L’ex Gkn salpa in mare aperto

Jacobin Italia - Tuesday, July 14, 2026

«Non abbiamo mai promesso la vittoria, perché la vittoria non dipende soltanto da noi. Abbiamo però promesso che non ci sarebbero stati resa né rassegnazione, e che saremmo andati avanti ‘fino a che ce ne sarà’. Rinnoviamo oggi quell’impegno. E, se dovessimo fallire, falliremo meglio».

Con queste parole, davanti a più di 600 persone che, a quel punto, hanno intonato emozionate l’ormai storico coro della fabbrica, si è conclusa domenica 12 luglio l’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), la cooperativa degli operai del Collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio che ha deciso di far partire la reindustrializzazione dal basso dando vita alla prima fabbrica socialmente integrata della storia del nostro paese.

Giro di boa

Dopo 1.829 giorni di presidio permanente, la lotta più lunga della storia del movimento operaio, quella degli operai metalmeccanici dell’ex Gkn, è arrivata al giro di boa.   

Dopo aver bloccato i licenziamenti; aver portato in parlamento una legge contro le delocalizzazioni; aver chiesto un intervento pubblico per continuare a produrre semiassi per automezzi; aver fatto un piano industriale ecologico alternativo grazie alle competenze solidali; aver chiesto al Comune la dichiarazione di pubblica utilità dell’area della fabbrica; e aver costretto la Regione Toscana ad approvare una legge per la costituzione di consorzi di sviluppo industriale, adesso gli operai si rimettono finalmente al lavoro. E lo fanno in completa autogestione, anche perché nel frattempo sia il capitale che le istituzioni pubbliche, a ogni livello, sono scomparse. O meglio, hanno creato un vuoto che sarà più facile da riempire con la speculazione immobiliare.  

L’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), 12 luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa

In questi 60 mesi di presidio gli operai hanno vissuto 15 mesi senza stipendio (che ancora lottano in tribunale per riavere) e altri 15 mesi con sussidio di disoccupazione (Naspi). A questo vero e proprio assedio materiale si è aggiunta la strategia della «rana bollita», con il trascorrere del tempo utilizzato come arma per far morire di «morte naturale» questa incredibile resistenza operaia. Un tempo che ha logorato famiglie, sperperato denaro pubblico, fatto perdere alla vertenza compagni importanti e indebolito lo stesso Piano industriale elaborato dal basso. 

«Si sono attivati meccanismi di conservazione del capitale e della politica che hanno finito per coagularsi contro di noi e che hanno provato a calcolare ogni variabile. L’unica che non avevano previsto era questa: che, dopo cinque anni, saremmo stati ancora qui», ha detto in assemblea Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica. 

Questa lotta è stata infatti un imprevisto, capace di produrre entusiasmo, partecipazione, e nuovo immaginario collettivo, con libri, film, spettacoli teatrali e Festival letterari. Chiunque, in questi 5 anni, abbia messo piede in quel presidio di una fabbrica spenta ne è uscito rigenerato e diverso da prima. Sono stati 5 anni di generazione di energia collettiva, che si è vista anche al concerto e poi nel corteo notturno, come sempre a suon di tamburi, di sabato 11 luglio davanti alla fabbrica. Ora la generazione di energia rinnovabile diventa un vero e proprio progetto industriale.

Salpare

Il piano industriale partirà il prossimo settembre ma non sarà quello previsto nell’ottobre 2024. Da allora infatti la vicenda del Consorzio industriale pubblico regionale – ottenuto dalla mobilitazione tramite una proposta di legge e interamente composto da istituzioni locali di Centrosinistra – si è trasformata in un vero e proprio calvario. Avrebbe dovuto rilevare l’immobile della fabbrica per metterlo a disposizione di un condominio di imprese con finalità di riconversione ecologica. Ma solo per farlo nascere si è dovuto attendere l’agosto del 2025. Altri cinque mesi sono poi incredibilmente passati per la nomina del revisore contabile. Così se la prima scadenza annunciata dal Consorzio era ottobre 2025, poi è diventata marzo 2026 e infine marzo 2027. Con dietro l’angolo ulteriori rinvii. 

Il Piano presentato nel 2024 dagli operai prevedeva l’utilizzo di un milione e mezzo di euro di anticipo Naspi che invece, con il trascorrere del tempo, si è interamente consumata a fondo perduto. Contemplava poi un prestito di Banca Etica di 2 milioni e mezzo di euro, con una delibera condizionata alla partenza del progetto che è scaduta lo scorso 30 giugno. Includeva inoltre un accordo per la produzione e fornitura di pannelli fotovoltaici con l’azienda basca Mondragon corporation, anch’esso scaduto. 

«Non ne possiamo più di istituzioni che ci dicono avete ragione ma non ci possiamo fare nulla – ha detto ancora Dario – Se non potete fare nulla significa che siete il nulla».

Leggi anche…

IMMAGINARIO

Letteratura e rivoluzione

Giulio Calella

Il Piano deve oggi necessariamente salpare, perché la Naspi sta finendo e le energie della lotta rischiano di disperdersi. A parte un nuovo prestito di 2 milioni che verrà chiesto in un secondo momento a Banca Etica, partirà grazie alla sola forza della campagna di azionariato popolare a cui hanno partecipato 2.000 soggetti, tra persone individuali e organizzazioni giuridiche, con un milione e 158 mila euro complessivi raccolti. La mobilitazione creata in questi anni è il capitale sociale della fabbrica.

In assenza al momento della possibilità di utilizzare l’ex fabbrica Gkn, verrà affittato un capannone e partirà il nuovo progetto che prevede la produzione di cargobike (che impiegherà 5 operai), per poi avviare nei mesi successivi il lavoro di installazione di pannelli fotovoltaici (che occuperà 11 operai) in collaborazione con la fabbrica recuperata Gbm di Perugia, e un ulteriore partnership industriale per il riciclo dei pannelli (occupando 8 operai). A queste direttrici produttive si affiancherà anche un progetto di «reindustrializzazione alimentare», con emporio, birreria e pizzeria popolare in convergenza con alcune reti contadine. Così come viene confermata la «reindustrializzazione culturale», con il progetto del Polo di cultura working class da costruire intorno al Festival di letteratura che, comunque vada, abbiamo confermato in assemblea per aprile 2027. 

In totale il progetto salpa con 25 operai impiegati, con l’obiettivo di arrivare a 50 nell’arco di tre anni, cercando dar vita con il tempo anche alla produzione di pannelli fotovoltaici prevista nel Piano originario. 

«Stiamo partendo per un mare che non è il nostro. Nel mare del mercato tutto ciò che fai è sbagliato. Ma scendiamo in questo inferno per provare a distinguere ciò che inferno non è», ha detto Dario. Con la consapevolezza di essere solo una piccola barca. Ma anche con l’idea che una barca sola è una barca, ma tante piccole barche insieme possono diventare una Flotilla.

Il corteo notturno di sabato luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa

Presidiare

«In questi 5 anni hanno più volte minacciato di sgomberare il nostro presidio. Alla fine usciamo noi da quella fabbrica per salpare e sgomberare chiunque è stato complice della nostra vicenda», ha detto ancora Dario Salvetti. 

La discussione sulla tenuta del presidio davanti alla fabbrica ex Gkn è ancora in corso, ma far convivere la partenza della produzione con le energie che occorrono per la tenuta del presidio 24 ore su 24 è ovviamente molto difficile da ipotizzare. Il nodo è però delicato, sia per l’enorme impatto sull’immaginario collettivo che ha prodotto in questi 5 anni, sia perché, come ha sottolineato in assemblea un rappresentante del Sudd Cobas – il sindacato protagonista negli ultimi anni di vertenze fondamentali nel distretto industriale pratese –, quel presidio serve anche a fermare la speculazione immobiliare che stanno preparando nel territorio. 

«La guerra di posizione ogni tanto devi abbandonarla se rischia di trincerarsi – ha risposto Dario – ma in ogni caso noi non molleremo la lotta sullo stabilimento. E sappiamo bene che quella lotta non è più solo la nostra». L’intenzione è rendere il presidio diffuso, sia attraverso qualche forma di prosecuzione del presidio esistente davanti alla fabbrica, sia attraverso i nuovi luoghi della produzione di Gff, con l’obiettivo di trasformarli in case del mutualismo conflittuale.

Leggi anche…

LAVORO

Gkn, la lotta che non possiamo perdere

Giulio Calella

Convergere, davvero

Tra le varie indelebili tracce di questi 5 anni di lotta c’è senza dubbio il metodo della convergenza. 

Con l’attuale composizione di classe, con l’atomizzazione sempre più accentuata dell’esperienza lavorativa e sociale, e con l’indebolimento delle identità e delle organizzazioni collettive, nessuna lotta si salva da sola. Non è una semplice questione di solidarietà e generosità, ma un metodo essenziale per provare a incrinare i rapporti di forza esistenti. Qualsiasi percorso che procede coltivando l’illusione dell’autosufficienza è inevitabilmente destinato alla sconfitta. 

È una lezione fondamentale di questa lotta, che fatica ancora a essere assimilata. Lo abbiamo visto lo scorso autunno: la convergenza intorno alla prima Flotilla per Gaza aveva prodotto l’enorme sciopero unitario del 3 ottobre e il movimento blocchiamo tutto, ma subito dopo sono tornati gli scioperi separati che hanno contribuito al riflusso della partecipazione. Nel frattempo qualcun altro si illude di aggirare i rapporti di forza sociali attraverso qualche scorciatoia elettorale.   

In questi anni il Collettivo di fabbrica ha proposto e praticato decine di percorsi di convergenza e ha dato vita nel territorio alla Soms Insorgiamo, con energie solidali che si sono pian piano fuse nella lotta, dando un senso all’impegno politico sia di nuove generazioni di attivisti che di militanti dispersi nella diaspora della sinistra. Creando alleanze impensabili 5 anni prima. 

L’assemblea del 12 luglio ha visto la convergenza di moltissimi movimenti e realtà organizzate. Occorre però andare oltre alla pur importante solidarietà. Ci sarebbe bisogno di una Soms Insorgiamo nazionale, in grado di trasformare i 2.000 azionisti in un movimento e in un motore di mutualismo conflittuale, mettendo in rete, in modo flessibile e su obiettivi concreti, singoli ed esperienze organizzate. Ad esempio con campagne nazionali per costruire comunità energetiche, supporto alla distribuzione alimentare, vertenze sulla speculazione immobiliare, mutuo aiuto per lotte sindacali, alleanze con i movimenti contro la guerra e il riarmo. 

Serve insomma un vero e proprio ecosistema organizzativo, in grado di praticare un «pluralismo strategico flessibile», per usare le parole di Rodrigo Nunes. Nelle assemblee di convergenza occorre quindi raccontare meno le specificità dei percorsi di ognuno e pensare di più a come quelle stesse specificità si possono rafforzare a vicenda, valorizzando la complementarietà di competenze, tattiche, ruoli e funzioni di ciascuno.

«Fuori dalla mobilitazione non c’è salvezza. Fuori dalla convergenza non c’è progetto. Ci impegneremo a ricostruire convergenze che si sono indebolite, a crearne di nuove», si legge nel documento finale approvato dall’assemblea. Fondamentali saranno i legami sociali, politici e umani costruiti finora. Ma per alimentare questa nuova fase ne serviranno di nuovi. Perché di fronte al nulla espresso sia dal capitale che dalla politica, l’unica possibilità che abbiamo è dimostrare che noi saremo tutto.

*Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia.

Diamoci un taglio

La rivoluzione non si fa a parole.
Serve la partecipazione collettiva.
Anche la tua. Abbonati
a Jacobin Italia

L'articolo L’ex Gkn salpa in mare aperto proviene da Jacobin Italia.