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Distruggere le società per consolidare il dominio
-------------------------------------------------------------------------------- Memorabilita festival (luglio 2026) promosso dal Centro Fonti San Lorenzo (“Solidarietà, mutualismo, cultura dal basso”) e i cittadini del quartiere Fonti a Recanati (Mc) -------------------------------------------------------------------------------- Per imporre il capitalismo, era necessario disciplinare i corpi dei contadini espropriati dai latifondisti, in modo che, una volta entrati nei “mulini del diavolo”, fossero disponibili allo sfruttamento. Oltre alla fame e alla repressione, il panopticon veniva utilizzato per disciplinare corpi e menti, poiché lo sfruttamento richiede una precedente sottomissione. Con il panopticon sopraffatto dalla resistenza, il controllo prende il suo posto per neutralizzare le moltitudini e consentire la continua accumulazione di capitale su altre scale e in altri spazi. In questi tempi di declino imperiale, di aspro conflitto tra potenze capitalistiche, di irruzione di popoli indigeni e di donne in lotta, le strategie del sistema si sono mutate: per appropriarsi dei beni comuni, principale modalità di accumulazione in questo periodo, è necessario distruggere le società. Si tratta di spezzare il legame sociale, la solidarietà tra le persone, che è ciò che ci permette di affermare di vivere in una società con norme, culture, tradizioni e obiettivi condivisi. Le lotte di classe si verificano all’interno di una singola società, ma ora ci troviamo a un altro livello: la fase genocida del sistema. La distruzione dei rapporti sociali permette l’eliminazione sistematica di interi settori della società con totale impunità, con la passività della maggioranza. Come vengono distrutti i rapporti sociali? Le classi dominanti ne sono diventate esperte, poiché il loro dominio è minacciato se le società mantengono rapporti di solidarietà tra le persone, perché è questo che permette loro di ostacolare o prevenire l’espropriazione. Un breve e incompleto elenco dei modi in cui il sistema distrugge le società getta luce sulle attuali modalità di oppressione che, per perpetuarsi, necessitano di demolire i rapporti umani. Il primo e più potente strumento è la paura, la violenza indiscriminata contro chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Non è più necessario assassinare o far sparire chi partecipa alle organizzazioni, chi lotta contro il sistema, come accadeva decenni fa. Per quanto terribile, quella violenza aveva uno scopo: disorganizzare chi combatteva. Ora si diffonde in ogni direzione, ma sempre dall’alto verso il basso. La distruzione e lo sfollamento delle comunità per il controllo delle risorse comuni, la cosiddetta Quarta Guerra Mondiale dell’EZLN, implica anch’essa l’uso e l’abuso della violenza. La guerra contro i popoli e le comunità indigene, considerati un ostacolo all’accumulazione tramite espropriazione, mira a distruggere la comunione tra le persone e tra queste e la natura; da qui lo sfollamento forzato. Questo metodo è diverso e complementare al precedente: utilizza metodi simili e ha obiettivi analoghi, ma è mirato, mentre la guerra in corso colpisce l’intera popolazione. La fase finale emerge quando individui e comunità perdono ogni speranza, soccombendo alla disperazione, come quella vissuta dai prigionieri nei campi di concentramento nazisti. Questa modalità di annientamento dei popoli, analizzata dal filosofo Giorgio Agamben, ha oltrepassato i confini delle campagne per inglobare intere porzioni dei territori che il capitale cerca di controllare. Un quarto modo in cui le relazioni umane vengono distrutte è attraverso i programmi sociali governativi che, individualizzando i sussidi, lacerano le comunità urbane e rurali, rendendo le persone vulnerabili al sistema finanziario che le rende schiave del consumismo e del debito. Oltre agli Stati, anche i gruppi paramilitari e la criminalità organizzata svolgono un ruolo significativo nell’enorme distruzione delle relazioni sociali a cui stiamo assistendo. Tutti gli attori sistemici convergono nel saccheggio delle comunità e della natura, a prescindere dal fatto che i governi siano progressisti o conservatori. I proprietari delle fabbriche avevano bisogno di persone nelle fabbriche e nella società, come operai e come consumatori. Ecco perché Henry Ford aumentò i salari dei suoi operai da due a cinque dollari al giorno nel 1914 e limitò la giornata lavorativa a otto ore, cinque giorni alla settimana. In un certo senso, quel datore di lavoro sfruttatore si “prendeva cura” dei suoi lavoratori perché dipendeva da loro. Ora, noi che ci troviamo in fondo alla scala sociale siamo completamente sacrificabili e, in molti casi, ostacoli per il capitale. Come possiamo resistere e lottare per cambiare il mondo quando gli agenti del cambiamento sono sacrificabili? Stiamo appena iniziando a intravedere la risposta, grazie ai molteplici movimenti di resistenza che stanno attraversando questo continente. Contadini, operai, insegnanti e studenti, comunità indigene e nere, periferie urbane e territori colpiti dalle industrie estrattive stanno difendendo la vita e i beni comuni, l’acqua e la terra, con le proprie mani, come madri in cerca di aiuto. Solo aderendo a queste forme di resistenza possiamo invertire la tremenda crisi della sinistra e del pensiero critico: camminando al fianco del popolo. -------------------------------------------------------------------------------- Inviato anche a La Jornada Raúl Zibechi ha aderito alla campagna Un tetto Comune: “Non esiste un nuovo mondo senza spazi di incontro. Senza territori abitati da coloro che sognano ma al tempo stesso costruiscono le relazioni sociali e il legame con la natura che ci permetteranno sia di sopravvivere al Collasso sia di dare vita al nuovo. Un nuovo mondo che deve essere diverso da quello che conosciamo, costruito con altri materiali. Il più importante di questi, quello che deve plasmare il nuovo mondo, è la fraternità, il legame tra coloro che sono in basso”. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Distruggere le società per consolidare il dominio proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn
L’ULTIMA ASSEMBLEA DEGLI OPERAI DELLA EX GKN NON HA SOLO DATO IL VIA ALLA PRODUZIONE AUTONOMA DI CARGO BIKE E PANNELLI FOTOVOLTAICI, IMPENSABILE SOLO UN PAIO DI ANNI FA. HA DETTO ANCHE CHE ABBIAMO BISOGNO DI RIPENSARE IL CONCETTO DI LOTTA PER NON LIMITARLA ALLA CONTRAPPOSIZIONE, CHE SIAMO IN GRADO DI SMETTERE DI PENSARCI INDIVIDUI IN LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA E RISCOPRIRE UNA DIMENSIONE COLLETTIVA, CHE POSSIAMO CREARE MONDI NUOVI IN MEZZO ALL’ESISTENTE NON DELEGANDO NESSUNO, COMINCIANDO DALLA VITA DI OGNI GIORNO Foto Collettivo Di Fabbrica – Lavoratori Gkn Firenze -------------------------------------------------------------------------------- Nei giorni scorsi si è svolto a Campi Bisenzio (Firenze) un incontro fondamentale per la vicenda degli operai ex Gkn. Da attivo partecipante, vorrei restituirne qualcosa. L’incontro aveva lo scopo di presentare agli azionisti il piano proposto dai compagni dell’ex Gkn, da quelli che hanno avuto la capacità e la possibilità di resistere per cinque anni: avviare una produzione autonoma di cargo bike e pannelli fotovoltaici. La raccolta si è conclusa su un milione e duecentomila euro (circa), dei tre che erano l’obbiettivo di partenza. Fra gli azionisti anche il nostro gruppetto della piazza del Mondo di Trieste. Il voto degli azionisti ha dato il via: la produzione verrà avviata. Inizia un difficile, esile cammino, ma è un cammino… Lo scopo di questo breve scritto non è informare su questo progetto, articolato nel documento leggibile qui. Vorrebbe, invece, essere un tentativo di comunicare l’esperienza di questo incontro dalla fortissima valenza emotiva e concettuale, etica e politica: un messaggio in cui politica e vita si fondono. Partiamo da alcune frasi e parole chiave lanciate dai relatori. La prima: “La produzione autogestita come momento della lotta di classe”. “Produzione” e “lotta” sono qui due momenti strettamente complementari. È necessario cioè pensare la lotta di classe operaia, e ogni tipo di lotta, non più soltanto come mera lotta: come contra-posizione. La storia ci mostra che lotta di per sé non produce automaticamente costruzione sociale alternativa: spesso si esaurisce, appunto, nello sforzo della mera contrapposizione o su obiettivi che non cambiano in profondità l’organizzazione sociale dominante. E quando le lotte vincevano si trovavano di fronte a problemi che, in genere, affrontavano ricorrendo ai vecchi strumenti: tutte le rivoluzioni hanno prodotto nuovi Stati, cioè oligarchie al potere. Oggi, invece, è necessario produrre, contemporaneamente a forme di lotta, anche forme di costruzione di un nuovo modo di produrre quei beni che sono pur necessari alla vita. Ma ciò implica anche forme di costruzione sociale alternativa. Si tratta di superare quello che è stato il limite delle grandi lotte degli anni Sessanta e Settanta, prodotto anche dalla violenza estrema della reazione padronal-statale che non ha esitato a ricorrere ad attentati e persino a stragi indiscriminate in luoghi pubblici, utilizzando gli indispensabili organi extralegali dello Stato, intrinsecamente connessi con l’area cultural-politica di estrazione fascista, sempre attiva dal 1946 ad oggi. In questo momento anche a livello palese di governo. Un’altra espressione che sintetizza efficacemente un’intera visione politica è: “Insorgere per risorgere”. In poche parole tutto un pensiero. L’insurrezione ha un fine concreto: la risurrezione sociale. Ciò vuol dire cominciare a individuare cammini per uscire dallo sfruttamento quale base fondamentale della vita sociale – oggi in forme estremamente articola e capillari – dalla riduzione dell’umano a forza-lavoro per il profitto di una minoranza. È necessario far ri-sorgere gli umani come esseri sociali, abitati da una dimensione collettiva, non più individui in lotta reciproca per la sopravvivenza, ma parte intrinseca di una collettività articolata in comunità. L’azione politica deve diventare un ‘ri-sorgimento’, così come il lavoro deve diventare sorgente di vita, produzione di ciò che è necessario per vivere: produzione di vita, non produzione di merci. La mostruosità del capitalismo, oggi così visibile da diventare invisibile, consiste nell’aver trasformato la produzione di vita in produzione di merci, riducendo al limite la produzione di vita, un limite che oggi si sta, con ogni evidenza, superando. La violenza rapace e individualizzante della merce deve sciogliersi nella gioia dello scambio reciproco di beni – da notare la pregnanza filologica della lingua di questi compagni: ‘insorgere per risorgere’. Le parole hanno un significato originario che è stato rimosso: non merci ma beni, fonti di vita, ridando ai bisogni fondamentali della vita il loro senso profondo, come tradizionalmente si esprimeva, ad esempio nel pasto in comune, che, nelle nostre particolari condizioni, cerchiamo in qualche modo di evocare a sera nella Piazza del Mondo. “GKN propone un nuovo immaginario”. Un’altra frase che mi ha colpito: un nuovo modo appunto di sviluppare la lotta di classe operaia, ma non solo questa, in lotta sociale nel senso più ampio, in lotta per cambiare la società, la convivenza. Ciò vuol dire che la lotta deve partire da un progetto – pro-gettare, gettare avanti – per produrre una nuova condizione sociale da costruirsi pezzo dopo pezzo – lotta esistenziale e vitale, ormai. E ancora: “Speranza come assunzione collettiva di responsabilità”. Una parola come “speranza” – consunta dal quotidiano uso individuale: “come va? speriamo bene…” – viene immessa in un significato nuovo perché collettivo: “responsabilità” viene da “rispondere”. Rispondere alla chiamata della storia, della vita ormai. Rispondere a una chiamata, come è quella di questi compagni, trasfonde la speranza, divenuta collettiva, in un concreto desiderio di agire. In tal senso, i compagni di campi Bisenzio dicono di mettere la loro “vertenza a disposizione del movimento”. Non si tratta più della sopravvivenza di alcuni operai. Si tratta della sopravvivenza di tutti noi. Oggi questo è evidente ma nello stesso tempo radicalmente denegato dal potere economico e dai suoi articolati bracci politici, anche attraverso la smisurata potenza della trasformazione della vita in immagine che ha la sua manifestazione suprema nell’indifferenza per il genocidio di Gaza. Vogliamo “trovare qui il mondo che vorremmo”, è una quinta frase significativa rimbalzata a Campi Bisenzio. Lo gridano questi operai dopo cinque anni di lotta e di tentativi di costruzione collettiva: assemblee, festival, manifestazioni, incontri