetica generata dalle avventure belliche del suo alleato Donald Trump, l’obiettivo principale. Un’opposizione sociale diffusa e molteplice, con un alto grado di trasversalità e un evidente protagonismo giovanile. Tutto questo avviene a un anno dai cortei oceanici in solidarietà con Gaza e la Global Sumud Flotilla: un’ondata di mobilitazione che abbiamo troppo facilmente rimosso come episodica ma che ha sedimentato qualcosa nella coscienza collettiva, in particolare giovanile. LEGGI ANCHE… GEN Z AVERE VENT’ANNI NELLA CATASTROFE Redazione Jacobin Italia GEN Z: LI ABBIAMO VISTI ARRIVARE Se qualcuno è stupito nel vedere il protagonismo sociale e politico delle fasce più giovani della popolazione, in Spagna e in Francia come in Italia, evidentemente non ha letto l’ultimo numero di Jacobin Italia, e soprattutto non ha seguito con attenzione quello che è successo nel nostro paese e altrove in questi anni.  La generazione a cui, in occasione della pandemia, era stata promessa una ripartenza a base di transizione ecologica, centralità della cura e rilancio dei servizi pubblici, si trova ora alle prese con un mondo che letteralmente brucia, tra emergenza climatica, guerra in Ucraina e genocidio in Palestina. I percorsi di politicizzazione degli ultimi anni, dal movimento femminista a quello in solidarietà per Gaza, hanno sedimentato chiavi di lettura e punti di vista: l’ipocrisia dei governi su Gaza ha rotto i vincoli di fiducia, la retorica del riarmo ha illustrato chiaramente l’assenza di ogni responsabilità nei confronti delle generazioni future, e gli esempi che arrivano dai paesi vicini hanno evidentemente avuto un effetto. Ridurre tutto ciò a qualche vetrina spaccata è un’operazione miope, anche se quel dato non va rimosso.  Come è stato scritto nei giorni scorsi, il riot urbano, a opera di una composizione giovanile spesso radicata nelle periferie delle metropoli, non è un fenomeno nuovo non solo in Europa, ma neanche in Italia. Altre volte episodi simili erano avvenuti all’interno o a margine di grandi cortei a cui di conseguenza erano stati ascritti in termini di lettura politica. Le caratteristiche tutte particolari delle piazze di sabato hanno conferito sicuramente maggior centralità e protagonismo a queste forme d’azione. Ha poco senso attribuire esternamente una voce politica, come alcuni stanno facendo con maggiore o minore buona fede in queste ore, ad azioni e soggetti che, quando e se ne avranno voglia, parleranno da sé. Chi ha parlato, ovviamente non si sa con quanta rappresentatività, si è raccontato come parte del fermento più ampio che si sta provando a raccontare. E va notato che, rispetto al passato anche recente, il tentativo di concentrare l’attenzione sulla condanna dell’illegalità, in settori tutt’altro che irrilevanti dell’opinione pubblica, ha avuto molto meno successo. Un fenomeno che non stupisce, in un’epoca in cui la risposta politica alle istanze manifestate dal basso è rarissima, e di conseguenza cala l’aspettativa di efficacia della protesta in senso tradizionale. Mitizzare l’estetica del casseur o additare lo spettro del maranza, in questo contesto, serve a poco, e rischia di distrarre dal dato politico generale, e cioè lo scontento diffuso in settori molto ampi della popolazione, in particolare giovanile, e la vasta disponibilità al conflitto che ciò sembra aver generato.  Chi ha paura della Gen Z Acquista l’ultimo numero della rivista Come si diceva, sarebbe velleitario porsi l’obiettivo di ricomporre la molteplicità delle Italie in piazzae, così come pretendere di imporvi la stessa razionalità politica. Ciò che appare interessante è ricercare il filo che unisce settori sociali così diversi, per trarre dallo scontento una prospettiva alternativa. La materialità della crisi energetica e le sue conseguenze inflazionistiche forniscono un oggetto immediatamente leggibile all’opposizione sociale. Non perché il caro carburante esaurisca le preoccupazioni e le ambizioni di chi è in piazza, in particolare i più giovani: in discussione c’è ben altro, c’è la credibilità di un intero sistema. Ma la contraddizione tra un discorso pubblico sequestrato dalle guerre culturali e dalla retorica del riarmo e la realtà materiale della vita delle persone, in termini di costo della vita così come di accesso all’abitare, di salari, di speranza futura o anche solo di tenuta statica degli edifici scolastici dove si passano decine di ore a settimana, non potrebbe essere più palese. È così in Italia, come in Francia, come in Spagna, come in Albania: sono, come ogni tanto accade, i nodi rimossi delle nostre società che vengono al pettine, e lo fanno come le circostanze della fase storica determinano, non come a ognuno di noi potrebbe idealmente piacere.  