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La migrazione come risorsa sociale ed economica
LINDA PEZZANO Mentre l’Europa corre, l’Italia arranca, prigioniera di un paradosso normativo che soffoca l’economia e calpesta i diritti. Spagna, Germania, Paesi Bassi, Portogallo e Francia hanno già tracciato la rotta: per questi Paesi, la gestione dei flussi migratori non è solo un’emergenza da contenere, ma una leva strategica per la crescita e la stabilità nazionale. Attraverso sistemi flessibili, ingressi autonomi e regolarizzazioni fondate sul radicamento sociale, i nostri vicini europei trasformano la manodopera straniera in una risorsa preziosa, garantendo alle imprese risposte rapide e ai lavoratori percorsi di dignità. Al polo opposto si colloca il modello italiano, incastrato nell’anacronismo dei “click day” e in una logica securitaria che genera solo precarietà e marginalità. In un continente che affronta un invecchiamento demografico senza precedenti, la capacità di integrare efficacemente il background migratorio è diventata il nuovo parametro della competitività globale: una sfida che l’Italia, tra inefficienze amministrative e cecità burocratica, rischia di perdere definitivamente. Il pericolo è che, invece di risorsa, il capitale umano straniero venga degradato a puro residuo di un meccanismo inceppato, trasformando potenziali talenti in “scarti” di un sistema al collasso. È la materializzazione di quel paradosso sociale descritto da Zygmunt Bauman: «Loro sono sempre troppi. “Loro” sono quelli che dovrebbero essere di meno o, meglio ancora, non esserci proprio. Invece noi non siamo mai abbastanza. Di “noi” dovrebbero essercene di più».  GERMANIA: OLTRE LE QUOTE FISSE La Germania, che si conferma il secondo Paese di destinazione al mondo dopo gli Stati Uniti, ha scelto un pragmatismo che trasforma il migrante in risorsa produttiva. Il panorama è dominato dalla Fachkräfteeinwanderungsgesetz 1(Legge sull’immigrazione di lavoratori qualificati): se un’azienda ha bisogno di un professionista e il candidato risponde ai requisiti, il processo è continuo e strutturato, avviabile in qualsiasi momento dell’anno. L’unica deroga quantitativa riguarda la Westbalkanregelung (Regola dei Balcani Occidentali – per i lavoratori qualificati provenienti da Albania, Bosnia, Kosovo, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia – che possono comunque essere assunti indipendentemente dalle proprie qualifiche formali), elevata a 50.000 (rispetto ai precedenti 25.000) ingressi annui a partire dal 2024-2025 2; tuttavia, anche in questo caso, non si procede tramite click day, ma attraverso un sistema di estrazione e registrazione continua gestito dalle rappresentanze diplomatiche per evitare il collasso dei portali e garantire una distribuzione equa durante tutto l’anno.  L’innovazione più dirompente è la “Chancenkarte” (Carta delle Opportunità) – un sistema a punti che premia età, conoscenza delle lingue e l’esperienza precedente – che permette al migrante l’ingresso e il soggiorno nel Paese per un anno alla ricerca di un impiego dignitoso, dietro prova di (almeno) due anni di formazione professionale o dietro possesso di una laurea. Il datore di lavoro può attivare la procedura accelerata per lavori qualificati (il beschleunigtes Fachkräfteverfahren) ex art. 81a del Residence Act – Aufenthaltsgesetz: pagando una tassa amministrativa di circa € 411, l’azienda delega l’autorità per gli stranieri a gestire tutti i passaggi burocratici, inclusa la verifica dei titoli e il nulla osta, riducendo drasticamente i tempi del visto.  Infine, per rispondere a una carenza drammatica di 1,8 milioni di lavoratori (specialmente nella logistica e nel social care), il Ministro degli Interni Alexander Dobrindt ha presentato il piano “Sofort-in-Arbeit” (Subito al lavoro) che diventerà effettivo il 1° luglio 2026, vedendovi la chiave per sbloccare “un bacino di talenti” essenziale per le piccole e medie imprese delle regioni provinciali, spesso le più colpite dalla carenza di manodopera: la norma, rivoluzionaria, punta a ridurre l’attesa per l’accesso al lavoro dei richiedenti asilo da nove mesi a soli 90 giorni. Chiunque superi i controlli iniziali può così accedere a impieghi full time o “mini-job” mentre la procedura di asilo prosegue, accelerando l’integrazione attraverso la partecipazione societaria. Inoltre, il permesso di soggiorno, a differenza di quanto avviene in Italia, non è mai inferiore alla durata del contratto di lavoro.  PAESI BASSI: LA FIDUCIA CHE GENERA PROFITTO I Paesi Bassi hanno scelto un modello basato sulla sponsorizzazione fiduciaria e su parametri economici oggettivi. Il fulcro del sistema è il meccanismo del “Recognised Sponsor” (Referent) gestito dall’IND (Immigration and Naturalisation Service): le aziende che dimostrano solidità e rispetto delle norme 3 vengono iscritte in un registro pubblico e possono assumere lavoratori stranieri in qualsiasi momento dell’anno, senza dover attendere la pubblicazione di un decreto quote. Per i  lavoratori altamente qualificati (i cosiddetti Kennismigranten o highly skilled migrants), non esistono limiti quantitativi, anzi i datori di lavoro – riconosciuti dall’IND – possono assumere personale qualificato in sole due o quattro settimane, evitando lungaggini burocratiche e procedurali. Il legislatore olandese ha compreso che porre un tetto numerico all’eccellenza significa auto-infliggersi un danno economico. Il “filtro” è qualitativo e salariale: l’ingresso è garantito a patto che il contratto preveda una soglia retributiva minima (parametrata sull’età e sulla qualifica) che assicuri al lavoratore piena autonomia economica.  Per quanto riguarda i richiedenti asilo, ai sensi del Foreign Nationals Employment Act (Wav), essi possono lavorare solo se la loro domanda è in esame da almeno sei mesi. In questo caso, il datore di lavoro deve richiedere un permesso di lavoro specifico (TWV) all’agenzia per l’impiego (UWV). In passato, i richiedenti asilo potevano lavorare per un massimo di 24 settimane su un periodo di 52; tuttavia, a seguito di sentenze giudiziarie e riforme del 2024, tale restrizione temporale è stata dichiarata illegittima, permettendo oggi un impiego continuativo, per prevenire l’istituzionalizzazione della precarietà e favorire una reale autosufficienza. La NL Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie) vigila attentamente affinché l’inserimento lavorativo non diventi terreno di sfruttamento: il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire condizioni salariali e lavorative conformi agli standard nazionali; in caso contrario il permesso TWV viene negato o revocato. Studi condotti nel 2025 confermano che questo modello non solo riduce la dipendenza dal welfare, ma rafforza profondamente il senso di appartenenza alla comunità. PORTOGALLO: IL DIRITTO DI CERCARE DIGNITÀ  Il Portogallo rappresenta forse – insieme alla Spagna – l’approccio più aperto dell’area europea e l’avanguardia normativa in termini di diritti civili ed economici immediati. Il pilastro di questa rivoluzione è l’emendamento all’Asylum Act del 2022 4, che ha stabilito il diritto al lavoro immediato dal momento stesso della domanda di protezione internazionale. Non esistono limitazioni temporali o settoriali, una scelta che mira ad inserire il richiedente asilo nel circuito produttivo nazionale. La vera rivoluzione resta il Visto per Ricerca Lavoro (Visto de Procura de Trabalho), disciplinato dal Decreto Regulamentar n. 4/2022, che consente legalmente a un cittadino straniero di entrare nel Paese per 120-180 giorni al solo scopo di cercare impiego. Nonostante la complessa transizione burocratica verso la nuova agenzia AIMA (Agência para a Integração, Migrações e Asilo), che nel 2026 ha completato la digitalizzazione dei processi per smaltire gli arretrati, il Portogallo dimostra che la fluidità normativa, per quanto avanzata, non sia una panacea, se non accompagnata da investimenti strutturali. Infatti, nonostante il diritto legale al lavoro sia immediato, permangono barriere invisibili ma resistenti: come riportato dal Portuguese Refugee Council (CPR), senza un investimento massiccio in politiche sociali che accompagnino la norma giuridica, il rischio è che il migrante resti confinato in settori a basso valore aggiunto.  FRANCIA: RISPOSTE CHIRURGICHE AI TERRITORI In Francia, la gestione degli ingressi per motivi di lavoro si è evoluta verso un modello di “granularità territoriale” che si oppone drasticamente al centralismo del Decreto Flussi italiano. Il Paese adotta una strategia di sussidiarietà basata sulla cosiddetta “liste des métiers en tension” (lista di professioni per le quali esiste una carenza documentata di manodopera locale – come l’edilizia, la ristorazione o l’assistenza alla persona -). Questo elenco, regolato dall’Arrêté du 1er avril 2021 e aggiornato costantemente a livello regionale dalle prefetture e dalle Direzioni Regionali dell’Economia, dell’Impiego, del Lavoro e della Solidarietà (DREETS), permette di rispondere chirurgicamente alle carenze specifiche di ogni bacino locale. L’art. 27 della recente legge sull’immigrazione (Loi n. 2024-42 del 26.01.2024: Loi pour contrôler l’immigration, améliorer l’intégration), ha introdotto un permesso di soggiorno specifico proprio per questi lavoratori “sotto pressione”, permettendo loro di regolarizzare la propria posizione se già attivi in settori critici e dietro prova di 12 mesi di attività negli ultimi due anni, senza dover passare necessariamente per l’iniziativa del datore di lavoro. Tuttavia, il limite risiede nella rigidità dello strumento: la necessità di aggiornare costantemente le liste per evitare che interi settori emergenti restino esclusi e il rischio di creare un’integrazione a due velocità, dove solo chi serve all’economia ha il diritto di non essere considerato “scarto”.  SPAGNA: LA MIGRAZIONE CIRCOLARE CHE FUNZIONA  Infine, la Spagna si conferma pioniera della materia, muovendosi con un pragmatismo che sembra voler ricucire lo strappo tra “noi” e “loro”, approdando alla flessibilità strutturale del nuovo regolamento sugli stranieri RELOEX (El nuevo Reglamento de Extranjería), entrato in vigore il 20 maggio 2025, incorporando direttamente nel corpo normativo diritti e le garanzie delle persone lavoratrici 5. Il migrante così diventa il protagonista di una migrazione circolare che, attraverso l’ordinanza GECCO (Gestión Colectiva de Contrataciones en Origen) ha coinvolto oltre 25.000 lavoratori nel 2025, trasformando la precarietà stagionale in un modello di stabilità fissa-discontinua, blindato da garanzie sociali e alloggiative obbligatorie. A differenza dell’Italia, in Spagna sono le grandi associazioni datoriali a coordinare i flussi direttamente con il Ministero del Lavoro, garantendo una pianificazione coerente con le necessità dei territori. Il sistema si regge su tutele senza precedenti: il nuovo ordine ministeriale aggiunge l’articolo 7, destinato a proteggere il benessere socio-lavorativo dei partecipanti, obbligando il datore di lavoro a garantire un alloggio dignitoso per tutto il periodo di attività e per ogni chiamata successiva. Questa visione si concretizza nella concessione di autorizzazioni pluriennali della durata di quattro anni, prorogabili qualora sussistano i requisiti, che permettono di prestare servizio per un massimo di nove mesi l’anno. Al termine di ogni periodo stagionale, il lavoratore ha l’obbligo di rientrare nel proprio Paese d’origine, preservando la natura circolare del progetto.  La vera rottura contro la logica dello “scarto” è rappresentata dal Catálogo de Ocupaciones de Difícil Cobertura (CODC): uno strumento dinamico gestito dal Servizio Pubblico Statale per l’Occupazione (SEPE), che agisce come un polmone per l’economia nazionale. Pubblicato trimestralmente, questo elenco identifica le professioni in cui la carenza di manodopera locale o comunitaria è tale da considerare l’indisponibilità di lavoratori residenti presunta per legge, semplificando radicalmente le procedure di assunzione e l’ottenimento dei permessi. L’ultimo aggiornamento per il primo trimestre del 2026 evidenzia quanto il Catálogo sia ormai essenziale per lo sviluppo economico del Paese, includendo figure chiave che spaziano dagli atleti e allenatori professionisti fino al personale tecnico e marittimo.  ITALIA: LA LOTTERIA DEL “CLICK DAY” L’Italia si colloca oggi in una posizione paradossale: pur essendo l’undicesimo Paese al mondo per numero di migranti residenti – con 6,3 milioni di persone – il sistema del Decreto Flussi, incardinato sull’anacronismo dei cosiddetti “click day”, si rivela incapace di rispondere alle dinamiche di un mercato del lavoro in costante evoluzione 6, essendo basato piuttosto su una logica perennemente emergenziale.  In continuità con la strategia avviata nel precedente triennio (2023-2025), l’approvazione del D.P.C.M. del 2 ottobre 2025 7 ha cercato di confermare la volontà di superare la frammentazione delle gestioni annuali attraverso la programmazione triennale 2026-2028, definendo un contingente complessivo di 497.550 ingressi per motivi di lavoro (stagionale e non), basato su una logica incrementale nel corso del triennio (che prevede 164.850 unità per il 2026, 165.850 per il 2027 e 166.850 per il 2028.). Nonostante l’obiettivo dichiarato sia offrire un orizzonte stabile alle imprese e ai cittadini stranieri interessati – specialmente in settori critici come quello dell’agricoltura – questo modello si rivela fallimentare, fortemente proceduralizzato e rimane, inoltre, fortemente centrato sull’iniziativa del datore di lavoro: il lavoratore straniero non dispone ancora di un canale autonomo di ingresso per la ricerca di un’occupazione. Il rischio, già conclamato, è che una parte delle quote autorizzate non si traduca in occupazione effettiva, generando precarietà o irregolarità sopravvenuta. Inoltre, i dati amministrativi dell’INPS aggiornati a luglio 2025 parlano chiaro: i lavoratori stranieri in Italia sono impiegati prevalentemente in imprese a basso valore aggiunto, con un divario salariale rispetto ai nativi che tocca il 33%. Solo il 12,5% dei lavoratori stranieri possiede una laurea, una cifra irrisoria se confrontata con la media europea, a testimonianza di una struttura produttiva che relega il migrante a mansioni scartate dai connazionali per paghe misere e condizioni poco dignitose, ignorando le competenze individuali. Il divieto di lavorare per i primi mesi o il rischio di perdere l’alloggio se si diventa autosufficienti sono “trappole della povertà” che trasformano individui potenzialmente produttivi in soggetti marginalizzati 8.  La procedura ordinaria (ex D.L. n. 146/2025) prevede innanzitutto la presentazione della domanda di ingresso da parte del datore di lavoro – precedentemente precompilata – sul portale del Ministero dell’Interno. Successivamente, il datore la cui domanda è rientrata nelle quote riceverà dallo Sportello Unico Immigrazione della Prefettura il nulla osta al lavoro, che sarà inviato anche alla rappresentanza diplomatica italiana nel Paese di origine del lavoratore per il rilascio del visto. Tuttavia, come riportato dal IV rapporto di Ero Straniero, rimane basso il numero dei visti concessi rispetto ai nulla osta rilasciati 9 e la ripartizione nazionale delle quote spesso non coincide con le reali specificità locali, creando squilibri dove le stesse si esauriscono in poche ore a fronte di settori che rimangono scoperti 10. In definitiva, il panorama europeo ci restituisce l’immagine di un continente a due velocità, dove la gestione della migrazione è diventata lo spartiacque tra il pragmatismo economico e l’immobilismo ideologico. Mentre ci sono paesi che hanno scelto di smantellare le barriere burocratiche per trasformare il migrante in un attore dinamico del mercato – l’Italia resta paradossalmente ancorata a una visione statica e punitiva. La dignità del lavoro e la flessibilità degli ingressi non sono concessione etiche, bensì pilastri di un’economia che vuole restare competitiva in un contesto globale. Così facendo, l’Italia rischia di trasformarsi in una “caserma” che smaltisce rifiuti umani anziché valorizzare persone, alimentando un circolo vizioso di povertà e invisibilità, ignorando le proiezioni Eurostat che prevedono un collasso della forza lavoro entro il 2035.  Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed Elena Morelli. 1. The law has reshaped corporate hiring from abroad. When the Act entered into force on 1 March 2020, just over 200,000 third-country nationals held residence permits tied to a German employment contract. By June 2025 the figure had climbed to 420,000”, Five Years On, Germany’s Skilled-Worker Immigration Act Doubles Employment-Based Residence ↩︎ 2. Die West­bal­kan­re­ge­lung: Arbeits­kräfte aus Alba­nien, Serbien, Bosnien, Kosovo, Monte­negro und Nord­ma­ze­do­nien für deut­sche Unter­nehmen gewinnen ↩︎ 3. Dutch Labour Authority (Nederlandse Arbeidsinspectie): normative sull’impiego di cittadini stranieri e verifica delle condizioni salariali ↩︎ 4. Access to the labour market – The Asylum Information Database (AIDA) ↩︎ 5. “Occupazione, istruzione e famiglia sono i tre pilastri su cui si basano gli importanti miglioramenti apportati dal RELOEX. La norma, quindi, riduce i tempi e le formalità, elimina le duplicazioni, rafforza i diritti dei lavoratori migranti e dà garanzie alle imprese”, Revista de la Seguridad Social ↩︎ 6. Come riportato dal IV rapporto di monitoraggio sugli ingressi per lavoro a cura di Ero Straniero: p. 6 e seg. ↩︎ 7. Pubblicato sulla G.U. n. 240, il 15 ottobre 2025 e recante “Programmazione dei flussi di ingresso legale in Italia dei lavoratori stranieri per il triennio 2026-2028) ↩︎ 8. “I lavoratori autoctoni non qualificati tendono a svolgere meno compiti di routine quando lavorano in aree con una maggiore concentrazione di immigrati”, p. 95 e seg. – Rapporto Inps;  “I lavoratori immigrati in Italia hanno maggiori probabilità di collocarsi nella parte inferiore della distribuzione dei redditi e hanno maggiori probabilità di avere basse retribuzioni rispetto ai loro omologhi dei paesi EA-4”, p. 25 analisi della Banca d’Italia dell’ Aprile 2025 ↩︎ 9. “Relativamente ai flussi 2025, i visti rilasciati a dicembre 2025 sono 32.968, pari al 66,25% dei nulla osta emessi”, p. 24 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎ 10. Le quote rimaste inutilizzate per l’anno 2025 sono in totale 117.339 contro le 49.288 del 2024 – IV rapporto di Ero Straniero ↩︎
Governare le migrazioni producendo irregolarità – di Antonio Ciniero
La notizia degli arresti eseguiti all’alba del 18 maggio - dodici persone accusate di tratta, caporalato e sfruttamento lavorativo ai danni di braccianti indiani - non rappresenta purtroppo un’eccezione. È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di un sistema che continua a produrre vulnerabilità, ricattabilità e sfruttamento come effetti strutturali del modo in cui in Italia viene [...]
