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La guerra all’Iran per Trump: da ‘Epic Fury’ a ‘small potatoes’
ALLA RICHIESTA DI CHIARIMENTI SU UN’AFFERMAZIONE DEL SUO VICE, IL 47º PRESIDENTE DEGLI USA HA DEFINITO IL CONFLITTO MILITARE IN MEDIO ORIENTE UNA BAZZECOLA*. Alle conferenze stampa di giovedì 3 e venerdì 4 settembre i due house-holder della Casa Bianca hanno fatto dichiarazioni sulla guerra in Iran che i giornalisti hanno riferito con sgomento, alcuni spiegando il perché dell’apparente assurdità di tali affermazioni. Prima J.D. Vance ha detto: «Non la definirei una guerra. Al momento non sono in corso sparatorie». Ricordando che, iniziata con l’incursione di USA e Israele effettuata il 28 febbraio scorso e inizialmente da lui e Trump prevista durare “solo poche settimane”, la guerra all’Iran ha “fatto impennare i prezzi della benzina e costretto i consumatori a fronteggiare un’inflazione sempre più elevata”, AP ha evidenziato che proprio mentre Vance diceva che non sia una guerra “giovedì l’Iran apriva il fuoco contro il Kuwait, un alleato degli Stati Uniti colpito in rappresaglia per gli attacchi statunitensi avvenuti nel Golfo all’inizio della settimana“. E, ha osservato AP, Vance ha negato che quella contro l’Iran sia una guerra per eludere una questione ‘scottante’: per non ammettere di non poter promettere agli americani che il conflitto bellico “si concluderà entro le elezioni di medio termine di novembre, in cui i repubblicani cercano di mantenere la loro risicata maggioranza al Congresso”.  Un vantaggio sempre più incerto proprio perché, oltre che dai suoi oppositori democratici e progressisti, le strategie di Trump in politica estera sono contestate anche da tanti moderati, alcuni conservatori e sempre più numerosi repubblicani. Contemporaneamente il 4 settembre CBS News divulgava la notizia che nel luglio scorso al personale del Pentagono era stato trasmesso un ‘ordine di servizio’ che ingiungeva di smettere di riferirsi alla guerra in Iran come l’Operazione Furia Epica, nel messaggio dichiarata ufficialmente conclusa il precedente 5 maggio. Il giorno seguente, venerdì 5 settembre, una giornalista ha chiesto al presidente USA: “Se non è una guerra, allora cos’è questo intervento armato che ai contribuenti statunitensi è costato oltre 37,5 miliardi di dollari e ha causato la morte di 18 soldati americani?”. «Lo definisco un conflitto militare – ha risposto Donald Trump – Per noi small potatoes (una bazzecola)*». AP ha riferito la notizia riportando che il presidente ha sostenuto questa tesi affermando che gli assalti statunitensi contro l’Iran “sono ora intermittenti” e “molte persone non li definiscono più una guerra”. AP riporta inoltre che Trump “ha aggiunto che il numero di vittime statunitensi nel conflitto con l’Iran è relativamente inferiore rispetto ad altre recenti guerre americane” e detto: «Qui abbiamo perso 18 persone. In Vietnam abbiamo perso 100˙000 persone. E in altri conflitti abbiamo perso decine di migliaia di persone». Ma, ha rilevato l’agenzia stampa con sede principale a New York, dove venne fondata nel 1846, il paragone è sbagliato, perché compara la guerra contro l’Iran ad altre senza considerare che in questa in Medio Oriente gli Stati Uniti e Israele “hanno condotto solo attacchi aerei” e non “schierato truppe” nei territori dell’avversario. Quindi AP ha evidenziato anche che invece “secondo i dati degli Archivi Nazionali degli Stati Uniti” nei combattimenti in Vietnam persero la vita 58˙220 soldati statunitensi.   * small potatoes – noun / US informal (UK small beer) = something that does not seem important when compared to something else (patate piccole – nome / inglese americano informale, britannico “birra piccola” – qualcosa che, paragonata ad altre, non risulta avere importanza) – Cambridge Dictionary bazzecola – s. f. [etimo incerto] : cosa di poco conto ≈ bagattella, barzelletta, inezia, minuzia, nonnulla, nullaggine, piccolezza, pinzillacchera, quisquilia. ‖ cavolata, cazzata, cretinata, fesseria, scemenza, sciocchezza, stupidaggine – Vocabolario della Lingua Italiana / Enciclopedia Treccani * PRESSENZA / 5.6.2026 – La ‘ira funesta’ di Trump per lo stop di Capitol Hill alla sua “furia epica” * PRESSENZA / 1.7.2026 – La reputazione di Trump e degli USA in calo precipitoso * AP / 4.9.2026 – Vance says Iran fight isn’t a ‘war’ as Trump tries to navigate unpopular conflict as election nears * CBS News / 4.9.2026 – Pentagon tells military personnel to stop calling Iran war “Operation Epic Fury” * AP / 5.9.2026 – Trump calls Iran conflict ‘small potatoes’ and defends Vance’s position that it’s not a ‘war’ Maddalena Brunasti
September 6, 2026
Pressenza
Roma, migliaia in corteo nel ventennale dell’assassinio di Renato Biagetti
Diverse migliaia di persone hanno attraversato Roma nel corteo antifascista organizzato nel ventennale della morte di Renato Biagetti, il giovane ucciso nel 2006 a Focene. La manifestazione, partita da Porta San Paolo e arrivata al Parco Schuster dopo aver attraversato Ostiense, Ponte Spizzichino e Garbatella, è cresciuta progressivamente lungo il percorso. Un risultato che assume ancora più rilievo considerando le caratteristiche della mobilitazione: una partecipazione costruita soprattutto attraverso reti sociali e territoriali, senza una presenza delle grandi organizzazioni politiche e sociali e con una visibilità molto ridotta sui principali mezzi di informazione. Eppure migliaia di persone sono scese in strada. È questo il primo elemento politico della giornata. Collettivi, associazioni, realtà territoriali, reti militanti e organizzazioni politiche hanno dimostrato l’esistenza di un tessuto sociale capace di mobilitarsi anche lontano dai grandi circuiti mediatici e dagli apparati tradizionali. Ma sarebbe sbagliato leggere questo risultato come una contrapposizione tra movimenti e organizzazioni strutturate. Se l’obiettivo è trasformare una giornata riuscita in un movimento più largo e capace di incidere, le due dimensioni devono necessariamente incontrarsi: l’energia che nasce dal basso può aprire spazi nuovi, mentre organizzazioni politiche, sindacali e sociali possono contribuire ad allargarli, dare continuità alla mobilitazione e radicarla nel tempo. Il corteo nasce dal ricordo di Renato Biagetti, ma non si è limitato alla commemorazione. A vent’anni dal suo brutale assassinio, quella memoria è diventata un modo per interrogarsi sul significato dell’antifascismo oggi. Ed è questo uno degli aspetti più interessanti della manifestazione. L’antifascismo si è intrecciato con l’opposizione alla guerra e al riarmo, con il rifiuto del razzismo, con la critica alla crescente militarizzazione della società