Tag - politica

Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump
Dietro le mire sulla nazione artica c’è il peso delle grandi imprese tecnologiche, come Palantir, ma anche dell’estrazione di minerali, petrolio e terre rare. Un’operazione di stampo coloniale a cui i groenlandesi potrebbero reagire rivendicando l’indipendenza Articolo di Lois Parshley Dietro le mire sulla nazione artica c’è il peso delle grandi imprese tecnologiche, come Palantir, ma anche dell’estrazione di minerali, petrolio e terre rare. Un’operazione di stampo coloniale a cui i groenlandesi potrebbero reagire rivendicando l’indipendenza L'articolo Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump proviene da Jacobin Italia.
La storia corre e la politica torna a guidare i processi. Se ne discute a Roma il 24 gennaio
La fase storica che stiamo attraversando vede agire pesantemente due fattori complementari sulle prospettive del conflitto di classe nel nostro paese e nelle relazioni internazionali: la velocizzazione dei processi e la politicizzazione delle contraddizioni. Come devono interagire con questo cambio di passo i comunisti e le forze di classe che […] L'articolo La storia corre e la politica torna a guidare i processi. Se ne discute a Roma il 24 gennaio su Contropiano.
Mamdani, tra azioni concrete e gesti emblematici
A pochi giorni dal suo insediamento, il sindaco di New York emana i primi provvedimenti su infanzia, questione abitativa e antisemitismo. E condanna l’azione di Trump in Venezuela Articolo di Elisabetta Raimondi A pochi giorni dal suo insediamento, il sindaco di New York emana i primi provvedimenti su infanzia, questione abitativa e antisemitismo. E condanna l’azione di Trump in Venezuela L'articolo Mamdani, tra azioni concrete e gesti emblematici proviene da Jacobin Italia.
Avvoltoi su Caracas
Articolo di Lucy Dean Stockton, Veronica Riccobene Nell’anno che ha preceduto l’invasione del Venezuela da parte dell’amministrazione Trump, le corporation che avrebbero tratto vantaggio dal cambio di regime sostenuto dagli Stati uniti nel paese, tra di essi magnati dei combustibili fossili, creditori internazionali e società di criptovalute, hanno speso centinaia di migliaia di dollari facendo pressioni sull’amministrazione Trump sul Venezuela, anche a proposito del loro accesso economico alla nazione ricca di risorse. I giganti del petrolio e del gas Shell, Phillips 66 e Chevron hanno dichiarato, come emerge da documenti relativi ai primi tre trimestri del 2025, di aver fatto pressioni sul Dipartimento del Tesoro in merito alle sanzioni venezuelane o alle licenze rilasciate dal suo Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri (Ofac). Le licenze Ofac sono di fatto redditizie deroghe commerciali che aggirano le sanzioni economiche imposte dagli Stati uniti. Chevron è attualmente l’unica azienda con sede negli Stati uniti a godere di una deroga generale che concede all’azienda di combustibili fossili il permesso di operare ampiamente nei vasti giacimenti petroliferi del Venezuela, che rappresentano circa il 17% dell’offerta mondiale. Le dichiarazioni presentate per conto di Mare Finance Investment Holdings, un creditore con sede in Irlanda, confermano che l’azienda ha speso 240.000 dollari in attività di lobbying nei primi tre trimestri del 2025 su una singola questione: «Interesse per la licenza Ofac allo scopo di far valere una parte di un lodo sui beni venezuelani». Ciò significa che è probabile che la società stia cercando il permesso degli Stati uniti per operare nel paese, in modo da poter ottenere il risarcimento dovuto dal governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Nel 2017, mesi prima che il Venezuela, alle prese con le sanzioni statunitensi e la crisi economica, smettesse di pagare decine di miliardi di dollari in obbligazioni, i documenti del tribunale mostrano che Mare Finance ha speso 115 milioni di dollari per acquisire i diritti su un risarcimento non pagato di oltre 500 milioni di dollari che il governo venezuelano doveva a un importante produttore di vetro per la nazionalizzazione di due fabbriche di vetro in cui l’azienda aveva investito. Un lobbista di Mare Finance non ha risposto alla richiesta di commento. The Lever ha scritto di recente che le aziende si sono rivolte sempre più spesso al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti della Banca mondiale, che dirime le vertenze tra investitori privati e nazioni sovrane, per ottenere un risarcimento finanziario dallo Stato del Venezuela per la nazionalizzazione di settori chiave e i danni causati dall’instabilità interna. Il tribunale è stati criticato per aver dato priorità agli interessi degli investitori rispetto a quelli delle nazioni sovrane . Ad esempio, poche settimane prima dell’invasione del Venezuela da parte di Donald Trump, l’operatore di piattaforme petrolifere statunitense Halliburton ha intentato una causa presso la corte arbitrale chiedendo al Venezuela di rimborsare all’azienda 200 milioni di dollari di perdite presumibilmente subite per aver rispettato le sanzioni statunitensi che ne bloccavano le operazioni nel paese. Anche la Blockchain Association, importante gruppo di scambio di criptovalute, ha fatto pressione sul governo venezuelano, con documenti che rivelano che l’associazione ha fatto pressioni sulla Casa bianca e sul Congresso su un disegno di legge bipartisan del 2025 che limiterebbe ulteriormente le relazioni finanziarie degli Usa con il governo Maduro, comprese quelle che coinvolgono le criptovalute. Secondo quanto riferito, il Venezuela avrebbe accettato valute digitali come pagamento per le vendite di petrolio per eludere le sanzioni statunitensi. La Blockchain Association non ha risposto alla richiesta di commento. *Veronica Riccobene è una giornalista del Lever e vive Washington. Si occupa di dirette televisive, long form e video, oltre che di reportage. Lucy Dean Stockton è una giornalista del Lever e vive a New York. Il suo lavoro si concentra sulla privatizzazione. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, pluripremiata testata giornalistica indipendente e investigativa, e poi è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Avvoltoi su Caracas proviene da Jacobin Italia.
Stati uniti più deboli e più pericolosi
Articolo di Nathan Akehurst Nel cuore di una notte invernale, le forze aviotrasportate statunitensi solcano le acque caraibiche. I jet bombardano infrastrutture chiave, mentre elicotteri d’attacco trasportano squadre di agenti speciali verso obiettivi a terra. In mezzo a uno spettacolo fatto di shock e sgomento, un presidente viene rapito e incriminato per traffico di droga. È un caso di studio fondamentale per capire come un’ambiziosa amministrazione repubblicana intenda gestire un’epoca di cambiamenti epocali. Era il 20 dicembre 1989; l’operazione in questione consisteva nella destituzione del leader panamense ed ex agente della Cia Manuel Noriega. Ma c’è un inequivocabile parallelismo con il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie da parte di Donald Trump. Illustra tutto ciò che è cambiato, e che è rimasto immutato, nei tre decenni che separano questi due atti di aggressione. Il primo avvenne all’inizio di una nuova era di iperpotenza americana. Il secondo è un sintomo del declino caotico e violento di quell’epoca. DUE RAPIMENTI La destituzione di Noriega da parte di George H.W. Bush segnò l’inizio di una nuova era post-Guerra Fredda per gli Usa come potenza mondiale. Nel giro di pochi anni, gli Stati uniti scatenarono la loro furia nel Golfo Persico (come Noriega, Saddam Hussein avrebbe imparato rapidamente che servire gli interessi americani non garantisce protezione), oltre a nuove guerre in tre continenti. Il crollo dell’Unione sovietica ha sicuramente indebolito l’attrattiva dell’anticomunismo come giustificazione per una guerra permanente. Ma la guerra alla droga era già stata costruita come giustificazione sostitutiva per guerre infinite, divorando vite e risorse su scala globale.  La ritirata sovietica portò all’America latina ben poca pace dal militarismo statunitense. Anzi, era vero il contrario, con Washington che avrebbe giocato un ruolo chiave nell’alimentare la guerra civile in Colombia. La regione ha anche offerto uno studio originale di rinascita della sinistra durante un periodo di predominio neoliberista. I barrios venezuelani hanno portato al potere Hugo Chávez nel 1998 e una nuova alleanza guidata dagli indigeni portò Evo Morales e il Movimento verso il Socialismo (Mas) al potere in Bolivia nel 2005, durante la cosiddetta Marea Rosa del continente. Quel progetto ha visto una ripresa all’inizio degli anni 2020, ma ha dovuto affrontare gravi battute d’arresto: il crollo del governo del Mas in Bolivia; la fragilità economica e politica in Venezuela, che ha prodotto una delle più grandi crisi di fuga all’estero; e le vittorie di convinti sostenitori di Trump come José Antonio Kast in Cile, Nayib Bukele in El Salvador e Javier Milei in Argentina. Il sostegno degli Stati uniti è solo una variabile in questi complessi processi, ma significativa. In questo contesto, l’attacco di Trump al Venezuela sembra una semplice rappresentazione teatrale imperiale. Il rapimento di un presidente, il fumo che si leva dai porti, le navi bloccate e la scarsa probabilità che il Venezuela possa reagire, anche se il suo governo dovesse mantenere la calma, sono tutti elementi che portano conforto agli amici reazionari di Washington e timore ai suoi nemici. Questa è una parte di ciò che sta accadendo, ma non è tutto. Due anni fa, mentre facevo ricerche sulla politica estera degli Stati uniti nella regione, nella capitale colombiana Bogotà, ho avuto una lunga conversazione con un ex funzionario dell’immigrazione. Pur non essendo necessariamente un entusiasta sostenitore dell’amministrazione di sinistra di Gustavo Petro, il funzionario annunciava una possibile nuova era di indipendenza strategica. Il governo aveva appena rifiutato un volo di espulsione per rimpatriare colombiani accusati di essere entrati illegalmente negli Stati uniti. Mentre Bogotà collaborava ancora con i tentativi degli Stati uniti di impedire l’immigrazione attraverso il mortale valico del Darien al confine con Panama, era disposta a mostrare una vena indipendentista. Quando Trump è salito al potere, i limiti di questo approccio sono stati messi a dura prova. Il rinnovato tentativo di Petro di rifiutare i voli è stato rapidamente vanificato da minacce di dazi punitivi. Sembrava aver esagerato, il che ha senza dubbio influenzato l’approccio più cauto adottato dalla presidente messicana Claudia Sheinbaum nei confronti di Washington. Questa controversia riflette quanto il controllo dell’immigrazione abbia soppiantato spettri come il comunismo, la droga e il terrore quali giustificativi del giorno per il bellicismo statunitense.  I raccapriccianti racconti prodotti dalla macchina della politica estera di Washington su un «narcoterrorismo» che coinvolge Hezbollah, le bande di narcotrafficanti e lo Stato venezuelano potrebbero aver contribuito, negli ultimi mesi, al rafforzamento di Washington nei Caraibi. Ma l’attribuzione a Caracas, da parte dei falchi, delle responsabilità per i flussi migratori irregolari è stata fondamentale per vendere la guerra, sia all’interno dell’amministrazione Trump che all’opinione pubblica statunitense.  C’è una strana aria europea in tutto questo. L’affermazione che soggetti ostili utilizzino la migrazione come tattica di indebolimento è stata fondamentale per sviluppare violazioni militarizzate dei diritti umani ai confini orientali dell’Ue. Nel frattempo, aver garantito l’impunità agli attacchi omicidi in mare – come dimostrano quelli statunitensi contro presunte navi della droga – trova eco nel sostegno europeo alle milizie che attaccano imbarcazioni di migranti e navi di soccorso, o agli attacchi alle imbarcazioni che portano aiuti in Palestina. Più direttamente, gli Stati uniti stanno perseguendo accordi di espulsione con una serie di paesi in cui gli Stati europei sono da tempo attivi, come Uganda, Kosovo e Libia. Ma ora si stanno spingendo oltre l’Europa. Dopo essere stati costretti ad accettare il rimpatrio di un salvadoregno deportato illegalmente la scorsa primavera, gli Stati uniti hanno avviato una serie di accordi iperattivi con decine di paesi africani, costringendo con la forza alcuni dei luoghi più poveri del mondo ad accettare i deportati dell’Ice. Non si tratta tanto di numeri di immigrazione. Nessuno di questi accordi prevede un numero particolarmente elevato di espulsi. Le prove suggeriscono che Trump abbia ignorato gli avvertimenti secondo cui l’intervento degli Stati uniti in Venezuela è un fattore determinante nell’afflusso di rifugiati al confine meridionale. E non si tratta solo di apparente durezza in materia di immigrazione, sebbene questo giochi un ruolo. La strategia africana di Trump è stata accompagnata da un più ampio ricorso alla forza, dagli attacchi aerei di Natale in Nigeria a una fittizia campagna contro il «genocidio bianco» in Sudafrica. Esiste una forte correlazione tra i paesi in cui sono stati stipulati accordi di espulsione (e presumibilmente contratti redditizi per le aziende carcerarie statunitensi) e quelli in cui gli Stati uniti hanno interessi in materie prime, con Washington che supera Pechino negli investimenti africani. Come dimostra l’ossessione di Trump per il petrolio venezuelano, il controllo delle risorse rimane fondamentale. L’attenzione totemica sull’immigrazione riflette un’evoluzione più profonda del pensiero statunitense. La visione di Washington come garante dell’ordine mondiale – così centrale nella politica della Guerra Fredda e della Guerra al Terrore, sia liberale che conservatrice – non ispira più né l’opinione pubblica né tantomeno quella strategica. È stata sostituita da qualcosa di molto più provinciale e difensivo. L’aggressione esterna è ancora dipinta come una minaccia, ma viene venduta principalmente come un metodo per innalzare barriere più alte attorno a uno Stato fragile e minacciato.  Non si tratta solo di una questione di confine, quanto piuttosto di un più ampio senso di minaccia strategica. Il controllo dell’immigrazione è diventato centrale perché è uno dei pochi punti di unità di politica estera in un governo la cui strategia manca di una visione condivisa e che barcolla tra diversi tentativi di conciliare le sue ambizioni fantasiose con una sorprendente riduzione delle sue capacità materiali. AMBIGUITÀ STRATEGICA L’approccio di Trump alla strategia internazionale sembra contenere due elementi chiave. Il primo è l’accelerazione di un approccio tipico dell’era di George W. Bush, in cui piccole unità-chiave si affrettano a intervenire in ambito legale, politico e militare, aggirando le istituzioni. Nel caso venezuelano, ciò ha portato a una serie di esecuzioni extragiudiziali in mare aperto, condannate come crimini di guerra da una schiera di funzionari. Il secondo è una dinamica che ricorda i re che permettevano ai cortigiani di combattersi sulla strategia in modo da selezionare darwinianamente l’opzione migliore. Nel caso venezuelano, ciò sembra aver portato a una convergenza di interessi che si sono sviluppati attorno a un centro di gravità caraibico. I falchi dell’immigrazione hanno intravisto l’opportunità di intensificare le deportazioni di massa verso un Venezuela post-intervento, gli operatori petroliferi hanno visto profitti e sicurezza energetica, e gli ideologi hanno visto l’opportunità di rimuovere una vecchia spina nel fianco. Per Trump, è un’opportunità per fare ciò che Karl Rove avrebbe definito «creare la nostra realtà»: creare circostanze in cui Washington faccia ciò che vuole, dove vuole, quando vuole. La concordanza confortevole sul Venezuela nasconde però una profonda disunione tra gli schieramenti. Rimane una tendenza che si oppone sinceramente al «globalismo» in quanto presunzione liberale e condivide in parte il punto di vista della sinistra pacifista nel credere che mettere «America First» significhi ritirarsi dalle «guerre eterne». Altri schieramenti, più ampi, sono animati dal desiderio di concentrarsi su un’area specifica piuttosto che su un’altra. I falchi dell’America latina, coloro che sono fermamente ossessionati ad armare Israele e distruggere l’Iran, e coloro che si sono scontrati sulla politica russa, ne sono gli esempi più evidenti. Mentre i suoi metodi hanno frustrato gli addetti ai lavori dell’amministrazione, Elbridge Colby ha tentato di fornire una logica di insieme per i compromessi interni su Russia e Medio Oriente: un’attenzione incessante al contenimento della Cina. Questa inquadratura a somma zero si è intensificata per una ragione. Negli ultimi giorni dell’amministrazione di Joe Biden, è diventato chiaro che l’armamento simultaneo di Ucraina e Israele stava mettendo a dura prova la capacità militare-industriale degli Stati uniti, nonostante i bilanci militari gonfiati in modo assurdo. Il rapido dispiegamento della Gerald R. Ford, la più grande portaerei del mondo, dal Medio Oriente ai Caraibi lo scorso autunno rafforza questa impressione di un impero in difficoltà che corre da un luogo all’altro spegnendo (o, in realtà, appiccando) incendi. Lo stesso vale per la volontà degli Stati uniti di rescindere il tradizionale contratto socio-militare con l’Europa, dove hanno contribuito in modo sproporzionato in cambio dell’accettazione da parte europea delle sue priorità strategiche e della dipendenza dal suo materiale. La presa di coscienza di un potere in calo è emersa durante l’amministrazione Biden, visibile nel suo tentativo di una «politica estera per la classe media» caratterizzata da un aumento del «friend-shoring» e da una strategia industriale (l’inverso delle guerre commerciali di Trump con gli alleati) e nel suo caotico ritiro dall’Afghanistan.  Una critica comune all’attacco al Venezuela è che gli Stati uniti abbiano rinunciato a qualsiasi pretesa di mantenere l’ordine mondiale liberale. Questo è vero, ma non coglie il punto. Quell’ordine, in cui gli Stati uniti promettono un sostegno costante agli alleati, aiuti economici quando necessario e il mantenimento dell’architettura finanziaria e politica globale, in cambio del consenso alla propria preminenza, non è più strutturalmente in grado di esistere. La domanda è cosa succederà dopo. L’attacco al Venezuela fornisce molte delle risposte. QUANDO GLI IMPERI FINISCONO Sebbene come opera d’arte operativa l’attacco assomigli superficialmente all’invasione di Panama, le sue radici intellettuali sono più vicine al folle tentativo di colpo di Stato in Venezuela intrapreso da un gruppo di battitori liberi nel 2020. È un’azione a breve termine e casuale. Non sembra particolarmente «strategica» nel grande schema delle cose – ed è proprio questo il punto. L’amministrazione Trump ha trovato una risposta al problema dei limiti al suo potere globale, «inondando la zona di m-rda», come l’ha definita Steve Bannon. Come la guardia carceraria del Panopticon di Michel Foucault, Washington non ha le risorse per colpire ovunque, ma potrebbe imprevedibilmente colpire ovunque. Nigeria e Venezuela oggi; domani, chissà? Il messaggio è: preparatevi a più rapimenti e attentati casuali.  Gran parte della politica estera statunitense può ora essere letta come un tentativo di gestire il declino attraverso ambiguità e minacce. La sua incrollabile fedeltà a Israele, mentre quello Stato distrugge i fondamenti del diritto internazionale umanitario, dovrebbe essere vista, almeno in parte, come la volontà di impegnarsi altrove nei confronti dei suoi clienti. Washington sta ostentando intenzionalmente una mancanza di moderazione morale. La sua preoccupazione per le risorse non è una novità, ma in un contesto di stress climatici e di nuove competizioni geoeconomiche, è probabile che assuma dinamiche più frenetiche ed esistenziali. L’Ave Maria dell’economia statunitense in difficoltà sulla rivoluzione dell’intelligenza artificiale e sulla subordinazione dello Stato agli oligarchi tecnologici millenaristi e al complesso carcerario-militare-industriale-di frontiera sta certamente definendo i suoi accordi di deportazione carceraria in Africa, e probabilmente molto di più.  Gli imperi non se ne vanno a dormire dolcemente. L’era imperiale europea fu bruscamente stroncata dalla distruzione della Seconda guerra mondiale. Anche allora, la sua fine fu lunga decenni, sanguinosa e in molti luoghi rimane irrisolta. È di rigore tra la sinistra parlare del declino e di caduta dell’impero statunitense, ma quel declino è relativo ad altri e discende da un’epoca di iperpotenza senza precedenti nella storia. Persino sconfitte strategiche statunitensi come quelle in Vietnam e in Afghanistan hanno distrutto i paesi in cui si sono verificate. Nel frattempo, gli Stati uniti non vivono nel vuoto. È chiaro che Trump si trova ad affrontare pochi vincoli interni e molti dei suoi oppositori si adeguano in politica estera. Nonostante tutte le critiche di Bruxelles, l’Ue non può e non eserciterà un’influenza moderatrice. Tra tutti gli altri, questo rafforzerà inevitabilmente l’incentivo a una visione cinica e hobbesiana delle relazioni internazionali, in cui continue imitazioni di aggressività e imprevedibilità sono necessarie per la sopravvivenza. Attraverso gli incendi di Caracas, si intravedono innumerevoli futuri desolati. In mezzo a tanta desolazione, vale la pena menzionare un altro evento accaduto negli Stati uniti negli ultimi giorni: l’insediamento di nuovi leader locali democratico-socialisti come Zohran Mamdani e Katie Wilson, sulla base di campagne stridentemente internazionaliste. Negli Stati uniti e altrove, le forze del militarismo dilagante hanno tentato di insistere sul fatto che il loro approccio distruttivo e nichilista al mondo sia l’unica cosa in grado di proteggere le persone in patria in tempi pericolosi. Ci vorranno leadership radicate a livello locale con una solida comprensione delle dimensioni nazionali e internazionali per dimostrare che è vero il contrario, per fornire modi migliori per affrontare le rapide e traumatiche convulsioni del mondo e per immaginare un ordine mondiale diverso. *Nathan Akehurst è uno scrittore e attivista che lavora nel campo della comunicazione politica e dell’advocacy. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Stati uniti più deboli e più pericolosi proviene da Jacobin Italia.
Un amaro per Spiriti resistenti
Articolo di Alessio Melandri, Gianfranco Crua Quando una persona scompare lungo una rotta migratoria, quasi sempre lo Stato smette di cercarla. Il confine assorbe la violenza, cancella i nomi, archivia le responsabilità. Spiriti resistenti nasce in risposta a questa assenza: un progetto politico che sostiene famiglie e collettivi impegnati nella ricerca dei migranti dispersi. Il progetto prende forma in Italia dall’incontro tra attivisti e familiari dei dispersi, scegliendo consapevolmente di operare fuori dai canali istituzionali. Niente finanziamenti pubblici, nessuna struttura associativa: Spiriti resistenti lavora attraverso relazioni dirette, pratiche di autofinanziamento e alleanze costruite sul campo, nei luoghi in cui la sparizione è un fatto quotidiano. Le risorse raccolte vengono destinate a ricerche, supporto legale e pratiche di mutualismo lungo le frontiere di Messico, Centro America, Nord Africa e Balcani. Tra gli strumenti di sostegno c’è Nziria, un amaro pensato non come prodotto identitario ma come mezzo materiale di finanziamento politico, e le stampe delle illustrazioni donate da artiste e artisti solidali. Sull’ultimo numero di Jacobin Italia, Da ogni fiume a ogni mare, abbiamo pubblicato quattro di queste illustrazioni contribuendo a finanziare Spiriti resistenti. Abbiamo incontrato Gianfranco Crua, tra i promotori del progetto, per attraversare una storia che parte da Carovane Migranti e continua a operare là dove il confine produce silenzio. Spiriti Resistenti nasce dall’esperienza di Carovane Migranti. Qual era il contesto politico in cui ha preso forma quell’esperienza? Le Carovane nascono da un gruppo di amici che allora faceva riferimento all’associazione Sur – Società Umane Resistenti. Eravamo molto legati all’America latina e in quegli anni lavoravamo soprattutto sul tema dei femminicidi alla frontiera tra Messico e Stati uniti. È lì che incontriamo le madri delle ragazze uccise ed è lì che alcuni intellettuali messicani ci dicono una frase che allora sembrava quasi una profezia: «Presto, tutto il Messico diventerà una fossa comune». Quelle parole non erano una metafora. Indicavano un processo già in atto, che legava violenza strutturale, sparizioni forzate, collusione tra apparati dello Stato e criminalità organizzata. A partire da lì nasce l’esigenza di guardare anche all’Europa e al Mediterraneo, nel momento in cui, dopo le primavere arabe, cominciavano ad arrivare i primi flussi consistenti di migranti. Nel 2014 organizziamo la prima Carovana, attraversando l’Italia fino a Lampedusa, con una scelta precisa: non parlare al posto di qualcuno, ma creare spazi in cui fossero i testimoni diretti, i familiari, i collettivi già attivi lungo le rotte a prendere parola. Le Carovane diventano così luoghi di incontro, ma anche di conflitto e di messa in discussione delle narrazioni dominanti. Non eventi celebrativi, ma spazi politici aperti. Mario Vergara è una figura che attraversa tutta questa storia ed è centrale anche nella genesi di Spiriti resistenti. Chi era, cosa ha rappresentato in Messico e perché la sua esperienza è stata così importante per voi? Mario Vergara Cruz è una delle figure più importanti e riconosciute della ricerca dei desaparecidos in Messico. La sua storia comincia nel 2012, quando suo fratello Tomás viene sequestrato e fatto sparire a Huitzuco, nello Stato di Guerrero, una delle regioni più colpite dalle sparizioni forzate. Come accade a moltissime famiglie, inizialmente Mario si affida alle istituzioni, denuncia, aspetta. Ma capisce molto presto che le risposte non arriveranno o saranno parziali e strumentali. A quel punto smette di aspettare e comincia a cercare. Scava letteralmente la terra, raccoglie voci, attraversa territori controllati dai cartelli della droga, parla con le comunità locali, impara a riconoscere i segni delle fosse clandestine. Sviluppa un sapere empirico straordinario, costruito sul campo e condiviso con altre famiglie. È venuto in Italia con noi nel 2018 e ha cambiato radicalmente il nostro modo di vedere le cose. Anche l’idea di autofinanziarsi attraverso una produzione informale – nel suo caso il mezcal – nasce da lì ed è uno dei semi da cui prende forma l’amaro Nziria.  La storia di Tomás Vergara è emblematica della tragedia messicana: un sequestro a scopo di estorsione che finisce nel silenzio. Cosa accadde esattamente? Tomás faceva il tassista. In Messico, fare il tassista significa essere su un confine perenne: sei gli occhi del territorio e per questo sei il primo bersaglio dei narcos che vogliono controllare i flussi di informazioni. Il 5 luglio 2012 Tomás fu sequestrato. La famiglia Vergara, con enormi sacrifici, riuscì a raccogliere i soldi per il riscatto, ma dopo il pagamento il silenzio divenne totale. Tomás non tornò. Mario capì subito che rivolgersi alle autorità era inutile, se non pericoloso: ricevette minacce pesantissime e dovette fuggire a Città del Messico per salvarsi. È in quell’esilio forzato che avvenne la sua metamorfosi politica. Iniziò a frequentare altre famiglie, capì che Tomás non era solo, che ci sono decine di migliaia di Tomás. Mario decise che se lo Stato non indagava, lo avrebbero fatto le famiglie.  Mario ha elaborato un «manuale di contro-perizia» che è un capolavoro di autodifesa popolare. C’è un’immagine, in particolare, che descrive la brutalità e l’efficacia del suo metodo. Sì, ed è quella della sbarra di ferro. Mario insegnava alle madri a conficcare una sbarra nel terreno, estrarla e annusarne la punta. Se l’odore è quello della carne in decomposizione, lì sotto c’è un corpo. È un’immagine che ribalta la scienza forense: la prova non è in mano a un perito in camice bianco, ma al naso di una madre. Mario ha scritto manuali per identificare resti ossei e non inquinare le prove. Quando lo abbiamo portato in Tunisia a incontrare le madri dei migranti scomparsi, lui ha mostrato loro che non erano vittime passive, ma depositarie di un sapere necessario per pretendere verità.  Mario è morto tragicamente nel 2023 per un incidente sul lavoro. Arriviamo a Nziria, l’amaro che finanzia i progetti di Spiriti resistenti. Come si trasforma l’ispirazione di Mario in un prodotto d’eccellenza distribuito in Italia? L’ispirazione è stata letterale. Mario produceva in Messico un Mezcal artigianale che chiamava «Acqua degli Dei». Lo vendeva per pagare la benzina dei furgoni e gli attrezzi per scavare. Era un prodotto brutale, un «carburante». Quando abbiamo deciso di replicare il modello in Italia con Giacomo Donadio, sapevamo di non poter importare il Mezcal per via dei costi doganali e burocratici, ma anche perché era quasi imbevibile! Così abbiamo deciso di creare un amaro. Abbiamo coinvolto Denis Zoppi, una leggenda del bartending, che ha creato una ricetta complessa e profonda. Il nome Nziria, in napoletano, indica ostinazione, capriccio, testardaggine: è la stessa energia che abbiamo visto nelle madri e nei familiari dei desaparecidos. Non abbiamo scelto la forma dell’associazione ma di una società a responsabilità limitata. Però il nostro Statuto è un atto politico: non c’è divisione di utili. Tutto va ai progetti. È un’economia circolare che abbiamo perfezionato collaborando con Rosario Esposito La Rossa e la sua «Scugnizzeria» di Scampia: un ponte tra l’amaro di Napoli e il dolore del Messico. Cosa cambia quando quest’esperienza che parte dal Messico incontra il Mediterraneo e il Nord Africa? Cambia quasi tutto. In Messico, pur in un contesto di violenza estrema, le madri riescono spesso a organizzarsi collettivamente in tempi relativamente rapidi. Nel Mediterraneo, e in particolare in Tunisia e Algeria, abbiamo incontrato una frammentazione molto più forte. Prima c’è «mio figlio», ed è comprensibile. Il passaggio successivo, quello verso un «mio figlio e tutti gli altri», è molto più complesso e richiede tempi lunghi. Abbiamo lavorato su questo con cautela, accettando anche conflitti, incomprensioni e fallimenti. Nel 2018 portiamo alcune madri tunisine in Messico, al Foro Sociale sull’Immigrazione. Incontrano le madri centroamericane, lavorano insieme a psicologi, condividono esperienze di lutto e di ricerca. Ma diventa subito chiaro che non esiste un modello replicabile: ogni contesto ha i suoi vincoli politici, culturali e sociali, e va attraversato senza scorciatoie. Pensavo al fatto che l’amaro, quindi l’alcol, porta con sé delle contraddizioni evidenti, soprattutto rispetto ai contesti musulmani con cui lavorate. Certo. Ce ne siamo accorti subito. Come fai a finanziare madri musulmane con l’alcol? Non puoi. Ed è da lì che nasce il lavoro sulle illustrazioni. La vendita delle stampe delle illustrazioni donate da Lorena Canottiere, Andrea Ferraris, Francesca Mandarino, Andrea Serio e Gianluca Costantini ci ha permesso di sostenere progetti dove l’alcol sarebbe stato inappropriato. Opere ispirate alla frase: «Volevano sotterrarci ma non sapevano che eravamo semi», che è un po’ il cuore pulsante di tutto. Per i cartelli e per gli Stati, il corpo interrato è un rifiuto, qualcosa da occultare. Per noi, quel corpo è un seme di giustizia. Da qui anche il legame con il fumetto, con la graphic novel, con illustratori che lavorano sui temi delle migrazioni e dei confini. Andrea Ferraris è stato centrale in questo passaggio anche perché a luglio del 2022 ha raccontato e disegnato la storia di Mario Vergara su Internazionale. E oggi stiamo persino ragionando su un premio, magari rivolto a studenti di scuole di illustrazione e comics. Sono idee in movimento, non piani industriali. Francesca Mandarino – Soffioni Gianluca Costantini – Germoglio Lorena Canottiere – Foresta Andrea Serio – Natività Andrea Ferraris – Yucca Brevifolia Arriviamo all’impatto concreto. I fondi raccolti non vanno in un calderone generico, ma finanziano strumenti specifici per territori diversi. Ci fai una mappa di questi interventi? Esatto, ogni contesto richiede strumenti diversi. In Messico, ad esempio, sosteniamo Ana Enamorado, che ha costituito una rete di madri centroamericane (Red Regional de Familias Migrantes) che cercano i loro figli dispersi. Sempre in Messico, ad Acapulco, abbiamo finanziato un acquisto tecnologico per il collettivo di Socorro Gil Guzmán: un drone. I cartelli spesso avvelenano i cani molecolari o minacciano i volontari; il drone permette di individuare terra smossa in zone inaccessibili senza rischiare la vita. C’è poi il sostegno a Ruben Figueroa e al suo «Proyecto Puentes de Esperanza», per le indagini sul campo lungo le rotte del Centro America. E spostandoci verso le rotte che ci toccano più da vicino, in Europa? In Montenegro sosteniamo Sabina Talovic e la sua associazione «Bona Fide». Ha trasformato la sua casa in un rifugio per chi arriva stremato dai pushback della polizia, nonostante le continue minacce dei fascisti locali. Infine c’è la Bosnia, lungo il fiume Drina, divenuto un cimitero liquido. Lì finanziamo l’attivista bosniaco Nihad Suljić, fondatore dell’associazione DjelujBa!, da otto anni impegnato ad aiutare le persone in transito sulla rotta balcanica e che lavora per dare un nome ai resti che il fiume restituisce, affinché quelle ossa non restino solo numeri statistici. Oggi la solidarietà lungo le rotte è sempre più criminalizzata. Questo cambia il vostro lavoro? Sì, molto. La repressione è spesso silenziosa, fatta di controlli, segnalazioni, ostacoli amministrativi. Questo rende ancora più importante sostenere i piccoli collettivi, non lasciarli soli, condividere risorse e informazioni. Non c’è eroismo in questo, solo la consapevolezza che senza reti la solidarietà diventa facilmente vulnerabile. Che idea di politica e di confine emerge da tutto questo percorso? Il confine non è una linea geografica: è un dispositivo che produce sparizioni e violenze. La politica che emerge non è quella dei palazzi, ma quella delle pratiche quotidiane, dei tentativi, dei fallimenti, della persistenza. È una politica che spesso «non conta nulla» nei luoghi del potere, ma che continua a esistere. Noi proviamo a stare lì, senza illusioni, ma senza smettere di provarci. -------------------------------------------------------------------------------- COME SOSTENERE SPIRITI RESISTENTI Il progetto vive esclusivamente grazie alla partecipazione dal basso. Ecco come puoi fare la tua parte: * Acquista l’Amaro Nziria: Uno strumento di finanziamento politico che sostiene direttamente le missioni di ricerca. * Le Stampe d’Autore: Puoi acquistare le illustrazioni di Andrea Serio, Francesca Mandarino, Andrea Ferraris, Lorena Canottiere e Gianluca Costantini ispirate alla lotta dei familiari dei desaparecidos. * Donazioni e Diffusione: Ogni contributo serve a finanziare supporto legale, ricerche sul campo e pratiche di mutualismo lungo le frontiere. Per approfondire: spiritiresistenti.org *Gianfranco Crua è attivista per i diritti umani, tra i promotori di Carovane migranti e di Spiriti resistenti. Alessio Melandri è art director di Jacobin Italia. L'articolo Un amaro per Spiriti resistenti proviene da Jacobin Italia.
L’opportunità Mamdani
Articolo di Nick French Quello che meno di un anno fa a sinistra sembrava un sogno irrealizzabile, sta diventando realtà: il socialista democratico Zohran Mamdani ha prestato giuramento come sindaco di New York City. Non sarà un compito facile. Le sfide politiche e fiscali che dovrà affrontare nell’attuazione del suo programma per l’accessibilità economica sono numerose. Per aumentare le tasse e finanziare programmi promessi come l’assistenza all’infanzia universale e gli autobus gratuiti, Zohran avrà bisogno del sostegno del parlamento dello stato di New York e della governatrice Kathy Hochul, che si è dichiarata contraria agli aumenti delle tasse (sebbene di recente abbia attenuato la sua posizione su questo punto). Dovrà fare i conti con i vincoli di bilancio creati dal sindaco uscente Eric Adams. Dovrà affrontare la feroce opposizione dell’establishment politico e dell’élite economica di New York. E nonostante il suo apparente successo nell’incontro con Donald Trump, è possibile e persino probabile che il presidente torni alla sua precedente posizione di ostilità e tenti di indebolire Mamdani attraverso tagli ai finanziamenti federali o azioni repressive della polizia. Superare questi ostacoli per governare efficacemente e approvare il suo programma, o anche solo una sua parte sostanziale, sarà di per sé un’impresa ardua. Ma che Zohran mantenga le promesse della sua campagna elettorale è estremamente importante per costruire il sostegno popolare a una politica economica progressista e al movimento socialista. Lavorare per attuare tale programma dovrebbe quindi essere una priorità dell’amministrazione Mamdani, così come della sinistra in generale. COSTRUIRE IL POTERE POPOLARE Tuttavia, sarebbe un errore per i socialisti concentrarsi troppo strettamente sul programma politico redistributivo di Zohran, per quanto trasformativo possa essere. Innanzitutto, per approvare tali politiche e difenderle da eventuali contrattacchi, e per costruire e mantenere il sostegno a Mamdani e al suo movimento nel breve e nel lungo termine, la sinistra deve organizzare e mobilitare su larga scala la gente comune. Organizzando e mobilitando in massa le persone tra un’elezione e l’altra, Zohran e i suoi sostenitori possono esercitare pressione sugli oppositori politici e contribuire a proteggere l’opinione pubblica dalle narrazioni mediatiche ostili e dai potenziali sconvolgimenti economici provocati dalle élite. Fortunatamente, la sinistra di New York City sta prendendo a cuore questa lezione. La sezione locale dei Democratic Socialists of America sta elaborando strategie su come sostenere il programma di Mamdani e “co-governare” con il sindaco; ha lanciato la campagna “Tax the Rich” per aumentare la pressione sugli aumenti fiscali proposti da Zohran ad Albany, capitale dello Stato di New York. E Our Time, un’organizzazione nata dalla campagna elettorale per la carica di sindaco, sta cercando di mantenere attivi i volontari e di mobilitarli a sostegno del programma per l’accessibilità economica. Ma attuare il programma di Zohran non è l’unica ragione per preoccuparsi della partecipazione popolare, e la nostra visione di come si presenta tale partecipazione non dovrebbe limitarsi alle campagne legislative porta a porta. “In sostanza”, hanno scritto di recente Gabriel Hetland e Bhaskar Sunkara, “il socialismo democratico è un progetto volto a costruire il potere della working class attraverso la lotta popolare, sia per ottenere riforme immediate sia per gettare le basi di una società che vada oltre il capitalismo. Mira non solo a migliorare gli standard di vita attraverso la redistribuzione e la previdenza pubblica, ma anche ad aumentare la capacità dei lavoratori di plasmare collettivamente le decisioni che condizionano le loro vite. A tal fine, sostengono che, in qualità di sindaco, Zohran dovrebbe guidare la creazione di assemblee popolari a livello di quartiere e distretto in tutta New York City, dove la gente comune possa riunirsi per deliberare e prendere decisioni che contribuiscano a plasmare l’approccio del sindaco al governo. Queste assemblee darebbero alla classe lavortrice il potere di determinare collettivamente il futuro della propria città, alimentando potenzialmente l’entusiasmo per il progetto di Zohran estendendo la democrazia a più ambiti della vita sociale. I SINDACATI E LE ORGANIZZAZIONI DAL BASSO Storicamente, i socialisti hanno attribuito grande importanza a costruirsi una base nel movimento operaio: sia perché i lavoratori hanno un forte interesse a creare una società postcapitalista, sia perché la loro posizione nel processo produttivo conferisce loro un potere strutturale collettivo sull’economia. Costruire un futuro socialista, a New York e oltre, richiederà probabilmente il sostegno di un movimento operaio ampio, militante e democratico. È per questo motivo che i socialisti stanno cercando di unirsi, costruire e rinvigorire il movimento operaio attraverso organizzazioni come il Rank and File Project , l’ Emergency Workplace Organizing Committee e il programma Workers Organizing Workers della Dsa. Eppure, negli Stati Uniti, i sindacati sono in declino da decenni, con una sindacalizzazione che ormai si aggira intorno al 10%. La situazione è leggermente meno desolante a New York, dove quasi il 20% dei lavoratori è iscritto a un sindacato. Ma anche a New York City la sindacalizzazione sta diminuendo , e i sindacati qui si sono mostrati in gran parte compiacenti quando si tratta di organizzare nuove organizzazioni e lottare per contratti di lavoro di qualità. (Questa compiacenza si è riflessa nel sostegno della maggior parte dei sindacati ad Andrew Cuomo durante le primarie democratiche.) Il sindaco Mamdani, tuttavia, avrà molte opportunità per contribuire a rafforzare il sindacato. Tra queste, l’uso del suo autorevole pulpito per sensibilizzare i lavoratori sul loro diritto di organizzarsi e per mobilitarsi a sostegno delle campagne di sindacalizzazione e delle lotte contrattuali (come ha fatto di recente, sostenendo le richieste contrattuali degli infermieri di New York e unendosi al picchetto dei lavoratori di Starbucks ), il sostegno alla nuova legislazione del consiglio comunale per facilitare l’adesione sindacale degli autisti di Amazon e il rafforzamento e l’espansione delle agenzie cittadine esistenti incaricate di far rispettare le tutele dei lavoratori. Ma la politica pro-sindacato è solo una parte della battaglia per costruire un movimento sindacale più forte, come ha sottolineato lo studioso del lavoro Eric Blanc. Un altro problema importante è che i dirigenti sindacali sono per lo più avversi al rischio e «letargici» . Quindi, «sebbene sia importante che l’amministrazione Mamdani collabori a stretto contatto con i dirigenti sindacali sulle battaglie contrattuali e sulle potenziali campagne di sindacalizzazione – scrive Blanc – non dovrebbe esitare a usare la sua posizione autorevole e le sue politiche per incoraggiare un’organizzazione che non attenda il permesso di istituzioni letargiche». In altre parole, il sindaco Mamdani può cogliere l’opportunità di sostenere e rafforzare organizzazioni di base e lotte contrattuali anche quando non hanno il sostegno o non incontrano l’opposizione dei funzionari sindacali. IL NOSTRO MOMENTO È ADESSO Si spera che il mandato di Zohran veda l’introduzione di politiche redistributive necessarie e trasformative, come l’assistenza all’infanzia gratuita. Ma i socialisti possono e dovrebbero sperare in qualcosa di più. Costruendo un movimento di massa per l’accessibilità economica, creando spazi in cui la gente comune possa partecipare in modo significativo al governo cittadino e dando potere ai lavoratori nelle aziende, l’amministrazione Mamdani può indicare la strada verso una più ampia democratizzazione della vita economica. Questi sforzi possono a loro volta sostenere iniziative politiche più ambiziose che portino una maggiore quantità di risorse produttive della società sotto il controllo pubblico e dei lavoratori, indeboliscano il potere economico e politico del capitale. Mamdani e i suoi alleati nel Parlamento statale potrebbero sostenere la creazione di una banca pubblica e raccogliere ingenti risparmi cittadini trasferendovi i depositi. Zohran può anche sostenere lo sviluppo di cooperative e imprese pubbliche e di edilizia sociale per ridurre la dipendenza fiscale di New York dai ricchi; i suoi piani per la costruzione di maggior edilizia popolare e per la sperimentazione di supermercati di proprietà comunale vanno in questa direzione. Alcuni a sinistra si sono affrettati a criticare Mamdani per presunti fallimenti o tradimenti, ad esempio per non aver adottato una retorica più decisa su Israele, o per aver fatto concessioni tattiche di realpolitik al centro, come mantenere Jessica Tisch come commissario di polizia per evitare uno scontro frontale con il Dipartimento di Polizia di New York. Forse è meglio investire le nostre energie critiche più in una valutazione complessiva su come come l’amministrazione stia spostando l’ago della bilancia a favore dei lavoratori, e contribuire al rafforzamento delle forze che vanno in questa direzione piuttosto che sottolineare questioni simboliche o mettere in discussione ogni decisione tattica. Ma non si tratta solo di attuare il programma di accessibilità economica. Dovremmo anche chiederci se e come l’amministrazione Mamdani possa contribuire a rafforzare il potere della working class ed espandere la democrazia. Se ci riuscirà, non sarà solo una vittoria per l’accessibilità economica o per una governance progressista. Dimostrerà alla gente comune in città, in campagna e nel mondo che un mondo più giusto, democratico e migliore è possibile, e che il socialismo democratico è la visione per realizzarlo. *Nick French è redattore associato di JacobinMag, dal quale è tratto quest’articolo. La traduzione è a cura della redazione.  L'articolo L’opportunità Mamdani proviene da Jacobin Italia.
Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale?
Le contraddizioni si acutizzano. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? Se ne discuterà a Roma il prossimo 17 gennaio in un Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti. C’è un dato che ha colpito tutti negli scioperi generali “politici” del 22 settembre, del 3 ottobre e del […] L'articolo Dalle piazze all’alternativa. La mobilitazione politica è oggi più forte di quella sociale? su Contropiano.
Il conflitto del linguaggio
Quando iniziò la mobilitazione universitaria nell’anno accademico 2008/09, Paolo Virno era da poco arrivato alla facoltà di Lettere dell’Università Roma 3. Chissà se sia stata solo una coincidenza che fino a quel momento, a differenza della Sapienza, omologa più barricadera, quella facoltà avesse conosciuto solo limitate esperienze di partecipazione studentesca. Quella tendenza si invertì di colpo: con il movimento dell’Onda l’allora facoltà di Lettere e Filosofia fu occupata, partecipò a manifestazioni e cortei, costruì seminari e convegni. Alla ricerca di una propria parola pubblica. Il nostro debutto in quello spazio fu con il Laboratorio Verlan, nel quale indagavamo il presente, anche grazie alla generosa prossimità di alcuni e alcune docenti. Virno non mancò l’appuntamento: nel convegno Dire, fare, pensare il presente partecipò con un intervento che condensava, per noi giovani alle prime armi con il suo pensiero, insidie e potenzialità del linguaggio. Che è come parlare delle insidie e delle potenzialità dell’agire politico. Oggi come allora Virno ci parla con la forza di una presenza catalizzatrice di idee, eventi, reti di relazioni. Oltre alla lucidità del suo pensiero, rimangono inconfondibili la corporeità della sua voce e i gesti che la accompagnavano. Come il migliore esecutore di atti linguistici, sapeva fare cose con le parole. Lo faceva e continua a farlo ancora. Per questo, come segno tangibile della sua presenza che ci pungola e della nostra gratitudine, proponiamo l’articolo che presentò al convegno Dire, fare, pensare il presente e che venne poi pubblicato negli atti. Vorrei dire alcune cose su linguaggio e politica. Le dirò facendo conto su quella tradizione di pensiero critico che è il marxismo rivoluzionario dell’operaismo italiano. Una tradizione che va dai “Quaderni Rossi” ai nostri giorni, e che dapprima ha provato a decifrare i misteri gloriosi della lotta di classe e dei rapporti di produzione negli anni della rivoluzione in Occidente (una rivoluzione fallita, direte: certo, ma se tenessimo conto solo delle rivoluzioni riuscite, non capiremmo granché della storia umana) e, più di recente, ha cercato di affrontare la crisi delle categorie politiche moderne. Questa tradizione offre una collocazione, ma non rassicura; incalza come un rimorso senza però offrire alcuna garanzia preliminare; lungi dal proteggere, spinge a rischiare. Così funzionano le tradizioni – quelle non burocratiche, quelle che non assomigliano a una eredità testamentaria cui si accede tramite un notaio. La tradizione dell’operaismo italiano, pur essendo costellata anche da piccinerie, vanità, diatribe bizantine, resta massimamente vitale. Vitale per quel che riguarda l’analisi sociale, l’elaborazione di una teoria politica che si lasci alle spalle la sovranità statale e, anche, la costruzione di una filosofia materialistica dalle spalle larghe, non marginale o ingenua. I marxisti-leninisti, chi li ricorda più? E, fuori dal museo delle cere, sentite ancora parlare dei gramsciani? Invece, che si tratti di interpretare la produzione postfordista o la crisi della forma-Stato, l’operaismo continua a offrire un punto di vista non banale, a funzionare come un segno di contraddizione. Qualche considerazione su linguaggio e politica, dunque. Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da alcuni pregiudizi tenaci, simili a vere e proprie allucinazioni. Si sente ripetere come un mantra che il linguaggio è uno strumento di comunicazione. In una sola frase, due errori grandi una casa. Il primo: scambiare il linguaggio per uno “strumento”; il secondo: ritenere che la sua funzione principale sia la “comunicazione”. Il termine “strumento” si attaglia bene soltanto a ciò che noi stessi abbiamo fabbricato. Strumenti sono l’aratro, il computer, l’automobile, insomma tutto quel che può essere separato da noi, dal nostro modo di essere. La macchina, la posso parcheggiare: ma posso fare altrettanto col linguaggio? Il computer, mi capita di spegnerlo: ma quando mi capita di spegnere il linguaggio? Il punto è che la capacità di parlare è il tratto distintivo della nostra specie, di una forma di vita caratterizzata in lungo e in largo dalla storia e dalla politica. > L’altro errore è confondere il linguaggio con la comunicazione. Non è così. Il > linguaggio è, innanzitutto, il modo in cui pensiamo e agiamo, è la matrice di > emozioni e affetti, è il nostro modo di stare al mondo, di orientarci in esso, > di trasformarlo. Dal punto di vista comunicativo, il nostro linguaggio è meno > efficace, meno preciso e più afflitto da ambiguità e colpi a vuoto, di quello > delle api. E poi: bisognerebbe tener conto che linguistico è anche silenzio > propriamente umano, la rinuncia o l’impedimento a comunicare. C’è una bella osservazione di… non ricordo bene, probabilmente di Gilles Deleuze: «Un pensiero che desidera e un desiderio che pensa: questo è l’uomo». Ebbene, la cosa interessante è che il linguaggio, ben prima di qualificare i desideri del pensiero, o i pensieri del desiderio, è ciò che determina l’intreccio indissolubile tra pensiero e desiderio, tra piano pulsionale e piano simbolico. Potremmo anche dire che il linguaggio ci rende naturalmente artificiali (o, se preferite, biologicamente storici). È la nostra natura di animali linguistici che ci spinge a trasformare i modi di produzione, a rovesciare i regimi politici, a riconoscere la verità di questa frase di Shakespeare: «Gentiluomini, la vita è breve. Se vivete, vivete per calpestare la testa dei re». Solo quando siamo molto artificiali, possiamo dirci davvero naturali. E viceversa: vivere in accordo con la propria natura significa, per noi, avere dimestichezza con il massimo di artificialità storico-culturale. Senza linguaggio non c’è politica. Ma proprio qui si profila un altro errore possibile, uno di quegli errori che fa venir voglia di interrompere la partita e tornare negli spogliatoi a farsi una doccia (il primo era, lo ricordo, l’idea che il linguaggio sia uno strumento di comunicazione). L’errore consiste nel credere che la politica sia uno dei tanti “giochi linguistici” che un vivente dotato di parola può giocare: ora mi dedico al gioco linguistico del lavoro scientifico, ora al gioco linguistico dei rapporti religiosi, ora quello della politica. (Uso il termine wittgensteiniano gioco in senso affine all’ordine simbolico, nell’accezione di Luisa Muraro più che di Lacan). Questo è completamente sbagliato: a renderci politici non è un certo specifico uso del linguaggio, ma il fatto stesso di avere linguaggio. Le due proverbiali definizioni di Aristotele – l’uomo è un animale che ha linguaggio, l’uomo è un animale politico – non sono soltanto imparentate tra loro, ma sono addirittura coestensive e intercambiabili. La coppia piacere/dolore è nota a tutti viventi, anche a quelli sprovvisti di linguaggio. La vita diventa politica quando, oltre questa prima coppia di contrari, si ha a che fare con le coppie utile/nocivo e giusto/ingiusto. Ma queste ulteriori polarità dipendono per intero da un pensiero colonizzato dal linguaggio, da un pensiero verbale. Va da sé che, come l’animale loquace può anche essere taciturno o afasico, così l’animale politico può anche prediligere la solitudine e l’inazione. Il comportamento impolitico è solo una possibilità difettiva della nostra linguisticità/politicità. A proposito di Aristotele: è sua la frase che poco fa ho attribuito a Deleuze («un desiderio che pensa, un pensiero che desidera: questo è l’uomo», Etica Nicomachea, VI). È stato un modo scherzoso di ricordare quanto poco tediosamente “aristotelico” sia Aristotele, e di quanto sia necessario leggerlo con occhi sgombri da pregiudizi. Quando si riflette sul rapporto tra linguaggio e politica, ci si imbatte ben presto nella nozione di “comune” (ne ha parlato Giacomo Marramao nella sua relazione). Per capire questa nozione, occorre opporla a quella di “universale”. Universale è, per esempio, la vista bifocale: la possiede ciascun individuo considerato separatamente. Comune è, invece, ciò che esiste soltanto a condizione di essere condiviso: una relazione, per esempio. Il linguaggio, proprio come l’aria che tutti respiriamo, è una risorsa comune della specie. È una prerogativa inconcepibile al di fuori della condivisione. Sotto il profilo politico, l’Universale è lo Stato, mentre il Comune è ciò che Marx ha chiamato general intellect, il “cervello sociale”, la cooperazione linguistica che oggi costituisce l’asse portante del processo produttivo. L’Universale, in quanto Stato, è un punto di arrivo verso cui, stando alla teoria politica moderna, convergono gli individui. Il Comune, in quanto linguaggio e general intellect, è invece una premessa, un punto di partenza che le singolarità hanno alle proprie spalle. L’Universale fa tutt’uno con la categoria politica del “popolo”, il Comune con la categoria politica della “moltitudine”. Il linguaggio è alla base della politica in genere, ma non indica certo quale sia la politica giusta. Non bisogna credere neanche per un istante che il linguaggio cospiri a favore della democrazia, della libertà, della concordia ecc. Su questo punto, sbaglia Habermas con la sua idea di una «intesa comunicativa». E sbaglia Chomsky, con la sua pretesa di dedurre un modello di società giusta da certe caratteristiche peculiari del linguaggio. Il linguaggio è sempre parte del problema, sempre terreno di battaglia, sempre posta in gioco. Mai si potrà trarre un programma politico dal modo di funzionare della nostra grammatica. Il linguaggio è, insieme, pericolo e riparo, «tromba di guerra» (Hobbes) e fonte di patti e compromessi. > Per concludere, un’ipotesi azzardata: forse il linguaggio, o meglio la lingua, > ci dà istruzioni sulla forma di una istituzione post-statale. Sulla forma di > possibili istituzioni non più vincolate al paradigma della sovranità, non sul > loro contenuto: quest’ultimo, com’è ovvio, è determinato dai conflitti e dai > rapporti di forza. Secondo Saussure, la lingua è una istituzione, anzi la matrice di tutte le altre istituzioni politiche, sociali, culturali. Ma la matrice, secondo Saussure, si distingue radicalmente dai suoi derivati. Il funzionamento della lingua è incomparabile a quello del diritto o dello Stato. Le analogie si rivelano ingannevoli. La trasformazione nel tempo del codice civile non ha niente da spartire con il mutamento consonantico o l’alterazione di certi valori lessicali. Lo scarto che separa l’«istituzione pura» (così Saussure chiama la lingua) dagli apparati socio-politici che ci sono familiari è molto istruttiva. La lingua è, insieme, più naturale e più storica di qualsiasi altra istituzione umana. Più naturale: a differenza della moda o dello Stato, essa ha il suo fondamento in «un organo speciale preparato dalla natura», ossia in quella disposizione biologica innata che è la facoltà di linguaggio. Più storica: mentre il matrimonio e il diritto si attagliano a certi dati di fatto naturali (desiderio sessuale e allevamento della prole, il primo; simmetria degli scambi e proporzionalità tra danno e risarcimento, il secondo), la lingua non è mai vincolata all’uno o all’altro ambito oggettuale, ma concerne l’intera esperienza di un animale “aperto al mondo”, dunque il possibile non meno del reale, l’ignoto proprio come l’abituale. La moda non è localizzabile in un’area cerebrale e però deve sempre rispettare le proporzioni del corpo umano. Tutt’al contrario, la lingua dipende da certe condizioni genetiche, ma ha un campo di applicazione illimitato (giacché essa stessa può dilatarlo sempre di nuovo). La lingua, rispecchiando la mancanza tipicamente umana di un ambiente circoscritto e prevedibile, è «priva di qualsiasi limite nei suoi procedimenti» (Saussure); ma è proprio la sua illimitata variabilità, ovvero la sua indipendenza da circostanze fattuali e dati naturali, a offrire una protezione efficace dai rischi connessi a quella mancanza. L’«istituzione pura», a un tempo la più naturale e la più storica, è anche, però, una istituzione insostanziale. È nota l’idea fissa di Saussure: nella lingua non vi è alcuna realtà positiva, dotata di autonoma consistenza, ma solo differenze e differenze tra differenze. Ogni termine è definito unicamente dalla sua «non coincidenza con il resto», dunque dall’opposizione o eterogeneità rispetto a tutti gli altri termini. Il valore di un elemento linguistico consiste nel suo differire dagli altri: x è qualcosa proprio e soltanto perché non è y né z né w ecc. L’«istituzione pura» non rappresenta alcuna forza o realtà già data, ma tutte le può significare grazie al rapporto negativo-differenziale che vige tra le sue componenti. > Ma ecco la domanda che mi sta a cuore: è concepibile una istituzione politica, > nell’accezione più rigorosa di questo aggettivo, che mutui la propria forma e > il proprio funzionamento dalla lingua? È concepibile una Repubblica > insostanziale, basata su differenze e differenze tra differenze, non > rappresentativa? Non so rispondere con sicurezza. Al pari di chiunque altro, anch’io diffido di cortocircuiti speculativi. Ritengo però che la crisi attuale della sovranità statale legittimi domande del genere, togliendo loro ogni sfumatura oziosa. Che l’autogoverno della moltitudine possa conformarsi direttamente alla linguisticità dell’uomo, bene, questo dovrebbe restare quanto meno un problema aperto. SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Il conflitto del linguaggio proviene da DINAMOpress.
Firmare e fermare – di Gianni Giovannelli
Lasciate ogni speranza voi ch’entrate Queste parole di colore oscuro Vid’io scritte al sommo d’una porta; Per ch’io: “Maestro il senso lor m’è duro”. Ed elli a me, come persona accorta: “Qui si convien lasciare ogni sospetto Ogni viltà convien che qui sia morta”. Dante, Inferno, Canto III, 9-15   La maggioranza parlamentare che sostiene [...]