May 26, 2026
Effimera
Le Dita Nella Presa - Lavorare per la macchina
In questa puntata parliamo dell'impatto del lavoro di moderazione sui lavoratori e sul tessuto urbano di Barcellona. Proseguiamo parlando del programma di costruzione di nuovi data center e delle relative proteste, in Lombardia e In California. Ospite della puntata Stefano Portelli autore dell'articolo "Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona" su Napolimonitor.it e della traduzione della Fanzine "Lavorare per la macchina" di HORACIO ESPINOSA ZEPEDA. La Fanzine racconta il vissuto dei lavoratori della moderazione di contenuti per conto di Meta- La fanzine è realizzata anche grazie alla collaborazione con Data Worker’s Inquiry di cui abbiamo parlato più volte dai microfoni di Le Dita Nella Presa. Con l'occasione abbiamo ricordato anche le iniziative organizzate dalla rete francese Le nuage était sous nos pieds La puntata prosegue dando conto dell'espansione dei Data Center in Lombardia dove la richiesta spropositata di energia ha scatenato le proteste di cittadini e istituzioni locali. In California, sempre a causa della costruzione di nuovi data center, questa volta in Nevada, la NV Energy ha comunicato alle comunità del Lago Tahoe. circa 50.000 persone, l'interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica dal prossimo anno. Chiudiamo la puntata con i prossimi appuntamenti, ma questi andate a vederli su roma.convoca.la
Magnifica Humanitas: un’enciclica sull’IA che merita lettura critica
Leone XIV mette l’intelligenza artificiale al centro della Dottrina sociale della Chiesa. Il documento contiene analisi politicamente rilevanti. Ma va letto sapendo da dove viene quella tradizione. Il 15 maggio 2026, nel centotrentacinquesimo anniversario della Rerum novarum, Leone XIV ha firmato la Magnifica Humanitas. La data non è casuale e il riferimento non è neutro. Leone XIII, nel 1891, aveva pubblicato il documento che avrebbe fondato la cosiddetta Dottrina sociale della Chiesa: un testo che la narrazione cattolica progressista ha trasformato nel tempo in una sorta di manifesto ante litteram dei diritti dei lavoratori, ma che nacque con tutt’altra funzione. Il movimento operaio organizzato — socialismo scientifico, anarchismo, sindacalismo rivoluzionario — stava conquistando forza e consenso di massa. La Chiesa rischiava di perdere le classi popolari. La Rerum novarum fu anzitutto una risposta difensiva: riconosceva qualcosa — la dignità del lavoro, il salario giusto — per bloccare qualcos’altro, cioè la lotta di classe e l’organizzazione autonoma del proletariato. Difendeva la proprietà privata come diritto naturale contro qualsiasi ipotesi di socializzazione, proponeva la collaborazione tra classi come alternativa allo sciopero, limitava l’intervento dello Stato in nome di un ordine che tutelava strutturalmente i proprietari — inclusa la Chiesa, tra i maggiori latifondisti d’Europa. Partire da qui non è un esercizio di anticlericalismo. È necessario per leggere la Magnifica Humanitas con gli occhi giusti: non come il compimento di un percorso sempre progressivo, ma come un documento che eredita contraddizioni storiche che nessuna buona volontà pontificia cancella per decreto. Detto questo, il testo merita una lettura seria, perché contiene — intrecciata con la teologia — un’analisi politica e istituzionale dell’intelligenza artificiale che pochi documenti laici hanno finora eguagliato per coerenza sistematica. L’ARCHITETTURA DEL DOCUMENTO Il testo si costruisce su due icone bibliche contrapposte. Da un lato Babele: opera grandiosa, concepita sull’orgoglio dell’autosufficienza, destinata alla dispersione. Dall’altro Gerusalemme ricostruita da Neemia: il governatore che ascolta, prega, affida a ciascuna famiglia un tratto di muro, coordina senza imporre, ricostruisce la città pezzo per pezzo attraverso la responsabilità condivisa. La scelta che abbiamo davanti, dice il Papa, non è tra il sì e il no alla tecnologia, ma tra questi due modi di costruire. “Babele” nel testo ha un volto preciso: la concentrazione del potere computazionale in pochi attori privati transnazionali, la logica dell’efficienza come criterio assoluto, il paradigma tecnocratico che riduce la persona a dato da ottimizzare. “Gerusalemme” ha anch’essa un volto preciso: sussidiarietà, trasparenza algoritmica, accountability, accesso universale ai benefici dell’innovazione, protezione dei lavoratori invisibili che alimentano i modelli. Il documento è leggibile come analisi politica indipendentemente dalla fede che lo ispira. I primi due capitoli ripercorrono la Dottrina sociale da Leone XIII a Francesco in modo funzionale, non celebrativo. Servono a collocare l’enciclica in una continuità che legittima l’intervento pontificio su materie che potrebbero sembrare estranee alla teologia. Il risultato è che, quando al capitolo terzo il Papa inizia a parlare di IA, lo fa avendo già alle spalle centotrentacinque anni di riflessione sul rapporto tra capitale, lavoro e dignità umana. Non parte da zero. Parte da lontano. COSA DICE DAVVERO SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Il capitolo terzo è il cuore teorico e il più esposto al dibattito. Leone XIV afferma che i sistemi di IA non vivono un’esperienza, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, responsabilità. Il loro apprendimento è “adattamento statistico”, non crescita interiore. È una posizione radicata nella tradizione tomista — l’intelligenza senza coscienza non è intelletto in senso proprio — ma che apre questioni legittime quando i sistemi diventano abbastanza complessi da simulare con inquietante precisione proprio ciò che il documento descrive come assente. La questione filosofica rimane aperta e il testo non la risolve: si limita ad assumere una risposta come premessa. La conseguenza pratica che l’enciclica ne trae è però politicamente rilevante indipendentemente dalla premessa filosofica: siccome i sistemi di IA non hanno coscienza morale, la responsabilità ricade interamente sugli esseri umani che li progettano, addestrano, autorizzano, impiegano. La catena della responsabilità deve restare identificabile e verificabile. Affidare a un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma più il peso della decisione, significa produrre ingiustizie ammantate di neutralità tecnica davanti alle quali è impossibile protestare. È una critica che qualsiasi regolatore potrebbe riconoscere come propria. C’è poi la categoria del “disarmare l’IA”, proposta con insistenza al numero 110: non rinunciare alla tecnologia, ma sottrarla alla logica della competizione armata — economica e cognitiva oltre che militare — renderla discutibile, contestabile, “abitabile”, restituirla alla pluralità delle culture umane invece di lasciarla diventare l’infrastruttura invisibile di una sola visione del mondo. Chi scrive il codice etico che governa i sistemi non sta compiendo un atto tecnico: sta compiendo un atto politico. Se quella scrittura resta monopolio di chi possiede dati e infrastrutture, diventa norma senza mai essere discussa. È un’osservazione che vale ben oltre il perimetro ecclesiastico in cui viene formulata. IL LAVORO CHE SCOMPARE E QUELLO CHE RIMANE INVISIBILE Il capitolo quarto è il più denso di implicazioni concrete. Il testo non nega che l’automazione possa liberare gli