in giro per l’Italia, sapendo che “trovare” il mondo desiderato vuol dire crearlo perché un altro mondo non c’è. E dovremmo aver imparato – o almeno cominciato ad imparare – che si deve costruire in mezzo all’esistente, non delegando a nessuno, ma, fra di noi, in situazione, trasformando, pezzo dopo pezzo, la thatcheriana non-società di individui in una società vera, in cui il prossimo è un socius e non un concorrente. La produzione, oggi, è, soltanto produzione di merci: letteralmente predazione, predazione della vita per trasformarla in denaro, cioè in reti di potere. Oggi questo si coglie con un’allucinante esemplarità cinematografica ancora a Gaza: il progetto, per quanto vago, di “produrre” un resort per ricchi sui cadaveri e sulle macerie del genocidio, è una sorta di Manifesto di questo tempo: dal genocidio al biocidio. Queste poche concentratissime frasi, strappate dall’incontro, dicono con forza la condizione dentro cui siamo costretti oggi. Da questa condizione bisogna partire. Altro che produrre merci. Si tratta di produrre un mondo nuovo! Ciò significa cominciare anche e soprattutto dalla vita quotidiana, dai beni essenziali: la vita ri-nasce ogni giorno. Non deve più esserci, tendenzialmente, separazione fra vita quotidiana e vita collettiva, vita della polis, “politica”. Se nel cosiddetto Occidente, lo scarto fra vita di ogni giorno e gestione pubblica è per la maggioranza evidente, nell’altro mondo per la grandissima maggioranza v’è coincidenza. Per questi operai, si tratta solo di una disperata fuga in avanti dopo cinque anni di resistenza e lotte, che hanno tentato di soffocare con il silenzio, con il muro di gomma delle istituzioni locali e centrali? In realtà questi operai, con la loro resistenza creativa durata cinque anni, hanno avuto già la capacità di trasformare un licenziamento nell’inizio di un cammino radicale: il passaggio dalla Working alla caring class – come dice il titolo del bellissimo Festival di letteratura Working class del 13-14 aprile 2026: produrre è riprodurre la vita. Hanno inventato un processo di resistenza, lotta e cura, creando un legame fra le lotte della classe operaia storica e la situazione attuale, così diversa, ad esempio, da quella degli anni Sessanta-Settanta. Mettere insieme, ad esempio, “letteratura e classe operaia”, come proclama il Festival, vuol dire superare i limiti tradizionali delle lotte operaie. Far politica oggi coincide con il tentativo di costruire forme di vita, mentre la cultura del Capitale ha dichiarato guerra alla vita intera, senza più nessuno schermo socialdemocratico. Questa è la situazione. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il nuovo straordinario e difficile cammino dell’ex Gkn proviene da Comune-info.
July 20, 2026
Comune-info
#02 Apocalypse Prompt | Il futuro è solo una storia che raccontiamo a noi stessi – di Alessandro Verna
Un nuovo appuntamento, il numero #2, con il diario di auto-analisi di Alessandro Verna che sta uscendo a puntate su Effimera. Il progetto esplora le profonde trasformazioni nella soggettività e nel lavoro cognitivo generate dall'interazione quotidiana e dalla dipendenza dall'Intelligenza Artificiale generativa. In questo episodio, il protagonista si confronta con le differenze tra le soluzioni [...]
July 20, 2026
Effimera
Che tipo di lavoro abbiamo?
C’è un aspetto del XXIV Rapporto annuale dell’Inps, presentato il 9 luglio scorso, che è stato finora sottovalutato, ma che aiuta a cogliere la qualità della composizione del lavoro in Italia e anche a risolvere la questione di come e perché sia aumentata l’occupazione.  Si tratta della presenza nella massa del lavoro dipendente di una quota davvero rilevante di lavoro parziale, sia esso part-time o part-year, quindi stagionale o a tempo, che descrive una condizione del lavoro salariato per certi versi inedita. Ma c’è poi un’analisi offerta dall’Inps ancora più interessante, laddove si scompone la forza lavoro in «uomo-anno», cioè in lavoro pieno annuale, corrispondente a 260 giornate lavorative (quanto resta dai 365 giorni annuali dedotti i due giorni di riposo settimanali): questa descrizione getta uno sguardo crudo sia sulla dimensione del lavoro parziale, precario o meno, sia sulla contraddizione tra crescita dell’occupazione e stagnazione del reddito da lavoro dipendente e conseguente stagnazione del Prodotto interno lordo.  I lavoratori dipendenti considerati dall’Inps, esclusi gli agricoli, sono circa 20,8 milioni. Prima di addentrarsi nell’analisi accennata, già si può aggiungere un’altra radiografia importante: la crescita del lavoro straniero che è ormai il 14,5% del totale, un dipendente su sette. L’incremento è tutto attribuibile alla componente extracomunitaria, passata da 1,7 milioni nel 2019 a 2,5 milioni nel 2025, mentre la componente comunitaria, soprattutto composta da rumeni, si è ormai stabilizzata attorno a mezzo milione di unità. Ma è aumentata anche l’intensità di impiego: per gli extracomunitari si è passati da 217 giornate retribuite nel 2019 a 224 nel 2025, per i comunitari da 214 a 233. Il lavoro immigrato incide in misura molto superiore alla media (25%) nell’industria leggera del made in Italy (tessile-abbigliamento-pelli-cuoio-legno-mobile), delle costruzioni (28,3%), dei servizi di alloggio e ristorazione e dei servizi di supporto (tra cui il lavoro somministrato, le attività di vigilanza, pulizie, servizi per il paesaggio). Valori elevati, tra il 15 e il 20%, anche per altri importanti comparti manifatturieri (metalmeccanica, alimentari), per i trasporti-magazzinaggio e per altre attività di servizio.  Si tratta di una crescita impetuosa negli ultimi anni, superiore in termini percentuali alla crescita media degli occupati, e che segnala una discrasia tra il discorso pubblico razzista e anti-immigrati e quello che accade nelle profondità dell’economia reale (nel «laboratorio segreto» della produzione, avrebbe detto Marx). La maggioranza dei dipendenti opera nel settore privato. Nel settore privato non agricolo i dipendenti sono circa 17,7 milioni nel 2024, con una crescita del 2%. Il pubblico impiego, con i suoi 3,7 milioni di dipendenti ha un peso molto minore rispetto a paesi europei analoghi e presenta una struttura mediamente più anziana rispetto al settore privato. Segno che il ricambio generazionale ancora non c’è stato e non si vedono segnali in questa direzione. Per quanto riguarda le categorie, l’Inps segnala che nel settore privato la gran parte del lavoro occupato è operaio, con il 56% dei dipendenti; gli impiegati sono circa il 37%, mentre seguono quote ridotte e marginali per apprendisti, quadri e dirigenti. Evidente, ancora, il gap occupazionale tra uomini e donne, con i primi che rappresentano il 57% dei dipendenti. Gap che si ripercuote bruscamente sulle retribuzioni: nel 2024 la retribuzione media annua nel settore privato è stata circa 27.967 euro per gli uomini contro 19.833 euro per le donne: al netto di contributi e imposizione fiscale parliamo di circa 1.500 euro al mese per gli uomini e di 1.100 euro per le donne. Alla faccia di un paese ricco e membro del G7. Sempre per restare al quadro generale, l’occupazione è concentrata nel Nord-Ovest per circa il 31,4%, nel Nord-Est per il 23,3%, al Centro con il 20,7% e al Sud per il 17,2%.  LEGGI ANCHE… LAVORO LE TANTE FACCE DEL SINDACATO Redazione Jacobin Italia L’UOMO-ANNO Quando si passa alla definizione dei dati utilizzando la categoria «uomo-anno», così indicata dall’Inps (che non utilizza un linguaggio orientato al genere), il quadro si fa mosso.  Per capire di cosa parliamo, è lo stesso rapporto a darci l’esplicitazione dei criteri utilizzati. I circa 20,8 milioni di lavoratori dipendenti complessivi si suddividono, come abbiamo visto, in 17,7 milioni nel privato non agricolo con una media di 247 giornate retribuite annue. Nel pubblico i lavoratori sono circa 3,74 milioni, con 283 giornate medie retribuite. L’Inps però offre un’analisi diversa affiancando al numero di dipendenti nell’anno, le giornate retribuite nel mese. In questo modo, i dipendenti privati, che in media mensile erano circa 12,9 milioni nel 2018, saranno 14,6 milioni nel 2024. Si tratta, ripetiamolo, di retribuzioni percepite mensilmente, con scarti importanti tra i mesi di picco lavorativo (giugno nel settore privato) e quelli di minor utilizzo.  Su questi dati l’Inps opera ancora un altro affinamento utilizzando, in alternativa al numero di dipendenti mensili, «la somma nell’anno del numero di giornate retribuite ogni mese». Il calcolo si basa sullo standard di 26 giornate mensili come numero massimo retribuibile e quindi portando a 312 giornate retribuite come il valore di un anno pieno, caratterizzato da continuità lavorativa. «Dividendo per 312 la somma del numero di giornate retribuite ogni mese, scrive l’Inps, si ottiene una misura normalizzata del volume di lavoro, espressa in anni-uomo». Un dipendente che nel corso dell’anno abbia ricevuto 78 giornate retribuite equivale a 0,25 anni-uomo, mentre se le giornate retribuite sono state 273 equivarrà a 0,875 anni-uomo. Il pregio di questa categorizzazione, rispetto al numero di ore lavorate, è quello di non neutralizzare la tipologia oraria contrattuale (tempo pieno/tempo parziale). Rifacendo i calcoli, quindi, i dipendenti privati, che in media mensile sono circa 14,6 milioni nel 2024, «ricalcolati in termini di anni-uomo risultano pari a circa 13,6 milioni» crescendo di 1,6 milioni rispetto al 2018. Oltre al lavoro a tempo determinato è cresciuto di molto il lavoro stagionale (+65%) e intermittente (+30%). Da considerare anche che il lavoro a tempo indeterminato ha beneficiato della forte crescita, dall’11 al 35%, del lavoro in somministrazione «anche grazie ai maggiori vincoli introdotti dal Decreto Dignità sulla somministrazione a tempo determinato».  Ma questa nuova categorizzazione permette anche di avere un quadro immediato della segmentazione del mercato del lavoro tra il segmento «primario» nel quale rientrano i cosiddetti insiders, lavoratori con maggiore stabilità contrattuale, elevati livelli di istruzione ed esperienza, alti salari. «Nel segmento secondario ci sono viceversa i cosiddetti outsiders rappresentati dai lavoratori con basse retribuzioni, scarsa sicurezza del posto di lavoro, poche possibilità di carriera». Il rapporto si propone così di dare una «quota del volume di lavoro caratterizzata da continuità oraria e/o contrattuale», procedendo per passaggi successivi: «i lavoratori a tempo indeterminato (al netto di apprendistato e somministrazione) misurati in anni-uomo passano da 9,5 milioni nel 2018 a 10,9 milioni nel 2024 di cui circa il 75% a tempo pieno e il 25% a tempo parziale (in larga maggioranza donne)». Si verifica quindi che «i soli lavoratori a tempo indeterminato e a full-time, ammontano nel 2024 a 8,1 milioni», il che comporta che il mercato primario rappresenta nel 2024 il 60% del totale. Ma se invece si includono sia l’apprendistato, che dal punto di vista normativo viene definito a tempo indeterminato, sia i lavoratori assunti a tempo indeterminato dalle aziende di lavoro in somministrazione, si ha una «definizione allargata» di segmento primario che arriva a 11,5 milioni di anni-uomo nel 2024, quindi l’85% del totale.  Gli outsider, quindi, possono variare dal 15 al 40% a seconda della definizione «ristretta» o «allargata» del mercato primario, quello degli stabili. In ogni caso, l’Inps nota che dal 2018 al 2024 la quota degli outsiders è calata dal 16,2 al 15,4%, quindi solo dello 0,8% in otto anni, ma è aumentata nel meridione passando dal 17,1% al 20,5%, principalmente a causa alla crescita del lavoro a tempo determinato e delle attività stagionali. Il mercato del lavoro italiano quindi appare relativamente stabile se si contano i contratti: 14-15 milioni di persone hanno un rapporto a tempo indeterminato. Ma in termini di quantità effettiva di lavoro, adottando una definizione «ristretta» del mercato primario, si nota che una quota consistente dei rapporti, almeno il 40%, non è stabile e pienamente retribuito.  Questa composizione differisce a seconda dei settori indicando così che la precarietà italiana non è distribuita uniformemente: «è concentrata soprattutto nei settori a bassa produttività e ad alta stagionalità (turismo, commercio, alcuni servizi), mentre industria, sanità e amministrazione pubblica hanno una maggiore intensità annuale del lavoro», cioè più giornate retribuite. L’Inps segnala infatti che nel 2024 il lavoro intermittente ha coinvolto circa 759 mila persone e la somministrazione circa 915 mila, evidenziando che queste forme sono una componente significativa ma concentrata del mercato del lavoro.  