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Firenze: presidio per Farik
Su convocazione della CGIL, dell’ANPI e dell’ARCI si è svolto oggi a Firenze, come in molte città italiane un presidio di fronte alla Prefettura per protestare per la morte di Abderrahim Fakir. Circa 300-400 persone hanno ascoltato le parole di Paolo Solimeno di Giuristi democratici. Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
Potere al Popolo: “Valuteremo con i nostri legali ogni iniziativa necessaria”
Solo qualche imbecille può pensare che le minacce arrivate a l’eurodeputata Moretti siano opera nostra… Ma poi, su vaccini e difesa dei migranti? La semplice apposizione del nostro nome in calce a una lettera non dimostra evidentemente alcun legame con la nostra organizzazione che, come tutti sanno, ha posizioni opposte a quelle delle farneticazioni fascistoidi della lettera minatoria”. Potere al Popolo agisce sempre alla luce del sole. Lo abbiamo fatto e continueremo a farlo, criticando e denunciando ciò che non va in questo Paese e che da decenni fa sì che lavoratori e lavoratrici continuino a essere impoveriti. Stiamo valutando con i nostri legali ogni iniziativa necessaria a tutela del nostro nome e della nostra comunità. Potere Al Popolo
July 21, 2026
Pressenza
Diplomazia scientifica: 24 esperti di 13 nazioni al XIII Corso AAAS–TWAS
L’Accademia Mondiale delle Scienze per il progresso scientifico nei Paesi in via di sviluppo (TWAS) e l’American Association for the Advancement of Science (AAAS) hanno riunito dodici coppie di scienziati e decisori politici provenienti da tredici paesi del mondo, tra cui Malawi, Paraguay e Tagikistan, convenuti a Trieste per la 13esima edizione del Corso AAAS–TWAS sulla Diplomazia Scientifica. Dandone notizia, TWAS spiega: “L’iniziativa mira a rafforzare il dialogo tra scienza e diplomazia per favorire soluzioni fondate su evidenze scientifiche, capaci di affrontare sfide globali complesse quali i cambiamenti climatici, la sicurezza alimentare e la perdita di biodiversità”. “La scienza è un motore di progresso condiviso, non una ‘moneta di scambio geopolitica’ – ha dichiarato Lamberto Moruzzi, direttore principale per la Diplomazia Scientifica, Spaziale e Sportiva presso la Direzione Generale per la Cooperazione Economica del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI), che ha sostenuto la TWAS fin dalla sua fondazione – L’Italia promuove la diplomazia scientifica attraverso la cooperazione internazionale, una competizione equa e partnership basate sulla fiducia, grazie alla nostra rete estesa di centri di ricerca, università e addetti scientifici presso le Ambasciate italiane. Sosteniamo la mobilità e le collaborazioni come strumenti di crescita comune; promuoviamo un accesso equo alla conoscenza, alle infrastrutture di ricerca e alle tecnologie emergenti; e sosteniamo organizzazioni multilaterali come la TWAS e l’ICTP, che ospitiamo con orgoglio a Trieste. La diplomazia scientifica deve costituire il fondamento per affrontare sfide complesse con prove scientifiche, trasparenza, responsabilità condivisa, e standard e meccanismi di governance globali comuni”. “In un contesto segnato da conflitti, emergenza climatica e crescente diffusione della disinformazione, la diplomazia scientifica è diventata indispensabile – ha dichiarato Marcelo Knobel, Direttore Esecutivo della TWAS – È uno strumento fondamentale per costruire fiducia, superare le divisioni e garantire che la cooperazione scientifica rimanga inclusiva ed equa. Attraverso questo programma di formazione contribuiamo a sviluppare la nuova generazione di diplomatici della scienza di cui i Paesi in via di sviluppo hanno urgente bisogno per rafforzare la propria voce nei processi decisionali globali”. Il corso è cominciato oggi, 21 luglio, con la TWAS Budinich Science Diplomacy Lecture tenuta da Ko Barrett, vice segretaria generale dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO), sul ruolo della diplomazia scientifica nell’affrontare le grandi sfide globali. La sua conferenza ha reso omaggio al fisico italiano Paolo Budinich, la cui visione, sviluppata insieme al premio Nobel Abdus Salam, ha portato alla nascita di importanti istituzioni scientifiche internazionali, tra cui la TWAS, contribuendo a fare di Trieste uno dei principali poli della cooperazione scientifica. “Stiamo vivendo in un’epoca di profonde trasformazioni, in cui il contesto geopolitico cambia rapidamente e le società sono ridefinite dai progressi scientifici e tecnologici – ha osservato Kim Montgomery, direttrice degli affari internazionali e della diplomazia scientifica dell’AAAS – La diplomazia scientifica rappresenta uno strumento fondamentale per affrontare le sfide e cogliere le opportunità di questo momento storico. Questo corso fa conoscere questo strumento sia a chi si occupa di decisioni politiche sia a chi si occupa di scienza, offrendo l’opportunità di stringere relazioni reciproche e con la più vasta rete della diplomazia scientifica”. “Per garantire che il quadro rimanga applicabile al contesto attuale, nel febbraio 2025 la AAAS e la Royal Society hanno pubblicato un aggiornamento del quadro di riferimento sulla diplomazia scientifica che passa da una prospettiva teorica a una pratica, focalizzandosi sul modo in cui scienza e diplomazia si influenzano a vicenda – è precisato nel comunicato di TWAS – Il documento afferma che la diplomazia scientifica è uno strumento per promuovere obiettivi diplomatici, che possono essere percepiti come positivi o negativi. E riconosce che esiste un panorama più ampio di attori coinvolti nella diplomazia scientifica, incluse aziende sovranazionali e “giganti della tecnologia” che esercitano proprie forme di governance. Nel 2010 AAAS e la Royal Society di Londra hanno tracciato un quadro di riferimento per la diplomazia scientifica che ha stimolato un dibattito internazionale sui legami tra scienza e diplomazia. Da allora, il mondo è diventato più diviso e complesso, e la necessità di disporre di una diplomazia scientifica scientifica efficace è cresciuta”. Il Corso AAAS–TWAS sulla diplomazia scientifica coinvolge coppie di partecipanti provenienti dallo stesso Paese: ciascuna è composta da un giovane ricercatore, il cui lavoro scientifico e impegno pubblico sono rilevanti per le politiche internazionali, e da un decisore politico o funzionario impegnato in ambiti legati alla scienza, per esempio un funzionario governativo, un diplomatico o un rappresentante di un’istituzione che finanzia la ricerca. “Nei suoi oltre dieci anni il corso ha formato oltre 400 partecipanti, i quali oggi influenzano le politiche pubbliche e diffondono competenze su un settore in continua espansione come la diplomazia scientifica nei Paesi in via di sviluppo – spiega il comunicato di TWAS – Nelle tre giornate della sua XII edizione i partecipanti approfondiranno temi di interesse comune per i diversi Paesi, tra cui il ruolo della diplomazia scientifica nell’attuale scenario geopolitico, le strategie per incidere sui processi decisionali, il ruolo degli scienziati in un contesto di trasformazione del multilateralismo, e la cooperazione internazionale nella realizzazione di progetti su vasta-scala”.   Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
Contro razzismo, mafie e schiavitù: l’appello “Una persona, un voto”
Nuove adesioni si aggiungono all’appello promosso nel 2017 dall’indimenticabile partigiana e femminista Lidia Menapace e da padre Alex Zanotelli e oggi riproposto dal “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera”. Il testo recita: > Un appello all’Italia civile: sia riconosciuto il diritto di voto a tutte le > persone che vivono in Italia. > Il fondamento della democrazia è il principio “una persona, un voto”; l’Italia > essendo una repubblica democratica non può continuare a negare il primo > diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui. > Vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che > qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro > figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro paese; queste > persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra > economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema > pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino > demografico del nostro paese; sono insomma milioni di nostri effettivi > conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi > del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite > riguardano. > Una persona, un voto. Il momento è ora. Tra le adesioni recentissime, il “Centro di ricerca per la pace, i diritti umani e la difesa della biosfera” segnala quelle di: * Marta Anderle, presidente della sezione ANPI di Trento * Gabriella Bortolotti * Roberto Budini Gattai * Vincenzo Cadoni, Biella * Alessandra Cangemi, giornalista, Milano * Francesco Domenico Capizzi, medico e docente, direttore di Scienza Medicina Istituzioni Politica Società, Bologna * Naila Clerici, docente universitaria emerita, direttrice responsabile ed editoriale di Tepee, Torino * Beppe Croce, presidente Federcanapa * Enrico De Maio, Roma * Luigi Fasce, presidente del circolo Guido Calogero e Aldo Capitini (www.circolocalogerocapitini.it), Genova * Massimo Galeazzi, pensionato, Milano * Enzo Liboni * Gian Giacomo Migone, docente universitario e senatore emerito, Torino * Gabriella Norcia, docente di scuola primaria in pensione * Giuliano Pontara, uno dei massimo studiosi della nonviolenza * Daniele Poto, giornalista e scrittore * Giuliana Rossi, Viterbo * Luca Serafini, Viterbo * Giulio Sica, magistrato in pensione, Siena * Vincenzo Valtriani Peppe Sini
July 21, 2026
Pressenza
A Bologna la polizia uccide: omicidio di Stato indice della militarizzazione nel Paese
Domenica, in una Bologna avvolta dalla calura un vero e proprio incubo si è materializzato in una mattina di mezza estate. Sarebbe stata tutta un’altra storia se quella chiamata alle forze dell’ordine fosse arrivata da una villa sui colli ed avesse riguardato un italiano benestante che chiedeva aiuto in stato confusionale… Ma nella realtà, quella telefonata è arrivata dal Pilastro e quando la polizia è arrivata lì non ha trovato un ricco italiano, ma Abderrhaim Fakir, un lavoratore marocchino titolare di una ditta di facchinaggio. Fakir aveva perso da pochi mesi la madre, aveva qualche problema burocratico col rinnovo del permesso di soggiorno e, per via di difficoltà che attraversava la sua ditta, aveva licenziato alcuni suoi dipendenti. Questi e chissà quanti altri problemi erano per lui fonte di malessere e forse erano proprio le ragioni che avevano portato allo stato confusionale di domenica mattina quando, sentendo le sue urla in un garage del Pilastro, qualche vicino si è allarmato forse eccessivamente (Fakir non stava facendo male a nessuno) e ha deciso di chiamare le forze dell’ordine. Una volante è accorsa sul posto insieme ai sanitari in uno di quelli che si denominano interventi congiunti. E, come da protocollo per questi casi, i sanitari sono rimasti del tutto inermi: in presenza di un soggetto che dà in escandescenze, le forze dell’ordine agiscono per prime, per “creare le condizioni” per consentire ai sanitari di intervenire. E la polizia è riuscita in questo intento, visto che in poco tempo hanno proceduto con le manovre d’arresto che hanno immobilizzato a terra Fakir. Ma a quel punto non c’era nient’altro da fare per i sanitari, visto che ormai Fakir non respirava più. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si unisce al dolore dei suoi cari ed esprime tutta la solidarietà possibile nella tragica occasione della sua scomparsa alla giovane età di 43 anni, una vita interrotta a metà da chi avrebbe dovuto tutelarlo e proteggerlo. La nostra comunità si aspetta verità e giustizia su questo caso e su tanti casi simili già avvenuti in precedenza. Non derubrichiamo questo caso a mero incidente, trovando un modo per minimizzare le conseguenze della violenza razzista e classista che caratterizza questo che è un vero e proprio omicidio di Stato. A tal proposito, per far comprendere che non si tratta di poche mele marce, ma che è marcio quasi tutto il frutteto, si segnala la mappa online degli omicidi e abusi commessi dalla polizia in Italia. Pensate che dalle prime comunicazioni della Questura filtravano voci tendenti a classificare la vittima come un senza fissa dimora, allo scopo di sminuire le responsabilità ed il peso per la società, arrivando addirittura a provare a dire che quando erano arrivati i poliziotti lo avessero già trovato morto. Già solo queste falsità danno la misura della gravità della situazione e della volontà “politica” di mettere la polvere sotto il tappeto. Ma perché l’Osservatorio ha deciso di pubblicare questo comunicato? Cosa ha a che vedere questo caso con la nostra attività? Ebbene, questo tragico evento si iscrive a pieno titolo in quel clima di repressione che sta stringendo sempre più in una morsa la libertà degli e delle italiane. Nello stesso giorno della morte di Fakir il Ministro degli Interni Piantedosi ha emanato l’ennesimo decreto sicurezza. E la stretta repressiva, soprattutto nelle periferie, nei quartieri popolari e nei confronti dei ceti subalterni e di chi esprime dissenso, è un elemento chiave del fenomeno di militarizzazione della società. Lo avevamo preannunciato anni fa che la militarizzazione dei luoghi dell’istruzione sarebbe stato solo la prima fase di un processo che si sarebbe poi dispiegato e riversato nel resto della società. E a nostro avviso siamo già da circa un anno in quella seconda fase inaugurata col “pacchetto sicurezza”. E, secondo punto che rileviamo come Osservatorio, gli allievi delle Forze dell’Ordine sono formati attraverso un preciso e studiato “sistema educativo” di cui, come ci insegna il professor Charlie Barnao, questo evento sarebbe una delle conseguenze naturali (vedi qui). È una vergogna che, invece di lavorare per cambiare al più presto tale sistema, si facciano protocolli per invitare queste persone così formate a tenere lezioni di educazione civica nelle nostre scuole. Ma si va anche oltre la mera militarizzazione della società, con una presenza sempre più minacciosa che in taluni casi sembra voler scimmiottare il modello ICE degli USA. In realtà, a nostro avviso siamo davanti ad un fenomeno di israelizzazione della nostra società e il modello dell’ordine pubblico in Italia sembra ispirarsi di più alla polizia israeliana, con la quale peraltro si sono avviate profonde collaborazioni su più ambiti, inclusi quelli “formativi” di cui parlavamo. Quello che forse in tanti non sanno infatti è che da diversi anni gli agenti della Polizia di Stato vengono addestrati con tecniche israeliane non solo in ambito investigativo, ma anche nell’uso della forza e nelle manovre d’arresto. Per esempio, molte procedure per immobilizzare e atterrare i cittadini malcapitati vengono mutuate in particolare dal Krav Maga, un sistema di combattimento di origine israeliana che trova ampia diffusione nelle forze dell’ordine anche in Italia. E nella fattispecie, la manovra con cui è stato ucciso Fakir si riferisce a un gruppo di tecniche come quella in figura (foto in alto). I ragazzi che assistono alla “lezione” sono allievi poliziotti. Alcuni, nella foto, sorridevano (vedere qui per l’originale, ma anche questo articolo è indicativo). Si tratta di manovre molto rischiose per le conseguenze sul sistema respiratorio e su quello cardiaco. Questo perché alcune di esse prevedono il blocco delle arterie carotidi per indurre la perdita di coscienza, blocco che se non rimosso in pochi secondi (si pensi ad esempio a George Floyd negli USA) può portare alla morte della persona bloccata a terra, impossibilitata a respirare. LA RISPOSTA DELLA GENTE COMUNE L’unica luce nel buio della tragica uccisione è la reazione della gente comune, scesa in massa già dalla sera di domenica in un presidio organizzato dal basso dai comitati e dalle realtà attivi al Pilastro. Mentre scriviamo migliaia di cittadine e cittadini si stanno ritrovando in Piazza Nettuno a Bologna in un’iniziativa lanciata dal sindaco e raccolta da tante organizzazioni, anche critiche nei confronti della sua Giunta, perché al momento tutte e tutti pretendono verità e giustizia sulla morte di Fakir. Auspici per il futuro: * basta con l’addestramento delle forze dell’ordine attraverso tecniche e manovre che comportano rischi per l’incolumità delle persone e ripensare il modello generale di riferimento per l’addestramento delle forze dell’ordine sulla base del principio primum non nocere; * nei casi di interventi congiunti dare la priorità ai sanitari nella valutazione del caso per comprendere la priorità dell’emergenza sanitaria (Fakir era in evidente stato confusionale); * istruire i sanitari sugli effetti e sui rischi delle manovre affinché possano limitare l’intervento delle forze dell’ordine laddove ravvedano criticità sanitarie (non è possibile che il protocollo preveda che i sanitari debbano astenersi dall’intervenire quando è in gioco la vita di una persona); * non utilizzare le misure di sicurezza per militarizzare ed israelizzare la nostra società. Se c’è un senso che possiamo dare alla morte di Fakir, oltre al garantirgli verità e giustizia, è quello di far sì che da questo punto in poi si tracci una linea a chiare lettere: “MAI PIÙ!” Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
July 21, 2026
Pressenza
MIL€X: la partecipazione dei parlamentari alla presentazione dell’Annuario 2026
Giovedì prossimo, 23 luglio, l’Osservatorio sulle spese militari italiane presenterà il proprio strumento di analisi indipendente che ricostruisce la reale dimensione della spesa militare italiana, ne individua le tendenze, ne valuta le prospettive future e ne mette in luce gli impatti economici, politici e sociali. In una fase storica segnata da un deciso riarmo e da una crescita senza precedenti delle risorse destinate agli eserciti, l’Annuario MIL€X offre un quadro documentato che va oltre i numeri ufficiali, per consentire a cittadini, ricercatori, giornalisti e decisori pubblici di orientarsi in un ambito spesso opaco e complesso. Tra i suoi contenuti: la stima complessiva e dettagliata della spesa militare italiana per il 2026 e il suo andamento pluriennale; l’analisi del procurement e dei principali programmi d’armamento in corso; le missioni militari all’estero; e focus specifici sulla presenza di armi nucleari in Italia, sul controllo democratico degli acquisti di armamenti e sull’influenza dell’industria militare nelle decisioni politiche. La conferenza stampa di presentazione è organizzata in collaborazione con l’onorevole Laura Boldrini. A seguito della diffusione del primo invito hanno annunciato la propria presenza i deputati Nicola Fratoianni e Arnaldo Lomuti e il senatore Ettore Licheri. Uno degli obiettivi principali del lavoro di trasparenza del nostro Osservatorio è mettere a disposizione dei parlamentari informazioni e dati aggiornati e affidabili sulla spesa militare: su un tema di questa rilevanza, il controllo democratico passa anzitutto dalla possibilità, per chi è chiamato a decidere e a esercitare funzioni di indirizzo e vigilanza, di disporre di un quadro documentato e indipendente. L’interesse manifestato da questi parlamentari va in tale direzione. MIL€X - Osservatorio sulle spese militari italiane
July 21, 2026
Pressenza
Una rete per una legge elettorale costituzionale
Gli enti firmatari della dichiarazione oggi divulgata promuovono la formazione di una coalizione per l’ottenimento di una legge elettorale costituzionale. Articolo 53, Associazione Minerva, Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Costituente Terra, Lista Civica Italiana, Partecipazione Attiva e Schierarsi Piazza di Firenze affermano: «Fondamentale a questo scopo sarà una azione capillare di informazione della cittadinanza che viene confusa giornalmente con parole come “governabilità”, “preferenze”, “stabilità”, “velocità legislativa” usate per distogliere l’attenzione dallo scopo di queste leggi fatte per blindare carriere ed escludere le energie positive. È infatti la legge elettorale che incide più di qualsiasi altra sulla vita dei cittadini perché determina la qualità e il grado di libertà del parlamento che poi legifera su ogni questione della nostra vita». Insieme dichiarano: > I gruppi attivi, le liste civiche, le associazioni sono particolarmente > sensibili al tema della legge elettorale perché è lo strumento che consente o > impedisce l’ingresso delle migliori energie della società italiana nei luoghi > dove si decide. Le enormi energie dedicate a fare sit-in nelle piazze, a > raccogliere firme o ad attraversare il Mediterraneo vengono vanificate se poi > a prendere le decisioni sono comunque altre persone non scelte dai cittadini > italiani. > > La società civile, le associazioni, i giovani e coloro che hanno recentemente > respinto la revisione costituzionale sulla magistratura hanno la forza di > fermare la deriva degli ultimi decenni e ottenere una legge elettorale > rispettosa dei principi costituzionali. Occorre solamente che si mettano in > rete: siamo solo all’inizio della raccolta delle adesioni. > > Già da ora chiediamo almeno al “campo largo” di spiegare come intende portarci > fuori dal pericolo democratico in cui siamo immersi. > > Il “campo largo” non deve limitarsi a dire NO al melonellum, ma deve avere > anche una proposta scritta di legge elettorale costituzionale con l’impegno, > riportato nel programma elettorale, di approvarla subito in caso di vittoria > alle elezioni. > > Se il “campo largo” non fa questo passo non è credibile. > > Dire legge elettorale “costituzionale” è una cosa dirompente nel tran tran dei > professionisti della politica perché significa che la nomina dei parlamentari > passerebbe esclusivamente nelle mani della cittadinanza: solo questo è il > meccanismo che obbliga gli eletti a ricordarsi che stanno lavorando per la > qualità della vita e la dignità degli italiani. > > L’attuale dibattito parlamentare sulla legge elettorale è una noiosa replica > della solita commedia inscenata dai partiti da tre decenni: cambiare di > continuo la formula elettorale puntando però all’obiettivo di sempre, vale a > dire togliere alla cittadinanza il diritto costituzionale del voto e > cancellare la centralità del parlamento riempito da nominati dai capipartito > spesso con criteri di fedeltà e obbedienza. > > La caratteristica comune a tutte le leggi di questi decenni è la volontà, a > costituzione invariata, di stravolgere l’ordinamento costituzionale per > sostituire la centralità del Parlamento con la centralità dell’Esecutivo. > > Il dibattito è reso paradossale dal fatto che rosatellum e melonellum sono due > pericolose leggi fotocopia perché sono il prodotto di una destra e una > sinistra che convergono sulla negazione dei principi cardine della democrazia > rappresentativa. > > Invitiamo tutte le persone e le associazioni interessate a lasciare i propri > riferimenti su > https://framaforms.org/20260717-associazioni-aderenti-al-primo-comunicato-stampa-x-una-legge-elettorale-costituzionale > > Saranno poi contattate per le prossime iniziative semplici e di facile > attuazione. * Articolo 53 * Associazione Minerva * Centro Nuovo Modello di Sviluppo * Costituente Terra * Lista Civica Italiana * Partecipazione Attiva * Schierarsi Piazza di Firenze Redazione Italia
July 21, 2026
Pressenza
La Forza della polizia
Abderrahim Fakir, 42 anni, nato in Marocco ma da 35 anni residente in Italia, dove era arrivato a soli sette anni, è stato ucciso il 19 luglio scorso durante un’operazione di polizia nel rione Pilastro, a Bologna. Schiacciato sull’asfalto per un tempo infinito da due agenti della Polizia di Stato e da un residente, sotto lo sguardo impassibile degli operatori del 118. Un video, ripreso da una finestra di un palazzo adiacente, ha immortalato la scena. Fatto circolare immediatamente sui social, è stato poi ripreso da giornali e televisioni: chiunque ha così visto l’assurda morte in diretta di Fakir. La Procura di Bologna ha aperto un fascicolo mentre gli agenti, come spesso accade, sono stati confermati in servizio in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Un comunicato della Procura ha quindi confermato l’applicazione del cosiddetto «scudo penale», introdotto dal decreto sicurezza del 2026, per cui gli operatori coinvolti non sono stati, almeno per il momento, iscritti nel registro degli indagati. Questi in breve i fatti come riportati dalle cronache. In attesa che l’inchiesta faccia auspicabilmente luce sui diversi aspetti ancora non chiari, come chiesto anche dai parenti di Fakir, la vicenda deve essere l’occasione per aprire una riflessione seria sulle cause strutturali dell’ennesima morte nel corso di un’operazione di polizia.  Mentre imperversa un violento dibattito pubblico sulla legittima difesa, animato da chi vorrebbe instaurare un regime legale di difesa della proprietà privata senza limiti, l’omicidio di Fakir non può, infatti, essere ridotto a «eccezione», a un mero eccesso nell’uso della forza o all’incompetenza dei singoli agenti coinvolti. Un intero sistema, fatto di norme e costumi sociali produce, legittima e protegge l’esercizio della violenza di polizia. PERCHÉ CHIAMIAMO LA POLIZIA  Nel libro Come sono diventata abolizionista, a partire dalla propria esperienza di ragazza cresciuta nei sobborghi di Saint Louis (Missouri), l’avvocata e attivista Derecka Purnell racconta che nelle comunità nere marginalizzate delle grandi metropoli statunitensi è abitudine chiamare la polizia di fronte a qualunque situazione che devii dalla normalità quotidiana: una porta di casa lasciata aperta apparentemente senza motivo, un bambino per strada da solo, degli schiamazzi che disturbano la quiete notturna, una lite in famiglia, sono tutte «valide» ragioni per alzare il telefono e comporre il 911, delegando alla polizia il compito di «risolvere» la questione. Purnell riflette su come questa abitudine, alimentata dalla condizione di abbandono in cui vivono le comunità povere e razzializzate negli Stati Uniti, favorisca il contatto tra persone nere e polizia e, di conseguenza, il rischio di abusi e violenze. L’argomento è semplice: più si coinvolge la polizia nella gestione della vita quotidiana delle comunità marginalizzate, più è probabile che si verifichino casi come quelli di Micheal Brown e Breonna Taylor. Il contesto sociale dell’omicidio di Fakir è certamente diverso da quello in cui si situa la riflessione di Purnell e le proposte che l’autrice avanza, incentrate su organizzazioni dal basso di comunità capaci di prevenire, quando possibile, l’intervento della polizia e minimizzare le occasioni di contatto e i rischi che ne derivano. Nonostante ciò, non ci si può non interrogare sul perché, davanti a una persona in probabile stato di alterazione psicofisica, che non sta minacciando nessuno e i cui parenti abitano a poche centinaia di metri di distanza, non vi siano alternative a chiamare la polizia. E, più in generale, se la polizia sia davvero l’agenzia pubblica più indicata per rispondere alla comprensibile richiesta di rassicurazione di chi sente un uomo gridare in un garage condominiale in un pomeriggio di una domenica d’estate. D’altronde, è pur vero che se la risposta pubblica al disagio sociale è la militarizzazione delle periferie e l’esclusione degli abitanti da qualunque processo decisionale, secondo il «modello» imposto dal decreto Caivano, o dalle «zone rosse» e dai blindanti fuori dalle stazioni, non può sorprendere se la polizia sia vista sempre più come l’attore preposto a gestire qualunque forma di devianza che turbi la tranquillità sociale. LEGGI ANCHE… BLM DEFINANZIARE LA POLIZIA Meagan Day - Alex S. Vitale LE MODALITÀ DELL’INTERVENTO  Come emerso subito dal video circolato online, la scorsa domenica al Pilastro, insieme alla polizia, era presente sul posto anche il personale del 118. Nonostante quindi l’alternativa all’uso della forza di polizia fosse immediatamente disponibile, l’intervento muscolare degli agenti ha avuto priorità. È una decisione che si spiega anche con l’assenza di protocolli di intervento per la gestione di quelli che in gergo sono definiti «soggetti non collaborativi», ovvero persone in stato di alterazione psicofisica o con problemi di salute mentale, e che prevedano il coinvolgimento di professionalità altre, diverse da quelle di polizia, nonché tecniche di descalation volte a minimizzare il ricorso alla forza. Il coinvolgimento del personale sanitario appare, infatti, affidato al caso piuttosto che a regole definite, e la gestione della situazione concreta resta affidata alla discrezionalità degli agenti di polizia. D’altronde, non solo mancano protocolli di intervento di questo genere, ma la stessa formazione degli operatori non include chiare strategie di interazione con i «soggetti non collaborativi» finalizzate a evitare il ricorso alla coazione. Una carenza che va di pari passo con un orientamento istituzionale del tutto sbilanciato sul risultato operativo, in cui gli agenti di polizia si sentono legittimati a fare tutto ciò che serve per portare a termine l’intervento. Anche l’inserimento delle cosiddette armi meno letali – come il Taser e gli spray urticanti – nella dotazione delle forze di polizia italiane non ha in alcun modo migliorato il quadro, anzi. I dati raccolti da Altreconomia mostrano che, dalla sua introduzione nel 2022 al febbraio di quest’anno, la pistola elettrica è stata utilizzata dalla sola Polizia di Stato in più di mille occasioni, e le morti da Taser sono state almeno sette. La disinvoltura con cui gli agenti ricorrono alla pistola elettrica conferma il profondo malinteso rispetto ai presupposti e alle condizioni legali che dovrebbero presiederne l’utilizzo. Piuttosto che come alternativa all’arma da fuoco, la cui pericolosità induce gli operatori a un uso prudente e moderato, il Taser è considerato uno strumento intrinsecamente proporzionato e per questo utilizzabile anche in scenari in cui, non essendovi un pericolo attuale per l’incolumità dell’operatore o di terzi, altre strategie sarebbero invece praticabili.  Il ricorso alla pistola elettrica finisce per costituire una sorta di «scorciatoia operativa» che consente di «risolvere» situazioni operative complesse, aggirando il ricorso a strategie di intervento ritenute più pericolose per l’operatore o semplicemente più lunghe, che richiedono per esempio di instaurare un dialogo con il soggetto destinatario dell’azione di polizia, o ancora di attendere l’arrivo di persone vicine a quest’ultimo che possano aiutare a tranquillizzarlo. L’uso disinvolto e preventivo delle armi meno letali, quando non causa direttamente conseguenze irreparabili, tende così a generare un’escalation di per sé evitabile.  