e con il richiamo alla costruzione di quelle “comunità resistenti” indicate nella stessa piattaforma della manifestazione. Non è un collegamento forzato. Le culture autoritarie non tornano necessariamente con le stesse forme del passato. Possono crescere dentro società segnate dalle disuguaglianze, dalla precarietà, dalla paura e dall’assuefazione all’idea che la guerra possa tornare a essere uno strumento ordinario della politica. Per questo l’antifascismo perde forza se viene confinato nella sola memoria storica. Continua invece ad avere una funzione quando diventa una chiave per leggere il presente: difesa della democrazia, contrasto al razzismo e alle discriminazioni, opposizione alle derive autoritarie e rifiuto della normalizzazione della guerra. Dentro questo quadro assume un significato particolare la presenza di moltissimi giovani e giovanissimi. Da anni si parla di disaffezione politica delle nuove generazioni, di astensionismo e individualismo. Ma una piazza come questa mostra che la domanda di partecipazione non è scomparsa. È cambiato piuttosto il rapporto con le forme tradizionali attraverso cui la politica si organizza. Una parte delle nuove generazioni fatica a riconoscersi nelle strutture classiche, ma continua a mobilitarsi quando incontra temi, linguaggi e pratiche percepiti come autentici. Una manifestazione cresciuta soprattutto attraverso circuiti sociali, territoriali e militanti, e capace comunque di raccogliere migliaia di persone, è dunque qualcosa di più di un buon risultato organizzativo: è un’indicazione politica. La composizione del corteo lo mostrava con chiarezza. Non una piazza costruita attorno a un unico soggetto, ma una pluralità di esperienze, culture politiche e realtà sociali. Una pluralità che può diventare una risorsa proprio se riesce a costruire relazioni durature e a trovare punti comuni. Per alcune ore Ostiense, Garbatella e il quadrante attraversato dalla manifestazione hanno restituito l’immagine di una Roma diversa da quella spesso descritta come frammentata, impaurita e ripiegata su se stessa: una città ancora capace di riconoscersi nello spazio pubblico, organizzarsi e costruire solidarietà. L’arrivo al Parco Schuster, con le iniziative e i concerti programmati, ha completato una giornata nella quale memoria, politica, cultura e socialità si sono fortemente intrecciate. Naturalmente una manifestazione non modifica da sola i rapporti di forza. Ma può rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie. Ed è forse questo il dato politico più importante della giornata romana. Esiste uno spazio per ricostruire un movimento capace di tenere insieme antifascismo e questioni sociali, opposizione alla guerra e al riarmo, difesa della democrazia e costruzione di solidarietà. Uno spazio che può crescere nei territori e nei movimenti, ma che per diventare realmente più significativo e incidere sui rapporti di forza sociali e politici ha bisogno anche del contributo delle grandi organizzazioni politiche, sindacali e sociali. Il ventennale della morte di Renato Biagetti non ha quindi prodotto soltanto una giornata della memoria. Ha prodotto una piazza. E soprattutto un segnale importante. In un tempo in cui la guerra torna a essere raccontata come inevitabile e le culture autoritarie cercano nuovi linguaggi per diventare socialmente accettabili, migliaia di persone hanno scelto di stare insieme e affermare un’altra idea di società. È quando la memoria diventa partecipazione, e la partecipazione incontra organizzazione e continuità, che smette di essere rito e torna a diventare politica.   Giovanni Barbera
September 6, 2026
Pressenza
Oltre l’etichetta di “falco”: la politica estera della premier giapponese Takaichi vista da sei prospettive internazionali
Guardare la politica estera da una prospettiva orientata alla pace porta naturalmente a concentrarsi sul rafforzamento militare e sulle tensioni. Ma che cosa emerge se, almeno all’inizio, mettiamo tra parentesi quel giudizio e osserviamo con freddezza ciò che i media internazionali vedono o temono nella politica estera della premier giapponese Sanae Takaichi? Quando è entrata in carica nell’ottobre 2025, il ritratto dominante di Takaichi era semplice: erede politica di Shinzo Abe, conservatrice, “falco” sulla sicurezza, dura con la Cina e favorevole alla revisione costituzionale. Venivano ricordati anche i rapporti con Taiwan e le visite al santuario Yasukuni, che commemora i caduti giapponesi, compresi 14 criminali di guerra di classe A, ed è perciò contestato in Cina e Corea del Sud.[1] Quasi un anno dopo, la domanda è cambiata: non solo “Takaichi è un falco?”, ma “come agisce nella pratica diplomatica?”. Stati Uniti — Alleato affidabile, ma quanto autonomo? Da Washington emerge anzitutto la centralità dell’alleanza. Con Donald Trump, Takaichi ha utilizzato l’eredità di Abe combinando diplomazia personale, investimenti, minerali critici e difesa.[2] Per l’establishment della sicurezza americano, un Giappone più impegnato nella deterrenza verso la Cina è un alleato desiderabile. Il Financial Times ha però sottolineato il rovescio della medaglia: di fronte all’imprevedibilità di Trump, Tokyo non dispone di un vero “piano B”.[3] E Takaichi non accetta automaticamente ogni richiesta americana: sullo Stretto di Hormuz, il governo ha richiamato i limiti giuridici all’impiego delle Forze di autodifesa e privilegiato la diplomazia.[4] Quanto spazio autonomo può costruire il Giappone dentro un’alleanza che resta fondamentale? Europa — Che cosa sta diventando il Giappone? Nei principali media europei il rafforzamento della difesa viene letto anche come trasformazione dell’identità postbellica. Le Monde ha richiamato l’articolo 9 della Costituzione del 1947, la “clausola pacifista” con cui il Giappone rinuncia alla guerra e limita l’uso della forza.[5] Esportazioni di armi, capacità di contrattacco, revisione costituzionale e dibattito sulle “tre regole non nucleari” — non possedere, non produrre e non introdurre armi nucleari — pongono una domanda più ampia: diventando militarmente più forte, che cosa conserva il Giappone del dopoguerra?[6] Australia — Verso un ruolo regionale più autonomo? Nel maggio 2026 Takaichi ha definito il rapporto con Canberra una “quasi alleanza”, ampliando la cooperazione a difesa, energia, minerali critici e sicurezza economica.[7] L’ABC ha messo in luce un dilemma condiviso: continuare a contare sugli Stati Uniti, riducendo però il rischio di dipendere soltanto da Washington.