Che tipo di lavoro abbiamo?C’è un aspetto del XXIV Rapporto annuale dell’Inps, presentato il 9 luglio
scorso, che è stato finora sottovalutato, ma che aiuta a cogliere la qualità
della composizione del lavoro in Italia e anche a risolvere la questione di come
e perché sia aumentata l’occupazione.
Si tratta della presenza nella massa del lavoro dipendente di una quota davvero
rilevante di lavoro parziale, sia esso part-time o part-year, quindi stagionale
o a tempo, che descrive una condizione del lavoro salariato per certi versi
inedita. Ma c’è poi un’analisi offerta dall’Inps ancora più interessante,
laddove si scompone la forza lavoro in «uomo-anno», cioè in lavoro pieno
annuale, corrispondente a 260 giornate lavorative (quanto resta dai 365 giorni
annuali dedotti i due giorni di riposo settimanali): questa descrizione getta
uno sguardo crudo sia sulla dimensione del lavoro parziale, precario o meno, sia
sulla contraddizione tra crescita dell’occupazione e stagnazione del reddito da
lavoro dipendente e conseguente stagnazione del Prodotto interno lordo.
I lavoratori dipendenti considerati dall’Inps, esclusi gli agricoli, sono circa
20,8 milioni. Prima di addentrarsi nell’analisi accennata, già si può aggiungere
un’altra radiografia importante: la crescita del lavoro straniero che è ormai il
14,5% del totale, un dipendente su sette. L’incremento è tutto attribuibile alla
componente extracomunitaria, passata da 1,7 milioni nel 2019 a 2,5 milioni nel
2025, mentre la componente comunitaria, soprattutto composta da rumeni, si è
ormai stabilizzata attorno a mezzo milione di unità. Ma è aumentata anche
l’intensità di impiego: per gli extracomunitari si è passati da 217 giornate
retribuite nel 2019 a 224 nel 2025, per i comunitari da 214 a 233. Il lavoro
immigrato incide in misura molto superiore alla media (25%) nell’industria
leggera del made in Italy (tessile-abbigliamento-pelli-cuoio-legno-mobile),
delle costruzioni (28,3%), dei servizi di alloggio e ristorazione e dei servizi
di supporto (tra cui il lavoro somministrato, le attività di vigilanza, pulizie,
servizi per il paesaggio). Valori elevati, tra il 15 e il 20%, anche per altri
importanti comparti manifatturieri (metalmeccanica, alimentari), per i
trasporti-magazzinaggio e per altre attività di servizio.
Si tratta di una crescita impetuosa negli ultimi anni, superiore in termini
percentuali alla crescita media degli occupati, e che segnala una discrasia tra
il discorso pubblico razzista e anti-immigrati e quello che accade nelle
profondità dell’economia reale (nel «laboratorio segreto» della produzione,
avrebbe detto Marx).
La maggioranza dei dipendenti opera nel settore privato.
Nel settore privato non agricolo i dipendenti sono circa 17,7 milioni nel 2024,
con una crescita del 2%. Il pubblico impiego, con i suoi 3,7 milioni di
dipendenti ha un peso molto minore rispetto a paesi europei analoghi e presenta
una struttura mediamente più anziana rispetto al settore privato. Segno che il
ricambio generazionale ancora non c’è stato e non si vedono segnali in questa
direzione.
Per quanto riguarda le categorie, l’Inps segnala che nel settore privato la gran
parte del lavoro occupato è operaio, con il 56% dei dipendenti; gli impiegati
sono circa il 37%, mentre seguono quote ridotte e marginali per apprendisti,
quadri e dirigenti. Evidente, ancora, il gap occupazionale tra uomini e donne,
con i primi che rappresentano il 57% dei dipendenti. Gap che si ripercuote
bruscamente sulle retribuzioni: nel 2024 la retribuzione media annua nel settore
privato è stata circa 27.967 euro per gli uomini contro 19.833 euro per le
donne: al netto di contributi e imposizione fiscale parliamo di circa 1.500 euro
al mese per gli uomini e di 1.100 euro per le donne. Alla faccia di un paese
ricco e membro del G7.
Sempre per restare al quadro generale, l’occupazione è concentrata nel
Nord-Ovest per circa il 31,4%, nel Nord-Est per il 23,3%, al Centro con il 20,7%
e al Sud per il 17,2%.
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LE TANTE FACCE DEL SINDACATO
Redazione Jacobin Italia
L’UOMO-ANNO
Quando si passa alla definizione dei dati utilizzando la categoria «uomo-anno»,
così indicata dall’Inps (che non utilizza un linguaggio orientato al genere), il
quadro si fa mosso.
Per capire di cosa parliamo, è lo stesso rapporto a darci l’esplicitazione dei
criteri utilizzati. I circa 20,8 milioni di lavoratori dipendenti complessivi si
suddividono, come abbiamo visto, in 17,7 milioni nel privato non agricolo con
una media di 247 giornate retribuite annue. Nel pubblico i lavoratori sono circa
3,74 milioni, con 283 giornate medie retribuite. L’Inps però offre un’analisi
diversa affiancando al numero di dipendenti nell’anno, le giornate retribuite
nel mese. In questo modo, i dipendenti privati, che in media mensile erano circa
12,9 milioni nel 2018, saranno 14,6 milioni nel 2024. Si tratta, ripetiamolo, di
retribuzioni percepite mensilmente, con scarti importanti tra i mesi di picco
lavorativo (giugno nel settore privato) e quelli di minor utilizzo.
Su questi dati l’Inps opera ancora un altro affinamento utilizzando, in
alternativa al numero di dipendenti mensili, «la somma nell’anno del numero di
giornate retribuite ogni mese». Il calcolo si basa sullo standard di 26 giornate
mensili come numero massimo retribuibile e quindi portando a 312 giornate
retribuite come il valore di un anno pieno, caratterizzato da continuità
lavorativa. «Dividendo per 312 la somma del numero di giornate retribuite ogni
mese, scrive l’Inps, si ottiene una misura normalizzata del volume di lavoro,
espressa in anni-uomo». Un dipendente che nel corso dell’anno abbia ricevuto 78
giornate retribuite equivale a 0,25 anni-uomo, mentre se le giornate retribuite
sono state 273 equivarrà a 0,875 anni-uomo. Il pregio di questa
categorizzazione, rispetto al numero di ore lavorate, è quello di non
neutralizzare la tipologia oraria contrattuale (tempo pieno/tempo parziale).
Rifacendo i calcoli, quindi, i dipendenti privati, che in media mensile sono
circa 14,6 milioni nel 2024, «ricalcolati in termini di anni-uomo risultano pari
a circa 13,6 milioni» crescendo di 1,6 milioni rispetto al 2018. Oltre al lavoro
a tempo determinato è cresciuto di molto il lavoro stagionale (+65%) e
intermittente (+30%). Da considerare anche che il lavoro a tempo indeterminato
ha beneficiato della forte crescita, dall’11 al 35%, del lavoro in
somministrazione «anche grazie ai maggiori vincoli introdotti dal Decreto
Dignità sulla somministrazione a tempo determinato».
Ma questa nuova categorizzazione permette anche di avere un quadro immediato
della segmentazione del mercato del lavoro tra il segmento «primario» nel quale
rientrano i cosiddetti insiders, lavoratori con maggiore stabilità contrattuale,
elevati livelli di istruzione ed esperienza, alti salari. «Nel segmento
secondario ci sono viceversa i cosiddetti outsiders rappresentati dai lavoratori
con basse retribuzioni, scarsa sicurezza del posto di lavoro, poche possibilità
di carriera». Il rapporto si propone così di dare una «quota del volume di
lavoro caratterizzata da continuità oraria e/o contrattuale», procedendo per
passaggi successivi: «i lavoratori a tempo indeterminato (al netto di
apprendistato e somministrazione) misurati in anni-uomo passano da 9,5 milioni
nel 2018 a 10,9 milioni nel 2024 di cui circa il 75% a tempo pieno e il 25% a
tempo parziale (in larga maggioranza donne)». Si verifica quindi che «i soli
lavoratori a tempo indeterminato e a full-time, ammontano nel 2024 a 8,1
milioni», il che comporta che il mercato primario rappresenta nel 2024 il 60%
del totale. Ma se invece si includono sia l’apprendistato, che dal punto di
vista normativo viene definito a tempo indeterminato, sia i lavoratori assunti a
tempo indeterminato dalle aziende di lavoro in somministrazione, si ha una
«definizione allargata» di segmento primario che arriva a 11,5 milioni di
anni-uomo nel 2024, quindi l’85% del totale.
Gli outsider, quindi, possono variare dal 15 al 40% a seconda della definizione
«ristretta» o «allargata» del mercato primario, quello degli stabili. In ogni
caso, l’Inps nota che dal 2018 al 2024 la quota degli outsiders è calata dal
16,2 al 15,4%, quindi solo dello 0,8% in otto anni, ma è aumentata nel meridione
passando dal 17,1% al 20,5%, principalmente a causa alla crescita del lavoro a
tempo determinato e delle attività stagionali.
Il mercato del lavoro italiano quindi appare relativamente stabile se si contano
i contratti: 14-15 milioni di persone hanno un rapporto a tempo indeterminato.
Ma in termini di quantità effettiva di lavoro, adottando una definizione
«ristretta» del mercato primario, si nota che una quota consistente dei
rapporti, almeno il 40%, non è stabile e pienamente retribuito.
Questa composizione differisce a seconda dei settori indicando così che la
precarietà italiana non è distribuita uniformemente: «è concentrata soprattutto
nei settori a bassa produttività e ad alta stagionalità (turismo, commercio,
alcuni servizi), mentre industria, sanità e amministrazione pubblica hanno una
maggiore intensità annuale del lavoro», cioè più giornate retribuite. L’Inps
segnala infatti che nel 2024 il lavoro intermittente ha coinvolto circa 759 mila
persone e la somministrazione circa 915 mila, evidenziando che queste forme sono
una componente significativa ma concentrata del mercato del lavoro.
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UNA FLOTILLA ANCHE PER IL SALARIO
Salvatore Cannavò
La situazione si riflette ovviamente sulla dinamica salariale. Abbiamo visto le
retribuzioni medie annue di dipendenti uomini e donne: la media complessiva
annuale propone un reddito medio per i dipendenti privati di 24.486 euro, con
247 giornate retribuite medie; nel pubblico la media è circa 35.350 euro con 283
giornate retribuite.
Se facciamo il calcolo per anni-uomo, si può invece verificare quanto reddito da
lavoro dipendente lordo annuo viene generato per ogni lavoratore equivalente a
tempo pieno. È una misura «più utile della semplice retribuzione media per
persona perché corregge l’effetto di: part-time; stagionalità; periodi lavorati
inferiori ai 12 mesi; settori con molti contratti brevi». Le retribuzioni più
alte si verificano nel settore della Energia, utilities con 45–55mila euro per
giornate piene annue, seguita da Finanza e assicurazioni con 45-50 mila euro e
da Industria e manifattura 38-43 mila. La Pubblica amministrazione (37-40 mila)
e la Sanità (38-42 mila) si confermano anche con quote alte di retribuzioni su
giornate piene annue, mentre a valori medi si collocano i Trasporti e la
Logistica (34-38 mila) e le Costruzioni (32-36 mila). Più basso il Commercio
(30-34 mila) e nella fascia bassa il Turismo e ristorazione (28-32 mila) e Altri
servizi personali (28-33 mila).
«Se guardiamo solo le teste, turismo e commercio sembrano grandi settori:
commercio circa 3 milioni di dipendenti; turismo circa 1,5 milioni. Ma in
termini di lavoro pieno equivalente producono molto meno perché hanno: molti
part-time; contratti stagionali; meno mesi lavorati. La precarietà non è così
solo un problema contrattuale: è spesso il risultato di settori dove il lavoro è
strutturalmente frammentato».
Infine, se vogliamo capire quali settori sostengono maggiormente il reddito
nazionale e componiano una piramide del lavoro italiano come combinazione di
numero di lavoratori dipendenti (teste); lavoro effettivo prodotto (tempo pieno
annui); reddito da lavoro dipendente per tempo pieno e valore aggiunto prodotto
dal settore, si può notare che l’industria manifatturiera pesa molto più di
quanto sembri: i suoi circa 3,8 milioni di dipendenti hanno un’alta continuità
lavorativa, mentre la grande massa occupazionale del commercio e servizi impiega
molti lavoratori, ma con molto lavoro part-time, carriere discontinue, salari
medi più bassi.
Il turismo è il caso più evidente: con circa 1,5 milioni di persone coinvolte
occupano meno di un milione a tempo pieno effettivo annuo con un lavoro
frammentato e una potenza economica del lavoro molto più bassa.
La fotografia più corretta dell’Italia 2024 non è quindi quella che fotografa
«20,8 milioni di dipendenti» ma che somma circa 16 milioni di lavoratori
equivalenti a tempo pieno, pilastri di un settore economico in cui sono cruciali
industria e servizi avanzati mentre turismo e commercio incidono molto meno.
Questa condizione si riflette, ad esempio, sui settori che sostengono il sistema
previdenziale che deve i maggiori introiti contributivi all’industria privata,
al pubblico impiego e ai servizi qualificati. I settori con molte «teste»
lavorative ma meno salari e contributi bassi e saltuari costituiscono invece la
causa dello squilibrio e potenzialmente anche contraddizioni più forti nello
stesso mondo del lavoro.
Mai come ora quando si tratta di lavoro bisogna saper contare bene.
*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore
editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al
futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme,
2023).
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