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La Casa de las Américas all’Avana, un centro di politica e cultura di portata universale
Nell’agenda di incontri legata alla missione all’Avana nell’ambito del Convoy “Nuestra America” per Cuba, non poteva mancare quello con uno dei luoghi culturali più importanti non solo di Cuba. Tra le primissime istituzioni culturali fondate dalla Revolución, istituto culturale tra i più importanti dell’intero continente americano, la Casa de las Américas, all’Avana, fu istituita appena quattro mesi dopo il trionfo della Rivoluzione, il 28 aprile 1959, con la finalità di sviluppare ed espandere le relazioni socioculturali con i popoli dell’America Latina e del mondo intero. Essa è, infatti, un’istituzione culturale con ispirazione, come vedremo, universale. La sua storia è segnata da alcune tra le più grandi personalità della storia americana del XX secolo. Fu inaugurata il 4 luglio 1959, con una cerimonia presieduta dal leggendario Ministro dell’Istruzione, Armando Hart Dávalos, nell’edificio dell’ex Casa de la Cultura. Quando, dopo la Revolución, tutti i governi dell’America Latina, ad eccezione del Messico, su pressione statunitense interruppero le relazioni con Cuba, l’istituzione contribuì in modo determinante a mantenere in vita i legami culturali tra Cuba e il resto del continente. Essa non solo diffuse l’opera della Rivoluzione ma in particolare facilitò la conoscenza e la visita a Cuba di molti intellettuali che vennero in contatto con la nuova realtà del paese. Si trattò di un cimento marxista, fidelista e martiano. Come scrisse Armando Hart Dávalos in uno splendido saggio su “José Martí: un punto di riferimento attuale per il movimento internazionale dei lavoratori”, «la sua idea di politica era strettamente legata al sentimento umano. Era politico perché profondamente umanista, ed era umanista perché profondamente politico. Tale idea costituisce una delle eredità più belle che ci ha trasmesso. Per capire le concezioni di Martí, bisogna contare su un radicale pensiero democratico, il suo latino-americanismo e il suo senso universale». «È evidente che Martí non è rimasto indifferente al grande dibattito di idee intorno agli ideali dei lavoratori e del socialismo. Riferendosi specificamente all’ideale socialista, aveva mostrato grande ammirazione e rispetto «per quelli che cercano, per ogni dove, un segnale più giusto nell’ordine della giustizia nel mondo», specialmente «per quelli che si sollevano in nome degli interessi dei poveri». Secondo l’eroe nazionale di Cuba, infatti, Marx meritava onore perché si era messo al fianco dei deboli. Per lui non è stato solo «colui che ha smosso in maniera gigantesca la collera dei lavoratori europei», bensì un «osservatore profondo delle ragioni della miseria umana». […] Egli riuscì a porre il problema dei lavoratori e della disuguaglianza sociale con termini radicali e coerenti. È chiaro che la ricerca della soluzione di tale problema è un punto centrale del suo insieme di ideali». La stessa figura di Armando Hart (1930-2017) è una delle figure imprescindibili della storia cubana: intellettuale e politico, tra i principali organizzatori della rivoluzione nelle città, è stato poi Ministro dell’Istruzione (1959-1965) e Ministro della Cultura (1976-1997). Come ricorda il Granma, fu «interprete creativo delle idee di Fidel, svolse un ruolo decisivo nella trasformazione delle caserme in scuole, nella riforma delle università, … nello sviluppo della Campagna di Alfabetizzazione nel 1961». Haydée Santamaría, eroina della lotta rivoluzionaria, ha diretto la Casa de las Américas dalla sua fondazione nel 1959 fino alla sua morte nel 1980, imprimendo al suo sviluppo un tratto fondamentale e determinante. Autentica leggenda della Rivoluzione, Haydée Santamaría (1922-1980), è stata una rivoluzionaria e intellettuale, eroina di Cuba. Il 26 luglio 1953 partecipò all’assalto alla caserma Moncada, per il quale fu imprigionata insieme a Melba Hernández. Dopo il suo rilascio, entrò a far parte della Direzione Nazionale del Movimento 26 Luglio. Sostenne il distaccamento guerrigliero guidato da Fidel Castro sulle montagne della Sierra Maestra, e le fu affidato da Fidel il compito di reperire fondi e unire i rivoluzionari all’estero. Tornò a Cuba dopo il trionfo della Rivoluzione e lavorò al Ministero dell’Istruzione; poi, come direttrice della Casa de las Américas, influenzò in modo determinante lo sviluppo culturale del paese. La Casa de las Américas deve il suo status proprio alla sua visione lucida e profonda, insieme internazionalista e latino-americanista. La Casa de las Américas ospita oggi cinque dipartimenti: Teatro, Musica, Arti Visive, Biblioteca e il Centro di Ricerca Letteraria. Fondato nel 1967, il Centro di Ricerca Letteraria ha due linee di lavoro fondamentali: l’organizzazione del Premio Letterario “Casa de las Américas” e lo studio e divulgazione della letteratura del continente. Il centro organizza conferenze, corsi e colloqui internazionali, nonché la “Settimana dell’Autore”, dedicata, ogni anno, a un importante scrittore latinoamericano. Pubblica inoltre antologie, saggi e testi critici; fornisce consulenza alla