[8] Una rete più fitta con Australia, Corea del Sud, Filippine, India e Sud-est asiatico potrebbe ampliare il margine d’azione di Tokyo. È però presto per parlare di autonomia strategica. Corea del Sud — Separare storia e cooperazione In Corea del Sud le aspettative iniziali erano negative. Pesavano Yasukuni, il colonialismo, la questione delle “comfort women” — donne, molte coreane, costrette o sottoposte a coercizione nel sistema dei bordelli militari giapponesi — e quella dei lavoratori mobilitati durante il dominio coloniale. Il rapporto con il presidente Lee Jae-myung si è però rivelato più stabile del previsto. I due leader hanno intensificato gli incontri e la cooperazione su energia, minerali critici, catene di approvvigionamento, Corea del Nord e coordinamento con gli Stati Uniti.[9] Takaichi non ha cambiato la propria visione della storia. La domanda è se sappia separare le convinzioni ideologiche dalla gestione quotidiana delle relazioni tra Stati. I nodi storici restano aperti: la tenuta di questo pragmatismo sarà una prova importante. Cina — Prima della gestione del conflitto viene la “base politica” Per i media della Cina continentale serve una cautela: Xinhua, CGTN, China Daily e Global Times sono molto più vicini alle posizioni ufficiali del governo e del Partito rispetto ai grandi giornali occidentali. Mostrano quindi soprattutto l’immagine pubblica e semi-ufficiale cinese della politica di Takaichi. Le dichiarazioni del novembre 2025, secondo cui un conflitto su Taiwan potrebbe costituire per il Giappone una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, vengono presentate come la causa fondamentale del deterioramento. Pechino sostiene che minino la “base politica” fissata dai quattro documenti fondamentali che, dal comunicato congiunto del 1972 in poi, regolano i rapporti sino-giapponesi.[10] China Daily collega quelle dichiarazioni al rafforzamento militare, alle esportazioni di armi e alla rete di cooperazione di sicurezza costruita da Tokyo, accusando il governo di parlare di “relazioni stabili” mentre agisce nella direzione opposta.[11] Il South China Morning Post di Hong Kong aggiunge un elemento diverso: la pressione cinese non ha necessariamente indebolito Takaichi e Pechino ha faticato a mobilitare i paesi asiatici contro il Giappone.[12] Anche la risposta cinese può irrigidire l’ambiente regionale. Sud-est asiatico — Fiducia, ma senza logica di blocco Nel Sud-est asiatico il Giappone gode ancora di una fiducia elevata. The Straits Times ha descritto l’approfondimento dei rapporti con l’ASEAN come “interesse nazionale illuminato”: rafforzare la resilienza regionale protegge anche le catene di approvvigionamento giapponesi.[13] L’ISEAS–Yusof Ishak Institute segnala però una riserva importante. Il rafforzamento militare giapponese non viene necessariamente respinto; diventerebbe problematico se fosse troppo conflittuale, marginalizzasse l’ASEAN o spingesse la regione verso una logica di blocco.[14] Molti paesi sembrano desiderare non soltanto un Giappone “più forte”, ma uno che allarghi il loro spazio di scelta. Sei prospettive, sei criteri diversi Dire che all’estero si intrecciano giudizi “positivi” e “negativi” su Takaichi spiega poco. Negli Stati Uniti si osservano capacità dell’alleato e autonomia; in Europa, la trasformazione dell’identità del Giappone postbellico; in Australia, la capacità di sostenere l’ordine regionale; in Corea del Sud, la separazione tra controversie storiche e cooperazione; nei media cinesi, la distanza di Tokyo dalla base politica tradizionale delle relazioni bilaterali; nel Sud-est asiatico, se un Giappone più forte allarghi o restringa le possibilità di scelta degli altri paesi. Possiamo davvero mettere queste sei letture sullo stesso metro? Probabilmente no: sono sei criteri diversi di “buona diplomazia”. Takaichi sta uscendo, almeno nella gestione pratica, dall’immagine iniziale di semplice “erede di Abe” e “falco anticinese”. Resta dura verso Pechino, ma non segue automaticamente Washington; coopera pragmaticamente con Seul e amplia i rapporti con Australia e Sud-est asiatico. Sarebbe però prematuro chiamare tutto questo “autonomia strategica”. Per ora si intravedono segnali di una ricerca: mantenere l’alleanza con gli Stati Uniti come asse centrale, ma infittire altre relazioni per ampliare lo spazio d’azione del Giappone. Questa ricerca evolverà verso maggiore autonomia nell’alleanza, oppure rafforzerà soprattutto una rete di sicurezza centrata sugli Stati Uniti? È ancora presto per rispondere. Resta allora una domanda: che cosa manca a questa mappa? Chiariti i criteri dei principali media, possiamo passare alla fase successiva: mettere in luce ciò che resta fuori. Note e fonti [1] Reuters, 21.10.2025; AP, 15.08.2026. [8] ABC Asia, 04.05.2026. [2] Reuters, 28.10.2025. [9] Associated Press, 19.05.2026. [3] Financial Times, 20.08.2026. [10] Xinhua, 07.05.2026. [4] Reuters, 18.03.2026. [11] China Daily, 29.07.2026. [5] Le Monde, 14.08.2026. [12] South China Morning Post, 19.03.2026. [6] Le Monde, 06.08.2026. [13] The Straits Times, 21.05.2026. [7] ABC News Australia, 04.05.2026. [14] ISEAS–Yusof Ishak Institute, 04.02.2026.   Kazuhiro Imamura
September 6, 2026
Pressenza
La seconda tappa del confronto: con i referenti di associazioni, comitati e partiti
A seguito del precedente, il Coordinamento Nazionale No Riarmo organizza l’incontro online a cui intervengono Michele Lucivero dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Rosa Siciliano, direttrice editoriale di Mosaico di pace, la rivista mensile promossa da Pax Christi Italia, Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti per la rifondazione comunista” e Marta Collot, co-portavoce nazionale di Potere al Popolo. L’iniziativa li coinvolge, anche insieme ai rappresentanti di altre associazioni e altri comitati e partiti, per ragionare insieme sulle rispettive posizioni e proposte in merito a: * come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia fuori della guerra e contro il riarmo; * come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una rappresentanza politica in Parlamento. Per intervenire: https://us02web.zoom.us/meeting/register/N–8wYzoRpW5gulhMzwb4w. Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni necessarie per entrare nella riunione. Se non si riceve il link di iscrizione, segnalare il disguido a articolo11@art11.it. All’iniziativa svolta il 26 agosto scorso Andrea Catone ha spiegato le finalità del Coordinamento Nazionale NO Riarmo costituito l’anno scorso sull’onda della petizione contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina: “L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per dare vita a un movimento di massa contro la guerra, esaminare la possibilità di dargli rappresentanza politica in Parlamento e, a tal fine, costruire il massimo di unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che Fuori l’Italia dalla guerra sia l’obiettivo realisticamente unificante su cui può convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie”. “Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante essenziale”, ha affermato Andrea Catone: > Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora l’escalation bellica > contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente dalla UE e dal Regno > Unito che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia militare contro la > Russia, non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si rivendica e si > agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla guerra, o si è > per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i quali in gran > parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”, ottenibile a loro > dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per indurla a trattative. > Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo all’intensificazione e > alla escalation. > > Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I > pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine > febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran, > fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di > USA e Israele. > > Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là > delle peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra > imperialismo occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un > ordine mondiale basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo > sfruttamento e il dominio economico-finanziario e politico-militare sul Sud > globale, con la pretesa di essere l’unica forma di libertà e democrazia al > mondo, da un lato, e, dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine > mondiale, economico-sociale e politico, basato su coesistenza pacifica, > rapporti paritari reciprocamente vantaggiosi, riconoscimento della pluralità > di storie, culture, sistemi politici ed economici delle diverse civiltà. È ciò > che viene sintetizzato spesso nella formula dello scontro tra mondo unipolare > e mondo multipolare. > > La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte. > Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. > > La guerra sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, > che si indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, > alla militarizzazione delle menti, delle scuole e della società. > > Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo. > > Insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta e condanna del > genocidio, occorre operare politicamente per ottenere risultati concreti, > trasformando la protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, > chiara e non ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del > nostro Paese una richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia > dalla guerra!. Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, > politico, diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione > di ogni rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo > stato genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA > e Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte > dagli USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai > Paesi dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i > movimenti di emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo > pluridecennale. > > Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e > dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per > dar vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo > discriminante e unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori > l’Italia dalla guerra!. > > Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo > comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è > fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati > territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi, > ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la > guerra. > > Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la > guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel > parlamento nazionale poiché, anche se è in atto da anni l’attacco alla > centralità del Parlamento stabilita dalla Costituzione antifascista del > 1948, è lì che si decidono ancora le cose. > > Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni > politiche. > > In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che vi è qui > un falso bipolarismo. In sede italiana e nelle votazioni del parlamento > europeo il Partito democratico ha approvato tutte le mozioni di sostegno > militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla > questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI > convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una > posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo > incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di > missili in Ucraina. > > Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna > elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo. > > Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario, > senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la > costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa > dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la > guerra. > > Le direttrici di fondo del suo programma da cui discendono fondamentali scelte > di politica economica, sociale, culturale si possono individuare nei due > pilastri della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del > 1948, col suo fondamentale articolo 11, e della fuoriuscita dell’Italia dalla > guerra e dal sistema di guerra. > > Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti, > comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la > costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, > culturali sulla base di questi due fondamentali pilastri. Oggi i poteri > finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo verso la > catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di fermarli, > dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo. Diretta in streaming sul canale https://www.youtube.com/@ComitatoArticolo11 Redazione Italia
September 6, 2026
Pressenza
Gli alberi “in scatola”, mal riuscita propaganda con soldi pubblici
