Mentre Giorgia e Donald litigano, l’Italia fa il pieno di gas americano

ReCommon - Tuesday, July 14, 2026

Un meme su Truth che invoca un “ordine restrittivo” contro Giorgia Meloni. La premier che diserta la festa dell’Independence Day a Villa Taverna. Il gelo al vertice NATO di Ankara. Da settimane la telenovela tra Donald Trump e Giorgia Meloni riempie le cronache: il presidente americano accusa la premier italiana di aver “rifiutato di aiutare” gli Stati Uniti sull’Iran e sullo Stretto di Hormuz, lei risponde che “né io né l’Italia imploriamo nessuno” e sceglie la linea del silenzio.

Uno scontro vero o una sceneggiata a beneficio delle rispettive platee? Difficile dirlo. Quel che è certo è che, mentre i due litigano, o fanno finta di litigare, i numeri raccontano una storia ben differente: mai l’Europa, e con lei l’Italia, è stata così dipendente dal gas americano. E la guerra in Medio Oriente, quella stessa su cui Trump rimprovera a Meloni di non aver fatto abbastanza, sta rendendo questa dipendenza ancora più profonda. E più costosa.

Nel primo trimestre del 2026, il 63% dell’import europeo di gas naturale liquefatto (GNL) è arrivato dagli Stati Uniti, con un incremento non risibile rispetto al 57% dello stesso periodo del 2025. Ma il quadro è ancora più netto se si guarda al totale del gas, non solo a quello liquefatto: gli USA pesano ormai per il 29% di tutte le importazioni di gas dell’UE, e secondo l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA)[1] nel corso del 2026 supereranno la Norvegia, diventando il primo fornitore di gas dell’Unione in assoluto. Entro il 2028, il GNL a stelle e strisce potrebbe arrivare a coprire fino all’80% delle importazioni di GNL dell’UE. Il tutto con un dettaglio non trascurabile: in media, il GNL statunitense è il più caro tra quelli acquistati dai compratori europei. L’Italia fa la sua parte: nel solo 2025 ha speso circa 3,5 miliardi di euro in GNL americano. 

C’è un’ironia amara nella polemica tra i due leader. Trump accusa Meloni di essersi tirata indietro sullo Stretto di Hormuz. Ma è stata proprio la chiusura di Hormuz il 4 marzo, dopo lo scoppio della guerra a fine febbraio, ad aver messo in ginocchio l’approvvigionamento europeo e italiano. L’impianto qatariota di Ras Laffan è fuori uso a causa dell’attacco iraniano del 2 marzo, tanto che QatarEnergy si è vista costretta a dichiarare la forcemajeure. Così circa il 20% dell’offerta globale di GNL è saltato, con una perdita di oltre 2 miliardi di metri cubi di gas a settimana.

Per l’Italia il colpo è stato molto duro: eravamo il Paese europeo più esposto al gas di Doha, con circa il 45% del nostro GNL proveniente dal Qatar nel 2024, e da soli assorbivamo circa metà di tutto l’import europeo da Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Le conseguenze si vedono sulle bollette e sugli stoccaggi. I prezzi del gas al TTF hanno toccato a marzo il livello mensile più alto in oltre tre anni, e secondo il regolatore europeo ACER i prezzi spot e a terminehanno raddoppiato i livelli pre-conflitto, con quotazioni elevate attese almeno fino a metà 2027. L’Europa è entrata nella stagione estiva di riempimento con gli stoccaggi al 28%, ben al di sotto della media quinquennale del 41%: riempirli in vista dell’inverno, con il Qatar a terra e la concorrenza asiatica sui carichi spot, sarà più difficile e più costoso del solito.

Non si tratta di uno shock passeggero: la IEA stima che i danni all’infrastruttura qatariota fra il 2026 e il 2030 comporteranno una perdita cumulata di circa 120 miliardi di metri cubi di GNL , ritardando l’ondata di nuova capacità di liquefazione globale. Le previsioni di medio periodo sono mutate. A tutto vantaggio di chi il gas ce l’ha e lo vende a caro prezzo: gli Stati Uniti.