La scorsa domenica al Pilastro, secondo la ricostruzione diffusa sui media, di fronte alla condizione di alterazione di Abderrahim Fakir, la prima reazione degli agenti è stata quella di colpirlo in volto con lo spray urticante, per poi bloccarlo a terra e legarlo con le fascette ai polsi e alle caviglie. Nessun serio tentativo di mediazione e de-escalation, ovvero di gestione della situazione senza ricorrere alla forza, ma la scelta «naturale» di neutralizzare il soggetto per poi imporre con la forza l’atto di polizia. LE IMMAGINI E L’IMPUNITÀ Le immagini di Fakir, immobilizzato a terra dagli agenti di polizia mentre invoca aiuto, richiamano con impressionante vividezza la scena di un’altra morte avvenuta nel corso di un intervento delle forze dell’ordine: quella di Riccardo Magherini, ucciso a Firenze nel 2014, dopo essere stato immobilizzato a terra, in posizione prona, per diversi minuti da quattro carabinieri, che lo avevano fermato mentre si trovava in uno stato di evidente agitazione. Anche per Magherini, l’intervento dei sanitari non servì a evitare il peggio: i carabinieri, infatti, non attesero l’arrivo dell’ambulanza, che giunse in tempo solo per accertare l’avvenuto decesso. Le indagini, segnate da tentativi di depistaggio e pressioni sui testimoni, si chiusero con la contestazione dell’accusa di omicidio colposo per i carabinieri e, in concorso, anche per gli operatori del 118. Dopo due condanne nei gradi di merito, a pene tra l’altro estremamente contenute, per tre dei quattro militari, nel 2018 è arrivata l’assoluzione in Cassazione. La motivazione avrebbe dovuto sollevare scandalo nell’opinione pubblica: secondo i giudici, infatti, i carabinieri non avrebbero avuto all’epoca le competenze richieste per condurre l’arresto di una persona che si trovava nelle condizioni di alterazione psicofisica di Magherini. Una decisione agevolata, tra l’altro, da un vero e proprio cambiamento delle regole in corso di processo da parte dell’Arma dei Carabinieri. Durante il processo di primo grado, infatti, il Comando Generale dell’Arma ha revocato la circolare, in vigore all’epoca dei fatti, che, nel dettare regole operative per gli interventi nei confronti di soggetti in stato di agitazione psicofisica, vietava proprio l’uso di quella tecnica di immobilizzazione a terra impiegata contro Magherini, a causa dell’elevato rischio di asfissia per la persona. Prescrizioni evidentemente violate dai carabinieri, tanto che il pubblico ministero aveva espressamente richiamato la circolare, poi revocata, tra gli standard di condotta su cui era costruito il capo di imputazione. Sul caso di Magherini si è recentemente espressa la Corte europea dei diritti dell’uomo che ha condannato l’Italia per una serie di violazioni, tra cui l’obbligo di condurre indagini efficaci e imparziali e di formare adeguatamente gli operatori di polizia a prevenire danni gravi alle persone fermate. La sentenza si inserisce nel solco di una serie di decisioni della Corte europea che, dal 2011 a oggi, confermano le gravi carenze del sistema giuridico italiano nel prevenire e sanzionare la violenza e l’uso eccessivo della forza da parte delle forze di polizia (vale la pena qui richiamare, in particolare, la sentenza Cestaro del 2015, relativa ai fatti della scuola Diaz di Genova). Se, come dimostrano anche i casi recenti di Ramy Elgaml a Milano e Abderrahim Mansouri a Rogoredo, il coinvolgimento nelle indagini degli stessi agenti implicati nei fatti, o di colleghi a questi molto vicini, alimenta il rischio di depistaggi e condotte illecite, che complicano – e spesso vanificano – l’accertamento delle responsabilità, è soprattutto il quadro legale in materia di uso della forza a favorire il ricorso all’uso della forza in assenza di reali necessità operative. L’ordinamento italiano è privo di una regolazione dettagliata delle condizioni e delle modalità di impiego della coercizione, che resta affidata in via esclusiva alla disciplina codicistica delle cause di giustificazione, e in particolare a una norma sull’uso legittimo delle armi dalla matrice autoritaria, eredità del regime fascista, solo parzialmente adeguata al quadro costituzionale dalla giurisprudenza successiva. Basti pensare che, dopo una prima fase in cui l’interpretazione dei margini dell’uso legittimo della forza era stata segnatamente restrittiva, la stessa giurisprudenza ha da tempo adottato un’interpretazione sostanzialmente estensiva, che tende a bilanciare beni tra loro incommensurabili: per esempio, l’integrità fisica del (presunto) autore del reato con l’interesse dell’autorità pubblica al compimento dell’atto di polizia. È il caso per esempio della cosiddetta fuga «attiva», per cui è, quantomeno in linea di principio, ammesso l’uso delle armi contro il rapinatore che, in un centro abitato, fugge a elevata velocità dal luogo del reato. Alla luce della storia giudiziaria recente, ci si può aspettare che, nel caso di Bologna, la violenza esercitata degli agenti sarà giustificata dalla necessità di superare la resistenza di Fakir all’arresto. Nella vaghezza normativa che avvolge il ricorso alla forza da parte della polizia, secondo uno schema argomentativo circolare ricorrente, la resistenza diviene, infatti, la «naturale» giustificazione dell’intervento coattivo. Nonostante nessuna norma autorizzi ad arrestare una persona per il solo fatto che si trovi in una condizione di agitazione o alterazione, di rado emerge quale fosse l’atto di ufficio – presupposto dal reato di resistenza a pubblico ufficiale – a cui la persona stava appunto «resistendo». LEGGI ANCHE… GENOVA IL BLOCCO NOIR Enrico Gargiulo LA VIOLENZA DI POLIZIA: UN PROBLEMA ITALIANO In queste ore, molti commenti hanno paragonato la violenza sproporzionata esercitata contro Fakir a quella agita dall’Ice di Trump contro le persone migranti, razzializzate o solidali. Il rischio che la polizia italiana assomigli sempre più all’Ice certo esiste: basti pensare che il nuovo Patto sulle migrazioni e l’asilo europeo prevede (e legittima) le pratiche di sorveglianza razziale che vediamo sperimentare nelle metropoli statunitensi. Ed è altrettanto vero che la violenza di polizia, nei diversi contesti in cui si manifesta, dalle piazze ai controlli alle frontiere, non può essere analizzata disgiuntamente dalla torsione autoritaria in corso in quasi tutte le democrazie liberali. Al contempo, però, pensare che quanto accaduto al Pilastro sia in qualche modo il frutto del clima politico attuale, quindi, contingente, rischia di restituire uno sguardo parziale. Quello della violenza di polizia in Italia è, infatti, un problema storico, che ha cause strutturali e affonda le radici, tra le altre cose, in un processo di democratizzazione delle forze dell’ordine rimasto sostanzialmente incompiuto. Un problema che anche la sinistra istituzionale fatica da sempre a riconoscere, mostrando una deferenza per la polizia spesso celata dietro il richiamo al «rispetto» per il difficile compito assegnato all’autorità di pubblica sicurezza. Quando si pensa alla violenza di polizia, viene spontaneo pensare ai casi eclatanti come il G8 di Genova e l’uccisione di Carlo Giuliani a piazza Alimonda, di cui ricorre in questi giorni il 25° anniversario. Ma la storia recente è costellata di morti verificatesi nel corso di operazioni di polizia banali, routinarie, per molti versi analoghe a quella di Abderrahim Fakir. Dal 2000 a oggi, infatti, secondo la mappatura realizzata dal giornalista Luigi Mastrodonato, sono almeno 79 le persone morte durante questo tipo di operazioni. Un dato inevitabilmente sottostimato, visto che non esistono dati ufficiali, e che non tiene conto di quelle rimaste ferite, anche gravemente, come Hasib Omerovic, precipitato dalla finestra di casa sua durante un controllo di polizia, per cui oggi un agente di polizia in servizio al commissariato di Primavalle a Roma è a processo per tortura e falso. Il caso di Fakir si inserisce quindi in una lunga storia di vittime di polizia, talvolta dimenticate o archiviate rapidamente, che riguarda in misura sproporzionata le persone razzializzate, povere e marginalizzate. In questo senso, quindi, un primo compito per chi oggi si indigna per la morte di Fakir è fare in modo che questa vicenda non sia dimenticata, che siano accertate le responsabilità individuali e che, al di là delle aule di tribunale, emergano le cause di sistema che l’hanno resa possibile.  È però importante sottolineare come la morte di Fakir rappresenti anche un test sugli effetti delle novità legislative di recente introdotte in materia di responsabilità degli agenti di polizia. I decreti sicurezza approvati dal Governo negli ultimi due anni hanno, infatti, escluso l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di un’apparente causa di giustificazione e previsto l’anticipazione delle spese, in ogni grado di giudizio, per la tutela legale agli operatori di polizia imputati.  Il rafforzamento delle tutele per le forze dell’ordine che usano la forza è parte integrante di un’architettura normativa autoritaria e repressiva che criminalizza il dissenso e la marginalità sociale. Essa si inserisce con coerenza in un tentativo di imporre un ordine proprietario in cui non c’è posto per soggettività «disturbanti». Di fronte al rischio di una crescente legittimazione della violenza di Stato, sia essa perpetrata da un commerciante armato o da un operatore delle forze dell’ordine protetti dai partiti di governo e da riforme legislative permissive, la violenza di polizia va riconosciuta per quello che è, un’emergenza democratica. In quest’ottica, dentro a una prospettiva politica abolizionista di lungo periodo, intesa come una processualità al contempo politica e culturale, non deve essere sminuita l’urgenza di riforme capaci di limitare l’esercizio della forza di polizia e ricondurne i poteri dentro un perimetro di legalità costituzionale. *Carlo Caprioglio è assegnista di ricerca e docente a contratto di Clinica legale all’Università Roma Le informazioni circa l’uso della forza, la percezione e la formazione degli operatori di polizia sono frutto delle ricerche realizzate nell’ambito del progetto «Reforming police accountability in Italy (REPOLITY)» sulla responsabilità delle forze dell’ordine, realizzato dalle università di Bari e Firenze. I risultati e i materiali di ricerca sono liberamente consultabili sul sito del progetto. Le opinioni espresse sono da attribuire esclusivamente all’autore. SCUOLA GIACOBINA 18•19•20 Settembre 2026 Firenze Scopri il programma e iscriviti! 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July 21, 2026
Jacobin Italia
Maria Karapetyan, ex studentessa di Rondine, eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE
Grande orgoglio e soddisfazione a Rondine Cittadella della Pace per l’importante traguardo raggiunto da Maria Karapetyan. Membro dell’Assemblea Nazionale dell’Armenia e “Rondine d’Oro”, Karapetyan è stata eletta Vicepresidente dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE. L’elezione ha visto una convergenza straordinaria sulla sua figura: la deputata ha ottenuto il maggior numero di preferenze tra i candidati, raccogliendo 119 voti da parte dei parlamentari in rappresentanza di 57 Paesi. A nome di tutta Rondine vanno a Maria le più vive congratulazioni per questo bellissimo riconoscimento, accompagnate dalla certezza che saprà svolgere il suo prestigioso incarico con eccellente professionalità e profonda umanità, continuando a coltivare il dialogo e la riconciliazione tra i popoli. Un traguardo, questo, che dà nuova forza alle parole che Maria aveva pronunciato in passato, proprio durante il suo percorso formativo a Rondine, e che oggi risuonano come una promessa mantenuta e confermata dai suoi eccezionali risultati: “I giovani non sono solo il futuro, ma il presente: se offri ai giovani la possibilità di prendere parte alla formazione del proprio futuro, loro possono essere in prima linea nella costruzione della pace”.   Una vita spesa per il dialogo e per i diritti umani Nata in Armenia nel 1988 – anno in cui la sua terra natale fu squarciata da un terribile terremoto –, Maria Karapetyan ha imparato negli anni ad accettare gli eventi immodificabili, scegliendo però di intervenire con coraggio laddove le è possibile fare la differenza. Un percorso di crescita avvenuto anche grazie all’esperienza formativa a Rondine. Dal 2013 al 2015 è stata infatti studentessa presso la Cittadella della Pace, dove si è impegnata in prima persona nella progettazione e realizzazione di programmi educativi per studenti italiani e internazionali. Nello stesso periodo ha conseguito con successo il Master in Studi sulla Pace presso l’Università di Roma Tre. Il suo percorso personale e professionale è da sempre legato all’impegno per la risoluzione dei conflitti armati e nella diplomazia dal basso. Ha contribuito a progetti innovativi di dialogo tra i popoli del Caucaso meridionale e, dal 2012, ha ricoperto il ruolo di direttrice di sviluppo dell’Imagine Center for Conflict Transformation, organizzazione indipendente nata nel 2007 per la trasformazione positiva delle relazioni e la creazione di fondamenti per una pace durevole e sostenibile nelle società che hanno superato i conflitti. In questo contesto è stata attivamente coinvolta nella progettazione e realizzazione di progetti di dialogo tra i popoli del Caucaso. Nella primavera del 2018, durante la così detta Rivoluzione di velluto, Karapetyan è scesa in piazza a Yerevan tra le protagoniste del cambiamento politico dell’Armenia verso una maggiore democrazia. Entrata nelle istituzioni, ha ricoperto la carica di membro dell’Assemblea Nazionale dal 2019 al 2021, periodo in cui ha fatto parte della Commissione permanente per la protezione dei diritti umani e gli affari pubblici. In seguito alle elezioni parlamentari del 20 giugno 2021, è stata nuovamente rieletta all’Assemblea Nazionale, dove siede tutt’oggi nella Commissione permanente per gli affari esteri.   Fonte: CS di Rondine Redazione Toscana
July 21, 2026
Pressenza
(Perù) Attivisti della Generazione Z: dall’indignazione all’organizzazione
Determinati a «prendere il toro per le corna», lunedì 20 presso il Congresso della Repubblica, diversi attivisti della Generazione Z (GZ) hanno inaugurato l’organizzazione «Legado Nacional Unido», con l’obiettivo di responsabilizzare i giovani nella vita politica e nelle questioni pubbliche del Paese. Questa iniziativa si aggiunge alle organizzazioni, agli accordi e alle piattaforme che costituiscono il tessuto sociale attuale del Paese e che si sono unite nell’impegno per il bene comune. La cerimonia e la firma dell’Atto Costitutivo dell’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» si sono svolte nell’Auditorium Alberto Andrade del Congresso della Repubblica e sono state condotte dai membri del Consiglio istituzionale: Yackov Solano, attivista sociale della Generazione Z e del Parlamento dei Giovani; l’attivista politica Flavia Nestares; Josué Ramos, attivista nel settore audiovisivo e membro del Parlamento dei Giovani; nonché Caroline Buitrón, comunicatrice e attivista. PARTECIPAZIONE POLITICA ATTIVA DEI GIOVANI Nel dare il via all’evento, Yackov Solano ha sottolineato che l’organizzazione giovanile «Legado Nacional Unido» nasce in risposta al profondo deterioramento della vita democratica che il Paese sta vivendo negli ultimi anni. «Siamo stati testimoni di una crisi politica caratterizzata dall’erosione delle istituzioni democratiche, dalla promozione di norme che favoriscono l’impunità, dall’indebolimento dello Stato di diritto e dalla crescente polarizzazione e allontanamento dei cittadini dalla politica, in particolare dei giovani. La nostra generazione è cresciuta in un contesto di mobilitazioni sociali, incertezze e ripetute promesse non mantenute. Di fronte a questa realtà, ci impegniamo a trasformare l’indignazione in organizzazione, in una partecipazione politica attiva, responsabile e democratica. Con questa convinzione abbiamo costituito l’Organizzazione Giovanile “Legado Nacional Unido” come piattaforma per formare una nuova generazione di leader impegnati al servizio del Paese e alla costruzione di una democrazia più solida, inclusiva e partecipativa. L’Organizzazione è un movimento sociale e politico composto da giovani provenienti da tutte le regioni del Perù, che credono nella capacità della nostra generazione di promuovere lo sviluppo del Paese attraverso il dialogo, il rispetto per la democrazia e la partecipazione civica, nonché il riconoscimento delle diversità che caratterizzano la nostra nazione». Da parte sua, Josué Ramos ha dichiarato: «Noi giovani spesso diciamo “siamo delusi dalla politica”, ma dobbiamo renderci conto che sono i politici stessi a farci deludere da loro. Dobbiamo migliorare il Paese, e dobbiamo farlo fin da ora, perché noi siamo il futuro, ma anche il presente che plasmeremo non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli e le generazioni future». SOSTEGNO DEI MEMBRI DEL CONGRESSO E DEL CNDDHH I giovani membri dell’organizzazione e i partecipanti all’evento hanno ricevuto il sostegno dell’ex candidato alla presidenza della Repubblica, Mesías Guevara; di Ruth Luque, deputata e senatrice designata; di Ana Aguilar, rappresentante delle popolazioni indigene di Juliaca, Puno; di Diego Pomareda, avvocato costituzionalista; di Germán Vargas, segretario esecutivo della Coordinatrice Nazionale per i Diritti Umani (CNDDHH); e di altri ancora. L’evento si è concluso con la firma di un Atto Costitutivo, sottoscritto sia dai membri del Consiglio sia dagli ex membri del Congresso e dai rappresentanti delle istituzioni che difendono i diritti umani, sociali e politici. «Questo atto costitutivo, questo atto di fondazione, rappresenta un primo passo verso l’istituzionalizzazione dell’organizzazione dei giovani che vogliono lavorare per il Paese, e questo è molto prezioso. Credo che sia innanzitutto la via verso l’istituzionalizzazione. In secondo luogo, non abbiamo paura, impegniamoci nelle questioni pubbliche, nella politica, e costruiamo quel Paese che tanto sogniamo. E un’altra cosa molto importante che avete detto: non possiamo essere neutrali in un Paese in cui viene violata la dignità della persona. Non c’è spazio per la neutralità. Noi prendiamo posizione a favore della vita, a favore della dignità di tutte, di tutte le persone», hanno sottolineato i membri del Congresso a sostegno dell’organizzazione. Redacción Perú
July 21, 2026
Pressenza