Mentre le nostre città annegano nella cementificazione e subiscono gli effetti sempre più devastanti della crisi climatica, la giunta comunale di Trieste regala ai cittadini un’ennesima dimostrazione di come la destra intenda il verde urbano. Un contentino scenografico e costoso. La recente e grottesca comparsa dei cosiddetti “alberi in scatola” è infatti un altro fallimento dell’attuale giunta. Un progetto assurdo, venduto dall’amministrazione come un’efficace soluzione contro le isole di calore. La realtà, purtroppo, è assai diversa: cinquantamila euro di soldi pubblici spesi per un arredo precario, trasformatosi in poche settimane in una triste presa in giro. Alberi striminziti, molti dei quali rinsecchiti, soffocati in contenitori inadeguati sotto il sole cocente hanno svelato la fragilità di un progetto tirato su in fretta e furia solo a scopo di propaganda. Questa non è politica ambientale. Invece di pianificare una reale rigenerazione urbana, basata sulla decementificazione / deasfaltizzazione e sullo sviluppo di nuove aree verdi, capaci di produrre ombra e restituire respiro ai quartieri, soprattutto a quelli popolari, e alle piazze soffocate da temperature costantemente sopra la media, la giunta sceglie di seguire la strada della più inutile propaganda.  Non si capisce come, se le risorse per i servizi sociali, la casa, la sanità e i trasporti scarseggiano, si trovano con facilità decine di migliaia di euro per assurdi cassettoni di legno. Trieste merita una visione ecologica seria, democratica e duratura basata su un complessivo progetto di rigenerazione urbana, non un assurdo progetto di mal riuscito ambientalismo di facciata pagato dai cittadini. Rifondazione Comunista - Sinistra Europea
September 5, 2026
Pressenza
L’ONU corregge la proiezione del mappamondo in uso con una più rispettosa di tutti i continenti
L’Assemblea Generale ha compiuto ieri, 4 Settembre,  un passo importante verso la correzione delle distorsioni presenti nelle mappe del mondo di uso comune, in particolare nella proiezione di Mercatore, che si ritiene rappresentino in modo errato le dimensioni relative dei continenti e contribuiscano a una percezione riduttiva dell’Africa e di altre regioni equatoriali. La risoluzione si intitola “Correggere la mappa: riequilibrare la rappresentazione cartografica globale e promuovere un’equa rappresentazione delle regioni del mondo, in particolare dell’Africa” (documento  A/80/L.104 ),  ed è stata adottata con 164 voti favorevoli, 1 contrario (Stati Uniti) e 6 astensioni (Estonia, Georgia, Lituania, Repubblica di Moldova, Serbia, Ucraina). Il documento auspica un uso più ampio delle proiezioni cartografiche a pari area, in particolare della proiezione Equal Earth, nei contesti in cui le dimensioni comparative dei continenti sono rilevanti, inquadrando la questione come qualcosa di più di un semplice problema cartografico tecnico. L’obiezione degli Stati Uniti secondo cui la risoluzione aveva un carattere “fortemente ideologico” è stata considerata ridicola da parte degli studiosi e degli stati membri. La questione della proiezione europocentrica che Mercatore fece nel 1600 (proiezione assolutamente rivoluzionaria per l’epoca dato che per la prima volta si tentava di raffigurare in modo scientifico tutto il pianeta in una sola cartina) fu messa in discussione da James Gall già nel 1855 ma fu grazie al lavoro di Arno Peters che la proiezione di Gall fu pubblicata nel 1974 e divenne la prima proiezione in cui a centimetri quadrati di cartina corrispondono una proporzione esatta di kilometri quadrati di territorio.   Fonte: https://press.un.org/en/2026/ga12779.doc.htm   Pressenza IPA
September 5, 2026
Pressenza
Cile: Il problema dei tecnocrati
Il Governo del Presidente Kast sembra aver fatto tutto ciò che dicono i manuali dell’ortodossia economica per rilanciare l’economia. Ha promosso una mega-riforma che riduce gradualmente l’imposta di prima fascia dal 27% al 23%, ha reintegrato il sistema tributario, ha eliminato le imposte sulla prima casa per gli over 65 e ha stabilito incentivi per le donazioni e il rimpatrio dei capitali. Tuttavia, qualcosa non sta funzionando. I cittadini non hanno fiducia né nel presente né nel futuro. La disoccupazione è arrivata al 9,5%, il livello più alto dal 2021. In sei dei primi sette mesi del 2026 l’IMACEC ha registrato variazioni interannuali negative e tra gennaio e luglio l’attività accumula un calo dello 0,4%. Le stime collocano già la crescita del Paese per quest’anno al di sotto dell’1%. Allora sorge una domanda scomoda: se il Governo sta facendo esattamente ciò che, secondo i suoi economisti, dovrebbe stimolare gli investimenti e l’occupazione, perché l’economia si indebolisce e aumenta la disoccupazione? Perché l’economia non funziona soltanto con imposte, tassi d’interesse, incentivi e fogli Excel. Funziona anche, e molto, con aspettative e fiducia. Keynes lo comprese quasi un secolo fa quando parlò degli animal spirits. Quando un imprenditore decide di investire non conosce il futuro. Può calcolare costi, tassi d’interesse, imposte e redditività attese, ma alla fine deve prendere una decisione su qualcosa che ancora non esiste. Investe quando confida che domani sarà migliore di oggi. È proprio questo il punto che sembrano dimenticare i tecnocrati: le aspettative sul futuro sono una variabile economica. E queste aspettative non si costruiscono soltanto dal Ministero delle Finanze. Si costruiscono osservando la politica, la capacità di governare, gli accordi che si raggiungono, la stabilità delle regole e la possibilità di prevedere ragionevolmente verso dove sta andando il Paese. Il governo del Presidente Kast ha approvato la riforma tributaria con uno o due voti di scarto e ha celebrato il risultato. Ma governare non consiste soltanto nel contare i voti. Consiste nel costruire maggioranze politiche e sociali capaci di proiettarsi nel tempo. La riforma costituzionale sulla sicurezza promossa dal Governo, che ha provocato il rifiuto dell’opposizione e dubbi all’interno dello stesso schieramento di governo, trasmette esattamente il segnale contrario: incertezza riguardo alle regole future e alla capacità di costruire accordi duraturi. E chi prende decisioni imprenditoriali osserva tutto questo. Soprattutto le piccole e medie imprese e gli imprenditori, dove si concentra una parte fondamentale dell’occupazione privata. Non basta convincere dieci grandi gruppi imprenditoriali. Bisogna fare in modo che migliaia di piccoli e medi imprenditori credano che nel prossimo futuro avranno clienti, regole ragionevolmente stabili e un Paese governabile. Nessun presidente può ordinare queste decisioni dalla Moneda. Ogni imprenditore deve rispondere a una domanda molto semplice: mi fido abbastanza di ciò che verrà da rischiare oggi i miei soldi? E oggi la risposta maggioritaria è no, anche tra molti che possono avere affinità ideologica con il Governo. Altrimenti è difficile spiegare perché, l’economia continui a indebolirsi e la disoccupazione ad aumentare. Uno dei punti di forza dei trent’anni della Concertación fu che il Cile offriva una ragionevole prevedibilità politica. Governo e opposizione erano profondamente in disaccordo, ma esistevano una visione dello Stato, la capacità di costruire accordi e la continuità istituzionale. Quel periodo non ebbe successo soltanto perché c’erano buoni economisti al Ministero delle Finanze o eccellenti tecnici nella Banca Centrale. Ci furono leadership politiche capaci di guidare, negoziare, cedere e coinvolgere il Paese attorno a obiettivi comuni. Generarono aspettative di stabilità e futuro. La stabilità generò fiducia; la fiducia, investimenti; e gli investimenti, crescita e occupazione. Ecco la differenza tra amministrare e governare. I tecnocrati possono progettare eccellenti strumenti economici, ma non possono sostituire la Politica. Si possono ridurre di quattro punti le imposte sulle società, offrire l’invariabilità tributaria e facilitare il rimpatrio dei capitali. Ma nessuna legge può obbligare un imprenditore a investire né un imprenditore ad assumere. Per investire bisogna credere nel futuro. E la fiducia nel futuro non si decreta né si inserisce come articolo in una riforma tributaria. Si costruisce facendo buona Politica. Marcelo Trivelli
September 5, 2026
Pressenza
Oltre 4000 persone al festival di Emergency a Reggio Emilia
DOMANI 6 SETTEMBRE, CHIUDE FABIO TONACCI DI REPUBBLICA CON IL RACCONTO SUL SUDAN E LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DI FABRIZIO GIFUNI  GLI OSPITI DELL’ULTIMA GIORNATA: MARIANNA APRILE, BEN ACHESON, ANNA MARIA LORUSSO, MARIANGELA PIRA, NICOLA GHITTONI, YOUSRA ELBAGIR, EMMA NOLDE, ROBERTO MERCADINI E TANTI ALTRI  Sono state circa 4500 le persone che hanno partecipato all’avvio del Festival di EMERGENCY, iniziato ieri pomeriggio a Reggio Emilia. Nel corso della giornata diversi ospiti hanno animato le principali piazze della città: dall’analista geopolitico Dario Fabbri – che ha aperto il Festival con una riflessione sugli equilibri dell’ordine globale – ai giornalisti Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it e Marta Serafini del Corriere della Sera, che hanno raccontato la censura dell’informazione in Italia e la guerra digitalizzata in Ucraina; ancora la saggista e giornalista Paola Caridi e l’artista italo-palestinese Nabil Bey Salameh che, in Piazza Prampolini, hanno dato voce alla memoria e alla resistenza del popolo di Gaza. La caporedattrice di Sky TG24 Tonia Cartolano e il giornalista di Radio 24 Giampaolo Musumeci hanno moderato, invece, gli incontri con la presidente di EMERGENCY Rossella Miccio e gli operatori di EMERGENCY impegnati in Afghanistan, a Gaza e in Ucraina. In conclusione, la serata con Pietro Sparacino, Michela Giraud e Michela Catuzzi ha fatto “ridere, ma anche riflettere” piazza Prampolini. Il Festival entra oggi nel vivo, con una giornata ricca di appuntamenti – che culmina in piazza Prampolini con la presentazione alle 20.00 del podcast Seietrenta XL dedicato a Gino Strada a 5 anni dalla sua scomparsa e con il racconto di Stefano Nazzi del G8 di Genova alle 21.30.   La conclusione del festival domani, domenica 6 settembre offre una giornata ricca di appuntamenti tra cui la giornalista e conduttrice Marianna Aprile; il ricercatore ed ex funzionario NATO Ben Acheson; la professoressa di Filosofia del linguaggio Anna Maria Lorusso; la giornalista e conduttrice Sky TG24 Mariangela Pira; il giornalista de Il Post Nicola Ghittoni; la giornalista Yousra Elbagir; la difensora dei diritti umani Parisa Nazari e l’artivista Sadra Valizadeh; la fumettista Zainab Fasiki; il linguista Federico Faloppa; la cantautrice Emma Nolde e il divulgatore Roberto Mercadini; la presidente di EMERGENCY Rossella Miccio e gli operatori impegnati nei progetti della ong a Gaza, in Ucraina, Sudan, Afghanistan, in Italia e nel Mediterraneo. Il Festival si chiude alle 18.30 con “Sudan, viaggio al termine dell’umanità”: un racconto con filmati e testimonianze di Fabio Tonacci, giornalista de la Repubblica, che porta sul palco di Piazza Prampolini una delle crisi umanitarie più gravi e meno raccontate del nostro tempo. Con la partecipazione straordinaria di Fabrizio Gifuni e le letture di Leonardo Bianconi e Giulia Quadrelli. L’ultima giornata del Festival inizierà presto domenica 6 settembre in Piazza San Prospero alle 8.00 del mattino con “Coraggio, respira!”: un inedito risveglio per la mente a cura di Erica Monti, insegnante di Kundalini e Yin, e Federico Taddia, scrittore e contaminatore culturale. Alle 9.15, all’Infopoint di Piazza Prampolini, torna QB – Quotidiano Bellico, la rassegna stampa live che R1PUD1A la guerra, a cura di Claudio Jampaglia, giornalista di Radio Popolare. Alle 10.00, in Piazza Prampolini, i giornalisti Simone Pieranni e Laura Carrer, moderati da Marianna Aprile, giornalista e conduttrice televisiva, si interrogano, nell’incontro “Se la tecnologia decide chi vive e chi muore”, sulle criticità giuridiche ed etiche sollevate dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale in guerra. Il dibattito è aperto da Luca Rifiorati, coordinatore progetto Ucraina EMERGENCY. Alle 11.00, in Viale Allegri 8, “Gaza: quale futuro?”, gli operatori di EMERGENCY raccontano la catastrofe umanitaria nella Striscia, dove malnutrizione, malattie infettive e traumi psicologici si aggiungono agli oltre 70.000 morti in meno di tre anni. Con Marta Bergamaschi e Gaddo Flego, medici a Gaza, Alessandro Manno, responsabile progetto Palestina, e Pietro Parrino, direttore FOD (Field Operations Department). Modera Laura Silvia Battaglia al-Jalal, giornalista e documentarista. In contemporanea, in Piazza Martiri del 7 luglio, “Un caffè con…” Davide Giacomino, referente Advocacy per le Migrazioni EMERGENCY, e il giornalista Niccolò Palla per parlare di “Ddl immigrazione vs protezione internazionale”. Alle 11.15, in Piazza Casotti, è in programma l’incontro in inglese “Visioning processes, peace processes”: Ben Acheson, ricercatore indipendente ed ex funzionario NATO indaga nuovi modi per superare i conflitti, a partire dal caso dell’Irlanda del Nord. Sempre alle 11.15, al Teatro San Prospero (via Guidelli, 5), c’è lo spettacolo teatrale “Lvi è tornato” di e con Giampaolo Musumeci e Beppe Salmetti. Giulio Cesare ritorna in ogni epoca e in ogni forma, a incarnare il potere nella sua essenza più pura. In collaborazione con Radio24. Alle 12.15, in Piazza Casotti, “La guerra come spettacolo: e la realtà?” con Anna Maria Lorusso, professoressa di Filosofia e Teoria dei linguaggi all’Università di Bologna, per trovare il coraggio di assumersi la responsabilità di uno sguardo consapevole anche a distanza. In Viale Allegri 8, alla stessa ora, “Ucraina: curare l’isolamento”, sugli interventi di EMERGENCY nelle regioni di Donetsk e Kharkiv per rispondere all’impatto meno visibile della guerra: isolamento, trauma, malattie croniche e frammentazione dell’accesso alle cure. Con Alessandro Lamberti-Castronuovo, referente medico cure primarie, Pietro Parrino, direttore FOD (Field Operations Department), Daria Rieznik, field officer Ucraina, Luca Rifiorati, coordinatore progetto Ucraina e Svitlana Tertychna, field officer Ucraina. Modera Laura Silvia Battaglia al-Jalal. Nel pomeriggio, alle 14.00, in Piazza Fontanesi, “Un caffè con…” Boban Pesov, tra gli illustratori della graphic novel Un diavolo muto. Storie da Gaza; nel Cortile di Palazzo Ancini, “Quattro chiacchiere” con Luca Radaelli, responsabile Risorse Umane SAR EMERGENCY, in collaborazione con Digital Freaks.  “Quanto contano davvero i mercati nelle nostre vite?”, prova a rispondere Mariangela Pira, giornalista e conduttrice di Sky TG2, alle 14.30, in Piazza Casotti. Nel Cortile di Palazzo Dossetti (viale Allegri, 9), alla stessa ora, 14.30, “Un giocatore lo vedi dal coraggio”. in collaborazione con Il Post. Il giornalista Nicola Ghittoni racconta le storie di calciatori e calciatrici che hanno sfidato i regimi. A seguire, alle 15.00, al Teatro San Prospero, sarà proiettato il documentario “The Encampments”, di Kei Pritsker e Michael T. Workman (Usa-Palestina, 2025), sull’ondata globale di attivismo studentesco per Gaza nata dalla Columbia University. Versione originale (arabo e inglese) con sottotitoli in italiano. Alle 15.15, in Piazza Casotti, Robert Mugabe, medical social worker EMERGENCY in Uganda, racconta 5 anni di lavoro dell’ong nel Paese, nell’incontro in lingua inglese “Shaping the future: EMERGENCY in Uganda”. Alle 15.30, in Viale Allegri 8, “Quando il coraggio di una persona può accenderne mille”: dall’Iran all’Italia, la forza della testimonianza pubblica come atto di resistenza. Con Parisa Nazari, difensora dei diritti umani, e Sadra Valizadeh, artivista queer/non-binary. Modera Marta Allevato, giornalista AGI. Stiamo assistendo a una continua militarizzazione del linguaggio pubblico e mediatico, ma da dove possiamo partire per trovare un linguaggio alternativo, capace di rimettere al centro la convivenza? Ne parla, alle 16.00 in Piazza Casotti, l’incontro “Disarmare il discorso” con Federico Faloppa, professore di Language and discrimination all’University of Reading (UK). Alle 16.30, in Piazza San Prospero, “Un caffè con…” Francesca Bocchini e Daniele Giacomini di EMERGENCY su “Nascere sicuri, cure affidabili: EMERGENCY in Afghanistan”. Nel Cortile di Palazzo Dossetti, sempre alle 16.30, “Le storie di “Una mattina”” con Luca Misculin, giornalista de Il Post: un racconto dal vivo sulla Resistenza italiana, in collaborazione con Il Post. Il femminismo islamico, plurale e capace di sfidare stereotipi e pregiudizi è al centro dell’incontro in italiano e spagnolo “Femministe, musulmane, libere”, alle 16.45 in Piazza Casotti. Con Zainab Fasiki, autrice di fumetti, e Carolina Paolicchi, editrice e traduttrice Astarte Edizioni. Alle 17.00, nel Cortile di Palazzo Ancini, Digital Freaks intervista Marta Bergamaschi, medica EMERGENCY a Gaza, nel nuovo appuntamento di “Quattro chiacchiere”. Alle 17.30, nel Cortile di Palazzo Dossetti, la giornalista di Sky News Yousra Elbagir e Suha Abdelwahab Abdalla Hassan, responsabile Cliniche OAT EMERGENCY in Sudan, raccontano la peggior crisi umanitaria degli ultimi tre anni e riflettono sul perché avviene nell’indifferenza generale. L’incontro “Restare e curare: il coraggio silenzioso del Sudan” vede il contributo video del fotografo Faiz Abubakr Mohamed-Hamed e la conduzione del giornalista Giampaolo Musumeci. La crisi dimenticata del Sudan è al centro anche dell’incontro di chiusura della sesta edizione del Festival di EMERGENCY. Alle 18.30 in Piazza Prampolini c’è “Sudan, viaggio al termine dell’umanità”: un racconto con filmati e testimonianze di Fabio Tonacci, giornalista de la Repubblica, con la partecipazione straordinaria di Fabrizio Gifuni e le letture di Leonardo Bianconi e Giulia Quadrelli. Proseguono nella terza e ultima giornata di festival anche gli appuntamenti dedicati a bambini, ragazzi e famiglie: alle 11.00 nel Cortile della Biblioteca Panizzi (via Farini, 3) il laboratorio “Esercizi di impavido ricamo” con Remida, centro di riciclaggio creativo; dalle 15.00 in Piazza Martiri del 7 Luglio l’attività itinerante “Coraggio, pedala!” con l’Associazione Il Tarlo; alle 17.00 nel Cortile della Biblioteca Panizzi, lo spettacolo “Tu che ti senti ai fianchi l’uragano” con il poeta e divulgatore Roberto Mercadini e la cantautrice Emma Nolde. Domani, domenica 6 settembre, sarà anche l’ultimo giorno per visitare le installazioni “O la guerra o noi – La linea delle nostre scelte”, dedicata all’obiezione di coscienza nell’ambito della campagna R1PUD1A, e “Insieme: così lontani, così vicini”, l’esperienza immersiva realizzata da IED Milano per EMERGENCY: a Palazzo Da Mosto (via Mari, 7), dalle 10.00 alle 19.00. Rimarrà, invece, aperta fino al 25 ottobre mostra fotografica “Revelation” di Lorenzo Meloni (Magnum Photos), a cura di Giulia Tornari. al Palazzo dei Musei (Via Spallanzani, 1). Molti appuntamenti del festival sono già sold out, ma sul sito (https://www.emergency.it/festival/) e presso l’info-point di piazza Prampolini sono ancora disponibili biglietti per alcuni appuntamenti. In caso di posti liberi, inoltre, sarà possibile accedere agli incontri mettendosi in fila poco prima degli eventi. Sabato 5 settembre si conclude inoltre a Caserta il tour estivo Orbit Orbit del rapper e cantautore Caparezza, che ha sostenuto EMERGENCY e la sua campagna R1PUD1A.  In ogni serata del tour un disegnatore o una disegnatrice hanno affiancato Caparezza sul palco per realizzare un’opera live, donata e messa all’asta per EMERGENCY. È ancora possibile partecipare all’asta sulla piattaforma internazionale di aste benefiche online Charitystars. Il Festival di EMERGENCY è organizzato grazie a un protocollo di intesa con il Comune di Reggio Emilia, con il patrocinio della Regione Emilia-Romagna e con la media partnership di Adnkronos e Sky Tg24.   Per rimanere aggiornati sulle attività di EMERGENCY in Italia e nel mondo: https://www.emergency.it Emergency
September 5, 2026
Pressenza
Promuovere la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) nelle amministrazioni locali