esseri umani da lavori gravosi, ripetitivi o pericolosi. Ma osserva con lucidità che i “nuovi modi di lavorare” non sono necessariamente migliori: spesso costringono i lavoratori ad adattarsi alla velocità delle macchine piuttosto che l’inverso, li sottopongono a sorveglianza automatizzata, li dequalificano relegandoli a funzioni rigide. Non è il futuro del lavoro che preoccupa il documento: è il presente. E poi c’è ciò che il testo chiama il “lavoro invisibile”: i milioni di persone impiegate nell’etichettatura dei dati, nella moderazione dei contenuti, nell’addestramento dei modelli. Spesso giovani, spesso donne, spesso in contesti di bassa tutela, per compensi minimi. A questo si aggiunge lo sfruttamento minerario per l’estrazione delle terre rare necessarie ai dispositivi su cui l’IA si regge: adolescenti e bambini che lavorano in condizioni pericolose perché il flusso del calcolo non si interrompa. Il documento collega esplicitamente questi due livelli — il lavoro cognitivo invisibile e quello fisico brutale — nella medesima catena di sfruttamento che sostiene l’economia digitale. Non basta invocare l’efficienza né celebrare i benefici dell’innovazione, se entrambi sono costruiti su questa catena deliberatamente tenuta nell’ombra. La mea culpa sulla schiavitù storica, contenuta nello stesso capitolo, è un gesto raro nel lessico istituzionale di qualsiasi organizzazione. Leone XIV chiede perdono a nome della Chiesa per il ritardo con cui la condanna formale arrivò — diciotto secoli di predicazione della dignità umana senza che quella predicazione producesse una condanna ufficiale e assoluta della schiavitù. Il gesto serve anche come argomento: la memoria delle complicità di ieri deve diventare vigilanza nel presente. Le nuove schiavitù digitali — la tratta facilitata dalle piattaforme, il lavoro forzato nelle filiere tecnologiche — non sono metafore. Sono catene di sfruttamento che richiedono la stessa fermezza che ha impiegato troppo tempo ad arrivare. LA GUERRA, L’IA E IL RIFIUTO DELLA DETERRENZA Il capitolo quinto è il più politicamente esposto. Il documento descrive una “normalizzazione della guerra” nel discorso contemporaneo: un cambio di paradigma in cui la guerra torna a essere presentata come strumento legittimo di politica internazionale mentre vengono erosi i criteri etici che ne avevano limitato l’uso. In questo quadro, l’IA bellica non è un problema tecnico: è il fattore che abbassa la soglia del ricorso alla forza, rende opache le responsabilità, comprime i tempi decisionali fino a rendere impossibile l’esercizio del giudizio morale. La posizione del Papa è senza ambiguità: non è lecito affidare a sistemi artificiali decisioni letali o irreversibili. Non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile. L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abituandoci all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata. La deterrenza nucleare viene definita “convinzione errata” che alimenta una corsa agli armamenti difficilmente controllabile. Il superamento della teoria della “guerra giusta” — già avviato in Fratelli tutti — viene ribadito con riferimento esplicito ai sistemi d’arma autonomi. Sono posizioni nette, che mettono il documento in tensione con le dottrine di sicurezza di molti governi e con gli equilibri geopolitici in cui operano anche le Chiese nazionali. Leone XIV ne è evidentemente consapevole. Non arretra. COSA RIMANE DOPO LA LETTURA Magnifica Humanitas non si lascia ridurre a una lista di condanne o di aperture. La sua forza non sta nella novità delle singole proposte regolamentari, ma nella sistematicità con cui i cinque principi della Dottrina sociale — bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale — vengono applicati a ogni ambito: IA, lavoro, guerra, comunicazione, educazione, famiglia. Non c’è un’area lasciata al vago. Il limite più onesto che si può riconoscere al testo è la tensione tra l’universalità delle sue prescrizioni e la disomogeneità dei contesti in cui dovrebbero applicarsi. L’enciclica riconosce che non esiste un modello unico di cambiamento, ma enuncia principi che presuppongono sistemi istituzionali capaci di recepirli — sistemi che, in larga parte del mondo, semplicemente non esistono. Resta però una frase, al numero 109, che vale la pena portare con sé fuori dal testo. Parlare di sussidiarietà nell’era digitale, scrive il Papa, significa proteggere la capacità delle comunità di scegliere e correggere “senza relegare il loro intervento a una vigilanza, dopo che gli standard sono stati scritti altrove”. È una critica puntuale al modo in cui la governance algoritmica funziona oggi: le regole vengono scritte da chi ha i dati, le infrastrutture e il capitale computazionale; le comunità vengono consultate dopo, quando le scelte fondamentali sono già irreversibili. Quella frase non viene dalla teologia. Viene dall’osservazione di ciò che accade. E per questo vale, indipendentemente da tutto il resto — e indipendentemente da chi la pronuncia. Francesco Russo
May 26, 2026
Pressenza
Lavorare per la macchina. Frammenti di vita e morte di un moderatore di contenuti
Un moderatore di Meta in Spagna rompe per la prima volta l'anonimato per raccontare la propria storia. Horacio Espinosa è un antropologo di 46 anni che è stato assunto nel 2019 per moderare i contenuti su Facebook. Sette anni dopo, non ha paura di violare il suo accordo di riservatezza. Distribuito su dieci piani dell'iconica Torre Glòries di Barcellona, Facebook ha inaugurato nel 2018 un centro di moderazione dei contenuti per combattere le fake news. Più di 2.000 persone di diverse nazionalità sono state assunte tramite la società di subappalto CCC Barcelona Digital Services, diventata anni dopo Telus Digital. Ma quello che sembrava un successo per il posizionamento globale della città ha finito per trasformarsi in un problema di salute pubblica In una fanzine gratuita pubblicata da un collettivo di ricerca di precari digitali – qui anche in italiano , traduzione di Stefano Portelli –, l’ex moderatore di contenuti Horacio Espinosa racconta i suoi cinque anni a Mordor. Il racconto di Horacio – che è anche antropologo urbano del collettivo OACU – si chiama Lavorare per la macchina, ed è costruito in modo frammentario, come “un cadavere fatto a pezzi”. Dopo la pubblicazione è stato ripreso da televisioni e giornali, più che altro interessati ai particolari scabrosi delle migliaia di video visionati dai lavoratori. La fanzine fa solo accenni a questo orrore – il flusso continuo di stupri, sfruttamento infantile, pornografia, suicidi in diretta, terrorismo, abuso animale, a cui sono stati esposti per cinque anni “gli operai che nell’ombra puliscono il letamaio digitale”. Ma al centro c’è lo sfruttamento e la devastazione dei corpi e delle vite di chi si è trovato incatenato a questa oscurità – affidando la sua sopravvivenza a un’impresa che si pretende trans-umana, nel metaverso chetaminico di potere e tecnologia che ha invaso la città post-industriale. Leggi l'articolo di Stefano Portelli, Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona Leggi la fanzine originale in spagnolo. Trabajando para la maquina Leggi la traduzione in italiano. Lavorare per la macchina Alert: Il testo e le immagini della fanzine possono risultare violente o disturbare alcune persone.
Electrolux, la memoria e il presente della lotta
Eravamo tra la fine di gennaio e i primi di febbraio del 2014, nel cuore dell’inverno. Faceva freddo, le giornate si allungavano poco a poco e la sera calava presto. Lavoratrici e lavoratori a giornata uscivano dai cancelli dello stabilimento che faceva già buio. Dalle luci al neon dei capannoni passavano per le portinerie illuminate e arrivavano alle automobili parcheggiate sotto le luci del piazzale antistante, oppure si affrettavano alle fermate degli autobus.  Altri, operaie e operai, erano assegnati ai due o tre turni del mattino e del pomeriggio sera, iniziavano prima dell’alba o finivano nella notte. Negli stabilimenti Electrolux di Porcia, Susegana, Forlì e Solaro i nastri orari della giornata lavorativa e l’organizzazione produttiva potevano essere differenti, così come diversi erano i prodotti finali; le condizioni di lavoro e contrattuali, le fatiche e i disagi, erano condivise.  La lotta che era partita contro il piano di ristrutturazione dell’azienda stravolgeva radicalmente l’andamento della giornata lavorativa in tutti i siti del gruppo e imponeva l’organizzazione operaia agli orari della produzione. Le assemblee dei lavoratori del 28 gennaio avevano deciso un primo pacchetto di venti ore di sciopero dando mandato alla Rsu per realizzarne la massima articolazione anche con iniziative di presidio delle portinerie e dei magazzini e con la massima visibilità sul territorio. Lavoratrici e lavoratori piantonavano gli ingressi e le uscite degli stabilimenti, dove avevano impiantato dei presidi permanenti in azione giorno e notte, attrezzati con tende e camper, tavoli e sedie, fuochi, cibo e bevande. Il giorno prima, il 27 gennaio, Electrolux aveva presentato un piano industriale che prevedeva la chiusura della fabbrica di Porcia e il mantenimento degli altri stabilimenti a condizioni inaccettabili, quali un taglio generalizzato degli organici, degli stipendi e dei tempi delle mansioni operative, con un aumento dei ritmi di lavoro e la riduzione dell’agibilità sindacale.  Alla fine di gennaio, i blocchi ai cancelli delle fabbriche decisi dalle assemblee istituivano la «dogana operaia». Controllavano la logistica e limitavano l’uscita di mezzi e la spedizione dei prodotti finiti dai magazzini, affiancando gli scioperi che all’interno bloccavano a scacchiera le linee produttive, con una programmazione dei fermi articolata tra linee e reparti, oppure attraverso le fermate di «genere», come a Solaro, dove donne e uomini si alternavano nello sciopero. Ripetuti cortei allargavano la conflittualità sui territori, interrompendo le principali arterie stradali intorno agli stabilimenti e coinvolgendo nelle discussioni i consigli comunali.  La lotta era stata anticipata da un progressivo inasprimento delle cosiddette «relazioni sindacali» nei mesi precedenti e dai provvedimenti con i quali la direzione aveva provato a mettere in pratica i disegni di ristrutturazione, provocando l’immediata proclamazione di alcuni giorni di sciopero. Alla fine del 2012, l’anno prima, era stato rinnovato il contratto dei metalmeccanici senza un’ora di sciopero e senza la firma della Fiom. La conflittualità aveva seguito andamenti altalenanti, ma il confronto tra l’azienda e i lavoratori non conosceva pause. Il lavoro dipendente impone una continua ristrutturazione dell’organizzazione e degli assetti produttivi, con la quale l’azienda tenta di passare su tempi e addetti alle linee, da cui l’importanza della conoscenza delle operazioni e della vigilanza dei lavoratori e di una buona rappresentanza sindacale interna. La lotta all’Electrolux nel 2014 è durata oltre sette mesi con decine di scioperi, i blocchi delle merci ai cancelli e i cortei cittadini. I lavoratori hanno salvato gran parte dei posti, assicurando la contrattazione degli esodi e delle riduzioni. L’azienda ha ottenuto aumenti produttivi, con un taglio delle pause e la riduzione dei tempi delle singole mansioni. Si è impegnata a fare investimenti per processi e prodotti in tutti i siti, assicurandosi il sostegno di governo e regioni per la decontribuzione dei contratti, l’innovazione e gli investimenti. In questi giorni di maggio 2026, sembra riproporsi il 2014. Electrolux Italia propone il taglio di millesettecento dei quattromilacinquecento dipendenti e la chiusura di uno stabilimento, in un largo ridimensionamento produttivo che interessa tutte le sedi italiane e l’intero gruppo svedese, con le chiusure recenti degli stabilimenti di Jászberény in Ungheria (600 licenziamenti), di Santiago del Cile (400 licenziamenti), e di Anderson, South Carolina, Stati Uniti (1.200 licenziamenti). In effetti, i richiami alla vertenza del decennio scorso compaiono numerosi e ripetuti, in reazione al nuovo drammatico piano annunciato dall’azienda. Nelle assemblee sindacali si è posto il tema della sopravvivenza stessa della fabbrica. Negli incontri con le amministrazioni, negli articoli dei giornali, nelle analisi degli esperti si rivisita l’esperienza della vertenza di una decina di anni fa e si propongono bilanci della trentennale storia «svedese» degli operai italiani, a segnalare una percezione diffusa di crisi esistenziale dell’intera impresa industriale e dei rischi che corrono i posti di lavoro della multinazionale. Si fanno ipotesi di piani aziendali mirati alla ripetizione del 2014, una nuova tornata di sostegni pubblici e un’ulteriore accelerazione dello sfruttamento della forza lavoro. Trovano spazio congetture sulla vendita al gruppo cinese Midea, ipotesi già apparsa un paio di anni fa e rilanciata dalle notizie recenti di un’alleanza industriale delle due aziende negli Usa. In effetti, il consistente taglio di occupati e la prevista chiusura di interi impianti e reparti rendono evidente il progressivo svuotamento di un programma industriale futuro. Verrebbero azzerate anche recenti innovazioni nella fabbricazione, nelle quali erano stati impegnati parte degli ultimi investimenti, eliminate produzioni programmate nel piano del 2014 o frutto di non lontanissime acquisizioni.  Piani industriali e interventi di ristrutturazione riproposti annualmente dalla direzione italiana hanno colpito le fabbriche e condotto al taglio dei posti, all’aumento dei ritmi alle linee, alla esternalizzazione o cessione delle produzioni di componenti. Un’esasperata gara internazionale verso l’abbassamento dei costi, l’aumento delle quantità orarie prodotte e il taglio del monte salari. Generalmente, le multinazionali adottano una contabilità di breve termine e l’accorciamento dei tempi entro i quali offrire una rendita agli investitori, tralasciando altri elementi, produttivi e industriali, che diventano cruciali nei momenti più critici della concorrenza internazionale. Electrolux chiude fabbriche che aveva acquisito in alcuni paesi dell’Europa dell’Est, nel corso degli anni Novanta del secolo scorso. D’altra parte, in anni recenti lavoratori di quei paesi hanno scioperato per i salari, denunciando di non riuscire a sopravvivere con il proprio lavoro. Chiudendo lo stabilimento di Jászberény, in Ungheria, licenzia i seicento occupati, nonostante salari medi più bassi di quelli italiani. In precedenza, un paio di anni fa, aveva chiuso la produzione della sua fabbrica di prodotti di refrigerazione a Nyíregyháza, altri seicento dipendenti. La catena del lavoro multinazionale dell’elettrodomestico ha fatto un giro completo, nel corso di un ventennio. Negli anni Duemila, la fabbrica ungherese di frigoriferi era stata indicata dalla direzione come concorrente di Susegana, sollecitando i lavoratori italiani a accettare condizioni più profittevoli, sotto la minaccia di delocalizzare e trasferire interi reparti. Negli insediamenti messi sul mercato dal crollo delle economie pianificate, la multinazionale svedese replicava le produzioni «italiane» di frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie, esaltando una competizione produttiva tra i diversi siti incentrata sul costo del lavoro e a discapito della messa a punto di una filiera produttiva integrata. In lotta per la difesa dei salari e delle condizioni di lavoro, i dipendenti trevigiani erano stati bollati come «leghisti rossi» dal direttore Castro, gli Chouan di una controrivoluzione padana. Un’accusa assurda e ridicolizzata dagli eventi successivi, ma uscita dalle mura della fabbrica e dilagata nell’opinione pubblica locale e nazionale, che intendeva inchiodare la comunità solidale nella cornice opprimente di un populismo locale, descrivendo la fabbrica del capitale multinazionale e i redditi operai come un bene comune interclassista.   Completata l’acquisizione di Zanussi, Electrolux aveva realizzato una profonda ristrutturazione degli impianti e dell’organizzazione produttiva. Allineando le modalità di gestione della cooperazione interna alla frammentazione internazionale, aveva fatto costruire dei reparti nuovi per i nuovi assunti, che venivano tenuti separati e a una certa distanza dai dipendenti storici. Un modello di fabbrica nella fabbrica che l’azienda ha riproposto trent’anni dopo, con l’introduzione del nuovo reparto robotizzato «Genesi» di Susegana. Le nuove linee automatizzate rientrano nei progetti di innovazione tecnologica e produttiva avviati appena qualche anno fa dall’azienda nella fabbrica dei frigoriferi, anche grazie al sostegno dei finanziamenti agevolati, e ancora in fase di messa a regime. Come per altri stabilimenti, il nuovo piano di ristrutturazione del maggio 2026 prevede un’inversione completa o un ridimensionamento delle innovazioni di prodotto e di processo introdotte dopo il 2014. Un sorprendente cambio di direzione che, sempre a Susegana, ricorda l’esperimento delle «isole di montaggio», con le quali l’azienda progettava di eliminare le catene, negli anni Novanta. L’azienda vorrebbe chiudere anche la fabbrica di cappe di Cerreto d’Esi (An), con centosettanta dipendenti, acquisita nel 2017 quando aveva assorbito la Best. La catena di montaggio dell’elettrodomestico è entrata in funzione negli anni Cinquanta del secolo scorso e non si è più fermata, vincolando ai ritmi logoranti delle mansioni contingenti crescenti di forza lavoro e i destini professionali ed economici delle numerose comunità locali. Negli accordi successivi al Duemila, Electrolux imponeva a più riprese aumenti della velocità di avanzamento delle catene, stracciando l’accordo del 1975 che aveva posto il limite di un minuto per il tempo minimo di una mansione alle linee. A inizio Duemila erano diecimila i dipendenti del gruppo impiegati negli stabilimenti italiani, appena un terzo della forza lavoro acquisita da Zanussi. Negli anni l’aumento dei ritmi e il taglio dei tempi hanno incrementato la produttività oraria e dei lavoratori negli stabilimenti e l’intensificazione dello sfruttamento per occupate e occupati, mentre sono continuate le uscite incentivate e le dimissioni di personale. L’azienda ha introdotto nuove linee e lavorazioni, chiudendone altre e innovando parte dei cicli e dei prodotti finiti.  I seimila e cinquecento occupati del 2014, sono diminuiti a quattromila e cinquecento, duemilaottocento operai e millesettecento impiegati, riduzione che ha interessato alcuni siti più di altri. L’età media dei dipendenti si è abbassata e si è innalzato il livello della formazione scolastica. È progredita la presenza degli operai di origine straniera, mentre la componente femminile si è consolidata a livelli superiori al cinquanta per cento. Donne e immigrati sono maggiormente impiegati nei reparti operativi e nelle postazioni alle linee, alle quali è comunque adibita oltre la metà degli occupati. La produzione industriale dell’elettrodomestico in Italia iniziava alla Fiat negli anni Trenta, per saturare gli impianti delle lavorazioni principali. Dopo la guerra, mentre l’auto improntava lo sviluppo industriale delle regioni del Nord ovest, l’elettrodomestico si espandeva nelle province defilate della cosiddetta «terza Italia». Insieme costituivano il primo e il secondo tra i settori industriali italiani, nella seconda metà del Novecento. Negli ultimi decenni, elettrodomestico e automobile hanno caratterizzato il declino industriale del paese, con una certa sfasatura temporale negli inizi. In entrambi i settori, si sono ridotti i numeri delle produzioni interne e sono aumentati i pezzi importati, mentre proposte di un collocamento nelle produzioni di modelli più cari e a maggior valore aggiunto, il cosiddetto «alto di gamma», sono offerti come rimedio all’avanzare della crisi e all’incalzare della concorrenza straniera, proveniente dai produttori asiatici e cinesi in particolare. Una scelta strategica fondamentale non solo italiana, accolta anche da una parte del fronte sindacale, che ha comportato la riduzione dei volumi prodotti, un doloroso taglio degli occupati, con risultati industriali che si sono dimostrati fallimentari.  Il progressivo dimagrimento, così come il posizionamento nei modelli più cari, vanno compresi fra i tentativi compiuti dal capitale industriale multinazionale europeo e atlantico di emanciparsi dalla classe operaia di fabbrica. Sullo sfondo di tali processi, la diffusione degli elettrodomestici cinesi è progredita, accelerando in coincidenza con le ricadute sui redditi della crisi del 2007-08 e poi della guerra russo-ucraina. La scelta di produrre i modelli più cari incrocia la perdita di potere d’acquisto dei salari e degli stipendi e indirizza la produzione verso le esportazioni. Il capitale multinazionale sogna una mobilità perfetta che stride con la stabilità degli insediamenti produttivi e la messa al lavoro di persone, e non solo forza lavoro, cancellando ogni società territoriale e ogni elemento della riproduzione. Nella storia recente del settore si sono ripetuti i casi di imprese multinazionali che hanno prima acquisito e poi smantellato gli stabilimenti produttivi italiani, accelerando la riduzione dei volumi finiti in corso dai primi anni Duemila.   Nel momento in cui appare manifesta la perdita di potere dei salari reali, di quelli italiani in particolare, i lavoratori chiedono un bilancio pubblico delle fallimentari pratiche di precarizzazione cui sono stati costretti. La diffusione della precarietà nei rapporti lavorativi e le riduzioni salariali non hanno prodotto l’aumento degli investimenti che era stato assicurato e non hanno impedito l’avanzare del declino industriale. Nel frattempo, il diritto del lavoro è stato smantellato dai governi che si sono succeduti, con trascurabili differenze tra quelli di centrosinistra e quelli di destra. Si è fatto credere che la facilità di licenziamento e i contratti a termine avrebbero aperto le porte a una stabile occupazione futura. Non è stato così e la contrattazione sociale non è riuscita a tutelare lavoratrici e lavoratori, i giovani e gli anziani.  