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Torino: manifestare ai tempi dei decreti sicurezza
La manifestazione “Noi la guerra non la vogliamo” è stata la risposta torinese alla chiamata alle piazze indetta a livello nazionale questo sabato. La manifestazione era già stata convocata dal collettivo Torino Partigiana ed ha via via acquistato più importanza dopo i fatti della scorsa settimana: anche le pagine social del Movimento 17 ottobre invitavano a confluire su quella piazza. In piazza Castello a partire dalle 15 si sono radunate qualche migliaio di persone; in situazioni simili la Questura ha sempre fatto partire il corteo anche se non c’era l’autorizzazione preliminare in quanto l’attuazione dell’articolo 17 della Costituzione[1] veniva considerata prioritaria ed anche per diminuire la pressione della piazza. Questa volta la piazza è stata gestita in maniera differente: migliaia di persone si sono trovate stipate senza nessuna via di fuga e con tutti gli accessi chiusi da cordoni di polizia. I manifestanti cercano quindi il modo di uscire dalla piazza tentando di forzare i blocchi dal lato di via Po; la polizia risponde con una carica di alleggerimento, da lì non si passa. La cosa appare talmente eccessiva che persino alcuni passanti esortano la polizia a togliere il blocco per fare passare il corteo in nome della Costituzione, incitandoli a disobbedire agli ordini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» – Passante esorta la polizia a far passare i manifestanti Foto: M.BARIONA Il corteo si posta quindi verso via Cernaia, chiuso anche lì. Si tenta di utilizzare il passaggio su via XX Settembre, la risposta è una nuova carica. Il balletto dura un paio d’ore in cui la gente resta chiusa in piazza. Ad un certo punto un’auto passa a velocità sostenuta in mezzo alla gente; per puro caso nessuno rimane ferito e l’auto ed il relativo autista viene protetto dal cordone di polizia di via Cernaia. Foto e video dell’episodio ce ne sono, confido nel solerte lavoro dell’autorità giudiziaria per scoprire l’identità dell’autista dell’auto. A questo punto si apre una via di fuga su viale Partigiani ed il corteo può partire per il suo lungo percorso, solertemente guidato tramite cariche di alleggerimento e lacrimogeni anche perché ormai è giunto ad Aurora e Barriera, quartieri meno centrali e con minore copertura mediatica. Il corteo dovrebbe chiudersi in piazza Baldissera nel pieno di quella periferia di Torino abbandonata a sé stessa ed alla speculazione immobiliare, dove comincia a diventare difficile trovare case in affitto e la tensione sociale appare più densa[2]: lì intorno non si sono vetrine luccicanti da difendere od obiettivi sensibili. Il corteo è praticamente finito, si è fatto buio ed è quasi ora di cena. I manifestanti che hanno marciato per chilometri e subito diverse salve di lacrimogeni tornerebbero anche a casa: le forze dell’ordine caricano anche lì utilizzando tutto l’armamentario a loro disposizione: manganelli, gas lacrimogeni, persino gli idranti. Poi organizzano un rastrellamento fermando alcuni manifestanti: i vari decreti sicurezza consento il fermo di chiunque, maggiorenne o minorenne, fino a dodici ore per l’identificazione. In questura vengono portate quattro persone (mentre almeno tre sono in stato di fermo da prima della manifestazione). Due di loro verranno rilasciare subito per essere accompagnate in ospedale dove necessitano di ricovero in seguito alle contusioni, quattro vengono rilasciate nella notte dopo le identificazioni. -------------------------------------------------------------------------------- Appare chiaro che risulta possibile, in momenti con un forte impatto emotivo, utilizzare i social per convocare manifestazioni molto partecipate senza che ci sia un referente preciso; la piazza di Torino di oggi e probabilmente quelle del resto d’Italia ne sono una dimostrazione. Ciò non toglie che ammassare migliaia di persone disorientate e senza riferimenti precisi crea una confusione difficilmente gestibile che lascia troppo spazio all’improvvisazione. L’atmosfera che si respirava oggi in piazza mi ha ricordato quella di Genova 2001: la sostanziale differenza è che 25 anni fa l’ordine pubblico è stato gestito in deroga alle norme vigenti e questo ha generato una serie interminabile di processi[3], ora tutto è perfettamente conforme alla legge. Poi ci sono loro, le ragazze ed i ragazzi che sentono la necessità impellente di farsi sentire e di lottare per una qualche idea di futuro: questa lotta, motore della storia, è stata classificata come un problema di ordine pubblico da uno dei governi più autoritari della storia repubblicana che, per giustificare questa fallimentare strategia di fronte all’opinione pubblica, non esista a degradare i diritti civili, indicare colpevoli a casaccio e manipolare la realtà a questi fini. Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA Torino, 24 ott 2026. Corteo «Noi la guerra non la paghiamo» contro la conversione dei territori, delle industrie, delle scuole e della ricerca in chiave bellica. Foto: M.BARIONA [1] I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. [2] Per approfondimenti sulla situazione sociale dei quartieri Aurora e Barriera di Milano a Torino cfr https://www.pressenza.com/it/tag/alimonda-summer-festival/ [3] Per approfondimenti sui percorsi giudiziari dopo Genova 2001 https://www.pressenza.com/it/2026/07/a-25-anni-dal-g8-di-genova-il-movimento-la-piazza-la-repressione-seconda-parte/   Giorgio Mancuso
October 25, 2026
Pressenza
Una Italia “insoumise” fa saltare la prova di forza del governo
Le migliaia di persone, soprattutto giovani e giovanissimi, che ieri hanno riempito le strade di Torino, Milano, Roma, Bologna, Firenze, Genova, Napoli sono la rivelazione visibile che la strada della militarizzazione e dell’autoritarismo intrapresa dal governo non sarà un pasto gratis, al contrario. Il tentativo di soffocare le crescenti contraddizioni […] L'articolo Una Italia “insoumise” fa saltare la prova di forza del governo su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Ottobre nero per Israele
Fino a qualche mese fa non potevo immaginare di scrivere questo articolo perché ero straconvinto che non potevo nemmeno pensarlo. Israele si è fondato, consolidato ed è diventato quello Stato intoccabile a livello mondiale basandosi su diversi elementi immaginari che lo stanno portando alla fine. In primis Israele è nato grazie alla complicità del mondo occidentale, che per senso di colpevolezza ha voluto farsi perdonare regalando agli ebrei la terra altrui, cioè la Palestina. Così facendo si pensava che con il passare del tempo quella popolazione palestinese si sarebbe mescolata all’interno del mondo arabo. Oppure come recita il detto popolare “non fare del bene a vecchi e bambini, i vecchi muoiono e bambini scordano”. David Ben-Gurion il primo Ministro Israeliano pronunciò una frase simile affermando nel lontano 1948 “i vecchi muoiono e i giovani dimenticano”. Dopo oltre 100 anni di lotte, di battaglie e di guerre, generazione dopo generazione nessun ha dimenticato anche se i vecchi non ci sono più, e i giovani non solo hanno conservato la causa viva, ma l’hanno trasformata in una battaglia di civiltà, di diritto, di legalità e di giustizia non solo in Medio Oriente, ma a livello mondiale. Basti pensare alle varie fasi storiche più significative dove gli stessi israeliani e i loro amici ed alleati arabi che hanno tentato di liquidare la causa palestinese: la Nakba 1947/1948, la guerra di Suez, la guerra dei 6 giorni 1967, la battaglia di al Karama 1968, “Settembre nero” 1970, la guerra del Kippur 1973, la guerra civile in Libano 1975 l’invasione del Libano 1982, il massacro di Sabra e Shatila 1982, la prima intifada 1987 , la prima guerra del golfo 1990 , e la seconda intifada 2000 e la fine di Saddam Hussein 2000 e con lui lo Stato Iracheno, i vari bombardamenti su Gaza e l’ultimo Tufan al Aqsa ottobre 2023. In tutte queste fasi molti scommettevano sulla fine della causa palestinese e in tutte queste fasi, dopo averla data per morta, risorgeva da sotto le ceneri più forte, più potente e più determinata, per cui la famosa frase di Ben Gurion era ed è una frase che non ha nessun significato sul campo. In secondo luogo, sempre il mondo occidentale, dopo avere capito che il periodo coloniale stava terminando, ha pensato di non abbandonare il Medio Oriente del tutto, sia per la posizione geografica che per l’oro nero, il petrolio, per cui Israele doveva costudire gli interessi occidentali nella zona. Questa ipotesi ha retto fino ad un certo punto e si potrebbe dire che Israele ha giocato questo ruolo in modo intelligente ed abile sia dal punto di vista politico, economico e etico. Ha funzionato al punto tale che ha convinto non solo il mondo occidentale, ma anche certe monarchie arabe, che avrebbe operato per difendere i loro interessi, fino alla realizzazione dei famosi accordi di Abramo. Diversi paesi arabi stavano trattando con Israele per stipulare accordi militari contro il regime degli Ayatollah in Iran. Dopo il 7 ottobre 2023, questo ruolo non solo è crollato, ma anche Israele non era in grado di difendere sé stessa. E ancora, dopo ottobre 2023, il mondo occidentale se n’è accorto: Israele anziché fare il poliziotto per conto dell’Occidente in Medio Oriente è diventato un peso insopportabile economicamente, militarmente e soprattutto eticamente. Solo dagli USA lo stato Israeliano ha avuto sin dalla sua nascita oltre 350 miliardi di dollari. In base agli accordi