Il “divario generazionale”, che rischia di ampliarsi sempre più, impone di adoperarsi per introdurre in maniera diffusa – e a tutti i livelli di governo – la Valutazione di Impatto Generazionale, che consente di stimare l’impatto generazionale ex ante ed ex post delle politiche pubbliche nelle sue dimensioni economica, sociale e ambientale. In maniera complementare: https://www.pressenza.com/it/2026/08/le-disuguaglianze-tra-generazioni-continuano-ad-ampliarsi/. La legge 167/2025 ha introdotto la Valutazione di Impatto Generazionale (VIG) e un Osservatorio dedicato, innovando qualità e sostenibilità della normazione. Ogni atto normativo del Governo, a esclusione dei decreti legge, dovrà essere accompagnato da un’analisi degli effetti ambientali e sociali che ricadono sulle generazioni future. Una valutazione che si colloca all’interno dell’Analisi di Impatto della Regolamentazione (AIR), già prevista dalla legge 246/2005. La VIG, quindi, diventa obbligatoria quando un provvedimento produce effetti significativi di tipo ambientale o sociale, promuovendo di fatto l’equità intergenerazionale e obbligando a considerare gli effetti ambientali, sociali ed economici delle politiche pubbliche sulle giovani generazioni. Oltre alla VIG, la legge istituisce presso la Presidenza del Consiglio dei ministri l’Osservatorio nazionale per l’impatto generazionale delle leggi, un organismo con funzioni di monitoraggio, analisi e proposta, che avrà il compito di verificare se le norme promuovono effettivamente l’equità tra generazioni, suggerendo strumenti per migliorare la qualità della produzione normativa. L’introduzione della VIG in una norma, tuttavia, non garantisce di per sé un cambiamento reale: senza una maggiore informazione, una larga partecipazione e una forte spinta civica, anche questa riforma (come è successo altre volte) corre il rischio di non produrre effetti significativi. Una spinta importante potrebbe arrivare dai territori, dalle autonomie regionali e locali. Di recente alcune amministrazioni locali hanno attivato iniziative che si ispirano alla stessa logica della VIG, puntando sulla prossimità, sulla conoscenza diretta dei bisogni del territorio e sulla capacità di intervenire in modo tempestivo e mirato sulle politiche pubbliche territoriali. Un interessante Paper di  ASviS e di Save the Children, che analizza le basi giuridiche della VIG, il quadro europeo e il caso italiano, offrendo dati, modelli e dieci raccomandazioni operative per attuare la riforma, realizzato nell’ambito del progetto Ecosistema Futuro, una partnership lanciata nel maggio 2025 che coinvolge oltre 70 soggetti con l’obiettivo di riportare i “futuri” al centro del dibattito pubblico (https://asvis.it/ecosistema-futuro/), passa in rassegna alcune “buone pratiche” territoriali. E’ il caso del Comune di Parma, designata Città europea dei Giovani 2027, che rappresenta la prima sperimentazione di VIG locale in Europa, e una delle più avanzate sul piano applicativo. Con la delibera di Giunta n. 156 dell’8 maggio 202349, la collaborazione con le e i giovani si è tradotta nella creazione di focus group dedicati alla marcatura delle misure del Documento Unico di Programmazione (DUP). Questo percorso ha consentito di individuare un set di indicatori per le successive valutazioni e la produzione di report utili alla definizione di un modello replicabile. Sulla stessa linea si colloca il Comune di Bologna che, con la delibera di Giunta n. 118 del 21 maggio 2024, ha approvato le “Linee guida per la programmazione e Valutazione dell’Impatto Generazionale (VIG) delle politiche pubbliche”, richiamando la definizione di sviluppo sostenibile del Rapporto Brundtland (1987) e i principi dell’Agenda 2030, sottolineando la necessità di politiche capaci di “soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”. A queste esperienze si affianca quella del Comune di Casalecchio di Reno, che si appresta a diventare il primo Comune italiano non capoluogo ad adottare formalmente la VIG, integrandola con processi di coprogettazione che coinvolgono le associazioni giovanili attive nella consulta locale. Infine, rilevante è anche quella dell’area metropolitana di Reggio Calabria, che ha formalmente adottato la VIG con delibera di Giunta di fine dicembre 2025 relativa al DUP 2026-2028. La successiva marcatura ha permesso già di orientare verso le giovani generazioni alcuni bandi a valere sulle risorse del PON Metro. La stessa Associazione dei Comuni, l’ANCI, è intervenuta con le “Linee Guida per la Valutazione di Impatto Generazionale dei Documenti Unici di Programmazione dei Comuni”, che propongono un modello articolato in quattro fasi principali: marcatura delle azioni; attribuzione degli indicatori generazionali; monitoraggio periodico; consultazione giovanile (https://www.osservatoriopolitichegiovanili.it/_files/ugd/176730_c3255148268c414cb16438f8466e75e6.pdf). Nel Paper vengono schematizzate 10 Raccomandazioni di carattere generale affinché la VIG non resti sulla carta: 1. Assumere la VIG come “infrastruttura cognitiva permanente” del processo normativo e di disegno delle politiche; 2. Utilizzare la VIG come leva per spostare le politiche da una logica difensiva a una generativa; 3. Rafforzare la partecipazione delle cittadine e dei cittadini, e in particolare delle e dei giovani, come componente strutturale della valutazione; 4. Garantire l’indipendenza tecnica degli organismi individuati quali responsabili della VIG e dotarli di adeguate e qualificate risorse umane e strumentali; 5. Rafforzare la capacità del Parlamento di utilizzare i risultati della VIG e valutare l’impatto intergenerazionale di emendamenti introdotti durante l’iter legislativo; 6. Assicurare la tempestività della VIG, specialmente nel caso di decreti legge; 7. Promuovere l’uso della VIG a livello locale e favorire lo scambio di buone pratiche tra i diversi livelli di governo; 8. Potenziare il sistema informativo nazionale e l’ecosistema dei dati su infanzia, adolescenza e transizioni generazionali;  9. Rafforzare la base metodologica della VIG attraverso la costruzione di modelli e indicatori integrati; 10. Considerare nella VIG l’effetto degli andamenti demografici di medio-lungo periodo. Qui il Paper “La valutazione d’impatto generazionale delle leggi: un cambio di paradigma per le politiche pubbliche”:  https://asvis.it/public/asvis2/files/Pubblicazioni/Futuro/FuturePaperVIG.pdf.   Giovanni Caprio
September 5, 2026
Pressenza
Potere al Popolo: costruire un’alternativa politica chiara, il 24 ottobre in piazza
Dal 26 al 30 agosto circa 500 persone sono arrivate da tutta Italia a Paestum per il PaP Camp, il classico appuntamento di fine agosto di Potere al Popolo. Assemblee, iniziative culturali e politiche, musica e socialità: anche quest’anno il programma è stato ricco e la partecipazione intensa. Abbiamo affrontato […] L'articolo Potere al Popolo: costruire un’alternativa politica chiara, il 24 ottobre in piazza su Contropiano.
September 5, 2026
Contropiano