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La Forza della polizia
Abderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia, dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente, sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni: chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale», introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di un’operazione di polizia.  Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a «eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia. PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA  Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a qualunque situazione che devii dalla normalità quotidiana: una porta di casa lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo, degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di Micheal Brown e Breonna Taylor. Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza, incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale, se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale, secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che turbi la tranquillità sociale. LEGGI ANCHE… BLM DEFINANZIARE LA POLIZIA Meagan Day - Alex S. Vitale LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO  Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro, insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118. Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere, ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a termine l’intervento. Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece praticabili.  Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di «scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così a generare un’escalation di per sé evitabile.  La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia. LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra, in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini, a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di condotta su cui era costruito il capo di imputazione. Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative. L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia. È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato. Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la «naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la persona stava appunto «resistendo». LEGGI ANCHE… GENOVA IL BLOCCO NOIR Enrico Gargiulo LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato all’autorità di pubblica sicurezza. Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal 2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni. Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno resa possibile.  È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati.  Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita l’urgenza di riforme capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale. *Carlo Caprioglio è assegnista di ricerca e docente a contratto di Clinica legale all’Università Roma Le informazioni circa l’uso della forza, la percezione e la formazione degli operatori di polizia sono frutto delle ricerche realizzate nell’ambito del progetto «Reforming police accountability in Italy (REPOLITY)» sulla responsabilità delle forze dell’ordine, realizzato dalle università di Bari e Firenze. I risultati e i materiali di ricerca sono liberamente consultabili sul sito del progetto. Le opinioni espresse sono da attribuire esclusivamente all’autore. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo La Forza della polizia proviene da Jacobin Italia.
July 21, 2026
Jacobin Italia
Diffida con richiesta di rettifica di ENI e chiarimenti di ReCommon in merito alle affermazioni relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG diffuse tramite canali social e il report “Fiamme nascoste”
In data 14 luglio 2026 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una “diffida e messa in mora” da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.p.A., con “richiesta di rettifica di affermazioni non veritiere e/o fuorvianti relative alle operazioni di flaring dell’impianto Coral South FLNG (Mozambico) diffuse tramite i canali social e il report ‘Fiamme nascoste’”. Seguono i precisi contenuti della diffida di ENI e le risposte di ReCommon (cliccare sul + per leggere il testo integrale): 1. PREMESSA IN FATTO+ [ENI] 1.1. In data 01 Luglio 2026, sui profili social ufficiali (Instagram e altri canali) di ReCommon (di seguito “ReCommon” o “l’Associazione”) sono stati pubblicati una serie di contenuti, nell’ambito di una campagna di comunicazione, recanti tra l’altro le seguenti affermazioni: «ENI in Mozambico distribuisce fornelli mentre ‘brucia’ gas»; «ENI brucia il gas del Mozambico, mentre distribuisce fornelli»; nonché l’affermazione secondo cui, tra giugno e dicembre 2022, le operazioni di flaring avrebbero comportato lo spreco di 435.000 metri cubi di gas, pari a circa il 40% del fabbisogno annuo del Mozambico, e l’affermazione secondo cui, del gas prodotto e liquefatto presso l’impianto Coral South FLNG, nessuna quota sarebbe utilizzata in Mozambico (di seguito, congiuntamente, i “Contenuti”). 1.2. I Contenuti richiamano espressamente il report pubblicato da ReCommon nel marzo 2025, dal titolo “Fiamme nascoste – Il flaring di Eni in Mozambico” (di seguito il “Report”), e sono stati diffusi in stretta connessione temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone. 1.3. Nei Contenuti si lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di cleancooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Il report ‘Fiamme nascoste: Gli impatti del flaring legato al progetto Coral South FLNG di ENI in Mozambico’ – come affermato anche nella premessa in fatto della diffida e messa in mora pervenuta da parte dell’Avvocato Claudio Luca Migliorisi, in nome e per conto di ENI S.P.A. – è uscito a marzo 2025, più precisamente in data 26 marzo. I suoi contenuti hanno quindi destato l’attenzione della società 475 giorni, o, in maniera più didascalica, 1 anno, 3 mesi e 18 giorni dopo la pubblicazione. Da allora, il tema del flaring derivante dall’operatività dell’impianto Coral South FLNG, nonché quello delle associate emissioni, è stato pubblicamente affrontato da ReCommon in numerose altre occasioni senza destare l’interesse di ENI S.p.A.[1]. Dal testo della diffida e messa in mora si evince che i contenuti avrebbero destato l’attenzione della società solo dopo un tale lasso di tempo perché condivisi nuovamente in concomitanza “temporale e argomentativa con l’iniziativa di cleancooking recentemente comunicata da Eni in Mozambico, nell’ambito della quale la Società ha distribuito oltre 200.000 fornelli a basse emissioni a beneficio di circa un milione di persone”, iniziativa per cui la stessa ReCommon ha riconosciuto che “riducono le emissioni” e “fanno risparmiare emissioni”. Nella diffida e messa in mora di ENI si afferma che ReCommon “lascia intendere, in particolare, che i benefici ambientali connessi all’iniziativa di clean cooking sarebbero “vanificati” dal gas asseritamente “sprecato” attraverso l’impianto Coral South FLNG, accostando così, senza le necessarie precisazioni tecniche e temporali, due iniziative di natura e contesto del tutto differenti”.  Partendo dal contesto, diversamente da quanto sostenuto da ENI, le iniziative, o, per meglio dire, gli interventi in esame (l’iniziativa di clean cooking e le operazioni di flaring), sono entrambi ubicati in Mozambico. Come si può leggere dal sito istituzionale di ENI, la società opera “in Mozambico principalmente nel settore del gas naturale, dell’esplorazione offshore e di progetti legati ai biocarburanti e alla sostenibilità. Con il progetto per l’estrazione di gas Coral South, avviato dopo soli cinque anni dall’approvazione, il Paese assume un ruolo di primo piano a livello globale nella liquefazione del gas naturale (GNL). In linea con la nostra strategia, stiamo sviluppando anche Rovuma LNG e Coral North, iniziative chiave che valorizzano le ingenti risorse di gas del Mozambico e rafforzano il suo ruolo di attore globale nel GNL, contribuendo alla sicurezza energetica. La produzione di olio vegetale nel Paese integra le attività agricole locali nella filiera dei biocarburanti, contribuendo allo sviluppo economico e alla sostenibilità. Alle attività operative, affianchiamo iniziative per la crescita sostenibile, promuovendof ormazione e occupazione locale, progetti agricoli e interventi in infrastrutture, salute e istruzione, che contribuiscono a coniugare sicurezza energetica e sviluppo socio-economico. In particolare, con il Programma Clean Cooking promuoviamo l’accesso a soluzioni di cottura più efficienti, contribuendo alla transizione energetica”[2]. Nello stesso contesto, quello mozambicano, si affiancano quindi operazioni di esplorazione, trasformazione ed esportazione di gas a iniziative di “crescita sostenibile”, tra cui il Programma Clean Cooking. ENI S.p.A. inserisce quest’ultimo Programma Clean Cooking tra le “Carbon offset solutions”[3], e “permette ad Eni di generare crediti di carbonio utilizzati in linea con la strategia Net-Zero aziendale, che prevede il raggiungimento della neutralità carbonica al 2050 attraverso la riduzione delle emissioni (scope 1, 2 e 3) e la compensazione delle emissioni residue tramite iniziative di carbon offset di alta qualità”[4]. A differenza del report ‘Fiamme nascoste’ a cura di ReCommon, la cui accuratezza dei dati in materia di emissioni associate alle operazioni di flaring, quantità degli episodi e rilevanza di questi non è stata finora contestata da ENI S.p.A., nei report di sostenibilità di ENI non è quantificata la riduzione delle “emissioni associate alla combustione”[5] derivante dal Programma Clean Cooking, ancor meno la quota riguardante il Mozambico. Ciò nonostante, la società afferma che “il programma “Eni for Clean Cooking” rientra tra le soluzioni tecnologiche applicate come leva di compensazione delle emissioni residue”[6]. Al contrario, i dati riguardanti le emissioni associate al progetto Coral South FLNG, e in particolare quelle associate alle operazioni di flaring, sono verificabili su fonti aperte – come si vedrà più avanti. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.recommon.org/assemblea-degli-azionisti-di-eni-il-gas-mozambicano-non-serve-per-la-sicurezza-energetica-italiana/; https://www.recommon.org/perche-gli-istituti-finanziari-dovrebbero-lasciar-perdere-il-progetto-coral-north-flng-di-eni/; https://www.recommon.org/mozambico-gas-ed-eni-tutte-le-incognite-di-coral-north-flng/; https://www.recommon.org/il-nuovo-progetto-di-eni-in-mozambico-fortemente-criticato-dagli-esperti-delle-nazioni-unite-sui-diritti-umani/. [2]https://www.eni.com/it-IT/azioni/attivita-mondo/mozambico.html [3]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/sustainability/2024/Eni-in-Mozambique-2024.pdf (pag. 16) [4]https://www.eni.com/it-IT/media/comunicati-stampa/2024/05/eni-rilancia-impegno-promozione-sistemi-cottura-migliorati.html [5]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/sostenibilita/2025/eni-for-2025-just-transition-ita.pdf [6]Ibidem -------------------------------------------------------------------------------- 2. LA POSIZIONE DI ENI: INESATTEZZA E CARATTERE FUORVIANTE DEI CONTENUTI+ [ENI] Eni contesta radicalmente la ricostruzione dei fatti offerta nei Contenuti, per le ragioni che seguono. 2.1. Sulla natura del flaring. Il flaring costituisce una prassi industriale necessaria per la sicurezza delle attività di estrazione e produzione di idrocarburi, riconosciuta e disciplinata dagli standard internazionali di settore, e non un’anomalia gestionale né, tantomeno, una condotta deliberatamente lesiva dell’ambiente. Gli standard internazionali distinguono infatti tra: (a) routine flaring, ossia la combustione controllata e continuativa del gas associato all’estrazione, effettuata in assenza di infrastrutture idonee al suo sfruttamento – tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG; (b) non-routine flaring, riconducibile a eventi operativi straordinari quali l’avviamento (commissioning) o il riavvio dell’impianto, di carattere occasionale, temporaneo e non pianificato; (c) safetyflaring, misura di sicurezza volta a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenzadi eventi imprevisti. Presentando, come ha fatto ReCommon nel suo Report, indistintamente ogni episodio di flaring quale “spreco” ovvero quale prassi ordinaria e deliberata, i Contenuti ingenerano nel pubblico una rappresentazione errata e fuorviante della realtà tecnica e operativa dell’impianto. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Innanzitutto ReCommon tiene a precisare che in nessun testo prodotto dall’associazione è presente l’affermazione che l’attività di flaring di ENI S.p.A. sarebbe condotta in maniera “deliberatamente lesiva dell’ambiente”. L’attività di flaring, qualsiasi azienda la pratichi, deliberatamente o meno, è intrinsecamente lesiva dell’ambiente e del clima, come riportato anche dal Global Gas Flaring Tracker Report[1], iniziativa della Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR) a cura della Banca Mondiale, di cui ENI S.p.A. è partner, donor e supporter[2]. ENI S.p.A. afferma che la sua attività di flaring non sarebbe associabile al routine flaring – affermazione anche questa mai riportata da ReCommon –, “tipologia non applicabile all’impianto Coral South FLNG”. Se ne può quindi desumere che la sua attività di flaring associata all’impianto Coral South FLNG sia associabile al non-routine flaring e al safety flaring. Come riportato nel report ‘Fiamme Nascoste’, gli investitori coreani chiesero conto del calo del 22% della produzione di Coral South FLNG avvenuto a gennaio 2024. «Due guasti agli impianti hanno intaccato la produzione di gennaio, le cause sono ancora da identificare», avevano affermano i manager di ENI S.p.A. Il 13 gennaio 2024, infatti, il flaring a bordo della piattaforma Coral South FLNG aveva raggiunto un picco significativo. Tanto premesso, ENI S.p.A. intende affermare che, almeno fino al 13 gennaio 2024, oltre agli episodi di non-routine flaring, ci siano stati anche episodi di safety flaring volti “a prevenire sovrapressioni e a garantire l’incolumità di persone e impianti in presenza di eventi imprevisti”, trovandoci quindi dinanzi a un malfunzionamento di Coral South FLNG? ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a quest’ultima domanda ed ogni altra informazione relativa all’operatività dell’impianto Coral South FLNG, comprensiva dei dettagli su ogni episodio di flaring dall’entrata in funzione del progetto fino a oggi. -------------------------------------------------------------------------------- [1]“[…] emissions of carbon dioxide, unburned methane, and other air quality pollutants that are harmful to local communities and the global climate”. https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/original/Global-Gas-FlaringTracker-June-23-2026.pdf(pag. 28) [2]https://www.worldbank.org/en/programs/gasflaringreduction/Partners -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.2. Sulla conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale. Le emissioni dell’impianto Coral South FLNG sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle competenti Autorità mozambicane. L’impianto presenta performance produttive stabili e rappresenta un benchmark di settore in termini di “zero operational flaring” a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta  di ReCommon Per quanto concerne la presunta “conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale”, preme ricordare che la VIA del progetto considerava le emissioni come “trascurabili” in comparazione a quelle complessive del Mozambico, con una stima di 150.000 tonnellate di CO2e all’anno[1]. Tuttavia, secondo il dataset 2012-2025 sui volumi di flaring prodotto dalla già menzionata Global Flaring and Methane Reduction Partnership (GFMR)[2], tra il 2022 – anno della sua entrata in funzione – e il 2025, Coral South FLNG ha bruciato in torcia 1.350.000 metri cubi di gas, equivalenti a circa 3.103.000 tCO2e[3]. Scorporando il dato complessivo per ogni singolo anno si ricavano i seguenti dati emissivi: * 2022 → 789.000 m3 di gas = 1.815.080 tCO2e ca. * 2023 → 381.000 m3 di gas = 876.540 tCO2e ca. * 2024 → 125.000 m3 di gas = 287.500 tCO2e ca. * 2025 →   54.000 m3 di gas = 124.300 tCO2e ca. ENI S.p.A. riporta inoltre che le emissioni scope 1 e scope 2 associate all’operatività dell’impianto Coral South FLNG per l’anno 2025 – comprensive quindi di quelle derivanti dalle operazioni di flaring – corrispondono a 1.052.000 tCO2e[4].  