
Quel che resta di Genova
Jacobin Italia - Saturday, July 18, 2026
Nel ventesimo anniversario dalle giornate di Genova, sull’Espresso apparve l’editoriale del direttore Marco Damilano, in cui si diceva che si era trattato di «un ‘68 durato 48 ore». Secondo Damilano, infatti, la traumatica repressione di quei giorni determinò «l riflusso di chi aveva allora venti o trent’anni e che non ha più voluto sapere di un’impresa collettiva dopo l’incontro con la politica e con le istituzioni violento e bugiardo». A distanza di cinque anni da quell’articolo e da 25 anni da quei giorni si potrebbe anche pensare che di Genova non sia rimasto nulla, se non l’indignazione e la rabbia delle 48 ore successive. Non è stato così. C’è una lunga lista di eventi e di concatenazioni di movimenti che lo dimostra e ne faremo una rapida elencazione. Ma la questione su cosa sia davvero rimasto, a che livello, che dinamiche siano potute vivere e quindi quanto è attuale Genova, che significa chiedersi quanto sia attuale il movimento «no-global» e la stagione dei Social forum, è sicuramente più complessa.
Che Genova non sia stata archiviata in 48 ore lo dimostra la forza che si scatenò subito dopo l’11 settembre 2001, quando gli Stati uniti decisero di rispondere all’attacco sulle Torri gemelle con la nuova guerra infinita. Dall’ottobre del 2001 al 15 febbraio 2003 si manifestò una delle stagioni più intense del movimento contro la guerra, figlio esattamente di Genova e delle alleanze costruite nelle piazze e nei social forum. E ancora, nel 2002, proprio in Italia, a Firenze, si tiene il primo Social forum europeo che vede una manifestazione conclusiva di almeno centomila persone. Portandosi dietro anche la Cgil, che invece prima si era tenuta alla larga. I Forum sociali europei si organizzarono, con successo, anche nel 2003 e nel 2004 a Parigi e Londra e in tutti questi appuntamenti si condensano le due coordinate di quel movimento: il no al liberismo e il no alla guerra. Ed è abbastanza comprovato che in Italia la forza di quei movimenti si riversò nella striminzita vittoria dell’Unione del 2006 e nella nascita del secondo governo Prodi. Che poi questo produsse la rottura con le istanze di fondo e quindi un riflusso durato anni è un’altra storia, ma comunque documentata dalla giornata del 9 giugno 2007 quando il movimento contro la guerra si divise per la venuta in Italia di George W. Bush.
La battuta di arresto più generale, però, è data dalla crisi del 2007-2008 che non vede azioni unitarie contro la gestione di quella crisi da cui invece nasce una fase più centrata sugli equilibri nazionali che sulle alleanze internazionali. Ma scampoli di social forum, di convergenze unitarie, di denuncia delle politiche neoliberiste si avranno nelle «primavere arabe» del 2010-2011, e poi nei movimenti contro l’austerity in Europa, dalla piazza degli Indignados alla Puerta del Sol di Madrid fino a piazza Syntagma ad Atene. In realtà si riproduce anche a Roma, il 15 ottobre del 2011, proprio a opera dei soggetti che avevano costruito le giornate di Genova, che costituiscono però il bersaglio da spezzare da parte di settori del movimento che non volevano avallare quel tipo di convergenza.
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E poi c’è Occupy Wall Street, la piazza più chiaramente esplicita contro le cause della crisi del 2007 e soprattutto contro la sua gestione a sostegno delle banche, a opera dello stesso governo Obama. Quel movimento di fondo, iniziato alla fine degli anni 90, che mette in discussione la gestione del capitalismo, si ripropone in forme diverse, ma tali da costituire la base per il rilancio delle idee e delle politiche socialiste negli Stati uniti. Senza Ows, infatti, non si capirà il successo delle due campagne di Bernie Sanders alle primarie Dem del 2016 e 2020, e poi successi come quelli di Zhoran Mamdani e di altre candidate dei Dsa a primarie più recenti.
Non si tratta di sostenere che ogni movimento sia nato dopo il 2001 abbia un debito di riconoscenza con l’ondata no-global. Anzi, probabilmente occorre analizzare i punti di rottura che con quella fase avranno i due più grandi movimenti mondiali degli ultimi anni: Ni una menos che inizia in Argentina e in Spagna e poi dilaga anche in Italia e Fridays for future, rappresentato simbolicamente dal personaggio Greta Thunberg. Però, dalle dinamiche no global, tutti questi movimenti hanno ormai interiorizzato la dimensione internazionale, il metodo delle alleanze, anche nazionali, e quindi le convergenze e in ogni caso sempre la critica antiliberista è la chiave che spiega le mobilitazioni, compreso il loro successo.
Quel metodo è oggi ravvisabile nella mobilitazione internazionale più importante e densa di significato, la Global Sumud Flotilla, che a differenza dei social forum ha una pratica mutualistica a darle senso e una alleanza internazionale nettamente sbilanciata nel sud del mondo, cosa che nonostante gli sforzi dell’epoca, i Social forum, a guida europea-latinoamericana, non hanno mai avuto in modo significativo. E poi c’è l’esperimento No Kings – che non a caso terranno proprio il 18 luglio la loro assemblea nazionale a Genova – che ripropongono lo stesso metodo di lotta, la voglia di parlare non solo alle cerchie ridotte dell’anticapitalismo, ma di farsi capire da larghi strati, negli Usa come in Italia. E si vedrà se questo esperimento riuscirà a imprimere un’efficacia sociale – di lotte articolate, pratiche solidali e mutualistiche, piccole vittorie parziali – alla propria convergenza politica così come sarà anche chiamato a dimostrare la propria capacità autonoma rispetto alle forze politiche che, come nel 2006, già tendono le braccia per intestarsene i successi.
Proprio per questo, quello che è interessante e utile analizzare oggi è il grado di permeabilità della politica generale alle istanze che segnarono le giornate di Genova e che tanta eco oggi hanno sulla stampa mainstream allora tutta schierata contro quel movimento e tutta intenta a segnalarne le derive estremiste e pericolose. Insomma, possiamo dire che Genova alla lunga ha segnato la fase successiva oppure è stata sepolta in un cumulo di errori e di travisamenti, sia da parte della politica che dei movimenti sociali e sindacali?
Sul piano politico, la risposta sembra netta. La sinistra post-Genova è stata in gran parte spazzata via oppure si è modificata profondamente. Prendiamo i tre paesi che hanno rappresentato forse il grado più alto di relazione tra partiti e movimento no-global tra il 1999 e il 2003, Francia, Brasile e Italia. In Francia, il rapporto con i movimenti era appannaggio del Pcf e della allora Lcr, oggi Npa, grazie in particolare al loro ruolo nei movimenti sociali. Il Brasile si è talmente identificato con il Social forum da vedere l’intervento di Lula nella piazza antistante l’evento del 2002 propedeutico poi alla sua prima grande vittoria elettorale. In Italia, c’era Genova, ovviamente, e il ruolo di Rifondazione comunista e in parte della sinistra Ds e della sinistra Cgil che lavoravano insieme. Proprio l’Italia rappresenta l’esempio peggiore: il movimento, dopo la vittoria elettorale del 2006 si inabissa e si divide e la sinistra politica viene spazzata via dal Parlamento alle elezioni del 2008, come ricompensa della propria prestazione di governo. La Francia vede una crisi verticale del Pcf mentre la sinistra più radicale, l’Npa, si incamminerà verso una propria crisi che produrrà scissioni, disorientamenti, entrambe poi sorprese dall’emersione improvvisa e vincente del fenomeno Mélenchon e della sua France Insoumise. In Brasile, il Pt al governo si piegherà ai diktat del capitalismo e subirà la scissione del Psol, oggi un solido partito della sinistra che critica Lula anche se di fatto lo sostiene al governo. Insomma, le speranze nate nel periodo tra il 2001 e il 2003 erano ben altre, erano quelle cioè che nascessero soggetti politici di dimensioni importanti e in grado di declinare le due coordinate no-global: il no alla guerra e il no al liberismo. In Italia la suggestione di creare un soggetto antiliberista di quel tipo fu discussa e da tempo l’allora segretario del Prc, Fausto Bertinotti, ammette che l’errore principale del suo partito fu proprio quello di non sciogliersi in un nuovo soggetto politico. E invece, come riflesso diretto della sconfitta di quel movimento – che non ha modificato i rapporti di forza internazionali e, tranne alcuni paesi dell’America latina, non ha sperimentato il governo nazionale (e quando l’ha fatto ha prodotto anche dei disastri) – in Italia, ad esempio, abbiamo subito a sinistra una gestione politica che ha prodotto leader come Walter Veltroni, Matteo Renzi, Enrico Letta-Mario Draghi e quando c’è stata una parziale discontinuità, ad esempio con Pierluigi Bersani, questa ha prodotto il… governo Monti. Solo con Elly Schlein si realizza una apparente spostamento anche se fortemente ipotecato dalla componente di destra del Pd. Alla sinistra di questo, invece, abbiamo visto la ricomposizione dell’asse rosso-verde rappresentato da Avs che si presenta però soprattutto e innanzitutto come cartello elettorale e non come espressione di un radicamento sociale. Mentre ancora più a sinistra osserviamo una crisi verticale di Rifondazione e una presenza come Potere al popolo che non sembra poter o voler andare oltre il suo corpo militante.
La continuità con Genova non è quindi una priorità in Italia. Così come non lo è in Brasile, Francia o Spagna dove la sinistra si è scossa soprattutto per effetto del movimento Indignados e per la particolare traduzione politica di quel «populismo di sinistra» tanto cara a intellettuali come Ernesto Laclau o Chantal Mouffe. In effetti, la sinistra politica dopo la crisi del 2007-2008 ha saputo orientarsi, e declinarsi, soprattutto a livello nazionale, sulla spinta della crisi e sulle risposte urgenti che queste richiedevano. Ma il suo esperimento più rilevante, audace per certi versi, il governo Tsipras in Grecia, nell’isolamento complessivo e nella imprecisione degli obiettivi si è risolto in un fallimento tale che oggi la sinistra greca proveniente da Syriza, è divisa almeno in quattro o cinque partiti.
