Pane Quotidiano(disegno di mina de sanctis)
Insegno nei corsi per disoccupati iscritti ai programmi Gol (Garanzia di
occupabilità dei lavoratori). In queste settimane per andare fuori Milano
utilizzo diversi mezzi pubblici, sempre senza biglietto. Lavoro per quindici
euro lordi l’ora con partita Iva senza rimborso spese di viaggio. L’ente di
formazione che vince la gara d’appalto riceve finanziamenti per erogare i corsi
e affida a me l’incarico senza assunzione, quindi senza nessuna tutela. Se pago
i biglietti non rientro nelle spese.
Oggi è lunedì per tutti. Ieri era la domenica del referendum sul lavoro (meno
licenziamenti, più diritti in regime di subappalto, più sicurezza, meno
precariato, ecc.). Solo una persona su quindici è andata a votare, le altre
abbassano gli occhi. I corsi Gol sono stati istituiti dalla riforma del Reddito
di cittadinanza voluta dal governo Meloni. La parola “garanzia” contenuta
nell’acronimo ha un che di spiccatamente propagandistico. Una corsista di Milano
un giorno raccontava di andare da Pane Quotidiano (un’organizzazione laica e
apolitica che distribuisce generi alimentari di prima necessità a chi ne ha
bisogno). In questi giorni ho scoperto dove si trova: tutte le mattine alle
sette ci passo davanti in bici prima di prendere il treno, ho notato la fila e
ho capito che era Pane Quotidiano. Penso che potrei fermarmi lì al posto di
andare a lavorare. A conti fatti mi converrebbe, sarebbe la stessa cosa, al
posto di andare a lavorare per pochi euro potrei andare a prendere da mangiare
lì.
È martedì e invece di passare da viale Monza, prendo un’altra strada che mi
suggerisce Google Maps: il percorso passa in mezzo al verde e decido di seguire
quella strada per inebriarmi del profumo dei tigli di inizio estate. Inizia
un’avventura tra strade chiuse, parchi in mezzo a costruzioni in corso e palazzi
nuovi. All’inizio è tutto di un verde Lombardia (non quello istituzionale ma
quello naturalistico di maggio-giugno: verde ossido di cromo con un po’ di ocra
gialla dentro), poi passo da via Verona e penso al verde veronese e alla sua
dimensione più trascendente. Mi fermo due secondi a guardare Maps (non ho gli
airpods), poi incrocio gatti neri, corvi, uccelli non identificati, laghetti, un
bacino d’acqua con canne intorno. Gli operai sono già nei cantieri dei nuovi
palazzi, attraversa la stradina sterrata un leprotto prima di arrivare in via
“Carlo” Marx. In via Carlo Marx c’è finalmente una ciclabile e vado dritto per
un po’. Poi incrocio via Edison e, mentre penso che la lepre sia stata
un’allucinazione, vedo delle indicazioni per una generica “archeologia
industriale” e giro per via Acciaierie. Corro ancora, e finalmente attraverso
l’ultimo tratto verso il parcheggio della stazione. Faccio la mia gloriosa curva
finale salutando il parcheggiatore a grandi sbracciate. Mi sono messa
d’accordo con lui per lasciare la bici nel parcheggio delle auto in cambio di un
dolce tipico della provincia di Como. Non riuscirei ad affrontare economicamente
e psicologicamente un furto in questo momento.
Nel pomeriggio rientro a Milano, passo dal supermercato e inizio a sentirmi già
a rischio crollo nervoso. Immagino il titolo: “Docente di corsi per disoccupati,
sottopagata da ente di formazione finanziato da Città Metropolitana di Milano ha
una crisi di nervi mentre non riesce a pagare la spesa al supermercato perché
non le funziona il bancomat”.
Nei giorni dopo, il giro da via Carlo Marx è troppo faticoso e quindi seguo
tutte le mattine da viale Monza e tutte le mattine vedo la fila davanti Pane
Quotidiano e tutte le mattine sono tentata dal lasciare tutto e fermarmi lì.
Faccio i conti mentre pedalo e sono certa che sarebbe la stessa cosa ma vado
avanti.
Che senso ha continuare ad andarci?
Arrivo correndo al primo binario e il treno è stato cancellato, vedo da lontano
gente in cerchio davanti al tabellone. In cerchio si creano commenti e affinità
ma soprattutto si fanno foto al tabellone. È difficile fotografarlo, infatti non
è un tabellone normale ma piuttosto un televisore panciuto che ha una frequenza
di pixel diversa dalle fotocamere. Contrariamente all’evidenza della
cancellazione, queste foto appaiono poi nei telefoni confuse e indefinite.
Immagino una mostra con tutte queste foto con mezzi schermi, righe e diagonali.
Titolo della mostra: “CANC”.
Le fotografie in cui i telefoni riescono a sintonizzarsi sulla frequenza del
televisore panciuto giungono poi al datore di lavoro per giustificare il
ritardo. Penso alle email o gruppi whatsapp pieni di queste foto. Io non ho un
datore di lavoro ma devo giustificarmi lo stesso, anche per rispetto dei
disoccupati che mi aspettano. Sarà forse che continuo ad andare a lavorare per
arrivare sbracciando nel salutare sorridente il parcheggiatore da lontano?
Magari per immaginare mostre con stampe fotografiche sfavillanti? Vado forse a
lavorare per dare un senso alle mie giornate altrimenti poi mi deprimo? In un
podcast dicevano che Sylvia Plath usasse imbellire la realtà, sono forse sulla
sua strada?
Ma peggio della strada di Sylvia ci sarebbe il mio amico (uno che cita Marx a
destra e a sinistra) che mi definisce campagnola per i miei baratti o mondina
perché mi piace fotografare le risaie del pavese dal treno all’alba con la luce
che filtra nella nebbia bassa – mentre vado in un’altra città per un altro
lavoro. Di questa attitudine derubricata dal mio amico farebbe parte anche
l’autista della corriera (terzo mezzo pubblico che prendo per arrivare a questo
lavoro) che urla «forza Tarantoooo» mentre percorriamo le curve della Brianza
collinare (i boschi fuori dal finestrino si incurvano e distendono e io sono
felice).
Abbellimenti a parte, il treno è stato cancellato e il prossimo arriva tra
mezz’ora. È estate, fa già caldo alle otto di mattina, mi metto all’ombra sotto
degli alberi a lato dei binari. C’è odore di escrementi umani ma mi fermo per
ascoltare un tipo sguaiato che insulta la sua partner o collega/partner
dicendole «tuo padre non ti mantiene come ti mantengo io! Tu in casa mia mangi!
Con tuo padre frigorifero vuoto, ricordalo! La tua famiglia sono zingari!».
Iniziano i lavori stradali e non sento bene.
L’odore di escrementi si fa più forte.
A UN UOMO.
IOO LO SONO!
GRAZIE A CHI MANGI?
MANGI GRAZIE A ME.
BASTA.
TI TAGLIO IL CULO
Qui sto per intervenire.
TORNA A FARE LA FAME.
TUO PADRE NON TI VUOLE IN CASA.
Lei risponde: «Non capisco».
Lui dice: «Sei libera ora, torna a fare la fame».
Lo ripete tipo ritornello.
GRAZIE A ME, RICORDATELOOO.
L’olezzo è troppo forte e lascio la storia d’istinto, salgo su un treno solo per
scendere alla stazione successiva e aspettare il mio treno in una stazione più
bella.
Il primo lavoro che ho fatto è stato a quattordici anni. Papà mi mandò a
lavorare in campagna con il caporale e l’autobus, tutto questo lo fece con
benevolenza per farmi andare in pensione a un’età dignitosa. Papà non poteva
sapere dello sfascio successivo del mondo del lavoro. Mi svegliavo alle tre e
mezza del mattino, andavo in motorino con la mia amica fino al paese e lì
prendevamo questo autobus che ci lasciava in una stradina in mezzo a immensi
vigneti. Eravamo tutte donne e lui, il capo, passando urlava quasi simpatico:
«Allegr à li meeen!». Mi chiedevo cosa significasse questa “allegria delle
mani”. Compresi che era un incitamento a essere rapide e concentrarci sulle mani
più che chiacchierare. Mi chiedevo perché fossimo tutte donne e sentii dire da
mia nonna che le donne erano adatte a quel mestiere perché hanno le mani sottili
e riuscivano a infilarsi meglio nei grappoli d’uva e togliere gli acini piccoli.
Chiesi a mia nonna perché si tolgono gli acini piccoli e mi disse che «vanno
tolti quelli piccoli per far crescere meglio i più grandi».
L’estate dopo invece lavorai solo pochi giorni e dovetti tornare presto in città
perché non stavo bene. Mi era già iniziato un certo malessere e papà passò dai
calcoli pensionistici a calcolare le spese di una più cara psicoterapia
d’urgenza.
Dopo qualche giorno incrocio di nuovo i due, questa volta muti, lui è vestito da
agente immobiliare, va avanti spedito, lei lo segue di corsa. Non ho il coraggio
di guardarla perché non sono intervenuta e mi sento in colpa.
Non li ho più incontrati, le settimane di lavoro fuori Milano stanno finendo,
vado ancora a lavorare e non mi sono fermata da Pane Quotidiano. Penso che
quando finirò mi mancherà il parcheggiatore, arrivare e salutare a grandi
sbracciate; scampanellare su viale Monza, prendere il fresco degli alberi su via
Carlo Marx, l’autista che urla forza Taranto. Penso che sono andata a lavorare
perché ho preferito passare in mezzo ai laghetti incrociando lepri e poi sbucare
in via Carlo Marx con un ruolo.
Non mi mancheranno invece i disoccupati che mi odiano e che mi vedono come la
parte di società privilegiata, il contraltare colpevole della loro
disoccupazione. Non sanno che io tutte le mattine penso che forse sarebbe meglio
non andare fino lì, che sarebbe meglio non lavorare, che alla fine non conviene,
che vorrei fermarmi alla distribuzione di cibo per i poveri (chiamiamo le cose
con il loro nome). Non posso dirlo perché non mi ascolterebbero neanche più e la
mia vita sarebbe ancora più difficile.
Finisco l’incarico, sono stanca e ho bisogno di riposare. Vorrei andare da Pane
Quotidiano a prendere una spesa per completare il mio reportage ma non ho
neanche la forza mentale per farlo. A settembre, dopo un’estate passata senza
percepire la disoccupazione (NASpI) il lavoro di docenza mi viene riproposto a
dieci euro l’ora lorde con partita Iva. Non accetto. (mina de sanctis)