Rivista “Casa de las Américas” e alle edizioni “Casa” fondate nel 1960, subito dopo il trionfo della Rivoluzione; inoltre, in collaborazione con l’Unione degli Scrittori e degli Artisti di Cuba (Uneac), pubblica la rivista di teoria culturale “Criterios”. Gestisce l’Archivio della Parola, che conserva le registrazioni di oltre mille voci di personalità di spicco della letteratura, delle arti e della politica. Già da questi brevi cenni si comprende l’importanza della cultura e dell’editoria a Cuba: a Cuba non esiste un’editoria privata, ma sono innumerevoli le case editrici espressione delle mille articolazioni sociali, culturali e accademiche del paese. La Biblioteca José Antonio Echeverría della Casa de las Américas fu fondata nel settembre del 1959 con la conferenza “La politica culturale della rivoluzione cubana”, tenuta dal Ministro degli Esteri Raúl Roa García. Tra le sue collezioni si annoverano oltre 126 mila volumi, 136 mila fascicoli di periodici, in particolare della seconda metà del XX secolo, e oltre 3000 fascicoli su personalità e argomenti relativi all’America Latina. Raúl Roa García è stato il leggendario Cancelliere della Dignità. È ricordato per il suo impegno nella lotta per l’indipendenza dei popoli di Asia, Africa e America Latina. Fu alla presidenza della I Conferenza Tricontinentale, tenutasi all’Avana nel gennaio 1966, a proposito della quale, dichiarò: «La Conferenza Tricontinentale ha cristallizzato la solidarietà del movimento di liberazione nazionale in Africa, Asia e America Latina, ha definito una linea comune nella lotta frontale contro l’imperialismo, il colonialismo e il neocolonialismo e ha forgiato con vigore l’unità strategica e tattica nella lotta, attingendo alla ricca esperienza dei popoli partecipanti». La sua battaglia diplomatica più eclatante fu senza dubbio il dibattito alle Nazioni Unite durante la fallita invasione di Playa Giron, in cui denunciò con vibrante fermezza l’aggressione criminale. «Accuso solennemente il Governo degli Stati Uniti dinanzi alle Nazioni Unite e alla coscienza del mondo di aver scatenato una guerra di invasione contro Cuba per impadronirsi delle sue risorse, terre, fabbriche e infrastrutture e riportarla al suo vergognoso status di satellite dell’imperialismo nordamericano». E dichiarò: «Un grido unanime scuote oggi tutta Cuba, risuona in tutta la nostra America e riecheggia in Asia, Africa ed Europa. La mia piccola ed eroica patria sta rivivendo la classica lotta tra Davide e Golia. Soldato di questa nobile causa in prima linea nelle relazioni internazionali, permettetemi di diffondere questo grido nell’austero Areopago delle Nazioni Unite: Patria o morte! Vinceremo!». Nel tempo dell’assedio statunitense contro Cuba, parole di formidabile attualità. Gianmarco Pisa
March 23, 2026
Pressenza
Mancano acqua ed elettricità, ma Cuba resiste
Sono qui da oramai venti giorni ed ho potuto toccare con mano il progressivo deterioramento delle condizioni di vita di questo straordinario popolo; posso provare a documentarlo, a descriverlo, ma occorre viverlo per comprenderlo. Gli Stati Uniti hanno deciso che Cuba debba soccombere anche a costo di ridurne la popolazione allo stremo, qualunque mezzo per loro è utile allo scopo, e non si sono mai fatti scrupolo alcuno nell’utilizzarli; il blocco totale del rifornimento di combustibili è solo l’ultima ma probabilmente la più pericolosa delle armi di coercizione utilizzate. No, l’immagine qui sopra non è una svista editoriale, né tantomeno l’errore di un fotografo: questa è Cuba oggi. Questo è il modo crudele  nel quale sono costretti a vivere, anche se sarebbe più corretto dire sopravvivere, i cubani: al buio. Quando manca l’energia elettrica non è solo l’illuminazione a spegnersi, ma anche la società nel suo complesso e in questi ultimi giorni ne ho provato gli effetti più pesanti in prima persona. Sabato 21 marzo ho trascorso la giornata all’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli) alla presenza del presidente di Cuba Diaz Canel Bermudez e di rappresentanti del governo. Qui si tiene l’incontro ufficiale con la delegazione del convoglio “Nuestra America” giunto in volo dall’Italia, composta da una foltissima rappresentanza di attivisti di vari Paesi europei con un enorme carico di aiuti umanitari, farmaci ed attrezzature sanitarie. L’evento è stato un’esperienza indimenticabile, di quelle che ti riempiono il cuore e ti ricordano i motivi per i quali noi che tanto amiamo Cuba facciamo quello che facciamo. Dopo questo bagno di amore incondizionato per questa isola e per la sua rivoluzione faccio ritorno a casa del mio amico cubano Héctor che mi ospita; sono le 18 e di energia elettrica non se ne parla, oggi è arrivata solo per un paio di ore. Iniziamo la serata con la cena alla luce della lampada da campo che gli ho portato io, una di quelle ricaricabili di lunga durata che ovviamente illumina solo la cucina; per recarci in bagno o in qualsiasi altro luogo dobbiamo utilizzare la luce del cellulare. Le ore passano e inganniamo l’attesa della luce che dovrebbe arrivare in tarda serata chiacchierando; adoro ascoltare Héctor perché narra la storia di Cuba e della rivoluzione come nessun’altro fuori da questa isola potrebbe fare. La notte oramai è alle porte e decidiamo di andare a riposare; nell’enfasi dei racconti eravamo quasi riusciti a dimenticarci del black-out, ma anche le seppur minime umane necessità di ciascuno di noi ci riportano alla cruda realtà. La quasi totalità degli edifici cubani possiede una cisterna sul tetto che funge da riserva (questo succede tutt’oggi anche in varie regioni d’Italia), perché l’acquedotto, alimentato dalla rete elettrica, non riesce ad erogare la quantità di acqua necessaria con regolarità, quindi le abitazioni la prelevano dall’acquedotto nei momenti di disponibilità e tramite pompe elettriche riempiono le cisterne sui tetti; la capacità di queste cisterne, solitamente intorno ai mille litri, è la quantità di acqua di cui potrà usufruire ogni famiglia fino alla successiva erogazione. Tutto bene quindi? Ovviamente no, perché il fabbisogno quotidiano per tutte le necessità (alimentazione, cucina, pulizia, lavaggio biancheria, ecc.) di una famiglia di 3 o 4 persone è superiore a questa quantità, pertanto risulta inevitabile razionare, e quindi occorre lavarsi i denti solo con un paio di sorsi, usare lo sciacquone con molta parsimonia, farsi la doccia a rate e usare altri accorgimenti per il contenimento del consumo. La notte trascorre tranquilla, il clima in questo periodo è mite e fortunatamente le notti afose non sono ancora arrivate; fino a pochi giorni fa al mattino era possibile svegliarsi con la piacevole vista del led rosso della televisione illuminato, una piccola cosa ma dal grande significato; oggi questo non è accaduto, il che significa che fino al ritorno della luce l’unica acqua disponibile sarà quella rimasta nella cisterna. Il tempo scorre lento durante il giorno e l’assenza di energia elettrica è sopportabile perché si impara a rinunciare a TV, computer, cellulare ed altro, l’assenza di acqua invece non lo è. Nel primo pomeriggio dopo l’ultimo sciacquone la cassetta del water cessa di riempirsi, la cisterna ci ha generosamente offerto tutto ciò che poteva; ora inizia l’apnea idrica, che non è per nulla semplice da gestire. Alle 19 l’assenza di energia elettrica che perdura da oltre 30 ore ci costringe a cucinare con l’acqua in bottiglia, non ci si lava i denti, si cerca di non usare i sanitari, si attende. Alle 21 un’esplosione di urla di felicità in strada fa da cornice al lampadario della nostra sala, lasciato appositamente acceso, che si illumina, Héctor corre a riaccendere la pompa per riempire la cisterna, mentre io collego ogni tipo di alimentatore per ricaricare cellulari, lampade, batterie di scorta e qualsiasi altra cosa che possa immagazzinare energia elettrica; la speranza è che la prossima interruzione non sia così prolungata, mentre si riprende a sopravvivere nell’economia di emergenza di una guerra non dichiarata ma ferocemente attuata dall’impero del male. Lunedì 23 marzo non sarà solo un altro giorno, sarà il giorno dell’arrivo nella baia dell’Avana della flottiglia Nuestra America, sarà l’ennesima dimostrazione che Cuba non è sola, che il movimento di sostegno a questa piccola ma indomabile isola è vastissimo. Da quando si è resa indipendente Cuba insegna a tutto il mondo cosa sia la solidarietà ed è giunto il momento di spezzare le catene con le quali da oltre 65 anni gli Stati Uniti tentano di schiavizzarla nuovamente. Redazione Italia
March 23, 2026
Pressenza
Convivere con l’inflazione
Correva l’anno 1960 e l’economista italiano Piero Sraffa, nella sua opera più importante dal titolo Produzione di merci a mezzo di merci, definiva basic good, o beni di base, alcuni beni presenti un po’ ovunque nelle nostre vite. Si tratta di cose che consumiamo direttamente e che sono parte integrante di quasi tutti gli oggetti che utilizziamo ogni giorno. Alcuni di questi beni, come l’acqua dolce, siamo abituati a pensarli come quasi gratuiti e abbondanti. Altri, come il petrolio, il gas naturale e i loro derivati, li associamo a una maggiore scarsità e a un prezzo.  Non serve guardare molto lontano per trovare un esempio di ciò che Sraffa intendeva dire. Basta partire dalle mani che reggono lo schermo su cui questo articolo viene letto, o che toccano i tasti con cui viene scritto. La tastiera di un computer è fatta di plastica, prodotta a partire dal petrolio mediante processi industriali che richiedono acqua dolce. L’energia che consente al lettore di leggere queste lettere sullo schermo è ottenuta almeno in parte dal gas naturale e dal vapore (acqueo). Il computer su cui viene scritto questo articolo è pieno di minerali di vario genere (tra cui spicca, in percentuale, l’alluminio). Molti degli occhiali attraverso cui queste righe vengono lette hanno montature prodotte utilizzando l’alluminio, la plastica e l’acqua dolce. Le lenti a contatto sono prodotte a partire da plastiche di vario genere. Come è facile intuire, fluttuazioni anomale nel livello dei prezzi di questi beni sono eventi molto gravi, che possono avere effetti destabilizzanti a livello economico e sociale.  Nel momento in cui queste righe vengono scritte, ci troviamo all’inizio di un nuovo shock per i prezzi di un vasto numero di beni di base. La guerra scatenata dagli Stati uniti e da Israele contro l’Iran è arrivata alla quarta settimana. Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso, il che significa che lì sono ora intrappolati circa il 20% della produzione globale di petrolio, oltre il 20% della produzione globale di gas naturale liquefatto (Gnl), il 7% di quella di urea (componente essenziale dei fertilizzanti) e il 7% circa di quella di alluminio, il 20% di quella di elio e molti altri prodotti essenziali per l’industria. Allo stesso tempo, il settore petrolifero dell’Iran, che conta per circa il 4-5% della produzione mondiale, è stato pesantemente bombardato dall’aviazione israeliana. La durata e i fini di questa guerra non sono chiari, i civili morti si contano già nelle migliaia, e gli sviluppi futuri del conflitto paiono incerti e ondeggianti. Il prezzo del petrolio ha superato i 110 dollari al barile, quello del Gnl è raddoppiato da 32€/Mwh a oltre 60€/Mwh, il prezzo dell’alluminio è aumentato del 20%, quello dell’urea del 30% circa. Più a lungo durerà la destabilizzazione dei mercati internazionali, più saranno profondi gli impatti sull’economia globale. Nei paesi ricchi tutto ciò potrebbe tradursi in un nuovo esteso shock inflazionistico. Per i paesi poveri, soprattutto quelli del Sud-est asiatico, invece, il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe essere catastrofico.  LEGGI ANCHE… DIBATTITO ECONOMIA DALLA CRITICA DELL’ECONOMIA A UN PROGRAMMA PER L’ALTERNATIVA  Marco Bertorello - Giacomo Gabbuti Ma come funziona la propagazione di uno shock sui prezzi di beni di base come il petrolio, il gas o l’alluminio? Prendiamo come esempio proprio il caso che stiamo vivendo. I problemi, ovviamente, iniziano a monte, quando la produzione o il commercio di gas naturale, di petrolio e di derivati viene destabilizzata. Di questo fatto ne approfittano spesso i mercati finanziari, dove meccanismi speculativi amplificano la portata dello shock sui prezzi. Dal punto di vista di un normale cittadino, la prima cosa che si sperimenta è un aumento del costo dei beni di base consumati direttamente: aumenta il prezzo della benzina, del diesel e del gas utilizzato in casa. A causa di scelte politiche, poi, il prezzo dell’energia elettrica dipende da quello del gas naturale, per cui lo shock si espande in modo speculare sul mercato dell’elettricità. In brevissimo tempo, quindi, aumenta il costo di ciò a cui una famiglia con reddito mediano dedica già circa il 20% delle sue spese. Allo stesso tempo, anche i prezzi di tutti i beni che vengono prodotti utilizzando derivati fossili subiscono un rincaro. Più petrolio e gas sono contenuti in un bene, più il suo prezzo aumenterà. Questa categoria include un po’ di tutto, dal fertilizzante, alla plastica, ai prodotti dell’industria chimica. L’effetto, poi, si propaga come un’onda d’urto lungo le altre catene produttive dell’economia: tutto ciò che viene prodotto utilizzando i beni sopra menzionati subisce a sua volta un rincaro. La lista include quasi tutti i prodotti alimentari e i beni di consumo finali. L’ondata inflattiva, infine, tocca anche il settore dei servizi, che non utilizzano i combustibili fossili se non come fonte energetica. Così, quasi ogni settore dell’economia subisce rincari. Chiaramente, dagli shock inflattivi c’è anche chi ci guadagna. Ci guadagnano le imprese energetiche che non subiscono un aumento nei propri costi di produzione, ma che possono vendere i propri prodotti a prezzi molto più alti. Ci guadagnano certi settori dell’economia dominati da oligopoli di poche grandi aziende, che possono aumentare il prezzo più dell’aumento dei costi subiti. Ci guadagna l’1% più ricco, il cui patrimonio è solitamente investito in azionariato di molte di queste aziende «vincitrici», anche se bisogna dire che l’inflazione tende a svalutare le grandi fortune in termini reali. Infine, tendono a guadagnarci quasi tutti i debitori (ad esempio lo Stato o chi ha mutui a tasso fisso) e a perderci molti creditori. Chi soffre di più nell’immediato sono le persone più povere di ogni paese e i paesi più poveri a livello globale. All’interno dei singoli paesi, a seconda del potere strutturale delle classi lavoratrici e degli sforzi che possono essere profusi dai governi per difendere il potere d’acquisto salariale, il costo dello shock può essere più equamente assorbito da lavoratori e imprese. I salari, specialmente quelli più bassi, possono essere adeguati al costo dell’inflazione. I governi possono contenere la portata di meccanismi speculativi, oltre che l’ampiezza delle fluttuazioni nei livelli dei prezzi, con interventi di vario genere. Possono anche innescarsi spirali in cui da un lato i salari vengono alzati per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori ,ma dall’altro gli imprenditori rispondono innalzando nuovamente i prezzi.  Un esempio piuttosto traumatico di tutto ciò si è vissuto nel 1973, allo scoppio della Guerra dello Yom Kippur, quando gli stati arabi attuarono un embargo (di sei mesi) nei confronti dei paesi che supportavano lo stato di Israele. In Europa e negli Stati uniti il risultato fu una fiammata inflattiva che diede inizio a un decennio di inflazione (e stagnazione economica). Lo shock inflattivo si intrecciò con una situazione economica che presentava già delle fragilità, e il tasso di crescita delle economie diminuì. Le classi lavoratrici, che allora potevano vantare un’organizzazione sindacale importante, lottarono per difendere il proprio potere d’acquisto, ottenendo spesso aumenti salariali. Le classi imprenditoriali, a loro volta, si adoperarono per difendere i propri profitti, aumentando i prezzi dei beni che vendevano e innescando così un nuovo ciclo di rincari. Il ciclo si ripeté dando vita a una spirale, che si interruppe definitivamente a partire dalla fine degli anni Settanta, quando il combinato disposto di un assalto al potere sindacale, di politiche di austerità, dell’aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e dell’inizio della globalizzazione contribuì a stabilizzare la situazione a svantaggio delle classi lavoratrici.  Oggi differenti dinamiche di potere tra le classi sociali (le classi lavoratrici sono ovunque molto più deboli) rendono questo genere di spirali prezzi salari molto poco probabile. Lo si è visto durante lo shock inflazionistico del 2022, che iniziò mentre il sistema economico internazionale si stava riaprendo al termine della Pandemia. La ripresa di una vita normale in molti paesi, infatti, riattivò la domanda globale di beni. Le catene logistiche che normalmente avrebbero soddisfatto questa domanda erano però state ridimensionate dai lockdown. La conseguenza di tutto ciò fu che si vennero a creare dei colli di bottiglia all’interno di molte catene globali di approvvigionamento: beni destinati agli Stati uniti erano bloccati in Europa, beni destinati all’Europa erano bloccati in Cina. I prezzi dei container salirono vertiginosamente e lo shock si propagò come un’onda inarrestabile al resto dei settori economici. A questo stress si aggiunse poi uno shock energetico determinato dall’invasione russa dell’Ucraina. Come già detto, però, il risvolto di questa crisi fu fondamentalmente diverso da quanto avvenuto cinquant’anni prima. La debolezza delle classi lavoratrici e dei sindacati occidentali, infatti, fece sì che furono queste ultime a assorbire la maggior parte dei costi, mentre le classi imprenditoriali riuscirono a difendere i propri tassi di profitto. I governi di molti paesi fecero poco per adeguare i salari all’inflazione, e le banche centrali alzarono vertiginosamente i tassi di interesse (rendendo  così l’accesso al credito più costoso) nel tentativo di deprimere le economie, diminuire la domanda e «raffreddare» così l’inflazione.  La storia, dunque, ci insegna che le conseguenze di questo genere di shock possono essere significative. Per i paesi ricchi (soprattutto quelli dell’Europa e dell’Asia) il rischio è quello di un aumento generalizzato dei prezzi. Paesi più poveri come il Pakistan o il Bangladesh, invece, rischiano di ritrovarsi senza gas, petrolio e fertilizzanti. In assenza di circa il 20% dell’offerta globale di combustibili fossili, si creerà una sorta di asta globale al rialzo per assicurarsi le forniture di gas e petrolio. I paesi ricchi si troveranno costretti a offrire prezzi elevatissimi per assicurarsi di non rimanere a secco, e i paesi poveri resteranno esclusi dal mercato.  Per la seconda volta in cinque anni, dunque, ci troviamo di fronte a una crisi globale, ed è opportuno cercare di guardare a questa nuova emergenza con una prospettiva storica. Ciò che stiamo vivendo è un avvenimento isolato o è invece un evento che potrebbe caratterizzare gli anni a venire?  Quest’ultima guerra è l’ottava scoppiata negli ultimi quattro anni. Nel 2022 la Russia ha invaso l’Ucraina, nel 2023 hanno avuto inizio la Seconda guerra tra Azerbaijan e l’Armenia, la Guerra civile del Sudan, la Guerra tra Israele e Hamas, poi degenerata in genocidio, e la Guerra tra Israele e Hezbollah. Nel 2024 Israele ha invaso e bombardato la Siria dopo la caduta del Regime di Assad. Nel 2025 Israele e gli Stati uniti hanno attaccato l’Iran, il Sud-est asiatico ha visto una breve guerra tra Thailandia e Cambogia e uno scontro piuttosto esteso tra India e Pakistan. Nell’ultimo anno gli Stati Uniti hanno anche rapito e arrestato il Presidente del Venezuela, nonché imposto un embargo energetico a Cuba. Inoltre, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, sono stati schierati dei militari europei per dissuadere gli Stati Uniti da un tentativo di annessione della Groenlandia. Infine, oltre alla Guerra in Iran, sta avvenendo anche uno scontro esteso tra il Pakistan e l’Afghanistan.  L’insieme di queste crisi non può che avere conseguenze molto rilevanti per l’economia globale. La destabilizzazione dell’equilibrio geopolitico si somma a quella del sistema climatico e, internamente a molti paesi, della pace sociale. Una delle conseguenze  più rilevanti di questo stress sui sistemi economici è la persistenza di tassi più elevati di inflazione. D’altronde, istituzioni come la Banca centrale europea (Bce) e la Banca d’Inghilterra sono abbastanza consapevoli di questo nuovo stato delle cose. Già nel 2022, Isabel Schabel, membro del Consiglio Direttivo della Bce, sosteneva in un noto discorso che il mondo stava entrando in una nuova era di greenflation, fossilflation e climateflation. L’inflazione, dunque, è qui per restare. La vedremo finché persistono tensioni internazionali e guerre. La vedremo perché abbiamo progettato mercati energetici e finanziari in modo tale da amplificare invece che minimizzare la portata di episodi come quello di queste settimane. La vedremo perché stiamo destabilizzando il delicato equilibrio del nostro sistema climatico, che con sempre maggior frequenza conosce catastrofi naturali ed episodi di scarsità di beni di base come l’acqua e prodotti agricoli. LEGGI ANCHE… ECONOMIA L’INFLAZIONE UCCIDE IL GOVERNO Isabella Weber - Bhaskar Sunkara Se livelli più alti di inflazione sono parte del nostro presente e, verosimilmente, saranno parte del nostro futuro, è necessario per noi economisti chiederci cosa sia possibile fare per riuscire a conviverci. Non è vero, infatti, che siamo senza mezzi. Dobbiamo però completamente cambiare il paradigma con cui almeno da quarant’anni siamo abituati a gestire questo fenomeno. Fino a oggi, infatti, la questione è stata di fatto delegata alle banche centrali. Gli shock inflazionistici si affrontano alzando i tassi d’interesse, che aumentano il costo dell’accesso al credito per famiglie e imprese. Se le imprese fanno meno prestiti per attivare investimenti e le famiglie fanno meno mutui per comprare casa, l’economia rallenta. Un’economia più lenta spinge commercianti e imprenditori ad abbassare i prezzi e a far scendere così l’inflazione. I governi, al limite, si mobilitano per fornire trasferimenti fiscali ai più poveri, in modo da aiutarli a sopravvivere all’effetto combinato del carovita e del rallentamento economico imposto dalle banche centrali.  Come è facile intuire, questi mezzi sono del tutto inadeguati a gestire i problemi del presente perché non fanno nulla per affrontare le cause dell’inflazione alla radice. Alti tassi d’interesse possono deprimere economie che allo stato attuale sono già stagnanti, mentre i trasferimenti fiscali (come sussidi per il pagamento delle bollette) spesso sono un incentivo per non abbassare i prezzi dell’energia.  Ciò che serve è un approccio che affronti il problema alla radice. Esperienze derivate proprio dal vissuto degli anni Settanta e da quello degli ultimi anni suggeriscono alcuni piani di azione. Per gli shock di breve termine è necessario creare scorte strategiche di alcuni beni di base particolarmente rilevanti e vulnerabili (come ha iniziato a fare la Cina), in modo non diverso da come si fa tutt’ora con i combustibili fossili e con le munizioni per le forze armate. Strumenti come le tasse sugli extra-profitti e leggi per controllare i rincari (che esistono in paesi come la Svizzera) possono contenere l’ampiezza delle fluttuazioni dei prezzi. Sempre per limitare gli shock di breve termine, va de-privatizzato il mercato retail dell’energia. Un primo passo in tal senso dev’essere la reintroduzione di strumenti come l’acquirente unico (recentemente eliminato in Italia), che acquistava grandi quantità di energia elettrica tramite contratti di lungo termine (e quindi meno propensi a fluttuazioni dei prezzi) senza trarre profitto dalla vendita della stessa. Per garantire maggior stabilità nel lungo periodo, invece, sarebbe necessario un intervento strutturale sui modi in cui viene prodotta e distribuita l’energia. Il prezzo finale dell’elettricità deve essere scollegato da quello del gas naturale. Le aziende che gestiscono le reti elettriche nazionali (trasmissione e distribuzione) sono dei monopoli ed estraggono profitti più o meno pari a quelli di aziende come Meta, Ferrari e Lamborghini. Esse vanno rinazionalizzate e rimesse al servizio della collettività.  Sul lato della produzione di energia elettrica può essere adottato un approccio misto: un produttore pubblico di energia non-fossile e un’alta penetrazione di comunità energetiche sarebbero molto utili per ridurre il prezzo dell’energia e per cumulare i vantaggi di investimenti in energie rinnovabili. La sistematica sostituzione, per quanto possibile, di idrocarburi fossili nei processi produttivi avrebbe il vantaggio di isolare e proteggere un sistema industriale dall’effetto di shock energetici, oltre che ridurre le emissioni e lo spreco. Discorsi simili possono essere fatti per le catene di approvvigionamento alimentare. Ridurre la finanziarizzazione e le caratteristiche oligopolistiche di molti dei mercati intermediari di prodotti alimentari, puntare a una base produttiva locale e pianificare per un futuro in cui il clima renderà certe colture più difficili è essenziale per assicurarsi che il cibo possa rimanere accessibile a tutti. Infine, è necessario reagire agli shock inflattivi sul lato salariale. Negli ultimi anni gli esempi della Spagna, che ha implementato una politica aggressiva di aumento del salario minimo negli anni dei Governi Sanchez, e del Belgio, che non ha mai abolito la «scala mobile» (ovvero l’adeguamento automatico dei salari all’inflazione), dimostrano come sia possibile difendere i salari anche in situazioni di alta inflazione.  L’adozione di queste politiche, potrebbe schermarci in parte dalla tempesta che stiamo attraversando. Ciò nonostante, non si può non riflettere sul fatto che le crisi del nostro tempo ci stanno rimettendo in contatto, almeno in Occidente, con un concetto, o una realtà, con cui pensavamo di non dover fare più i conti, ovvero la scarsità.  A ben vedere, infatti, l’inflazione di cui parla questo articolo non è che un risvolto della scarsità di beni, di servizi ecosistemici (l’acqua) e dell’instabilità globale. Queste due condizioni sono state parte dell’esperienza umana per millenni. Se però un tempo scarsità e instabilità erano sinonimo di catastrofe, oggi disponiamo di mezzi tecnici e organizzativi che possono scongiurare che lo sia nuovamente. Sarà necessaria, tuttavia, una gestione equa e intelligente di ciò che abbiamo. I tempi futuri, in un modo o nell’altro, ci riporteranno coi piedi per terra. La scarsità ci imporrà, collettivamente, di prendere decisioni più coraggiose su questioni come l’equità e la distribuzione di ciò che produciamo, ma anche sul nostro rapporto con i limiti di ciò che il nostro pianeta può offrire. Convivere con l’inflazione vuol dire convivere con i nostri limiti. Farlo è possibile e necessario, ma richiederà un cambio di paradigma e scelte coraggiose.  *Liam Mc Court è dottorando in Economia presso le Università di Siena, Pisa e Firenze dove si occupa di conflitto sociale, disuguaglianza, instabilità economica e cambiamento climatico. DIAMOCI UNO TAGLIO La rivoluzione non si fa a parole. Serve la partecipazione collettiva. Anche la tua. Abbonati a Jacobin Italia L'articolo Convivere con l’inflazione proviene da Jacobin Italia.
March 23, 2026
Jacobin Italia
Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma
Sui mass media è tutto un fiorire di ipotesi e congetture sulla possibile destinazione della bomba la cui esplosione in un cascinale abbandonato a Roma ha causato la morte di due militanti anarchici: Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone. Non potendo sapere altro, le redazioni dei giornali e gli apparati di […] L'articolo Piovono congetture sugli anarchici morti a Roma su Contropiano.
March 23, 2026
Contropiano
Il governo spinge il decreto sicurezza verso una stretta ancora più repressiva
Il cosiddetto decreto sicurezza sta cambiando natura sotto i nostri occhi. Non è più un intervento mirato, né un insieme coerente di norme. È diventato un contenitore espansivo, dentro cui la maggioranza sta inserendo tutto ciò che può rafforzare un indirizzo politico preciso: estendere la capacità repressiva dello Stato. La […] L'articolo Il governo spinge il decreto sicurezza verso una stretta ancora più repressiva su Contropiano.
March 23, 2026
Contropiano
Giuristi lanciano petizione per tenere l’Italia fuori dalla guerra
L’attacco armato iniziato da Israele e Stati Uniti contro l’Iran la mattina del 28 febbraio 2026 delinea senza ombra di dubbio un caso di aggressione armata vietata dall’art. 2, comma 4, della Carta delle Nazioni Unite e dalla corrispondente norma imperativa del diritto internazionale consuetudinario, che impongono fra l’altro a […] L'articolo Giuristi lanciano petizione per tenere l’Italia fuori dalla guerra su Contropiano.
March 23, 2026
Contropiano
Referendum. Cosa sta succedendo nei seggi? Denunce di irregolarità
Durante le prime ore di apertura dei seggi per il referendum costituzionale sulla magistratura, stanno arrivando da diversi territori numerose segnalazioni di irregolarità. “Dall’Umbria arriva una denuncia pesantissima che rischia di incendiare ulteriormente il clima politico” – riporta la pagina del Comitato ufficiale per il NO al Referendum – “Secondo […] L'articolo Referendum. Cosa sta succedendo nei seggi? Denunce di irregolarità su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
Hormuz: il servilismo nei confronti degli USA e la trappola di una guerra non voluta
C’è un limite a tutto, anche alla presa in giro degli italiani. Le ultime parole del Ministro Guido Crosetto e del Ministro Antonio Tajani sullo Stretto di Hormuz ne sono la conferma: ci viene detto che l’Italia non invierà navi senza una “tregua” e si evoca con disinvoltura un presunto “mandato Onu”. Ma di quale tregua e di quale mandato parliamo? Bisogna guardare in faccia la realtà che i palazzi del potere provano a edulcorare: lo Stretto di Hormuz è già chiuso. Non è una previsione, è il dato di fatto di oggi. La navigazione è bloccata e la tensione ha superato il punto di non ritorno a causa dell’aggressione scatenata dal blocco Usa-Israele. Definire “tregua” il momento in cui gli aggressori ricaricano le armi per mandarci le nostre fregate è un insulto all’intelligenza dei cittadini. La vera messinscena di questi “apprendisti stregoni” sta nel presentare la firma del documento di Londra come una semplice “dichiarazione politica” per difendere la libertà di navigazione e stabilizzare i mercati. Citano nelle loro dichiarazioni l’Onu come scenario futuro per dare una veste di legalità a un’iniziativa che, nel testo sottoscritto, non ha alcun legame operativo con le Nazioni Unite. Non esiste alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Il riferimento all’Onu sbandierato dal governo è un guscio vuoto, un paravento retorico utilizzato per tranquillizzare l’opinione pubblica e nascondere che, nei fatti, ci si sta allineando a una catena di comando che risponde esclusivamente a Washington e Londra. È un gioco pericolosissimo: si firmano protocolli che preparano la guerra mentre si racconta al Paese la favola della stabilizzazione diplomatica. I governi che hanno aderito al documento di Londra stanno recitando una parte ambigua: partecipano alla coalizione dei 22 con un atto formale solo per non scontentare Washington, sperando nel contempo di non dover mai passare dalla carta ai fatti. È un attivismo di facciata, dettato dal timore di ritorsioni politiche da parte di Donald Trump, che ha tacciato gli alleati di codardia. Ma questa finzione è una trappola mortale: una volta accettata la logica della coalizione in un quadrante già incendiato, la “dichiarazione politica” diventa il presupposto legale per un coinvolgimento reale. Basta un solo incidente perché questa disponibilità teorica si trasformi in una partecipazione tragica a una guerra d’aggressione fuori controllo. Giocare con il fuoco della geopolitica pensando di poter gestire le fiamme con le parole è da irresponsabili. Tutto è partito da un nucleo di sei Paesi – Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone – che hanno fornito la copertura politica per trasformare un’iniziativa unilaterale americana in una missione apparentemente “internazionale”. Siamo davanti a una classe dirigente che manifesta una drammatica carenza di visione e autonomia, ridotta a rincorrere il consenso della Casa Bianca per non sembrare “vigliacca”, accettando passivamente una logica bellicista che mette a rischio la sicurezza collettiva. Servilismo e codardia percepita sono due facce della stessa medaglia: la subordinazione totale agli interessi USA a scapito della dignità nazionale. Se l’obiettivo fosse davvero la sicurezza delle rotte e la stabilità dei mercati, la via sarebbe la diplomazia: parlare con l’Iran, fermare le sanzioni unilaterali e l’escalation israeliana. Invece si scelgono i muscoli, mentre le bollette delle famiglie tornano a schizzare alle stelle proprio a causa di queste scelte scellerate. Partecipare a una missione militare nello stretto di Hormuz significherebbe spendere anche immense risorse finanziarie sottratte alla sanità pubblica, alle scuole e ai salari dei lavoratori. Usare le tasse dei cittadini per proteggere i profitti delle multinazionali dell’energia, mentre la società civile collassa, sarebbe una colpa politica imperdonabile che Italia ed Europa rischiano di avallare in silenzio, mentendo persino sulla natura dell’impegno assunto. Mentre Crosetto e Tajani giocano con le parole, l’Articolo 11 della Costituzione viene calpestato. L’Italia è già dentro questa escalation: le basi Nato sul nostro territorio e i nostri sistemi di sorveglianza sono parte integrante del dispositivo bellico. Partecipare a questa coalizione significa accettare la logica della forza bruta anziché il diritto internazionale. È un tradimento della sovranità mascherato da responsabilità. L’Italia, l’Europa e gli altri alleati degli USA fingono di attivarsi per compiacere il padrone, ma il prezzo di questa finzione rischia di essere un coinvolgimento bellico totale, anche se non voluto. Nonostante il fragore delle cannoniere, in Italia c’è chi non si arrende alla violenza e continua a credere nella forza della ragione. Sabato 28 marzo, a Roma, la rete “No Kings” scenderà in piazza in una manifestazione nazionale che riunisce gruppi civili, associazioni pacifiste, sindacati, partiti e reti studentesche, uniti contro la guerra, il riarmo e le politiche autoritarie. Il corteo, in concomitanza con altre mobilitazioni a Londra e negli Stati Uniti, sarà un momento per denunciare la politica bellicista del nostro governo e degli altri Paesi occidentali, le restrizioni delle libertà civili e l’adesione servile agli interessi stranieri del nostro Paese, riaffermando la necessità di una politica fondata sul dialogo e sulla diplomazia, non sulla forza, prima che il fragore delle armi trascini tutte e tutti nel baratro.   Giovanni Barbera
March 22, 2026
Pressenza
L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia mobilitazione contro la guerra e leva militare
L’Assemblea internazionale e internazionalista dei giovani contro la leva militare e il riarmo, sapeva già di momento storico da venerdì 20, quando fuori l’Università Statale i primi compagni delle delegazioni internazionali arrivati a Milano si raggruppavano, conoscendosi e scambiando materiale politico. Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro […] L'articolo L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia mobilitazione contro la guerra e leva militare su Contropiano.
March 22, 2026
Contropiano
Together, a Roma il 27 e 28 marzo
Together: 27 marzo concerto (guarda chi ci sarà) – 28 marzo corteo (guarda il percorso) Un week end in cui si balla e si lotta – a Roma (ma anche a Minneapolis e in tutte le città degli Stati Uniti, a Londra e in diverse capitali europee) Per un’alternativa di società contro tutti i fascismi, per battere il tempo della libertà contro i re e le loro guerre, la rete NoKings si allarga e si infittisce Attac Italia
March 22, 2026
Pressenza