Ai cancelli del maggio 2026, appare riformata la composizione sociale del collettivo messo al lavoro. Guardando ai nomi e volti nuovi della mobilitazione e al progressivo rinnovo dei rappresentanti di fabbrica dei lavoratori, va sottolineata la capacità di rinnovarsi dimostrata dalla comunità operaia attraverso i successivi passaggi generazionali e l’abilità politica nel saper ogni volta presentarsi come soggetto protagonista. Non è stato fatto cadere il lascito di un’emancipazione solidale trasmesso dalla prima generazione di lavoratori dell’elettrodomestico, che aveva fatto della conquista della mobilità lavorativa e sociale lo strumento di emancipazione dalle ristrettezze dei tradizionali rapporti di subordinazione dominanti nelle province della trasformazione industriale. Tale lascito è stato raccolto e trasmesso dalle generazioni successive, rinnovandolo e adattandolo anche per compiere un proprio processo di emancipazione, nel corso del quale hanno verificato la comunità operaia sul suo grado di apertura.  I lavoratori non possono essere isolati nella difesa dei posti di lavoro e dei salari. L’ennesimo piano di ristrutturazione pone la domanda se lasciare che la deindustrializzazione faccia il suo corso. Il sindacato nazionale di categoria ha avanzato la richiesta di azioni e strumenti nuovi per affrontare il generale declino industriale. Ma il processo non appare arrestabile con gli strumenti di normali relazioni sindacali. L’esaurimento dei tradizionali assetti della produzione e della distribuzione della ricchezza interroga società e amministrazioni locali e nazionali. Non si tratta solo di sollecitare la presenza dello Stato, già intervenuto ripetutamente nei momenti cruciali della storia del settore, in genere equiparando gli interessi delle imprese con quelli dell’economia nazionale. Non sono sufficienti i consueti aiuti di denaro pubblico a sostegno dei profitti aziendali e poco o per nulla interessati al taglio dei livelli di reddito. Da parte sindacale quindi è stata avanzata la proposta di dare vita a un fondo pubblico per entrare nella gestione delle imprese.  Certo è che Electrolux, nella sua pretesa di eleggere lo Stato e le istituzioni a rappresentanti di un presunto interesse collettivo al ripristino dei margini di profitto, finora non si è trovata davanti un’opinione pubblica largamente supina. Da parte loro gli operai ricordano le vertenze passate. Le assemblee decideranno i prossimi scioperi e le altre iniziative di mobilitazione nelle fabbriche e fuori dai cancelli per continuare a farsi sentire e a far pesare il loro protagonismo nelle trattative in azienda e ai ministeri. *Graziano Merotto è autore di La fabbrica rovesciata. Comunità e classi nei circuiti dell’elettrodomestico (Derive Approdi, 2015). Collabora con il dipartimento Fisppa dell’Università di Padova. L'articolo Electrolux, la memoria e il presente della lotta proviene da Jacobin Italia.
May 25, 2026
Jacobin Italia
L’USB richiede un incontro al governo sulle motivazioni della manifestazione nazionale di sabato
A seguito della manifestazione nazionale di sabato 23 maggio a Roma, l’USB ha scritto alla Presidente del Consiglio Meloni, richiedendo un confronto con il Governo sulle motivazioni che hanno portato all’indizione della manifestazione, una mobilitazione resasi necessaria a causa delle condizioni in cui si trovano le lavoratrici e i lavoratori […] L'articolo L’USB richiede un incontro al governo sulle motivazioni della manifestazione nazionale di sabato su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
Per un’ecologia della liberazione e dell’abbondanza. Una riflessione su “Sfruttare i viventi” – di Alessandro Lombardo
Pubblicato in francese nel 2023 e in italiano nel 2025 (traduzione per Ombre Corte di Gianfranco Morosato, con il sottotitolo "un'ecologia politica del lavoro"), Exploiter les vivants di Paul Guillibert è un breve saggio che ha l’obiettivo di inquadrare una prospettiva che sia in grado di orientare l’azione per uscire dalla crisi ecologica. Seguendo [...]
May 25, 2026
Effimera
[Le Dita nella Presa] Lavorare per la macchina (1/5: Puntata completa)
In questa puntata parliamo dell'impatto del lavoro di moderazione sui lavoratori e sul tessuto urbano di Barcellona. Proseguiamo parlando del programma di costruzione di nuovi data center e delle relative proteste, in Lombardia e In California. Ospite della puntata Stefano Portelli autore dell'articolo "Dove l’ombra cupa scende. Lavorare per la macchina nel distretto tecnologico di Barcellona" su Napolimonitor.it e della traduzione della Fanzine Lavorare per la macchina di HORACIO ESPINOSA ZEPEDA. La Fanzine racconta il vissuto dei lavoratori della moderazione di contenuti per conto di Meta- La fanzine è realizzata anche grazie alla collaborazione con Data Worker’s Inquiry di cui abbiamo parlato più volte dai microfoni di Le Dita Nella Presa. Con l'occasione abbiamo ricordato anche le iniziative organizzate dalla rete francese Le nuage était sous nos pieds . Un avvertimento: nella fanzine, e dunque nell'audio che ascolterete, ci sono riferimenti a video violenti, al suicidio e altre sofferenze psicologiche. La puntata prosegue dando conto dell'espansione dei Data Center in Lombardia dove la richiesta spropositata di energia ha scatenato le proteste di cittadini e istituzioni locali. In California, sempre a causa della costruzione di nuovi data center, in Nevada, la NV Energy ha comunicato alle comunità del Lago Tahoe. circa 50.000 persone, l'interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica dal prossimo anno. Chiudiamo la puntata con i prossimi appuntamenti, ma questi andate a vederli su roma.convoca.la     
May 24, 2026
Radio Onda Rossa
Bakari Sako: uno di tanti, troppi, morti di razzismo e sfruttamento
“L’omicidio razzista di Bakari Sako, taciuto per giorni, traccia la misura di una violenza sistemica che negli ultimi anni si è andata intensificando – a suon di interventi legislativi sempre più punitivi e securitari, di manipolazione dell’informazione in chiave razzista e di pratiche di sfruttamento sempre più intense e generalizzate, che alimentano disagio sociale e guerre tra poveri, soprattutto in quei territori da secoli soggetti ad operazioni di rapina, estrattivismo e abbandono sociale”. Partendo da alcune riflessioni tratte dall’esperienza di Campagne in Lotta, proviamo ad inquadrare e a parlare della morte di Bakari Sako come un caso non isolato né tantomeno eccezionale. Uno dei tanti episodi di violenza razzista che seppur in via eccezionale non è stato invisibilizzato o rilegato ai margini della cronaca locale, ha finito per essere raccontato facendo ricorso alla propaganda contro le baby gang, in un loop di razzismo che strutturalmente sorregge il nostro paese. Riuscire a smontare una retorica che rende alcune persone sacrificabili o ne giustifica la sacrificabilità mostrificandone delle altre diventa quotidianamente più necessario. Per questo abbiamo colto l’occasione per rilanciare la tre giorni LUOGHI-CORPI-FRONTIERE: contro la mercificazione dei territori che il 26-27-28 Giugno in Salento aprirà spazi di confronto su pratiche di lotta ma anche di sussistenza e di resistenza, forme di organizzazione e modi di intendere il nostro essere nel presente (per la presentazione della tre giorni vedi il programma del compleanno di Porfido) Qui il podcast della diretta con un compagna di Campagne in Lotta: