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La nuova generazione tarantina
«Taranto libera!». Questo il grido di dolore della manifestazione organizzata da un gruppo di associazioni lo scorso 17 ottobre. Un grido che ha fatto rumore e che ha portato in piazza almeno 15.000 persone, nonostante il boicottaggio di tutti i media nazionali. Libera dagli oppressori. Libera da chi dice di pensare al futuro dei giovani del paese e poi legifera affinché i giovani scappino dall’Italia. Taranto è una città da cui si scappa. Non per scelta, ma perché chi siede ai tavoli decisionali in tutti questi anni della vertenza Ilva ha prodotto solo decreti che hanno allungato l’agonia di una fabbrica che doveva chiudere già nel 2012, quando la giudice Todisco ordinò il sequestro delle aree a caldo dello stabilimento perché nocive per i lavoratori e le lavoratrici e per i cittadini e le cittadine. Quel grido era rivolto anche chi, nel movimento sindacale, si ostina a difendere la continuità produttiva, chiedendo che gradualmente la produzione possa passare a forni elettrici alimentati con il preridotto prodotto nei forni Dri (Direct Reduced Iron), nonostante sia noto quanto pericoloso per la salute umana continuare a produrre a carbone durante il tempo necessario (almeno 10 anni) per una tale trasformazione graduale. Io sono un cassaintegrato della fabbrica a zero ore dal 2018. Già in precedenza però, nonostante l’azienda guidata allora dai Riva tra il 2008 e il 2009 si apprestasse a fare record di produzione, gli operai di alcuni reparti dell’area a freddo dell’Ilva di Taranto – principalmente tubificio e rivestimento tubi, ossia la stessa area che oggi tutti dicono che debba continuare a produrre – chiudeva e gli operai di quei reparti erano posti in cassaintegrazione. Alcuni di questi operai da allora non sono mai più rientrati in fabbrica. Io sono stato più fortunato, avevo chiesto lo spostamento di reparto per altri motivi come ho raccontato nel libro Malesangue. Sono un operaio che è stato spostato in un reparto dell’area a caldo mentre i padroni facevano i soldi e a noi abbassavano il salario.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE LA CRISI DI TARANTO Francesco Bagnardi La mia è una voce di chi oltre a sapere cosa significa essere un cassaintegrato può testimoniare anche cosa vuol dire beneficiare dei «contratti di solidarietà», ammortizzatore sociale che solitamente dovrebbe essere applicato in aziende con numeri modesti, dove è possibile fare una rotazione tra lavoratori e lavoratrici. Il concetto di fondo di questo ammortizzatore sarebbe «lavorare meno per lavorare tutti». Mi chiedo e vi chiedo, questo concetto è stato rispettato in Ilva dal 2014? Realmente tutti i lavoratori e le lavoratrici si sono alternati alla stessa maniera? E i capi questa rotazione l’hanno fatta? Non mi pare proprio. Anzi sono certo che non ci siamo alternati in modo equo, anche perché un’azienda come l’Ilva, grande due volte e mezzo la città di Taranto e con al suo interno tanti reparti uno diverso dall’altro, dove il rischio di farsi male è sempre in agguato e dove ci sono stati 11 morti sul posto di lavoro dal 2012 a oggi, questa rotazione equa è quasi impossibile. Il mancato rispetto di questo principio la dice lunga su come negli ultimi vent’anni è stata gestita la vertenza tarantina. I soldi pubblici sperperati per i contratti di solidarietà potevano essere utilizzati per aziende più piccole, dove davvero la rotazione poteva essere applicata. Tutta la vicenda Ilva del resto ha prodotto aspettative e accordi mai rispettati fino in fondo, basti pensare all’accordo del 2018 che prevedeva il reintegro in fabbrica degli operai Ilva in Amministrazione straordinaria, di cui io faccio parte. Un reintegro che da contratto doveva avvenire tra il 2023 e il 2025 mentre ancora oggi io non conosco il mio futuro, non so di che morte devo morire. Nessuno ci sa dare spiegazioni né informazioni. Quello di cui io sono sicuro è che, in ogni caso, sono un esubero. Anche se la fabbrica dovesse continuare a produrre a ciclo integrale infatti, con una produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio, io operaio Ilva in As sarei comunque un esubero, così come lo sarebbero anche altri 2-3.000 operai di Acciaierie Italia, visto che per essere economicamente sostenibile il parametro che si dovrebbe rispettare tra produzione e forza lavoro impiegata è 1 milione di tonnellate di acciaio prodotto ogni 1.000 operai. Con 6 milioni di tonnellate prodotte servono quindi 6.000 operai. Se la produzione da ciclo integrale dovesse invece trasformarsi in «decarbonizzata», con forni Dri e forni elettrici, questa trasformazione degli impianti – sempre che sia davvero tecnicamente possibile, cosa che dubito – potrebbe avvenire non prima di 10 anni. Ancora però non è dato sapere chi sarebbe in grado di garantire l’investimento economico necessario per questo cambio di tecnologia, né dove sono i progetti. In realtà al momento non esiste né un piano industriale né un piano ambientale. Sicuramente però, se la produzione si dovesse trasformare con una nuova area a caldo con forni elettrici, io sarei comunque un esubero visto che da studi fatti risulta che il personale di cui questi impianti hanno bisogno è nettamente inferiore, ossia servirebbe un terzo della forza lavoro attuale, e allo stesso tempo si inquinerebbe di meno ma non si eliminerebbe il problema inquinamento che uccide i cittadini di Taranto e i suoi operai. Alla fine in questo modo la città morirebbe definitivamente sia a livello sanitario che a livello socioeconomico. La «monocultura dell’acciaio» imposta a Taranto se negli anni Settanta e Ottanta ha effettivamente portato benessere ha poi prodotto il suo contrario: Taranto è sempre più spesso agli ultimi posti nelle graduatorie sulla qualità della vita. Per questo insistere su questa monocultura, anche se con termini come ambientalizzazione, decarbonizzazione e idrogeno, è un’ostinazione della maggioranza delle forze politiche e sindacali ma a cui non credono più nemmeno i padroni. Nessun acquirente si è fatto avanti e sono dieci anni che l’attività produttiva va avanti solo grazie a decreti e rinnovi delle prescrizioni ambientali.  LEGGI ANCHE… AMBIENTE DISINNESCARE LA BOMBA DELL’EX ILVA Virginia Rondinelli Nella realtà quindi, la decarbonizzazione non risolverebbe il problema dell’occupazione perché gli esuberi sarebbero comunque tanti, così come non risolverebbe fino in fondo la questione sanitaria. Per questo la grande manifestazione del 17 ottobre ha chiesto la bonifica della fabbrica a carico dello Stato. Secondo il principio europeo di «chi inquina paga», infatti, chi ha inquinato le nostre terre, il nostro mare e la nostra aria è lo Stato. Dal 1961 al 1995 in modo diretto con l’Italsider, di proprietà dell’Iri, poi con i vari Commissari e con gli aiuti di vario tipo agli imprenditori privati.   Del resto solo se le bonifiche le fa lo Stato, formando gli operai diretti e dell’indotto dell’Iva, avremo la garanzia che siano realmente eseguite. Abbiamo i migliori carpentieri del mondo per poter smantellare gli impianti, abbiamo i gruisti, i meccanici, i saldatori, i tecnici: tutta la forza lavoro necessaria. Solo se lo Stato si fa carico delle bonifiche io forse non sarò più un peso per la società e rientrerò nel mondo del lavoro. Dall’aprile 2024 il Comitato Cittadini Lavoratori Liberi e Pensanti, di cui faccio parte, l’Associazione Genitori Tarantini, il sindacato Lavoratori Metalmeccanici Organizzati (Lmo) e Tracce hanno dato vita a un nuovo soggetto: «L’onda del futuro». Un soggetto nato per ricompattare le realtà associative che, al di fuori della politica partitica, hanno continuato a lottare per la chiusura dello stabilimento e perché nessun lavoratore e nessuna lavoratrice di quella fabbrica perda il reddito. Abbiamo cercato, con la manifestazione del 17 ottobre, di riavvolgere il nastro che nel 2012 era riuscito a portare in piazza 30mila persone, con uno striscione a testa del corteo dove c’era scritto «Taranto libera». Questa volta lo striscione di apertura recitava: «Ci avete tolto tanto, ci prenderemo tutto». I giovani di Taranto vogliono decidere il proprio futuro, riprendersi la libertà in una città colonizzata dalla fabbrica della morte ma anche da Eni, Marina militare e discariche di ogni tipo. La sentenza della Corte d’Appello che ha definito i 90 giorni per lo spegnimento degli impianti dell’area a caldo e i ricorsi intentati dai commissari hanno impresso l’urgenza di rendere chiara la posizione delle realtà che in città si battono da anni per far prevalere il diritto alla salute sul profitto di una fabbrica mortale. Il nostro obiettivo è smontare la narrazione mainstream, mostrare l’assoluta solidarietà verso ogni lavoratore e lavoratrice della fabbrica, dell’indotto, di tutte le categorie penalizzate, fino alle migliaia di disoccupate e precari che a Taranto devono scegliere se morire di fame o di lavoro, se restare o partire, se riprodursi o rassegnarsi a un’aridità imposta per il profitto altrui. Nella settimana che ha preceduto il corteo invece si è perpetrato l’ennesimo abuso su tutte e tutti noi, esasperando la strategia della contrapposizione per far scoppiare una guerra sociale vera e propria: operai contro operai, operai contro cittadini e viceversa. Purtroppo a enfatizzare la crisi sociale come esito della probabilissima chiusura della fabbrica non sono stati solo i commissari, che lavorano per atti amministrativi e intese con il governo, ma anche le principali forze sindacali, che mi hanno anche impedito di prendere la parola per spiegare le nostre ragioni nell’assemblea di operai convocata davanti alla fabbrica. Nonostante ciò, la manifestazione del 17 ottobre ha trovato un’enorme risposta dalla comunità tarantina e tanta vicinanza dalle lotte, vicine e lontane, che in presenza o con una marea di messaggi hanno reso pubblica la loro solidarietà alla città in corteo. Taranto è stanca, ha già dato tanto, merita di essere risarcita. Come ribadito nel documento politico della manifestazione, la classe operaia e la cittadinanza sono unite: non si possono abbandonare i lavoratori dopo averli sfruttati, così come non si possono giustificare produzioni nocive per la salute umana in nome del lavoro. Se il lavoro deve essere dignitoso come ci raccontano, devono rispondere alla domanda che noi ci poniamo da anni: quanto è dignitoso un lavoro che uccide i lavoratori e i loro familiari? Sabato 17 ottobre Taranto è stata un fiume in piena. Questa è stata la risposta che aspettavamo con trepidazione e finalmente è arrivata. Dritta al cuore. C’era gente ovunque, con gli sguardi pieni di fiducia che incrociavano quelli di bambine e bambini, tantissime ragazze e ragazzi, tante compagne e compagni che avevano sfilato con noi nel 2012. È la nuova generazione tarantina che sa cosa vuole per gli anni a venire, che ha gli occhi aperti su un passato di cui non ha colpa e lo sguardo rivolto al futuro che vogliono costruire. Ce lo hanno raccontato in tanti modi, cartelloni, striscioni, poesie, disegni e musica. Una girandola di colori a cui Taranto ha tributato uno dei suoi tramonti meravigliosi. *Raffaele Cataldi, nato a Taranto nel 1971, è un operaio dell’Ilva dal 1997, un allenatore di portieri di calcio e un ultras della squadra della sua città. È stato un militante sindacale della Fiom per poi fondare, insieme ad altri, il Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti. È autore di Malesangue. Storia di un operaio dell’Ilva di Taranto (Alegre, 2025). DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo La nuova generazione tarantina proviene da Jacobin Italia.
October 24, 2026
Jacobin Italia
LAVORO: ANCORA UN OPERAIO MORTO NEL BRESCIANO, QUESTA VOLTA ALLE ACCIAIERIE VENETE DI SAREZZO
Aveva 47 anni l’operaio deceduto dopo essere rimasto schiacciato in un cestello elevatore in un omicidio sul lavoro avvenuto questa mattina alle Acciaierie Venete di Sarezzo, in provincia di Brescia. L’uomo, dipendente di una ditta esterna, era impegnato in interventi nello stabilimento siderurgico quando, secondo una prima ricostruzione, il cestello su cui stava lavorando sarebbe stato urtato da un mezzo pesante. L’impatto lo avrebbe schiacciato contro la struttura del cestello. L’azienda, in concertazione con i sindacati, ha fermato completamente le attività per tutta la giornata di oggi. Il collegamento con Maurizo Oreggia, segretario generale Fiom Cgil Brescia, che si è recato alle Acciaierie Venete di Sarezzo appena appreso dell’accaduto. Ascolta o scarica
October 20, 2026
Radio Onda d`Urto
Una settimana lunghissima. L’ex-Ilva di Taranto tra scioperi operai e cortei contro la fabbrica
(archivio disegni napolimonitor) Quella appena passata è stata una settimana intensa e lunghissima. È iniziata lunedì 12 ottobre, quando non erano ancora spuntate le prime luci dell’alba. È sciopero in tutti i siti del gruppo Acciaierie d’Italia, da Genova a Taranto, compresi i lavoratori degli appalti e quelli di Ilva in amministrazione straordinaria. «Non sappiamo quanto durerà, non sappiamo nemmeno dove ci porterà!», dicono i delegati radunati alle portinerie. I lavoratori in cassa integrazione invece si raccolgono nei pressi della direzione dove dalle otto di mattina è previsto il concentramento e l’assemblea operativa che annuncerà le forme di mobilitazione. Il parcheggio della direzione si riempie in poco tempo mentre spuntano i primi raggi del sole: siamo tanti, tantissimi, tremila, forse quattromila, comunque una partecipazione che non si vedeva da tempo. I segretari locali dei sindacati dei metalmeccanici spiegano le ragioni della mobilitazione, quello che è successo nei giorni precedenti e quello che potrebbe succedere nei successivi. Gli incontri istituzionali della settimana precedente sono stati quasi del tutto inconcludenti. Il decreto in discussione mette momentaneamente in sicurezza i lavoratori dell’appalto e di Acciaierie d’Italia con cassa integrazione fino a giugno 2027 estendibile per tutto l’anno. Ma la fabbrica si fermerà e il governo non prevede leggi straordinarie per i lavoratori. Si discute dell’applicazione di leggi già esistenti, che però non bastano. Ci sono poi altre variabili da considerare: la decisione della Corte di Cassazione sul ricorso di Acciaierie d’Italia e Ilva in amministrazione straordinaria sulla fermata dell’ultimo altoforno attesa per il 20 ottobre; il bando di vendita, al momento prorogato fino all’8 novembre, che però non lascia presagire nulla di buono né dalle parti di Jindal né da quella della cordata degli acciaieri italiani, che sono gli ultimi due concorrenti rimasti; c’è l’imminente aumento massiccio della cassa integrazione, a Genova come a Taranto; c’è il rapporto con un pezzo di città che chiede di mettersi definitivamente alle spalle il passato; ci sono le richieste del fronte operaio: leggi speciali per gli attuali lavoratori [FB1] – cassa integrazione, riconoscimento dei benefici per l’esposizione all’amianto e per lavoro usurante, prepensionamenti, incentivi all’esodo volontario –, per favorire una transizione industriale che possa prevedere una produzione di acciaio compatibile con la salute e l’ambiente, perché una fabbrica così com’è non la vuole nessuno. Tanti temi, tanti umori, tante differenze, ma tutti sono d’accordo su una cosa, anzi su quattro cose: salute, ambiente, lavoro, futuro! Lo sanno tutti che sarà lunga: partiamo oggi, poi andremo a Bari. Poi, se necessario, andremo anche a Roma! Finché non ascolteranno le nostre proposte, dicono i rappresentanti sindacali. Quando il segretario di Usb, a conclusione dell’assemblea, annuncia: «Ora andiamo a bloccare l’Eni!», scatta l’applauso fragoroso e il corteo si avvia verso i varchi d’ingresso e di uscita dell’Eni, mentre tra la folla spunta anche il sindaco di Taranto Piero Bitetti che porta la sua solidarietà ai lavoratori e si intrattiene a parlare con operai e delegati.  La città, inevitabilmente, si paralizza in poche ore. I lavoratori si smistano nei vari presidi, le forze dell’ordine defluiscono il traffico, il bar della stazione di servizio dell’Eni viene preso d’assalto, c’è una fila enorme: per andare in bagno, per un caffè, una bevanda, qualcosa da mangiare. Le risposte non arriveranno subito e bisogna organizzarsi per affrontare la notte, la prima notte, mentre il tempo minaccia pioggia. Si incontrano facce vecchie che non vedevamo da tempo e facce nuove con cui si socializzano le varie questioni: è il segnale che lo sciopero è riuscito, siamo talmente tanti in fabbrica che non ci conosciamo nemmeno tutti. Spuntano i primi camion che portano i panini, le prime birre, si iniziano a montare i gazebo per la notte; ormai, con i bagni troppo lontani e affollati, si piscia nelle piantagioni circostanti. Nel primo pomeriggio arriva la convocazione in regione: giovedì alle 10. È un primo risultato, era una delle richieste sindacali; ma non basta, non si smobilita. Non si smobilita nemmeno quando arriva l’annunciato acquazzone; nonostante il freddo, le ore di sonno perse, la stanchezza, le famiglie lasciate a casa, tutti gli impegni rinviati a data da destinarsi, la necessità di lavarsi e di andare in bagno – che anche quella è una forma di resistenza –, i beceri attacchi subiti dai soliti benpensanti da tastiera a cui non va mai bene nulla, i primi allarmi per la mancanza di carburante necessario a garantire i servizi essenziali, quelli li faremo passare, ma non si smobilita, nonostante tutto non si smobilita! Andrà avanti così per quattro giorni e quattro notti. Ormai si socializza anche con i funzionari della Digos, ma gli argomenti sono leggeri rispetto alla pesantezza della situazione: si parla di viaggi, camminate ed escursioni. La questura, nei vari spostamenti, ci ferma spesso. Ci chiedono della situazione: «Come sta andando il presidio? Cosa chiedete? Però pure la salute è importante…»; e certo che è importante, e quando mai siamo stati contro la nostra stessa salute… Siamo soli, nessun politico, nessun cantante, nessun attore che faccia un qualche appello a favore della nostra lotta, pure i media nazionali ci snobbano. Siamo soli, scomodi, vecchi e novecenteschi, possiamo contare solo su noi stessi e sui nostri compagni di lavoro. Ed è così che, in mezzo ai fuochi appiccati per scaldarsi, a qualsiasi ora del giorno e della notte, arriva sempre qualcuno che porta caffè e cornetti, birra, panzerotti, panini, focacce, il liquore fatto in casa: «Questo devi assaggiarlo!», anche se sono le tre di notte, e come fai a rifiutare? Ovunque vai ti offrono qualcosa! Ed è una cosa bellissima la condivisione tra compagni di lavoro, che poi neanche li conosci tutti! Una signora intorno alle sei di mattina si rivolge al nostro presidio, quasi disperata: «Io lavoro al Moscati, la questura non mi ha fatto passare, già siamo pochi là, come devo fare?». Non conosce la strada alternativa! Tre di noi si prestano a spiegare strade e a trovare soluzioni. Poi arriva un quarto che in maniera risolutiva dice: «Mi segua, le faccio strada io!». Non siamo contro la città, noi siamo parte della città! Ai presidi si discute di tutto, delle prospettive di lavoro, delle condizioni personali, delle differenze con Genova e i siti del nord, del rapporto con la nostra città: «Hanno ragione pure loro…», dice qualcuno. Certo che hanno ragione, ma come si trova la condivisione tra gente che ha gli stessi obiettivi e che però si divide sul come raggiungerli, tra visioni diverse e miserie umane? Nessuno lo sa, non se ne esce! Non tutti i lavoratori sono per la continuità di una prospettiva industriale. La svolta arriva giovedì 15 con l’incontro in regione. Circa quattrocento lavoratori giungono nel capoluogo pugliese in presidio sotto il palazzo della regione, tra gli slogan urlati dagli operai c’è anche «Noi vogliamo vivere!». Il presidente Decaro, prima dell’incontro, scende tra gli operai ad annunciare che «noi dobbiamo tutelare non soltanto i lavoratori ma anche i posti di lavoro!». L’esito del lunghissimo incontro in regione è un documento di condivisione di tutte le richieste sindacali approvate dal consiglio di fabbrica del 7 ottobre. Le richieste dei sindacati vengono sottoscritte, non senza difficoltà e con le relative e legittime consultazioni con i nazionali, da tutti i gruppi partitici: da Fratelli d’Italia al Movimento 5 Stelle. I segretari scendono tra i lavoratori ma un attimo dopo risalgono, c’è una novità dell’ultimo momento: è arrivata la convocazione a Palazzo Chigi per il 27 ottobre per iniziare a discutere la piattaforma sindacale. È un buon risultato, anche se non risolutivo. Bisogna smobilitare e invitare i lavoratori a raggiungere Roma per l’incontro del 27. Ma smobilitare è difficile come mobilitare e le assemblee svoltesi tra la sera del giovedì e la mattina del venerdì sono tese: alcuni lavoratori non ne vogliono sapere, altri sono più consapevoli che la battaglia sarà lunga e che bisognerà pure dosare le forze, mentre il carburante ormai scarseggia anche tra i manifestanti. Alla fine, si smobilita venerdì mattina, in attesa delle prossime scadenze e con la promessa di tornare a protestare in mancanza di risposte concrete. Ma la settimana non è ancora finita: nel tardo pomeriggio di venerdì arriverà la nuova procedura di cassa integrazione con numeri raddoppiati e con pagamento diretto da parte dell’Inps, una mazzata. L’azienda sta riorganizzando tutto il suo assetto alla luce delle decisioni della magistratura e in attesa della decisione della Corte di Cassazione che, in un caso o nell’altro, comunque non influirà su una fermata decisa dall’azienda e che, anche in caso di accoglimento dei ricorsi, durerà comunque alcuni mesi.  La settimana si chiude con la manifestazione promossa dal cartello di associazioni “Onda del futuro” che rivendica la chiusura di tutta la fabbrica, la fine della stagione dell’acciaio e la richiesta di bonifiche ed economie alternative. La partecipazione è ampia, i più ottimisti parlano di diecimila persone. Non tutti i manifestanti sono però contrari a una futura prospettiva industriale. È stata una settimana caratterizzata da due grandi prove di forza, entrambe rispettabili: quella degli operai che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno creato disagio e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. E quella dei cittadini che invocano la fine dell’inquinamento, che si sentono soli, abbandonati, scomodi, vilipesi, senza uno straccio di futuro, che hanno manifestato in città e che non chiedono altro che salute, ambiente, lavoro e futuro. Questa è stata la settimana di Taranto, così l’hanno ridotta Taranto! (fabio boccuni – operaio ex-Ilva, delegato Fiom)
October 20, 2026
Napoli MONiTOR
Caldo d’autunno #2 | Violenza di chi? – di Emanuele Braga
In Francia, in Spagna, in Italia, in Portogallo, in Belgio, in Albania (per quanto riguarda l’Europa). In India, in Brasile, negli Usa e in altre parti del mondo. Una nuova generazione (la gen Z) comincia a far sentire la propria voce, a reclamare il diritto di essere riconosciuta e uscire dall’invisibilità contro anni di [...]
October 19, 2026
Effimera
Spazzatura, il lato invisibile della modernità
Simon Paré-Poupart inizia Spazzatura!, un libro di memorie sui suoi vent’anni di lavoro da netturbino, spiegando perché ha ricominciato a bestemmiare. Aveva promesso ad alcuni amici credenti che non lo avrebbe fatto più. Poi, un giorno, salta giù dal camion e trova diciotto sacchi di rifiuti sovraccarichi incastrati tra due auto parcheggiate male. Pieni di detriti edili e chiodi. Se si fosse fatto male trasportandoli, sarebbe stata colpa sua. Se avesse graffiato una delle due auto infilandosi nello spazio stretto, anche quella sarebbe stata colpa sua. Il proprietario di casa, intanto, osservava la scena da dietro le tende. «È allora – scrive Paré-Poupart – proprio allora, è più forte di te, e lanci un grido di rabbia». Bestemmiare è tutto ciò che ti resta. Il proprietario di casa si trasforma rapidamente nel «bravo borghese» proprietario di un acquario, mentre lo spazzino viene ridotto alla «alla bestia insignificante che pulisce i vetri». Nel giro di poche pagine, Paré-Poupart evoca Sisifo, Georges Bataille, Victor Hugo e René Descartes; descrive il liquame dei rifiuti come «l’acqua santa che ti battezza»; e spiega che «è bestemmiando che diventi davvero un netturbino». Paré-Poupart ha trascorso più di vent’anni a raccogliere rifiuti a Montreal e dintorni. Secondo le sue stime, ha trasportato quasi settantamila tonnellate di immondizia. Noi spazzini, scrive, «cancelliamo le macchie della società dei consumi». Il loro lavoro impedisce che l’intero edificio crolli. Rende possibile vivere alla maggior parte delle persone, rimanendo pressoché invisibile. L’illusione che vuole smantellare è semplice: «Niente scompare per magia». «Essere un netturbino è di per sé un atto di autolesionismo», scrive Paré-Poupart. Il ritmo di lavoro distrugge spalle, ginocchia, polsi e schiena. Il complimento più grande che un netturbino possa ricevere è semplice: «Sei una macchina». Ma se diventare come una macchina è la norma, si chiede Paré-Poupart, cosa viene esattamente richiesto al lavoratore? Se esiste il bisogno di lavorare a questo ritmo disumano non è forse un segno inequivocabile che stiamo annegando nei rifiuti? È una domanda a cui il libro torna continuamente. Nessuno sul camion della spazzatura ha deciso che i prodotti dovessero diventare più economici, più fragili e più difficili da riparare, o che i Comuni dovessero smaltire quantità sempre maggiori di rifiuti con un numero sempre minore di lavoratori. Chi si occupa della raccolta dei rifiuti eredita queste decisioni.  Il che porta Paré-Poupart fino ai cassonetti della raccolta differenziata. Ci ritorna con un’ossessione comica. Sono cassonetti troppo pesanti d’estate e ancora di più d’inverno. Si riempiono d’acqua piovana. Si congelano trasformandosi in cumuli di neve. Finiscono per far spargere la carta per strade intere. «I contenitori sono stati concepiti, selezionati e acquistati da persone che non hanno probabilmente mai lavorato come netturbini», scrive. «E non si sono nemmeno mai presi la briga di consultarne uno, ovviamente!».  L’inverno è il periodo in cui tutto precipita. L’autore invita a immaginare la raccolta differenziata trasformarsi in una disciplina olimpica: concorrenti che trascinano bidoni della spazzatura stracolmi sui cumuli di neve, si destreggiano tra le auto parcheggiate, lottano per staccare i contenitori congelati prima di correre di nuovo al camion per ricominciare tutto da capo. Gettare la spazzatura ha un proprio stile. I percorsi hanno un loro ritmo. Ti-Chris, il leggendario collega che, a detta di tutti, una volta gettò una lavatrice nel camion con una sola mano, è il tipo di figura singolare che sembra esistere in ogni luogo di lavoro. Gli addetti alla raccolta dei rifiuti si riconoscono dal modo in cui si muovono. Victor Hugo definì le fogne «la coscienza della città». Paré-Poupart sostiene che i rifiuti «dissipano i miraggi, pareggiano le condizioni, dicono tutto, almeno a chi li sa ascoltare». LA VISTA DAL RETRO DEL CAMION I netturbini hanno una loro gerarchia. L’immondizia è al primo posto, il riciclo viene subito dopo e il compost è all’ultimo. Per chiunque non sia del settore, questa gerarchia sembra capovolta. Il riciclo è più pulito. Il compost è più ecologico. L’immondizia è semplicemente immondizia. Ma la raccolta dei rifiuti indifferenziati lascia la massima libertà di organizzare il percorso in autonomia. I camion si riempiono rapidamente. Il ritmo raramente si interrompe. Gli operatori esperti improvvisano. La raccolta del compost, al contrario, «può diventare un cazzo di orrore burocratico!». «Più gli operatori si sentono liberi di gestire il proprio lavoro», scrive Paré-Poupart, «meno si sentono controllati». I cassonetti per la raccolta differenziata sono stati progettati da persone che non li hanno mai trasportati. I percorsi sono stati organizzati da persone che non li hanno mai percorsi. I supervisori spiegano il lavoro a persone che lo svolgono da decenni. In ogni pagina di questo libro, qualcuno che non è mai salito sul retro di un camion sta riorganizzando la vita di chi lo fa. In un’azienda privata di smaltimento rifiuti, Paré-Poupart e i suoi colleghi tentano di organizzare un sindacato. Vogliono salari più alti e che la dirigenza tenga conto del loro «punto di vista e delle loro competenze». Invece si ritrovano con telecamere installate nelle cabine dei camion, consulenti e capi che considerano l’esperienza un ostacolo anziché una risorsa. «Se non siete contenti, ragazzi, andatevene», dice loro un manager. «Tanto gente senza titolo di studio pagata venti dollari l’ora ne trovo quanta ne voglio».  Il presupposto che la raccolta dei rifiuti sia semplicemente ciò che fanno le persone senza alternative emerge in tutto il libro. Paré-Poupart ha lavorato part-time mentre conseguiva la laurea e poi il master, alternando turni alla guida di un camion a giornate trascorse in aula e in biblioteca. Ciononostante, continua a gettare la spazzatura. Quando un cittadino fastidioso gli dice «potevi studiare» invece di fare questo lavoro, Paré-Poupart risponde di avere già un master. Ma l’uomo non gli crede. «Il riciclo è magia – scrive Paré-Poupart – o meglio, un gioco di prestigio». L’operatore ecologico fa sparire bottiglie, cartone e plastica – «tadaaa!» – e tutti gli altri hanno la sensazione che il problema sia stato risolto. Il suo obiettivo critico non è tanto il riciclo in sé, quanto la narrazione intorno a esso. La riduzione, sostiene, viene invece trattata con superficialità, perché produrre meno rifiuti genera ben pochi profitti. Il riutilizzo lo stesso. Il riciclo invece lascia intatto lo stesso sistema, promettendo al contempo responsabilità ambientale A questo punto, il bidone ecologico non è più un simbolo di virtù ambientale. È solo un altro ingombrante dispositivo progettato da qualcuno che non ha mai dovuto trascinarlo tra le auto parcheggiate. Il percorso di Simon poi lascia Montreal. Lo fa attraverso un capitolo in cui Paré-Poupart segue il flusso del riciclo dal Quebec al Vietnam, basandosi sulla ricerca dell’antropologa Mikaëla Le Meur nel villaggio del riciclo di Minh Khai. Sacchetti del latte e contenitori dello yogurt diventano balle di plastica scaricate a Minh Khai, in Vietnam, dove le donne trascorrono dieci ore al giorno ad aprire, lavare, smistare e separare i rifiuti spediti da paesi più ricchi. Paré-Poupart cita il racconto di Le Meur  riguardo a un’operaia che chiede se lavori come il suo esistano in Francia. Alla risposta che in effetti non esistono, lei risponde semplicemente: «Allora portatemi con voi in Francia». Altrove scrive che ciò che distingue i paesi ricchi da quelli poveri non è il fatto che uno produca rifiuti e l’altro no. Entrambi li producono. La differenza sta nel fatto che uno gode del «privilegio di sbarazzarsi dei propri rifiuti», mentre l’altro li eredita. DOVE FINISCE LA SPAZZATURA Rispetto alla produzione, al processo lavorativo, o alla logistica, il tema dei rifiuti ha occupato un posto relativamente modesto nella letteratura politico-economica. Eppure esiste un importante corpus di studi sull’argomento. Picking Up di Robin Nagle, un’etnografia degli operatori ecologici di New York, rimane uno dei migliori resoconti del lavoro che mantiene in vita una città, dimostrando che la raccolta dei rifiuti merita di essere compresa come un lavoro qualificato e indispensabile. Giants of Garbage di Harold Crooks ha ricostruito come l’assenza di un controllo pubblico democratico sulla raccolta dei rifiuti abbia permesso alla criminalità organizzata di dominare il settore in modo straordinario. Studiosi come Zsuzsa Gille, Martin O’Brien e Josh Lepawsky hanno tutti trattato i rifiuti come un problema di economia politica piuttosto che di igiene urbana. Spazzatura! è un gradito contributo a questa tradizione. Verso la fine del libro, Paré-Poupart cita brevemente l’osservazione di Zygmunt Bauman secondo cui le società moderne producono «rifiuti umani» oltre a rifiuti materiali. È una conclusione appropriata per un’opera autobiografica che ha dedicato le sue pagine a mostrare con quanta facilità anche i lavoratori addetti alla gestione dei rifiuti scompaiano dalla vista delle altre persone. La società dei consumi si basa sul rendere certe persone usa e getta, al pari degli oggetti che vengono pagate per spostare. All’inizio del libro, Paré-Poupart afferma di voler dimostrare che nessun lavoro è inferiore a un altro. Alla fine della lettura, è difficile dubitarne. Mostrando cosa richieda realmente la raccolta dei rifiuti – abilità, discernimento e know-how accumulato – rivela anche quanto della società moderna diventi visibile dal retro di un camion della spazzatura. Ciò che rimane impresso nella mente del lettore, tuttavia, sono i piccoli dettagli dei percorsi stessi: sacchi della spazzatura incastrati tra le auto parcheggiate, bidoni per la raccolta differenziata congelati nella neve, cabine di camion dotate di telecamere, sacchi di latte in arrivo in Vietnam. Insieme, questi dettagli rivelano una società che appare ben diversa vista dal cassone di un camion della spazzatura rispetto a come appare vista dal marciapiede. *Alex N. Press è un giornalista di Jacobin, si occupa di organizzazione sindacale. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Spazzatura, il lato invisibile della modernità proviene da Jacobin Italia.
October 17, 2026
Jacobin Italia
EX ILVA, cinque giorni di lotta ad oltranza hanno dimostrato la forza dei lavoratori. Ora il Governo deve rispondere.
Cinque giorni di sciopero, blocchi stradali, manifestazioni e una determinazione che da Taranto a Genova, passando per Novi Ligure, ha riportato al centro della scena nazionale la forza dei lavoratori dell’ex Ilva. Sono state giornate straordinarie, nelle quali migliaia di operai hanno dimostrato che, nonostante anni di crisi, promesse mancate, […] L'articolo EX ILVA, cinque giorni di lotta ad oltranza hanno dimostrato la forza dei lavoratori. Ora il Governo deve rispondere. su Contropiano.
October 17, 2026
Contropiano
Come essere liceale – di François Dubet e Marie Duru-Bellat
Nel giorno delle manifestazioni studentesche in Italia e nel prosieguo di quelle in Francia, riprendiamo un articolo di François Dubet e Marie Duru-Bellat, noti sociologi, che ripercorrono l'evoluzione del sistema scolastico francese per indagare le vere cause rimosse del disagio di questa generazione. La versione originale si trova sulla rivista AOC media - Analyse [...]
October 16, 2026
Effimera
Dove cresce il sindacato in Italia
Nonostante i periodici de profundis cantati per il sindacato dalla stampa e dalla destra italiane, c’è nel nostro paese un settore in cui i sindacati sembrano godere di buona salute. Stiamo parlando del settore pubblico, che impiega nel nostro paese 3,4 milioni di lavoratori – circa un quinto del totale dei lavoratori dipendenti.  È questo l’unico settore per cui sia disponibile un dato certificato sulla rappresentatività delle diverse sigle sindacali – sia per quanto riguarda il numero degli iscritti che per le rappresentanze sindacali. Grazie ai periodici accertamenti Aran sulla rappresentatività, sappiamo così che il tasso di sindacalizzazione nel pubblico si attestava nel 2025 al 51%, con un significativo aumento rispetto al 47% registrato nel 2012 . Un dato notevole, in un paese in cui il tasso di sindacalizzazione generale viene stimato fra il 30% e il 25%. Non solo: nello stesso arco cronologico la partecipazione dei lavoratori pubblici alle elezioni dei rappresentanti sindacali è rimasta sostanzialmente stabile (dal 67% al 66%) – un dato significativamente superiore all’affluenza alle elezioni più partecipate, quelle politiche. Insomma, nel settore pubblico i sindacati non solo sarebbero più forti di 15 anni fa, ma starebbero anche riuscendo a evitare l’avanzata dell’astensionismo ormai endemica in ogni democrazia europea.  UN SETTORE CHE CAMBIA Avvicinando lo sguardo al settore del pubblico impiego ci si rende conto di quanto, nell’arco di poco più di un decennio, esso sia strutturalmente cambiato. La politiche di austerità seguite alla crisi finanziaria del 2008 hanno provocato un crollo di ben 119 mila lavoratori pubblici fra il 2009 e il 2013, una contrazione recuperata solo parzialmente nel decennio successivo. Ancora oggi, i lavoratori del pubblico in Italia sono decine di migliaia in meno rispetto al periodo pre-austerità. Guardando il dato disaggregato per singolo comparto, si può vedere come questa evoluzione sia avvenuta in modo piuttosto disomogeneo. Rispetto al 2009, i dipendenti delle «funzioni centrali» (ministeriali) sono crollati del 23%, mentre quelli degli enti locali del 20,5%. Al tempo stesso, a fronte di una leggera crescita del settore della sanità (+1,5%), il settore della conoscenza (scuola e università) è calato del 2,4%. Nel contesto di questi vorticosi cambiamenti (e del notevole turn over degli ultimi anni), il sindacato nel settore pubblico si è rafforzato. Come detto, il tasso di sindacalizzazione è aumentato superando la metà del totale della forza lavoro. Nel solo triennio 2021-2024, gli iscritti ai sindacati nel pubblico sono aumentati in termini assoluti di ben 119 mila lavoratori. Anche in questo caso, però, l’analisi per comparto rivela una situazione articolata. Nel settore più colpito dai tagli, le funzioni centrali, il tasso di sindacalizzazione è sceso dal 49,6% del 2012 al 42,5% del 2025. Negli enti locali gli iscritti sono ulteriormente calati al 28,8%, in un comparto in cui il tasso di sindacalizzazione è tradizionalmente basso a causa della sua struttura molto frammentata. A trainare la crescita della sindacalizzazione nel pubblico sono stati quindi i due settori in cui nell’ultimo quindicennio i tagli hanno colpito meno dal punto di vista occupazionale: nel settore scuola-università il tasso di sindacalizzazione è infatti balzato dal 51,3% al 57,3%, mentre in quello della sanità dal 51,5% al 57,8%. LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia CHI CRESCE (E CHI NO) I dati Aran ci permettono di andare più a fondo rispetto a questo dato, verificando quali sigle sindacali siano state maggiormente premiate dalla crescita del tasso di sindacalizzazione.  In tutti i settori del pubblico, i tre sindacati confederali rimangono di gran lunga i più rappresentativi. Nel 2025, gli iscritti a Cgil, Cisl e Uil erano il 62,9% del totale dei lavoratori sindacalizzati del pubblico – ovvero il 30,1% dei lavoratori del settore. Questo dato cela però un indebolimento dei confederali se paragonato a quello del 2012, quando i confederali rappresentavano il 68,8% del totale dei sindacalizzati. Nonostante tutte e tre le sigle confederali abbiano oggi più iscritti in termini assoluti che 15 anni fa, in termini relativi sia la Cisl (dal 27,6% al 24,1%) che la Cgil (dal 26% al 21,4%) hanno perso peso sul totale degli iscritti, mentre la Uil l’ha leggermente aumentato (dal 15,1% al 17,3%). I confederali hanno lievemente risalito la china negli ultimi anni: fra il 2021 e il 2024, delle 119 mila nuove iscrizioni ai sindacati 79 mila sono state raccolte da Cgil-Cisl-Uil. Se nelle funzioni locali i confederali si confermano di gran lunga maggioritari (82%, in leggera crescita rispetto al 2012), in tutti gli altri comparti il loro peso è significativamente calato: -5% nelle funzioni centrali e nella conoscenza, -7,2% nella sanità.  Del calo relativo dei confederali non sono riusciti ad approfittare i sindacati conflittuali. Questi rimangono largamente residuali in tutti i comparti del pubblico tranne che nel settore scuola-università, dove la loro presenza negli ultimi anni si è rafforzata pur rimanendo marginale in termini prettamente numerici. Le due principali sigle di base del settore dell’istruzione (Cobas Scuola e Usb PI) rappresentavano nel 2025 circa 13 mila lavoratori, ovvero l’1,6% del totale dei sindacalizzati: «L’attuale panorama sindacale nel pubblico impiego – spiega Cristiano Fiorentini dell’esecutivo nazionale Usb PI – è il frutto di anni di riflusso sul piano politico e sindacale che hanno portato lavoratrici e lavoratori a far propria una concezione individualista che punta al miglioramento della propria condizione. In un contesto simile il lavoro del sindacalismo di base è decisamente “controvento”». In termini di iscrizioni sono stati invece i sindacati corporativi e autonomi ad aumentare il proprio peso. A spiccare, in particolare, è la crescita dei sindacati corporativi, cioè di quelle sigle che si limitano a rappresentare una specifica parte del proprio comparto – una singola corporazione, appunto: i soli professori nella scuola, i soli infermieri nella sanità e così via. Nel settore della conoscenza le maggiori sigle corporative del personale docente (Gilda e Anief) rappresentano ormai quasi un quinto dei sindacalizzati (18,2%), mentre nel 2012 si limitavano a poco più di un decimo. Similarmente, nella sanità i due maggiori sindacati degli infermieri (Nursind e Nursing Up) pesavano all’ultima rilevazione il 18,4% del totale degli iscritti del comparto mentre nel 2012 si fermavano al 10,8%.  Sulle ragioni della crescita dei sindacati corporativi le opinioni divergono. «La rappresentanza dei confederali – spiega Andrea Bottega, segretario nazionale del Nursind – è risultata insufficiente perché, nonostante crescessero responsabilità e obblighi di formazione in capo agli infermieri, questi continuavano a ricevere un trattamento uguale a quello riservato a professioni che non avevano conosciuto lo stesso sviluppo». Di altro avviso, invece, Federico Bozzanca, segretario generale FP Cgil: «A fronte dell’indebolimento della sanità, noi riscontriamo una corsa alla difesa di interessi specifici che vengono spesso letti in contrapposizione a quelli che sono invece gli interessi generali del sistema». Per approfondire … Il sindacato siamo noi Acquista il numero della rivista LA TENUTA DELLA DEMOCRAZIA SINDACALE Il tasso di sindacalizzazione è salito ma la partecipazione al momento per eccellenza della democrazia sindacale – le elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) – è rimasta sostanzialmente invariata. Fin dal 1998 in tutti i luoghi di lavoro del comparto pubblico le Rsu sono obbligatorie e devono essere rinnovate ogni tre anni. In questo contesto, se nel 2012 andarono a votare circa il 67,2% degli aventi diritto, nel 2025 l’affluenza era di poco scesa al 66,3%. Nello stesso periodo, per avere un dato comparativo, la partecipazione alle elezioni politiche è passata dal 75% (2013) al 63% (2022).  Anche in questo caso siamo di fronte a un quadro articolato per singolo settore: la partecipazione è aumentata solo nella sanità (+3,5%) mentre è diminuita nelle funzioni locali (-0,5%), nelle funzioni centrali (-3,6%) e nella scuola-università (-4,2%). Al di là dell’articolazione per settore, rimane però il dato di un’alta partecipazione alle elezioni delle rappresentanze sindacali: «Le Rsu – spiega Federico Bozzanca della FP Cgil – sono i principali attori della contrattazione nei posti di lavoro, dove legano il momento della partecipazione democratica a quell’azione negoziale che rappresenta la possibilità di beneficiare di un miglioramento delle condizioni economiche e di lavoro». L’alto dato dell’affluenza rappresenterebbe quindi un riconoscimento da parte dei lavoratori del ruolo concreto delle rappresentanze chiamate a discutere degli accordi integrativi che condizionano il loro salario e le loro condizioni lavorative. Se negli ultimi decenni la democrazia politica è stata indebolita dallo svuotamento di potere reale delle istituzioni rappresentative, la democrazia sindacale terrebbe quindi anche perché i rappresentanti eletti continuano a esercitare un potere tangibile dal punto di vista negoziale. Così come nel numero degli iscritti, anche nel voto delle Rsu gli ultimi quindici anni hanno visto alcuni sostanziali cambiamenti. Nel 2025, i tre sindacati confederali hanno ottenuto il 70,7% del totale dei voti espressi, segnando un calo del 4% rispetto al 2012. Il peso di Cgil, Cisl e Uil varia però per comparto, oscillando fra l’85,9% delle funzioni locali e il 62,9% delle funzioni centrali. Così come nel tesseramento, anche a livello elettorale l’unico sindacato confederale a essersi rafforzato nel lasso di tempo analizzato è stata la Uil (+2%), mentre sono calati sia la Cisl (-1,5%) che la Cgil (-3,5%). È interessante notare come i confederali siano significativamente più forti nelle elezioni delle Rsu (70,7% dei voti totali) rispetto al loro peso in termini di sindacalizzazione (62,9% degli iscritti totali). Si tratta di un dato comune a tutti i comparti del pubblico che solo in parte può essere spiegato dal vantaggio competitivo del radicamento più diffuso dei confederali. In particolare è la Cgil a mostrare di più questa asimmetria fra voti e iscrizioni, con un dato eclatante nel settore scuola-università, dove a fronte di un 20% del totale dei sindacalizzati il sindacato rosso ottiene il 27,6% del totale dei voti: «È il segno di un sindacato generale, che non chiede appartenenza per offrire rappresentanza – spiega Gianna Fracassi, segretaria generale di Flc Cgil – Nel nostro comparto il voto Rsu è la scelta di un indirizzo: sulla stabilizzazione dei precari, sul rinnovo contrattuale, sulla difesa della scuola, dell’università e della ricerca pubblica. Su quell’indirizzo raccogliamo un consenso che va molto oltre il perimetro dei nostri iscritti». OGGI NEL PUBBLICO, DOMANI NEL PRIVATO? Le specificità dell’impiego pubblico spiegano in parte la tenuta del sindacato in questo ambito. La maggiore sicurezza dei lavoratori pubblici li rende meno ricattabili a ritorsioni in caso di azione sindacale – o anche solo di sindacalizzazione. Al tempo stesso il sistema di rappresentanza basata su Rsu obbligatorie contribuisce a dare forza ai sindacati – avvicinando il sistema italiano a quello ad alta istituzionalizzazione di altri paesi europei come Austria e Germania. Sembra in particolare questa forma ibrida di istituzionalizzazione sindacale la peculiarità che più può spiegare la divergenza dei sindacati pubblici italiani rispetto a quelli declinanti degli altri paesi occidentali. Se è infatti vero che ovunque il sindacato è più forte nel pubblico che nel privato, il caso italiano rimane peculiare nel suo costante aumento del tasso di sindacalizzazione. Come abbiamo visto, questo rafforzamento varia da comparto a comparto. Se da una parte esso sembra derivare dall’effettiva capacità di azione negoziale dei sindacati sui luoghi di lavoro – che rende la democrazia sindacale una democrazia «utile» agli occhi dei lavoratori –, un ruolo certo non secondario l’ha giocato l’obbligatorietà delle rappresentanze sindacali in ogni luogo di lavoro pubblico. In questo senso, grande attenzione dovrebbe essere riservata al probabile accordo sulla rappresentanza che sindacati confederali e associazioni datoriali stanno negoziando in questi mesi (pur con tutte le problematicità legate agli aspetti solo apparentemente «secondari» della trattativa). Perché se la creazione di un ecosistema favorevole alla democrazia sindacale ha aiutato il sindacato a crescere nel pubblico, lo stesso potrebbe avvenire nel settore privato. *Stefano Poggi è assegnista di ricerca presso l’Università di Padova, dove si occupa degli effetti sociali e ambientali delle privatizzazioni ottocentesche dei beni comuni. Oltre ai sindacalisti menzionati, l’autore ringrazia Stefano Bagnara. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Dove cresce il sindacato in Italia proviene da Jacobin Italia.
October 16, 2026
Jacobin Italia