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Quello che di positivo, però, può essere recuperato è che in fondo a Genova «avevamo ragione noi» e che quella critica al neoliberismo e alle leggi inossidabili del mercato si è rivelata giusta. E a riproporle oggi, quelle idee, hanno una certa cittadinanza. La sinistra riformista non ha abbandonato del tutto le tentazioni liberiste: si pensi al fallimento di Keir Starmer in Gran Bretagna, alla stagnazione socialdemocratica in Germania, alle giravolte suicide del Ps francese. Ma ci sono anche segnali di un recupero di critica come si è visto nella Mobilitazione globale progressista di Barcellona, guidata dal premier spagnolo Pedro Sánchez, di qualche mese fa. Qualcosa si intravede nel Pd di Schlein, anche se in forme troppo timide, e si vedrà se il cambio della guardia nel Labour britannico produrrà dei cambiamenti visibili. Insomma, la critica antiliberista ha maggiore cittadinanza ma non ha ancora occupato il centro della scena a sinistra e le formazioni più radicali, si pensi alla France Insoumise, devono ancora condurre una battaglia di offensiva, spesso delegittimate e criminalizzate, ad esempio per le posizioni anti-israeliane oppure ostili alla guerra, compresa quella in Ucraina.
Se c’è un filo rosso che si può trarre da Genova fin qui è questa legittimità della critica, la giustezza dell’analisi e la bontà del metodo della convergenza che non a caso è stato messo al centro della più grande mobilitazione operaia avutasi in Italia, quella della Gkn.
Da quel movimento ha beneficiato certamente la Cgil che dopo le attitudini concertative rappresentate molto bene dalla prima fase della segreteria di Sergio Cofferati vede un cambiamento di strategia proprio nel 2002, con la grande manifestazione a Roma del 23 marzo e vedrà poi una internità alla dimensione globale dei movimenti che nutre all’inizio l’approccio della Fiom, la categoria più combattiva e spostata a sinistra, ma che si espande anche in altre categorie, come la Flc. La segreteria Fiom di Maurizio Landini, ad esempio, fa proprio il metodo della «coalizione sociale» tra il 2010 e il 2015 valorizzando proprio una dinamica di convergenza con i movimenti che solo in parte verrà riproposto con la sua segreteria della Cgil dal 2019. Ci sarà l’esperienza della Via Maestra che sembra più efficace su temi istituzionali e costituzionali, ma meno profonda sui temi sociali più caldi, a partire da salario e precarietà. Ma la Cgil in ogni caso, a meno di ripensamenti successivi all’uscita dalla segreteria di Landini, è forse il soggetto che più ha risentito di quella stagione di movimento.
E poi ci sono le associazioni, i movimenti, diversi tra loro, che esistevano allora, che hanno resistito, che oggi riemergono con l’iniziativa No Kings, in larga parte sovrapponibile con quello che si mobilitò nei primi anni 2000. E, a conclusione di questa panoramica, si può dire che il filo rosso della continuità e della perseveranza sia stato tenuto proprio da questi soggetti, a fasi alterne, con prestazioni diverse tra loro, ma con una capacità di tenere il punto e il passo. Oggi abbiamo strutture come l’Arci, gran parte del mondo dei centri sociali, nel tempo evoluto, settori di sindacalismo, Cgil e non, movimenti nuovi come Non una di meno, l’ecologismo, il mutualismo conflittuale, che sperimentano – anche qui a fasi alterne- il metodo della convergenza e che tengono vive le critiche al neoliberismo e alla guerra articolando programmi per un’alternativa.
La continuità di Genova è soprattutto in questa vitalità residua che aspetta ancora, però, di legarsi alla nuova generazione che al tempo di Genova non era ancora nata. Questa nuova generazione politica ha fatto il suo primo debutto in piazza nelle giornate di solidarietà con la Global Sumud Flotilla, ha sperimentato le dinamiche della politica con il voto al referendum nel marzo 2026, ha messo alla prova la propria indignazione e sta cercando di capire come dispiegare la propria volontà di impegno sociale. Che non vorrà dire automaticamente impegno politico o elettorale come in molti si illudono.
Sta alle scelte che faranno i movimenti sociali organizzati, alla difesa della loro autonomia, alla capacità di mantenere viva la critica e, anche, di costruire un immaginario di cambiamento, che una nuova fase politica potrà nascere recuperando quel patrimonio di 25 anni fa e dandogli così gambe nuove.
*Salvatore Cannavò già vicedirettore de Il Fatto quotidiano e direttore editoriale di Edizioni Alegre, è autore tra l’altro di Mutualismo, ritorno al futuro per la sinistra (Alegre, 2018) e Si fa presto a dire sinistra (Piemme, 2023).
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