Alla luce dei nostri calcoli (ma siamo disponibili a pubblicare le eventuali differenti informazioni della società sul punto), si può quindi affermare che non ci sia conformità delle emissioni alla Valutazione di Impatto Ambientale dell’impianto Coral South FLNG.  Preme inoltre ricordare che in data 19 marzo 2026 esperti delle Nazioni Unite hanno espresso forte preoccupazione in merito al finanziamento di 150 milioni di dollari della Banca africana di sviluppo (AfDB) a sostegno di Coral North Floating Liquefied Natural Gas (FLNG), nel nord del Mozambico[5]. Il progetto è, di fatto, la replica di Coral South FLNG. «Il progetto Coral North rischia di aggravare le violazioni dei diritti umani, di contribuire al cambiamento climatico e di sottrarre i già scarsi fondi pubblici agli investimenti urgenti nelle energie rinnovabili», hanno commentato gli esperti delle Nazioni Unite.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web ogni informazione che ENI vorrà comunicare sul tema e, in particolare, i documenti prodotti tra il 2022 e il 2024 da ENI S.p.A. contenenti le informazioni relative alle emissioni scope 1 e scope 2 dell’impianto Coral South FLNG, che andrebbero a completare la serie storica conclusa con il documento del 31 marzo 2026[6]. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://stopmozgas.org/wp-content/uploads/2022/04/Assessment_EIA-ENI-CORAL-FLNG-2016.03.31_EIS_Volume_II_Final_Report.pdf [2]https://thedocs.worldbank.org/en/doc/b34e0c054bb3fe3695e70154c28eef3f-0400072026/related/Flare-Volume-Estimates-by-individual-Flare-Location-2012-2025.xlsx [3]La metodologia di stima delle emissioni da gas flaring e monitoraggio dei volumi si basa sui criteri tecnici definiti in: World Bank, Monitoring & Reporting Guidelines for Flare Reduction CDM Project Activities (https://documents.worldbank.org/en/publication/documents-reports/documentdetail/830941468149112351). [4]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf [5]https://www.ohchr.org/en/press-releases/2026/03/mozambique-un-experts-concerned-african-development-bank-funding-floating [6]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/eng/actions/global-activities/mozambique/140-CORAL-GM-2026-CS-GHG-Emissions-Statement-2025.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.3. Sugli episodi di flaring documentati nel Report. Gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono, per la quota preponderante, alla fase di avviamento (commissioning) dell’impianto Coral South, verificatasi nel corso del 2022, e non riflettono pertanto le performance operative attuali dell’impianto. Nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale. La rappresentazione fotografica e i dati riportati nel Report di ReCommon, riferiti a specifici e limitati episodi, non sono rappresentativi del funzionamento dell’impianto nella restante parte dell’anno, né distinguono adeguatamente tra la fase di messa in servizio dell’impianto e la fase di funzionamento a regime. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon In risposta alle domande poste da ReCommon prima dell’assemblea degli azionisti del 2025 di ENI S.p.A. in merito agli episodi di flaring dell’impianto Coral South FLNG, la società rispose che “dal 24 gennaio 2024 al 4 maggio 2025, sono avvenuti solo 9 episodi di riavvio dell’impianto”[1]. In occasione dell’assemblea degli azionisti di ENI S.p.A. tenutasi il 6 maggio 2026, alla medesima domanda posta da ReCommon la società ha risposto che “dal 24 gennaio 2024 ad oggi, sono avvenuti meno di 9 episodi all’anno di riavvio dell’impianto”[2]. Nel testo della “diffida e messa in mora” inviata da ENI S.p.A. a ReCommon in data 14 luglio 2026, la società asserisce che “nel corso del 2025 si sono verificati solamente 7 (sette) episodi di riavvio, dato che si colloca favorevolmente rispetto al benchmark di settore per impianti analoghi. In tali episodi è stata bruciata esclusivamente la quantità di gas strettamente necessaria a garantire la sicurezza delle persone e degli impianti, come previsto in sede progettuale”. Tenendo conto di tutte le informazioni fornite, sorge spontanea una domanda di chiarimento: ENI S.p.A. sta quindi asserendo che dal 24 gennaio al 31 dicembre 2024 sono avvenuti solo due (2) episodi di flaring, gli altri sette (7) nel corso del 2025, e nessuno (0) nel 2026? Inoltre, se la risposta pre-assembleare del 2025 attestava 9 episodi di flaring, cosa significa la risposta dell’anno successivo “meno di 9”, riferita a un lasso temporale la cui data iniziale rimane sempre il 24 gennaio 2024? Anche in questo caso ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web la risposta di ENI S.p.A a queste precise domande. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2025/QA-Assemblea-2025.pdf [2]https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2026/qa-assemblea-2026.pdf -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.4. Sull’affermazione relativa alla destinazione del gas prodotto. L’affermazione presente nei Contenuti, secondo cui “di tutto il gas prodotto e liquefatto presso Coral South FLNG, neanche un metro cubo viene usato in Mozambico”, appare fuorviante in quanto sovrappone impropriamente due piani distinti: quello della destinazione fisica del gas esportato sotto forma di GNL, e quello del beneficio economico che il progetto genera per il Mozambico. Sotto il primo profilo, il progetto Coral South FLNG nasce, per sua stessa natura progettuale, come impianto di liquefazione offshore destinato all’esportazione verso i mercati internazionali, in assenza – allo stato – di un’infrastruttura di rigassificazione e di una rete di distribuzione del gas naturale sul territorio mozambicano idonee ad assorbire e utilizzare internamente il GNL prodotto. Tale caratteristica è comune alla generalità dei progetti FLNG realizzati in contesti analoghi e riflette vincoli infrastrutturali del Mozambico preesistenti allo sviluppo del progetto stesso, piuttosto che una scelta della Società volta a sottrarre risorse al Paese. Sotto il secondo profilo, il progetto genera per il Mozambico un beneficio economico rilevante e documentabile, che l’affermazione contestata omette integralmente di considerare: i benefici economici diretti per il paese (Royalties e Profit Gas) derivanti dal contratto per lo sfruttamento delle risorse di gas (ad oggi circa 320 milioni di dollari) hanno contribuito ad alimentare il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023; il progetto Coral South è stato inoltre indicato, secondo stime del Fondo Monetario Internazionale, come fattore che ha concorso in modo sostanziale alla crescita del Prodotto Interno Lordo del Mozambico nel 2023. A ciò si aggiungono le ricadute occupazionali e di sviluppo del tessuto imprenditoriale locale (oltre 100 contratti assegnati ad aziende mozambicane, oltre 120 PMI formate, oltre 700 borse di studio erogate, creazione di oltre 1400 posti di lavoro diretti e indiretti), nonché le iniziative di sviluppo sociale realizzate nelle aree di operatività, che nel loro complesso restituiscono un quadro del tutto diverso da quello, parziale e decontestualizzato, offerto dall’affermazione contestata. Anche a prescindere da tali elementi, l’affermazione secondo cui “neanche un metro cubo” di gas sarebbe utilizzato in Mozambico è presentata nei Contenuti come dato assoluto, privo di qualificazioni e senza alcun richiamo al contesto sopra descritto, così da ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che il progetto non offra alcun beneficio, diretto o indiretto, al Paese ospitante.   -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon ReCommon tiene a precisare di non aver sovrapposto impropriamente alcun piano distinto, attenendosi – come facilmente riscontrabile nei cosiddetti “Contenuti” del report ‘Fiamme nascoste – alla dimensione della produzione ed esportazione/importazione di gas, senza menzionare la più ampia dimensione economica associata alla presenza di ENI S.p.A. in Mozambico.  Avendo ENI S.p.A. menzionato “il Fondo Sovrano istituito dallo Stato mozambicano nel 2023”, ReCommon coglie l’occasione per chiedere alla società se possa condividere gli sviluppi giudiziari relativi alla presunta sparizione e/o utilizzo improprio di 33,65 milioni di dollari del Fondo Sovrano, denunciati da varie organizzazioni della società civile mozambicana, a partire dal Centro de Integridade Pùblica[1]. -------------------------------------------------------------------------------- [ENI] 2.5. Sull’accostamento tra il Report e l’iniziativa di clean cooking L’accostamento operato nei Contenuti tra episodi di flaring risalenti in gran parte al 2022 e un’iniziativa avente, tra gli altri, risvolti di carattere sociale e ambientale di recente comunicazione appare privo di reale attinenza cronologica e argomentativa, ed è idoneo a ingenerare nel pubblico l’erronea convinzione che si tratti di fenomeni contestuali e reciprocamente compensativi, gettando discredito su un’iniziativa di cui ha effettivamente beneficiato circa un milione di persone in Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Si veda la risposta alle Premesse e al punto 2.2.  ReCommon è disponibile a pubblicare sul suo sito web le informazioni prodotte da ENI S.p.A. relative alla riduzione delle “emissioni associate alla combustione” derivanti dal Programma Clean Cooking, in particolare la quota riguardante il Mozambico. -------------------------------------------------------------------------------- [1]https://www.cipmoz.org/wp-content/uploads/2025/10/UMA-CRONOLOGIA-DO-DESVIO-ANUNCIADO-DO-FUNDO-SOBERANO-DE-MOCAMBIQUE-1.pdf -------------------------------------------------------------------------------- 3. QUALIFICAZIONE GIURIDICA DELLA CONDOTTA+ [ENI] 3.1. Le condotte sopra descritte, per le modalità con cui sono state poste in essere – diffusione pubblica, tramite canali social a larga diffusione, di affermazioni non veritiere, decontestualizzate e/o fuorvianti, idonee ad essere percepite dal pubblico come dati di fatto oggettivi e attuali, in assenza delle necessarie precisazioni tecniche e temporali – sono suscettibili di arrecare pregiudizio alla reputazione commerciale e all’immagine di Eni, come peraltro dimostrato dalle richieste di chiarimento pervenute da diversi stakeholder a seguito della pubblicazione del Report. 3.2. Tali condotte, ove reiterate o non tempestivamente rettificate, sono suscettibili di integrare gli estremi dell’illecito aquiliano ex art. 2043 c.c., per lesione del diritto all’immagine e alla reputazione economica della Società, oltre a poter rilevare, a seconda delle circostanze, sotto ulteriori profili di responsabilità che la Società si riserva sin d’ora di valutare e di far valere nelle competenti sedi. Tutto ciò premesso, con la presente Eni, senza alcuna rinuncia rispetto a ogni diritto e azione ulteriore che riterrà di esercitare a tutela dei propri interessi, diffida (vedi sotto contenuto della diffida) -------------------------------------------------------------------------------- Risposta di ReCommon Alla luce di quanto sopra precisato ReCommon respinge motivatamente le accuse formulate nella diffida e dichiara di essere disponibile ad offrire ai propri lettori ulteriori precisazioni tecniche e temporali sui temi in esame alla luce degli ulteriori chiarimenti ed informazioni che la società vorrà fornire. Nel contempo, ReCommon auspica che le affermazioni contenute nella diffida di ENI S.p.A. non siano ostative al dialogo tra ReCommon e gli stakeholder della società, rientrando nel normale confronto democratico e, come tale, non suscettibile di essere soppresso ovvero di subire limitazioni. -------------------------------------------------------------------------------- DIFFIDA+ codesta spett.le Associazione ReCommon a: 1) cessare immediatamente la diffusione, tramite i propri canali social e ogni altro mezzo di comunicazione, dei Contenuti, nella parte in cui presentano gli episodi di flaring relativi all’impianto Coral South FLNG quale fenomeno attuale, ordinario e deliberato, senza le doverose e corrette precisazioni circa la loro natura tecnica, la loro collocazione temporale (segnatamente, la fase di commissioning del 2022) e la loro conformità alla normativa e alla Valutazione di Impatto Ambientale applicabile; 2) pubblicare, sui medesimi canali social sui quali sono stati diffusi i Contenuti e con analoga evidenza e durata, entro e non oltre 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, una rettifica/precisazione che dia atto: (i) della distinzione tra routine, non-routine e safetyflaring, e del fatto che l’impianto Coral South FLNG non pratica routine flaring; (ii) del fatto che gli episodi di flaring di maggiore entità richiamati nel Report si riferiscono principalmente alla fase di avviamento dell’impianto (2022) e non riflettono le performance operative attuali dell’impianto, il quale presenta “zero operationalflaring” a regime; (iii) del fatto che le emissioni dell’impianto sono conformi alla Valutazione di Impatto Ambientale approvata dalle Autorità competenti;  3) astenersi, in futuro, dal diffondere affermazioni prive di adeguato riscontro fattuale e non correttamente contestualizzate in merito alle attività di Eni in Mozambico. Si precisa che, in un’ottica di leale e trasparente confronto sul merito delle questioni ambientali sollevate – che Eni non intende in alcun modo sottrarre al dibattito pubblico – la presente diffida non contiene alcuna richiesta di risarcimento del danno, fermo restando che la Società si riserva ogni più ampia facoltà ivi, comprese le iniziative giudiziarie a tutela dei propri diritti, ove le condotte sopra descritte dovessero proseguire o essere reiterate. Si resta in attesa di cortese riscontro entro il medesimo termine di 10 (dieci) giorni dal ricevimento della presente, decorso inutilmente il quale la Società si riterrà libera di agire atutela dei propri diritti e interessi nelle sedi opportune, senza ulteriore preavviso. La presente vale quale messa in mora e atto interruttivo di ogni termine di prescrizione e/o decadenza a tutti gli effetti di legge. -------------------------------------------------------------------------------- ReCommon esprime preoccupazione per il ricorso alla diffida – l’ennesima in pochi mesi ricevuta da ENI- come strumento volto a scoraggiare la pubblicazione di informazioni di pubblico interesse. Tale pratica, nota a livello internazionale come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), è oggetto di specifica attenzione da parte delle istituzioni europee, che con la Direttiva (UE) 2024/1069 hanno introdotto misure di protezione per i soggetti — giornalisti, ricercatori, organizzazioni della società civile — esposti ad azioni legali abusive finalizzate a silenziarne l’attività. ReCommon si riserva di avvalersi di tutti gli strumenti di tutela previsti dalla normativa vigente, inclusi quelli introdotti dalla suddetta Direttiva, qualora la società dovesse proseguire con azioni prive di fondamento. In ogni caso ReCommon considera l’atteggiamento tenuto dall’azienda negli ultimi due anni come lesivo del ruolo, dell’attività e della reputazione dell’associazione e si riserva il diritto di agire nelle sedi competenti. Per tutti i motivi sopra esposti si respingono le accuse formulate e, nel contempo, si ribadisce la disponibilità a pubblicare l’eventuale documentazione che ENI riterrà di trasmettere sul tema, allo scopo di fornire la più ampia informazione ai propri lettori.
July 21, 2026
ReCommon
La metanizzazione della Sardegna avanza, iniziano gli espropri
DI PAOLA MATOVA La possibile metanizzazione della Sardegna va avanti, sebbene a piccoli passi. Formalmente autorizzato dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del settembre 2025 nell’ambito del progetto di “decarbonizzazione” della Sardegna, il piano prevede l’arrivo del gas naturale liquefatto GNL attraverso nuovi punti di approvvigionamento. L’elemento principale è il terminale previsto a Oristano, collegato a una nave rigassificatrice (FSRU), cui fa da sponda e una seconda possibile entrata da Porto Torres, con l’ipotesi di un ulteriore impianto di rigassificazione. All’interno di questo disegno rientra anche il gasdotto del Centro-Sud Sardegna, infrastruttura destinata a distribuire il gas lungo una parte significativa del territorio sardo.    Con l’avvio delle procedure sugli espropri, datato 15 maggio, il progetto del gasdotto del Centro-Sud Sardegna è entrato nella sua fase più concreta. L’opera, promossa da Enura, società controllata da Snam, prevede la realizzazione di oltre 300 chilometri di gasdotto tra rete nazionale e rete regionale, attraversando decine di comuni dall’Oristanese fino a Cagliari, con una diramazione verso Iglesias e Carbonia. Dopo la scadenza dei termini per presentare osservazioni fissata lo scorso giugno, l’iter amministrativo prosegue ora verso l’imposizione delle servitù, le occupazioni temporanee e gli espropri dei terreni necessari alla costruzione dell’infrastruttura. Il provvedimento non indica un numero complessivo degli espropri, ma gli elenchi a disposizione comprendono centinaia di proprietari e un numero elevato di particelle catastali, entrambi elementi che confermano l’ampiezza dell’intervento. A sollevare le maggiori perplessità sono le modalità con cui i cittadini sono stati informati. La Regione ha scelto la procedura prevista per gli interventi che coinvolgono un numero elevato di destinatari e infatti l’avviso è stato pubblicato per venti giorni negli albi pretori dei Comuni interessati e sul sito istituzionale della Regione, senza una comunicazione diretta ai proprietari. Formalmente la procedura è conforme alla normativa, ma nella pratica molti cittadini potrebbero non essersi accorti in tempo che i propri terreni erano interessati, dovendo orientarsi in  pochi giorni tra lunghi elenchi catastali e una documentazione tecnica complessa per verificare la presenza delle proprie particelle ed eventualmente predisporre osservazioni.   E’ quanto mai singolare che si stia procedendo con l’acquisizione dei terreni mentre restano aperte le contestazioni sull’intero progetto di metanizzazione della Sardegna e sulla sua effettiva utilità alle comunità. Mentre il gasdotto procede verso una fase operativa, il quadro energetico e industriale che ne aveva sostenuto la pianificazione è profondamente cambiato. La prospettiva di utilizzare il gas come soluzione di transizione per accompagnare l’uscita dal carbone è oggi messa in discussione dalle nuove scelte nazionali in materia energetica (decreto bollette), che hanno modificato le tempistiche di dismissione delle centrali a carbone. Allo stesso tempo, diversi elementi indicano che la necessità futura di gas nell’isola potrebbe essere molto diverso da quello che ci dice Enura/Snam nel suo progetto. Un altro elemento controverso è proprio l’allacciamento previsto del gasdotto ad Eurallumina, che è ora oggetto di una specifica procedura di assoggettabilità alla Valutazione d’impatto Ambientale (VIA) sulla quale sono state presentate osservazioni critiche al Mase. Questa viene infatti valutata in un contesto in cui il principale utilizzatore industriale indicato da Enura/Snam come destinatario principale del gas è uno stabilimento fermo dal 2009. L’ipotesi di destinare una parte significativa della nuova infrastruttura al rilancio dell’impianto di produzione di Eurallumina appare estremamente rischioso. In tutto questo contesto Arera, l’autorità regolatrice dell’energia, ha recentemente espresso forti riserve sul piano di metanizzazione della Sardegna, chiedendo maggiore chiarezza su costi, benefici e prospettive di utilizzo delle infrastrutture previste. Arera ha evidenziato il rischio che nuovi investimenti possano risultare sovradimensionati rispetto alla futura domanda di gas, con conseguenti effetti sulle tariffe energetiche. Una valutazione che mette in forte discussione la necessità di realizzare nuove opere fossili
July 20, 2026
ReCommon
L’americanizzazione della Coppa del mondo resterà
I Mondiali del 2026 hanno avuto tre paesi ospitanti, ma saranno sempre ricordati come un evento americano. E come la maggior parte delle cose americane nell’ultimo decennio, Donald Trump ne ha fatto un evento incentrato su se stesso. Bombardare una nazione partecipante, vantarsi a gran voce di aver corrotto il gioco, intromettersi nella finale… anche se Trump ha avuto un paio di periodi insoliti lontano dai riflettori, le sue mani coperte di trucco sono state ovunque. E nonostante le presenze record (e, cosa ancora più importante per l’organizzatore Fifa, i ricavi ), gli emozionanti momenti calcistici e i momenti virali dei tifosi dimostrino che questo Mondiale non sia stato un totale fallimento, qualcosa non quadra. Abbiamo assistito a prezzi dei biglietti esorbitanti e alla conseguente atmosfera fiacca; un numero limitato di tifosi in grado di viaggiare dall’estero; un approccio commerciale dilagante, stridente persino per un’organizzazione senz’anima e orientata al profitto come la Fifa. Gli aspetti peggiori di questo Mondiale sono stati i più «trumpiani». Gli Stati uniti hanno lasciato il segno sul calcio mondiale, e lo sentiremo. La progressiva americanizzazione del calcio, in atto da tempo, è stata suggellata da questo torneo, che ha unito spietata finanziarizzazione e dilagante corruzione, influenzando il gioco come mai prima d’ora. Purtroppo, tutto ciò sopravviverà a Trump e all’organizzazione dei Mondiali da parte degli Stati uniti. NON È POI COSÌ MALE, VERO? Tuttavia, viste le basse aspettative che circondavano un Mondiale che fungeva anche da testimonianza dell’amicizia tra Trump e il presidente della Fifa Gianni Infantino, molti sono rimasti piacevolmente sorpresi. Sul campo, dove gli amministratori corrotti di solito riescono a combinare meno guai, è stato un successo generale. La Spagna ha giocato il suo solito calcio soffocante e bellissimo, e Lionel Messi ci ha ricordato quanto siamo fortunati ad assistere alle sue gesta. La Germania ha trovato nuovi ed entusiasmanti modi per dimostrare di non essere più una potenza calcistica, e questa volta nessuno cercherà di dare la colpa al politicamente corretto per il loro fallimento. Sebbene a tratti macchinoso e costretto a fare più calcoli, il formato allargato a quarantotto squadre ha funzionato discretamente bene, anche se in gran parte si trattava di una strategia per vendere più biglietti e per consentire alla Fifa di consolidare il proprio sostegno in Asia e Africa. Le debuttanti Uzbekistan, Giordania e Curaçao hanno portato una ventata di novità, mentre l’altra esordiente, Capo Verde, ha offerto prestazioni notevoli. Gli stadi erano gremiti, persino per le partite della fase a gironi meno pubblicizzate. La richiesta di biglietti ha superato ogni aspettativa, e i tifosi non si sono lasciati scoraggiare nemmeno dai prezzi esorbitanti . A tratti, il torneo è sembrato soprattutto la dimostrazione di un consumistico, e inarrestabile, potere di acquisto (e/i di debito, con carta di credito) durata sei settimane che una competizione calcistica. Ha inoltre lasciato spazio a quell’amore, molto radicato tra le persone, a essere derubati sfacciatamente. Chi altri ammetterebbe allegramente di aver pagato 4.000 dollari per una partita della fase a gironi, senza aggiungere, tra l’altro, che non ammetterebbe mai che ne valeva la pena? LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI SONO LA STORIA DEL CAPITALISMO Andrea Natella Un altro motivo per cui gli stadi si sono riempiti dipende semplicemente dalla diversità della popolazione statunitense. Le immense e orgogliose diaspore hanno garantito che nessuna squadra rimanesse senza sostegno. E questo, almeno per una breve fase, ha trasformato il torneo di Trump in una sorta di sogno liberale e positivo. Pochi altri paesi sono abbastanza diversificati da poter realizzare un evento del genere su tale scala, e la Coppa del mondo ha spesso offerto l’opportunità di celebrare la vita degli immigrati. Anche questo ha permesso di offrire un’alternativa alla ristretta interpretazione dell’identità americana propria del trumpismo. Gli Stati uniti sembrano aver impressionato anche i tifosi internazionali che sono riusciti ad arrivare. C’erano i tifosi scozzesi che, allegramente, hanno insegnato a Boston come si beve. Molti tifosi europei sono diventati virali quando si sono stupiti delle dimensioni delle corsie dei supermercati e delle porzioni dei fast food. (Resoconti come quello di Freddy hanno facilmente suscitato entusiasmo tra gli americani di ogni schieramento politico, desiderosi di positività). Ma nel complesso, molti visitatori hanno trovato gli Stati uniti e la sua gente molto più affascinanti di quanto le aspettative create dai reportage internazionali incentrati su Trump avessero previsto. Anche gli stadi di football climatizzati da 5 miliardi di dollari sembravano diversi da qualsiasi cosa la maggior parte dei tifosi avesse mai visto, ma questo anche perché la maggior parte del mondo preferisce sovvenzionare lo sport giovanile piuttosto che gli stadi sportivi di proprietà di miliardari . Per fortuna, i legittimi timori pre-torneo che l’Immigration and Customs Enforcement (Ice) potesse sfruttare le partite come facile pretesto per arrestare gli immigrati non si sono concretizzati. Sebbene l’operato della polizia americana abbia avuto un impatto diretto limitato sui Mondiali, la brutalità dell’Ice, che è riuscita a uccidere diverse persone anche durante il torneo e a essere comunque considerata irreprensibile, è un segno della sua condotta. Per gran parte dei Mondiali, sembrava che la Fifa e Trump fossero riusciti a mettere a segno un vero e proprio colpo di scena in termini di pubbliche relazioni, superando le aspettative e generando un’atmosfera positiva. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! RUBARE LA SCENA Quella benevolenza poteva durare solo finché Trump avesse mantenuto il suo inopportuno silenzio riguardo al torneo. Tuttavia, essendo Trump quello che è, prima o poi avrebbe cercato di far parlare di sé. L’intervento diretto del presidente per fare pressione sulla Fifa affinché annullasse la squalifica per cartellino rosso inflitta all’attaccante della nazionale maschile statunitense Folarin Balogun prima della partita a eliminazione diretta contro il Belgio è stato un abuso di potere clamoroso. Che la mente confusa di Trump abbia pensato che il modo migliore per gestire un evidente caso di corruzione in campo fosse quello di vantarsene gli si addice perfettamente. Che Infantino ceda alle pressioni politiche della Fifa non è una novità, ma farlo per influenzare direttamente l’esito della partita è un nuovo livello di bassezza, che ha trovato una sorta di giustizia karmica solo nella clamorosa disfatta degli Stati uniti contro il Belgio, nonostante il vantaggio iniziale. Anche l’ex presidente della Fifa, Sepp Blatter, si è unito alle critiche contro Infantino. Sicuramente ha un conto in sospeso: Infantino ha assunto la carica nel 2016 dopo che Blatter era stato costretto a dimettersi a causa di uno scandalo di corruzione. Dato il passato di Blatter, non è certo un buon segno se critica il tuo giudizio etico. Eppure, l’aperta sottomissione di Infantino ai despoti ha raggiunto un nuovo minimo storico. Almeno Blatter e i suoi simili sapevano come essere un po’ più discreti nella loro corruzione, mentre Infantino è stato contagiato dalla propensione trumpiana a ostentare le proprie malefatte nel modo più evidente possibile. Il caso di Balogun è stato il più discusso, ma probabilmente non il più eclatante, su come Trump abbia effettivamente influenzato il calcio. Ferendo lo spirito fraterno dello sport internazionale, il fatto che una nazione ospitante abbia bombardato l’Iran, altro partecipante al Mondiale, durante tutta la competizione, non solo è stato un evento senza precedenti, ma ha avuto anche ripercussioni sportive. A causa della guerra, il campionato iraniano, in cui gioca la maggior parte della nazionale, è stato sospeso per mesi prima del torneo. Poco prima dell’inizio, l’Iran è stato costretto a trasferire la base della squadra dagli Stati uniti al Messico, con visti di breve durata concessi solo per le singole partite, che obbligavano i giocatori a tornare immediatamente a Tijuana, e con alcuni membri dello staff impossibilitati a entrare negli Stati uniti per le partite. Nonostante l’evidente svantaggio sportivo dei giocatori iraniani, visibilmente stanchi, e la pura depravazione morale degli Stati uniti nell’imporre tali regole, la Coppa del Mondo è proseguita come se nulla di straordinario stesse accadendo.E sebbene la vibrante celebrazione della vita degli immigrati americani fosse spesso davvero commovente, la Coppa del Mondo si è dovuta affidare alle diaspore per riempire gli stadi, poiché entrare nel paese era praticamente impossibile. Il sistema di controllo delle frontiere degli Stati uniti si è occupato del lavoro sporco, in modo che le retate dell’Ice non si verificassero mai durante il torneo. Iran, Haiti, Costa d’Avorio e Senegal avevano tutti almeno un divieto parziale di viaggio verso gli Stati uniti, nonostante partecipassero alla competizione. LEGGI ANCHE… CALCIO I MONDIALI DELLO SFRUTTAMENTO Andrea Ponticelli - Gabriele Granato UN PROGETTO INQUIETANTE Tutti gli aspetti peggiori di questa Coppa del mondo – la corruzione, la cinica speculazione finanziaria e l’insistenza nel voler stravolgere lo sport più amato al mondo – rischiano di radicarsi ulteriormente. Se i tifosi di altri paesi non sono altrettanto a loro agio quanto quelli statunitensi nello sborsare somme esorbitanti per i biglietti, forse farebbero meglio ad abituarsi. Anche se i prezzi dovessero diminuire in futuro, è improbabile che tornino ai livelli pre-2026. L’eccessiva finanziarizzazione di questa Coppa del mondo, in stile statunitense, manifestatasi in modo evidente nel sistema di «prezzi dinamici» che ha reso l’acquisto dei biglietti simile alle scommesse sportive e alla deleteria diffusione delle scommesse sportive, probabilmente accompagnerà anche le future competizioni. È improbabile che scompaiano anche le «hydration break» obbligatorie – una modifica al formato della competizione imposta dalla Fifa per consentire una maggiore pubblicità anche quando non necessaria a causa della temperatura. La Fifa ha apportato tali modifiche senza che i tifosi statunitensi dovessero fare pressioni. Lo stesso vale per lo spettacolo di quasi mezz’ora in stile Super Bowl nell’intervallo della finale (di solito la pausa dura solo quindici minuti). Nessuno ha chiesto che Justin Bieber e i Bts interrompessero la competizione sportiva più importante del mondo, eppure è successo lo stesso. Che piaccia o no, la Fifa sosterrà con fermezza che è stato un successo strepitoso. Al di fuori delle competizioni internazionali, il calcio è da tempo sempre più dominato da miliardari e fondi di private equity speculativi. I cambiamenti introdotti dai Mondiali non faranno altro che consolidare ulteriormente la presa del capitale sul calcio globale, e il fatto che queste riforme vengano testate sul palcoscenico più importante ne faciliterà l’applicazione ad altre competizioni. L’avidità aziendale che infetta il calcio non è una novità: le radici operaie di questo sport sono state brutalmente minate nel corso dei decenni. Ma ora minaccia di rendere il calcio irriconoscibile. E poiché la Fifa, l’istituzione più importante di questo sport, è un’organizzazione senza scrupoli, il clientelismo intensificatosi durante un Mondiale influenzato da Trump probabilmente impedirà a chiunque di fermare tutto ciò. Forse Infantino si è spinto troppo oltre e (a differenza delle ultime due volte) e probabilmente dovrà affrontare una vera opposizione alle elezioni presidenziali Fifa del prossimo anno. Eppure, sembra ancora intoccabile. Ha risposto alle feroci critiche provenienti dall’Europa proponendo un’ulteriore espansione della Coppa del mondo, questa volta da quarantotto a sessantaquattro nazioni, in un tentativo neanche troppo velato di assicurarsi i voti delle federazioni asiatiche, africane e centroamericane che trarrebbero vantaggio da una soglia di partecipazione più bassa. Con i Mondiali del 2030 che si preannunciano come un evento mastodontico distribuito su tre continenti, e l’edizione del 2034 in programma in Arabia Saudita, il potenziale per ulteriori episodi di corruzione e «sportswashing» è enorme, a prescindere da chi sia al timone della Fifa. E anche se la Coppa del mondo si spostasse in tutto il mondo, l’egocentrismo provinciale degli Stati uniti – un paese ospitante pieno di commentatori che si vantano di non capire la cultura sportiva – verrà esportato. Un maggior numero di paesi partecipanti allarga il campo, eppure l’ossessione della Fifa per i profitti a tutti i costi ridurrà la presenza globale di tifosi che potranno effettivamente assistere alle partite. L’evento multicontinentale del 2030 sarà logisticamente ancora più complesso, e probabilmente anche più costoso per i tifosi, rispetto a quello attuale. E, come il Qatar nel 2022, l’Arabia saudita nel 2034 si rivelerà probabilmente una destinazione inospitale e poco attraente per le tifose e le persone LGBTQ+. Il declino a lungo termine del calcio fa sì che tutto ciò sembri una logica conseguenza di quanto accaduto nel 2026. Ma se il 2026 ci insegna qualcosa, dovrebbe essere che non deve per forza andare così. Nonostante tutto, sei settimane di football in Nord America hanno portato gioia al mondo. Hanno dimostrato – se non sempre – che anche nelle condizioni più ostili, il football può unire le persone e contribuire a ricostituire il concetto di comunità e appartenenza. È questo potere che ci mostra che questo sport deve essere protetto, non usato contro di noi. Le vittorie in termini di accessibilità economica e di creazione di comunità, come quelle ottenute nella New York di Zohran Mamdani, dimostrano che le istituzioni marce del calcio possono essere sfidate. Dobbiamo solo farlo prima che non ci sia più nulla da riconquistare. *Dave Braneck è un giornalista di Berlino che si occupa di sport e politica. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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July 20, 2026
Jacobin Italia
Quel che resta di Genova
Nel ventesimo anniversario dalle giornate di Genova, sull’Espresso apparve l’editoriale del direttore Marco Damilano, in cui si diceva che si era trattato di «un ‘68 durato 48 ore». Secondo Damilano, infatti, la traumatica repressione di quei giorni determinò «il riflusso di chi aveva allora venti o trent’anni e che non ha più voluto sapere di un’impresa collettiva dopo l’incontro con la politica e con le istituzioni violento e bugiardo». A distanza di cinque anni da quell’articolo e da 25 anni da quei giorni si potrebbe anche pensare che di Genova non sia rimasto nulla, se non l’indignazione e la rabbia delle 48 ore successive. Non è stato così. C’è una lunga lista di eventi e di concatenazioni di movimenti che lo dimostra e ne faremo una rapida elencazione. Ma la questione su cosa sia davvero rimasto, a che livello, che dinamiche siano potute vivere e quindi quanto è attuale Genova, che significa chiedersi quanto sia attuale il movimento «no-global» e la stagione dei Social forum, è sicuramente più complessa. Che Genova non sia stata archiviata in 48 ore lo dimostra la forza che si scatenò subito dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti decisero di rispondere all’attacco sulle Torri gemelle con la nuova guerra infinita. Dall’ottobre del 2001 al 15 febbraio 2003 si manifestò una delle stagioni più intense del movimento contro la guerra, figlio esattamente di Genova e delle alleanze costruite nelle piazze e nei social forum. E ancora, nel 2002, proprio in Italia, a Firenze, si tiene il primo Social forum europeo che vede una manifestazione conclusiva di almeno centomila persone. Portandosi dietro anche la Cgil, che invece prima si era tenuta alla larga. I Forum sociali europei si organizzarono, con successo, anche nel 2003 e nel 2004 a Parigi e Londra e in tutti questi appuntamenti si condensano le due coordinate di quel movimento: il no al liberismo e il no alla guerra. Ed è abbastanza comprovato che in Italia la forza di quei movimenti si riversò nella striminzita vittoria dell’Unione del 2006 e nella nascita del secondo governo Prodi. Che poi questo produsse la rottura con quelle istanze di fondo e quindi un riflusso durato anni è un’altra storia, ma comunque documentata dalla giornata del 9 giugno 2007 quando il movimento contro la guerra si divise per la venuta in Italia di George W. Bush. La battuta di arresto più generale, però, è data dalla crisi del 2007-2008 che non vede azioni unitarie contro la gestione di quella crisi da cui invece nasce una fase più centrata sugli equilibri nazionali che sulle alleanze internazionali. Ma scampoli di social forum, di convergenze unitarie, di denuncia delle politiche neoliberiste si avranno nelle «primavere arabe» del 2010-2011, e poi nei movimenti contro l’austerity in Europa, dalla piazza degli Indignados alla Puerta del Sol di Madrid fino a piazza Syntagma ad Atene. In realtà si riproduce anche a Roma, il 15 ottobre del 2011, proprio a opera dei soggetti che avevano costruito le giornate di Genova, che diventano però il bersaglio da spezzare da parte di settori del movimento che non volevano avallare quel tipo di convergenza. LEGGI ANCHE… GENOVA GENOVA NON DURÒ 48 ORE Giulio Calella E poi c’è Occupy Wall Street (Ows), la piazza più chiaramente esplicita contro le cause della crisi del 2007 e soprattutto contro la sua gestione a sostegno delle banche, a opera dello stesso governo Obama. Quel movimento di fondo, iniziato alla fine degli anni Novanta, che mette in discussione la gestione del capitalismo, si ripropone in forme diverse, ma tali da costituire la base per il rilancio delle idee e delle politiche socialiste negli Stati uniti. Senza Ows, infatti, non si capirebbe il successo delle due campagne di Bernie Sanders alle primarie Dem del 2016 e 2020, e poi successi come quelli di Zhoran Mamdani e di altre candidate dei Dsa alle primarie più recenti. Non si tratta di sostenere che ogni movimento sia nato dopo il 2001 abbia un debito di riconoscenza con l’ondata no-global. Anzi, probabilmente occorre analizzare i punti di rottura che con quella fase avranno i due più grandi movimenti mondiali degli ultimi anni: Ni una menos che inizia in Argentina e in Spagna e poi dilaga anche in Italia e Fridays for future, rappresentato simbolicamente dal personaggio Greta Thunberg. Però, dalle dinamiche no global, tutti questi movimenti hanno ormai interiorizzato la dimensione internazionale, il metodo delle alleanze, anche nazionali, e quindi le convergenze e in ogni caso sempre la critica antiliberista è la chiave che spiega le mobilitazioni, compreso il loro successo. Quel metodo è oggi ravvisabile nella mobilitazione internazionale più importante e densa di significato, la Global Sumud Flotilla, che a differenza dei social forum ha una pratica mutualistica a darle senso e una alleanza internazionale nettamente sbilanciata nel sud del mondo, cosa che nonostante gli sforzi dell’epoca, i Social forum, a guida europea-latinoamericana, non hanno mai avuto in modo significativo. E poi c’è l’esperimento No Kings – che non a caso terranno proprio il 18 luglio la loro assemblea nazionale a Genova – che ripropongono lo stesso metodo di lotta, la voglia di parlare non solo alle cerchie ridotte dell’anticapitalismo, ma di farsi capire da larghi strati, negli Usa come in Italia. E si vedrà se questo esperimento riuscirà a imprimere un’efficacia sociale – di lotte articolate, pratiche solidali e mutualistiche, piccole vittorie parziali – alla propria convergenza politica così come sarà anche chiamato a dimostrare la propria capacità autonoma rispetto alle forze politiche che, come nel 2006, già tendono le braccia per intestarsene i successi. Proprio per questo, quello che è interessante e utile analizzare oggi è il grado di permeabilità della politica generale alle istanze che segnarono le giornate di Genova e che tanta eco oggi hanno sulla stampa mainstream allora tutta schierata contro quel movimento e tutta intenta a segnalarne le derive estremiste e pericolose. Insomma, possiamo dire che Genova alla lunga ha segnato la fase successiva oppure è stata sepolta in un cumulo di errori e di travisamenti, sia da parte della politica che dei movimenti sociali e sindacali? Sul piano politico, la risposta sembra netta. La sinistra post-Genova è stata in gran parte spazzata via oppure si è modificata profondamente. Prendiamo i tre paesi che hanno rappresentato forse il grado più alto di relazione tra partiti e movimento no-global tra il 1999 e il 2003, Francia, Brasile e Italia. In Francia, il rapporto con i movimenti era appannaggio del Pcf e della allora Lcr, oggi Npa, grazie in particolare al loro ruolo nei movimenti sociali. Il Brasile si è talmente identificato con il Social forum da vedere l’intervento di Lula nella piazza antistante l’evento del 2002 propedeutico poi alla sua prima grande vittoria elettorale. In Italia, c’era Genova, ovviamente, e il ruolo di Rifondazione comunista e in parte della sinistra Ds e della sinistra Cgil che lavoravano insieme. Proprio l’Italia rappresenta l’esempio peggiore: il movimento, dopo la vittoria elettorale del 2006 si inabissa e si divide e la sinistra politica viene spazzata via dal Parlamento alle elezioni del 2008, come ricompensa della propria prestazione di governo. La Francia vede una crisi verticale del Pcf mentre la sinistra più radicale, l’Npa, si incamminerà verso una propria crisi che produrrà scissioni, disorientamenti, entrambe poi sorprese dall’emersione improvvisa e vincente del fenomeno Mélenchon e della sua France Insoumise. In Brasile, il Pt al governo si piegherà ai diktat del capitalismo e subirà la scissione del Psol, oggi un solido partito della sinistra che critica Lula anche se di fatto lo sostiene al governo. Insomma, le speranze nate nel periodo tra il 2001 e il 2003 erano ben altre, erano quelle cioè che nascessero soggetti politici di dimensioni importanti e in grado di declinare le due coordinate no-global: il no alla guerra e il no al liberismo. In Italia la suggestione di creare un soggetto antiliberista di quel tipo fu discussa e da tempo l’allora segretario del Prc, Fausto Bertinotti, ammette che l’errore principale del suo partito fu proprio quello di non sciogliersi in un nuovo soggetto politico. E invece, come riflesso diretto della sconfitta di quel movimento – che non ha modificato i rapporti di forza internazionali e, tranne alcuni paesi dell’America latina, non ha sperimentato il governo nazionale (e quando l’ha fatto ha prodotto anche dei disastri) – in Italia, ad esempio, abbiamo subito a sinistra una gestione politica che ha prodotto leader come Walter Veltroni, Matteo Renzi, Enrico Letta-Mario Draghi e quando c’è stata una parziale discontinuità, ad esempio con Pierluigi Bersani, questa ha prodotto il… governo Monti. Solo con Elly Schlein si realizza un apparente spostamento anche se fortemente ipotecato dalla componente di destra del Pd. Alla sinistra di questo, invece, abbiamo visto la ricomposizione dell’asse rosso-verde rappresentato da Avs che si presenta però soprattutto e innanzitutto come cartello elettorale e non come espressione di un radicamento sociale. Mentre ancora più a sinistra osserviamo una crisi verticale di Rifondazione e una presenza come Potere al popolo che non sembra poter o voler andare oltre il suo corpo militante. La continuità con Genova non è quindi una priorità in Italia. Così come non lo è in Brasile, Francia o Spagna dove la sinistra si è scossa soprattutto per effetto del movimento Indignados e per la particolare traduzione politica di quel «populismo di sinistra» tanto caro a intellettuali come Ernesto Laclau o Chantal Mouffe. In effetti, la sinistra politica dopo la crisi del 2007-2008 ha saputo orientarsi, e declinarsi, soprattutto a livello nazionale, sulla spinta della crisi e sulle risposte urgenti che queste richiedevano. Ma il suo esperimento più rilevante, audace per certi versi, il governo Tsipras in Grecia, nell’isolamento complessivo e nella imprecisione degli obiettivi si è risolto in un fallimento tale che oggi la sinistra greca proveniente da Syriza è divisa almeno in quattro o cinque partiti. LEGGI ANCHE… MOVIMENTI IL METODO FLOTILLA CURA LA «SINDROME GENOVA» Salvatore Cannavò Quello che di positivo, però, può essere recuperato è che in fondo a Genova «avevamo ragione noi» e che quella critica al neoliberismo e alle leggi inossidabili del mercato si è rivelata giusta. E a riproporle oggi, quelle idee, hanno una certa cittadinanza. La sinistra riformista non ha abbandonato del tutto le tentazioni liberiste: si pensi al fallimento di Keir Starmer in Gran Bretagna, alla stagnazione socialdemocratica in Germania, alle giravolte suicide del Ps francese. Ma ci sono anche segnali di un recupero di critica come si è visto nella Mobilitazione globale progressista di Barcellona, guidata dal premier spagnolo Pedro Sánchez, di qualche mese fa. Qualcosa si intravede nel Pd di Schlein, anche se in forme troppo timide, e si vedrà se il cambio della guardia nel Labour britannico produrrà dei cambiamenti visibili. Insomma, la critica antiliberista ha maggiore cittadinanza ma non ha ancora occupato il centro della scena a sinistra e le formazioni più radicali, si pensi alla France Insoumise, devono ancora condurre una battaglia di offensiva, spesso delegittimate e criminalizzate, ad esempio per le posizioni anti-israeliane oppure ostili alla guerra, compresa quella in Ucraina.  Se c’è un filo rosso che si può trarre da Genova fin qui è questa legittimità della critica, la giustezza dell’analisi e la bontà del metodo della convergenza che non a caso è stato messo al centro della più grande mobilitazione operaia avutasi in Italia, quella della Gkn. Da quel movimento ha beneficiato certamente la Cgil che dopo le attitudini concertative rappresentate molto bene dalla prima fase della segreteria di Sergio Cofferati vede un cambiamento di strategia proprio nel 2002, con la grande manifestazione a Roma del 23 marzo e vedrà poi una internità alla dimensione globale dei movimenti che nutre all’inizio l’approccio della Fiom, la categoria più combattiva e spostata a sinistra, ma che si espande anche in altre categorie, come la Flc. La segreteria Fiom di Maurizio Landini, ad esempio, fa proprio il metodo della «coalizione sociale» tra il 2010 e il 2015 valorizzando proprio una dinamica di convergenza con i movimenti che solo in parte verrà riproposto con la sua segreteria della Cgil dal 2019. Ci sarà l’esperienza della Via Maestra che sembra più efficace su temi istituzionali e costituzionali, ma meno profonda sui temi sociali più caldi, a partire da salario e precarietà. Ma la Cgil in ogni caso, a meno di ripensamenti successivi all’uscita dalla segreteria di Landini, è forse il soggetto che più ha risentito di quella stagione di movimento. E poi ci sono le associazioni, i movimenti, diversi tra loro, che esistevano allora, che hanno resistito, che oggi riemergono con l’iniziativa No Kings, in larga parte sovrapponibile con quello che si mobilitò nei primi anni 2000. E, a conclusione di questa panoramica, si può dire che il filo rosso della continuità e della perseveranza sia  stato tenuto proprio da questi soggetti, a fasi alterne, con prestazioni diverse tra loro, ma con una capacità di tenere il punto e il passo. Oggi abbiamo strutture come l’Arci, gran parte del mondo dei centri sociali, nel tempo evoluto, settori di sindacalismo, Cgil e non, movimenti nuovi come Non una di meno, l’ecologismo, il mutualismo conflittuale, che sperimentano – anche qui a fasi alterne – il metodo della convergenza e che tengono vive le critiche al neoliberismo e alla guerra articolando programmi per un’alternativa.  La continuità di Genova è soprattutto in questa vitalità residua che aspetta ancora, però, di legarsi alla nuova generazione che al tempo di Genova non era ancora nata. Questa nuova generazione politica ha fatto il suo primo debutto in piazza nelle giornate di solidarietà con la Global Sumud Flotilla, ha sperimentato le dinamiche della politica con il voto al referendum nel marzo 2026, ha messo alla prova la propria indignazione e sta cercando di capire come dispiegare la propria volontà di impegno sociale. Che non vorrà dire automaticamente impegno politico o elettorale come in molti si illudono.  Sta alle scelte che faranno i movimenti sociali organizzati, alla difesa della loro autonomia, alla capacità di mantenere viva la critica e, anche, di costruire un immaginario di cambiamento, che una nuova fase politica potrà nascere recuperando quel patrimonio di 25 anni fa e dandogli così gambe nuove. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).  SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! L'articolo Quel che resta di Genova proviene da Jacobin Italia.
July 18, 2026
Jacobin Italia
Richard Pryor e la «parola con la N»
Elizabeth Stordeur Pryor fa, nel mondo accademico e come autrice di saggi, ciò che suo padre, Richard Pryor, ha fatto attraverso la comicità. Durante il suo periodo di massimo splendore negli anni Settanta e Ottanta, Pryor è stato un comico, attore e sceneggiatore pioniere che ha coraggiosamente aperto la strada a nuovi modi di discutere e affrontare il tema della razza sul palco e sullo schermo. Pryor è stato la dimensione comica del Black Power, spesso al fianco di Gene Wilder in commedie e nel ruolo di un eroe della classe operaia in Tuta blu (1978) di Paul Schrader. In quello che potrebbe essere definito l’«errore Pryor», Richard usava spesso la parola «negro» nei suoi sketch, finché un evento drammatico non lo portò a ripudiarne l’uso. Ora, in Something We Said: Richard Pryor, a Notorious Word, and Me (37ink, 2026), sua figlia Elizabeth Stordeur Pryor decostruisce la storia e l’etimologia di quella famigerata parola, intrecciandola con un racconto personale della sua infanzia trascorsa con una leggenda di Hollywood, e narrando al contempo la storia del padre problematico, che trasformò i racconti della sua infanzia in un postribolo in umorismo di attualità che influenzò il dibattito nazionale sulle dinamiche razziali e di genere. Elizabeth Stordeur Pryor, professoressa di storia allo Smith College, è stata intervistata telefonicamente da Oakland. Something We Said è un libro unico che unisce uno sguardo dietro le quinte della vita di una celebrità, le tue memorie personali, la storia di una problematica sociale e il modo in cui tutti questi elementi si intrecciano. Ho tratto ispirazione da molti libri diversi: Wild di Cheryl Strayed , perché ho adorato il modo in cui riusciva a vivere nel presente e a richiamare il passato; Caste e The Warmth of Other Suns di Isabel Wilkerson, dove l’autrice torna indietro nel tempo, introducendo personaggi, rivelandone la storia e l’interiorità. Da qui è nata l’idea di fondere tutte queste storie. E poi, In the Wake: On Blackness and Being di Christina Sharpe. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO «AMERICAN FICTION» RIAPRE IL DIBATTITO Eileen Jones Qual è l’origine di Something We Said ? Nel semestre primaverile del 2010, ero al secondo semestre del mio primo anno di insegnamento allo Smith College, come professoressa di storia da poco assunta. Stavo tenendo una lezione sulla Guerra civile e in particolare sul Fugitive Slave Act, quando uno studente mi chiese se avessi visto Mezzogiorno e mezzo di fuoco, cosa che mi spiazzò completamente, perché non avevo mai parlato ai miei studenti del fatto che mio padre fosse Richard Pryor. Ebbi la sensazione che lo studente stesse cercando di rivelare che fossi sua figlia, perché mio padre aveva scritto, insieme a Mel Brooks, quella commedia satirica del 1974 sul tema razziale. Quindi dissi di averlo visto, ma non era vero. Se l’avessi visto, probabilmente avrei interrotto bruscamente il racconto. Ha citato una battuta del film che, senza dubbio, è stata scritta da mio padre, in cui si usava un termine dispregiativo per le persone di origine cinese e la parola «negro», e gli studenti hanno sentito gli insulti. In quel momento sono rimasta profondamente scossa. È stato come se due mondi si fossero scontrati. La mia storia personale con quella parola, come persona birazziale ed ebrea, nonché figlia di Richard Pryor, e come professoressa universitaria che cercava di insegnare queste storie in modo consapevole, perché a volte possono essere scomode. Può essere molto forte quando le si insegna, e non lo avevo ancora capito del tutto. Inoltre, la storia della parola stessa. Mi sono chiesto: so davvero cosa significa? Ha lo stesso significato di allora? Come posso approfondire la sua storia? Più mi addentravo in quella storia, più il nome di mio padre continuava a emergere per via del suo lavoro pionieristico negli anni Settanta e della sua disponibilità a usare quella parola per costringere il pubblico a confrontarsi con il proprio razzismo. Nel tuo libro scrivi che Richard ti aveva ingaggiato per lavorare alla sua autobiografia, ma eri bloccata e non potevi. Pensi che Something We Said riesca finalmente a realizzare questo obiettivo? Lo penso davvero. Mi sembra una sorta di scusa, un modo per rimediare. Un modo per riallacciare i rapporti con lui, raccontare la nostra storia insieme e raccontare la sua. Spero che possa far conoscere la sua opera a un pubblico più giovane. Il semestre scorso ho tenuto un corso, L’America di Richard Pryor, e sono rimasta scioccata dal fatto che i miei studenti non sapessero chi fosse, nonostante l’importanza della sua voce negli anni Settanta. La «parola famigerata» nel sottotitolo del tuo libro è la parola con la N. Qual è l’etimologia di questa parola e la storia del suo utilizzo e del suo abuso? Il libro è diviso in tre parti: la storia del mio rapporto con mio padre e il modo in cui la parola si intreccia con esso; la storia del mio lavoro in classe; un’altra parte è dedicata alla storia, per dare un punto di riferimento alla storia della parola e poter così comprendere le altre parti del libro. Era il 1619 quando i primi venti africani furono rapiti e portati a Jamestown, e la parola fu applicata a loro. Divenne un’ideologia fondamentale per considerare le persone di colore come «diverse». La parola assume una connotazione davvero offensiva quando le persone di colore iniziano a ottenere la libertà. Negli anni Trenta dell’Ottocento, nel Nord prebellico, rappresenta un vero e proprio attacco alla libertà, alla mobilità, alla prosperità e alla partecipazione economica e politica dei neri. Quando le persone non sono più schiavizzate, la parola le intrappola come una catena. Perché ora ci sono oratori straordinari, invitati a cene da grandi personalità americane, che vengono chiamati con questo termine. Funge da guardiano nello spazio pubblico, tenendo fuori i neri, come uno strumento di segregazione. E si evolve in violenza. Ho anche scoperto che, quasi dalla fine del Settecento, le persone non bianche se ne stavano riappropriando e usandola come strumento di sovversione e protesta nel loro linguaggio per parlare di sé stesse, un po’ come si sente nell’hip-hop. Non furono mio padre, né importanti scrittori neri degli anni Settanta, né gli intellettuali del Black Power a iniziare a usare la parola «negro» in questo modo; loro si basavano su secoli di tradizione orale di protesta. I comici erano degli storici. Non si limitavano a inventare storie sulle loro vite, ma le collegavano a una storia più ampia. Comprendevano il contesto della loro esperienza come uomini neri. LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO «ALWAYS DO THE RIGHT THING» Bruno Walter Renato Toscano Parli di due significati e pronunce differenti della parola «negro». Si tratta di un’espressione che i giovani statunitensi hanno iniziato a usare quindici, vent’anni fa: la parola «negro» con la «r» dura e quella con la «a» dolce. Queste parole hanno due significati. La «r» dura è la versione bianca e razzista, l’ultima parola pronunciata da chi viene linciato, usata durante la schiavitù e in casi di brutalità poliziesca. L’altra è la versione che mio padre usava più spesso, ed era presente nel titolo di due dei suoi album vincitori di Grammy Award. Anche se mio padre la scriveva esattamente allo stesso modo, l’essenza della parola significava una sorta di cameratismo. Chi è autorizzato a usare la parola «negro»in pubblico e in privato, e perché? C’è un libro che ha praticamente questo titolo, The N Word di Jabari Asim. L’autore affronta proprio questa questione, e credo sia importante. Per me, i dibattiti polemici su chi dovrebbe o non dovrebbe usare quella parola raccontano solo una parte della storia. Quello che volevo fare era andare più a fondo. Per quanto mi riguarda, ovviamente, penso che se si sta rivolgendo un insulto a qualcuno, non si ha alcun diritto di usare quella parola. Non credo sia possibile, a meno che non si provenga da un’esperienza molto particolare. Io non provengo da quell’esperienza, e sono una persona di colore. Bisogna provenire da un’esperienza molto particolare perché quella parola possa essere pronunciata in modo autentico. Mi piace ribaltare la prospettiva e chiedermi: perché questa parola ha un significato così profondo per le persone di colore, per artisti neri come mio padre e per gli artisti hip-hop? Se è una parola di protesta contro l’ingiustizia e la disuguaglianza, allora continuerà ad avere un significato finché questi sistemi rimarranno in piedi. Richard Pryor usava il termine dispregiativo «negro»nei suoi spettacoli di cabaret, nei film e nei titoli dei suoi album. Lei scrive che il suo uso di questo termine era «qualcosa di audace e innovativo» e che rappresentava «la voce di una generazione nera». Come e perché lo usava? Non ne ho mai parlato con mio padre. È una delle tante cose che vorrei poter fare con lui. Come storica, sento di poterne parlare. Nel 1967, mio padre ebbe un momento di illuminazione. Si stava esibendo davanti a un pubblico che non avrebbe accettato sua nonna tra gli spettatori. Disse di non voler più fare la comicità di facciata che pensava lo avrebbe reso famoso. Lasciò cadere il microfono, uscì di scena a Las Vegas e iniziò a raccontare la verità, parlando delle esperienze reali vissute in famiglia. Il modo in cui usa la parola «divertente» è divertente, ma costringe il pubblico a confrontarsi con i propri problemi. In particolare, se si tratta di un pubblico bianco, con il proprio razzismo. Li stava invitando a far parte del suo mondo nero, anziché essere lui ad andare nel loro mondo bianco. Alla fine Richard ha ripudiato la parola «negro». Perché? Nel 1979 andò in Africa. In Kenya, fece un bilancio della sua vita. Era circondato da persone di colore che svolgevano i lavori più umili e gestivano il paese. In quel contesto, al di fuori della supremazia bianca degli Stati uniti, non gli venne nemmeno in mente di usare la parola «negro», perché non aveva alcun significato nel contesto del mondo nero in cui si trovava. Dopo quell’esperienza, disse: «Non chiamerò mai più un uomo di colore con la parola ‘negro’». Ci volle quel viaggio internazionale per capire che essere neri negli Stati uniti non era l’unica esperienza che una persona di colore potesse vivere. In un suo spettacolo di cabaret disse: «Mi ha colpito come un fulmine, ho pianto». Fu un’esperienza davvero potente per lui. E non l’ho mai più sentito usare quella parola per rivolgersi a qualcuno. Parlaci del tuo corso allo Smith College dedicato a tuo padre. È stata davvero un’esperienza incredibile. In parte storia familiare, in parte analisi del suo lavoro. È stato profondo vedere la sua comicità attraverso gli occhi degli studenti. Nel film Live in Concert del 1979 , ha praticamente inventato il film concerto, lo speciale comico, il genere. Passa circa metà del film a parlare di Macho Man, prendendosi gioco della propria mascolinità e della mascolinità tipica in generale. Gli uomini non lo facevano, non si prendevano gioco della propria virilità e avevano bisogno di sentirsi superiori alle donne. I miei studenti lo sottolineano perché spesso riflettono su genere e sessualità, e lo hanno davvero ritrovato nel suo lavoro. Come ricordi come padre? Quello che ho amato di più nello scrivere il libro è stato poter riaccendere tutta quella tenerezza. Ero pazza di mio padre. Non poteva davvero farmi del male, nemmeno quando lo faceva. Lo ammiravo, lo stimavo e gli volevo un bene dell’anima. Non era sempre presente, ma quando c’era, era davvero intenso. Non ho dubbi che desiderasse ardentemente essere un buon padre, per tutti i suoi sette figli; era una cosa che contava moltissimo per lui. *Elizabeth Stordeur Pryor è professoressa di storia allo Smith College. Ed Rampell è uno storico e critico cinematografico di Los Angeles, ha scritto Progressive Hollywood: A People’s Film History of the United states (Disinformation Books, 2005). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Richard Pryor e la «parola con la N» proviene da Jacobin Italia.
July 17, 2026
Jacobin Italia
Che tipo di lavoro abbiamo?
C’è un aspetto del XXIV Rapporto annuale dell’Inps, presentato il 9 luglio scorso, che è stato finora sottovalutato, ma che aiuta a cogliere la qualità della composizione del lavoro in Italia e anche a risolvere la questione di come e perché sia aumentata l’occupazione.  Si tratta della presenza nella massa del lavoro dipendente di una quota davvero rilevante di lavoro parziale, sia esso part-time o part-year, quindi stagionale o a tempo, che descrive una condizione del lavoro salariato per certi versi inedita. Ma c’è poi un’analisi offerta dall’Inps ancora più interessante, laddove si scompone la forza lavoro in «uomo-anno», cioè in lavoro pieno annuale, corrispondente a 260 giornate lavorative (quanto resta dai 365 giorni annuali dedotti i due giorni di riposo settimanali): questa descrizione getta uno sguardo crudo sia sulla dimensione del lavoro parziale, precario o meno, sia sulla contraddizione tra crescita dell’occupazione e stagnazione del reddito da lavoro dipendente e conseguente stagnazione del Prodotto interno lordo.  I lavoratori dipendenti considerati dall’Inps, esclusi gli agricoli, sono circa 20,8 milioni. Prima di addentrarsi nell’analisi accennata, già si può aggiungere un’altra radiografia importante: la crescita del lavoro straniero che è ormai il 14,5% del totale, un dipendente su sette. L’incremento è tutto attribuibile alla componente extracomunitaria, passata da 1,7 milioni nel 2019 a 2,5 milioni nel 2025, mentre la componente comunitaria, soprattutto composta da rumeni, si è ormai stabilizzata attorno a mezzo milione di unità. Ma è aumentata anche l’intensità di impiego: per gli extracomunitari si è passati da 217 giornate retribuite nel 2019 a 224 nel 2025, per i comunitari da 214 a 233. Il lavoro immigrato incide in misura molto superiore alla media (25%) nell’industria leggera del made in Italy (tessile-abbigliamento-pelli-cuoio-legno-mobile), delle costruzioni (28,3%), dei servizi di alloggio e ristorazione e dei servizi di supporto (tra cui il lavoro somministrato, le attività di vigilanza, pulizie, servizi per il paesaggio). Valori elevati, tra il 15 e il 20%, anche per altri importanti comparti manifatturieri (metalmeccanica, alimentari), per i trasporti-magazzinaggio e per altre attività di servizio.  Si tratta di una crescita impetuosa negli ultimi anni, superiore in termini percentuali alla crescita media degli occupati, e che segnala una discrasia tra il discorso pubblico razzista e anti-immigrati e quello che accade nelle profondità dell’economia reale (nel «laboratorio segreto» della produzione, avrebbe detto Marx). La maggioranza dei dipendenti opera nel settore privato. Nel settore privato non agricolo i dipendenti sono circa 17,7 milioni nel 2024, con una crescita del 2%. Il pubblico impiego, con i suoi 3,7 milioni di dipendenti ha un peso molto minore rispetto a paesi europei analoghi e presenta una struttura mediamente più anziana rispetto al settore privato. Segno che il ricambio generazionale ancora non c’è stato e non si vedono segnali in questa direzione. Per quanto riguarda le categorie, l’Inps segnala che nel settore privato la gran parte del lavoro occupato è operaio, con il 56% dei dipendenti; gli impiegati sono circa il 37%, mentre seguono quote ridotte e marginali per apprendisti, quadri e dirigenti. Evidente, ancora, il gap occupazionale tra uomini e donne, con i primi che rappresentano il 57% dei dipendenti. Gap che si ripercuote bruscamente sulle retribuzioni: nel 2024 la retribuzione media annua nel settore privato è stata circa 27.967 euro per gli uomini contro 19.833 euro per le donne: al netto di contributi e imposizione fiscale parliamo di circa 1.500 euro al mese per gli uomini e di 1.100 euro per le donne. Alla faccia di un paese ricco e membro del G7. Sempre per restare al quadro generale, l’occupazione è concentrata nel Nord-Ovest per circa il 31,4%, nel Nord-Est per il 23,3%, al Centro con il 20,7% e al Sud per il 17,2%.  LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia L’UOMO-ANNO Quando si passa alla definizione dei dati utilizzando la categoria «uomo-anno», così indicata dall’Inps (che non utilizza un linguaggio orientato al genere), il quadro si fa mosso.  Per capire di cosa parliamo, è lo stesso rapporto a darci l’esplicitazione dei criteri utilizzati. I circa 20,8 milioni di lavoratori dipendenti complessivi si suddividono, come abbiamo visto, in 17,7 milioni nel privato non agricolo con una media di 247 giornate retribuite annue. Nel pubblico i lavoratori sono circa 3,74 milioni, con 283 giornate medie retribuite. L’Inps però offre un’analisi diversa affiancando al numero di dipendenti nell’anno, le giornate retribuite nel mese. In questo modo, i dipendenti privati, che in media mensile erano circa 12,9 milioni nel 2018, saranno 14,6 milioni nel 2024. Si tratta, ripetiamolo, di retribuzioni percepite mensilmente, con scarti importanti tra i mesi di picco lavorativo (giugno nel settore privato) e quelli di minor utilizzo.  Su questi dati l’Inps opera ancora un altro affinamento utilizzando, in alternativa al numero di dipendenti mensili, «la somma nell’anno del numero di giornate retribuite ogni mese». Il calcolo si basa sullo standard di 26 giornate mensili come numero massimo retribuibile e quindi portando a 312 giornate retribuite come il valore di un anno pieno, caratterizzato da continuità lavorativa. «Dividendo per 312 la somma del numero di giornate retribuite ogni mese, scrive l’Inps, si ottiene una misura normalizzata del volume di lavoro, espressa in anni-uomo». Un dipendente che nel corso dell’anno abbia ricevuto 78 giornate retribuite equivale a 0,25 anni-uomo, mentre se le giornate retribuite sono state 273 equivarrà a 0,875 anni-uomo. Il pregio di questa categorizzazione, rispetto al numero di ore lavorate, è quello di non neutralizzare la tipologia oraria contrattuale (tempo pieno/tempo parziale). Rifacendo i calcoli, quindi, i dipendenti privati, che in media mensile sono circa 14,6 milioni nel 2024, «ricalcolati in termini di anni-uomo risultano pari a circa 13,6 milioni» crescendo di 1,6 milioni rispetto al 2018. Oltre al lavoro a tempo determinato è cresciuto di molto il lavoro stagionale (+65%) e intermittente (+30%). Da considerare anche che il lavoro a tempo indeterminato ha beneficiato della forte crescita, dall’11 al 35%, del lavoro in somministrazione «anche grazie ai maggiori vincoli introdotti dal Decreto Dignità sulla somministrazione a tempo determinato».  Ma questa nuova categorizzazione permette anche di avere un quadro immediato della segmentazione del mercato del lavoro tra il segmento «primario» nel quale rientrano i cosiddetti insiders, lavoratori con maggiore stabilità contrattuale, elevati livelli di istruzione ed esperienza, alti salari. «Nel segmento secondario ci sono viceversa i cosiddetti outsiders rappresentati dai lavoratori con basse retribuzioni, scarsa sicurezza del posto di lavoro, poche possibilità di carriera». Il rapporto si propone così di dare una «quota del volume di lavoro caratterizzata da continuità oraria e/o contrattuale», procedendo per passaggi successivi: «i lavoratori a tempo indeterminato (al netto di apprendistato e somministrazione) misurati in anni-uomo passano da 9,5 milioni nel 2018 a 10,9 milioni nel 2024 di cui circa il 75% a tempo pieno e il 25% a tempo parziale (in larga maggioranza donne)». Si verifica quindi che «i soli lavoratori a tempo indeterminato e a full-time, ammontano nel 2024 a 8,1 milioni», il che comporta che il mercato primario rappresenta nel 2024 il 60% del totale. Ma se invece si includono sia l’apprendistato, che dal punto di vista normativo viene definito a tempo indeterminato, sia i lavoratori assunti a tempo indeterminato dalle aziende di lavoro in somministrazione, si ha una «definizione allargata» di segmento primario che arriva a 11,5 milioni di anni-uomo nel 2024, quindi l’85% del totale.  Gli outsider, quindi, possono variare dal 15 al 40% a seconda della definizione «ristretta» o «allargata» del mercato primario, quello degli stabili. In ogni caso, l’Inps nota che dal 2018 al 2024 la quota degli outsiders è calata dal 16,2 al 15,4%, quindi solo dello 0,8% in otto anni, ma è aumentata nel meridione passando dal 17,1% al 20,5%, principalmente a causa alla crescita del lavoro a tempo determinato e delle attività stagionali. Il mercato del lavoro italiano quindi appare relativamente stabile se si contano i contratti: 14-15 milioni di persone hanno un rapporto a tempo indeterminato. Ma in termini di quantità effettiva di lavoro, adottando una definizione «ristretta» del mercato primario, si nota che una quota consistente dei rapporti, almeno il 40%, non è stabile e pienamente retribuito.  Questa composizione differisce a seconda dei settori indicando così che la precarietà italiana non è distribuita uniformemente: «è concentrata soprattutto nei settori a bassa produttività e ad alta stagionalità (turismo, commercio, alcuni servizi), mentre industria, sanità e amministrazione pubblica hanno una maggiore intensità annuale del lavoro», cioè più giornate retribuite. L’Inps segnala infatti che nel 2024 il lavoro intermittente ha coinvolto circa 759 mila persone e la somministrazione circa 915 mila, evidenziando che queste forme sono una componente significativa ma concentrata del mercato del lavoro.  LEGGI ANCHE… LAVORO UNA FLOTILLA ANCHE PER IL SALARIO Salvatore Cannavò La situazione si riflette ovviamente sulla dinamica salariale. Abbiamo visto le retribuzioni medie annue di dipendenti uomini e donne: la media complessiva annuale propone un reddito medio per i dipendenti privati di 24.486 euro, con 247 giornate retribuite medie; nel pubblico la media è circa 35.350 euro con 283 giornate retribuite. Se facciamo il calcolo per anni-uomo, si può invece verificare quanto reddito da lavoro dipendente lordo annuo viene generato per ogni lavoratore equivalente a tempo pieno. È una misura «più utile della semplice retribuzione media per persona perché corregge l’effetto di: part-time; stagionalità; periodi lavorati inferiori ai 12 mesi; settori con molti contratti brevi». Le retribuzioni più alte si verificano nel settore della Energia, utilities con 45–55mila euro per giornate piene annue, seguita da Finanza e assicurazioni con 45-50 mila euro e da Industria e manifattura 38-43 mila. La Pubblica amministrazione (37-40 mila) e la Sanità (38-42 mila) si confermano anche con quote alte di retribuzioni su giornate piene annue, mentre a valori medi si collocano i Trasporti e la Logistica (34-38 mila) e le Costruzioni (32-36 mila). Più basso il Commercio (30-34 mila) e nella fascia bassa il Turismo e ristorazione (28-32 mila) e Altri servizi personali (28-33 mila). «Se guardiamo solo le teste, turismo e commercio sembrano grandi settori: commercio circa 3 milioni di dipendenti; turismo circa 1,5 milioni. Ma in termini di lavoro pieno equivalente producono molto meno perché hanno: molti part-time; contratti stagionali; meno mesi lavorati. La precarietà non è così solo un problema contrattuale: è spesso il risultato di settori dove il lavoro è strutturalmente frammentato».  Infine, se vogliamo capire quali settori sostengono maggiormente il reddito nazionale e componiano una piramide del lavoro italiano come combinazione di numero di lavoratori dipendenti (teste); lavoro effettivo prodotto (tempo pieno annui); reddito da lavoro dipendente per tempo pieno e valore aggiunto prodotto dal settore, si può notare che l’industria manifatturiera pesa molto più di quanto sembri: i suoi circa 3,8 milioni di dipendenti hanno un’alta continuità lavorativa, mentre la grande massa occupazionale del commercio e servizi impiega molti lavoratori, ma con molto lavoro part-time, carriere discontinue, salari medi più bassi. Il turismo è il caso più evidente: con circa 1,5 milioni di persone coinvolte occupano meno di un milione a tempo pieno effettivo annuo con un lavoro frammentato e una potenza economica del lavoro molto più bassa.  La fotografia più corretta dell’Italia 2024 non è quindi quella che fotografa «20,8 milioni di dipendenti» ma che somma circa 16 milioni di lavoratori equivalenti a tempo pieno, pilastri di un settore economico in cui sono cruciali industria e servizi avanzati mentre turismo e commercio incidono molto meno. Questa condizione si riflette, ad esempio, sui settori che sostengono il sistema previdenziale che deve i maggiori introiti contributivi all’industria privata, al pubblico impiego e ai servizi qualificati. I settori con molte «teste» lavorative ma meno salari e contributi bassi e saltuari costituiscono invece la causa dello squilibrio e potenzialmente anche contraddizioni più forti nello stesso mondo del lavoro.  Mai come ora quando si tratta di lavoro bisogna saper contare bene. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Che tipo di lavoro abbiamo? proviene da Jacobin Italia.
July 16, 2026
Jacobin Italia
Marx e l’intelligenza artificiale
Quali sarebbero, dal punto di vista marxista, i probabili effetti di un’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia? A prima vista, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Karl Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o le nostre aspettative. L’intelligenza artificiale implica l’introduzione di tecniche di produzione estremamente intensive di capitale o, per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica di capitale molto elevata. In altre parole, l’intelligenza artificiale implica un rapporto c/v molto elevato. Ovvero, il rapporto tra il capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v). Se la presenza di lavoro è scarsa e, forse nei casi di produzione completamente automatizzata, prossima allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere scarso o prossimo allo zero. Indipendentemente dal livello di sfruttamento, un v molto piccolo implica un s (plusvalore) molto piccolo. Stabiliamo quindi che il tasso di profitto [ s /( c + v )] deve essere anch’esso molto basso, in accordo con una delle più famose «leggi dello sviluppo capitalistico» di Marx, ovvero la tendenza del tasso di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi a maggiore intensità di capitale. Nel caso di una produzione quasi completamente automatizzata, il tasso di profitto deve diventare zero o essere prossimo allo zero. Come ci dicono Marx, Joseph Schumpeter e il buon senso, un capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità. I capitalisti non investiranno se il loro rendimento atteso è pari a zero. Pertanto, la tendenza del tasso di profitto a diminuire segna la fine del capitalismo. LEGGI ANCHE… ECONOMIA «NON C’È NESSUNA ETÀ DELL’ORO DEL CAPITALISMO» Branko Milanovic - Pablo Pryluka Molto prima che l’intelligenza artificiale facesse la sua comparsa, questa era l’idea discussa dagli economisti marxisti dei primi del Novecento, come Rosa Luxemburg e Henryk Grossman. Essi prevedevano che i capitalisti, attraverso la competizione, avrebbero portato a processi produttivi sempre più intensivi in termini di capitale. La logica di base era che ogni sostituzione del lavoro con le macchine riduceva i costi per le singole imprese, ma che, con l’adozione universale di queste tecniche, si sarebbe assistito a una riduzione del plusvalore e, di conseguenza, del tasso di profitto complessivo. L’intelligenza artificiale porterà dunque alla fine del capitalismo? Questa ipotesi non sembra conciliarsi con i fatti e con le aspettative di profitti non inferiori, bensì superiori, derivanti dall’introduzione dell’Ia. Marx aveva completamente torto? Forse no. Per comprenderlo, consideriamo l’economia composta da due settori. In primo luogo, il settore con una composizione organica di capitale molto elevata, esattamente come lo abbiamo descritto. Ora, ipotizziamo che l’automazione totale della produzione in questo settore crei una domanda di produzione di beni e servizi che solo il lavoro umano in carne e ossa può svolgere, o in cui il lavoro umano in carne e ossa è superiore all’intelligenza artificiale: si pensi alle attività di cura, allo sport, all’assistenza infermieristica, alle abilità culinarie di alto livello, alla formazione degli allenatori, al lavoro di barista, alla scrittura creativa e a una moltitudine di altre attività che – proprio perché alcune di esse possono essere svolte in modo approssimativo dall’intelligenza artificiale – acquisiranno sempre più valore se eseguite da un lavoro umano in carne e ossa e qualificato. Migliaia di insegnanti potrebbero essere sostituiti dall’intelligenza artificiale, ma la domanda di insegnanti veramente bravi, in grado di superare l’intelligenza artificiale, aumenterà. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia Successivamente, si svilupperà un secondo settore, l’esatto opposto del settore completamente automatizzato. Esso sarà caratterizzato da una bassa composizione organica del capitale: il capitale costante (c) sarà esiguo rispetto al capitale variabile (ovvero, rispetto alla quantità di capitale impiegato e pagato sotto forma di salari). A differenza del settore automatizzato, genererà un’enorme quantità di plusvalore. Come sappiamo, nel capitalismo i beni e i servizi non vengono venduti al valore del lavoro, bensì ai prezzi di produzione che equilibrano i tassi di profitto nei settori ad alta e bassa intensità di lavoro (ovvero, nei settori con diversa composizione organica del capitale). Ciò significa che, in equilibrio, l’ammontare del profitto nel settore automatizzato sarà proporzionale all’enorme quantità di capitale impiegato in tale settore. Pertanto, il profitto del nostro settore automatizzato non sarà trascurabile come sembrava inizialmente, considerandolo isolatamente e ipotizzando che l’intera economia fosse composta unicamente da esso. Al contrario, il tasso di profitto potrebbe aumentare, poiché la sostituzione del lavoro in un settore è accompagnata dalla creazione di processi produttivi ad alta intensità di lavoro in altri settori. In parole semplici: mentre una parte dell’economia opererà esclusivamente con le macchine (dove nel termine «macchina» includo l’intelligenza artificiale), un’altra parte dell’economia sarà molto più ad alta intensità di lavoro, probabilmente anche più di oggi. Ciò a sua volta significa che i profitti nel settore dell’Ia potrebbero essere elevati, ma solo se la crescita di tale settore è accompagnata da una crescente domanda di beni e servizi prodotti dal lavoro umano e quindi dall’emergere di questo secondo settore. Se il settore dell’Ia assorbirà l’intera economia, allora, secondo le analisi marxiste, il tasso di profitto tenderà a zero. Anche nell’ambito dell’analisi neoclassica, questo sarebbe l’esito, perché una produzione completamente automatizzata che non impiega affatto lavoro implica salari totali pari a zero o prossimi allo zero, e diventa incerto a chi potrebbe essere venduta l’abbondanza derivante dalla nuova produzione. Pertanto, l’abbondanza generata dall’Ia porta, anche in un mondo neoclassico (in assenza di un’enorme redistribuzione a favore di chi non lavora), a una domanda aggregata insufficiente e di conseguenza a un tasso di profitto prossimo o uguale a zero. Nel mondo neoclassico, come in quello marxista, l’ascesa dell’Ia deve essere accompagnata da un aumento equivalente delle attività ad alta intensità di lavoro per mantenere l’economia in equilibrio ed evitare che la domanda aggregata e il tasso di profitto si riducano a zero. LEGGI ANCHE… DIGITALE NAZIONALIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Dustin Guastella In sintesi: sia nel mondo marxista che in quello neoclassico, un’economia composta unicamente da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo. Nel primo caso, perché il plusvalore prodotto e quindi il profitto sono pari a zero; nel secondo caso, perché una domanda aggregata insufficiente porta a profitti nulli. La situazione può essere «salvata» solo attraverso un aumento equivalente di un settore ad alta intensità di lavoro o mediante una massiccia redistribuzione a favore di chi non lavora. Pertanto, intravediamo un futuro per il lavoro meno fosco di quanto alcuni sostengano. Le attività in cui il lavoro non può essere sostituito dall’intelligenza artificiale fioriranno. L’intelligenza artificiale porterà a una generale dequalificazione del lavoro o no? A prima vista, sembrerebbe che l’Ia porterà a una dequalificazione del lavoro semplicemente perché molte competenze (come l’informatica, lo sviluppo di software, la scrittura e persino la matematica) diventeranno superflue, potendo essere svolte dalle macchine. Tuttavia, questo processo potrebbe essere, ed è probabile che lo sia, controbilanciato dalla creazione di occupazioni in cui le competenze lavorative supereranno il livello attuale, semplicemente perché dovranno essere superiori ai livelli di competenza prodotti dall’Ia affinché le persone desiderino acquistare tali prodotti e servizi. Pertanto, mentre una parte della forza lavoro potrebbe soffrire di una perdita di competenze o, per dirla francamente, di un impoverimento culturale, un’altra parte diventerà più sofisticata e molto più qualificata. Per rimanere competitiva, dovrà competere più con le macchine che con gli altri esseri umani. Ma finché crediamo nell’adattamento umano, possiamo pensare che ci sarà sempre un segmento di lavoro umano in grado di fare cose che le macchine non possono fare, o, anche laddove lo stesso risultato sia prodotto da entrambi, che sarebbe più apprezzato (e quindi più valorizzato) se realizzato da un essere umano piuttosto che da un’intelligenza artificiale. È improbabile che una pattinatrice sul ghiaccio altrettanto brava, generata da un’Ia, venga apprezzata quanto una pattinatrice umana. Almeno, non dagli esseri umani. *Branko Milanovic, tra i più noti esperti internazionali sul tema della disuguaglianza, è professore alla City University of New York. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. Per approfondire … L’intelligenza artificiale e la nostra Acquista il numero della rivista L'articolo Marx e l’intelligenza artificiale proviene da Jacobin Italia.
July 15, 2026
Jacobin Italia
L’ex Gkn salpa in mare aperto
«Non abbiamo mai promesso la vittoria, perché la vittoria non dipende soltanto da noi. Abbiamo però promesso che non ci sarebbero stati resa né rassegnazione, e che saremmo andati avanti ‘fino a che ce ne sarà’. Rinnoviamo oggi quell’impegno. E, se dovessimo fallire, falliremo meglio». Con queste parole, davanti a più di 600 persone che, a quel punto, hanno intonato emozionate l’ormai storico coro della fabbrica, si è conclusa domenica 12 luglio l’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), la cooperativa degli operai del Collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio che ha deciso di far partire la reindustrializzazione dal basso dando vita alla prima fabbrica socialmente integrata della storia del nostro paese. GIRO DI BOA Dopo 1.829 giorni di presidio permanente, la lotta più lunga della storia del movimento operaio, quella degli operai metalmeccanici dell’ex Gkn, è arrivata al giro di boa.    Dopo aver bloccato i licenziamenti; aver portato in parlamento una legge contro le delocalizzazioni; aver chiesto un intervento pubblico per continuare a produrre semiassi per automezzi; aver fatto un piano industriale ecologico alternativo grazie alle competenze solidali; aver chiesto al Comune la dichiarazione di pubblica utilità dell’area della fabbrica; e aver costretto la Regione Toscana ad approvare una legge per la costituzione di consorzi di sviluppo industriale, adesso gli operai si rimettono finalmente al lavoro. E lo fanno in completa autogestione, anche perché nel frattempo sia il capitale che le istituzioni pubbliche, a ogni livello, sono scomparse. O meglio, hanno creato un vuoto che sarà più facile da riempire con la speculazione immobiliare.   L’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), 12 luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa In questi 60 mesi di presidio gli operai hanno vissuto 15 mesi senza stipendio (che ancora lottano in tribunale per riavere) e altri 15 mesi con sussidio di disoccupazione (Naspi). A questo vero e proprio assedio materiale si è aggiunta la strategia della «rana bollita», con il trascorrere del tempo utilizzato come arma per far morire di «morte naturale» questa incredibile resistenza operaia. Un tempo che ha logorato famiglie, sperperato denaro pubblico, fatto perdere alla vertenza compagni importanti e indebolito lo stesso Piano industriale elaborato dal basso.  «Si sono attivati meccanismi di conservazione del capitale e della politica che hanno finito per coagularsi contro di noi e che hanno provato a calcolare ogni variabile. L’unica che non avevano previsto era questa: che, dopo cinque anni, saremmo stati ancora qui», ha detto in assemblea Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica.  Questa lotta è stata infatti un imprevisto, capace di produrre entusiasmo, partecipazione, e nuovo immaginario collettivo, con libri, film, spettacoli teatrali e Festival letterari. Chiunque, in questi 5 anni, abbia messo piede in quel presidio di una fabbrica spenta ne è uscito rigenerato e diverso da prima. Sono stati 5 anni di generazione di energia collettiva, che si è vista anche al concerto e poi nel corteo notturno, come sempre a suon di tamburi, di sabato 11 luglio davanti alla fabbrica. Ora la generazione di energia rinnovabile diventa un vero e proprio progetto industriale. SALPARE Il piano industriale partirà il prossimo settembre ma non sarà quello previsto nell’ottobre 2024. Da allora infatti la vicenda del Consorzio industriale pubblico regionale – ottenuto dalla mobilitazione tramite una proposta di legge e interamente composto da istituzioni locali di Centrosinistra – si è trasformata in un vero e proprio calvario. Avrebbe dovuto rilevare l’immobile della fabbrica per metterlo a disposizione di un condominio di imprese con finalità di riconversione ecologica. Ma solo per farlo nascere si è dovuto attendere l’agosto del 2025. Altri cinque mesi sono poi incredibilmente passati per la nomina del revisore contabile. Così se la prima scadenza annunciata dal Consorzio era ottobre 2025, poi è diventata marzo 2026 e infine marzo 2027. Con dietro l’angolo ulteriori rinvii.  Il Piano presentato nel 2024 dagli operai prevedeva l’utilizzo di un milione e mezzo di euro di anticipo Naspi che invece, con il trascorrere del tempo, si è interamente consumata a fondo perduto. Contemplava poi un prestito di Banca Etica di 2 milioni e mezzo di euro, con una delibera condizionata alla partenza del progetto che è scaduta lo scorso 30 giugno. Includeva inoltre un accordo per la produzione e fornitura di pannelli fotovoltaici con l’azienda basca Mondragon corporation, anch’esso scaduto.  «Non ne possiamo più di istituzioni che ci dicono avete ragione ma non ci possiamo fare nulla – ha detto ancora Dario – Se non potete fare nulla significa che siete il nulla». LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO LETTERATURA E RIVOLUZIONE Giulio Calella Il Piano deve oggi necessariamente salpare, perché la Naspi sta finendo e le energie della lotta rischiano di disperdersi. A parte un nuovo prestito di 2 milioni che verrà chiesto in un secondo momento a Banca Etica, partirà grazie alla sola forza della campagna di azionariato popolare a cui hanno partecipato 2.000 soggetti, tra persone individuali e organizzazioni giuridiche, con un milione e 158 mila euro complessivi raccolti. La mobilitazione creata in questi anni è il capitale sociale della fabbrica. In assenza al momento della possibilità di utilizzare l’ex fabbrica Gkn, verrà affittato un capannone e partirà il nuovo progetto che prevede la produzione di cargobike (che impiegherà 5 operai), per poi avviare nei mesi successivi il lavoro di installazione di pannelli fotovoltaici (che occuperà 11 operai) in collaborazione con la fabbrica recuperata Gbm di Perugia, e un ulteriore partnership industriale per il riciclo dei pannelli (occupando 8 operai). A queste direttrici produttive si affiancherà anche un progetto di «reindustrializzazione alimentare», con emporio, birreria e pizzeria popolare in convergenza con alcune reti contadine. Così come viene confermata la «reindustrializzazione culturale», con il progetto del Polo di cultura working class da costruire intorno al Festival di letteratura che, comunque vada, abbiamo confermato in assemblea per aprile 2027.  In totale il progetto salpa con 25 operai impiegati, con l’obiettivo di arrivare a 50 nell’arco di tre anni, cercando dar vita con il tempo anche alla produzione di pannelli fotovoltaici prevista nel Piano originario.  «Stiamo partendo per un mare che non è il nostro. Nel mare del mercato tutto ciò che fai è sbagliato. Ma scendiamo in questo inferno per provare a distinguere ciò che inferno non è», ha detto Dario. Con la consapevolezza di essere solo una piccola barca. Ma anche con l’idea che una barca sola è una barca, ma tante piccole barche insieme possono diventare una Flotilla. Il corteo notturno di sabato 11 luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa PRESIDIARE «In questi 5 anni hanno più volte minacciato di sgomberare il nostro presidio. Alla fine usciamo noi da quella fabbrica per salpare e sgomberare chiunque è stato complice della nostra vicenda», ha detto ancora Dario Salvetti.  La discussione sulla tenuta del presidio davanti alla fabbrica ex Gkn è ancora in corso, ma far convivere la partenza della produzione con le energie che occorrono per la tenuta del presidio 24 ore su 24 è ovviamente molto difficile da ipotizzare. Il nodo è però delicato, sia per l’enorme impatto sull’immaginario collettivo che ha prodotto in questi 5 anni, sia perché, come ha sottolineato in assemblea un rappresentante del Sudd Cobas – il sindacato protagonista negli ultimi anni di vertenze fondamentali nel distretto industriale pratese –, quel presidio serve anche a fermare la speculazione immobiliare che stanno preparando nel territorio.  «La guerra di posizione ogni tanto devi abbandonarla se rischia di trincerarsi – ha risposto Dario – ma in ogni caso noi non molleremo la lotta sullo stabilimento. E sappiamo bene che quella lotta non è più solo la nostra». L’intenzione è rendere il presidio diffuso, sia attraverso qualche forma di prosecuzione del presidio esistente davanti alla fabbrica, sia attraverso i nuovi luoghi della produzione di Gff, con l’obiettivo di trasformarli in case del mutualismo conflittuale. LEGGI ANCHE… LAVORO GKN, LA LOTTA CHE NON POSSIAMO PERDERE Giulio Calella CONVERGERE, DAVVERO Tra le varie indelebili tracce di questi 5 anni di lotta c’è senza dubbio il metodo della convergenza.  Con l’attuale composizione di classe, con l’atomizzazione sempre più accentuata dell’esperienza lavorativa e sociale, e con l’indebolimento delle identità e delle organizzazioni collettive, nessuna lotta si salva da sola. Non è una semplice questione di solidarietà e generosità, ma un metodo essenziale per provare a incrinare i rapporti di forza esistenti. Qualsiasi percorso che procede coltivando l’illusione dell’autosufficienza è inevitabilmente destinato alla sconfitta.  È una lezione fondamentale di questa lotta, che fatica ancora a essere assimilata. Lo abbiamo visto lo scorso autunno: la convergenza intorno alla prima Flotilla per Gaza aveva prodotto l’enorme sciopero unitario del 3 ottobre e il movimento blocchiamo tutto, ma subito dopo sono tornati gli scioperi separati che hanno contribuito al riflusso della partecipazione. Nel frattempo qualcun altro si illude di aggirare i rapporti di forza sociali attraverso qualche scorciatoia elettorale.    In questi anni il Collettivo di fabbrica ha proposto e praticato decine di percorsi di convergenza e ha dato vita nel territorio alla Soms Insorgiamo, con energie solidali che si sono pian piano fuse nella lotta, dando un senso all’impegno politico sia di nuove generazioni di attivisti che di militanti dispersi nella diaspora della sinistra. Creando alleanze impensabili 5 anni prima.  L’assemblea del 12 luglio ha visto la convergenza di moltissimi movimenti e realtà organizzate. Occorre però andare oltre alla pur importante solidarietà. Ci sarebbe bisogno di una Soms Insorgiamo nazionale, in grado di trasformare i 2.000 azionisti in un movimento e in un motore di mutualismo conflittuale, mettendo in rete, in modo flessibile e su obiettivi concreti, singoli ed esperienze organizzate. Ad esempio con campagne nazionali per costruire comunità energetiche, supporto alla distribuzione alimentare, vertenze sulla speculazione immobiliare, mutuo aiuto per lotte sindacali, alleanze con i movimenti contro la guerra e il riarmo.  Serve insomma un vero e proprio ecosistema organizzativo, in grado di praticare un «pluralismo strategico flessibile», per usare le parole di Rodrigo Nunes. Nelle assemblee di convergenza occorre quindi raccontare meno le specificità dei percorsi di ognuno e pensare di più a come quelle stesse specificità si possono rafforzare a vicenda, valorizzando la complementarietà di competenze, tattiche, ruoli e funzioni di ciascuno. «Fuori dalla mobilitazione non c’è salvezza. Fuori dalla convergenza non c’è progetto. Ci impegneremo a ricostruire convergenze che si sono indebolite, a crearne di nuove», si legge nel documento finale approvato dall’assemblea. Fondamentali saranno i legami sociali, politici e umani costruiti finora. Ma per alimentare questa nuova fase ne serviranno di nuovi. Perché di fronte al nulla espresso sia dal capitale che dalle istituzioni, l’unica possibilità che abbiamo è dimostrare che noi saremo tutto. *Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. 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July 14, 2026
Jacobin Italia
Mentre Giorgia e Donald litigano, l’Italia fa il pieno di gas americano
Un meme su Truth che invoca un “ordine restrittivo” contro Giorgia Meloni. La premier che diserta la festa dell’Independence Day a Villa Taverna. Il gelo al vertice NATO di Ankara. Da settimane la telenovela tra Donald Trump e Giorgia Meloni riempie le cronache: il presidente americano accusa la premier italiana di aver “rifiutato di aiutare” gli Stati Uniti sull’Iran e sullo Stretto di Hormuz, lei risponde che “né io né l’Italia imploriamo nessuno” e sceglie la linea del silenzio. Uno scontro vero o una sceneggiata a beneficio delle rispettive platee? Difficile dirlo. Quel che è certo è che, mentre i due litigano, o fanno finta di litigare, i numeri raccontano una storia ben differente: mai l’Europa, e con lei l’Italia, è stata così dipendente dal gas americano. E la guerra in Medio Oriente, quella stessa su cui Trump rimprovera a Meloni di non aver fatto abbastanza, sta rendendo questa dipendenza ancora più profonda. E più costosa. Nel primo trimestre del 2026, il 63% dell’import europeo di gas naturale liquefatto (GNL) è arrivato dagli Stati Uniti, con un incremento non risibile rispetto al 57% dello stesso periodo del 2025. Ma il quadro è ancora più netto se si guarda al totale del gas, non solo a quello liquefatto: gli USA pesano ormai per il 29% di tutte le importazioni di gas dell’UE, e secondo l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA)[1] nel corso del 2026 supereranno la Norvegia, diventando il primo fornitore di gas dell’Unione in assoluto. Entro il 2028, il GNL a stelle e strisce potrebbe arrivare a coprire fino all’80% delle importazioni di GNL dell’UE. Il tutto con un dettaglio non trascurabile: in media, il GNL statunitense è il più caro tra quelli acquistati dai compratori europei. L’Italia fa la sua parte: nel solo 2025 ha speso circa 3,5 miliardi di euro in GNL americano.  C’è un’ironia amara nella polemica tra i due leader. Trump accusa Meloni di essersi tirata indietro sullo Stretto di Hormuz. Ma è stata proprio la chiusura di Hormuz il 4 marzo, dopo lo scoppio della guerra a fine febbraio, ad aver messo in ginocchio l’approvvigionamento europeo e italiano. L’impianto qatariota di Ras Laffan è fuori uso a causa dell’attacco iraniano del 2 marzo, tanto che QatarEnergy si è vista costretta a dichiarare la forcemajeure. Così circa il 20% dell’offerta globale di GNL è saltato, con una perdita di oltre 2 miliardi di metri cubi di gas a settimana. Per l’Italia il colpo è stato molto duro: eravamo il Paese europeo più esposto al gas di Doha, con circa il 45% del nostro GNL proveniente dal Qatar nel 2024, e da soli assorbivamo circa metà di tutto l’import europeo da Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Le conseguenze si vedono sulle bollette e sugli stoccaggi. I prezzi del gas al TTF hanno toccato a marzo il livello mensile più alto in oltre tre anni, e secondo il regolatore europeo ACER i prezzi spot e a terminehanno raddoppiato i livelli pre-conflitto, con quotazioni elevate attese almeno fino a metà 2027. L’Europa è entrata nella stagione estiva di riempimento con gli stoccaggi al 28%, ben al di sotto della media quinquennale del 41%: riempirli in vista dell’inverno, con il Qatar a terra e la concorrenza asiatica sui carichi spot, sarà più difficile e più costoso del solito. Non si tratta di uno shock passeggero: la IEA stima che i danni all’infrastruttura qatariota fra il 2026 e il 2030 comporteranno una perdita cumulata di circa 120 miliardi di metri cubi di GNL , ritardando l’ondata di nuova capacità di liquefazione globale. Le previsioni di medio periodo sono mutate. A tutto vantaggio di chi il gas ce l’ha e lo vende a caro prezzo: gli Stati Uniti. Questa dipendenza non nasce da sola: qualcuno la finanzia. Ed è qui che entrano in scena le banche, italiane comprese. Il 26 giugno Cheniere Energy, il più grande produttore e sviluppatore di GNL degli Stati Uniti, ha incassato due prestiti: uno da 1 miliardo di dollari alla controllata Cheniere Corpus Christi Holdings e uno da 1,75 miliardi alla casa madre, entrambi con scadenza a cinque anni. In entrambi i finanziamenti, accanto a colossi come JPMorgan, Citi e Société Générale, c’è Intesa Sanpaolo. Il terminal di Corpus Christi, in Texas, non è un impianto qualsiasi: è tra i più inquinanti degli Stati Uniti, con 3,3 milioni di tonnellate di gas serra e quasi 3.000 tonnellate di inquinanti atmosferici dannosi per la salute rilasciati nel solo 2023, ripetute violazioni dei permessi su aria e acqua e una lunga scia di opposizione da parte delle comunità locali e indigene. Per la prima banca italiana non è un episodio isolato ma la conferma di una traiettoria: come documentato nel rapporto Banking On Climate Chaos 2026, gli Stati Uniti sono diventati la prima destinazione dei finanziamenti fossili di Intesa Sanpaolo, che si è ormai guadagnata il titolo di “campione del gas USA”. La risposta europea e italiana alla crisi rischia di essere la solita: costruire altra infrastruttura fossile. Peccato che i numeri dicano il contrario. La domanda europea di gas è in calo strutturale, mentre la capacità di importazione continua a crescere: secondo IEEFA, entro il 2030 la capacità europea di importazione di GNL supererà la domanda totale di gas e sarà il triplo della domanda di solo GNL. Il caso italiano è emblematico: la nave rigassificatrice BW Singapore, entrata in funzione a Ravenna nel 2025 con una capacità di 5 miliardi di metri cubi, a marzo 2026 lavorava al 25% delle sue possibilità. Un quarto. Il rischio di ritrovarci con cattedrali nel deserto pagate dai contribuenti e dai consumatori è concreto e crescente. Se lo scontro con Trump fosse vero, ci si aspetterebbe da Roma almeno un sussulto di autonomia sulla politica energetica. Accade l’opposto. Al Consiglio Energia del 26 giugno, mentre i ministri facevano il punto sulle “lezioni apprese” dalla chiusura di Hormuz, l’Italia si è confermata tra i paesi che chiedono di rinviare le sanzioni previste dal Regolamento europeo sul metano per gli importatori inadempienti in nome, ça va sans dire, della sicurezza degli approvvigionamenti. Una posizione che asseconda le pressioni arrivate, due giorni prima del Consiglio, da una lettera aperta ai vertici UE firmata da Stati Uniti, Qatar, Nigeria e Algeria per chiedere emendamenti mirati al regolamento. Insomma, Washington chiede di smontare le regole europee sul metano, e Roma è in prima fila ad assecondarla. Per ora il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha tenuto il punto, dichiarando che non riaprirà il regolamento e che sarà “pragmatico” sulle sanzioni, senza però smantellare la legislazione. Ma la pressione è destinata a crescere. La diatriba tra Giorgia e Donald, vero o recitato che sia, è il perfetto diversivo. Sotto i riflettori vanno i meme e le foto di gruppo; dietro le quinte, l’Italia compra sempre più gas americano, finanzia con le sue banche l’espansione del GNL texano e lavora a Bruxelles per indebolire le regole sul metano volute dall’Europa e detestate da Washington. Altro che ordine restrittivo: tra Roma e Washington il legame, quello fossile, non è mai stato così stretto. -------------------------------------------------------------------------------- [1] Di seguito le analisi di IEEFA a cui ci si riferisce nell’articolo: * https://ieefa.org/articles/europe-source-two-thirds-its-lng-imports-us-2026-dependence-deepens * https://ieefa.org/eu-gas-flows-tracker * https://ieefa.org/european-lng-tracker * https://ieefa.org/resources/strait-hormuz-disruption-would-jeopardise-10-europes-lng-imports
July 14, 2026
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