LEGGI ANCHE… LAVORO UNA FLOTILLA ANCHE PER IL SALARIO Salvatore Cannavò La situazione si riflette ovviamente sulla dinamica salariale. Abbiamo visto le retribuzioni medie annue di dipendenti uomini e donne: la media complessiva annuale propone un reddito medio per i dipendenti privati di 24.486 euro, con 247 giornate retribuite medie; nel pubblico la media è circa 35.350 euro con 283 giornate retribuite. Se facciamo il calcolo per anni-uomo, si può invece verificare quanto reddito da lavoro dipendente lordo annuo viene generato per ogni lavoratore equivalente a tempo pieno. È una misura «più utile della semplice retribuzione media per persona perché corregge l’effetto di: part-time; stagionalità; periodi lavorati inferiori ai 12 mesi; settori con molti contratti brevi». Le retribuzioni più alte si verificano nel settore della Energia, utilities con 45–55mila euro per giornate piene annue, seguita da Finanza e assicurazioni con 45-50 mila euro e da Industria e manifattura 38-43 mila. La Pubblica amministrazione (37-40 mila) e la Sanità (38-42 mila) si confermano anche con quote alte di retribuzioni su giornate piene annue, mentre a valori medi si collocano i Trasporti e la Logistica (34-38 mila) e le Costruzioni (32-36 mila). Più basso il Commercio (30-34 mila) e nella fascia bassa il Turismo e ristorazione (28-32 mila) e Altri servizi personali (28-33 mila). «Se guardiamo solo le teste, turismo e commercio sembrano grandi settori: commercio circa 3 milioni di dipendenti; turismo circa 1,5 milioni. Ma in termini di lavoro pieno equivalente producono molto meno perché hanno: molti part-time; contratti stagionali; meno mesi lavorati. La precarietà non è così solo un problema contrattuale: è spesso il risultato di settori dove il lavoro è strutturalmente frammentato».  Infine, se vogliamo capire quali settori sostengono maggiormente il reddito nazionale e componiano una piramide del lavoro italiano come combinazione di numero di lavoratori dipendenti (teste); lavoro effettivo prodotto (tempo pieno annui); reddito da lavoro dipendente per tempo pieno e valore aggiunto prodotto dal settore, si può notare che l’industria manifatturiera pesa molto più di quanto sembri: i suoi circa 3,8 milioni di dipendenti hanno un’alta continuità lavorativa, mentre la grande massa occupazionale del commercio e servizi impiega molti lavoratori, ma con molto lavoro part-time, carriere discontinue, salari medi più bassi. Il turismo è il caso più evidente: con circa 1,5 milioni di persone coinvolte occupano meno di un milione a tempo pieno effettivo annuo con un lavoro frammentato e una potenza economica del lavoro molto più bassa.  La fotografia più corretta dell’Italia 2024 non è quindi quella che fotografa «20,8 milioni di dipendenti» ma che somma circa 16 milioni di lavoratori equivalenti a tempo pieno, pilastri di un settore economico in cui sono cruciali industria e servizi avanzati mentre turismo e commercio incidono molto meno. Questa condizione si riflette, ad esempio, sui settori che sostengono il sistema previdenziale che deve i maggiori introiti contributivi all’industria privata, al pubblico impiego e ai servizi qualificati. I settori con molte «teste» lavorative ma meno salari e contributi bassi e saltuari costituiscono invece la causa dello squilibrio e potenzialmente anche contraddizioni più forti nello stesso mondo del lavoro.  Mai come ora quando si tratta di lavoro bisogna saper contare bene. *Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).  DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Che tipo di lavoro abbiamo? proviene da Jacobin Italia.
July 16, 2026
Jacobin Italia
Marx e l’intelligenza artificiale
Quali sarebbero, dal punto di vista marxista, i probabili effetti di un’introduzione massiccia dell’intelligenza artificiale nell’economia? A prima vista, le implicazioni per la teoria del valore-lavoro di Karl Marx sembrano negative o in contraddizione con i fatti o le nostre aspettative. L’intelligenza artificiale implica l’introduzione di tecniche di produzione estremamente intensive di capitale o, per usare la terminologia marxista, di processi con una composizione organica di capitale molto elevata. In altre parole, l’intelligenza artificiale implica un rapporto c/v molto elevato. Ovvero, il rapporto tra il capitale costante (c) e il capitale impiegato per assumere lavoro (v). Se la presenza di lavoro è scarsa e, forse nei casi di produzione completamente automatizzata, prossima allo zero, anche il plusvalore prodotto dal lavoro deve essere scarso o prossimo allo zero. Indipendentemente dal livello di sfruttamento, un v molto piccolo implica un s (plusvalore) molto piccolo. Stabiliamo quindi che il tasso di profitto [ s /( c + v )] deve essere anch’esso molto basso, in accordo con una delle più famose «leggi dello sviluppo capitalistico» di Marx, ovvero la tendenza del tasso di profitto a diminuire con l’introduzione di processi produttivi a maggiore intensità di capitale. Nel caso di una produzione quasi completamente automatizzata, il tasso di profitto deve diventare zero o essere prossimo allo zero. Come ci dicono Marx, Joseph Schumpeter e il buon senso, un capitalismo con profitti pari a zero è un’assurdità. I capitalisti non investiranno se il loro rendimento atteso è pari a zero. Pertanto, la tendenza del tasso di profitto a diminuire segna la fine del capitalismo. LEGGI ANCHE… ECONOMIA «NON C’È NESSUNA ETÀ DELL’ORO DEL CAPITALISMO» Branko Milanovic - Pablo Pryluka Molto prima che l’intelligenza artificiale facesse la sua comparsa, questa era l’idea discussa dagli economisti marxisti dei primi del Novecento, come Rosa Luxemburg e Henryk Grossman. Essi prevedevano che i capitalisti, attraverso la competizione, avrebbero portato a processi produttivi sempre più intensivi in termini di capitale. La logica di base era che ogni sostituzione del lavoro con le macchine riduceva i costi per le singole imprese, ma che, con l’adozione universale di queste tecniche, si sarebbe assistito a una riduzione del plusvalore e, di conseguenza, del tasso di profitto complessivo. L’intelligenza artificiale porterà dunque alla fine del capitalismo? Questa ipotesi non sembra conciliarsi con i fatti e con le aspettative di profitti non inferiori, bensì superiori, derivanti dall’introduzione dell’Ia. Marx aveva completamente torto? Forse no. Per comprenderlo, consideriamo l’economia composta da due settori. In primo luogo, il settore con una composizione organica di capitale molto elevata, esattamente come lo abbiamo descritto. Ora, ipotizziamo che l’automazione totale della produzione in questo settore crei una domanda di produzione di beni e servizi che solo il lavoro umano in carne e ossa può svolgere, o in cui il lavoro umano in carne e ossa è superiore all’intelligenza artificiale: si pensi alle attività di cura, allo sport, all’assistenza infermieristica, alle abilità culinarie di alto livello, alla formazione degli allenatori, al lavoro di barista, alla scrittura creativa e a una moltitudine di altre attività che – proprio perché alcune di esse possono essere svolte in modo approssimativo dall’intelligenza artificiale – acquisiranno sempre più valore se eseguite da un lavoro umano in carne e ossa e qualificato. Migliaia di insegnanti potrebbero essere sostituiti dall’intelligenza artificiale, ma la domanda di insegnanti veramente bravi, in grado di superare l’intelligenza artificiale, aumenterà. LEGGI ANCHE… DIGITALE IL CAPITALE NEL CERVELLO Redazione Jacobin Italia Successivamente, si svilupperà un secondo settore, l’esatto opposto del settore completamente automatizzato. Esso sarà caratterizzato da una bassa composizione organica del capitale: il capitale costante (c) sarà esiguo rispetto al capitale variabile (ovvero, rispetto alla quantità di capitale impiegato e pagato sotto forma di salari). A differenza del settore automatizzato, genererà un’enorme quantità di plusvalore. Come sappiamo, nel capitalismo i beni e i servizi non vengono venduti al valore del lavoro, bensì ai prezzi di produzione che equilibrano i tassi di profitto nei settori ad alta e bassa intensità di lavoro (ovvero, nei settori con diversa composizione organica del capitale). Ciò significa che, in equilibrio, l’ammontare del profitto nel settore automatizzato sarà proporzionale all’enorme quantità di capitale impiegato in tale settore. Pertanto, il profitto del nostro settore automatizzato non sarà trascurabile come sembrava inizialmente, considerandolo isolatamente e ipotizzando che l’intera economia fosse composta unicamente da esso. Al contrario, il tasso di profitto potrebbe aumentare, poiché la sostituzione del lavoro in un settore è accompagnata dalla creazione di processi produttivi ad alta intensità di lavoro in altri settori. In parole semplici: mentre una parte dell’economia opererà esclusivamente con le macchine (dove nel termine «macchina» includo l’intelligenza artificiale), un’altra parte dell’economia sarà molto più ad alta intensità di lavoro, probabilmente anche più di oggi. Ciò a sua volta significa che i profitti nel settore dell’Ia potrebbero essere elevati, ma solo se la crescita di tale settore è accompagnata da una crescente domanda di beni e servizi prodotti dal lavoro umano e quindi dall’emergere di questo secondo settore. Se il settore dell’Ia assorbirà l’intera economia, allora, secondo le analisi marxiste, il tasso di profitto tenderà a zero. Anche nell’ambito dell’analisi neoclassica, questo sarebbe l’esito, perché una produzione completamente automatizzata che non impiega affatto lavoro implica salari totali pari a zero o prossimi allo zero, e diventa incerto a chi potrebbe essere venduta l’abbondanza derivante dalla nuova produzione. Pertanto, l’abbondanza generata dall’Ia porta, anche in un mondo neoclassico (in assenza di un’enorme redistribuzione a favore di chi non lavora), a una domanda aggregata insufficiente e di conseguenza a un tasso di profitto prossimo o uguale a zero. Nel mondo neoclassico, come in quello marxista, l’ascesa dell’Ia deve essere accompagnata da un aumento equivalente delle attività ad alta intensità di lavoro per mantenere l’economia in equilibrio ed evitare che la domanda aggregata e il tasso di profitto si riducano a zero. LEGGI ANCHE… DIGITALE NAZIONALIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE Dustin Guastella In sintesi: sia nel mondo marxista che in quello neoclassico, un’economia composta unicamente da un settore altamente automatizzato è incompatibile con il mantenimento del capitalismo. Nel primo caso, perché il plusvalore prodotto e quindi il profitto sono pari a zero; nel secondo caso, perché una domanda aggregata insufficiente porta a profitti nulli. La situazione può essere «salvata» solo attraverso un aumento equivalente di un settore ad alta intensità di lavoro o mediante una massiccia redistribuzione a favore di chi non lavora. Pertanto, intravediamo un futuro per il lavoro meno fosco di quanto alcuni sostengano. Le attività in cui il lavoro non può essere sostituito dall’intelligenza artificiale fioriranno. L’intelligenza artificiale porterà a una generale dequalificazione del lavoro o no? A prima vista, sembrerebbe che l’Ia porterà a una dequalificazione del lavoro semplicemente perché molte competenze (come l’informatica, lo sviluppo di software, la scrittura e persino la matematica) diventeranno superflue, potendo essere svolte dalle macchine. Tuttavia, questo processo potrebbe essere, ed è probabile che lo sia, controbilanciato dalla creazione di occupazioni in cui le competenze lavorative supereranno il livello attuale, semplicemente perché dovranno essere superiori ai livelli di competenza prodotti dall’Ia affinché le persone desiderino acquistare tali prodotti e servizi. Pertanto, mentre una parte della forza lavoro potrebbe soffrire di una perdita di competenze o, per dirla francamente, di un impoverimento culturale, un’altra parte diventerà più sofisticata e molto più qualificata. Per rimanere competitiva, dovrà competere più con le macchine che con gli altri esseri umani. Ma finché crediamo nell’adattamento umano, possiamo pensare che ci sarà sempre un segmento di lavoro umano in grado di fare cose che le macchine non possono fare, o, anche laddove lo stesso risultato sia prodotto da entrambi, che sarebbe più apprezzato (e quindi più valorizzato) se realizzato da un essere umano piuttosto che da un’intelligenza artificiale. È improbabile che una pattinatrice sul ghiaccio altrettanto brava, generata da un’Ia, venga apprezzata quanto una pattinatrice umana. Almeno, non dagli esseri umani. *Branko Milanovic, tra i più noti esperti internazionali sul tema della disuguaglianza, è professore alla City University of New York. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. Per approfondire … L’intelligenza artificiale e la nostra Acquista il numero della rivista L'articolo Marx e l’intelligenza artificiale proviene da Jacobin Italia.
July 15, 2026
Jacobin Italia
L’ex Gkn salpa in mare aperto
«Non abbiamo mai promesso la vittoria, perché la vittoria non dipende soltanto da noi. Abbiamo però promesso che non ci sarebbero stati resa né rassegnazione, e che saremmo andati avanti ‘fino a che ce ne sarà’. Rinnoviamo oggi quell’impegno. E, se dovessimo fallire, falliremo meglio». Con queste parole, davanti a più di 600 persone che, a quel punto, hanno intonato emozionate l’ormai storico coro della fabbrica, si è conclusa domenica 12 luglio l’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), la cooperativa degli operai del Collettivo di fabbrica di Campi Bisenzio che ha deciso di far partire la reindustrializzazione dal basso dando vita alla prima fabbrica socialmente integrata della storia del nostro paese. GIRO DI BOA Dopo 1.829 giorni di presidio permanente, la lotta più lunga della storia del movimento operaio, quella degli operai metalmeccanici dell’ex Gkn, è arrivata al giro di boa.    Dopo aver bloccato i licenziamenti; aver portato in parlamento una legge contro le delocalizzazioni; aver chiesto un intervento pubblico per continuare a produrre semiassi per automezzi; aver fatto un piano industriale ecologico alternativo grazie alle competenze solidali; aver chiesto al Comune la dichiarazione di pubblica utilità dell’area della fabbrica; e aver costretto la Regione Toscana ad approvare una legge per la costituzione di consorzi di sviluppo industriale, adesso gli operai si rimettono finalmente al lavoro. E lo fanno in completa autogestione, anche perché nel frattempo sia il capitale che le istituzioni pubbliche, a ogni livello, sono scomparse. O meglio, hanno creato un vuoto che sarà più facile da riempire con la speculazione immobiliare.   L’assemblea degli azionisti di Gff (Gkn For Future), 12 luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa In questi 60 mesi di presidio gli operai hanno vissuto 15 mesi senza stipendio (che ancora lottano in tribunale per riavere) e altri 15 mesi con sussidio di disoccupazione (Naspi). A questo vero e proprio assedio materiale si è aggiunta la strategia della «rana bollita», con il trascorrere del tempo utilizzato come arma per far morire di «morte naturale» questa incredibile resistenza operaia. Un tempo che ha logorato famiglie, sperperato denaro pubblico, fatto perdere alla vertenza compagni importanti e indebolito lo stesso Piano industriale elaborato dal basso.  «Si sono attivati meccanismi di conservazione del capitale e della politica che hanno finito per coagularsi contro di noi e che hanno provato a calcolare ogni variabile. L’unica che non avevano previsto era questa: che, dopo cinque anni, saremmo stati ancora qui», ha detto in assemblea Dario Salvetti del Collettivo di fabbrica.  Questa lotta è stata infatti un imprevisto, capace di produrre entusiasmo, partecipazione, e nuovo immaginario collettivo, con libri, film, spettacoli teatrali e Festival letterari. Chiunque, in questi 5 anni, abbia messo piede in quel presidio di una fabbrica spenta ne è uscito rigenerato e diverso da prima. Sono stati 5 anni di generazione di energia collettiva, che si è vista anche al concerto e poi nel corteo notturno, come sempre a suon di tamburi, di sabato 11 luglio davanti alla fabbrica. Ora la generazione di energia rinnovabile diventa un vero e proprio progetto industriale. SALPARE Il piano industriale partirà il prossimo settembre ma non sarà quello previsto nell’ottobre 2024. Da allora infatti la vicenda del Consorzio industriale pubblico regionale – ottenuto dalla mobilitazione tramite una proposta di legge e interamente composto da istituzioni locali di Centrosinistra – si è trasformata in un vero e proprio calvario. Avrebbe dovuto rilevare l’immobile della fabbrica per metterlo a disposizione di un condominio di imprese con finalità di riconversione ecologica. Ma solo per farlo nascere si è dovuto attendere l’agosto del 2025. Altri cinque mesi sono poi incredibilmente passati per la nomina del revisore contabile. Così se la prima scadenza annunciata dal Consorzio era ottobre 2025, poi è diventata marzo 2026 e infine marzo 2027. Con dietro l’angolo ulteriori rinvii.  Il Piano presentato nel 2024 dagli operai prevedeva l’utilizzo di un milione e mezzo di euro di anticipo Naspi che invece, con il trascorrere del tempo, si è interamente consumata a fondo perduto. Contemplava poi un prestito di Banca Etica di 2 milioni e mezzo di euro, con una delibera condizionata alla partenza del progetto che è scaduta lo scorso 30 giugno. Includeva inoltre un accordo per la produzione e fornitura di pannelli fotovoltaici con l’azienda basca Mondragon corporation, anch’esso scaduto.  «Non ne possiamo più di istituzioni che ci dicono avete ragione ma non ci possiamo fare nulla – ha detto ancora Dario – Se non potete fare nulla significa che siete il nulla». LEGGI ANCHE… IMMAGINARIO LETTERATURA E RIVOLUZIONE Giulio Calella Il Piano deve oggi necessariamente salpare, perché la Naspi sta finendo e le energie della lotta rischiano di disperdersi. A parte un nuovo prestito di 2 milioni che verrà chiesto in un secondo momento a Banca Etica, partirà grazie alla sola forza della campagna di azionariato popolare a cui hanno partecipato 2.000 soggetti, tra persone individuali e organizzazioni giuridiche, con un milione e 158 mila euro complessivi raccolti. La mobilitazione creata in questi anni è il capitale sociale della fabbrica. In assenza al momento della possibilità di utilizzare l’ex fabbrica Gkn, verrà affittato un capannone e partirà il nuovo progetto che prevede la produzione di cargobike (che impiegherà 5 operai), per poi avviare nei mesi successivi il lavoro di installazione di pannelli fotovoltaici (che occuperà 11 operai) in collaborazione con la fabbrica recuperata Gbm di Perugia, e un ulteriore partnership industriale per il riciclo dei pannelli (occupando 8 operai). A queste direttrici produttive si affiancherà anche un progetto di «reindustrializzazione alimentare», con emporio, birreria e pizzeria popolare in convergenza con alcune reti contadine. Così come viene confermata la «reindustrializzazione culturale», con il progetto del Polo di cultura working class da costruire intorno al Festival di letteratura che, comunque vada, abbiamo confermato in assemblea per aprile 2027.  In totale il progetto salpa con 25 operai impiegati, con l’obiettivo di arrivare a 50 nell’arco di tre anni, cercando dar vita con il tempo anche alla produzione di pannelli fotovoltaici prevista nel Piano originario.  «Stiamo partendo per un mare che non è il nostro. Nel mare del mercato tutto ciò che fai è sbagliato. Ma scendiamo in questo inferno per provare a distinguere ciò che inferno non è», ha detto Dario. Con la consapevolezza di essere solo una piccola barca. Ma anche con l’idea che una barca sola è una barca, ma tante piccole barche insieme possono diventare una Flotilla. Il corteo notturno di sabato 11 luglio 2026. Foto di Lorenzo Boffa PRESIDIARE «In questi 5 anni hanno più volte minacciato di sgomberare il nostro presidio. Alla fine usciamo noi da quella fabbrica per salpare e sgomberare chiunque è stato complice della nostra vicenda», ha detto ancora Dario Salvetti.  La discussione sulla tenuta del presidio davanti alla fabbrica ex Gkn è ancora in corso, ma far convivere la partenza della produzione con le energie che occorrono per la tenuta del presidio 24 ore su 24 è ovviamente molto difficile da ipotizzare. Il nodo è però delicato, sia per l’enorme impatto sull’immaginario collettivo che ha prodotto in questi 5 anni, sia perché, come ha sottolineato in assemblea un rappresentante del Sudd Cobas – il sindacato protagonista negli ultimi anni di vertenze fondamentali nel distretto industriale pratese –, quel presidio serve anche a fermare la speculazione immobiliare che stanno preparando nel territorio.  «La guerra di posizione ogni tanto devi abbandonarla se rischia di trincerarsi – ha risposto Dario – ma in ogni caso noi non molleremo la lotta sullo stabilimento. E sappiamo bene che quella lotta non è più solo la nostra». L’intenzione è rendere il presidio diffuso, sia attraverso qualche forma di prosecuzione del presidio esistente davanti alla fabbrica, sia attraverso i nuovi luoghi della produzione di Gff, con l’obiettivo di trasformarli in case del mutualismo conflittuale. LEGGI ANCHE… LAVORO GKN, LA LOTTA CHE NON POSSIAMO PERDERE Giulio Calella CONVERGERE, DAVVERO Tra le varie indelebili tracce di questi 5 anni di lotta c’è senza dubbio il metodo della convergenza.  Con l’attuale composizione di classe, con l’atomizzazione sempre più accentuata dell’esperienza lavorativa e sociale, e con l’indebolimento delle identità e delle organizzazioni collettive, nessuna lotta si salva da sola. Non è una semplice questione di solidarietà e generosità, ma un metodo essenziale per provare a incrinare i rapporti di forza esistenti. Qualsiasi percorso che procede coltivando l’illusione dell’autosufficienza è inevitabilmente destinato alla sconfitta.  È una lezione fondamentale di questa lotta, che fatica ancora a essere assimilata. Lo abbiamo visto lo scorso autunno: la convergenza intorno alla prima Flotilla per Gaza aveva prodotto l’enorme sciopero unitario del 3 ottobre e il movimento blocchiamo tutto, ma subito dopo sono tornati gli scioperi separati che hanno contribuito al riflusso della partecipazione. Nel frattempo qualcun altro si illude di aggirare i rapporti di forza sociali attraverso qualche scorciatoia elettorale.    In questi anni il Collettivo di fabbrica ha proposto e praticato decine di percorsi di convergenza e ha dato vita nel territorio alla Soms Insorgiamo, con energie solidali che si sono pian piano fuse nella lotta, dando un senso all’impegno politico sia di nuove generazioni di attivisti che di militanti dispersi nella diaspora della sinistra. Creando alleanze impensabili 5 anni prima.  L’assemblea del 12 luglio ha visto la convergenza di moltissimi movimenti e realtà organizzate. Occorre però andare oltre alla pur importante solidarietà. Ci sarebbe bisogno di una Soms Insorgiamo nazionale, in grado di trasformare i 2.000 azionisti in un movimento e in un motore di mutualismo conflittuale, mettendo in rete, in modo flessibile e su obiettivi concreti, singoli ed esperienze organizzate. Ad esempio con campagne nazionali per costruire comunità energetiche, supporto alla distribuzione alimentare, vertenze sulla speculazione immobiliare, mutuo aiuto per lotte sindacali, alleanze con i movimenti contro la guerra e il riarmo.  Serve insomma un vero e proprio ecosistema organizzativo, in grado di praticare un «pluralismo strategico flessibile», per usare le parole di Rodrigo Nunes. Nelle assemblee di convergenza occorre quindi raccontare meno le specificità dei percorsi di ognuno e pensare di più a come quelle stesse specificità si possono rafforzare a vicenda, valorizzando la complementarietà di competenze, tattiche, ruoli e funzioni di ciascuno. «Fuori dalla mobilitazione non c’è salvezza. Fuori dalla convergenza non c’è progetto. Ci impegneremo a ricostruire convergenze che si sono indebolite, a crearne di nuove», si legge nel documento finale approvato dall’assemblea. Fondamentali saranno i legami sociali, politici e umani costruiti finora. Ma per alimentare questa nuova fase ne serviranno di nuovi. Perché di fronte al nulla espresso sia dal capitale che dalle istituzioni, l’unica possibilità che abbiamo è dimostrare che noi saremo tutto. *Giulio Calella, cofondatore e presidente della cooperativa Edizioni Alegre, è editor di Jacobin Italia. DIAMOCI UN TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo L’ex Gkn salpa in mare aperto proviene da Jacobin Italia.
July 14, 2026
Jacobin Italia
LAVORO: MERCOLEDÌ 15 LUGLIO SCIOPERO DEI RIDERS, SENZA PAGA DURANTE LE ORE DI STOP PER IL CALDO ESTREMO
Inizia un’altra settimana di caldo estremo dovuto alla crisi climatica, con i suoi gravi effetti sull’ambiente e sulla salute umana. La fase più intensa è attesa tra martedì 14 e mercoledì 15 luglio, con temperature che possono comportare gravi rischi per la salute, soprattutto quella di chi è costretto a lavorare all’aperto, come i riders. I ciclofattorini del food-delivery sono pagati a consegna, dunque, per loro, non effettuare le consegne significa, di fatto, non ricevere lo stipendio. Lavoratori e lavoratrici del settore incroceranno allora le braccia mercoledì 15 luglio, per uno sciopero che coinvolgerà i riders di Glovo, Deliveroo e Just Eat.  A Milano si terrà una manifestazione che partirà dalla stazione Centrale. Nel mirino della protesta c’è l’applicazione di un’ordinanza, valida fino alla fine di settembre, che impone il blocco delle attività di consegna durante le ore più calde della giornata per tutelare la salute dei lavoratori. Secondo i sindacati, però, questa misura di sicurezza si sta traducendo in una perdita di stipendio per una categoria già iper precaria e sfruttata. Per i sindacati l’unica soluzione è l’assunzione dei ciclofattorini – ora assunti come autonomi o “para-autonomi” – come lavoratori subordinati. In questo modo le piattaforme si assumerebbero finalmente “la responsabilità di garantire continuità reddituale anche durante le fasce orarie in cui le consegne vengono sospese per ragioni di salute e sicurezza”. Su Radio Onda d’Urto è intervenuto, per alcune considerazioni, l’economista Guido Viale, ricercatore in ambito economico, sociale e ambientale. Ascolta o scarica
July 13, 2026
Radio Onda d`Urto
#01 Apocalypse Prompt | L’inno di lode di un uomo si trasformò nelle maledizioni di altri uomini – di Alessandro Verna
Ed eccoci al nostro appuntamento settimanale con la serie scritta da Alessandro Verna, Apocalypse Prompt, che si propone di scandagliare, passo dopo passo, le trasformazioni della soggettività e del lavoro nel rapporto con l'AI. Un diario in presa diretta, un'auto-inchiesta, un'indagine sui fatti e sui sintomi che si generano nell'inedita interazione tra essere umano [...]
July 13, 2026
Effimera