LEGGI ANCHE… POLITICA MARICARMEN, SÁNCHEZ E LE ELEZIONI Lorenzo Zamponi LA STRATEGIA DELLA PAURA Spagna e Francia segnalano anche due modelli di interpretazione politica della mobilitazione di massa: nel primo caso, una polarizzazione molto forte con il centrosinistra che decide di giocarsi sul tema della casa e sulla capacità di rispondere alle istanze del movimento, anche in contraddizione con quanto fatto fino a quel momento, le proprie possibilità nella contesa elettorale; nel secondo, un compattamento istituzionale tra centro liberale, centrosinistra moderato ed estrema destra nel criminalizzare le proteste e nell’utilizzarle per mettere in discussione la legittimità democratica dell’opposizione di sinistra. Scelta, quest’ultima, ben chiara al governo Meloni e all’establishment italiano, che scommettono nettamente sulla via francese. È difficile, in questi giorni, non vedere i segnali diffusi di un’operazione propagandistica mirata a spaventare le persone a giustificazione di una svolta sempre più autoritaria nella gestione dell’ordine pubblico, dell’immigrazione e in prospettiva dello stesso ordinamento dello Stato. Da giorni social e media tradizionali, in alcune regioni, amplificano a dismisura il panico morale creato dalla diffusione di screenshot di presunte chat di «maranza» che minacciano un’ondata di atti di violenza sessuale in occasione delle prossime manifestazioni. In Veneto, il Gazzettino ieri apriva la prima pagina con «la psicosi stupri», e lo stesso faceva il dorso regionale del Corriere della Sera, titolando: «Lista di stupri in chat: ‘Superato il limite’». Tutto ciò avviene in un contesto in cui, in occasione degli scontri nelle vie del centro di Milano, non risulta che sia stato riportato alcun episodio di violenza sessuale. Puro panico. Quanto si tratti di una psicosi diffusa simile alla «Grande paura» del 1789 e quanto invece sia una strategia pianificata, resta da capire.  Allo stesso tempo, una parte importante del commentariato liberale, su stampa e social, denuncia da giorni come si sia in presenza di un «attacco all’Italia» da parte della Russia e dell’Islam, esempio di «guerra ibrida» (un concetto talmente vago e generico da poter essere utilizzato per fenomeni talmente diversi da portare a metterne in discussione la validità generale). Qualche vetrina rotta a Milano diventa un «attacco all’Italia», una «guerra». E alla guerra si risponde con la guerra. Il governo che schiera i militari, peraltro privi di poteri nella gestione dell’ordine pubblico, lo fa esattamente per alimentare questa narrazione: siamo in guerra. «C’è un attacco coordinato contro l’Italia da parte di potenze straniere che usano gli immigrati per stuprare le vostre figlie». Un messaggio che mira a spaventare le persone per farle stare in casa. Per evitare che le Italie in piazza diventino una sola, che si crei nella mobilitazione quella convergenza che già si sta dando nel senso comune (prezzi, casa, servizi pubblici decenti, pace, dignità) e che avrebbe un impatto molto significativo sul clima politico del paese. Per evitare, insomma, che succeda come in Spagna. Non sia mai che, uscendo, le persone si accorgano che i «maranza» sono i figli dei loro vicini di casa, con cui condividono molto se non tutto.   La strategia della paura, inoltre, è utile a creare il clima necessario a un’ulteriore stretta autoritaria prima di tutto sull’ordine pubblico (Meloni ha già annunciato l’ennesimo decreto), poi sull’immigrazione (non siamo molto lontani dal vedere la destra di governo fare la campagna elettorale sulla «remigrazione») e, in prospettiva, sullo stesso ordinamento dello Stato, con una campagna tra il trumpiano e il gollista in cui Meloni possa porre le persone di fronte all’alternativa tra i pieni poteri alla donna forte e il caos. Sullo sfondo, resta la militarizzazione. Chiacchierare di «attacco» e «guerra ibrida» prepara a una società in cui esercito, armamenti e disciplina hanno un ruolo ben più forte di quello che abbiamo conosciuto. Un contesto che dovrebbe invitare, come si diceva, alla lucidità. A non cadere nella trappola della paura, a fare il possibile per smontarla, a non scavare fossati con settori generazionali e sociali attraverso discutibili iniziative di condanna, bensì a mettere in campo percorsi ampi di mobilitazione, che diano spazio e orizzonte a quello scontento. Se c’è una disponibilità diffusa alla partecipazione, ai soggetti sociali e politici sta la responsabilità di coglierla, innovando rispetto alla ritualità autunnale e intercettando la volontà di convergenza, concretezza e radicalità che sembra caratterizzare queste piazze. Gli scioperi generali delle prossime settimane in questo senso possono essere appuntamenti estremamente utili, così come molto ci si può aspettare dalla capacità che il movimento studentesco ha mostrato in passato di dare continuità e un orizzonte comune, per le particolari caratteristiche della soggettività studentesca, a mobilitazioni molto frammentate. Le piazze spagnole di queste settimane, del resto, raccontano di una partecipazione di massa, trasversale e diretta e allo stesso tempo del ruolo attivo e determinante di realtà organizzate. Le differenze con il contesto italiano sono evidenti, ma la sfida è aperta, e sarebbe davvero un peccato non coglierla.  *Lorenzo Zamponi è docente di sociologia alla Scuola Normale Superiore ed editor di Jacobin Italia. È coautore di Resistere alla crisi (Il Mulino, 2019). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’autunno del nostro scontento proviene da Jacobin Italia.
October 23, 2026
Jacobin Italia