bilaterali tra Israele e gli USA del lontano 1979 gli USA garantiscono circa 4 miliardi di dollari annui soprattutto per la difesa e nel 2023 questa cifra ha raggiunto un record storco di circa 18 miliardi di dollari. L’Unione Europea formalmente non eroga direttamente aiuti ad Israele, ma lo fa in modo indiretto attraverso i progetti di ricerca scientifica e tecnologica, sono 213 progetti finanziati dalla UE per un ammontare di un miliardo di euro, in aggiunta a questo va precisato che tra la UE e Israele cè il famoso accordo di Associazione tanto discusso, ma purtroppo ancora in vigore. Sarebbe utile analizzare il flusso di denaro che arriva ad Israele sia dai singoli stati Europei che dalla stessa UE. Perché cosi i cittadini europei potranno vedere dove vanno le tasse che pagano annualmente. Basti pensare ai giovani, all’opinione pubblica europea, alle mobilitazioni oceaniche a favore della Palestina. Ogni giorno che passa mi convinco di più per quanto riguarda il continuo sostegno del mondo occidentale ad Israele, nonostante sia uno stato genocida, trova la suo forte motivazione dentro il mondo occidentale nel suo complesso perché esso stesso è coloniale per cui in Israele trova se stesso. Il mondo occidentale non permetteva la sconfitta dello Stato di Israele, ma oggi, e dopo questi lunghi anni, lo stesso Stato di Israele non rappresenta ciò che rappresentava tempo fa per il mondo occidentale: anziché essere di aiuto è diventato un peso politico, economico, morale. Oggi l’occidente, che predicava il diritto, la legalità, il multilateralismo, gli organismi internazionali, deve decidere cosa fare. Continuo ancora a credere che l’Occidente non permetta ancora oggi la sconfitta militare di Israele, ma credo che allo stesso tempo non possa continuare a nascondere la testa sotto la sabbia di fronte al genocidio del popolo palestinese per cui non farà nulla per salvarlo da sé stesso. Credo che lo stato di Israele stia arrivando alla fine della sua corsa grazie all’autolesionismo interno, perché il paese potrebbe essere alla vigilia di una guerra civile di cui nessuno può prevedere la conseguenza sul campo. Infine, la determinazione del popolo palestinese sia quella componente che si trova in Palestina che quella della diaspora, nel continuare la sua lotta generazione dopo generazione fa sì che il mondo intero venga messo in crisi non solo dal punto di vista militare, ma etico e morale. Di fronte a questo scenario, l’autolesionismo interno in Israele, la continuità della lotta palestinese per l’indipendenza e la libertà e la convenienza dell’Occidente fanno sì che il percorso verso la fine di Israele sia già iniziato e sarà inconvertibile perché la forza della ragione è più potente della ragione della forza. I tanti imperi del passato che hanno consolidato la loro esistenza basandosi sulla forza sono finiti dall’interno, i Greci, i Persiani, i Romani, i Faraoni, gli Arabi e gli Ottomani, non credo che lo stato genocida di Israele sia diverso da tutti questi imperi del passato. Ottobre nero, questo mese rappresenta per tanti israeliani un mese particolare perché nello stesso mese nel lontano 1973 la guerra del Kippur, nel 2023 l’attacco di Hamas e nel 2026 il voto. Martedì prossimo 27 ottobre è una data importante perché gli israeliani vanno ai seggi elettorali per eleggere i 120 membri del Knesset, il parlamento israeliano, la preoccupazione è che i seggi elettorali forniscano al paese un parlamento ancora più radicale. Gli analisti affermano che nel caso di sconfitta del blocco dell’attuale Primo ministro il paese potrebbe rischiare una guerra civile. Va precisato che dal 2023 ad oggi circa mezzo milioni di cittadini israeliani cosiddetti laici hanno abbandonato il paese consegnandolo agli integralisti. Per noi palestinesi al di fuori della lista del gruppo misto “i cittadini palestinesi” nessun degli altri blocchi principali hanno nei loro programmi un percorso di pacificazione e quindi di rivalorizzare e riattivare la famosa equazione due popoli per due stati. Un detto popolare palestinese recita: “i tarli del legno nascono dal legno stesso”, cioè per dire che il pericolo non viene dall’esterno, ma nasce dall’interno e Israele non sarà una eccezione. Milad Jubran Basir, Giornalista Italo Palestinese e attivista per i diritti umani Milad Jubran Basir
October 25, 2026
Pressenza
In piazza nonostante la violenza di stato
Dobbiamo ringraziare le decine e decine di migliaia di giovani che hanno manifestato in tutto il paese, sfidando le minacce, le intimidazioni e la caccia alle streghe del governo, tutte rilanciate da un sistema mediatico sempre più indecente. Non era scontato che ci fosse una così grande mobilitazione, chi è […] L'articolo In piazza nonostante la violenza di stato su Contropiano.
October 25, 2026
Contropiano
Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma
Ultim’ora. Nonostante la militarizzazione migliaia e migliaia di persone, in larghissima parte giovani e giovanissimi, sono scese in piazza nelle principali città contro il governo. Di seguito una cronaca della giornata. L’isterica militarizzazione che il governo ha imposto sulle principali città italiane in risposta alle manifestazioni e agli scontri della […] L'articolo Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Finito il bluff M1710. Era uno solo…
E’ stato fermato Youssef Siher, 30 anni, italiano di seconda generazione di origini marocchine, residente in provincia di Brescia, laureato, collaboratore presso l’Osservatorio Medio Oriente e Nord Africa dell’Ispi, giornalista free lance che aveva svolto uno stage seguito da un periodo di collaborazione con il Fatto quotidiano, peraltro interrotto da […] L'articolo Finito il bluff M1710. Era uno solo… su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma
L’isterica militarizzazione che il governo ha imposto sulle principali città italiane in risposta alle manifestazioni e agli scontri della scorsa settimana, ha prodotto risultati diversificati. Il clima plumbeo intorno alla misteriosa convocazione di una nuova giornata di turbolenze sociali da parte del sedicente “Movimento 17 ottobre”, ha visto migliaia di […] L'articolo Caccia ai giovani e città militarizzate. Cronaca da un paese trasformato in caserma su Contropiano.
October 24, 2026
Contropiano
Elezioni in Serbia: la Lista degli Studenti sfida Aleksandar Vučić
L’anno scorso abbiamo dato spazio al movimento di protesta degli studenti serbi contro una classe politica corrotta e il presidente Vučić, che ha coinvolto non solo i giovani, ma ha goduto di un ampio sostegno nella popolazione. Tutto è iniziato due anni fa a Novi Sad, quando la pensilina della stazione ferroviaria appena costruita è crollata, uccidendo sedici passanti. Da allora le proteste sono continuate, con una novità che potrebbe cambiare radicalmente la situazione: la Lista degli Studenti sfida alle elezioni anticipate di domenica 25 ottobre il Partito progressista serbo di Vučić e secondo gli ultimi sondaggi potrebbe vincere. Parliamo della situazione con Miloje Savić, serbo che vive a Bruxelles e che si trova ora a Belgrado per votare e fare da osservatore. Che relazione c’è tra il movimento di protesta e la Lista degli Studenti? La Lista degli Studenti è nata dal movimento di protesta. Quasi due anni fa, il movimento era incentrato principalmente sulla richiesta di assunzione di responsabilità per il crollo della pensilina alla stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024 e che ha causato la morte di 16 persone. Ad oggi, nessuna persona è stata assicurata alla giustizia. Ciò che è ancora più inquietante è che l’ex presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, abbia concesso la grazia a 49 persone nel suo ultimo giorno in carica (si è dimesso il 27 settembre dopo aver indetto elezioni anticipate il 9 settembre). Ad oggi non sappiamo chi siano queste persone, ma sospettiamo che alcune di loro siano quei funzionari di alto rango del governo che erano implicati nel caso e nei confronti dei quali la Procura Generale stava conducendo delle indagini. Dato il silenzio istituzionale, era evidente che il governo non avesse alcuna intenzione di rispondere alle richieste degli studenti in materia di responsabilità, Stato di diritto e operato indipendente delle istituzioni; pertanto, il movimento è passato alla fase successiva della lotta per la giustizia. Verso la fine della primavera o l’inizio dell’estate dello scorso anno gli studenti si sono trasformati in una forza politica diretta, chiedendo formalmente elezioni anticipate, il che alla fine ha aperto la strada alla creazione di quella che oggi chiamiamo Lista degli Studenti. Raduno del 22 ottobre a Belgrado Quali sono i punti principali del suo programma elettorale? La Lista degli Studenti ha delineato un piano che comprende 11 punti raggruppati attorno a 4 temi principali: 1) lotta alla corruzione e responsabilità istituzionale, 2) riforma sociale ed economica, 3) libertà dei media e rispetto della Costituzione, 4) sovranità nazionale e politica di non allineamento. In parole semplici, la Lista degli Studenti si batte per i valori democratici fondamentali che l’ex presidente Aleksandar Vučić e la sua cricca di fedelissimi hanno smantellato e ridicolizzato nei 14 anni in cui sono stati al potere. Eravamo uno Stato in procinto di aderire all’UE, ma il governo ha fatto di tutto per impedirlo, minando ogni suo singolo valore. Il movimento studentesco in Serbia ha preceduto le proteste giovanili che ora stanno dilagando in Francia, Spagna, Albania e Italia. Secondo te, ci sono delle somiglianze tra le loro rivendicazioni? Sì, penso che si possano individuare alcuni punti in comune tra questi movimenti in tutto il continente. Innanzitutto, e in modo molto evidente, c’è la questione generazionale: si tratta di giovani nati nel XXI secolo. In secondo luogo, sono molto esperti di tecnologia; a volte penso che vivano davvero nella realtà online. In terzo luogo, li abbiamo sottovalutati; abbiamo sottovalutato quanto abbiano a cuore il loro ambiente, il loro Paese e la loro società. Poiché la loro realtà si svolge nello spazio virtuale, era facile pensare che questa generazione non fosse interessata alle questioni quotidiane, ma ci hanno dimostrato che ci sbagliavamo: sono molto sensibili all’ingiustizia, alla disuguaglianza e alla disparità di opportunità. Anche se la scintilla scatenante può essere diversa – il crollo di una pensilina a Novi Sad in Serbia, affari loschi relativi ai parchi nazionali protetti in Albania, disuguaglianze educative ed economiche in Francia e in Italia – questa generazione, in definitiva, sta lottando per gli stessi valori. A mio avviso, questi si concentrano sulla responsabilità degli individui e delle istituzioni, sull’eguaglianza generazionale, sulla democrazia digitalizzata (hanno spostato l’arena del dibattito dagli studi televisivi e dalla stampa a Instagram e TikTok), sulla giustizia ambientale e climatica. Dobbiamo confrontarci con la realtà del pianeta devastato che gli stiamo lasciando loro come eredità. Festa di benvenuto per gli studenti che hanno percorso più di 200 kilometri per arrivare a Belgrado. Che prospettive vedi dopo le elezioni? Una schiacciante vittoria elettorale è ciò che tutti desideriamo: porre fine al regime del Partito progressista serbo e far ripartire le istituzioni e lo Stato. Dico “ripartire” perché abbiamo vissuto una situazione simile nel 2000 e per un certo periodo abbiamo vissuto in un Paese democratico (o per quanto potesse esserlo dopo un decennio di guerre civili nell’ex Jugoslavia); da allora in poi è stato tutto un declino. Tuttavia, temo che il passaggio di potere non avvenga senza intoppi. La manipolazione del voto è già in pieno svolgimento. La diaspora è stata sottoposta a condizioni elettorali inique: o i seggi non erano aperti, lasciando centinaia di cittadini senza la possibilità di votare, come a Vancouver, in Canada, oppure dovranno percorrere centinaia o migliaia di chilometri per raggiungere il seggio più vicino, come da Miami a Washington (le distanze in Canada sono ancora maggiori), oppure semplicemente i seggi non erano nemmeno aperti, come ad Abu Dhabi, a Doha, in Slovacchia o in Romania. E tutte queste località disponevano di seggi elettorali durante le ultime elezioni del 2023. Per non parlare dell’ultimo ostacolo: in tutto il mondo i cittadini dovranno votare secondo l’ora di Belgrado; immaginate quindi qualcuno a Pechino, New York o Los Angeles costretto a recarsi al seggio dopo mezzanotte secondo l’ora locale. Ma la diaspora è molto ingegnosa: alcuni organizzeranno un pigiama party per andare a votare Questo tentativo di negarci i diritti costituzionali ha ottenuto il risultato di unire ancora di più la diaspora. Inoltre, è stato riferito che sono state rilasciate più di 200.000 nuove carte d’identità, ma nessuno sa chi siano questi nuovi cittadini. A quanto pare, il registro elettorale unificato in Serbia conta più elettori registrati rispetto al numero ufficiale di cittadini aventi diritto di voto. Un’altra tecnica di manipolazione comune è quella degli “elettori fantasma” (i defunti vengono regolarmente utilizzati in modo improprio per votare). Stanno già arrivando segnalazioni da piccole città in tutta la Serbia secondo cui le schede elettorali e le urne vengono sostituite, con manomissioni criminali del materiale elettorale attualmente in corso in vista del giorno delle elezioni. In uno scenario più realistico, è possibile che entrambe le liste, quella degli Studenti e quella del Partito progressista serbo, rivendichino la vittoria il 25 ottobre, dopodiché ci troveremo di fronte a una lunga situazione di stallo, con la possibilità di un riconteggio di ogni singolo voto. Prolungando e ribaltando il risultato elettorale, il regime ricorrerà probabilmente a tattiche di logoramento, poiché dispone di risorse enormi e ha preso il controllo di tutte le istituzioni. Temo che quando ci riuniremo la notte del 25 davanti alla sede della Commissione Elettorale della Repubblica (RIK in serbo), a Belgrado, che annuncerà i risultati elettorali, ci saranno disordini e provocazioni da parte loro, poiché la RIK si trova nell’edificio dell’Assemblea Nazionale della Repubblica di Serbia (il vecchio Parlamento) in via Kralja Milana, proprio di fronte al Parco Pionirski, dove da oltre un anno è situato un insalubre accampamento paramilitare-mafioso chiamato “Ćaciland“. Affermando che forze esterne e interne fomenteranno disordini, l’ex presidente sta semplicemente gettando le basi per sconfessare proprio quelle azioni che continua a ispirare. Foto di Miloje Savić     Anna Polo
October 24, 2026
Pressenza
Sofia Liguori: una per tutti i, tanti, ‘geni’ dell’IA che vogliono “restare umani”
La giovane nerd laureata 110/110 cum laude alla ‘Bicocca’ di Milano nel 2018 che, dopo le esperienze come sviluppatrice di pioneristici sistemi di machine learning e applicazioni di intelligenza artificiale, nel maggio 2023 è stata assunta a Google DeepMind, il 20 ottobre si è licenziata dal centro R&D con sede a Londra per cui lavorava a tempo pieno in modalità ‘ibrida’. I motivi della sua irrevocabile decisione sono molti, principalmente uno: voler vivere dignitosamente, onestamente e senza ‘in cuor proprio’ sapere di essere ipocrita, perciò rifiutando di adeguarsi e, per “continuare a guardarci allo specchio”, fingere che sia normale “accettare questa situazione come se nulla fosse (nel SILENZIO COME AL SOLITO)”. Subito la clamorosa notizia è ‘rimbalzata’ sui media italiani. Da Il Fatto Quotidiano, in cui Stefania Maurizi ieri ha riferito che Sofia Liguori ha lasciato Google citando una sua frase, “Mi disgusta l’IA in guerra”, a Collettiva, che nello stesso giorno ha pubblicato l’articolo intitolato Google, la protesta di Sofia Liguori: “Mi vergogno di lavorare per questa azienda”,… Prima, il 21 ottobre, a sua volta attingendo le informazioni dall’intervista a Stefania Liguori e un suo collega, Andreas Kirsch, che la BBC News aveva divulgato nella stessa data, Il Sole 24 Ore evidenziava: la tech worker italiana “che si è dimessa dal suo ruolo di ingegnere ricercatore” non è la unica, e sola, bensì una dei numerosi “Dipendenti Google [che] lasciano DeepMind per protesta contro l’uso militare dell’IA“. Intanto nello stesso giorno, Sofia Liguori spiegava le proprie ragioni in un post pubblicato su LinkedIn: > Ieri mi sono ufficialmente licenziata da Google DeepMind. Ero in congedo da > quando è stato firmato il contratto con il Dipartimento della Guerra [degli > USA – NdR]. > > Ecco la mia lettera di dimissioni completa: > https://stay-human.sofialiguori.com/ > Intervista della BBC: https://www.bbc.com/news/articles/cmreyvepnv0po > > — Alcune parti della mia lettera: > > Il modus operandi testato a Gaza con Nimbus è stato legittimizzato come > standard con l’accordo classificato DoW di aprile: contratti che consentono > l’integrazione dell’IA nei sistemi militari e di sorveglianza senza imporre > restrizioni sugli usi consentiti e senza lasciare all’azienda alcun potere di > monitoraggio. > (…) > Non credo più che la nostra tecnologia avrà un impatto netto positivo sulla > società. > (…) > La tecnologia NON è uno strumento neutrale. Questa valutazione presuppone che > possiamo separare la tecnologia dal contesto in cui viene implementata, ma non > dovremmo: abbiamo la responsabilità di valutare lo strumento nel contesto in > cui verrà utilizzato. Presuppone anche che possiamo separare la tecnologia da > chi la possiede, la costruisce, la controlla e ne trae beneficio. > (…) > È proprio questo atteggiamento passivo e timoroso che permette al male di > diffondersi su larga scala. > Questo sta accadendo anche sul nostro posto di lavoro. Questo è il nostro > mestiere. Rientra nel mio ambito di azione. È dentro di te. > Per me, quest’anno avremmo dovuto smettere di lavorare. Magari senza far > scioperare il cervello, forse proprio come ho fatto a febbraio, prendendomi > dei giorni liberi e dimostrando davanti all’ufficio, e forse in qualche altro > modo dobbiamo ancora capire insieme come trovare una soluzione. Ma avremmo > dovuto dire un NO molto più forte all’uso della nostra tecnologia nella kill > chain, un NO molto più forte alla normalizzazione di ciò che è stato testato a > Gaza. > (…) > La compartimentazione, oltre un certo punto, è frammentazione e, in quanto > tale, si oppone all’integrità. Una certa separazione dei contesti è salutare, > ma quando diventa un modo per evitare di vedere contraddizioni, inizia a > somigliare al doppio pensiero di Orwell. L’ambito in cui i nostri valori, la > nostra empatia e persino il nostro pensiero razionale (che riusciamo ad > applicare così magistralmente alle questioni scientifiche) possono operare > inizia a restringersi. Smettiamo di criticare; non ci indigniamo per le bugie > e l’incoerenza. La parte migliore di noi ha sempre meno spazio per esistere. > Dobbiamo anche respingere fermamente questa cultura aziendale di censura e > intimidazione. > (…) > Finiamo per evitare di affrontare alcuni argomenti preventivamente, Dio non > voglia che farlo possa compromettere le nostre carriere. In effetti [i > dirigenti aziendali – NdR] fanno affidamento su questa autocensura indotta; > ecco perché le loro intimidazioni sono così subdole. > Se si mette in discussione qualche ‘cosa’, c’è più libertà di quanto ti > aspetteresti. Questa però è una minaccia per chi vuole che lavoriamo > accettando le ‘regole’. > (…) > Ci ho messo un po’ a capire quale fosse il condizionamento che subivo > lavorando a queste ‘regole’: venivo indotta a negare chi sono, o a > compartimentarlo nella mia sfera privata. Se questo è il prezzo per restare, > non voglio questo lavoro. > Nessun lavoro vale quel prezzo. > “Resta umano”, disse Vittorio Arrigoni. Ripeto oggi il suo appello ai > lavoratori tecnologici, mentre la tecnologia che costruiamo alimenta guerre > brutali. Nella notizia con l’intervista a Sofia Liguori, pubblicata il 21 ottobre nella rubrica “Inchieste di BBC Eye“, Christopher Giles riferisce che, replicando alla richiesta del reporter di commentare la ‘diserzione’ della research engineer e altri geni dell’IA da DeepMind, un portavoce di Google ha affermato: > Collaboriamo con organizzazioni del settore pubblico in tutto il mondo e > seguiamo una procedura coerente per la revisione e la stipula di questi > contratti, che include il rispetto delle nostre politiche di utilizzo > accettabile e dei principi sull’intelligenza artificiale. > > Abbiamo inoltre canali dedicati che consentono ai dipendenti di segnalare in > tutta sicurezza qualsiasi problema, dall’etica aziendale alle condotte > scorrette, e abbiamo implementato rigide politiche aziendali per prevenire > qualsiasi tipo di ritorsione. Eppure, precisa e conclude il giornalista della BBC News, > Google è una delle numerose aziende tecnologiche che all’inizio di quest’anno > hanno firmato contratti con l’esercito statunitense per implementare > l’intelligenza artificiale in ambienti militari classificati. > > Il Segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha fatto dell’integrazione > dell’IA nelle forze armate una priorità fondamentale, affermando che > l’amministrazione Trump diventerà una “forza combattente incentrata sull’IA”. > > Secondo i Principi sull’IA di Google, questi valori includono > l’implementazione dell’IA con “supervisione umana” e l’allineamento della > tecnologia al “diritto internazionale e ai diritti umani”. > > Tuttavia ex e attuali dipendenti dell’azienda, nonché esperti interpellati > dalla BBC, si sono detti preoccupati per il livello di supervisione umana nei > momenti critici. https://stay-human.sofialiguori.com/ Maddalena Brunasti
October 24, 2026
Pressenza
Tassare i ricchi, referendum in California
Manca poco al 3 novembre, il giorno che sancirà quanto potere Trump possiede ancora agli occhi degli elettori e dentro il Congresso. Se già la battaglia si preannunciava infuocata, a rinfocolare per bene i tizzoni ci si è messa la California, proponendo, in quattro e quattr’otto, un referendum statale abbinato all’elezione federale di metà mandato: se vincesse, introdurrebbe per la prima volta per volere popolare una tassa patrimoniale nella roccaforte della proprietà privata. Si tratta della Proposition 40, passata agli onori della cronaca come la “tassa sui miliardari”, ossia un’imposta straordinaria una tantum del 5% su chi possiede più di un miliardo di dollari. Si stima che ricadranno nei parametri della tassa duecento ultra ricchi e che nell’arco di cinque anni (durante i quali verrà spalmata la tassa) porterà alle casse della California circa cento miliardi di dollari. È stata voluta da Dave Regan, presidente del sindacato dei lavoratori della sanità dell’Ovest (United Healthcare Workers West SEIU-UHW), uno dei più grandi degli States, con 120.000 iscritti solo in California. Sebbene ancora molto lontana dall’ideale di un sistema sanitario pubblico e per tutti, la California era uno degli Stati USA che più riusciva a garantire un servizio medico (MEDIC-AID, qui conosciuto come MEDI-Cal) ai cittadini più poveri e a fornire assistenza sociale ai disagiati. Questi programmi sono stati le prime e principali vittime del “Big Beautiful Act” voluto da Trump, che ha tagliato in maniera drastica e sconsiderata i fondi federali normalmente loro destinati; ciò ha causato all’intero sistema sanitario una grave instabilità e il rischio tangibile di un collasso di interi suoi settori. Da qui è partita la miccia: l’idea di procurarsi i soldi necessari per salvare MEDI-Cal (a cui andrebbe circa il 90 % del ricavato) prendendoli da dove ce ne sono in eccesso. Con un sorrisetto beffardo non si può fare a meno di notare l’effetto boomerang che l’atto di Trump ha messo in moto (lo rifarebbe se avesse potuto guardare nella sfera di cristallo?). Dalla California l’idea di tassare chi possiede troppo ha alzato un polverone in tutto il Paese e ne ha varcati i confini, riempiendo le pagine di quotidiani di mezzo mondo, il web di video accorati e di vignette satiriche dove, a suon di meme e slogan, ognuno dice la sua. Insomma, parlare di tassare i ricchi non è più un tabù! I miliardari sembrano essersene accorti e forse intimoriti che dalle parole si passi ai fatti rispondono con azioni aggressive. Qualcuno, in verità, si è dimostrato da subito collaborativo come Jensen Huang, il co-fondatore di Nvidia, e qualcun altro recentemente ha alzato bandiera bianca (Zuckerberg pagherà), ma i più sembrano decisi a dare battaglia senza mezze misure. Dunque da quando, a inizio giugno, la Proposition 40 è apparsa al grande pubblico in tutta la sua folgorante semplicità, si sono viste cordate di miliardari che, per bloccarne l’esito, hanno già speso la follia di oltre 293 milioni di dollari in spots pubblicitari, petizioni, consulenze tecnico-legali e altre diavolerie (le proposizioni 41 e  42, anch’esse parte dello stesso referendum, che se passassero, grazie a cavilli,  annullerebbero la 40 pur se avesse vinto) e sembrano pronti ad andare anche oltre pur di non partecipare attivamente nel ricompensare la società. Il primo spauracchio messo in campo dalle nobili menti è una minaccia di immemorabile data, che suona più o meno così: “Se passa la tassa ce ne andiamo, così da noi non avrete più nemmeno quello che vi diamo oggi.” Per rendere più credibile la minaccia l’hanno condita con un po’ di terrorismo lavorativo: “Non porteremo via solo la nostra figura fisica, sposteremo le fabbriche” (le high tech in particolare). In verità questi traslochi non sono così semplici da fare e potrebbero rivelarsi poco convenienti. Gli altri Stati USA, invece di configurarsi come dei favolosi paradisi fiscali dove continuare ad accumulare denaro senza scocciature, potrebbero trasformarsi in trappole. Se passasse la Proposition 40 ogni americano medio guarderebbe con ammirazione alla vittoria ottenuta dai californiani e potrebbe desiderare la stessa cosa. Ma non è tutto oro quello che luccica e la strada è in salita. La Proposition 40 è stata formulata in fretta e furia per poter rientrare nei tempi previsti dalla legge californiana per la votazione di medio termine e pertanto presenta delle pecche. A mio avviso non gravi, paragonate al messaggio che veicola, ma che comunque vale la pena di ricordare. Per bruciare i tempi l’equipe di Regan ha fatto sondaggi a tappeto e in base alle risposte ottenute ha costruito i dettagli del referendum. A ciò si aggiunge la clausola della retroattività, che farà storcere il naso ai giuristi: per scongiurare il pericolo della fuga dei miliardari la legge entrerebbe in vigore a partire dal 1° gennaio 2026. Tutti i residenti fiscali in California in quella data sarebbero così soggetti alla tassa, anche se in seguito si trasferissero in un altro Stato. Inoltre piace poco ai più radicali perché valida solo per quest’anno, ma queste sono quisquilie: se si è di buon animo e si cerca il bene della collettività si superano e si vota SI. Purtroppo le cose non stanno così e non sarà facile spuntarla: sebbene i sondaggi la diano in leggero vantaggio, gli esperti ritengono che abbia solo un 30% di probabilità di vittoria, perché Regan ha finito i soldi e dall’altra parte ci si aspetta un barrage di pubblicità all’ultimo momento. L’altro grosso problema, oltre all’opposizione dei miliardari, è il fronte democratico, che si è spaccato. Bernie Sanders appoggia la proposta, mentre il governatore della California Newson guida la linea del NO, seguito da alcuni sindacati, tra cui quello degli insegnanti. Ognuno ha un proprio sporco, piccolo privilegio da difendere, ma non entrerò in merito – forse si potrebbe dedicare al tema un articolo o forse non lo meritano neppure. Semplicemente mi permetto di scrivere che chi si illude di potersi sempre parare il culo facendo spallucce ai problemi degli altri alla fine perirà sotto il peso della propria ignavia. La rivoluzione arriverà e intanto l’idea di tassare i ricchi si sta facendo strada. Buona notizia: in Italia la proposta di legge di iniziativa popolare 1% equo ha già ampiamente superato le 50.000 firme necessarie per presentarla in Parlamento.   Marina Serina
October 24, 2026
Pressenza