Questa dipendenza non nasce da sola: qualcuno la finanzia. Ed è qui che entrano in scena le banche, italiane comprese. Il 26 giugno Cheniere Energy, il più grande produttore e sviluppatore di GNL degli Stati Uniti, ha incassato due prestiti: uno da 1 miliardo di dollari alla controllata Cheniere Corpus Christi Holdings e uno da 1,75 miliardi alla casa madre, entrambi con scadenza a cinque anni. In entrambi i finanziamenti, accanto a colossi come JPMorgan, Citi e Société Générale, c’è Intesa Sanpaolo.

Il terminal di Corpus Christi, in Texas, non è un impianto qualsiasi: è tra i più inquinanti degli Stati Uniti, con 3,3 milioni di tonnellate di gas serra e quasi 3.000 tonnellate di inquinanti atmosferici dannosi per la salute rilasciati nel solo 2023, ripetute violazioni dei permessi su aria e acqua e una lunga scia di opposizione da parte delle comunità locali e indigene.

Per la prima banca italiana non è un episodio isolato ma la conferma di una traiettoria: come documentato nel rapporto Banking On Climate Chaos 2026, gli Stati Uniti sono diventati la prima destinazione dei finanziamenti fossili di Intesa Sanpaolo, che si è ormai guadagnata il titolo di “campione del gas USA”.

La risposta europea e italiana alla crisi rischia di essere la solita: costruire altra infrastruttura fossile. Peccato che i numeri dicano il contrario. La domanda europea di gas è in calo strutturale, mentre la capacità di importazione continua a crescere: secondo IEEFA, entro il 2030 la capacità europea di importazione di GNL supererà la domanda totale di gas e sarà il triplo della domanda di solo GNL. Il caso italiano è emblematico: la nave rigassificatrice BW Singapore, entrata in funzione a Ravenna nel 2025 con una capacità di 5 miliardi di metri cubi, a marzo 2026 lavorava al 25% delle sue possibilità. Un quarto. Il rischio di ritrovarci con cattedrali nel deserto pagate dai contribuenti e dai consumatori è concreto e crescente.

Se lo scontro con Trump fosse vero, ci si aspetterebbe da Roma almeno un sussulto di autonomia sulla politica energetica. Accade l’opposto. Al Consiglio Energia del 26 giugno, mentre i ministri facevano il punto sulle “lezioni apprese” dalla chiusura di Hormuz, l’Italia si è confermata tra i paesi che chiedono di rinviare le sanzioni previste dal Regolamento europeo sul metano per gli importatori inadempienti in nome, ça va sans dire, della sicurezza degli approvvigionamenti. Una posizione che asseconda le pressioni arrivate, due giorni prima del Consiglio, da una lettera aperta ai vertici UE firmata da Stati Uniti, Qatar, Nigeria e Algeria per chiedere emendamenti mirati al regolamento. Insomma, Washington chiede di smontare le regole europee sul metano, e Roma è in prima fila ad assecondarla. Per ora il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha tenuto il punto, dichiarando che non riaprirà il regolamento e che sarà “pragmatico” sulle sanzioni, senza però smantellare la legislazione. Ma la pressione è destinata a crescere.

La diatriba tra Giorgia e Donald, vero o recitato che sia, è il perfetto diversivo. Sotto i riflettori vanno i meme e le foto di gruppo; dietro le quinte, l’Italia compra sempre più gas americano, finanzia con le sue banche l’espansione del GNL texano e lavora a Bruxelles per indebolire le regole sul metano volute dall’Europa e detestate da Washington. Altro che ordine restrittivo: tra Roma e Washington il legame, quello fossile, non è mai stato così stretto.

[1] Di seguito le analisi di IEEFA a cui ci si riferisce nell’articolo: